Project Gutenberg's Annali d'Italia, vol. 6, by Lodovico Antonio Muratori

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Title: Annali d'Italia, vol. 6
       dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Author: Lodovico Antonio Muratori

Commentator: Gian Francesco Galeani Napione

Release Date: January 25, 2018 [EBook #56431]

Language: Italian

Character set encoding: UTF-8

*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK ANNALI D'ITALIA, VOL. 6 ***




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ANNALI

D'ITALIA

6


Copertina

ANNALI
D'ITALIA

DAL

PRINCIPIO DELL'ERA VOLGARE
SINO ALL'ANNO 1750


COMPILATI

DA L. ANTONIO MURATORI

E

CONTINUATI SINO A' GIORNI NOSTRI

Quinta Edizione Veneta


VOLUME SESTO


VENEZIA

DAL PREMIATO STAB. DI G. ANTONELLI ED.

1846


INDICE


ANNALI D'ITALIA

DAL

PRINCIPIO DELL'ERA VOLGARE FINO ALL'ANNO 1500

[9]

   
Anno di Cristo MCCCCLXIV. Indiz. XII.
Paolo II papa 1.
Federigo III imperadore 13.

Con tutta l'ansietà di Pio II pontefice di far una spedizion memorabile contra de' Turchi, giunti oramai colle tante loro vittorie e conquiste a minacciar fino la stessa Italia [Raynaldus, Annal. Eccles.], fin qui non avea potuto dar compimento all'ardente sua brama per cagion della guerra suscitata nel regno di Napoli, in cui anch'egli s'era impegnato. Ora che vide assicurato sul trono l'amico suo Ferdinando, ed atterrato Giovanni duca d'Angiò [Giornal. Napol., tom. 21 Rer. Ital.], il quale nell'anno presente se ne ritornò a' suoi paesi in povero stato, ma con fama di valoroso signore e molto dabbene; si applicò con tutto vigore a promuovere il disegno di far grandi imprese in Oriente. Nel dì 18 di giugno mosse da Roma, ed inviossi alla volta d'Ancona, città allora afflitta dalla peste, dove, secondo i concerti fatti, si aveano a raunar tutte le genti e navi destinate a procedere contra de' Turchi, e che da tutte le parti della [10] cristianità colà concorrevano. Lo stesso pontefice protestava e faceva sapere da per tutto di voler egli in persona montar sulla flotta per assistere ed animare i campioni cristiani [Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 30, tom. 21 Rer. Ital.]. Non mancarono maliziosi, i quali credettero tal voce un colpo di politica solamente per tirar gente a quell'armata. Aggiungono, che egli meditava di navigar solamente sino a Brindisi, e di quivi trovar pretesto di malattia, o di disunione, per tornarsene, finito che fosse il verno, a Roma. Ma il Cardinal di Pavia Jacopo Ammanati, che seco era, e descrive il suo viaggio, ci assicura [Jacobus Papiensis, Comment., lib. 1.], essere stato verissimo il proponimento del pontefice. Arrivato esso papa ad Ancona, malconcio di salute, si fermò ad aspettar la flotta veneta, che dovea giugnere col doge stesso, cioè con Cristoforo Moro. S'avea anche certezza che Filippo duca di Borgogna era per venire in persona. Giunse in oltre gran gente crocesegnata per imbarcarsi; ma tra il tardare ad arrivar le navi, ed il non veder essi capitano alcuno di grido eletto per comandar l'armata, moltissimi se ne tornarono alle lor case. Pure, non ostante l'infermità del corpo, l'intrepido pontefice [11] sollecitava l'impresa. Crescendo intanto i suoi malori, nel giorno stesso 14 d'agosto, in cui giunse ad Ancona la flotta dei Veneziani, peggiorò talmente papa Pio II, che nella seguente notte rendè lo spirito a Dio [Platina, Vita Pii II. Campanus, in Vita Pii II.] fra le lagrime de' porporati che l'aveano seguitato, e di tutti i suoi familiari. Chi vuol conoscere il maraviglioso ingegno di questo pontefice, legga ciò che ne lasciò scritto un altro insigne ingegno, cioè il cardinal di Pavia suddetto nelle lettere sue [Jacobus Papiensis, Ep. 41, 47, 49.]; oppur legga le opere ed epistole del medesimo Pio II, ossia d'Enea Silvio. Per la morte sua restò dipoi troppo sturbata l'impresa della crociata, e seguitarono perciò ad andare alla peggio le cose de' cristiani in Oriente. Col corpo del defunto pontefice si trasferirono a Roma i cardinali, ed, entrati in conclave nel dì 31 d'agosto, come ha il Platina [Platina, Vita Pii II.], oppure nel dì 30, come scrivono l'Infessura [Infessur., Diar., P. II, tom. 3 Rer. Ital.] e l'autore della Cronica di Bologna [Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.], elessero papa Pietro Barbo cardinale di San Marco, ch'era in concetto di gran politicone le cui azioni si veggono descritte da Michele Cannesio nella Vita di lui. Questi prese il nome di Paolo II, e fu poi coronato nel dì 16 di settembre. S'applicò ben tosto il novello papa a continuare i disegni del suo predecessore per la guerra contra del Turco, con poco successo nondimeno, andando a finir tutte le promesse dei principi in belle parole e pochi fatti.

Francesco Sforza duca di Milano, che, quantunque esibisse delle truppe, pure meno degli altri si sentiva voglia di accudire a guerreggiar contro ai Turchi, e sembra che si ridesse dei preparamenti già fatti da Pio II [Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 30, tom. 21 Rer. Ital. Giustiniani, Istoria di Genova, lib. 5.], perchè pensava unicamente a ciò ch'era d'interesse suo [12] proprio; giunse in quest'anno a compiere la tela sua ordita per insignorirsi di Genova. Era tuttavia in potere di Luigi XI re di Francia la città di Savona, che altro non gli fruttava se non della spesa per la guarnigione occorrente ad essa e a tre fortezze ivi esistenti. Coi suoi maneggi il sollevò da questo peso l'avveduto duca di Milano, avendone ottenuto da lui il possesso; al qual fine inviò colà un corpo di gente. Non passò gran tempo che Albenga e tutta la riviera occidentale del Genovesato venne, senza adoperar la forza, alle sue mani. Questo primo passo facilitò i seguenti. Trovavasi la città di Genova da incredibili dissensioni dei cittadini lacerata. Infin gli stessi Fregosi, uno de' quali, cioè Paolo arcivescovo, era anche doge, non serbavano fra loro migliore armonia che gli altri: tutti bei preparamenti per far riuscire il cambiamento delle cose a seconda dei desiderii del duca di Milano. Dei nobili disgustati di quello sfasciato governo, oppure dei banditi dalla patria, non pochi si accostarono allo Sforza, pregandolo di liberar la loro città dalla tirannia dell'arcivescovo. Trasse egli inoltre nel suo partito con promesse larghe e con assai lusinghe Ibleto dal Fiesco, Spineta Fregoso e Prospero Adorno. Ciò fatto, spedì verso Genova molte brigate di sua gente, che, unite colle altre raccolte dai fuorusciti, si presentarono sotto quella. Di più non occorse perchè l'arcivescovo Paolo coi suoi aderenti, dopo aver ben presidiato il castelletto, si ritirasse per mare fuori della città. Pochi giorni passarono che, per opera specialmente d'Ibleto, entrarono le armi sforzesche nella città, fu acclamato per loro signore il duca di Milano, e da lì a non molto anche il castelletto gli aprì le porte. Allorchè comparvero a Milano gli ambasciatori di Genova, si studiò il duca di riceverli con istraordinaria magnificenza, e li rimandò ben contenti. Così egli coll'acquisto di quella possente città accrebbe di molto la potenza sua, e nella stessa città tornò la [13] quiete e la giustizia che da gran tempo ne erano sbandite.

Già si accennò la corrotta fede di Ferdinando re di Napoli: in quest'anno ancora se ne provarono i mali effetti. Grandissimo signore era Marino Marzano, perchè possedeva il principato di Rossano, il ducato di Sessa ed altre città e terre, riferite dall'autore dei Giornali di Napoli [Giornali Napolet., tom. 22 Rer. Ital.]. Per la pace fatta nel precedente anno con Ferdinando, egli se ne vivea assai quieto. Ma Ferdinando, che non sapea perdonare a chi l'avea offeso, e nulla curava i giuramenti da sè fatti, fingendo, nel principio di giugno dell'anno presente [Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.], di andare a caccia, quando fu ai confini di Sessa, mostrò desiderio grande di abbracciare il duca e il figliuolo, a cui avea già promessa in moglie Beatrice sua figliuola, cioè quella che divenne poi regina d'Ungheria. Andato il duca, fu preso e posto senza speroni sopra una muletta, e condotto alle prigioni di Napoli. Occupò il re tutti i di lui Stati, ed imprigionò anche i di lui figliuoli, non senza grave taccia del duca di Milano e di Alessandro Sforza, perchè, fidandosi di loro, ed avendo dati loro in ostaggio tre suoi castelli, s'era esso duca indotto al precedente accordo, accorgendosi troppo tardi d'essere stato tradito anche da loro. Grande apprensione e timore concepirono per questa infedeltà di Ferdinando Jacopo Piccinino e i Caldoreschi, troppo chiaro conoscendo che poco capitale potea farsi delle parole e della fede di questo re. Infatti egli pelò poscia non poco essi Caldoreschi, e loro tolse molti Stati che godeano in Abbruzzo. Del Piccinino parleremo all'anno seguente. Degno è intanto Cosimo de Medici che si faccia menzione di sua morte, accaduta nel dì primo d'agosto dell'anno presente [Ammirati, Istor. Fiorent., lib. 23. Raphael. Volaterran., lib. 5.], perch'egli fu uno de' più accreditati personaggi di questo secolo, e riputato fra i [14] privati cittadini il maggiore e più ricco d'Italia. Colla sua saviezza e destrezza gran tempo governò ed aggirò come a lui piacque la repubblica fiorentina, e lasciò inestimabili ricchezze a Pietro suo figliuolo, ma non già il suo senno. Venne anche a morte in quest'anno nel dì 19 di gennaio [Benvenuto da San Giorgio, Istoria del Monferrato, tom. 23 Rer. Ital.], in Casale Giovanni IV marchese di Monferrato senza prole, epperò gli succedette Guglielmo suo fratello, di cui più volte abbiam parlato di sopra.


   
Anno di Cristo MCCCCLXV. Indiz. XIII.
Paolo II papa 2.
Federigo III imperadore 14.

Grande inquietudine avea data negli anni addietro ai papi e a Roma il conte d'Anguillara, cioè Everso degli Orsini, ma nemico degli altri Orsini. Per cagion sua non erano in verun tempo sicure le strade, perchè, facendo il mestiere dei masnadieri, assassinava i pellegrini. Sotto il suo comando si contavano, o per eredità o per occupazione, Carbognano, Caprarola, Ronciglione, Vetralla, e nove altre belle castella e terre [Jacobus Papiensis, Comment., lib. 2. Cannesius, Vit. Paul. II, P. II, tom. 3 Rer. Ital.]. Appena creato fu papa Paolo II, che quest'uomo malvagio andò a rendere conto delle azioni sue al tribunale di Dio, restando suoi eredi due suoi figliuoli Francesco e Deifobo. Avvezzi amendue alla vita del padre, cominciarono tosto anch'essi a ricalcitrare agli ordini del pontefice, che li volea astrignere a rendere il maltolto. Perciò papa Paolo all'improvviso spinse loro addosso le sue armi col rinforzo di altre ottenute dal re Ferdinando; e in poco tempo e senza molta fatica li spogliò di tutti i loro Stati, ed essi confinò nelle carceri romane. Niccolò Forteguerra cardinale legato fu adoperato in questa impresa; e benchè paressero inespugnabili le rocche loro, pure in breve le [15] ridusse all'ubbidienza del papa [Jacobus Papiensis, Comment., lib. 2.]. Malatesta Novello de' Malatesti, fratello di Sigismondo, godeva in sua porzione le città di Cesena e di Bertinoro. Durante la guerra fatta da papa Pio II a Sigismondo, perchè impiegò le armi sue in favor del fratello, incorse nella disgrazia di quel pontefice. Abbandonato anche egli dalla fortuna, ricorse alla clemenza di Pio, ed ottenne grazia, con obbligo nondimeno che, dopo sua morte senza figliuoli, quel dominio tornasse alla santa Sede. Per sicurezza di questi patti prestarono solenne giuramento ai ministri del papa i popoli di quelle città. Avvenne appunto nel presente anno la morte d'esso Malatesta. Era in questi tempi ito Sigismondo signor di Rimini al servigio de' Veneziani, e militava in Levante, contra de' Turchi. Roberto suo figliuolo bastardo, che, nella lontananza del padre, governava Rimini, corse immantenente a Cesena e a Bertinoro, pretendendo la eredità dello zio, di modo che, arrivati i ministri pontifizii per prenderne il possesso, trovarono chi s'era levato più di buon'ora che essi. Tuttavia da lì ad alcuni giorni, accortosi Roberto che i cittadini di Cesena voleano mantener la parola data al papa, se n'andò con Dio, e quella città tornò in potere della santa Sede, e non andò molto che anche Bertinoro fece lo stesso.

In grande ansietà ed irresoluzione si trovava nell'anno addietro, siccome accennai, il conte Jacopo Piccinino [Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital. Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, tom. 21 Rer. Ital. Cristoforo da Soldo, Ist. Bresc., tom. eod., ed altri.], perchè il funesto esempio del duca di Sessa gli facea leggere nel cuore del re Ferdinando, benchè in apparenza amico, dei torbidi pensieri anche contra di lui, per essergli stato nemico. Ne scrisse a Francesco Sforza duca di Milano; e questi colle più belle parole del mondo, non solamente l'affidò, ma anche si mostrò tutto per lui; anzi l'invitò a Milano, per [16] unire finalmente seco Drusiana sua figliuola, a lui tanto tempo prima promessa in moglie. Tuttavia neppur si fidava il Piccinino di Francesco Sforza, ben sapendo egli che con tutto il bel dire di Giovanni Simonetta nella di lui Vita, alle occorrenze lo Sforza, somigliante ad altri suoi pari, non si facea scrupolo di anteporre l'utile all'onesto. Era il Piccinino per questi tempi [Cronica di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital.] in sommo credito di valore e di perizia nell'armi; avea sotto le sue bandiere non poche squadre di bravi combattenti; per privilegio portava il cognome delle case di Aragona e Visconte [Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.], possedeva Sulmona, Cività di Penna, Francavilla, Cività di Santo Angelo, il contado di Campobasso, ed altre terre da lui occupate nel regno di Napoli. Però di lui solo avea apprensione o paura il re Ferdinando, e non ne era privo lo stesso duca di Milano. Se non s'inganna Cristoforo da Soldo, scrittore di questi tempi, i Fiorentini e Bolognesi l'assicurarono che andasse a Milano. Andò nel mese di agosto dell'antecedente anno; e infatti ricevè sommi onori e carezze da Francesco Sforza, e quivi sposò la di lui figliuola Drusiana. Tante finezze e sì bel parentado il fecero infine cader nella rete. Lo andava consigliando il duca Francesco [Cristoforo da Soldo, Istoria Bresc., tom. 21 Rer. Ital.] di passare a Napoli, per sigillar la buona amistà col re Ferdinando; e benchè il cuor gli dicesse che gliene avverrebbe del male, e ripugnasse gran tempo, e tanto più perchè il duca Borso signor di Ferrara, suo grande amico, gli andava scrivendo di non fidarsi; pure tante promesse e speranze gli furono cacciate in corpo, che si lasciò indurre al viaggio di Napoli. Partissi egli da Milano nel mese di maggio, accompagnato sempre da Pietro Posterla segretario del duca di Milano; ed arrivato a Napoli col salvocondotto del re, sel vide venire incontro [17] lui stesso, che con somma allegrezza lo accolse ed introdusse nella sua corte, dove per 27 giorni il trattenne. Poscia nel dì 24 di giugno, festa di s. Giovanni Batista, sotto pretesto di volergli mostrare il suo tesoro, seco il condusse nel castello, e quivi il fece mettere in prigione. Furono svaligiati i suoi soldati, preso ancora Francesco di lui figliuolo; e il re mandò tosto a prendere la tenuta di tutte le di lui terre, che il misero avea consegnato, durante la sua lontananza, a Tommaso Tebaldi Bolognese, uffiziale del duca di Milano. Da lì a non molto fu strangolato in carcere il Piccinino per ordine del re, il quale fece dargli onorevole sepoltura, e spargere voce che, nel voler egli salire ad un'alta finestra per veder le navi regie che tornavano con trionfo, caduto, s'era rotto l'osso del collo. Gran mormorazione per cotal tradimento fu per tutta l'Italia, e n'ebbe incredibil vituperio non meno Ferdinando che Francesco Sforza, non si potendo cavar di testa alla gente che anche lo stesso Sforza avesse tenuto mano al tradimento; laonde si dicea dappertutto che il duca l'avea mandato alla beccheria, ed essere il re stato il suo boia. Tornossene poi l'infelice Drusiana nell'ottobre dall'Abbruzzo alla casa paterna, dopo avere servito di zimbello alla rovina del consorte.

Nell'aprile di questo medesimo anno era venuto a Milano don Federigo d'Aragona, spedito colà dal re Ferdinando suo padre, con accompagnamento di molta nobiltà e di quattrocento cavalli [Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, tom. 21 Rer. Italic. Cristoforo da Soldo, Istoria Bresciana, tom. eod.], per condurre a Napoli Ippolita legittima figliuola di Francesco duca di Milano, da molto tempo destinata in moglie di Alfonso duca di Calabria, primogenito del re. Nel dì 25 d'aprile arrivò a Bologna, e vi tornò colla sposa suddetta nel dì 17 di giugno, e con una comitiva splendida di più di mille persone. Giunta che fu [18] questa nobil brigata a Siena, perchè si ebbe nuova della prigionia del conte Jacopo Piccinino, quivi si fermò sino al fine d'agosto, per intendere la risoluzione del duca di Milano, il quale non mancò di far delle smanie per l'accidente contro la fede occorso a chi era suo genero; ma infine si lasciò passar la collera, e ordinò alla figliuola Ippolita di continuare il viaggio. Pervenne essa a Napoli nel dì 14 di settembre, giorno in cui fu l'ecclissi del sole, e furono fatte per molti dì solennissime feste, giostre e bagordi [Istor. Napol., tom. 23 Rer. Ital.]. Filippo Maria Sforza, fratello della duchessa Ippolita, che l'avea accompagnata colà, ne ebbe in ricompensa il ducato di Bari. Riuscì al re Ferdinando, nel dì 29 di giugno dell'anno presente [Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital.], dopo alcuni giorni d'assedio, di ridurre alla sua divozione l'isola d'Ischia. Fu questo l'ultimo anno della vita di Lodovico duca di Savoia, principe di gran nome, essendo stato rapito dalla morte nel dì 29 di gennaio [Guichenon, Hist. de la Maison de Savoye, tom. 1.]. Lasciò una numerosa figliuolanza di maschi, il primogenito dei quali Amedeo IX gli succedette nei ducal dominio, siccome ancora di femmine, fra le quali Carlotta fu moglie di Luigi XI re di Francia, e Bona divenne moglie di Galeazzo Maria Sforza duca di Milano. Morì parimente in quest'anno Lorenzo Valla, celebre letterato, oriundo di Piacenza, nato in Roma e nobile romano.


   
Anno di Cristo MCCCCLXVI. Indiz. XIV.
Paolo II papa 3.
Federigo III imperadore 15.

Con somma tranquillità passava in questi tempi sua vita Francesco Sforza duca di Milano [Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 31, tom. 21 Rer. Ital.]. Per le molte obbligazioni che egli professava a Luigi XI re di Francia, il quale, trovandosi allora in una pericolosa guerra, a lui mossa dal [19] duca di Borgogna, e da altri principi del sangue reale, faceva, in vigor della lega collo Sforza, istanza d'aiuti, gl'inviò Galeazzo Maria conte di Pavia suo primogenito in soccorso con quattro migliaia di cavalli e due mila fanti [Cristoforo da Soldo. Istor. Bresc., tom. 21 Rer. Ital.], che fecero conoscere in quelle parti non vano il credito della milizia sforzesca. Per attestato di Tristano Caracciolo, dopo l'acquisto di Milano egli visse sempre inquieto pel timore che i Franzesi venissero coll'armi a far valere le lor pretensioni sopra quel ducato; e però si studiò sempre di tenerseli amici. Ma ecco la morte venire a metter fine al governo e alla vita del duca di Milano nel dì 8 di marzo. Quanto più si rifletterà alle azioni di questo invitto principe, tanto più si conoscerà non insussistente la credenza d'alcuni, che da moltissimi secoli in qua non avea l'Italia prodotto un eroe sì glorioso, come fu Francesco Sforza, in cui si unì un mirabil valore e un rarissimo senno. In ventidue battaglie che diede, sempre ne uscì vincitore, nè mai fu vinto da alcuno. Di bassissimo stato cominciò Sforza Attendolo suo padre la fortuna della propria casa; ma il figliuolo Francesco con passi giganteschi la condusse sì innanzi, che giunse in fine a signoreggiare il nobilissimo ducato di Milano, e la superba città di Genova colla Corsica, e a conseguir tal fama, che certo merita d'essere messo in confronto coi più gran capitani della antichità, e annoverato fra i personaggi più illustri nella storia d'Italia. Giovanni Simonetta, che ne scrisse diffusamente la Vita, ci lasciò ancora una dipintura de' suoi costumi e delle maniere del suo governo, ma con dimenticar nella penna gli eccessi della sua lussuria ed altri suoi difetti. Lasciò dopo di sè una figliuolanza numerosa, a lui procreata da Bianca Visconte, cioè Galeazzo Maria primogenito, Filippo Maria, Sforzino, Lodovico, Ottaviano ed Ascanio, oltre alle femmine e a varii bastardi. Ma niun di quei figliuoli [20] ereditò il giudizio e le buone doti del padre; e però un sì ben piantato dominio cominciò in breve a traballare, e tutto infine precipitò. Trovavasi allora in Francia Galeazzo Maria suo successor nel ducato; ed avvisato con corrieri della morte del padre, si mise tosto in viaggio verso l'Italia, ma travestito, perchè non mancavano signorotti in questo secolo che faceano la caccia ai gran signori passanti per le lor terre, e bisognava che si riscattasse chi v'era colto. Niccolò III marchese estense e signor di Ferrara, siccome dicemmo, volendo, nell'anno 1414, passare in Francia, fu ritenuto da uno dei marchesi del Carretto, e molto vi volle a liberarlo. Corse un somigliante pericolo anche Galeazzo Maria alla Badia della Novalesa; ma ebbe la fortuna di salvarsi, e di arrivar sano sul Novarese, con far poi la sua solenne entrata in Milano come duca nel dì 20 di marzo. Per la buona provvision di sua madre non seguì tumulto alcuno interno nel ducato; nè movimento in contrario fecero le vicine potenze, ancorchè si dubitasse non poco de' Veneziani. A questa quiete contribuì ancora il pontefice Paolo II con lettere esortatorie ai principi, acciocchè non turbassero la pace d'Italia. Concorsero poi a Milano le ambascerie dei principi italiani e del re di Francia; ma non si vide, secondo alcuni, comparir quella de' Veneziani. Marino Sanuto non di meno attesta [Marino Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Italic.] che vi mandarono; ed è poi certo avere il novello duca inviati loro i suoi ambasciatori per raccomandare a quella potente repubblica i suoi Stati, e n'ebbe dolci e buone parole.

Fu in quest'anno afflitto il regno di Napoli dai tremuoti [Istoria Napol., tom. 23 Rer. Ital.]. Avea ben perdonato il re Ferdinando colla bocca, ma non col cuore (cuore in cui bollivano sempre pensieri di vendetta), ad Antonio Santiglia marchese di Cotrone e conte di Catanzaro, [21] stato suo ribello nella guerra passata. Nell'anno presente, a dì 26 di gennaio, il fece imprigionare, maggiormente con ciò dando a conoscere che balorderia era il fidarsi di lui dopo averlo offeso. S'era cominciata a guastar in Firenze la nuova armonia fra i cittadini dopo la morte del magnifico Cosimo de Medici [Jacobus Papiensis, Comment., lib. 3. Ammirati, Istor. di Firenze, lib. 23.]. Fra gli altri Lucca de' Pitti potente cittadino, o per invidia del ricco e felice stato della casa de Medici, oppure per zelo, parendogli pregiudiziale alla libertà della repubblica la prepotenza de' Medici, formò una fazione, per abbattere Pietro figliuolo d'esso Cosimo, e giunse anche a tramar insidie contro la di lui vita. Per tali sconcerti fu qualche movimento d'armi in Italia. Galeazzo Maria duca di Milano prese la protezione di Pietro de Medici, ed avea in Romagna più di due mila cavalli pronti ai bisogno. Era all'incontro assistito il Pitti da duca Borso Estense, signor di Ferrara, il quale avea spedito a' confini di Pistoia Ercole Estense suo fratello con mille e trecento cavalli e molta fanteria [Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.]. Ma in quest'anno nulla di più accadde per conto della guerra. In Firenze bensì prevalse la fazione de' Medici, in guisa tale che Luca dei Pitti andò a basso. Niccolò Soderini, Diotisalvi Neroni, Antonio Acciaiuoli ed altri partigiani de' Pitti furono mandati ai confini; e così per ora restò non già estinto, ma sopito quel fuoco. Attese in questi tempi il pontefice Paolo a riformare alcuni degli abusi della sacra sua corte, spezialmente con levare molti traffici simoniaci [Raynaldus, Annal. Eccl.]. E perchè l'uffizio degli abbreviatori era screditato per le esazioni esorbitanti che vi si commettevano, lo abolì; il che fece montare in collera Bartolomeo Sacchi Cremonese, cognominato il Platina, perchè nato in Piadena, terra del Cremonese, scrittor celebre, che era uno degli stessi abbreviatori. [22] Scrisse egli perciò un'insolente lettera al papa, e ne disse poi quanto male seppe nelle Vite dei romani pontefici. Un gran flagello delle provincie cristiane, massimamente delle chiese e de' monisteri, erano da gran tempo i legati apostolici, che bottinavano a più non posso, dovunque si stendeva la lor giurisdizione. Con salutevol bolla mise il pontefice quel freno e rimedio che potè a sì fatto scandalo ed invecchiato disordine. Avvenne ancora che nel dì 28 di gennaio dell'anno presente [Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.] da alcuni congiurati fu preso Cecco degli Ordelaffi signor di Forlì, odiato dai più per le molte sue ribalderie; e, ciò fatto, fu subito chiamato a quella signoria Pino degli Ordelaffi, fratello d'esso Cecco. Negli Annali di Forlì [Annal. Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.] solamente si legge che Cecco, dopo lunga infermità, morì nel dì 22 d'aprile. Cominciarono in questi tempi dei gravi dissapori fra papa Paolo II e il re Ferdinando. S'era messo in testa l'ultimo di voler che esso pontefice gli sminuisse il censo di Napoli. Trovò una testa forte che non volle punto condiscendere ai di lui voleri.


   
Anno di Cristo MCCCCLXVII. Indiz. XV.
Paolo II papa 4.
Federigo III imperadore 16.

Saltò fuori in quest'anno una guerra inaspettata, che per buona fortuna non fu di lunga durata [Ammirati, Istor. di Firenze, lib. 23. Cronica di Bologna, tom. 18. Rer. Ital. Jacobus Papiensis, Comment., lib. 3.]. I fuorusciti fiorentini, ricche e potenti persone, s'erano in buona parte ridotti negli Stati della repubblica veneta. Fecero spezialmente capo a Bartolomeo Coleone Bergamasco, generale allora delle milizie venete, e lo attizzarono a volere dar loro aiuto. Comunicò Bartolomeo le lor proposizioni al senato veneto, e queste non dispiacquero. Ma per mostrar di non rompere i [23] capitoli della pace, fecero vista di licenziare Bartolomeo lor generale, e ch'egli, come da sè, volesse aiutare i fuorusciti fiorentini. Niuno non di meno v'era che non iscorgesse fatta d'ordine loro e coi lor danari la massa di gente che nei loro Stati andava facendo il Coleone, personaggio per questi tempi creduto uno de' più valorosi e sperti capitani di guerra. Con esso lui s'andarono ad unire Alessandro Sforza signore di Pesaro, e Costanzo suo figliuolo colle lor brigate, Ercole d'Este fratello del duca Borso [Cronica di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital.], Pino degli Ordelaffi signor di Forlì, Marco e Lionello de' Pii signori di Carpi, Galeotto Pico signor della Mirandola, ed altri capitani, che formarono un'armata di quasi quindici mila persone. Abbondava in questo secolo l'Italia di valenti condottieri d'armi. L'autore della Cronica di Bologna [Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.] sotto il presente anno ci lasciò il catalogo dei più rinomati dal 1401 sino a questi giorni. Imperciocchè in uso era che i nobili più qualificati e potenti facessero e tenessero in piedi molte compagnie d'armati a cavallo e a piedi, per prendere poi servigio, dove tornava loro il conto, come venturieri. Astorre de' Manfredi signor di Faenza, dopo aver preso soldo dai Fiorentini, allettato dalle maggiori offerte dei Veneziani, alzò le loro bandiere. Ora i Fiorentini, che scoprirono tosto da chi veniva e dove tendeva questo temporale, si misero anch'essi sollecitamente in arnese; e fatta lega col re Ferdinando e Galeazzo Maria duca di Milano, elessero per lor generale il prode conte d'Urbino Federigo, e lo spedirono colle lor genti in Romagna. Altra gente venne colà spedita dal re di Napoli, e sei mila combattenti mandò ad unirsi con loro Galeazzo Maria, e comparve egli stesso al campo. Non fidandosi i Fiorentini che questo giovinetto principe di cervello alquanto bizzarro non tirasse a far qualche salto [24] pregiudiziale al lor saggio generale, mostrarono gran voglia di vederlo in Firenze, ed egli vi andò. In questo tempo essendo venuto col suo fiorito esercito Bartolomeo Coleone in Romagna, ed avendo occupate alcune poche castella dei Fiorentini, dacchè si vide all'incontro un pari esercito della lega, si ritirò sul Bolognese alla Molinella, e gli tennero dietro gli altri. Quivi poi nel dì 25 di luglio, festa di san Jacopo, vennero alle mani queste due armate, e la battaglia durò dalle sedici ore sino alla nera notte con gran valore d'entrambe le parti. A niuna d'esse toccò la vittoria; molti cavalli furono sbudellati, e morte o ferite più di mille persone. Fra gli ultimi si contò Ercole Estense, che dopo aver più ore valorosamente combattuto, malamente ferito in un piede, stette poi gran tempo in pericolo della vita, ma, guarito che fu, rimase zoppo sino che visse.

Niun'altra azion di rilievo fecero poi questi due eserciti, se non di divorare il distretto di Bologna, di Ravenna e di Faenza. Terminarono così tutte le bravure di Bartolomeo da Bergamo. Sdegnato dopo il suo ritorno da Firenze il duca Galeazzo Maria, perchè il conte d'Urbino non l'avesse aspettato al fatto d'armi, ed insieme affrettato da Guglielmo marchese di Monferrato suo collegato, al quale in questi giorni avea mossa guerra Filippo fratello del duca di Savoia, se ne tornò con due mila cavalli a Milano. Ma fu ristorata in breve questa mancanza dall'arrivo d'Alfonso duca di Calabria, primogenito del re Ferdinando, con molte squadre di genti d'armi. Si venne poi in chiaro che le mire de' Veneziani, se camminavano ben le faccende di Bartolomeo lor generale, erano di assalire il ducato di Milano [Jacobus Papiensis, Comment. Ammirati Istor. di Firenze. Corio, Istor. di Milano.]. A questo fine con ottanta mila ducati d'oro aveano indotto Amedeo duca di Savoia ad inviar Filippo suo fratello, se crediamo [25] a Cristoforo da Soldo [Cristoforo da Soldo, Istor. di Brescia, tom. 21 Rer. Ital.], con parecchie migliaia d'armati contra del marchese di Monferrato collegato del duca di Milano. Ma, interpostosi il re di Francia, seguì pace nel dì 14 di novembre fra essi duchi e il marchese. Presso Benvenuto da San Giorgio [Benvenuto da S. Giorgio, Istoria del Monferrato, tom. 23 Rer. Ital.] se ne legge lo strumento. Fecero anche i Veneziani nello stesso tempo rompere guerra ai Genovesi da Uberto del Fiesco: con suo danno nondimeno, perchè gli furono tolte tutte le sue castella. Intanto Borso Estense duca trattava forte di pace, e a Ferrara per questo andarono i deputati delle potenze guerreggianti. Passò il presente anno senza che si venisse a concordia. Vi pose poi le mani il papa, e, siccome dirò, la conchiuse egli nell'anno seguente. Si ridussero intanto le armate a' quartieri d'inverno, e niuno ebbe occasion di ridere, fuorchè i ladroni soldati, che si andarono a goder le fatiche delle loro unghie.


   
Anno di Cristo MCCCCLXVIII. Indiz. I.
Paolo II papa 5.
Federigo III imperadore 17.

Giacchè con tutto il suo buon volere, e con fatica ed applicazione continua, non veniva fatto al duca Borso signor di Ferrara d'introdur pace fra le potenze nemiche, s'applicò a questa impresa il pontefice stesso, e ne trattò caldamente co' ministri de' principi suddetti [Jacob. Papiens., Comment., lib. 4. Raynal., Annal. Eccles. Ammirat., Istor. Fiorent., lib. 23.]. Anche egli vi trovò degli ostacoli senza fine. Prese perciò un ripiego, che parve strano e nuovo a non pochi. Cioè formò egli stesso gli articoli della pace, come parve al giudizio suo, e nel dì della Purificazion della Vergine, giorno due di febbraio, imperiosamente li pubblicò, con intimar la scomunica riserbata a sè stesso per chi non gli accettasse. Per essi articoli [26] principalmente si ordinava che si restituisse l'occupato nella presente guerra; e si dichiarava Bartolomeo Coleone generale della sacra lega contro ai Turchi, coll'assegno annuo di cento mila ducati d'oro, da pagarsegli da' collegati, secondo la tassa e ripartizione del peso ivi determinata. Non tardarono i Veneziani a sottoscrivere quegli articoli; ma il re Ferdinando, il duca di Milano e i Fiorentini rigettarono concordemente ciò che riguardava il Coleone, maravigliandosi forte che il papa, il qual poco fa avea tanto detestata la di lui mossa, turbatrice ingiusta della pace d'Italia, in vece di castigarlo, ora volesse premiarlo, e colle borse altrui. Attribuivano essi questo procedere del papa all'esser egli veneziano, e al volere perciò far servigio a' Veneziani, e ad un suddito loro. E di un uomo tale come mai poteano fidarsi gli altri principi? Nè parea loro giusto di aver da mantenere alla repubblica veneta un capitano, anzi, come essi diceano, un pubblico ladrone. Impuntò il papa a voler sostenere il suo decreto, e non men gli altri a rigettarlo, con prepararsi ad appellare al futuro concilio. Ma mitigato il pontefice dal duca Borso, lasciata andare la pretensione del generalato di Bartolomeo, nel dì 25 d'aprile pubblicò solennemente la pace, e questa venne abbracciata da ognuno, e tornò la quiete in Italia per quel che riguarda la guerra grande; perciocchè ne insorse una picciola tra il papa e il re Ferdinando a cagione del ducato di Sora. Questo nella precedente guerra del regno di Napoli era venuto in mano di papa Pio II con certa connivenza di Ferdinando, che in quelle necessità nulla sapea negare al pontefice suo gran protettore. Ma dacchè egli si trovò libero dagl'impacci del duca d'Angiò, e forte in sella, pretese la restituzion di quello Stato, come dipendenza del suo regno. Ordinò ancora ad Alfonso duca di Calabria suo figliuolo che, nel ritornar dalla Toscana colle sue milizie, mettesse presidio [27] nella rocca della Tolla; e fu ubbidito. Mosse in oltre l'armi per ispossessar la Chiesa del ducato di Sora; ma si ritenne, contentandosi dipoi che l'affare fosse ventilato e riconosciuto per giustizia, con accusarlo intanto d'ingratitudine la corte romana, la quale colla spesa di più di novecento mila scudi di oro gli avea mantenuta la corona sul capo.

All'anno presente appartiene una bellissima lettera, scritta da Jacopo Ammanati cardinal di Pavia, uomo di gran sapere e saviezza, al cardinale Francesco Gonzaga [Raynaldus, Annal. Eccles. Jacobus Papiensis, Epist. 280.], dove tratta dei doveri dei romani pontifici e de' cardinali, con una lettera allo stesso papa Paolo II, in cui ripruova come indecenti i giuochi e gli spettacoli carnevaleschi dati dal papa medesimo al popolo romano, e va toccando con lieve mano la di lui vanagloria in varie azioni. Nel dì 10 di dicembre dell'anno corrente [Cronica di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital.] giunse a Ferrara con circa secento cavalli Federigo III imperadore, accolto con sommo onore e magnificenza dal duca Borso, e nel dì 12 continuò il viaggio alla volta di Roma, dove pervenne la notte della vigilia del Natale del Signore. Portatosi a dirittura alla basilica vaticana, dove il papa avea giù cominciato il divino uffizio, fu da lui ricevuto coi soliti onori, ed assistè alla pia funzione, trattato poi magnificamente nei seguenti giorni. Chi disse essersi egli trasferito colà per compiere un voto [Trithemius, Hist.], e chi per far confermare dal pontefice la sua successione nei regni d'Ungheria e di Boemia. Parlossi ancora non poco della guerra contra de' Turchi; nè il papa lasciò indietro finezza alcuna che egli non usasse verso di questo piissimo principe, suo grande amico. Nel dì 6 di luglio, come vuole il Corio [Corio, Istoria di Milano.], oppure nel mese d'agosto, come scrive Cristoforo da [28] Soldo [Cristoforo da Soldo, Istor. Bresc., tom. 21 Rer. Ital.] (il Sanuto [Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.] mette questo fatto all'anno seguente), Galeazzo Maria Sforza duca di Milano celebrò le sue nozze con Bona sorella del regnante allora Amedeo duca di Savoia, ma contro la volontà di esso Amedeo, e di Filippo di Savoia suo fratello. Trovavasi questa principessa alla corte di Luigi XI re di Francia, colla sorella Carlotta moglie di esso re; e il bello fu che il medesimo re non solo l'accordò egli al duca di Milano, ma formò anche i capitoli nuziali, concedendole in dote la città di Vercelli, se il duca l'acquistasse colle armi, disponendo in questa maniera della roba altrui. Ma somiglianti esempli si son anche veduti ai nostri dì. Fondato poi su così vano titolo Galeazzo, nel settembre allestì l'armi sue per andare addosso a Vercelli. Conosciuta la di lui intenzione il duca di Savoia, ossia la reggenza sua, fece tosto lega co' Veneziani, i quali, nel mese d'ottobre, inteso che le milizie di lui erano in moto contro Vercelli, gli spedirono un lor cancelliere ad intimargli la guerra, se non desisteva dall'offendere gli Stati del duca di Savoia lor collegato. Bastò questo perchè Galeazzo mettesse giù i sassi, e rimandasse ai quartieri la sua gente. Non par molto da lodare il Guichenone [Guichenon, Hist. de la Maison de Savoye, tom. 1.], che francamente asserisce ingannato il Corio, allorchè accenna questa briga [Corio, Istor. di Milano.] insorta fra i due duchi. Il Corio era allora vivente, e questo fatto viene anche confermato da Cristoforo da Soldo [Cristoforo da Soldo, Istor. ubi sopra.], il qual diede fine nel presente anno alla sua Storia. Vuole inoltre il Guichenone che sbagliasse il Platina [Platina, in Vita Pauli II Papae.], scrivendo che il duca di Milano non volle comprendere nella pace conchiusa da papa [29] Paolo il duca di Savoia e Filippo suo fratello, ed aver gastigato dipoi il suo ministro per aver ceduto su questo punto. Ma come mai ne vuol sapere di più d'uno storico, vivente allora in Roma, il Guichenone sì lontano da questi tempi, e niuno argomento in contrario adducendo, se non il silenzio degli scrittori savoiardi? Che testa fosse quella del suddetto duca Galeazzo, si conobbe tosto dopo la morte del padre, perchè abbassò tutti i di lui saggi ministri, e ne prese de' nuovi cattivi; ma spezialmente si comprese in quest'anno da un altro suo fatto [Corio, Istor. di Milano.]. Le obbligazioni sue verso la duchessa Bianca Visconte sua madre erano grandi, sì per li motivi che concorrono in tutti i figliuoli, e sì perchè principalmente da lei dovea egli riconoscere l'acquisto di quel fioritissimo dominio. Con tutto ciò cominciò a maltrattarla, e crebbe tanto la discordia e lo sdegno fra loro, che Bianca principessa savia, limosiniera ed amata da tutti i popoli, si ritirò a Cremona sua città dotale, così non di meno alterata, che se il figliuolo le avesse recati maggiori disturbi, era disposta a darsi a' Veneziani. In Cremona poi per tanti disgusti cadde essa inferma, ed andò tanto innanzi il male, che nel dì 19 d'ottobre, come vuol Cristoforo da Soldo, o piuttosto nel dì 23 d'esso mese, come ha il Corio, diede fine al suo vivere. L'autore della Cronica di Bologna [Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.] dice che essa duchessa morì nel dì 24 d'ottobre. Ne mostrò Galeazzo Maria, almeno in apparenza, gran dispiacere, e fatto condurre a Milano il suo corpo, con solenni funerali gli fece dar sepoltura. Corse allora un'orrida voce che di veleno ella morisse. Quando ciò fosse vero, chi possiam noi dubitare che commettesse sì nero misfatto? Ma verosimilmente fu questa una diceria di persone maligne. Parimente mancò di vita in quest'anno Sigismondo [30] Malatesta signor di Rimini nel dì 22 d'ottobre, come scrive il Corio. Negli Annali di Forlì [Annales Forolivien., tom. 22 Rer. Ital.] è scritto il dì 15 d'esso mese. Error de' copisti sarà o nell'uno oppur nell'altro testo. Vanno concordi gli storici pontifizii, l'Ammirati e l'autore della Cronica di Bologna, nel dire che l'alterigia, la lascivia, le trufferie, la crudeltà deformarono di troppo la di lui vita, oltre all'eresia, di cui dicono ch'egli fu macchiato. S'era questo iniquissimo uomo, come dicemmo, ridotto al dominio della sola città di Rimini, e questa anche priva del meglio del suo territorio. Lasciò dopo di sè due figliuoli bastardi Roberto e Sallustio. Isotta, dianzi sua concubina, poi moglie, restò per allora al governo di Rimini. Roberto prese la rocca di Cesena, ma poi la rilasciò ai ministri del papa, con passare ai servigi del medesimo pontefice. Cessò ancora di vivere nel dì 2 di maggio Astorre de' Manfredi signor di Faenza, a cui succedette nella signoria di quella città Carlo suo figliuolo. Poscia verso il fine di luglio Imola alzò le bandiere di San Marco. Diedero tali mutazioni nella Romagna motivo a varii torbidi, dei quali si parlerà all'anno seguente. Abbiamo ancora da Marino Sanuto [Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.] che in quest'anno il celebre cardinal Bessarione, Greco di nascita, fece dono dell'insigne sua libreria di manoscritti alla repubblica veneta: dono che anche oggidì sarebbe d'immenso prezzo, e molto più fu in questi tempi, nei quali appena era nata la stampa. Il catalogo d'essi codici è ultimamente stato dato alle stampe.


   
Anno di Cristo MCCCCLXIX. Indiz. II.
Paolo II papa 6.
Federigo III imperadore 18.

Dopo avere l'imperador Federigo soddisfatto alla sua divozione in Roma, e smaltiti [31] i suoi affari col pontefice nel dì 9 di gennaio [Raynaldus, Annal. Ecclesiast.], congedatosi da lui, si rimise in viaggio alla volta della Germania. Giunse a Ferrara [Cronica di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital.] nel dì 27 del medesimo mese, e il duca Borso con somma magnificenza lo alloggiò. Fu in quella città gran concorso di principi, d'ambasciatori e di nobiltà sì del paese, come forestiera. Fra gli altri ambasciatori si contò quello del re Ferdinando di Napoli, che da Roma sino a Ferrara non avea potuto ottenere udienza da esso imperadore. Quivi si presentò a lui con gran prosunzione e poca riverenza; e poi senza essere invitato andò a porsi a sedere a lato del medesimo Augusto: del che mormorò tutta l'assemblea. Nota l'autore della Cronica di Ferrara che sterminata fu la folla di coloro che si fecero crear conti, palatini, cavalieri, dottori e notai, con faccoltà di conferire ad altri i medesimi onorifici titoli, e di legittimare bastardi e spurii, e di ridurre al primo stato di buona fama i falsarii ed infami. Non si può dire quanto scialacquamento facessero allora di sì fatti privilegii gl'imperadori: tutto per empiere la borsa. Il cancelliere di questo Augusto sapea ben vendere caro quella mercatanzia di fumo; ed avrebbe voluto, se fosse stato possibile, scorticar que' corrivi, parte de' quali gli tennero anche dietro fino a Venezia. Nel dì 2 di febbraio s'inviò l'Augusto Federigo alla volta di Padova, dove ricevè inestimabili onori dalla signoria di Venezia. Era l'imperadore vecchio, e con pochi denti in bocca, ma clementissimo, cortese, e spezialmente dotato di religione e pietà, pregio ereditario dell'augustissima casa d'Austria. Si sconvolse ancora in quest'anno la quiete d'Italia per cagione di Rimini [Jacobus Papiensis, Comment., lib. 5.]. Ne era, dopo la morte di Sigismondo Malatesta, rimasta in possesso Isotta, di bassa donna e concubina, divenuta sua moglie. Roberto bastardo di [32] esso Sigismondo, giovane, secondo l'Ammirati [Ammirat., Istor. Fiorent. lib. 23.], di mirabil talento, pieno di valore, e d'altre belle doti ornato in una parola, affatto dissimile dal padre malvagio, si trovava allora ai servigli del pontefice sulle frontiere dello Stato ecclesiastico verso il regno di Napoli. Isotta, non credendosi abile a sostenere il suo dominio in Rimini, benchè non amasse Roberto a guisa delle altre matrigne, pure desiderò d'averlo a parte nel governo. Allora Roberto volò a Roma, e fatto credere al papa che, ottenuto il possesso di Rimini, lo rimetterebbe tosto alle sue mani, con ricavarne altri suoi vantaggi, impetrò licenza di venire. Giunto a Rimini, mandò a filar la matrigna, e conciliatosi l'amore di tutti, per fortificarsi meglio coll'aderenza di Federigo conte d'Urbino, prese una di lui figliuola per moglie.

Stavano i ministri del papa aspettando a bocca aperta che Roberto di dì in dì consegnasse la città, quand'ecco, con far prigione un suo confidente, che veniva da Napoli, portando gran somma di danaro, scuoprono aver egli fatta lega col re Ferdinando. Se ne turbò a maraviglia il pontefice, ed irritato non men contra di lui che contra del re, nel dì 28 di maggio fece lega offensiva e difensiva co' Veneziani, e tosto si accinse a far guerra al medesimo Roberto, non volendo sofferire che una città della Chiesa senza titolo venisse da lui occupata. Scelse per generale dell'armi sue Alessandro Sforza, valoroso signor di Pesaro, che volentieri assunse quell'impiego per isperanza, prendendo Rimini, d'impetrarne il vicariato dal papa. Spedite dunque le milizie pontifizie, e venuti rinforzi di cavalleria e fanteria dallo Stato veneto, condotti da Pino degli Ordelaffi signore di Forlì, Alessandro coll'arcivescovo di Spalatro nel mese di luglio si portò sotto Rimini, e sulle prime per inganno s'impadronì d'uno di quei borghi. Roberto [33] virilmente si difese; sperava anche di far cose più grandi. Intanto i Fiorentini, sapendo, oppure fingendo di sapere, che il papa veneziano avea promesso ai Veneziani, poco loro amici, di lasciarli entrare in possesso di Bologna, città allora governata dai Bentivogli, spedirono in sussidio del Malatesta Roberto San Severino lor capitano con un corpo di gente. In persona ancora vi accorse Federigo conte d'Urbino, che non volea lasciar perire il genero. Venne inoltre inviato dal duca di Milano in aiuto di lui Tristano Sforza con secento cavalli. Quel che è più, arrivò Alfonso duca di Calabria, inviato dal re suo padre, con cinque mila cavalli, due mila fanti e quattrocento balestrieri: possente rinforzo al Malatesta, ma che acquistò al re Ferdinando un grave reato d'ingratitudine nel cuore di papa Paolo. Nel dì 23 d'agosto [Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital. Jacobus Papiens., Ep. 338.] si venne ad un fatto d'armi fra queste due armate, e tutti menarono ben le mani. In fine se n'andò sconfitto il campo della Chiesa, ma con uccisione di pochi, perchè in questi tempi gl'Italiani faceano la guerra non da barbari, ma da cristiani, e davano quartiere a chiunque, non potendo resistere, si rendeva. Tre mila furono i prigionieri; venne messo a sacco tutto il bagaglio, e preso insieme con alcuni cannoni il carriaggio dei vinti, e di assai mercatanti che seguitavano l'armata. Arrivò bensì, ma troppo tardi, Ercole Estense, spedito da' Veneziani con molte squadre, ed almeno servì a fortificare ed assicurar il campo dei Pontifizii, che s'andò poco a poco rimettendo in piedi. Roberto Malatesta colle sue brigate riacquistò più di quaranta castella nel distretto di Rimini e in quello di Fano. Fu creduto a Roma che a' Veneziani non piacesse nè la rovina del Malatesta, nè il maggiore ingrandimento della Chiesa in Romagna, provincia da essi amoreggiata.

Portata la nuova di questo infelice [34] combattimento a Roma, riempiè di affanno l'animo del pontefice; ma non potè punto abbattere il di lui coraggio, nè la speranza di vendicarsi del Malatesta e del re Ferdinando, massimamente dappoichè ebbe ricevuto delle magnifiche promesse di assistenza dal senato veneto. Cominciò allora un trattato per far ritornare in Italia contra Ferdinando Giovanni duca d'Angiò, figliuolo del re Renato, e principe di gran valore, ma di poca fortuna, signore allora della Provenza, ed anche eletto per loro sovrano dai Catalani. Ma questo principe mancò di vita nell'anno seguente; e intanto i Turchi più che mai divenivano orgogliosi e potenti per le continue loro conquiste: tutti accidenti che sconcertarono le misure del papa, e il costrinsero infine ad accettar quelle leggi che vollero dargli i vincitori. Venne a morte nel dì 3 di settembre dell'anno presente [Ammirati, Ist. di Firenze, lib. 23.] Pietro de Medici figliuolo di Cosimo il Magnifico, che fortunatamente avea sostenuta fin qui la sua primaria autorità nella repubblica fiorentina, con restare di lui due figliuoli, cioè Giuliano e Lorenzo; l'ultimo de' quali, personaggio di maraviglioso ingegno e di nobilissimo genio, accrebbe di molto la gloria della casa de Medici. Tal polso di amici e aderenti in quella repubblica ebbero questi due fratelli, che non si mutò punto il governo; e restando in auge la lor fazione, quella de' fuorusciti vide andar deluse le sue speranze di rientrare con tal occasione nella lor patria.


   
Anno di Cristo MCCCCLXX. Indiz. III.
Paolo II papa 7.
Federigo III imperadore 19.

Passò tutto l'anno presente senza rumori di guerra; quiete si trovò dappertutto. Pure più che in altri tempi fu essa piena di affanni, a ragion de' felici progressi dell'armi di Maometto II imperadore [35] de' Turchi, le quali riempirono di terrore tutte le contrade italiane [Raynaldus, Annal. Eccles. Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Italic.]. Avea giurato questo Barbaro di non voler mai posa, finchè non avesse sterminati i cristiani, ed abolita la santa nostra religione. Però con immenso esercito passò in persona all'isola di Negroponte, sottoposta allora all'inclita repubblica di Venezia, ed imprese l'assedio della città capitale nel mese di giugno. Molti e ferocissimi furono gli assalti, perchè era città fortissima, e tenuta per inespugnabile, senza curare il sultano se sagrificava le vite di parecchie migliaia dei suoi, per la grande ansietà di far quello acquisto. Soccorso non venne mai alla oppressa città, o perchè non poteano competere colle tante forze dei Maomettani quelle della sola repubblica veneta, o perchè avendo essa in mare una bella flotta, troppo tardi questa accorse in aiuto [Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.]. Fu anche tacciato Niccolò Canale general de' Veneziani di non aver ben provveduta di presidio quell'importante città, e di non avere o impedito o rotto (con supporre che agevolmente si potesse) il ponte fabbricato da' Turchi per passare nell'isola. Comunque sia, fu presa per assalto la città di Negroponte nel dì 12 di luglio con grande mortalità di Turchi, ma con essere poi messa a fil di spada la maggior parte dei soldati ed abitanti cristiani. Questo gran colpo, fatto dal comune nimico con danno e vergogna del cristianesimo, mise il cervello a partito al pontefice Paolo, che, lasciata andare la briga di Rimini e la collera contra del re Ferdinando, cominciò a trattar caldamente con lui e cogli altri principi d'Italia per rinnovare ed assodar la lega sacra. Meglio sarebbe stato il provvedere, quand'era tempo, acciocchè non cadesse Costantinopoli in mano di que' cani, e dopo anche la sua caduta più proprio sarebbe stato l'impiegar in Levante l'armi cristiane contra de' Turchi, [36] e non già in Italia contra degli altri cristiani. Ma il male è vecchio, e questo dura ancora, anzi è cresciuto, e la mia penna non osa dire di più. Si conchiuse dunque nel dì 22 di dicembre [Raynaldus, Annal. Eccles. Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.] una lega fra il papa, il re Ferdinando, Galeazzo Maria duca di Milano e i Fiorentini, essendo anche entrati in essa come principali contraenti Borso duca di Modena, signor di Ferrara, ed altri principi e comunità.

Fu circa questi tempi che in Roma venne istituita un'accademia d'uomini dotti [Platina, in Vita Pauli II Papae.]. Di questi abbondava anche allora quella gran città. Imperocchè, spezialmente nel presente secolo, gl'ingegni italiani si applicarono a far rifiorire le lingue greca e latina e l'erudizione; nè solo in Roma, città sempre asilo di chi si distinse nella letteratura, ma anche in Napoli, Venezia, Milano, Firenze, Ferrara, Brescia, e in non poche altre città, nelle quali si trovavano valentuomini, e fra essi molti che fecero e fan tuttavia grande onore all'Italia, grammatici, poeti, oratori, storici, ec. Applicaronsi in oltre alcuni a coltivar meglio di prima la filosofia, chi illustrando Aristotile, e chi resuscitando gl'insegnamenti di Platone; fra i quali ultimi salì in sommo credito per la singolar sua industria Marsilio Ficino Fiorentino. Nell'accademia romana, in cui si contavano Pomponio Leto, il Platina e molti altri cospicui letterati, si cominciò ancora a studiare ex professo l'erudizione romana, le antichità, le medaglie, e particolarmente la filosofia platonica. Ma insorsero tosto timori che studio tale tendesse a risvegliare la filosofia degli accademici, non quella che propriamente vien da Socrate e da Platone, ma la susseguente, che insegnava a dubitare di tutto. Nacquero inoltre sospetti, che si tramassero insidie alla vita del medesimo pontefice; e però di quei letterati chi fuggì, e chi, posto in prigione, non andò [37] esente dai tormenti. Anche a Bartolomeo Platina toccò la medesima disavventura, e dopo il patimento di varii mesi di carcere, per interposizione di Francesco Gonzaga cardinale di Mantova, fu liberato [Ammirati, Istor. Fiorent.]. Restano tuttavia le sue doglianze nella vita del medesimo pontefice Paolo II, il quale perciò non fu creduto che contasse fra i suoi pregi quello d'amare e favorire chi amava e coltivava le buone lettere. Corse pericolo in questo anno ancora la Lombardia che si accendesse nuovo incendio di guerra, perchè Galeazzo Maria duca di Milano, sdegnato contra de' signori di Correggio, raccomandati de' Veneziani, avea già mosse le armi contra di loro, ed era venuto per questo a Parma. Il saggio duca Borso Estense, glorioso anche pel titolo di essere stato il paciere d'Italia [Cronica di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital.], corse tosto a Parma, e tanto si adoperò, che si placò il di lui sdegno, e si deposero l'armi.


   
Anno di Cristo MCCCCLXXI. Indiz. IV.
Sisto IV papa 1.
Federigo III imperadore 20.

Grande era la stima che professava il pontefice Paolo II alla persona e al raro merito del suddetto duca Borso; fra loro ancora passava stretta amicizia. Volle il papa in quest'anno accordare a lui una grazia, che Pio II non gli avea mai voluto concedere. Non portava Borso se non il titolo di duca di Modena e di Reggio, e conte di Rovigo, dignità a lui conferita, siccome già dissi, da Federigo III imperadore, come sovrano di quegli Stati. Desiderava egli ancora di potersi intitolare duca di Ferrara, nè il pontefice sovrano di essa città seppe negargli tal grazia [Infessura, Diar. P. II, tom. 3 Rer. Ital. Cron. di Ferrara.]. Mosse dunque Borso da Ferrara nel dì 13 di marzo alla volta di Roma con accompagnamento d'incredibil [38] magnificenza. Centotrentaotto muli, parte coperti di velluto, parte di panno di varii colori alla sua divisa, portavano i suoi ricchi e preziosi arredi. Nobiltà a folla, cento staffieri, ed altri familiari e guardie l'accompagnavano a centinaia con tale sontuosità, che Roma stessa, benchè avvezza a cose grandi, ebbe di che maravigliarsi. Di molti onori e finezze ricevette egli dal sacro senato de' porporati, e non meno dal pontefice stesso, da cui nel dì 14 di aprile, giorno santo di Pasqua, nella basilica vaticana fu solennemente creato duca di Ferrara colle formalità solite a praticarsi in simili congiunture. Colmo di favori e di grazie se ne tornò poscia a Ferrara, ed arrivò colà nel dì 18 di maggio con somma allegrezza del popolo suo, ma allegrezza che da lì a non molto andò a finire in pianto. Portò egli seco da Roma certe febbri che diedero sospetti di lento veleno. Quel che è fuor di dubbio, nel dì 27 del mese suddetto egli terminò il corso di sua vita. Delle maravigliose doti di questo principe ho io favellato altrove [Antichità Estensi, P. II.], nè qui voglio ripetere il già detto. Basterà sapere, che laddove altri attendono ad acquistare i paesi altrui con sommo aggravio de' proprii [Annal. Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.], Borso altra applicazione non ebbe che quella di conquistar il cuore de' suoi sudditi con tutte le virtù e maniere necessarie per questo, e di farsi amare e rispettare da tutti i principi dell'Italia: il che gli riuscì; tanto era affabile e protettor della giustizia, sommamente magnifico in tutte le sue azioni, e pieno d'amorevolezza e clemenza; di modo che il savio e soavissimo suo governo passò in proverbio, e dura tuttavia in queste e in altre contrade, dove si dice: Che non è più il tempo del duca Borso. È da vedere il nobilissimo elogio fatto a questo glorioso principe dal vivente allora Jacopo Filippo storico bergamasco [Jacobus Philippus Bergom., Chron.]. Sperava Niccolò d'Este, [39] figliuolo legittimo del fu bastardo marchese Lionello, di succeder egli nella signoria di Ferrara. Più diligente, ed assistito anche dal popolo di Ferrara, fu Ercole d'Este, fratello di Borso, ma legittimo, perchè nato da Ricciarda da Saluzzo, moglie del marchese Niccolò III signor di Ferrara. Si mise egli in possesso prontamente di Ferrara; e questo esempio si tirò ancora dietro le altre città, che subito il proclamarono per loro signore. Ritirossi Niccolò a Mantova, aspettando miglior tempo per far valere le sue pretensioni. Così dagl'illegittimi tornò nei legittimi principi della casa d'Este il dominio di Ferrara e degli altri Stati; ed Ercole I duca si diede a governar con giustizia, liberalità ed amore i suoi popoli, guardandosi nondimeno dalle insidie del suddetto Niccolò suo nipote. Imperocchè non solo il marchese di Mantova Lodovico, ma anche Galeazzo Maria duca di Milano aveano presa la protezione di lui, ed era dopo la morte di Borso venuto sul Parmigiano l'esercito d'esso duca con brutta disposizione d'intorbidar la successione del duca Ercole, se non fosse avvenuto che anche i Veneziani mossero le lor armi in favore d'Ercole: il che veduto dal duca di Milano, mostrò di avere per tutt'altro fatta quella mossa di gente.

Poco stette a mancare di vita anche il pontefice Paolo II. Godeva egli buona sanità, avea anche allegramente cenato; pure nella notte del dì 25 venendo il dì 26 di luglio si trovò morto in letto per accidente d'apoplessia. Pochi in questi tempi erano i principi, massimamente dei rapiti da subitanea morte, che non fossero suggetti alle dicerie del volgo, quasi che violento fosse stato il lor passaggio all'altra vita. Non mancò dunque chi sospettasse tolto questo pontefice dal mondo col veleno, e giunsero fino a dire ch'egli morì strangolato [Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.]: tutti vani giudizii, e senza buon fondamento spacciati da chi forse non amava questo vicario [40] di Cristo, pontefice, al qual certo non perdonarono le penne d'alcuni, e massimamente del Platina [Platina, Vita Pauli II Papae.], dell'autore della Cronica di Bologna [Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.], del Corio [Corio, Istor. di Milano.] e dell'Ammirati [Ammirati, Ist. di Firenze, lib. 23.]. Ma son da vedere i di lui pregi nella Vita che ne compose Marco Cannesio [Cannesius, Vita Pauli II, P. II, tom. 3 Rer. Italic.], e nelle Epistole del Fidelfo [Philelphus, in Ep.] e presso altri autori. Soprattutto è stata abbondantemente difesa da varie imputazioni la memoria di questo pontefice dal vivente insigne e chiarissimo cardinale Angelo Maria Querini vescovo di Brescia e bibliotecario della santa romana Chiesa, la cui erudita penna, nel dare alla luce la Vita scritta dal suddetto Cannesio, ci ha anche provveduti d'una nobile apologia del medesimo pontefice, ed ha messi in chiaro i pregi che in lui si osservarono. Quel solo che forse non si può negare, per testimonianza di Jacopo Filippo da Bergamo [Jacobus Philipp. Bergom., in Chron.], egli morì amato da pochi, e odiato quasi da tutti, senza che ne apparisca alcuna patente ragione. Successor suo nel pontificato fu Francesco dalla Rovere, cardinale di San Pietro in Vincula, già stato generale dell'ordine di san Francesco, bassamente nato in una villa del territorio di Savona, ma versatissimo nella teologia e nei sacri canoni. Se a questo gran sapere corrispondessero poscia i fatti, non tarderemo a vederlo. Eletto nel dì 9 d'agosto [Vita Sixti IV, P. II, tom. 3 Rer. Ital. Infessura, Diar. tom. eod. Platina, Vita Sixti IV Papae.], prese il nome di Sisto IV, e nel dì 25 d'esso mese fu coronato; ma in quella magnifica funzione tal tumulto insorse nella plebe, ch'egli andò a pericolo della vita, e gli toccarono anche molte sassate. Si stese la cattiva influenza di quest'anno anche a Cristoforo Moro doge di Venezia, perchè nel dì 9 di novembre compiè [41] il corso del suo vivere con cattiva fama d'ipocrita, di vendicativo, di doppio ed avaro, come lasciò scritto Marino Sanuto [Sanuto, Ist. Ven., tom. 22 Rer. Ital.]. Fu poscia eletto doge Niccolò Tron, uomo ricco, liberale e di grand'animo.

Col pretesto d'un voto, volle in questo anno, sul principio di marzo [Corio, Istoria di Milano.], Galeazzo Maria Sforza duca di Milano fare un viaggio a Firenze colla duchessa Bona sua consorte. La straordinaria pompa con cui egli andò (matta pompa, perchè fatta senza necessità veruna) vien descritta dal Corio. Basterà sapere, che oltre all'immensa comitiva di nobili, cortigiani, staffieri e guardie, tutti superbamente vestiti, ascendente al numero di due mila cavalli e di ducento muli da carico, egli si fece condur dietro anche cinquecento coppie di cani di diverse maniere, e grandissimo numero di falconi e sparvieri. Spese in questo borioso apparato ducento mila ducati d'oro. Gli onori a lui fatti da' Fiorentini parve che andassero anche essi all'eccesso [Ammirati, Istor. Fiorentina, lib. 23.]. Tre sontuosissimi spettacoli furono in tale occasione fatti in Firenze, che riempierono d'ammirazione i Lombardi. Sopra tutti sfoggiò allora nella magnificenza Lorenzo de Medici, nel cui palazzo presero alloggio il duca e la duchessa. Servì questa visita a strignere maggiormente l'amicizia tra esso duca e Lorenzo. Strana cosa è, come il Corio scrive, che, mentre allora soggiornava il duca in Firenze, accadde la battaglia della Molinella tra Bartolomeo Coleone e i collegati. Abbiam veduto che tal fatto d'armi avvenne nell'anno 1467, ed essere diversa questa andata da quella. Passò dipoi il duca di Milano a Lucca, dove da quella repubblica ricevette riguardevoli onori e grossi regali. E di là si trasferì a Genova [Giustiniani, Istor. di Genova. Anton. Gall., Comment., tom. 23 Rer. Ital.]. Non mancò questa nobil città di accogliere con tutti i segni di onorevolezza e decoro il suo principe, e il [42] regalò ancora; ma ossia che i regali e gli onori paressero a lui molto meno che i ricevuti da chi non era suo suddito, oppure che gli desse negli occhi l'alterigia di quel popolo: certo è ch'egli mostrò poco gradimento del loro operare, e da lì innanzi parve che odiasse, o almen poco amasse i Genovesi. Però appena fermatosi ivi per tre giorni, all'improvviso quasi fuggendo, se ne tornò a Milano, e cominciò poi ad accrescere le fortificazioni al castelletto e alle fortezze di quella città, con dispiacere e mormorazione di quei cittadini. Cosa producesse un tal contegno, non istaremo molto a vederlo.


   
Anno di Cristo MCCCCLXXII. Indiz. V.
Sisto IV papa 2.
Federigo III imperadore 21.

Non mostrò minor zelo de' predecessori il pontefice Sisto per opporsi agli smoderati progressi delle armi turchesche in Levante [Raynaldus, Annal. Eccl.]. A questo fine intimò le decime agli ecclesiastici in varii regni, e spedì legati per raccogliere la pecunia. Uno di questi fu il cardinal Rodrigo Borgia vescovo di Valenza (poscia Alessandro VI papa), che, in ricompensa di avere co' suoi maneggi aiutato Sisto a conseguire il papato, ottenne d'andar legato in Ispagna, dove, per testimonianza del cardinal di Pavia [Jacobus Papiensis Cardinal., Epist. 134.], fece un gran bottino per sè, con aggravio degli Spagnuoli, e senza profitto della guerra contra del Turco. Armò dunque il papa trentaquattro galee, e ne diede il comando al cardinale Olivieri Caraffa. Cinquanta altre ne misero in mare i Veneziani, e ventiquattro il re di Napoli Ferdinando. Saccheggiò varii paesi de' Turchi, prese, mise a sacco e poi diede alle fiamme la città delle Smirne; e qui terminarono tutte le prodezze, che certo non guastarono punto gli affari del tiranno d'Oriente, al quale con più fortunati [43] successi fece negli stessi tempi guerra Usumcassano re di Persia. Con tutto ciò tornato a Roma nel gennaio seguente esso cardinale, vi fece la sua entrata come trionfante con venticinque Turchi prigioni, e dodici cammelli che portavano le spoglie de' nemici. In mezzo a questi pensieri militari non ommetteva papa Sisto quello d'ingrandire i suoi nipoti bassamente nati; che questa era la principal cura dei papi d'allora. Creò prefetto di Roma Leonardo dalla Rovere, figliuolo d'un suo fratello, e gli procurò un riguardevole accasamento, cioè una figliuola bastarda del re Ferdinando. Diede parimente la sacra porpora a Giuliano, figliuolo anch'esso di un suo fratello, il qual poi fu papa Giulio II. Ma spezialmente inclinava il suo amore a due suoi nipoti, cioè a Pietro e Girolamo Riarii, con tale eccesso, che fu creduto esser eglino piuttosto figliuoli che nipoti suoi. Pietro, di vil fraticello francescano che era, divenne amplissimo cardinale del titolo di San Sisto, patriarca di Costantinopoli e poi arcivescovo di Firenze. Come in fine esaltasse l'altro nipote Girolamo, lo vedremo a suo tempo. Seppe ben profittare il re Ferdinando del soverchio genio di questo papa verso i nipoti, perchè col mezzo del sopraddetto matrimonio ricuperò da lui il ducato di Sora [Jacobus Papiensis, Ep. 134, 439. Raynaldus, Annales Eccl.], ed ottenne non solamente la remission de' censi non pagati in addietro pel regno di Napoli, ma anche l'esenzione dal pagar censo in avvenire sua vita naturale durante: il che diede occasione di non poche doglianze ai cardinali zelanti.

Per cagione d'una miniera d'allume di rocca scoperta circa questi tempi nel territorio di Volterra, nacque non lieve discordia nell'anno presente fra la repubblica fiorentina, padrona di quella città, e il popolo della medesima [Anton. Hyvan., Comment., tom. 23 Rer. Ital. Ammirat., Istoria di Firenze, lib. 23.], [44] pretendendo non men gli uni che gli altri l'utile di quella scoperta. Vennero per questo litigio i Volterrani alla ribellione; laonde i Fiorentini, preso per loro generale Federigo conte d'Urbino, inviarono il campo intorno a Volterra, da ogni parte bloccandola. Anche il papa vi mandò molte delle sue milizie per timore che questo picciolo fuoco crescendo producesse un incendio maggiore. Ne ebbero ancora dal duca di Milano. Per alcun tempo fu angustiata quella città in maniera che, non apparendo speranza di soccorso, furono obbligati i cittadini a sottomettersi. I capitoli dell'accordo erano già sottoscritti, e dovea restar salva la città; ma uno scellerato Veneziano, per nome Giovanni, di nascosto v'introdusse i soldati, e gli animò al sacco. Restò la misera città preda di quella sregolata gente, contuttochè il conte d'Urbino facesse ogni sforzo per frenare tanta iniquità, e facesse poi impiccare quel Veneziano. Così tornò Volterra alle mani de' Fiorentini, e laddove essa dianzi si pretendea piuttosto collegata che suddita loro, perdè tutti i suoi privilegii, e si vide piantare addosso una fortezza capace di tenerla in freno da lì innanzi. Passò a miglior vita nel dì 28 di marzo [Guichenon, Hist. de Maison de Savoye.], vigilia di Pasqua Amedeo IX duca di Savoia in età di soli trentasette anni. Nei bei giorni della sua vita fu egli afflitto dal mal caduco, ossia dall'epilessia; ma egli, siccome pieno delle massime sante del Vangelo, riceveva questa afflizione col medesimo volto, con cui altri riceve la felicità di questa vita. Inesplicabil era il suo amore e la sua liberalità verso de' poveri; in una parola, tali furono le sue virtù, e massimamente la religione e pietà, che meritò da' suoi popoli il titolo di beato; e fu anche detto che alla sua tomba erano per virtù divina succedute varie miracolose guarigioni. A lui succedette nel ducato di Savoia e principato di Piemonte Filiberto suo figliuolo primogenito.

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Anno di Cristo MCCCCLXXIII. Indiz. VI.
Sisto IV papa 3.
Federico III imperadore 22.

In quest'anno ancora la flotta delle armi cristiane, composta di galee pontifizie, veneziane e napoletane, passò a' danni de' Turchi, ma senza che si possa contare impresa alcuna degna di memoria. Quel che è peggio, i Turchi vennero sino in Friuli, e recarono a quel paese incredibili danni [Simonetta, Vita Francisci Sfortiae, tom. 21 Rer. Ital. Corio, Istor. di Milano.]. Già vedemmo che Ercole Estense, figlio legittimo e naturale di Niccolò III marchese di Ferrara (e non già solamente naturale, come qualche disattento storico lasciò scritto), era stato nemico di Ferdinando re di Napoli, ed avea militato contra di lui in favore del duca d'Angiò. Ora dacchè egli fu creato duca di Ferrara, ravvivò l'antica amicizia con esso re, e nell'anno precedente si accordò di prendere in moglie Leonora d'Aragona, figliuola legittima e naturale del medesimo re [Cronica di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital.]. Con suntuoso accompagnamento nel mese di giugno si partì da Napoli questa real principessa, condotta da don Sigismondo d'Este fratello del duca Ercole, e giunse a Roma. Che grandiosi spettacoli e magnifiche feste si facessero quivi per onorarla, s'io volessi ridirlo, non la finirei sì tosto. Se n'ha un'ampia descrizione nella Storia del Corio [Corio, Istor. di Milano.] e negli Annali Piacentini del Rivalta [Annales Placentini, tom. 20 Rer. Ital.]. Ne parla anche l'Infessura [Infessura, Diar., P. II, tom. 3 Rer. Ital. Cardinal. Papiensis, Ep. 558. Vita Sixti IV, P. II, tom. 3 Rer. Ital.], oltre altri autori, e n'ho parlato anch'io nella parte II delle Antichità Estensi. Di singolari finezze ed onori le fece il papa; ma il cardinal Pietro Riario suo nipote diede in tali sfoggi di magnificenza, che se non superò, [46] certo uguagliò i più splendidi monarchi degli antichi secoli. Per ordine suo fu coperta di velami tutta la piazza de' santi Apostoli, alzato in essa un superbo palagio di legname con tre sale sostenute da colonne messe a oro, e ornate con fregi mirabili, fontane, credenze piene di vasi d'oro e d'argento, dove varie rappresentazioni si fecero. Tralascio il resto. In un solo convito fu creduto ch'egli spendesse venti mila ducati d'oro: cose tutte applaudite sommamente dalla gente mondana, ma che con ribrezzo si miravano dai più saggi, non sapendo digerire che questo cardinale, riputato un altro papa, logorasse in tante vanità i tesori della Chiesa [Annales Placentini, tom. 20 Rer. Ital.]. Arrivò poscia a Ferrara questa principessa nel dì 3 di luglio [Antichità Estensi, P. II.], e quivi ancora con suntuosissime feste di molti giorni furono solennizzate le nozze.

Non visse oltre a quest'anno Niccolò Tron doge di Venezia, essendo succeduta la morte sua nel dì 28 di luglio [Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer Ital.], di cui fu successore Niccolò Marcello, eletto doge nel dì 13 d'agosto, uomo degno per le sue buone qualità di quel trono. Parimente nel presente anno andando a Venezia Alessandro Sforza signor di Pesaro, fratello del fu celebre Francesco I duca di Milano, infermatosi in una osteria per viaggio, quivi fece fine ai suoi giorni [Cronica di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital. Annales Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.], sul principio di aprile, con lasciare dopo di sè un'illustre memoria di essere stato uno dei più magnifici e prodi capitani del tempo suo. Pervenne il dominio di Pesaro a Costanzo Sforza suo figliuolo. Non contento il cardinal Pietro Riario suddetto delle smoderate spese fatte in Roma pel ricevimento di Leonora d'Aragona, volle inoltre che la Lombardia co' suoi occhi imparasse fin dove sapea giugnere la pazza sua magnificenza. Pertanto dal papa suo zio, o padre, il quale nulla sapea negargli, ottenuto il titolo di legato di tutta [47] l'Italia [Platina, Vita Sixti IV, P. II, tom. 3 Rer. Ital. Annal. Foroliviens., tom. 20 Rer. Ital.], venne a visitare il duca di Milano, e nel dì 12 di settembre pervenne a quella città. Tale era la comitiva sua, che di più non avrebbe fatto il pontefice stesso. E fu anche sì onorevolmente accolto, trattato e regalato dal duca, quasi come fosse un papa. La voce che corse allora, per attestato del Corio [Corio, Istor. di Milano.], fu, essere nei lunghi e scambievoli ragionamenti loro convenuti che il cardinale farebbe creare Galeazzo Maria re di Lombardia, con aiutarlo ad acquistar quelle città e terre che convenivano a tal dignità, e che il duca all'incontro aiuterebbe il cardinale con danari e genti d'armi a succedere nel papato. Certamente di gran discredito alla sacra corte di Roma doveano essere queste eccessive pompe e spese d'un cardinale nipote del pontefice, e i suoi passi, che davano campo a tali dicerie probabilmente false dei politici d'allora. Ma vedremo presto che Dio vi provvide. Secondo il Platina [Platina, Vita Sixti IV.], allora fu che il medesimo cardinale per quaranta mila ducati d'oro comperò la città d'Imola da Taddeo Manfredi, cacciato di là per una sedizione della moglie e del figliuolo. Di questa similmente col consenso del papa fece un dono a Girolamo Riario suo fratello. Se n'andò poscia il cardinale a Venezia, ma contro il parere del duca di Milano. Quantunque gli fosse fatto ogni possibil onore in quella città, nulladimeno comune credenza fu che i Veneziani in segreto il mirassero di mal occhio, attesa la stretta fratellanza osservata fra lui e il duca di Milano.


   
Anno di Cristo MCCCCLXXIV. Indiz. VII.
Sisto IV papa 4.
Federigo III imperadore 23.

Tornato che fu da Venezia a Roma il soprammentovato Pietro Riario cardinale di San Sisto e vescovo di più chiese, [48] gravemente si ammalò, e nel dì 5 di gennaio terminò colle sue grandezze la vita [Volaterranus, lib. 22. Infessura, P. II, tom. 3 Rer. Ital.]. L'eccesso de' piaceri, a' quali s'era abbandonato, probabilmente gli abbreviarono i giorni. Contuttociò comunemente fu creduto che il veleno lo avesse tolto dal mondo nel più bel fiore dell'età sua, forse a lui fatto dare da chi nol potea sofferire così onnipotente presso lo zio papa, e dissipatore scandaloso dell'erario pontificio [Corio, Istor. di Milano.]. Comunque sia, venne egli meno, e restò solamente una memoria troppo svantaggiosa di lui presso i saggi; poichè per conto del popolo e della prodigiosa copia de' suoi cortigiani, siccome tutti godevano della di lui prodigalità, così ancora tutti deplorarono l'immatura sua morte. Il savio cardinal di Pavia Jacopo Ammanati [Card. Papiensis, Epis. 548.] ci lasciò la descrizione de' costumi e delle azioni sue, tutti ridondanti in biasimo del pontefice zio, perduto nell'amore de' suoi nipoti. Mancò di vita in quest'anno in Ferrara, nel dì 6 d'agosto [Cronica di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital.], Ricciarda figliuola del marchese di Saluzzo, già moglie di Niccolò III d'Este marchese di Ferrara, e madre d'Ercole I duca di Ferrara. Ed in quella città arrivò nel dì 4 di dicembre don Federigo figliuolo del re Ferdinando, e fratello della duchessa Leonora, che dopo aver quivi ricevuto grande onore, passò alla corte di Milano. Probabilmente fu egli mandato dal padre colà per aver penetrato il maneggio che si facea di una lega fra i Veneziani, Fiorentini e il duca di Milano [Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.]. Ma non dovette arrivare a tempo per disturbare il trattato, perchè essa lega fu conchiusa nel giorno 20 di novembre [Corio, Ist. di Milano.], con restarne escluso lo stesso re Ferdinando. Se l'ebbe egli sommamente a male, e ne nacque non lieve sdegno [49] contra del duca di Milano, il quale avendo sempre in addietro avuti per nemici i Veneziani, si fosse ora unito con loro, abbandonando il vecchio amico e chi era padre d'Alfonso duca di Calabria cioè del marito d'Ippolita sorella di esso duca Galeazzo Maria [Ammirati, Istor. di Firen., lib. 24. Annal. Placentini, tom. 20 Rer. Italic.]. Però, tutto che fosse in quella lega lasciato luogo d'entrarvi al medesimo Ferdinando e a papa Sisto, niun di essi vi volle aver luogo. La somma intrinsichezza che passava fra esso papa e il re, quella appunto fu che mosse i Fiorentini a procurar quella lega.

Fu in quest'anno obbligato il pontefice a muovere le sue armi [Vita Sixti IV, P. II, tom. 3 Rer. Ital.], perchè in Todi nacque una pericolosa sedizione fra i cittadini per le fazioni guelfa e ghibellina. Accorsero gli Spoletini in soccorso de' Ghibellini, ed era per accendersi un gran fuoco per tutto quel ducato, se non fosse giunto colle sue brigate Giuliano dalla Rovere cardinale, che cominciò a fare il noviziato delle armi, e ad assumere spiriti guerrieri, continuato poi quand'anche asceso al pontificato prese il nome di Giulio II. Egli pacificò Todi, ed obbligò il popolo di Spoleti a rendersi ubbidiente a' suoi cenni. Ma perchè non prese ben le sue precauzioni, gli iniqui soldati, contro il di lui volere entrati in essa città di Spoleti, barbaricamente la misero tutta a sacco. Portossi dipoi il cardinal Giuliano a città di Castello per isloggiarne Niccolò Vitelli tiranno della medesima, che per un pezzo gagliardamente si difese, e diede anche delle buone percosse all'armata pontificia. Ottenne in oltre esso Vitelli soccorso dal duca di Milano e da' Fiorentini; eppure in fine, atterrito dalla venuta di Federigo conte d'Urbino, principe di molto valore, che circa questi tempi ottenne dal papa il titolo di duca, capitolò la resa della città. Poco tempo godè della sua dignità Niccolò Marcello [50] doge di Venezia, perchè nell'anno presente ai primo dì di dicembre [Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.] fu chiamato da Dio a più felice vita. In luogo suo fu posto Pietro Mocenigo, signor valoroso, che in questo medesimo anno avea fatto levare ai Turchi l'assedio da Scutari. Conchiuse in questo anno il re Ferdinando il matrimonio di Beatrice sua figliuola col famoso Mattia re d'Ungheria; ma l'esecuzione sua la vedremo solamente all'anno 1476. Venne ancora in quest'anno per Lombardia, ed andossene a Roma Cristierno re di Danimarca, al quale non mancò papa Sisto di far godere molti onori e regali, in guisa che il rimandò contento alle sue contrade.


   
Anno di Cristo MCCCCLXXV. Indiz. VIII.
Sisto IV papa 5.
Federigo III imperadore 24.

L'anno presente fu anno di pace per l'Italia, e in Roma fu anno di giubileo [Raynaldus, Annal. Eccles.]. Papa Sisto, che voglia avea di far questa sacra funzione, e desiderava nello stesso tempo di soddisfare alla divozion de' popoli, coll'accorciare gli anni del sacro giubileo, quegli fu che lo ridusse a venticinque anni, come tuttavia si costuma. Non si osservò gran concorso a Roma in tal congiuntura, perchè la Francia, l'Inghilterra, la Spagna, la Ungheria e la Polonia si trovavano in guerra. Vi andò bensì nel dì 6 di gennaio Ferdinando re di Napoli; ma colla sua divozione, secondo il solito de' principi, erano mischiati degli affari politici [Infessur., Diar. P. II, tom. 3 Rer. Ital.]. Sopprattutto a lui premeva di guastar la lega de' Veneziani col duca di Milano e co' Fiorentini, siccome poi gli venne fatto. Dicono inoltre, che avendolo o prima, o allora esentato il papa dal pagar censo pel regno di Napoli, cominciasse in quest'anno l'uso di presentar la chinea in luogo di censo nella vigilia della festa di San Pietro, in ricognizione [51] della sovranità pontificia sopra quel regno; il che tuttavia è in uso, ma colla giunta alla chinea d'alcune migliaia di ducati. V'andò anche Carlotta regina di Cipri, scacciata da quel regno, per cagion del quale insorsero gravissime liti. Ne rimase infine padrona la repubblica di Venezia, la quale in quest'anno si disgustò col re Ferdinando, perchè si scopri a lei contrario nell'affare di Cipri [Andrea Navagero, Ist. di Ven., tom. 23 Rer. Ital.]; e ritirò anche il suo ambasciatore da Roma, trovandosi burlata dal pontefice, perchè, dopo aver egli tratto tanto danaro delle borse cristiane, non si prendeva pensiero di soccorrere essi Veneziani nell'infausta guerra co' Turchi. E riuscì ben deplorabile nell'anno presente l'acquisto fatto da que' Barbari dell'importante città di Coffa nella Crimea, posseduta per tanti anni dai Genovesi. Così, per negligenza di chi dovea accudirvi, ogni dì più cresceva la potenza degli Ottomani, e calava quella della cristianità.

Ma se papa Sisto si prendea poca cura dei progressi dell'armi turchesche, avea ben a cuore l'esaltazione de' propri nipoti. Abbiamo dal Platina [Platina, Vita Sixti IV, P. II, tom. 3 Rer. Ital.] che in quest'anno egli procurò da Federigo duca d'Urbino Giovanna sua figliuola per moglie di Giovanni dalla Rovere suo nipote, e fratello del cardinal Giuliano, cioè di chi fu poi papa Giulio II. E perchè pareva indecente che la figliuola d'un principe fosse maritata con chi non possedeva Stati, Sisto vi trovò il ripiego, e fu quello di concedere al nipote in vicariato la città di Sinigaglia, colla bella terra e distretto di Mondavio: al che si opposero sulle prime i cardinali, ma con darla vinta infine all'autorità del papa, e alle preghiere d'esso cardinal Giuliano. Per tal maritaggio pervenne col tempo il ducato d'Urbino alla casa dalla Rovere. Nel novembre di quest'anno fu rapito dalla morte Leonardo nipote del papa e [52] prefetto di Roma. Succedette in essa dignità l'altro suo nipote, cioè il suddetto Giovanni. Morì ancora nell'ottobre di quest'anno Bartolomeo Coleone da Bergamo [Corio, Ist. di Mil. Sanuto, Ist. Ven., tom. 22 Rer. Ital. Navagero, Ist. Ven., tom. 23 Rer. Ital.], rinomato generale de' Veneziani, con lasciar erede de' suoi beni lo stesso senato veneto, che ne ebbe in soli danari più di ducento mila ducati d'oro, oltre ad alcune belle terre. Gli fu alzata in Venezia sul piazzale della chiesa dei santi Giovanni e Paolo una statua equestre di bronzo, alla quale si trovò una mattina ch'era stata posta in mano una scopa e al collo un sacco: satira che rincrebbe assaissimo a quel saggio senato.


   
Anno di Cristo MCCCCLXXVI. Indiz. IX.
Sisto IV papa 6.
Federigo III imperadore 25.

Fiera inondazione del Tevere nel gennaio di quest'anno, cagionata dalle strabocchevoli pioggie, allagò molta parte di Roma, e recò gravissimi danni a quegli abitanti [Jacobus Card. Papiens., Ep. 642.]. Ossia che la peste venisse altronde portata in quella città, oppure, come è più probabile, s'infettasse l'aria nel diseccarsi dell'acque corrotte, una micidiale epidemia assalì nei mesi seguenti il popolo romano, con farne molta strage [Infessura, Diar., P. II, tom. 3 Rer. Ital.]. Per isfuggire i pericoli di questo malore, il pontefice Sisto se n'andò alla buon'aria di Campagnano. Succedette nel dì primo di settembre una gran turbolenza nella città di Ferrara [Cronica di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital.]. Se ne stava in Mantova Niccolò d'Este nipote d'Ercole I duca di Ferrara, meditando sempre le maniere di levar la signoria ad esso suo zio. Se l'intese con Galeazzo Maria duca di Milano, principe di perversa politica, ed ebbe anche braccio da Lodovico marchese di Mantova suo parente. Pertanto nella mattina del dì [53] suddetto con cinque navi cariche di armati giunse a Ferrara, in tempo appunto che il duca era ito alla nobil sua villa di Belriguardo; e, siccome egli avea delle intelligenze con alcuni suoi aderenti in quella città, non gli fu difficile l'entrarvi per un portello. A dirittura andato alla piazza, l'occupò, gridando i suoi: Vela, vela, e fece rompere tutte le carceri. A questo impensato accidente la duchessa Leonora e don Sigismondo di Este suo cognato se ne fuggirono in Castello Vecchio, dove neppur era provvision di vivere per un giorno. Si credeva Niccolò che il popolo s'avesse a sollevare in suo favore; ma niuno si mosse, amando tutti il presente legittimo governo. Portato con tutta fretta sì disgustoso avviso al duca Ercole, tosto montò a cavallo per venire a Ferrara; ma per via fattogli credere che Niccolò era venuto con quattordici mila persone, ed essere perduta la città, mutato cammino, s'inviò alla volta d'Argenta, e andò a fortificarsi a Lugo. Intanto, accortosi Niccolò che non batteano i conti da lui fatti sopra il popolo, e che anzi cominciavano i cittadini a prendere l'armi contra di lui, ed era uscito don Sigismondo con gente per venirgli addosso, uscì frettolosamente di città, e, passato il Po con parte dei suoi, se ne fuggì pel territorio del Bondeno. Ma que' contadini, già informati dell'affare, tanto l'inseguirono, ammazzando quanti cadevano nelle lor mani, che fecero prigione lui ed alcuni de' suoi capitani. Fu condotto l'infelice Niccolò a Ferrara, dove nel giorno seguente arrivato il duca Ercole, ed accolto con festose acclamazioni dal popolo, nel caldo del suo sdegno fece tagliare la testa a lui, ed impiccare per la gola alcuni dei di lui seguaci rimasti prigioni. Tale fu il fine di questa breve tragedia. Avea il duca nel dì 21 di luglio avuta la consolazione della nascita d'un figliuolo a lui partorito da Leonora d'Aragona sua moglie, al quale, in memoria del re Alfonso avolo suo materno, fu posto il nome di [54] Alfonso. Questi poi col tempo riuscì uno dei più prodi e celebri principi d'Italia.

Era da molto tempo stabilito il matrimonio di Beatrice figliuola di Ferdinando re di Napoli, e sorella della suddetta Leonora duchessa di Ferrara, coll'insigne re d'Ungheria Mattia Corvino [Giornal. Napol., tom. 21 Rer. Ital.]. Se gli diede effetto nel dì 15 di settembre dell'anno presente, in cui questa principessa fu sposata in Napoli, e coronata regina d'Ungheria dal cardinale Olivieri Caraffa. S'imbarcò ella nel dì 2 d'ottobre a Manfredonia con quattro galee e molti altri legni, per passare in Ungheria: pure certo è che la medesima pervenne a Ferrara nel dì 16 di ottobre, dove con grande onore fu ricevuta dal duca suo cognato, e si fecero molte feste, finchè nel dì 21 si rimise in viaggio. Avea fin qui Galeazzo Maria Sforza duca di Milano governati i suoi popoli, non già secondo le saggie massime di Francesco suo padre, ma con quelle che gli dettava il suo capriccioso e tirannico genio [Corio, Ist. di Milano.]. Benchè non gli mancassero delle belle qualità, pure l'eccesso della sua ambizione, libidine e crudeltà produsse il frutto ordinario de' vizii, cioè l'odio quasi universal della gente. Per motivi particolari di sdegno contra di lui congiurarono insieme Gian-Andrea Lampugnano, Girolamo Olgiato e Carlo Visconte, nobili milanesi, di levarlo di vita; ed aspettarono a fare il colpo nel dì 26 di dicembre, in cui esso duca soleva portarsi alla basilica di Santo Stefano [Cronica di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital. Ripalta, Annal. Placent., tom. 20 Rer. Ital.]. Giunto colà il duca colle sue guardie, e con una fiorita corte, i tre congiurati in mezzo a quella gran truppa arditamente se gli avventarono addosso, e con più ferite lo stesero morto a terra. In quel fiero miscuglio intricatosi nel fuggire fra le gonnelle delle donne il Lampugnano, restò anch'esso ucciso. Ebbero l'Olgiato e il Visconte la fortuna di trapelar [55] per la gente, e di correre a nascondersi; ma, scoperti, furono consegnati alla giustizia, e poi squartati vivi. All'Olgiato, giovine di gran fuoco, non vi fu maniera di far conoscere il fallo suo, non iscusabile davanti a Dio [Anton. Gallus, in Comment., tom. 23 Rer. Ital.], sostenendo egli sempre, anzi pregiandosi di aver fatto un sacrifizio, di cui dovea aspettarsi premio da Dio e dagli uomini. Così terminò sua vita quel principe, e la morte sua fu principio di non poche calamità, che afflissero dipoi la misera Italia, avendo egli lasciato dopo di sè Gian-Galeazzo Maria suo primogenito di età di soli otto anni, e però incapace del governo, che fu bensì quietamente proclamato duca, ma con pervenire la reggenza di quegli Stati alla duchessa Bona di Savoia sua madre. Trovossi tosto quella saggia principessa attorniata e battuta da Sforza duca di Bari, e Lodovico, Ascanio ed Ottaviano fratelli dell'ucciso duca, e dianzi banditi, che non tardarono a sconvolgere tutta la lor casa e il ducato di Milano, siccome vedremo. Andarono da tutte le parti ambasciatori a condolersi colla duchessa dell'atroce caso, e ad esibir soccorsi; ma cominciò nel cuore stesso della famiglia Sforza a formarsi un tarlo, i cui perniciosi effetti compariranno in breve. Nel dì 23 di febbraio di quest'anno [Sanuto, Ist. Ven., tom. 22 Rer Ital.] essendo mancato di vita Pietro Mocenigo doge di Venezia, in luogo suo fu sostituito Andrea Vendramino.


   
Anno di Cristo MCCCCLXXVII. Indiz. X.
Sisto IV papa 7.
Federigo III imperadore 26.

Era restato vedovo Ferdinando re di Napoli, e tuttochè avesse figliuoli grandi, e il primogenito Alfonso duca di Calabria si trovasse arricchito anch'esso di prole, pure pensò ad accasarsi di nuovo. Sembra che la politica il conducesse a questo. Il non aver mai il re di Aragona e [56] Sicilia Giovanni approvato che fosse pervenuto al bastardo re Ferdinando il regno di Napoli, regno conquistato col sangue e col danaro de' suoi popoli, cagion fu che mala corrispondenza fin qui durasse fra loro [Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital.]. Diede il re Giovanni nell'anno presente al re Ferdinando Giovanna sua figliuola in moglie. Per tal via fra questi principi tornò la buona armonia. Nel settembre del presente anno con magnifica solennità furono celebrate cotali nozze; ed essendo, per tale occasione, stato spedito colà il cardinale Rodrigo Borgia con titolo di legato, egli fu che coronò la nuova regina. Ferdinando, per levar di testa ad Alfonso duca di Calabria suo primogenito qualunque gelosia che gli potesse nascere per cagion di tali nozze, nel dì 20 del suddetto settembre gli fece giurare omaggio da tutti i baroni come ad immediato successore della corona dopo sua morte. Nel dì 10 di dicembre di quest'anno [Raynaldus, Annal. Eccles. Infessura, Diar., P. II, tom. 3 Rer. Ital.] papa Sisto fece la promozione d'alcuni nuovi cardinali. Uno d'essi fu Giovanni d'Aragona figliuolo del medesimo re Ferdinando. Due altri suoi nipoti ornò Sisto della sacra porpora. Si può ben credere che ciò non piacesse agli altri porporati, e massimamente a chi disapprovava gli eccessi del nepotismo. In questi tempi Carlo da Montone, figlio naturale di quel Braccio che già vedemmo sì famoso capitano, essendo già avvezzo all'armi, e condottiere d'alcune squadre, concepì speranza di assoggettarsi Perugia, siccome avea fatto il padre; e a tal fine assoldata molta gente, s'indirizzò a quelle parti [Ammirati, Ist. di Firenze, lib. 23.]. Gli andò fallito il colpo, perchè trovò sicura quella città per una lega nuovamente fatta co' Fiorentini. Si volse dunque addosso ai Sanesi, e, trovandoli sprovveduti, fece loro gran danno, e più n'avrebbe fatto, se i Sanesi, ricorsi ai Fiorentini, non avessero ottenuto il lor [57] patrocinio, per cui fu d'uopo che Carlo cessasse dall'offenderli.

Ciò che maggior rumore fece nell'anno presente fu la rivoluzione di Genova [Corio, Istor. di Milano. Antonius Gallus, in Comment., tom. 23 Rer. Ital.]. Quel popolo, oltre al suo genio portato sempre alla novità, e a mutar padrone e governo, era da gran tempo mal soddisfatto dell'estinto duca di Milano Galeazzo Maria. Specialmente i Fieschi per danni ricevuti grande odio nudrivano contro la casa Sforza. Dacchè dunque fu morto esso duca, Matteo del Fiesco fece massa di gente, e con intelligenza di varii cittadini, nel dì 16 di marzo [Giustiniani, Storia di Genova, lib. 5.], entrò di notte con una scalata in Genova, gridando: Libertà. Tutto il popolo fu per lui in armi. Sopravvennero poscia Obietto e Gian-Luigi fratelli del Fiesco, che maggiormente animarono i cittadini alla ribellione, e fecero tornare in città i Fregosi. Ma il castelletto restava in mano del duca, e questo con grossa e fedel guarnigione, il quale cominciò colle artiglierie a far guerra alla città. All'avviso di tal sedizione, la duchessa Bona mise tosto in ordine circa dodici mila armati, la maggior parte fanteria, e la spedì a quella volta sotto il comando di Roberto da San Severino, capitano di gran credito in questi tempi. Seco erano Lodovico il Moro ed Ottaviano, zii del picciolo duca, e inoltre Prospero Adorno, il quale, già confinato in Milano, con dolci parole e larghe promesse fu in questa occasione condotto ad imprendere anch'egli l'assunto di ridurre di nuovo la patria all'ubbidienza del duca. Mirabilmente servì la presenza ed industria dell'Adorno per calmare gli animi sediziosi di quel popolo, in maniera che dopo alquante calde scaramuccie si trattò di pace, e tornò Genova, nel giorno ultimo d'aprile, a riconoscere per suo signore il duca di Milano, con aver poi tutti nel dì 9 di maggio prestato il giuramento di fedeltà. Restò ivi per governatore a nome del duca il suddetto Prospero [58] Adorno. Era allora il principal ministro di Bona duchessa di Milano Cecco Simonetta Calabrese, personaggio d'insigne attività, fedeltà ed accortezza; e perchè tale, promosso ai principali onori da Francesco Sforza, ottimo discernitore dell'altrui abilità. Avea per fratello quel Giovanni Simonetta, che ci diede la Vita di esso duca Francesco, scritta elegantemente in latino [Anton. Gallus, Comment., tom. 23 Rer. Ital. Ripalta, Annal. Placent., tom. 20 Rer. Ital.]. Ma cotanta sua autorità gli tirò addosso l'odio di moltissimi, e massimamente dei nobili della fazion ghibellina. Più nondimeno degli altri il miravano con occhio bieco i principi zii del duca, cioè Sforza duca di Bari, Lodovico, Ottaviano ed Ascanio, perchè da lui tenuti stretti, non volendo egli che sì pericolosi strumenti s'ingerissero nel governo. Perciò cominciarono a cercar le vie di abbatterlo, e tirarono nel loro partito Roberto da San Severino, voglioso anch'esso di metter mano negli affari dello Stato. Non dormiva il Simonetta; e però nel dì 25 di maggio fece che la duchessa, chiamato nel castello Donato del Conte, ch'era il principale manipolatore della congiura, il ritenne prigione, e mandollo nelle carceri di Monza. Diedero per questo alle armi i fratelli sforzeschi; nè le voleano deporre senza vedere rimesso in libertà Donato. Si quetarono infine; ma non andò molto che Roberto da San Severino, accortosi che a lui si faceva la caccia, perchè creduto mantice di quel fuoco, prese la fuga, ed, avendo accortamente deluso chi gli tenea dietro con armati per prenderlo, si ritirò poi ad Asti. Non ebbe così favorevole la fortuna Ottaviano Sforza, che parimente se ne fuggì, perciocchè inseguito, nel voler passare a guazzo il fiume Adda, quivi annegato lasciò la vita. Furono appresso relegati gli altri fratelli Sforza, cioè Sforza duca di Bari al suo ducato in regno di Napoli, Lodovico a Pisa ed Ascanio a Perugia: con che tornò in Milano la quiete, ma per durarvi poco. Era stata [59] occupata la signoria di Faenza a Galeotto de' Manfredi da Carlo suo fratello [Diar. Parmens., tom. 22 Rer. Ital.]. Ebbe ordine Giovanni Bentivoglio dalla duchessa di Milano di prestare aiuto a Galeotto, e infatti si trovò obbligato Carlo a dimettere la preda. Se n'andò egli a Napoli, ma fu mal veduto dal re Ferdinando. Abbiamo dal Diario di Parma che sul fine d'ottobre dell'anno presente [Cronica MS. di Bologna.] circa trenta mila Turchi a cavallo dalla Bossina all'improvviso comparvero nel Friuli sin presso ad Udine, i quali, dopo avere sconfitto un corpo di gente mandato contra d'essi dai Veneziani, saccheggiarono e misero a fuoco centocinquanta ville, uccidendo i vecchi e le donne, e ritenendo i fanciulli. Gran paura fu in Venezia, e gran preparamento di gente vi si fece; ma i Barbari, sopravvenuto il verno, se ne ritornarono in Bossina.


   
Anno di Cristo MCCCCLXXVIII. Indiz. XI.
Sisto IV papa 8.
Federigo III imperadore 27.

Non lieve strepito in quest'anno, massimamente in Italia, fece la congiura dei Pazzi [Ammirat., Istor. di Firenze, lib. 24. Angelus Politianus, et alii.]. Potente casa era quella in Firenze, ma, accecata dall'invidia, non sapea sofferire l'autorità superiore che godeano in quella repubblica i due fratelli Giuliano e Lorenzo de Medici, personaggi di somma ricchezza, ed insieme di credito singolare anche fuori d'Italia. Trovandosi allora Francesco de' Pazzi tesoriere del papa, quegli fu in cui cuore nacque il desiderio di atterrar la fortuna de' Medici: cosa non creduta praticabile, se non con levar loro la vita. Favorevole se gli scoprì all'indegna impresa il conte Girolamo Riario nipote di papa Sisto, il qual fu sempre un mal arnese, e pregiudicò di molto alla fama del pontefice zio. Odiava costui a dismisura Lorenzo de Medici perchè [60] l'avea trovato contrario a' suoi ingrandimenti, allorchè divenne signor d'Imola, e più paventava di lui dopo la morte di Sisto. Per quanto si potè dedurre da ciò che poscia avvenne, si lasciò il vecchio papa mischiare da questo mal uomo nel nero disegno del Pazzi [Infessura, Diar., P. II, tom. 3 Rer. Ital.]; tanto più che non men egli che il re Ferdinando erano disgustati di Lorenzo de Medici per la lega fatta senza di loro co' Veneziani e col duca di Milano; ed amendue speravano che, cadendo i Medici, e prevalendo i Pazzi, Firenze s'unirebbe con loro. Ebbe Francesco de' Pazzi dalla sua anche Francesco Salviati arcivescovo di Pisa, già nemico di Lorenzo, che apposta venne a Firenze per dar mano al fatto, senza mettersi scrupolo, se ad un par suo convenisse un sì fatto mestiere. D'ordine eziandio del papa, da Pisa passò alla medesima città Rafaello Riario cardinale con titolo di legato, ed ordine di far ciò che gli direbbe esso arcivescovo di Pisa. Finalmente fu data commissione a Gian Francesco da Tolentino capitano del papa di accostarsi a Firenze con due mila fanti per sostenere, occorrendo, i congiurati. Fu scelto il giorno 26 d'aprile ad eseguir la meditata impresa, e scelta la stessa cattedrale di Firenze, e il tempo dello stesso santo sagrifizio, cioè quando si alzava la sacratissima ostia, per compiere così infame opera [Raphael. Volaterran. Geogr., lib. 5. Diar. Parmig., tom. 22 Rer. Ital.]. Fu dunque da Francesco dei Pazzi in quel tempo e luogo ucciso Giuliano de Medici, che col fratello era ito ad accompagnar colà il cardinal Riario. Ma Lorenzo de Medici, ricevuta una sola leggier ferita nella gola, quasi miracolosamente scampò nella sagristia, dove, serrate le porte, restò in sicuro, e poi si ridusse a casa. Si riempè di tumulto e di grida il tempio tutto; il popolo a gara corse alle armi in favor de' Medici. Era già ito l'arcivescovo di Pisa avanti il fatto con molti de' suoi al palazzo de' signori per impadronirsene, [61] udita che avesse la morte dei Medici. Ma altrimenti passò la faccenda. Preso dalla gente del gonfaloniere, così caldo caldo con un capestro alla gola fu impiccato alle finestre del palazzo medesimo, e seco Jacopo Salviati e Jacopo figliuolo dello storico Poggio. Preso anche Francesco de' Pazzi, non si tardò punto ad impiccarlo a canto dell'arcivescovo. La medesima pena toccò a Jacopo e ad altri della casa dei Pazzi, e a parecchi loro aderenti, essendo asceso il numero dei morti a settanta [Giustiniani, Istoria di Genova, lib. 5.]. Sotto buona guardia fu ritenuto il giovinetto cardinal Riario, che asseriva di non essere punto stato consapevole del trattato, e verisimilmente diceva il vero. Nondimeno scrivono altri [Anton. Gall., Comment., tom. 23 Rer. Italic.] ch'egli fu maltrattato in quel furore di popolo. Certo è che venne poi rimesso in libertà, per non irritare maggiormente il papa.

Riferita a Roma la riuscita di questo orrido fatto [Raynaldus, Annal. Eccles.] il pontefice, trovandola diversa da quel che desiderava e sperava, montò forte in collera contra dei Fiorentini; e preso il pretesto che Lorenzo dei Medici e i magistrati di Firenze avessero commesso un troppo enorme delitto con levar la vita ad un arcivescovo, e con ritener prigione un cardinale legato, ed avessero dianzi prestato aiuto ai nemici della Chiesa, fulminò contra d'essi tutte le scomuniche e maledizioni del cielo, e l'interdetto alla lor città. Nè questo bastò [Diar. Parmens., tom. 22 Rer. Ital.]. Si servirono tanto egli quanto il re Ferdinando di questa occasione per occupar tutti i danari e beni degl'innocenti Fiorentini che si trovarono in Roma e in regno di Napoli, e per muovere guerra alla repubblica fiorentina. Nella lor lega si lasciarono indurre ancora i Sanesi. Scapitò di molto per tali fatti la fama del pontefice Sisto, nè passò molto che si dichiararono contra di lui e in favore [62] di Lorenzo de Medici e de' Fiorentini Lodovico XI re di Francia, la reggenza di Milano, i Veneziani, Ercole duca di Ferrara, Roberto Malatesta signor di Rimini, ed altri. Anzi il re di Francia parlò alto contra d'esso papa. Anche l'imperador Federigo e Mattia Corvino re d'Ungheria spedirono oratori al pontefice, pregandolo di desistere dalla guerra contra de' Fiorentini, e di volgere le sue armi e il danaro della Chiesa in difesa della cristianità ogni dì più oppressa da' Turchi. Parlarono ad un sordo: più potè nel cuore del papa l'ambiziosa politica del conte Girolamo suo nipote e del re Ferdinando, che ogni altro riflesso conveniente al sacro suo ministero. Per questo e per altri motivi i Veneziani [Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.], il meglio che poterono, conchiusero la pace co' Turchi: il che produsse altri maggiori disastri alle terre de' cristiani, e rendè più superbo e potente l'imperadore ottomano. Altri sconcerti originati da questo biasimevol impegno di papa Sisto si vedranno in breve, essendo entrati in guerra, a cagion di ciò, tutti i principi d'Italia. Ed ecco dove si lasciavano trasportare allora i papi per cagion di quel nepotismo, da cui finalmente abbiam veduto esenti, ai dì nostri, alcuni saggi pontefici, e da cui specialmente alieno rimiriamo il glorioso pontificato del regnante papa Benedetto XIV.

Spedirono intanto sì il pontefice Sisto come il re Ferdinando le loro milizie in Toscana addosso ai Fiorentini, che si trovavano allora mal provveduti di genti d'armi, e senza capitan generale. Una delle applicazioni di Ferdinando e d'esso papa genovese, per distorre Bona duchessa di Milano dal soccorrere Firenze, fu quella di procurare una nuova rivoluzione in Genova [Anton. Gallus, Comment., tom. 23 Rer. Ital.]. Prospero Adorno, posto ivi per governatore dalla duchessa, dimentico della sua fede, prestò volentieri orecchio al trattato. Gli vennero in soccorso da Napoli alcune navi [63] armate [Corio, Istor. di Milano.]; ed allorchè, per ordine della duchessa, arrivò a Genova il vescovo di Como per deporre l'Adorno, e prendere il governo della città, cioè nel dì 25 di giugno, i Genovesi fecero una rivolta, e costrinsero i Milanesi a ridursi nel castelletto. Roberto da San Severino, gran perturbatore dell'Italia, trasse subito al rumore, chiamato non so se dal re Ferdinando, oppur da' Genovesi [Ripalta, Annal. Placent., tom. 20 Rer. Ital.]; ed, entrato in Genova, nel dì 16 di luglio, attese ad ammassar gente insieme con Prospero Adorno per opporsi all'armata milanese, che già prevedevano, oppure sapevano, si andava allestendo per portare soccorso al castelletto e riacquistar la città. In fatti spiccò da Milano un poderoso esercito, ma condotto da un capitano inesperto, cioè da Sforza Visconte bastardo, a cui fu dato per consigliere Pier Francesco Visconte. Valicato l'Apennino, calò quest'armata alla volta di Genova. Il San Severino, oltre all'aver fatte molte fortificazioni fuori di Genova, finse una lettera scritta da Milano al vescovo di Como, ed intercetta, da cui appariva promesso il sacco di Genova ai soldati, e che si leverebbe ogni privilegio ai cittadini. Letta questa in pubblico, fece diventar come tanti lioni i per altro bellicosi e bravi Genovesi. Però con questo ardore usciti contra dell'esercito duchesco nel dì 7 d'agosto, lo misero in rotta, e fecero una sterminata copia di prigioni. Al vedere come disperato il caso di Genova, fu presa in Milano un'altra risoluzione, cioè di spedire colà Batistino Fregoso, e, cedendo a lui le fortezze, di aiutarlo a divenire doge della sua patria. Così fu fatto. Entrato in Genova il Fregoso, vi trovò la dissensione fra i capi: il che facilitò a lui la maniera di cacciar fuori della città Prospero Adorno e Roberto da San Severino, e di farsi proclamar doge. Ma quasi tutta la Riviera di Levante restò all'ubbidienza dell'Adorno e del San Severino, il quale ultimo, dopo [64] aver fallito questo colpo, si diede a fabbricar altre macchine contro al governo di Milano. Oltre a ciò il papa e il re Ferdinando mossero un'altra tempesta addosso ai Milanesi, con fare che gli Svizzeri, gente bellicosa e fiera, assoluti dal papa dai giuramento che aveano di non offendere lo Stato di Milano, cominciassero contra di esso Stato la guerra [Diar. Parm., tom. 22 Rer. Ital.]. Costoro, dopo essersi impadroniti di varie castella, posero l'assedio a Lugano nel mese di novembre. Poco vi si fermarono, perchè spedito colà Federigo novello marchese di Mantova con buon nerbo di gente, meglio stimarono di ritirarsi. E gli affari avrebbono in quelle parti presa miglior piega, se il grosso presidio di Belinzona non avesse temerariamente voluto incalzare gli Svizzeri nella lor ritirata per aspre montagne. Imperocchè i Milanesi tra per li sassi rotolati giù dai nemici, e per la fuga di un mulo impaurito, furono sì fattamente presi da timor panico, che più di ottocento persone o annegate od uccise vi restarono, e gli altri perderono armi e bagaglio.

Erano già, siccome dissi, entrate in Toscana nel mese di luglio l'armi del papa e del re Ferdinando, comandate da Alfonso duca di Calabria e da Federigo duca d'Urbino. Fu loro facile l'impossessarsi di alcune castella, perchè i Fiorentini andavano raunando gente, facendone venir di Lombardia, ma non ne aveano tante da poter contrastare in campagna col nemico esercito. Si applicò Alfonso duca all'assedio della Castellina, e nel dì 14 d'agosto l'ebbe a patti, con seguitar poscia a prendere altre terre. Volendo intanto i Fiorentini e la duchessa di Milano provvedersi d'un capitan generale, parve loro più a proposito d'ogni altro Ercole duca di Ferrara; e il condussero, ancorchè fosse genero del re Ferdinando [Ammirati, Istor. di Firenze, lib. 24.]. Giunse questo principe a Firenze nel dì 8 di [65] settembre, ed, uscito in campagna, raffrenò i nemici, e portò gran danno ai Sanesi collegati con loro. Così passò l'anno presente; restando nondimeno i Fiorentini in male stato, perchè v'era discordia nel campo loro, e pochi erano i sussidii mandati dal re di Francia, dalla duchessa di Milano e da' Veneziani. Presero eglino inoltre al loro soldo Roberto Malatesta signor di Pesaro. Anche Giovanni Bentivoglio, arbitro allora del governo di Bologna, fu in loro aiuto. In Venezia nell'anno presente a dì 6 di maggio [Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.] terminò sua vita Andrea Vendramino doge di quella repubblica, a cui succedette in essa dignità Giovanni Mocenigo nel dì 18 d'esso mese; e poco stette ad entrare in quella città la peste, che portò al sepolcro alcune migliaia di persone e molti nobili, con essere durata sino al novembre. Parimente in quest'anno nel mese di giugno [Diar. Parmens., tom eod.] passò all'altra vita Lodovico Gonzaga marchese di Mantova: con che pervenne il dominio di quello Stato a Federigo suo primogenito, il quale fu condotto al suo soldo dalla duchessa di Milano. Nel Mantovano giunsero in questi tempi nuvoli di locuste, che occuparono circa trenta miglia di lunghezza verso il Bresciano, e quattro miglia di larghezza. Distrussero tutte l'erbe e foglie di quella contrada; e fattane, per ordine del marchese, con poco garbo strage senza seppellirle, infettarono poi l'aria, cagionando una micidiale epidemia ne' corpi umani. In quest'anno parimente la peste infierì non solamente nelle armate nemiche guerreggianti in Toscana, ma anche in Roma, Bologna, Mantova, Modena, Brescia, Bergamo e nella Romagna.

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Anno di Cristo MCCCCLXXIX. Indiz. XII.
Sisto IV papa 9.
Federigo III imperadore 28.

Per quanto si adoperassero i Fiorentini e gli ambasciatori spediti dal re di Francia e da altri potentati, per indurre il pontefice Sisto a dare la pace ai Fiorentini in tempo che la cristianità veniva conculcata dal comune nemico; nulla si potè ottenere [Raynaldus, Annal. Eccles.]. Persisteva egli in pretendere che i Fiorentini non solamente scacciassero Lorenzo de Medici, ma che gliel dessero nelle mani: cosa che non mai si volle accordare, perchè egli era stato l'offeso, nè per colpa od ordine suo l'arcivescovo di Pisa avea perduta la vita. Più strana cosa sembrava che intanto il pontefice andava inviando legati in Germania, Ungheria, Boemia e Polonia, per sollecitare i principi a far guerra al Turco, quand'egli poi si perdeva in farla contra de' cristiani, e vibrava scomuniche a furia contra di Ercole duca di Ferrara, e contra di Rimini, Pesaro e Faenza, perchè non lasciavano divorar vivi da lui i Fiorentini. Seguitò dunque la guerra in Toscana, e vi si frammischiarono tanti altri imbrogli per li maneggi di Roberto da San Severino, che fu in grave pericolo quella repubblica. Dirò io in breve ciò che altri diffusamente lasciò scritto [Ammirati, Istor. Fiorent. lib. 24.]. Essendo in Toscana Ercole duca di Ferrara, e Federigo marchese di Mantova, non male s'incamminavano le militari azioni contra dell'esercito pontificio e napoletano. Riuscì ancora a Roberto Malatesta lor condottiero di dare una rotta a Matteo da Capoa, allorchè conduceva un grosso corpo di gente al campo del duca di Calabria. Ma ecco che Roberto San Severino [Diar. Parmens., tom. 22 Rer. Ital.], accordatosi con Lodovico il Moro e con Sforza duca di Bari, zii paterni del picciolo duca di Milano, e formato [67] un esercito, dalla Lunigiana passò anch'egli alla volta di Pisa unito con Obietto e Gian-Luigi del Fiesco: sicchè da due parti si videro assaliti i Fiorentini. Contra del San Severino marciò il duca di Ferrara, e il fece ritirare fin di là dalla Magra; ma il fuoco da quella parte estinto, andò da lì a qualche tempo a sboccare sopra una più lontana e pericolosa parte. Cioè si venne a sapere ch'esso San Severino con Lodovico Sforza soprannominato il Moro (giacchè in questi dì sul Genovesato morì Sforza duca di Bari suo fratello, siccome fu creduto, di veleno) per aspre montagne era nel dì 10 d'agosto [Corio, Istor. di Milano.] calato sul Tortonese, e che l'infedele governator di Tortona gli avea data quella città. Diffusamente narrati si leggono questi avvenimenti nei Diario di Parma [Diar. Parmens., tom. 22 Rer. Ital.]. Avea Lodovico intelligenza col castellano del castello di Milano; e però, lasciato l'esercito alla cura del San Severino, ito con poca gente a Milano, entrò in esso castello. Consigliato il duca Gian-Galeazzo Maria e la duchessa Bona dalla fazione de' Ghibellini a rinconciliarsi con lui, ammisero Lodovico alla loro udienza, e il trattarono con grande umanità: il che cagionò un giubilo universale nel basso popolo di Milano, figurandosi ognuno ristabilita la concordia e la quiete. Ma Lodovico Sforza, che altro pensier non avea in testa se non quello di comandar le feste, e di andar fin dove si potesse per soddisfare a questa sua potente passione, la prima cosa che fece, quella fu di levarsi dagli occhi il troppo potente ed odiato ministro della duchessa, cioè Cecco Simonetta. Ordinata dunque una sedizione coi capi de' Ghibellini, fu preso Cecco, e mandato alle carceri di Pavia, dove poi aspramente tormentato e processato, ebbe la testa tagliata nel dì 30 d'ottobre dell'anno seguente.

Allorchè si udì caduta Tortona in mano di Lodovico il Moro, scrisse tosto la duchessa ad Ercole duca di Ferrara, [68] che si trovava all'armata in Toscana, di venire in suo aiuto. Venne egli, ma non giunse a tempo d'impedire le novità succedute in Milano; e la sua partenza dalla Toscana riuscì di notabil pregiudizio ai Fiorentini. Imperocchè, lasciato al comando delle sue genti Sigismondo d'Este suo fratello, al cui parere prevalse quello di Costanzo Sforza signore di Pesaro, ostinato in non voler muovere il campo da Poggio Imperiale, nel dì 7 di settembre [Ammirati, Istor. Fiorent., lib. 24.] venne l'esercito del duca di Calabria ad assalirli, e senza gran fatica in poco di tempo li mise in fuga: disavventura che portò la costernazione in Firenze. Da ciò seguirono non pochi progressi delle armi pontificie e napoletane, perchè presero Poggibonzi, Colle ed altre terre, con ridurre sempre più Firenze alle strette. Quivi oramai mormorava non poco il popolo, perchè si provassero tanti guai, e si mettesse la repubblica in pericolo di rovina per cagione d'un sol cittadino. Nè si potea più far capitale de' soccorsi del duca di Milano, dappoichè Lodovico il Moro, divenuto governatore di quello Stato, se l'intendeva col re Ferdinando, da cui poscia ottenne anche il ducato di Bari. Fu allora che Lorenzo de Medici, essendosi ridotte a quartieri d'inverno le armate, considerando la stanchezza della sua città per questa arrabbiata guerra, e i pericoli maggiori se non vi si ritrovava rimedio, prese, nel dì 5 di dicembre, una risoluzione, che, quantunque venisse da un uomo di gran senno, pure fu da moltissimi tenuta per troppo ardita: cioè determinò di portarsi in persona a Napoli, per tentar di placare l'animo del re Ferdinando. Non v'era chi non si ricordasse di quanto dicemmo avvenuto al conte Jacopo Piccinino, e ad altri in quella corte. Tuttavia è da credere che non si sarebbe così facilmente azzardato Lorenzo ad un tentativo, se non avesse avuto fondamenti bastevoli di sperarne buona riuscita. Fors'egli, come fu creduto, [69] avea preventivamente con danari guadagnata la grazia dei più possenti presso di Ferdinando. Fors'anche lo stesso Lodovico il Moro, che non si vedea sicuro in sella, perchè a' Veneziani era dispiaciuta la sua entrata per le finestre nel governo di Milano, e che perciò desiderava la pace, s'interpose col re Ferdinando. Finalmente sappiamo dalla Cronica di Ferrara [Cronica di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital.], essere stato consigliato Lorenzo dal duca Ercole genero del re di andare a Napoli; nè è da credere che il consiglio fosse venuto da chi prima non sapesse che l'andare era senza pericolo. Appena fu partito il Medici, che i Fregosi occuparono Sarzana, posseduta allora da' Fiorentini, contuttochè durasse una tregua stabilita fra quelle potenze guerreggianti: il qual tradimento incredibil rammarico cagionò in Firenze.


   
Anno di Cristo MCCCCLXXX. Indiz. XIII.
Sisto IV papa 10.
Federigo III imperadore 29.

La risoluzion presa da Lorenzo de Medici di andarsene a Napoli a trovare il nemico re Ferdinando, parve, siccome accennai, anche agli uomini savii pericolosa ed ardita, contuttochè, secondo la testimonianza dell'autore del Diario di Parma [Diar. Parm., tom. 22 Rer. Ital.], egli andasse armato almeno d'un salvocondotto; pure essa ebbe poi un felice successo [Ammirati, Istor. Fiorent., lib. 24.]. così ben seppe egli lavorare coll'eloquenza sua negli orecchi de' ministri e del re medesimo; così ben ricevuta fu l'umiliazione sua dal re, anzi gradita la fidanza ch'egli mostrò della clemenza regale, che la nemicizia si convertì in piena amicizia. Contribuì ancora non poco a far che Ferdinando cambiasse massima, l'essere arrivato in Toscana il duca di Lorena, cioè il pretendente del regno di Napoli. Fu pertanto spedito ordine alle milizie napoletane [70] di non più molestare i Fiorentini; e pace, anzi lega seguì fra il re ed essi, sottoscritta nel dì 6 di marzo. Si alterò forte il pontefice Sisto all'udire questa concordia, intavolata ed anche conchiusa senza partecipazione sua, o almeno senza suo consentimento. Tuttavia, conoscendo egli di non poter solo continuare la guerra, e tanto più, perchè immenso esercito di Turchi assediava e combatteva alla disperata la città di Rodi, posseduta allora dai cavalieri oggidì appellati di Malta, per necessità tacque, e si diede ad ordir altre tele. Intanto il turbolento animo del conte Girolamo Riario suo nipote, signore d'Imola, dalla Toscana, cui non potea più offendere per cagion di quella pace, portò dipoi la guerra in Romagna, dove somma ansietà avea di fabbricarsi un buon nido, finchè vivea il papa, che secondava tutte le voglie di lui. Cominciò adunque ad infestare Costanzo Sforza signor di Pesaro, stato finora colle sue genti al servigio de' Fiorentini. Si sostenne lo Sforza coll'appoggio del re Ferdinando. Avvenne in questi tempi che morì Pino degli Ordelaffi signore di Forlì, e benemerito di quella città [Jacobus Philippus Bergom., in Hist.], senza lasciar dopo di sè prole legittima. Dichiarò egli successore in quel dominio Sinibaldo suo figliuolo spurio di poca età sotto la tutela della moglie. Ma Anton-Maria e Francesco Maria degli Ordelaffi figliuoli legittimi di un fratello di esso Pino, aiutati da Galeotto de' Manfredi signor di Faenza loro zio, e protetti dal re Ferdinando, mossero guerra a Sinibaldo e alla tutrice. Trasse a questo rumore il conte Girolamo colle armi pontificie; e tra perchè i guai, dei quali parlerò fra poco, obbligarono il re suddetto a cercar aiuti dal papa, e a dimettere la protezion degli Ordelaffi [Diar. Parmens., tom. 22 Rer. Ital.]; o perchè il conte Girolamo assistito da Federigo duca d'Urbino ebbe l'entrata in Forlì, e con gran danaro ottenne anche la rocca dalla vedova di Pino; di quella città esso [71] conte divenne padrone, e ne riportò senza molta fatica l'investitura dal pontefice zio. Così venne a perderne il dominio la nobil casa degli Ordelaffi, che avea in addietro per circa cento cinquanta anni signoreggiato in quella città. Antonio Maria passò poi a Venezia, ed ebbe provvisione da quella repubblica.

Se è vero ciò che scrive il Corio [Corio, Istor. di Milano.], non tardò il papa ad entrar nella lega contratta da Ferdinando re di Napoli coi Fiorentini e con Gian-Galeazzo duca di Milano. Narra egli che questa lega, nella quale il primo era lo stesso pontefice, fu pubblicata, nel dì 25 di marzo, in Milano, e che ne restarono esclusi i Veneziani. Ma o non sussiste tale lega, oppure convien dire (e lo dice infatti l'Ammirati [Ammirati, Istor. di Firenze, lib. 24.]) che il papa se ne pentisse ben presto; giacchè, secondo il Sanuto [Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.], nel dì 16 oppure 26 d'aprile, egli stabilì un'altra lega coi Veneziani, nella quale furono nominati molti principi e signori, ma non già il re Ferdinando, nè il duca di Milano, nè i Fiorentini. Capitano di questa lega fu dichiarato il conte Girolamo nipote del papa, e fu creato gonfalonier della Chiesa Federigo duca d'Urbino. Permise Dio che nel medesimo presente anno questo papa, sì poco curante di far testa ai Turchi, e solamente portato ad imbrogliar l'Italia per le suggestioni del predominante nipote, provasse gli effetti del suo poco zelo in favore della cristianità. Aveano gloriosamente i cavalieri di Rodi difesa la lor città, ed obbligato il grande esercito di Maometto II signor de' Turchi a levarne l'assedio. Cooperarono a questo buon successo due navi piene di gente valorosa, che spedì in loro aiuto il re Ferdinando. Ma ecco nel mese di luglio giugnere in Puglia la potentissima flotta degli stessi Turchi, ed imprendere l'assedio di Otranto. Sospettarono i Napoletani che Maometto, oppure il suo bassà Acmet, fosse stato mosso a questa [72] impresa dai Veneziani, per l'odio grande che portavano al re Ferdinando. Crebbero poi tali sospetti per certi altri avvenimenti che io tralascio. Comunque sia, resistè Otranto alle forze e agli assalti turcheschi sino al dì 21 d'agosto, in cui fu preso a forza d'armi [Summonte, Istoria di Napoli.]. Le crudeltà commesse in tal congiuntura da que' cani fanno orrore. L'arcivescovo Stefano Pendinello, i canonici, i preti e i frati, vittime del loro furore, furono decapitati, le sacre vergini abbandonate alla lor libidine; spogliati e profanati i sacri templi, ed uccisi circa dieci mila di quegli infelici cittadini e difensori. Dopo di che si fortificarono in quella città i barbari vincitori. Portò la disgrazia d'Otranto un incredibile spavento per tutta l'Italia, e specialmente fece breccia il timore nel cuor del pontefice, talmente che fu creduto da alcuni che egli già meditasse di fuggirsene in Francia. Oh allora sì ch'egli cominciò daddovero a pensare al riparo contro l'oramai sterminata potenza dei Turchi, e diedesi a scrivere lettere lagrimevoli a tutte le potenze d'Italia e oltramontane, raccomandandosi vivamente alla lor pietà per soccorsi, valevoli a reprimere l'orgoglioso persecutor de' cristiani. V'ha degli storici che mettono la liberazione d'Otranto sotto quest'anno. Certamente si sono ingannati. All'infausto avviso di questo barbarico attentato, Alfonso duca di Calabria, che tuttavia era in Toscana, marciò speditamente colla sua armata verso il regno paterno per opporsi almeno ai maggiori progressi di sì potente nemico. Prima nondimeno di partirsi egli avea fatto un colpo, convenevole alla di lui eccessiva ambizione: cioè la ricompensa ch'egli diede a' Sanesi, da' quali nella guerra suddetta avea ricevuto ogni assistenza e favore contra dei Fiorentini, quella fu di spogliarli della lor libertà. Imperciocchè procurò ch'essi liberassero dal bando i fuorusciti, e col favore poscia di questi si fece proclamar signore di Siena. La paura de' Turchi, e [73] il bisogno dell'aiuto di tutti, innanzi che l'anno terminasse, indussero il papa a rimettere in sua grazia i Fiorentini, i quali con ispedire a Roma dodici loro ambasciatori ad umiliarsi, e a chiedere perdono, nel dì 3 di dicembre conseguirono l'assoluzione de' loro misfatti. Segno è ben questo che non era dianzi seguita lega alcuna fra esso papa e i suddetti Fiorentini. In questi tempi [Corio, Istor. di Milano. Diar. Parmens., tom. 22 Rer. Ital.] Lodovico Sforza il Moro, che non amava d'aver compagni nel governo di Milano, seppe ben presto trovar le vie d'ottenere il suo intento. Era tornato a Milano Ascanio Sforza suo fratello e vescovo di Pavia. Vero o falso che fosse ch'egli favorisse la fazion ghibellina, si servì di questa ragione l'ambizioso Lodovico per farlo ritenere in castello sul fine di febbraio, dopo di che il mandò ai confini a Ferrara. Inoltre tolse da' fianchi della duchessa Bona di Savoia Antonio Tassini Ferrarese, uomo che, tenendo un gran predominio nell'animo di essa, avea accumulato di grandi ricchezze. Finalmente fece che il duca Gian-Galeazzo Maria, benchè di età di anni dodici, nel dì 7 d'ottobre assumesse il governo, e facesse intendere alla duchessa sua madre di attendere da lì innanzi alle sue divozioni. Per tali trattamenti troppo disgustata la duchessa, nel dì 2 di novembre, uscita di Milano, si trasferì a Vercelli, e venne poscia a mettere la sua stanza ad Abbiate. Guerra civile fu nell'ultimo mese di quest'anno in Genova fra Batistino da Campofregoso doge ed Obietto del Fiesco, essendo quel volubil popolo diviso in due fazioni. Nel dì del santo Natale vennero alle mani, ed essendo toccata la peggio colla morte di molti ad Obietto, urli e pianti non mancarono in quella città.

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Anno di Cristo MCCCCLXXXI. Ind. XIV.
Sisto IV papa 11.
Federigo III imperadore 30.

Tanto il pontefice Sisto che il re Ferdinando attesero a far grandi preparamenti per togliere dalle mani de' Turchi l'occupata città d'Otranto [Raynaldus, Annal. Eccles.]. Ad altre città ancora di que' contorni s'era stesa la potenza di costoro. Formossi dunque una gran lega per questa importante impresa, e vi entrarono il papa col re Ferdinando, Mattia Corvino re d'Ungheria, il duca di Milano, il duca di Ferrara, i marchesi di Mantova e di Monferrato, i Fiorentini, Genovesi, Sanesi, Lucchesi, Bolognesi. Chi promise danaro, chi gente, chi galee armate. Anche i re d'Aragona e Portogallo s'impegnarono di mandare gagliardi soccorsi. Nulla si potè ottenere da' Veneziani. Ma forse tutto questo grandioso apparato avrebbe servito a poco, se la misericordia di Dio non avesse per altro verso provveduto al bisogno della cristianità. Venne a morte, nel dì 31 di maggio, Maometto II imperador de' Turchi, cioè colui che tante provincie avea tolte in sua vita ai Cristiani, chi disse per veleno e chi per un tumore. Insorse allora una fierissima guerra fra due suoi figliuoli, cioè fra Baiazette e Zizim, pretendendo cadaun di loro l'imperio, e a cagion d'essa il bassà Acmet fu richiamato in Levante. Questo fu la salute del re Ferdinando. Avea Alfonso duca di Calabria cinta di forte assedio la suddetta città di Otranto per terra, tormentandola colle artiglierie, colle mine e con frequenti assalti, ma con poco profitto per la gagliarda resistenza de' nemici. Dacchè giunsero colà le flotte del re suo padre, del papa e de' Genovesi, anche per mare fu stretta e combattuta la città. Si fece ancora battaglia coi legni turcheschi, e ne riportarono vittoria i Cristiani. La nuova della morte [75] di Maometto, e della discordia nata fra i due figliuoli di lui, e la speranza perduta che venissero dalla Vallona venti mila Turchi quivi preparati per far vela in soccorso degli assediati, furono le cagioni che Otranto infine si rendè per trattato nel dì 10 di settembre al duca di Calabria; la qual nuova sparsa per Italia riempiè di consolazion tutti i popoli [Jacobus Volaterranus, Diar., tom. 23 Rer. Ital. Summonte, Istoria di Napoli. Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.]. In vigor della capitolazione fu permesso ai Turchi d'andarsene; ma il duca, servendosi del pretesto o della ragione ch'essi menassero con loro alcune giovani cristiane, gli svaligiò, e fattine prigioni circa a mille e cinquecento, li prese poi al suo servigio, con valersene nelle guerre che fra poco insorsero in Italia. Dopo tal vittoria trovavasi il re Ferdinando in grandi forze e in somma voglia di continuar la guerra coi Turchi. Bellissima era la congiuntura di far riguardevoli progressi, mentre i figliuoli del defunto Maometto gareggiavano allora l'un contra l'altro, e i soldati gridavano la maggior parte: A Costantinopoli [Raynaldus, Annal. Eccl. Jacobus Volaterranus, ubi supra.]. Ma non men la flotta del pontefice, quanto quella de' Genovesi se ne tornarono tosto indietro, lamentandosi che il duca di Calabria si fosse impadronito di tutte le artiglierie ed armi, senza farne loro parte alcuna, e senza regalarli, ed avea anche lasciato mancar loro la vettovaglia. Per quanto si affaticasse in Cività Vecchia, dove era il papa, l'ambasciatore del re Ferdinando, con rappresentare essere questo il tempo di fiaccare le corna al tiranno d'Oriente, giacchè erano giunte anche le flotte ausiliarie di Ferdinando il Cattolico re d'Aragona, e di Alfonso re di Portogallo, nulla di più potè ottenere. Il conte Girolamo Riario nipote del papa avea degli altri disegni, che si scoprirono poi nell'anno seguente. [76] Di grossi conti avrà avuto questo pontefice nel tribunale di Dio.

Generale dell'armi del duca di Milano, ed uno de' suoi consiglieri in questi tempi era Roberto San-Severino [Corio, Istor. di Milano.]. Se per propria colpa, o di Lodovico il Moro, egli si disgustasse, non bene apparisce. Quel che è certo, egli dicea di non si fidare del Moro. Insorse ancora una fiera rissa fra i suoi servitori e quei del Moro nel mese di febbraio. Cominciò egli dunque a pretendere maggior soldo per la sua condotta; il che ricusandosi dal duca, ossia da esso Lodovico, dispettosamente si partì da Milano, e ritirossi a Castelnuovo di Tortona. Potrebb'essere ch'egli se l'intendesse già co' Veneziani, i quali aveano gran prurito di far guerra; almeno dovette Roberto cominciar le sue mene con loro, siccome uomo avvezzo a pescare nel torbido. Dal re Ferdinando e da' Fiorentini furono spedite persone per ritenerlo al servigio dello Stato di Milano, ma niun frutto riportò la loro ambasciata. Il perchè Lodovico il Moro fece istanza a Firenze di avere Costanzo Sforza signore di Pesaro per generale dell'armi milanesi; e questi a lui conceduto, arrivò a Milano nel giorno 18 d'ottobre. Che già la repubblica veneta avesse voglia di romperla con Ercole duca di Ferrara, ce ne assicura Jacopo Volaterrano, con dire [Jacobus Volaterran., Diar., tom. 23 Rer. It.] che i Veneziani piantarono in quest'anno una bastia nel distretto di Ferrara, pretendendo essere di lor ragione quel sito. Il duca, dopo avere indarno reclamato, ricorse al re Ferdinando, al duca di Milano e a' Fiorentini; e questi, per mezzo dei loro ambasciatori, ne fecero doglianza al papa sul principio di dicembre. Il papa, quantunque si trattasse di un principe suo vassallo, niuna cura si prese di rimediare al fatto, siccome venduto a' Veneziani per le suggestioni del conte Girolamo Riario, a cui troppo poco parea l'essere divenuto signore d'Imola e di [77] Forlì, e sperava di stendere maggiormente le fimbrie colla sponda de' Veneziani. Si portò egli appunto a Venezia nell'agosto dell'anno presente, per ordire la trama, anche prima che fosse liberato Otranto dal giogo turchesco, e trattato fu da que' signori con onori tali, che poco meno si sarebbe fatto ad un re. Morì in quest'anno Francesco Filelfo, uno de' più insigni letterati che si avesse allora l'Italia, dotto non meno nelle latine che nelle greche lettere, ma penna satirica. Secondo Jacopo Filippo da Bergamo [Jacobus Philipp. Bergom., Hist.], ebbe il Filelfo Ancona per patria, ma era oriondo da Tolentino. Non men celebre di lui fu Bartolomeo Platina, che tale era il suo nome, e non già quello di Batista, nativo della terra di Piadena del Cremonese. Ebbe varii impieghi in Roma, e custode della biblioteca vaticana morì quivi nell'anno presente, preso dalla peste, che fece ivi allora strage di molta gente.


   
Anno di Cristo MCCCCLXXXII. Indiz. XV.
Sisto IV papa 12.
Federigo III imperadore 31.

Diedero principio in quest'anno i Veneziani ad una fiera guerra contra di Ercole I duca di Ferrara: guerra che sconvolse l'Italia tutta. Incolpavano essi il duca di non aver mantenuto i capitoli delle paci stabilite fra essi e la casa di Este; e il duca all'incontro sosteneva che la cagione di tal rottura veniva da pretesti suscitati dal continuo loro desio di accrescere la già grande loro potenza collo spoglio de' vicini, e dall'odio che professavano al re Ferdinando, giacchè, dopo avere il duca di Ferrara presa in moglie una figliuola di esso re, questa alleanza fu sempre mirata di mal occhio in Venezia. Io non mi fermerò qui ad allegar le ragioni de' Veneziani, nè quelle del duca, avendone io assai favellato altrove [Antichità Estensi, P. II.], e potendosi leggere intorno a [78] ciò quanto lasciò scritto Pietro Cirneo scrittore corso in un suo opuscolo da me dato alla luce [Petrus Cyrneus, Comment., tom. 21 Rer. It.]. Egli è fuor di dubbio, aver Ercole duca tentata ogni via per impedir questa guerra, avendo spedito più volte ambasciatori a Venezia con tutte le giustificazioni ed esibizioni più umili. Tutto in vano: era fisso il chiodo, guerra si voleva, perchè parea certo il guadagno. Era collegato de' Veneziani papa Sisto. Egli, invece d'interporsi, come padre comune, per frastornare questo movimento d'armi, e massimamente trattandosi d'un principe suo vassallo, vi saltò dentro a piè pari, sedotto, come si può credere, dal conte Girolamo suo nipote, che, siccome accennammo di sopra, nell'anno precedente era stato a preparar le pive in Venezia per questa danza. Non è mai probabile che Sisto IV volesse permettere la caduta di Ferrara in mani sì potenti, come era la repubblica veneta. La festa dovea essere fatta pel nipote. In questi tempi Obietto del Fiesco infestava lo Stato di Milano, ed ebbe poi una rotta da Costanzo Sforza signor di Pesaro. Parimente Lodovico il Moro duca di Bari e governator di Milano, dichiarandosi favorevole alla fazion pallavicina di Parma, perseguitava la fazion de' Bossi, cioè Pier-Maria conte di San Secondo, e signore d'altre castella. Anche il conte Pietro del Verme era incorso nella disgrazia di esso Lodovico. Pertanto con questi nemici dello Stato di Milano si unì Roberto San-Severino, e, trattando nello stesso tempo co' Veneziani, fu preso da essi per loro capitan generale di terra ferma. Roberto Malatesta signor di Rimini andò anch'egli al loro servigio. Con essi parimenti si collegarono i Genovesi. In aiuto del duca di Ferrara si mossero il re Ferdinando, Lodovico il Moro, Federigo marchese di Mantova, i Fiorentini e Giovanni Bentivoglio. Capitan generale d'essa lega fu scelto Federigo duca d'Urbino, principe di gran credito e valore.

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Nel maggio adunque dell'anno presente [Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital. Diar. di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital.] si diede fiato alle trombe, e cominciossi dai Veneziani con poderoso esercito per terra, e con gagliardo stuolo di vele per Po, a far guerra al duca di Ferrara, inferiore troppo di forze per resistere a questo torrente, benchè non mancassero i collegati di provvederlo di aiuti. Imperocchè in quello stesso tempo essendosi mosso Alfonso duca di Calabria per venire in soccorso del duca suo cognato, perchè scopri il papa nemico, fu obbligato a fermarsi nello Stato della Chiesa, dove prese Terracina, Trevi ed altri luoghi, e si diede ad angustiare Roma stessa [Infessura, Diar. P. II, tom. 3 Rer. Ital.]. I Colonnesi erano con lui, gli Orsini col papa. Gravi danni furono recati a que' contorni, e varie scaramuccie accaddero fra le genti nemiche. Guerra eziandio fu nel Parmigiano, per avere Lodovico il Moro mandato il campo addosso ai Rossi. Anche i Fiorentini mossero guerra al papa in Toscana, e colle lor armi aiutarono Niccolò Vitello ad impadronirsi di Città di Castello. Distratti in questa maniera i collegati, cominciarono a prendere cattiva piega gli affari di Ercole duca di Ferrara, da più parti incalzato dall'armi venete. Presero i Veneziani Rovigo con tutto il suo Polesine; s'impadronirono di Comacchio, di Lendenara, della Badia, d'Adria e d'altri luoghi. Lungamente assediato e difeso Figheruolo, infine fu forzato alla resa [Diar. di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital.]. Loro si arrenderono altre terre e castella del Ferrarese, di modo che le soldatesche venete coi saccheggi arrivarono fin presso Ferrara, città allora mancante ancora di vettovaglia. Male stava il duca, e alle sue disavventure s'aggiunse eziandio in tanto bisogno una pericolosa malattia, che il tenne per molte settimane oppresso. Ma neppure il papa si sentiva allegro, per li progressi, che ogni dì più andava facendo il duca di Calabria nelle sue [80] parti. La paura di peggio l'indusse a richiedere dai Veneziani Roberto Malatesta lor capitano, il quale con molte squadre s'inviò alla volta di Roma. Giunto colà, ed unitosi col conte Girolamo capitano del papa, andò a mettersi a fronte di Alfonso duca di Calabria. Nel dì 21 d'agosto [Jacobus Volaterranus, Diar., tom. 22 Rer. Ital. Infessura, Diar. Rom., P. II, tom. 3 Rer. Ital. Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.] a Campomorto su quel di Velletri vennero alle mani quelle due armate. Per sei ore con estremo valore fu disputata la vittoria, e questa infine si dichiarò in favore dell'armi pontificie, e colla prigionia di trecento uomini d'armi, e disperazione di tutto l'esercito nemico. Si salvò con soli cento cavalli il duca di Calabria in Terracina, oppure a Nettuno. Non pochi furono i luoghi che per così felice successo tornarono alla ubbidienza del pontefice; ma poco godè di tanta gloria il prode Roberto de' Malatesti, perchè, venuto a Roma a visitare il papa, nel dì 10 oppure 11 di settembre di disenteria se ne morì in età di soli quaranta anni [Infessura, Diar., P. II, tom. 3 Rer. Ital. Diar. Parmens., tom. 22 Rer. Ital. Ammirati, Istor. di Firenze, lib. 23.]. Fu sparsa voce dai maligni ch'egli fosse morto di veleno datogli dal conte Girolamo, o per invidia, o per isperanza di acquistar Rimini, giacchè non restarono figliuoli legittimi di lui. Confessa Jacopo da Volterra [Jacobus Volaterranus, tom. 23 Rer. Ital.] che in Roma si ebbe piacere di sua morte [Jacobus Philippus Bergom., Hist.]. Lasciò egli erede del suo Stato Pandolfo suo figliuolo naturale, che, imitando non il generoso e virtuoso padre, ma l'avolo Sigismondo pieno di vizii, essendo divenuto, per concessione del papa, signor di Rimini, sfregiò di poi sommamente la sì accreditata casa dei Malatesti.

Con questa felicità camminavano gli affari de' Veneziani e del pontefice, al che si aggiunse allora la morte sopravvenuta al valoroso duca d'Urbino [81] Federigo, generale della lega, nel dì 10 di settembre, a cui succedette in quel ducato Guidubaldo suo figliuolo [Diar. Ferrar., tom. 24 Rer. Ital.]: quando non meno i saggi cardinali, i quali non sapeano sofferire che Ferrara venisse in potere de' Veneziani, quanto gli ambasciatori della lega, che si trovavano in Roma, mossero tutta la lor facondia per far ravvedere l'ingannato papa della sua sconsigliata guerra. Nulla nondimeno si sarebbe fatto, se la maggior batteria non si fosse adoperata col conte Girolamo, in cui mano era il cuore del papa. Tanto fecero sperare, tanto promisero a lui [Navagero, Istor. di Venezia, tom. 23 Rer. Italic.], forse mostrandogli di condurlo al possesso di Rimini e Faenza, e fors'anche di Ravenna e di Cervia, che il trassero ad assaporar la pace: e questa, nel dì 12 di dicembre dell'anno presente, fu conchiusa fra il papa, il re Ferdinando e gli altri collegati, con istupore ed allegrezza d'ognuno, fuorchè de' Veneziani, al veder tanta mutazione in un subito. Spedito a Ferrara il cardinal Gonzaga legato di Bologna, recò un'immensa consolazione a quel popolo nel dì 24 di dicembre. Arrivò nel dì 26 d'esso mese [Jacobus Volaterranus, tom. eod.] a Roma Alfonso duca di Calabria per baciare i piedi al pontefice; e, ricevutene molte finezze, seco concertò i mezzi per far guerra unitamente ai Veneziani, ai quali furono bene scritte da Sisto lettere efficaci per rimuoverli dalla guerra contra del duca di Ferrara, ma senza che essi ne facessero conto alcuno. A vele gonfie andavano, non si sentivano voglia di dare indietro. L'anno fu questo [Guichenon, Hist. de la Maison de Savoye.] in cui Filiberto duca di Savoia passò all'altro mondo nel dì 22 d'aprile. Carlo suo fratello gli succedette nel dominio. Morì ancora nell'anno presente [Corio, Istor. di Milano. Diar. Parmense, tom. 22 Rer. Ital.] Pier-Maria de' Rossi conte di San Secondo nel Parmigiano, per li molti affanni sofferti in [82] vedersi spogliato di quasi tutte le sue terre dall'esercito del duca di Milano. Guido suo primogenito per qualche tempo sostenutosi, venne finalmente ad un accordo, e fu rimesso in grazia del duca; ma nell'anno seguente ripigliate le armi per le suggestioni de' Veneziani finì di giocare il resto delle sue terre. All'incontro Ascanio Maria Sforza, che era stato mandato ai confini da Lodovico il Moro suo fratello, dopo aver trattato co' Veneziani di far muovere sedizioni nello Stato di Milano, sen venne sul Bresciano. Avvedutosi Lodovico dei di lui disegni, mandò segretamente a trattar seco di pace, ed accortamente trattolo a Milano, il rimise in possesso de' primi onori.


   
Anno di Cristo MCCCCLXXXIII. Indiz. I.
Sisto IV papa 13.
Federigo III imperadore 32.

Unironsi in quest'anno quasi tutti i potentati d'Italia contra de' Veneziani, per obbligarli a desistere dalle offese di Ercole Estense duca di Ferrara. Ma, per quanto vedremo, ad altro non servirono i loro sforzi che a far maggiormente conoscere qual fosse allora la potenza della repubblica veneta, la qual sola a tanti nemici fece fronte con giugnere infine a formare una pace di suo gran decoro e vantaggio. Erano i collegati il papa, il re Ferdinando, il duca di Milano, i Fiorentini, il duca di Ferrara, il duca di Urbino, il marchese di Mantova, i signori di Faenza, Forlì, Pesaro, Carpi, ec. Ci lasciò il Corio [Corio, Istor. di Milano.] la lista della lor quota di combattenti. Nello stesso mese di gennaio, a dì 15, arrivò a Ferrara Alfonso duca di Calabria, menando seco alcune squadre d'uomini d'armi, e circa cinquecento di quei Turchi che egli avea preso, e poi tolto al suo servigio dopo la liberazione d'Otranto. Ma non andò molto che cento cinquanta di costoro desertarono al campo de Veneziani. Colà similmente giunsero le milizie del papa: [83] laonde Ferrara, alle cui porte continuavano tuttavia ad arrivar le scorrerie dei nemici, cominciò a respirare. Ad Argenta e a Massa di Fiscaglia ebbero due sconfitte essi Veneziani colla prigionia di moltissimi, a' quali, secondo la consuetudine degl'Italiani, fu data la libertà. Altre non poche scaramuccie succederono; e perciocchè niun frutto aveano prodotto le lettere ed esortazioni pontifizie per mettere fine alle ostilità dei Veneziani contro Ferrara, il papa nel dì 25 di maggio [Sanuto, Istor. di Ven., tom. 22 Rer. Ital.] nel concistoro fulminò le scomuniche contra di loro, e sottopose all'interdetto tutte le lor città e terre, reclamando indarno il cardinal Barbo patriarca d'Aquileia, perchè si facesse ora un gran peccato e sacrilegio ciò che dianzi non solo per pubblico consentimento del papa, ma anche per suo ordine, era tenuto per giustissimo e ben fatto. Da tale sentenza appellarono i Veneziani al futuro concilio, nè lasciarono per questo di seguitar la guerra; anzi maggiormente si accesero ad essa, e condussero al loro soldo Renato duca di Lorena, pretendente al regno di Napoli, con mille e cinquecento cavalli e mille fanti. Marino Sanuto ci lasciò la serie di tutti i lor condottieri d'armi, e de' combattenti non men dell'armata della lega, che di quella de' Veneziani. Intanto riuscì a Lodovico il Moro di dar fine alla guerra da lui fatta ai Rossi nel Parmigiano.

Ma perciocchè il Ferrarese disfatto non potea più sostenere la guerra, e secondo la politica militare si ha da far la guerra, se mai si può, in casa de' nemici, e non nella propria [Corio, Istor. di Milano.]; fu risoluto che lo Stato di Milano la rompesse dal canto suo co' Veneziani, e tanto più per non trovarsi altra via migliore da salvar Ferrara, che quella d'una potente diversione. Perciò il duca di Milano e il marchese di Mantova dichiararono la guerra [84] a' Veneziani nel mese di maggio. Costanzo Sforza signor di Pesaro, lasciato in questi tempi il generalato de' Fiorentini, passò al soldo dei Veneziani; ma per poco tempo [Jacobus Philipp. Bergom., Histor.], perchè nel mese di luglio fu rapito dalla morte, con lasciar dopo di sè nome di valoroso capitano e di splendidissimo signore, siccome ancora un figliuolo bastardo legittimato di poca età, nominato Giovanni, che, per concessione del pontefice, gli succedette in quel dominio. Dacchè lo Stato di Milano ebbe sfidati i Veneziani, Roberto San Severino lor generale determinò di passar l'Adda, ed entrar nel Milanese, dove gli era fatta sperare una sollevazion de' popoli. Passò nel dì 15 di luglio; ma, chiarito che niun movimento si facea, tornossene, senza far altro, indietro. Allora Alfonso duca di Calabria, creato capitan generale della lega, spinse l'esercito suo, nel mese d'agosto, sul Bergamasco e Bresciano, e dipoi venne sul Veronese con Federigo marchese di Mantova. Moltissime terre e castella di que' territorii furono prese. Asola assediata nel settembre, e bersagliata con molte artiglierie, in fine capitolò la resa, e fu consegnata ad esso marchese. Il duca di Ferrara ne ripigliò anch'egli molte delle sue, e in varii siti ebbero delle percosse i Veneziani, fuggendo sempre l'accorto lor generale Roberto le occasioni d'una giornata campale. Ma con tutto questo si cominciò a vedere una gran languidezza nell'operare del duca di Calabria, che niuna impresa conduceva a fine; nè, per quante istanze facesse il duca di Ferrara d'essere aiutato a ripigliare Rovigo e le altre terre di quel Polesine e le confinanti, nulla mai potè ottenere; di maniera che terminò con tante belle apparenze l'anno presente in aver saccheggiato un ampio paese, ma senza alcun sodo vantaggio di quella lega appellata santissima, perchè era compreso in essa il pontefice. Nell'ultimo dì di febbraio di [85] quest'anno [Benvenuto da San Giorgio, Istoria del Monferrato, tom. 23 Rer. Ital.] diede fine al suo vivere Guglielmo marchese di Monferrato; e perchè non restò di lui prole maschile, ebbe per successore nella signoria Bonifazio suo fratello minore. Furono novità in Genova nel dì 25 di novembre [Giustiniani, Istoria di Genova, lib. 5. Corio, Istoria di Milano.]. Paolo Fregoso cardinale ed ambizioso arcivescovo di quella città, congiurato con altri della sua famiglia, aspettò che Batistino Fregoso doge di quella repubblica venisse a visitarlo. Venne, e il ritenne prigione nelle stanze dell'arcivescovato; ed avendolo colle minaccie della vita costretto a dargli le fortezze, si fece poi egli in quel giorno proclamar doge, e rinnovò la lega coi Veneziani.


   
Anno di Cristo MCCCCLXXXIV. Indiz. II.
Innocenzo VIII papa 1.
Federigo III imperadore 33.

Più d'un consiglio tenuto fu in questo anno dai principi collegati per istabilire i mezzi di continuar la guerra contra de' Veneziani [Ammirati, Istoria di Firenze, lib. 24. Corio, Istoria di Milano.]. Una congiura si scoprì in Milano contra di Lodovico Sforza, tramata da chi volea rimettere il governo in mano della vedova duchessa Bona. Gli autori provarono i rigori della giustizia. Tardi uscì in campagna l'esercito di essi collegati, senza che operasse cosa alcuna degna di memoria. In questo mentre a dì 15 di luglio terminò di morte naturale i suoi giorni Federigo valente marchese di Mantova, e generale del duca di Milano, in mezzo alle concepute speranze d'ingrandimento. Al primogenito suo per nome Gian-Francesco II pervenne quella signoria, quantunque per l'età non fosse assai abile al governo. Cominciarono poi ad insorgere semi di discordia fra Lodovico il Moro ed Alfonso duca di Calabria. Lamentavasi il primo che danaro ed altri aiuti non venissero da Napoli. Si [86] doleva l'altro che Lodovico si fosse usurpata in Milano più autorità di quel che conveniva sovra il giovinetto duca Gian-Galeazzo Maria suo nipote, giacchè ad esso era stata promessa in moglie una figliuola del medesimo duca di Calabria. Penetrati all'orecchio de' Veneziani questi dissapori, seppero ben essi prevalersene con far segretamente proporre a Lodovico il Moro la loro amicizia, da cui sarebbe sostenuto contro gli attentati del re di Napoli, anzi aiutato a divenir duca di Milano. Ed ecco raffreddarsi Lodovico nella guerra, e far conoscere che non gli dispiacerebbe la pace; dall'altro canto, nel maggio di quest'anno [Annales Placentin., tom. 20 Rer. Ital. Sanuto, Nauger., et alii.] avendo i Veneziani spedita una flotta di galee contra del regno di Napoli, s'impadronirono di Gallipoli, Nardò, Monopoli e d'altri luoghi, e misero anche l'assedio alla città di Taranto. Concepì il re Ferdinando non poca gelosia di questo insulto, per timore che un tal incendio non venisse a maggiormente crescere in quelle parti; laonde anch'egli cominciò a sospirar la pace. Siccome dirò fra poco, neppur mancarono in Roma dei torbidi, per li quali il papa approvava il mettere fine alla guerra di Lombardia. Concorsero adunque i deputati delle potenze guerreggianti a Bagnolo, e quivi, nel dì 7 d'agosto, restò sottoscritta la pace, come vollero i Veneziani, benchè si trovassero inferiori di forze, ed avessero anche avute delle percosse in quest'anno. Accadde allora ciò che tante volte è accaduto e accadrà: cioè toccò ai men potenti il pagare del suo le spese della guerra. Furono da' Veneziani abbandonati i Rossi di Parma; e Lodovico il Moro per gl'interessi suoi particolari, e Alfonso duca di Calabria, per sua malignità, abbandonarono non solo il marchese di Mantova, a cui nulla restò dell'acquistato, ma ancora Ercole duca di Ferrara, avendo essi permesso che in mano de' Veneziani, oltre alla restituzion [87] di tutte le terre loro tolte, restasse la città di Rovigo con tutte le terre e castella di quel Polesine, ricchissimo paese, ed uno degli antichissimi retaggi della casa d'Este, la quale tanti altri gravissimi danni avea sofferto in questa guerra. È da stupire che l'Ammirato, scrittore accurato, nel narrare le fiere doglianze del duca di Ferrara per questo tradimento de' collegati contro i patti della lega, secondo la quale non si dovea far pace senza consentimento suo coi Veneziani, abbia lasciato scritto che il Polesine di Rovigo gli fu restituito. Leggonsi nella Storia di Marino Sanuto [Sanuto, Istor. Venet. tom. 22 Rer. Ital.] e nel Corpo Diplomatico del signor Du Monte [Du-Mont, Corp. Diplomat.] i capitoli della pace suddetta.

Sotto il pontificato di Sisto IV gli Orsini, perchè sempre aderenti al conte Girolamo Riario, sembravano fra quelle illustri famiglie i Beniamini del papa [Raynaldus, Annal. Eccles.]. All'incontro i Colonnesi erano tenuti di occhio, come di fede sospetta verso il pontefice, siccome emuli antichi degli Orsini. Nel dì 29 di maggio [Infessura, Diar, P. II, tom. 3 Rer. Ital. Diar. Roman., tom. eod.] gran commozione fu fatta da essi Orsini in Roma uniti col conte Girolamo contra di Lodovico Colonna protonotaio. Parea lite privata fra essi; ma si venne a scorgere che vi avea mano anche il papa. Fu assediato in casa sua il protonotaio; presa dipoi la casa, fu data alle fiamme con altre appresso, ed alcune di quei della Valle, e quella del cardinal Colonna. Restò dopo una battaglia preso lo stesso protonotaio, e fu condotto a palazzo, dove, più volte aspramente tormentato, ebbe in fine mozzo il capo. Fu di questo un gran dire per Roma. Intanto mandò il pontefice a prendere la Cava ed altre terre de' Colonnesi; e fu messo l'assedio a Marino, che non potè tener forte, con altre militari imprese che si veggono descritte nei Diarii Romani da me dati [88] alla luce. Durava questa guerra, e Roma tutta era sossopra, quando venne ad infermarsi papa Sisto con sì grave malattia, che nel dì 12 d'agosto troncò la morte il filo al suo pontificato e alla sua vita [Raphael Volaterranus, et Jacobus Volaterranus, tom. 23 Rer. Ital. Infessura, Diar., P. II, tom. 3 Rer. Ital.]. Era egli malconcio di febbre, e maltrattato dalle gotte: tuttavia comune credenza fu che gli accelerasse la morte lo arrivo dei capitoli della pace, poco fa stabilita in Bagnolo, non già che dispiacesse a lui la pace, ma perchè la trovò fatta con vergognose condizioni per la lega, che superiore di forze ai Veneziani, pur quasi vinta si dimostrò, e contro il decoro della santa Sede; giacchè prima si erano esibiti i Veneziani di farla con lui, ed eziandio con condizioni migliori; nel che restò poi burlato, con farla senza di lui. Delle azioni di questo pontefice molto svantaggiosamente parla l'Infessura. Tuttavia lasciò egli delle belle memorie in Roma [Platina, Raphael Volaterranus, Jacobus Volaterranus.], che gli è obbligata per molti suoi ornamenti; e si sarebbe anche per le altre sue doti e virtù guadagnato il titolo di buon pontefice, se lo esorbitante amore de' suoi, e massimamente del conte Girolamo Riario suo nipote o figliuolo, e il bisogno di danaro per far guerra, non l'avessero condotto ad azioni che oscurarono non poco la memoria di lui, e fecero che i buoni sospirassero di non avere mai più di somiglianti pontefici, benchè poi ne vennero anche de' peggiori. Spirato ch'egli fu, insorsero i Romani contra del conte Girolamo. Poscia al debito tempo congregati nel conclave i cardinali [Raynaldus, Annal. Eccl.], elessero papa di concorde volere, nel dì 29 d'agosto, Giam-Battista Cibò, cardinale di Santa Cecilia, di patria Genovese, che assunse il nome d'Innocenzo VIII, personaggio creduto alieno dall'umor guerriero del predecessore, ed inclinato alla [89] pace e di costumi soavi [Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital. Infessura, Diar., P. II, tom. 3 Rer. Ital.]. Suo padre era stato senatore di Roma a' tempi di papa Callisto III. Lo stesso papa Innocenzo, prima di mettersi nella via ecclesiastica, avea avuto alcuni figliuoli, che erano tuttavia viventi. Nel dì 12 di settembre fu egli con lieta solennità coronato. Intanto per la morte di papa Sisto risorsero gli abbattuti Colonnesi e Savelli. Capranica, Marino ed altre terre perdute ritornarono alla loro ubbidienza. Si aggiunse poi alla guerra suddetta, che afflisse di molto la Lombardia, in questo anno anche il flagello della carestia e della peste in Venezia ed in altre città [Annal. Placentin., ubi supra.], di modo tale che giorni cattivi furono nominati i presenti in Italia.


   
Anno di Cristo MCCCCLXXXV. Indiz. III.
Innocenzo VIII papa 2.
Federigo III imperadore 34.

Le cura del novello sommo pontefice Innocenzo VIII furono tosto [Raynaldus, Annal. Ecclesiast.] per rintuzzare l'orgoglio di Baiazette imperador de' Turchi, dalle cui poderose forze veniva minacciata la Sicilia e l'Italia tutta. Premurose esortazioni spedì egli a tutti i principi e comuni non solo dell'Italia, ma anche di oltramonte, per formare una lega sacra contra di quegli infedeli. Tassò ancora quella rata di danaro che dovea cadaun d'essi contribuire. Andarono tutte queste diligenze fra poco in un fascio, perchè insorsero delle turbolenze nel regno di Napoli; e il pontefice, tenuto dianzi per sì desideroso della pace, si lasciò intricar nella guerra. Racconta l'Infessura [Infessura, Diar., P. II, tom. 3 Rer. Ital.] che nel giugno di quest'anno si rinnovellò la guerra fra i Colonnesi e gli Orsini nelle vicinanze di Roma, colla presa di alcune castella, e con varii combattimenti fra quelle due nobili e potenti case [Anonymus, Diar. Roman., tom. 3 Rer. Ital.]. S'interpose [90] il papa per acconciar quelle differenze, e volle in sua mano Frascati e Genazzano, ed altre terre occupate dai Colonnesi. Ubbidirono infatti i Colonnesi, ma non già gli Orsini, perchè poco si fidavano del papa inclinato in favore dei lor nemici; e però, al rovescio del precedente pontificato, Innocenzo si dichiarò per li Colonnesi, e caddero gli Orsini dalla grazia di lui. Picciole nondimeno furono queste brighe in paragon dell'altra suscitata da Ferdinando re di Napoli. Tornato dalla guerra di Ferrara Alfonso duca di Calabria suo primogenito, siccome uomo che per la sua crudeltà e lussuria si facea universalmente odiare, volle col padre, per voglia d'accumular tesori, imporre nuove gravezze ai baroni del regno [Summonte, Ist. di Napol.]. S'era anche più volte lasciato scappar di bocca delle minaccie contra d'essi. Cominciarono questi a ricalcitrare e a formar dei trattati per loro difesa. Il principio della loro rottura fu il seguente. Portatosi il duca di Calabria a Cività di Chieti, quivi fece prigione il conte di Montorio nella vigilia di San Pietro di giugno, e mandollo co' figliuoli prigione a Napoli. Scrivono altri che questi, chiamato a Napoli, fu cacciato in quelle carceri. Altrettanto avvenne ai figliuoli del duca d'Ascoli conte di Nola. Allora si ribellarono i principi d'Altamura e di Bisignano, i conti di Tursi, Ugento, Lauria, Melito, e quasi tutti gli altri baroni del regno, e portarono le loro doglianze a papa Innocenzo contra del re. Il pontefice, che già si sentiva alterato contra di Ferdinando, perchè il censo del regno di Napoli sotto il suo antecessore fosse stato ridotto ad una semplice chinea (indulgenza ch'egli non volea sofferire), abbracciò tosto questa occasione per procedere contra di Ferdinando e per citarlo a Roma. Il re mandò colà il cardinal Giovanni suo figliuolo per dedurre le sue ragioni; ma questi nel dì 17 l'ottobre finì di vivere in Roma, e fu creduto, secondo [91] l'Infessura [Infessura, Diar., P. II, tom. 3 Rer. Ital.], per veleno datogli un mese prima in Salerno da Antonello San Severino, principe di quella città. Secondo altri migliori storici [Anonymus, Diar. Roman., tom. eod.], non fu il cardinal Giovanni, ma bensì don Federigo suo fratello che andò a Salerno, e vi fu per qualche tempo ritenuto. Credendo ad una falsa voce, scrisse il medesimo Infessura che il re fece tagliare il capo al conte di Montorio già imprigionato; ma egli stesso dipoi cel dà vivente; ed abbiamo anche dalla Storia Napoletana ch'egli fu liberato: lo che vien confermato dal Rinaldi [Raynaldus, Annal. Eccl.]. Fuor di dubbio è intanto, che tutti i baroni, a riserva del conte di Fondi, del duca di Melfi e del principe di Taranto, scopertamente presero l'armi contra del re Ferdinando [Summonte, Istoria di Napoli.]. Egli per pacificarli si portò in persona nel dì 10 di settembre ad un luogo, dove la maggior parte d'essi era raunata, nè vi fu cosa chiesta da loro che non accordasse. Ma non ebbe effetto alcuno l'abboccamento, perchè que' signori non sapeano fidarsi di un principe, il quale in addietro avea assai dato a conoscere quanto gli fosse famigliare la bugia e la frode, e che nulla gli costava il tradire sotto la parola. Ribellossi anche a Ferdinando nel mese d'ottobre il popolo della ricca città dell'Aquila, e ricorse alla protezion del pontefice, offerendogli il dominio della lor città, nè ebbe papa Innocenzo difficoltà d'accettarlo. Si veggono ancora monete dell'Aquila stessa colla testa d'esso pontefice. Di qui venne aperta guerra fra Innocenzo e Ferdinando.

A questo ballo immantenente trassero, mossi da Ferdinando, i Fiorentini e Gian-Galeazzo duca di Milano, ossia piuttosto Lodovico il Moro, come suoi collegati. Passarono anche nel suo partito gli Orsini [Ammirati, Istor. di Firenze.]. I Veneziani e i Genovesi [92] si accostarono al papa, e i primi permisero che Roberto da San Severino passasse ai di lui servigi con titolo di gonfaloniere, ossia di generale dell'armi della Chiesa. Menò egli seco secento uomini d'armi [Corio, Istor. di Milano.]. E siccome i Veneziani spedirono cinquecento cavalli e due mila fanti in aiuto del papa, così i Fiorentini e Lodovico Sforza inviarono, ma ben lentamente, la lor quota di gente in rinforzo a Ferdinando. Venne il duca di Calabria con un picciolo esercito in Campagna di Roma, e cominciò ad infestar le vicinanze di Roma stessa. Era guerra fra il re e i baroni di Napoli. Guerra parimente si facea fin sotto le porte di Roma, città che in questi tempi si trovò piena di spaventi e d'interni tumulti, abbondando chi disapprovava l'impegno preso dal papa. Arrivato poi che fu Roberto San Severino colle sue genti, respirarono i Romani. Narra il Summonte [Summonte, Istoria di Napoli.] che su quel di Velletri seguì una fiera battaglia di quattro ore fra Alfonso duca di Calabria e il San Severino, colla rotta totale del primo, ed essere poi morto pochi dì dopo Roberto San Severino, e fatti tre versi in onor suo, cioè:

Roberto io son, che venni, vidi e vinsi, ec.

Ma il Summonte, scrittore spesse volte poco accurato, non ci ha data una storia degna della nobilissima città di Napoli. Qui ancora prese abbaglio, confondendo Roberto Malatesta e la sua vittoria, di cui parlammo all'anno 1483, con Roberto San Severino. Niuna impresa che meriti particolar memoria fece, ch'io sappia, il San Severino, fuorchè l'avere ricuperato il ponte a Lamentana, dove Fracasso suo figliuolo fu colto in bocca da una palla di spingardello, che gli portò via molti denti, e il fece stare in pericolo della vita. Io taccio il resto, perchè l'istituto mio non porta di pascere il lettore col [93] racconto di sole scorrerie, saccheggi e battagliole. In questi tempi Lodovico Sforza il Moro [Corio, Istor. di Milano.], che credea sè stesso la più gran testa dell'universo, e tutto dì pensava ad aprirsi la strada a divenir duca di Milano, col veleno si liberò dal conte Pietro del Verme, e gli tolse tutte le sue terre e castella; mancò di fede ai cittadini che aveano prestati danari per la guerra; suscitò discordia fra i fratelli Vitaliano e Giovanni conti Borromei. Nella notte del dì 4 venendo il dì 5 di novembre dell'anno presente [Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.] mancò di vita Giovanni Mocenigo doge di Venezia, a cui fu sostituito Marco Barbarigo. La peste, che facea grande strage in Venezia, quella fu che rapì dal mondo il medesimo doge Mocenigo.


   
Anno di Cristo MCCCCLXXXVI. Indiz. IV.
Innocenzo VIII papa 3.
Federigo III imperadore 35.

Erasi fin qui affaticato non poco Federigo III imperadore austriaco, ma senza frutto, per far dichiarare re de' Romani Massimiliano suo figliuolo [Trithemius, Nauclerus, Langius, et alii.]. Nel dì 16 di febbraio dell'anno presente ottenne finalmente il suo intento, con averlo la maggior parte degli elettori promosso a quella dignità, continuata poi fino a' dì nostri nell'augustissima casa d'Austria. Andò ancora ne' primi sei mesi di questo anno [Infessura, Diar., P. II, tom. 3 Rer. Ital. Anonym., Diar. Roman., tom. eod.] continuando la guerra ne' contorni di Roma con gravi danni del paese, ma senza azione alcuna memorabile. In questo mentre si andò trattando di pace [Raynaldus, Annal. Eccl.]. Ferdinando il Cattolico re d'Aragona e di Sicilia, per mezzo d'alcuni suoi deputati, e l'accorto Lorenzo de Medici per altra via la fecero proporre al papa, con indorargli sì ben la pillola, che gliela fecero infine inghiottire. Vi si adoperò non poco il cardinale [94] Ascanio Sforza, fratello di Lodovico il Moro. Trovavasi papa Innocenzo VIII colla guerra in casa, freddamente assistito dai suoi collegati, ingannato da tutti, e con Roma piena di tradimenti, di sconcerti e di timori, in guisa tale che nel dì 21 di gennaio, per voce sparsa che gli Orsini erano entrati in quella città, mirabil fu lo scompiglio di tutti i cittadini. Molto più bramava il re Ferdinando che si mettesse fine a tal briga, al sapere che il papa avea commosso Carlo VIII re di Francia a spedire in Italia Renato duca di Lorena con assai forze, per farlo entrare nel regno di Napoli, dove egli si potea promettere molto dal partito angioino. Inoltre andava piuttosto crescendo che scemando la ribellion de' baroni. Se riusciva a Ferdinando di placare il papa, e d'indurlo a staccarsi da' suoi ribelli, non sarebbono poi mancate maniere a lui di far vendetta, e di tagliare i papaveri del regno suo. Così appunto avvenne. Lasciossi il pontefice menare all'accordo; niuna difficoltà ebbe Ferdinando di accordar qualunque condizione gli fu richiesta dal papa. Promise una piena remission delle offese ai baroni, disobbligandoli anche dal venire a Napoli, e diede per sicurtà di questo suo perdono il suddetto Ferdinando re d'Aragona, il duca di Milano e Lorenzo de Medici. Promise di pagare l'annuo censo del regno di Napoli, come si facea ne' passati tempi, con altre belle promesse, ch'egli in suo cuore non intendeva di voler poi eseguire. Pertanto nel dì 11 di agosto fu sottoscritta la pace: pace non comunicata ai cardinali, e dalla maggior parte di loro disapprovata [Infessura, Diar., P. II, tom. 3 Rer. Ital.], e soprattutto dal cardinale Batua Franzese, il quale, un dì trattandosene in concistoro, vi si oppose forte; e perchè Rodrigo Borgia cardinale, che fu poi papa Alessandro VI, il trattò da ubbriacone, egli trapazzò il Borgia con assai ignominiose ingiurie, di modo che furono vicini a mettersi le mani addosso: tanto era allora disordinato quel sì venerabil collegio.

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Fatta che fu la pace, licenziò il pontefice le sue genti d'arme; e mandarono i baroni del regno, per mezzo de' lor procuratori, a giurar fedeltà al re Ferdinando. Ma egli non tardò a sfogar la sua collera contro di chi gli potè venir nelle mani. Imperocchè nel dì 13 d'agosto [Istoria Napolet., tom. 23 Rer. Ital.] fece proditoriamente prendere Francesco Coppola conte di Sarno, Antonello di Aversa con due suoi figliuoli conti di Carinola e Policastro, Anello d'Arcamone conte di Borello, ed altri suoi cortigiani; e, fattili processare, imputando loro che avessero avute intelligenze co' nemici, ad alcuni fece mozzare il capo, a tutti gli altri tolse roba e feudi di sommo valore. Furono anche imprigionati il conte di Morcone e Fabrizio Spinello. Dovea, secondo i patti, restare in libertà la città dell'Aquila [Diar. Roman., P. II, tom. 3 Rer. Ital. Infessura, Diar., tom. eod.]. Nel dì 12 d'ottobre v'entrò il conte di Montorio colle milizie del duca di Calabria, ed ucciso l'arcidiacono che ivi era pel papa con promessa d'essere creato cardinale, fece tornare quella città all'ubbidienza del re: con che restò maggiormente deluso il pontefice. Anche Roberto San Severino si trovò mal pagato [Corio, Istor. di Milano.]; perchè venendo colle sue genti d'armi verso il Veneziano, ed inseguito dal duca di Calabria, allorchè fu sul Bolognese, fu forzato a fuggirsene con soli cento cavalli, e il resto di sua gente andò disperso. Avea il pontefice conchiusa pace ancora fra i Genovesi e i Fiorentini [Ammirati, Ist. di Firen. Giustiniani, Ist. di Genova.], con obbligare i primi a cedere Pietra Santa ai Fiorentini, che l'aveano presa, e i Fiorentini a cedere Sarzana e Sarzanello ai Genovesi. Ma i Fiorentini, a' quali era stata tolta Sarzana, seppero ben trovar dei pretesti per non effettuar questo accordo, perchè parea loro non difficile il ripigliar Sarzana, siccome vedremo fatto nell'anno seguente. Talmente in questi tempi crebbe il furor della peste in [96] Milano [Corio, Istor. di Milano.], che, per attestato del Corio, più di cinquanta mila persone ne rimasero estinte in quella città sino al fine di luglio. Inoltre gli Svizzeri, ostilmente entrati nel Milanese, una gran preda vi fecero. Poco durò il governo di Marco Barbarigo doge di Venezia, imperciocchè Dio il chiamò all'altra vita nel dì 14 d'agosto [Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.]. In luogo suo fu poscia eletto Agostino Barbarigo suo fratello. Similmente Boccolino cittadino privato d'Osimo ribellò nell'anno presente quella città al papa [Infessur., Diar., P. II, tom. 3 Rer. Ital.], e si diede a fortificarla. Fu spedito colle milizie pontifizie colà il cardinal Giuliano dalla Rovere, che poi fu papa Giulio II. Questi vi mise il campo, e la tenne assediata per più mesi.


   
Anno di Cristo MCCCCLXXXVII. Indiz. V.
Innocenzo VIII papa 4.
Federigo III imperadore 36.

Persisteva Boccolino usurpatore di Osimo nella sua ribellione, e durava l'assedio posto a quella città dal cardinal Giuliano dalla Rovere. Per quanto facesse il papa affin di ridurre costui all'ubbidienza con intenzione di perdonargli, non potè mai smoverlo [Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.]. Anzi questo mal uomo, piuttostochè restituire al pontefice la città, fu detto che avea spedito a Baiazette imperador de' Turchi, ed essere stato in accordo con lui di consegnargli Osimo. Ora fu interposto dal papa Lorenzo de Medici, il quale sì destramente maneggiò questo affare, che l'indusse a cedere quella città collo sborso d'alcune migliaia di ducati d'oro [Raynaldus, Annal. Eccles.]. E, chiamatolo a Firenze, gli usò di molte finezze, con inviarlo poi per sua maggior sicurezza a Milano. La sicurezza fu, che Lodovico il Moro il fece impiccar per la gola. Mosse in quest'anno [Nauclerus, Langius, Sabellicus, et alii.] guerra ai Veneziani Sigismondo duca d'Austria. L'esercito [97] suo venuto addosso a Rovereto, terra allora de' Veneziani, se ne impadronì. Costrinse anche la rocca a rendersi, e vi restò prigione Niccolò de' Priuli, ivi podestà per la repubblica. Furono inviati Roberto San Severino e Giulio Varano signor di Camerino colle lor genti per opporsi ai Tedeschi. Trovò il San Severino abbandonato Rovereto [Corio, Istoria di Milano. Infessura, Diar., P. II, tom. 3 Rer. Ital.]; e, venuto alle mani coi nemici nel dì tre di luglio, ebbe la peggio, con restarvi prigioniere Antonio Maria suo figliuolo. Poscia, dacchè egli si vide rinforzato da molte migliaia di combattenti venuti da Venezia, fabbricò un ponte sull'Adige, con disegno d'andar a mettere l'assedio a Trento. Ma, passate che furono nel dì 9 d'agosto disordinatamente le sue genti, ecco i Tedeschi arrivar loro addosso con gran furia, ed attaccar la battaglia. Atrocissimo fu il combattimento ed era in forse la vittoria, quando sopraggiunsero mille Tedeschi, già posti in aguato, che urtarono sì fieramente le schiere dei Veneziani, che le misero in rotta. Parte fu uccisa, parte si annegò fuggendo nell'Adige, essendosi, per la troppa folla, rotto e sommerso il ponte. Roberto San Severino, combattendo valorosamente e trafitto da più colpi, lasciò ivi la vita. Trovato il suo corpo, pomposamente gli fu data sepoltura in Trento, e per cura poi de' suoi figliuoli fu condotto a Milano. Questa disavventura servì di stimolo ai saggi Veneziani di procurar la pace col duca d'Austria. I capitoli d'essa, sottoscritti nel dì 13 di novembre, son riferiti da Marino Sanuto [Sanuto, Istor. Vent., tom. 22 Rer. Ital.].

Tolta fu negli anni addietro la città di Sarzana ai Fiorentini, a' quali riuscì di tener forte Sarzanello, rocca fabbricata da Castruccio, e che servì ne' tempi addietro a tenere in freno la città medesima [Ammirati, Ist. di Firenze.]. Non aveano essi Fiorentini mai dimesso il pensiero di ricuperar quella città; e giacchè faceano preparamenti [98] per questo, i Genovesi li prevennero coll'inviar le loro soldatesche all'assedio di Sarzanello sotto il comando di Gian-Luigi del Fiesco. Ebbe ordine Niccolò Orsino conte di Pitigliano, e generale dei Fiorentini, di soccorrere quella rocca. Fu così ben condotta l'impresa nel dì 15 d'aprile, che non solamente furono obbligati i Genovesi a sciogliere quell'assedio, ma fu anche sconfitto l'esercito loro dal conte, con restarvi prigioniere lo stesso Fiesco, ed Orlandino suo nipote figliuolo d'Obietto. Ciò fatto, l'armata fiorentina si strinse intorno a Sarzana, e, ricevuti nuovi riforzi di gente, già si preparava a dare un generale assalto, quando gli assediati, per prevenire l'imminente pericolo, nel dì 22 di giugno esposero bandiera bianca, e capitolarono la resa. Per ricuperazione di quella città somma fu la consolazione de' Fiorentini, e non minore la gloria di Lorenzo de Medici, perchè in persona assistè a quella impresa. Per lo contrario, in Genova una tal disavventura, e il timore che i Fiorentini pensassero a maggiori progressi, furono cagione [Corio, Istor. di Milano.] che Paolo Fregoso cardinale e doge di quella città prese la risoluzione di rimettere Genova sotto l'alto dominio del duca di Milano, con ritenerne egli il governo. Ottenutone il consenso da' primarii cittadini, e mandato a trattarne a Milano con Lodovico Sforza, restò ben tosto il Fregoso consolato. Pertanto, alzate in Genova le bandiere del duca Gian-Galeazzo, i Fiorentini non pensarono da lì innanzi a molestare il Genovesato. Maggiormente in quest'anno si diede a conoscere la mala fede di Ferdinando re di Napoli [Istor. Napol., tom. 23 Rer. Ital.]: cioè, contro ai patti chiarissimi della pace stabilita col papa, più che mai si rivolse a perseguitare i baroni del suo regno, e a negare il censo pattuito ad esso papa pel regno di Napoli. Nel dì 10 di giugno fece egli imprigionare Pietro del Balzo, principe d'Altamura, Girolamo San Severino [99] principe di Bisignano, Giovanni Caracciolo duca di Melfi, il duca di Nardò, i conti di Lauria, d'Ugento, di Melito, ed altri signori [Infessura, Diar., P. II, tom. 3 Rer. Italic.]. Mandò papa Innocenzo VIII il vescovo di Cesena a Napoli a dolersi di tanta perfidia. Il re sbrigò il nunzio con poche parole, e meno rispetto di chi l'inviava. Il buon pontefice, che amava la pace, nè voleva imbrogliare l'Italia in una nuova guerra, non passò oltre a più gravi risentimenti: e intanto, per attestato del Summonte [Summonte, Istoria di Napoli.], il crudelissimo re con diversità di morti levò di vita tutti quegl'infelici baroni, a' quali aggiunse ancora Marino Marzano duca di Sessa. Si credette poscia di poter giustificare negli occhi del mondo tanta inumanità, con dare alle stampe i loro processi, e mandarli a tutte le corti, quasichè si dovesse prestar fede ai processi di un re che non avea fede, e non fosse manifesta cosa l'aver egli contravvenuto agli articoli della pace fatta col papa. Dio non paga sempre in questo mondo, e sono occulti i giudizii suoi. Ma se è mai permesso d'interpretarli, è allora che si tratta del gastigo della crudeltà. Infatti vedremo che Dio non differì molto di privar lui di vita, e tutta la sua prosapia del regno. Certo non sarà giammai degno di reggere popoli chi non sa mai perdonare. Essendo in questi medesimi tempi insorte liti fra Carlo duca di Savoia e Lodovico marchese di Saluzzo [Guichenon, Hist. de la Maison de Savoye.], quest'ultimo restò spogliato di tutti i suoi Stati. S'interpose Carlo VIII re di Francia, e procurò che quegli Stati fossero depositati in terza mano, finchè si conoscesse quel che esigesse la giustizia. Non era men degli altri pontefici di que' tempi desideroso Innocenzo d'ingrandire Franceschetto Cibò suo figliuolo; e però gli procurò in quest'anno l'accasamento con Maddalena figliuola di Lorenzo de Medici, e nipote di Virginio Orsino, pel [100] qual parentado gli Orsini non solo rientrarono in grazia del pontefice, ma diventarono de' suoi principali confidenti.


   
Anno di Cristo MCCCCLXXXVIII. Indiz. VI.
Innocenzo VIII papa 5.
Federigo III imperadore 37.

Le novità della Romagna quelle sono che somministrano argomento alla storia di quest'anno. Signore di Forlì e di Imola era il conte Girolamo Riario, già da noi veduto nipote di papa Sisto IV, ed arbitro della corte romana sotto quel pontificato. Aveva egli nobilitate le suddette due città con molte fabbriche ed ornamenti [Jacobus Philipp. Bergom., Hist.]. Contuttociò co' malvagi suoi costumi s'era tirato addosso l'odio della maggior parte de' cittadini di Forlì. Però, formata contra di lui una congiura, nel dì 15 d'aprile (l'Infessura [Infessura, Diar., P. II, tom. 3 Rer. Ital.] ci dice nel dì 7, e la Cronica di Siena [Allegretti, Diar. Sanese, tom. 23 Rer. Ital.] nel dì 14, e così par che fosse, asserendolo anche una Cronica di Bologna [Cronica di Bologna MS. nella Libreria Estense.]) fu da molti, e specialmente da alcuni maggiormente beneficati da lui, ucciso, ignominiosamente strascinato il suo cadavero, e presa Caterina Sforza, sorella del duca di Milano e moglie sua, co' suoi figliuoli. S'impadronirono i congiurati della città, ma non della rocca. Era Caterina donna d'animo grande e sagace. Minacciata di morte, se non facea rendere la fortezza, ottenne di potervi entrare per indurre quel castellano alla resa. Ma entrata, virilmente cominciò, alzate le bandiere del duca di Milano, a far guerra alla città, minacciando agli uccisori del marito l'ultimo eccidio, se offesi avessero i suoi figliuoli, stante il soccorso che s'aspettava da Milano. Secondo la suddetta Cronica Bolognese, composta da autore contemporaneo, allora fu, che presentatisi i malfattori [101] alle mura della rocca, e preparate le forche, mostrarono di voler impiccare i di lei figliuoli, s'ella non si arrendeva. Ma rispose loro quella forte femmina, che se avessero fatti perir que' figliuoli, restavano a lei le forme per farne degli altri, e v'ha chi dice (questa giunta forse fu immaginata, e non vera) aver anche ella alzata la gonna per chiarirli che dicea la verità. Non eseguirono il crudel disegno que' micidiali, ed intanto arrivò sotto Forlì Giovanni Bentivoglio con più di tre mila tra cavalli e fanti; e da lì a non molto giunse ancora un altro rinforzo di soldatesche spedite con somma fretta da Milano sotto il comando di Gian-Galeazzo San Severino. Stretti così da ogni lato i cittadini, nè vedendo comparire i soccorsi che speravano dal papa, dimandarono di capitolare: laonde nel dì 29 d'aprile fu riconosciuto e proclamato signore di Forlì Ottaviano Riario primogenito dell'ucciso conte Girolamo [Sanuto, Ist. Ven., tom. 22 Rer. Ital.]. Fu creduto da alcuni che si facesse questa tragedia per dar quelle terre a Franceschetto Cibò figliuolo del papa; ma quando ciò fosse stato, altre misure avrebbe preso il papa, affinchè l'impresa riuscisse a tenore de' suoi desiderii.

Poco stette ad udirsi un'altra scena in Romagna. Nel dì 31 di maggio essendo andato Galeotto de' Manfredi signor di Faenza a visitare in sua camera Francesca sua moglie, figliuola di Giovanni Bentivoglio, ch'era, o fingeva d'essere inferma, restò quivi ucciso, con persuasione universale che ciò seguisse per ordine della stessa moglie, da cui era fieramente, a cagione di alcuni di lui amorazzi, odiato. Fu in armi la città, e prestamente corse colà il Bentivoglio con alcune genti d'armi per procurar di quietare il rumore, e di assicurare il dominio ad Astorre figliuolo dell'ucciso, e nipote suo. Ma i Fiorentini, siccome coloro che sospettavano fatto quel colpo dal Bentivoglio con disegno di usurpar [102] quella città (lo che non è credibile per riguardo che la figliuola avea successione), oppure per timore che il duca di Milano vi mettesse i piedi, attizzarono i villani di Val di Lamone e il popolo, con rappresentar loro mal intenzionato e complice del delitto il Bentivoglio. Fecesi pertanto una general sollevazione contra di lui, in guisa tale che poco mancò che non rimanesse vittima del loro furore. Restò non di meno preso e condotto a Modigliana nelle forze de' Fiorentini. Ma perchè il re Ferdinando e il duca di Milano, parte con preghiere e parte con minaccie di guerra, fecero calde istanze per la di lui liberazione [Cronica MS. di Bologna.], nel dì 13 di giugno fu rilasciato, e nel dì seguente sano e salvo arrivò a Bologna; dove dianzi appena fu udita la di lui prigionia, che più di quindici mila Bolognesi armati corsero a Castel Bolognese con disegno di far guerra a Faenza; e l'avrebbono fatta, se non era in altra maniera provveduto alla di lui salvezza. Succedette dunque nella signoria di Faenza Astorre de' Manfredi, in età di soli tre anni. Francesca sua madre ebbe il comiato, e se ne ritornò a Bologna.

Parve poco a Lodovico Sforza la dedizione fatta nel precedente anno dai Genovesi della loro città al duca Gian-Galeazzo suo nipote [Corio, Istoria di Milano. Giustiniani, Istor. di Genova.]. Ossia ch'egli, col volere di più, accendesse nuovo fuoco in quella città, oppure che questo naturalmente nascesse in un popolo sempre inclinato alle mutazioni e alle novità: certo è che nel mese d'agosto Obietto del Fiesco entrò con gente armata in Genova, e dipoi corse a quel rumore anche Batista Fregoso, cadaun d'essi contra del cardinal Paolo Fregoso, governatore allora della città. Si ritirò il cardinale nel castelletto; a questo fu messo l'assedio. Era grande la discordia fra i cittadini; chi inclinava a darsi al re di Francia (e fu anche spedito per questo a [103] lui), chi al duca di Milano, e chi a ripigliare l'antica libertà. Dopo molti dibattimenti, essendosi accordati insieme gli Adorni e i Fieschi, e giunto colà Gian-Francesco San Severino con molte brigate d'armati, fu determinato di cedere di nuovo coi patti e privilegii consueti il dominio di Genova a Gian-Galeazzo duca di Milano. Spedirono perciò sul fine di ottobre sedici ambasciatori a Milano, ai quali fu data l'udienza nel giorno creduto propizio, secondo l'ora astrologica: che di queste pazze fantasie era attentissimo osservatore anche Lodovico il Moro, ed altri non pochi infatuati di quel secolo e de' precedenti. Al cardinal Fregoso fu promessa una pensione annua di seimila ducati, e cedette il castelletto. Agostino Adorno per dieci anni ebbe il governo della città a nome del duca. Ottenne in questo anno papa Innocenzo VIII da Pietro d'Aubusson gran mastro de' cavalieri oggidì chiamati di Malta, Zem ossia Zizim, fratello di Baiazette imperador de' Turchi [Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.], il quale era negli anni addietro, caduto prigione nelle mani dei cavalieri suddetti. Scoprissi in Bologna sul fine di novembre [Cronica di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital. Cronica MS. di Bologna.] una gran congiura contro la vita di Giovanni de' Bentivogli e dei suoi figliuoli. Scoperta che fu, costò la vita a molti, che non poterono fuggire.


   
Anno di Cristo MCCCCLXXXIX. Indiz. VII.
Innocenzo VIII papa 6.
Federigo III imperadore 38.

Nel dì 13 di marzo dell'anno presente fece la sua entrata in Roma Zem ossia Zizim, fratello del sultano Baiazette, ed uomo di gran credito fra i Turchi [Infessura, Diar., P. II, tom. 3 Rer. Ital. Diar. Rom., tom. eod.]. Gran gelosia di costui avea esso Baiazette per timore ch'egli tornasse un dì a disputargli l'imperio, ben sapendo [104] che non gli mancava numeroso partito fra i Maomettani. Volle papa Innocenzo VIII che costui fosse ricevuto con distinto onore, e gli mandò incontro Franceschetto Cibò suo figliuolo con assai cortigiani. Nel dì seguente fu condotto al sacro concistoro; e, per quanto egli fosse stato ben ammaestrato delle genuflessioni che dovea fare al papa, e di andare a baciargli il piede, costui senza voler neppure piegare il capo, se ne andò ritto ritto al trono pontificio, ed unicamente baciò in una spalla il pontefice. Gli fu poi assegnato un quarto del palazzo apostolico, ma sotto buona guardia. Trovavasi allora in Roma l'ambasciatore del sultano d'Egitto, minacciato di guerra dal turco Baiazette. Fece costui grandi istanze, ed incredibili offerte e promesse al papa, se voleva dargli Zizim, per metterlo alla testa di un'armata contra di esso Baiazette; ma per motivi politici nulla potè ottenere. Fece poco appresso il pontefice una promozion di cardinali, con alzare a tal dignità il gran mastro di Rodi in ricompensa del principe turco a lui rilasciato. Con raro esempio ancora fu allora creato cardinale Giovanni de Medici, figliuolo di Lorenzo, ancorchè fosse in età di soli quattordici anni. Questi col tempo fu poi papa Leone X. Ma perchè il re Ferdinando tuttavia si burlava del papa, senza voler pagare il censo pattuito pel regno di Napoli, e per altre cagioni, Innocenzo, nella festa di san Pietro di giugno, lo scomunicò, e, niun effetto facendo le censure, arrivò a privarlo del regno nel dì 11 di settembre. Ferdinando appellò al futuro concilio. Fecesi poi preparamento di guerra dall'una parte e dall'altra; ma il pontefice, amator della pace, non bramò, oppur non osò di proceder oltre; e perciò durò il sereno, benchè framezzato da molte nebbie, non meno in Roma che nel regno di Napoli. Gran tempo era corso, dacchè seguirono gli sponsali fra il giovinetto Gian-Galeazzo Sforza duca di Milano ed Isabella figliuola di Alfonso duca di [105] Calabria, primogenito del re Ferdinando [Corio, Istor. di Milano.]; solamente nell'anno presente si effettuò quel matrimonio. Venne per mare a Genova questa principessa, e colà sbarcò nel dì 17 di febbraio. Giunse poscia a Milano, ma senza pompa si celebrarono quelle nozze, perchè tre mesi prima era mancata di vita la madre della sposa. Con questo maritaggio universalmente si sarà creduto assicurato lo Stato al duca Gian-Galeazzo, e Lodovico il Moro premuroso per li di lui vantaggi. Non passò molto che ben diverso dovette essere il giudizio del pubblico. Intanto sotto varii pretesti, e con ingannare lo stesso duchino, s'impadronì Lodovico del castello di Milano e di Trezzo, e di ogni altra fortezza di quel dominio, levandone gli uffiziali vecchi e fedeli al duca, mettendovene degli altri di sua confidenza, e mutando i presidii a suo piacimento. Tutto fingea di fare per miglior bene e sicurezza del nipote. Nel dì 13 di marzo dell'anno presente [Guichenon, Hist. de la Maison de Savoye.] in età di soli ventun anni diede fine al suo vivere Carlo duca di Savoia, principe, per varie sue imprese fatte in sì corto tempo di sua vita, già divenuto glorioso. Restò di lui un solo figliuolo maschio, ch'era ancor nelle fasce, nato nel precedente anno, e nominato anche esso Carlo. Questi fu suo successore; ma gran disputa nacque per la reggenza. Finalmente questa fu accordata a Bianca figliuola di Guglielmo marchese di Monferrato, madre sua, principessa di raro senno e di somma virtù, il cui elogio si può leggere nella Storia di Jacopo Filippo da Bergamo [Jacobus Philippus Bergom., Hist.], scrittore vivente in questi tempi.


   
Anno di Cristo MCCCCXC. Indiz. VIII.
Innocenzo VIII papa 7.
Federigo III imperadore 39.

Godendo in questi tempi l'Italia una invidiabil pace, niun riguardevole avvenimento [106] somministrò alla storia. Tutta ancora la cristianità si trovava esente dalla persecuzione turchesca, perchè il fiero Baiazette mirava sempre con apprensione il fratello Zizim, detenuto in Roma, come un mantice di sollevazioni e rivoluzioni ne' suoi Stati, qualora gli fosse permesso di comparire alla testa di un'armata contra di lui [Raynaldus, Annal. Eccles.]. Nè mancò a papa Innocenzo VIII il pensiero di prevalersi di tal congiuntura. Cercò egli infatti di muovere tutti i principi cristiani alla guerra contra de' Turchi, rappresentando ad ognuno qual gran vantaggio si potesse trarre dall'ottimo mezzo e strumento ch'egli aveva in sua mano. Ma neppur uno si trovò che volesse impacciarsene, premendo a tutti più i lor privati interessi che il pubblico bene. Di quest'animo del papa forse fu informato, oppure se l'immaginò Baiazette. Capitò a Costantinopoli nell'anno precedente Cristoforo, ossia Marino Castagna, nobile della marca d'Ancona, inviperito per essergli stato tolto un suo castello dagli uffiziali del papa [Infessura, Diar., P. II, tom. 3 Rer. Ital.]. Si esibì costui a Baiazette di levar di vita Zizim suo fratello col veleno: offerta sommamente gradita dal tiranno, che perciò di alcune migliaia di ducati d'oro il regalò in più volte: gli donò anche delle ricche vesti, e un diamante di valore di mille ducati d'oro. Dicono inoltre, avergli promesso la città di Negroponte a negozio finito. Venuto costui a Roma, fu carcerato, probabilmente perchè si penetrò esser egli stato a Costantinopoli, e ne' tormenti confessò tutto il suo reo trattato. Il perchè nel dì 7 di maggio ricevette dalla romana giustizia un premio differente da quello che gli avea fatto sperare il Turco. Arrivò poscia a Roma nel dì 30 di settembre un ambasciatore spedito da Baiazette, che fu con grande onore ricevuto. Le commessioni sue erano di pregare il papa di ritener sotto buona custodia Zizim, promettendo per tal cura di pagare annualmente [107] al pontefice quaranta mila ducati d'oro, e di dar pace e libero commercio a' cristiani. Fu detto che l'ambasciatore del sultano d'Egitto avea allo incontro esibito al pontefice, se gli volea dare in mano Zizim, per potere far guerra con esso a Baiazette, un regalo di quattrocento mila ducati, e la cessione della città di Gerusalemme; e che inoltre tutto ciò che s'acquistasse de' paesi del Turco, quand'anche fosse Costantinopoli, si restituirebbe alla Chiesa romana ed ai cristiani. Troppo vaste e non molto credibili sono tali slargate di promesse; nè Zizim vi avrebbe mai consentito. Quel che è certo nulla si conchiuse coll'Egiziano, e pare che fosse solamente accettata l'annua esibizione fatta dal Gran Signore. Dimandò poscia l'ambasciator turco udienza da Zizim, che gliela diede con maestosa formalità, e gli presentò lettere e regali da parte del fratello Baiazette. Morì nell'aprile di quest'anno Mattia Corvino celebre re d'Ungheria, e si suscitarono dei gravissimi torbidi in quel regno, giacchè egli non lasciò figliuolo alcuno legittimo. Però tanto meno si pensò a pigliar l'armi contra dei Turchi. Lodovico Sforza, reggente dello Stato di Milano, conchiuse in quest'anno il suo maritaggio con Beatrice figliuola d'Ercole Estense duca di Ferrara [Cronica di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital.]. Si partì questa principessa da Ferrara nel dì 29 di dicembre, accompagnata dalla duchessa sua madre Leonora d'Aragona, e suntuose furono poi le nozze celebrate in Milano. Un'altra figliuola d'esso duca di Ferrara, per nome Isabella, nel febbraio di questo medesimo anno era passata a Mantova ad unirsi in matrimonio con Gian-Francesco Gonzaga marchese di quella città, il qual tenne corte bandita per più giorni, e sfoggiò forte in solazzi e spettacoli per tali nozze [Corio, Istor. di Milano.]. Vi intervennero quasi tutti gli oratori dei potentati d'Italia. In questi tempi ancora, perchè Carlo VIII re di Francia era sdegnato [108] forte col duca di Milano a cagion di Genova, Lodovico il Moro si studiò di placarlo. Ne seguì poi la concordia, con avere il duca riconosciuta dal re in feudo quella città. Altrettanto avea fatto negli anni addietro il duca Francesco Sforza padre d'esso Lodovico.


   
Anno di Cristo MCCCCXCI. Indiz. IX.
Innocenzo VIII papa 8.
Federigo III imperadore 40.

Passò parimente l'anno presente senza azioni degne di memoria in Italia, perchè durò in essa la pace universale [Raynaldus, Annal. Eccles.]. Ma guerra in Ungheria fu fra i principi pretendenti di quel regno. Non potè contenersi Baiazette dal profittar di così propizia congiuntura. Fece delle scorrerie in Ungheria, prese alcune città, e diede il sacco ad una grande estension di dominio. Non lasciò il pontefice di spronar di nuovo i principi cristiani, acciocchè unissero le lor armi contro il comune nemico. Mandò ancora le tasse di quanto avea ognuno da contribuire, e le mandò indarno. Scusossi ognuno, e terminò tutto questo trattato a far la guerra non al Turco, ma bensì alle borse degli ecclesiastici, con essersi ricavate, per via delle decime, somme grandi di danaro, che a tutt'altro furono impiegate, fuorchè alla guerra co' Turchi. Per attestato dell'Infessura [Infessura, Diar., P. II, tom. 3 Rer. Ital.], in quest'anno si vide in Roma un uomo (non si seppe di qual paese) vestito da pezzente e tenuto per matto, che, portando in mano una croce di legno, andò facendo per le piazze delle prediche al popolo, prediche contenenti molta eloquenza e dottrina, nelle quali diceva essere imminente alla Italia delle tribolazioni gravissime, e nominatamente a Firenze, Milano e Venezia. Ma perchè egli disse dover ciò avvenire nel presente anno e ne' due susseguenti, con aggiugnere inoltre che dovea venire un pastore angelico, il quale [109] unicamente avrebbe a cuore la vita spiritual delle anime; al che non corrisposero gli effetti: maggiormente si confermò la credenza ch'egli fosse un pazzo. Prepotente era in questi tempi la fazion de' Baglioni in Perugia, nè voleva ammettere in città la contraria degli Oddi, da molto tempo bandita. Avendo fatto gli ultimi ricorso al papa, n'ebbero sempre di belle parole, ma non mai fatti. La disperazione li consigliò a tentare di rientrarvi per forza; ed, ottenuto un rinforzo d'armati dal duca d'Urbino, nella notte del dì 6 di giugno, scalate le mura, s'impadronirono de' luoghi forti della città, senza che in favor loro si movesse, come speravano, alcuno dei cittadini amici. Alzossi bensì contra d'essi tutto il partito contrario, e per forza li cacciò fuori della città. Quanti caddero nelle lor mani, tutti rimasero barbaramente uccisi o impiccati; e furono più di centocinquanta, fra i quali Fabrizio e Ridolfo, amendue prelati della corte romana, condottieri dell'infelice brigata. Spedì tosto il papa colà il conte di Pitigliano generale della Chiesa, acciocchè non succedesse di peggio. Intanto in Milano [Corio, Istor. di Milano.] la matta ambizione fece nascer delle gare fra Isabella d'Aragona duchessa di Milano e Beatrice d'Este moglie di Lodovico Sforza il Moro. Volea cadauna di esse soprastare all'altra negli ornamenti e ne' pubblici luoghi. Da questa feminil discordia quanti malanni prendessero origine per la rovina d'Italia, non tarderemo molto a vederlo. Nel dì 12 di febbraio giunse a Ferrara [Cronica di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital.] Anna Sforza, sorella di Gian-Galeazzo duca allora di Milano, presa in moglie da Alfonso d'Este, primogenito d'Ercole I duca di Ferrara, nella qual occasione abbondarono in quella città feste e suntuosi solazzi.

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Anno di Cristo MCCCCXCII. Indiz. X.
Alessandro VI papa 1.
Federigo III imperadore 41.

Di mirabil allegrezza si riempiè in quest'anno l'Italia, anzi tutta la Cristianità, per la conquista di Granata [Raynaldus, Annal. Ecclesiast.], fatta da Ferdinando il Cattolico e da Isabella, re di Castiglia e d'Aragona, restando con ciò snidati una volta i Mori maomettani da ogni signoril dominio nella Spagna, dopo aver ivi tenuto il piede per ottocento anni. Fin qui Lorenzo de Medici avea, non già con titolo alcuno di signore, ma bensì coll'autorità sua tenuto in pugno il governo della repubblica fiorentina [Ammirati, Istor. Fiorent.], in cui facea e disfacea, ma con tal senno ed amore alla patria, con tal magnificenza e liberalità, che non men Firenze si trovò felice sotto di lui, che egli stesso celebrato e stimato in tutte le corti de' principi cristiani, ed anche presso il Gran Turco e presso il soldano d'Egitto. Era egli pervenuto all'età di quaranta quattro anni, quando il chiamò Dio all'altra vita nel dì 7 d'aprile dell'anno presente [Diar. Roman., P. II, tom. 3 Rer. Ital.]. Restarono di lui tre figliuoli, Pietro, che fu confermato negli onori del padre dalla repubblica, Giovanni cardinal giovinetto, che fu poi papa Leone X, e Giuliano. Fra le altre lodi che a gara diedero gli scrittori suoi contemporanei a Lorenzo, singolar fu quella del suo amore non men verso le lettere, che verso i letterati. Seguì verso il fine di gennaio, se crediamo al Rinaldi [Raynaldus, Annal. Eccles.], o piuttosto di maggio, come vuol l'Infessura [Infessura, Diar., P. II, tom. 3 Rer. Ital.], accordo fra papa Innocenzo e il re Ferdinando. Probabilmente la paura ottenne ciò che la ragione non aveva fin qui potuto conseguire. Sapeva il re quanto la sua crudeltà avesse alienato da lui l'animo della sua baronia, e star [111] essa colle mani giunte aspettando chi venisse alla conquista di quel regno. Non era ignoto che vi pretendea Carlo VIII re di Francia per le ragioni (non cerco se fondate o no) a lui cedute da Renato duca di Lorena. Andava inoltre crescendo del rancore tra Ferdinando e Lodovico il Moro. Però venne il tempo di pacificare il papa, per averlo alle occasioni non nemico, ma favorevole. Si conchiuse dunque l'accordo, avendo il re promesso di pagar l'annuo censo, come avea pattuito il re Alfonso suo padre. Ferdinando il Cattolico quegli fu che trattò l'affare. In segno della rinnovata buona amistà entrò in Roma nel dì 27 di maggio Ferdinando principe di Capoa, primogenito d'Alfonso duca di Calabria, e nipote del predetto re Ferdinando, il quale diede l'ultima mano a quella pace. Sfoggio di magnificenza tale fece il cardinale Ascanio Sforza, accogliendo nel suo palagio questo principe, che l'Infessura non si attentò a darne la relazione per timore che fosse creduta un'esagerazione o fola. E i buoni Napoletani, non contenti di sì nobil trattamento, nell'andarsene, portarono seco per memoria anche gli apparati delle stanze, i panni lini, e tutto quanto poterono dal palazzo d'esso cardinale.

Sul principio di luglio cadde gravemente infermo papa Innocenzo VIII; e dacchè fece temer di sua vita, i cardinali misero in castello Sant'Angelo Zizim fratello del gran-signore [Diar. Roman., P. II, tom. 3 Rer. Ital.]. Nella notte poi del dì 25 d'esso mese, venendo il dì 26, terminò il pontefice le grandezze umane con gran compunzione di cuore, per comparire al tribunale di Dio. L'essere egli stato uomo mansueto ed amator della pace, e l'aver fatto di belle fabbriche in Roma, cagion fu ch'egli lasciasse piuttosto dopo di sè un buono che un cattivo nome. Pel desiderio violento, comune ad altri papi di que' tempi, d'arricchire il figlio suo Franceschetto Cibò, diede occasione di mormorare a [112] non pochi. Tuttavia non imitò egli alcuno de' predecessori, nè simile fu ad altri dei successori, che si immersero in guerre, e logorarono i tesori della Chiesa, col segreto principal motivo d'ingrandire le lor case, e di procurare Stati principeschi ai loro nipoti. Rimase veramente ricco Franceschetto, ma non di magnifici Stati; e que' pochi ancora ch'avea, cioè la contea d'Anguillara, Cerveteri ed altre picciole castella, le vendè egli nel febbraio dell'anno seguente quasi tutte a Virginio Orsino, restando solamente conte di Ferentillo. Giunse dipoi la nobil casa Cibò, ma molto dopo la morte del pontefice Innocenzo, e coll'aiuto della casa de' Medici, ad acquistare il marchesato, oggidì ducato di Massa e Carrara, mediante il matrimonio di Franceschetto con Ricciarda Malaspina erede di quegli Stati. Nel dì 11 d'agosto [Infessura, Diar., tom. 3 Rer. Ital. Panvin., Mariana, et alii.] fu eletto papa Roderigo, ossia Rodrigo Borgia, cardinale, vescovo di Porto, e vicecancelliere della Chiesa romana, nativo di Valenza in Ispagna: i genitori suoi furono Goffredo Lenzoli ed Isabella Borgia, sorella di Callisto III papa. Prese egli il nome di Alessandro VI, e nel dì 26 d'agosto fu con gran solennità coronato, e concorsero le ambascerie di tutti i principi cristiani a prestargli ubbidienza. Non v'ha scrittore (e non ne eccettuo gli stessi Annalisti sacri) che non detesti, o non deplori l'assunzione al trono pontificale di un uomo tale, pubblicamente screditato per la sua licenziosa ed impudica vita, e che comunemente fu creduto aver impiegate le adunate sue ricchezze e le promesse di Stati e di dignità, per comperare le chiavi di San Pietro. Certo è che i porporati d'allora, invece d'eleggere il migliore, come portava il loro dovere, elessero il peggiore, a seconda della umana cupidità; colpa de' malvagi esempli e della corruzione allora dominante, per cui giunsero alcuni papi, fino a gloriarsi d'aver [113] de' figliuoli. E quattro appunto questi ne avea, notissimi a tutta Roma, e più ancora noti da lì innanzi, cioè Giovanni, a cui il padre ottenne in Ispagna il ducato di Gandia, Cesare, di cui avremo troppo da parlare, Giuffrè e Lucrezia a lui nati da Vannozia cortigiana famosa. Il benignissimo Iddio ha conservato e conserverà sempre, secondo le divine sue promesse, illibata dagli errori la Chiesa sua santa, nè lasceran per questo di nascere in essa di tanto in tanto degli scandali; ma guai a chi reo fu o sarà di questi sconcerti nella casa del Signore. Creato che fu il nuovo papa, Giuliano della Rovere, cardinale di San Pietro in Vincola, che fu poi papa Giulio II, non fidandosi di questo, com'egli solea dire, marano, perchè avea avuto delle gare con lui, sino a strapazzarsi villanamente l'un l'altro, sul fine di quest'anno si ritirò ad Ostia, e quivi si fortificò. Credendo poi di essere rimesso in grazia di Alessandro, se ne tornò a Roma; ma, accortosi di essere in pericolo, finalmente andò in Francia, nè più si lasciò attrappolar dalle promesse, nè da belle parole [Guicciardini, Istoria d'Italia.]. Molti ancora de' cardinali che aveano venduti i lor voti e le loro coscienze per far questo papa, col tempo trovarono d'avere eletto il proprio loro carnefice. L'Italia nel presente anno somministrò alla Spagna, cioè al cattolico re Ferdinando e alla regina Isabella consorti, un mirabil uomo, cioè un sempre memorando strumento, per arricchire i loro regni [Jacob. Philippus Bergomens., Hist. Giustiniani, Istoria di Genova. Marian., Fazell, et alii.]. Questi fu Cristoforo Colombo, nato in Genova, o, per meglio dire, in un villaggio vicino a Genova (altri il fece Savonese), di genitori plebei, ma d'ingegno nobile, di cui tanta fu la perspicacia e la fortuna, che arrivò a scoprir varie isole nell'Oceano occidentale, ed aprì l'adito ad altri di scoprire la terra ferma dell'America, cioè un nuovo mondo, creduto sconosciuto [114] finora, ma che sembra essere stato in qualche guisa accennato o predetto da alcuni antichi scrittori. Rapporta il Leibnizio [Leibnit., Prodrom. ad Cod. Jur. Gent.] una lettera di Ferdinando re di Napoli scritta nel 1474 a Lodovico XI re di Francia, dove si duole che sieno state prese due sue galee incamminate in Fiandra da un Colombo suddito di esso re Luigi. Pensò quel valentuomo che questi fosse il celebre Cristoforo Colombo: cosa, a mio credere, lontana dal vero per varie ragioni.


   
Anno di Cristo MCCCCXCIII. Indiz. XI.
Alessandro VI papa 2.
Massimiliano I re de' Rom. 1.

Dopo aver l'imperador Federigo III per più di quarant'anni posseduta l'imperial corona, senza ch'egli giovasse o nocesse all'Italia [Trithem., Cuspinian., et alii.], avendo unicamente atteso a guerreggiare in Ungheria, Boemia ed in altri luoghi oltramontani, disse l'ultimo addio alla vita presente nel dì 19 venendo il dì 20 d'agosto, in età di ottant'anni: cosa in que' tempi rara fra i principi. Suo figlio Massimiliano I, già re de' Romani, succedette a lui nell'amministrazion dell'imperio. Fu egli il primo ad intitolarsi imperadore eletto de' Romani, con essere poi andato anche in disuso l'aggiunto di eletto ne' tempi susseguenti. Cominciò in quest'anno ad intorbidarsi il sereno dell'Italia. Gli ambiziosi disegni di Lodovico Sforza, detto il Moro, quei furono che diedero moto alle discordie, e poscia ad atrocissime guerre, che per anni moltissimi lacerarono il seno di queste provincie. Era già pervenuto ad età capace di governare i suoi popoli Gian-Galeazzo Sforza duca di Milano; pure continuava esso Lodovico suo zio paterno a fare il reggente, e con apparente disposizione di non voler più deporre questa autorità [Corio, Istor. di Milano.], dappoichè avea occupato i tesori della casa Sforza, e in mano sua, [115] cioè d'uffiziali suoi confidenti, stavano tutte le fortezze del ducato di Milano. Non potè contenersi Isabella moglie di esso duca di portar delle querele di un tal trattamento ad Alfonso duca di Calabria suo padre [Ammirati, Istor. Fiorentina.], che se ne sdegnò forte, ed operò in maniera che il re Ferdinando suo padre spedì nell'anno precedente una ambasciata a Lodovico per consigliarlo dolcemente a rilasciare il governo al duca nipote. Lodovico, che non se ne sentiva voglia, ed era per altro un finissimo dissimulatore, rimandò con risposte cortesi l'ambasciatore; quindi, pieno di livore e di vendetta, si diede a ruminar le maniere di abbattere il re Ferdinando, considerandolo per signore possente ad ottener colla forza ciò che non si volea concedere per amore. Il bel ripiego ch'egli prese fu quello d'invitar all'impresa del regno di Napoli il giovine Carlo VIII re di Francia, offerendosi pronto a sovvenirlo con gente e danaro. La lettera scrittagli a questo effetto da esso Lodovico vien rapportata dal Corio; e il conte Carlo di Belgioioso, oratore di Lodovico in Francia, fu incaricato di promuovere questa incumbenza. Opera eziandio fu del medesimo Sforza che papa Alessandro cominciasse di buon'ora ad attaccar liti col re Ferdinando, con fargli credere che il re fomentasse Virginio Orsino, contra del quale era in collera Alessandro, per aver egli senza licenza pontificia comperato, siccome di sopra accennai, le castella di Franceschetto Cibò.

In Roma il cardinale Ascanio Sforza, fratello di esso Lodovico, siccome quegli che più degli altri avea procurato l'innalzamento del papa, e n'avea avuto in ricompensa il grado di vicecancelliere, potea molto in quella corte; e quegli era che attizzava il fuoco contra del re Ferdinando. Condusse anche il papa a fare una lega particolare col duca di Milano e co' Veneziani nel dì 21 d'aprile, la qual fu poi solennemente pubblicata nella [116] festa di san Marco [Infessura, Diar., P. II, tom. 3 Rer. Ital.], senza che se ne facesse parola col suddetto Ferdinando e co' Fiorentini, i quali si allarmarono non poco per questa diffidenza, quando essi erano in lega collo stesso duca di Milano. Ma il solito di Lodovico Sforza era sempre di camminar con doppiezze. Cominciò egli inoltre in questo medesimo anno a maneggiarsi con Massimiliano Augusto [Corio, Istor. di Milano.] per ottenere il titolo e l'autorità di duca di Milano ad esclusion del nipote. Eppure insieme trattò, anzi conchiuse il matrimonio di Bianca Maria Sforza, sorella del vivente allora Gian-Galeazzo Maria duca di Milano, collo stesso Massimiliano; e lo sposalizio fu poi solennemente celebrato in Milano nel dì primo di dicembre. Ma intanto papa Alessandro andava allestendo e ingrossando le sue soldatesche con gelosia non poca del re Ferdinando. E perciocchè una delle primarie applicazioni di esso pontefice sempre fu quella dell'ingrandimento de' suoi figliuoli, in quest'anno gli riuscì di maritar Lucrezia sua figliuola con Giovanni Sforza (e non già con Alessandro, come ha l'Infessura) signore di Pesaro. Le nozze con gran solennità, ma con poca onestà, furono celebrate nel pontificio palazzo nel dì 12 di giugno del presente anno. Intanto il re Ferdinando, vedendo quai nuvoli si alzassero contra del regno suo, a tutto potere si studiò di placare, anzi di guadagnare papa Alessandro e Lodovico il Moro. Fu adoperato Ercole duca di Ferrara per rimuovere Lodovico dalla pazza sua risoluzione di tirar l'armi franzesi in Italia, nè egli ommise uffizio alcuno per ottener l'intento. Ma Lodovico, pien di presunzione, mostrò ben nelle apparenze di cedere, ma diffatti si ostinò nel proposito suo, e tanto più perchè nel dì 11 di ottobre, col passare all'altra vita Leonora duchessa di Ferrara, figliuola del re Ferdinando, venne a mancare una principessa che avea non poca autorità nel cuore di Lodovico, [117] siccome suocera sua. Per conto del papa, la maniera di fargli deporre l'avversion sua al re Ferdinando, quella fu di promuovere gli avanzamenti di Giuffrè figliuolo d'esso pontefice. L'ambizioso papa, che desiderava di veder la sua prole imparentata colla real casa d'Aragona, dimandò ed ottenne che una figliuola bastarda di Alfonso duca di Calabria, primogenito di Ferdinando, fosse data in moglie ad esso Giuffrè [Infessura, Diar., P. II, tom. 3 Rer. Ital.]. Può essere che questo trattato si conchiudesse solamente nell'anno seguente [Allegretti, Istor. di Siena, tom. 23 Rer. Italic.]. Oltre a ciò papa Alessandro, in una promozione che egli fece di cardinali nel dì 20 di settembre, ornò della sacra porpora Cesare suo figliuolo, che fu poi conosciuto sotto nome di duca Valentino, il qual era o poi divenne un mostro d'iniquità: pure Alessandro gli volle dar luogo nell'insigne ordine de' cardinali, quantunque molti di loro il dissuadessero dal farlo, ed altri apertamente ripugnassero. Furono in essa promozione compresi Ippolito Estense, figliuolo del duca di Ferrara, ed Alessandro Farnese, che fu poi papa Paolo III, a requisizione di Giulia la Bella, sorella oppur parente di esso Alessandro, che in questi tempi era molto considerata in Roma.


   
Anno di Cristo MCCCCXCIV. Indiz. XII.
Alessandro VI papa 3.
Massimiliano I re de' Rom. 2.

Cominciarono in quest'anno i guai dell'Italia, guai di lunga durata, benchè tramezzati da qualche tregua, e guai superiori a quei degli anni addietro; perchè laddove tra di loro, ne' tempi passati, aveano guerreggiato i principi italiani, ora si scatenarono tutte, per così dire, le armi oltramontane, per venire a far qui una funestissima danza. Primieramente essendo giunto Ferdinando re di [118] Napoli all'età di settant'anni [Infessura, Diar., Par. II, tom. 3 Rer. Ital. Ammirati, Istor. di Firenze. Raynal., Annal. Ecclesiast.], se gli caricarono addosso dei gravissimi affanni per la tempesta che contra di lui si preparava in Francia, e non minori fatiche per mettersi in difesa; laonde, infermatosi, finì in pochi giorni di vivere, lodato per varie sue belle doti dal Summonte [Summonte, Istoria di Napoli.], ma certamente poco amato, anzi odiato da ognuno per le sue crudeltà. Il Sanuto [Sanuto, Istoria di Venezia, tom. 22 Rer. Italic.], storico veneziano, s'empie la bocca delle iniquità non meno del padre che del figliuolo. Cadde la morte sua nel dì 25 di gennaio dell'anno presente, e a lui succedette nel regno Alfonso duca di Calabria, primogenito suo, la cui prima cura fu quella di dar l'ultima mano ai trattati di pace col papa, per ottener l'investitura ed insieme aiuti da lui ne' bisogni. Infatti nel seguente aprile tutto ammansato il pontefice Alessandro spedì il cardinale di Monreale, cioè Giovanni Borgia suo nipote, a Napoli colle bolle dell'investitura, e colla facoltà di coronare Alfonso re di Napoli. Nel dì 7 di maggio, essendo già pervenuto colà esso cardinale legato, si celebrarono le nozze di Sancia figliuola naturale del re Alfonso con Giuffrè figliuolo del papa, di età di tredici anni, e furono fatte giostre, tornei ed altre feste. Se fosse caro al pontefice questo parentado, si può raccogliere dall'aver egli esentato Alfonso dall'annuo censo del regno, sua vita natural durante [Summonte, Istor. di Napoli.]. Il regalo fatto alla sposa da Giuffrè in gioie, drapperie ed altre robe, fu creduto che ascendesse al valore di ducento mila ducati d'oro. All'incontro, il re assegnò per dote alla figliuola il principato di Squillace. Nel Diario di Burcardo, citato dal Rinaldi, è scritto, avere il re Alfonso II creato Giuffrè principe di Tricarico, e conte di Chiaramonte, Lauria e Carniola. Ciò fatto, papa [119] Alessandro, che dianzi, entrato nelle sconsigliate massime di Lodovico il Moro, avea invitato in Italia Carlo VIII, cangiò sentimenti e linguaggio. Scrisse pertanto a quel re, dissuadendolo dal venire, con rappresentargli la carestia e peste onde Roma era afflitta [Infessura, Diar., P. II, tom. 3 Rer. Italic. Corio, Istor. di Milano.], ed esserci pericolo che il re Alfonso, mosso dalla disperazione, chiamasse in sua difesa i Turchi: il che sarebbe la rovina dell'Italia. Ma il giovane re di Francia, che dopo essere mancato il re Ferdinando (principe, il qual solo pel suo gran senno avrebbe potuto difficoltare i suoi disegni) s'era maggiormente animato all'impresa del regno di Napoli, nulla badò a queste ciancie, e seguitò a fare il fatto suo. Per mezzo di Guglielmo Brissonetto primo ministro procurò il papa di ritardare i movimenti del re Carlo; ma in Francia il cardinal Giuliano della Rovere, sdegnato forte contra papa Alessandro, seppe così ben perorare presso il re, al quale ancora continui impulsi dava Lodovico il Moro, che si affrettò più che mai al preparamento dell'armi. Spedì il re in Italia alcuni suoi uffiziali, fra' quali Filippo di Comines signore di Argentone (quel medesimo che ci lasciò una veramente savia e bella storia di questi tempi) per iscandagliare gli animi dei principi d'Italia. Con breve, ma saggia risposta, che nulla concludeva, si sbrigarono da tale ambasciata i Veneziani e i Sanesi. I Fiorentini e il papa si mostrarono contrarii. Ercole duca di Ferrara e Giovanni Bentivoglio esibirono buon trattamento alle milizie del re, ma nulla di più. Il solo Lodovico il Moro quegli parea che con calore assistesse ai Franzesi.

Ora il re Alfonso, non tanto per vendicarsi di questo principe, la cui malignità chiaramente tendeva alla di lui rovina, quanto ancora per tener lungi da sè la guerra con farla nel paese altrui, inviò per terra nella Romagna don Ferdinando suo primogenito duca di Calabria, acciocchè [120] la rompesse con Lodovico. Parimente nel mese di giugno mandò una flotta di trentacinque galee, dieciotto navi ed altri legni minori, comandata da don Federigo suo fratello, per far qualche tentativo contra di Genova [Senarega, de Reb. Genuens., tom. 24 Rer. Ital. Sanuto, Istor. di Venez., tom. 22 Rer. Ital. Ammirati, Istor. di Firen. Corio, Istor. di Milano.], secondato da Obietto del Fiesco, che si ribellò al duca di Milano. Ma, essendo già calato Lodovico duca d'Orleans e signore di Asti in Italia, ed imbarcatosi nella flotta regale spedita dal re Carlo, nel dì 8 di settembre sbarcò a Rapallo, castello preso dai Napoletani, e, con loro venuto alle mani, li sconfisse in maniera, che la flotta nemica fu obbligata a tornarsene vergognosamente a Napoli. Maggior felicità non incontrò dipoi l'armata terrestre del re Alfonso in Romagna. Nel dì 9 oppure 11 di settembre giunto ad Asti Carlo VIII re di Francia colla sua armata [Mémoir. de Comines, lib. 7.], fu quivi sorpreso dal vaiuolo. Risanato, arrivò a Pavia, dove godè delle magnifiche accoglienze fattegli da Lodovico il Moro, ma con volere per ostaggio della di lui fede in suo potere quel castello, ed ottenere da lui in prestito ducento mila ducati d'oro. Era nel castello medesimo gravemente infermo, e di malattia creduto incurabile, il giovane Gian-Galeazzo Maria Sforza duca di Milano, con opinione universale che un veleno datogli da Lodovico suo zio appoco appoco il menasse a morte. Fu a visitarlo e consolarlo il re Carlo, ed Isabella sua moglie gli raccomandò i suoi piccioli figliuoli. Ma appena fu passato il re a Piacenza, ovvero a Parma, che ricevette l'avviso della morte dell'infelice duca, accaduta nel dì 22 d'ottobre, in età dì 25 anni. Fu egli compianto da tutti, non meno per l'innocenza sua, che per essere stato vittima dell'ambizion di suo zio. Nè qui finì la tragedia. Dovea succedere nel ducato il di lui primogenito Francesco Sforza. Lodovico il Moro [121] già avea cominciato, o procurato da Massimiliano re de' Romani, ossia imperadore eletto, d'esser egli creato duca di Milano per quella strana ragione di dover egli essere anteposto al duca Galeazzo Maria, già suo fratello defunto, e a' di lui figliuoli, perchè Galeazzo Maria era nato da Francesco Sforza, non peranche duca di Milano, laddove esso Lodovico nacque dal padre già creato duca. Non mancarono mai, nè mancheranno pretesti all'ambizione umana e all'interesse per usurpare l'altrui, se con loro il poter si congiugne. Leggesi il diploma spedito da Massimiliano in Aversa nel dì 5 di settembre di questo anno presso il Corio [Corio, Istor. di Milano.]. Il sig. Du-Mont ci dà questo diploma al dì 20 di novembre dell'anno seguente. Comunque sia, certo è che, senza aspettare il beneplacito cesareo [Guicciardini, Istor., lib. 1.], Lodovico il Moro, venuto a Milano non ancora terminato il funeral del nipote, convocò i primati della città per la creazione d'un nuovo duca; ed, avendo ben istruiti i suoi partigiani, costoro mostrarono richiedere il pubblico bene che in tempi sì pericolosi non un fanciullo, ma un uomo assennato prendesse le redini del governo e fosse duca. Però, senza che alcuno osasse di contraddire, Lodovico proclamato duca prese lo scettro, e fra le grida allegre dello sconsigliato popolo cavalcò per Milano. La vedova duchessa Isabella co' suoi figliuolini, lagrimevol esempio dell'incostanza delle cose umane, fu rinserrata nel castello di Pavia.

Intanto al re Carlo nacquero sospetti contra dello stesso Lodovico, al sapere che il papa e i Veneziani faceano dei maneggi per istaccarlo da lui, e poco mancò che non desistesse dall'impegno preso contra del regno di Napoli. Ma Lodovico, a cui non mancavano mai in bocca le belle parole, ed alcuni avvisi segreti pervenuti ad esso re da Firenze, dove il chiamavano i nemici ed emoli di [122] Pietro de Medici, l'accesero a continuare il viaggio. Parte dell'esercito suo sotto il comando del Mompensieri andò in Romagna [Cronica MS. di Bologna.], e fece che l'armata di don Ferdinando duca di Calabria si ritirasse a Cesena. Da questa gente fu preso a forza d'armi il castello di Mordano con altre del distretto d'Imola, commettendo ivi crudeltà infinite, sino ad uccidere i bambini: lo che fece correre l'orrore e il terrore per tutta l'Italia, e indusse Faenza e Forlì ad accordarsi coi Franzesi. Nell'ultimo ricusando don Ferdinando di azzardarsi ad una battaglia, e sentendo la mala piega che prendeano le cose della Toscana, si avviò alla volta di Napoli, e cessarono i rumori in Romagna. Passato il re Carlo per la strada di Pontremoli verso la Toscana, pose lo assedio alla rocca di Sarzanello presso a Sarzana, commettendo le sue genti crudeltà dappertutto ancora con gli amici. In grande agitazione e spavento si trovò per questo avvicinamento la città di Firenze [Ammirati, Istor. di Firenze.], siccome quella che, a suggestion di Pietro de Medici, s'era fin qui mostrata contraria ai disegni de' Franzesi; e però esso Pietro, giacchè si conobbe decaduto dal favore del popolo fiorentino, affin di placare il re, si portò a visitarlo vicino a Sarzana, e quivi, di sua testa e senza commissione alcuna della repubblica, stabilì un accordo col re, dandogli per ostaggio della fede dei Fiorentini le fortezze di Sarzana, Sarzanello e Pietrasanta. Non molto dipoi volle il re Pisa e Livorno, e Pietro gliele diede, promettendo il re con un pezzo di carta di restituire tutto, dappoichè avesse conquistato il regno di Napoli. Andato esso re a Lucca, oltre all'aver voluto in sua mano alcune fortezze, volle ancora gran somma di danaro da quel popolo, che nulla osò di negargli. Era in questo mentre, cioè nel dì 8 di novembre, ritornato a Firenze Pietro de Medici, per rendere conto dell'imprudente suo negoziato; [123] ma nel dì seguente si trovò chiuso l'adito al palazzo del pubblico, essendo sommamente irritati contra di lui i magistrati per l'accordo suddetto [Guicciardini, Ist. d'Italia. Ammirat., Istor. di Fir. Nardi, Ist. di Firenze, ed altri.]. Poco stette a sollevarsi il popolo stesso: laonde Pietro, montato a cavallo col cardinal Giovanni e Giuliano suoi fratelli, si fuggì con gran fretta fuori della città, nè si fermò, finchè giunse a Bologna. Nel medesimo giorno fu egli dichiarato co' fratelli ribello, posta taglia contro le loro persone, e poscia messo a sacco il ricchissimo loro palagio. Intanto fece il re di Francia l'entrata sua in Pisa, dove, nel dì 9 di novembre attruppatasi quella nobiltà e popolo, ad alte voci dimandarono al re la libertà; e parendo loro che le buone parole del re fossero un chiaro consentimento alle loro dimande, subitamente corsero la terra, scacciando i commissarii e disfacendo le insegne della repubblica fiorentina; avvenimento che trafisse il cuore de' Fiorentini. Contuttociò, spediti ambasciatori a Pisa, cercarono d'intavolare col re qualche accordo. Convien credere che fosse in buono stato il maneggio [Allegretti, Ist. di Siena, tom. 23 Rer. Ital.], perchè il re Carlo, nel dì 17 di novembre venuto alla volta di Firenze, fu ricevuto in quella città non solo pacificamente coll'esercito suo, ma ancora con tutta magnificenza. Allora si scoprì meglio dove possa giugnere la non mai sazia ambizion de' potenti. Dure ed indiscrete condizioni cominciò imperiosamente a pretendere il re da' Fiorentini, cioè somme immense di danaro, la restituzione di Pietro de Medici, e infine il dominio della città: cose tutte che moveano a rabbia chi trattava di tali affari per parte de' Fiorentini. S'era per venire a qualche brutto spettacolo, se non fosse stato Pietro Capponi, uno de' deputati, il quale, montato in collera al vedere che da' ministri del re si dava carta di accordo, come loro piaceva, senza volere far conto alcuno delle ragioni de' Fiorentini, [124] arditamente in faccia dello stesso re stracciò quella carta [Ammirati, Istoria di Firenze. Guicciardini, Ist. d'Italia.], e ai regi ministri, che aveano accompagnato con alte minaccie lo scritto, animosamente rispose: Voi darete nelle vostre trombe, e noi soneremo le nostre campane: il che detto, uscì tosto della camera. Questo parlare, che potea facilmente partorir gravissimi sconcerti, Dio volle che terminasse in bene. Si ridussero i regi ministri a condizioni più discrete, e nel dì 26 di novembre seguì l'accordo, in cui i Fiorentini promisero al re centoventi mila scudi, cioè cinquanta mila in termine di quindici dì, e in altre rate il resto. Per lo contrario, il re promise la restituzion delle terre in tempi determinati. Pietro de Medici restò in bando. Partitosi poi di Firenze il re nel dì 28 del mese suddetto, s'incamminò verso Roma [Philipp, de Comines., Burchardus, in Diar.], e nel dì 2 di dicembre entrò in Siena, dove ancora, seguendo il re, arrivò nel dì seguente il cardinale di San Pietro in Vincola, cioè Giuliano della Rovere. V'ha più d'uno scrittore affermante che papa Alessandro e il re Alfonso, dacchè si avvidero di non aver forze bastanti ad impedire il progresso dell'armata franzese, la quale, unita coll'altra di Romagna, alcuni faceano ascendere sino a sessanta mila persone, ma verisimilmente sarà stata molto meno, ricorsero per aiuto al Turco, acciocchè spedisse un possente corpo di sua gente alla difesa del regno di Napoli; ed aver infatti Baiazette preparate alla Vallona alcune migliaia di combattenti; ma intesi dipoi i prosperosi successi dei Franzesi nel regno, meglio credette di non inimicarsi un re sì potente, affinchè la voce ch'esso re Carlo avea fatta correre presso i buoni cristianelli d'essere venuto in Italia per andar contro ai Turchi, non gli venisse voglia un dì di renderla vera. Dicerie di belli o maligni ingegni verisimilmente furono queste. Nel giorno stesso, in cui Carlo VIII [125] entrò in Firenze, mancò di vita in quella stessa città Giovanni Pico signore della Mirandola in età di soli trentatrè anni [Johann. Franciscus Pico, in Vit. Johannis Pici.]; eppur giunto in sì poco tempo di vita a meritarsi il titolo di Fenice degl'ingegni: sì grande era il suo sapere, sì maravigliosa la sua perizia nelle lingue orientali, accompagnata eziandio da una rara pietà ed illibatezza di costumi. Parimente nel settembre di quest'anno [Jovius in Elog.] finì i suoi giorni in Firenze Angelo Poliziano in età di quarant'anni, anch'esso uno de' più felici ingegni che si avesse allora l'Italia. Nè è men degno di memoria Ermolao (chiamato nel dialetto veneziano Almorò) Barbaro nobile veneto, che pochi pari in sapere ebbe in questi tempi, come attestano i suoi libri. Anch'egli nell'anno presente in Roma terminò di vivere in età di quarantuno anni, e in tempo che era preparata la sacra porpora al merito di lui.


   
Anno di Cristo MCCCCXCV. Indiz. XIII.
Alessandro VI papa 4.
Massimiliano I re de' Rom. 3.

Uno de' primi a far muover di Francia il re Carlo VIII era stato papa Alessandro VI, senza ben pensarne, da quel gran politico ed astuto uomo ch'era, le perverse conseguenze di un tal consiglio. Ma allorchè vide che, entrato con tante forze questo re in Italia, e pervenuto fino in Toscana, non v'era città o fortezza che non gli portasse le chiavi, cominciò a provar degli affanni e tormini gravissimi, perchè considerato come aperto nemico di un re a cui nulla resisteva [Burchardus, Diar., apud Raynald.]. Nel dì 9 di dicembre avea egli fatto mettere in onesta prigione i cardinali Ascanio Sforza e San Severino, come parziali de' Franzesi, e mandati in castello Sant'Angelo Prospero Colonna e Girolamo Tuttavilla. Cominciò poi in lontananza a trattare [126] d'accordo col re. Questi fece istanza ne' preliminari che si liberassero i due cardinali; ed aggiunse che avendo il pontefice lasciato entrare in Roma Ferdinando duca di Calabria colle genti sue nemiche (questi poi si ritirò prima che arrivassero i Franzesi), anch'egli voleva entrarvi: che per altro egli era pronto alla concordia. Nel dì 19 del suddetto dicembre fu spedito dal papa al re il cardinal San Severino, e questi almeno ottenne che pacificamente, e salvo l'onore della maestà ed autorità pontifizia, il re facesse la sua entrata in Roma. Nella notte dell'ultimo dì di dicembre, venendo il dì primo dell'anno presente, arrivò il re di Francia a Roma, e v'entrò tenendo tutte le sue genti d'armi la lancia sulla coscia. Dal popolo romano gli furono presentate le chiavi della città, ed egli poscia andò ad alloggiare nel palazzo ben ammobigliato di San Marco. Il pontefice Alessandro, che non sapea quanto si potesse promettere de' baldanzosi e sdegnati Franzesi, avea preso lo spediente di ritirarsi in castello Sant'Angelo, per trattar con più sicurezza della concordia e del suo decoro [Guicciardini, Istor. Comines., Raynaldus, Annal Eccles.]. E ne trattò per mezzo de' ministri del re, conchiudendo finalmente quell'accordo che potè. Non mancarono allora cardinali, e massimamente Giuliano della Rovere, ed altri seminatori di discordia, che insinuarono al re, questo essere il tempo d'intentare un processo contra di papa Alessandro, per provare ch'egli simoniacamente avea acquistata la sedia di San Pietro, e menava una vita troppo scandalosa con evidente danno della religion cattolica. Ma il re, badando ai consigli del Brissonetto, a cui il papa avea promesso il cappello cardinalizio, si astenne dall'indurre questo sconcerto nella Chiesa, lasciando a Dio il castigo di chi avesse prevaricato, ed attese a ciò che riguardava i proprii interessi. Fu dunque stabilito che il papa per sei mesi concederebbe al re la [127] persona di Zizim fratello di Baiazette, con promessa di restituirlo; darebbe ad esso re l'investitura del regno di Napoli, rimetterebbe in sua grazia i cardinali aderenti alla Francia, lascerebbe nelle mani del re Terracina, Cività Vecchia, Viterbo e Spoleti, finchè egli ritornasse da Napoli; e darebbe per ostaggio di sua fede Cesare cardinal Valentino suo nipote.

In vigore di tal concordia uscito di castello Sant'Angelo nel dì 16 di gennaio papa Alessandro VI, passò nel giardino del palazzo vaticano, e quivi fu ad inchinarlo il re Carlo, ma senza baciargli la mano, non che il piede. Si abbracciarono, fecero i lor complimenti, e il re, senza perdere tempo, fece istanza del cappello cardinalizio pel suo primo ministro Guglielmo Brissonetto; cosa che fu con subita puntualità eseguita. Tenutosi poi pubblico concistoro in San Pietro nel dì 19 del mese suddetto, vi comparve il re, e, secondo il Rituale, soddisfece a tutti gli atti di riverenza verso il vicario di Cristo. Partì poscia il re Carlo di Roma nel dì 28 di gennaio alla volta del regno di Napoli. Parve che il cielo secondasse tutti i suoi passi, perchè quel verno fu così dolce, quieto e sereno, che sembrava una primavera, in guisa che all'esercito franzese non riusciva d'incomodo o danno il far viaggio in quella stagione. In questo mentre il re di Napoli Alfonso II, ossia che ora conoscesse l'amaro, ma giusto frutto della passata sua crudeltà ed avarizia [Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.], per cui s'era tirato addosso l'odio di tutti i baroni e del popolo stesso, nè potea far capitale della lor fede in sì pericolosa contingenza, oppure, come vuole il Summonte [Summonte, Istoria di Napoli.], che il papa e il cardinale Ascanio suo cognato a ciò l'esortassero, determinò di rinunziar la corona a Ferdinando suo primogenito per la speranza [Guicciardini, Istor. d'Ital. Ammirati, Istor. di Firenze.] ch'essendo egli universalmente amato dai nobili e dalla plebe per [128] le sue lodevoli doti, ben diverse dalle paterne, alla difesa di lui e del regno tutti si unirebbono. Nel dì 23 di gennaio seguì la rinunzia. Ferdinando II fu riconosciuto per re, e il padre suo Alfonso II, imbarcate in cinque galee le cose più preziose con danari, ascendenti a trecento cinquanta mila scudi, nel dì 3 di febbraio uscì di Napoli, e fece vela verso la città di Mazara in Sicilia, e quivi andò a mettere la sua stanza in un monistero di monaci olivetani, con darsi tutto ad opere di pietà e di penitenza: col qual tenore di vita giunse al fine de' suoi giorni in età di quarantasette anni nel dì 19 di novembre di questo medesimo anno, e fu poi seppellito con reali esequie nella maggior chiesa di Messina.

Marciava, siccome dissi, il prode re Carlo VIII verso il regno di Napoli, quando il turbarono non poco due avventure. Per istrada il consegnato a lui Gem, o Zim ossia Zizim, fratello di Baiazette II, sorpreso da un fiero sconosciuto malore, in poco tempo finì di vivere. I più attribuirono la di lui morte a veleno, e veleno datogli per ordine del papa. Col mezzo di costui pensavano i Franzesi di poter fare grandi imprese contra de' Turchi, e fin si figuravano d'impadronirsi di Costantinopoli. Giunto poi che fu il re a Velletri, Cesare cardinal Valentino figliuolo d'esso pontefice, a lui dato per ostaggio, improvvisamente se ne fuggì, e tornossene a Roma: dal che tanto più rimase accertato il re dell'astuzia e poca fede del papa. Non mi fermerò io qui a descrivere i fortunati successi del re Carlo nell'impresa di Napoli, e gl'infelici del buon re Ferdinando, ossia Ferrante II. Basterà dire, che per quanto avesse fatto questo novello re per cattivarsi i popoli, con aver data la libertà ai baroni imprigionati dal padre, restituiti gli Stati a chiunque n'era stato ingiustamente spogliato, e dispensate molte grazie alla città di Napoli; pure niuno tenne forte per lui, ed egli si trovò tradito dai principali suoi uffiziali. San Germano niuna resistenza [129] fece. Capoa, l'Aquila, Gaeta ed altre terre, senza sfoderare spada, si arrenderono al vincitore re Carlo. Napoli si sollevò, e mandò incontro a' Franzesi, con offerire pacificamente l'ubbidienza. Per quanto facesse il re Ferdinando, non potè fermare una sì gran piena di rivoluzioni e disgrazie; e però nel dì 21 di febbraio, dopo aver lasciato buon presidio in Castello Nuovo e in quello dell'Uovo, con quattordici galee si ritirò al castello d'Ischia. Il castellano Giusto della Candina Catalano, che già teneva intelligenza col re franzese, nol volea lasciar entrare. Tanto disse e pregò lo sfortunato, re che fu introdotto solo; ma appena v'ebbe messo il piè dentro che, cavato lo stocco, stese morto a terra l'infedel castellano: dal qual colpo rimase sì sbalordita la guarnigione, che non fece alcun movimento, e lasciò impossessarsi di quel castello il resto dei cortigiani e delle guardie del re Ferdinando. Entrò nel seguente dì 22 oppure 24 di febbraio [Burchardus., in Diar., apud Raynal.] il re Carlo trionfalmente in Napoli. Seco marciavano trentotto mila soldati, avendone egli lasciati molti di presidio in Toscana, nelle terre della Chiesa e nelle città già conquistate del regno. Perchè le artiglierie del Castello Nuovo, alla cui difesa era stato lasciato Alfonso d'Avalos, marchese del Vasto e di Pescara, faceano gran danno alla città e al palazzo di Capuana, il re Carlo ne formò l'assedio. Poco durò, perchè avendo gli Svizzeri, che v'erano di guarnigione, tumultuato, si arrendè quella fortezza nel dì 6 oppure 7 di marzo. Intanto il re volle abboccarsi con don Federigo zio del re Ferdinando II, con inviargli salvocondotto; e gli propose che se il nipote suo volesse rinunziare il regno, gli darebbe il possesso d'una provincia in Francia. Ma sapendo don Federigo quanto da ciò fosse alieno il nipote, siccome quegli ch'era risoluto di voler morire re, se ne tornò, senza abbracciare il partito, ad Ischia. Sperava non poco l'abbattuto re Ferdinando nell'aiuto di [130] Ferdinando il Cattolico re d'Aragona e Sicilia, il quale infatti non solo avea mandati ambasciatori al re Carlo con proteste di guerra, ogni qualvolta egli volesse molestare il re di Napoli, ma ancora spedì appresso in Sicilia Consalvo Fernandez di Cordova, chiamato il gran capitano, con sei mila fanti e secento cavalli, con ordine di vegliare agli andamenti dei Franzesi, e di opporsi: che non potea già piacere al re d'Aragona di avere un sì potente nemico confinante al suo regno di Sicilia.

Intanto con felicità mirabile e in poco di tempo il re Carlo conquistò il castello dell'Uovo, la rocca di Gaeta, e quasi interamente tutto il regno, portandogli a gara ogni città e fortezza le chiavi: prosperità che sbalordì i principi italiani, e generò in lor cuore non lievi sospetti che questo principe, venuto in Italia sotto pretesto di portar le armi contra de' Turchi, fosse dietro unicamente a mettere il giogo a tutti gl'Italiani. Perciò papa Alessandro VI, i Veneziani, Massimiliano I imperadore, Ferdinando ed Isabella re di Spagna e Lodovico il Moro duca di Milano (che della sua balordaggine s'era infin ravveduto) trattarono una lega contra del re di Francia Carlo VIII. Fu creduto che Lodovico si dipartisse dalla lega ed amicizia de' Franzesi, perchè, lusingandosi di poter ottenere dal re Sarzana, Sarzanello, Pietrasanta e Pisa ch'erano state de' precedenti signori di Milano, si trovò poi beffato, e restò colle mani piene di mosche [Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.]. Sparsesi anche voce [Navagero, Ist. di Ven., tom. 23 Rer. Ital. Raynaldus, Annal. Eccles.] che Lodovico duca d'Orleans, e padrone d'Asti in Italia, si lasciasse scappar di bocca, essere venuto oramai il tempo di far valere sopra lo Stato di Milano le ragioni di Valentina Visconte avola sua. Per questo assai pentito Lodovico dell'imprudente condotta sua, concorse alla lega, trattata e conchiusa in Venezia fra i suddetti principi [131] nel dì 31 di marzo, col pretesto anche essa di far guerra al Turco, e pubblicata alcuni giorni dappoi dappertutto. Diedesi ognun de' collegati ad accrescere le sue genti d'armi, e Francesco Gonzaga signore di Mantova fu dichiarato lor capitan generale dai Veneziani. In feste, in balli e in giostre si tratteneva il re Carlo in Napoli, quando gli giunse questa nuova, per cui smoderatamente cominciò ad inquietarsi, e a parergli un'ora mille anni per desiderio di tornare in Francia. In effetto, fattosi frettolosamente, nel dì 20 di maggio, riconoscere con solennità re di Napoli, e lasciati in quel regno cinque mila cavalli e molta fanteria, da lì a poco col resto della sua armata prese il cammino alla volta di Roma, seco portando non men egli che i suoi cortigiani e soldati immense spoglie de' poveri regnicoli. Giunto a Roma nel dì primo di giugno, trovò che il papa se n'era fuggito colle sue genti d'armi, e ritirato a Perugia. Continuato il viaggio, i Franzesi diedero barbaramente il sacco a Toscanella, e corse voce che vi avessero ucciso secento persone. Arrivò il re con gran parte dell'esercito nel dì 13 di giugno a Siena [Allegretti, Diar. Sanese, tom. 23 Rer. Ital.]; e quindi mosso, senza entrare in Firenze, ch'era ben armata, prese la strada di Pontremoli per passare in Lombardia, nella qual terra enormi crudeltà commisero i suoi Franzesi. Tale era la fretta del re, che parea sempre avere i nemici alle spalle; ma il vero motivo fu, perchè egli sperava di prevenir la lega, e di trovar aperto il passo per condursi ad Asti. Mentre ciò succedea, Lodovico duca d'Orleans ebbe un trattato con alcuni nobili di Novara [Corio, Istor. di Milano.], i quali essendo, per varii aggravii sofferti, disgustati di Lodovico il Moro, introdussero in quella città cinquecento uomini d'armi ed otto mila fanti d'esso duca d'Orleans. Da lì a non molto anche la rocca di Novara capitolò la resa. Per questa perdita rimase sì costernato quel politicone di [132] Lodovico il Moro, che già credea che il cielo gli avesse a cascare addosso. Gli fecero animo gli ambasciatori veneti. Eransi raunate le milizie venete, sforzesche e del papa al fiume Taro presso alla collina, aspettando che il re calasse nella pianura del Parmigiano per la Valle di Fornovo. Francesco marchese di Mantova comandava, siccome dissi, le armi venete, che erano il maggior nerbo dell'esercito collegato, nel quale, oltre a molti valenti condottieri, ben animati erano alla battaglia anche tutti i soldati per la speranza di far un grosso bottino, perchè di molte ricchezze infatti venivano col campo franzese. Era di lunga mano superiore all'esercito nemico quello degl'Italiani, e a manifesto pericolo si esponeva il re, venendo a battaglia. Tuttavia se esso re Carlo non volea lasciar perire di fame i suoi, dacchè si trovava in mezzo alle montagne, gli convenne eleggere la via dell'armi per uscire di quelle angustie.

Pertanto nel dì 6 di luglio, ordinate le sue schiere, l'animoso re Carlo scese al piano, e colle artiglierie di varie sorte ben disposte venne ad un fatto d'armi, fatto crudelissimo e famoso, che durò solamente due ore. Diversa ne fu la descrizione secondo l'usata parzialità degli storici, avendo l'una e l'altra parte cantata la vittoria. Quel che è certo, combatterono da lioni i Franzesi, perchè la presenza del re e la disperazione al loro nativo coraggio ne aggiunse del nuovo [Mémoir. de Comines. Sanuto, Istoria di Ven., tom. 22 Rer. Ital. Guicciard., Istoria d'Italia. Corio, Ist. di Milano.]. Non mostrarono men valore gl'Italiani, parte nondimeno de' quali per mala intelligenza non entrò nella mischia, ed altri perdutisi a bottinare facilitarono agli avversari l'insanguinar le loro spade. La verità dunque è, che sul campo vi restarono più Italiani che Francesi, e vi perirono di molti bravi capitani; siccome ancora certo è che il re Carlo colla spada alla mano, vestito da soldato, e valorosamente [133] combattendo da tale, corse ben pericolo di essere preso; pure felicemente passò, e seguitò speditamente col più de' suoi il viaggio verso Piacenza ed Asti. Gran quantità di carriaggi, di artiglierie, di tende e di robe preziose rimasero in mano degl'italiani, ai quali perciò parve di potersi attribuir la vittoria, ma non quale la speravano prima. Passò dipoi l'esercito sforzesco e veneziano all'assedio di Novara, e s'ingrossò talmente il loro campo, che fu creduto dal Corio ascendere a quarantacinque mila persone. Si ridusse quella città a strane miserie per la carestia e per le malattie dei soldati, ed entro v'era Lodovico duca di Orleans: lo che maggiormente affliggeva il re di Francia, per timore che cadesse in man de' nemici. Pertanto, giacchè ito il re Carlo a Torino, non avea voglia o forze tali da poter soccorrere Novara, cominciò a fare proposizioni d'accordo, e questo appunto seguì in Vercelli nel dì 10 di ottobre, per cui quella città fu restituita a Lodovico il Moro, e consegnato ad Ercole duca di Ferrara il castelletto di Genova per l'esecuzion de' patti, i quali si veggono riferiti dall'Argentone e dal Corio. Dopo di che il re se ne tornò in Francia, lasciando voce di voler ritornare nell'anno seguente con più potere in Italia. Se Lodovico il Moro avesse potuto preveder l'avvenire, non avrebbe sì facilmente lasciato uscir di Novara Lodovico duca d'Orleans. Vedremo che se n'ebbe ben a pentire; e intanto s'intrecciavano gli affari in maniera che avesse poi a cadere il gastigo sopra questo principe sì ambizioso e crudele verso il suo sangue. Gran biasimo ancora ebbe egli per quell'accordo fatto senza il consentimento dei suoi collegati.

Nè qui finirono le percosse date ai Franzesi nell'anno presente [Giustiniani, Istoria di Genova. Sanuto, Istoria di Venezia, tom. 22 Rer. Ital. Senarega, de Reb. Genuens., tom. 24 Rer. Ital.]. Allorchè il re Carlo, tornando da Napoli, fu a Pisa, i Fregosi ed altri fuorusciti di [134] Genova gli fecero credere assai facile lo insignorirsi della loro patria, trovandosi troppo impegnato in Lombardia Lodovico duca di Milano. Diede perciò il re ad essi un corpo delle sue genti coi cardinali della Rovere e Fregoso, Filippo principe di Savoia ed Obietto del Fiesco, i quali, essendosi uniti co' fuorusciti, e formato un esercito di otto mila persone tra cavalli e fanti, andarono ad accamparsi sotto Genova. Oltre a ciò, ebbero i Franzesi in Rapallo dieci galee e due grossissimi galeoni, pronti, occorrendo, a far guerra per mare a quella città. Non si sgomentarono punto i valorosi Genovesi, fedeli tuttavia al duca di Milano; e, prontamente allestite otto galee con altri legni, passarono a Rapallo. Dopo aver felicemente espugnato quel borgo, diedero addosso ai legni franzesi, e tutti li sottomisero, con farvi un ricco bottino. Grandi spogli dei Napoletani sopra quelle galee passavano in Francia. Per questo sinistro colpo si ritirò con somma fretta di sotto a Genova l'armata de' Franzesi e fuorusciti. Vegniamo al regno di Napoli. Appena fu partito di là il re Carlo, che rinvigorito il re Ferdinando II si accinse a ricuperare il regno. Alla ubbidienza sua erano tuttavia Brindisi, Gallipoli ed altri pochi luoghi. Ora il gran capitano Consalvo, passato da Messina a Reggio di Calabria, prese quella città, dipoi la rocca, e cominciò a stendere le sue conquiste per la Calabria. Unironsi allora le truppe franzesi sotto il signore d'Obignì, che si trovavano in quelle contrade per frenare il corso dei Catalani. Non volea già l'accorto Consalvo tentar la fortuna con una battaglia; ma, non potendo resistere all'ansietà del giovane re Ferdinando, gli convenne venire alle mani con essi a Monte Leone, ossia presso al nume di Seminara. Restarono vincitori i Franzesi, e poco mancò che lo stesso re non rimanesse prigioniere. Tuttavia cominciò a combattere in favore del re Ferdinando l'odio conceputo dai regnicoli contra dei Franzesi. [135] Si credeano essi, allorchè comparve nel regno il re di Francia, di godere sotto di lui l'età dell'oro: vana immaginazion d'altri popoli inclinati alla mutazion dei governi. E veramente il re li sollevò da alcune gravezze. Ma per lo contrario i Franzesi d'allora, mancanti di quella disciplina e moderazione che si osserva in loro oggidì, altro non faceano tuttodì vedere che eccessi di crudeltà, di lussuria e di avidità di roba. Poco ci volea perchè essi maltrattassero ed uccidessero gli amici, non che i nemici. Di nulla più ansiosi erano che dei saccheggi; dati ai ladronecci, neppure perdonavano alle chiese; e, ciò che era più sensibile, rapivano donzelle e maritate, senza che se ne facesse giustizia. Il re medesimo, oltremodo abbandonato alla sensualità, serviva di pessimo esempio agli altri. In una parola, poco stettero i Napoletani a sospirar gli Aragonesi, che pure con mano sì aspra gli aveano governati finora.

Fu dunque da essi Napoletani segretamente chiamato il re Ferdinando, il quale imbarcatosi con quanti legni potè, ma senza danari, e appena con due mila soldati, arrivò nelle vicinanze di Napoli [Summonte, Istoria di Napoli. Guicciardini, Istoria d'Italia. Corio, Istor. di Milano. Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.]. Bastò questo perchè il popolo di quella gran città prese le armi, e gridando Aragona, Aragona, aprisse le prigioni, e si scagliasse contra di qualunque Franzese che si trovasse per quella città. Ritiraronsi i Franzesi nelle fortezze, e nel dì 7 di luglio rientrò il re Ferdinando II in Napoli fra le incessanti acclamazioni di quegli abitanti. Fu posto l'assedio a Castello Nuovo e a quello dell'Uovo, dove specialmente s'erano ritirati i Franzesi col signore di Mompensieri vicerè di Napoli, il qual fece gagliarda difesa, finchè per industria sua, ovvero per patti segreti fatti col re, gli riuscì di poterne uscire e ritirarsi a Salerno. Il marchese di Pescara proditoriamente sotto una di quelle fortezze fu ucciso. Oltre a Prospero e [136] Fabrizio Colonnesi, che andarono al soldo di esso re, il papa gli mandò altra gente in aiuto. Capoa, Aversa, Nola e altri luoghi vicini il riconobbero per loro signore. Ma il Mompensieri, fatto il maggiore sforzo che potè di sua gente, andò fin sotto a Napoli; e spediti contra di lui dal re Ferdinando il conte di Matalona e il signore di Camerino, in un fatto d'armi gli sconfisse: del che rimase sì sbigottito il re suddetto, che fu in procinto di abbandonar di nuovo Napoli. E l'avrebbe forse fatto, se il generoso Prospero Colonna non l'avesse, con fargli animo, ritenuto. Seguirono poi altre baruffe, ora favorevoli, ora contrarie al re Ferdinando, il quale nondimeno ricuperò le fortezze di Napoli parte in questo e parte nel seguente anno. La primaria applicazione dei Fiorentini nell'anno presente [Ammirati, Istoria di Firenze.] quella fu di procacciarsi dal re Carlo la tenuta di Pisa, Pietrasanta, Sarzana e Sarzanello; e su questa speranza non osarono mai di muovere un dito contra di lui, anzi fecero sempre quanto a lui parve, sino ed entrar seco in lega. Ma il re gli andava di un dì in un altro menando a spasso colle più belle parole del mondo, e sempre senza fatti. Preso anche per loro generale il duca d'Urbino, andarono a mettere il campo a Pisa, confortati da alcuni uffiziali del re, che v'entrerebbono; ma infine, trovandosi delusi, se ne tornarono ai lor quartieri. Nè si dee tacere che fra gli altri malanni portati in Italia da' Franzesi in occasion di queste guerre, si contò ancora il morbo, creduto portato dalle Indie Occidentali, che tuttavia ritien presso di noi il nome della nazion franzese, gastigo velenoso della sozza libidine. Non manca chi pretende dianzi non ignoto all'Europa questo malore, e certo non ne mancano esempli ne' precedenti secoli, ma erano cose rare. Comunque sia, fuor di dubbio è che il medesimo cominciò in questi tempi a dilatarsi con furore nelle contrade italiane, e a rovinar la sanità ed anche la vita degl'incontinenti, [137] perchè non se ne sapeva il rimedio. Oggidì sembra alquanto snervata la forza sua, di cui tuttavia chi ha timor di Dio e senno non ne vuol fare giammai la pruova.


   
Anno di Cristo MCCCCXCVI. Indiz. XIV.
Alessandro VI papa 5.
Massimiliano I re de' Rom. 4.

La guerra nel regno di Napoli continuò ancora nell'anno presente. Trovavasi scarso di gente e più di pecunia il re Ferdinando. Non gli tornava il conto in circostanze tali di aggravare i popoli. Ricorse all'aiuto de' Veneziani [Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.]. Da essi, oltre ad una buona flotta di legni, ebbe anche un grosso corpo di combattenti per le imprese di terra. Alla testa d'essi fu poi mandato Francesco Gonzaga marchese di Mantova. Riportò ancora il re dai Veneti un soccorso di danaro contante con promessa di pagar tutto; ed eglino intanto vollero in pegno, ed ottennero, Brindisi, Trani, Gallipoli, Otranto ed altre terre marittime della Puglia. Mettendo così il piede in quelle contrade, si lusingavano essi, e non invano, che non verrebbe più quel dì in cui se ne ritirassero. Erano nondimeno forti i Franzesi, perchè con esso loro andavano uniti moltissimi del partito angioino. Seguirono varie vicende di guerra fra essi e gli Aragonesi. Quella che è più degna di memoria, fu l'essersi ritirato il signore, ossia duca di Mompensieri nella città di Atella, assai forte luogo, col meglio delle sue brigate [Guicciardini, Ist. d'Italia. Sanuto, ed altri.]. Essendosi ingrossato il re Ferdinando colle soldatesche inviategli dai Veneziani, là entro il colse, e mise l'assedio alla città. I fanti svizzeri e tedeschi in questo tempo, perchè mal pagati, levatisi dal campo franzese, passarono a rinforzar quello di Ferdinando. Altro scampo non ebbe allora il Mompensieri che di ricorrere all'Obignì militante in Calabria, acciocchè [138] accorresse in aiuto suo. Ma si trovò malato quel signore, e la sua malattia diede campo a Consalvo Fernandez d'insignorirsi di Cosenza e d'altri luoghi. Contuttociò ordinò l'Obignì che il conte di Moreto ed Alberto da San Severino con un buon corpo di gente portassero soccorso al Mompensieri. Informato di tal movimento l'astuto Consalvo, alla sordina fu loro addosso, prese buona parte d'essi, ed anche i lor condottieri. Il che fatto, andò ad unirsi col re Ferdinando sotto Atella. Ancorchè tuttavia circa sette mila armati avesse il Mompensieri in quella città, pure, per difetto di viveri, fu costretto a trattar di capitolazione. E si conchiuse una tregua di trenta giorni, nel qual tempo, se non fosse giunta armata capace di far cessare l'assedio, non solamente quella città si renderebbe, ma anche tutte le altre dipendenti dal Mompensieri nel regno di Napoli, a riserva di Taranto, Gaeta e Venosa, con altre condizioni che io tralascio. Passarono i trenta giorni senza che comparisse per mare o per terra alcun soccorso franzese; laonde fu pienamente eseguito l'accordo suddetto dopo la metà d'agosto. Trovò il re Ferdinando dei pretesti per non lasciar uscire dal regno i Franzesi, e messili in luoghi d'aria malsana, ciò fu cagione che la maggior parte d'essi perisse. Lo stesso signore di Mompensieri, partecipando di que' pericolosi influssi, lasciò la vita in Pozzuolo nel dì 5 d'ottobre. Infermossi del pari Francesco marchese di Mantova, laonde poi venne a cercar miglior aria in Lombardia. Nel dì 19 d'ottobre [Diar. di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital.] giunse a Ferrara. Essendo intanto ritornato il gran capitano Consalvo dopo la presa d'Atella in Calabria, trovò che vi avea fatto di molti progressi l'Obignì così vigorosamente si diede egli ad incalzare i Franzesi, che infine li costrinse a prendere la legge dalle mani sue vittoriose, di modo che esso Obignì uscì del regno di Napoli, e ritirossi in Francia.

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Con questa felicità passavano gli affari del re Ferdinando II, nel qual mentre gli venne il pensiero di accasarsi. La moglie ch'egli prese, e con dispensa del papa, ma non senza ammirazione, anzi con mormorazione de' saggi, fu una sua zia, cioè Giovanna figliuola del re Ferdinando I avolo suo paterno, e sorella del re Alfonso suo padre. Corse voce non mal fondata, che, trovandosi egli alquanto infermo, l'eccessivo uso del matrimonio gli cagionasse una tal violenza di male, che per esso terminasse il corso di sua vita nel dì 5 di ottobre, come ha Burcardo [Burchardus, Diar., apud Raynaldum.]: di settembre lasciarono scritto il Nardi [Nardi, Istoria di Firenze.] e il Summonte [Summonte, Istoria di Napoli.]. Fu la perdita di questo principe compianta da tutti per le sue amabili qualità. Perchè egli non lasciò figliuoli, don Federigo conte di Altamura, suo zio paterno dimorante all'assedio di Gaeta, corse a Napoli, e fu proclamato re. Tornò egli dopo questa funzione sotto Gaeta, e gli riuscì d'indurre quella guarnigion franzese a capitolare la resa. Imbarcossi questa in due navi per tornarsene in Francia; ma per fortuna di mare quasi tutta perì in faccia di Terracina. Quindi il novello re Federigo con rara prudenza ed amorevolezza diede principio al suo governo, studiandosi di guadagnar gli Angioini, e di pacificar tutti i malcontenti. All'incontro, per la decadenza dei Franzesi nel regno di Napoli, il pontefice Alessandro diede fuoco al suo sdegno contra di Virginio e di Paolo Orsini, che aveano fin qui militato in favor della Francia senza curarsi de' divieti del papa. Indotto il vivente allora re Ferdinando II a violare i patti della capitolazione, li fece imprigionare; ed egli poi spedì l'esercito contra delle loro castella nell'ottobre dell'anno presente, e molte ne occupò, meditando già di arricchir colle loro spoglie i proprii figliuoli. Valorosamente nondimeno resisterono gli aderenti [140] e sudditi degli Orsini, nè finì poi quella guerra a tenore dei desiderii del papa. Gran bollore d'azioni militari fu eziandio per quest'anno nella Toscana. I Fiorentini, il maggior negozio de' quali era quello di ricuperar Pisa e le altre terre loro tolte, tempestavano con frequenti ambascerie e lettere Carlo VIII re di Francia, perchè ordinasse al signore d'Entraghes, governatore della cittadella di Pisa, di rimetterla in loro mano. Ordini pressanti spediva il re di farne la consegna, e con credenza comune che egli sinceramente li desse; ma con provarsi dipoi che i suoi uffiziali non doveano capire il tenore di quelle lettere. Anzi tutto il contrario avvenne. Il governatore di Sarzana per venticinque mila scudi d'oro vendè ai Genovesi la città di Sarzana. Sborsato immantenente il danaro, ne presero i Genovesi con gran festa il possesso; e nella stessa maniera tornarono ad impadronirsi di Sarzanello. Aveano essi trattato anche col governatore di Pietrasanta; ma i Lucchesi più diligenti l'ottennero essi, non senza aspre doglianze de' Genovesi. Per conto di Pisa, il signor d'Entraghes, invece di cedere quella cittadella ai Fiorentini, la vendè anch'egli al popolo di Pisa, il quale non tardò a demolirla. Tante trafitture erano queste al cuor de' Fiorentini. Perlochè cominciarono a far guerra ai Pisani, e ad espugnar alcune loro castella. Fioccavano intanto le lettere de' Pisani al papa, al duca di Milano, a' Veneziani, e ad altri potentati e signori, per ottener forze da difendersi: essendo chiaro che non poteano sostenersi contro la potenza de' Fiorentini. Entrarono in questa contesa specialmente i Veneziani, siccome quelli ch'erano malcontenti della repubblica fiorentina, collegata co' nemici franzesi, e molto più perchè, mischiandosi in quella briga, non mancava loro desiderio e fondamenti di assoggettar Pisa al loro dominio, anzi ne veniva lor fatta l'esibizione. Adunque mandarono a Pisa de' possenti soccorsi, e ne inviò [141] anche Lodovico duca di Milano, giacchè anche a lui davano speranza i Pisani di sottomettersi a lui. Con questi aiuti quel popolo andò poscia difendendo sè stesso.

Non d'altro intanto per tutta Italia si pasceva la curiosità degli oziosi, che dei mirabili apparecchi d'armi che si diceano fatti da Carlo VIII re di Francia per tornare di qua da' monti, tenendosi per fermo ch'egli comincerebbe il ballo contro a Lodovico il Moro duca di Milano, pretendendo che questi avesse in più forme mancato ai patti, e delusa la corte di Francia. Tre eserciti doveano calare in Italia, uno condotto da Gian Jacopo Trivulzio nobile milanese, che nel regno di Napoli entrato al servigio d'esso re, s'era già acquistato il credito d'uno dei più savii e valorosi capitani italiani. Il secondo sotto il comando di Lodovico duca d'Orleans, padron d'Asti; e il terzo, maggiore degli altri, guidato dal medesimo re Carlo. In sì fatti racconti gran parte avea la bugia. Il solo Trivulzio venne ad Asti per sicurezza di quella città. Contuttociò Lodovico Sforza, a cui tremava il cuore, determinò di muovere Massimiliano re de' Romani, già suo collegato, a calare in Italia [Sanuto, Istor. di Venezia, tom. 22 Rer. Ital. Senarega, de Reb. Genuens., tom. 24 Rer. Ital. Corio, Istor. di Milano. Guicciardini, Istoria d'Italia. Ammirati, Istor. di Firenze, ed altri.]. E gli riuscì il maneggio. Venuto l'ottobre, arrivò Massimiliano per la Valtellina, scese nel territorio di Milano, accolto con gran festa e magnificenza da esso Lodovico; e, senza toccar Milano, continuò il viaggio alla volta di Genova, con disegno di passare a Pisa, dove ancora quel popolo con grande istanza l'avea chiamato. Non menava seco più di cinquecento cavalli e di otto bandiere di fanti. Nel dì 25 d'ottobre arrivò a Genova, e da lì a due giorni imbarcatosi se n'andò a Pisa, dove, pensando d'immortalare il suo nome, dopo aver preso alcuni castelletti, s'accinse all'assedio di Livorno, [142] detenuto allora da' Fiorentini. Ma quando si fu per dare l'ultimo assalto, insorse dissensione fra lui e i commissarii dei Veneziani, perchè questi pretesero di voler essi quel luogo. Oltre a ciò, una fiera burrasca dissipò tutti i legni che erano a quell'assedio. Altro perciò non si fece. Propose dipoi Massimiliano di dare il guasto al distretto di Firenze; ma non vollero i Veneziani uscir di Pisa, per paura di restarne poi esclusi. Insomma andò a finire la mossa di questo gran principe in sole dicerie svantaggiose al di lui nome. Se ne tornò egli sul finire dell'anno in Germania, portando seco dell'amarezza contra de' Veneziani, perchè questi, oltre all'avere sturbati i suoi disegni, aveano anche scoperta la di lui intenzione di occupar Pisa come città dell'imperio. Erano allora in gran voga essi Veneti, e il loro Lione stendeva le ali facilmente dovunque scorgeva apertura di dilatar la signoria. In quest'anno ancora i Franzesi che erano in Taranto mandarono ad offerir per danari quella città al senato veneto. Benchè fosse contro i patti, e il re di Napoli protestasse contro, non lasciarono per questo i Veneziani d'impossessarsi di quell'importante luogo. Il picciolo duca di Savoia Carlo Giovanni Amedeo in quest'anno mancò di vita [Guichenon, Hist. de la Maison de Savoye.] a dì 16 d'aprile in età di circa otto anni; e però a lui succedette Filippo di Savoia suo gran zio, figliuolo di Lodovico duca di Savoia, in età avanzata, perchè nato nell'anno 1438. Ma poco sopravvisse, siccome vedremo. Il Senarega, scrittore di questi tempi [Senarega, de Reb. Genuens., tom. 24 Rer. Ital.], riferisce la morte di esso duca Carlo nell'anno seguente. Altrettanto s'ha da Jacopo Filippo da Bergamo [Jacobus Philipp. Bergom., Histor.] scrittor contemporaneo anche esso, laonde può restare suggetta a qualche dubbio l'asserzion del Guichenone.

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Anno di Cristo MCCCCXCVII. Indiz. XV.
Alessandro VI papa 6.
Massimiliano I re de' Rom. 5.

In quest'anno mandò Iddio de' buoni ricordi a papa Alessandro, de' quali nondimeno egli punto non seppe profittare [Guicciardini, Istoria d'Italia, lib. 1.]. Era egli vicino ad ingoiare il resto delle terre degli Orsini, per farne poi il sospirato regalo a' proprii figliuoli; avea ancora l'esercito suo, sotto il comando di Guidobaldo duca d'Urbino e del duca di Gandia suo figlio, posto l'assedio a Bracciano. Non solamente convenne loro ritirarsi di là, ma si venne anche a battaglia nel dì 24 di gennaio colla picciola armata di Carlo Orsino, che unito a Bartolomeo d'Alviano, giovane di grande espettazione pel suo valore, e con Vitellozzo Vitelli da Città di Castello, capitano accorto, s'affacciò all'esercito pontificio fra Bassano e Soriano. Per più ore ferocemente si combattè, e restò infine sbaragliata l'oste del papa, prigione lo stesso duca d'Urbino, ferito leggermente il duca di Gandia. Questa percossa fece calar lo spirito guerriero al papa, e l'indusse ad ascoltar volentieri chi parlò di pace. Seguì essa fra poco, e gli Orsini ricuperarono le lor terre, andando a terra tutti i castelli in aria che il pontefice avea dianzi formato. Venne dipoi per la quaresima a Roma Consalvo Fernandez, ricevuto con distinti onori, per avere ricuperato Ostia alla Chiesa, ed anche pel grado suo. Ma perchè Alessandro gli fece alcune doglianze del re Cattolico [Raynaldus, Annal. Eccles.], Consalvo gli lavò ben bene il capo senza sapone, ricordandogli le obbligazioni ch'avea la sua casa alla real d'Aragona, e toccando la scandalosa vita di lui medesimo, troppo bisognava di riforma: al che il papa non seppe che rispondere. Ma perchè gli era andato fallito il colpo di accomodare il figliuolo suo primogenito Giovanni duca di Gandia colle terre degli Orsini, [144] si rivolse ad un altro partito, cioè a quello di arricchirlo col patrimonio della Chiesa [Burchardus, in Diar.]. Pertanto nel dì 7 di giugno eresse la città di Benevento in ducato, e di quella e insieme delle contee di Terracina e di Pontecorvo investì il suddetto suo figliuolo. A riserva del cardinal Piccolomini, ch'ebbe il coraggio nel concistoro di opporsi a questo scialacquamento degli Stati pontificii, tutti gli altri cardinali consentirono ed applaudirono, per aver poi favorevole il papa al conseguimento di nuovi benefizii, commende e vescovati. Ma che? nel dì 14 di giugno, dopo una lauta cena fatta da esso duca e da Cesare cardinal suo fratello alla Vannozza lor madre, il duca di Gandia, giovine dissoluto e perduto in amorazzi, nella notte a cavallo con un solo staffiere andò per solazzarsi non si sa in qual casa. Fu egli in quella notte ucciso; il corpo suo gittato nel Tevere; e ritrovato fra pochi dì, accertò ognuno di quella tragedia. Non si seppero già gli autori dell'omicidio; ma comunemente fu creduto che Cesare cardinale per gelosia, o per altri motivi della smoderata sua ambizione, sperando, come infatti avvenne, di divenir egli solo arbitro del papa e del papato, arrivasse a questo eccesso di crudeltà. Era egli infatti capace di tutto. Si afflisse indicibilmente, farneticò ed ebbe ad impazzire il pontefice per questo funestissimo colpo; e riconoscendola infine dalla mano di Dio, proruppe nelle più belle promesse di emendar sè stesso, e di riformar la Chiesa di Dio: promesse nondimeno che il vento in breve si portò via. Avvenne finalmente, che nati in questi tempi alcuni disgusti fra Lugrezia Borgia sua figliuola e Giovanni Sforza signore di Pesaro suo consorte, essa da lui si ritirò: il papa dipoi per cagioni note a sè solo disciolse quel matrimonio. Corse pericolo lo Sforza di perdere in tal congiuntura Pesaro; ma, dichiaratisi per lui i Veneziani, cessò il pericolo.

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Prima della morte del fratello s'era già preparato il cardinal Valentino alla sua legazione, siccome destinato dal pontefice suo padre, per portarsi a coronare il nuovo re di Napoli don Federigo. Dappoichè fu assicurato che non più vivea suo fratello, cavalcò con ismisurata magnificenza a Capoa, ed ivi diede la corona ad esso re Federigo, il quale nel presente anno attese a ristorare il desolato suo regno; a schiantare gli assassini e malandrini che dappertutto commetteano incredibili danni ed omicidii; e a dare non meno buon ordine agli affari pubblici, che pace ai popoli, con riceverne il premio di mille benedizioni. Tuttavia restavano in quel regno alcuni baroni pregni d'odio contro la casa d'Aragona, e convenne al re di far loro la guerra, con restare specialmente abbattuto il principe di Salerno. Ma intanto non cessava la discordia in Toscana per cagion di Pisa [Guicciardini, Istoria d'Italia. Ammirati, Istoria di Firenze. Nardi, Ist. di Firenze.]. Anche Pietro de Medici, saputo ch'ebbe trovarsi Firenze involta in calamità per un'atroce carestia, ed essere entrati in reggimento alcuni antichi amici della sua casa, tentò di ritornar nella patria. Venne con gran copia d'armati sino alle porte di Firenze, ma non udendo alcun movimento favorevole a lui nella città, più che di fretta se ne ritornò indietro. In Milano [Corio, Ist. di Milano. Diar. di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital.] nel dì 2 di gennaio morì di parto Beatrice Estense moglie del duca Lodovico Sforza; del che si mostrò egli inconsolabile, e con grande sfoggio di funerali e limosine onorò la di lei memoria. Furono novità nel Genovesato, perchè Giuliano dalla Rovere cardinale, tutto allora dei Franzesi, e Battistino da Campofregoso con molti armati andarono verso di Savona, patria d'esso cardinale, sperando d'insignorirsene [Navagero, Istor. Veneta, tom. 24 Rer. Italic.]. Nulla venne lor fatto per le buone precauzioni [146] prese dai Genovesi e dal duca di Milano. Anche Gian-Giacomo Trivulzio co' Franzesi usciti d'Asti infestò lo Stato di Milano; ma sovvenuto il duca da' Veneziani, rendè inutili i di lui sforzi. Poco potè godere di sua fortuna Filippo duca di Savoia; imperciocchè nel dì 7 di novembre terminò la carriera del suo vivere. A lui succedette Filiberto II suo primogenito in età di diecisette anni. Così scrivo io, fidato nell'autorità del Guichenone [Guichenon, Hist. de la Maison de Savoye.]. Ma Jacopo Filippo da Bergamo, storico che in questi tempi fioriva, mette nel marzo dell'anno presente il principio del governo ducale d'esso Filippo, soggiugnendo dipoi ch'egli necdum plene duobus annis regnavit: lo che meriterebbe riflessione, se il Guicciardino non sostenesse il racconto del Guichenone. Avea finquì Ercole duca di Ferrara tenuto in deposito il castelletto di Genova: lo restituì nell'anno presente a dì 11 di novembre a Lodovico Sforza duca di Milano con somma di lui consolazione. Non potè egli far di meno: tante furono le istanze ed anche minacce de' Veneziani e di Lodovico per disbrogliare Genova; e le ragioni del duca Ercole alla corte di Francia furono credute legittime.


   
Anno di Cristo MCCCCXCVIII. Indiz. I.
Alessandro VI papa 7.
Massimiliano I re de' Rom. 6.

Allorchè l'Italia si trovava agitata dall'apprensione che Carlo VIII re di Francia tornasse a lacerar queste contrade con forze superiori alle passate [Mèmoir. de Comines lib. 7, cap. 18.], eccoli giugnere nuova ch'egli nel castello d'Ambosia era mancato di vita per accidente di apoplessia nel dì 7 d'aprile dell'anno presente in età di ventisette anni e nove mesi. La taccia che a lui fu data, consistè nello smoderato amor dei piaceri e nella sfrenata sua libidine, per gli stimoli della quale andava frequentemente [147] mutando pastura. Del resto egli fu uno de' più mansueti, amorevoli e benigni principi del mondo, nè sapea far male ad alcuno, in guisa che tanta sua bontà ridondava talvolta in suo danno, perchè i ministri ed uffiziali faceano tutti a lor modo per la fidanza di non esser mai gastigati. Negli ultimi mesi di sua vita, scorgendo che appoco appoco veniva meno la sua sanità e forza, diede un calcio ai solazzi e piaceri, e massimamente ai vietati dalla legge santa di Dio, e con opere di pietà e carità si dispose a comparire davanti al giudice dei vivi e de' morti. L'esser egli mancato di vita senza lasciar successione maschile (giacchè un Delfino, nato qualche mese prima, poco tempo visse sopra la terra) diede luogo a succedergli a Lodovico duca di Orleans suo cugino in quarto grado, e il primo fra' principi del real sangue d'allora, che sotto i due precedenti re avea patito di molti affanni e contraddizioni con pericolo della vita. Fu egli coronato re di Francia a Rems nel dì 27 di maggio, e portò il nome di Lodovico XII, principe di gran mente, abilità e coraggio. Si scoprirono ben tosto le sue idee, perchè prese anche il titolo di duca di Milano e di re delle Due Sicilie. La maggior prima sua cura fu di far sciogliere il matrimonio da lui contratto molti anni prima con Giovanna figliuola del re Lodovico XI, sì perchè da essa, assai brutta e mal sana, non avea mai potuto ricavar successione, e sì perchè gli premeva di sposare Anna vedova del poco fa defunto re, siccome quella che portava in dote l'importante ducato della Bretagna, e di cui dicono ch'egli anche prima era stato innamorato. Ricorse perciò a papa Alessandro VI, e si trovarono in quegli sconcertati tempi delle ragioni per dichiarar nullo il primo matrimonio, e far valere il secondo. Di questo affare volle nondimeno far mercato il papa, e coglierne profitto per Cesare suo figliuolo. Costui, non avendo gran genio all'abito ecclesiastico, perchè meditava già di comandare [148] a popoli, ottenne in quest'anno di poter deporre la sacra porpora, e di ritornare al secolo, allegando che contro sua volontà e per timore del padre avea dianzi preso il diaconato; nè vi fu chi ad uomo sì dabbene negasse fede. Fu scelto Cesare per portare in Francia le bolle dello scioglimento del matrimonio del re [Nardi, Istor. di Firenze, lib. 4.], ed insieme il cappello cardinalizio a Giorgio d'Ambosia arcivescovo di Roano. Il fasto con cui egli andò, parea che superasse la grandezza delle stesse corti regali. Il re Lodovico, che per li suoi disegni sopra l'Italia bramava già di guadagnar in suo favore l'animo del papa, slargò la mano verso del di lui figliuolo, dichiarandolo duca di Valenza nel Delfinato, dandogli una compagnia di cento uomini d'armi, ed assegnandogli l'annua pensione di venti mila lire di Francia, con promessa ancora di qualche bel feudo nel Milanese, dacchè l'avesse conquistato. Prese poscia il re Lodovico in moglie Anna di Bretagna nel gennaio dell'anno seguente, e, siccome voglioso al maggior segno di conquistare il ducato di Milano per le ragioni di Valentina Visconte avola sua (voglia a lui accresciuta dall'essere dimorato per tanto tempo in Asti, e dall'aver conosciuta la bellezza della Lombardia), così cominciò di buona ora a disporsi per ottener questo fine.

Il fuoco acceso in Toscana per cagion di Pisa tuttavia durava [Ammirati, Istoria di Firenze. Guicciardini, Istoria d'Italia. Nardi, Ist. di Firenze, lib. 4.]. Quanto più quella città veniva angustiata dai Fiorentini, tanto più i Pisani si raccomandavano alla potenza de' Veneziani, e questi maggiormente s'insperanzivano di ridurre quella città sotto il loro dominio. Perciò, avendo il senato veneto condotti al suo soldo Guidubaldo duca d'Urbino, Astorre Baglioni Perugino, Bartolomeo d'Alviano, Paolo Orsino ed altri condottieri d'armi, misero in viaggio alla volta della Toscana delle grosse brigate in aiuto de' Pisani con aver mosso anche [149] i Medici ed altri fuorusciti ad unirsi alle lor genti. Lo stesso marchese di Mantova Francesco fu poi spedito anche egli con titolo di generale colà. Per lo contrario, non cessarono i Fiorentini d'accrescere le lor genti d'armi, prendendo al soldo loro i signori d'Imola e Forlì ed altre milizie. Quel ch'è più, trassero nel lor partito Lodovico Sforza duca di Milano. Non poteva questi senza invidia mirare, e senza grave sdegno sofferire che i Veneziani fossero dietro ad accrescere la lor già formidabile grandezza coll'acquisto di Pisa; e però, accordatosi co' Fiorentini, pensò sulle prime d'aiutarli segretamente a ricuperar quella città, ma infine apertamente inviò loro de' soccorsi. Capitan generale dell'esercito fiorentino fu scelto Paolo Vitello, uomo di credito nel mestier della guerra, a cui fu dato con gran solennità il bastone in un giorno determinato dagli astrologi. Quanto costoro dessero nel segno, in breve si scorgerà. Prese il Vitelli Buti, Vico-Pisano e Librafatta. Corse la guerra pel Casentino, e per altre contrade del dominio fiorentino; succederono varii piccioli fatti d'armi ora all'uno ora all'altra parte favorevoli. L'anno poi fu questo, in cui Firenze mirò la tragedia di frate Girolamo Savonarola Ferrarese dell'ordine di san Domenico, uomo per l'austerità della vita, pel suo raro sapere, e per la sua forza e zelo nel predicare la parola di Dio, ammirato da tutti, e degno di miglior fortuna. Reggevasi la maggior parte del popolo col consiglio di lui anche ne' politici affari; ed egli fu che il tenne lungamente saldo nella dipendenza dal re di Francia. Ma non mancavano a lui nemici, e molti e potenti nella stessa città di Firenze; e specialmente i Medici fuorusciti l'odiavano a morte, perchè direttamente opposto alle loro intenzioni di signoreggiar nella repubblica [Raynaldus, Annal. Eccl. Nardi, Istor. di Firenze.]. Chi gli volea male l'accusò alla corte di Roma, come seduttore e seminator di falsa dottrina. [150] Però gli fu proibito dal papa di predicare, e tanto più perchè egli non avea saputo astenersi dal toccar nelle sue prediche i vizii dello stesso regnante pontefice, troppo per altro palesi, e i depravati costumi della corte romana. Disprezzò frate Girolamo i comandamenti del pontefice, tornò sul pulpito, maggiormente inveendo da lì innanzi contro la corruttela d'allora. Fu scomunicato dal papa, intimate le censure a chi l'ascoltasse, il favorisse, e mandate finalmente replicate lettere ai magistrati di Firenze, con ordine di mettere le mani addosso al frate, minacciando scomuniche ed interdetti se non si ubbidiva. Temeva forte papa Alessandro uno scisma; e guai a lui se persona d'autorità avesse allora alzato un dito contra di lui. Non vi era chi non detestasse un pastore di vita sì contraria al sublime suo grado. Ora avvenne che un frate Francesco di Puglia dell'osservanza di san Francesco predicò pubblicamente contra del Savonarola, impugnando specialmente queste di lui proposizioni: La Chiesa di Dio ha bisogno d'essere riformata e purgata. La Chiesa di Dio sarà flagellata, e dopo i flagelli sarà riformata e rinovata, e tornerà in prosperità. Gl'infedeli si convertiranno a Cristo. Firenze sarà flagellata, e dopo i flagelli si rinoverà, e tornerà in prosperità; ed altre che tralascio.

Chi teneva e chi tien tuttavia il Savonarola per uomo di santa vita, e che egli ispirato da Dio predicesse le cose avvenire, fra non molti anni trovò il tutto avverato. Altre simili predizioni fatte da lui, e nominatamente a Carlo VIII re di Francia, ebbero il loro effetto. Si esibì ancora frate Francesco di confermare alla pruova del fuoco la falsità delle proposizioni suddette; E all'incontro fra Domenico da Pescia domenicano accettò di sostener giuste e verificabili le medesime, con esibirsi di entrar anch'egli nel fuoco. Perchè il frate minore trovò maniera di sottrarsi all'impegno preso, per lui sottentrò un frate Andrea Rondinelli. [151] Adunque, nel dì 17 d'aprile per ordine de' magistrati acceso un gran fuoco, vennero alla presenza d'innumerabil popolo i due contradditori, per provare, se in quella avvampata catasta si sentisse fresco o caldo. Ma non volendo comportare i frati minori che fra Domenico vi entrasse vestito con gli abiti sacerdotali, nè che egli portasse in mano il Sacramento dell'altare, in sole contese terminò tutto quell'apparato, e nulla si fece. Scapitò molto per questo del suo buon concetto il Savonarola, e crescendo l'ardire della fazione a lui contraria, e massimamente degli scapestrati, nella seguente domenica dell'Olivo si alzò contra di lui gran rumore, in guisa che i magistrati, timorosi ancora delle tante minaccie del papa, fecero prendere e menar nelle carceri il Savonarola. Allora fu che infierì contra di lui chi gli volea male. Corse tosto a Firenze un commessario del papa per accendere maggiormente il fuoco, ed accelerar la morte dell'infelice. Si adoperarono i tormenti per fargli confessare ciò che vero non era; e si pubblicò poi un processo contenente la confessione di molti reati, che agevolmente ognun riconobbe per inventati e calunniosi. Venuto dunque il dì 23 di maggio, vigilia dell'Ascensione, alzato un palco nella piazza, quivi il Savonarola degradato insieme con due frati suoi compagni, cioè Silvestro e Domenico, fu impiccato, i loro corpi dipoi bruciati, e le ceneri gittate in Arno, per timore che tanti divoti di questo religioso le tenessero per sante reliquie. Restò appresso involta in molte dispute la di lui fama, riguardandolo gran copia di gente, cioè tutti i buoni, qual santo e qual martire del Signore; ed all'incontro tutti i cattivi per uomo ambizioso e seduttore. Dio ne sarà stato buon giudice. Certo è ch'egli mancò al suo dovere, dispregiando gli ordini del papa, i cui perversi costumi non estinguevano già in lui l'autorità delle chiavi. Parimente lodevole non fu nel Savonarola il cotanto mischiarsi nel [152] governo secolare della repubblica fiorentina: cosa poco conveniente al sacro suo abito e ministero. Per altro, ch'egli fosse d'illibati costumi, di singolar pietà e zelo, tutto volto al bene spirituale del popolo, con altre rarissime doti, indicanti un vero servo di Dio, le cui opere stampate contengono una mirabil unzione e odore di santità, non si può già negare. Ma di questo avendo pienamente trattato Gian-Francesco Pico conte della Mirandola, dottissimo scrittore suo contemporaneo, nella Vita ed Apologia del medesimo Savonarola, e Jacopo Nardi Fiorentino, anch'esso allora vivente, nella sua Storia di Firenze, senza che io osi di far qui da giudice, rimetto ai loro scritti il lettore che più copiosamente desideri d'essere informato di quella lagrimevol tragedia.


   
Anno di Cristo MCCCCXCIX. Indiz. II.
Alessandro VI papa 8.
Massimiliano I re de' Rom. 7.

Bolliva tuttavia la discordia e guerra di Pisa, quando non meno i Veneziani che Lodovico duca di Milano, cangiati sentimenti, mostrarono genio che si trattasse d'accordo [Guicciardini, Istoria d'Italia. Sanuto, Istoria di Venezia, tom. 22 Rer. Ital. Ammirati, Istoria di Firenze. Nardi, Istoria di Firenze.]. I Veneziani, siccome accennerò fra poco, ad una preda di maggior loro soddisfazione aveano già rivolto il pensiero. Il duca di Milano, oramai presentendo un fiero temporale che contra di lui si preparava in Francia, volea pensare a difendere sè stesso, e non già l'altrui con tante inutili spese. Quanto poi ai Fiorentini, nulla più desideravano che la pace, perchè troppo stanchi e smunti per così lunga e dispendiosa guerra. Fu dunque da tutti gl'interessati fatto compromesso di questa pendenza in Ercole I Estense duca di Ferrara. Profferì egli il suo laudo nel dì 6 d'aprile; decretando che i Fiorentini tornassero padroni di Pisa, con restare i Pisani in [153] possesso delle rendite pubbliche e delle fortezze; e che dovessero i Fiorentini pagare ai Veneziani in dodici anni cento e ottanta mila scudi. L'insaziabilità delle persone cagion fu che tulle e tre le parti rimanessero mal contente, anzi disgustate di questo laudo. Con tutto ciò i Veneziani, sebben ricusarono di ratificarlo, pure l'effettuarono con ritirar da Pisa le loro milizie. V'acconsentirono anche i Fiorentini. Ma i Pisani, protestando di non volerlo accettare, si accinsero a sostener soli la guerra: tanta era la loro avversione a tornar sotto il giogo de' Fiorentini. Perciò eccoli ricominciar la guerra. Paolo Vitelli, generale d'essi Fiorentini, ebbe ordine di uscire in campagna: lo che eseguì nel mese di giugno; e, dopo la presa d'alcuni luoghi, andò nel dì primo d'agosto a mettere il campo intorno a Pisa. Impadronitosi da lì a dieci giorni della fortezza di Stampace, tal terrore diede a' cittadini, che fu creduta inevitabile la presa anche della città; ma il Vitelli non si seppe servir della fortuna, e questa, spirato quel dì, non tornò più. Fecero i Pisani dei ripari, ma quel che più gli aiutò fu l'aria della state, madre di sì copiose malattie nell'esercito de' Fiorentini, che quando il Vitelli determinò di dare un assalto generale alla città, gli convenne desistere per mancanza di gente. Vennero per questa e per altre apparenti ragioni in sospetto della di lui fede i Fiorentini, e chiamatolo a Firenze, ancorchè ne' fieri tormenti a lui dati nulla confessasse di pregiudiziale al suo onore, pure nel dì primo di ottobre fu decapitato, con lasciare esempio ai posteri dell'evidente pericolo a cui si espone chi pretende il generalato dell'armi delle repubbliche, perchè dove son tante teste, quivi più facilmente che altrove la poca fortuna diventa delitto. Vitellozzo suo fratello con più giudizio si salvò a tempo, ed, entrato in Pisa, vi fu ben veduto. Così per ora vergognosamente ebbe fine la guerra dei Pisani, e si mormorò forte d'essi dappertutto per la morte data al Vitelli. Nello [154] stesso giorno, che tolta dicemmo la vita al Vitelli, pagò il suo debito alla natura Marsilio Ficino Fiorentino, ristoratore in Italia della filosofia platonica, ed uno de' più insigni letterati che s'abbia avuto l'Italia.

Niun interesse stava in questi tempi più a cuore al novello re di Francia Lodovico XII che la meditata conquista del ducato di Milano e del regno di Napoli, de' quali si pretendeva egli erede: dell'uno, per le ragioni di Valentina Visconte avola sua; dell'altro, per la cessione fattane già dalla casa d'Angiò alla corona di Francia [Belcaire. Hist. Guicciardini, Istoria d'Italia. Corio, Istor. di Milano. Giovio, ed altri.]. Prese egli le necessarie misure per tali imprese, facendo pace coi re di Spagna e d'Inghilterra, e con Massimiliano re de' Romani, e nello stesso tempo procacciando di aver le potenze d'Italia a sè favorevoli, o almeno non opposte a' disegni suoi. Colle grazie compartite a Cesare duca Valentino s'era egli affezionato papa Alessandro VI; e più ancora se ne prometteva, dacchè esso pontefice, in cuore di cui il primo mobile era l'ingrandimento de' proprii figliuoli, non avea potuto indurre Federigo re di Napoli a concedere una sua figliuola in moglie del suddetto duca Valentino, e il principato di Taranto in dote; e però tutte le mire della grandezza del figliuolo avea rivolte alla corte di Francia. Infatti l'accorto re Lodovico non ebbe difficoltà di promuovere le nozze d'esso duca Valentino con una figliuola di Giovanni d'Albret re di Navarra del real sangue di Francia, con condizione nondimeno che il papa la dotasse di ducento mila scudi, e promovesse al cardinalato monsignor d'Albret fratello di quella principessa. In questa maniera tanto il papa, quanto il duca suo figliuolo diventarono affatto franzesi, e alli dieci di maggio seguì il matrimonio suddetto: del che sommamente si rallegrò il papa. Ma niuno potea maggiormente ostare in Italia alle idee del re Lodovico, che la potenza veneta. [155] Trovò egli la via di guadagnare ancor questa. Oltre all'essere i Veneziani mal soddisfatti di Lodovico il Moro, considerato da essi per uomo pieno sempre di doppiezze, e per traditore, massimamente pel fresco affare di Pisa, il re gli invitò ad entrar seco in lega contro del medesimo Lodovico, con esibir loro Cremona, città comodissima agli Stati di quella repubblica. Per sì vantaggiosa esibizione prestò volentieri l'orecchio quel senato alle proposizioni del re, e solamente fece istanza che a Cremona s'aggiugnesse anche la Ghiaradadda; e il re liberalmente accordò quanto vollero, pensando forse fin d'allora di ripigliarsela, e con buona derrata, a suo tempo [Navagero, Istoria di Venezia, loro. 24 Rer. Ital. Corio, Istoria di Milano.]. Fu pubblicata questa lega nel dì 25 di marzo, ed in essa entrò dipoi anche il papa, con patto che il re prestasse aiuto al duca Valentino, per conquistare Imola, Faenza, Forlì e Pesaro.

Intanto il re di Francia, essendosi collegato ancora con Filiberto duca di Savoia, cominciò a spedir soldatesche ad Asti sotto il comando di Gian-Giacomo Trivulzio, sperimentato capitano, e nemico del duca di Milano, che l'avea spogliato di tutti i suoi beni. Mandò ancora il conte di Lignì e il signor d'Obignì con altre genti d'armi; ed egli, per dar più calore alla guerra già determinata contra d'esso duca di Milano, e per essere maggiormente a portata per li bisogni occorrenti, si portò in persona a Lione. Fra il Trivulzio e i Guelfi del ducato di Milano passavano intelligenze ed intrinsichezze di molta conseguenza. Lodovico poi per li suoi vecchi peccati e per le nuove sue estorsioni era odiato dai più, nè gli sconveniva il nome di tiranno. Fece egli un potente armamento di gente, e general d'essa Gian-Galeazzo San Severino genero suo; ma contra di lui era lo sdegno di Dio [Guicciardini, Istoria d'Italia. Corio, Istor. di Milano. Navagero, Istoria di Venezia. Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.]. Nell'agosto diedero i [156] Franzesi principio alla guerra. Dopo aver preso i due forti castelli d'Arazzo ed Anone, s'impadronirono di Valenza. Tortona spontaneamente mandò loro le chiavi, e, senza voler aspettare la forza, s'arrenderono Voghera, Castelnuovo e Ponte Corone. Nel medesimo tempo i Veneziani coll'esercito loro entrarono nella Ghiaradadda, e s'impossessarono di Caravaggio. Passò l'esercito franzese sotto Alessandria. V'era dentro il general dello Sforza, cioè il San Severino, con una poderosa guarnigione; ma vi era eziandio il conte di Gaiazzo suo fratello, capitano altresì dello Sforza, segretamente già accordato co' Franzesi. Lo stesso Gian-Galeazzo due dì dopo l'assedio all'improvviso se ne fuggì di Alessandria, con dir poi d'essere stato ingannato da una lettera finta sotto nome di Lodovico Sforza duca di Milano: il che gli fece dubitar della sua testa. Comunque sia, certo è che la sua partenza sbigottì sì forte il presidio di quella città, che molti si diedero alla fuga, e i Franzesi entrati spogliarono il resto di quei soldati, e misero poi a sacco l'infelice città. Mortara e Pavia neppur esse fecero resistenza. Tutte queste disavventure, e in poco tempo succedute, fecero conoscere a Lodovico il Moro che era venuto il tempo di provar la mano di Dio sopra di sè e sopra la sua famiglia. E però, deliberato di ritirarsi in Germania, mandò innanzi i figliuoli, e con loro il tesoro, consistente in ducento quaranta mila scudi d'oro oltre alle gioie e perle. Dopo aver deputato alla custodia del castello di Milano, benchè contro il parere dei suoi, Bernardino da Corte con tre mila fanti, e munizioni senza fine, perchè conservandosi questo, sperava coll'aiuto dell'imperador Massimiliano e degli Svizzeri di ritornare in casa; nel dì 2 di settembre ito a Como, passò dipoi nel Tirolo. Allora il popolo di Milano spedì ambasciatori al campo franzese, invitandolo a venire, e restò in breve consolato. Tutte le altre città del ducato di Milano [157] prestarono anch'esse ubbidienza ai Franzesi, fuorchè Cremona che, secondo i patti, venne in potere de' Veneziani. Successi tali e mutazioni sì subitanee, accadute senza spargere una stilla di sangue, fecero inarcar le ciglia a tutti gl'Italiani, ed empierono di terrore Federigo re di Napoli, il quale nelle disgrazie di Lodovico ii Moro cominciava già a leggere le proprie. Non passarono dodici giorni dopo la fuga del duca che il creduto sì fedele Bernardino da Corte, senza aspettare un colpo d'artiglieria, per gran somma di danaro vendè l'allora creduto inespugnabil castello di Milano ai Franzesi, con tanta infamia del suo nome, che venne dipoi riguardato come un mostro, e fuggito e maledetto da ognuno, e fin dagli stessi Franzesi, in guisa tale che, non potendo reggere al dolore e all'obbrobrio, da lì a pochi giorni finì di vivere, seppur non fu aiutato a terminare la vita.

Di così prosperosi avvenimenti informato il re Lodovico, da Lione calò in Italia, e fece la sua solenne entrata in Milano nel dì 6 d'ottobre [Diar. di Ferrari, tom. 24 Rer. Ital. Sanuto, Istoria di Venezia, tom. 22 Rer. Ital. Corio, Istoria di Milano. Guicciardini, Istor. d'Italia. Belcaire, Histoire, ed altri.], accolto con istrepitosi viva da quel popolo, che, liberato dall'aspro giogo di Lodovico il Moro, sperava giorni più lieti sotto il governo franzese. Essendo stato lasciato in Milano Francesco Sforza picciolo figliuolo del morto duca Gian-Galeazzo colla duchessa Isabella sua madre, fu poi condotto dal re in Francia, e dedicato alla vita monastica. Isabella nell'anno seguente se ne ritornò a Napoli ad essere spettatrice della final rovina della real sua casa Gian-Giacomo Trivulzio, da cui principalmente riconobbe il re un sì presto e felice acquisto del ducato di Milano, ebbe in dono la nobil terra di Vigevano. Nè fu pigra la città di Genova a spedire ambasciatori, e a darsi con onorevoli condizioni al trionfante re di Francia. Giunsero a fargli riverenza anche gli ambasciatori [158] de' Fiorentini, i quali, non ostante molta contrarietà, conchiusero lega con lui. Intanto asprissima guerra ai Veneziani facea Baiazetto imperador de' Turchi non solo in Levante, ma sino nel Friuli, dove penetrarono que' Barbari, commettendo innumerabili crudeltà. Persona non vi fu che non credesse avere Lodovico il Moro sollecitati quegl'infedeli contra de' Veneziani per vendicarsi di loro, siccome principal cagione della rovina di lui e della felicità de' Franzesi, della quale non di meno cominciarono essi Veneziani a pentirsi ben tosto, e maggiormente poi ebbero a pentirsene ne' primi anni del secolo susseguente. Ed ecco darsi principio negli ultimi mesi di quest'anno ad un'altra guerra in Romagna. Era tutto lieto papa Alessandro per li progressi delle armi franzesi in Lombardia, perchè, secondo i patti, doveano queste aiutare il duca Valentino suo figliuolo a conquistare le città d'essa Romagna, destinata più di ogni altra contrada ad essere il magnifico principato della casa Borgia. Trovò egli in questi tempi delle ragioni di torre alla casa de' Gaetani Sermoneta con altre terre, delle quali immediatamente investì Lucrezia Borgia sua figliuola, moglie in questi tempi di don Alfonso d'Aragona duca di Biseglia, e dichiarata governatrice perpetua di Spoleti e del suo ducato. Poscia si diede il pontefice a spronare il re Lodovico, acciocchè prestasse la promessa gagliarda assistenza al duca Valentino per la guerra disegnata contra dei signori di Romagna e della Marca, cioè contra degli Sforza di Pesaro, de' Malatesti di Rimini, de' Manfredi di Faenza, dei Riarii d'Imola e Forlì, de' Varani di Camerino e de' conti di Montefeltro duchi d'Urbino: Teneano questi signori con bolle pontificie le loro città: non importa; doveano queste cedere al bisogno di stabilire la grandezza della casa Borgia; e pretesti di spogliarne i padroni non mancavano a chi voleva alzare un maestoso edilizio sopra la loro rovina: che questa fu di ordinario l'origine e la mira delle guerre [159] fatte dai pontefici di que' tempi, non mai contenti, finchè non alzavano i suoi figliuoli o nipoti al grado e dominio principesco, con tradire manifestamente l'intenzione di Dio e della Chiesa nel sublimarli a quella sacrosanta dignità. Venuto dunque il duca Valentino, accompagnando sempre il re Lodovico da Lione a Milano, e spalleggiato dai pressanti uffizii del pontefice, ottenne dal re un grosso corpo di gente; che, unito colle soldatesche pontificie, si trovò capace di eseguir poscia felicemente i di lui disegni. Dopo un mese di dimora in Milano se ne tornò il re in Francia, lasciando il governo dello stato di Milano nelle mani del valoroso maresciallo suo Gian-Giacomo Trivulzio [Cronica di Bologna MS. nella Libreria Estense. Diar. di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital.]; ed allora, cioè nella metà di novembre, anche il duca Valentino con due mila cavalli e sei mila fanti venne a piantar l'assedio ad Imola. Poca resistenza fece quella città: la rocca si tenne lo spazio di venti giorni, e poi capitolò. Passò di là all'assedio di Forlì. Dentro v'era Caterina Sforza, donna d'animo virile, vedova del già conte Girolamo Riario, che vigorosamente si mise alla difesa. Con tali strepitosi avvenimenti ebbe fine l'anno presente.


   
Anno di Cristo MD. Indizione III.
Alessandro VI papa 9.
Massimiliano I re de' Rom. 8.

Continuò il duca Valentino sul principio di quest'anno, l'assedio di Forlì [Guicciardini, Istoria d'Italia. Cronica MS. di Bologna. Raynaldus, Annal. Eccles. Cronica Veneta, tom. 24 Rer. Ital.]. Perduta la città, Caterina Sforza si ridusse alla difesa della cittadella e della rocca, mostrando in ciò non men vigilanza e bravura che i più esperti e veterani uffiziali. Ma, per li frequenti colpi delle artiglierie, caduta parte del muro, ed aperta ampia breccia, per quella entrarono le genti del Valentino [160] con tal prestezza, che raggiunsero i soldati di Caterina nel ritirarsi che faceano nella rocca; ad entrati in essa, della medesima s'insignorirono, ammazzando chi venne loro alle mani. Caterina rifugiatasi in una torre, con alcuni pochi fu fatta prigione, e mandata dipoi a Roma, e custodita in castello Sant'Angelo. Ma Ivo d'Allegre, capitano delle milizie franzesi ausiliare del duca Valentino, preso da ammirazione del coraggio di questa insigne dama e principessa, e da compassione al suo sesso, ne impetrò, da lì a non molto, la liberazione. Divenne poi, o, per dir meglio, era divenuta essa Caterina moglie di Giovanni de Medici, padre di quel Giovanni che nel secolo susseguente si acquistò la gloria di prode capitano, e generò Cosimo, che fu primo granduca di Toscana. Le iniquità commesse da' Franzesi in Forlì furono indicibili. Non potè per allora il duca Valentino proseguir il corso di sua fortuna, perchè, insorte nel ducato di Milano le novità, delle quali parlerò fra poco, dovette accorrere colà il signor di Allegre colle milizie regie, dopo aver lasciata in Romagna memoria per un pezzo delle immense ruberie, disonestà ed altre ribalderie da loro commesse. Impadronitosi dunque d'Imola, Cesena e Forlì, se ne tornò a Roma il duca Valentino, dove volle far la sua entrata come trionfante con incredibil pompa e corteggio nel dì 26 di febbraio. Era questo l'anno del giubileo, in cui se i cristiani guadagnarono le indulgenze dei loro peccati, anche papa Alessandro seppe guadagnare dei gran tesori [Raynaldus, Annal. Eccles.], perchè concedea per tutta la cristianità quelle indulgenze medesime a chi non potea venire a Roma, purchè pagassero il terzo di ciò che avrebbono speso nel viaggio: alla raccolta del qual danaro furono deputati dappertutto i questori; e questo danaro, colle decime imposte al clero, e la vigesima agli Ebrei, dovea poi servire, secondo i soliti pretesti, per far la guerra [161] contro al Turco; ma servì infine ad altri usi. Nonostante l'anno santo un lieto carnovale si fece in Roma, e il duca Valentino lasciò, in tal occasione, la briglia al suo fasto con giuochi e feste di indicibil magnificenza e spesa, per le quali nobilissime azioni meritò d'essere dichiarato gonfaloniere della santa Romana Chiesa.

Pochi mesi erano soggiornati in Milano e nelle altre città di quel ducato i Franzesi, che la poca disciplina da loro osservata in quei tempi, e la sfrenata lor disonestà, di cui molto parlano le storie [Diar. di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital. Senarega, de Reb. Genuens. Guicciardini, Istoria d'Italia. Nardi, Istoria di Firenze. Bembo, ed altri.], cominciò ad essere di troppo peso a que' popoli, e a farli sospirar di nuovo il governo degli abbattuti loro principi. Quel che è più, mal sofferendo i Ghibellini, potente fazione in quelle contrade, che Gian-Giacomo Trivulzio, capo de' Guelfi, comandasse le feste, cominciarono ad animare al ritorno Lodovico il Moro e il cardinale Ascanio suo fratello. Questi per tanto, giacchè andarono loro ben presto fallite le speranze poste in Massimiliano re de' Romani, principe negligentissimo ne' propri affari, privo sempre e sempre sitibondo di danaro, si rivolsero agli Svizzeri con assoldarne otto mila, e misero insieme ancora cinquecento uomini d'arme borgognoni. Sul fine di gennaio, senza perdere tempo, calarono essi pel lago di Como a quella città, che aprì loro le porte. Bastò questo perchè il popolo di Milano si levasse a rumore, gridando: Moro, Moro. Mossesi ancora, perchè Lodovico avea lor fatto credere di venire con un esercito infinito: il che non fu vero. Si rifugiarono i Franzesi nel castello, e il Trivulzio si ritirò a Mortara. Sul principio di febbraio giunse prima il cardinale Ascanio, poscia Lodovico a Milano con festa di quel popolo. Ed amendue si affrettarono ad assoldar quante genti d'armi poterono. Anche le città di Pavia e di [162] Parma alzarono le bandiere del Moro: altrettanto erano per fare Piacenza e Lodi, se, chiamati in aiuto i Veneziani dai Franzesi, non vi fossero entrati colle loro milizie. Tornò bensì all'ubbidienza di esso Moro Tortona; ma, sopraggiunto colà Ivo di Allegre colle soldatesche richiamate dalla Romagna, ed assistito dai Guelfi, ricuperò quella città, mettendo dipoi a sacco non meno i Ghibellini nemici, che i Guelfi amici. Passò Lodovico il Moro all'assedio di Novara, ed, obbligati i Franzesi a rendere la città, si diede a bersagliar la fortezza tuttavia resistente. Fu mirabile intanto la sollecitudine del re Lodovico per ispedire in Lombardia nuove genti sotto il comando del signore della Tremoglia, di maniera che sul principio d'aprile questo capitano, unito col Trivulzio e col conte di Lignì, ebbe in pronto un'armata di mille e cinquecento lancie, dieci mila fanti svizzeri e sei mila franzesi, co' quali si appressò a Novara. Pure più ne' tradimenti che nelle forza delle lor armi riposero i comandanti franzesi la speranza di vincere.

Già s'erano intesi gli uffiziali svizzeri militanti per la Francia con quei che erano al servigio di Lodovico il Moro, promettendo loro una gran somma di oro; e menarono così accortamente la loro trama, che venne lor fatto di tradire il duca con eterna infamia del loro nome. Col pretesto dunque di non voler combattere coi proprii fratelli, gli Svizzeri tedeschi abbandonarono Lodovico il Moro, e con licenza dei Franzesi uscirono di Novara per tornarsene al loro paese. Per misericordia ottenne Lodovico di poter fuggire con loro, e tanto egli come i tre San Severini travestiti da Svizzeri marciarono colla truppa, per ridursi in salvo. Scoperti dai traditori, furono tutti e quattro fermati e fatti prigionieri nel dì 10 d'aprile: spettacolo sì miserabile, che trasse le lagrime insino a molti dei nemici. Si sbandò per questa calamità il resto delle truppe sforzesche; e, portata [163] la dolorosa nuova a! cardinal Ascanio, che attendeva in Milano all'assedio del castello, tosto si partì anch'egli da quella città, ed inviossi frettolosamente alla volta del Piacentino per non essere colto [Cronica di Venezia, tom. 21 Rer. Ital.]. Ma giunto la notte a Rivolta, castello del conte Corrado Lando suo amico, e quivi avendo preso riposo, trovò quella sfortuna ch'egli andava fuggendo. Imperocchè, avvisati di ciò Carlo Orsino e Soncino Benzone, capitani delle genti veneziane che stavano in Piacenza, cavalcarono speditamente colà, e colla forza obbligarono il conte Lando (ingiustamente accusato da alcuni di tradimento) a consegnar loro l'infelice porporato, con Ermes Sforza, fratello del morto duca Gian-Galeazzo, e con altri gentiluomini di sua famiglia. Fu mandato a Venezia il cardinale; ma il re Lodovico prima colle preghiere, e poi colle minaccie di guerra, tanto battè, che l'ebbe nelle mani. Furono condotti in Francia questi sventurati principi. Lodovico il Moro confinato nel castello di Loches nel Berrì in una oscura camera senza libri, senza carta ed inchiostro, ebbe quanto tempo volle per potere riflettere alla caducità delle umane grandezze, e ai frutti della smoderata sua ambizione e vanità, cioè alla cagione delle sue e delle altrui rovine, per aver chiamato in Italia le armi straniere, ed assassinato il proprio nipote, essendo esso Lodovico dopo dieci anni di prigionia mancato poi di vita. Al cardinale Ascanio, che con intrepidezza accolse le sue disavventure, fu data per carcere la torre di Borges, quella stessa dove il medesimo re Lodovico, allorchè era duca d'Orleans, tenuto fu prigione: tanto è varia e suggetta a peripezie la sorte de' mortali. Poca cura si prese del cardinal suddetto papa Alessandro, siccome venduto al volere dei Franzesi, e però solamente sotto il pontefice Giulio II riebbe Ascanio la sua libertà.

In gran pericolo di un sacco si trovò il popolo di Milano dopo la caduta del Moro; [164] ma, avendo essi inviata un'ambasceria ai cardinal di Roano, che veniva spedito dal re in Italia per governatore, impetrarono che il gastigo si riducesse al pagamento di trecento mila ducati d'oro: pena che loro fu anche per la maggior parte rimessa dalla clemenza del saggio re Lodovico. Non potè poi resistere esso re alle premure di papa Alessandro, che di nuovo gli fece istanza di gente [Raynaldus, Annal. Eccles.], affinchè il duca Valentino terminasse il sospirato conquisto della Romagna. Questi erano allora i gran pensieri del pontefice, il quale poco avea profittato di un indizio dello sdegno di Dio contro la di lui persona, che sì malamente corrispondeva ai doveri del sacrosanto suo ministero. Imperciocchè nella festa di san Pietro svegliatosi un terribil vento, con gragnuola e fulmini, rovesciò il più alto camino del Vaticano con tal empito, che il suo peso ruppe il tetto, e due travi della stanza superiore alla pontificia. Penetrò questa rovina nella stanza medesima, dove dimorava il papa, con essersi rotto un trave. Vi perirono Lorenzo Chigi gentiluomo sanese, e due altre persone. Lo stesso papa si trovò bensì vivo sotto le pietre, ma stordito e leso ancora in più parti del corpo. Per buona ventura, quel trave ch'era caduto servì a lui di riparo. Questo colpo, invece di servire di paterno avviso ad Alessandro per farlo ravvedere, il confermò piuttosto nella persuasione della protezion del cielo; e però, dopo un pubblico ringraziamento a Dio che lo avesse preservato dalla morte, seguitò lo scandaloso cammino di prima. Fu in questi tempi assassinato da alcuni sgherri don Alfonso d'Aragona marito di Lucrezia Borgia; e perchè le ferite non furono sufficienti, a levarlo di vita, il veleno diede compimento all'opera. Ne fu creduto autore il duca Valentino, il quale, divenuto tutto franzese, e volendo andar unito con quella corona alla distruzion degli Aragonesi, giudicò meglio di levar di mezzo un parentado sì fatto, siccome quello che [165] più non si adattava alle mire presenti. Impetrato dunque ch'ebbe esso duca Valentino un possente soccorso di Franzesi, condotto da Ivo d'Allegre, nel mese di ottobre ricominciò la guerra in Romagna. Non durò fatica ad impossessarsi di Pesaro, perchè Giovanni Sforza, già di lui cognato, si ritirò per tempo, non volendo che per cagion sua ricevessero danno immenso que' cittadini [Diar. di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital. Cronica MS. di Bologna. Guicciardini, Istor. d'Italia, ed altri.]. Anche Pandolfo Malatesta gli cedè il campo, e fecegli aprir le porte di Rimini. La sola Faenza, dove egli si trasferì dipoi, fece gagliarda resistenza, perchè il giovinetto Astorre de' Manfredi signor della terra si trovò così ben sostenuto dall'amore e dalla fedeltà de' suoi sudditi, che rendè per questo anno inutili i di lui sforzi, benchè [166] poi nel seguente gli convenisse cedere alla forza, e restar poi vittima della lussuria e della crudeltà del duca Valentino. Guerra ancora fu nell'anno presente in Toscana, più che mai ardendo di voglia i Fiorentini di ricuperare la città di Pisa. Ebbero soccorsi dal re di Francia; condussero ancora al loro soldo qualche migliaio di Svizzeri, gente ch'avea cominciato ad essere alla moda di questi tempi. Fu posto il campo a quella città, si venne all'assalto; ma essendosi valorosamente difeso quel popolo, segretamente aiutato da' Genovesi, Sanesi e Lucchesi, ed insorte appresso molte discordie dalla parte dei Francesi e degli Svizzeri, appoco appoco si sciolse quell'esercito, altro non riportandone i Fiorentini se non vergogna e un incredibil danno al proprio erario. Con tali imprese terminò l'anno; ebbe fine il secolo presente, e fine ancora farò io a questi racconti.

[169-70]

CONCLUSIONE DELL'OPERA

Meco è venuto il lettore osservando i principali avvenimenti dell'Italia per tanti passati anni. S'egli da per sè finor non ha fatta una riflessione assai facile, naturale ed importante, gliela ricorderò io prima di congedarmi da lui. Ed è quella, che chiunque ora vive, per quel che riguarda il pubblico stato delle cose, e non già il privato d'ogni particolare persona, avrebbe da alzare le mani al cielo, e ringraziare Iddio d'essere nato piuttosto in questo che ne' secoli da me fin ora descritti. Non mancarono certamente anche ne' lontani tempi alcuni principi buoni, vi furono talvolta continuati giorni di pace, magnifici spettacoli e delizie. Nè si può negare che negli ultimi predetti secoli, cioè dopo il mille e cento, di gran lunga abbondasse più l'Italia di ricchezze che oggidì. Tuttavia, considerando all'ingrosso que' tempi, nulla vede chi non vede il gran divario che passa fra questi e quelli. Miravansi allora tanti piuttosto tiranni che principi, crudeli fin col proprio sangue, non che verso i lor sudditi. Oggidì sì moderati, sì benigni, sì clementi troviamo i regnanti. Per lo più tutto era allora guerra, e guerra senza legge, andando ordinariamente in groppa con essa i saccheggi, gl'incendii ed ogni sorta di ribalderie. In questo infelice stato abbiam lasciata poc'anzi l'Italia, e per moltissimi anni vi continuò essa dipoi. Per lo contrario, se oggidì guerra si fa (e pur troppo si fa con aggravio di molti paesi), pochi son quei monarchi e generali che si dimentichino di esser cristiani e di guerreggiar con cristiani. Del resto, una invidiabil tranquillità s'è lungamente goduta, e ne sono stati partecipi anche i giorni nostri: bene temporale che non si può abbastanza apprezzare. Che terribili, anzi indicibili sconcerti e disastri poi producesse una volta la frenesia delle fazioni guelfa e ghibellina, nol può concepire, se non chi legge le storie particolari delle città italiane, e truova come fossero frequenti nel pubblico e ne' privati le nemicizie, gli omicidii, le prepotenze, gli esilii e i capestri. Per misericordia di Dio restò in fine libera da tante perniciose pazzie l'Italia, nè più v'ha città, [171-72] da cui sia per questo bandita la quiete e la pubblica concordia. A cagion delle guerre suddette, e della poca cura degl'Italiani, francamente una volta si introduceva in queste contrade la pestilenza, e, portando la desolazione da per tutto, col penetrare d'uno in un altro paese, era divenuta oramai un malore non men familiare e stabile fra noi, che sia fra' Turchi. Le diligenze che si usano oggidì han provveduto a questo flagello; e se queste non si rallenteranno, non ne faran pruova neppure i posteri nostri. Che se a talun poco pratico sembrasse talora che i tempi correnti si scoprissero meno nemici della lussuria di quel che fossero i già passati, sappia ch'egli travede. Talmente sfrenato era talvolta questo vizio, che, in paragon d'allora, quasi beata si può chiamare l'età nostra. E molto più merita essa questo nome, dacchè la pulizia de' costumi e le lettere, cioè le scienze ed arti tutte sono ora in tanto auge e splendore; laddove rozzi erano negli antichi secoli i costumi, l'ignoranza occupava non solamente i bassi, ma anche i più sublimi scanni. Aggiungasi a questo, esser data allora negli occhi d'ognuno la scorretta vita dell'uno e dell'altro clero; infezione giunta sino agli stessi pastori, ed anche ai primi della Chiesa di Dio, e disavventura che non si può nascondere nè abbastanza deplorare per gli scandali infiniti che ne derivarono. Corrono già ducento anni ch'è tolta questa pessima ruggine dalla Chiesa di Dio, nè più van pettoruti i vizii in trionfo, essendo migliorati i costumi, accresciuta la pietà, e levati molti abusi dei barbarici secoli: motivi tutti a noi di chiamar felice il secolo nostro in confronto di tanti altri da noi fin qui osservati. Nè venga innanzi alcuno con dire di trovar egli de' pregi e del buono ne' secoli andati, e forse qualche bene di cui ora siam privi; aggiunga ancora osservarsi tuttavia de' difetti ne' governi tanto ecclesiastici che secolari, il lusso di troppo cresciuto, l'effeminatezza negli uomini, la libertà nelle donne ed altri sì fatti malanni; che gli si dimanderà se sappia qual cosa sia l'uomo e qual sia il mondo presente. Ha da uscire fuor di questo globo chi non vuol vedere vizii, peccati, difetti e guai. Intanto a chi bramasse la continuazione della storia d'Italia, facile sarà il trovarla maneggiata dalle penne di molti storici italiani. Ne ho ancor io recato un buon saggio nella parte II delle Antichità Estensi, già data alla luce; e però tanto più mi credo disobbligato dal farne una nuova dipintura.

[173-74]

ANNALI D'ITALIA

DALL'ANNO 1501 FINO AL 1750.

[177-78]

PREFAZIONE

DI

LODOVICO ANTONIO MURATORI

Dappoichè ebbi condotto gli Annali d'Italia fino all'anno di Cristo 1500, aveva io deposta la penna con intenzione di non proseguir più oltre, e ne avea anche avvertiti i lettori. Dopo quel tempo abbondando in Italia le storie, e facili anche essendo a trovarsi, sembrava a me superfluo il volere ristrignere in brevi Annali ciò che potea la gente con tanta facilità raccogliere dagli storici moderni, essendo per lo più da anteporre i fonti ai ruscelli. Ma d'altro parere sono stati non pochi degli amici miei, ed altre persone che han creduta non inutile questa mia qualsisia fatica. Si riduce a pochissimi il numero di coloro che posseggono tutte le storie italiane. Chi ne ha alcuna; i più neppur una ne hanno. Il presentar dunque raccolta da tante e sì varie storie la sostanza de' principali passati avvenimenti delle italiche contrade, può chiamarsi un benefizio che si presta a tanta gente, la quale, per mancanza di libri, è condannata ad ignorare i fatti de' secoli addietro, oppur dovrebbe mendicarli con fatica dalla lettura di non poche differenti Storie. Non può se non essere grato il vedersi poste davanti sotto un punto di vista quelle principali vicende che di mano in mano son succedute in ciascun anno nelle diverse parti dell'Italia. Il perchè, secondo l'avviso di tali persone, mi determinai di continuare l'edifizio, e di condurre questi Annali sino al compimento della pace universale, che nel presente anno 1749 ha rimessa la concordia fra i potentati d'Europa. So che, in trattando di avventure lontane da' nostri tempi, e di persone che, passate all'altra vita, si ridono delle dicerie de' posteri, [179-80] maggior libertà gode, o dovrebbe godere lo storico per proferire i suoi giudizii. So altresì che non va esente da pericoli e doglianze altrui, chi esercita questo mestiere in parlando di cose de' nostri tempi e di persone viventi, stante la delicatezza che in esso noi ingenera l'amor proprio. Noi accogliam volentieri la verità in casa altrui: non così nella nostra. Contuttociò spero io di non aver oltrepassato i limiti della libertà che conviene ad ogni onorato scrittore: perchè non l'amore, nè l'odio, ma un puro desiderio di porgere il vero a' miei lettori, ha, per quanto ho potuto, regolata la mia penna. Se anche questo vero io talora non l'avessi raggiunto, ciò sarà avvenuto per mancanza di migliori notizie, e non già per mala volontà.

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ANNALI D'ITALIA

DALL'ANNO 1501 FINO AL 1750

   
Anno di Cristo MDI. Indizione IV.
Alessandro VI papa 10.
Massimiliano I re de' Rom. 9.

I maggiori pensieri di papa Alessandro in questi tempi aveano per mira l'ingrandimento di Cesare Borgia, appellato il duca Valentino, suo figliuolo. Gran copia di danaro, raccolta con profusioni di grazie nel giubileo dell'anno precedente, era venuta a tempo per promuovere e sostenere i bellicosi impegni di questo suo idolo. Nella Romagna restava tuttavia Faenza che ricusava di sottoporsi al di lui giogo: però esso duca aveva tentato indarno sul principio dell'anno di prendere quella città con una scalata; andò poi a strignerla nella primavera con poderoso esercito d'Italiani, Franzesi e Spagnuoli. Due assalti, furiosamente dati a quelle mura, costarono la vita a molti de' suoi. Vigorosa fu la difesa de' cittadini, per l'amore che portavano ad Astorre, ossia Astorgio de' Manfredi, loro signore, giovinetto di rara avvenenza, e di età di circa diciassette anni. Ma da lì a non molto, veggendo essi crescere il pericolo, e tolta ogni speranza di soccorso capitolarono [182] la resa della città nel dì 26 di aprile, salvo l'onore, la vita e l'avere delle persone, e con patto che Astorgio restasse in libertà e possesso de' suoi allodiali [Alessandro Sardi, Storia MS. Annali MSS. di Bologna. Guicciardini, Storia.]. Il Valentino, che misurava tutte le cose colle sole regole del proprio interesse, conservò il popolo che dovea restar suo suddito; ma contro la fede condusse poi a Roma l'innocente garzone Astorgio, e tanto a lui che ad un suo fratello bastardo levò dipoi barbaricamente la vita. Dopo sì fatto acquisto non fu difficile al Valentino di ottenere dal papa suo padre, a cui nulla sapea negare il sacro concistoro, l'investitura e il titolo di duca della Romagna. Quindi si rivolsero le di lui mire e brame alla città di Bologna, con entrar minaccioso in quel territorio, e richiedere l'ingresso in castello San Pietro. Giovanni de' Bentivogli, che in questi tempi veniva considerato come signore di Bologna, e seco il reggimento d'essa città s'erano dianzi posti sotto la protezione di Lodovico XII re di Francia; nè alcun impegno aveano preso in soccorso di Faenza, tuttochè il giovine Astorgio fosse nipote d'esso Bentivoglio. A questo improvviso assalto prese l'armi [183] tutto il popolo di Bologna, ed assoldò quella gente che potè. E perciocchè fu creduto che il Borgia tenesse intelligenza con Agamennone, Giasone, Lodovico e Lancilotto de' Marescotti, famiglia potente (vero o falso che fosse), da alcuni giovani nobili partigiani de' Bentivogli furono essi dopo qualche tempo uccisi. Fu anche scritto che il Valentino stesso rivelasse al Bentivoglio l'intelligenza sua con que' gentiluomini, e che da ciò procedesse la loro morte. Ossia che esso duca avesse riguardo alla protezione accordata dal re di Francia a' Bolognesi, oppure che conoscesse, tali essere le forze loro da non potere eseguire i suoi disegni, e massimamente venuta meno la speranza, come fu divulgato, di qualche tradimento nella città, spedì Paolo Orsino a Bologna, per trattare d'accordo. Si convenne di cedergli Castel Bolognese, di dargli passo e vettovaglia pel territorio, e una compagnia di cento uomini d'armi pagati per tre anni al di lui servigio, con mille o due mila fanti. Scrive il Guicciardini che s'obbligò il Bentivoglio di pagare al Borgia nove mila ducati ogni anno. Ma gli Annali di Bologna, che esistono manoscritti nella biblioteca estense, e sono di autore contemporaneo, siccome ancora il Buonaccorsi [Buonaccorsi, Dario.], nulla dicono di questo pagamento. Alessandro Sardi nella Storia Estense manoscritta scrive che al Valentino furono promessi da' Bolognesi trenta mila scudi in tre anni, e cento uomini d'armi, pagati per tre mesi.

Ciò fatto, il duca, benchè abbandonato dalle milizie franzesi che erano destinate pel regno di Napoli, pure s'inviò col resto della sua armata verso Firenze. Mandò a chiedere il passo, e di aver di che vivere per quel dominio; e intanto, senza aspettarne risposta, e tenendo a bada gli ambasciatori de' Fiorentini, valicò l'Apennino, e andò a postarsi a Barberino. Trovavasi allora Firenze in poco buono stato, sprovveduta d'armati, con interna disunione, e con popolo dominante, pieno di [184] gelosia, per sospetto che i nobili fossero autori di questa mossa, affin di mutare lo stato, e far ripatriare Pietro de Medici. Il peggio era, che il re di Francia si dichiarava malcontento d'essi per crediti di danari che pretendea da loro: cose tutte che animavano il Valentino a pescare in quel torbido. Però, inoltratosi cinque miglia lungi da Firenze, mandò a chiedere che si facesse altro governo in quella città, e che vi fosse rimesso infatti Pier de Medici: benchè i più credono ciò da lui proposto con secondi fini, e non con intenzione di aiutarlo davvero. Fu dunque concordato che fosse lega tra i Fiorentini e lui; e che niun soccorso venisse da essi a Piombino, dov'egli intendeva di andare a mettere il campo; e che per tre anni fosse condotto da quella repubblica con salario di trentasei mila ducati d'oro l'anno, obbligandosi di mantenere trecento uomini d'armi al servigio d'essa, ma senza dover egli servire colla persona. Fu questo tutto il suo guadagno, giacchè non vide disposizione alcuna di alterar quello Stato, nè avea gente da far paura ad una sì riguardevol città, benchè guarnita allora quasi non d'altro che di contadini fatti venire dal Casentino e dal Mugello. Intanto non pochi saccheggi commetteano le sue genti nel contado, ed egli chiedea una prestanza di danaro e di artiglierie, non trovando via per uscire di que' contorni: finchè, venutigli ordini efficaci dal re di Francia di desistere da quella molesta danza, passò in quel di Piombino, e, preso ivi qualche luogo, se ne andò poscia a Roma, per ivi pigliar quelle risoluzioni che occorressero nell'impresa di Napoli, già determinata da Lodovico re di Francia.

Non mancano mai ragioni o pretesti a chi ha sete di nuovi acquisti, e forze per effettuare i suoi disegni. Nel re Lodovico si faceano trasferiti tutti gli antichi diritti della casa d'Angiò; e i recenti di Carlo VIII suo predecessore, già padrone di Napoli; il perchè siccome principe magnanimo, e già grande in Italia [185] per l'acquisto del ducato di Milano e della signoria di Genova, si accinse in questo anno alla conquista ancora di Napoli. A tale effetto avea prese le sue misure, cioè guadagnato papa Alessandro coll'assistenza data al duca Valentino, e con altri mezzi. Addormentò parimente Massimiliano I re de' Romani, con fargli sperare Claudia, unica sua figliuola per isposa di Carlo duca di Lucemburgo di lui nipote, che fu poi Carlo V; amendue di tenera età, e collo sborso di non so quale quantità di danaro: con che ottenne una tregua di molti mesi. Era Federigo re di Napoli ben consapevole della voglia dei Franzesi d'invadere il regno suo, e però avea fatto ricorso per protezione al medesimo re de' Romani, con pagargli quaranta mila ducati, e prometterne quindici mila il mese, acciocchè, occorrendo, movesse guerra allo Stato di Milano, e ne riportò anche la promessa di non venir mai ad accordo alcuno, senza inchiudervi ancor lui. Ma il buon Massimiliano, lasciatosi abbagliare da' Franzesi, tutto dimenticò, senza neppur avvertire che crollo potesse avvenire alle ragioni dell'impero dal lasciare cotanto ingrandire in Italia un re di Francia. Le maggiori speranze adunque d'esso re Ferdinando erano intanto riposte nell'aiuto di Ferdinando il Cattolico re d'Aragona, il quale, per esser padrone della Sicilia, facilmente potea, e come stretto parente si credea che volesse prestargli soccorso in così brutto frangente. Ma le parentele fra i principi son tele di ragno, e cedono troppo facilmente al proprio interesse, che è il primo e potente lor consigliere. Di belle parole dunque e di promesse ne ebbe quante ne volle il re Federigo: diversi poi furono i fatti. Imperocchè il re di Francia, conoscendo quale ostacolo potesse venire dall'Aragonese alle sue idee, segretamente entrò seco in un trattato, e fu conchiuso che amendue facessero l'impresa di Napoli; e al re di Francia toccasse Napoli con Terra di Lavoro e coll'Abbruzzo; e al re cattolico le provincie [186] di Puglia e di Calabria. Il Summonte ed altri prendono qui a giustificar l'azione del re Ferdinando, allegando come giusta la di lui pretensione sul regno di Napoli, acquistato colle forze dell'Aragona dal re Alfonso, quasichè non fosse stato lecito ad esso Alfonso di lasciarlo a Ferdinando suo figliuolo, benchè bastardo. Altri, all'incontro, il condannarono d'insaziabilità, di tradimento e d'ingiustizia, perchè i discendenti dal re Alfonso godeano quel regno coll'investitura della santa Sede, e il re cattolico dava ad intendere di fare armamento in Sicilia, tutto in difesa del re Federigo; quando unicamente tendeva alla di lui rovina, e ad appagare la propria cupidità.

Pertanto si mossero i Franzesi dalla Lombardia, condotti parte dal duca di Nemours e dal signore d'Aubigny per terra alla volta della Toscana, mentre un'altra armata per mare si mosse da Genova. Fece allora Federigo re di Napoli istanza a Consalvo, generale del re cattolico in Sicilia, di unir seco le sue forze, e di venir a Gaeta, con andar egli stesso intanto a San Germano per contrastare il passo ai Franzesi. Mostrossi Consalvo simulatamente pronto; e richiesto ed ottenuto il possesso di alcune terre in Calabria col pretesto di difenderle, cominciò in essa ad esercitare la signoria di parte della division fatta co' Franzesi. Giunti in questo mentre a Roma i Franzesi, si svelò il loro trattato col re cattolico, e ne fu chiesta l'approvazione al papa, palliando la loro lega e dimanda per essere più vicine queste due potenze a soccorrere la cristianità contro al Turco, anzi vantando di voler portare nella Asia la guerra. Impetrarono quanto vollero; anzi lo stesso papa con loro si collegò. A tali avvisi il re Federigo, tuttavia deluso da Consalvo, che mostrava di non credere l'accordo del suo sovrano coi Franzesi, mandò il nerbo maggiore delle sue genti alla difesa di Capoa, a cui da lì a non molto i Franzesi misero l'assedio, [187] e diedero anche un fiero assalto, ma con loro danno. Dentro v'era Fabrizio Colonna, Ugo di Cardona con altri capitani, i quali, conoscendo di poter poco lungamente resistere, massimamente perchè il popolo s'era mosso a sedizione, cominciarono a trattar d'accordo. Ma, ossia che intanto si rallentasse la guardia della città, o che qualche traditore, giudicando di farsi benevoli gli assedianti, gl'invitasse a salir per le mura [Buonaccorsi, Giovio, Guicciardini, Sardi.], certo è che nel dì 24 di luglio entrarono i Franzesi furibondi per un bastione nella misera città, e le diedero il sacco, colla strage, chi dice fin di otto mila persone, e chi di sole tre mila. Il Buonaccorsi, forse più veritiero degli altri, parla solo di due mila. Non si può leggere senza orrore la crudeltà usata dai vincitori, che non contenti, in tal congiuntura, dell'avere de' cittadini e de' sacri arredi delle chiese, sfogarono la lor libidine sopra le donne d'ogni condizione, senza neppur risparmiare le consecrate a Dio, con essersi trovate alcune che, per non soggiacere alla lor violenza, si precipitarono nel fiume e ne' pozzi. Non poche d'esse furono condotte prigioni, e vendute poscia in Roma. Il duca Valentino, che coi Franzesi si trovava a quella impresa, fattane una scelta di quaranta delle più belle, le ritenne per sè, per non essere da meno de' Turchi.

La disavventura di Capoa tal terrore mise nelle altre città del regno, che quasi niuna si attentò di far da lì innanzi resistenza, ed ognuna mandò le chiavi incontro all'esercito vittorioso. Il re Federigo, scorgendo già il popolo di Napoli tumultuante e disposto a ricevere un nuovo principe, si ritirò in Castel Nuovo. Laonde la città inviò subito a trattare la resa, che fu accettata a mani baciate, con obbligar nondimeno i Napoletani allo sborso di sessanta mila ducati d'oro. Non mantenne dipoi l'Aubigny questi patti, perchè da lì a qualche tempo impose una taglia di altri cento mila ducati in pena della ribellion [188] fatta a Carlo VIII, che questa bagattella gli dovette scappar di mente quando fece la convenzion suddetta. Non passarono molti giorni che l'infelice re Federigo capitolò coll'Aubigny di consegnargli tutte le fortezze che si teneano per lui, con riserbarsi solamente per sei mesi l'isola e rocca d'Ischia, e di poter non solo portar seco ogni suo avere, a riserva delle artiglierie, ma anche andarsene liberamente ovunque a lui fosse in grado. Tanto era l'odio ch'egli avea conceputo contra del re Cattolico pel tradimento e per l'oppressione a lui fatta, che elesse piuttosto di passare in Francia e di rimettersi alla conosciuta generosità di quel re, che di fidarsi mai più di chi egli avea sperimentato troppo infedele. Impetrato dunque un salvocondotto, e lasciati andare al servigio di Consalvo, Prospero e Fabrizio Colonnesi, che egli avea riscattati, con cinque galee sottili fu condotto in Francia, dove sulle prime freddamente accollo dal re Lodovico, poscia fu provveduto della ducea d'Angiò con rendita di trenta mila ducati, dove poi nel dì 9 di settembre 1504 diede fine al suo vivere. Non istette in questo mentre punto in ozio Consalvo Fernandez, chiamato il gran capitano, perciocchè si impadronì di tutte quante le terre destinate al re Cattolico suo signore in Puglia e Calabria. La sola città di Taranto fece una gagliardia difesa. Colà, sul primo avvicinamento delle armi nemiche, avea il re Federigo inviato, come in un luogo di ricovero, don Ferrante suo primogenito, duca di Calabria, appellato da alcuni con errore don Alfonso, fidandolo a don Giovanni di Ghevara conte di Potenza; e fattogli poi sapere che, in caso di disgrazie, andasse a trovarlo in Francia. Perduta infine la speranza di soccorso, convennero i rettori di Taranto di dar quella forte città a Consalvo, facendolo prima giurare sull'ostia consacrata di lasciare in libertà il giovinetto duca di Calabria. Ma Consalvo, in cui prevaleva più l'interesse del re Ferdinando che il timor [189] di Dio, ritenne il duca, non senza grande infamia del nome suo, e col tempo lo inviò in Ispagna, dove, come in una libera ed onorata prigione, dopo aver avuto due mogli (che, perchè sterili gli furono date, niuna prole lasciarono di sè), diede fine al suo vivere nel 1550. Alfonso secondogenito del re Federigo, passato col padre in Francia, terminò i suoi giorni in Grenoble nel 1545 con sospetto di veleno. E Cesare terzogenito, ritiratosi a Ferrara, quivi anche egli in età d'anni diciotto cessò di vivere.

Di tempo sì favorevole si servì ancora il pontefice Alessandro per abbattere le nobili case de' Colonnesi e Savelli, che s'erano dichiarati in favore di Federigo re di Napoli. Fulminate prima contra di essi tutte le pene spirituali e temporali, mosse guerra alle lor terre, e, portatosi in persona all'assedio di Sermoneta, commise, come ha Giovanni Burcardo nel suo Diario [Raynaldus, Annal. Eccl.], tutta la camera sua e tutto il palagio e i negozi occorrenti a donna Lucrezia Borgia sua figliuola, la quale, nel tempo di tale assenza abitò le camere del papa. E diedele autorità d'aprire le lettere sue; e se occorresse alcuna cosa ardua, avesse il consiglio dei cardinali di Lisbona e d'altri, ch'ella potesse perciò chiamare a sè. Questa maniera di governo se facesse onore al papa, poco ci vuole per conoscerlo. Vennero all'ubbidienza sua tutte le terre di que' baroni; per le quali vane vittorie insuperbito, e insieme dimentico dell'ufficio apostolico, e delle minaccie di morte a lui fatte dal cielo nell'anno precedente, lasciò la briglia ad ogni sfrenata licenza. Continuò parimente il duca Valentino la guerra contro di Piombino, ed avendo spedito colà Vitellozzo e Gian-Paolo Baglione con nuove genti, questo bastò ad intimidire sì fattamente Jacopo d'Appiano, signore di quella terra, che, lasciato ivi buon presidio, se ne ritirò, per andare in Francia ad implorare gli effetti della protezione di quel re, già a lui accordata. Ma [190] andò indarno, perchè al re maggiormente premeva di soddisfare alle premure del papa, da cui molto potea sperare, e molto ancora temere. In questo mezzo, per opera di Pandolfo Petrucci da Siena, si arrendè quella terra, e poscia la fortezza al suddetto duca. Diede fine al corso di sua vita nell'anno presente Agostino Barbarigo doge di Venezia, e a lui succedette, a dì 5 d'ottobre, Leonardo Loredano. Trovavasi allora la veneta repubblica in non pochi affanni per la guerra col Turco, il quale ogni dì più insolentiva, e non meno in Grecia che in Ungheria sempre più s'ingrandiva alle spese de' cristiani. Erasi ben fatta lega fra essa repubblica, il papa, i re di Francia, Aragona ed Inghilterra, e con altri sovrani contro quel comune nemico; ma, attendendo ognun d'essi a' proprii comodi e vantaggi, e nulla avendo operato una bella flotta di Portoghesi che venne apposta nei mari di Levante, convenne a' Veneziani di sostener soli tutto il peso della difesa delle lor terre e dell'Italia. Nè si dee tacere, che trovandosi in Pavia la nobile biblioteca dei duchi di Milano, ricca di antichi e preziosi manoscritti, circa questi tempi, per ordine del re Lodovico, fu trasportata a Bles in Francia. Di questo spoglio, e d'altri di antiche scritture, indarno si lagnò la povera Lombardia.


   
Anno di Cristo MDII. Indizione V.
Alessandro VI papa 11.
Massimiliano I re de' Romani 10.

Quanto più andava crescendo in potenza il duca Valentino, tanto più s'aumentava in lui la brama di nuovi acquisti, secondato in ciò dal papa suo padre, che nulla più meditava e sospirava che di formare in lui un gran principe in Italia. Non avea esso pontefice meno amore e premura per l'ingrandimento di Lucrezia sua figlia; e però con forti maneggi fatti alla corte del re Cristianissimo fin l'anno precedente, e col mezzo [191] specialmente del cardinal di Roano, che era, per concessione d'esso Alessandro, come un secondo papa in Francia, avea indotto quel re a proporre e a far seguire l'accasamento della stessa Lucrezia con don Alfonso d'Este, primogenito di Ercole I duca di Ferrara. Tante batterie furono adoperate per questo affare, con far soprattutto i mediatori conoscere che questo parentado portava seco l'assicurarsi dall'ambizione e dalle armi del duca Valentino (seppure, come dice il Guicciardino, contro tanta perfidia era bastante sicurtà alcuna), che gli Estensi condiscesero a tali nozze. Portò ella in dote cento mila ducati d'oro contanti, immense gioie e suppellettili, colla giunta ancora delle terre di Cento e della Pieve, cedute al duca di Ferrara, oltre ad altri vantaggi della casa d'Este. Gran solennità si fecero per questo in Roma e Ferrara, nella qual città entrò essa principessa nel dì 2 di febbraio. Quanto al duca Valentino, amoreggiava egli forte il ducato d'Urbino; ma essendo il duca Guidubaldo ubbidientissimo in tutto al papa, e per le sue belle doti quasi adorato da' suoi popoli, nè pretesto si trovava, nè facilità appariva di poterlo spogliare di quegli Stati. Si rivolse dunque l'iniquo Borgia ai tradimenti [Raphael Volaterranus. Guicciardini. Buonaccorsi. Bembo, ed altri.]. Portatosi a Nocera con poderoso esercito, e fingendo di voler assalire lo Stato di Camerino, fece richiesta di artiglierie e di genti d'armi al duca d'Urbino. Tutto gli fu dato, perchè troppo pericoloso si considerò il negarlo. Ciò fatto, con tutta celerità s'impadronì di Cagli, e continuò la marcia alla volta di Urbino, dove il disarmato duca Guidubaldo, con Francesco Maria della Rovere, suo nipote, ad altro non pensò che a salvare la vita, abbandonato tutto. Se ne fuggì egli travestito; e, benchè inseguito, ebbe la fortuna di potersi infine ritirare a Mantova, dove poco prima era giunta la duchessa Isabella sua moglie, sorella [192] di Francesco II marchese d'essa Mantova, la quale, dopo avere accompagnato a Ferrara Lucrezia Borgia, colà s'era portata per visitare il fratello. Con queste arti fece acquisto il duca Valentino di quattro città e di trecento castella componenti quel ducato.

Gran rumore per tutta Italia fece un'azione sì proditoria, niuno tenendosi più sicuro dalle insidie di costui, il quale, ito poscia contra di Camerino, mentre andava trattando d'accordo con Giulio da Varano signore di quella città, ebbe con inganni maniera d'entrare in essa città. Imprigionato Giulio con due suoi figliuoli, da lì a non molto lo spietato Valentino, con farli strozzare, se ne sbrigò. Fu ancora da' Fiorentini creduto che lo stesso Borgia e il papa avessero mano nelle rivoluzioni che accaddero nel presente anno in Toscana; dappoichè il re di Francia non avea acconsentito che lo stesso Borgia divenisse signor di Pisa. Vogliosi sempre essi Fiorentini di ricuperar quella città, altro mezzo più non conosceano che di vincerla colla fame. Però, venuta la primavera, andarono a dare il guasto alle biade del territorio di quella città, e quindi posero il campo a Vico Pisano, tolto loro poco innanzi per tradimento di alcuni soldati. Ma eccoti muoversi a ribellione il popolo di Arezzo, che tenea segreta corrispondenza con Vitellozzo Vitelli, signore di Città di Castello, il quale non tardò ad accorrere colà, e ad imprendere l'assedio della cittadella. Ed ancor questa, perchè non venne mai sufficiente aiuto da' Fiorentini, costretta fu ad arrendersi, dopo di che fu smantellata. Con Vitellozzo erano congiunti Gian-Paolo Baglione, principal direttore della città di Perugia, Fabio Orsino, il cardinale e Pietro de Medici fuorusciti di Firenze, e Pandolfo Petrucci, che era come signor di Siena. Impadronironsi costoro dopo Arezzo anche di Castiglione Aretino, della città di Cortona, d'Anghiari, di Borgo San Sepolcro e di altri luoghi. Sarebbe andata più [193] innanzi questa tempesta, se i Fiorentini non avessero fatto ricorso al re di Francia, rappresentandogli come procedenti dall'avidità del papa e di suo figlio sì fatte novità, e facendogli costare il pericolo che soprastava anche agli Stati del medesimo re in Italia, se si lasciava andar troppo innanzi l'ingrandimento del Borgia. Per questo, e insieme pel danaro, la cui virtù suole aver tanta efficacia, il re Lodovico XII non solamente fece comandare al Valentino e agli altri suoi aderenti che desistessero dalle offese dei Fiorentini, ma anche spedì alcune compagnie di genti d'armi in Toscana, lo aspetto delle quali fece ritornar in breve Arezzo e le altre terre perdute all'ubbidienza di Firenze.

Furono cagione questi movimenti, e gl'imbrogli del regno di Napoli, de' quali parleremo fra poco, che il re Lodovico tornasse in Italia, portando seco non lieve sdegno contra del papa e del duca Valentino. Concorsero ad Asti e a Milano varii principi e signori d'Italia; e siccome tutti erano in sospetto di ulteriori disegni di esso Borgia, così aggiunsero legna al fuoco. Già s'aspettava ognuno di mirar l'armi del re volte alla depression del Valentino. Ma così ben seppe maneggiarsi il papa, che, mitigato l'animo del re, questi ad altro non attese dipoi che a far guerra in regno di Napoli, restando deluse le speranze di tutti i potentati. Era questa guerra insorta fin l'anno precedente; perchè, appena furono entrati in possesso Franzesi e Spagnuoli della porzione lor destinata, che si venne a contesa fra loro per li confini. Consalvo tacque, finchè si fu impadronito di Taranto; ma poi, sfoderate le pretensioni del re Cattolico, cacciò improvvisamente dalla Tripalda e da altri luoghi i presidii franzesi, e si appropriò la Basilicata. Perchè s'era per le malattie estenuata di molto l'armata franzese, il duca di Nemours vicerè giudicò meglio di trattar colle buone, e di stabilire una tregua col gran capitano [194] sino all'agosto dell'anno presente, contentandosi che pro interim si dividesse fra loro la dogana di Foggia e il Capitanato, e si ritirassero i Franzesi dal principato. Ma, cresciute dipoi le forze del vicerè per le genti inviategli dal re Lodovico, nel mese di giugno diede l'Aubigny principio alle ostilità manifeste contro gli Spagnuoli. E, dopo avere occupato tutto il Capitanato, si accampò a Canosa, e l'ebbe infine a patti. Inferiore in possanza trovandosi allora Consalvo, si ritirò a Barletta, restando ivi sprovveduto di vettovaglie e danari. Se avessero saputo i Franzesi profittar di questa sua debolezza, forse sbrigavano le lor faccende in quel regno. Attesero essi a insignorirsi della Puglia e Calabria; presero Cosenza, e le diedero il sacco; venuto colà soccorso dalla Sicilia, lo misero in rotta. Tale prosperità dell'armi rendè poi negligente il re di Francia a sostener con vigore la sua fortuna nel regno di Napoli, e ad altro non pensò se non a tornarsene di là dai monti.

Era ito travestito e con pochi cavalli per la posta il duca Valentino ad inchinare esso re a Milano; e siccome gli stava bene la lingua in bocca, tanto seppe dir per dar buon colore alle malvagie sue azioni passate, e tanto commendò la svisceratezza del papa verso la corona di Francia, che riguadagnò l'affetto e la protezione del re: il che recò non poco spavento a Vitellozzo, al Baglione, a Giovanni Bentivoglio, a Pandolfo Petrucci, ad Oliverotto da Fermo, che s'era, con uccidere Giovanni suo zio, fatto signore di quella città, e a Paolo Orsino. Nè tardò molto il Valentino a richiedere colle minaccie la signoria di Bologna. Il perchè, scorgendo ognun d'essi di trovarsi giornalmente esposti alle insidie e all'ambizione del duca Valentino, fecero lega insieme contra di lui. Richiamarono da Venezia Guidubaldo duca di Urbino, e dall'Aquila Giovanni da Varano, figlio dell'esimio signor di Camerino, [195] con ricuperar dipoi quasi tutte quelle contrade: il che frastornò le idee del Borgia sopra Bologna. Ma inteso avere avuto ordine lo Sciomonte, generale del re Lodovico, di assistere ad esso duca Valentino, e che aveano da calare tre mila Svizzeri assoldati da esso Borgia; cadaun di que' collegati scorato cominciò a pensare alle cose proprie, e a trattar separatamente di concordia con chi pur sapeano nulla aver più a cuore che la loro rovina. Non si può esprimere quante dolci parole, quante belle promesse usasse verso ognun di essi il perfido duca. A questo amo si lasciarono prendere tutti, e seguì accordo con lui, approvato dal papa. Perchè Bologna era osso duro, contentossi il Valentino di far lega con Giovanni Bentivoglio, e col reggimento di quella città, la quale con nuovo accordo (se pur due furono quegli accordi) si obbligò di pagargli per otto anni dodici mila ducati d'oro l'anno, a titolo di condotta di cento uomini d'armi, e di fornirlo per un anno di cento altri uomini d'armi e di ducento balestrieri a cavallo. Paolo Orsino, il duca di Gravina, Vitellozzo ed Oliverotto, incantati dalle lusinghe e carezze del Borgia, tornarono agli stipendii di lui. Dopo di che colle lor forze costrinsero il duca Guidubaldo e il Varano impauriti ad abbandonar di nuovo i loro Stati d'Urbino e Camerino, che tornarono in potere del Borgia [Guicciardini. Sardi. Paulus de Clericis. Carmelita, in Annal. MSS. Raphael Volaterranus, et alii.]. Per ordine di lui andarono poscia questi condottieri a mettere il campo a Sinigaglia, città di Francesco Maria della Rovere prefetto di Roma, e la forzarono alla resa. Per li quali servigi si aspettavano forse qualche gran ricompensa dal Valentino, ma l'ottennero ben diversa dalla loro immaginazione. Imperocchè, venuto costui a quella città, da cui prima avea ordinato che uscissero le loro genti, e chiamati a parlamento i suddetti Paolo [196] Orsino, il duca di Gravina, Vitellozzo, Oliverotto, Lodovico da Todi ed altri, fece lor mettere le mani addosso; e nel giorno seguente, ultimo dell'anno presente (il Sardi scrive che fu nel primo dell'anno appresso), furono strangolati in una camera esso Vitellozzo e Oliverotto. Uscito in questo mentre il Valentino per la rocca colle sue milizie, piombò all'improvviso addosso a quelle degl'imprigionati signori, e tolse loro armi e cavalli. Ne restarono assai morti, e più feriti, e il resto si sbandò. Pandolfo Petrucci, che non era entrato in gabbia, ebbe la fortuna di salvarsi. Alla misera Sinigaglia fu dato il sacco. Con queste scelleraggini compiè il detestabil Valentino l'anno presente, non senza orrore e terrore dell'Italia tutta. Or vatti a fidar di tiranni.


   
Anno di Cristo MDIII. Indizione VI.
Pio III papa 1.
Giulio II papa 1.
Massimiliano I re de' Romani 11.

Ricco di novità gravissime fu l'anno presente, e non meno di tradimenti, che erano alla moda in questi tempi. Non sì tosto ebbe il duca Valentino oppressi in Sinigaglia i due Orsini cogli altri condottieri, che ne spedì l'avviso a papa Alessandro. Aveva questi fatta dianzi una solenne, ma canina, pace con tutti gli Orsini; ed inteso poi come felicemente fossero riuscite le insidie tese a que' condottieri d'armi, tenendo in petto cotal notizia, sotto colore d'alcune faccende, chiamò a palazzo il cardinale Giambatista Orsino, ed, appena giunto, il fece far prigione e metterlo nella torre Borgia [Sabellicus. Raphael Volaterranus. Bembus. Guicciardini, ed altri.]. Nello stesso tempo, per ordine suo, furono presi Rinaldo Orsino arcivescovo di Firenze, il protonotario Orsino ed altri di quella nobil casa. Avuti poi i segnali delle fortezze e terre de' medesimi, [197] mandò a prenderne il possesso. Durò la prigionia dell'infelice tradito cardinale sino al febbraio, in cui la morte il liberò non solo da essa, ma da tutti i guai del mondo; e voce comune fu che il veleno gli avesse abbreviata la vita, benchè il papa facesse portarlo scoperto alla sepoltura, per farlo credere morto di naturale infermità. Così il duca Valentino, andando ben d'accordo con lui, dacchè intese la cattura di esso cardinale, trovandosi a Castel della Pieve, si sbrigò col laccio di Paolo Orsino e di Francesco duca di Gravina della medesima famiglia, il qual ultimo nondimeno altri fanno morto prima. Erasi il Valentino, senza perdere tempo, portato a Città di Castello, e trovato che ne erano fuggiti tutti quei della casa Vitelli, se ne impadronì. Altrettanto fece di Perugia, dacchè Gian-Paolo dei Baglioni, il quale, più accorto degli altri, s'era guardato dalla trappola di Sinigaglia, nol volle aspettare nella patria sua. Quindi sempre più avido il Borgia si avvisò di tentare la città di Siena, facendo sapere a quel popolo che cacciassero Pandolfo Petrucci, come nemico suo; e senza aspettare risposta, s'inoltrò a Sartiano e a Buonconvento, occupando que' luoghi con altre castella. Il bello era che nel medesimo tempo tanto egli che il papa scrivevano al Petrucci delle lettere le più dolci e piene d'affezione che mai si leggessero. Gran bisbiglio e timore insorse per questo in Siena; ma Pandolfo, per bene del pubblico suo ritiratosi a Pisa, tentò di levare al Valentino i pretesti di passare a maggiori insulti. Nè questi veramente osò di più, tra perchè Siena, città forte di gran popolazione, si faceva assai rispettare, e perchè essendo accorso Gian-Giordano Orsino duca di Bracciano con gli altri di sua casa, sottratti alla perfidia Borgia, e coi Savelli a difendere il resto delle lor terre, il pontefice richiamò il figlio colle sue truppe a Roma. Andò il Valentino, mosse guerra a quei baroni, senza riguardo sulle prime ad esso duca di Bracciano, che era sotto la [198] protezione del re di Francia, e senza rispetto al conte di Pitigliano, che era ai servigi della repubblica di Venezia. A riserva di Bracciano e di Vicovaro, prese tutto. Ma fattosi udire per tanti acquisti e tradimenti il risentimento del re Cristianissimo, si mise in trattato quella pendenza fra il papa e i ministri del re, i quali per altre cagioni erano insospettiti, anzi disgustati forte del medesimo pontefice, siccome consapevoli del proverbio che allora correva: cioè, che il papa non faceva mai quello che diceva; e il Valentino non diceva mai quello che faceva.

Ancorchè il papa per suoi fini politici licenziasse allora gran parte delle sue genti, pure il duca Valentino secretamente molte ne raccoglieva, gravido sempre di più grandiose idee. Dava di grandi sospetti a' Sanesi e Fiorentini, aspirava al dominio di Pisa. Cercava anche il papa di tirare i cardinali a consentire che si desse al figlio il titolo di re della Romagna, Marca ed Umbria. E giacchè era a lui riuscito di abbattere Colonnesi, Orsini e Savelli, principali baroni di Roma, stavano gli altri minori in continuo sospetto e timore dell'infedeltà ed ambizione della regnante casa Borgia, in guisa che molti ancora per loro meglio si assentarono; quando la morte, che sovente sconcerta o concerta le cose de' mortali, venne a fare impensatamente scena nuova. Cadde malato papa Alessandro, e nel dì 18 di agosto fu chiamato da Dio a rendere conto della vita tanto scandalosa da lui menata non men prima che durante il pontificato suo. Talmente divulgata e radicata si è la voce che egli morisse avvelenato, che non sì facilmente si potrà svellere dalla mente di chi specialmente inclina in tutti gli avvenimenti alla malizia. Così parlano il Guicciardini, il Volaterrano, il Giovio, il Bembo, per tacere di tant'altri. Dicono che in una cena preparata, per cagione de' caldi eccessivi, in una vigna, essendo approntati alcuni fiaschi di vino con veleno, per iscacciar dal mondo Adriano cardinale di Corneto [199] (esecranda iniquità, esercitata già verso altri porporati ricchissimi, per ingoiar le loro facoltà e molto più sopra i nemici per vendicarsi), cambiati inavvertentemente essi fiaschi, toccasse il malefico beveraggio al papa stesso. Diede maggior fomento a questa fama l'essere sopraggiunta nel tempo stesso a due altri di que' commensali, cioè al duca Valentino e al sopraddetto cardinal di Corneto, una mortale infermità, che essi poi superarono con potenti rimedii e col vigore dell'età lor giovanile; ma non già il papa, a cui nel medesimo tempo fecero guerra settantadue anni di sua età, avvegnachè egli per la sua robustezza senile si promettesse molto più lunga carriera di vita. Ma, quel che finì di persuadere alla gente che il veleno avesse liberata la Chiesa di Dio da questo mal arnese, fu che il corpo suo, esposto alla vista di ognuno, comparve gonfio, troppo sfigurato e puzzolente: lo che fu attribuito all'attività del micidiale ingrediente.

Ora qui convien distinguere due punti, malamente confusi dal giudizio del volgo. Il primo è che veramente dovette succedere quella scena, e che in essa, per malizia del Valentino, restò avvelenato il cardinal di Corneto, e per balordaggine dello scalco anche il duca Valentino. Non si può mettere in dubbio l'infermità dell'uno e dell'altro, nè si dee dare una mentita al Giovio, il quale nella Vita di Consalvo scrive d'aver saputo dalla bocca del medesimo cardinal di Corneto, come egli restò allora avvelenato, con aver poi perduta tutta la pelle. Ma per conto del papa, o egli non intervenne a quella cena, o, seppur vi fu, a lui non toccò di quella mortifera bevanda. Secondo il Volaterrano [Volaterranus.], la diceria del veleno dato anche al pontefice si sparse incerto auctore. Odorico Rinaldi [Raynaldus, Annal. Eccl.] produce un Diario romano manuscritto, da cui papa Alessandro nel dì 12 di agosto fu preso da febbre; che nel dì 15 di [200] agosto gli furono cavate tredici once di sangue, o circa, e sopravvenne la febbre terzana. Nel dì 17 prese medicina. Nel dì 18 passò all'altra vita, probabilmente per una di quelle terzane perniciose che anche a' dì nostri o nella quinta o nella settima portano via gl'infermi, se ad esse non si taglia il corso colla china, l'uso della quale in quel secolo era ignoto all'Europa. Aggiungasi quanto lasciò scritto Alessandro Sardi, contemporaneo del Guicciardini e del Giovio, nella Storia che si conserva manuscritta nella libreria estense. Dopo aver egli accennata la fama del veleno, seguita a dire [Sardi, Istoria MS.]: Ma Beltrando Costabile, che allora era ambasciatore del duca Ercole di Ferrara in Roma, e Niccolò Boncane Fiorentino, amico intrinseco del gonfaloniere Soderino, con dieci lettere in cinque diversi giorni da loro scritte al duca e al cardinale da Este, e lette da noi, mostrano la morte del papa, succeduta in otto giorni per febbre terzana, in quel tempo estivo regnante in Roma, dalla quale egli il decimo giorno di agosto assalito, nè mitigata per apertura di vena, nè rinfrescata per manna presa, spirò la sera che dicemmo. Poi per la subbullizione del sangue putrefatto in que' giorni restando il cadavero annerito e gonfio, sorse la fama del veleno da chi non conobbe la causa di quegli effetti. Basta questo per abbattere l'insussistente voce, sparsa allora intorno alla morte di questo pontefice. La corte di Ferrara, dove era una di lui figlia, si può credere che fosse molto ben informata di questi affari.

Non lascia Raffaello Volaterrano di rappresentare ciò che di lodevole si osservò in Alessandro VI, il suo ingegno, la sua memoria, l'eloquenza in persuadere, la destrezza in governare, con altre doti spettanti ad un principe, ma che sovente non si ricordava d'essere principe cristiano, e, quel ch'è più, pontefice vicario di Cristo. Certo è, tanti essere stati i suoi vizii, tante le sue azioni malvage d'impudicizia, d'infedeltà, di crudeltà, d'ambizione, [201] delle quali parlano tante storie, e che lo stesso Volaterrano non dissimulò, che il pontificato suo resterà in una deplorabil memoria per tutti i secoli avvenire. Roma perciò era divenuta una sentina di iniquità; niuno vi si trovava sicuro, perchè piena di soldati e di sgherri, a' quali tutto veniva permesso. Guai se alcuno sparlava: dappertutto erano spie, e una menoma parola costava la vita. Quanto poi patisse la religione (non già ne' dommi, che Dio questi ha preservato sempre e preserverà, ma nella disciplina) per tanti scandali, per le indulgenze allora più che mai messe all'incanto, e per li benefizii che, secondo il Bembo, si vendevano, e per altre biasimevoli invenzioni di cavar danaro, affine di far guerra ed ingrandire l'iniquissimo suo figlio Cesare Borgia: tutti i buoni lo conobbero allora, con dolersene indarno. E maggiormente si conobbe da lì a qualche anno, pel pretesto che di là presero le nuove eresie. Nulla io dico qui che non dicano tante altre storie manuscritte e stampate: e nulla appunto da me si dice in paragone del tanto che altri ne scrissero. Fortuna che in questa mutazione di cose si trovasse gravemente infermo il duca Valentino, perchè non gli mancavano forze, volontà e coraggio per tentar cose grandi, ed accrescere od assodare la sua potenza. Non s'era mai aspettato costui un sì strano contrattempo. Contuttociò anche in quello stato ebbe tanta libertà di mente, che si assicurò di tutte le ricchezze del padre, e chiamò a Roma tutte le sue soldatesche, sperando per tal via di costringere il sacro collegio a creare un papa ben affetto a lui, contando egli specialmente sopra i tanti cardinali spagnuoli creati dal padre suo. E perciocchè non sì tosto s'udì la morte del papa, che tutti i baroni romani fuggiti o disgustati ripigliarono l'armi, tanto per ricuperar le lor terre, quanto per vendicarsi del barbaro e disleale duca Valentino, egli si pacificò coi Colonnesi, restituendo loro le terre occupate; e cominciò [202] a trattare coi ministri di Francia e Spagna, cadaun de' quali si studiava di tirarlo dalla sua, sì per essere assistito da lui nella guerra di Napoli, che per averlo favorevole nell'elezione del nuovo papa. Conchiuse egli dipoi co' soli Franzesi, perchè l'esercito loro s'era avvicinato a Roma, ed avea promessa la protezione del re a lui e agli Stati da lui posseduti. Promise anch'egli, all'incontro, di militar colle sue squadre in favore del re per l'impresa di Napoli.

Intanto erano in armi gli Orsini ed altri baroni romani. I Vitelli se ne ritornarono a Città di Castello. A Gian-Paolo Baglione riuscì colla forza e coll'aiuto de' Fiorentini di rientrare in Perugia. Quei di Piombino richiamarono l'antico lor signore Jacopo di Appiano. Si mossero eziandio il duca d'Urbino, i signori di Camerino, Pesaro e Sinigaglia, per ricuperare i loro Stati. Ora trovandosi Roma in gran discordia per la commozion de' baroni, per le milizie del duca Valentino che aveano fatto degl'insulti ai cardinali ed occupavano il Vaticano, ma vieppiù per le armate franzesi e spagnuole che erano accorse a quelle vicinanze, tutte in apparenza per sostenere la libertà nell'elezion del novello pontefice: ai maneggi de' cardinali, che andavano tenendo le lor sessioni nella Minerva, riuscì di far uscire di Roma il Valentino colle sue truppe, e d'indurre gli eserciti stranieri a fermarsi otto miglia lungi da quella nobilissima città. Era con somma fretta accorso da Francia Giorgio di Ambosia cardinale di Roano, tutto voglioso della tiara pontifizia, e seco avea condotto il cardinal di Aragona e il cardinale Ascanio Sforza, cavato due anni prima dalla prigione, con obbligo di trattenersi in quella corte. Entrati i cardinali in numero di trentasette in conclave, si videro presto abortite le speranze ambiziose del cardinal di Roano, e nel dì 22 di settembre concorsero i voti nella persona di Francesco Piccolomini Sanese, diacono cardinale, ed arcivescovo [203] eletto della patria sua, il qual prese il nome di Pio III. Era egli della famiglia Todeschina; ma papa Pio II l'avea innestato nella sua, perchè figlio di Laodamia sua sorella. Nel dì primo di ottobre fu egli coronato; ma poco godè egli dell'onore, poco di lui la Chiesa di Dio; perciocchè nel dì 18 dello stesso ottobre, a cagion di una piaga che avea nella gamba, dopo soli ventisei giorni di pontificato, passò a miglior vita, in età poco più di sessantaquattro anni; nè mancò sospetto di veleno: ciarla familiare nella morte de' principi in que' secoli di tanta ambizione ed iniquità. Gran perdita che fu questa per la religione. L'integrità della sua vita in tutti gli anni addietro, la sua prudenza e il suo zelo faceano sperar dei considerabili vantaggi alla Chiesa di Dio. In fatti, appena salito sul trono pontificio, attese a convocar tosto un concilio generale per la riforma della disciplina ecclesiastica, ancorchè, in vigore de' capitoli saggiamente stabiliti nel conclave, a ciò non fosse tenuto, se non dopo due anni: il che fa conoscere che neppure allora mancavano in Roma personaggi zelanti dell'onore di Dio e del ben della Chiesa. Se questo succedeva, oh quanti mali, che poi sopravvennero alla religione, si sarebbono forse impediti! Abborriva ancora la guerra, e non meditava se non consigli di pace. Però mancò di vita con dispiacere di tutti i buoni. Ne' pochi giorni del suo pontificato passò a Roma da Nepi, ove s'era ritirato, il duca Valentino, per congratularsi col papa, e per acconciar seco i suoi interessi, impetrato prima un salvocondotto. Ma Gian-Paolo Baglione, che anch'egli quivi si trovava, e gli Orsini, tutti ardendo di voglia di vendicarsi di questo odiatissimo tiranno, fatta raunata di gente, andarono ad assalirlo. Ne seguirono morti e ferite; e, prevalendo le forze degli Orsini, altro scampo e ripiego non ebbe il Valentino che di rifugiarsi nel palazzo del Vaticano. Poscia o spontaneamente, o per consiglio del papa, cercando maggior sicurezza, si [204] ritirò in castello Sant'Angelo; il che tenuto fu per un colpo della divina provvidenza, affin di mettere fine alle ribalderie di questo pestifero mostro; perchè si dissiparono, a tale avviso, le genti sue, e si squarciò tutta la sua potenza.

Dopo la morte di Pio III si seppe così ben maneggiare il cardinal Giuliano della Rovere, vescovo d'Ostia e penitenzier maggiore, nato assai bassamente in Savona, ma d'animo sommamente signorile, e nipote di papa Sisto IV, che guadagnò i voti di tutti i porporati, per le ragioni che ne adduce il Guicciardini: laonde, con maraviglia universale, restò, nel dì primo di novembre, proclamato papa, primachè si chiudesse il conclave, ed assunse il nome di Giulio II. Concorrevano in lui le doti d'uomo magnifico, di gran mente ed accortezza, di non minor coraggio e di lunga sperienza nelle cose del mondo, col concetto ancora di persona leale e veritiera. Conoscevano i migliori abbondare in lui l'alterigia, e il genio inquieto, bellicoso e vendicativo anche delle offese immaginate; ma convenne loro seguitar la corrente. Aveva anche egli giurato di rimettere nel suo primiero lustro la disciplina ecclesiastica, di raunare il concilio generale, e di non far guerra senza il consenso di due terzi del sacro collegio. Come egli mantenesse la parola, in breve ce ne accorgeremo. Non potea certo crearsi pontefice, da cui fosse più alieno l'animo del duca Valentino; perciocchè fra Roderigo, che fu poi Alessandro VI papa, suo padre, quando era cardinale, ed esso Giuliano della Rovere erano state nemicizie pubbliche e private, talmente che un dì si strapazzarono con tante villanie, che di peggio non avrebbe operato qualsivoglia più insolente plebeo. Per questa cagione esso cardinal Giuliano, creato che fu papa il Borgia, di cui aveva assai scandagliato il doppio e perverso animo, destramente si ritirò ad Avignone e in Francia, dove si guadagnò l'affetto e la stima de' re Carlo IX e Luigi XII. Nè, per quante esibizioni e carezze [205] gli facesse papa Alessandro, mai volle ritornare in Roma, solendo dire fra sè: Giuliano, Giuliano, non ti fidar del marrano. Contuttociò il novello pontefice, perchè s'erano imbrogliati gli affari della Romagna, e già egli meditava di ricuperar gli Stati della Chiesa, giudicò bene di far servire a' suoi disegni il medesimo Valentino. Cavatolo perciò fuori di castello Sant'Angelo, con varie promesse, e col confermargli tutti i suoi titoli ed onori, il trasse dalla sua. S'era, dissi, già sconvolta la Romagna, perchè i Veneziani, persuasi che starebbe meglio in mano loro, o de' signori esclusi, quella provincia, che in potere del Borgia, s'ingrossarono di gente in Ravenna, da loro signoreggiata, e tanto fecero, che si misero in possesso di Faenza e della sua rocca. Entrò in Forlì Antonio Maria degli Ordelaffi. Rimisero in Rimini Pandolfo Malatesta; poscia, fatto accordo con lui, ne acquistarono il dominio. Tentarono Fano, ma questa città tenne per la Chiesa. Si impadronirono parimente di Porto Cesenatico, di Sant'Arcangelo, e di altre assai terre in quel d'Imola e Cesena, ed erano dietro a mettere il piede anche in Forlì.

Solamente restarono in potere degli uffiziali del Valentino le rocche o fortezze di Cesena, di Forlì, di Bertinoro, d'Imola e di Forlimpopoli. Sommamente increbbe al papa il movimento de' Veneziani, conoscendo quanto poi sarebbe malagevole il trarre di mano alla lor possanza la Romagna. E giacchè dall'un canto la spedizione de' suoi oratori a Venezia, per lamentarsi di quella occupazione, a nulla giovò; e dall'altro ne' principii del suo governo genti e danari gli mancavano per farsi giustizia colle armi; giudicò bene di spedir colà il duca Valentino, colla speranza che la presenza di lui potesse far mutare l'aspetto delle cose in quelle contrade, seppur questo fu il suo vero disegno. Andò il Valentino ad imbarcarsi per passare alla Specia. Ma eccoti sopraggiugnere il cardinal Soderino e Francesco Remolino a chiedergli i segnali [206] delle suddette fortezze, mostrando essi mutata la risoluzion del papa per sospetto che i Veneziani con esibizioni larghe di danaro gli cavassero di mano quelle fortezze. Ricusò il Borgia di consegnarli, e però, d'ordine del papa, fu ritenuto come prigione in una delle galee pontificie. Cagion fu questo trattamento ch'egli poi s'indusse a darli: cosa nondimeno che a nulla servì, perchè ito con essi l'arcivescovo di Ragusi, come commessario apostolico, i castellani di quelle fortezze negarono di consegnarle, se non aveano altro ordine dal Valentino, posto in luogo di libertà. Per questo fu condotto esso Valentino a Roma, alloggiato in palazzo, ed accarezzato dal papa, acciocchè tal dimostrazione il facesse comparir libero. Ma spedito dal Valentino Pietro d'Oviedo suo familiare a que' castellani con ordine di lasciar le fortezze ai ministri del papa, altro non potè impetrare da don Diego Ramiro castellano di Cesena, che se l'intendeva cogli altri, se non che gli fu posto un laccio alla gola, e tolta la vita, come a traditore del suo signore. Ciò udito in Roma, fu ristretto il Valentino in quella stessa torre Borgia che era stata in addietro il ricettacolo di tanti miseri caduti in mano della sua barbarie. Produsse anche la sua depressione che le genti spedite da lui innanzi alla volta della Toscana furono tra Cortona e Castiglione Aretino svaligiate e disperse dai Fiorentini.

Bollì più che mai in quest'anno la guerra fra gli Spagnuoli e Franzesi nel regno di Napoli. A me non permette lo istituto mio di darne se non un breve ragguaglio. Erasi interposto Filippo arciduca, marito di Giovanna, figliuola del re Cattolico Ferdinando, per acconciar le differenze insorte in quel regno; e gli riuscì di stabilire una convenzione di tregua o pace con Luigi re di Francia, per la quale esso re addormentato non attese più col vigore che occorreva a sostenere i proprii interessi in quelle contrade. Restò egli poscia deluso, perciocchè [207] il re Cattolico fece intanto varii preparamenti per continuare la guerra, con poi disapprovare l'accordo fatto dal genero. Però il gran capitano Consalvo, senza ubbidire all'ordine venutogli dall'arciduca di desistere dalle offese, seguitò ad impiegare il suo senno, e i rinforzi di gente che di mano in mano gli andavano arrivando, contra dei Franzesi, benchè sovente si trovasse inferiore ad essi di forze. Varia era la fortuna della guerra in quelle parti, grande la costanza di Consalvo in sostenere Barletta. Memorabile fu, fra le altre azioni, un duello nel febbraio di quest'anno. Ossia che ito un trombetta franzese a Barletta per riscuotere alcun prigione, qualche soldato italiano sparlasse de' Franzesi, come scrive il Guicciardini; oppure (come è più probabile, e fu scritto dal Sabellico e dal Giovio) che scappasse detto ad alcun Franzese di nulla stimare i soldati italiani (ingiusta sentenza, in cui anche oggidì prorompe chi non sa ben pesare la situazion delle cose): certo è, che volendo l'una e l'altra nazione sostenere il suo decoro, per non dire la maggioranza, ne seguì pubblica sfida fra tredici uomini d'arme italiani scelti dalle brigate di Prospero e Fabrizio Colonna, militanti cogli Spagnuoli, ed altrettanti dalla parte dei Franzesi, eletti dal duca di Nemours. Il Giovio registra il nome de' primi, tace per rispetto quel de' secondi. La scommessa fu, che cadaun dei vinti pagasse cento ducati d'oro, e perdesse armi e cavalli. Alla vista degli eserciti seguì il fiero combattimento a Traili fra Andria e Quarata. Dichiarassi la vittoria in favor degl'Italiani. Dal canto dei Franzesi uno restò morto, e detto fu che sel meritava, perchè, essendo da Asti, avea prese le armi contro la propria nazione. Gli altri quasi tutti feriti, perchè seco non aveano portato il danaro pattuito (tanta era la lor baldanza e vana fiducia di vincere), furono menati prigioni a Barletta, dove ben accolti e consolati da Consalvo, dappoichè ebbero pagato, fu loro [208] concesso licenza di tornarsene al campo franzese per predicare ai lor nazionali la moderazion della lingua, e il rispettar gli uomini onorati e valorosi di qualsivoglia nazione. Monsignore di Belcaire vescovo di Metz si credette di poter qui sminuire la riputazion degl'Italiani [Belcaire, Comment. Rer. Gallic., lib. 9.], adducendo alcune particolarità toccate dal Sabellico intorno a quel duello, quasichè la frode, e non la virtù, avesse guadagnata la pugna. Ma quel prelato non s'intendeva del mestiere dell'armi; e per la gloria degl'Italiani non occorre rispondergli, se non che i giudici deputati a quel conflitto dichiararono legittima la vittoria; nè mai i vinti o i lor compagni pretesero di darle taccia alcuna.

Venuti poscia per mare nuovi rinforzi di gente a Consalvo tanto di Spagna quanto di Germania, uscì vigoroso in campagna. Prese Ruvo, lungi sette miglia da Trani, con farvi prigione il signor della Palizza. Nel qual tempo anche ad Ugo di Cardona riuscì di dare una rotta in Calabria all'Aubigny, che vi restò ferito. Più strepitoso poi fu un fatto d'armi, accaduto alla Cirignuola in Puglia nel dì 28 di aprile dell'anno presente, in cui lasciarono la vita circa tre mila Franzesi, e da lì a non molto finì anche di vivere il duca di Nemours generale de' medesimi. Il caldo e il rumore di questa vittoria non solamente fece venire in poter di Consalvo più di sessanta terre nella Puglia; ma indusse ancora Capoa ed Aversa, e fin la stessa città di Napoli, a chiamar gli Spagnuoli, giacchè per mare venivano impedite le vettovaglie, e si mosse a tumulto per la carestia il popolo di quella gran città. Entrò in Napoli il gran capitano nel dì 14 di maggio con buona disciplina, e senza nuocere ad alcuno, e tosto prese a battere colle artiglierie Castel Nuovo e l'altro dell'Uovo. Fu preso il primo nel dì 22 di giugno per assalto: il che fu giudicato cosa meravigliosa. Eransi ritirati i Franzesi a Gaeta e al Garigliano. Consalvo, a [209] cui non mancò mai diligenza nel suo mestiere, uscito in campagna, li fece ritirar tutti a Gaeta, della qual città non tardò a cominciar il blocco. Al primo avviso ch'ebbe il re Luigi, deluso dalla pace o tregua fatta dall'arciduca, come i suoi affari prendeano brutta piega nel regno di Napoli, mise insieme un forte armamento per mare e per terra, dichiarando suo generale monsignor della Tremoglia, e poscia Francesco marchese di Mantova. Per varie cagioni venne lentamente questo esercito, composto di Franzesi, Svizzeri, Grigioni ed Italiani; e solamente alla fine di luglio passò per Pontremoli in Toscana, e di là a Roma, intorno alla qual città, per la morte sopraggiunta a papa Alessandro VI, si fermò non pochi giorni. E intanto il castello dell'Uovo in Napoli per una mina (cosa allor nuova), che fece saltar colla polvere da fuoco Pietro Navarro, venne in poter di Consalvo.

Finalmente s'inviò alla volta del regno l'armata franzese, e giunse ad unirsi co' suoi a Gaeta. S'era postato Consalvo a San Germano. Vennero anche i Franzesi al Garigliano, e riuscì loro di far un ponte su quel fiume, e senza alcun progresso in que' contorni si accamparono. Era quel sito assai disagiato, perchè i soldati stavano come impantanati nel fango; nè potendo reggere a quei patimenti, essendo anche mal pagati, parte s'infermavano, parte disertavano, di maniera che molto s'infievolì l'esercito loro. Anche Francesco marchese di Mantova, che fin qui avea esercitato fra loro la carica di generale, essendo caduto malato, oppur fingendosi tale, per non poter più reggere o alla superbia o alla discordia o alla disubbidienza de' Franzesi, impetrata licenza dal re, se ne tornò a casa. Si rinforzò intanto il gran capitano coll'arrivo di Bartolomeo d'Alviano, famoso condottiere, innestato nella casa Orsina, che con altri di quel cognome al servigio del re Cattolico menò varie compagnie d'armati. Voce comune fu, aver lo [210] stesso Alviano con tante ragioni incitato Consalvo ad un fatto d'armi, che, ad onta de' suoi capitani di contrario parere, egli vi si lasciò indurre. Gittato dunque allo improvviso un ponte nella notte del dì 27 di dicembre (ma dovrebbe essere il dì 28) sul Garigliano a Suio, quattro miglia al di sopra di quel dei Franzesi, senza che questi se ne avvedessero, passò buona parte dell'armata spagnuola di qua. La mattina seguente, giorno di venerdì felice alla lor gente, fatto assalire col resto di sue truppe il ponte de' Franzesi, nello stesso tempo Consalvo co' suoi spronò verso il loro campo. Più a ritirarsi che a combattere pensarono i Franzesi, e, lasciata addietro la maggior parte delle munizioni (il Guicciardini dice anche nove pezzi grossi di artiglieria), ordinatamente s'inviarono verso Gaeta, ma inseguiti sempre e battuti dagli Spagnuoli sino alle mura di quella città. Grande fu la lor perdita per li morti, feriti e prigioni, ma più per lo sbandamento di assaissimi che andarono qua e là dispersi. Vi perì fra gli altri Pietro de Medici, fuggendo pel fiume sopra una barca, che carica di quattro pezzi di cannoni si affondò. Stette poco il gran capitano ad impadronirsi del monte di Gaeta; dopo di che si accampò intorno a quella città. E tali furono i prosperosi avvenimenti dell'armi spagnuole nel regno di Napoli, correndo quest'anno: in cui ancora verso la metà di giugno tornarono i Fiorentini a dare la mala pasqua alle campagne di Pisa, e venne lor fatto di acquistar la Verucola, e di ricuperar Vico Pisano. Perchè nè il papa nè gli altri monarchi cristiani, perduto ciascuno dietro ai proprii interessi, porgevano aiuto alcuno alla repubblica veneta, la prudenza di quel senato giudicò spediente il far pace, come potè, co' Turchi. Gli convenne restituir Santa Maura, e accomodarsi ad altre dure condizioni, tollerabili nondimeno, perchè troppo pericoloso era l'ostinarsi nella guerra contro di sì possente nemico. Fece il papa [211] in quest'anno nel dì 29 di novembre una creazione di quattro cardinali, fra i quali due suoi nipoti.


   
Anno di Cristo MDIV. Indizione VII.
Giulio II papa 2.
Massimiliano I re de' Romani 12.

Uno de' maggiori pensieri di papa Giulio II cominciò e continuò ad essere quello di ricuperar tutti gli Stati della Chiesa romana. Per conto de' Veneziani, che occupavano Ravenna, Faenza e Rimini, con parole forti intimò ad Antonio Giustiniano orator veneto la restituzione di quelle città [Bembo. Guicciardini. Raynaldus, Annal. Eccles.]. Spedì ancora lettere risentite, che furono presentate a quel senato dal vescovo di Tivoli; e pulsò il re di Francia e Massimiliano Cesare a prestargli aiuto per questo fine. Ma indarno tutto, perchè i Veneziani adducevano varie ragioni in lor difesa. Voltossi il pontefice al duca Valentino, per carpire almeno da lui le fortezze che già dicemmo tuttavia conservate da' suoi fedeli uffiziali. E perciocchè questi si erano già espressi di non volerle consegnare, se non venivano gli ordini di esso duca, posto in libertà, ed egli era tuttavia ritenuto prigione dal papa, trovossi il ripiego che esso Valentino fosse posto in mano di Bernardino Carvajal cardinale di Santa Croce, ed inviato ad Ostia, per essere poi rilasciato e condotto in Francia, subito che si avesse certezza che le rocche suddette fossero in potere de' ministri pontifizii. Segretamente, da Ostia procurò il Borgia da Consalvo un salvocondotto; ed appena fu giunto l'avviso che i castellani di Cesena, Imola e Bertinoro aveano fatta la consegna di quelle fortezze, che il cardinale il lasciò in libertà, dandogli campo di ritirarsi occultamente a Napoli, dove fu molto ben accolto dal gran capitano nel dì 28 di aprile. Il pontefice, perchè senza saputa [212] sua seguì la liberazion di questo scellerato, nè la rocca di Forlì era stata consegnata, se l'ebbe forte a male. Ne scrisse con vigore ai re Cattolici, cioè a Ferdinando ed Isabella (principessa gloriosa, che appunto nell'anno presente a' dì 26 di novembre passò a miglior vita), acciocchè rimediassero al tradimento fattogli. Quali ordini venissero di Spagna, si scoprì dopo qualche tempo. Facea credere il Valentino a Consalvo di poter imbrogliare le cose di Toscana in favor di Pisa e degli Spagnuoli; e a questo effetto per lui, e per alcune milizie da lui assoldate, s'erano preparate le galee per trasportarlo a Pisa. Prese egli congedo da Consalvo la notte con abbracciamenti vicendevoli; ma la mattina seguente, giorno 27 di maggio, allorchè usciva di camera per andare ad imbarcarsi, fu fatto prigione, toltogli il salvocondotto, e da lì a non molto inviato in Ispagna sopra una galea sottile, servito da un solo paggio [Giovio. Buonaccorsi. Guicciardini. Panvinio. Alessandro Sardi.]. Per quasi tre anni stette ritenuto nella rocca di Medina, altri dicono nel castello di Ciattiva, daddove finalmente essendo fuggito, e passato a militare in Navarra, quivi, ucciso in un aguato, terminò miseramente la vita, e vilmente fu seppellito. Ed ecco dove andò a terminare la grandezza di Cesare Borgia, cioè di un mostro, aspirante al dominio dell'Italia: grandezza procurata a lui dal disordinato amore del papa suo padre, e da lui ottenuta col mezzo di tanta iniquità. Non si può neppure oggidì rammentar senza orrore e indignazione il suo nome; e Niccolò Macchiavello, che prese a lodare non che a difendere un tiranno sì detestabile, di troppo anch'egli oscurò la sua riputazione, ed aggiunse questo a tanti altri reati della sua penna. Riuscì poi a papa Giulio col potente segreto del danaro di cavar dalle mani del castellano la rocca di Forlì, giacchè la città dianzi a lui si era data. Mentre il papa mostrava tanto [213] zelo per ricuperar gli Stati pontifizii, ed annullava perciò le concessioni fatte dai suoi predecessori, non pensò già che dovesse essere sottoposta a questo rigore la propria casa. Imperocchè non solamente confermò il ducato d'Urbino al duca Guidubaldo della casa di Montefeltro; ma, perchè egli si trovava senza prole, l'indusse ad adottare in figliuolo Francesco Maria della Rovere, suo nipote, prefetto di Roma e signore di Sinigaglia; al quale, col consentimento di tutto il sacro collegio, fu confermata la successione in quel ducato. Ciò fece parere ai Veneziani ingiusta l'ira del papa contra di loro, dacchè si esibivano anch'essi di pagar censo, e di riconoscere dalla Chiesa quanto essi aveano tolto al Valentino, cioè ad un tiranno, in Romagna.

Trovavansi i Franzesi ristretti in Gaeta, e poco sperando soccorsi, e molto desiderando di salvar le vite e gli arnesi; però, vinti ancora dal tedio, non tardarono a capitolar la resa di quella città. Stabilissi l'accordo nel primo giorno di quest'anno, e ne uscì quel presidio con tutto onore, menando via le sue robe, e con libertà di passare in Francia per mare e per terra. Gl'imbarcati per mare perirono quasi tutti o in cammino o in Francia. Gli altri inviati per terra, parte per freddo, parte per fame e per malattie, miseramente lasciarono le lor vite nelle strade. In tal guisa, a riserva di qualche luogo, restò possessore del regno di Napoli Ferdinando il Cattolico; e la Francia, all'incontro, si trovò piena di mestizia e rabbia per tanto oro inutilmente speso, per la riputazion sminuita, e per tanta nobiltà e milizie sacrificate all'ambizione del re, che, non contento di un sì fiorito regno, qual è la Francia, si era voluto perdere dietro alla conquista de' regni altrui e lontani. Per cagione di questi sì fastidiosi contrattempi si diede il re Luigi a maneggiare col re Cattolico una tregua, di cui cadauno avea una segreta voglia e bisogno; e questa infatti si conchiuse, restando le [214] parti in possesso di quel che tenevano. Trattossi poi di ridurre questa tregua in pace, con proporsi ivi che si restituisse il regno di Napoli al re Federigo. Ma perchè i ministri del re Ferdinando aveano ben in bocca parole di pace, quando nell'interno del loro sovrano si covavano altre intenzioni, il negoziato andò in fascio. Si conchiuse bensì il trattato di pace fra esso re Luigi, Massimiliano Cesare e Filippo arciduca suo figlio, il quale, per la morte della regina Isabella, cominciò in quest'anno a suscitar delle liti contro il re Cattolico pel regno di Castiglia, decaduto a Giovanna sua moglie. Ma le condizioni di quel trattato poco effetto ebbero col tempo; se non che fin da allora fu creduto che l'una e l'altra potenza si accordassero per muover guerra a' Veneziani: il che dopo qualche anno vedremo eseguito. In questo anno ancora i Fiorentini verso la metà di maggio spinsero l'esercito loro addosso a' Pisani, per dare il guasto a quel territorio, sperando sempre che alla perdita delle biade terrebbe dietro la fame, e a questa la resa della città. Più che ne' precedenti si stese tal flagello per quelle campagne. Assediata Librafatta, l'ebbero a discrezione. Lusingaronsi parimente i Fiorentini di poter levare Arno a Pisa: tante belle promesse ne riportarono dagli architetti ed ingegneri. Se ciò avveniva, di più non occorreva per ridurre in agonia quella città. Di vasti fossi, di somme spese si fecero a questo fine. Ma il fiume si rise di chi gli volea dar legge, e seguitò a correre nel suo grand'alveo come prima: disinganno non poche altre volte accaduto, e che accadrà a chi prende simili grandiose imprese, per mutare il sistema de' grossi fiumi. Venne a morte in quest'anno Federigo già re di Napoli, nella città di Tours in Francia, dacchè erano svanite le lusinghevoli speranze sue di ricuperare il regno, troppo vanamente credendo egli che non burlasse il re Cattolico, qualor mostrava sì graziose [215] intenzioni di spogliarsi dell'acquistato: al che ogni principe si sente in cuore un troppo gran ribrezzo [Pingon. Guichenon.]. Finì ancora di vivere nel dì 10 di settembre Filiberto duca di Savoia e principe del Piemonte in età solamente di venticinque anni, lasciando vedova Margherita d'Austria sua moglie, figlia di Massimiliano re de' Romani, che, divenuta poi governatrice dei Paesi Bassi, si acquistò gran nome nelle storie. Al duca Filiberto succedette Carlo III suo fratello.


   
Anno di Cristo MDV. Indizione VIII.
Giulio II papa 3.
Massimiliano I re de' Rom. 13.

Non avea fin qui papa Giulio voluto accettar gli ambasciatori che la repubblica di Venezia avea proposto d'inviare a rendergli ubbidienza, persistendo sempre in pretendere prima la restituzion delle terre occupate da essi Veneziani in Romagna. Ma dacchè vide non valer le minaccie per muovere quel senato, e che forze mancavano a lui per sostener le parole: intronato ancora dalle doglianze de' popoli di Forlì, Imola e Cesena, che, a cagion delle castella del territorio loro detenute da essi Veneti, pativano grande incomodo e danno; condiscese infine ad un accordo. Cioè permise a' Veneziani il possesso di Rimini e Faenza, ed eglino, circa il dì 12 di marzo, restituirono alla Chiesa romana Porto Cesenatico, Savignano, Tossignano, Santo Arcangelo, e sei altre terre col loro distretto. Parve contento di questa cessione il papa, mentre nello stesso tempo divisava dei mezzi per riavere il resto. Nel dì 3 di febbraio fece egli la promozione di nove cardinali, e fra essi si contò un altro suo nipote. Sarebbe passato quest'anno con somma pace in Italia, se i Fiorentini, sempre più accaniti contra di Pisa, non ne avessero turbata la quiete [Buonaccorsi. Guicciardini.]. Erano i lor disegni di tornare anche nell'anno [216] presente a dare il guasto alle campagne pisane; anzi meditavano di andar a mettere il campo a Pisa stessa, per ultimar quella impresa, o, come essi diceano, per levarsi d'addosso quella febbre continua. Ma Gian-Paolo Baglione, che era stato condotto da essi colle sue genti d'arme, allegò scuse di non poter venire; e proteggendo il gran capitano Consalvo Pisa, si venne a sapere che anche inviava colà alcune poche fanterie. Ma, quel che maggiormente dava da pensare ai Fiorentini, era che Bartolomeo d'Alviano, persona di molto ardire, in quel di Roma facea massa di gente, con vantarsi pubblicamente di voler passare in aiuto de' Pisani, e di condursi anche sotto Firenze. Per queste cagioni non osarono i Fiorentini di fare nell'anno presente il solito brutto gioco ai Pisani. Ma eccoti sul principio di maggio passare l'Alviano colle sue soldatesche pel Sanese, entrare nel Fiorentino, andarsene dipoi a Piombino: il che diede tempo ai Fiorentini di accrescere, come poterono, le loro forze. Scopertosi dipoi che l'Alviano era per condurre le sue squadre a Pisa verso la metà d'agosto, Ercole Bentivoglio generale delle armi fiorentine, tenuto consiglio con Marcantonio Colonna, Jacopo Savello ed altri condottieri, determinò di contrastargli il passaggio. Si venne perciò a battaglia, in cui restò disfatto l'Alviano, e costretto di fuggirsene a Siena, con aver perduto più di mille cavalli e molti carriaggi. Credette allora il popolo di Firenze giunto il beato giorno di ricuperar Pisa; e, quantunque molti dei saggi ne dissuadessero l'impresa, pure fu presa la risoluzion di andar sotto quella città. Nel dì 8 di settembre le artiglierie cominciarono la lor terribile sinfonia contro di Pisa. Atterrata buona parte delle mura, si venne all'assalto; ma con tal coraggio si difesero i Pisani, che lo perderono gli assalitori. Da un'altra parte si fece breccia, e male e peggio riuscì il secondo tentativo. Perlochè passò loro la voglia di far altre pruove del proprio valore, e [217] pieni di vergogna se ne tornarono indietro. E tanto più per aver inteso che dal Consalvo di notte erano stati introdotti in Pisa trecento fanti. Dopo questo fatto ve ne inviò egli altri mille e cinquecento: con che tramontarono per ora le speranze del popolo di Firenze.

Nel dì 25 di gennaio dell'anno presente mancò di vita Ercole I duca di Ferrara, principe che, dopo avere imparato a sue spese che pericoloso mestiere sia quel della guerra, avea atteso a conservar la pace, e ad ingrandire ed abbellir Ferrara con varie fabbriche e delizie, e a rendere più felici i suoi popoli. Lasciò dopo di sè tre figli legittimi, Alfonso primogenito, Ferdinando e Ippolito cardinale. Nell'anno precedente aveva egli inviato Alfonso alle corti di Francia, Spagna ed Inghilterra, acciocchè la conoscenza di que' gran principi, e de' costumi e governi delle varie nazioni, servisse a lui di scuola per ben reggere sè stesso e gli altri. Trovavasi Alfonso in Inghilterra disposto a passare in Ispagna, allorchè, giuntogli l'avviso della grave malattia del padre, gli convenne affrettare il suo ritorno a Ferrara, dove fu riconosciuto per duca e signore da tutti i suoi popoli. Pace bensì godè in quest'anno l'Italia, ma non andò già esente da altre calamità. Fiero tremuoto si fece sentire con varie scosse in più giorni in Venezia, Ferrara, Bologna ed altri luoghi, per cui caddero a terra non poche case, campanili e chiese, e a moltissime altre si slogarono le ossa; di modo che i popoli si ridussero a dormir nelle piazze e ne' campi. Non minor flagello fu quello della carestia, e carestia universale per tutta l'Italia, essendo stato pessimo il raccolto, di modo che la povera gente fu ridotta a mangiar erbe, e non pochi morirono per questo. Infermatosi gravemente nel marzo dell'anno presente Lodovico XII re di Francia, andò a battere alle porte della morte, ma poi si riebbe. Se moriva, voce comune fu che i Veneziani, uniti col gran capitano e col cardinale Ascanio Sforza, avessero disegnato [218] di cacciare i Franzesi dallo Stato di Milano. Ma questo cardinale fu cacciato egli fuori del mondo in Roma nel dì 28 del seguente maggio dalla peste, altra calamità che si aggiunse alle sopraddette.

Nè si dee tacere, come cosa in cui ebbe interesse anche l'Italia, che nel mese di ottobre restò conchiusa pace fra il re di Francia e Ferdinando il Cattolico, il quale dopo la morte della regina Isabella non usava più che il titolo di re d'Aragona. Erano insorte liti fra esso re Cattolico e Filippo arciduca suo genero, pretendendo questi che il suocero non avesse più da ingerirsi nel governo della Castiglia. Preparavasi infatti esso arciduca per venire di Fiandra in Ispagna. Ferdinando giudicò bene in tal congiuntura di amicarsi colla Francia. Ne' capitoli di quella pace si stabilì il di lui accasamento con Germana di Foix, figliuola di una sorella del re di Francia che portò in dote ciò che restava in man de' Franzesi nel regno di Napoli. Rinunziò il re Lodovico alle altre sue pretensioni sopra quel regno, obbligandosi Ferdinando di pagargli in dieci anni settecento mila ducati d'oro. Restarono con ciò liberi dalla prigionia i baroni del regno che aveano militato in favore del re Cattolico, e levato il confisco fatto contro chi avea seguitato il partito franzese.


   
Anno di Cristo MDVI. Indizione IX.
Giulio II papa 4.
Massimiliano I re de' Rom. 14.

Meravigliavasi la gente al vedere come papa Giulio, personaggio che in addietro s'era fatto conoscere di pensieri sì vasti e d'animo torbido, fosse fin qui vivuto con tanta quiete. Cessò questa lor meraviglia nell'anno presente, perchè esso papa, dopo aver più volte detto in concistoro di voler nettare la Chiesa dai tiranni, specialmente mirando a Perugia e Bologna, deliberò di eseguire il suo disegno [Buonaccorsi. Guicciardini. Panvinius. Raynaldus, Annal. Ecclesiast.]. Non volle commettere ad altri [219] questa impresa; ma siccome papa guerriero si mosse da Roma nel dì 27 di agosto con ventiquattro cardinali e quattrocento uomini d'armi, avendo già fatti maneggi per aver soccorsi dal re di Francia, da Ferrara, da Mantova e da Firenze. In Perugia i Baglioni, in Bologna i Bentivogli, fattisi capi del popolo, appoco appoco n'erano divenuti come signori con deprimere chiunque si mostrava contrario ai loro voleri. Indirizzò Giulio i suoi passi alla volta di Perugia, dove Gian-Paolo Baglione trovossi in grande imbroglio, perchè troppo disgustoso era il cedere, troppo pericoloso il resistere. Nel di lui animo prevalsero i consigli del duca d'Urbino, sotto la cui fede, arrivato che fu il papa ad Orvieto, andò colà ad inchinarlo e ad offerirsi umilmente alla di lui volontà. Fu ricevuto in grazia, con rimetter egli le fortezze e porte di Perugia in mano del papa, e con promettere di andar seco in Romagna con cento cinquanta uomini d'arme. Entrò pacificamente il pontefice in Perugia nel dì 12 di settembre, e ne prese il dominio. Quindi maggiormente rinforzato dal Baglione, s'inviò alla volta d'Imola; nè parendogli decoroso il passar per Faenza occupata dai Veneziani, girò per le montagne del Fiorentino, e andò a posare in Imola, da dove intimò a Giovanni Bentivoglio di rilasciar Bologna colla minaccia di tutte le pene spirituali e temporali. Sulla speranza di molte promesse della protezione del re di Francia s'era il Bentivoglio messo in istato di difesa. Ma il re, a cui maggiormente premeva per li suoi interessi di tenersi amico il papa, che di giovare a' suoi raccomandati, mandò ordine al signor di Sciomonte governator di Milano di assistere con tutte le sue forze il papa. E in effetto con secento lance ed otto mila fanti si vide arrivare lo Sciomonte a Castelfranco. Anche il pontefice avea ricevuto gente dai Fiorentini, da Alfonso duca di Ferrara e da Francesco marchese di Mantova, il quale fu dichiarato capitan generale dell'esercito [220] pontificio. A sì gagliardo apparato di forze nemiche s'avvide il Bentivoglio che vano era il ricalcitrare. E però piuttosto che ricorrere alla clemenza del papa, dalla cui generosità forse avrebbe potuto ottener maggiori vantaggi, passò nel dì 2 di novembre al campo franzese ed impetrato di mettere in salvo la sua famiglia e i suoi mobili per ritirarsi poi sul Milanese, lasciò in libertà i Bolognesi di trattare col papa. Entrò questi in Bologna con gran pompa nel dì 11 di novembre, tutto giubilo per sì nobile acquisto. Morivano di voglia anche i Franzesi d'entrare, non certo per divozione, in quella grassa città, ed usarono anche della forza; ma il popolo in armi fece sì buona guardia, che convenne loro restarsene di fuori, eccettuato lo Sciomonte col suo corteggio, che fu a baciare i piedi al papa, e riportò, oltre ad un regalo in pecunia per lui, e ad un altro assai tenue per le sue genti, la promessa di un cappello per Lodovico d'Ambosia vescovo d'Albi, suo fratello.

Erano entrati in cuor di Ferdinando il Cattolico non piccioli sospetti contra di Consalvo gran capitano, e vicerè per lui nel regno di Napoli. Nè mancavano invidiosi e malevoli che li fomentavano ed accrescevano, facendogli credere che Consalvo, colla liberalità che usava per affezionarsi i regnicoli con discapito del regio erario, meditasse di usurpare per sè quel regno; ovvero (il che è più probabile) inclinasse a tenerlo per l'arciduca Filippo suo genero, il quale aveva assunto il titolo di re di Castiglia. Nel gennaio dell'anno presente s'era esso arciduca con cinquanta vele e grande accompagnamento di nobiltà fiamminga inviato per mare alla volta di Spagna. Battuto da fiera tempesta, fu spinto in Inghilterra, ma, ripigliato il cammino, sbarcò finalmente in Ispagna. Fu ad incontrarlo il re Ferdinando, e si trovò maniera di calmare i lor dissapori, e di conchiudere un accordo fra essi. Ora i suddetti sospetti di Ferdinando, avvalorati sempre [221] più da qualche disubbidienza di Consalvo, e massimamente perchè, richiamato colle più affettuose parole, alla corte di Aragona, egli con varie scuse e pretesti mai non s'era voluto movere; indussero il re a venir egli in persona a Napoli. Mostravasi questa sua risoluzione in apparenza nata dal forte desiderio e dalle vive istanze de' Napoletani di vedere di nuovo il lor sovrano. Ma l'interno motivo era di assicurarsi che Consalvo, caso che macchinasse delle novità, non le potesse eseguire, con levargli destramente il governo. Avvisato Consalvo del disegno del re, spedì persona apposta in Ispagna per mostrarne il suo contento; e fu allora, seppur non avvenne più tardi, che Ferdinando colla sua dote primaria, cioè colla dissimulazione, gli confermò tutti i feudi e le rendite ascendenti a venti mila ducati d'oro, ch'egli dianzi godeva in regno di Napoli, e il grado di gran contestabile. Imbarcatosi dipoi, dopo avere ricevuto nel suo passaggio per mare regali e segni di grande stima dai Genovesi e Fiorentini, arrivò alle spiagge di Napoli sul fine di ottobre. Consalvo, ancorchè molti vogliano (ed è ben probabile) che fosse assai informato e persuaso del mal animo del re verso di lui, pure con tutto coraggio ed ilarità di volto, affidato forse nella sua innocenza, andò a presentarsi a lui. Son qui discordi il Guicciardini e il Giovio. Quegli scrive che andò sino a Genova; e l'altro, secondo le apparenze, più degno di fede, per avere scritta la Vita di lui, dice che si portò ad inchinarlo al Capo Miseno presso Napoli. Non potea Consalvo desiderare accoglimento più dolce e benigno; e finchè il re si fermò in Napoli, la confidenza in lui fu grande, e nulla chiese che non ottenesse. Nella sua venuta, per cagion dei venti contrarii obbligato esso Ferdinando a fermarsi alquanti giorni a Porto Fino, quivi avea ricevuta la nuova, come Filippo suo genero re di Castiglia (verisimilmente perchè troppo amico de' lauti conviti) era caduto infermo [222] in Burgos, e che nel dì 25 di settembre nel fiore della sua età era passato all'altra vita. Fece questo impensato accidente credere a molti che Ferdinando fosse per voltare le prore, e tornarsene in Ispagna a riassumere le sospirate redini della Castiglia. Ma standogli più a cuore il provvedere ai bisogni di Napoli, colà passò: e poscia un bel funerale, ma senza lagrime, fece ivi alla memoria dell'estinto genero.

A chiunque ha letto i precedenti Annali, uopo non è che io ricordi che la discordia avea sempre in addietro tenuto il principal suo seggio nella città di Genova. Ora le principali case fra esse, ora i popolari coi nobili erano in rotta: effetti della superbia, dell'opulenza, dell'ambizione e di altri malanni in quel popolo, a cui in vivacità d'ingegno pochi altri d'Italia si possono paragonare. Tutte nondimeno le lor gare parea che dovessero cessare sotto il dominio e governo d'un re di Francia, padrone ancora di Milano. Non fu così. Mossosi a sedizione il popolo contro la nobiltà, andò tanto innanzi il bollore degli animi, che furono forzati i nobili, cedendo al matto furore del popolo, di uscire dalla città, con restar perciò saccheggiate le lor case. Ridotto il governo in mano della plebe più vile, costoro andarono ad occupar le terre de' Fieschi, e passarono infino ad assediar Monaco, che era di Luciano Grimaldi. Filippo di Ravensten regio governatore, dopo aver fatto il possibile per ismorzar questo incendio, veduto che non vi era più il suo onore in mezzo a tanta disubbidienza, si ritirò, lasciando buon presidio nel castelletto. Al re Lodovico XII diedero degli affanni e non poco da pensare sì fatte insolenze, temendo egli che questa piaga avesse più profonde radici. Infatti, mentre egli era, secondo lo stile francese, portato a favorir la parte de' nobili, scoprì che il papa, siccome Savonese di nascita, si era dichiarato favorevole al partito de' popolari. Diedesi perciò il re a fare armamento [223] per terra e per mare, affin di rimediare al disordine colla forza, giacchè a nulla aveano servito le amorevoli insinuazioni e le minaccie. Nel luglio del presente anno si scoprì anche in Ferrara una congiura contro la vita del duca Alfonso [Antichità Estensi, Par. II.]. Era questa tramata da don Ferdinando suo fratello minore per voglia di regnare, e da Giulio suo fratello bastardo per ispirito di vendetta, non avendo esso duca fatto risentimento in occasion d'avere il cardinal d'Este tentato di fargli cavar gli occhi con barbarie detestata da ognuno. Convinti e confessi amendue, furono condannati a morte; ma mentre aveano il capo sotto la mannaia, Alfonso, facendo prevaler la clemenza alla giustizia, li rimise ad una prigione perpetua. Campò dipoi don Ferdinando sino al 1540; Giulio sino al 1559, in cui riebbe la libertà.


   
Anno di Cristo MDVII. Indizione X.
Giulio II papa 5.
Massimiliano I re de' Romani 15.

Trattenevasi papa Giulio in Bologna, ma non assai contento al vedere non ben per anche assodato il dominio suo in quella città, perchè i Bentivogli si fermavano nello Stato di Milano. Ne fece doglianze col re Lodovico, il quale si alterò non solo per questo, ma ancora perchè esso papa non avea restituiti i suoi benefizii al protonotario, figlio di Giovanni Bentivoglio, ancorchè la facoltà di dimorar nel Milanese ai Bentivogli, e la restituzione suddetta fossero state dianzi accordate dal medesimo papa. Crebbe lo sdegno di Giulio dacchè intese risoluto il re di procedere coll'armi contra di Genova; laonde, senza più attendere il concerto fatto col re di abboccarsi seco, allorchè egli fosse venuto in Italia, nel dì 22 di febbraio si partì da Bologna, e s'inviò alla volta di Roma. Pria nondimeno di abbandonar quella città, ordinò [224] che si rifacesse alla porta di Galiera una fortezza, col pretesto consueto della sicurezza della città, ma infatti per tenere in briglia quel popolo: due azioni che rincrebbero non poco, la prima agli amici de' Bentivogli, e l'altra ad ognun di que' cittadini. Arrivò il papa a Roma nel dì 27 di marzo, dove tutto si applicò ai maneggi d'una forte lega contro i Veneziani, per ricuperar le città da loro occupate in Romagna. E perciocchè i Bentivogli nell'aprile seguente fecero un tentativo per rientrare in Bologna; e veniva lor fatto, se Ippolito cardinal di Este non si opponeva: nel dì primo di maggio fu diroccato il palazzo di essi Bentivogli in Stra' San Donato, che era de' più belli d'Italia di que' tempi. Crebbe nell'anno presente il tumulto di Genova [Agostino Giustiniani. Senarega. Guicciardini.]. Perchè fu forzato quel sedizioso popolo dai Franzesi a ritirarsi dall'assedio di Monaco, senza più rispettare la maestà e padronanza del re Lodovico, creò doge Paolo da Novi, tintore di seta, uomo della feccia della plebe, e venne ad un'aperta e total ribellione: tutto pazzamente fatto, perchè niun v'era che lor facesse sperar soccorso per sostenere un sì ardito disegno. Per quanto il cardinal del Finale, cioè Carlo del Carretto, gli esortasse ad implorare il perdono, di cui si faceva egli mallevadore, crebbe la loro ostinazion sempre più. Il re Lodovico, che a sue spese avea imparato qual differenza vi sia tra il fare in persona la guerra e il commetterla ai capitani, passato in Italia, si fermò ad Asti; e, dacchè ebbe fatto venir per mare molti legni armati, si mosse verso il fine d'aprile coll'esercito di terra per passare il Giogo. Poca resistenza potè fare alla di lui possanza lo sforzo dei popolari di Genova, di modo che inviarono ad offerirgli l'ingresso nella città; ed egli, nel dì 28 di esso mese, colla spada nuda in mano, senza volere che si parlasse di patti, vi entrò. Contuttociò non pensò il [225] buon re ad imitare i tiranni, ma sì bene a seguir l'esempio de' saggi ed amorevoli principi, che mai non si dimenticano d'esser padri, ancorchè i sudditi si scordino d'essere figli. Mise buona guardia alle porte della città, affinchè gli Svizzeri e venturieri non vi entrassero e mettessero tutto a sacco. Trovati gli anziani inginocchiati e dimandanti misericordia, rimise la spada nel fodero, contentandosi poi di mettere al popolo una taglia di trecento mila scudi, da pagarsi in 14 mesi, con rimetterne da lì a poco cento mila. Ordinò la fabbrica di una fortezza al Capo del Faro, e, dopo aver fatta giustizia di alcuni, e data nuova forma a quel governo, nel dì 14 di maggio se ne tornò in Lombardia, dove licenziò l'esercito per quetare i sospetti insorti in varii potentati. Bramava egli di ripassare in Francia, ma perchè udì vicina la partenza di Ferdinando il Cattolico da Napoli, che desiderava di seco abboccarsi in Savona, si fermò ad aspettarlo.

Dalle lettere de' suoi ministri d'Aragona e dalle istanze di Giovanna sua figlia regina di Castiglia, veniva esso re Cattolico sollecitato a tornarsene in Ispagna, per ripigliare il governo anche della stessa Castiglia; perciocchè Giovanna dopo la morte del marito arciduca, tanto dolore provò di tal perdita che s'infermò in lei non meno il corpo che la mente. E intanto i due suoi figliuoli, Carlo che fu poi imperadore, e Ferdinando, per la loro età non erano peranche atti al comando. Dopo aver dunque il re Ferdinando lasciate molte buone provvisioni in Napoli e pel regno, e mutati tutti gli uffiziali messi nelle fortezze da Consalvo, nel dì 4 di giugno sciolse le vele verso ponente colla regina sua consorte, e senza volersi abboccare col papa, che si era portato ad Ostia per questo, continuò il suo viaggio. Obbligato da venti contrarii prese porto in Genova, e poscia nel dì 28 di giugno arrivò a Savona, accolto con gran pompa e [226] finezze dal re Cristianissimo, ma con aver prima esatte buone sicurezze per la sua persona. Furono per quattro giorni in istretti e segreti ragionamenti, dimenticate le precedenti nemicizie, siccome conveniva a principi d'animo grande [Giovio. Guicciardino. Mariana, De Reb. Hispan.]. Avea Ferdinando, colle maggiori dimostrazioni di benevolenza e promesse di vantaggi, menato seco da Napoli anche il gran capitano Consalvo. Non si saziò il re Lodovico di mirare ed onorare un personaggio che con tante pruove d'accortezza e valore avea tolto a lui un regno; impetrò ancora da Ferdinando che questo grand'uomo cenasse alla medesima tavola, dove erano assisi essi due re e la regina. Sì graziosa finezza del re franzese verso di Consalvo ad altro non servì che ad accrescere le gelosie nella testa spagnuola del re Cattolico. In fatti, siccome avvertirono il Giovio e il Guicciardino, quello fu l'ultimo giorno della gloria di Consalvo; imperocchè, giunto in Ispagna, non potè mai ottenere il grado di gran mastro de' cavalieri di San Iago, per cui gli aveva il re impegnata la parola. Insorsero anche altri dissapori e contrattempi, per cagion dei quali mai più di lui si servì il re nè in affari politici, nè in militari. Mancò di vita Consalvo nel dì 2 di dicembre nel 1515; nè lasciò il re a lui morto di far quegli onori che in vita gli avea negato, con ordinare che dappertutto gli fossero celebrati sontuosi funerali: ricompensa ben meschina ad uomo di tanto merito. Stette poi poco a tenergli dietro lo stesso Ferdinando, siccome dirassi al suo luogo e tempo.


   
Anno di Cristo MDVIII. Indizione XI.
Giulio II papa 6.
Massimiliano I re de' Rom. 16.

L'anno fu questo in cui i principali potentati dell'Europa meridionale si unirono per atterrar la potenza della repubblica [227] veneta, sfoderando cadauno sì le recenti che le rancide pretensioni loro sopra la Terra ferma posseduta da essi Veneti. Ma prima di questo fatto avvenne che Massimiliano re de' Romani si era messo in pensiero di calare in Italia, non tanto per prendere, secondo il rito dei suoi predecessori, la corona e il titolo imperiale in Roma, quanto per ristabilire i diritti dell'imperio germanico in queste provincie, e recare a Pisa, continuamente infestata da' Fiorentini, quel soccorso che tante volte promesso e non mai eseguito, fece poi nascere il proverbio del Soccorso di Pisa [Continuator Sabellici. Guicciardino. Istoria Veneta MS.]. Chiesto a' Veneziani il passo e l'alloggio per quattro mila cavalli, ebbe per risposta da quel senato, che s'egli volea venir pacificamente e senza tanto apparato d'armi, l'avrebbono con tutto onore ben ricevuto; ma che apparendo con tanto armamento diversi i di lui disegni, non poteano acconsentire al suo passaggio. A questa risoluzione de' Veneziani diede maggior fomento Lodovico XII, re di Francia, che con esso loro era in lega, perchè troppo si era divolgato, non mirare ad altro i movimenti di Massimiliano, che a spogliar lui dello Stato di Milano in favore dell'abbattuta casa Sforzesca. Per questo rifiuto e per altri motivi sdegnato Massimiliano, circa il fine di gennaio col marchese di Brandeburgo mosse lor guerra dalla parte di Trento, dove i Veneziani possedevano Rovereto, tentando di aprirsi per le montagne un passaggio verso Vicenza. Poscia con altre forze entrò nel Friuli, e s'impadronì di Cadore con altri luoghi. Abbondava allora l'Italia di valenti capitani, e il senato veneto non fu lento a sceglierne i migliori, e ad ingrossarsi di gente. Niccolò Orsino conte di Pitigliano, generale, fu spedito con Andrea Gritti provveditore a Rovereto, Bartolomeo di Alviano, altro generale, con Giorgio Cornaro alla difesa del Friuli. Mosso a questo [228] rumore il re di Francia, per sospetto che la festa fosse fatta per lo Stato di Milano, ordinò anch'egli a Carlo d'Ambosia signor di Sciomonte, governatore di Milano, di accorrere in aiuto de' Veneziani insieme col famoso maresciallo di Francia Gian-Giacomo Trivulzio.

Seguirono molte baruffe e saccheggi sul Trentino, e in que' contorni, ma non di conseguenza, perchè i Franzesi teneano ordini segreti di attendere alla difesa, e non alla offesa, per non irritar maggiormente Massimiliano. Così non fu dalla parte del Friuli. L'animoso Alviano, entrato nella valle di Cadore, e messi in rotta i Tedeschi, nel dì 23 di febbraio, cioè nell'ultimo giovedì di carnevale, ebbe a patti quel castello. Nel dì seguente pose il campo a Cormons, castello assai ricco e forte di sito, che ricusò di rendersi. Si venne all'assalto e alla scalata, che costò molto sangue agli aggressori, e fra gli altri vi perì Carlo Malatesta, giovane amatissimo nell'esercito, e di grande espettazione. Il Guicciardino e il Bembo mettono la di lui morte sotto Cadore; la Cronica veneta manoscritta, che presso di me si conserva, scritta da chi si trovò presente a tutta la seguente guerra, il fa morto sotto Cormons. Ebbe poi l'Alviano a patti quel castello, e per rallegrare i suoi soldati, loro lasciollo in preda. Quindi si spinse addosso a Gorizia, e in quattro giorni che le batterie giocarono, ridusse nel dì 28 di marzo quel presidio a renderla. Di là si inviò per istrade disastrose a Trieste, città molto mercantile e popolata, il cui distretto fu in breve messo tutto a saccomano. Posto l'assedio per terra, secondato da una squadra di navi venete per mare, fu anch'essa obbligata a capitolare la resa, salvo l'avere e le persone. Lo stesso avvenne a Porto Naone e a Fiume. Allora fu che Massimiliano, al vedere andar ogni cosa a rovescio delle sue speranze, crescere il pericolo suo, cominciò dalla parte di Trento a trattar di tregua, la quale nel dì 30 d'aprile fu [229] conchiusa per tre anni fra esso re dei Romani e i Veneziani, senza voler aspettar le risposte del re di Francia.

Si rodeva di rabbia Massimiliano contra de' Veneziani, per essere uscito con tanta vergogna e danno dal preso impegno, essendo restati in man d'essi i luoghi occupati. Al che si aggiunse ancora il suono di alcune canzoni satiriche pubblicate in Venezia contra di lui. Mostravasi parimente mal soddisfatto dei Veneti il re Lodovico per l'accordo seguito senza consentimento suo con Massimiliano. Ciò servì poscia a riunir segretamente gli animi di questi due potentati contro la repubblica veneta; e tanto più, perchè nelle lor massime concorreva il pontefice, acceso di somma voglia di ricuperar le città della Romagna, e che perciò maggiormente accendeva il fuoco altrui. Sotto dunque lo specioso titolo di acconciar le differenze vertenti fra Massimiliano e il duca di Gueldria patrocinato da' Franzesi, Giorgio d'Ambosia cardinale di Roano, personaggio di grande accortezza, primo mobile della corte di Francia e legato del papa, passò a Cambrai, per trattar ivi di lega con Margherita vedova duchessa di Savoia, munita d'ampio mandato da Massimiliano suo padre. Al qual congresso intervenne ancora, col pretesto di accelerar la pace, l'ambasciatore di Ferdinando il Cattolico, principe che forse fu il primo a promuovere questa alleanza. Nel dì 10 di dicembre fu segnata la suddetta lega offensiva contro la repubblica di Venezia, in Cambrai fra Massimiliano Cesare, Lodovico re di Francia, e Ferdinando re d'Aragona, e per parte ancor di papa Giulio II, ancorchè il cardinal di Roano non avesse mandato valevole a tal atto. Fu insieme lasciato luogo di entrarvi a Carlo duca di Savoia, ad Alfonso duca di Ferrara e a Francesco marchese di Mantova, i quali a suo tempo vi si aggiunsero anch'essi; e fu questa non meno ratificata dai principali contraenti, che dal papa nel marzo dell'anno seguente. Per ingannare il pubblico, [230] altro non si pubblicò allora, se non la concordia ivi stabilita fra Massimiliano e Carlo suo nipote dall'un canto, e il duca di Gueldria dall'altro, e si tenne ben segreta la macchina preparata contra de' Veneziani. Le pretensioni di queste potenze erano, per conto del pontefice, di ricuperar le città di Ravenna, Cervia, Rimini e Faenza, occupate le prime un pezzo fa, ed ultimamente le altre. L'autore della bella storia franzese della Lega di Cambrai, creduto da molti il cardinale di Polignac, vi aggiugne ancora Imola e Cesena, quasi che ancor queste fossero in mano de' Veneziani, il che non sussiste. La verità nondimeno è, che negli atti di essa lega, dati alla luce da più d'uno, e in questi ultimi anni dal signor Du-Mont nel suo Corpo Diplomatico, si leggono anche le suddette due città per negligenza del cardinal di Roano. Pretendeva Massimiliano, chiamato ivi imperadore eletto, le città di Verona, Padova, Vicenza, Trivigi e Rovereto, il Friuli, il patriarcato di Aquileia, coi luoghi occupati nell'ultima guerra. Così Lodovico re di Francia intendeva di riacquistare Brescia, Crema, Bergamo, Cremona e Ghiaradadda, ch'erano una volta pertinenze del ducato di Milano, quasi che la repubblica veneta non le possedesse da gran tempo in vigore di legittimi trattati. Finalmente il re Cattolico volea riavere i porti del regno di Napoli, già impegnati ai Veneziani dal re Ferdinando, figlio d'Alfonso I, cioè Trani, Brindisi, Otranto e Monopoli nel golfo Adriatico. Delle altre condizioni di questo trattato non occorre ch'io parli, se non che per disobbligar Cesare dal fresco giuramento della tregua di tre anni, fu creduto sufficiente che il papa fulminasse a suo tempo un interdetto ed altre censure orribili contro i Veneziani, se in termine di quaranta giorni non restituivano le terre della Chiesa: dopo il qual tempo richiedesse di assistenza lo eletto imperadore, come avvocato della Chiesa Romana.

[231]

Diede fine in quest'anno al suo vivere e a' suoi affanni Lodovico Sforza, soprannominato il Moro, già duca di Milano, dopo aver avuto tempo di far buona penitenza in carcere de' suoi trascorsi peccati. E siccome in que' tempi troppo era familiare il sospetto de' veleni, corse anche voce ch'egli per questa via fosse giunto al termine de' suoi giorni, ma senza apparire alcun giusto motivo di abbreviargli la vita. Nel giugno eziandio dell'anno presente tornarono i Fiorentini a dare il guasto alle biade dei Pisani, con giugnere sino alle mura della città. Questo tante volte replicato flagello estenuò talmente le forze del popolo pisano, che sarebbe oramai stato facile ad essi Fiorentini di ridurlo a rendersi, se non si fossero ritenuti per li riguardi che aveano al re di Francia e al re Cattolico, cadaun de' quali volea far mercatanzia di quella città: cioè esigea di grosse somme, se ne doveano permettere l'acquisto. Diedero inoltre essi Fiorentini un altro guasto a buona parte del Lucchese, perchè non cessava quel popolo di mandar soccorsi a Pisa.


   
Anno di Cristo MDIX. Indizione XII.
Giulio II papa 7.
Massimiliano I re de' Rom. 17.

Di grandi avventure o, per dir meglio, disavventure fu ben gravido l'anno presente in Italia. Non si potè tener così occulto il trattato conchiuso in Cambrai, che non traspirasse al senato veneto; e tanto più all'osservare i grandi armamenti che si faceano in più parti. Si cominciarono perciò molti consigli in Venezia per provvedere a turbine sì minaccioso. Trovavasi certamente allora la repubblica veneta nel più bell'auge della sua fortuna. Per l'Istria, per la Dalmazia, in Candia, in Cipri, e in altre parti del Levante si stendea la sua potenza. Uno de' più fertili e ricchi pezzi dell'Italia era sotto il suo dominio. La sola meravigliosa e sì popolata città di [232] Venezia potea dirsi un emporio di ricchezze tanto del pubblico che de' privati, a cagione del gran commercio che da più secoli faceano i Veneti per mare, della gran copia delle lor navi, del dovizioso loro arsenale che non avea pari in Europa. Colà si portavano le merci dell'Oriente, e particolarmente le specierie, che si distribuivano poi per la maggior parte delle città dell'Italia, Germania e Francia. Immenso era questo guadagno, se non che solamente circa questi tempi cominciò a calare, per avere i Portoghesi trovato il passaggio per mare alle Indie Orientali, e sempre più s'andò sminuendo da lì innanzi per l'industria d'altre potenze marittime che passano oggidì a dirittura nelle stesse Indie. Chi vuol avere un saggio delle ricchezze che nel secolo decimoquinto colavano in quella potente città, non ha che da leggere una parlata fatta nell'anno 1421, dal doge Tommaso Mocenigo, e registrata nella Cronica Veneta di Marino Sanuto da me data alla luce [Marino Sanuto, Vita de' Dogi di Venezia, tom. 22 Rer. Ital. pag. 949.]. Perciò al bisogno grandi erano le forze di quella repubblica non meno in mare che per terra; grande ancora il coraggio, la fedeltà, l'unione. Soprattutto la saviezza, dote inveterata in quel senato, presedeva ai lor consigli; e per le buone e puntuali paghe che dava essa repubblica, facilmente correvano a lei le genti d'armi e i bravi condottieri de' quali allora abbondava l'Italia. Tentarono bensì i Veneziani coll'offerta di Faenza, e fors'anche di Rimini, di placare il pontefice. Fecero altri tentativi presso Cesare e presso il re Cattolico: tutto indarno, perchè niun d'essi credette compatibile col suo onore il recedere dal pattuito nella lega. Si accinsero dunque animosamente i Veneti ad accrescere le lor forze, risoluti alla difesa, e misero insieme un esercito di due mila e cento lancie, ossia d'uomini d'arme, di mille cinquecento cavalli leggieri italiani, di [233] mille e ottocento stradioti greci, e di dieciotto mila fanti da guerra, a' quali aggiunsero ancora dodici mila altri fanti delle cernide de' contadini. La Cronica scritta a penna di autore Anonimo Padovano, ma contemporaneo, la qual si conserva presso di me, riferisce il nome di tutti i capitani [Storia Veneta MS.]; e poi confessa che almeno secento di questi uomini d'arme erano vili famigli, perchè scelti in fretta, ed essere stati que' contadini più atti al badile e all'aratro, che a' fatti di guerra. Poteano questi nondimeno servire per guastatori, e per fianco ai presidiarii, secondo le occorrenze. Oltre a ciò, gran preparamento si fece di legni armati per mare, e ne' fiumi, e nel lago di Garda. Condussero ancora alcuni della casa Orsina e Savella, e Fracasso da San Severino, condottieri di molta gente d'armi. Ma il papa impedì loro il venire. Fu anche impedito il passo a Giovanni conte di Comania, a Michele Frangipane e a Bothandreas capitano della Liburnia, che doveano condurre mille e cinquecento cavalli. Chiamati in consiglio Bartolomeo d'Alviano e il conte di Pitigliano, generali delle lor armi, per intendere i lor sentimenti, l'ultimo d'essi, come più vecchio, fu di parere che si fortificassero le città di Terra ferma, e provvedute che fossero di buon presidio, si stesse alla difesa, menando la cosa in lungo, per li vantaggi che poteano venire dal guadagnar tempo contra una lega facile a disciogliersi per varii avvenimenti [Guicciardino, Storia Veneta MS.]. Giudicò all'incontro l'Alviano, che si avesse ad uscire in campagna, prima che fosse calato in Italia col preparato nuovo esercito il re Lodovico, meglio essendo il far la guerra in casa altrui, che l'aspettarla nella propria; e potendo anche avvenire che si prendesse qualche città dello Stato di Milano, la cui conquista frastornasse i primi disegni de nemici. Prese il senato un partito di mezzo, cioè ordinò che l'esercito non passasse l'Adda, [234] ma si tenesse in que' contorni. Nel mese d'aprile attaccatosi il fuoco nell'arsenale di Venezia, ne bruciò gran parte colla perdita di dodici corpi di galee sottili, e di molte monizioni. Da lì a pochi giorni a cagion d'un fulmine si bruciò la rocca del castello di Brescia con tutta la polve da fuoco e tutte le munizioni. Cadde ancora l'archivio della repubblica: avvenimenti che dalla gente superfiziale furono presi per preliminari e presagi di maggiori sciagure.

Arrivarono di Francia in Italia nella primavera di quest'anno mille e ducento lancie, due mila cavalli leggeri, sei mila fanti Svizzeri, e sei altri mila Guasconi e Piccardi, che si unirono con cinquecento lancie, mille arcieri ed otto mila fanti, che erano nello Stato di Milano. Giunse molto più tardi anche lo stesso re Lodovico col duca di Lorena e copiosa nobiltà franzese. Nel dì 5 d'aprile ebbe ordine Carlo d'Ambosia signor di Sciomonte, di dar principio alla danza con una scorreria. Passato l'Adda a Cassano, prese Treviglio, Rivolta, ed altre castella, mettendo a sacco il territorio. Nello stesso tempo Francesco Gonzaga marchese di Mantova, entrato nella lega, assalì il Veronese, ma fu respinto da Bartolomeo d'Alviano. Prese eziandio Casal Maggiore, ma gli convenne abbandonarlo. In questo mentre fulminò il papa interdetti ed orribili censure contro i Veneziani, e diede principio anch'egli alle offese. Francesco Maria della Rovere, nipote d'esso papa, già divenuto duca d'Urbino per la morte del duca Guidubaldo, e generale dell'esercito pontificio, corse sul Faentino, ed assediò Brisighella, dove perirono fra soldati e abitanti più di due mila persone: e fu dato il sacco alla misera terra, con trattar chiese e donne come avrebbono fatto i Turchi. Ebbe esso duca anche il castello di Russi, e di là andò a mettere il campo a Ravenna, città creduta allora inespugnabile per le tante fortificazioni fattevi da' Veneziani. Dacchè si furono i Franzesi impadroniti di Treviglio, il conte di Pitigliano [235] generale primario dell'armata veneta, che s'era postato a Pontevico, si affrettò a raunar le sue genti, e mossosi contro i nemici, gli obbligò a ritirarsi di là dall'Adda. Ricuperati alcuni dei luoghi perduti, perchè un buon presidio franzese tenea saldo Treviglio, convenne adoperar le artiglierie, e venire all'assalto. Lo sostennero i Franzesi, ma provata la risolutezza degli aggressori, e perduta la speranza di soccorso, appresso si renderono prigioni. Dionisio de' Naldi capitano della compagnia de' Brisighelli, che innanzi agli altri era stato all'assalto, inviperito ancora per le disgrazie della sua patria, ottenne il sacco dell'infelice terra. Neppur ivi tralasciato fu alcuno sfogo dell'empietà, della crudeltà e della libidine, con rivolgersi nondimeno in grave danno dell'armata veneta siffatta barbarie, perciocchè non poterono i capitani ritener gran copia d'altri soldati, che non corresse a cercar ivi bottino, di maniera che per farli uscire di là, si ricorse al brutto ripiego di attaccare il fuoco alla terra, la quale, dianzi ricca ed amena, si ridusse all'ultima miseria. Di questo scompiglio profittando il re Lodovico, potè a man salva far transitare tutto il suo esercito per li ponti che avea sull'Adda a Cassano.

Furono a vista le due potenti armate, e il re non sospirava che di venir ad un fatto d'armi: lo che non meno era desiderato e proposto dall'Alviano governatore del campo veneto, ed uomo assai caldo. Ma il saggio conte di Pitigliano stette costante in sostenere che il meglio era di temporeggiare, e vincere colla spada nel fodero, oppure di aspettar buona congiuntura per assalirli. Vedutosi dal re, che neppur colla sfida inviata potea tirare i Veneziani ad un conflitto, s'inviò in ordine di battaglia dietro l'Adda per la via che conduce a Pandino. La vanguardia era guidata da Gian-Giacomo Trivulzio, celebre capitano di questi tempi. Il re con lo Sciomonte era nel mezzo. Il signor della Palissa conducea la retroguardia. Similmente si mosse l'armata [236] veneta, e per altro cammino andò fiancheggiando la nemica. L'Alviano guidava la vanguardia, il conte di Pitigliano il corpo di battaglia, e Antonio de' Pii coi legati veneti la retroguardia. O per accidente delle strade, o per industria dei Franzesi, tanto s'avvicinarono i due eserciti, che l'Alviano, quando men sel pensava, si trovò necessitato a menar le mani, e si venne ad un terribil fatto di armi nel dì 14 di maggio, due miglia lungi da Pandino, in luogo appellato l'Agnadello. Con sommo valore si combattè da ambe le parti. Ma non passarono tre ore, che toccò la vittoria ai Franzesi. Circa dieci mila restarono morti sul campo, i più nondimeno italiani. V'ha chi dice otto, e chi solamente sei mila, secondo il costume dell'altre battaglie. Slargò ben la bocca il Buonaccorsi con dire uccisi quindici mila e più de' Veneziani. L'Alviano, ferito in volto, restò prigione, e solamente dopo tre anni fu rimesso in libertà. La strage fu nella fanteria veneta, perchè la cavalleria non tenne saldo. Rimasero padroni i Franzesi del campo, di molta artiglieria, insegne e munizioni. Più strano è il trovar qui discordia fra gli scrittori in un punto di somma importanza: cioè, se crediamo al Guicciardino [Guicciardino.], il conte di Pitigliano colla maggior parte si astenne dal fatto di arme, o perchè già vide disperato il caso per la rotta dell'Alviano, o per isdegno contra di lui per avere, contro l'autorità sua, preso a combattere. Fra Paolo dei Cherici carmelitano veronese, che fiorì in questi tempi, e condusse la sua Storia manoscritta sino al 1537, scrive [Paoli de Clerici, Hist. MS.], che esso conte e i provveditori veneti, sbaragliato che fu l'Alviano, vergognosamente se ne fuggirono. L'autore Anonimo Padovano della Storia Veneta sopraccitata asserisce [Storia Veneta MS.] che il Pitigliano entrò colle sue schiere nel fatto d'armi, e gli convenne voltar le spalle. Lo che vien confermato [237] da un'altra Storia veneta manoscritta, il cui autore veneziano pretende [Altra Storia Veneta MS.] che alcuni capitani italiani usassero tradimento, conchiudendo infine che il Pitigliano con pochi si salvò a Caravaggio. Il Bembo [Bembo.] e Pietro Giustiniano [Petrus Justinian. Rer. Venet.] passano sotto silenzio questo punto. Ben pare che se il Pitigliano fosse stato colle mani alla cintola in sì gran bisogno, si sarebbe tirato addosso un rigoroso processo.

Certo è che tutto l'esercito franzese unito combattè, laddove il Pitigliano arrivò a combattere solamente dappoichè l'Alviano era in rotta. Se unita tutta l'armata veneta fosse stata a fronte de' nemici, poteva essere diverso il fine di quella giornata.

Dappoichè il re Luigi ebbe solennizzata in più forme questa vittoria, appellata dipoi di Ghiaradadda, e ordinato che ivi si fabbricasse una Chiesa col titolo di santa Maria della Vittoria, non perdè tempo a profittare di sì buon vento. Impadronissi di Caravaggio e di tutta la Ghiaradadda; e giacchè era corso il terrore per tutte le città venete, poco stette a rendersegli Cremona, per opera di Soncino Benzone, di cui troppo s'erano fidati i Veneziani. Appresso vennero i Cremonesi alla divozion de' Franzesi, e da lì a qualche tempo anche la fortezza. Altrettanto fece Bergamo. La nobiltà parimente e il popolo di Brescia, veggendo imminente l'assedio, e prevedendo la propria rovina, al primo comparir delle armi franzesi, mandarono al re le chiavi della loro città, giacchè aveano dianzi ricusato di ricevere dentro il presidio veneto. Cavalcò dipoi il re al forte castello di Peschiera, dove il Mincio esce dal lago, e, fatta colle artiglierie buona breccia, si venne all'assalto. Stanchi finalmente i cinquecento fanti che erano ivi di presidio, più volte fecero segno di volersi rendere, ma non esauditi, furono infine tagliati tutti a pezzi dai Franzesi, entrati colà a forza d'armi. [238] Pietro Giustiniano, il Guicciardino e il Buonaccorsi scrivono che Andrea Riva provveditor veneto vi fu impiccato ai merli col figliuolo. Con questa barbarie turchesca si facea la guerra in que' tempi da' principi cristiani. Avrebbe anche potuto il re Luigi passare il Mincio, e insignorirsi di Verona, perchè quel popolo, sull'esempio de' Bresciani, non avea voluto ammettere la guarnigion destinata dai Veneziani. Ma perchè il paese di là dal Mincio era riserbato a Massimiliano Cesare, non se ne volle ingerire. Per tante calamità, e perchè riparo non v'era alla diserzion continua delle poche milizie che s'erano salvate somma era la costernazione in Venezia. Il creduto migliore ripiego, a cui s'appigliò quel saggio Senato, fu di tentare ogni via per placare il papa, Cesare e il re Cattolico, giacchè si scorgea inesorabile il re Cristianissimo. Diedero dunque ordine ai cittadini di Verona e Vicenza di rendersi a Massimiliano, subitochè si presentassero l'armi, senza fargli resistenza. Altrettanto fecero sapere a' loro uffiziali esistenti in Faenza, Rimini, Cervia e Ravenna, che rendessero quelle città; e ciò prima che spirassero i giorni prescritti nel monitorio. Questi ordini furono eseguiti, eccettochè per la rocca di Ravenna, che tenne forte, e infine o per comandamento del Senato, o per mancanza di vettovaglie, venne in potere del papa. Un brutto esempio di fede violata si vide allora, perchè i governatori veneti di quella città, contro le capitolazioni, furono ritenuti prigioni. Il duca d'Urbino entrò in possesso di quelle città, e le guarnigioni si ritirarono a Venezia. Ai ministri del re Cattolico nel regno di Napoli s'arrenderono poi le città che i Veneziani possedeano ivi sulle spiaggia dell'Adriatico: del che contento il re più non s'impacciò in guerra contro di loro. Quanto a Massimiliano Cesare, mirabil era la negligenza sua in questo frangente, raunando egli assai lentamente il suo esercito in Trento. Venne finalmente quel dì, in cui il vescovo di quella città ebbe [239] ordine di calare in Lombardia con un corpo di gente. Se gli diedero tosto Verona e Vicenza. Mandato un araldo anche a Padova, che non avea voluto ricevere le genti d'arme de' Veneziani, quel popolo a' dì 4 di giugno consegnò la città a Leonardo Trissino, che vi andò per parte dell'imperadore con soli trecento fanti tedeschi. Anche la nobiltà di Trivigi mandò ambasciatori a Padova ad offerir la città al re dei Romani; ma quegli uffiziali affaccendati in rubare, e in bere il buon vino, tanto tardarono, che sollevatosi in Trivigi un certo Marco Calegaro, gridando: Viva San Marco, mosse la plebe contra de' nobili, diede il sacco agli Ebrei, e tempo a' Veneziani di spedir colà ottocento fanti che quetarono il tumulto, e tennero salda la città, molti de' cui nobili furono mandati a provar cosa fossero i camerotti di Venezia.

Nella lega di Cambrai era entrato anche Alfonso duca di Ferrara, e per maggiormente animarlo il papa l'avea nel dì 19 d'aprile creato gonfaloniere della Chiesa romana [Muratori, Antichità Estensi, tom. 2.]. Mandò egli, nel dì 10 di maggio, trentadue pezzi di artiglieria al campo della Chiesa, ch'era sotto Ravenna. Poscia uscito colle sue genti in campagna, nel dì 30 di quel mese s'impadronì di Rovigo e di tutto il suo Polesine, e poscia d'Este, Montagnana e Monselice, antichi retaggi della Casa d'Este. Così Cristoforo Frangipane prese nell'Istria alcune castella de' Veneziani; ed il duca di Brunswich s'impadronì di Feltre e di Belluno con varie terre del Friuli. Tutto insomma era in conquasso il dominio veneto in terraferma. Per tanta confusione e tracollo delle cose sue volle il senato veneto tentar, se potea, di raddolcir l'animo di Massimiliano Cesare: al qual fine gl'inviarono Antonio Giustiniano con ordine di fare ed esibir tutto, purchè potesse rimuoverlo dal continuar le offese. Leggesi nella Storia del Guicciardino la parlata d'esso oratore, piena di tanta umiltà, [240] che sembrando piuttosto viltà a chi visse parecchi anni dopo quello storico, la giudicarono una mera invenzione di lui, come son tante altre concioni, fatture del solo suo ingegno, ancorchè egli scriva di aver tradotta questa dal latino, nel qual linguaggio fu recitata dal Giustiniano. Io non entrerò in questa disputa, per cui si son molto scaldati vari autori, come diffusamente si può vedere nella Storia franzese della Lega di Cambrai. Solamente dirò, che lo stesso Bembo attesta, dato ordine al Giustiniano di procurare la pace con qualsivoglia dura condizione, e di riconoscere da Cesare qualunque terra dell'impero che la repubblica possedesse in Friuli e Lombardia. Questa ambasciata, ossia che seguisse dopo tante perdite, come vuole il Guicciardino, oppure prima, secondochè s'ha dal Bembo, credendo altri, che due volte il Giustiniano fosse inviato a Massimiliano, a nulla servì. Perciò il senato veneto, non obbliando l'antica sua generosità, diedesi a fare ogni possibile sforzo per accrescere il quasi annichilato esercito suo. Vennero a Venezia i presidii, che abbandonarono la Romagna e il regno di Napoli; giunsero dall'Istria, Albania e Dalmazia non poche schiere di gente bellicosa; e il conte di Pitigliano generale, coll'esibir grosso ingaggiamento, trasse alle sue bandiere assaissimi soldati italiani, di maniera che si mise insieme un esercito capace di campeggiare. Intanto i cardinali Grimani e Contarino aveano fatti buoni uffizii in Roma presso il papa, facendo conoscere che la repubblica coll'avere restituite le città della Romagna entro il termine dei ventiquattro giorni prescritti dal monitorio, non era incorsa nelle censure; e parve loro di scoprire qualche buon raggio di animo mitigato del pontefice: del che avvisato il senato, mandò tosto a Roma ambasciatori con isperanza di guadagnar molto più con questa sommessione. Non furono pubblicamente ricevuti. Pretese il papa non adempiuto quanto era intimato dalla [241] bolla, e però incorse le censure. Mosse ancora varie altre dure pretensioni contra della repubblica. Venuti siffatti disgustosi avvisi al senato veneto, si scatenarono le lingue de' più contra del papa, con giugnere (siccome abbiamo dal Bembo) Lorenzo Loredano figlio del doge a dire ad alta voce, che giacchè il Turco, informato delle lor disgrazie, si era esibito di mandar loro soccorsi, conveniva prevalersene contra di questo non pontefice, ma carnefice, d'ogni crudeltà maestro. Il doge ed altri più saggi presero poi la risoluzion di scrivere al papa lettere piene d'umiltà e d'ubbidienza, confessandosi rei, e rimettendosi alla clemenza di sua santità: lettere che produssero poi buon frutto, siccome diremo.

Aveano già cominciato i Padovani ad assaggiar più d'un poco qual fosse il disordinato governo dei loro ospiti novelli. Frequenti si provavano i rubamenti; non era salvo l'onore delle donne; le risse, che spesso succedeano coi soldati, costavano la vita ai cittadini e il sacco alle lor case. Però non istette molto quel popolo infermo a desiderare di mutar fianco. Di questa lor disposizione, e del poco presidio, e della mala guardia che si faceva in Padova, essendo informati i Veneziani, fu proposto in senato di ricuperar Padova. Vi fu chi arringò in contrario; ma sì efficacemente perorò Lodovico Molino [Petrus Justinian., Rer. Ven., lib. 10.], che fu decretato di tentarne l'impresa. Trovavasi in questi tempi sotto Asolo, terra nobile del Trivigiano, lo smilzo esercito imperiale, di cui era stato creato generale da Massimiliano Cesare Costantino despota della Morea, spogliato dal Turco de' suoi Stati. L'armata veneta, che era a Trivigi, gli diede un giorno una buona spelazzata: lo che accrebbe il coraggio per cose maggiori. Si fece poi correre voce fra i villani del Padovano che si avea da prendere Padova, e permetterne il sacco: sinfonia che mirabilmente infiammò [242] il cuore di quella gente, dimentica di ogni dovere verso la propria città, per sì fatta maniera, che otto mila d'essi, prese l'armi, volarono all'armata, invasati dalla speranza di sì ricco bottino. Anche da Venezia gran copia di nobili e plebei accorse alla desiderata conquista e preda, venendo in barche per la Brenta e pel Bachiglione. Staccatosi dunque da Trevigi l'esercito veneto sotto il comando del conte di Pitigliano, e passato a Noale, fu spedito innanzi Andrea Gritti legato con cinquecento cavalli leggeri; il quale, unitosi con altri fanti che erano a Mirano, e colle brigate dei contadini, sul far del giorno tacitamente s'avvicinò a Padova, e, mandate innanzi alcune carra di fieno, che fecero buon giuoco, ebbe la fortuna di prendere la porta di Codalunga, col cui capitano per altro passava intelligenza. Arrivando poi di mano in mano genti fresche a sostenerlo, s'inoltrò più avanti. Gli uffiziali cesarei sì per questo, come per udire il popolo gridar Marco, Marco, spaventati si rifugiarono nel castello; e contuttochè seguisse qualche battaglia, pure poco stettero i Veneti ad impadronirsi di tutta la città. Gli arrabbiati villani non furono pigri a menar le griffe. Rimasero saccheggiati tutti i banchi, le case e botteghe de' Giudei, e circa ottanta case di nobili padovani aderenti agl'imperiali, con perdita di grandi ricchezze. Tutto era in confusione, urli e grida. Volle Dio che tardasse molto a giugnere il grosso della armata, e che le infinite barche vegnenti per li canali trovassero del contrasto: altrimenti, se giugneva tanta gente, che difficilmente si sarebbe frenata, tutta restava desolata l'infelice città. Ma in questo mentre si proclamò un bando, che sotto pena della forca niun più osasse di saccheggiare; laonde, arrivato nello stesso giorno il Pitigliano col maggior nerbo dell'armata, e chiunque veniva per acqua, trovarono per lor conto sparecchiata la tavola.

Se ascoltiamo l'autor franzese della [243] Lega di Cambrai, fu ricuperata Padova dall'armi venete nel dì 18 di giugno. La verità si è, che sì bel colpo riuscì loro nel dì 17 di luglio di quest'anno, correndo la festa di santa Marina, poi da lì innanzi, ed anche oggidì, molto solennizzata in Venezia per memoria di questo avvenimento, che fu il principio del risorgimento della repubblica. Così ha il Bembo [Bembo.], il Guicciardini [Guicciardini.], Pietro Giustiniano [Giustiniani, Rer. Venet.], la Storia Veneta manoscritta [Storia Veneta MS.]. Nell'altra Storia Veneta, scritta a penna che è di un autor padovano, il quale si trovò presente a questi fatti, è scritto [Anonimo Padovano, Storia Veneta.]: Questo fu a dì 17 del mese di luglio, l'anno di nostra salute 1509, giorno di santa Marina, in martedì: che tale appunto, secondo la lettera dominicale G, fu il dì 17 di quel mese; e non già del 1510, come per errore si legge negli almanacchi di Venezia. Nè si dee tacere, avere quest'ultimo storico con gran franchezza attribuito a un tradimento di Costantino despoto della Morea, che comandava allora le soldatesche italiane di Massimiliano, il riacquisto di Padova fatto dai Veneziani. Pretende egli che papa Giulio avesse già riconosciuto essere il meglio della Chiesa e della Italia che si conservasse la repubblica di Venezia, per opporla non meno ai Turchi, che alle potenze cristiane, le quali venivano a conculcare e mettere in ceppi le provincie italiane: laonde, dati ordini segreti ad esso Costantino di favorir sotto mano i Veneti, il mandò a Trento a Massimiliano Cesare con cinquanta mila ducati per sollecitarlo a calare in Italia, per paura che i Franzesi non prendessero il rimanente dello Stato veneto. Fu inviato costui a Padova colle genti imperiali. Per quanto que' Padovani che amavano il nome imperiale lo scongiurassero di non ispogliar la città [244] dell'opportuno presidio, volle egli andare a campo ad Asolo. Crebbero le apparenze che Padova fosse in pericolo; ma per quanto anche i suoi capitani, cioè Pandolfo Malatesta, Lodovico e Federigo da Bozzolo, il marchese d'Ancisa ed altri, il consigliassero di cacciarsi in Padova troppo sprovvista di gente, nulla mai volle consentirvi. Potrebbe essere che costui non peccasse d'infedeltà, ma bensì di superbia e d'imperizia nel maneggio della guerra. E quando mai fosse stato reo d'infedeltà, sembra più verisimile che da' saggi Veneziani fosse egli segretamente guadagnato, e non già imbeccato dal pontefice, il quale non per anche avea sposati gl'interessi della repubblica veneta. Ebbe Padova motivo di ringraziar Dio per essersi salvata da un sacco universale; ma non potè per altro verso schivare la propria rovina. Imperocchè, bisogna confessarlo, quasi tutta quella nobiltà s'era mostrata vogliosa di mutar governo, e dichiarata in favore degli imperiali. Non ne mancò loro il castigo. Preso che fu da' Veneziani il castello di Padova a discrezione, sì quei nobili che colà s'erano ritirati, che molti altri presi nella città, furono inviati nelle carceri di Venezia, dove Leonardo de' Trissini finì presto la vita, altri sul fine di novembre furono pubblicamente giustiziati (rigore nondimeno fin dallo stesso Bembo disapprovato), e que' pochi che poterono durar ivi per molti anni, si videro poi confinati in varii luoghi delle coste marittime. Oltre a ciò, la maggior parte degli altri nobili padovani fu chiamata a Venezia, con ordine di presentarsi ogni dì a un certo ufficio. Molti di essi e delle principali famiglie, per paura e per altre cagioni, se ne fuggirono dipoi, con venire perciò dichiarati ribelli, ed applicati al fisco tutti i lor beni. L'autor padovano registra il nome di chiunque soggiacque a tal flagello, per cui perì il fiore di quella nobiltà. Qui nondimeno non finirono le sciagure di quel povero popolo.

[245]

L'avere in questa maniera, cioè quasi dissi tanto vilmente, Massimiliano Cesare lasciata perdere la nobil città di Padova, mosse allora le voci di ognuno, e poi le penne, degli storici a proverbiare la di lui somma disattenzione e indolenza nel non mai unire il suo esercito e calare in Italia. Già titubavano anche le città di Verona e Vicenza, nella qual ultima si ritirò in fretta il despota Costantino; e d'uopo fu che, per sostenerla, accorresse il signor della Palissa con settecento lancie franzesi. Intanto i Veneziani ricuperarono tutto il contado di Padova, e venne lor fatto di acquistar anche Lignago, terra ossia castello forte sull'Adige, che mirabilmente servì loro in questa guerra. Riuscì eziandio ai medesimi un colpo che fece grande strepito per Italia. Se ne stava Francesco marchese di Mantova nell'isola della Scala con poche truppe, dimentico della vigilanza e delle precauzioni che ogni accorto capitano dee prendere in tempo di guerra. Di ciò avvisato dai villani Carlo Marino provveditor di Lignago, segretamente disposte le cose, spedì colà Lucio Malvezzi con ducento cavalli leggeri, e Citolo da Perugia con ottocento fanti e molte brigate di contadini, che, giunti la notte, svaligiarono d'armi, cavalli e arnesi tutti i soldati del marchese. Fuggì egli in camicia, e nascoso in un campo di miglio o saggina, promise molto ad un villano, se il salvava; ma, da costui tradito, cadde in mano di chi gli faceva la caccia. Fu condotto a Lignago, e quindi a Venezia, dove fu carcerato nella prigion delle Torreselle, e quivi per lungo tempo si riposò. L'Equicola [Equicola, Cronica di Mantova.] e fra Paolo carmelitano [Paul. de Cler., Hist. MS.] riferiscono al dì 9 d'agosto la prigionia di questo principe. Il Buonaccorsi scrive [Buonaccorsi, Diario.] che nel dì 7 dì agosto s'intese questa nuova in Firenze. Ma falla, perchè il Bembo [Bembo.] va d'accordo [246] coll'Equicola. Intanto il re Lodovico era tornato in Francia. Per ordine di Massimiliano, il principe di Analto, il duca di Brunsvich e Cristoforo Frangipane fecero guerra ai Veneziani, e misero sossopra il Friuli e l'Istria, dove seguirono saccheggi, incendii e baruffe non poche. Udine capitale del Friuli fece buona difesa; più ancora ne fece Cividale contro le artiglierie e gli assalti d'esso duca. E perciocchè ben conoscevano i Veneziani che il pigro Massimiliano Cesare, dopo aver tante volte detto di voler calare in Italia, una volta infine calerebbe e che il suo turbine s'andrebbe a scaricar sopra di Padova, si diedero colla maggior sollecitudine a fortificar la città, e a provvederla di meravigliosa quantità di viveri e munizioni da guerra. Colà ancora spinsero il nerbo maggiore della lor fanteria e cavalleria, colla giunta di ducento giovani veneti volontarii, cadauno de' quali menò seco a sue spese dieci o quindici o venti uomini armati. Il doge Loredano servì d'esempio agli altri col mandarvi due suoi figliuoli. Lo stesso conte di Pitigliano generale dell'esercito, quando fu il tempo, s'andò quivi a rinchiudere.

Circa gli ultimi dì d'agosto venne alla perfine alla volta di Padova l'esercito di Massimiliano re de' Romani; esercito formidabile pel numero de' combattenti, ma senza ordine, senza unione, perchè composto di varie nazioni e di molti volontarii. Lo stesso re v'era in persona, ma seco non era venuto quell'oro che occorreva al bisogno delle grandi imprese, avendo questo principe sempre avuto non minor cura di raunarne, che di lasciarselo fuggire di mano, avaro insieme e prodigo. Cento cinquanta cinque mila scudi d'oro, a lui pagati del re Luigi per l'investitura di Milano, ottenuta nel dì 14 di giugno dell'anno presente [Du-Mont, Corp. Diplomat.], c circa cento sessanta mila ducati d'oro che per più capi esso Augusto avea ricavato dal papa, fecero presto le ali. Però la principal paga, che si dava a questa [247] gente, era di permetter che saccheggiassero tutto il Padovano. Terribile fu infatti la desolazione di quel fertilissimo paese; ma costò anche non poco a quei nobili assassini, perchè i contadini, oltre all'essere sempre stati ben affetti e fedeli alla repubblica, irritati dal crudel trattamento d'essi imperiali, quanti ne poterono cogliere, tanti sacrificarono alla loro vendetta. Venne a rinforzare l'armata cesarea Ippolito cardinale d'Este, personaggio intendente delle cose di guerra, spedito da Alfonso duca di Ferrara suo fratello con cento lancie, ducento cavalli leggeri, due mila fanti, pagati a sue spese, e gran copia di artiglierie. Giunse ancora Lodovico Pico conte della Mirandola, mandato da papa Giulio, con ducento lancie della Chiesa e ducento cavalli leggeri. Mandovvi parimente il governator franzese di Milano molti uomini d'armi e munizioni da guerra in abbondanza. Quando ognun si credeva che Massimiliano con sì potente esercito avesse da assorbire Padova, cominciò egli a perdere il tempo in impadronirsi di Limene, Monselice, Este, Montagnana ed altri luoghi. Lo storico padovano attribuisce ancor questo ai consigli del despota della Morea e del conte della Mirandola per le segrete commissioni date loro dal papa. Si venne pure una volta a stringere d'assedio Padova nel mese di settembre: assedio strepitoso, descritto dal Guicciardini, dagli storici veneti e dall'Anonimo Padovano. Altro a me non permette di dire l'istituto mio, se non che per quindici giorni vi si fecero di grandi prodezze dall'una parte e dall'altra, e vi perirono migliaia di persone; finchè, nel dì 27 di settembre, fu sì valorosamente difeso un bastione dall'assalto degl'imperiali, che loro calò la voglia di tentarne di più. Avendo dunque assai conosciuto Massimiliano l'insuperabil difficoltà dell'impresa, scemata di molto l'armata sua, vicine le pioggie, che poteano fargli più guerra che gli stessi avversarii, nel principio di ottobre si ritirò con tutte le sue [248] genti in Vicenza. E quindi, licenziata buona parte di esse, con poco onore se ne tornò in Germania.

Dopo sì felice successo, maggiormente cresciuto l'animo ai Veneziani, ricuperarono con facilità Vicenza, aiutati da quel popolo, che sospirava di tornare alla loro ubbidienza. Quindi s'inoltrarono sotto Verona, città che sarebbe caduta anch'essa, se il signor di Sciomonte non l'avesse rinforzata con trecento lancie franzesi, con somministrare anche le paghe a quel presidio, a cui non poteva o sapeva provvedere Massimiliano. Per questo l'armata veneta prese quartiere nel verno a Soave, San Bonifazio e Cologna, continuamente scorrendo poi sino alle porte di Verona, e tenendola molto angustiata. Ricuperarono eziandio i Veneti Feltre, Cividal di Belluno, ed altri luoghi nel Friuli. Ma il loro sdegno maggiore era contra di Alfonso duca di Ferrara, non solamente per aver egli tolto loro il Polesine di Rovigo, ma per essersi anche fatto investire da Massimiliano Cesare di Este e Montagnana, antichi dominii della sua casa. Pertanto a' suoi danni spedirono per Po un'armata di diciotto galee, di alcuni galeoni e di assaissime altre barche tutte piene di combattenti, sotto il comando di Angelo Trevisano. I saccheggi ed incendii di qua e là dai gran fiume, furono per più giorni il continuo loro esercizio; il che riempiè di spavento la stessa città di Ferrara. A questo improvviso temporale non punto sbigottito il duca Alfonso, unite che ebbe le sue genti, ed ottenuto anche un rinforzo di Franzesi, uscì contro i Veneti, premendo a lui specialmente di sloggiar li da una bastia che essi aveano piantata di qua dal Po in faccia alla Polesella Sanguinoso ed inutile riuscì l'assalto dato a quel sito nel dì 30 di novembre. Perì in quelle battaglie Lodovico Pico conte della Mirandola, stando a' fianchi del cardinal d'Este. Fu anche nel dì 4 di dicembre presa dai Veneziani la città di Comacchio, e saccheggiata con tutte [249] le barbare appendici della licenza militare. Maniera non appariva di levarsi di dosso così malefici spiriti, se non che lo ingegno del cardinal d'Este seppe trovare un valevol esorcismo. Non pochi cannoni e colubrine fece egli postare di notte dietro gli argini del Po di sopra e di sotto della flotta veneta; e col taglio di essi argini formate le occorrenti troniere, sul fare dell'alba nel dì 21 di dicembre cominciò a salutar con que' bronzi le galee e barche nemiche. Due di quelle galee calarono a fondo, una restò consunta dal fuoco. Ognuno cercò di fuggire. Lo stesso Trivisano ebbe pena a salvarsi. Giunte ancora addosso a loro molte barche piene di soldati ferraresi, fecero del resto, in maniera che vi restarono circa tre mila Veneti o uccisi, o annegati, o presi. Vennero in potere di Alfonso tredici galee con assaissimi legni, molte bandiere, infinite munizioni da bocca e da guerra; e il tutto trionfalmente fu condotto a Ferrara, dopo aver presa a forza d'armi la bastia de' Veneziani, con tagliar a pezzi secento Schiavoni che ivi erano di presidio.

Con questi sì strepitosi successi terminò la campagna dell'anno presente in Lombardia. Altri se ne contarono in Toscana. Imperciocchè i Fiorentini, il maggior pensiero de' quali era la ricuperazion di Pisa, mentre le altre potenze erano impegnate altrove, si accinsero a dar l'ultima mano a quell'impresa. Sapeano che quell'ostinato popolo per la fame si trovava ridotto ad un miserabile stato, cibandosi la plebe de' più schifosi alimenti. S'erano preparati in Genova molti legni, per condurre a quella città una buona quantità di grano. Se n'ebbe notizia in Firenze, e però furono inviati uomini di arme e artiglierie alle foci dell'Arno e in Val di Serchio, per impedire il passo. Furono astretti, nel dì 18 di febbraio, i Genovesi a tornarsene indietro. Fabbricate poi due bastie con un ponte sopra Arno, strinsero i Fiorentini maggiormente quella città, i cui rettori finalmente, vedendo [250] disperato il caso, mossi ancora da qualche interna sollevazione, inviarono ambasciatori a trattar della resa. Benchè avessero i Fiorentini potuto aver quella città da lì a poco tempo a discrezione, e vendicarsi di quel popolo da cui aveano ricevute non poche ingiurie, pure non lasciarono da saggi di accettar la resa con delle condizioni molto amorevoli e vantaggiose ai Pisani: capitolazione che fu anche religiosamente osservata, dal che ne venne loro gran lode. Vi entrarono dunque pacificamente nel dì 8 di giugno, e vi fecero tosto rifiorir l'abbondanza e la pace.


   
Anno di Cristo MDX. Indizione XIII.
Giulio II papa 8.
Massimiliano I re de' Romani 18.

Non fu men del precedente fecondo il presente anno di guerre, di spargimento di sangue e di rivoluzioni in Lombardia. Per conto de' Veneziani, dolorosa bensì loro riuscì la perdita che fecero di Niccolò Orsino conte di Pitigliano, che, per le tante vigilie e fatiche nella difesa di Padova, infermatosi in Lunigo, sul fine di febbraio cessò di vivere in età d'anni sessantotto. Fu portato il suo cadavero a Venezia, e datagli sepoltura ne' Santi Giovanni e Paolo, con aver poi la gratitudine del senato posta a sì fedele sperimentato generale una statua dorata, e una molto onorevole memoria. Ma raggi di speranze maggiori cominciarono a trasparire per la repubblica veneta dal canto di papa Giulio. Dacchè questi ebbe riacquistato quanto apparteneva di Stati alla Chiesa romana, fecero gran breccia nel cuore di lui l'umiliazione de' Veneziani, le insinuazioni de' cardinali veneti in Roma, e più d'ogni altra cosa il considerare che non era bene il totale abbassamento della potenza veneta, che specialmente veniva riguardata come sostegno a dell'Italia contra del Turco; e per lo contrario potea solamente nuocere l'ingrandimento de' potentati oltramontani [251] in Italia. Però fin d'allora concepì compassione verso la repubblica, e abborrimento alla lega di Cambrai. Vi volle del tempo a smaltir tutte le rigorose condizioni che il papa esigeva da' Veneziani, se bramavano daddovero di rimettersi in sua grazia; ma questi infine, prendendo legge dal presente bisogno e dall'inflessibilità del pontefice, gli accordarono quanto ei volle. E però, nel dì 24 di febbraio, furono ammessi gli ambasciatori veneti, e data l'assoluzione alla repubblica: del qual passo sopra gli altri si mostrò malcontento il re di Francia, che da ciò ben comprendea dove già piegasse l'inclinazion del pontefice. Più chiaramente se n'avvide egli dipoi, perchè Giulio si diede a maneggiar pace fra Massimiliano Cesare e i Veneziani, e a muovere l'Inghilterra contro la Francia, e a tirar dalla sua gli Svizzeri. De' suoi negoziati altro a lui non riuscì se non quest'ultimo, avendo egli stabilita lega con quei Cantoni: il che fatto, alzò maggiormente il capo, e cominciò a muovere liti contra di Alfonso duca di Ferrara, mal digerendo ch'egli fosse sì attaccato alla Francia. Imperiosamente dunque gli comandò di non far da lì innanzi sale a Comacchio in pregiudizio delle saline di Cervia, siccome dianzi non ne facea, quando Cervia era in mano de' Veneziani. Al che rispondeva il duca di non essere tenuto per alcuna capitolazione col papa per questo, nè dovergli essere ciò impedito, dacchè egli riconosceva per le sue investiture solamente dall'imperio la città di Comacchio. Suscitò ancora altre querele col re Lodovico, una delle quali fu, ch'egli non avesse a ritener sotto la sua protezione esso duca di Ferrara.

Intanto il re di Francia, che per tempo con un trattato s'era assicurato del re d'Inghilterra, assai chiarito della disattenzion del re de' Romani, informato ancora dei disordini ch'erano in Verona, con pericolo che quella città ricadesse in potere de' Veneziani, stante la continuata vicinanza del loro esercito a quella città; [252] ebbe cura di assodar meglio quell'antemurale allo Stato di Milano. Dati perciò sessanta mila ducati d'oro a Massimiliano, ne ricevette in pegno la cittadella di Verona (dove mise buon presidio) e il castello di Lignago, se poteva ritorlo ai Veneziani. Quindi amendue si diedero a far gran preparamenti d'armi, per continuare più che mai la guerra contro la repubblica, la quale dal canto suo non tralasciava d'armarsi affin di resistere a tanti nemici. Presero i Veneziani per governatore dell'esercito loro Lucio Malvezzo, e per capitano della fanteria Lorenzo appellato Renzo da Ceri; nel qual tempo, con intelligenze che aveano in Verona, tentarono una notte di sorprendere quella città colle scale. Andò il colpo fallito: il che costò la vita a molti che furono creduti o trovati veramente rei della congiura. Venuto il mese d'aprile, eccoti comparire a Verona mille cavalli ed otto mila fanti inviati da Massimiliano Cesare sotto il comando del principe di Analt. Di là a non molto Carlo d'Ambosia governator di Milano con Gian-Giacomo Trivulzio, seco conducendo mille e cinquecento lancie, dieci mila fanti, tre mila cavalli leggeri e grosso treno d'artiglieria, vennero a passar l'Adigetto alla Canda, e cominciarono ad entrare sul Padovano. Alfonso duca di Ferrara mosse anch'egli le armi sue nel dì 12 di maggio, e tornò a farsi rendere ubbidienza dal Polesine di Rovigo, da Este, e dagli altri luoghi che anticamente furono signoreggiati da' suoi maggiori, che nel precedente autunno gli erano stati ritolti da' Veneziani. All'approssimarsi di sì poderosi nemici, s'era già l'esercito veneto ritirato dal Veronese a Vicenza; ma perchè neppur quivi si tenne sicuro, passò oltre sul Padovano alle Brentelle. Abbandonati i poveri Vicentini, gente ben consapevole del mal animo che nudriva il principe di Analt contra di loro, pretendendoli ribelli, gli spedirono ambasciatori. Solamente poterono ottenere che la città restasse esente dal fuoco, purchè pagassero trenta [253] mila ducati d'oro. Ebbe tempo quel popolo di salvare in Padova ed in altri luoghi il meglio delle robe sue e mogli e figli; ed essendo restati pochi abitatori in quella città, arrivati che furono i Tedeschi, rubarono ciò che poterono, ma non ciò che speravano. Un atto di somma crudeltà commisero dipoi i Tedeschi. A Costoza villa del Vicentino sotto la montagna cavate si truovano grotte o caverne di mirabil estensione (dicono di tre miglia) a guisa di labirinto, formate unicamente, per opinione d'alcuni, dai cavatori di pietre atte al fabbricare. Son chiamate il Covolo, ossia la grotta di Masano. Qualunque sia stata l'origine d'esse, che è tuttavia in forse, colà entro s'era rifugiato uno sterminato numero di Vicentini infelici, ed anche di nobili colle loro famiglie e masserizie, credendosi ivi in sicuro, come altre volte, e specialmente nella guerra dell'anno precedente erano stati. Informata l'avida gente tedesca che ivi si nascondeva un ricco bottino, corse per impadronirsene. Ma perchè l'entrata era stretta e ben difesa da quei di dentro, raunata gran copia di fascine e paglie, e spintala nell'imboccatura delle caverne, tanto fumo, con attaccarvi il fuoco, entrò colà, che ne rimasero soffocate da secento persone tra grandi e piccoli, e forse più: barbarie che anche oggidì fa orrore.

Restò l'esercito tedesco sul Vicentino, perchè impedito di passar oltre. Intanto i Franzesi, a' quali premeva di acquistar Lignago, ne formarono l'assedio, in cui se meravigliosa fu la lor bravura, non minor fu quella dei difensori. Pure, in sette soli giorni formate le breccie, nel dì 12 di giugno per forza entrarono i Franzesi in quel castello, creduto allora inespugnabile, ed un orrido sacco vi diedero colla morte di ducento fanti veneziani e di moltissimi degli abitanti. Scrive fra Paolo Cherici carmelitano, della cui Storia MS. mi servo io ora, che, essendo ivi fanciullo di nove anni, vide quel fiero scempio, e quasi miracolosamente si salvò dalle spade franzesi. Carlo [254] Marino provveditore coi capitani, ritiratosi nella rocca, non tardò a rendersi a discrezione, con restar prigioniere. Tale fu il principio di questa campagna, per cui i Veneziani, vedendo andare di male in peggio le cose loro, condussero al loro stipendio cinquecento Turchi sotto il comando di Giovanni Epirota. Ricorsero ancora in Costantinopoli al Gran Signore, rappresentandogli il pericolo suo, se lasciava tanto ingrandire i principi cristiani. Ne riportarono di grandi promesse, che poi tutte finirono in fumo. Ma le maggiori loro speranze erano riposte in papa Giulio, che, dimentico affatto degli obblighi contratti nella lega di Cambrai, tutto avea rivolto l'animo alla loro difesa. Si studiò egli di separar Massimiliano Cesare da' Franzesi, con offerirgli il danaro occorrente per riscuotere da essi la cittadella di Verona; e perciocchè avea già fatto nascere liti col re Lodovico, cominciò un trattato in Genova, per fargli ribellare quella città. Cercò ancora di muovere Arrigo re di Inghilterra contra di lui. Quello che più importa, prese al suo soldo quindici mila Svizzeri, acciocchè scendessero ai danni del re nello Stato di Milano. Calata poi la visiera, cacciò da sè gli oratori d'esso re e del duca di Ferrara; e mentre questo ultimo si trovava colle sue genti ed artiglierie all'assedio di Lignago, gli fece comandare che desistesse dall'aderenza de' Franzesi. Per quanto s'interponesse Massimiliano in favore di lui, il pontefice nel dì 9 d'agosto, benchè appoggiato a sole ragioni frivole, per non dir calunniose, fulminò contra d'esso Alfonso tutte le maggiori censure e maledizioni, dichiarandolo decaduto e privato del dominio di Ferrara, e di quanto egli riconosceva dalla Chiesa. Quindi mosse tutte le sue forze, comandate da Francesco Maria suo nipote e duca d'Urbino, contra dei di lui Stati.

Per queste novità gli affari della repubblica, che pareano in total decadenza, cominciarono a mutare aspetto. Riuscì [255] bensì all'armata franzese, che s'era unita colla imperiale, di tagliare a pezzi per la maggior parte la cavalleria turchesca che militava per li Veneziani. Dopo di che si presentarono le due armate sotto Monselice, e cominciarono con grand'empito l'assedio. Ma dai movimenti e trattati del papa, che vennero a scoppiare, rimasero sturbati tutti i loro disegni. Cioè si intese che Marco Antonio Colonna con grossa compagnia di cavalli e fanti avea passata la Magra, ed occupata la Spezie; e giunte colà tredici galee, si disponevano a rimettere in Genova Giovanni ed Ottaviano Fregosi. Gli Svizzeri già raunati minacciavano d'entrare nello Stato di Milano. Il duca d'Urbino col cardinal di Pavia e con grosso esercito, nel dì 3 di luglio, diede principio anch'egli alle ostilità contra del duca di Ferrara, con prendere Massa de' Lombardi, Bagnacavallo, Lugo ed altre terre. Ed ecco dove s'impiegavano allora i tesori della Chiesa romana. Ai primi avvisi di tali movimenti, Carlo d'Ambosia signore di Sciomonte accorse col principal nerbo delle sue milizie alla guardia dello Stato di Milano, e il duca Alfonso a Ferrara. Venne poi fatto agl'imperiali dopo molte fatiche di prendere per assalto la rocca di Monselice colla strage di tutto quel presidio. Ma da lì innanzi convenne ai collegati pensar più alla difesa propria che all'offesa altrui. Mentre il duca di Ferrara attendeva a premunirsi contra dell'armata pontificia in Romagna, un maggiore inaspettato incendio divampò in altra parte; perciocchè, avendo gli uffiziali del papa intelligenza in Modena coi conti Francesco Maria e Gherardo de' Rangoni, appena comparvero a Castelfranco, che questa città mandò loro le chiavi, di maniera che v'entrarono pacificamente al dì 19 di agosto, e la cittadella tardò poco a capitolare anch'essa. Impadronironsi poscia di Carpi, di San Felice e del Finale, e portarono la guerra fin presso a Ferrara colla sola separazione del ramo del Po, che allora scorrea presso di quella città. [256] Ad animar maggiormente l'armi pontificie ci mancava la persona dello stesso guerriero papa Giulio; ed egli non lasciò di comparire a Bologna nel dì 22 di settembre. Nel qual mentre i Veneziani per terra e per Po fecero aspra guerra nel Polesine e Ferrarese al duca Alfonso, il quale, intrepidamente or qua or là scorrendo, studiò di sostenersi in mezzo a tante tempeste. Tali doglianze poi fece Massimiliano Cesare col papa, per l'occupazione di Modena città dell'imperio, che Giulio s'indusse a depositarla in mano di lui nel dì 31 di gennaio del seguente anno, con patto di non restituirla al duca Alfonso, e che intanto si esaminasse a chi essa dovesse appartenere. Era fin qui stato prigione in Venezia Francesco Gonzaga marchese di Mantova. V'ha chi scrive, che per le minaccie del sultano de' Turchi, guadagnato dai Mantovani o dal re di Francia, fu messo in libertà. Tuttavia par più probabile che ciò avvenisse per l'interposizione di papa Giulio e per li saggi riflessi del senato veneto; avendo essi conosciuto quanto potesse lor giovare il tirar questo principe nel lor partito in circostanza di tanto rilievo. La verità si è, ch'egli nel dì 30 di luglio non solamente uscì di prigione, ma fu anche rimesso in grazia de' Veneziani; e il papa, che avea privato il duca Alfonso del grado di gonfalonier della Chiesa, conferì questa dignità allo stesso marchese nel dì 3 di ottobre, come consta dalla sua bolla presso il Du-Mont [Du-Mont, Corp. Diplomat.]. Così quel principe sposò anch'egli (almeno in apparenza) gl'interessi del papa e de' Veneziani: nel che nondimeno si comportò dipoi con molta saviezza.

Dappoichè colla partenza dello Sciomonte e del duca di Ferrara l'esercito di Massimiliano si trovò troppo snervato in paragone del veneto, prese la risoluzione di ritirarsi a Verona, e di abbandonar Vicenza, che tornò alla divozione della repubblica. Nel ritirarsi ebbero le sue genti sempre alla coda i Veneziani, [257] i quali, tuttochè fosse lor presentata la battaglia, mai non vollero accudire a sì azzardoso giuoco. Di questo buon vento si prevalsero ancora gli altri provveditori veneti, per riacquistare Asolo del Trivisano, Marostica, Cividal di Belluno, il Polesine di Rovigo ed altri luoghi. Passò dipoi il grosso loro esercito sotto Verona, e, messa mano alle artiglierie, cominciarono a bombardare quella città. V'era dentro il duca di Termine, uffiziale del re Ferdinando, a cui, per esser morto in quel tempo di flusso il principe di Analto, era toccato il comando delle truppe collegate. Fece egli buona difesa sì per ripulsare gli aggressori, come per tenere in freno i Veronesi, molti de' quali manteneano corrispondenze co' Veneziani; finchè un capitano spagnuolo, chiamato Calandres, ottenuta licenza dal duca, uscì una notte con quattrocento fanti, e con tal valore assalì la guardia delle nemiche batterie, che ne fece strage grande, con inchiodar anche quattro dei lor cannoni, e gittarli nella fossa. Vi perì fra gli altri Citolo da Perugia, uno dei più valorosi capitani dell'armata veneta. Questo colpo, e l'avviso che gli Svizzeri, siccome dirò fra poco, erano tornati a casa loro, cagion fu che i Veneziani, dopo tre dì, cioè nel dì 12 di settembre, levarono il campo, e si ritirarono a Soave e San Bonifazio. Mentre di questo tenore procedevano nella bassa Lombardia le cose della guerra, per opera di papa Giulio tentato fu di far ribellare al re di Francia la città di Genova [Agostino Giustiniani, Annali di Genova. Guicciardino. Senarega, de Reb. Genuens.]. In quelle vicinanze era già giunto il Colonna colle milizie del papa per terra; e le galee venete anch'esse, dopo aver preso Sestri e Chiavaro, si presentarono a Genova, sperando ivi delle già manipolate sollevazioni. Ma niun si mosse; ed essendo accorsi in quella città varii aiuti, convenne ritirarsi; e a chi dovette tornar per terra costò caro. Non per questo si quetò il pertinace animo di papa Giulio. [258] Sul principio di settembre di nuovo spedì verso Genova più numerosa flotta, sperando che gli Svizzeri per terra venissero nello stesso tempo a darle mano per assalire quella città. Svizzeri non si videro; ed, usciti con buona copia di legni i Genovesi, diedero la caccia ai pontifizii, facendoli tornare con gran fretta a Cività Vecchia. Quanto ad essi Svizzeri mossi dal papa contro lo Stato di Milano, calarono ben essi verso Varese, ma sprovveduti d'artiglierie, di ponti e d'altri arnesi da guerra. S'inoltrarono verso Appiano; e l'Ambosia o vogliam dire lo Sciomonte, quantunque assai debole di forze, gli andava costeggiando, e tenendoli ristretti con varie scaramuccie. Piegarono dipoi verso Como, e infine, scorgendo le difficoltà di passar oltre, oppure per mancanza di vettovaglie, se ne tornarono bravamente alle lor case, avendo mangiato a tradimento il pane del papa. Pretendono gli storici genovesi contemporanei, che costoro, dopo avere ricevuti dal papa settanta mila ducati d'oro per venire, ricevessero poi da' Franzesi altra buona somma per tornare indietro, non senza infamia del loro nome.

Tornata che fu la quiete in Genova e nello Stato di Milano, l'Ambosia si mosse per venire in soccorso del duca di Ferrara, che era battuto da tante parti. Si pensava egli di potere ricuperar Modena; ma, essendo entrato in essa città un buon presidio, e ridottosi a questa parte tutto l'esercito pontifizio, nulla potè per un pezzo operare. Servì nondimeno questo suo movimento a far respirare il duca Alfonso, che potè allora pigliar il Finale e Cento. Ma mentre egli si preparava ad unirsi con lo Sciomonte, gli fu d'uopo attendere a casa, perchè i Veneziani con due armate, parte per terra e parte pel Po, vennero ad infestare il Ferrarese. Riuscì al prode duca nel dì 28 di settembre colle sue genti comandate da Giulio Tassoni di dar loro due sconfitte in Adria e alla Polesella, [259] con condurre a Ferrara settanta dei loro legni, molta artiglieria ed altre prede. Deliberò in questi tempi lo Sciomonte, dopo aver preso Carpi, di portar la guerra sino a Bologna, commosso specialmente dalle premure di Annibale e di Ermes Bentivogli, che gli rappresentavano facile quell'acquisto. Però nel dì 17 d'ottobre, occupato colle artiglierie il castello di Spilamberto, e poi Castelfranco, nel dì 19 fece scorrere alcune squadre di cavalleria fino alle porte di Bologna. Gran paura n'ebbero i cardinali e cortigiani del papa, che ivi si trovava convalescente, ma non già il papa stesso; e vi vollero gli argani ad indurlo a trattar di pace, perch'egli aspettava a momenti un gagliardo soccorso da' Veneziani e dal re Cattolico. Pure, lasciatosi vincere, inviò Gian-Francesco Pico conte della Mirandola e celebre letterato allo Sciomonte, più per voglia di guadagnar tempo, che di accettar pace alcuna. Alte furono le condizioni proposte dal generale franzese, che si veggono registrate dal Guicciardino; e si andò giocando di scherma alcuni dì, finchè, sopraggiunti a Bologna dei grossi rinforzi di gente, questi fecero ritornare il papa alla consueta alterezza e sprezzo dei nemici. Lo Sciomonte, a cui mancavano le vettovaglie, se ne tornò indietro sonoramente deluso, pentendosi, ma inutilmente, di non essere marciato a dirittura a Bologna che, sguarnita allora, potea facilmente cadere in sua mano.

Fumava di rabbia papa Giulio, uomo, per consenso di tutti gli storici, impastato di bile, e tacciato ancora di disordinato amore del vino, per l'insulto fatto dai Franzesi ad una città pontificia, e città, dove soggiornava egli stesso in persona. Si rodeva tutto ancora d'odio contra di Alfonso duca di Ferrara, per vederlo sostenuto sì poderosamente dai Franzesi.

E giacchè questi s'erano per la maggior parte ritirati nello stato di Milano, pieno di ardore e di speranza di conquistar Ferrara, dopo avere unito ad un gagliardo [260] esercito le schiere a lui inviate dal re Cattolico, mosse le sue armi a quella volta. Ma il verno era venuto, le strade si trovavano quasi impraticabili; e però da lui fu presa la risoluzione di assediar intanto la Mirandola, piazza forte e fornita di presidio franzese. All'armata sua riuscì, nel dì 19 di dicembre, di aver per forza la terra della Concordia: il che fatto, passò all'assedio della Mirandola, col cui acquisto si veniva maggiormente a stringere e bloccare Ferrara. Circa questi tempi Lodovico XII re di Francia, oltremodo alterato pel procedere del pontefice, il quale avea infine fatto mettere in castello Santo Angelo il cardinale d'Auch, ministro deputato agli affari del re in Roma, si diede a studiar le maniere di opporsi ai maggiori disegni e tentativi di lui. Nel dì 17 di novembre assodò con un nuovo trattato la lega con Massimiliano Cesare. Avendo anche fatto raunare nel dì tre di settembre un copioso concilio [Lab. Concil., tom. 13. Belcaire, Comment. Gall.] (conciliabolo appellato da altri) de' vescovi di Francia, volle udire il lor parere, se era lecito a lui il difendere contro il papa un principe dell'imperio, a cui esso papa avea mossa guerra con pretensioni sopra uno Stato che quel principe teneva dall'imperio con prescrizione più che centenaria. Gli fu risposto di sì. Fu d'avviso l'autore franzese della Lega di Cambrai [Histoire de la Ligue de Cambray.], che questa dimanda riguardasse i Bentivogli, i quali Giulio II avea cacciati da Bologna dopo un possesso centenario. Ma chiara cosa è che si parlava della città di Comacchio, posseduta dalla casa d'Este con sole investiture imperiali per più di cento cinquanta anni. Se quello scrittore avesse consultato il Mezeray [Mezeray, Histoire de France, tom. 2.] e il Serres [Serres, Histoire de France, tom. 2.], storici franzesi, avrebbe conosciuto che la lite era per un feudo dell'imperio, e nominatamente per Comacchio. [261] I Bentivogli interpolatamente signoreggiarono in Bologna, nè mai pretesero che quella fosse città dell'imperio, anzi ne riconobbero sempre per sovrani i papi. E fin qui si poteano comportare le precauzioni del re Lodovico. Ma egli si lasciò trasportare più oltre, essendo convenuto con Massimiliano di far convocare a Lione un concilio generale per trattarvi della riforma della Chiesa, e con animo, per quanto fu creduto, di deporre papa Giulio, il quale invece di adempiere il giuramento da lui fatto di raunar esso concilio, s'era dato alle armi con iscandalo della cristianità. E già cinque cardinali, disgustati di lui, e fuggiti dalla sua corte, minacciavano questo scisma. Non manca chi ha scritto, aver pensato Massimiliano di farsi eleggere papa, o di farsi dichiarar capo della Chiesa come imperadore. Sembra ben giusto il creder questa una delle vane, anzi ridicolose dicerie di que' tempi. La pietà è stata sempre dote ereditaria dell'augustissima casa d'Austria, e di questa niuno osò dir mancante Massimiliano imperadore eletto. Con ciò si diede il re Luigi a far nuovi preparamenti di guerra, siccome all'incontro papa Giulio dal suo canto a maggiormente tirare nel suo partito Ferdinando il Cattolico, principe che, al pari di lui, abborriva l'ingrandimento de' Franzesi, e sommamente sospirava di cacciarli di Italia.


   
Anno di Cristo MDXI. Indizione XIV.
Giulio II papa 9.
Massimiliano I re de' Rom. 19.

Videsi nel verno di quest'anno uno spettacolo che fu e sarà sempre deplorabile nella Chiesa di Dio: cioè un vecchio papa fare da general d'armata, e comandar artiglierie ed assalti, senza curare l'alta sua dignità, e i doveri di chi è vicario del mansueto e pacifico nostro Salvatore. Si continuava l'assedio della Mirandola dall'esercito pontificio, accresciuto [262] da molte milizie venete; ma non con quella celerità che avrebbe voluto l'impaziente papa Giulio II, passato a San Felice, per accalorar l'impresa in quelle vicinanze [Bembo. Guicciardino. Storia Ven. MS.]. Natigli in cuore sospetti e diffidenze contra de' capitani, e fin contro lo stesso suo nipote duca d'Urbino, si fece egli portare in lettiga al campo. Fu quel verno uno de' più rigorosi che mai provasse l'Italia. Per più giorni nevicò; tutto era neve e ghiaccio, e frequente un asprissimo vento. Pure nulla potè trattenere il marziale ardore del papa dall'assistere ai lavori, a far piantare le artiglierie e a regolar gli attacchi, con essere più volte stata in pericolo della vita la sacra sua persona; mentre i cardinali colla testa bassa e coll'animo afflitto detestavano somigliante eccesso. La breccia formata, e il grosso ghiaccio sopravvenuto alle larghe e profonde fosse della Mirandola, indussero Francesca figlia di Gian-Jacopo Trivulzio, e vedova del fu conte Lodovico Pico, a capitolar la resa di quella piazza. Tanta era la voglia del papa di entrarvi, che senza voler aspettare che si disimbarazzasse ed aprisse la porta, per la breccia con una scala v'entrò nel dì 21 di gennaio, e ne diede poscia il possesso a Gian-Francesco Pico, che la pretendeva di sua ragione. Si fermò il pontefice dieci giorni ivi, per prendere riposo dopo tante fatiche, e poi se ne andò tutto glorioso a Ravenna, con tenersi oramai in pugno l'acquisto anche di Ferrara. Trovavasi Carlo d'Ambosia signor di Sciomonte e governator di Milano, svergognato non poco per essersi lasciato burlare sotto Bologna, e per non aver dato soccorso alla Mirandola: per lo che era caduto in disgrazia anche presso i suoi soldati. Rondava egli intorno a Modena, e inteso che v'era dentro poco presidio, ma senza sapere, o fingendo di non sapere che questa città la avesse ricevuta Massimiliano Cesare in deposito, e mandato a governarla un suo uffiziale, gli cadde in pensiero di ricuperarla [263] nel dì 18 di febbraio, e di cancellar con questa prodezza il disonor passato. Ma non gli venne fatto, perchè niun de' cittadini, come era il concerto, si mosse. Ritiratosi poi egli a Correggio, ed infermatosi, diede fine al suo vivere nel dì 10 di marzo con che restò pro interim il comando delle armi franzesi a Gian Jacopo Trivulzio maresciallo di Francia, generale di gran nome nel mestier della guerra.

Stando papa Giulio in Ravenna, avea spedito un corpo di cinque mila fanti, sostenuti da alcune squadre di cavalli leggeri e d'uomini d'armi, con ordine di prendere la bastia della Fossa Zaniola, antemurale di Ferrara verso il Po di Argenta. Per secondar l'impresa, passarono a quella volta tredici galee sottili e molti legni minori de' Veneziani. Il duca di Ferrara, a cui premeva forte di sostenere quel sito, messe insieme le sue genti, alle quali si unì lo Sciattiglione con alcune schiere franzesi, con tal segretezza marciò a quella parte, che si scagliò loro addosso nell'ultimo giorno di febbraio, quando a tutt'altro pensavano. Fu in poco tempo sbaragliato quel picciolo esercito con istrage e prigionia di molti, e coll'acquisto di molte bandiere, artiglierie e bagaglio. Riuscì dipoi al medesimo duca nel dì 25 di marzo di battere e far fuggire la flotta veneta, che s'era inoltrata fino a Sant'Alberto, ed applicata a combattere un bastione, con prendere due fuste, tre barbotte, e più di quaranta legni minori e molti cannoni. Fu per questi tempi trattato assai caldamente di pace, essendosi a questo fine portato a Bologna il papa, dove ancora comparvero il vescovo Gurgense per Massimiliano, e gli ambasciatori di Francia, Spagna, Venezia, e d'altri potentati. Ma nulla si potè conchiudere. Però il Trivulzio, dacchè vide svanita questa speranza, trovandosi alla testa d'un poderoso esercito franzese, e ansioso di far qualche impresa, sul principio di maggio arrivò alla Concordia sul fiume Secchia, [264] e, secondo il Guicciardino, la prese. Lo Anonimo Padovano mette più tardi questo fatto, siccome diremo. Seco era Gastone di Foix duca di Nemours, figlio di una sorella del re di Francia, giovane pieno di spiriti, poco fa venuto di Francia, che diede uno de' primi saggi del suo valore contra di Gian-Paolo Manfrone, capitano di trecento cavalli leggeri veneti, con far prigione lui a Massa del Finale, e dissipar la sua gente. Dissi uno de' primi saggi, perchè a lui parimente s'attribuisce l'aver dianzi parte uccisi e parte presi ducento e più cavalli veneti comandati da Leonardo da Praia cavalier gerosolimitano, che vi lasciò la vita. S'inoltrò poscia il Trivulzio collo esercito suo fino a Bomporto sul Panaro: nel qual tempo papa Giulio, sentito che si avvicinava questo brutto temporale, preso consiglio dalla prudenza, e più dalla paura, determinò di abbandonar Bologna. Ma, prima di mettersi in viaggio, fece un'efficace parlata al Senato e nobiltà, esortando ognuno alla difesa della città: al che mostrarono essi una mirabil prontezza che fu poi derisa dal Guicciardino, ma difesa da una penna Bolognese. Nel dì 14 di maggio il papa se ne partì colla sua corte, e andò a mettere di nuovo la residenza in Ravenna. Restò governatore di Bologna Francesco Alidosio, detto il cardinal di Pavia, il quale, vedendo così bene animati i cittadini, fece dipoi prendere loro le armi per opporsi ai disegni de' nemici. Intanto il Trivulzio, costeggiato sempre dal duca d'Urbino, coll'esercito pontificio e veneto giunse fino al ponte del Lavino. Allora fu che si cominciò qualche tumulto in Bologna, parte per le segrete insinuazioni dei fautori di Annibale ed Ermes Bentivogli, che erano nel campo franzese e soffiavano nella città; e parte per paura nata nel popolo di perdere i loro raccolti, e di aver da sofferire un assedio. Volle il cardinale farli uscire; ed unirli al duca d'Urbino: non se ne sentirono voglia. Tentò di far entrare in città Ramazzotto [265] con mille fanti: nol vollero ricever dentro. Perciò il cardinale, accortosi della loro ribellione, giudicò bene di mettersi in salvo, e segretamente si inviò alla volta d'Imola. Dopo di che i Bolognesi, nella notte nel dì 21 di maggio venendo il 22, ammisero in città i Bentivogli con gran festa ed universal tripudio.

A questo avviso poco stette l'esercito pontificio a sfilare precipitosamente verso la Romagna; ma in passando dietro le mura di Bologna, parte di quel popolo, e i villani, e i montanari accorsi alla preda, con altissime grida e villanie inseguendoli, tolsero loro le artiglierie e munizioni, e buona parte de' carriaggi. Sopravvenne poi la cavalleria franzese che levò a costoro parte di quel bottino, e fece del resto addosso ai fuggitivi, i quali chi qua chi là attesero a salvar la vita. La Storia manuscritta dell'Anonimo Padovano mette circa tre mila morti, e gran quantità di prigioni. Il Guicciardino pochi ne conta. Nel giorno seguente il Trivulzio coll'esercito marciò fuor di Bologna, e la sera giunse a castello San Pietro. Avrebbe potuto con sì buon vento far de' grandi progressi in Romagna, ma quivi si fermò per ricevere nuovi ordini dal re Lodovico E questi poi furono che se ne tornasse indietro, persuadendosi il buon re di poter ammollire con tanto rispetto il cuor duro del papa, e di trarlo alla pace, oltre al non voler accrescere la gelosia delle altre potenze, se avesse continuato il corso della vittoria. Portata intanto a papa Giulio in Ravenna la dolorosa nuova di questi avvenimenti, facile è l'immaginare con che trasporti di collera e di dolore la ricevesse, mirando in un tratto svanite tanto sue glorie, dissipato l'esercito suo e il veneto, ed avere, invece di prendere Ferrara, perduta Bologna, la più bella e ricca delle sue città dopo Roma. Maggiormente si alterò egli dipoi all'avviso che il popolo di Bologna avea abbattuta, e con ischerno strascinata e [266] rotta la bellissima statua sua, opera di Michel Agnolo Buonarotti ch'era costata cinque mila ducati d'oro; e che la cittadella di Bologna, benchè ampia e forte, mal provveduta di vettovaglie e di munizioni, s'era, dopo cinque giorni, renduta, ed essere poi stata furiosamente smantellata tutta dai Bolognesi. A tali disastri un altro si aggiunse che più di tutto gli trafisse il cuore. Era corso a Ravenna il cardinale Alidosio, ed avea rovesciata sul duca d'Urbino tutta la colpa di sì gran precipizio di cose, quando v'era gagliardo sospetto che fra esso porporato e i Franzesi passassero segrete intelligenze, e da lui fosse proceduto il male. Capitato colà anche il duca, nè potendo ottenere udienza dallo sdegnato zio papa, e intesone il perchè, talmente s'inviperì contra d'esso cardinale, uomo per altro dipinto da alcuni come pieno di malvagità, che, trovatolo per accidente fuor di casa, colle sue mani e coll'aiuto de' suoi seguaci spietatamente l'uccise sulla strada, e poi si ritirò ad Urbino. Avrebbero tanti accidenti umiliato, anzi abbattuto il cuor d'ognuno, ma non già quello di papa Giulio, il quale, lasciata Ravenna, passò a Rimini, dove suo malgrado cominciò a prestare orecchio alle proposizioni di pace, ma con allontanarsene ogni dì più a misura di quegli avvenimenti che andavano calmando la sua paura, e facendo risorgere le sue speranze. Parlava egli ordinariamente più da vincitore che da vinto. E quantunque fosse in questi tempi intimato un concilio o conciliabolo, da tenersi in Pisa contra di lui, col pretesto di riformare la Chiesa nelle membra e nel capo stesso, proclamato dai cardinali ribelli per incorreggibile; pure sembrava ch'egli non se ne mettesse gran pensiero. Si ridusse poi a Roma, dove processò e dichiarò decaduto da ogni grado il nipote duca d'Urbino: gastigo nondimeno che non durò se non cinque mesi, dopo i quali (tanto perorarono in favor d'esso duca i parziali, a forza di screditare [267] l'ucciso cardinal di Pavia) se ne tornò il duca a Roma, rimesso come prima nella grazia ed amore del papa.

Tali mutazioni di cose servirono ad Alfonso duca di Ferrara per ricuperar Lugo e tutte le altre sue terre di Romagna, e poscia Carpi, con farne fuggire Alberto Pio, che ebbe poco tempo di goderne il possesso. Ricuperò ancora il Polesine di Rovigo, ed avrebbe anche potuto riaver Modena; ma di più non osò per riverenza a Massimiliano Cesare che comandava in questa città, e al re Cristianissimo, a cui non piaceva di dar maggiore molestia al pontefice. Quanto al Trivulzio, dacchè egli ebbe intesa la mente del re, lasciato qualche rinforzo di gente ai Bentivogli, s'inviò coll'esercito franzese alla Concordia; e, se vogliam credere all'Anonimo Padovano, più che al Guicciardino, fu in questo tempo, e non già prima, che l'espugnò. Fu presa a forza d'armi quella terra, e data a sacco, colla morte di quasi tutto il presidio di trecento fanti, che ivi si trovarono sotto il comando del suddetto Alberto Pio. Locchè fatto, si spinse sotto la Mirandola. Gian-Francesco Pico, non vedendo speranza di soccorso, e sapendo anche d'essere odiato da quel popolo, giudicò meglio di capitolarne la resa, e di ritirarsi dolente colla sua famiglia ed avere in Toscana; con che rientrò nella Mirandola la contessa Francesca, figlia d'esso maresciallo Trivulzio, con Galeotto suo figlio. Attesero da lì innanzi i Franzesi alla guerra contro la signoria di Venezia, uniti con gl'imperiali in Verona. Nel mese di giugno dall'armata veneta che era a Soave e a San Bonifazio, e continuamente infestava il Veronese, fu spedito un grosso corpo di gente per dare il guasto alle biade già mature. Trecento lance franzesi, uscite di Verona, ne lasciarono tornar pochi al loro campo. Un altro giorno imperiali, Franzesi ed Italiani, in numero di sedici mila persone sotto il comando del signor della Palissa e del signor di Rossa Borgognone, [268] marciarono verso Soave. Lucio Malvezzo e Andrea Gritti, messo in armi l'esercito veneto, animosamente s'affrontarono con loro a Villanova. La peggio toccò ai Veneti, i quali poi si ritirarono a Lunigo, e di là a Padova, lasciando aperta la strada a' nemici di venire a postarsi a Vicenza. Passò dipoi l'armata de' collegati sotto Trivigi, ma lo trovò ben guardato. Nel tempo stesso calò un esercito tedesco, comandato dal duca di Brunsvich, nel Friuli, stato finora campo di battaglia e di miserie. Si impadronì di Castel Nuovo, Conegliano, Sacile, Udine; in una parola di tutto il Friuli. Quindi passò sotto Gradisca, una delle migliori fortezze d'Italia; e, piantate le batterie, per viltà de' soldati che erano alla difesa, furono obbligati gli uffiziali veneti a capitolar la resa con oneste condizioni. Ma che? non andò molto che si vide cangiar faccia la fortuna. Era mancato di vita Lucio Malvezzo governator dell'armata veneta, e in suo luogo eletto Gian-Paolo Buglione Perugino, persona di gran credito nella milizia. Questi, sapendo essere Verona restata assai smilza di presidio, e con soli fanti, spedì cinquecento stradiotti a cavallo, che si diedero ad infestar tutti i contorni di Verona; cosicchè quella città pareva assediata, nè potea ricevere vettovaglie. Venendo ancora il conte di Prosnich Tedesco da Marostica, per andare a Trivigi con trecento cavalli, il Baglione spedì contra d'essi Giano Fregoso e il conte Guido Rangone con secento cavalli. La battaglia ne' contorni di Bassano fu svantaggiosa ai Veneti sul principio, con restarvi prigioniere il Rangone, che, senza volere o potere aspettar il compagno, avea attaccata la zuffa. Sopraggiunto poscia il Fregoso, non solo ricuperò i prigioni, ma ruppe affatto i Tedeschi, che parte dai vincitori, parte dai villani furono uccisi. Quel che è più, venute le pioggie, rotte le strade, non potendo gli eserciti ricevere vettovaglie, si ritirarono i collegati di sotto [269] Trivigi, e andarono a Verona. Anche il duca di Brunsvich se ne tornò in Germania. La loro ritirata servì di facilità a' Veneziani per ricuperar l'infelice Vicenza e tutto il Friuli, a riserva di Gradisca, non so se con più loro onore o più vergogna di Massimiliano Cesare.

Gravemente s'infermò in Roma papa Giulio verso la metà d'agosto, e fece sperare a molti e temere ad altri il fine di sua vita. Neppur questo ricordo dell'umana bastò ad introdurre in quel feroce animo veri desiderii di pace, benchè tanto v'inclinasse il re di Francia con altri potentati. Appena si riebbe egli, che tornò ai soliti maneggi di leghe e ai preparamenti di guerra. S'era dato principio in Pisa all'immaginato conciliabolo contra di lui. Per opporsegli, intimò anch'egli un concilio generale da tenersi nell'anno prossimo nel Laterano. Tanto poi seppe fare l'indefesso pontefice, che trasse affatto ai suoi voleri in quest'anno Ferdinando il Cattolico re d'Aragona e delle due Sicilie, ed Arrigo VIII re d'Inghilterra. Veramente il primo avea mirato sempre di mal occhio le nuove conquiste dei Franzesi in Italia, e dacchè ebbe ricuperato ciò che a lui apparteneva nel regno di Napoli, sospirava ogni dì una ragione o pretesto per levarsi dalla Lega di Cambrai, e romperla col re di Francia. Siccome principe di mirabil accortezza, sapeva per lo più coprir la sua fina politica col mantello della religione. Così fu nella presente occasione. Col motivo di far guerra ai Mori in Africa, ottenne dal papa le decime del clero, e con far predicare questa santa impresa, ricavò lauto danaro dalla pietà de' suoi popoli, che mise insieme una buona annata, la quale avea poi da servire contro i Cristiani, come ne' tre secoli precedenti si era tante altre volte praticato non senza disonore della religion cristiana. Ossia ch'egli fosse prima d'accordo col papa per questo armamento, o che il papa il tirasse nel suo partito in quest'anno, certo è che fecero lega insieme, comprendendo [270] in essa i Veneziani; e questa fu solennemente pubblicata in Roma nel dì quinto d'ottobre. Indotto a ciò si mostrava il re Cattolico dal suo particolare zelo di religione per difendere il papa, oppresso dall'armi franzesi coll'occupazion di Bologna, e con lo scismatico concilio di Pisa. Trasse il papa, siccome poco fa dissi, in questa lega anche il re d'Inghilterra; e si legge presso in Rymer [Rymer, Act. Public.] e presso il Du-Mont [Du-Mont, Corp. Diplomat.] lo strumento d'unione fra esso re e il Cattolico, stipulato a dì 20 di dicembre dell'anno presente pro suscipienda sanctae romanae Ecclesiae Matris nostrae defensione pernecessaria. Pertanto avendo Ferdinando inviato nel regno di Napoli mille e ducento lance, o vogliano dire uomini d'armi, mille cavalli leggeri e dieci mila fanti, tutta gente di singolar bravura e fedeltà, pel cui mantenimento s'erano obbligati il pontefice e il senato veneto di pagare ogni mese quaranta mila ducati d'oro, la metà per cadauno: ordinò che questo esercito, sotto il comando di don Raimondo di Cardona vicerè di Napoli, venisse ad unirsi in Romagna col pontificio e veneto, il che fu eseguito. Ma qui non finì la tela. Furono di nuovo mossi dal danaro del papa gli Svizzeri contro lo Stato di Milano; e in fatti molte migliaia d'essi sul principio di novembre calarono a Varese, col concerto che le armi venete e del papa avrebbono fatta una gagliarda diversione. Portavano lo stendardo, sotto il quale nel precedente secolo aveano date le memorabili rotte al duca di Borgogna. A questo formidabil segno dovea tremar chicchessia. Lo Storico Padovano scrive, che nel loro generale stendardo a lettere d'oro era scritto: DOMATORES PRINCIPVM. AMATORES JUSTITIAE. DEFENSORES SANCTAE ROMANAE ECCLESIAE.

Era intanto dichiarato per governator di Milano e suo luogotenente generale dal re Cristianissimo, Gastone di Fois suo nipote, [271] giovane che nell'età di soli ventidue anni uguagliava, se non superava, in senno e valore i più vecchi e sperimentati capitani. Poca gente d'armi, poca fanteria avea egli; e in Milano era non lieve il terrore e la costernazione. Andò Gastone per consiglio del Trivulzio a postarsi a Saronno con quelle forze che potè raunare. Ed essendosi inoltrati gli Svizzeri a Galerate, con saccheggiare e bruciare ogni cosa, seguitarono il viaggio verso Milano, dove si andò ritirando Gastone, oppure Trivulzio, come s'ha dall'Anonimo Padovano. Il quale aggiugne che seguirono varii combattimenti colla peggio ora degli uni, ora degli altri. Ma non osando gli Svizzeri di fare alcun tentativo contra di quella gran città, piegarono verso Cassano, con apparenza di voler passare l'Adda. Quand'eccoti a tutto un tempo, spedito un loro uffiziale a Gastone, si offerirono di tornarsene alle loro montagne, se si volea dar loro un mese di paga. Essendo intanto arrivati quattro mila fanti italiani a Milano, Gastone allora parlò alto, e poco esibì. Da lì a poco andarono a finir le minaccie di que' barbari in ritirarsi al loro paese, lasciando per la seconda volta delusi i commissarii del papa e de' Veneziani, che erano con loro, ed allegando per iscusa che non correvano le paghe, ed aver mancato i generali del papa e de' Veneziani al concerto della lor venuta. Così è raccontato questo fatto dal Guicciardino e dall'autore franzese della Lega di Cambrai. Ma l'Anonimo Padovano, forse meglio informato di questi affari, scrive che Gastone col danaro corruppe il capitano Altosasso, ed alcuni altri condottieri svizzeri, i quali, mosso tumulto nell'armata, fecero svanire ogni altro disegno. Usciti di questo pericoloso imbroglio i Franzesi, vennero dipoi a prendere il quartiere a Carpi, alla Mirandola, a San Felice e al Finale; e questo perchè gli Spagnuoli erano già pervenuti a Forlì, ed uniti coll'esercito pontificio minacciavano l'assedio di Bologna. Riuscì in quest'anno a [272] di tre di settembre ai Fiorentini dopo lungo tratto e molte minaccie, di cavar di mano de' Senesi la terra di Montepulciano. Di grandi istanze fece loro il re Lodovico, perchè uscissero di neutralità, ed entrassero in lega con lui; e le dimande sue erano avvalorate dal Soderini perpetuo gonfaloniere di quella repubblica. Tuttavia prevalse il parere dei più di non mischiarsi in sì arrabbiata guerra. Nè si dee tralasciare che fu dato principio in Pisa al conciliabolo dei Franzesi; ma principio ridicolo, sì poco era il numero de' concorrenti, nè si vedea comparire alcuno dalla parte di Massimiliano Cesare. Avea papa Giulio colle buone tentato più volte, ma sempre inutilmente, di far ravvedere quei pochi sconsigliati cardinali; ma allorchè si vide forte in sella per le leghe, delle quali, s'è parlato disopra, nel dì 24 d'ottobre fulminò le censure contra di loro, privandoli del cappello e d'ogni altro benefizio. Non sapea digerire il popolo di Pisa di tenere in sua casa un sì fatto scandalo, e brontolava forte, e facea temer qualche sollevazione. Perciò que' prelati impetrarono da Firenze di poter tenere una guardia di Franzesi, ma mediocre, per lor sicurezza. I Franzesi di quel tempo, per confession d'ognuno, erano senza disciplina; e gravosi anche agli amici per la loro arroganza ed insolenza, massimamente verso le donne; locchè produsse delle risse fra loro e i Pisani, ed una specialmente, in cui restarono feriti i signori di Lautres e di Sciattiglione, che comandavano quella guardia. Il perchè quei cardinali, paventando di peggio, giudicarono meglio di ritirarsi a Milano, anche ivi mal veduti da quel popolo, ma sostenuti da chi potea farsi rispettare. Un grande tremuoto nel mese di marzo del presente anno recò non lieve danno a Venezia, a Padova, al Friuli e a molti di que' contorni.

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Anno di Cristo MDXII. Indizione XV.
Giulio II papa 10.
Massimiliano I re de' Romani 20.

Si meravigliano talvolta alcuni al vedere al di nostri le armate campeggiare in tempo di verno, e fare assedii e battaglie, quasi prodezze ignote agli antichi. Ma noi abbiam veduto ciò che avvenne nel precedente verno; ora vedremo ciò che nel presente. Dappoichè si fu congiunto l'esercito spagnuolo sotto il comando del vicerè Raimondo di Cardona col pontificio, in cui era legato Giovanni cardinale dei Medici, e sotto di lui Marcantonio Colonna, messo in consulta l'andare addosso a Ferrara, oppure a Bologna, si trovò troppo difficile il primo disegno per le strade rotte e pel rigore della stagione, e però fu presa la risoluzione di mettere il campo a Bologna, dove si potea meglio campeggiare; e che intanto si procurasse l'acquisto della bastia, ossia fortezza che il duca di Ferrara teneva alla Fossa Zaniola, siccome posto di grande importanza per andar a Ferrara. Colà fu inviato verso il fine di dicembre dell'anno precedente Pietro Navarro, mastro di campo, generale della fanteria spagnuola, uomo di gran credito nelle armi. V'andò egli con due mila fanti (il Bembo scrive nove mila) e con un buon treno di artiglieria. l'Anonimo Padovano: mette per capitano di questa impresa il signor Franzotto Orsino. Aggiugne ancora che in poche ore, tolte le difese agli assediati, se ne impadronirono gli Spagnuoli a forza d'armi. Del medesimo tenore parla anche lo scrittore della Lega di Cambrai. Ma il Guicciardino e il Bembo dicono, che dopo tre dì di resistenza, Gasparo Sardi ferrarese dopo cinque giorni, e fra Paolo carmelitano dopo dieci dì, ebbero quella piazza. Non può certamente sussistere tanta brevità di tempo, perchè convenne battere con artiglierie le mura, e secondo il Bembo, vi fu formata e fatta [274] giuocar una mina gravida di polve da fuoco: cose che richieggono tempo. La verità si è, che dopo fatta la breccia o colle palle da cannone o colla mina, fu dato l'assalto che costò non poco sangue agli aggressori, ed obbligò il valoroso Vestidello Pagano, comandante di quella fortezza, con que' pochi de' suoi ch'erano restati in vita, a rendersi, salve le persone, nel dì ultimo di dicembre del precedente anno. Scrivono alcuni, ch'egli fu ucciso nell'ostinata difesa; ma Gasparo Sardi e l'Ariosto che meglio sapeano i fatti di casa loro, ci assicurano, avere quei mancatori di fede tolta a lui la vita dopo la resa, in vendetta di un loro bravo uffiziale perito con tant'altra gente in quell'assedio. Ecco le parole dell'Ariosto:

Che poichè in lor man vinto si fu messo

Il miser Vestidel, lasso e ferito,

Senz'arme fu fra cento spade ucciso

Dal popol la più parte circonciso.

Alfonso duca di Ferrara, a cui stava forte sul cuore la perdita di quel rilevante posto, nel dì 15 di gennaio di quest'anno colà si portò anch'egli colla gente e colle artiglierie occorrenti, e seppe così destramente e valorosamente condurre l'impresa, che diroccato il muro frescamente rifatto, in poche ore a forza d'armi ripigliò quella fortezza, con esservi mandati a filo di spada tutti i difensori. Fu colpito nell'assalto lo stesso duca nella fronte da una pietra mossa dalle artiglierie con tal empito, che rimase tramortito più giorni. La celata gli salvò la vita. Papa Giulio, uomo facilmente rotto ed iracondo, scrisse per questo fatto lettere di fuoco a' suoi capitani.

Dopo vari consigli finalmente nel dì 20 di gennaio colla neve in terra l'esercito pontificio e spagnuolo imprese l'assedio di Bologna, postandosi verso quella città dalla parte della Romagna per la comodità delle vettovaglie. Piantate le batterie, si diede principio alla loro terribile sinfonia, si formarono gli approcci, e già erano diroccate cento braccia delle mura, e vacillante la torre della porta di santo [275] Stefano. Dentro non mancavano ad una valorosa difesa i Bentivogli con chi era del loro partito, e Odetto di Fois, ed Ivo d'Allegre capitani franzesi che con due mila Tedeschi e dugento lance rinforzavano quel presidio. Erasi per dare l'assalto alla breccia, ma si volle aspettar l'esito di una mina, tirata sotto la cappella della beata Vergine del Baracane nella strada Castiglione da Pietro Novarro. Scoppiò questa, e mirabil cosa fu, che la cappella fu balzata in aria, e tornò a ricadere nel medesimo sito di prima, con restar delusa l'aspettazion degli Spagnuoli, quivi pronti per l'assalto. Intanto Gastone di Fois, ridottosi al Finale di Modena, andava ammassando le sue genti, e seco si unì il duca di Ferrara colle sue. Udito il bisogno de' Bolognesi, spedì loro mille fanti, e poi centocinquanta lance che felicemente entrarono nella città: cosa che fece credere ai nemici ch'egli non pensasse a passare colà in persona; e tanto più perchè l'armata veneta avea spedito di là dal Mincio un grosso distaccamento, e si temeva di Brescia. Ma il prode Gastone mosso una notte l'esercito dal Finale, ad onta della neve e dei ghiacci, con esso arrivò a Bologna nel dì quinto di febbraio e v'entrò per la porta di san Felice, senzachè se ne avvedessero i nemici: il che certo parrà inverisimile a più d'uno, e pure lo veggiamo scritto come cosa fuor di dubbio. Pensava egli di uscir tosto addosso agli assedianti; ma deferendo ai consigli di chi conoscea la necessità di ristorar la gente troppo stanca, intanto preso dagli Spagnuoli uno stradiotto rivelò ad essi lo stato presente della città. Di più non vi volle, perchè l'armata dei collegati levasse frettolosamente il campo, e si ritirasse alla volta d'Imola. Solamente alcuni cavalli franzesi ne pizzicarono la coda con prendere qualche bagaglio. Nella Storia del Guicciardino è messa la ritirata loro nel dì 15 di febbraio, ma ciò avvenne nella notte del dì sesto antecedente al giorno settimo. Per questo avvenimento si diffuse l'allegrezza per tutta [276] Bologna; quando eccoli arrivar corrieri con delle disgustose nuove che turbarono tutta la festa.

Aveva il conte Luigi Avogadro nobile bresciano con altri suoi compatrioti bene affetti alla repubblica veneta, e stanchi del governo franzese, invitati segretamente i Veneziani all'acquisto di Brescia, promettendo d'introdurli dentro per la porta delle Pile, giacchè poco presidio era rimasto in quella città. A questo trattato avendo accudito il senato veneto, Andrea Gritti legato della loro armata, e personaggio di gran coraggio, con trecento uomini d'armi, mille e trecento cavalli leggieri e mille fanti, partito da Soave, andò a valicare il Mincio, ed unito coll'Avogadro si presentò davanti a Brescia. Ma, essendosi scoperto il trattato, e presi alcuni de' congiurati, niun movimento si fece nella città. Il Gritti non iscoraggito per questo, giacchè giunsero a rinforzarlo alcune migliaia di villani, volle tentar colla forza ciò che non s'era potuto ottener colla frode. Fu dato nel dì 5 di febbraio da più parti l'assalto e la scalata a Brescia; e perciocchè finalmente sollevossi il popolo gridando ad alte voci Marco, Marco, il signor di Luda comandante franzese co' suoi e co' nobili del suo seguito si ritirò nel castello. Dato fu il sacco alle case de' nobili fuggiti, e a quanto v'era de' Franzesi; e stentò assaissimo il Gritti a trattenere gl'ingordi soldati e villani dal far peggio. Stesasi questa nuova a Bergamo, anche quella città, a riserva del castello, alzò le bandiere di San Marco: segno che i Franzesi non sapeano acquistarsi l'amore de' popoli. Corse bene il Trivulzio a Bergamo, ma ritrovò serrate ivi le porte per lui; però si ridusse a Crema, e quella città preservò dalla ribellione. In Venezia per tali acquisti si fecero per tre dì immense allegrezze. Intanto a Gastone di Fois giunsero l'uno dietro l'altro corrieri coll'avviso della perdita di Brescia e di Bergamo. Per sì dolorosa nuova non punto sbigottito il generoso principe, dopo aver lasciato in [277] Bologna il signor della Foglietta con quattrocento lancie e secento arcieri, e Federigo da Bozzolo con quattro mila fanti, nel lunedì 8 di febbraio col resto della sua gente s'avviò a Cento. Fu nel dì seguente al Bondeno e alla Stellata. Nel mercordì passò il Po, e si fermò ad Ostia. L'altro dì passò il Tartaro a Nogara; dove saputo che Gian-Paolo Baglione governatore dell'armata veneta era pervenuto all'isola della Scala con trecento lancie e mille fanti, scortando dodici cannoni da batteria e gran copia di munizioni per l'espugnazione del castello di Brescia, subito spinse circa mille e ducento cavalli a quella volta. Il Baglione, avvertito da' contadini, spronò coi suoi il più che potè. Giunsero i Franzesi alla torre del Magnano addosso al conte Guido Rangone, che marciava con altre fanterie e con trecento cavalli. Fatta egli testa, cominciò valorosamente a difendersi; ma sopraffatto dalla gente che di mano in mano arrivava, e cadutogli sotto il cavallo, rimase egli con altri non pochi prigione. Si contarono più di trecento fanti sul campo estinti, oltre ai prigionieri. Il resto si salvò col Baglione. Questa pugna seguì circa le quattro ore della notte al chiaro della neve, e al lume delle stelle. Vennero poi i vincitori ad alloggiare in varie ville, dove si trovò aver eglino fatto quel giorno, senza mai trarre la briglia ai cavalli, miglia cinquanta: cosa che so non sarà creduta; ma io, che fui presente sul fatto, ne faccio vera testimonianza. Queste son parole dell'Anonimo Padovano, la cui Storia manuscritta è in mio potere.

Somma in questo mentre fu la sollecitudine e lo sforzo di Andrea Gritti, per veder pure se poteva espugnare il castello di Brescia; unì schiere assaissime di villani armati; dappertutto accrebbe le fortificazioni e le guardie, animando specialmente con bella orazione il popolo alla difesa, e con ricavarne per risposta, che tutti erano pronti a mettere la vita loro e de' proprii figliuoli, e quanto aveano, piuttosto che tornare sotto il crudel [278] dominio oltramontano. Nel martedì della seguente settimana giunse Gastone in vicinanza di Brescia, e la notte introdusse nel castello quattrocento lancie (con rimandare indietro i lor cavalli) e tre mila fanti. Fece nel dì seguente intimare al popolo, che se non si rendevano in quel dì, darebbe la città a sacco; e che, rendendosi, otterrebbe il perdono dal re. Altra risposta non riportò, se non che si voleano difendere sino alla morte. Attese quella notte chi avea giudizio a mettere in monistero le lor mogli e figliuole, e a seppellir ori, argenti e gioie, dove più pensavano che fossero sicuri. La mattina seguente, all'apparir del giorno, che fu il dì 19 di febbraio, cioè il giovedì grasso dell'anno presente, giorno sempre memorando, scesero dal castello i Franzesi. Si leggeva nei lor volti l'impazienza e il furore per la voglia e speranza del vagheggiato bottino. Battaglia fiera seguì ai primi ripari de' Veneziani. Superati questi colla morte di circa due mila Veneti, entrarono i Franzesi con grande schiamazzo nella città, e ferocemente assalita la gente d'armi che era alla difesa della piazza, dopo un sanguinoso combattimento, la mise in rotta. Intanto il resto dell'armata franzese che era fuori della città, aspettando che si aprisse qualche porta, vide spalancarsi quella di San Nazaro, per cui fuggiva con ducento cavalli il conte Luigi Avogadro, promotore di quella congiura. Restò egli prigione, ed entrate quelle milizie, finirono d'uccidere, dissipare e far prigioni i Veneti e Bresciani armati, con tante grida e rumore, che parea che rovinasse il mondo. Mirabili cose vi foce Gastone di Fois, non solo come capitano, ma come ottimo soldato. Si fece conto che vi morissero più di sei mila fra cittadini e Veneziani, o fra gli altri Federigo Contarino capitano di tutti i cavalli leggeri della repubblica. Rimasero prigioni Andrea Gritti legato, Antonio Giustiniano podestà, Gian-Paolo Manfrone, ed altri assaissimi uffiziali. Dei Franzesi vi [279] morirono più di mille persone. Terminata la battaglia, si scatenarono gli arrabbiati vincitori per dare il sacco a quell'opulenta ed infelice città. Durò questo quasi per due giorni, ne' quali non si può dire quanta fosse la crudeltà di que' cani, giacchè in sì fatte occasioni gli armati non san più d'essere, non dirò cristiani, ma neppur uomini, e peggiori si scuoprono delle fiere stesse. Non contenti de' mobili di qualche prezzo, fecero prigioni tutti i benestanti cittadini, obbligandoli con tormenti inuditi a rivelar le robe e danari ascosi, o a pagare delle esorbitanti taglie; e molti, per non poterle pagare, furono trucidati. Entrarono anche in ogni monistero di religiosi, e tutto il bene ivi ricoverato restò in loro preda. Sul principio ancora del sacco non pochi scellerati soldati, senza far conto del divieto fatto dal generale Gastone, forzarono le porte di alcuni conventi di sacre vergini, commettendovi cose da non dire. Ma avendone esso generale fatti impiccare non so quanti, provvide alla sicurezza di que' sacri luoghi, dove s'erano rifugiate quasi tutte le donne bresciane. La sera finalmente del venerdì uscì bando, sotto pena della vita, che cessasse il saccheggio, e che nel dì seguente tutti i soldati uscissero di città. Appena udirono sì grande scempio i Bergamaschi, che nella seguente domenica tornarono all'ubbidienza de' Franzesi, e collo sborso di venti mila scudi impetrarono il perdono. L'Avogadro ed altri autori di tanto male alla loro patria, nel dì appresso furono decapitati e squartati; e due figli del primo da lì ad un anno anch'essi ebbero reciso il capo in Milano. Tal fine ebbe questa lagrimevol tragedia, che fece incredibile strepito per tutta l'Europa.

Intanto papa Giulio più che mai inviperito contra del re di Francia, e risoluto, come egli sempre andava dicendo, di voler cacciare i Barbari d'Italia, senza pensare se questo fosse un mestiere da sommo pastor della Chiesa e vicario di [280] Cristo, movea cielo e terra per levare gli amici ad esso re Cristianissimo, e per tirargli addosso dei nemici. Gli riuscì di condurre Massimiliano Cesare ad una tregua di dieci mesi co' Veneziani, mediante lo sborso di cinquanta mila fiorini renani, e in fine di staccarlo affatto dai Franzesi. Seppe far tanto, che Arrigo re d'Inghilterra si diede a fare un potente preparamento d'armi per muovere guerra alla Francia. Ferdinando il Cattolico, oltre a quella che faceva in Italia, fu incitato ancora a cominciarne un'altra ne' Pirenei. Nuovi e gagliardi maneggi fece parimente il pontefice col denaro e con altri regali, per tirar di nuovo gli Svizzeri contra dello Stato di Milano. Vedeva il re Lodovico tutti questi nuvoli in aria, ed intanto avea sulle spalle gli eserciti pontificio, veneto e spagnuolo, che maggior apprensione gli recavano per gli Stati d'Italia. Perciò inviò ordine a Gastone di Fois di tentar la fortuna con una battaglia. Gastone, sentendosi invitato al suo giuoco, e sapendo da altra parte che Bologna si trovava continuamente infestata e come bloccata dalle armi del papa e del vicerè Cardona, passò a Ferrara per concertare col duca Alfonso quanto era da fare. E dacchè ebbe ricevuto un rinforzo di trecento lancie e di quattro mila fanti guasconi e piccardi, e cinque mila fanti tedeschi, condotti da Jacob e Filippo capitani di gran nome in Germania; fece la rassegna dell'armata sua, che si trovò ascendere a lancie ossia uomini d'arme mille e ottocento, a quattro mila arcieri e a sedici mila fanti. Nel dì 26 di marzo mosse dal Finale di Modena l'armata sua verso la Romagna, e al luogo del Bentivoglio seco si unì Alfonso duca di Ferrara colle sue truppe, e con gran copia d'artiglierie e munizioni. A questo avviso, il cardinal de' Medici legato e il Cardona si ritirarono verso la montagna di Faenza col loro esercito, consistente in mille e cinquecento lancie, in tre mila cavalli leggieri e in diciotto mila fanti. Non aveano voglia di venire alle mani, [281] perchè speravano che, tirando in lungo la faccenda, calerebbono gli Svizzeri nello Stato di Milano, ed unicamente pensavano a difficultar le vettovaglie al campo franzese. Giunto Gastone a Cotignola, arrivarono oratori di Massimiliano Cesare ad intimar gravi pene ai Tedeschi militanti al soldo del re Cristianissimo; ma senza frutto, avendo que' capitani risposto di non voler mancare alla lor fede. Fu dunque presa la risoluzione nel campo franzese di marciare alla volta di Ravenna. Per non lasciarsi alle spalle il forte e ricco castello di Russi, giacchè arrogantemente fu risposto dagli abitanti all'intimazione di rendersi, convenne adoperar le artiglierie, e con un fiero e sanguinoso assalto impadronirsene. Vi furono tagliate a pezzi (se vogliam prestar fede all'Anonimo Padovano, che sembra essere intervenuto a quel macello) circa mille persone tra soldati e terrazzani, e dato un orrido sacco all'infelice luogo. Il Guicciardino molto men dice de' morti. Indi passò l'esercito sotto Ravenna, alla cui difesa dianzi era stato inviato Marcantonio Colonna con cento lancie, ducento cavalli leggeri e mille fanti. Disposte le sue artiglierie, cominciò tosto il duca di Ferrara a bersagliar quelle vecchie mura con un continuo tremuoto. Formata la breccia, si venne all'assalto nel venerdì santo, giorno ben santificato da quella gente; e durò la battaglia per quattro ore, sostenuta con tal vigore dal Colonna, che vi perirono fra l'una e l'altra parte da mille e cinquecento fanti, la maggior parte italiani, e vi restò malamente ferito Federigo da Bozzolo, valente capitano de' Franzesi.

A questi avvisi, il vicerè Cardona, non volendo lasciar perdere Ravenna, fu necessitato a muoversi coll'armata collegata, e venne a postarsi in un forte alloggiamento, tre miglia lungi da quella città, dove si afforzò con alzar terra e cavar fosse fatte a mano colla maggior celerità possibile. Trovavasi il general franzese in sommo imbroglio, perchè [282] vedea i nemici ostinati a schivar la zuffa; e intanto l'armata sua si trovava in gran disagio, perchè erano cinque giorni che gli uomini campavano di solo frumento cotto e d'acqua, e i cavalli non istavano meglio, perchè cibati anch'essi di solo frumento e di poche foglie di salici; sicchè era necessario o ritirarsi o avventurare giornata campale. Fu preso l'ultimo partito, e tutto il sabbato santo fu impiegato a prepararsi per sì orrida danza. La mattina dunque del dì 11 di aprile, correndo la maggior festa dell'anno, cioè la Risurrezion del Signore, giorno celebrato con tanta divozione da tutto il Cristianesimo, ma funestato da coloro con tanti sdegni e spargimenti di sangue, l'esercito franzese in ordinanza marciò contra del collegato. Con essi Franzesi era il cardinale San Severino, legato del conciliabolo di Pisa, che pareva un san Giorgio, perchè armato da capo a' piedi. Prevalse fra gli Spagnuoli il parere di Pietro Navarro, che non si avesse ad uscir dai trinceramenti, credendo egli maggior vantaggio l'aspettar di piè fermo il nemico dietro ai ripari. Ma il senno del duca di Ferrara trovò la maniera di cacciarli fuor della tana; perciocchè, postate le batterie de' suoi grossi cannoni in un buon sito, cominciò con tal furia a percuotere entro le lor trincee i collegati, che, per attestato dell'Anonimo Padovano, il quale diligentemente descrive questo gran fatto d armi, vi restarono uccise circa due mila persone, e più di cinquecento cavalli sventrati. Allora i capitani, veggendo così malmenata la lor gente senza poter fare resistenza, chiesero licenza al vicerè di uscire a battaglia. Scrive il Guicciardini che fu il valoroso Fabrizio Colonna che annoiato di sì brutto giuoco, senza dimandarne permissione, sboccò fuor dei ripari, e diede principio alla mischia, seguitato poi dal resto dell'armata. Gareggiavano in bravura questi due eserciti. L'odio delle nazioni, l'amor della gloria, la necessità infiammavano il cuor di [283] ognuno. Però terribile fu il combattimento, e una giornata simile non s'era da gran tempo veduta in Italia. All'istituto mio non lice il descriverne le circostanze. Però basterà di dire che andarono in rotta i pontificii e Spagnuoli, specialmente per la strage che ne fecero le bombarde del duca Alfonso, postate ai loro fianchi; confessando il Bembo che egli con questi bronzi e col suo stuolo fu cagione della vittoria in gran parte. Perderono i vinti tutte le loro artiglierie, e buona parte delle insegne e dello equipaggio, con lasciar morti sul campo ottocento uomini d'armi, mille trecento cavalli leggeri e sette mila fanti, e con restar prigionieri il cardinale legato, cioè Giovanni de Medici, il marchese di Bitonto, Ferdinando d'Avalos marchese di Pescara, allora giovinetto, che poi riuscì capitano di gran nome, il principe di Bisignano, il Carvajal e Pietro Navarro Spagnuoli con altri non pochi uffiziali. Il prode Fabrizio Colonna, per sua buona ventura, restò prigione di Alfonso duca di Ferrara, cioè d'un principe che gli usò tutte le maggiori finezze, nè volle poi riscatto, siccome vedremo. Restarono fra i morti il duca d'Alba, il conte di Montebasso, il Valmontone ed altri capitani. Si salvò a Cesena il Cardona, dove attese a raccogliere le reliquie del tanto sminuito e sbandato esercito.

Ma se piansero per la loro mala sorte i collegati, non ebbero già occasion di ridere i Franzesi per la loro vittoria. Imperocchè, secondo l'Anonimo Padovano, che mostra d'aver avuta buona contezza di questa sì sanguinosa giornata, vi perirono settecento uomini di armi, ottocento ottanta arcieri e nove mila fanti, e, tra' principali uffiziali loro, Ivo d'Allegre con due figli, amendue capitani d'arcieri, la Grotta, Villadura, i due capitani de' Tedeschi Filippo e Jacob ed altri ch'io tralascio. Il signore di Lautrec, carico di ferite, ritrovato fra i morti, e poi curato in Ferrara, salvò la vita. Certamente è uno sbaglio di stampa il [284] dirsi nella Storia del Guicciardino che tra l'uno e l'altro esercito perirono almeno dieci mila persone. Tanto il Giovio che il Mocenigo, il Bembo, il Buonaccorsi, il Nardi ed altri storici mettono almeno sedici migliaia di morti. Ma ciò che contrappesò la perdita de' collegati, fu la morte dello stesso generale Gastone di Fois. A questo valoroso principe, giovane di ventiquattr'anni, dopo aver fatto delle stupende azioni di valore e di saggia condotta in quello spaventoso combattimento, parea di aver fatto nulla, se non inseguiva con circa mille cavalli un corpo di tre mila fanti spagnuoli, che ben serrato si ritirava dal campo. Un colpo di archibuso il colpì in questa azione, per cui diede fine alle sue vittorie, lasciando una perenne memoria del suo senno e coraggio, e una ferma opinione che, s'egli fosse soppravvivuto, avrebbe fatto conquiste e meraviglie maggiori. Fu poi portato a Milano il suo corpo, ed ivi con esequie magnifiche e in sepolcro nobilissimo seppellito. Terminata la sanguinosa battaglia, Marcantonio Colonna, dopo aver consigliato i Ravennati di andar la mattina per tempo ad offerire la città ai vincitori, per ottener le migliori condizioni che potessero, si ritirò nella cittadella. Poi, nella mezza notte, lasciato ivi un capitano con cento fanti, perchè mancavano le provvisioni, col resto de' suoi se ne andò a Rimini. Comparvero, sul far del dì, i deputati di Ravenna al campo franzese; ma mentre ivi si trattava della capitolazione, i fanti Guasconi, non sazii del bottino fatto il dì innanzi, ed avidi di far vendetta dei tanti de' suoi uccisi nella battaglia, si arrampicarono per la breccia delle mura di Ravenna, e facilmente cacciati quei pochi cittadini che vi erano in guardia, penetrarono nella città. Dietro loro di mano in mano entrò il resto della fanteria, e tutti poi si diedero non solamente a saccheggiar le case, ma anche ad uccidere chiunque scontravano per le strade, senza riguardo a sesso od età. Niun [285] rispetto si ebbe alle cose sacre, e il barbarico furore d'alcuni giunse ad introdursi in un monistero di sacre vergini, con ivi commettere ogni maggiore eccesso. Tutto era urli e pianti. Avvisato di tanto disordine il signor della Palissa, capo pro interim dell'armata, corse col legato e con altri capitani all'infelice città, e i primi suoi passi furono a quel monistero, e quanti vi si trovarono dentro (erano trentaquattro) li fece immediatamente impiccar per la gola alle finestre. Questo spettacolo e un bando generale servì per mettere fine al saccheggio, e tutti i soldati uscirono della città. Il terrore intanto sparso per tutta la Romagna cagione fu che le città di Faenza, Cervia, Imola, Cesena, Rimini e Forlì, a riserva delle rocche, mandassero le chiavi al campo franzese, per esentarsi da mali maggiori, e la cittadella di Ravenna per pochi giorni si sostenne. Fu esibito al duca di Ferrara il comando dell'armata gallica; ma egli, conoscendo che gente indisciplinata, orgogliosa e bestiale fosse quella, se ne scusò con buona maniera. E tanto più se ne astenne, perchè, come principe savio già prevedeva che il re Cristianissimo con tanti minacciosi venti che erano oltramonti per aria, non potrebbe più attendere agli affari d'Italia, nè a rinforzar quella troppo infievolita armata. Però ritiratosi a Ferrara, cominciò a pensare come potesse salvar sè stesso nell'imminente naufragio. Infatti la famosa vittoria di Ravenna fu l'ultima delle glorie franzesi nella presente guerra, e la fortuna voltò loro da lì innanzi le spalle.

Arrivata che fu a Roma, dove era tornato il pontefice, la gran nuova del suddetto fatto d'armi, non si può dire che paura e scompiglio ivi nascesse. Cominciarono allora più che mai i saggi porporati a tempestar papa Giulio, perchè venisse ad una pace; ed egli colla paura in corpo una volta tenne delle strette pratiche per essa, e massimamente per essersi traspirato che Prospero [286] Colonna, Roberto Orsino, Pietro Margano ed altri baroni romani meditavano delle novità. Ma da che si seppe il netto della battaglia, e che sì caro era costato ai Franzesi il loro trionfo, rinculò ben tosto, e più di prima si confermò nella brama e speranza di cacciarli d'Italia. A questa risoluzione maggiormente li accesero sicuri avvisi che i re di Spagna e d'Inghilterra moveano guerra alla Francia, e che venti mila Svizzeri, condotti dal cardinal Sedunense ossia di Sion, coi danari d'esso papa e de' Veneziani, erano pronti a calare in Italia. Venne intanto ordine dal re Lodovico al signor della Palissa, creato governator di Milano, di ritirarsi alla difesa di quello Stato. Tanto fece egli con lasciar leggieri presidii in Ravenna e Bologna. Ma dacchè s'intese mosso l'esercito pontificio alla volta della Romagna, Federigo da Bozzolo, lasciato in Ravenna, abbandonata quella città, sen venne colla poca sua gente a rinforzar Bologna. Diede papa Giulio principio al concilio lateranense nel dì 3 di maggio, con iscarso concorso nondimeno di prelati; ed ivi furono dichiarati nulli tutti gli atti del ridicolo conciliabolo pisano. Sul principio ancora di giugno pervennero per la via di Trento sul Veronese gli Svizzeri e Tedeschi, e alla mostra furono trovati circa diciotto mila fanti scelti. Con loro si congiunse l'esercito de' Veneziani, consistente in mille uomini d'arme, due mila cavalli leggieri, sei mila fanti e gran quantità di artiglierie. Erasi postato il signor della Palissa a Valeggio presso il Mincio, per contrastar loro il passo. Ma, sentendosi troppo debole di forze, nel dì 9 di giugno si ritirò andando verso Ponte Vico. Sopravvenuto poi ordine da Massimiliano Cesare, già dichiarato nemico de' Franzesi, che richiamava tutti i fanti tedeschi che erano al loro soldo, quattro mila d'essi nel medesimo dì se ne tornarono alle lor case: il che fu cagione che il Palissa precipitosamente si ricoverasse a Pizzighettone, e passasse l'Adda, sempre infestato [287] dai corridori dell'esercito collegato, che era passato di là dal Mincio. Gran bisbiglio e movimento era in questi tempi per tutte le città dello Stato di Milano, a cagion della voce sparsa che Massimiliano Sforza, figlio del fu Lodovico il Moro, avesse a riacquistarne il dominio: cosa sommamente sospirata da que' popoli, non tanto per l'antica divozione verso quella casa, e per desiderio d'aver un proprio principe, quanto ancora perchè i Franzesi d'allora mettevano in opera, dovunque comandavano, l'arte di farsi odiare. Questo infatti era il concordato da Massimiliano re dei Romani col papa. Furono i primi ad arrendersi senza contrasto alcuno i Cremonesi, ancorchè la cittadella restasse in man de' Franzesi; e nacque lite, chi avesse a prenderne il possesso pretendendo non meno i Veneziani che il commissario dello Sforza, assistito da Cesare, quella città. L'ultimo la vinse col favore degli Svizzeri, guadagnati da un regalo di quaranta o cinquanta mila ducati che loro sborsò il popolo di Cremona.

Servì ad accelerare il precipizio del dominio franzese in Italia la guerra nel medesimo tempo mossa dai re d'Aragona e d'Inghilterra alla Francia; per cui il re Luigi, trovandosi molto imbrogliato, fu costretto a richiamare il Palissa di là dai monti, con ordine di lasciar ben guernite le cittadelle più forti. Si ritirò dunque il Palissa a Pavia, lasciate guarnigioni in Crema e Trezzo. Anche il Trivulzio, scorgendo di non poter tenere la città di Milano, che tumultuava, parendo a que' cittadini un'ora mille anni di veder lo Sforza rientrare nella signoria de' suoi maggiori, dopo aver ben provveduto il castello di quella città, si ridusse a Pavia; perlochè i Milanesi alzarono tosto le bandiere sforzesche. Altrettanto fece Lodi, allorchè vi si appressò l'esercito della lega. E Bergamo si diede ai Veneziani. Marciarono i collegati con gran fretta a Pavia, per non lasciar pigliar fiato ai Franzesi che s'erano fortificati in quella città. Ma [288] il Palissa, che già scorgea commosso anche quel popolo a sedizione, e disperato il caso di sostenersi lungamente, dappoichè i nemici aveano piantate le bombarde, e passato anche il Ticino, all'improvviso colle artiglierie e bagaglio uscì di quella città, per incamminarsi alla volta d'Asti. Rottosi il ponte di legno ch'era sul Gravelone, al primo pezzo d'artiglieria grossa che volle passare, ne restarono di qua tagliati fuora tredici altri con due mila fanti tedeschi; i quali, assaliti dagli Svizzeri, fecero una memorabil difesa, finchè, vedendo morta la metà di loro, e perduta ogni speranza d'aiuto, pieni di ferite si gettarono disperatamente nel Ticino per passare all'altra riva, dove i Franzesi erano spettatori della crudel battaglia senza loro poter recare aiuto. Se ne affogarono circa ducento. Aveano i Franzesi molto prima inviato con buona scorta il legato pontificio prigione, cioè Giovanni cardinale de Medici. Allorchè fu egli al passo del Po alla Stella, oppure a Bassignana, tolto fu di mano a Franzesi, e ridotto in luogo di salvamento. Il Guicciardino di questo fatto dà l'onore ai villani del Cairo, guadagnati la notte antecedente dai familiari del cardinale. L'Anonimo Padovano ne fa autore il marchese Bernabò Malaspina; e il Giovio scrive che fu molto prima concertata la sua fuga coll'abbate Bongallo e con altri suoi amici. Gravissimi disagi patì poscia il resto dell'armata franzese; pure continuò il viaggio, e passò l'Alpi, portando seco un buon documento ai principi di non maltrattare i popoli, massimamente quei di nuova conquista. Certamente l'alterigia loro, l'aspro governo e il licenzioso procedere colle donne aveano talmente esacerbati i popoli della Lombardia, che tutti a gara, subito che se la videro bella, si sottrassero al loro dominio, anzi infierirono contro di loro. Appena partito da Milano il Trivulzio, quel popolo furiosamente si diede a svenar quanti soldati e mercatanti franzesi erano rimasti in quella città, con saccheggiarne le case e botteghe. V'ha [289] chi scrive, averne uccisi circa mille e cinquecento. Parimente in Como ne furono scannati non pochi, e nella lor fuga verso l'Alpi, contra di essi si scatenarono tutti i villani del paese, uccidendo chiunque alquanto si scostava dal corpo di battaglia. Intanto Pavia, Alessandria, Como, Tortona ed altre città inalberarono le bandiere sforzesche. Il marchese di Monferrato colle sue genti entrò in Asti e in Novara; ma non ebbe la fortezza di quest'ultima città. In tanta rivoluzion di cose trovarono maniera i ministri pontificii d'indurre i Piacentini e Parmigiani a darsi alla Chiesa: il che aprì allora un campo di doglianze e dispute del duca di Milano e dell'imperio contro il papa: dispute ravvivate poi a' giorni nostri, siccome diremo a suo tempo. Pretese inoltre il papa che Asti dovesse toccare a lui; ma non gli riuscì di aver quel boccone. Fu ancora spedito dall'esercito della lega Giano Fregoso con mille cavalli e tre mila fanti a Genova; alla comparsa de' quali, si ribellò tutto quel popolo, e i Franzesi si chiusero nel castelletto e nella fortezza della Lanterna. Fu esso Fregoso proclamato poco appresso doge di quella repubblica.

Mentre sì gran tracollo davano in Lombardia gli affari dei Franzesi, restando solamente in lor potere Brescia, Crema e qualche fortezza [Paris de Grassis. Guicciardino. Buonaccorsi. Anonimo Padovano. Nardi, ed altri.], il pontefice, raunate le reliquie dell'esercito disfatto sotto Ravenna, colla giunta di quattro altri mila fanti, spedì sul fine di maggio questa armata in Romagna, per cui tornarono quetamente alla sua ubbidienza tutte quelle città. Ne era generale Francesco Maria duca d'Urbino suo nipote, il quale intimò poi la resa a Bologna. Vedendo i Bentivogli disperato il caso, se n'andarono chi a Mantova, chi a Ferrara; e la città di Bologna, nel dì 10 di giugno, capitolò col duca e col cardinal Sigismondo Gonzaga legato, i quali poi vi fecero solenne entrata nella domenica [290] seguente 13 di giugno. Aveva intanto Alfonso duca di Ferrara, per mezzo del marchese di Mantova suo cognato e di Fabrizio Colonna suo prigione (trattato non di meno non come tale, ma come suo amico), fatti varii maneggi per rientrare in grazia del pontefice, ed era anche venuto il salvocondotto per lui e per li suoi Stati. In vigore di questo, dopo aver egli mandato innanzi il Colonna ben regalato e senza taglia alcuna, s'inviò nel dì 23 di giugno a Roma, dove giunto, fu assoluto dalle censure, ed ammesso al bacio del piede di sua santità. Ma che? I principi di animo grande si fan gloria di perdonare ai supplicanti nemici. Papa Giulio, al contrario, parve che si facesse gloria fino di mancar di fede. Nel mentre che Alfonso era in Roma, il duca d'Urbino non solamente occupò Cento, la Pieve e le terre della Romagna spettanti al duca, ma eziandio inoltratosi a Reggio, non ostante il richiamo del Vitfurst governatore cesareo di Modena, che gli intimò quella essere città dell'imperio, costrinse i Reggiani alla resa. Dopo di che spogliò il duca anche di Carpi, Brescello, San Felice e Finale. Inoltre lo stesso papa cominciò a pontare, volendo, che esso duca gli cedesse il ducato di Ferrara. Perciò Alfonso, che non si sentiva voglia di far questo sacrifizio, chiese licenza, in vigore del salvocondotto, di tornarsene a casa; nè la potè ottenere. I Colonnesi coll'oratore spagnuolo che aveva anch'egli persuaso ad un principe di tanto credito il portarsi colà, iti a pregare il papa di questo, non ne riportarono che ingiurie e minaccie. Poscia si penetrò il disegno di papa Giulio di ritenerlo prigione. Allora gli onorati signori Colonnesi, cioè Fabrizio e Marcantonio, che aveano obbligata la loro fede al duca, con una brigata di lor gente, sforzata la porta di San Giovanni, il cavarono di Roma, e salvo il condussero a Marino, da dove poi dopo tre mesi travestito, con deludere tutte le spie messe fuori dal pontefice, felicemente passò a Ferrara. [291] Se queste azioni facessero onore a papa Giulio, sel può ciascuno immaginare.

Restava al papa, inflessibile nelle sue passioni, di gastigare i Fiorentini, e specialmente il gonfaloniere Pietro Soderino, perchè avessero permesso in Pisa il conciliabolo de' Franzesi, e dato aiuto di gente in questa guerra al re di Francia, tuttochè l'avessero fatto forzati dall'obbligo delle lor precedenti convenzioni, con essersi per altro mantenuti neutrali: della qual neutralità si ebbero poi molto a pentire. Operò dunque colla lega, che il Cardona vicerè di Napoli colle armi spagnuole entrasse nel dominio fiorentino, e rimettesse in casa i Medici, già da gran tempo banditi da quella città. Mentre i Fiorentini trattavano d'accordo, gli Spagnuoli accampati sotto la bella e ricca terra di Prato, non sapendo dove trovar vettovaglie, nel dì 30 d'agosto diedero un assalto a quella terra; e senza che quattro mila fanti, ch'erano ivi di presidio, ma troppo vili, facessero menoma resistenza, vi entrarono. Commisero costoro inudite crudeltà, maggiori delle commesse dai Franzesi in Brescia, come attesta il Giovio; il quale aggiugne ancora, che cinquemila uomini disarmati, parte soldati e parte terrazzani, furono ivi uccisi dalla inesplicabil brutalità dei vincitori. L'Anonimo Padovano ne scrive ammazzati più di tre mila. Il Guicciardini dice che vi morirono più di due mila persone, e che il cardinal de Medici legato pontificio, messe guardie alla chiesa maggiore, salvò l'onestà delle donne, quasi tutte colà rifuggite. Ma il Nardi e il Buonaccorsi, che registravano allora sì fieri avvenimenti, asseriscono che non fu perdonato nè a vergini sacre, nè a luoghi sacri, nè a' bambini in fasce. E quei che rimasero in vita, furono tutti eccessivamente taglieggiati, e con varii tormenti straziati, perchè pagassero ciò che non poteano. Ed ecco dove andavano a terminar le strane premure di un papa per cacciare i Barbari d'Italia, cioè con una medicina peggiore affatto del male: il che nello [292] stesso tempo, oltre alla Toscana, provò la Lombardia, inondata allora dagli Svizzeri, divenuti formidabili da per tutto, e che da ogni lato esigevano contribuzioni, e nulla potea saziarli. Nel tornare al lor paese, occuparono la Valtellina, Chiavenna e Locarno, nè più vollero dimetterle. Nel dì 31 d'agosto il gonfaloniere Soderino, uscito di Firenze, si ritirò a Ragusi.

I Medici furono rimessi con infinite dimostrazioni d'allegrezza in città, e riformarono quel reggimento a modo loro, con dover pagare i Fiorentini al re dei Romani e al Cardona più di centoquaranta mila ducati d'oro. Restarono poi sommamente burlati anche i Veneziani dalla lor lega, chiamata allora la lega santa. Imperciocchè riuscì ben loro di ricuperar Crema per trattato segreto che fecero con Benedetto Crivello, posto dai Franzesi alla guardia di quella terra, il quale corrotto con danari, per questo tradimento fu ben ricompensato da essi Veneti. Ma non andò così per conto di Brescia, città, alle cui passate e presenti miserie si aggiunse in questi tempi anche la peste, morendo fin centocinquanta di que' cittadini per giorno. Ne formò l'esercito veneziano l'assedio, e cominciò a battere colle artiglierie le mura. Quando ecco giugnere il Cardona co' suoi Spagnuoli, ben carichi del bottino della Toscana, il quale imbrogliò tutte le loro speranze. Cominciò esso vicerè a pretendere che non solamente quella città si avesse a rendere a lui, ma anche Bergamo e Crema, già ritornate all'ubbidienza della repubblica. Erano queste pretensioni chiaramente contrarie ai patti della lega. Ma di che non è capace la smoderata avidità ed ambizione d'alcuni principi? Niun freno hanno per essi nè la pubblica fede, nè i patti, nè i giuramenti; e volesse Dio che non ne avessimo veduto ancor noi più d'un esempio a' dì nostri. Aveano già gli Svizzeri e gli Spagnuoli molto prima cominciato ad usar delle insolenze contro de' Veneziani. Le accrebbero sotto Brescia, la qual [293] città, nel dì 13 di novembre, con molto onorevoli condizioni fu consegnata dal signor d'Aubigny al vicerè Cardona. Costrinsero ancora essi Spagnuoli a rendersi Peschiera, Lignago, e i castelli di Trezzo e di Novara; siccome da un'altra parte riuscì ai Genovesi di trar con danari il castelletto della lor città di mano del castellano franzese, che poi fu squartato vivo in Lione.

Tornato che fu a' quartieri il deluso esercito veneto, si applicò quel saggio senato a trattar di pace col vescovo Gurgense, che era il plenipotenziario di Massimiliano Cesare in Italia. Volle il papa che questo negoziato si facesse in Roma; e, dettata imperiosamente la capitolazione, comandò ai Veneziani di accettarla. Conteneva essa, che Verona e Vicenza restassero a Massimiliano; che per Padova e Trivigi pagassero ad esso Cesare trecento libbre d'oro ogni anno a titolo di censo, e due mila e cinquecento libbre d'oro pel privilegio; e per le terre del Friuli ne fosse poi giudice lo stesso papa. Conobbero allora i Veneziani d'essere maltrattati e traditi anche da questa banda; ed, ancorchè si trovassero in poco buono stato per li monti d'oro spesi in guerra, pure, non ostante lo sdegno e le grida di esso papa, generosamente ricusarono di consentire a sì gravosa ed inaspettata pace, con darsi piuttosto ad intavolar accordo e lega col re di Francia, siccome diremo, giacchè il papa, in una nuova lega fatta con Massimiliano e col re di Aragona, ne avea esclusi con poco buon garbo gli stessi Veneti. Nel dì 15 di dicembre arrivò a Milano Massimiliano Sforza, dichiarato duca da Cesare e dalla lega; nè si può esprimere con quanto giubilo, con quante feste egli fosse ricevuto dai Milanesi, e quanto magnifica fosse l'entrata sua in quella nobil città, perchè accompagnato dal cardinal di Sion, dal vescovo Gurgense, da Raimondo di Cardona vicerè, e da infinito numero di capitani e nobili italiani, tedeschi, spagnuoli e svizzeri. Anche il castello di Milano, [294] tenuto da' Franzesi, intanto andava facendo co' grossi cannoni delle salve, d'allegrezza non già, ma di danno ai Milanesi. Rimase nondimeno il povero duca come schiavo degli Svizzeri. Nè si dee tacere che, assaltato nell'anno presente il re Cristianissimo dai re d'Aragona e d'Inghilterra, lasciò per sua negligenza che il primo, cioè Ferdinando il Cattolico, occupasse la Navarra, togliendola a quel re. E perchè mancava all'Aragonese un legittimo titolo di appropriarsi quel picciolo regno, si servì d'una bolla di papa Giulio II, che avea dichiarato decaduto da ogni suo diritto chiunque fosse aderito al conciliabolo di Pisa, concedendo a ciascuno facoltà di occupar i loro Stati. Questa bolla procurata dall'accorto re, per attestato del Mariana, tenuta fu per molto tempo segreta, e poi sfoderata al bisogno. Ma non so io, se quel re avesse creduta autorità ne' papi da donare i regni altrui quando mai contra di lui fosse stata pronunziata una simil sentenza. Maraviglia fu che il re Luigi, per lo sdegno che nudriva contro del papa, sì pertinace promotore della di lui rovina, non si lasciasse allora trasportare all'eccesso di far creare un antipapa nel suo regno. Senza dubbio ne fu assai trattato. Probabilmente non il timore di Dio, ma quel degli uomini il trattenne. Con tali e tante turbolenze terminò l'anno presente.


   
Anno di Cristo MDXIII. Indizione I.
Leone X papa 1.
Massimiliano I re de' Romani 21.

Fra tante sue sventure non avea per anche Luigi XII re di Francia dato congedo in suo cuore al desiderio e alla speranza di ricuperar lo Stato di Milano, perchè tuttavia si conservavano alla divozione di lui i castelli di Milano e di Cremona, e la Lanterna ossia il Finale di Genova. Vari negoziati perciò fece durante questo verno coi potentati nemici, o per pacificarli, o per rompere la loro [295] unione. Nulla potè ottenere dall'Inghilterra, meno dal papa e da Massimiliano. Per quanti progetti facesse agli Svizzeri, costoro insuperbiti, mirando d'alto in basso gli stessi monarchi, non volendo abbandonare la vigna che loro molto bene fruttava, e credendo oramai di poter dar legge ad ognuno, saldi stettero in sostenere lo Sforza. Unicamente riuscì ad esso re di stabilire la tregua di un anno col re Cattolico, ma solamente per li confini dell'Alpi coll'Aragona. Per consiglio ancora di Gian-Jacopo Trivulzio, si rivolse ai Veneziani, non essendogli ignoto quanto amareggiato giustamente fosse quel senato pel tradimento usatogli dalla lega e dal papa, e perchè Massimiliano nell'investitura data allo Sforza avea compreso anche Brescia, Bergamo e Crema. Infatti dopo molti dibattimenti nel dì 13 (altri dicono nel dì 24) di marzo dell'anno presente fu conclusa una lega difensiva ed offensiva fra esso re Lodovico e la repubblica veneta, con obbligarsi questa a mantenere mille e ducento lancie, ed otto mila fanti in aiuto del re; e che Bergamo, Brescia, Cremona e la Ghiaradadda dovessero tornare sotto la signoria di Venezia. Andrea Gritti prigione in Francia, riavuta la libertà, fu destinato a sottoscrivere questo accordo, per cui s'avea a vedere una scena nuova in Italia. Intanto le prosperità dell'anno precedente accendevano l'animo di papa Giulio a disegni maggiori, coll'essersi messo in capo di regolare a talento suo l'Italia tutta, per non dire tutti i principi della cristianità. Già avea stesa una bolla terribile contra del re di Francia, privandolo del titolo di re, e concedendo quel regno a chiunque lo occupasse, con attizzar più che mai il re d'Inghilterra Arrigo contra dell'altro. Avea segretamente comperata da Massimiliano Cesare per trenta mila ducati d'oro la città di Siena, affin di darla al nipote duca d'Urbino. Sdegnato col cardinal de Medici, pensava ad alterar di nuovo lo Stato di Firenze; minacciava i Lucchesi, e volea mettere in Genova per [296] doge Ottaviano Fregoso, con cacciarne Giano. E perciocchè egli frequentemente avea in bocca di voler liberare l'Italia dai Barbari, anzi gradiva il titolo di liberatore, come se già avesse terminata sì grande opera, per attestato del Giovio nella Vita di Alfonso duca di Ferrara, il cardinal Grimani gli disse un dì che restava pur tuttavia sotto il giogo il regno di Napoli. Allora Giulio, crollando il bastone su cui s'appoggiava, e fremendo, con ira disse che in breve, se il cielo altro non disponeva, i Napoletani avrebbono un altro padrone. Ma il principale sfogo dello sdegno pontificio avea da essere nella primavera contra del duca di Ferrara, il quale, abbandonato da tutti, pensò in questo frattempo di prepararsi a morire glorioso, col fare ogni possibil difesa. Stabilì una tregua coi Veneziani, fortificò Ferrara, prese al suo soldo Federigo Gonzaga signor di Bozzolo con due mila fanti italiani, il capitan Calappini con altri due mila fanti tedeschi, i quali, quantunque il papa facesse comandar loro dall'imperadore, come a vassalli suoi, di ritornarsene, pur vollero osservar la fede data al duca.

Era immerso in questi gran pensieri di mondo papa Giulio II, pensieri confacevoli tutti al feroce suo animo e genio guerriero, quando venne Dio a chiamarlo ai conti in tempo ch'egli forse non si aspettava. Dopo alcuni giorni di malattia, nei quali conservò sempre il giudizio consueto, e quella severità, a cui niuno del sacro collegio osò in addietro di contraddire, dopo aver divotamente ricevuti i sacramenti della Chiesa, nella notte del dì 20 di febbraio, venendo il giorno 21, spirò l'anima sua. Ho io chi scrive ch'egli sull'ultimo cadde in delirio, e andava gridando: Fuori d'Italia Franzesi: Fuori Alfonso d'Este. Ma ha maggior fondamento chi scrisse, esser egli stato esente dalla frenesia. Scrivono gli storici veneti che alla di lui morte cooperò la rabbia, per avere inteso il trattato di lega che si manipolava fra il [297] re di Francia e la loro repubblica, e per conoscere d'essere in odio a tutti i cardinali per li suoi marziali disegni. Ma queste verisimilmente non furono che immaginazioni. Quel che è certo, questo pontefice comparve agli occhi del mondo principe d'animo invitto, impetuoso, e pieno non men di smisurati disegni che di spirito di vendetta, e benemerito assai della Chiesa romana pel temporale. Qual poscia egli comparisse agli occhi di Dio, coll'aver suscitate tante guerre per la cristianità, invece di promuovere qual padre comune la pace, avendola tante volte avuta in sua mano, e coll'avere impiegate le sostanze della Chiesa, ed abusato anche della religione in tanti secolareschi impegni: a noi non tocca di deciderlo. Tuttavia l'autor franzese della Lega di Cambrai non lascia di riflettere che tanti disordini, cagionati da questo pur troppo bellicoso pontefice, troppo influirono a scemar la venerazione dovuta al sommo grado dei successori di san Pietro, e a far nascere il deplorabile scisma de' popoli settentrionali, siccome fra pochi anni avvenne. Che s'egli acquistò fama di grand'uomo, ciò fu, secondo il Guicciardino, presso coloro, i quali, essendo perduti i veri vocaboli delle cose, e confusa la distinzion del pesarle rettamente, giudicano che sia più uffizio de' pontefici l'aggiugnere coll'armi e col sangue de' cristiani imperio alla sedia apostolica, che l'affaticarsi coll'esempio buono della vita, e col correggere e medicare i costumi trascorsi per la salute di quelle anime, per le quali si magnificano che Cristo gli abbia costituiti in terra suoi vicarii. Per altro fu uno de' suoi pregi l'essersi astenuto dagli eccessi nell'amor del suo sangue, da cui non si guardarono altri papi di questi tempi, avendo egli solamente ottenuto dai cardinali sul fin della vita che Pesaro fosse dato in vicariato al duca d'Urbino suo nipote. Alle forti istanze ancora di madonna Felice sua figlia, moglie di Giovan-Giordano Orsino, [298] la quale desiderava il cappello cardinalizio per Guido da Montefalco suo fratello uterino, rispose apertamente che non era persona degna di quel grado. A questo pontefice ancora si dee il principio della nuova basilica vaticana, una delle maraviglie del mondo, con altre belle fabbriche entro e fuori di Roma. Secondo il Ciaconio, fu egli il primo dei papi che cominciò a portar barba lunga, per opinione che da questo selvatico e vano ornamento avesse a venir più riverenza a chi per tanti massicci titoli ne è sì degno. Ma che anche gli ecclesiastici e i papi portassero barba negli antichi tempi, è fuor di dubbio. La morte di questo pontefice non alterò punto la quiete di Roma. Solamente in Lombardia accadde qualche mutazione, perchè il Cardona vicerè di Napoli, tuttavia esistente in Milano, corse a Piacenza e Parma, costringendo que' popoli a rimettersi sotto il dominio del duca di Milano, come spettanti a quel ducato; e il duca di Ferrara ricuperò Cento, Lugo, Bagnacavallo e le altre sue terre di Romagna; ma non già la città di Reggio, perchè, ito colle sue genti colà, niun movimento si fece da que' cittadini in suo favore.

Apertosi poi in Roma il conclave, in poco tempo, per opera specialmente de' cardinali giovani, fu eletto papa Giovanni cardinale, figliuolo del fu rinomato Lorenzo della celebre casa de Medici, non senza maraviglia del popolo, che vide posto nella cattedra di san Pietro chi non avea se non trentasette anni: del che per tanti anni addietro non vi era esempio. Prese egli il nome di Leone X. Universalmente venne applaudita sì inaspettata elezione, perchè questo personaggio non avea macchie ne' precedenti suoi costumi; era di genio dolce, liberale e magnifico, letterato ed amante della letteratura. Infatti, non uscito per anche dal conclave, prese per segretarii delle sue lettere Pietro Bembo e Jacopo Sadoleto, scrittori di raro merito, e col [299] tempo cardinali insigni. Perciò si figurò la gente in lui il rovescio del poc'anzi defunto papa Giulio II, cioè un pontefice che metterebbe le sue delizie nel godimento della pace, e farebbe godere ad ognuno un soave governo. Se in tutto l'indovinassero ce ne accorgeremo. Diede egli principio al suo reggimento colla mansuetudine e con rara magnificenza nel dì della sua coronazione, che fu il giorno 11 d'aprile, perchè fu essa eseguita con incredibil pompa, talmente che non v'era memoria di solennità simile a questa. Acconsentì che v'intervenisse Alfonso duca di Ferrara, il quale in abito ducale portò il gonfalon della Chiesa. Vi furono eziandio i duchi d'Urbino e di Camerino, ed un concorso innumerabile di nobiltà. Cento mila ducati d'oro (se n'erano trovati trecento mila in castello Sant'Angelo) costò quella funzione, che non riportò applauso dai saggi, i quali avrebbono desiderato che un romano pontefice, invece di profondere i tesori in pompe secolaresche, si fosse applicato alla correzion de' costumi della sacra sua corte: difetto che pur troppo produsse dei lagrimevoli sconcerti sotto questo medesimo papa. Nulla si fece di questo; anzi Roma divenne l'emporio dell'allegria, del lusso, de' solazzi e banchetti, più di quel che fosse mai stata; laonde sempre più crebbe la dissolutezza e licenza con grave danno della disciplina ecclesiastica. Si mostrò sui principii papa Leone neutrale ed irresoluto nei torbidi d'Italia, giacchè si udivano i preparamenti de' Franzesi per tornare in Italia, ed altrettanto farsi da' Veneziani collegati con essi, per ricuperare le città perdute: al qual fine crearono lor capitan generale Bartolomeo d'Alviano, capitano di singolare valore e sperienza, già per onorifica adozione decorato del cognome della casa Orsina. Era questi stato condotto prigione in Francia; e rilasciato ora in virtù della lega, seppe così ben giustificare o col vero o col falso la condotta sua nella battaglia di Ghiaradadda, [300] rifondendone tutta la colpa sul Pitigliano, che tornò in grazia del senato veneto. Si prevalse il papa di questi romori per far paura a Massimiliano duca di Milano, tanto che ottenne di ricavar dalle sue mani Parma e Piacenza. Il che fatto, non piacendo ad esso pontefice la venuta de' Franzesi, cominciò segretamente (per non disgustare il re di Francia) a muovere con danari gli Svizzeri al soccorso del duca di Milano.

Già erano insorte varie commozioni per le città di quel ducato, perchè i popoli, dianzi cotanto infastiditi del dominio e pesante governo de' Franzesi, sperando miglior trattamento sotto lo Sforza, s'erano poi trovati non poco ingannati, stante l'eccesso delle taglie imposte per pagare e regalare gl'insaziabili Svizzeri, e per raunare un esercito in difesa dello Stato. Perciò prevaleva il desiderio di tornar sotto i non più odiati Franzesi, divenendo il minor male in confronto del maggiore una spezie di bene nelle bilance del mondo. Tanto più ancora se ne invogliarono i popoli, perchè sembrava loro lo Sforza principe di poca mente, e anche di minore spirito. Avvenne eziandio che Sagramoro Visconte, deputato all'assedio del castello di Milano, tuttavia occupato da essi Franzesi e languente, v'introdusse una notte gran quantità di farina, vino e grascia: dopo il qual tradimento se ne fuggì all'armata nemica, oppure in Francia, dove ricevette non poche finezze dal re Lodovico. Calarono finalmente i Franzesi da Susa in Lombardia con forte esercito, sotto il comando del signor della Tremoglia assistito dal prode maresciallo Gian-Jacopo Trivulzio, e s'impadronirono senza opposizione di Asti e d'Alessandria. Le speranze di Massimiliano Sforza erano riposte negli Svizzeri, giacchè il Cardona vicerè di Napoli co' suoi Spagnuoli se ne stava sul Piacentino con ordini segreti del re Cattolico di non mettere a rischio la sua picciola armata, e di ritirarsi, occorrendo, ad assicurare il regno [301] di Napoli. Grandi rumori e quasi guerra fu fra gli stessi Svizzeri, perchè parte di essi era stata guadagnata dalla pecunia franzese. Pure prevalendo il partito di chi ardentemente bramava la difesa dello Sforza nel ducato di Milano, cinque mila d'essi vennero ad unirsi con lui, e maggior numero anche se ne aspettava. Con questo rinforzo uscì il duca in campagna, e andò a postarsi su quel di Tortona, per opporsi a' Franzesi. Ma intanto il popolo di Milano, veggendo sguernita la città di milizie, e minacciante il castello, acclamò il nome de' Franzesi. Fu subito ristorato di nuove genti e di vettovaglie quell'importante castello. Dalla altra parte non perde tempo l'Alviano, generale de' Veneziani, e, prevalendosi del terrore già sparso per li popoli, uscì in campagna con mille e ducento lancie due mila e cinquecento cavalli leggeri ed otto mila fanti, gente tutta ben agguerrita e coraggiosa. Impadronitosi di Valeggio e di Peschiera, ancorchè intendesse fatti gagliardi movimenti in Brescia, e fosse chiamato colà; pure s'indrizzò a Cremona, dove bravamente entrò, con isvaligiar Cesare Feramosca, che con trecento cavalli e cinquecento fanti del duca di Milano era ivi in guardia. Mentre rinforzava di vettovaglie il castello, che tuttavia restava in potere de' Franzesi, ma vicino a rendersi, spedì Renzo da Ceri con parte di sue genti a Bergamo, dove era invitato da quel popolo. Furono ivi inalberate le bandiere di San Marco. Altrettanto fece, al comparire di Renzo, la città di Brescia, con ritirarsi gli Spagnuoli nel castello. L'esempio di Cremona servì a far rivoltare anche Lodi e Soncino.

Quasi nel medesimo tempo spedite dal re di Francia nove galee sottili con altri legni alla volta di Genova, si trovarono secondate da molta gente delle riviere, e molto più da Antoniotto e Girolamo fratelli Adorni, i quali mossero tumulto in quella città con tal vigore, che Giano Fregoso durò fatica a salvar la vita colla [302] fuga. Tornò Genova in tal guisa, ma senza il castelletto, alla divozion de' Franzesi, e fu ivi costituito governatore pel re Cristianissimo il suddetto Antoniotto. Non potea con più prospero vento camminar la fortuna de' Franzesi, perchè nulla più restava che facesse lor contrasto, se non Novara e Como, tuttavia ubbidienti a Massimiliano Sforza. S'era appunto ridotto questo principe a Novara, dove già erano giunti cinque o sei mila Svizzeri, quando il Tremoglia e il Trivulzio giunsero sotto quella città, e si diedero tosto a bersagliarla con sedici pezzi d'artiglieria. l'Anonimo Padovano fa ascendere l'armata de' Franzesi a mille quattrocento lancie, a mille cavalli leggeri e a quattordici mila fanti. Gli scrittori franzesi, all'incontro, le danno solamente cinquecento uomini d'armi, o, vogliam dire, lancie, sei mila lanzicheneschi tedeschi e quattro mila fanti franzesi, non avendo voluto il Tremoglia aspettare altri rinforzi che erano in viaggio. Parea che gli Svizzeri sprezzassero l'arrivo del campo franzese, talmente che vollero che stesse aperta la porta di Novara: nel qual tempo tremava di paura Massimiliano Sforza, veggendosi ristretto in quella stessa città, dove suo padre era stato venduto da altri Svizzeri al medesimo Trivulzio, che era ivi all'assedio, temendo un simile brutto giuoco da quella nazion venale. E certo fu creduto che non mancassero secreti maneggi per questo; anzi il Tremoglia superbamente avea scritto al re che gli darebbe prigione ancor questo duca. Ma sentendo il Tremoglia che veniva il capitano ossia general Mottino con altri sette mila Svizzeri verso Novara, si ritirò due miglia lungi da quella città a un luogo appellato la Riotta, e quivi malamente si accampò. Il Belcaire, copiato poi dallo scrittor franzese della Lega di Cambrai, forse persuaso che i suoi nazionali fossero invincibili, ed incapaci di commettere mai spropositi, rovescia il difetto di questo accampamento sul Trivulzio, quasi che [303] non avesse avuti la Francia tanti attestati della fedeltà e del sapere di questo insigne capitano italiano, e quasi che mancassero ingegneri ed uomini intendenti tra i Franzesi stessi che potessero scorgere il difetto di quell'accampamento, e non potesse farsi ubbidire il Tremoglia. Arrivò poi in Novara il Mottino colle sue genti; e, fatto consiglio, fu risoluto di andare ad assalire il campo franzese, senza aspettare il capitano Altosasso, che dovea venire con altre schiere di Svizzeri ad unirsi con loro. Pertanto sul far del giorno sesto di giugno, usciti in numero di dieci mila, furono addosso ai Franzesi, che non si aspettavano siffatta visita, e si attaccò la terribil giornata. Fecero sulle prime le artiglierie franzesi de' notabili squarci nelle file nemiche; ma essendo riuscito agli Svizzeri di occupar que' medesimi bronzi, e di rivolgerli contra gli stessi Franzesi dopo un feroce combattimento di più ore, e dopo una grande vicendevole strage, toccò ai Franzesi di voltar le spalle. Secondo il solito de' fatti d'armi, che diversamente sono raccontati a misura delle diverse passioni, ancor questo si truova descritto con gran varietà. Scrive l'Anonimo Padovano che, a comun giudizio, vi perirono circa dieci mila persone fra tutte e due le parti, ma molto più de' Franzesi, e quasi tutti fanti. Lo storico Gradenigo mette morti cinque mila Svizzeri ed otto mila Franzesi, la cavalleria de' quali, o perchè non potè, o perchè non volle combattere, quasi tutta si salvò. Lasciarono i Franzesi in preda ai vincitori tutte le artiglierie e munizioni. Il peggio fu che senza poter essere ritenuti, non solamente si ritirarono in Piemonte, ma passarono anche di là da' monti: scena accaduta anche a' dì nostri. Qui avrei voluto l'eloquenza del Belcaire e dell'autore della Lega di Cambrai a scusare e giustificare sì grande scappata dei lor nazionali, quando aveano Alessandria, Asti, ed altre città da potervisi ricoverare. Ma i mentovati due scrittori [304] han dimenticato di stendere questa apologia.

S'era dianzi inoltrato sino a Lodi lo Alviano coll'armata veneta, bramoso di unirsi co' Franzesi; ma perchè il Cardona cogli Spagnuoli si mosse a quella volta affin di vietargli il passo, quivi si fermò. Udita poi la rotta de' Franzesi, disfatto il ponte sull'Adda, abbandonata anche Cremona, si ritirò a Ghedi. Videsi poscia una strana peripezia, perchè, per così dire, in un momento si rivoltò tutto lo Stato di Milano contra de' Franzesi. In Milano quanti di loro si trovarono che non ebbero tempo di salvarsi nel castello, tutti furono messi a fil di spada. A trecento Guasconi, che erano in Pavia, toccò la medesima mala sorte. Tutte le altre città si rivoltarono, mandando a chiedere perdono a Massimiliano duca, con essere poi condannata ognuna a pagare quantità grande di danaro, cioè Milano ducento mila ducati d'oro, e le altre a proporzione: danaro che colò tutto per premio della vittoria in mano agli Svizzeri, i quali, inseguendo da lungi i fuggitivi Franzesi, maggiormente s'ingrassarono alle spese de' Monferrini e Piemontesi. Intanto il vicerè di Napoli, che era fin qui stato alla veletta, osservando qual esito avesse da avere la fortuna dei Franzesi, si avviò a Cremona, e fu ammesso in quella città. Diede ancora ad Ottaviano Fregoso tre mila fanti e quattrocento cavalli, sotto il comando del marchese di Pescara, per poter entrare in Genova, con patto che, entratovi, gli pagasse ottanta mila ducati d'oro. Se ne impadronì egli con esserne fuggito Antoniotto Adorno, ed ivi fu creato doge, con aver poi quella repubblica sborsato sì grave regalo all'ingordo Cardona. Fu anche abbandonata Brescia da Renzo di Ceri, non avendo egli assai forze da difenderla; ma, nel volere ridursi a Crema, s'incontrò in parte dell'armata spagnuola che marciava alla volta di Brescia, e fu forzato in Soresina a lasciare in lor mano le artiglierie, per potersi speditamente salvare in essa Crema. [305] Entrarono dunque di nuovo gli Spagnuoli in possesso della città di Brescia, di cui già tenevano il castello. Da lì a qualche tempo anche Bergamo tornò alla lor divozione, con pagare venti mila ducati di taglia. Era ridotto alla Tomba Bartolomeo d'Alviano colle milizie venete, dove concorsero molti Veronesi, malcontenti del dominio tedesco, e l'animarono all'acquisto della lor patria, perchè non vi erano di presidio se non due mila fanti e cinquecento cavalli. Dopo aver egli inteso che Gian-Paolo Baglione, spedito a Lignago, se n'era impadronito, passò sotto Verona. Con incredibil prestezza piantò le batterie, e fece alquanto di breccia; venne anche all'assalto. Tal difesa nondimeno fecero, e tali precauzioni presero i pochi Tedeschi lasciati ivi di guarnigione, che l'Alviano, giacchè non si sentiva commozione alcuna di dentro, si ritirò nel Padovano, aspettando ciò che meditassero gli Spagnuoli, i quali, impadronitisi per forza di Peschiera, e giunti all'Adige, aveano ivi gittato un ponte. In questi tempi ancora pervenne a Verona il vescovo Gurgense, primo mobile della corte di Massimiliano Cesare, con quattro mila fanti e secento cavalli borgognoni, tutta bella gente. Al quale avviso i Veneziani rinforzarono di molte soldatesche Trivigi sotto il comando del Baglione. L'Alviano restò in Padova, dove fece delle mirabili fortificazioni, coll'atterramento di molte case, con una vastissima spianata intorno alla città, e con ogni maggior provvisione per sostenere un assedio.

Attesero in questo mentre gli Spagnuoli a ricuperar Lignago; indi passarono a Montagnana, e quivi tennero molti consigli. Era di parere il Cardona vicerè che s'imprendesse l'assedio di Trivigi, come più facile a riuscire; ma gli convenne cedere all'ostinata volontà del vescovo Gurgense, che pontò in preferir quello di Padova. Arrivarono in questi giorni al loro campo ducento uomini di armi, che, alle forti istanze di Cesare, [306] mandò papa Leone. Mal volontieri, dice il Guicciardino. Fu questo nondimeno un segno che il pontefice, ancorchè andasse tergiversando, inclinava alla aderenza dell'imperatore e del re di Spagna. l'Anonimo Padovano scrive che furono ducento lancie e due mila fanti spediti dal papa; e a lui, più che al Guicciardino, sembra in molte circostanze dovuta fede, perchè scrive d'essersi trovato presente in queste guerre d'Italia. Era composto l'esercito spagnuolo di mille lancie, cinquecento cavalli leggieri e sette mila fanti, co' quali si congiunsero quattro mila fanti tedeschi e cinquecento cavalli borgognoni condotti dal suddetto vescovo Gurgense: esercito poco sufficiente ad espugnar Padova, città di gran circuito, ben munita e difesa dall'Alviano, uomo senza paura. Riuscì infatti ridicolo il tentativo fatto contra di quella città, e dopo diciotto giorni fu obbligato il Cardona a ritirarsi a Vicenza, città in questi tempi come deserta, perchè continuamente esposta agl'insulti e al possesso di chiunque giugnea colà più forte. Nè già era più felice lo stato de' Bergamaschi. Dacchè gli Spagnuoli si furono impadroniti di quella città, i loro commissarii aveano riscossi quindici mila ducati d'oro da quegli afflitti cittadini. Renzo da Ceri, che, stando in Crema per li Veneziani, tenea spie in Bergamo, segretamente di notte con trecento cavalli e mille fanti marciò a quella volta; ed, entrato nel far del giorno in essa città, non solamente risparmiò a quei commissarii la fatica di portar via quel danaro, ma anche, uccisi e presi molti di quei Spagnuoli, s'impossessò della città; e, lasciato ivi il capitan Cagnolino Bergamasco, se ne tornò subito a Crema. Pochi giorni passarono che giunse in Brescia il conte Antonio da Lodrone con due mila Tedeschi; e già si disponeva per passare a Bergamo. Cagion fu questo avviso che il Cagnolino si ritirasse in fretta colle sue genti a Crema, e Bergamo tornasse in potere degli Spagnuoli. Risoluto poscia il [307] conte di Lodrone d'acquistar Pontevico, posto di grande importanza sull'Oglio, colle artiglierie, e con un buon corpo di combattenti ito colà, dopo una gran rottura di muro, diede l'assalto alla terra. Fu questa mirabilmente difesa dal capitan Fattinnanzi, che v'era di guarnigione con quattrocento fanti, di modo che dopo gran sangue il conte fu astretto a convertire l'assedio in blocco. Passato un mese, per mancanza di vettovaglie, quel capitano rendè la terra, salvo l'avere e le persone. Avea Renzo da Ceri preso gusto alla preda. Dacchè seppe che gli Spagnuoli aveano riscosso dai miseri Bergamaschi altra gran somma di danaro per compensare i danni dianzi patiti, ma senza colpa dei cittadini, se ne tornò col solito suo corteggio a quella città; e, presi quanti Spagnuoli ivi trovò, dopo avervi lasciato di presidio ottocento fanti e ducento cavalli sotto il governo di Bartolomeo da Mosto, si ridusse di nuovo a Crema. Ciò inteso, il vicerè Cardona con lettere raccomandò la ricuperazion di Bergamo al duca di Milano, il quale si trovava allora cogli Svizzeri in Piemonte, saccheggiando tutto il paese, sotto pretesto d'impedire ai Franzesi il ritorno in Italia. Spedì il duca a quell'impresa con assai schiere ed artiglierie Silvio Savello e Cesare Feramosca, che cominciarono a battere la città. Ma ecco sul far del giorno giugnere quattrocento cavalli ed altrettanti fanti, inviati da Crema da Renzo da Ceri, che animosamente assalirono il campo milanese, nel qual tempo uscirono alla medesima danza gli altri ch'erano nella città. Fu sanguinosa la pugna; ma infine rimasero sconfitti i Veneziani colla perdita di quasi tutti i fanti. S'arrendè l'infelice città di Bergamo, e all'innocente popolo fu imposta dal Savello una taglia di dieci mila ducati d'oro.

Dappoichè fu sciolto l'assedio di Padova, fece papa Leone quante pratiche potè per istaccare i Veneziani dalla lega coi Franzesi; ma senza frutto: tanto era [308] irritato quel senato contro la mala fede degli Spagnuoli. Però, essendosi il vicerè Cardona ridotto con tutti i capitani in Verona, tenuto fu ivi consiglio, e risoluto d'infestare i Veneziani, per trarli colla forza ad acconciarsi con loro. Nel dì 17 di settembre s'avviò l'esercito collegato verso il Padovano, con bando che fosse lecito ad ognuno il mettere a ferro e fuoco tutto il paese da Monselice sino alle Acque salse. Fu eseguito il barbarico editto, e in tempo che i poveri popoli, non aspettando la seconda visita di questi cani, erano ritornati colle famiglie e bestiami alle lor case. Non contenti costoro, cristiani di nome, e Turchi ne' fatti, di far grandissimo bottino, imprigionavano, uccideano e bruciavano case e ville, dovunque arrivava il loro furore. Meno degli altri non operavano i soldati del papa. Fra le altre terre l'amena e fertile di Pieve di Sacco, dove si contavano tante belle case di nobili veneti, tutta fu consegnata alle fiamme. Lungo le Brente nuova e vecchia fecero lo stesso scempio, scorrendo sino a Lizzafusina, Mergara, Mestre ed altri luoghi marittimi, dai quali spararono anche di molte cannonate verso Venezia, con arrivar le palle fin quasi a quella nobilissima città: il che riempiè di terrore il popolo. L'Alviano, che in Padova rodeva il freno al mirar tante iniquità dei nemici, seppe con tal efficacia persuadere al senato veneto che si potea reprimere la baldanza di quegli assassini, e di tagliar loro il ritorno a casa, che data gli fu licenza di uscire in campagna coll'armata sua, benchè inferiore all'altra di forze. I movimenti di questo generale, e i passi stretti occupati da lui con far rompere le strade, cagion furono che i collegati risolvessero di retrocedere per non restar privi dei viveri. Ma alla Brenta e al Bachiglione ebbero a fronte l'Alviano, il quale in tal maniera li strinse, che non sapeano trovar alcun varco per ridursi in salvo. In tale stato di cose, se l'Alviano fosse stato un saggio e prudente capitano, [309] avrebbe di troppo angustiato il nemico, e, senza azzardar battaglia, gli avrebbe dissipati o vinti colla fame. Ma egli non parlava d'altro che di venire alle mani; e quantunque Andrea Gritti e Andrea Loredano legati della repubblica colla maggior parte de' capitani si opponessero, mostrando che non era da combattere con gente disperata; pure si ostinò nella sua risoluzione, e furibondo non rispose se non con villanie a chi gli contraddiceva. Non restava ai collegati altro scampo che la via di Valsugana per ritirarsi a Trento, ma questa si trovava piena di mille difficoltà. Sicchè il miglior partito era quello d'aprirsi il passo colla spada alla mano, se non che temeano che i Veneziani abborrissero questo giuoco. Ma il saggio Prospero Colonna, ben conoscente del genio fervido e superbo dell'Alviano, promise di tirare il campo veneto ad un fatto d'armi.

La mattina dunque del dì 7 d'ottobre, Ferdinando d'Avalos marchese di Pescara, giovane valorosissimo, s'avviò contro de' Veneziani verso l'Olmo, ed unitosi col Colonnese nelle coerenze di Creazzo, circa tre miglia lungi da Vicenza, diede principio alla terribile zuffa. Si combattè con incredibile ardore da ambe le parti, ma infine restò sconfitto l'Alviano. Le particolarità di questo conflitto sono descritte in differente guisa dal Guicciardino, dal Giovio, dal Gradenigo e da altri. Fra morti e presi de' Veneti si contarono circa quattrocento uomini di arme e quattro mila fanti. L'Anonimo Padovano vi aggiugne più di ottocento cavalli leggeri, e fa maggiore la strage de' fanti. Restarono prigioni Gian-Paolo Baglione governatore della veneta armata, Giulio Manfrone, Andrea Loredano legato del campo, che fu poi barbaramente ucciso per gara nata fra i pretendenti di averlo prigione. Tutta l'artiglieria coi carriaggi venne in potere dei vincitori, i quali la stessa sera cenarono in Vicenza. Al vedere che il senato veneto non prese risoluzione alcuna contro dell'Alviano, [310] può far credere fondato il sentimento di alcuni che scrivono esser egli stato spinto dal Loredano suddetto ad uscire alla battaglia. Il Loredano morto non potè più dir le sue ragioni. Perchè si avvicinava il verno, niun'altra impresa tentarono i collegati, se non che il Cardona seguitò da Vicenza ad infestar il Padovano, con lasciar tempo alla repubblica veneta, intrepida sempre in mezzo alle sue sventure, di far nuove provvisioni di guerra. Andato poscia a Roma il vescovo Gurgense Matteo Langio, creato già cardinale, si ripigliarono i trattati di pace, e ne fu fatto compromesso in papa Leone X; ma ancor questa volta andò in fascio l'affare per le differenti pretensioni di tante teste. Prima che terminasse l'anno presente, con tuttochè, a cagion d'esso trattato, fosse seguita sospension d'armi, fu preso dai Tedeschi Marano, castello quasi inespugnabile nel Friuli. Per ricuperarlo fu spedito colà dai Veneziani un picciolo esercito, ma che restò rotto con istrage di molti, e colla perdita delle artiglierie. In Lombardia Prospero Colonna, divenuto generale dell'esercito del duca di Milano, andò a mettere l'assedio a Crema al dispetto del verno ben rigoroso. Dentro v'era Renzo da Ceri, che fece delle maraviglie di valore, con rompere più volte i nemici, e far prigioni e prede; e condusse così ben l'impresa, che fu necessitato il Colonna a lasciar in pace quella terra nell'anno seguente. Durante esso verno occuparono i Tedeschi anche Sacile e Feltre e misero di nuovo a ferro e fuoco la misera patria del Friuli. Delle guerre fatte in questi tempi dal re d'Inghilterra e dagli Svizzeri contra al re di Francia, per le quali il re Lodovico non potè accudire all'Italia, e della guerra mossa dal re di Scozia contro gl'Inglesi, siccome avventure non pertinenti all'assunto mio, niuna menzione farò io, dovendo i lettori curiosi prenderne informazione da altre storie.

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Anno di Cristo MDXIV. Indizione II.
Leone X papa 2.
Massimiliano I re de' Romani 22.

Ancorchè durasse la discordia fra tanti principi cristiani, e continuasse anche la guerra in Italia, pure nell'anno presente non si contarono avvenimenti sì strepitosi, come ne' precedenti. Ai tanti infortunii patiti fin qui dalla veneta repubblica, se ne aggiunse uno gravissimo nel dì 13 di gennaio. Circa un'ora di notte attaccatosi, o per inavvertenza o per malizia degli uomini il fuoco in Rialto a una bottega di telerie, questo, a cagione d'un gagliardo vento che soffiava, sì fieramente si dilatò, che in poco tempo bruciò la parte più ricca e frequentata di Venezia, perchè piena di drapperie, argenterie e d'ogni altra sorta di merci preziose; calcolandosi che circa due mila tra botteghe e case col fondaco de' Tedeschi restassero preda del furioso incendio. Seguitava intanto la guerra nel Friuli, dove Cristoforo Frangipane e il capitan Rizzano con mille cavalli e cinque mila fanti tedeschi assediarono e bombardarono Osopo, castello fortissimo. In tre assalti che gli diedero, vi perderono circa mille e cinquecento persone. Girolamo Savorgnano, che difendea quella rocca, s'era infine ridotto con soli ventiquattro uomini, essendo perito il resto di sua gente; e però fece sapere a Venezia la necessità di rendersi, qualora non gli venisse soccorso. Allora il senato ordinò all'Alviano di portarsi colà il più segretamente che potesse, quantunque il vicerè Cardona fosse tuttavia ad Este e a Monselice, e le di lui soldatesche facessero di tanto in tanto delle scorrerie sino alle porte di Padova. Andò l'Alviano alla sordina (era il mese di marzo) con un buon corpo di gente, e giunto a Sacile, spinse Malatesta Baglione contro il capitan Rizzano, che restò prigione. Sconfitti i Tedeschi del suo seguito, si salvarono a Pordenone; [312] ma poco stette a comparir colà l'Alviano e a piantar le artiglierie. Terminò la faccenda colla presa e col sacco dell'infelice castello, e colla strage di tutti i difensori. Questo colpo fece ritirare in fretta il Frangipane dall'assedio d'Osopo; laonde l'Alviano se ne tornò trionfante a Padova. Perchè premeva non poco ai Veneziani di ricuperar Marano, castello di molta importanza, fu spedito colà il Savorgnano con gente assai, che cominciò a bersagliarlo colle batterie: nella quale occasione a Giovanni Vetturi riuscì in un aguato di far prigione lo stesso Frangipane, gran nemico della repubblica, e d'inviarlo nelle carceri di Venezia. Ma, sciolto che fu questo assedio, anche il Vetturi, colto in un'imboscata dai Tedeschi, restò prigione con cento de' suoi. Andò poscia il vicerè con tutto il campo spagnuolo addosso a Cittadella, e, formata la breccia, fece dare, nel dì 27 di giugno, un fiero assalto, per cui restò preso e saccheggiato quel castello, e i soldati e cittadini tutti fatti prigioni.

In questi tempi, venuta meno la vettovaglia al castello di Milano, fu forzato a capitolare la resa, e il presidio franzese libero venne condotto sino ai monti. Da lì a pochi giorni altrettanto fece il castello di Cremona: il che quanta letizia recò al duca di Milano, altrettanto scemò la riputazion de' Francesi in Italia. Restava in lor potere la sola creduta inespugnabil fortezza della Lanterna, presso a Genova; ma, per mancanza di viveri, fu anche essa astretta nel dì 26 d'agosto a rendersi ai Genovesi, che per più mesi l'aveano tenuta assediata; nè tardarono a spianarla sino a' fondamenti: con che parve tolta affatto ogni apparenza che i Franzesi avessero più a comparir in Italia: il che diede non poco affanno alla repubblica veneta, restata sola contro a tanti nemici, ma che nondimeno giammai non invilì, nè volle consentire a proposizione alcuna di pace, per cui avesse da cedere alcuna delle città a lei tolte in terra ferma. Pure con tutte queste peripezie [313] il re Luigi XII più che mai si sentiva acceso della costante brama di ricuperare lo Stato di Milano. E però, dappoichè con paci, tregue e parentadi ebbe acconci i suoi interessi coi re d'Inghilterra e d'Aragona, che gli aveano date delle disgustose lezioni in varii fatti di arme, si diede tutto a nuovi preparamenti di gente d'arme, d'artiglierie e munizioni, risoluto di calar di nuovo in Italia nello anno seguente. Fu in quest'anno fatta una specie di blocco dall'armi del duca di Milano comandate da Silvio Savello all'insigne terra di Crema. Dentro v'era la peste, la guarnigione senza paghe e gran carestia di viveri, per modo che Renzo da Ceri, ivi comandante, omai diffidava di potersi sostenere. Pure, siccome persona di mirabil senno ed attività, nel dì 25 d'agosto uscito all'improvviso addosso ai nemici, li mise in rotta; e fama fu che il Savello vi perdesse trecento fanti e quattrocento cinquanta cavalli uccisi, oltre ad altrettanti rimasti prigioni. Fu poi rifornita Crema di vettovaglia da' Veneziani, e il conte Niccolò Scotto v'introdusse mille e cinquecento fanti. Animato da questo rinforzo il valoroso Renzo da Ceri, uscì una notte di Crema, e all'improvviso comparve a Bergamo, e v'entrò senza contrasto, essendo fuggiti que' pochi Spagnuoli che v'erano di presidio, nella Cappella, fortezza sopra il monte. Diedesi egli immantenente a far bastioni ed altri ripari, con risoluzion di difendere di nuovo quella città. Avvisati di ciò il duca di Milano e il vicerè Cardona, che stava nel Polesine di Rovigo, affinchè Renzo maggiormente ivi non si afforzasse, si affrettarono per isloggiarlo di là. Andò lo stesso vicerè con un corpo di gente e molta artiglieria colà, ed, unitosi con Prospero Colonna generale dell'armi duchesche, cominciò aspramente a percuotere le mura di quella città. Ma quanto danno si faceva il giorno, la notte veniva con tagliate e nuove fortificazioni riparato dall'indefesso Renzo, il quale non [314] lasciava di far anche delle sortite con grave incomodo degli assedianti. Per segreti messi gli faceva intanto sapere lo Alviano che si difendesse, perchè farebbe tal diversione, che il vicerè sarebbe astretto a ritirarsi. Tentò infatti Verona, ma senza frutto. Quindi sollecitamente, passato verso la nobil terra di Rovigo, spinse innanzi Baldassare di Scipione con secento cavalli, che nel dì 19 di novembre trovati gli Spagnuoli senza guardia, quasi tutti li fece prigioni od uccise; e furono cento uomini d'arme, ducento cavalli leggeri e cinquecento fanti. Sopraggiunto poi esso Alviano, la misera terra andò tutta a sacco. Questo colpo fece scappare in fretta da Lendenara e dalla Badia quanti Spagnuoli si trovavano in quelle terre. In questo mentre Renzo da Ceri, lusingato sempre dalla speranza che l'Alviano il soccorresse, avea consumata buona parte di sue genti nella difesa di Bergamo. Conosciuto poi disperato il caso, capitolò la resa, se in termine d'otto giorni non veniva soccorso, con patto che la città fosse salva dal sacco, e che uscissero i suoi soldati con armi e bagaglio, ma senza poter entrare in Crema per lo spazio di sei mesi. Spirati gli otto giorni senza che comparisse soccorso alcuno, fu presa dal vicerè e dal Colonna la tenuta della città, ma città bersagliata da infinite sciagure, perchè condannata anche in questa occasione allo sborso di ottanta mila ducati d'oro. Tornato poscia il vicerè a Verona, ed uscito in campagna contro l'armata dell'Alviano, tal terrore ad essa recò, che come in rotta si ritirarono i Veneziani a Padova, con perdita di molti cavalli. La dirotta pioggia e le strade piene di fango impedirono agli Spagnuoli di più ottenere nell'anno presente.

Quali fossero in tempi di tante discordie i maneggi e raggiri di papa Leone, chiunque bramasse d'esserne pienamente informato, dee ricorrere al Guicciardino, storico provveduto di un buon microscopio, per discernere le simulazioni [315] e dissimulazioni della politica mondana de' principi, nella quale certamente eccellenti furono in questi tempi esso pontefice e Ferdinando il Cattolico re d'Aragona e delle Due Sicilie. Ebbe esso pontefice, mentre continuava ancora il concilio lateranense, la consolazion di vedere affatto estinto lo scisma de' Franzesi, cominciato col conciliabolo pisano. Nel dì 12 di marzo ricevette ancora con gran pompa gli ambasciatori di Emmanuello re di Portogallo [Orosius, de Rebus Emanuelis regis.]. Condussero essi, oltre ad altri preziosi regali, in dono al papa un superbo elefante, che riempiè di maraviglia il popolo romano, concorso a folla per mirare un animale strano agli occhi loro, ma sì familiare agli antichi Romani. Giunta questa bestia davanti alla finestra, dove era assiso il papa, tre volte s'inginocchiò, ubbidendo a chi lo avea così ammaestrato. Poi da un tino d'acqua preparata ne tirò colla sua tromba o proboscide una buona quantità, con cui asperse chi si trovava anche nelle finestre più alte, e molto più ne spruzzò sopra la circostante plebe. Perchè ancora a quel re era noto come il pontefice, senza gran cura della sua dignità, si dilettasse della caccia, gl'inviò in dono una pantera, avvezzata a quell'esercizio; e fattane la pruova, quante bestie le si affacciarono, tutte in breve tempo le strozzò. Attendeva intanto papa Leone, come si ha dal suddetto Guicciardino e dall'autore della Lega di Cambrai, a coprir le segrete sue intenzioni, con deludere or questo, or quello de' principi, essendo la general mira di seminar fra loro la mala intelligenza, e di persuadere a cadauno la sua predilezione, per desiderio di rendersi arbitro degli affari. Ma l'aver egli inviato a Venezia il celebre Pietro Bembo per istaccare quella repubblica dall'alleanza coi Franzesi, senza però poterla smuovere, fece infine capire al re Lodovico che capitale avesse egli a fare delle belle proteste di questo pontefice. Peggio intervenne ad Alfonso duca di Ferrara. [316] Dopo aver questi assistito alla coronazion di questo papa, se ne tornò a casa sua carico di carezze e di promesse quante ne volle. Insisteva il duca perchè gli fosse restituita la città di Reggio, indebitamente occupata a lui da papa Giulio II contro la fede obbligata nel salvocondotto. Era disposto Leone a restituirla; ma questo benedetto giorno non arrivava giammai [Antichità Estensi, tom. 2. Piena Esposizione dei diritti imperiali ed estensi sopra Comacchio.]. Dopo grandi maneggi si lasciò indurre il duca nel dì 15 di giugno a spogliarsi del diritto di far sale nella città di Comacchio, della quale la casa d'Este per tanti anni era stata, ed è tuttavia, investita dai soli imperadori; ma senza pregiudizio della cesarea maestà, e non altrimenti, nè in altro modo, come canta quella convenzione. Oltre allo essere stati annullati tutti i processi di papa Giulio, promise il papa di restituire ad esso duca in termine di cinque mesi Reggio. Ma questi cinque mesi nel cuor di papa Leone doveano essere cinquecento mesi, perciocchè non solamente mai non volle rendere quella città al duca, ma due giorni appena dopo la convenzione suddetta stipulò coi ministri di Massimiliano Cesare la compera (salvo il gius della ricupera) della imperial città di Modena pel prezzo di quaranta mila ducati d'oro, contati a quel monarca, sempre ansioso e sempre bisognoso di pecunia, e che nulla badò a commettere una sì patente ingiustizia in pregiudizio di un vassallo che nulla avea operato contra del sacro romano imperio. Fruttava questa città di sole rendite annue altrettanta somma. Troppo stava sul cuore al pontefice l'acquisto di Modena, per aver libero il passaggio e la comunicazione colle città di Reggio, Parma e Piacenza, che erano già in suo potere. Gli occulti fini nondimeno d'esso papa non terminavano qui, come osserva il Guicciardino. Imperciocchè, se non il primo, certo uno de' principali pensieri di Leone [317] era quello d'ingrandire la propria casa de Medici, e non già con allodiali o feudi minori, ma con di que' principati e Stati, che partecipano della sovranità, spogliandone i legittimi possessori. Questa malattia l'abbiam trovata in altri precedenti papi, ma specialmente comparve dipoi in esso Leone X e in Clemente VII, amendue della stessa casa, che, per ottenere quest'intento, impiegarono senza misura i tesori della Chiesa, e fecero o fomentarono più guerre fra i popoli battezzati. Tale certo non era la intenzione di Dio, allorchè li pose sulla cattedra di san Pietro, e li costituì pastori del gregge suo. Avea papa Leone Giuliano suo fratello, avea Lorenzo figlio di Pietro Medici che era suo nipote, e continuamente pensava ad innalzarli. Poichè quanto a Giulio suo cugino, figlio di Giuliano ucciso nella congiura de' Pazzi, che fu poi papa Clemente VII, benchè dal Nardi, dal Guicciardino, dal Varchi, dal Panvinio e da altri si sappia essere egli nato fuori di matrimonio, Leone l'avea creato cardinale nell'anno precedente. Le idee di esso papa Leone erano di formare per Giuliano un principato di Modena, Reggio, Parma e Piacenza, e, se gli veniva fatto, d'aggiugnervi anche Ferrara. Fu eziandio creduto che trattasse col re di Francia di acquistare il regno di Napoli o per la Chiesa, oppure pel suddetto suo fratello, già creato prefetto di Roma, e generale e gonfaloniere della santa romana Chiesa. Qual esito avessero i suoi grandiosi disegni l'andremo a poco a poco vedendo.


   
Anno di Cristo MDXV. Indizione III.
Leone X papa 3.
Massimiliano I re de' Romani 23.

Funesto principio ebbe l'anno presente, perchè nello stesso primo giorno di gennaio mancò di vita Lodovico XII re di Francia per infermità, comunemente creduta cagionata dal recente matrimonio [318] colla sorella del re d'Inghilterra di età d'anni diciotto, quando egli era giunto ai cinquanta quattro anni, e prometteva ben più lunga vita. Fu assai compianta la di lui perdita, perchè s'era acquistato il titolo di padre de' suoi popoli, elogio il più glorioso d'ogni altro, ma che per disavventura miriamo assai raro in tutti i tempi. Ora favorito dalla prospera, ed ora battuto dall'avversa fortuna, era non di meno in tal maniera risorto, che di gran cose tuttavia promettea, se la morte non avesse troncato il filo di sua vita e delle sue speranze. Ma si consolarono in breve i Franzesi, perchè a lui succedette Francesco I conte di Angolemme, il più prossimo del regal sangue maschile secondo le leggi o le consuetudini di quel regno; giacchè Lodovico non lasciò dopo di sè se non due femmine, cioè Claudia, sposata ad esso Francesco nel dì 18 maggio dell'anno precedente, e Renea, ch'era stata bensì in un trattato del dì 24 di marzo dello stesso anno promessa a Carlo, nipote di Massimiliano re de' Romani, che fu poi il glorioso Carlo V Augusto, ma divenne col tempo moglie di Ercole II d'Este principe e susseguentemente duca di Ferrara. Si trovava il nuovo re Francesco in età di soli ventidue anni, principe di gran mente, pieno di spiriti guerrieri, e sommamente avido di gloria. Con gli altri suoi titoli unì egli tosto ancor quello di duca di Milano, con tutto che sui principii occultasse la voglia di ricuperar quel ducato, affine di assodar prima gli interessi suoi co' potentati vicini. Confermò la lega col re d'Inghilterra, e poscia colla repubblica veneta; ma nulla di pace potè ottenere nè da Massimiliano Cesare, nè da Ferdinando il Cattolico re d'Aragona, nè dagli Svizzeri, e meno da papa Leone, il quale andava barcheggiando in questi tempi, sempre nondimeno con animo contrario a' Franzesi, qualora volessero tentar di nuovo la conquista dello Stato di Milano. In effetto essi re de' Romani e di Aragona, il duca di Milano, [319] gli Svizzeri e Fiorentini contrassero lega fra loro in questi tempi colla mira di opporsi ai Franzesi, lasciato luogo d'entrarvi al papa, il quale volea giocare a carte sicure. Avea nondimeno esso pontefice nel dì 9 di dicembre del precedente anno fatta una particular lega coi medesimi Svizzeri [Du-Mont, Corp. Diplomat.], confidando più in essi che in altra potenza per la difesa del ducato di Milano. Inoltre fu da lui procurato nell'anno antecedente un accasamento nobilissimo a Giuliano suo fratello, con avergli ottenuta per moglie [Guichenon, Hist. de Maison de Savoye.] Filiberta figlia di Filippo duca di Savoia, e prossima parente, dice lo scrittor della Lega di Cambrai, ma dovea dire sorella di Luisa madre del sopraddetto re di Francia Francesco I. Tale era ne' tempi presenti la potenza de' sommi pontefici, che niuno de' gran principi si sdegnava di far parentado con loro. Nel mese di febbraio si effettuò questo matrimonio, e sì suntuoso e magnifico fu il ricevimento di questa principessa in Roma, che il papa vi spese più di cento cinquanta mila ducati d'oro, come si ricava dalle lettere del Bembo. Altre grandi feste s'erano fatte in Torino, dove lo sposo si fermò per un mese; e similmente in Firenze, dove ognuno o per amore o per timore gareggiava ad onorare ed esaltare la casa de Medici.

Ardeva intanto di voglia il re Francesco di calare in Italia, e cominciò a non essere più un segreto questo suo disegno: tanto grande era la massa di gente armata ch'egli facea. L'autore della Lega di Cambrai scrive, aver egli accresciuto il numero delle lancie, ossia degli uomini d'arme, sino a quattromila; il che, secondo esso storico, facea quasi venti mila combattenti a cavallo. Merita esame questa asserzione, perchè non era molto in uso che un uomo d'arme conducesse seco cinque cavalli e quattro armati di suo seguito. Scrive l'Anonimo Padovano ch'esso re inviò il signor di [320] Lautrec con cinquecento lancie e cinque mila fanti a' confini della Guascogna, per opporsi ai tentativi del re Cattolico; e il Tremoglia in Borgogna con un altro corpo di gente, e Gian-Jacopo Trivulzio con quattrocento lancie in Provenza, per vegliare ai movimenti degli Svizzeri, a' quali premeva troppo la conservazion dello Stato di Milano, dacchè aveano imparato a succiar tutto il sangue de' popoli di quella contrada. Oltre ad otto mila fanti e tre mila guastatori suoi sudditi, avea parimente il re Francesco presi al suo soldo diciotto oppur ventidue mila fanti tedeschi sotto varii capitani; e Pietro Navarro celebre capitano, che s'era ritirato dal servigio del re Cattolico, avea arrolati altri dieci mila fanti, che l'autor della Lega fa tutti Biscaini, ma, l'Anonimo Padovano scrive, essere stati sei mila Guasconi e quattro mila Italiani. Per la impresa d'Italia scelse due mila e cinquecento uomini d'arme e tre mila cavalli leggeri da unirsi alla copiosissima fanteria. Il primo buon colpo che fece sulle prime il re Francesco, fu di tirar dalla sua Ottaviano Fregoso doge di Genova, il quale, avendo fin qui finto un grande attacamento ai collegati, e trovando vacillante il suo Stato per la nemicizia degli Adorni e dei Fieschi, s'accordò segretamente con esso re Cristianissimo. Ma troppo frettolosamente fu fatto da lui questo passo; imperocchè trapelato il suo maneggio, e già scesi in Lombardia sei mila Svizzeri che si unirono alle milizie del duca di Milano, Prospero Colonna generale del duca marciò alla volta di Genova, avendo seco gli Adorni e i Fieschi. Avea bene il Fregoso ammassati cinque mila fanti per sua difesa; ma, diffidando di potersi sostenere con sì lievi forze, ricorse al papa suo gran protettore, il quale, prestando fede alle di lui proteste, non tardò a spedire un suo oratore al Colonna con ordine d'intimargli di non proceder oltre contra del Fregoso, minacciando, in caso di contravvenzione (oh questa è bella!), le pene [321] spirituali e temporali. Fu cagione una tal sinfonia che il Colonna, per non irritare il papa, venisse ad una convenzione col Fregoso, per cui questi si obbligò di non favorire i Franzesi; e sborsata gran quantità di danaro, che sempre era l'unico mezzo per quetare gli Svizzeri, fu lasciato in pace. Ciò fatto, volò il Colonna in Piemonte, per contrastare il passo ai Franzesi, quali già erano con grandi forze giunti in Delfinato e in Provenza, ed aveano anche preparata in Marsilia un'armata navale.

In questi tempi non istava in ozio la repubblica veneta, incoraggita dall'imminente venuta de' Franzesi suoi collegati. Rinforzata il più che potè la sua armata, giacchè era non lieve gara e mal animo fra l'Alviano e Renzo da Ceri, perchè l'ultimo facea continue querele, quasi che l'altro l'avesse tradito con abbandonarlo, allorchè avvenne l'assedio di Bergamo, prese la risoluzion di separarli. Dichiarato dunque Renzo generale della fanteria, l'inviò segretamente con molte schiere alla volta di Crema, dove in tre giorni felicemente arrivò. Intanto il vicerè Cardona, formato un esercito di mille lancie, di ottocento cavalli leggieri e di otto mila ottimi fanti, con un buon treno d'artiglieria s'incamminò a Vicenza, dove soggiornava l'Alviano, il quale, non volendo aspettare questa visita, si ritirò tosto alle Brentelle: laonde entrarono gli Spagnuoli in quella misera città, correndo il mese di giugno, e vi commisero dei gran rubamenti. Quanto frumento quivi si trovò, fu inviato a Verona; quanto ancora poterono estrarne dal Polesine di Rovigo, lo condussero a quella città. Terribile era l'apparato delle armi in questi tempi. Trovavasi alle porte d'Italia una potente armata di Franzesi, più potente di gran lunga per la presenza di un re guerriero ed armato. All'incontro, sino al numero di trenta mila era cresciuto l'esercito degli Svizzeri, che con Prospero Colonna e colle truppe duchesche unito andò a postarsi a Susa, a Pinerolo e ad altri siti. [322] per dove poteano tentar di sboccare i Franzesi. Fu d'uopo al duca Massimiliano di mandare un corpo di milizie a Cremona, per tenere in freno Renzo da Ceri, il quale da Crema facea frequenti scorrerie sino alle porte d'essa città. In questo mentre giunse a Piacenza Lorenzo de Medici, nipote del papa, e generale de' Fiorentini, con cinquecento lancie, altrettanti cavalli leggieri e sei mila fanti spediti da Firenze. Pervenuto parimente a Bologna Giuliano de Medici fratello del pontefice con tre mila cavalli ed altrettanti fanti, gente papalina, inviò tosto alla guardia di Verona ducento uomini d'arme. Anche il vicerè Cardona coll'esercito suo andò ad unirsi co' Fiorentini a Piacenza. Era sul principio d'agosto, e allora fu che si pubblicò in Roma, Napoli ed altre città la lega conchiusa fra il papa (stato fin qui fluttuante ed ascoso), Massimiliano re dei Romani, Ferdinando re d'Aragona, Firenze, Milano e Svizzeri. Nulla di questo potè ritenere i passi dell'ardente re Cristianissimo, e molto meno un'ambasciata del re inglese, che cercò di dissuaderlo da questa impresa. Spedì egli per mare il signor della Clieta, ossia Aymar di Prie, con ducento cavalli e cinque mila fanti, che, giunto a Savona, subito ebbe ubbidienza da quella città. A questa nuova, l'astuto Ottaviano Fregoso spedì tosto chiedendo soccorso al duca di Milano e alla lega. E perchè questo non venne, fingendo di non potersi difendere, ammise nel porto e nella città i Franzesi, inalberando le loro insegne, con prendere da lì a poco guarnigione del re di Francia. Rinforzato poi questo picciolo esercito dalle genti del Fregoso, passò ad Alessandria e a Tortona, e senza difficoltà se ne impadronì, tuttochè il vicerè avesse mandato un buon numero di fanti e cavalli al Castellazzo. Anche Asti venne dipoi alle loro mani.

Erasi già partito da Este Bartolomeo d'Alviano coll'esercito veneto, ed entrato nel serraglio di Mantova. Appena gli arrivò la nuova dello sbarco fatto dai [323] Franzesi a Genova, che passò sul Cremonese, dove diede il sacco a più terre, e massimamente alla ricca terra di Castello Lione. Quindi, accostatosi a Cremona, senza spargimento di sangue l'occupò, e ne prese il possesso a nome del re di Francia. Secondo l'Anonimo Padovano, corse allora voce che il duca di Misano, chiuso nel castello di quella città, lenza lasciarsi vedere, costernato da sì brutti principii, e dal timore di peggio, uscisse di sè. Ma in simili contrattempi facile è che nascano nel volgo siffatte immaginazioni. Immense difficoltà provava intanto l'armata franzese a trovar la via per penetrare in Italia, essendo presi i più importanti passi dalla Svizzera che vantava di voler fare prodezze incredibili per frastornare i disegni dei Franzesi. Un gran pezzo è che quelle barriere d'alti monti e di scoscesi valloni si credono posti dalla natura per impedir con facilità l'ingresso in Italia, purchè vi stia un'armata alla guardia. Pure tante volte s'è veduto, ed anche ai dì nostri, che non basta un sì orrido baluardo a trattener gli oltramontani, purchè superiori di forze, che non vengano a visitarci. Ciò anche allora avvenne. Il maresciallo Trivulzio, pratico di quelle aspre montagne, tanto andò girando, che, adocchiato il sito dove è il castello, dell'Argentiera, e dove nasce la Stura che va a Cuneo, siccome ancora il Colle dell'Agnello: quivi fissò che potesse trovarsi il varco nel Piemonte. Il Giovio egregiamente descrive le immense fatiche durate da' Franzesi per passare, ed anche con artiglierie, per quella parte, per cui giunsero alle pianure di Saluzzo; mentre gli Svizzeri, accampati tanto lungi verso Susa, li stavano aspettando per farne un sognato macello. Era andato Prospero Colonna generale del duca di Milano con molte squadre a Villafranca, sette miglia lungi da Saluzzo, e con varii uffiziali se ne stava nel dì 15 d'agosto saporitamente desinando, quando all'improvviso ecco con una marcia sforzata giugnere colà il Palissa [324] coll'Aubigny e circa mille cavalli, che fece prigione lui, Cesare Feramosca, Pietro Margano ed altri capitani illustri, e svaligiò la gente loro. Non piccolo sfregio recò alla riputazion del Colonna l'essersi lasciato cogliere in quella positura, per non aver tenute spie e guardie avanzate, con altre precauzioni usate da' saggi condottieri d'armate. Fama fu che il bottino fatto da essi Franzesi ascendesse a cento cinquanta mila scudi. Calò intanto per varie strade l'esercito franzese, e andò a riunirsi a Torino, dove il re Francesco fu magnificamente accolto da Carlo III duca di Savoia.

Già gli Svizzeri aveano veduto andar a monte tutte le loro speranze e braverie; e, riflettendo poscia allo scacco patito dalla cavalleria di Prospero Colonna, in cui confidavano, per essere eglino senza cavalli; e sentendo che l'Alviano, passato l'Adda, s'era impossessato di Lodi; e che veniva il corpo de' Franzesi e Genovesi da un'altra parte: dopo aver dato il sacco a Chivasso (e fu detto anche a Vercelli), si ritirarono verso il Milanese. Tuttavia si fermava a Piacenza l'esercito spagnuolo col pontificio e fiorentino; ma con poca armonia, perchè papa Leone, che navigava sempre con due bussole, avea spedito un suo familiare al re Cristianissimo, per iscusare il movimento delle sue armi, e le lettere sue intercette dal vicerè Cardona aveano fatto nascere molta diffidenza fra loro. Nulla di meno mostrava esso Cardona di voler pure uscir in campagna, per unirsi cogli Svizzeri; se non che l'Alviano dalla parte di Lodi coi Veneziani, e il signor della Clieta colle brigate sue e dei Genovesi da un'altra parte pareano disposti ad impedir la meditata unione. Impazientati gli Svizzeri per questa dilazione, spedirono il cardinale di Sion, che non dimenticò doglianze e minaccie per muovere quelle armi. Di belle parole e promesse non gli fu avaro il vicerè; e poi, fattigli contare settanta mila ducati d'oro, e datigli cinquecento cavalli sotto il [325] comando di Lodovico Orsino conte di Pitigliano, il rimandò contento al campo svizzero. Erasi interposto Carlo duca di Savoia, per trattare accordo fra essi Svizzeri e il Cristianissimo, e buona piega avea già preso l'affare; ma, giunto il cardinale col danaro suddetto, ruppero gli Svizzeri il trattato, risoluti di volere rimettere al filo delle spade il destino dello Stato di Milano. Raggruppò di nuovo il duca di Savoia il negoziato, e già era concluso l'accordo, quando giunsero all'armata svizzera altre venti bandiere di lor nazione, che lo sturbarono affatto. Però il re Francesco, che tutto regolava secondo i consigli del Trivulzio, venne da Vercelli a Novara, e, d'essa impadronito, dopo aver lasciata gente all'assedio del castello, passò il Tesino, e s'impossessò anche di Pavia. In questo mentre il vicerè Cardona e Lorenzo de Medici mostrarono gran voglia di passare il Po, per congiugnersi agli Svizzeri. Ma, appena fatto un passo innanzi, ne fecero quattro addietro; e meno poi vi pensarono, dacchè il re di Francia venne a Marignano, cioè fra loro e gli Svizzeri, che s'erano ridotti a Milano. Di là passò il re a San Donato verso Milano, e quivi fermò il suo campo. Bolliva la discordia fra essi Svizzeri, inclinando gli uni alla concordia ed altri alla guerra; e parea che la vincesse il partito de' primi, quando il suddetto cardinale di Sion (cioè Matteo Schiner) da Como corse a Milano, e raunatili, incitò, come infuriato ognuno ad un fatto d'arme: azione che non so se alcuno crederà convenevole ad un vescovo e cardinale. Gli storici nostri, cioè il Guicciardino e il Giovio, gareggiando in eloquenza con gli antichi, gli mettono in bocca un'ornata orazione, cioè parole, ragioni e figure, che quel porporato mai non s'avvisò di aver detto. La verità nondimeno si è, avere l'impetuoso suo ragionamento fatta tal commozione in quella feroce gente, che cominciarono tutti a gridare: Alle armi; e in quello stesso giorno (era il dì 13 di settembre) formati tre squadroni, [326] si avviarono impetuosamente alla volta di Marignano, ossia di San Donato, e con tanta allegrezza e grida, come se avessero già in pugno la vittoria. Fu creduto che fossero trentacinque mila combattenti.

Alle ore venti arrivati colà con alquanti piccioli cannoni da campagna, attaccarono il fatto d'armi co' Franzesi, i quali, preventivamente avvisati di questa visita, erano anch'essi in ordine di battaglia. Altri dicono che furono colti quasi alla sprovvista. Atroce fu il combattimento, molta la strage di qua e di là, più nondimeno de' Franzesi, che aveano anche perduti alcuni pezzi d'artiglieria, ma poi li ricuperarono. Ma perchè fu cominciata la mischia assai tardi, sopraggiunse la notte, che costrinse colla oscurità cadauna delle parti a desistere dal menar le mani, stando poi tutti fermi ne' loro posti, e in vicinanza tale, che per tutta la notte si andarono regalando di obbrobriose parole; specialmente i Tedeschi con gli Svizzeri per odio particolar delle nazioni: scena curiosa, e di cui si penerà a trovar somigliante esempio. Non prese sonno il re co' suoi generali in tutta quella notte, ma sempre a cavallo attese a far ripari, a mettere in buon sito i cannoni, e a ordinar le schiere. Data fu la vanguardia al signor della Palissa con settecento lancie e dieci mila fanti tedeschi. Il corpo di battaglia colle reali bandiere era guidato dal re con ottocento uomini d'arme, dieci mila fanti tedeschi, e cinque altri mila guasconi, e molta artiglieria, comandata dal duca di Borbone. Gian-Jacopo Trivulzio ebbe in cura la retroguardia con cinquecento lancie, e cinque mila fanti italiani. I cavalli leggieri guidati dai signor della Clieta e dal Bastardo di Savoia aveano ordine di accorrere dove bisognasse soccorso. All'apparir del dì 14 di settembre, trombe, tamburi e artiglierie diedero il segno della orribil battaglia, col diventar quella campagna la casa del diavolo. Combatteano come feroci leoni [327] gli Svizzeri; ma perchè la vanguardia franzese cominciò a rinculare, il re si spinse avanti con tutti i suoi, e fece maraviglie di sua persona. Allora fu più che mai sanguinoso il combattimento; nè già stava in ozio la retroguardia assalita dal capitano Aisper. Quand'ecco arrivare l'Alviano con cinquantasei gentiluomini e ducento dei suoi più bravi cavalieri, ed entrar nel conflitto con gran furore. Lieve certo era questo soccorso, perchè l'Alviano avea lasciato il resto dell'armata opporsi al vicerè, caso che egli si movesse per unirsi con gli Svizzeri. Ma perciocchè con alte grida questi pochi intonarono: Marco, Marco, quanto ciò accrebbe animo ai Franzesi, altrettanto ne scemò agli Svizzeri, credendo ognuno che tutta l'armata veneta fosse venuta a quella terribil danza. Il perchè gli Svizzeri, cinque mila de' quali non aveano voluto combattere, per essere di coloro che s'erano dianzi accordati col re, veggendo di non poter rompere l'armata franzese, e tanti dalla lor parte morti e feriti, cominciarono a dar indietro, come disordinati, e a sonare a raccolta. Poi stretti insieme s'inviarono alla volta di Milano, e il cardinale lor gran condottiero, avendo perduta la voce, fu più veloce degli altri a fuggire. Il re, per consiglio de' suoi generali, non volle che fossero inseguiti, per timore che sopraggiugnessero gli Spagnuoli, e trovassero in tanto scompiglio e stanchezza i suoi. Non si speri mai un esatto numero dei morti nelle battaglie, perchè ognuno a misura delle sue passioni l'ingrandisce o sminuisce. Fu, secondo l'Anonimo Padovano, creduto che vi restassero dieci mila Svizzeri e cinque mila dell'armata franzese con assai riguardevoli uffiziali. Poi a Milano gli Svizzeri, per avere un pretesto di tornare con onore a casa, fecero istanza di una gran somma di danaro al duca di Milano, e, non potendola ottenere, s'avviarono verso Como. Fu spedito dietro ad essi Mercurio Bua con mille stradiotti ed altrettanti [328] cavalli franzesi, che ne fece moltissimi freddi. Il resto, passati i monti, si ridusse alle lor case con volto ben diverso da quello con cui s'erano partiti.

Nel dì 14 del suddetto settembre Milano mandò al re ambasciatori colle chiavi di quella città, e fu convenuto che quel popolo pagasse trecento mila scudi in tre paghe. Non volle il re Francesco entrare in Milano, ma passò a Pavia, perchè il castello, in cui s'era chiuso con buon presidio e gran copia di munizioni da guerra e provvisione di viveri, Massimiliano Sforza duca, ricusò di rendersi. Tutte le altre città vennero alla divozione del re, a riserva del suddetto fortissimo castello, e di quel di Cremona. Pietro Navarro fu destinato con cinque mila fanti all'assedio del primo; e il Bastardo di Savoia con altrettanta gente all'espugnazione dell'altro. All'avviso di questi avvenimenti, papa Leone, che già avea decretato di voler essere amico solamente de' fortunati, non perdè tempo a far muovere trattato di concordia col re Cristianissimo per mezzo di Carlo duca di Savoia. Probabilmente avea egli ancora prevenuto esso duca di quel che fosse da fare, caso che andassero in decadenza gli affari della lega. Trovò il duca tutta la buona disposizione nel re per la riverenza ch'egli professava alla santa Sede; e fu non solo conchiuso accordo, ma anche lega fra loro, in cui il papa non dimenticò i vantaggi della protezione de' Fiorentini. Una delle condizioni fu che esso papa restituisse al re Parma e Piacenza, e che il re in ricompensa desse uno Stato in Francia a Giuliano fratello del pontefice, e pensione al medesimo, e un'altra pensione a Lorenzo di lui nipote. Ora il vicerè Cardona, che, insospettito da gran tempo del papa, si era ritirato colle sue genti nel Modenese, dacchè ebbe inteso ratificata da lui nel dì 15 d'ottobre la lega col re, se ne tornò pacificamente a Napoli; e passando per Roma, di grandi doglianze fece col papa, il quale in suo cuor se [329] ne rise. Passarono appena ventidue giorni, dappoichè fu dato principio all'assedio del castello di Milano, che Massimiliano Sforza diede orecchio alle proposizioni di un accomodamento col re, fattegli dal duca di Borbone governatore di Milano. Fu convenuto ch'egli cedesse al re non solamente quell'importante castello e quel di Cremona, ma eziandio tutte le sue ragioni sul ducato, e andasse a vivere in Francia con pensione annua di trenta mila ducati d'oro. Tralascio altri punti di quella capitolazione. Nel dì 5 d'ottobre uscì del suddetto castello di Milano il codardo duca, dimentico affatto del valor dell'avolo suo, e s'inviò alla volta della Francia, con restare in Italia un perpetuo disonore al suo nome, e non minore a Girolamo Morone suo onnipotente consigliere, che seppe indurlo a sì vergognoso sacrifizio.

Nel dì 13 del medesimo mese anche il castello di Cremona venne in poter de' Franzesi. Ci restavano i Veneziani che doveano partecipare di così prospera fortuna della lor lega. Mentre il re, intento ai preparamenti, per fare una superba entrata, in Milano, differiva il dar loro un rinforzo di gente, Bartolomeo di Alviano lor generale accampato a Ghedi sul Bresciano, facendo continue scorrerie, ebbe la sorte di ricuperar Bergamo, il cui popolo, tolti dentro ducento cavalli veneti, inalberò le bandiere di San Marco. Ma mentre egli facea tutte le disposizioni per passare all'assedio di Brescia, città guernita di tre mila fanti spagnuoli, mille tedeschi e cinquecento cavalli, caduto infermo, passò egli prima, cioè nel dì 7 di ottobre, all'altra vita con sommo dispiacere del senato veneto rimasto privo in tanto bisogno di un sì valoroso, ma non sempre saggio, capitano. Aveano anche in diversa forma i Veneziani perduto un altro egregio condottier d'armi, cioè Renzo da Ceri, il quale, non si potendo accomodare allo star dipendente dall'Alviano, avea più fiate loro chiesta, e non mai impetrata, [330] licenza: laonde sul principio di settembre all'improvviso con cento de' suoi si ritirò da Crema, e andò a prendere servigio nell'esercito del papa, da cui avea ricevuto un mondo di promesse. Intanto Gabriello Emo e Domenico Contarino, legati dell'armata veneta, si impadronirono a forza d'armi dell'insigne fortezza di Peschiera, posta allo sboccare del Mincio dal lago di Garda. Anche la terra d'Asola del Bresciano, posseduta allora da Francesco marchese di Mantova, venne alle lor mani per sollevazione fatta da quel popolo contro i soldati di presidio. Finalmente il Bastardo di Savoia e Teodoro Trivulzio furono spediti in aiuto de' Veneziani con cinquecento lancie e sei mila fanti tedeschi. Uniti questi all'esercito veneto, impresero l'assedio di Brescia, e, piantati ventidue pezzi di artiglieria, ne cominciarono a battere furiosamente le mura. Ma che? una mattina fecero i capitani spagnuoli sì vigorosa sortita, che, oltre all'uccisione di cinque cento uomini di quei che erano alla custodia delle batterie, condussero in città undici cannoni. Ne menavano anche il resto, se non accorreva gran gente contra di loro. Due nondimeno ne gittarono nella fossa, ed altri lasciarono inchiodati. Per questa sventura si ritirò il campo veneto a Santa Eufemia, dove più giorni stette, finchè cessassero le pioggie, e si provvedesse al bisogno. Il re di Francia, che onoratamente procedeva ne' suoi impegni, non ebbe difficoltà di accordare a' Veneziani per condottiero di quella impresa il famoso Gian-Jacopo Trivulzio, ordinandogli che avesse a cuore il loro servigio, come se si trattasse di affare della sua corona. Lo scrittor moderno della Lega di Cambrai scrive dato quest'ordine a Teodoro Trivulzio; ma è certo che fu al maresciallo. Seco ancora andò Pietro Navarro con quattro mila fanti guasconi, e con ordine di cassare i fanti tedeschi, perchè s'erano protestati di non voler combattere contro quei della lor nazione, fu dato principio [331] di nuovo all'assedio di Brescia. Fecero bensì le bombarde uno squarcio nelle mura; ma il terrapieno era tale, che non fu fatta breccia capace di assalto. Prese il Navarro l'assunto di lavorar colle mine, ma trovò de' contramminatori. Ciò non ostante, si volle venire ad un tentativo. Costò molto sangue agli aggressori: e perchè si trovarono fosse ed altri ripari nel di dentro, bisognò anche per questa seconda volta ritirarsi. Queste traversie, e il verno che sopravveniva, costrinsero il campo gallo-veneto a convertire l'assedio in blocco. Male ancora procederono gli affari verso Verona. Dentro v'era Marcantonio Colonna, che, uscito di là, diede una rotta a Gianpaolo Manfrone capitano de' Veneziani. Prese anche Lignago, con farvi prigioni alquanti nobili veneti.

Così camminavano le cose della guerra in Lombardia, quando papa Leone, che avea parecchi interessi spettanti alla santa Sede e alla sua propria casa da smaltire col re; e, quel che è più, non amava che esso re venisse armato a Roma a fargli un atto d'ossequio, per timore ch'egli turbasse la quiete dei Fiorentini, o volesse poi entrare nel regno di Napoli; maneggiò un parlamento da farsi fra amendue in Bologna. Adunque concertate le cose, comparve il pontefice in quella città nel dì otto di dicembre, e nell'undecimo giorno seguente vi arrivò anche il re Francesco, accompagnato da quattro mila cavalli, al quale fu compartito ogni possibil onore. Nei privati ragionamenti fra loro furono dibattute molte controversie, abolita la prammatica sanzione, e stabilita una bella lega d'offesa e difesa. Non dimenticò il re in questa occasione Alfonso d'Este duca di Ferrara, principe che era già stato ad inchinare la maestà sua, e seco s'era trattenuto più d'un mese. Cioè fece di forti istanze al papa per la restituzione di Modena e Reggio, città ingiustamente a lui tolte ed occupate finora, benchè tante promesse avesse fatto il papa [332] di renderle, e acciò spezialmente fosse tenuto per Reggio in vigore de' patti, dei quali parlammo all'anno precedente. Finalmente si convenne che il pontefice le renderebbe fra due mesi, purchè il duca gli rifacesse i quaranta mila ducati da lui sborsati a Massimiliano Cesare per Modena. Non mancò Alfonso di offerire nel debito tempo il pagamento al papa, passato dipoi a Firenze; e, siccome ho diffusamente narrato altrove [Antichità Estensi, P. II, pag. 320.], ne seguì anche autentico strumento. Ma papa Leone non volea que' danari; volea burlare il re e il duca, e così fu. Non solamente non restituì quelle città, ma cominciò anche a pensare, come potesse torgli Ferrara per la strabocchevol brama di ingrandire colle spoglie altrui Lorenzo suo nipote. Tornossene il re di Francia a Milano, e figurandosi oramai sicure le sue conquiste per la lega fedelmente mantenuta da' Veneziani, e per l'altra che avea ultimamente stabilita col pontefice, lasciato governatore di Milano Carlo duca di Borbone, sul fine di gennaio dell'anno prossimo se ne ritornò in Francia. Il papa anch'egli, lasciata Bologna, andò a passare il verno in Firenze sua patria, dove con segni inestimabili d'onore e di divozione fu accolto da que' cittadini.


   
Anno di Cristo MDXVI. Indizione IV.
Leone X papa 4.
Massimiliano I re de' Rom. 24.

Rimasero nell'anno precedente sconcertati non poco i magnifici disegni del pontefice Leone, per provveder la sua casa di un nicchio principesco, perchè fu forzato a restituire Parma e Piacenza al re Cristianissimo. Avea anche tentato di ottenere da Massimiliano Cesare l'investitura di Modena e Reggio pel fratello, oppure pel nipote; ma da varii motivi ne restò impedita Ingrazia. Peggio accadde nell'anno presente. Giuliano de Medici suo fratello, soprammodo cortese, e [333] di religione, d'onoratezza e d'altre belle doti fornito, erasi gravemente infermato nel precedente dicembre, e continuò il suo male fino al dì 17 di marzo, in cui terminò il suo vivere e le speranze di maggior grandezza, essendo prima tornato a Roma il pontefice. Sicchè non avendo egli lasciata dopo di sè prole alcuna, rivolse papa Leone i pensieri suoi al solo Lorenzo suo nipote, capace di propagar la casa de Medici [Guicciardino. Ammirat. Nardi. Raynaldus, Annal. Eccl. Anonimo Padovano.]. Gran tempo era che andava studiando ragioni, e cercando colori per togliere il ducato d'Urbino a Francesco Maria della Rovere; e prima d'ora avrebbe avuto esecuzione l'intento suo, se il predetto Giuliano, a cui pensava egli di conferir quegli Stati, non vi avesse ripugnato per la gratitudine da lui professata a quel principe a cagion di molti benefizii da lui ricevuti. Passato che fu all'altra vita Giuliano, non avendo più il papa alcun rispetto o ritegno, e per nulla valutando il tanto bene che la sua casa avea riportato da quel medesimo duca, perchè stimolato dal nipote Lorenzo, e da Alfonsina Orsina sua madre, donna sommamente ambiziosa, accumulò in un processo alcuni veri o apparenti reati del suddetto duca, il principal de' quali consisteva nell'avere ricusato di andar colle genti ad unirsi nell'anno precedente all'armata pontifizia contro i Franzesi. Nè lasciò indietro il grave eccesso dell'uccisione del cardinal Alidosio, ancorchè il duca da papa Giulio II ne avesse riportata assoluzione o grazia. Mosse dipoi l'armi sue e quelle de' Fiorentini, per cacciar colla forza da quegli Stati esso duca, il quale, assai conoscendo di non poter solo far argine a questa piena, si appigliò al partito di cedere al tempo e di ritirarsi a Pesaro; e, neppur quivi tenendosi sicuro, passò a Mantova col figliuolo e colla moglie, figlia di quel marchese. Avea ben lasciati presidii nelle fortezze di Pesaro, Sinigaglia, San Leo e Rocca di Maiuolo; [334] ma queste l'una dietro all'altra si andarono rendendo a Renzo da Ceri e agli altri uffiziali del papa, con infinito dispiacere di tutti que' popoli, che non si può dire quanto amassero quel principe per l'incorrotta sua giustizia ed ottimo governo. Allora fu che scappò fuori la fiera sentenza che dichiarava decaduto da quegli Stati esso duca; e quando la gente si credea guadagnato per la Chiesa quei ducato, venne ognuno a sapere che la festa era stata fatta per Lorenzo de Medici, il quale dal pontefice zio fu creato duca d'Urbino, e signore di Pesaro e Sinigaglia. Al re di Francia, che in Bologna avea molto perorato in favore del suddetto Francesco Maria duca di Urbino, riuscì molesta non poco l'occupazione del di lui ducato; nel qual tempo ancora andò esso re scoprendo che occulti maneggi si facessero negli Svizzeri, presso il re d'Inghilterra, ed altri potentati dal medesimo papa.

Non men de' suoi due predecessori, nudriva il re Francesco un focoso desiderio di conquistar anche il regno di Napoli, per li secreti stimoli dell'ambizione che in alcuni monarchi non sa mai conoscere nè dire: basta. Si astenne da quella impresa, benchè ideata appena dopo lo acquisto di Milano, per le insinuazioni di papa Leone, che il pregò di sospendere fino alla morte di Ferdinando il Cattolico re d'Aragona, la qual si credeva per una lunga malattia imminente. Infatti compiè la carriera del suo vivere quel regnante nel dì 15 di gennaio del presente anno, con lasciare una fama perenne di principe che nella finezza della politica mondana non ebbe pari, c che, assistito dalla fortuna, e da Isabella regina savissimi di Castiglia, seppe conquistare i regni di Granata e di Napoli, e finalmente quello di Navarra, e cooperò al sempre memorabile scoprimento delle Indie Occidentali. A lui succedette ne' regni suddetti o in quei delle Due Sicilie l'arciducae Carlo, già dichiarato re di Castiglia, e nipote di Massimiliano Cesare. Non sì [335] tosto giunse questo avviso al re Francesco, che tutto si ringalluzzì, quasi contando per sua preda il regno di Napoli, e immaginando che al giovane re Carlo, non peranche ben assodato nel nuovo dominio, mancherebbe voglia o possanza di contrastargli quell'acquisto. Ma questa determinazione l'avea egli fatta senza domandarne licenza al re de' Romani, il quale, conchiusa dianzi lega col re d'Inghilterra, col re Cattolico e con alquanti Cantoni degli Svizzeri, mettea insieme un esercito per venire al soccorso di Brescia e Verona. Era già ridotta a tale estremità Brescia, che, per mancanza di viveri e di paghe, potea star poco a rendersi. Spedì Massimiliano per la via di Lodrone circa sei mila fanti tedeschi, con ogni sorta di munizioni da bocca e da guerra, che, giunti al castello d'Anfo, se ne impadronirono tosto per la viltà di Orsatto Giustiniano, a cui fu poi tagliato il capo in Venezia. Mandò il Trivulzio mille cavalli e cinque mila fanti sotto il comando di Giano da Campofregoso per frastornare la calata de' Tedeschi. Ma dopo un breve combattimento quel corpo di gente vergognosamente voltò le spalle. Fu cagion questo colpo che il Trivulzio si ritirò nel dì 22 di gennaio a Ghedi, e mandò poi la gente a' quartieri d'inverno, e che Brescia restò ben provveduta di vettovaglie. Per le preghiere de' Veneziani il re, invece di Gian-Giacomo Trivulzio spedì poscia loro il signor di Lautrec e Teodoro Trivulzio, con cinquecento lancie e quattro mila fanti, i quali, venuta la primavera, tornarono a strignere Brescia, e diedero anche una rotta a un corpo di Tedeschi che veniva portando buona somma di contanti per pagare il presidio di quella città.

Sul principio di marzo arrivò a Trento Massimiliano Cesare, seco guidando il marchese di Brandeburgo, il duca di Baviera ed altri gran signori, con dieci mila fanti svizzeri ed altrettanti alemanni, e con tre mila cavalli, tutti ben in ordine. Calato poscia al piano, e passato l'Adige, [336] giunto che fu a Lacise, andò ad unirsi con lui Marcantonio Colonna colle sue genti: laonde fu creduto che quell'esercito ascendesse a sei mila cavalli e a venticinque migliaia di fanti. Tante forze impressero un giusto terrore ne' Franzesi e Veneziani, i quali presero il partito di menar le cose al più che potessero in lungo, con isperanza che, mancando la moneta al re de' Romani (e questa gli mancava spesso), si discioglierebbe quella sua armata. Rinforzarono i Veneziani gagliardamente Padova, Trivigi ed altre fortezze. Ma Massimiliano mirava a ponente; sennonchè, applicate le artiglierie al forte castello di Peschiera, lo costrinse alla resa. Ritiratisi i Franzesi e Veneti a Cremona, colà comparve il duca di Borbone col resto di sue forze; e contuttochè si credesse che la loro armata ascendesse a due mila e cinquecento lancie e a due mila cavalli leggieri e a diciotto mila fanti, colui paura s'era cacciata in corpo ai Franzesi, che già meditavano di tornarsene di là dai monti. Probabilmente non era sì grande il nerbo della lor gente. Comunque fosse, volle la lor fortuna che Massimiliano si perdesse intorno al castello d'Asola, dove Andrea Gritti legato veneto avea spinto cento uomini d'armi e cinquecento fanti, e v'era per governatore Francesco Contarino. Dieci giorni durò l'assedio, e senza frutto. Se avesse Massimiliano, seguitando il parer di Marcantonio Colonna, sollecitamente tenuto dietro ai Franzesi che si andavano ritirando, opinion fu che, trovandoli sì impauriti, gli avrebbe veduti inviarsi verso casa. Ma diede lor tempo, con fermarsi intorno ad Asola, che ripigliassero coraggio, e che potesse arrivar loro un rinforzo d'alcune migliaia di Svizzeri, assoldate dal re Cristianissimo. Pertanto passò ben Massimiliano l'Adda, e andò anche in vicinanza di Milano; nel qual tempo il Colonna s'impadronì di Lodi, dove non potè impedire che non fosse usata gran crudeltà contro i Franzesi e Guelfi. Ma essendosi posto con tutti i suoi e coi Veneti il duca [337] di Borbone entro essa città di Milano, risoluto di difenderla (al qual fine barbaramente diede fuoco a tutti i borghi), ed essendo sopravvenuti gli Svizzeri suddetti in aiuto suo, rimasero arenati i disegni e le Speranze di Massimiliano. E massimamente perchè i suoi Svizzeri chiedevano paghe, e la cassa cesarea era fallita, di modo che seguì qualche loro ammutinamento. Crebbe poi maggiormente la paura in Cesare, e il sospetto di qualche tradimento dalla parte d'essi Svizzeri (gente che già s'era guadagnato questo discredito), perchè fu intercetta lettera finta da Gian-Jacopo Trivulzio ai capitani di quelli Svizzeri, in cui scriveva che fra due giorni eseguissero quanto era con loro convenuto: stratagemma usato in tante altre occasioni di guerra. Per questi accidenti Massimiliano, dappoichè, accostatosi a Milano, vide che niun movimento si facea da quel popolo, siccome gli era stato fatto credere, con poco suo onore si ritirò a Lodi, e spartì in varii siti l'armata, aspettando pure che venissero di Germania e Borgogna sessanta mila ducati a lui promessi. Ne cavò dai poveri Bergamaschi quindici mila, picciolo refrigerio a tanta sete. Anche gli Svizzeri che erano al soldo di Francia fecero in questo mentre inghiottir degli amari bocconi al duca di Borbone; perciocchè, avendo egli determinato di uscir di Milano per andare a dar battaglia ai nemici, quella brava gente protestò di non voler combattere contra de' proprii nazionali suoi parenti ed amici. Essendo poi cresciuta la domestichezza d'essi Svizzeri con quei dell'armata cesarea, entrò anche il duca in gravi sospetti della lor fede, e giudicò meglio di licenziarli; e però carichi di doni li rimandò alle lor case. Ecco qual fosse allora il concetto di quella gente venale.

Erasi anche Massimiliano Cesare staccato dal suo esercito, con ridursi in fine a Trento; e quantunque inviasse promesse di tornar presto, ed anche di mandar nuova somma di danaro, [338] tuttavia, non bastando questa a pagare gli stipendii decorsi, non fu maniera che si potessero ritenere i suoi Svizzeri dal tornare per la Valtellina alle lor montagne, dappoichè ebbero dato il sacco a quante castella trovarono per istrada. Altrettanto fece dipoi il marchese di Brandeburgo con passare in Lamagna. Marcantonio Colonna, che co' suoi s'era condotto sul Bergamasco, veggendo il disfacimento di tanta armata, s'affrettò per tornarsene a Verona; ma ebbe sempre alla coda Mercurio Bua con gli stradiotti veneziani, e Baldassare Signorello con ducento cavalli, di maniera che allo arrivo colà si trovò spelato più d'un poco. E questo fine ebbe in poco tempo la impresa d'un re de' Romani e un sì poderoso esercito: se con gloria di quel sovrano, lo deciderà chi legge. Fu in questi tempi che Carlo duca di Borbone passò in Francia, dimettendo il governo di Milano, o perchè dimandò il congedo, o perchè fu forzato a domandarlo per sospetti nati contra di lui. Succedette in quel governo Odetto di Fois signore di Lautrec. Appena poi fu fuori di Lombardia la nemica gente tedesca, che esso signor di Lautrec con cinquecento lancie e cinque mila fanti franzesi, e Andrea Gritti coll'armata veneta si presentarono di nuovo, nel dì 16 di maggio, davanti Brescia, dove non si contava più di secento fanti spagnuoli e quattrocento cavalli di presidio; e con quarantotto pezzi d'artiglieria cominciarono a diroccare le mura. Diedero un feroce assalto di due ore alla Garzetta, ma non ne riportarono se non morti e ferite. Continuato poscia il fracasso delle batterie, quel comandante sprovvisto di gente e di viveri, nè sperante soccorso, capitolò la resa, qualora in termine di otto giorni non venisse soccorso, con dare a questo fine gli ostaggi. Tentò veramente Massimiliano di spingere a quella volta molte brigate di fanti, raccolte il meglio che si potè in quella strettezza di tempo; ma queste, trovati i passi ben guerniti di gagliardi [339] presidii, speditivi dal Lautrec e dal Gritti, se ne ritornarono placidamente indietro. Pertanto nel dì 26 di maggio (altri dicono nel dì 24) uscì di Brescia la guarnigione spagnuola, ossia tedesca, con bandiere spiegate, con tre pezzi di artiglieria e tutto il bagaglio, e con loro molti Bresciani del partito cesareo, fra i quali spezialmente la famiglia Gambara. Entrò il vittorioso esercito in quello stesso dì nella città, dove si fecero infinite allegrezze da quel popolo divoto al nome veneto; nè minori furono le fatte dipoi a Venezia per sì importante acquisto. Il Belcaire, che animosamente nega essersi adoperata la forza sotto Brescia, e dà qui una mentita al Giovio, e dovea parimente darla al Guicciardini, s'ingannò forte. Più di lui ne sapeva anche l'Anonimo Padovano, che si trovò presente a queste guerre.

Sul principio di giugno il signor di Lautrec, per le forti istanze dei Veneziani, passò sul Veronese, per formare l'assedio di quella città. Le genti sue unite colle venete formavano un'armata di mille e ducento uomini d'arme, di due mila cavalli leggieri e dodici mila fanti. Ma alla difesa di Verona stava Marcantonio Colonna, divenuto generale di Cesare, con grandi forze, perchè provveduto, secondo l'Anonimo Padovano, di tre mila cavalli leggieri, sei mila fanti tedeschi e mille e cinquecento spagnuoli. Venuto ordine dal senato veneto che si mettesse a sacco quel paese per levare la sussistenza alla città, orrendo spettacolo fu il vedere non solamente i soldati, ma ancora gran gente del Trivisano, Padovano, Vicentino e Bresciano, concorsa a questo inumano e pur delizioso mestiere, che tutti si diedero a tagliar le biade e a saccheggiare e bruciar anche le case dei poveri contadini. Erano per questo in somma disperazione i miseri Veronesi, dentro oppressi da contribuzioni, gravezze e insolenze innumerabili de' soldati, e fuori privati delle loro sostanze colla desolazion di tutto il territorio. Infinita [340] roba e gran copia di bestiame aveano gl'infelici lor villani salvata in Val Polesella; ma eccoti passar l'Adige Franzesi e Veneti, che, penetrati colà, fecero un netto d'ogni cosa. Rallentò poscia questo flagello, perchè giunsero alla Chiusa, e se ne impossessarono sei mila fanti tedeschi (altri dicono otto, ed altri nove mila) spediti in soccorso a Verona. Corse anche voce che quindici mila Svizzeri pagati dal re d'Inghilterra avessero fra poco a calar nello Stato di Milano. Non vi volle di più perchè il Lautrec, preso da spavento, contro il volere de' Veneziani, si ritirasse a Peschiera ricuperata sul Mincio, da dove poi le sue genti faceano continue scorrerie fino alle porte di Verona. Passarono intanto le fanterie tedesche, poco danaro non di meno e poca vettovaglia portando all'afflitta città di Verona; il che fatto, per la maggior parte se ne tornarono al loro paese. Aspettò il Colonna tre mila Svizzeri, inviati anch'essi in aiuto suo, e giunti che furono, con tre mila cavalli e dieci mila fanti passò a Soave, dove si fermò otto giorni, con dar tempo e sicurezza a que' popoli di fare i raccolti di quel poco che loro era restato, e tutto poi fece condurre in Verona. Pensava di far lo stesso verso il Mantovano; ma, tumultuando gli Svizzeri e Tedeschi per mancanza di paghe, fu costretto a licenziar tutti gli ultimamente venuti, parte de' quali passò poi al servigio de' Veneziani. Andarono in questi tempi i Franzesi sul Mirandolese, con disegno di cacciar da quella forte terra Gian-Francesco Pico, il quale già v'era rientrato con farne uscire il nipote Galeotto. Finì tutto il lor movimento in saccheggi, non solo di quel paese, ma di tutto quel tratto del Mantovano, per dove passarono andando e venendo. Nè già vantavano miglior legge i loro nemici. Marcantonio Colonna, sul principio di luglio, partito segretamente di notte da Verona con sette mila fanti tedeschi e cinquecento cavalli, all'improvviso giunse a Vicenza, e per [341] forza entratovi, tutta la mise a sacco, asportandone spezialmente la seta, che era il maggior capitale di quel tante volte spogliato popolo. Queste erano le sacrileghe maniere d'allora per soddisfare in qualche guisa i non pagati soldati.

Crescevano intanto le angherie, le taglie e la carestia nell'infelice popolo di Verona, indarno servendo i conforti del Colonna, perchè fatti bisognavano, e non parole. Informati dunque i Veneziani del miserabile stato di quella città, cotante istanze fecero, che il signor di Lautrec s'indusse di nuovo a rinnovarne l'assedio. Volle egli prima d'ogni altra cosa impadronirsi della Chiusa, per impedir ai soccorsi che potessero venir di Lamagna; poscia nel dì 20 d'agosto si avvicinò col campo a quell'afflitta città, e da più parti cominciò a batterla colle artiglierie. Maravigliosa fu la difesa del Colonnese per li ripari che continuamente formava di dentro, e per le sortite che con danno degli assedianti facea al di fuori. Mancò la polve da fuoco ai Gallo-Veneti, e già n'era giunta da Venezia a Lignago una gran condotta sopra carri. Non si sa se per malizia, o per altro accidente, le si attaccò il fuoco, e vi perirono non solamente cento e ottanta vasi d'essa polve, ma anche tutte le carra, molti uomini, buoi, ed altre cose condotte per bisogno di quell'impresa. Fu, ciò non ostante, provveduto e proseguito con vigore l'assedio, ed anche più la difesa, con immortal gloria di Marcantonio Colonna, che a tutte le breccie, a tutti gli assalti accorrendo, sempre mirabilmente provvide, e, benchè ne riportasse un dì un'archibugiata, seppe con sì bel modo e segretezza farsi curare, che nella guarnigione niun disordine insorse. Durò questa danza fino a mezzo ottobre, finattantochè giunse nuova che da Trento veniva un grosso soccorso a Verona: il che tanto terrore mise nel campo gallo-veneto, che tutti chi qua e chi là ordinatamente si misero in salvo. Però, passati per la montagna di Perona circa [342] ottocento cavalli tedeschi, carichi di vettovaglie e munizioni, felicemente arrivarono a Verona. Oltre a ciò ben circa cinque mila Tedeschi espugnarono la Chiusa, con tagliare a pezzi il presidio veneto; ed aperto quel passo, spinsero poi gran quantità d'altri viveri sopra zatte per l'Adige alla medesima città, che recarono gran sollievo non meno ai soldati che agl'infelici cittadini. Non si potea dar pace il senato veneto al vedere saltar fuori ogni dì nuove remore alla ricuperazion di Verona; e tanto più s'impazientavano, perchè gagliardamente si trattava in Brusselles pace fra Massimiliano Cesare, Francesco re di Francia e Carlo re di Spagna, non sapendo qual destino potesse toccare alla tuttavia pertinace città. Non cessavano di spronare il Lautrec a ripigliar l'impresa; e perchè egli allegava la mancanza delle paghe all'esercito suo, astretti furono i Veneziani anche a questa esorbitante spesa, per cui si ridusse la lor costanza a mettere all'incanto le dignità, gli uffizii e magistrati non men di Venezia che di terra ferma, e a vendere od impegnare gli stabili della repubblica.

E continuarono bensì la guerra, con impedir la venuta d'altri soccorsi a Verona, ma senza per questo poterla costrignere alla resa. Gravissimo danno patì in tale occasione la città e il territorio di Brescia, perchè gli convenne alimentar nobilmente l'esercito franzese con ispesa di più di cinquecento ducati d'oro per giorno. Con tante vicende e guai terminò ancora l'anno presente, in cui non si dee tacere un gravissimo pericolo incorso da papa Leone, e narrato dal contemporaneo Anonimo Padovano nella sua Storia manuscritta. Era ito esso pontefice nel mese d'aprile per diporto a Civita (mi immagino che sia Cività Lavinia), quando poco discosto di là diciotto fuste di Mori, smontati in terra ferma, fecero una larga scorreria, con ridurre in ischiavitù gran quantità di gente. Intenzion loro, per quanto apparve, era di cogliere lo stesso papa, probabilmente da qualche scellerato [343] informati che egli praticava in quelle parti. Spaventato il pontefice, ebbe tempo di scappare piucchè in fretta a Roma. Che orrore! che terribili conseguenze, se riusciva a quei Barbari un sì gran colpo! Dolenti essi, per non aver colto quanto speravano, voltarono le prore all'isola della Elba, ch'era del signor di Piombino, e spogliatala di ogni bene, se ne tornarono in Africa. Delle leghe fatte in quest'anno parleremo all'anno seguente.


   
Anno di Cristo MDXVII. Indizione V.
Leone X papa 5.
Massimiliano I re de' Rom. 25.

Ebbe fine in quest'anno il concilio lateranense, dove furono fatti molti bei regolamenti di ecclesiastica disciplina, ma non quali occorrevano e si desideravano da' migliori per la correzion dei tanti abusi che allora deformavano la Chiesa di Dio, benchè salda stesse la vera dottrina di Cristo per tutte le chiese d'Occidente. Non abbiam vergogna di confessarlo, dappoichè tanti piissimi cattolici l'han confessato. Pur troppo quegli abusi misero le armi in mano a Martino Lutero, frate agostiniano in Sassonia, per cominciare nel presente anno a imperversare contro la Chiesa cattolica, aprendo la porta non solo ad un massimo deplorabile scisma, ma ad infinite eresie, che come la finta idra andarono poi pullulando, e divise fra loro infestano tuttavia tanti popoli del settentrione. Il gran mercato che si faceva allora delle indulgenze, per raunar danaro in tutta la cristianità d'occidente, in apparenza per la fabbrica della basilica vaticana, ma in sostanza anche per altri mondani fini, quel fu che accese un fuoco in Germania, che, di giorno in giorno sempre più crescendo, arrivò a formar quella gran piaga nella Chiesa del Signore che tuttavia deploriamo, e che Dio solo saprà saldare, quando gli alti suoi giudizii saranno adempiuti. Ma perchè questo è argomento spettante alla storia ecclesiastica, passiamo [344] oltre. Le turbolenze degli anni addietro, e i pubblici e i privati interessi de' potentati cristiani aveano nel precedente anno tenuta molto in esercizio la politica de' gabinetti. L'accrescimento della potenza franzese in Italia con occhio bieco veniva riguardata da papa Leone, da Massimiliano Cesare, da Arrigo re d'Inghilterra e da Carlo re di Spagna, ma principalmente dagli Svizzeri, che, dopo aver cavato tanto sangue dallo Stato di Milano, ora che questo era caduto in mano di un re sì potente, miravano come seccato il fonte della loro ricchezza. Però il cardinale di Sion s'era sbracciato con più viaggi e maneggi per formare una lega, e gli venne fatto di conchiuderla nel dì 19 d'ottobre del 1516 [Du-Mont, Corps Diplomat., tom. 4, P. I.] fra il suddetto Massimiliano, il re d'Inghilterra e il re di Spagna, con lasciar luogo d'entrarvi al papa, il quale l'avea procurata, per valersene come portasse l'occasione. Dall'altro canto anche Francesco re di Francia non istette in ozio per contraminare questi trattati, ben conoscendoli formati contra di lui. Tanto operò con gli Svizzeri, che, nel dì 29 di novembre di esso anno, a forza d'oro, trasse quella nazione ad una pace perpetua col regno di Francia. Anzi molto prima ancora aveva intavolato un altro negoziato di pace con Massimiliano e col re Carlo suo nipote, che fu bene in certa maniera conchiuso nei dì 15 di agosto, ma che solamente acquistò perfezione nel dì 4 di dicembre 1516, in cui fu ratificato da esso Cesare, sempre voglioso, sempre bisognoso di danaro. Fra l'altre convenzioni v'era, che Riva di Trento, Rovereto e Gradisca restassero in dominio di Massimiliano, e che, cedendo egli al re Cristianissimo Verona, questi gli avesse a pagare cento mila scudi d'oro, ed altrettanti i Veneziani. Però nei primi giorni di quest'anno comparve a Verona Bernardo vescovo di Trento, colla facoltà di fare la restituzion di quella città. Insorsero ben discordie intorno al giorno in cui si avea [345] da far la consegna, e la guarnigione tumultuò, perchè dimandava le paghe: pure nel dì 16 (altri dicono nel dì 15) di gennaio data fu la tenuta di Verona al signor di Lautrec, uscendone il vescovo e Marcantonio Colonna con tutta sua gente. Passati poi tre giorni, il Lautrec consegnò essa città ad Andrea Gritti, che la accettò a nome del senato veneto, e ben regalato si ridusse nello Stato di Milano. Infinite allegrezze fecero i Veronesi, liberati dall'insoffribil giogo dell'armi straniere. E tal fine ebbe la lega di Cambrai, e la lunga e crudel guerra originata da essa, per cui non si può dire quanti tesori, quanto sangue spendessero tanti principi della cristianità, e quanti disastri e desolazioni patisse tutta la Lombardia. Maraviglia fu che in mezzo a sì potente e lungo turbine potesse sostenersi la repubblica veneta; ma quanto più terribile fu il suo pericolo, tanto maggior divenne la sua gloria; perchè, quantunque perdesse qualche porzione dell'antico suo dominio, pur seppe e potè conservare la maggior parte e il meglio delle sue signorie in terra ferma.

Dopo una sì solenne ed universal pace pareva oramai che l'Italia avesse a respirare, ma fallirono questi conti; perciocchè Francesco Maria, già duca d'Urbino, dimorante in Mantova, esule da' suoi Stati, sentendo il mal governo che facea Lorenzo de Medici, e invitato da chiunque gli era affezionato e fedele, si accinse a ricuperar quel ducato. Fu a ciò anche istigato da Federigo Gonzaga signor di Bozzolo e condottier d'armi assai rinomato, per vendicarsi di un affronto che pretendeva a sè fatto dal suddetto Lorenzo. Giacchè la pace dovea far cassare non poche brigate di soldati, e questi avvezzi all'onorato mestier della guerra, delle prede e rapine, avrebbono cercato chi desse loro soldo, nello stesso tempo che si trattava della restituzion di Verona, se l'intese esso Francesco Maria co' caporali spagnuoli e tedeschi, e prese al suo servigio cinque mila fanti dei primi, e tre mila altri italiani con mille [346] e cinquecento cavalli. Il marchese di Mantova gli somministrò buona copia di danaro. Però con questa armata, picciola di numero, ma considerabile pel suo valore, poco dopo la resa di Verona s'avviò alla volta de' suoi Stati con tal celerità, che non ebbero tempo per opporsegli le genti del papa e di Lorenzo de Medici che erano in Ravenna e Rimini. Passato per la via del Furlo, in poco tempo ebbe alla sua divozion Urbino con tutto il ducato, eccettuata la fortezza di San Leo. Ma non già Pesaro, Sinigaglia, Gradara e Mondavio, terre separate da quel ducato, perchè Renzo da Ceri, che v'inviò gran gente di presidio, le sostenne. Intanto Lorenzo de Medici alle milizie italiane, tanto sue che de' Fiorentini, unì due mila e cinquecento fanti tedeschi, e più di quattro mila fanti guasconi, che aveano servito nell'armata di Lautrec. L'Anonimo Padovano dice ducento lancie e due mila Guasconi, comandati dal signore di Scudo. I capitani di questo esercito erano Renzo da Ceri, Vitello da Città di Castello e il conte Guido Rangone; ed ascese questa armata fino a mille uomini d'armi, mille cavalli leggieri e quindici mila fanti, che pareano atti ad inghiottire il duca d'Urbino. Era insospettito forte il papa che il re di Francia tenesse mano segretamente in questa guerra; ma il re, per disingannarlo, mandò i suoi ministri a Roma, affinchè trattassero lega col pontefice, che infatti fu stabilita. Fu in tal congiuntura fatta gagliarda istanza a papa Leone, perchè restituisse Modena, Reggio e Rubiera ad Alfonso duca di Ferrara, secondochè ne avea date in Bologna tante promesse, non mai eseguite. Promise il papa con un breve di restituirle nello spazio di sette mesi, ma con intenzione di nulla farne, se cessavano i presenti pericoli, siccome infatti avvenne, perchè l'osservar la parola non fu mai contato fra le virtù di questo pontefice. Continuò dipoi con varie vicende la guerra, diffusamente descritta dal Guicciardini. Altro non ne rapporterò io, se non che trovandosi Lorenzo de Medici [347] nel mese di giugno all'assedio di Mondolfo, fu colpito nella sommità del capo da una palla di archibuso; pel qual colpo gli convenne star molti giorni in letto: il che fu cagione che i suoi soldati più pensassero a saccheggiare il paese che a cercar vittoria. Spedito dal papa il cardinal Giulio de Medici suo cugino al comando di quell'armata, appena giunto egli colà, insorse una quistione tra i fanti italiani e tedeschi, per cui seguirono ammazzamenti e saccheggi non pochi, e fu forza dividere quelle nazioni tra Rimini e Pesaro. Accadde ancora che il duca Francesco Maria, tenendo segrete intelligenze col corpo degli Spagnuoli, militanti per la Chiesa, arrivò una mattina improvvisamente ai loro alloggiamenti. Parte di essi scappò a Pesaro, e l'altra parte andò ad unirsi con lui. Dopo di che assaltò il campo de' Tedeschi, dove secento d'essi restarono morti o feriti. Non andò molto che anche un'altra buona frotta di Guasconi passò nell'armata d'esso duca.

Trovavasi assai forte di gente Francesco Maria, ma esausto affatto di pecunia, requisito troppo importante agl'impegni della guerra. Ne penuriava anche papa Leone, ma seppe trovar maniera di ricavarne, con fare nel dì primo di luglio la promozione di trentuno cardinali, fra i quali molti di gran merito pel loro sapere o nobiltà. Dagli altri creati per altri motivi ricavò la somma di ducento mila ducati d'oro, che mirabilmente servirono a terminar la guerra d'Urbino. Imperciocchè, ossia che l'accorto cardinal Giulio de Medici sapesse sotto mano guadagnar gli Spagnuoli che erano al servigio di Francesco Maria, o che s'interponesse don Ugo di Moncada vicerè di Sicilia, per istaccarli da lui: certo è che esso duca entrato in diffidenza de' medesimi, e conosciuto di non potersi sostenere contro le forze del papa, aiutato dai re di Francia e di Spagna, diede orecchio ad un miserabile accomodamento; per cui il pontefice si obbligò di pagare ai fanti spagnuoli quarantacinque mila ducati d'oro, [348] e sessanta mila ai fanti guasconi; e che esso Francesco Maria potesse passar liberamente a Mantova con tutte le sue robe, colle artiglierie e colla famosa libreria, messa insieme da Federigo I duca di Urbino, avolo suo materno: il che fu eseguito. Così terminò la presente guerra, durata quasi otto mesi, per cui spese il pontefice circa ottocento mila ducati di oro, la maggior parte nondimeno, come vuole il Guicciardini, pagata dai Fiorentini, i quali fecero in tale occasione una trista figura, siccome divenuti schiavi della casa de Medici. Furono poi confiscati i beni di moltissimi nobili del ducato d'Urbino, che s'erano mostrati favorevoli a Francesco Maria, e vennero atterrate nel seguente anno le mura d'Urbino, Fossombrone e Mondolfo, acciocchè non avessero quegli abitanti coraggio di ribellarsi in avvenire. Lorenzo de Medici colà tornò duca. Appartiene a quest'anno un esecrando avvenimento, cioè la congiura di Alfonso Petrucci cardinale di Siena contro la persona del pontefice Leone. Era inviperito questo porporato, perchè il papa avesse fatto cacciar di Siena Borghese suo fratello, quasi signore di quella città, e privato lui stesso delle rendite paterne. Crebbe tanto questo sacrilego odio, che più volte pensò d'uccidere lo stesso papa nel concistoro, oppure alla caccia; ma infine s'appigliò al partito di farlo avvelenare per mezzo di Batista da Vercelli chirurgo, se potea giugnere a medicar una fistola antica, che il papa avea ne' confini delle natiche. Fu scoperta questa infame trama, preso il cardinale con varii complici, provato il delitto, per cui in castello Sant'Angelo gli venne tagliato il capo. Bendinello de' Sauli cardinal genovese, siccome convinto che il Petrucci gli avesse rivelata la scellerata sua intenzione, fu privato della dignità del cardinalato, e condannato a una perpetua prigione. Questi poi col danaro ricuperò la libertà e il cappello, ma perchè poco tempo dappoi mancò di vita, attribuirono i maligni la morte sua a veleno. [349] A Raffaello Riario cardinale di San Giorgio e camerlengo per la stessa ragione tolto fu il cappello, ma restituito da lì a non molto tempo per grossissima quantità di danaro. Adriano cardinale di Corneto, benchè gli fosse perdonato, diffidando di sua vita, se ne fuggì, nè si seppe dove incognito andasse a terminare i suoi giorni. Gran dire cagionò dappertutto questo nero attentato. Nel presente anno a' dì 8 di ottobre Francesco re di Francia rinnovò la lega offensiva e difensiva colla republica di Venezia.


   
Anno di Cristo MDXVIII. Indizione VI.
Leone X papa 6.
Massimiliano I re de' Romani 26.

Fu questo dopo tante guerre un anno di pace tanto in Italia, quanto negli altri regni cristiani, se non che gran timore era in Roma e ne' popoli italiani che il gran Sultano de' Turchi Selim volgesse le armi contro le provincie cristiane. Papa Leone, affinchè questo tiranno non trovasse sprovvedute le contrade cristiane, più che mai si diede ad incitare i monarchi battezzati ad una lega, non solamente per fargli fronte occorrendo, ma anche per invadere preventivamente da più parti i di lui Stati. A questo fine spedì a Massimiliano Cesare il cardinale di San Sisto, ed altri cardinali di grande autorità ai re di Francia, Spagna ed Inghilterra, avendo prima intimata una tregua di cinque anni ad essi e a tutti gli altri principi cristiani. Andarono questi legati, ma nulla operarono di sostanziale per sì rilevante affare, se non che furono intimate le decime al clero, ed anche ben pagate, ma senza che queste s'impiegassero poi contro il nemico comune. Pensava ognun di que' monarchi a' proprii interessi più che a quelli della cristianità. Eppure, se mai giusto fu il timore della potenza turchesca, certamente fu in questo tempo. Imperocchè regnava Selim, uno de' più feroci e crudeli sultani di [350] quella nazione. Invasato costui dallo spirito de' conquistatori e dall'amor della gloria, avea già sì dilatato il suo imperio, che oramai ognun diffidava di resistergli. Principi di gran potenza per più secoli erano stati fin qui i sultani, ossia soldani d'Egitto, siccome possessori non solo di quel vasto e fertilissimo paese, ma anche della Palestina, Soria e di una parte dell'Arabia, e guerniti sempre d'un possente esercito di Mammalucchi, non dissimili dai giannizzeri turcheschi. S'invogliò Selim di stendere la sua signoria sopra quelle ricchissime contrade, e però, ammassato un formidabile esercito, fingendo di volerla contro il sofì di Persia, già da lui sconfitto, all'improvviso piombò addosso a Damasco e alle altre città di Soria, delle quali, non men che di Gerusalemme, s'impadronì. Spinse poi l'armi vittoriose contro il sultano di Egitto, che restò sconfitto e ucciso in una gran battaglia. Succeduto a lui un altro sultano, fu anch'egli preso e fatto ignominiosamente morire. In una parola, con infinito spargimento di sangue e di crudeltà e saccheggi innumerabili rimase distrutta affatto la monarchia di que' soldani, e tutto il loro impero sottoposto al giogo de' Turchi. Tanti progressi del tiranno d'Oriente, e per li quali venne egli a raddoppiar le entrate della sua camera, e che spezialmente accaddero ne' due prossimi passati anni, bastavano bene ad atterrir l'Italia, e chiunque era confinante alla smisurata potenza di Selimo. Ma si aggiunse ch'egli si diede ad armare una bella flotta di navi: segno ch'egli meditava qualche grande impresa contro i Cristiani. Però avea ben ragion di temere papa Leone. Fece egli fare in Roma solenni processioni di penitenza, alle quali anche intervenne con pie' nudi, e non tralasciò diligenza veruna per muovere i potentati della Cristianità ad una lega e crociata contra di un sì forte non mai sazio conquistatore.

Ma in mezzo a questi timori non dimenticava esso pontefice l'ingrandimento [351] della propria casa. Aveva egli già concertato l'accasamento di Lorenzo duca di Urbino suo nipote con madama Maddalena della casa de' duchi o conti di Bologna in Piccardia. I Sammartani la chiamano [Sammarthan., Histoire de la Maison de France.] Maddalena della Torre contessa d'Auvergne, e il Belcaire [Belcaire, Commentar. Rerum Gallicar., lib. 16.] la dice figlia d'una sorella di Francesco Borbone duca di Vandomo, di sangue reale. Venuta la primavera di quest'anno, Lorenzo, passato a Firenze, ivi fece un suntuoso preparamento per la sua andata in Francia. Secondo l'Anonimo Padovano, seco condusse cinquecento cavalli ed infiniti carriaggi. Era in questo tempo nato a Francesco I re di Francia un figlio maschio, che fu poi Francesco II; e perchè egli attendeva a guadagnarsi sempre più la benevolenza del papa sulla speranza d'averlo propizio per la difesa dello Stato di Milano, desiderò che esso pontefice fosse padrino al battesimo del figliuolo. Per questa cagione, siccome scrive il Guicciardini, Lorenzo affrettato a compiere quel viaggio, avendo prese le poste arrivò a Parigi, dove, nel dì 25 d'aprile, con Antonio duca di Lorena e Margherita d'Alenzon sorella del re tenne al sacro fonte il nato Delfino. Furono in tal congiuntura per dieci giorni fatte immense allegrezze, banchetti, giostre e tornei, ne' quali anche Lorenzo si fece conoscere valoroso cavaliere. Furono poi celebrate con regal pompa le di lui nozze; nè il re Cristianissimo lasciò indietro onore alcuno che non compartisse a lui, massimamente all'udire le grandi proteste ch'egli fece d'un perpetuo attaccamento suo e del pontefice alla di lui corona. Portò in questa occasione Lorenzo un breve del papa che concedeva al re di potere ad arbitrio suo valersi delle decime raccolte per la meditata crociata, con obbligo poi di restituir quel danaro quando si avesse a proceder [352] contra del Turco. Ed ecco dove andavano a finire tanti sussidii del clero: il che faceva poi gridare i partigiani della nascente eresia di Lutero, i quali arrabbiatamente declamavano contra il progetto d'essa crociata. Venne poi Lorenzo colla consorte per mare a Livorno, ed indi a Firenze, dove per otto giorni continui si fecero incredibili suntuose allegrezze. Cresceva intanto a furia l'incendio commosso in Germania dal suddetto Lutero, perchè sostenuto da Federigo duca di Sassonia. Perciò papa Leone giudicò bene d'inviare in Germania Tommaso da Vio cardinale, insigne teologo scolastico di questi tempi, appellato il cardinal Gaetano. Andò egli: seco s'abboccò Lutero: si venne alle dispute sopra le indulgenze; ma infine il porporato si trovò deluso. Lutero, uomo pien di alterigia, avea cominciata la guerra alla Chiesa sua madre, era risoluto di continuarla, perchè si sentiva sicure le spalle; nè un cervello sì bollente e superbo si sarebbe mai ridotto a disdirsi. Stette Alfonso duca di Ferrara aspettando con impazienza che passassero i sette mesi che papa Leone s'era preso di tempo col re di Francia per restituirgli Modena, Reggio e Rubiera. Ma passò altro che sette mesi, senza che se ne vedesse esecuzione alcuna. Ne fece egli istanze a Roma, e si trovò che le promesse di questo pontefice, anche autenticate da strumenti e brevi, solamente significavano di voler fare quello che tornasse il conto a lui, e non altrimenti. Determinò per questo il duca, nel dì 14 di novembre, di portarsi in persona a Parigi per implorar di nuovo la protezione del re, e tornò di colà nel seguente febbraio con buona provvision di parole, perchè in que' tempi si guardava ognuno dal disgustare un papa, e molto più premeva a quel re di tenerselo amico, dacchè era divenuto signor di Milano.

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Anno di Cristo MDXIX. Indizione VII.
Leone X papa 7.
Carlo V imperadore 1.

Nel dì 12 del presente anno terminò il corso di sua vita Massimiliano re dei Romani: principe che in pietà, clemenza ed altre virtù, non si lasciò vincere da alcuno, e che vide ben favorita la sua casa dalla fortuna, ma senza ch'egli sapesse profittar d'altre favorevoli occasioni che esigevano più costanza, maggiore attività e miglior uso del danaro ch'egli prodigamente spendeva, senza poi trovarlo al bisogno. S'egli fosse più lungamente vissuto, era da sperare che il suo zelo e potere avesse estinto in fasce lo scisma incominciato da Lutero, il quale appunto, nell'interregno, prese maggior vigore. Grandi maneggi furono fatti dai due principi che sopra gli altri aspiravano a quella gran dignità, cioè da Carlo V re di Spagna, delle due Sicilie, delle Indie Occidentali, e signore della Borgogna, de' Paesi-Bassi e d'altri molti Stati, nel quale era caduto eziandio tutto il retaggio della nobilissima casa d'Austria per la morte del suddetto avolo suo; e Francesco I, re del floridissimo regno di Francia, duca di Milano, e signore di Genova. Studioso cadaun di essi di guadagnare i voti degli elettori, e spezialmente il re Francesco con grosse offerte di danari (che questa sola buona ragione aveva egli dal suo canto) cercò di ottenere il pallio. Ma perchè l'essere Carlo di nazion germanica, portava nelle bilance di ognuno troppa superiorità alle pretensioni dell'altro; e perchè ai principi della Germania recava più timore la potenza unita di un re di Francia, che la disunita di Carlo Austriaco; perciò nel dì 28 di giugno con bastanti voti restò proclamato re di Germania e re de' Romani, ossia imperadore eletto, esso Carlo V. Nei secoli addietro non prendevano i re di Germania il titolo d'imperadore, se non dappoichè aveano ricevuta la corona romana, [354] siccome si è potuto vedere in tanti esempli de' secoli antecedenti. Cominciò Massimiliano ad intitolarsi imperadore eletto, trovandosi in vari suoi documenti questo titolo, benchè in altri si vegga quel solo di re de' Romani. Ma Carlo V da lì innanzi altro titolo non usò che quello di eletto imperador de' Romani. Nel che è stato imitato dai suoi augusti successori, con lasciar anche nella penna la parola eletto. Perciò a me ancora sarà lecito di chiamarli tali in avvenire, ancorchè niun d'essi, fuorchè lo stesso Carlo V, ricevesse o ricercasse mai l'imperiale corona di Roma. Non fu difficile agl'intendenti delle cose del mondo il presagire, che poco sarebbe per durar la pace fra il novello Augusto e Francesco re di Francia, per gara di gloria, o per interesse di Stato. Si trovavano amendue giovani e potenti: l'esaltazione dell'uno era troppo rincresciuta all'altro. Il Belcaire [Belcaire, Rerum Gallic., lib. 16.] fa un ritratto di questi due principi. Egregie doti concorrevano in Francesco, ma insieme due considerabili vizii, cioè un eccessivo desio di gloria, congiunto con una somma stima di sè medesimo, e una smoderata libidine. Della sua grazia spezialmente godeano gli adulatori. Il gravar di nuove imposte i sudditi, per far sempre nuove guerre, a lui pareva un nulla; nel che cominciò a non voler punto ascoltare il consiglio de' pari e de' parlamenti, con gloriarsi ancora di aver egli cavato dalla minorità, ed esentato dai tutori il regno di Francia. In Carlo V all'incontro si univa la gravità con un perspicace ingegno, con molta moderazion delle passioni, e con altre virtù atte a formare un insigne rettor di popoli, se non che anche in lui l'amor della gloria il portò sempre alle guerre, e talvolta ad anteporre l'utile all'onesto. L'emulazione di questi due monarchi, che poi passò in odio, non produsse nell'anno presente alcun litigio tra loro, ma si andò disponendo per partorirne.

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Qual fosse l'ansietà di papa Leone per esaltare la propria casa, l'abbiam di sopra accennato. Ma ad altri tempi, e non ai suoi, era riserbato il compimento de' suoi desiderii. Cadde infermo in Firenze Lorenzo de Medici duca d'Urbino, suo nipote. L'Ammirati dice [Ammirati. Guicciardini.] di mal franzese, e che la sua lunga ed acerba infermità il trasse finalmente a morte nel dì 28 d'aprile. Io non so mai come nella Storia del Nardi [Nardi.] sia scritto che egli passò all'altra vita a' dì 4 di maggio del 1518. Sarà errore di stampa. Pochi giorni prima era pure morta di parto madama Maddalena sua consorte, con lasciare dopo di sè una figliuola che, appellata Catterina, vedremo, a suo tempo, regina di Francia. Dai più de' Fiorentini fu con interno segreto giubilo solennizzata la sua morte, perchè credenza vi era, che questo nipote pontifizio, il quale non solo primeggiava in quella città, ma n'era il principal direttore, pensasse a farsene signore. Sicchè terminata in lui la legittima discendenza di Cosimo de Medici il Magnifico, parve che venisse meno al papa ogni speranza di propagare ed ingrandir la sua linea; perciocchè è ben vero, che di Lorenzo restò un figlio bastardo, per nome Alessandro, il quale noi vedremo, a suo tempo, duca di Firenze; ma Leone X non ne facea in questi tempi molta stima, siccome neppure pensava a promuovere i discendenti da Lorenzo fratello del suddetto Cosimo, nella qual linea vivea allora Giovanni de Medici, personaggio di raro valore, a cui appunto nel dì 11 di giugno del presente anno nacque Cosimo che siccome vedremo, arrivò ad essere gran duca di Toscana. Perciò il papa riunì alla Chiesa il ducato d'Urbino, Pesaro e Sinigaglia, e solamente mandò a Firenze il cardinal Giulio de Medici, acciocchè ivi comandasse le feste, e conservasse il lustro e la potenza della casa de' Medici in quella [356] nobil città. In ricompensa ancora delle tante spese fatte dalla repubblica fiorentina, per occupare e ricuperare in favore del defunto Lorenzo il ducato di Urbino, le concedette la fortezza di San Leo e tutto il Montefeltro.

Ma quantunque nella morte del nipote rimanessero troncate le idee del pontefice d'ingrandire la propria famiglia, non cessavano già, anzi presero dipoi maggior vigore le altre ch'egli nudriva di accrescere la potenza temporale della Chiesa romana, per emulazione alla gloria di papa Giulio II; giacchè, come nota il Guicciardini, l'ambizione de' sacerdoti non era in questi tempi, ed anche prima, da meno di quella dei secolari. Già vedemmo papa Leone più volte obbligato a restituire Modena e Reggio ad Alfonso duca di Ferrara. Invece di far questo, andava egli sempre meditando di spogliarlo ancora di Ferrara, e non già con armi manifeste, ma con insidie. E gli si presentò occasione di eseguir sì ingiusto disegno; imperciocchè fu preso il duca nel novembre di quest'anno da una lunga e pericolosa malattia, per cui si sparse voce che fosse disperata sua vita. Avvertitone il papa, e sapendo che il cardinal Ippolito fratello del duca, atto a sostener la città, si trovava al suo arcivescovato di Strigonia in Ungheria, diede commissione ad Alessandro Fregoso vescovo di Ventimiglia, abitante allora in Bologna, che, fingendo di voler entrare per forza in Genova, ammassasse genti d'armi, e se la intendesse con Alberto Pio, signor di Carpi, nemico giurato della casa d'Este. Con circa sei mila tra cavalli e fanti passò questo buon ecclesiastico, per effettuare l'ordito tradimento, verso la Concordia, facendo vista di volerla contro quella terra. Avea noleggiato eziandio molte barche, per passare il Po alla bocca del fiume Secchia. Ma Federigo marchese di Mantova, che stava attento agli andamenti di quelle soldatesche, venne scoprendo la mena, e per uomo apposta ne spedì tosto l'avviso al [357] duca Alfonso suo zio. Stava allora senza sospetto il convalescente duca, nè tardò a raddoppiar le guardie e le precauzioni alla città, dove si trovò che circa quaranta braccia di muro di essa erano cadute. Si fecero anche ritirare all'altra riva tutte le barche destinate a quel tentativo: provvisione che indusse il vescovo Fregoso a ritornarsene indietro colle pive nel sacco. Poco fa si è nominato Federigo marchese di Mantova, e qui conviene avvertire, che, a' dì 20 di febbraio del presente anno, dopo lunga malattia, mancò di vita il marchese Francesco suo padre: principe che in tante azioni avea dati segni di gran valore, e col suo moderato governo s'era comperato l'affetto de' suoi popoli. Lasciò dopo di sè Federigo primogenito, che a lui succedette nel dominio; Ercole che fu poi cardinale; e don Ferrante che fu duca di Molfetta, Guastalla, ec., e gran nome acquistò fra i capitani del secolo presente.


   
Anno di Cristo MDXX. Indiz. VIII.
Leone X papa 8.
Carlo V imperadore 2.

Trovavasi ne' suoi regni di Spagna Carlo V, allorchè seguì l'elezione di lui in re de' Romani, ossia imperadore. Essendosi egli preparato per venire a prendere la corona germanica, passò in questo anno per mare con flotta magnifica alla volta di Fiandra, e prima diede una scorsa in Inghilterra per abboccarsi col re Arrigo VIII, con cui acconciò i suoi interessi, e di là poi sbarcò ne' Paesi Passi, dove incredibil fu il concorso de' principi, degli ambasciatori e della nobiltà, per complimentarlo. Venuto l'ottobre, si trasferì ad Aquisgrana, dove con somma magnificenza ricevè la prima corona dell'imperio nel dì 24 d'esso mese. Di non lieve negligenza accusar si può Pietro Messia, che nella vita di questo gloriosissimo augusto il vuol coronato nel dì 24 di febbraio, giorno di san Mattia, siccome ancora chi [358] ciò mette al dì 15 di giugno. Intanto sempre più insolentiva Martino Lutero in Germania. Dal far guerra agli abusi della corte di Roma, era egli passato a farla ancora contro la Chiesa cattolica, riprovando ora uno, ora altro degli antichissimi suoi dogmi. Perciò papa Leone X non potè più ritenersi dal procedere contro un sì fiero laceratore della vigna del Signore. Pubblicò egli nel dì 16 di giugno una bolla, in cui condennati molti degli errori d'esso Lutero, fulminò le censure contra di lui e di tutti i suoi aderenti, il numero de' quali era già divenuto formidabile in Germania con iscoprirsi tale anche Federigo duca di Sassonia. Ma questo incendio, a smorzar il quale non furono sul principio adoperati valevoli mezzi, tal piede avea preso, che non solo non cessò con tutti i fulmini del Vaticano, e con tutte le prediche degli zelanti cattolici, ma si andò sempre più rinforzando, trovandolo utile i principi, per occupar gl'immensi beni degli ecclesiastici; gustoso gli stessi ecclesiastici, perchè dispensati dalla continenza; e soave i secolari, perchè sgravati da varii digiuni e da altri salutevoli istituti della Chiesa cattolica. Ma intorno a questa lagrimevol tragedia può il lettore consigliarsi colla storia ecclesiastica. Allorchè maggiormente paventava la Cristianità per li terribili apparati di guerra che faceva Selimo tiranno dell'Oriente, e mentre già si provavano ne' confini della Croazia e Dalmazia furiose scorrerie di Turchi, con credersi anche imminente l'assedio di Rodi, posseduto dai cavalieri, detti oggidì di Malta: allo improvviso vennero ordini da Costantinopoli, che si sciogliesse quel grande armamento per mare, e che le milizie tornassero alle lor case. La cagion di ciò fu che a quel feroce sultano una pericolosa ulcera nelle reni cominciò a far guerra, per cui calò a lui la voglia di muoverla contro i cristiani. Venuto poi l'autunno, cotanto crebbe il suo malore, che restò colla morte di lui libero il mondo dal timore di sì sanguinario regnante, glorioso bensì [359] fra i suoi per tante vittorie e conquiste, ma infame per la crudeltà usata contro gli stessi suoi parenti e fratelli, e fin contra del proprio padre. Succedette nell'imperio turchesco Solimano suo figlio, gran flagello anch'esso, siccome vedremo, dei popoli cristiani. Per questa mutazion di cose in Levante respirò Roma e l'Italia tutta.

Altro avvenimento degno di qualche memoria, accaduto in Italia nel presente pacifico anno, non ci somministra l'istoria, fuorchè quanto avvenne a Gian-Paolo Baglione che avea fatta in addietro sì gran figura fra gl'Italiani come condottier d'armi, e come signore o tiranno di Perugia sua patria. Dall'Anonimo Padovano scrittore contemporaneo, ci vien dipinto come tiranno non solo di quella città, ma di tutti i luoghi circonvicini, uomo empio, senza fede, e, per dir tutto in una parola, mostro di natura orrendissimo. Se di tutto egli fosse reo, nol saprei dire. Cessata la guerra, era egli ritornato alla patria. Pazientò un pezzo papa Leone questo mal arnese, ma, stimolato da tanti ricorsi di que' popoli, determinò finalmente di mettervi rimedio. Scrive il Guicciardini, che per avere Gian-Paolo cacciato da Perugia Gentile della medesima famiglia, fu citato a Roma; che in sua vece mandò Malatesta suo figlio; ma che persistendo il papa, ed assicurandolo gli amici da ogni pericolo, perchè parlatone ad esso pontefice, con parole di astuzia aveva egli fatto lor credere che niun danno gli avverrebbe: se ne andò il Baglione a Roma, dove, dopo essere stato imprigionato, e processato gli fu mozzato il capo. L'anonimo Padovano pretende che Leone non confidando di poter avere in mano questo tiranno, e parendogli che si potesse in tal caso rompere la fede, con un breve tutto dolcezza il chiamò alla corte, fingendo di voler trattare con lui d'importante affare. Mandò Gian-Paolo a Roma il figlio per iscusarsi, stante una malattia che gli era sopraggiunta. Il papa, dopo di aver fatto di grandi carezze al [360] giovane, il rimandò dicendo: essere necessaria la persona del padre a cagion della materia da trattarsi, che non si potea confidare a lettere o persone. Aggiugne esso Anonimo che il pontefice gli mandò anche un salvo condotto, affidato dal quale, e dalle esortazioni del figlio, comparve Gian-Paolo a Roma, dove baciò il piede al papa, e si trovò molto accarezzato. Ma che ito nel seguente giorno a palazzo, fu ritenuto prigione dal conte Annibale Rangone, capitano della guardia pontificia. Dopo di che processato e tormentato, confessò un'infinità di enormi delitti, per li quali non una, ma mille morti meritava; laonde fu una notte decapitato in Castello Sant'Angelo. Fuggirono la moglie e i figli col loro meglio a Padova, perchè Gian-Paolo era condottier d'armi al servigio della repubblica veneta, e con quella sponda si credea di poter commettere quante iniquità volea. Con ciò Perugia fu pienamente rimessa all'ubbidienza del papa.

Racconta eziandio esso Anonimo Padovano, avere in quest'anno papa Leone all'improvviso inviato Giovanni de Medici, giovane ferocissimo e vago di guerra, con mille cavalli e quattro mila fanti a Fermo contra di Lodovico Freducci tiranno di quella città, ed uomo di gran valore. Ne uscì costui con ducento cavalli, pensando di fuggire; ma raggiunto dal Medici, fece bensì una maravigliosa difesa, ma finalmente lasciò nel combattimento la vita con più di cento de' suoi seguaci. Fermo immantinente ritornò alle mani del pontefice. La caduta del Freducci, da cui dipendeano altri tirannetti che occupavano città o castelli in quelle vicinanze, cagion fu ch'essi parte fuggissero, parte corressero a Roma ad implorar la clemenza pontifizia, dove la maggior parte furono carcerati: con che tutta la Marca restò purgata da que' mali umori. Nè già lasciava papa Leone il pensiero di spogliar, se potea, di Ferrara il duca Alfonso, giacchè gli parea poco il detener tuttavia le imperiali città di Modena [361] e Reggio contro le autentiche promesse di restituirle ad esso duca. Vincere Ferrara coll'armi non era cosa facile. Determinò dunque di adoperare un mezzo non degno de' principi secolari, e molto meno di chi più dovrebbe ricordarsi d'essere Vicario di Cristo, che di essere principe. Intavolò dunque un trattato di far assassinare il duca, del che parlano non i soli storici ferraresi, ma il Guicciardini stesso, insigne storico, che era allora governatore dì Modena e Reggio pel medesimo papa, ed innocentemente si trovò mischiato in questo nero tradimento. Chi maneggiò il trattato, fu Uberto Gambara, protonotario apostolico, persona che arrivò poi a guadagnare il cappel rosso. Se l'intese egli con Rodolfo Hello Tedesco, capitano della guardia d'esso duca, a cui fu promesso molto, e mandata per caparra la somma di due mila ducati d'oro. Già era concertato il tempo e luogo di uccidere il duca; dato ordine al Guicciardini, e agli uffiziali di Bologna di presentarsi in un determinato giorno ad una porta di Ferrara. Ma il Tedesco, uomo d'onore, rivelò sul principio, e continuamente di poi, al duca Alfonso tutta l'orditura del tradimento. Si sentì più d'una volta tentato esso duca di lasciarlo proseguir sino al fine; ma se ne astenne per non aver poi nemico dichiarato il papa, e però gli bastò di far troncare la pratica, e di fermar poscia autentico processo di questo infame attentato, colla deposizione di alcuni complici, e colle lettere originali del Gambara per valersene, quando occorresse il bisogno.


   
Anno di Cristo MDXXI. Indiz. IX.
Leone X papa 9.
Carlo V imperadore 3.

Tenuta fu in quest'anno una magnifica dieta in Vormazia da Carlo V imperadore, dove intervennero in gran copia i principi dell'impero. Lo strepito e commozione che faceva la più che mai crescente [362] eresia di Lutero, e le istanze dei ministri pontifizii, indussero esso Augusto a chiamar colà l'autore di tanti sconcerti. Senza salvocondotto non si volle egli muovere. Giunto colà nel dì 16 di aprile con gran baldanza, e presentato davanti a Cesare e alla maestosa adunanza, sostenne quanto aveva insegnato, nè maniera si trovò di farlo muovere un dito. Perciò restò licenziato, e poscia nel dì otto di maggio l'imperadore pubblicò un terribil bando contro la di lui persona e suoi errori: passi tutti che nulla servirono per fermare il torrente impetuoso delle sue eresie. Alla guerra contro la religion cattolica tenne dietro in quest'anno quella ancora de' principali potentati della Cristianità. Dacchè fu partito di Spagna Carlo V si scoprirono in quelle parti dei malcontenti e sediziosi; perciocchè il primo regalo ch'egli avea fatto a que' popoli, nuovi sudditi, era stato l'accrescimento de' pubblici aggravi, e l'aver loro tolti alcuni antichi privilegii. Si lamentavano altri di avere un re straniero e lontano, dietro al quale correva l'oro del regno. Nè mancavano altri che non sapeano digerire, che i ministri fiamminghi comandassero alle teste spagnuole, e potessero tutto in corte dell'augusto monarca. Però insorsero ribellioni e guerre. Anche nella Navarra, già occupata da Ferdinando il Cattolico, si fecero più commozioni, non amando quei popoli il nome spagnuolo, perchè uniti in addietro ai Franzesi. Ora Francesco I re di Francia che si sentiva pieno di rabbia, dacchè vide congiunta in Carlo V la monarchia di Spagna colla dignità imperiale, e con tanti altri Stati della casa d'Austria, e troppo con ciò cresciuta la di lui potenza, non volle più contenersi, e mosse guerra, nella primavera di quest'anno, contro la Navarra, per renderla, diceva egli, ad Arrigo re fanciullo, il cui padre Giovanni era stato spogliato di quel regno, ma, come mostrarono i fatti, per incorporarla nel suo dominio. Confessa il Guicciardini, che a [363] dar moto alle guerre che maggiori delle passate sconvolsero poi non solo l'Italia, ma quasi tutta la Cristianità d'occidente, fu il primo chi più degli altri sarebbe stato tenuto a conservar la pace, e invece di accendere il fuoco della guerra, avrebbe dovuto, se occorreva, procurare di spegnerlo col proprio sangue. Parla di papa Leone X che ruminando alti pensieri di gloria mondana, più che agli affari della religione, agonizzante in Germania, pensando all'ingrandimento temporale della Chiesa, non solamente moriva di voglia di ricuperar Parma e Piacenza, e di torre Ferrara al duca Alfonso, ma eziandio meditava conquiste nel regno di Napoli. Trattò col re di Francia, incitandolo all'impresa di quel regno, con che ne restasse una porzione in dominio della Chiesa. Confortò ancora esso re a dar principio alla rottura, con portar le armi nella Navarra. Fu preso quel regno dai Franzesi, ma in breve ancora ricuperato dagli Spagnuoli. Altra guerra di lunga mano più terribile fu in Fiandra fra que' due emuli monarchi, la quale, siccome non pertinente all'assunto mio, tralascio.

Ossia che il pontefice camminasse con simulazione ne' trattati col re Cristianissimo, e fosse dietro a burlarlo (che in quest'arte si sa essere egli stato eccellente), oppure che il re, entrato in sospetto della fede di lui, tardasse troppo a ratificar la capitolazion già formata, ossia finalmente che il papa ricevesse in questo mentre dei disgusti dall'insolenza del Lautrec governator di Milano, che non ammetteva, e con superbe parole dispregiava le provvisioni ecclesiastiche inviate da Roma nello Stato di Milano: certo è che il papa strinse e sottoscrisse nel giorno 8 di maggio una lega con Carlo V imperadore a difesa della casa de' Medici e de' Fiorentini, con istabilire che togliendosi ai Franzesi il ducato di Milano, questo si desse a Francesco Maria Sforza, figliuolo del fu Lodovico il Moro, il quale se ne stava tutto dimesso [364] in Trento, aspettando qualche buon vento alla povera sua fortuna; e che Parma e Piacenza tornassero alla Chiesa, per possederle con quelle ragioni colle quali le avea tenute innanzi; e che l'imperadore desse aiuto al papa, per togliere Ferrara all'Estense, e uno Stato in regno di Napoli ad Alessandro, figlio bastardo di Lorenzo de Medici, già duca d'Urbino. Fu con gran segretezza maneggiata questa lega, in cui entrarono anche i Fiorentini, e prima che uscisse alla luce, papa Leone con ispesa di cinquanta mila ducati d'oro assoldò sei, altri dicono otto mila Svizzeri, e colle sue doppiezze ottenne loro il passaggio per lo Stato di Milano, facendo credere ai Franzesi di averli presi per opporli agli Spagnuoli a' confini del regno di Napoli. Vennero costoro a Modena, e poi s'inviarono verso il Po, per quivi imbarcarsi. Alfonso duca di Ferrara gran sospetto prese di questa gente, perchè, come scrive l'Anonimo Padovano, troppo addottrinato alle insidie private e pubbliche, colle quali era dal pontefice perseguitato; e però fece quanti preparamenti potè in Ferrara per difendersi. Ma il papa assicuratolo che ciò non era per nuocergli, dimandò il passo e vettovaglia, e tutto ottenuto, gli Svizzeri si imbarcarono a Revere, e a seconda del fiume andarono poi per mare a Ravenna, e di là nella Marca. Dopo qualche tempo costoro o perchè attediati dal far nulla, per cui poco guadagnavano, chiesero congedo, o perchè il papa scoprì il lor capitano partigiano dei Franzesi, per la maggior parte se ne tornarono a' lor paesi. Questo avvenne nel mese di marzo. Intanto si andava unendo gente dal papa in Reggio, e colà ancora si ridussero quasi tutti i fuorusciti dello Stato di Milano, ed arrivò dipoi anche Girolamo Morone, gran manipolatore di tutti questi imbrogli. Perchè era in Francia il Lautrec, il signor dello Scudo suo fratello, vicegovernatore, avvisato di quella tresca, si portò colà con quattrocento cavalli a dimandar conto di quella adunanza, e nel [365] dì 24 di giugno si presentò alla porta di Reggio. Il Guicciardini governatore avea la notte innanzi fatto entrare in quella città un grosso corpo di gente. Mentre parlava il governatore collo Scudo, volle cacciarsi in città alcuno de' suoi uomini d'arme, e nacque un tumulto, per cui quei che erano stesi per le mura, spararono contro la comitiva del Franzese. Vi restò morto Alessandro Trivulzio, e gli altri se ne fuggirono. Lo Scudo dopo varie inutili doglianze se n'andò anche egli. Si servì poi papa Leone di questo pretesto per giustificare nel concistoro l'accordo ch'egli avea già fatto coll'imperadore. Avvenne ancora in Milano nella festa di San Pietro un formidabil caso, che fu preso dal volgo per augurio e preludio della caduta de' Franzesi in Italia. Per fulmine, o peraltro fuoco dell'aria, benchè fosse tempo sereno, la torre di quel castello, dove si teneano i barili di polve da fuoco, andò in aria con tal forza, che squarciò anche parte del muro, uccise e magagnò oltre a ducento fanti, vari nobili milanesi che per sospetto erano stati chiusi in quel castello, e portò lontano 25 piedi (e non già cinquecento, come ha il Guicciardini) pietre, che dieci paia di buoi avrebbono stentato a muovere. Trovavasi allora il Lautrec ritornato di Francia in Cremona; corse a Milano, e diede gli ordini opportuni per riparare il castello che era in altri siti ancora conquassato, e il fornì di tutto il bisognevole.

Finalmente scoppiò, e si fece palese il bel servigio prestato all'Italia da papa Leone, con tirarle addosso una nuova guerra mercè della lega contratta con gli Svizzeri e coll'imperadore. Ne provarono non lieve affanno i Veneziani, soli in Italia collegati colla Francia, i quali assoldarono tosto otto mila fanti, con inviarne dipoi sul bresciano cinque mila, e lancie quattro cento, e cavalli leggieri cinque cento, sotto il comando di Teodoro Trivulzio e di Andrea Gritti legato. Perchè sempre più s'ingrossava in Reggio [366] l'armata pontifizia il Lautrec mandò a Parma ducento uomini d'armi, e quattro mila fanti Guasconi comandati dal signor dello Scudo suo fratello, e da Federigo signor di Bozzolo. Occupò dipoi Busseto, e tutto lo Stato di Cristoforo Pallavicino, a cui tolse anche la vita, perchè accusato d'intelligenza col papa. Fu fatto in quest'anno un tentativo dagli Adorni e Fieschi, per cacciare di Genova Ottavino Fregoso e i Franzesi, tutto a sommossa del papa, che loro somministrò sette galee di Napoli, e due delle sue; ma rimase sconcertato il loro disegno. Ordito ancora un tradimento per occupar la città di Como, a nulla giovò. Chiamò papa Leone a Roma Prospero Colonna, il quale era stato dall'imperadore molto prima creato suo generale, per concertar seco la meditata impresa del ducato di Milano. Condusse eziandio Federigo marchese di Mantova con titolo di capitan generale della Chiesa. Si fece a Bologna la massa delle genti pontificie e spagnuole; e il Colonna che dovea, come capo, comandar quell'armata, dopo molti dibattimenti s'inoltrò verso Parma, e incomincionne l'assedio nel mese d'agosto, principalmente dalla parte verso Ponente. Giunsero ad unirsi seco otto mila fanti tedeschi, venuti di Germania, e il marchese di Mantova con trecento lancie e cinquecento cavalli ungheri. Talmente giocarono le batterie, che i Franzesi giudicarono meglio di ritirarsi dal Codiponte, cioè da quella parte della città, che è di là dal fiume Parma. Grande allegrezza fecero quegli abitanti al vedersi ritornati sotto il dominio ecclesiastico. Ma cessò ben presto la loro festa, perchè entrati i soldati diedero anch'essi con festa grande il sacco a tutte le lor case. L'Anonimo Padovano scrive che vi commisero le maggiori scelleratezze del mondo, e che il Colonna fece impiccar quanti fanti erano penetrati in un monistero di monache. Si diedero poscia i collegati a maggiormente stringere e bombardare l'altra maggior [367] parte della città, posta al levante, e l'aveano ridotta a tale per iscarsezza di vettovaglie, che n'era vicina la caduta. Tempestava lo Scudo il signor di Lautrec suo fratello, per ottenere soccorso. Ma questi assai lentamente procedeva, e con tutto che avesse una buona armata, composta di cinquecento lancie, sette mila Svizzeri, quattro mila fanti venuti poco fa di Francia, a' quali s'aggiunsero quattrocento uomini d'arme, e quattro o cinque mila fanti de' Veneziani; pure non si attentava a procedere innanzi, allegando che l'armata nemica era superiore di forze, e che conveniva aspettar sei mila Svizzeri che erano in viaggio per suo aiuto. Nulla di meno s'inoltrò finalmente sino al Taro, sette miglia da Parma: movimento, di cui niuna apprensione si misero gli assedianti. Ma eccoli un accidente che disturbò tutte le loro misure. Era stato fin qui paziente Alfonso duca di Ferrara, mostrando di non conoscere l'odio che avea contra di lui papa Leone X, e dissimulando le passate insidie. Venuto poi in chiaro d'essere stato abbandonato alle voglie d'esso pontefice, nella lega fatta coll'imperadore, e mirando il mal incamminamento degli affari de' Franzesi unico uno sostegno, giudicò meglio di non tenersi più neutrale. Però colle milizie che potè raunare, uscito di Ferrara, entrò nel Modenese, prese il Finale, San Felice, e colle scorrerie arrivava sino alle porte di Modena. Recato questo avviso al campo de' collegati, bastò a far ch'essi, trovandosi fra due fuochi, spedissero in soccorso di Modena il conte Guido Rangone, e poi sciogliessero l'assedio di Parma, con ritirarsi a San Lazzaro: il che diede comodità al Lautrec di ben fornire quella città di viveri e d'ogni altra munizione.

Aveva intanto il papa fatto assoldare dal cardinale di Sion, chi dice dodici, chi dieci mila Svizzeri, ed altri dicono anche meno, e questi calavano in Italia, quantunque protestassero di non voler combattere co' Franzesi, per essere con loro [368] in lega. Prospero Colonna adunque determinò di tentare ogni via per unirsi con loro, siccome all'incontro andò il Lautrec a frapporsi, per impedir questa unione. Allora che, passato il Po, fu egli giunto a Casal Maggiore, colà comparve il cardinal Giulio de Medici, spedito dal papa con titolo di legato, acciocchè, come uomo di testa, acquetasse colla sua destrezza le discordie insorte fra i generali, e spezialmente fra il Colonnese e il marchese di Pescara, e desse calore alla impresa. Tentò più volte il Lautrec di tirare a battaglia l'esercito de' collegati, ma il saggio Prospero andò temporeggiando, che in fine a Gambara si congiunse con parte degli Svizzeri, procedendo come scrive il Guicciardini, in mezzo loro i due legati, cioè il cardinale di Sion e il cardinale de Medici, colle croci d'argento, circondate (tanto oggi si abusa la riverenza della religione) tra tante armi ed artiglierie da bestemmiatori, omicidiarii e rubatori. Restò allora ben confuso il Lautrec, e maggiormente crebbe il suo affanno, perchè da lì a poco gli Svizzeri della sua armata improvvisamente se n'andarono con Dio, o perchè venne un comandamento dai lor superiori, oppure perchè mancava il danaro per pagarli. Imperciocchè il re Francesco dopo avere sì superbamente mossa guerra in Navarra e Fiandra a Carlo imperadore, si trovava in questi tempi in gravi angustie, nè potea somministrar genti e pecunia all'Italia; e tutto che avesse pur disposti trecento mila ducati d'oro da inviare al Lautrec: pure la regina sua madre gli avea fatti impiegare in altri usi. Perciò diffidando esso Lautrec di poter resistere alle forze nemiche, si ritirò di qua dall'Adda affine di contrastare il passo all'armata della lega. Ma Riuscì al Colonna di valicar quel fiume a Vauri, dove in combattimento con lo Scudo restarono superiori le sue genti. Ritiratosi il Lautrec a Milano, maravigliosa cosa fu il vedere, che appena giunto nel giorno seguente l'esercito collegato [369] in vicinanza di Milano, essendo stato spedito avanti il valoroso Ferdinando di Avalos marchese di Pescara con ducento cavalli e tre mila fanti spagnuoli, questi, dopo avere sbaragliato un grosso corpo di cavalleria franzese uscito per ispiar gli andamenti de' nemici, andò intrepidamente ad assalire verso porta Romana i bastioni di quel borgo, dove erano alla guardia i Veneziani con Teodoro Trivulzio e Andrea Gritti. Si combattè, ma venne meno il coraggio alla gente veneta, e il marchese, aiutato da quei di dentro di fazion ghibellina, occupò la porta suddetta. Quivi restò prigioniero il Trivulzio, il qual poi con venti mila ducati d'oro da lì a molti giorni si riscattò. Ebbe fortuna il Gritti di salvarsi. Veramente in questa guerra la potenza veneta non fece sforzo di gran rilievo, come era solita, o perchè fosse rimasta smunta per le antecedenti guerre, o perchè quel saggio senato avesse de' segreti motivi di così operare. Entrò dunque il marchese nel recinto di quel borgo; nè occorse di più, perchè il Lautrec la notte, lasciato ben guernito il castello, si ritirasse col resto di sua gente a Como; giacchè mirava in gran commozione tutto lo Stato, troppo irritato per le esorbitanti gravezze, dianzi da lui imposte, e voglioso di mutar padrone per la speranza, spesso fallace, di starne meglio. Fu in gran pericolo di andarne a sacco quella nobilissima città; ma, alzati i ponti, calate le saracinesche e serrate le porte della cinta che divide essa città da' borghi, si fermò il primo empito dei vincitori. Sopraggiunta la notte maggiormente assicurò la cittadinanza, essendosi perduti i più de' soldati a svaligiar i borghi, i quartieri de' Veneziani e Franzesi. Questo gran fatto accadde nel dì 19 di novembre, con perpetua gloria di Prospero Colonna, e non con minore del marchese di Pescara, che in quella occasione fece mirabili prove di sua persona.

A persuasione poi di Girolamo Morone, andò un bando, che sotto pena della vita [370] niun Milanese fosse offeso. Venuto il giorno, comparvero davanti al Colonna, ai legati e al marchese di Mantova dodici nobili ambasciatori a dar la città, e a pregare che fosse preservata da ingiurie pubbliche e private. V'entrò il Morone, prendendone il possesso a nome di Francesco Maria Sforza, già riguardato qual duca, e restò egli quivi al governo con titolo di luogotenente. Si fece conto che più di tre mila fanti veneti lasciassero in quel conflitto la vita; e gli altri Veneti, consistenti in altri tre mila fanti, trecento lancie e circa ottocento cavalli leggieri, parte furono presi, parte si dissiparono colla fuga la notte; di maniera che totalmente si perdè l'esercito loro. Seguitarono l'esempio di Milano le città di Pavia e Lodi. Parma e Piacenza si diedero ai ministri del papa. Fu spedito il marchese di Pescara con dieci mila fanti e cinquecento cavalli dietro a' Franzesi, ritirati a Como; ma il Lautrec, lasciato ivi un presidio sufficiente, s'incamminò col resto de' suoi verso Cremona, intese bensì per istrada che anche quella città aveva alzate le bandiere sforzesche; tuttavia, perchè si tenea forte la cittadella, v'entrò, e ricuperò la città, con fare il miracolo di non inferire alcun male a que' cittadini. Piantate intanto il marchese di Pescara le batterie contro la città di Como, poco stette quel popolo a capitolar la resa con patto che fossero salve le persone e robe tanto degli abitanti che de' Franzesi. Ma, entrati gli Spagnuoli, misero a sacco l'infelice città, con grande infamia del marchese, il quale poi col tempo fu chiamato a duello come colpevole di questo sfregio fatto alla pubblica fede. In una parola, a riserva di Cremona, d Alessandria, del castello di Milano e di qualche altra fortezza, il resto dello Stato di Milano venne in potere di Francesco Sforza, non senza grave affanno de' Veneziani, che, oltre allo aver perduto il loro esercito, restavano, per ragion della lor lega col re Cristianissimo, esposti ad evidenti pericoli. Ma [371] non era da paragonar la cattiva lor positura con quella di Alfonso duca di Ferrara, giacchè egli, dopo la caduta dei Franzesi, non vedea più maniera di salvarsi in mezzo a queste vicende. Alla sempre vigorosa brama di papa Leone di torgli Ferrara, s'era aggiunto uno straordinario sdegno, per aver egli frastornato dianzi l'acquisto di Parma. Si era il duca ritirato a casa, dappoichè fu venuta sul Reggiano l'armata collegata, e poco stette a provar gli effetti della collera pontificia. Vennero l'armi di esso papa al Finale, a San Felice, e riacquistarono quelle terre. Presero anche il Bondeno, con tagliare a pezzi il presidio, e dare il sacco a quel luogo. Dall'altra parte, verso la Romagna occuparono altri ministri del pontefice Lugo, Bagnacavallo, con altre terre del duca, e poscia Cento e la Pieve. Furono anche mossi i Fiorentini ad impadronirsi della provincia della Garfagnana di là dall'Apennino, composta di circa novanta comunità, che s'era fin qui mantenuta fedele al duca; e riuscì ancora al Guicciardini di ridurre all'ubbidienza di Modena la picciola provincia del Frignano, finora costante nella fede verso il duca. Ma neppur questa bastò a papa Leone. Pubblicò egli allora un fierissimo monitorio contra d'Alfonso, dichiarandolo ribello, colle frangie d'altri titoli obbrobriosi, e mettendo l'interdetto alla città di Ferrara, per aver egli occupato le terre del Finale e San Felice spettanti alla Chiesa romana; quasi che avessero i pontefici acquistata indulgenza plenaria in ispogliar quel duca delle imperiali città di Modena e Reggio; e fosse poi enorme delitto, s'egli tentava di ripigliare il suo, cioè terre a lui indebitamente tolte, e delle quali era investito dagl'imperadori. Tuttochè sentisse il duca il soverchio abbassamento de' suoi affari; pure, irritato al maggior segno dal veder adoperate contra di sè anche l'armi spirituali, non potè contenersi dal mettere fuori colla stampa un manifesto, in cui [372] palesò al mondo gli oltraggi, le insidie e le mancanze di fede di papa Leone X per conto suo, e privo affatto di giustizia il procedere della corte di Roma contra di lui. E perciocchè sapea essere stabilito nella lega del papa coll'imperadore, che, cacciati i Franzesi da Milano, si avessero a volgere l'armi sopra Ferrara, senza neppure aspettare di aver prese tutte le fortezze di quello Stato: da uomo forte si accinse a ben munire e provveder di vettovaglie quella città. Prese anche al suo soldo quattro mila Tedeschi, ed accrebbe le milizie italiane, risoluto di vendere caro la propria rovina, giacchè aspettava a momenti l'armi imperiali e pontificie alle mura di Ferrara. Certamente non fu mai la nobilissima casa d'Este in tanto pericolo di naufragio, come in questo frangente. Ma chi con segrete ruote regola il mondo tutto, eccoti che, con far nascere un'inaspettata scena, fece non poco cangiare aspetto alle cose d'Italia.

Per quanto s'ha dai Giornali di Paris de' Grassi, cerimoniere del papa, riferiti dal Rinaldi [Raynaldus, Annal. Eccl.], e per quello che attestano altri scrittori [Guicciardini. Panvinio. Anonimo Padovano. Giovio.], non si può esprimere qual allegrezza provasse papa Leone all'avviso della presa di Milano, e di mano in mano alle nuove de' susseguenti acquisti. Non capiva in sè per la gioia d'aver depressi i Franzesi, e mirava con gaudio inesplicabil la già fatta ricuperazione di Parma e Piacenza, parendogli oramai di non essere da meno di papa Giulio II. Ordinò pertanto che si facessero gran feste in Roma, e venne apposta dalla Malliana in quella città per deliziarsi nei viva del popolo. Ma che? Nel dì 25 di novembre cominciò a declinar la sua allegria per qualche incomodo di salute, nel dì primo di dicembre improvvisamente, senza neppure poter ricevere i sacramenti della Chiesa, diede fine al suo vivere in età di soli quarantasei anni. Lunga disputa [373] fu fra i medici s'egli fosse morto di veleno, per varii segnali osservati nel suo cadavero, e per altri motivi addotti dal Grassi e dal Guicciardini. Già abbiam detto che una fistola nelle parti inferiori gli facea guerra. Bastò ben questa ad abbreviargli la vita. Ma perchè chi è morto nulla più cura le cose mondane, neppure altri si curò di procedere oltre in questa ricerca. E così terminarono i disegni e le glorie di papa Leone X, il quale, per attestato del medesimo Guicciardini, ingannò assai l'espettazione che s'ebbe di lui, quando fu assunto al pontificato. Perciocchè se alcuno avesse potuto giovare alla Chiesa di Dio, certo si dovea sperare da lui: principe di mirabile ingegno, desideroso di cose grandi, dotato di non volgare eloquenza, e, prima del pontificato, amante della giustizia. Non gli mancava buon fondo di religione e pietà. Ma, trascurando egli ciò che avea da essere il principal suo mestiere, tutto si diede a farla da principe secolare, con corte oltremodo magnifica, con attendere continuamente ai passatempi, alle caccie, ai conviti, alle musiche, e ad accrescere il lusso dei Romani in forma eccessiva. Il Giovio, tenendo davanti agli occhi il detto di Tacito, lib. III, cap. 65 degli Annali: Praecipuum munus Annalium reor, ne virtutes sileantur, neque pravis dictis factisque ex posteritate et infamia metus sit: ben dipinse non men le sue lodevoli che biasimevoli qualità. Certamente fu egli con ragion celebrato per aver promosso il risorgimento delle lettere. Certo è ancora che non godè mai si bel tempo Roma cristiana, che sotto questo pontefice, ma con peggiorarne i costumi, essendosi anche inventate o praticate maniere poco lodevoli di cavar danaro, per soddisfare alla prodigalità di esso papa, per far fabbriche suntuose, e specialmente per suscitare e sostener guerre, quasichè possa essere glorioso ne' principi ecclesiastici quello che sovente è detestabile anche nei principi secolari. Nè solamente immenso danaro della Chiesa fu impiegato in [374] quelle scomunicate guerre, onde restò esausto l'erario pontificio; si trovarono eziandio impegnate da papa Leone le gioie ed altre cose preziose del trono della Chiesa romana, oltre ad altri grossi debiti ch'egli lasciò, a pagare i frutti, dei quali ogni anno la camera pontificia spendeva quaranta mila ducati d'oro. E tutto questo per accrescere alla Chiesa suddetta un dubbioso patrimonio, che ai dì nostri si è veduto a lei tolto; quando nel tempo stesso sguazzava e si dilatava l'eresia di Lutero; e il fier Solimano imperador de' Turchi, scorgendo immersi in tante guerre i monarchi cristiani, formò l'assedio di Belgrado, baluardo della Cristianità in Ungheria, e se ne impadronì: dal che poi venne la rovina di quel vasto regno, e un'altra gran piaga al Cristianesimo. Scrisse bensì il giovinetto re di Ungheria Lodovico calde lettere all'imperatore, al papa e agli altri principi cristiani, implorando aiuto in sì gran bisogno; ma non trovò altro che compatimento alle sue disgrazie. Mi sia lecito il rapportare all'anno susseguente alcuni fatti accaduti sul fine del presente. Qui solamente ricorderò che nel dì 22 di giugno venne a morte Leonardo Loredano doge di Venezia, la cui prudenza in tempi tanto disastrosi a quella repubblica, venne sommamente commendata. Fu a lui successore in quella dignità Antonio Grimani.


   
Anno di Cristo MDXXII. Indizione X.
Adriano VI papa 1.
Carlo V imperadore 4.

Appena restò vacante, per la morte di papa Leone X, la sedia di san Pietro, che Alfonso duca di Ferrara, liberato da chi cotanto il perseguitava, non si potè contenere dal far battere monete d'argento nel cui rovescio si mostrava un uomo che traeva dalle branche d'un leone un agnello, col motto preso dal primo libro, capitolo diciassettesimo, versicolo trentasette dei Re: DE MANV LEONIS. Poscia, uscito in campagna [375] colle sue genti, riacquistò il Bondeno, il Finale, San Felice, le montagne del Modenese e la Garfagnana. Similmente ricuperò Lugo, Bagnacavallo ed altre sue terre della Romagnola. Ma non potè aver Cento, difeso da' Bolognesi, sotto cui s'era portato colle artiglierie, perchè, all'avviso di un gagliardo soccorso che veniva da Modena, giudicò meglio di ritirarsi. Anche il signor di Lautrec, rinserrato prima co' suoi Franzesi in Cremona, preso animo dalla morte del papa, la quale aveva fatto sbandare l'esercito collegato, fece un tentativo contro di Parma. Ebbe in suo potere il Codiponte; diede anche più d'un assalto alla città, ma ne fu ripulsato; e però abbandonò l'impresa. Si gloria il Guicciardini d'essere colla sua intrepidezza stato cagione che si sostenesse quella città. Quel nondimeno che fece più strepito, dappoichè il papa cessò di vivere, fu la risoluzion presa da Francesco Maria della Rovere, già duca d'Urbino, di ricuperare i suoi Stati. Stava egli in Mantova, aspettando tutto dì che spirasse qualche buon vento; e questo, quando men si credeva, arrivò. Unitosi dunque con Malatesta ed Orazio Baglione, già cacciati da Perugia, e messi insieme quattro mila fanti e due mila cavalli (il Guicciardini scrive meno), ed ottenuti dal duca di Ferrara sette pezzi d'artiglieria, senza ostacolo arrivò nel ducato d'Urbino. Il desideravano e l'attendeano a man giunte que' popoli, perchè l'amavano a dismisura pel suo grazioso governo. In quattro giorni si vide tornare alla sua ubbidienza ogni terra di quel ducato. Passò dipoi a Pesaro, e s'impadronì di quella città, e da lì a pochi giorni anche della rocca. In quel calore di fortuna gli riuscì parimente di cacciar fuori di Camerino Giovan Matteo da Varano, signore ossia duca di quella città, con introdurvi Sigismondo della stessa famiglia, che pretendea d'avervi miglior ragione, ma che non potè aver la rocca. Sul principio poi del presente anno coll'esercito suo, accresciuto da molti [376] voluntarii, andò il duca d'Urbino a mettere il campo a Perugia, ed, impadronitosi d'un borgo, cominciò tosto a dar da più parti l'assalto alle mura. Dentro v'era alla difesa Vitello Vitelli, inviato dai Fiorentini con due mila fanti ed alcune squadre di cavalli alla difesa di quella città, unito con Gentile Baglione, messo ivi da papa Leone dopo la morte di Gian-Paolo. Si avvilirono questi difensori per timore del popolo, e la notte si ritirarono, lasciando che colà facessero l'entrata Malatesta ed Orazio Baglioni.

Mentre succedeano tali scene, sorse la discordia nel conclave fra i cardinali ivi racchiusi per l'elezione del nuovo pontefice. Comunemente si credea che Giulio cardinal de Medici, dopo avere, nell'anno addietro, esercitato il suo spirito in affari di guerra nel felice esercito de' collegati, avesse ancora a riportar vittoria in questo cimento, atteso il credito suo, la sua opulenza e l'aderenza di moltissimi porporati, creature di papa Leone suo cugino. Ma i vecchi, che credeano dovuto alla loro età il pontificato, più che a Giulio, il quale non contava se non quarantacinque anni d'età, e il partito franzese, di cui si fece capo il cardinal Soderino, fecero abortir que' disegni. Però, giacchè neppure a lui piaceva che andassero innanzi i suoi competitori, gli cadde in mente, o gli fu suggerito, di proporre pel pontificato il cardinale Adriano vescovo di Tortosa, nato di bassi parenti nella città di Utrect in Fiandra, ma che per le sue rare virtù e pel molto suo sapere era giunto ad essere maestro dell'Augusto Carlo V, ed avea conseguita la porpora cardinalizia nell'anno 1517. Dio benedisse la proposizione suddetta; e quantunque Adriano non avesse mai veduta Italia, nè fosse personalmente conosciuto dal sacro collegio, pure, alla fama del raro suo merito si accordarono tutti ad eleggerlo nel dì 9 di gennaio del presente anno. Trovavasi egli allora in Biscaia ad esercitare l'impiego a lui appoggiato da esso Augusto di governatore [377] e visitatore dei regni di Spagna. Portatagli questa nuova, per essere affatto inaspettata, riuscì a lui maravigliosa: pure accettò la gran dignità, e, ritenuto il proprio nome, si fece chiamare Adriano VI. Siccome uomo prudente, non mostrò segno alcuno d'allegrezza, ma solamente, rivolto a Dio, il pregò, che giacchè gli avea voluto imporre questo peso, gli contribuisse anche forze per sostenerlo in utilità della Chiesa e della repubblica cristiana. Quanto a' Romani, scaricarono la lor bile in loquacità e villanie contra de' cardinali, perchè avessero eletto uno straniero, con pericolo che si tornasse a veder la brutta scena della sedia di san Pietro trasportata dì là dai monti. Peggio sparlarono da lì innanzi, perchè, mancata la splendida corte di papa Leone X, e i cardinali usciti l'un dietro l'altro fuori di Roma, erano cessati con ciò i grossi guadagni de' mercatanti e del popolo, e cresciute le prepotenze e le ingiustizie in essa città. Per questo non si sentiva altro che benedizioni alla memoria di Leone, e maledizioni allo stato presente, stante l'aver tardato più mesi il novello papa a comparire in Roma. Era in questi tempi passato il duca d'Urbino alla volta di Siena, desideroso di far mutare il governo in quella città. Mandarono a tempo i Fiorentini colà un rinforzo di gente, che tenne in dovere il popolo: e perchè essi fecero anche venire in Lombardia Giovanni de Medici con un corpo di Svizzeri preso al loro soldo, il duca giudicò meglio di ritirarsi, e passò poi nel Montefeltro, che tornò tutto alla sua divozione, fuorchè la fortezza di San Leo e la rocca di Maiuolo. In Lombardia Prospero Colonna, generale dell'armi cesaree in Milano, niuna diligenza e precauzione ommetteva per premunirsi contro i tentativi de' Franzesi, i quali si sapea che, oltre ad altra gente, aveano adunato un grosso corpo di Svizzeri. Il Guicciardini scrive essere stati da dieci mila; l'Anonimo Padovano li fa ascender a quattordici mila, e il Giovio sino a diciotto [378] mila. Gran riputazione s'acquistò egli coll'aver fatto un mirabil trincieramento, guernito d'artiglierie, fuori della città di Milano intorno al castello, aciocchè, venendo i Franzesi, non potessero accostarsi a quella fortezza. Al pari di lui Girolamo Morone luogotenente del duca fece il maggior preparamento che potè per la difesa; nè solamente egli con lettere finte, con ambasciate false e colla sua eloquenza infiammò l'odio di quella nobiltà contro i Franzesi; ma eccitò anche il popolo all'abborrimento di quella nazione per mezzo di frate Andrea da Ferrara dell'ordine di santo Agostino, il quale, predicando con gran concorso di gente, disse quanto mai seppe in discredito dei Franzesi, e in commendazione del principe proprio, cioè del duca Francesco Sforza, sollecitando ognuno a difendere colle facoltà e col sangue la salute della patria. Con queste arti il Morone trasse dai Milanesi tanto danaro, che potè assoldar quattro mila fanti Tedeschi, i quali da Trento vennero a Milano. Nel qual tempo anche l'imperadore era dietro ad arrolare altri sei mila fanti della medesima nazione, per inviarli colà. Nè questo bastò al Colonna e al Morone. Dacchè videro sì ben accesi gli animi di quel popolo, ne spedirono otto mila armati ad Alessandria, che, per opera de' cittadini guelfi, s'era data ai Franzesi. Tanto il presidio di quella città, quanto gli stessi abitanti, al sentire che nè Spagnuoli nè Tedeschi erano con quella gente, baldanzosamente usciti fuor di una porta, attaccarono battaglia. Toccò ad essi di voltar le spalle, e sì disordinatamente cercarono di salvarsi nella città, che mischiati con loro anche i Milanesi v'entrarono. Fu ivi gran mortalità, finchè i fautori dei Franzesi se ne fuggirono fuori per un'altra porta, lasciando la città in poter dei vincitori, i quali non dimenticarono di darle il sacco. Da lì a pochi giorni anche Asti venne alle lor mani: perdite che sconcertarono di molto gl'interessi dei Franzesi, perchè restò loro tagliata la [379] comunicazione con Genova, e tutto il di qua da Po tornò all'ubbidienza di Milano.

Per calare in Lombardia altro non mancava a Renato bastardo di Savoia, gran maestro di Francia, e a Galeazzo da San Severino grande scudiere di Francia, inviati dal re Francesco I alla condotta degli Svizzeri, già raunati in suo favore, sennonchè dessero loro licenza di passare le alte nevi delle montagne di San Bernardo e di San Gottardo. Più volte fecero le spianate, ma indiscreta neve di nuovo cadendo, tornava a chiudere i passi. Finalmente vennero in Lombardia, e andarono ad unirsi col signor di Lautrec, il quale, sulla speranza di questo rinforzo, già era uscito vigoroso in campagna sul principio di marzo. Con esso lui si congiunsero ancora l'armi de' Veneziani, consistenti in quattrocento lancie, mille cavalli leggieri e cinque mila fanti sotto il comando di Teodoro Trivulzio e di Andrea Gritti. La fantasia delle genti, che amplifica sempre gli eserciti, stimò che questa armata ascendesse a sessanta mila combattenti, ma era molto meno. Ora il valoroso e saggio Prospero Colonna generale della lega, per non sapere qual disegno avessero formato i nemici, inviò Filippo Torniello a Novara, monsignor Visconte ad Alessandria, Antonio da Leva a Pavia, e Federigo marchese di Mantova a Piacenza, con sufficienti guarnigioni alla guardia di quelle città, restando egli in Milano con settecento uomini d'arme, settecento cavalli leggieri e dodici mila fanti. Passò l'esercito franzese in vicinanza di Milano verso ponente, mostrando voglia di assalire i meravigliosi trincieramenti, cioè argini e fosse fatte dal Colonna intorno il castello: nella quale occasione inoltratosi troppo ad ispiar que' forti ripari Marcantonio Colonna, già prigione in Francia, ed ora militante nell'esercito franzese, un colpo di colubrina della città gli portò via le natiche, per cui da lì a poche ore morì. Scrive il Giovio essere stato lo stesso Prospero Colonna che indrizzò quella [380] colubrina, e saputo dipoi di avere ucciso il proprio nipote, ne provò un sommo affanno. Con esso Marcantonio restò ancora colpito ed ucciso Camillo Trivulzio, giovane di gran cuore ed espettazione. All'accostarsi de' Franzesi a quei trincieramenti, si diede tosto campana a martello per tutto Milano, e chiunque era atto all'armi animosamente accorse ai luoghi che dianzi gli erano stati assegnati. Dicono che circa sessanta mila persone fossero questi difensori, computate le milizie pagate. Ciò rapportato dai disertori al Lautrec, il quale s'era vanamente lusingato che il popolo di Milano, per timore del sacco, si solleverebbe o manderebbe a capitolare; siccome ancora la relazion degl'ingegneri che aveano trovati insuperabili que' ripari: cagion furono ch'egli col consiglio de' maggiori uffiziali deponesse il pensiero di sacrificar quivi parte delle sue genti. Ritirossi per questo ad un luogo, cinque miglia distante da Milano verso Pavia, da dove fece poi continue scorrerie verso la città, e stava attento per impedire il passaggio del duca Francesco a Milano. Imperocchè una delle maggiori premure del Colonna e del Morone era stata che esso Francesco Sforza duca, dimorante in Trento, sen venisse a Milano per accrescere il coraggio a quel popolo; e tanto più perchè egli avea seco sei mila fanti tedeschi, i quali avrebbero data la vita all'esercito loro. Per mancanza di danaro non si potè egli mettere sì presto in viaggio. Ma sovvenuto con nove mila ducati d'oro dal cardinal de Medici, allora si mosse, e, passato il Po a Casal Maggiore, giunse a Piacenza, da dove poi Federigo marchese di Mantova con trecento uomini d'arme lo scortò sino a Pavia circa la metà di marzo. Intanto il signor dello Scudo, fratello del Lautrec, giunto a Genova con tre mila fanti guasconi, calò in Lombardia; ed avvisatone il Lautrec, spedì ad unirsi seco Federigo Gonzaga signor di Bozzolo con cinquecento cavalli e sei mila fanti. [381] Questo corpo di gente marciò a Vigevano, e senza fatica se ne impadronì. Andossene dipoi lo Scudo a Novara, dove tuttavia il castello si tenea per i Franzesi; e tratti di là alquanti pezzi d'artiglieria, cominciò a bersagliare la città. Dentro v'era Filippo Torniello con due mila fanti, che fece buona difesa; ma al terzo assalto, essendo uscita alla difesa anche la guarnigion del castello, v'entrarono i Franzesi, che misero a fil di spada la maggior parte di que' fanti, fecero prigione il Torniello con altri uffiziali e cittadini, e poi diedero il sacco all'infelice città, non senza biasimo del Colonna e del marchese di Mantova, per non averle dato soccorso. Mentre ciò si facea, il duca Francesco Sforza, accompagnato da Antonio da Leva, segretamente uscito di Pavia, per una via fuor di mano s'inviò alla volta di Milano, ed accolto a Sesto da Prospero Colonna, entrò in quella città, dove con incredibil giubilo e segni d'amore fu ricevuto dal popolo. Ora dacchè il Lautrec vide fallito il suo disegno, sapendo che in Pavia non era restato che lo scarso presidio di trecento cavalli e due mila fanti col marchese di Mantova, andò tosto a mettere il campo ad essa città, e tardò poco a batterla colle artiglierie. Fece sapere il marchese al Colonna il bisogno d'aiuto, laonde questi uscì di Milano con tutto l'esercito, e andò fino a Rinasco, mostrando di voler venire ad un fatto d'armi. Nulla più che questo sospirava il Lautrec; ma il saggio Colonna aveva altro in cuore, e, stando in un forte alloggiamento, si contentava di solamente inquietare il campo nemico. Poscia una notte spedì Francesco Ferdinando d'Avalos marchese di Pescara con due grossi squadroni di cavalleria ad assaltare i Franzesi. Urtò il prode cavaliere in due siti con tal empito nel loro campo, che, credendo essi Franzesi venir loro addosso tutte le forze dei cesarei, poco mancò che non si mettessero in fuga. Montato a cavallo il Lautrec con gli altri [382] capitani, li trattenne ed incoraggì: nel qual tempo avendo il Colonna drizzati due mila fanti spagnuoli e mille corsi verso Pavia, questi per un'altra porta entrarono in essa città, raccolti con gran giubilo dal Gonzaga. Così racconta questo fatto l'Anonimo Padovano; laddove il Guicciardini scrive che sul principio dell'assedio il Colonna inviò colà mille fanti corsi e alcuni spagnuoli, che menando le mani, e passando per gli alloggiamenti de' Franzesi, penetrarono in Pavia. Il Giovio parla solamente di due compagnie di Spagnuoli e due d'italiani, che parlando franzese co' Veneziani, e veneziano co' Franzesi, solamente sul fine ebbero da menare le mani, ed entrarono in Pavia. Ma altro che di sì poca gente abbisognava allora quella città. Fu inseguito il marchese di Pescara dai Franzesi, e gli sarebbe forse avvenuto del male, se non fossero stati spediti in suo soccorso dal Colonna cinquecento cavalli, coi quali arrivò salvo a Binasco. Soccorsa in tal guisa Pavia, si ritirò poi quell'esercito a Milano. Dolente restò per questo il Lautrec; ma, ciò non ostante, ancorchè in essa città si trovasse allora un sì gagliardo presidio, pure, contro il parere del provveditor veneto e di quasi tutti i capitani franzesi ed italiani, non d'altro parlava che di venire all'assalto. Forse l'avrebbe fatto, se nel più bello una pioggia, che durò sei giorni, con impedire il trasporto delle vettovaglie, e l'essere tornato il Colonna a Binasco, con avanzarsi dipoi sino all'insigne Certosa di Pavia, per frastornare il tentativo dei Franzesi, non gli avessero infine fatto prendere la risoluzione di ritirarsi a Landriano, dove seguì una terribile zuffa colla peggio de' suoi. E tanto più si vide egli necessitato a battere la ritirata, perchè non avendo con che pagare gli Svizzeri, mentre era ben giunto ad Arona danaro di Francia, ma non potea passare, coloro tumultuavano per tornare a casa. Ridottosi dunque il Lautrec a Monza, e inteso che Prospero Colonna [383] era giunto col suo esercito a Sesto, cinque miglia lungi da lui, non s'attentò a continuare la marcia sino a Cremona, secondochè avea disegnato. Ossia che egli, non trovando altro ripiego per fermare gli Svizzeri ch'erano sulle mosse, prendesse la risoluzione di far giornata campale, ed animasse tutto il suo campo a questo marziale azzardo; oppure, come comunemente fu creduto, che gli Svizzeri si esibissero di venire a battaglia, tenendosi sicuri della vittoria, con gridar più volte: O paga, o battaglia; altrimenti minacciavano d'andarsene: la verità si è, che il Lautrec si preparò per andare ad assalir l'armata nemica. Avea il Colonnese ritirata da Pavia buona parte di quel presidio, e, certificato dalle spie del disegno dei Franzesi, attese a prepararsi per ben riceverli. Adocchiato in questo mentre un luogo, appellato la Bicocca, tre miglia lungi da Milano, circondato da fosse profonde, da argini e canali di acqua, colà come in sito fortissimo andò a postarsi. Fece venir da Milano tre mila fanti italiani e gran copia di guastatori, che accrebbero quelle fortificazioni. Lo stesso duca Francesco con mille e cinquecento cavalli in persona accorse colà, accompagnato da alcune migliaia di Milanesi volontarii, armati tutti di archibusi, ed anche di coraggio.

Venuto il giorno 22 d'aprile, si mosse il Lautrec verso la Bicocca, e scontrato Stefano Colonna che veniva con cinquecento cavalli a spiare i suoi andamenti, il mise in rotta, prendendo questo buon principio per augurio di vittoria. Assaltarono da più parti gli Svizzeri e Franzesi il campo imperiale, con ritrovar dappertutto insuperabili fosse, colpi di cannone e di moschetteria. Più volte tentarono i feroci Svizzeri di superar quegli argini e fosse, andando colla testa bassa contro le cannonate; ma altro non guadagnarono se non morti e ferite. Perciò il Lautrec, chiarito di non poter vincere la pugna, pien di mala voglia e di vergogna ritiratosi, levò il campo, e [384] ritirossi a Monza, seguitato dagli Svizzeri, restati in vita, i quali, flagellati dalla memoria di questo sinistro fatto, per più tempo non osarono di far delle smargiassate. Si fece conto che circa tre mila d'essi con ventidue lor capitani restassero freddi nel campo della battaglia. V'ha chi scrive, esservi morti quasi altrettanti Franzesi. Passato che fu il Lautrec di là dall'Adda, lasciò andare pel Bergamasco gli Svizzeri alle lor montagne; ed egli, dopo aver inviato alla guardia di Lodi Federigo da Bozzolo, e il Buonavalle Franzese con sufficiente guarnigione, e raccomandata allo Scudo suo fratello la custodia di Cremona, passò dipoi in Francia a ragguagliare il re di tante sue disavventure. Avrebbono il duca di Milano e Prospero Colonna saputo profittar del disordine de' nemici, se non fossero stati ritenuti più giorni da una sollevazion di Tedeschi, i quali, pretendendo un mese di paga a titolo di regalo per la riportata vittoria, aveano prese le artiglierie, e minacciavano di voltarle contra de' capitani. Bisognò infine, dopo molte dispute, capitolare, con prometter loro sessanta mila ducati di oro in termine di un mese, e dar loro ostaggi per questo. Grandi difficoltà si trovarono poi a raunar tanta pecunia: pure fu soddisfatto al bisogno. Quetato quel pericoloso rumore fu spedito il marchese di Pescara colla fanteria spagnuola a Lodi, dove non era per anche entrato tutto il corpo di gente inviatovi dal Lautrec. Impadronitosi egli con gran celerità di un borgo, tal terrore diede ai Franzesi, che, abbandonata la città, corsero a ripassar l'Adda pel ponte. V'entrarono poi gli Spagnuoli, e senza misericordia diedero il sacco non solo a quanti cavalli, armi e bagaglio vi aveano lasciato i Franzesi, ma anche alla misera cittadinanza. Passato di là il marchese a Pizzighittone, e, piantate le artiglierie, forzò quel presidio alla resa. Andò poscia Prospero Colonna con tutta la sua armata a stringere d'assedio la detta [385] città di Cremona. Lo Scudo e Federigo da Bozzolo, tuttochè si trovassero assai forti di gente, pure, al mirarsi senza speranza di soccorso, intavolarono tosto un trattato, che fu sottoscritto nel dì 26 di maggio, in cui si obbligarono i Franzesi di render quella città, ed ogni altra fortezza nello Stato di Milano, a riserva dei castelli di Milano, Cremona e Novara, se in termine di quaranta giorni non veniva un esercito di Francia capace di passare il Po, o di espugnare una città di quel ducato: e che fosse loro lecito di passare in Francia a bandiere spiegate con tutti i loro carriaggi ed artiglierie. Furono dati gli ostaggi per l'esecuzione del trattato.

L'indefesso Colonna, giacchè il ferro era caldo, non perdè tempo a batterlo. Imperciocchè mise tosto in marcia l'esercito alla volta di Genova, con pensiero di snidare anche di là i Franzesi. Seco si unì il duca di Milano con Girolamo ed Antoniotto fratelli Adorni, fuorusciti di Genova. Arrivati che furono sotto quella nobil città, s'accamparono intorno ad essa in varii siti, con disporre ben tosto le artiglierie contro le mura. Il doge, ossia governatore Ottaviano Fregoso, uomo di gran vaglia ed universalmente amato per l'ottimo suo governo, avea già presi circa quattro mila fanti italiani al suo servigio. Ben prevedendo che anche sopra di lui e della città si dovea scaricar la tempesta, dianzi con più lettere avea chiesto soccorso al re Cristianissimo, il quale, giacchè non avrebbono potuto giugnere a tempo quattordici mila fanti e cinquecento lancie inviate verso l'Italia per terra, spedì a Genova per mare Pietro Navarro, celebre capitano da noi altrove veduto, con quattro galee e due mila fanti imbarcati in altri legni. Giunse il Navarro colà due dì prima dell'arrivo dell'armata imperiale. Ora il duca e il Colonna appena arrivati [Agostino Giustiniani, Guicciardini, Anonimo Padovano, Pietro Messia, ed altri.], per un araldo fecero intendere [386] ai Genovesi, che se congedassero il presidio franzese, e ricevessero un altro doge, si conserverebbe loro la libertà; se no, si aspettassero tutti i malori di una città presa per forza. Non mancavano partigiani ai suddetti Adorni; ma per paura del presidio niuno ardiva di muoversi, e il Fregoso facea sperar vicino un più gagliardo soccorso di Franzesi. Pertanto, veggendo il Colonna persistere quel popolo nell'union co' Franzesi, comandò che le artiglierie parlassero più efficacemente dell'araldo. Riuscì al marchese di Pescara in poche ore di diroccar le mura d'una torre: il che veduto dal Fregoso, si avvisò di trattare d'accordo, sperando di menar la cosa tanto in lungo, che sopravvenisse il non molto lontano soccorso de' Franzesi. Ma mentre si facea questo negoziato nel dì 30 di maggio, ed era come accordato tutto, il marchese di Pescara, che avea promesso il sacco della città a' suoi fanti spagnuoli ed italiani, diede l'assalto alla breccia fatta, e v'entrò verso la notte colla sua gente, la qual subito s'applicò al saccheggio. Ciò inteso dal resto dell'armata, non si potè ritenere che anch'essa non corresse alla preda. Entrarono quella notte il duca e il Colonna nella misera città; ma nè essi nè i fratelli Adorni poterono punto trattenere la sfrenata soldatesca dal continuare il sacco per tutta quella notte e nel seguente giorno. E siccome essa città era delle più ricche d'Italia, così immenso fu il bottino. Dicono che fu salvo l'onor delle donne, e che s'ebbe un mediocre rispetto alle chiese. Certo è che fu salvata la sagristia di San Lorenzo, dove si conserva il catino di smeraldo d'impareggiabil prezzo, con aver guadagnato un capitano tedesco, il quale già ne sfondava le porte, mediante lo sborzo di mille ducati d'oro. Restò in così fiera disavventura prigione Pietro Navarro con altri capitani franzesi; ed Ottaviano Fregoso, perchè non potè o non volle fuggire, si rendè al marchese di Pescara, presso il quale, [387] dice il Guicciardini che egli morì non molti mesi dappoi. Ma l'Anonimo Padovano scrive, essersi il Fregoso da lì a qualche tempo riscattato collo sborso di quindici mila ducati d'oro. Fu poi creato doge di Genova Antoniotto Adorno. Questi, avendo fatto venire artiglierie da Pisa, in pochi dì si rendè padrone anche della cittadella, e di San Francesco e del castelletto, con lasciar ripassare in Francia quelle guarnigioni. Marciò dipoi il Colonna colla vittoriosa armata in Piemonte, per opporsi a Roberto Scotto, che già avea passate l'Alpi, conducendo seco il suddetto corpo di milizie franzesi; ma egli dopo essersi intesi tanti progressi dell'esercito imperiale, ebbe ordine di tornarsene indietro. Trovò esso Colonna che i marchesi di Monferrato e Saluzzo aveano in addietro somministrati viveri ed altri aiuti ai Franzesi. Non poteano essi far di meno; pure questo fu un gran reato, per cui non solamente si diede un buon rinfresco in quelle parti all'esercito imperiale, ma si riscossero ancora grosse contribuzioni di danaro. Venuto poscia il dì 4 di luglio, in cui spirava il termine prefisso per la resa di Cremona, il signor dello Scudo fedelmente consegnò quella città ai ministri cesarei, e con tutto onore condusse anch'egli le sue genti in Francia. Restavano tuttavia in poter de' Franzesi i castelli di Milano, Cremona e Novara, e le rocche di Trezzo e Lecco. Venne poi fatto al duca di ricuperar le due ultime e il castello di Novara, con rimanere resistenti solamente i due primi. Ciò fatto, furono cassate le fanterie tedesche ed italiane, e il resto distribuito in vari luoghi dello Stato di Milano.

Non mancarono in quest'anno anche in Toscana movimenti di guerra. Renzo da Ceri, già incitato da' Franzesi, si mosse con cinquecento cavalli e sette mila fanti verso Siena, per introdurre mutazion di governo in quella città. Diedero all'armi per questo i Fiorentini; e fatto accordo col duca d'Urbino, a cui restituirono allora, [388] secondo alcuni, la fortezza di San Leo nel Montefeltro (quando il Nardi, più informato d'essi, la riferisce all'anno 1527), presero per lor generale il conte Guido Rangone, il quale con tal prudenza andò guastando tutti i disegni di Renzo, che il forzò a trattare un accordo, e così cessò quella briga. Parimente in Romagna furono ammazzamenti e non pochi disordini, e spezialmente venne fatto a Sigismondo figlio di Pandolfo Malatesta d'introdursi segretamente in Rimini, e coll'aiuto de' suoi partigiani d'impadronirsi di quella città, retaggio antico dei suoi ascendenti. Procedeano tali sconcerti dalla discordia del collegio de' cardinali e dalla lontananza del papa. Però essi cardinali non cessavano di replicare le istanze, perchè il santo padre venisse oramai in Italia: cosa ch'egli non potè eseguire, per voler prima abboccarsi coll'imperador Carlo V, di giorno in giorno aspettato in Ispagna. Ma perciocchè esso Augusto troppo tardava a venire, il pontefice prese la risoluzion di partirsi: e quantunque arrivasse poi ai lidi di Spagna esso Carlo, pure Adriano si scusò, e andò ad imbarcarsi senza vederlo, non sussistendo ciò che dice l'Anonimo Padovano, che per otto giorni si trattennero amendue in Barcellona in continui ragionamenti. Il corteggio del pontefice riuscì magnifico, perchè composto di diciotto galee e d'altri legni, di tre o quattro mila soldati, e di gran copia di prelati e nobiltà. Si mosse nel dì 6 di agosto, e sbarcò a Genova, dove trovò quel popolo tuttavia sbalordito e dolente per la gravissima sofferta burrasca. Colà si portarono il duca di Milano, Prospero Colonna, il marchese di Pescara ed altri a baciargli il piede. Nel dì 22 d'agosto, se ne parti, e dopo essersi fermato due giorni in Livorno, dove fu onorevolmente accolto dal cardinal Giulio de Medici, come capo, per non dir padrone, de' Fiorentini, si trasferì a Cività Vecchia. Colà smontato, trovò trentasette porporati che gli prestarono i dovuti ossequii. Era dianzi entrata la [389] peste in Roma, e vi avea fatta strage di otto mila persone: spettacolo, per cui, oltre ai cardinali e primati, gran parte ancora del popolo era fuggita. Perciò, tolta l'esca al malore, pochi più oramai ne morivano. Con tutte le ragioni addotte al papa, che conveniva differir l'ingresso suo in Roma, egli volle farlo senza dimora, ed essere coronato. Intorno al giorno della sua entrata e coronazione in Roma, si truova discrepanza fra gli scrittori. Ma una lettera di Girolamo Negro [Lettere de' Principi, tom. 1.] ci assicura che ciò avvenne nel dì 29 d'agosto. Avendo poi quel miscuglio di gente riaccesa più che mai la pestilenza, per cui mancarono di vita circa altre dieci mila persone, il pontefice non per questo si sbigottì, e ritiratosi in Belvedere, quivi attese a dar sesto agli affari di Roma. Spedì le sue genti d'armi in Romagna, che poi ricuperarono Rimini dalle mani di Pandolfo Malatesta e di Sigismondo suo figlio. Liberò eziandio Imola, Ravenna ed altre città dei sediziosi. Appena fu intesa l'elezion di questo papa, che Alfonso duca di Ferrara inviò in Ispagna Lodovico Cato a rendergli ubbidienza, e ad informarlo delle violenze contra di lui usate dai due precedenti pontefici. Venuto poi il papa a Roma, annullò il monitorio di papa Leone X, e le censure pubblicate contra d'esso duca; gli confermò Ferrara, il Finale e San Felice, e gli promise la restituzione di Modena e Reggio. Con tal congiuntura Alfonso ricuperò Cento e la Pieve. Si provarono in quest'anno le deplorabili conseguenze della guerra suscitata da esso papa Leone, perchè, oltre alla desolazion della Lombardia e di Genova, il sultano de' Turchi Solimano, veggendo impegnati i principi cristiani nelle loro detestabili discordie, ito con un formidabile esercito per mare e per terra all'assedio dell'isola di Rodi, posseduta per tanto tempo dai cavalieri gerosolimitani, quantunque una stupenda difesa trovasse, per cui dicono che tra malattie e ferite perdesse circa cento mila [390] persone; pure infine, per colpa d'alcuni traditori empii cristiani, se ne impadronì nel dì 20 di dicembre, con danno ed infamia incredibile della cristianità. Implorarono quei cavalieri soccorso da Roma, da Venezia, dall'imperadore e da altri principi cristiani. Neppur uno alzò un dito per aiutarli, intenti tutti a scannarsi fra loro. Similmente con sì favorevole congiuntura si andò dilatando sempre più l'eresia di fra Martino Lutero per la Germania, e quella di Zuinglio per gli Svizzeri. Ebbe anche principio la crudelissima degli Anabatisti. Povera cristianità in questi tempi!


   
Anno di Cristo MDXXIII. Indizione XI.
Clemente VII papa 1.
Carlo V imperadore 5.

Riuscì in quest'anno a Francesco Maria Sforza duca di Milano di ridurre in suo potere il fortissimo castello di quella città, avendo capitolato quel castellano, che se in termine d'un mese non veniva soccorso, lo renderebbe, perchè oramai penuriava troppo di vettovaglie e di gente. L'Anonimo Padovano scrive che la resa seguì nel dì 17 di maggio: il Guicciardini, che nel dì 14 di aprile. Si trovò che quella guarnigione era ridotta a soli quarantacinque uomini. Sicchè restò il solo castello di Cremona in man de' Franzesi, ed era ben provveduto. Pare che sia più verisimile l'asserzione del Guicciardini intorno alla resa del castello di Milano; perciocchè, quantunque non avesse il duca per anche ottenuto dall'Augusto Carlo l'investitura di quel ducato, pure nel dì 24 di aprile con gran solennità e pari allegrezza del popolo ne prese il possesso in Milano. E qui non si vuol tacere un grave pericolo in cui incorse quel duca nel mese d'agosto. Era egli stato più dì a Monza per fuggire il caldo. Nel tornare ch'egli faceva a dì 25 d'esso mese a Milano, i ducento cavalli di sua guardia parte camminavano avanti, e parte gli teneano dietro molto lontani, a [391] cagion del gran polverio, ed egli con pochi marciava nel mezzo. Fra questi pochi era Bonifazio Visconte suo cameriere, che, conceputo un odio grande per la morte dianzi data a monsignorino Visconte, e perchè gli era tolta una prefettura in Val di Sesia, ne meditava vendetta; e fingendo di voler parlare al duca in segreto, con un pugnale gli tirò un colpo alla testa; ma, per cavalcare esso duca una muletta, e Bonifazio un alto e velocissimo cavallo turco, andò il colpo solamente a fare una leggier ferita nella spalla. Inseguito costui, mercè dell'ottimo cavallo, ebbe la fortuna di salvarsi in Piemonte, e poi in Francia. Questo accidente fece sospettar qualche congiura, e molti furono imprigionati in Milano, ed alcuni ancora impiccati. Guarì facilmente il duca. Non di meno fra Paolo carmelitano, scrittore di questi tempi nella sua Storia manuscritta racconta che il pugnale era avvelenato, perlochè ne fu difficile la guarigione, ed essergli restata da lì innanzi una debolezza di nervi. Sparsa e ingrandita la voce di questo fatto, le città di Valenza e d'Asti furono prese dai fuorusciti milanesi; spedito colà Antonio da Leva, ricuperò que' luoghi. Avea intanto l'imperador Carlo, dappoichè vide cacciati quasi affatto fuori di Lombardia i Franzesi, applicati i suoi pensieri a provvedere che non vi tornassero. Bramoso dunque di staccar da essi il valoroso duca di Ferrara Alfonso, e massimamente il senato veneto, da Vagliadolid spedì in Italia Girolamo Adorno suo consigliere, persona di rara abilità e destrezza, acciocchè ne trattasse.

Venuto questo ministro cesareo a Ferrara, nel dì 29 di novembre dell'anno precedente, s'accordò col duca, obbligandosi l'imperadore di tenere quel principe sotto la sua protezione, di confermargli l'investitura imperiale de' suoi Stati, e di fargli restituire Modena e Reggio, con che egli pagasse alla maestà sua centocinquanta mila scudi d'oro. Non volle il duca prendere impegno alcuno contra [392] de' Franzesi, perchè restavano tuttavia allora in man d'essi i castelli di Milano e di Cremona, e forse non s'erano loro tolte per anche le fortezze di Trezzo e di Lecco, e poi si udivano dei gran preparamenti del re Francesco per tornar in Italia. Andò poscia l'Adorno anche a Venezia, dove propose a quel senato una lega coll'imperadore. Grandi e lunghi furono i dibattimenti fra que' saggi senatori, perchè dall'un canto sembrava preponderare la potenza di chi era imperadore ed insieme re di Spagna, corroborata dal duca di Milano, che uguale interesse avea con esso Augusto. Ma dall'altra parte l'abbandonare il re di Francia già collegato parea cosa di poco onore; oltre di che, i sicuri avvisi dello armamento, che egli facea, teneano divisi e sospesi gli animi di ciascuno. Intanto, perchè venne a morte l'Adorno, restò intepidito quel negoziato. Ma da lì a un mese essendo stato spedito da Cesare a Venezia Marino Caracciolo protonotario apostolico, si ripigliò con più vigore. Venne poi a morte nel dì 7 di luglio, per attestato del Sansovino, il doge Antonio Grimani, e in suo luogo restò eletto Andrea Gritti, personaggio che abbiam veduto dar tante prove di valore e prudenza nelle sì fiere contingenze di quella repubblica. È ben da stupire come una Cronica manuscritta di Venezia metta la di lui elezione nel dì 20 d'aprile, e fra Paolo carmelitano nel dì 20 di maggio. Nè lo stesso Sansovino sembra assai concorde a sè stesso, e discorda ancora da Pietro Giustiniani nell'assegnare il tempo del ducato del Grimani. Ora il Gritti, siccome persona di gran saviezza, mai non volle palesare il sentimento suo intorno alla lega proposta dal ministro cesareo, lasciandone tutta la risoluzione al senato. E questa finalmente fu conchiusa sul fine di luglio fra essi Veneziani, l'imperadore, Ferdinando arciduca e Francesco duca di Milano. Crebbe poi questa lega, perchè papa Adriano VI, amantissimo per altro della pace d'Italia, [393] dopo aver con lettere efficaci esortati tutti i principi a conservarla, per potere accudire all'impresa contra del Turco, veggendo pure ostinato il re di Francia a volerla di nuovo turbare, nel dì 3 di agosto entrò anch'egli in essa lega, siccome i re d'Inghilterra d'Ungheria, i Fiorentini, Sanesi e Genovesi. E perchè si scopri che Francesco Soderino cardinale di Volterra, mostrandosi appassionato per la pace, e maneggiator d'essa, segretamente intanto tramava in Sicilia una congiura contra l'imperadore, e sollecitava il re Cristianissimo che colà inviasse la sua flotta, fu, per ordine del pontefice, inviato prigione in castello Sant'Angelo.

Ma che? il buon papa Adriano sul più bello fu da questi terreni imbrogli chiamato da Dio a miglior vita nel dì 14 di settembre, con poco dispiacere, se non anche con gaudio della corte di Roma, riguardante poco di buon occhio un pontefice non italiano, e trovandolo anzi uomo inesperto ne' grandi affari politici, ossia nelle finezze della mondana sapienza, la quale infine davanti a Dio ha un altro nome. Per altro, egli fu pontefice pieno d'ottima volontà, di sapere e probità non ordinaria; e s'egli fosse sopravvivuto, siccome aderiva a convocare un concilio generale della Chiesa per riformar gli abusi, così grande speranza c'era di poter rimediare al sempre più crescente scisma del Settentrione. La morte del papa, quanto dall'una parte scompigliò i disegni della lega suddetta, tanto dall'altra animò Francesco re di Francia a proseguir con più calore i suoi preparamenti e disegni per calare in Italia. Era stato fin qui Alfonso duca di Ferrara aspettando con pazienza la restituzion delle sue città di Modena e Reggio, promessa tante volte da papa Leone X, e dallo stesso Adriano VI. Ma il possesso e dominio degli Stati terreni, quand'anche sia ingiusto, porta seco un tale incanto, che niun quasi mai sa indursi a spogliarsene, se non si adopera l'esorcismo della [394] forza. Il perchè, veggendosi il duca cotanto deluso, non potè più stare alle mosse. Aveva dianzi l'imperadore tolta la terra di Carpi ad Alberto Pio, gran cabalista di questi tempi, che, dopo aver tradito esso Augusto, era dietro a far lo stesso giuoco al papa, che gli avea affidata la custodia di Reggio e di Rubiera, come s'ha dal Guicciardini. Ora, innanzi che accadesse la morte del papa, Renzo da Ceri avea tolta essa terra di Carpi agl'imperiali, con inalberar ivi le bandiere di Francia. Dappoichè fu mancato di vita papa Adriano, si diede Renzo a far delle scorrerie fra Modena e Reggio. Tentò anche Rubiera, ma indarno. In questo tempo il duca Alfonso, sperando d'essere sostenuto da esso Renzo, uscì colle sue genti in campagna. Nel dì 27 di settembre si presentò davanti a Modena, e ne fece la chiamata. Perchè dentro v'era Francesco Guicciardini governatore pel papa, e il conte Guido Rangone con forza valevole da poter sostenere la città, fu mandato in pace. Voltossi il duca a Reggio, dove nel dì 29 del mese suddetto, senza dover usare violenza, da quel popolo fu allegramente ricevuto; e poco stette a impadronirsi anche della cittadella e di tutto il contado. Venuto poi al forte castello di Rubiera sulla via Emilia ossia Claudia, colla artiglierie forzò la terra, ed appresso anche la rocca a rendersi. Avrebbe inoltre potuto ridurre alla sua ubbidienza Parma, ch'era senza presidio, e minacciata colle scorrerie da Renzo da Ceri; ma avendo i Parmigiani mandato a Rubiera per saper l'intenzione del duca Alfonso, e udito ch'egli altro non voleva se non ricuperare il suo, e non occupar quello che era della Chiesa, allora si animarono a difendere la lor città, e finì la loro paura.

Erano in questi tempi nate controversie fra il re Francesco e Carlo duca di Borbone della real casa di Francia, per le quali questo principe disgustato avea segretamente preso il partito di Carlo imperadore. E perciocchè il re, avendo [395] già raunata una possente armata, meditava di portarsi in persona a riacquistare lo Stato di Milano, giacchè per pruova avea conosciuto che la presenza del principe influiva troppo al buon esito delle imprese, il Borbone con Cesare avea progettato di assalire nella lontananza del re la Borgogna maggiore; al qual fine s'andavano ammassando dodici mila Tedeschi. Traspirò questa mena, allorchè il re Cristianissimo fu giunto a Lione; e però il duca di Borbone, che quasi fu colto nella rete, ebbe la fortuna di salvarsi travestito in Germania, daddove poi il vedremo venire in Italia. Cagion fu la cospirazione suddetta che il re Francesco si astenne per ora dal passare i monti per timore d'altre segrete insidie; ma non per questo lasciò d'inviare in Lombardia per generale Guglielmo Grosserio, per soprannome il Bonivet, ammiraglio allora di Francia, che per favore specialmente di Lodovica madre del re era salito ai primi onori e alla confidenza del re medesimo, ma che accoppiava coll'ignoranza del mestier della guerra una somma arroganza e superbia. Poderosa era l'armata ch'egli conduceva, perchè composta di otto mila Svizzeri, sei mila Tedeschi, tre mila Italiani, tre mila Guasconi, lancie mille e ottocento, arcieri due mila. Il Guicciardini parla di sei mila Svizzeri, sei mila fanti tedeschi, dodici mila franzesi, e tre mila italiani, oltre alle suddette lancie. Sul principio di settembre arrivò questo esercito a Susa. Aveano i Veneziani collegati con Cesare eletto per lor generale Francesco Maria duca d'Urbino, nè tardarono a spedirlo nel Bergamasco con cinquecento lancie, cinque mila fanti e cinquecento cavalli leggieri, acciocchè ad ogni cenno di Prospero Colonna passassero l'Adda. Parimente l'arciduca Ferdinando inviò sei mila fanti a Milano. Trovavasi allora il Colonnese malconcio di sanità; contuttociò, dopo aver presidiata Pavia, e mandato Federigo marchese di Mantova alla guardia di Cremona, allorchè sentì [396] avvicinarsi i Francesi, fattosi portare in lettiga, s'andò a postare al Ticino con pensiero di contrastarne loro il passaggio. Calati i Franzesi, poco stettero a impadronirsi di Asti, Alessandria e Novara. Trovato anche il fiume Ticino molto magro, cominciarono in più luoghi a passarlo: il che obbligò il Colonna a ritirarsi in fretta a Milano, nel cui popolo era entrata sì fatta costernazione, che, per sentimento dei saggi, se il Bonivet marciava a dirittura colà, senza fatica v'entrava. Ma per voler egli aspettare il resto di sue genti, si fermò tre giorni senza alcuna azione, dando tempo ai Cesariani e Milanesi di ben fornire di vettovaglie la città, di rifare i bastioni dei borghi, e di ricevere un soccorso di quattro mila fanti italiani: con che tornò il cuore in corpo a quel popolo, e, per l'avversione che ognuno nudriva contro i Francesi, si dispose ad una gagliarda difesa.

Intanto l'armata franzese s'inoltrò a Binasco, e, facendo continue scorrerie fino alle porte di Milano, s'impossessò di Monza, dove fu posta molta cavalleria, affinchè per quella parte non passassero vettovaglie a Milano. Venne in questo tempo avviso all'ammiraglio Bonivet, avere il comandante franzese del castello di Cremona, siccome ridotto agli estremi per penuria di viveri, capitolato di renderlo, se in termine di quindici giorni non gli veniva soccorso; e che il marchese di Mantova si era portato a Lodi con due mila fanti e cinquecento cavalli, per vietare il passo ai Franzesi. Premendogli di conservar quella fortezza, spedì il signor di Baiardo e Federigo da Bozzolo con otto mila fanti, due mila cavalli e dieci pezzi d'artiglieria a Lodi. A questo avviso, fu ben diligente il marchese di Mantova a ritornarsene a Cremona. Entrarono i Franzesi in Lodi, ed ivi restato il Baiardo con mille fanti, Federigo, seco menando gran quantità di vini, farine e grascia, senza far paura alcuna, seguitò il viaggio a Cremona, e nel dì 20 di settembre introdusse [397] in quel castello i viveri, e, invece de' soldati la maggior parte malati, ve ne mise di sani. L'altro giorno se ne ritornò con tutto onore a Lodi. Questa azione del Bozzolo fece nascere speranza al Bonivet di acquistare la stessa città di Cremona; e però colà rimandò il suddetto Federigo con sei mila fanti e mille cavalli, a cui poscia si aggiunse Renzo da Ceri con tre mila fanti. Speravano questi capitani di penetrar nella città per via della fortezza, ma si disingannarono in più assalti, con loro gran danno dati ai trincieramenti e ripari fatti fra la città e il castello, e sostenuti con bravura da Niccolò Varolo. Sicchè si rivolsero a bombardar le mura della città alla porta di San Luca. Fatta larga breccia, mentre si accingevano a dar la battaglia, eccoti un'impetuosa pioggia che durò quattro giorni, con impedire il trasporto delle vettovaglie, e fu forza di prenderne dallo stesso castello. E perciocchè s'erano ingrossati i fiumi, Federigo da Bozzolo prese la risoluzione di ritirarsi, affinchè non gl'incontrasse di peggio; e tutto spelato, anzi rovinato, si ridusse a Lodi circa la metà di ottobre. Giacchè questo colpo era andato fallito, l'ammiraglio si accostò coll'esercito a Milano, confidando di poter ridurre a' suoi voleri quell'augusta città piena di popolo con impedire, o difficoltare il passo alle vettovaglie. Andava sempre più crescendo l'infermità di Prospero Colonna, e però egli diede l'incombenza della difesa della città al signor di Alarcone. Facea questi ogni dì uscire i suoi cavalli per servire di scorta a chi portava dei viveri, e ne venivano non pochi dalla Ghiaradadda e dai monti di Brianza. Ma ito sul fin d'ottobre il signor di San Paolo Franzese a Caravaggio, diede un orribil sacco a quella terra e per que' contorni, e per li suddetti monti saccheggiò o bruciò molte altre ville e castella: il che riempiè di terrore tutti quegli abitanti. All'incontro, spedito il marchese di Mantova con ottocento cavalli e tre mila fanti venuti da Genova di qua da Po, riprese [398] Alessandria e molte castella: con che proibì a tutta quella contrada e al Piemonte che niuna vettovaglia portassero al campo franzese. Il perchè l'esercito franzese cominciò a far quaresima prima del tempo, e si trovava di mala voglia. Ma neppure avea occasion di cantare l'esercito cesareo di Milano, perchè scarseggiava di vitto, e più di paghe. Perciò il Colonna co' primarii, consapevoli della promessa fatta dall'imperadore di restituir Modena ad Alfonso duca di Ferrara collo sborso di gran somma di danaro; ed anche informati che questo principe, con tutte le istanze fatte dai Franzesi, non avea voluto assisterli nell'assedio di Cremona, inviarono oratori a lui per dargli Modena, purchè di presente sborsasse trenta mila ducati d'oro, e venti altri nel termine di due mesi. Era già fatto l'accordo; ma Francesco Guicciardini, governator di Modena per la Chiesa, tanto seppe fare, che distrusse tutti i disegni del Colonna e le speranze del duca. Intanto, non potendo più il Bonivet per le pioggie e per altre incomodità fermarsi sotto Milano, e massimamente perchè circa la metà di novembre gli era andato fallito un tradimento concertato con Morgante da Parma; ed essendo anche sopravvenute le nevi, intavolò un trattato di tregua cogli imperiali. Ma perchè questo non si conchiuse, levò finalmente, nel dì 27 di novembre, il campo, e, senza che Prospero Colonna volesse permettere l'inseguirli, si ridusse a Biagrasso e Rosate.

Mentre per queste diaboliche guerre si trovava involto lo Stato di Milano in indicibili calamità, si rallegrò la Chiesa di Dio dopo due mesi di conclave, e dopo assaissime gare e discordie de' cardinali, per l'elezione di Giulio cardinale de Medici, effettuata nel dì 19 di novembre, il quale assunse il nome di Clemente VII; personaggio di gran senno, e di non minore perizia nel governo degli Stati, e tale, che mirabili cose dalla di lui testa gravida di politica si promise il popolo [399] romano. Quai mezzi adoperasse egli per salire a sì eminente dignità, può il lettore apprenderlo dal Guicciardini. L'Anonimo Padovano ci assicura che, terminate le solenni funzioni della coronazione, questo pontefice dichiarò di voler essere amator della pace, e pastore senza parzialità del Signore, e che accorderebbe insieme i principi cristiani, per formar poscia una crociata contro gl'infedeli. Certo è che un atto di gloriosa generosità diede principio al suo governo, avendo perdonato al cardinal Soderino, suo gran nemico negli anni addietro, e molto più nel conclave, a cui, liberato dalla prigione, intervenne. Parimente si osservò in lui abborrimento a far leghe, e ad entrare in impegni di guerra. Intanto l'assunzione sua fece quetar tutti i rumori insorti nello Stato ecclesiastico; e il duca di Ferrara, dopo aver lasciati buoni presidii in Reggio e Rubiera, cessò d'inquietare la città di Modena. Inviò poscia esso duca i suoi oratori a Roma per rendere ubbidienza al novello pontefice, e per chiedere la restituzion d'essa Modena, tante volte promessa dai due precedenti papi. Clemente, per lo contrario, facea istanze che il duca restituisse Reggio e Rubiera. Varie sessioni furono perciò tenute, e andando l'affare in lungo, altro non si conchiuse infine, se non che vi fosse tregua fra loro per un anno da cominciarsi nel dì 15 di marzo dello anno seguente 1524; e che ognun possedesse quel che aveva, senza innovar cosa alcuna: il che fu poi puntualmente eseguito dal duca Alfonso, ma non così da papa Clemente. Andava in questo mentre sempre più peggiorando di salute Prospero Colonna; laonde Carlo imperadore pensò alla provvisione di un nuovo condottiere dell'armi sue in Lombardia, e insieme a rinforzare l'esercito suo per iscacciare i Franzesi. Ebbe ordine don Carlo de Nois ossia della Noia, vicerè di Napoli, di venire a Milano, ed egli infatti arrivò a Bologna verso la metà di dicembre, menando seco non più di trecento [400] cavalli e di mille fanti. Passato dipoi a Parma, giunse colà ancora Carlo duca di Borbone, tutto voglioso di far del male al re di Francia, che gli avea occupato gli Stati e mobili suoi di sommo valore. Stettero ivi fermi per otto giorni, conferendo insieme di quel che s'avesse a fare. Avea il Borbone portato seco un brevetto di luogotenente generale di Cesare. Venne ad unirsi con loro anche il marchese di Pescara, che condusse altri mille fanti dal regno di Napoli. Andati di là a Pavia, e ricevuta una potente scorta, si ridussero poi tutti a Milano sul fine dell'anno; e trovato tuttavia vivente il Colonna, andarono a visitarlo. Ma egli nel dì penultimo di dicembre, per attestato del Guicciardini, oppure nell'ultimo, come ha l'Anonimo Padovano, diede fine al suo vivere, con sospetto, secondo il solito, di veleno, restando gran fama di lui, cioè d'un capitano di rara saviezza e valore, a cui simile un pezzo fa non avea veduto l'Italia, ma insieme la taccia di molta libidine, da cui probabilmente provenne il veleno che il trasse a morte. Solennissime esequie furono a lui fatte, e il corpo suo con quello di Marcantonio fu poi trasportato a Napoli.


   
Anno di Cristo MDXXIV. Indizione XII.
Clemente VII papa 2.
Carlo V imperadore 6.

Grandi consulti si fecero in Milano dai generali cesarei intorno alle operazioni della futura campagna, e fu risoluto di aspettar sei mila fanti che l'arciduca Ferdinando mandava di Germania. E perciocchè mancava il denaro, principal mobile negli affari di guerra, i Milanesi si indussero, per amore o per forza, a prestar novanta mila ducati d'oro al loro duca. Papa Clemente anch'egli, tuttochè mostrasse ai ministri del re Cristianissimo di non volere impacciarsi nelle guerre de' potentati cristiani, pure segretissimamente inviò venti mila ducati d'oro ad essi imperiali, e trenta mila [401] ancora ne fece lor pagare dai Fiorentini. Venne poi l'aspettato corpo di Tedeschi a rinforzare l'armata cesarea, e seco si congiunse ancora colle sue genti Francesco Maria della Rovere duca d'Urbino, generale de' Veneziani, di modo che ascese quell'esercito a mille ed ottocento lancie, a venti mila fanti fra tedeschi, spagnuoli ed italiani, e a due mila cavalli leggieri. Uscì il vicerè Lanoia in campagna, e andò a postarsi a Binasco: al quale avviso, l'ammiraglio Bonivet raccolse l'esercito suo a Biagrasso, per quivi fermarsi, finchè gli venissero i tante volte promessi rinforzi di Francia; ma non senza timore, d'assediatore stato fin qui, di divenire assediato. Chiariti i cesarei che troppo caro riuscirebbe il tentar di sloggiare da quel fortissimo accampamento i nemici, passarono il Ticino, e iti a Gambalò, di là cominciarono a scorrere tutta la Lomellina, impedendo il trasporto dei viveri al campo franzese. Nel qual tempo, cioè verso il fin di febbraio, il comandante franzese del castello di Cremona, essendo ridotto agli estremi, ne pattuì la resa, se in termine di otto giorni non gli veniva soccorso, e l'ammiraglio vergognosamente lasciò cader quella fortezza. All'incontro, sul principio di marzo Federigo da Bozzolo, comandante de' Franzesi in Lodi, fece una scorreria per tutto il piano di Bergamo e Crema, asportandone un immenso bottino. Ma non potendo più il Bonivet sussistere in Biagrasso per mancanza di viveri, passò a Vigevano; e il duca di Urbino colle genti venete applicò le artiglierie al castello di Garlasco, e con un sanguinoso assedio se ne impadronì, e tutto poi lo diede a sacco. La stessa orribil disavventura toccò al castello di Sartirana, dove tagliato fu a pezzi il presidio franzese. Avea l'ammiraglio Bonivet tentato di venire a battaglia campale con gl'imperiali; ma questo giuoco azzardoso non piacendo al vicerè e a' suoi capitani, si contentarono di andarlo inquietando con delle scaramuccie. Era egli [402] ancora uscito per soccorrere Sartirana, e non fu a tempo. E perciocchè i cesarei ebbero in lor potere la città di Vercelli, egli, trovandosi sempre più impaniato, si ridusse a Novara, per aspettar ivi otto mila Svizzeri, già assoldati dal re Cristianissimo, che non trovavano mai la via per muoversi. Calarono bensì cinquecento Grisoni nella pianura di Bergamo; ma il duca di Milano spedì contra di loro Giovanni de Medici, uomo sopra modo ardito, con quattro mila fanti e due mila cavalli, che, dopo averli fatti ritornare alle lor montagne, prese a forza d'armi la terra di Caravaggio in Ghiaradadda, dove andò a fil di spada quasi tutto il grosso presidio franzese; e poi rallegrò le sue truppe, con saccheggiarne tutti gl'infelici abitanti. Di là, per ordine del duca, passò il Medici a Biagrasso, dove tuttavia restavano mille Franzesi di guarnigione; ed, avendo prima tolto il ponte che teneano essi Franzesi sul Ticino, nello stesso giorno colle artiglierie fece gran rottura nelle mura di quella terra, ed immediatamente venuto all'assalto, in meno di mezz'ora v'entrò, con uccidere nel primo empito da ottocento tra soldati ed abitanti. Restarono gli altri prigionieri, e quivi pure fu dato un orrido sacco con tutte le sue conseguenze. Non avevano peranche imparato gl'Italiani d'allora a far opere esteriori ai luoghi di difesa, come usarono dipoi; e però sì facile era l'accesso, e il fiero effetto delle artiglierie.

Costò ben caro alla misera città di Milano l'acquisto di Biagrasso; perocchè nella lunga stanza in quel luogo essendo entrata la vera peste, oppure una micidiale epidemia ne' Franzesi, portata poi gran parte di quel bottino a Milano, cominciò ivi a spargere un occulto crudel veleno, di cui avremo a parlare andando innanzi. Scesero in questi tempi cinque oppure otto mila Svizzeri al soldo di Francia, e giunsero fino ad Ivrea (l'Anonimo Padovano dice a Varese) con disegno d'unirsi all'esercito franzese in Novara. Ma perciocchè [403] marciavano senza gran fretta, veggendo il Bonivet andar di male in peggio i suoi affari, venir meno le vettovaglie, e sminuirsi tutto di la sua armata per li soldati che fuggivano alla volta di Francia, determinò anch'egli sul principio di maggio d'avviarsi colà. Il perchè con grande ordinanza passò a Romagnano, e gittò un ponte sulla Sesia, dove da lì a poco arrivarono anche gli Svizzeri. Di grandi istanze fece allora il duca di Borbone, tutto pregno d'odio contra della sua nazione, perchè si assalisse un'armata impaurita e quasi fuggitiva. Ma gli altri capitani l'intendeano diversamente, allegando l'antico proverbio: A nemico che fugge fagli i ponti d'oro. Secondo il Giovio, anche il marchese di Pescara aringò contra di questo proverbio. Intanto l'ammiraglio si applicò a far passare le sue genti di là dalla Sesia; quand'ecco arrivargli addosso mille cavalli ed altretanti fanti nemici, che senza commissione del lor generale venivano a cercar fortuna. Questo assalto, e la fama o credenza d'aver sulle spalle tutto il cesareo esercito, mise come in rotta i Franzesi, che disordinatamente cominciarono a valicare il fiume. Ivi fu una calda scaramuccia, in cui restarono morti moltissimi soldati ed uffiziali de' fuggitivi, e lo stesso Bonivet ne riportò una ferita per colpo d'archibugio in un braccio, con restar anche in poter de' cesarei sette pezzi d'artiglieria, alcune bandiere ed assai carriaggi. Passati i Franzesi, tal fu la lor fretta e voglia di mettersi in salvo, che lasciarono indietro a Santa Agata quindici altri cannoni, forse credendoli in sacrato, per essere nello Stato di Savoia; ma gl'imperiali, cioè la lor cavalleria leggiera, che andò per gran tratto di paese inseguendoli, senza cerimonie li prese e condusseli al suo campo. Il Giovio dà tutto l'onore di quest'ultima impresa al marchese di Pescara. E questo fu il fine che ebbe la spedizione dell'ammiraglio Bonivet in Lombardia, non riportando egli in Francia se non vergogna, e la brutta gloria delle [404] tante miserie cagionate in queste contrade. Restava tuttavia in man de' Franzesi Alessandria, alla cui guardia era il signor di Bussì o Boisì, difendendola da tre mila fanti genovesi, venuti contro quella città. Ebbe ordine l'indefesso marchese suddetto di portarsi colà con mille cavalli e quattro mila fanti spagnuoli. Licenziato ancora il duca d'Urbino colle milizie venete, fu pregato di liberar Lodi dalle mani di Federigo da Bozzolo, che quivi era restato con cinquecento cavalli e tre mila fanti italiani; e così egli fece. Non voleva Federigo ascoltar parola di resa; ma certificato della ritirata de' Franzesi, e che speranza non rimaneva di soccorso, giudicò meglio di salvar quella gente per servigio del re, e capitolò di poter andarsene con tutti gli onori militari in Francia; laonde quella città fu consegnata al duca di Milano. Nel passare che fece Federigo per l'Alessandrino, trovò che due giorni innanzi il marchese di Pescara avea costretto il Bussì a rendere quella città colle medesime onorevoli condizioni; ed accozzatisi insieme, condussero in Francia cavalli cinquecento e fanti cinque mila, che prestarono poi buon servigio a quel re. Ciò fatto, il vicerè Lanoia condusse anch'egli l'esercito nel Monferrato e in quel di Saluzzo, acciocchè la sua gente si ristorasse, anzi si deliziasse alle spese di que' popoli, col pretesto che fossero stati fautori de' Franzesi. A chi studia il libro della forza armata, troppo diverso da quel del Vangelo, non mancano mai ragioni da assassinar gl'innocenti.

Si crederà oramai taluno terminata qui la tragedia dell'anno presente, eppur vi restano altre scene, fors'anche più strepitose, da vedere. Cotanto fu importunato l'imperadore da Carlo duca di Borbone, ribello e nemico del re Francesco, che si lasciò indurre a permettere che fosse portata la guerra in Francia, dove il Borbone facea sperar cose grandi pel credito e per le attinenze ed amicizie sue. Pensava esso Augusto di muover guerra nello stesso tempo anch'egli a' Franzesi dalla [405] parte di Guascogna, e sperava che altrettanto farebbe in Piccardia Arrigo re d'Inghilterra, con cui era unito di sentimenti. Passò dunque il Borbone nel mese di luglio con sedici mila fanti e mille lancie le Alpi, conducendo seco un bel treno di artiglieria grossa e minuta. Ducento mila scudi rimessi a Genova dall'Augusto Carlo e dal re inglese, e pagati ad esse truppe, le fecero camminar di buon cuore, aggiunta la speranza di ben bottinare in paese nemico. Contro il parere d'esso Borbone, vollero i capitani cesarei che si andasse a mettere l'assedio alla città di Marsilia in Provenza, sperandone buon mercato, perchè sarebbono fiancheggiati per mare da una forte squadra di legni genovesi, accorsi a quell'impresa. Avea il re Francesco guernita quella città di sei mila fanti italiani e di trecento lancie franzesi sotto il comando di Renzo da Ceri e di Federigo da Bozzolo; i quali tosto s'applicarono a far de' bastioni ed altre difese dalla parte non men di terra che del mare. Per molti giorni continuamente fu combattuta quella città dalle batterie; ma quanto di giorno era atterrato di muro, la notte dai prodi capuani veniva riparato con più forti argini di terreno. Si fecero varie sortite per terra e varii combattimenti in mare fra le squadre nemiche; e infine niuna apparenza restava di vincere una città sì valorosamente difesa tanto da' soldati che dal popolo nemico del nome spagnuolo. Ebbe Renzo anche la fortuna di scoprire un tradimento ordito quella città, e di rimediarvi. Intanto il re Francesco stava in Lione (il Guicciardini scrive in Avignone) ammassando una potente armata, con aver già presi al suo soldo sedici mila Svizzeri e sei mila Tedeschi. Avvenne che il re d'Inghilterra niun movimento fece contra dei Franzesi. Di poco momento ancora fu quello dell'imperadore dalla banda della Navarra; operò, avendo il re Cristianissimo richiamata buona parte delle milizie che dianzi aveva opposto ai lor tentativi, l'esercito imperiale, informato di tanto [406] apparato di guerra, determinò di levare il campo da Marsilia. Ma, nel levarsi, nacque voce che il re con ismisurate forze veniva contra di loro; uscì ancora coi suoi Renzo da Ceri, per dar loro la ben andata: onde non lieve timore e disordine sorse fra essi, talmente che sei pezzi d'artiglieria lor furono presi, e molti lasciarono ivi la vita. Ritiratisi poi il meglio che poterono quindici miglia da Marsilia in forte alloggiamento, stavano aspettando qual risoluzione fosse per prendere il re Francesco.

La risoluzione fu, che il re, sempre voglioso di conquistar lo Stato di Milano, veggendolo ora sguernito di difensori, e che più agevole sarebbe a lui di arrivar prima colà che alla nemica armata del Borbone, a cui conveniva passar per le disastrose strade della riviera del mare; s'avviò verso il Monsenisio con tutte le sue forze, credendo che la persona e presenza sua rimoverebbe qualunque ostacolo che finora a' suoi capitani avea impedito l'acquisto, oppure la conservazione dello Stato di Milano. Attesta il Belcaire che esso re inclinava alquanto alle guasconate, nè egli volle abboccarsi colla regina sua madre, che era venuta per dissuaderlo da questa impresa. Giunto il re a Susa (ed era sul principio di ottobre), ivi si fermò due giorni, aspettando il resto dell'esercito suo, che tutto consisteva in due mila lancie, tre mila cavalli leggieri e venticinque mila fanti. Il Guicciardini parla di venti mila fanti, e nulla dice della cavalleria leggiera, di cui non di meno niuna armata soleva andar senza. All'avviso di questa mossa, il duca di Borbone s'affrettò per tornare in Italia. Se crediamo al Giovio, fece fondere le artiglierie; se al Guicciardini, le fece rompere e portare sui muli: l'Anonimo Padovano ha, che, caricatele sulla flotta dei Genovesi, le spedì a Genova. Giorno e notte marciando i suoi soldati per quelle asprissime strade dietro al mare, giunsero finalmente mezzo morti al Finale. [407] Trovossi il vicerè Lanoia in questo inaspettato temporale stranamente confuso, perchè, per aver mandato il fiore del suo esercito in Francia, non vedea maniera di resistere a sì gran torrente. Era impossibile il difendere Milano; perciocchè, portata colà, siccome dicemmo, la peste da Biagrasso, nè facendosi provvisione alcuna, prese tanta forza il male, che tal giorno fu che morirono ivi mille persone e più. E si pretende che in termine di quattro mesi, ne' quali fu la strage maggiore, vi perissero più di cinquanta mila abitanti. Sicchè, tra questo flagello e la fuga di tanti altri cittadini, restò la infelice città quasi disabitata. A cagion d'esso malore il duca Francesco s'era ritirato a Pizzighittone. Andò il vicerè ad Alessandria, per dar mano all'armata sua che tornava in Italia; e nel medesimo dì che il marchese di Pescara giunse ad Alba, anche il re Cristianissimo arrivò a Vercelli. Venne dipoi il vicerè a Pavia, e di là si portò col Pescara e sua gente a Milano, dove del pari chiamò il duca Francesco, che non si arrischiò a passare. Conoscendo poi disperato il caso per quella città, e che i Franzesi con marcie sforzate tendevano a quella volta, si ritirò di là per andare a Lodi. Nel medesimo tempo ch'egli usciva di Milano per porta Romana, la vanguardia franzese v'entrò per porta Ticinese e Vercellina. Seguì ancora una fiera scaramuccia fra essi e il marchese di Pescara, che conduceva la retroguardia; e fu sentimento de' saggi, che se i Franzesi non si fossero fermati in Milano, ed avessero seguitato l'esercito cesareo, in quel dì si potea finire la guerra. Francesco Sforza, ch'era venuto a Pavia, ciò inteso, a seconda del Ticino in barca si condusse a Cremona, oppure a Soncino. Colà ancora si ridusse il vicerè Lanoia coi più del suo esercito e col Borbone, dopo aver guernita la città di Pavia con cinque mila Tedeschi, mille Spagnuoli e quattrocento cavalli sotto il comando di Antonio da Leva, capitano di gran valore [408] e sapienza nell'arte militare. Lasciò ancora in Lodi il marchese di Pescara con due mila fanti; ma, secondo l'Anonimo Padovano, quivi restò Alfonso marchese del Vasto, giovane di gran valore. V'andò poi più tardi il Pescara. Anche Alessandria, Como e Trezzo furono ben presidiate.

Non volle il re Francesco entrare in Milano, ma solamente spedì colà un corpo di gente capace di far l'assedio del castello, entro di cui erano settecento fanti spagnuoli, e diede ordine che non fosse inferita molestia all'afflitto e troppo diminuito popolo di quella città. Quindi s'inviò ad assediar Pavia, per non lasciarsi alle spalle una città poderosa per sè stessa, e vieppiù forte per la gagliarda guarnigione che la custodiva. E venne ben biasimato da non pochi per questo, credendosi che s'egli avesse tenuto dietro all'esercito imperiale, l'avrebbe o disfatto o costretto a ritirarsi in Germania. Nel dì 28 d'ottobre andò l'esercito franzese ad accamparsi intorno a Pavia, e furono distribuiti i quartieri per Giovanni duca d'Albania della casa Stuarda di nazione Scozzese, per Arrigo d'Albret re di Navarra, pel maresciallo della Palissa, per l'ammiraglio Bonivet e per altri nobili uffiziali. Il re si fermò all'insigne Certosa di Pavia, cinque miglia lungi dalla città. Diedesi principio all'incessante sinfonia delle artiglierie; furono fatte breccie; si venne anche a qualche assalto; tutto nondimeno invano, perchè Antonio da Leva suppliva ad ogni bisogno con nuovi ripari, trincee e cavalieri, ossia alzate di terra, dalle quali colle sue artiglierie inferiva notabil danno al campo franzese. Ora, parendo inespugnabile da quella parte la città, fu proposto al re di assalirla dalla banda del Ticino, dove il Leva non avea creduta necessaria fortificazione alcuna. Fu dunque da incredibil numero di guastatori serrato il ramo del Ticino, che bagna le mura di Pavia, e voltata quell'acqua per l'altro ramo appellato il Gravellone: il che [409] osservato da Antonio da Leva, con tutta la cittadinanza e colle milizie si affrettò a formare anche verso il fiume, quanti mai potè, bastioni di terra. Ma appena fu voltato il fiume, che cominciò una dirotta pioggia, per cui, ingrossate le acque ruppero tutto il lavoro, e tornarono a camminare nell'alveo consueto, con recare eziandio non lieve danno agli stessi assedianti. Calate le pioggie, il re ordinò che si desse nel dì 4 di dicembre una fiera battaglia da due bande a Pavia, e vi volle egli assistere continuamente in persona. Altro guadagno non fece in tre ore di orribil combattimento, che di perdere ottocento fanti, e di ritirar molto maggior numero di feriti.

Trovossi papa Clemente in questi tempi in grande imbroglio, perchè, dopo aver ricusato di confermar la lega di papa Adriano VI coll'imperadore, neppure acconsentiva a farla col re Cristianissimo. Con tutto ciò, mirando le forze superiori d'esso re in Italia, e forse essendogli discaro che Carlo V, insieme imperadore e re di Spagna, Napoli e Sicilia, si assodasse ancora nello Stato di Milano, per mezzo di Alberto Pio da Carpi e di Gian-Matteo Giberti suo datario, segretamente segnò un accordo col re Francesco, mettendo gli Stati della Chiesa e Firenze con quella balìa e governo quasi dispotico ch'egli tuttavia manteneva in quella repubblica, sotto la protezione di lui, col solo obbligo di non prestar aiuto alcuno contro del medesimo re. Almeno così fu creduto, perchè non si seppe mai bene il netto di quel trattato segreto: tanto andava cauto il politico papa. Per quanto so, trovandosi il re Cristianissimo scarso di moneta (disgrazia che spesso accadeva ai guerreggianti d'allora), ed essendogli mancate molte provvisioni da guerra, lo stesso papa cooperò che Alfonso duca di Ferrara, col guadagnar la protezione dello stesso re, gl'inviasse cento mila libbre di polve da artiglieria, gran copia di palle e dodici cannoni di bronzo. Inviò [410] il duca queste munizioni per Po fin sul Parmigiano in cinque navi, non già nel dì 5 di settembre, come io già scrissi nelle Antichità Estensi, ma bensì nel dì 10 di dicembre, come ha Antonio Isnardi nella sua Cronica manuscritta di Ferrara. Di là poi per terra su carra, ordinate in Parma e Piacenza dal papa, continuarono il viaggio. Verisimilmente ancora (e lo scrive l'Anonimo Padovano), per occulto maneggio del papa, il valoroso Giovanni de Medici si ritirò dal servigio dell'imperadore a quello del re Francesco, e fu egli stesso inviato con mille e cinquecento fanti a scortar le suddette munizioni. Strana risoluzione intanto parve ai saggi quella d'esso re Cristianissimo, che, quantunque non si fosse impadronito di Pavia, nè del castello di Milano, e tuttochè restassero molte forze al vicerè Lanoia, e si sapesse che il duca di Borbone era passato in Lamagna a procacciar nuovi rinforzi di gente, pure determinò di far l'impresa di Napoli nel tempo stesso. Contava egli per facilissima cosa l'acquisto di quel regno, perchè sprovveduto allora di gente d'armi, e giacchè gli convenne ridurre in blocco l'assedio di Pavia, con formare una forte e mirabil circonvallazione intorno a quella città, giudicò che intanto, durante il verno, gran ricompensa di quella inazione sarebbe il guadagnare il regno suddetto. Fu infin creduto che il papa stesso l'incitasse a questa spedizione per suoi fini politici, e lo scrivono Jacopo Nardi e Galeazzo Cappella storici contemporanei, con altri. Ma il Guicciardini, il Rinaldi ed altri son di parere diverso. Inviò dunque il re Francesco Giovanni Stuardo duca d'Albania con dieci mila fanti e settecento uomini di arme alla volta della Toscana, che, passati per la Garfagnana, s'unirono a Lucca con Renzo da Ceri, il quale conduceva seco tre altri mila fanti. Furono astretti i Lucchesi a pagargli dodici mila ducati d'oro, e a prestargli delle artiglierie. A requisizion del papa si fermò ancora lo [411] Stuardo intorno a Siena per mutar quel governo. Tutte le fin qui narrate azioni del pontefice, e l'aver egli finalmente confessato d'aver fatta una specie di concordia col re Cristianissimo, amareggiarono non poco l'animo di Carlo imperadore e di tutti i suoi ministri; e tanto più perchè parea loro d'intendere che una segreta lega, e non già una semplice concordia, fosse contra d'essi la decantata da Clemente VII. Ne fecero perciò di gravi doglianze. Voleva a tutte le maniere il vicerè Lanoia correre alla difesa del regno di Napoli; ma cotanto seppe dire il marchese di Pescara, che il fermò in Lombardia. Del quel consiglio, perchè riuscì poi utilissimo, i nostri storici concordemente diedero gran gloria ad esso marchese, ancorchè gli altri capitani concorressero nel medesimo parere. In questi tempi, con tutte le istanze fatte dal vicerè suddetto per aver soccorso di gente o di danari dal senato veneto, nulla mai potè ottenere, barcheggiando sempre quei saggi signori per vedere qual esito avessero l'armi franzesi in Lombardia.


   
Anno di Cristo MDXXV. Indiz. XIII.
Clemente VII papa 3.
Carlo V imperadore 7.

Per l'ostinato assedio di Pavia si trovarono in mala positura non men gli assediati che gli assedianti. Avea bensì Antonio da Leva prese le argenterie delle chiese d'essa città, ed anche dei particolari, con far battere moneta, dove si leggevano queste parole: CAESARIANI PAPIAE OBSESSI. MDXXIV. Ma non tardò a tornare il bisogno, a cui riuscì di piccolo refrigerio la somma di tre mila ducati d'oro che il marchese di Pescara, in tempo che fu fatta una concertata sortita, seppe far passare nella città per mezzo di due vivandieri. Con tutto ciò il savio Leva tante promesse e conforti adoperò, che tenne in dover la sua gente, ancorchè più volte minacciassero [412] di rendere la città ai Franzesi, e crescessero poi le loro angustie pel difetto dei viveri, con ridursi a cibarsi di carne di cavalli, cani, gatti ed altri abbominevoli cibi. Non si sentiva meglio di polso il re Francesco, perchè era molto scemata la sua armata per le diserzioni e malattie, e specialmente per la sconsigliata spedizione del duca d'Albania verso il regno di Napoli. Quanto all'esercito imperiale, più ivi che altrove si penuriava di danaro, nè altro s'udiva in quelle milizie che querele e proteste d'andarsene, e senza voler più fare la guardie. L'eloquenza e buona maniera del marchese di Pescara li ritenne, con promettere specialmente di venir fra poco ad un fatto d'armi, in cui senza fallo riporterebbero vittoria, e nuoterebbero poi nell'oro e nell'esplicabil bottino del vinto esercito franzese. Verso la metà di gennaio arrivarono al campo cesareo secento cavalli borgognoni ed altrettanti tedeschi, tutti ben in ordine. Poi da lì a non molto giunsero ancora sei mila fanti tedeschi, inviati dall'arciduca Ferdinando. Scrive l'Anonimo Padovano che sul principio di quest'anno vennero di Germania sei mila fanti tedeschi, condotti da Carlo duca di Borbone, i quali andarono a Lodi, ricevuti con somma allegrezza dal marchese di Pescara. Poi parla di altri cinque mila di là parimente venuti sul principio di febbraio. Comunque sia, certo è che un grosso rinforzo pervenne al campo cesareo. Allora fu che il vicerè Lanoia, d'accordo con tutti i capitani, prese la risoluzione di provar le sue forze con quelle del re Cristianissimo, e di tentare con ciò la liberazione di Pavia, la quale ben sapevano essere ridotta all'agonia. Fecesi conto che l'armata sua fosse composta di mille e ducento cavalli fra borgognoni e tedeschi, di ottocento cavalli leggieri, di undici mila fanti tedeschi, e di fanti sette mila fra italiani e spagnuoli, senza la numerosa guarnigione di Pavia. Stette esso vicerè quattro giorni in Lodi, aspettando che il duca d'Urbino colle [413] milizie venete venisse ad unirsi seco; ma indarno l'aspettò. Indi passò a Marignano, e poscia a Sant'Angelo, castello posto fra Lodi e Pavia, dove era stato inviato dal re Francesco Pirro Gonzaga con mille fanti e ducento cavalli. Il misero castello fu preso a forza d'armi con istrage di quel presidio dal prode marchese di Pescara, che poi lo diede in preda a' suoi soldati.

Varie disavventure intanto occorsero al re Cristianissimo. Due mila fanti italiani, che venivano al suo campo, furono disfatti sull'Alessandrino da Gasparo del Maino governatore di Alessandria. Parimente Gian-Lodovico Pallavicino, che s'era fortificato in Casal Maggiore con due mila fanti e quattrocento cavalli (l'Anonimo Padovano gli dà tre mila fanti e cinquecento cavalli), da Ridolfo da Camerino colle genti del duca di Milano fu sconfitto e fatto prigione. Ma peggio accadde. Riuscì a Gian-Giacomo de Medici, che poi fu marchese di Marignano, di occupar la terra di Chiavenna, posseduta allora dai Grisoni. Fu cagione questa novità che sei mila Grisoni, che erano nel campo franzese, chiedessero congedo, nè maniera vi fu di ritenerli: il che mise non poca costernazione nel resto dell'armata franzese, per altro verso assai debole e smilza. Imperciocchè il re Francesco nella Certosa di Pavia, attendendo solamente a' vani piaceri e divertimenti, senza curarsi di assistere alle rassegne de' soldati, si credea di avere un gran numero di combattenti, e veramente li pagava, come se gli avesse; ma, per negligenza de' suoi ministri e frode de' suoi capitani, mancanti di molto erano tutte le compagnie. In questi medesimi tempi non godeano miglior vento gli affari del duca d'Albania, giunto nelle vicinanze di Roma col corpo di gente franzese. Gran tumulto fu in quelle parti, essendosi specialmente scoperto che gli Orsini andavano d'intelligenza con esso duca. Aveano anche unito circa quattro mila uomini del lor partito, e marciavano [414] per congiugnersi con lui; ma i Colonnesi, fautori della parte imperiale, con molta cavalleria, e forse con sei mila fanti (il Guicciardini li fa molto meno), andarono ad assalirli a San Paolo fuori di Roma, e diedero loro una solenne rotta, inseguendoli fino a ponte Sant'Angelo: il che avendo cagionato gran terrore in Roma, poco mancò che il papa non si ritirasse in castello. Finalmente nel dì 14 di febbraio l'esercito cesareo in Lombardia si accostò sì da vicino a quello de' Franzesi, dove già s'era ritirato il re, che gli assediati in Pavia, già ridotti agli estremi, si avvidero con loro gran gioia di poter sperare il soccorso. Le azioni gloriose fatte in questa occasione da Francesco Ferdinando Davalos marchese di Pescara, che si potè chiamar l'Achille e l'anima dell'armata cesarea, non è a me permesso di riferirle distesamente. Dirò solamente, che avendo egli inviato Alfonso Davalos marchese del Vasto suo cugino, e giovane valorosissimo, ad assaltare un bastion de' nemici, nello stesso tempo egli, spianata la fossa in altro sito, con valore e industria mirabile spinse entro Pavia centocinquanta cavalli, cadaun d'essi con un valigino pieno di polvere da fuoco: il che fu d'incredibil aiuto ad Antonio da Leva, che n'era già rimasto senza. Così nel dì 20 di febbraio gli riuscì con felice tentativo di spignere nell'afflitta città gran copia di vettovaglia; e nel dì seguente espugnò un altro bastione, con portarne via sei pezzi d'artiglieria.

Stavano in questa maniera a fronte le due armate nemiche; la franzese stretta ne' suoi forti trincieramenti, ma col cuor palpitante, di modo che il suddetto marchese di Pescara ebbe a dire al vicerè Lanoia, essergli fin qui sembrato di combattere non con uomini, ma con femmine. Gran parte de' capitani, ed anche il papa per mezzo di Girolamo Leandro vescovo di Brindisi suo nunzio, e con più lettere andavano consigliando il re Francesco, che, schivata ogni battaglia con [415] gente disperata, si ritirasse di là dal Ticino, assicurandolo in tal guisa della vittoria; perchè, mancando le paghe agl'imperiali, in breve si sarebbe ridotta in nulla la loro armata. Il re di testa cocciuta impuntò, parendo cosa vergognosa ad un par suo il levarsi da quell'assedio e il mostrar paura. E perciocchè sapeva le deliberazioni de' nemici di voler venire ad un fatto d'armi, mandati di là dal Ticino tutti i carriaggi, mercatanti, vivandieri ed altra gente inutile, si preparò a riceverli. Ora nella notte precedente al dì 24 di febbraio, festa di San Mattia, e giorno che altre volte si provò poi propizio all'imperador Carlo V, si mise in ordinanza di battaglia l'esercito cesareo, e qualche ora avanti giorno, dopo aver gittate a terra circa sessanta braccia del muro del Barco, vi entrarono, ed, avviandosi verso Mirabello, ebbero all'incontro le schiere del re Cristianissimo. Anche Antonio da Leva spinse fuor di Pavia a quella danza quattro mila fanti e quattrocento cavalli. Fu ben terribile ed ostinato il combattimento, ma quasi tutto in rovina de' Franzesi. Gli Svizzeri, che non menarono le mani collo ardore degli anni addietro, furono rovesciati; il resto non attese che a cercar la salute colla fuga. Il re Francesco, valorosamente combattendo, e cercando indarno di fermare i fuggitivi, dopo aver ricevuto due leggieri ferite nel volto e in una mano, ammazzatogli il cavallo, vi restò sotto, nè mai si volle rendere a cinque soldati, che, riconosciutolo agli ornamenti delle armi per signore di alto affare, il voleano vivo e non morto, per isperanza di grossa taglia. Se crediamo al Giovio, fu confortato ad arrendersi al Borbone; ma egli, fremendo all'udire il nome di quel traditore, disse che chiamassero il vicerè Lanoia, a cui si diede a conoscere e si arrendè. Il ricevette egli prigione dell'imperadore, e dopo avergli baciata la mano, e aiutatolo a rizzarsi, il condusse sopra un ronzino nel castello di Pavia, dove fu nobilmente alloggiato [416] e curato. Intanto continuarono i cesarei ad uccidere o a far prigioni; e perchè i Franzesi altro scampo non aveano che pel Ticino, moltissimi d'essi incalzati dai nemici lasciarono la vita in quel fiume. Secondo lo scandaglio di chi scrisse gli avvenimenti d'allora, rimasero estinti in quella memorabil giornata otto in dieci mila del campo franzese, fra quali l'ammiraglio Bonivet, il Palissa, il Tremoglia, l'Aubignì ed altri uffiziali del primo ordine; e prigioni, oltre al re Francesco, il re di Navarra, il Bastardo di Savoia, Federigo da Bozzolo ed assaissimi altri capitani e gentiluomini. Laddove degl'imperiali vogliono alcuni che non perisse più di settecento persone. L'Anonimo Padovano scrive due mila persone, e fra queste un solo capitano di conto, cioè Ferrante Castriota marchese di Santo Angelo. Presso il Rinaldi, negli Annali Ecclesiastici, le lettere del Giberti datario davano trucidati dodici in tredici mila Franzesi, e sette mila annegati nel Ticino. Aprì ben la bocca questo monsignore. Salvossi prima anche della rotta totale, e non senza grave suo biasimo, con sole quattrocento lancie il signor di Alanson verso Piemonte; ma, appena giunto in Francia, vi terminò i suoi dì. Teodoro Trivulzio, ch'era alla guardia di Milano, nel dì medesimo della rotta se ne partì in fretta, seguitandolo alla sfilata i suoi soldati. Tutto il carriaggio del re e le sue artiglierie vennero in potere de' vincitori; e sì grande fu il bottino, che ogni menomo soldato ne arricchì. Pensò poi il vicerè Lanoia di mettere il re prigioniere nel castello di Milano; ma non piacendo al duca di Milano un sì pericoloso ospite, fu egli poi condotto nella rocca di Pizzighittone, con accordargli per sua compagnia venti de' suoi più cari, scelti da lui fra quei che erano rimasti prigionieri. Il marchese di Pescara con due ferite, l'una nel viso, l'altra in una gamba, fu portato a Milano, dove stette gran tempo in mano dei medici e chirurghi.

Tanta prosperità dell'armi cesaree [417] in Italia quanto rallegrò i sudditi dello imperadore in Ispagna e Germania, altrettanto riuscì disgustosa ai principi italiani, temendo essi, che la crescente potenza di Cesare minacciasse ormai gli Stati di cadauno. Perciò papa Clemente e i Veneziani più degli altri cominciarono a trattare di unirsi, per non restar preda alla sospetta ambizione altrui. Maggiormente poi crebbe la loro gelosia dacchè videro condotto in Ispagna il prigioniere re Cristianissimo. Imperocchè mandò ben ordine l'imperadore, ch'esso re fosse condotto a Napoli; ma il re Francesco, sperando di poter meglio maneggiar la sua liberazione se potesse abboccarsi coll'imperadore dimorante in Ispagna, si raccomandò per essere trasportato colà, e procurò da Parigi tutte le precauzioni per la libertà e sicurezza del trasporto. Pertanto sul fine di maggio, scortato esso re da trecento lancie e da quattro mila fanti spagnuoli, fu menato a Genova, dove imbarcatosi, con dieci galee genovesi ed altrettante franzesi, ma armate dagli Imperiali, in compagnia del vicerè Lanoia arrivò poscia a Madrid. Restò il marchese di Pescara, durante la lontananza del Lanoia, vice-capitan-generale dell'esercito cesareo. Prima ancora della partenza d'esso re, il papa, dopo aver conosciuto che il far leghe allora contro del vittorioso imperadore, era non men difficile che pericoloso, cominciò a trattar con esso d'accordo. Lo conchiuse infatti per mezzo di Gian-Bartolomeo da Gattinara nel dì primo di aprile, e pubblicollo solamente nel dì 10 di maggio. Innanzi la detta conclusione il duca di Albania, che stava accampato nelle vicinanze di Roma, udita che ebbe la disavventura del re cristianissimo, cercò la via di levarsi d'Italia, per timore d'esserne cacciato dai ministri cesarei del regno di Napoli e dai Colonnesi. Licenziata dunque parte delle sue genti, ed imbarcatosi col resto sulle galee della Francia e del pontefice, fece vela alla volta della Provenza. Ora fra i capitoli [418] della lega poco fa accennata del papa coll'imperadore, uno de' principali, e che forse diede ad essa il primario impulso, perchè Clemente la procurasse, fu che il vicerè avesse da adoperar le forze cesaree per obbligare Alfonso duca di Ferrara a rilasciare alla Chiesa la città di Reggio e la terra di Rubiera, da lui ricuperate dopo la morte di papa Adriano VI, come cose sue e dell'impero, da cui ne era egli investito. Questa avidità di spogliare il duca non solo di que' due luoghi, oltre a Modena, tuttavia occupata dall'armi pontificie, ma eziandio della stessa città di Ferrara, nata a' tempi di Giulio II, e continuata in Leone X, era passata anche in papa Clemente VII, non si sa se per la mondana gloria di dilatar le fimbrie della temporal potenza dei papi, oppure per segrete mire d'ingrandir la propria casa: giacchè egli intendeva ad innalzare Alessandro ed Ippolito, ambedue bastardi, l'uno di Giuliano Juniore de Medici, e l'altro di Lorenzo de Medici già duca d'Urbino. Ma restò delusa questa sua indebita cupidigia; perciocchè il vicerè Lanoia, trovandosi in gravi angustie per mancanza di denaro da pagar le truppe, avea, molto prima per mezzo del medesimo Gattinara, trattato col duca Alfonso, e ricevutane in prestito la somma di cinquanta mila scudi d'oro, con promessa d'assisterlo a ricuperar gli Stati dipendenti dal romano imperio. Il perchè nè lo stesso Lanoia, nè l'imperadore vollero ratificare questo capitolo, siccome pregiudiziale alle ragioni di esso imperio. Si mosse ancora il duca di Ferrara nel mese di settembre, con intenzion di passare personalmente in Ispagna, per esporre ivi a Cesare l'ingiustizia di chi non solo gli riteneva il suo, ma anche cercava con trattati di torgli il resto. Giunto egli a San Giovanni di Morienna, mai non potè impetrare il passaporto da Lodovica regina madre reggente di Francia, e gli convenne tornarsene indietro.

Grandi maneggi intanto si faceano in Parigi e in Madrid per la liberazione del re [419] Francesco, tutti nondimeno indarno, perchè esorbitanti pareano non meno a lui che alla regina sua madre le condizioni, colle quali aveano da comperarla. Perciò esso re, mal sofferendo questa gran dilazione, e forse per non averlo mai l'imperadore degnato d'una visita, cadde gravemente infermo, sino a dubitarsi di sua vita. Allora fu che l'augusto Carlo, non per generosità, ma per proprio interesse, andò a visitarlo, e di sì dolci parole e belle promesse il regalò, che a questa sua visita fu poi attribuita la di lui guarigione. Nei medesimi tempi non mancarono novità in Italia. Vedeva Francesco Sforza duca di Milano d'essere oramai ridotta tutta la sua autorità ad un solo nome, perchè gli Spagnuoli erano veramente i padroni dello Stato di Milano, nè giammai avea potuto ottenerne l'investitura da Cesare; e sebben questa era stata spedita, pure gli veniva esibita a condizion di pagare in varie rate, per quanto dicono, un milione e ducento mila ducati d'oro, per qualche compenso alle tanto maggiori spese fatte dall'imperadore per iscacciarne i Franzesi: pagamento impossibile dopo tanta desolazione di quello Stato. Faceano compassione anche i popoli, perchè non poteano più reggere agli aggravi e all'insolenza degli Spagnuoli. Ora Girolamo Morone, primario consigliere del duca, cominciò segretamente a trattare di liberar il suo padrone da questi ceppi. Non vi volle molto a sapere, che il marchese di Pescara si trovava disgustatissimo dell'imperadore e del vicerè Lanoia: epperò si azzardò il Morone a proporgli di cacciar gli Spagnuoli da Milano, e di far lui poscia re di Napoli. Al che si mostrò disposto il marchese, quando vi concorressero i Veneziani e il pontefice. Si fece il tentativo col Senato veneto, che si mostrò propenso ad entrare nel proposto progetto, nè il papa ne fu alieno, e andò molto innanzi questo trattato. Non si potè poi decidere se il marchese sulle prime acconsentisse daddovero, con pentirsene dipoi, oppure se anche allora fingesse. La [420] verità si è, che egli infine avvisò di queste mene l'imperador Carlo, e ricevè ordine di provvedere. Fece il Pescara circa la metà d'ottobre venire a Novara il Morone, ed, avendo fatto ascondere Antonio da Leva dietro ad un arazzo, acciocchè tutto udisse, parlò molto con esso Morone di quella pratica, e poi fattolo imprigionare, il mandò nel castello di Pavia. Quindi, come se il duca Francesco ne fosse consapevole, e perciò decaduto da ogni suo diritto, l'obbligò a consegnargli Cremona, e le fortezze di Trezzo, Lecco e Pizzighittone; ed, entrato in Milano, costrinse quel popolo a giurar fedeltà a Cesare, mettendo dappertutto uffiziali in nome dell'imperadore, con restar solamente al duca il castello di Cremona e quel di Milano, dove egli abitava, che fu ben tosto serrato intorno con trincieramenti da esso marchese. Non si può esprimere l'incredibil dolore che questa novità e violenza recò a tutti i popoli dello stato di Milano, e in quanta confusione restassero i principi d'Italia, veggendo scoperti i lor segreti disegni, e massimamente perchè oramai si toccava con mano, non aver l'imperadore acquistato quello Stato per amore di Francesco Sforza, ma per proprio vantaggio, contro i chiari capitoli della lega precedente. Però si cominciarono nuovi maneggi fra le potenze italiane, e colla regina di Francia reggente, da cui era stata già stabilita in quest'anno una nuova lega con Arrigo re d'Inghilterra. Sul fine poi di novembre ebbe fine la vita di Francesco Ferdinando d'Avalos, marchese di Pescara, in età di soli trentasei anni, che tanto credito di valore e di senno avea conseguito nelle guerre passate, onde veniva tenuto pel più sperto generale d'armi che s'avesse allora l'Italia; ma dipinto dal Guicciardini per altiero, insidioso, maligno e odiato dagl'Italiani per le sue doppiezze in pregiudizio dell'infelice duca di Milano. Restò vedova di lui Vittoria Colonna, donna per la beltà del corpo, e vieppiù per quella dell'animo, celebratissima da tutti i poeti e scrittori [421] di allora. In luogo suo fu dato il comando dell'armi ad Alfonso marchese del Vasto, suo cugino (appellato da altri nipote), giovane di grande animo, prudenza e fede.


   
Anno di Cristo MDXXVI. Indizione XIV.
Clemente VII papa 4.
Carlo V imperadore 8.

Tale impressione fece nell'animo di Carlo Augusto la lega della Francia coll'Inghilterra, e la notizia che tutti i principi d'Italia potessero unirsi contra di lui, che finalmente s'indusse alla liberazione del re Francesco, ma con ingordissime condizioni di suo vantaggio. Neppure il re fu restio ad accettar qualsivoglia proposizione a lui fatta, purchè potesse uscir di prigione, fin d'allora pensando che costava poco il promettere tutto, ed anche il giurare, posciachè l'effettuar le promesse resterebbe poi in sua mano, dacchè fosse in libertà. Però nel dì 17 di gennaio dell'anno presente, e non già di febbraio, come ha il Guicciardini, e il Belcaire suo gran copiatore, seguì in Madrid la pace fra quei due monarchi, con aver ceduto [Du-Mont, Corp. Diplomat.] il re a Cesare tutti i suoi diritti sopra il regno di Napoli, Milano, Genova, Fiandra ed altri luoghi, e con obbligo di cedergli il ducato della Borgogna con altri Stati, per tacere tante altre condizioni, tutte gravosissime al re Cristianissimo. Il gran cancelliere Mercurio Gattinara, siccome quegli, che detestava sì fatto accordo, ben prevedendo quel che poscia ne avvenne, con tutto il comando e l'indegnazion di Cesare, non volle mai sottoscriverlo, allegando non convenire all'uffizio suo l'approvar risoluzioni perniciose alla corona. Il tempo comprovò poi vero il suo giudizio. Fu poi nel principio di marzo condotto il re ai confini del suo regno, e rimesso in libertà, e consegnati per ostaggio a Carlo V il Delfino e il secondogenito del Cristianissimo, finchè fosse entro un tempo discreto data [422] piena esecuzione al concordato, con obbligarsi il re di tornare personalmente in prigione, quando non si eseguisse. Questa pace, per cui si lasciava alla discrezion di Cesare non solamente lo Stato di Milano, ma il resto ancora d'Italia, sommamente conturbò le potenze italiane, e, sopra gli altri, papa Clemente e la repubblica veneta. E tanto più, perchè continuava l'assedio del castello di Milano con apparenza di non potersi ivi sostenere il duca gran tempo per la mancanza de' viveri; nel qual tempo il popolo di Milano era straziato da insopportabili aggravii ed avanie degli Spagnuoli, e giunse anche a far sollevazione, ma senza trovare chi lo dirigesse ed animasse a proseguir nell'impresa. Perciò il papa, per varii motivi disgustato dei cesarei, e spezialmente per aver eglino mandata gente sul Piacentino e Parmigiano, e i Veneziani furono solleciti a spedir persone in Francia, per intendere qual fosse la mente del re intorno al mantenere o no lo stipulato accordo, con ordine di stringere seco lega, qualora egli recedesse dalla concordia. Infatti il re, dacchè fu libero, si guardò di ratificarla, e cominciò a proporre di dar danaro in grosse somme all'imperadore, piuttosto che cedergli la Borgogna: al che l'Augusto Carlo non volle acconsentire.

Pertanto nel 22 di maggio (e non già nel dì 17) in Cugnach si conchiuse una lega fra il papa, il re di Francia, la repubblica veneta, quella di Firenze e Francesco Sforza, per muovere concordemente l'armi contra dell'imperadore, sostenere esso Sforza nel ducato di Milano, invadere il regno di Napoli, e mutare il governo di Genova, con altri punti che si leggono nello strumento di essa lega presso il Du-Mont. In essa niun luogo fu lasciato al duca di Ferrara; anzi il papa vi fece mettere parole generali d'essere aiutato a ricuperar gli Stati della Chiesa. Con abuso non lieve della religione si chiamò questa la lega santa; e fu in vigor di essa assoluto il re Francesco dai giuramenti [423] e dalle promesse fatte all'imperadore. Quindi il pontefice spedì a Piacenza il conte Guido Rangone, governator generale dell'esercito della Chiesa, con cinque mila fanti, e le sue genti d'armi, e poscia Vitellio Vitelli con Giovanni de Medici, e colle soldatesche de' Fiorentini. I Veneziani anch'essi ordinarono a Francesco Maria duca d'Urbino, lor generale, di passare a Chiari sul Bresciano. Era comune la loro intenzione di soccorrere l'assediato castello di Milano. Con forti ragioni avea il Sadoleto, come costa dalla sua Vita, dissuaso il pontefice da questa guerra, per attendere a pacificar le discordie de' principi cristiani, e per opporsi ai progressi de' Turchi. Ma il papa, troppo politico, tanto pensava a farla da principe temporale, che dimenticava i doveri dell'uffizio pastorale. In questo tempo Carlo Augusto, non consapevole peranche della lega suddetta, inviò a Roma don Ugo di Moncada con proposizioni molto vantaggiose per la pace. Nulla volle il papa accettare, per non mancare alla fede data nella lega. Ma nè l'armi del papa si moveano da Piacenza, nè le venete osavano di passar l'Adda, perchè il duca di Urbino faceva istanza, che seco si unisse un corpo di Svizzeri, che la lega avea bensì mandato ad assoldare, ma che mai non calava in Lombardia. Il che diede tempo agl'imperiali di sorprendere il popolo di Milano, che, forzato a pagare cinquanta mila ducati d'oro, più d'una volta avea disordinatamente prese l'armi, e di costrignere molti nobili e i lor capitani ad uscire di città, e a calmare il tumulto: il che accadde circa il dì 20 di giugno. Furono altresì tolte le armi ai cittadini, e poi tanta barbarie usata con essi, rubandoli, bastonandoli, ferendoli, che alcuni di loro per disperazione si uccisero, e parecchi, abbandonato quanto aveano, se ne fuggirono: con che si ridusse quella nobil città all'estrema miseria. Intanto Lodovico Vistarino, gentiluomo di Lodi, per liberar la sua patria dalla crudeltà di mille e cinquecento Napoletani, [424] dimoranti ivi di presidio, se la intese col duca d'Urbino, da cui nella notte del dì 24 di giugno fu spedito colà Malatesta Baglione con tre o quattro mila fanti veneti; e questi s'impadronì della città di Lodi, e da lì a pochi giorni anche del castello, essendo stato ripulsato il marchese del Vasto, venuto per ricuperarla. Perciò allora si unirono colle genti venete anche le pontifizie, e fu creduto che insieme ascendessero quasi a sedici mila fanti e quattro mila cavalli. Ma perchè buona parte di essi era gente nuova, e tumultuariamente raccolta, non si arrischiava il duca d'Urbino a tentar cose grandi; e massimamente perchè si credea che Antonio da Leva e il marchese del Vasto, generali dell'imperadore, avessero circa quindici mila fanti, ottocento lancie e cinquecento cavalli leggieri, gente divisa parte in Milano, e gli altri in Cremona e Pavia. Con tutto ciò l'esercito collegato, che era giunto a Marignano, nel dì 5 di luglio andò a postarsi in vicinanza di Milano, con disegno di assalire i borghi, e con isperanza di entrarvi. Entrò bensì in quella città il duca di Borbone, che, venuto per mare con ottocento fanti spagnuoli, e affrettato dalle lettere di Antonio da Leva, con quella gente arrivò colà.

Adunque nel dì 7 del mese suddetto si accostò l'armata de' collegati per dare l'assalto; ma, trovato alla difesa chi non avea paura, si convertì l'assalto in lievi scaramuccie, e nel dì seguente vergognosamente se ne tornò quell'esercito a Marignano. Non si seppe intendere se in sì fatta ritirata, comunemente creduta di molta ignominia, si nascondesse qualche mistero di politica e di mala fede, oppure se il duca d'Urbino vi si fosse condotto con ragioni ben fondate dell'arte militare. Certo è che i Veneziani ne furono, o almen se ne mostrarono, molto malcontenti, e più il pontefice, che in questi tempi cominciò ad essere travagliato dagli Spagnuoli, dalla parte di Napoli, ed era anche minacciato dai Colonnesi. Eppure [425] esso papa, unito ai Fiorentini, si applicò a far mutare colla forza il governo di Siena. Colà fu spedito il loro disordinato esercito, che fece infine mostra del suo valore, non già col menar le mani, ma col menare i piedi; perciocchè, essendo usciti nel dì 25 di luglio i Sanesi, e impadronitisi delle artiglierie nemiche, tosto diedero a gambe gli assedianti, con lasciare a' nemici vettovaglie, carriaggi e diecisette pezzi d'artiglierie. Crescevano intanto sempre più i guai della infelice e desolata città di Milano, con patetici colori descritti dal Guicciardini, il quale osserva introdotto circa questi tempi dagli Spagnuoli il barbarico costume di mal trattare e divorare non meno i nemici che gli amici: esempio seguito anche dagl'Italiani. Eppure l'esercito collegato se ne stava ozioso a Marignano, senza pensare a liberar quel disperato popolo, nè a soccorrere il povero duca, chiuso nel castello, e ridotto agli estremi per mancanza di vettovaglie. Nè comparivano mai le migliaia di Svizzeri che il re di Francia avea fatto assoldare, per inviarli in Lombardia. Tuttavia, essendo venute a Marignano circa trecento bocche inutili uscite del castello di Milano, alle quali non era stata fatta opposizione, che accertarono il duca d'Urbino della estremità grande in cui si trovavano gli assediati; ed essendo anche giunti ad essa armata cinque mila Svizzeri degli assoldati dal papa, esso duca col conte Guido Rangone generale del papa giudicò necessario alla sua riputazione di tentare il soccorso del suddetto castello. Però nel dì 22 di luglio mosse l'esercito; e, dopo avere spedito il conte Claudio Rangone e il conte Lorenzo Cibò ad occupare la nobil terra di Monza, s'avvicinò a Milano, ma senza mai tentare di far guerra ai borghi, o di soccorrere l'agonizzante castello. In questo mentre, cioè nel dì 24 di esso mese, il duca Francesco, non potendo più reggere, conchiuse un accordo col duca di Borbone, con varii capitoli, de' quali niuno gli fu mantenuto, fuorchè la libertà [426] di ritirarsi con tutti i suoi, e se ne andò a Lodi, città che liberamente fu dai collegati rimessa in sua mano; nella quale occasione egli confermò i capitoli della lega col papa e co' Veneziani. Stava tuttavia alla divozion di esso duca il castello di Cremona: nata la speranza che si potesse ottener colla forza anche la città, fu spedito colà nel dì 6 d'agosto Malatesta Baglione con sufficienti forze di gente e d'artiglierie. Fece egli giocar le batterie, diede varii assalti, e tutto indarno; di maniera che il duca d'Urbino, giacchè erano giunti al campo della santa lega i tredici mila Svizzeri, tanto tempo aspettati, passò colà in persona con altre milizie. Strinse egli e tormentò sì fattamente quella città, che il comandante imperiale nel dì 25 di agosto capitolò di rendersi, se per tutto il mese suddetto non gli veniva soccorso.

Poco felicemente camminavano gli affari del pontefice in Lombardia, e peggio poi in Roma. Imperocchè si trattò di pace fra esso papa da una parte, e don Ugo di Moncada, reggente allora di Napoli per la lontananza del vicerè, e i Colonnesi dall'altra. Vespasiano Colonna, di cui molto si fidava Clemente VII, fu il mezzano che conchiuse l'accordo nel dì 22 d'agosto, per cui doveano i Colonnesi restituire Anagni, e ritirare le lor genti nel regno di Napoli. Riposando su questa capitolazione l'incauto pontefice, licenziò quasi tutte le sue milizie. Ma nella notte precedente del dì 20 di settembre eccoti segretamente arrivare lo stesso Moncada, allievo ben degno del fu iniquo duca Valentino, ed Ascanio Colonna e il suddetto Vespasiano con ottocento cavalli e tre mila fanti, che presero tre porte di Roma. Era con esso loro Pompeo Colonna cardinale, uomo di poca religione e di smisurata ambizione, sì vago del pontificato, che fu creduto che avesse cospirato alla morte violenta del pontefice, per occupar egli dipoi la sedia di san Pietro. Il papa nel palazzo Vaticano, implorando l'aiuto di Dio e degli uomini, non [427] si volea muovere. Tanto dissero i cardinali, che si rifugiò in castello Sant'Angelo nel medesimo tempo che que' masnadieri diedero il sacco non solamente al palazzo pontifizio, ma anche alla basilica vaticana, alla terza parte del borgo nuovo, e a quanti cardinali e prelati trovarono in borgo, e agli ambasciatori della lega, con perpetua infamia del nome cristiano. In una lettera di Girolamo Negro [Lettere dei principi.] è descritta questa tragica scena. Ed ecco il primo amaro frutto delle leghe e guerre di papa Clemente VII; eppure Dio l'aveva riserbato a più dura lezione e disciplina. Perchè il castello era sprovveduto di vettovaglie, avendo don Ugo proposto una tregua, non durò fatica il papa a condiscendere, obbligandosi fra le altre condizioni di richiamar le milizie sue dalla Lombardia. Questo avvenimento disturbò tutti i disegni dell'esercito collegato in Lombardia, che già si era fortemente rinforzato per l'arrivo del marchese di Saluzzo con cinquecento lancie e quattro mila fanti franzesi, ed aspettava a momenti anche due mila Grigioni, con disegno di strignere da due parti Milano. Ed ancorchè il papa, che non sapea digerire la tregua fatta, nel ritirar le sue truppe, lasciasse in quell'esercito quattro mila fanti sotto il comando di Giovanni de Medici, col pretesto che fossero gente pagata dal re di Francia; pure niun'altra considerabile azione fu fatta da essi collegati. Si rendè intanto la città di Cremona, e ne fu dato possesso al duca Francesco; ed anche Pizzighittone venne alle sue mani. Ciò fatto, ritornarono i collegati a bloccare Milano: il che moltiplicò i guai di quella infelice città. Non potè lungamente astenersi papa Clemente dal rompere la tregua: tanto era il suo sdegno contra de' Colonnesi, e il desiderio della vendetta. Privò del cappello il cardinale Colonna, fece spianare in Roma le case de' Colonnesi; e giacchè di Lombardia era giunto a Roma parte delle sue soldatesche, ordinò a Vitello [428] ossia Paolo Vitelli di passare ai danni de' Colonnesi, di bruciare e spianar le loro terre. Ma poca contentezza, anzi non poco biasimo riportò da quella spedizione e dalle sue vendette l'ira pontificia.

Calò circa il principio di novembre a Trento Giorgio Fransperg, che colla industria e danaro suo e più colle promesse di gran preda, avea raunati tredici in quattordici mila fanti Tedeschi. Venne poi questo sì grosso corpo di gente a Salò e circa il fine di novembre verso Borgo forte, per passare ivi il Po. Il duca di Urbino gli andava inseguendo, per cogliere il tempo d'assalirli. Il trovarsi coloro senza cavalli e artiglierie, facea credere sicura la vittoria. Scrive nondimeno l'Anonimo Padovano che con essi Tedeschi erano cinquecento cavalli sotto il governo del capitano Zucchero. Ma allorchè in vicinanza di Borgoforte Giovanni de Medici co' cavalli leggieri andò a pizzicar la loro coda, eccoti, contra la espettazion d'ognuno, un colpo di falconetto che gli fracassò un ginocchio; per la qual ferita portato a Mantova, fra pochi giorni, cioè nel dì 30 di esso mese, cessò di vivere: giovane di circa ventotto anni, di mirabil senno, e insieme di non minor ardire, mancando in lui chi si sperava che avesse a divenire l'onor d'Italia nell'arte della guerra. Fu egli padre di Cosimo I, che vedremo a suo tempo duca e poi gran duca di Toscana. L'essersi avveduti i collegati che non mancava artiglieria a quella gente, li fece dopo breve battaglia desistere da altri tentativi; laonde coloro passarono il Po, e marciarono dipoi alla volta di Piacenza. Seppesi poscia che Alfonso duca di Ferrara, il quale maneggiava da gran tempo i suoi affari con Carlo Augusto, pregato da que' Tedeschi, e intento a far conoscere il suo buon animo ad esso imperadore, avea loro inviato dodici tra falconetti e mezze colubrine, con assai munizioni da guerra. Nè si dee tralasciare che papa Clemente, il quale non possedea la virtù di saper perdonare, nè [429] di reprimere i suoi odii, niun orecchio avea fin qui voluto dare alle istanze di esso duca Alfonso per riavere la sua città di Modena, anzi avea con insidie cercato di spogliarlo anche di Ferrara: finalmente, pel tanto picchiare de' suoi consiglieri, s'indusse a proporre un accordo con lui, non già per grandezza d'animo, ma quasi per necessità in sì scabrosi tempi. Si proponeva di dichiararlo capitan generale della lega, di dar per moglie a donno Ercole suo primogenito Caterina de Medici, che fu poi regina di Francia, e di restituirgli Modena, pagando egli ducento mila scudi d'oro. Appoggiata questa proposizione a Francesco Guicciardini, non fu a tempo. Il duca onoratamente fece sapere, essere già acconciati gli affari suoi coll'imperadore, nè poter esso prendere con onor suo contrarie risoluzioni. Infatti, Carlo augusto sul fin di settembre gli avea confermata l'investitura de' suoi Stati, fra' quali Modena e Reggio, e dichiarato lui capitan generale delle sue armi in Italia, e stabiliti gli sponsali del suddetto donno Ercole con Margherita, sua figlia naturale, che vedremo poi duchessa di Firenze, e di Parma e Piacenza. Si pentì ben Clemente delle passate sue durezze con questo principe, e ne ebbe dei vivi rimproveri da' suoi collegati.

Nel novembre di quest'anno spedì Carlo V in Italia il vicerè Lanoia con una flotta, su cui venivano quattro mila fanti spagnuoli, e non già quattordici mila, come con troppa apertura di bocca ha il Giustiniano Genovese. Arrivata questa a Codimonte, il prode Andrea Doria, che era allora a' servigi del papa, Pietro Navarro, che guidava le galee di Francia e le galee de' Veneziani (avea questa armata dianzi tenuta Genova per molto tempo come bloccata), andarono ad assalirla. In quella battaglia perdè il vicerè una nave, e col resto assai maltrattato si ridusse poi in regno di Napoli, dove, unito coi Colonnesi, cominciò a dar grande apprensione al papa. In somma fu ben l'anno presente fecondo di guai e [430] disastri per tutta l'Italia, dove, secondo il minuto conto che ne fece l'Anonimo Padovano, si contarono circa cento mila soldati in varie parti, con infinite estorsioni ed inesplicabile aggravio de' popoli, e specialmente della misera città di Milano e di quello Stato, le cui miserie, descritte da varii autori, quasi non si possono leggere senza lagrime. Pel gran bisogno di danaro finse il Borbone di voler far decapitare il già imprigionato Girolamo Morone. Questi si riscattò con venti mila ducati d'oro, e poco stette col suo ingegno a divenire il confidente del medesimo Borbone. Negli stessi tempi cominciò la città di Napoli ad essere flagellata da un'orrida peste, che continuò poscia ne' tre seguenti anni, con gravissima strage di quella sì popolata metropoli. Si aggiunse anche la carestia a questi malori. Ma ciò che fu più degno di pianto, è da dir l'irruzione fatta in quest'anno nell'Ungheria da Solimano sultano de' Turchi; la gran rotta da lui data a que' popoli cristiani colla morte del re loro Lodovico, e la presa della real città di Buda e di tanti altri paesi. Grandi furono le dicerie per questo contra di papa Clemente, imputando i più, ed anche lo stesso Carlo Augusto in iscrivendo ai cardinali, queste calamità ad esso pontefice; giacchè egli, invece di accudire a resistere ai Turchi in difesa del Cristianesimo, avea voluto far guerra ai Cristiani, spendendo immensi tesori in mantenere un'armata in Lombardia, un'altra ne' suoi Stati per guerreggiar co' Sanesi e Colonnesi, e una flotta in mare per mutare il governo di Genova. Ma qual rovina maggiore procedesse da questi politici impegni del pontefice, pur troppo lo vedremo all'anno seguente.


   
Anno di Cristo MDXXVII. Indizione XV.
Clemente VII papa 5.
Carlo V imperadore 9.

Siam giunti ad un anno de' più funesti e lagrimevoli che s'abbia mai avuto [431] l'Italia. Sul fine dell'anno precedente e sul principio di questo seguitò a farsi una guerra arrabbiata e come turchesca fra le milizie del papa e quelle de' Colonnesi, sostenute dalle cesaree del regno di Napoli, perchè tutto si metteva a ferro e fuoco. Fu in questi tempi preso e messo in castello Sant'Angelo l'abbate di Farfa, cioè Napoleone de' primi di casa Orsina, giovane provveduto più di temerità che di prudenza; e fu divulgato ch'egli si fosse inteso col vicerè Lanoia di dargli una porta di Roma, e si giunse fino a dire ch'egli avesse tramato contro la sacra persona dello stesso pontefice. Andò il vicerè all'assedio di Frosinone, e vi stette sotto alquanti giorni; ma, inoltratosi Renzo da Ceri col Vitelli e coll'esercito pontificio, gli toccò una spelazzata, per cui fu obbligato a ritirarsi. Fra i grandiosi disegni del papa, uno de' primarii era di portar la guerra in regno di Napoli, e a questo fine aveva egli chiamato a Roma Renato conte di Vaudemont, erede degli oramai rancidi diritti degli Angioini. Montato questi sulla flotta pontificia e veneta, con cui s'aveano ad unire anche le navi franzesi, sul principio di marzo fece vela verso il litorale di Napoli. S'impadronì di Castellamare, di Stabbia, della Torre del Greco, e di Sorrento; e, dopo aver saccheggiato altri luoghi, si spinse addosso a Salerno, e l'ebbe con poca fatica. L'Anonimo Padovano riferisce con altri questa occupazione ai primi giorni d'aprile; il Guicciardini molto prima. Era quella città ricchissima; tutta fu messa a sacco; e chi del popolo non ebbe tempo a salvarsi colla fuga, fu prigione, ed obbligato poi a riscattarsi con esorbitanti taglie. Oltre a ciò in Abbruzzo riuscì ai maneggi de' pontifizii di far ribellare la città dell'Aquila; e Renzo da Ceri, dopo aver preso Tagliacozzo, si inviava alla volta di Sora. Pareano in questa maniera ben incamminati gli affari del papa, ma nella sostanza prendevano ogni dì più cattiva piega. Mancava danaro per pagar le milizie; sommamente [432] si scarseggiava in Roma stessa di vettovaglie; e però una gran diserzione entrò nell'armata papale, di modo che Renzo disperato se ne tornò a Roma, nè altro maggior progresso fecero l'armi del pontefice. E intanto dalla parte della Lombardia s'era alzato un gran temporale, che di buon'ora cominciò a far tremare papa Clemente, e del pari tutti i suoi aderenti e sudditi.

Certamente in questi tempi andava continuamente fra tanti venti ondeggiando il politico capo e l'animo pauroso d'esso pontefice, inclinando ora alla speranza, ora al timore, e scrivendo ora lettere di fuoco, ed ora altre tutte sommesse a Cesare e ad altri principi. Più volte egli mosse od ascoltò parole di accordo col vicerè Lanoia; ma opponendosi sempre a tutto potere gli oratori del re Cristianissimo e de' Veneziani, e insistendo egli sempre in volere lo sterminio de' Colonnesi, andava in fumo ogni trattato. Tuttavia s'era il papa indotto una volta ad un aggiustamento anche poco decoroso, ed altro non vi mancava che la di lui sottoscrizione, allorchè sopravvenne la nuova d'essere stati cacciati da Frosinone gl'Imperiali: per la qual vittoria insperanzito di più felici successi, troncò quel negoziato. Con tutto ciò, dacchè s'intese la mossa del duca di Borbone verso gli Stati della Chiesa e di Firenze, allora, accomodandosi alle correnti vicende, acconsentì finalmente ad una tregua di otto mesi coll'imperadore, e a restituire ai Colonnesi le loro terre: risoluzione che parve saggia per conto suo, ma che a' suoi collegati riuscì sommamente dispiacevole e molesta, e a lui poscia e a Roma infinitamente dannosa. Imperciocchè, credendosi egli, in vigore di questa concordia, assicurato da ogni pericolo, disarmò, licenziata la maggior parte delle sue soldatesche, e spezialmente le bande nere del fu Giovanni de Medici, gente tutta veterana e valorosa. Scrive il Rinaldi [Raynaldus, Annal. Eccles.] [433] che non si parlò in esso accordo dei Colonnesi: il che non par verisimile. Secondo l'Anonimo Padovano, circa il dì 25 di marzo fu stipulata la tregua suddetta, e infatti entrò in quel dì in Roma il vicerè Lanoia. Ma in essa città comparve ancora un uomo vestito di sacco, soprannominato Brandano, che alle apparenze sembrava un pazzo, ed era Sanese di patria [Sansovino, Storia. Johannes Coclaeus contra Lutherum. Storie Sanesi. Guicciardino ed altri.]. Andava egli pubblicamente, a guisa di Giona, predicando per tutta Roma che soprastava ai Romani un gran flagello, e che perciò facessero penitenza ed emendassero i loro troppi vizii e peccati, per placar Dio gravemente sdegnato contra di loro, senza risparmiare lo stesso papa e i cardinali. Era perciò appellato il pazzo di Cristo. Non piacendo la musica di costui al governo, fu mandato il buon uomo a predicare in una prigione; ma dacchè furono succedute le disgrazie di Roma, ed egli ebbe ricuperata la libertà, tenuto fu per profeta, senza che le sue voci avessero prodotto alcun profitto quand'era tempo. La verità nondimeno si è, che Brandano fu un fanatico pieno d'alterigia. Odiava certo i mali costumi di allora, e gli staffilava con zelo, ma zelo spropositato. A fare un santo altro ci vuole che un sacco, un Crocifisso e un declamar contro i vizii.

Tornando ora in Lombardia, dove lasciammo accampato verso Piacenza Giorgio Fransperg co' suoi Tedeschi, andò Carlo duca di Borbone circa la metà di gennaio, ad unirsi con quella gente a Fiorenzuola, menando seco cinquecento uomini d'arme, molti cavalli leggieri, quattro o cinque mila Spagnuoli di gente eletta, e circa due mila fanti italiani. L'Anonimo Padovano scrive, aver egli condotto seco quattro mila Tedeschi e due mila cavalli, che congiunti col Fransperg formarono un possente esercito. Quivi tennero dei gran consigli; e, per quanto si potè scorgere, fin d'allora [434] presero la risoluzione di passare a Firenze e a Roma, con disegno di saccheggiar quelle città e qualunque altro luogo nel loro passaggio, non solo per soddisfare al presente lor bisogno, ma ancora per arricchire in questa maniera; giacchè gran tempo era che non sapeano cosa fossero paghe, nè restava loro speranza d'averne in avvenire. Conviene aggiugnere che Giorgio Fransperg era un luterano, e la maggior parte dei suoi aderenti a quella setta; laonde è da credere che recassero fin di Germania il desio di far qualche brutto tiro all'odiato da essi pontefice romano. Anzi fu comun parere che il medesimo Fransperg seco portasse sempre un capestro di seta e d'oro, vantandosi di voler con quello strangolare il papa. Pertanto eccoti muoversi arditamente questo bestiale esercito nel dì 22 di febbraio, e venire a Borgo San Donnino, senza far caso di trovarsi privo di danaro, di vettovaglie, di munizioni ed attrezzi da guerra, e del dover passare fra tante terre nimiche, e coll'avere ai fianchi o innanzi un'armata, più anche poderosa che non era la loro. Infatti le genti ecclesiastiche col marchese di Saluzzo e con Federigo da Bozzolo lasciato il conte Guido Rangone in Parma, con ordine di accorrere alla difesa di Modena, andarono con celerità ad assicurar la città di Bologna. Dopo avere i Borboneschi dato il sacco a varii luoghi del Parmigiano e Reggiano, ancorchè il duca di Ferrara, padrone di Reggio [Panciroli, Histor. Regiens. MS.], nei sei giorni che coloro stettero sul Reggiano, non mancasse di mandar loro regali e viveri, nel dì 5 di marzo vennero a riposarsi a Buomporto del Modenese. Andò il Borbone ad abboccarsi al Finale col duca di Ferrara, ed ebbero insieme degli stretti ragionamenti. Il Guicciardini, che certo non vi si trovò presente, immaginò che il duca Alfonso confortasse il Borbone o continuare il viaggio alla volta di Firenze e di Roma. [435] La verità è, che Alfonso, a cui l'imperadore avea promessa la tenuta di Carpi, dianzi suo per la metà, giacchè per l'altra metà n'era decaduto Alberto Pio a cagione de' suoi tradimenti, trattò col Borbone d'esserne messo in possesso, siccome infatti impetrò collo sborso di molto danaro, ed obbligazione di maggior somma in altre rate. Pertanto, consegnata quella nobil terra ad esso Alfonso, gli Spagnuoli, ch'ivi erano di presidio, e non pochi, andarono ad accrescere l'armata borbonesca. Passò questa dipoi a San Giovanni sul Bolognese, fermandosi quivi per quattro giorni, con far delle scorrerie fino alle porte di Bologna, e rodendo tutto quel di vettovaglia che trovavano. Anche il duca di Ferrara continuamente andò loro inviando munizioni da bocca e da guerra: del che gli fu poi fatto un delitto da papa Clemente, quasichè ad un generale e vassallo di Cesare, come egli era, disconvenisse l'aiutar nei bisogni l'esercito del suo sovrano; e tanto più perchè gli dovea essere, secondo l'accordo, bonificato tutto nel debito contratto per Carpi; ed insieme per tal via veniva a restar salvo da' saccheggi il distretto di Ferrara. Fu colpito in questi tempi il capitano Fransperg da un accidente apopletico, per cui fu condotto a Ferrara ad implorare il soccorso de' medici.

Cotanto si andò poi fermando sul Bolognese il Borbone, che arrivò la nuova della tregua stabilita fra il papa e il vicerè di Napoli. Questa fu cagione che i Veneziani, per sospetto che il Borbone si potesse volgere ai lor danni, richiamassero di là da Po il duca d'Urbino colle sue genti: il che riempiè di terrore i lor sudditi. Ma il Borbone, essendogli stato intimato da uomini spediti dal papa e dal vicerè che si ritirasse dagli Stati della Chiesa, non sì tosto ebbe comunicato quest'ordine ai capitani dell'esercito, che si fece una sollevazione, e fu in pericolo la vita sua. Spedito a Ferrara il marchese del Vasto, s'ingegnò di ricavare [436] da quel duca il resto del danaro promesso per la signoria di Carpi, con cui si quetò il tumulto. Rispose intanto il Borbone al vicerè di non essere obbligato a quel vergognoso accordo, e che l'armata priva di paghe non potea tornare indietro. Sopraggiunto poscia un altro messo, spedito da esso vicerè, che mostrò copia dell'autorità a lui data dall'imperadore di far pace e tregua, come a lui piacesse, e comandò a tutti gli uffiziali sotto gravissime pene di non procedere innanzi: altro effetto non produsse, se non che Alfonso marchese del Vasto, con alcuni altri signori napoletani si partì da quell'arrabbiato esercito con gran dolore del Borbone e degli Spagnuoli. Sul principio d'aprile si mosse il Borbone verso la Romagna, avendo prima i collegati inviate buone guarnigioni ad Imola, Forlì e Ravenna; e presa la terra di Brisighella, ivi trovò di grandi ricchezze, perchè quel popolo bellicoso nelle antecedenti guerre era intervenuto al sacco di varie terre e città. Tutto andò in mano di que' masnadieri, e la terra data fu alle fiamme. Lo stesso crudel trattamento patì la bella terra di Meldola e Russi, con altre di quelle contrade. In questo mentre il vicerè Lanoia, ossia che veramente gli premesse di mantener la fede data al papa, o che fingesse tal premura, venne a Firenze; e, dopo avere stabilito accordo con quella repubblica, disegnava ancora di passare al campo del Borbone, per fermarlo. Ma, avvisato che, se compariva colà, non era sicura la sua vita, se ne tornò dopo molti giorni, senza far altro, indietro. Scrive nulla di meno il Giovio, ed anche il Nardi, che si abboccarono insieme, con essere poi stato costretto il vicerè dalle furiose grida de' soldati a salvarsi. Allora i Fiorentini chiamarono in Toscana i collegati, che, per varie vie andati colà, assicurarono ben Firenze da maggiori insulti, ma nulla operarono per impedire al Borbone di valicar l'Apennino tra Faenza e Forlì per la Galiata, e di giugnere nel Fiorentino [437] su quel di Bibiena, con fermarsi ai confini di Siena, saccheggiando e bruciando il contado di Firenze, mentre i Sanesi gli davano favore e vettovaglie a tutto potere. Al duca d'Urbino riuscì in questa congiuntura, e non prima, di cavare dalle mani dei Fiorentini le fortezze di San Leo e di Maiuolo nel Montefeltro. Nè mancò chi l'accusasse di pensieri segreti contrarii al bisogno del papa, per gli aggravii a lui inferiti negli anni addietro dalla casa de Medici.

Ora trovandosi i Fiorentini in mezzo a sì fiero incendio, assassinati nel distretto dai nemici crudeli borbonisti, e non men gravati dagli amici, a' quali doveano somministrar danaro e vitto, quando la lor città pativa una grave carestia: sparlavano forte del papa, attribuendo a lui non men essi, che poscia i Romani, per attestato dell'Anonimo Padovano, la cagione di tanti mali d'Italia per la cupidigia di spogliare gli Estensi di Ferrara, e di continuar la sua tirannia in Firenze. Perciò un giorno mossero la città a sedizione, per iscacciarne i Medici e ricuperare la libertà. Chiamati accorsero a tempo il duca d'Urbino e Michele marchese di Saluzzo. Pertanto veggendo il duca di Borbone che possibil non era di mettere il piede in Firenze, difesa da tante genti della lega, nel dì 26 d'aprile si mise in marcia con tutto l'esercito alla volta di Roma. Quanti armati egli conducesse, neppure allora, secondo il solito, ben si seppe. I più portarono opinione che fossero venti mila Tedeschi, otto mila Spagnuoli e tre mila Italiani utili, con poca cavalleria, cioè con secento cavalli, e senza artiglieria e senza carriaggi. Altri sminuiscono quell'armata; ma certo è che gran copia di malviventi italiani seco si congiunse per la speranza di grosso bottino. A questo avviso fu spedito il conte Guido Rangone, generale delle armi papaline, per una diversa strada verso Roma con cinque mila fanti e tutti i suoi cavalieri. Ma, oltre all'essergli poi scritto da Roma, abbisognar [438] quella città solamente di sei in ottocento archibugieri, le genti sue non aveano tanti interni stimoli alle marcie sforzate, come l'esercito del Borbone, spinto dalla fame, avido della preda e disperato. Erano rotte e fangose al maggior segno le strade: pure sembrava che coloro volassero. Saccheggiarono Acquapendente, San Lorenzo alle Grotte, Ronciglione ed altri luoghi. Mandato innanzi il capitano Zucchero co' suoi pochi cavalli, aiutato da' fuorusciti, entrò in Viterbo, e vi preparò tanta vettovaglia, che giunta l'armata, colà prese un buon ristoro. Veggendosi in questo mentre il pontefice a mal partito, lasciata andare la tregua già stabilita col Lanoia, tregua che fu la sua rovina, di nuovo conchiuse lega co' Veneziani e duca di Milano, ma lega che nulla il preservò dall'imminente calamità. Della difesa di Roma era incaricato Renzo da Ceri, che tumultuariamente avendo raccolta quanta gente potè, lor diede l'armi: gente nondimeno la maggior parte inesperta a quel mestiere, perchè presa dalle stalle de' cardinali e dalle botteghe degli artigiani; e il popolo di Roma d'allora non era quello degli antichi tempi. L'Anonimo Padovano scrive che Renzo, fatte le mostre, si trovò avere, computato il popolo romano, dieci mila ottimi fanti e cinquecento cavalli, e li mandava ogni giorno ad assalire l'esercito borbonesco. Verisimilmente non gli fecero gran paura, nè male.

Arrivò il Borbone nel dì 5 di maggio sui prati di Roma; e perciocchè, dall'un canto, sapea che l'esercito della lega, venendo alle spalle, cominciava ad appressarsi, e, dall'altro, non vedea maniera di far sussistere l'armata, priva affatto di vettovaglia e in paese prima spazzato, spinto dalla necessità e dalla disperazione, nel dì seguente 6 di maggio determinò di vincere o di morire. Però sull'apparir del giorno andò ad assalire il borgo di San Pietro, dove Renzo da Ceri, Camillo Orsini, Orazio Baglione [439] e molti nobili romani fecero gran difesa. Ma eccoti sopraggiugnere una folta nebbia, per cagione di cui le artiglierie di castello Sant'Angelo, che prima faceano gran danno ai Borboneschi, cessarono di tirare. Con tale occasione accostossi il Borbone verso la porta di Santo Spirito, ed essendo la muraglia bassa, appoggiatevi molte scale, fu de' primi a salir per esse, ma non già ad arrivar sulle mura, perchè, colto nell'anguinaglia da una palla d'archibugio o de' suoi o de' nemici soldati, andando colle gambe all'aria, poco stette a spirar la scellerata sua anima, senza godere alcun frutto dell'infame suo attentato. Entrarono bensì i suoi soldati: il che riferito a papa Clemente, che tuttavia stava nel palazzo Vaticano, tosto si ritirò in castello Sant'Angelo coi cardinali e prelati del suo seguito; nè poi si arrischiò a fuggire, come avrebbe potuto, secondo alcuni; quando altri scrivono che i Colonnesi con dieci mila armati erano nei contorni, acciocchè egli non potesse mettersi in salvo. Perciò, ivi rinserrato, fu costretto ad essere spettatore di quella tanto lagrimevol tragedia. Presero nello stesso tempo gli arrabbiati masnadieri non solamente Trastevere, ma anche la città, entrando per ponte Sisto: tanto era il disordine de' suoi soldati e dei Romani, e sì poca era stata la precauzione de' capitani. Esigerebbe ora più carte la descrizione dell'orrida disavventura di Roma. A me basterà di dire in compendio che all'ingresso di quella furibonda canaglia rimasero uccisi ben quattro mila fra soldati e cittadini romani. Il Giovio dice fin sette mila. In quella notte poi e per più dì susseguenti ad altro non attesero quei cani che al saccheggio della infelice città. E siccome essa era piena di ricchezze per le corti di tanti cardinali, principi ed ambasciatori, così immenso fu il bottino, con ascendere a più milioni d'oro. Nè minor crudeltà usarono in tal congiuntura gli spietati Spagnuoli cattolici, che i Tedeschi luterani. Non contenti di spogliar palagi, case, e tutti ancora i [440] sacri luoghi, con bruciar anche dove trovavano resistenza, fecero prigioni quanti cardinali, vescovi, prelati, cortigiani e nobili romani caddero nelle lor mani, e ad essi imposero indicibili taglie di danaro, tormentandone eziandio moltissimi, affinchè rivelassero gli ascosi e non ascosi tesori: crudel trattamento, da cui non andò esente neppure uno degli abbati, priori e capi de' monisteri. E chi s'era riscattato dagli Spagnuoli, se sopraggiugnevano i Tedeschi, era di nuovo taglieggiato e sottoposto a tormenti. Si aggiunse a tanta barbarie lo sfogo ancora della libidine, restando esposte ad ogni ludibrio non men le matrone romane e le lor figlie, che le stesse vergini sacre; giacchè niun freno avendo quella bestial ciurmaglia per la morte dell'empio lor generale, non lasciò intatto alcun monistero o tempio alcuno dalle violenze. Oltre a tutti i vasi ed arredi sacri delle chiese, che andarono in preda, si videro da que' miscredenti conculcate le sacre reliquie, e gittate per le strade le sacratissime ostie, e per maggior dileggio della religione, passeggiavano per Roma soldati abbigliati non solamente con vesti sfarzose e collane d'oro, ma anche con abiti sacri; e giunsero alcuni a vestirsi da cardinali, e insino a contraffare il papa con ischerni senza numero. E tal fu l'inesplicabil miseria di Roma, che con ragion venne creduto aver fatto peggio in quella metropoli l'esercito dello iniquo Borbone, che i Goti e Vandali nel secolo quinto dell'era cristiana. Giusti ed adorabili sempre sono i giudizii di Dio; e certamente i saggi d'allora, fra i quali Tommaso da Vio cardinal Gaetano, e Giovanni Fischero vescovo Roffense, poscia cardinale e martire, non lasciarono di riguardar sì strepitose calamità per flagello inviato da Dio alla non poco allora corrotta corte romana.

Chiuso intanto in castello l'afflitto pontefice, facendo delle meditazioni dolorose sopra gli amari frutti de' suoi bellicosi impegni, rade volte convenevoli a [441] chi è ascritto all'ecclesiastica milizia, stava pure egli sperando che giugnesse l'esercito della lega per liberarlo. Infatti, appena erano entrati in Roma i nemici, che arrivò a quelle mura il conte Guido Rangone; ma non si attentò colle sue forze tanto inferiori ad assalire quel furioso e potente esercito, benchè allora sbandato e perduto dietro alle prede: il che fu poi disapprovato da alcuni, cioè da coloro che facilmente giudicano delle cose altrui in lontananza, senza saper tutte le circostanze presenti dei fatti. Dall'altra parte, marciava assai lentamente il duca d'Urbino colle genti della lega, e solamente nel dì 16 di maggio arrivò ad Orvieto, dove tornato anche il Rangone, si tenne consiglio di guerra. Gagliardamente insisterono il marchese di Saluzzo, Federigo da Bozzolo e Luigi Pisani legato veneto, perchè si tentasse di cavare il papa di prigione, con venir anche a giornata, se occorreva; e il conte Guido Rangone fece conoscere con molte ragioni facile e riuscibile l'impresa. Mostrava parimente il duca di voler lo stesso, ma poi sfoderava non poche difficoltà; e commissario de' Fiorentini ripugnava, rappresentando, che se si slontanava l'esercito, Firenze si rivolterebbe contra de' Medici. In queste dispute si consumò gran tempo, e intanto gl'imperiali in Roma elessero per loro generale Filiberto principe d'Oranges, parente dell'imperadore, il quale non tardò a far de' terribili trincieramenti intorno al castello Sant'Angelo, obbligando al lavoro tanto i plebei che molti nobili romani. Spogliarono ancora la città di quasi tutte le vettovaglie, per ridurle in borgo: il che a tal disperazione condusse quel popolo, che alcuni si precipitarono in Tevere, ed altri col ferro, o col laccio si abbreviarono la vita. Nel dì 10 di maggio arrivarono a Roma don Ugo di Moncada e il cardinal Pompeo Colonna coi principali di sua casa, che colla loro autorità misero fine se non a tutte, almeno a molte delle enormità di quei [442] cristiani peggiori de' Turchi. Varie mutazioni e novità poi si trasse dietro la prigionia del pontefice. Imperciocchè nel dì 16 di maggio si mosse a rumore la città di Firenze, e facilmente quel popolo, senza che v'intervenisse morte d'alcuno, congedò Alessandro ed Ippolito de Medici co' cardinali di Cortona, Cibò e Salviati, che dianzi governavano dispoticamente quella città a nome del papa: con che rimessa l'antica libertà, fu riassunto il popolar governo. Ma non si guardarono di far molte insolenze alle armi e alle immagini de' Medici: il che maggiormente dipoi irritò contra di loro papa Clemente VII. Parimente i Veneziani, tuttochè collegati col pontefice, si impossessarono della città di Ravenna, di cui gran tempo erano stati padroni prima della lega di Cambrai; ed appresso, ammazzato il castellano di quella fortezza, anche d'essa si fecero padroni. Poco stettero dipoi ad occupar Cervia con tutti que' sali, che erano del papa, col motivo di difenderla a nome della Chiesa. Al qual tempo parimente Sigismondo Malatesta entrò in Rimini, città lungamente già dominata da' suoi maggiori. In mezzo a tanti rumori stette un pezzo Alfonso duca di Ferrara perplesso; ma finalmente determinò di profittare anch'egli di tal congiuntura, per ricuperare la sua città di Modena, ingiustamente a lui tolta e detenuta dai papi. Però, come ha l'Anonimo Padovano, mossosi sul principio di giugno con ducento lancie, sei mila fanti e gran copia d'artiglierie, venne a mettere il campo a questa città. Dentro alla difesa era stato lasciato dal conte Guido Rangoni il conte Lodovico suo fratello, ma con soli cinquecento fanti, il qual tosto pensò d'inondare i contorni della città; e l'avrebbe fatto, se i cittadini non si fossero opposti. Il perchè, conoscendo egli il popolo affezionato al nome estense, e in pericolo sè stesso, capitolò nel dì 5 del mese suddetto di potersene andare a Bologna colla sua gente, famiglia e mobili. Entrò il duca [443] nel dì seguente nella città, accolto con segni di somma allegrezza da' cittadini, a' quali, da magnanimo come era, perdonò tutto il passato, senza far vendetta di alcuno, avendo solamente confiscati i beni del conte Guido Rangone, e toltogli il castello di Spilamberto, che poi dopo qualche tempo, per intercession del re di Francia, gli fu restituito. Gran feste per tre giorni furono fatte a cagion di tale acquisto in essa Modena, Ferrara e Reggio, e per tutto il suo Stato.

Nello stesso dì 6 di giugno seguì cambiamento di cose in Roma; perciocchè, avendo i collegati conosciuto troppo pericolosa impresa il voler assalire gli imperiali, dall'Isola, dove si erano già inoltrati, si ritirarono verso Viterbo. Servì loro anche di scusa la gran diserzione accaduta nell'esercito per mancanza delle vettovaglie, essendo allora generale la fame per tutta Italia, e i lor cavalli smunti e deboli per carestia di fieni: laddove gl'imperiali, oltre all'aver preso in Roma chinee, ronzini e somieri senza numero, aveano anche messi insieme tre mila cavalli da guerra, ed armi senza numero, di modo che l'esercito loro non parea più quello che poc'anzi era venuto in Lombardia. Perciò il papa, a cui mancava oramai tutto il vivere, non tardò più ad accettar le dure condizioni che gli erano esibite dagl'insaziabili capitani imperiali. Fu fatto questo accordo nello stesso dì che Modena tornò in potere del suo legittimo principe, per mezzo dell'arcivescovo di Capoa, con obbligarsi il papa di pagare presentemente cento mila ducati d'oro, cinquanta altri mila fra venti giorni, e ducento cinquanta mila in termine di due mesi; di consegnare castello Sant'Angelo a Cesare, come in deposito; e così ancora le rocche d'Ostia, di Cività Vecchia e di Città Castellana; e inoltre di cedere ad esso imperadore Piacenza, Parma e Modena, la qual ultima avea già mutato padrone: che il papa coi tredici cardinali restasse prigione, finchè fossero pagati i primi cento cinquanta [444] mila ducati d'oro, dopo di che fosse condotto a Napoli o a Gaeta, per aspettar le risoluzioni di Carlo V, con altre condizioni, fra le quali era la liberazion dei Colonnesi dalle censure. Entrò dunque il presidio cesareo in castello San'Angelo, e da lì innanzi il papa e i cardinali ebbero miglior tavola, ma non già la libertà. Cività Castellana era in poter dei collegati. Andrea Doria ricusò di poi, consegnar Cività Vecchia. Nè Parma e Piacenza, preventivamente avvisate dal papa, si vollero rendere agli Spagnuoli. Intanto, ossia che il fetore di tanti uomini e cavalli uccisi in Roma facesse nascere una terribil epidemia, oppure che la vera peste nel gran bollor di tante armi penetrasse colà: certo è che nella barbarica armata comandata dal principe d'Oranges entrò la moria, che cominciò a far molta strage: laonde, tra per questo malore e per altri accidenti, si fece il conto che in meno di due anni non restò in vita neppur uno de' tanti assassini dell'infelice città di Roma, e passarono in altre mani le immense loro ricchezze. Penetrò anche la peste suddetta in castello Sant'Angelo con pericolo della vita del pontefice, perchè d'essa morirono alcuni de' suoi cortigiani.

Non si potè ben sapere se Carlo Augusto, dimorante allora in Ispagna, avesse o serrati gli occhi, o acconsentito al viaggio e alle funeste imprese del duca di Borbone; e su questo fu disputato non poco dai politici; pretendendo anzi alcuni, che se il Borbone sopravviveva, siccome disgustato dell'imperadore, meditasse di torgli il regno di Napoli. Sappiamo solamente che alla nuova del sacco di Roma, e della prigionia del papa, egli si vestì da scorruccio, ne mostrò gran doglia, e fece cessar le feste ed allegrezze già cominciate per la nascita d'un figlio, che fu poi Filippo II; così asserendo il Mariana e il Messia contro a quel che ne scrive il Guicciardini. E potrebbe essere che egli allora non fingesse, e che poi, mutato parere, pensasse a far mercatanzia [445] e guadagno delle disgrazie del papa, perchè certamente non mostrò da lì innanzi qual calore che conveniva ad un monarca cattolico per farlo rimettere in libertà. Anzi fu creduto ch'egli desiderasse che il papa fosse condotto in Ispagna. Facili troppo sono le dicerie in tempo massimamente di grandi sconcerti. All'incontro, i re di Francia e di Inghilterra, mostrando in apparenza un piissimo zelo pel soccorso del pontefice, ma infatti mirando di mal occhio la troppo cresciuta potenza e prepotenza di Cesare in Italia, e premendo al re Francesco di riavere i suoi figliuoli dalle mani di esso imperadore, formarono lega fra loro, per rinforzar la guerra in Italia contra di lui. In questa lega entrarono anche i Veneziani, e dipoi il duca di Milano e i cardinali che erano in libertà, a nome del sacro collegio, e i Fiorentini, con patto che il ducato di Milano dovesse lasciarsi libero a Francesco Sforza duca. Mentre si faceano oltramonti questi maneggi e preparamenti di guerra, in Lombardia non cessavano, anzi crescevano i guai. Era restato governator di Milano Antonio da Leva con tre mila fanti tedeschi, quattro mila spagnuoli e settecento lancie. Un soldo non v'era da pagar questa gente; però sbardellatamente viveano alle spese de' miseri Milanesi, già talmente rovinati, che neppur aveano da mangiare per loro stessi. Richiamò il senato veneto da Roma le sue genti col duca d'Urbino, per unirsi col duca di Milano, e andar poscia a dare il guasto alle biade mature de' Milanesi. A questo fine passarono a Lodi verso il principio di luglio. Preveduto il loro disegno, il Leva andò a postarsi a Marignano: il che sconcertò le loro idee. In questi tempi Gian-Giacomo de Medici, castellano di Musso, che nulla avea che fare coi Medici di Firenze, ed era comunemente appellato il Mcdeghino, condotto dalla lega, prese il castello di Monguzzo tra Como e Lecco. Spedito colà il conte Lodovico da Barbiano, ossia da Belgioioso, non [446] solo nol ricuperò, ma vi perdè quattro cannoni e molti fanti. Venne poi esso castellano con quattro mila fanti e cinquecento cavalli nel Milanese, dove recò infiniti danni. Antonio da Leva, segretamente uscito una notte da Milano, sul far del giorno con tal empito assalì il Medeghino, che in poco tempo lo ruppe, e la maggior parte di quella gente restò morta o presa. Poscia, andato un dì l'esercito collegato a devastare il Milanese, cadde in un'imboscata fatta da esso Leva, e dopo lunga battaglia diede alle gambe con morte di più di mille e cinquecento soldati.

Dopo avere il re Cristianissimo assoldati dieci mila Svizzeri, ed unito nel suo regno un potente esercito, lo spinse in Italia sotto il comando di Odetto di Fois, signor di Lautrec, a noi noto per le precedenti guerre. Condusse ancora al suo soldo il valoroso Andrea Doria con otto galee. Il primo che calò in Italia per via di Saluzzo, fu il conte Pietro Navarro, celebre capitano, il quale con tre mila fanti ito a Savona, tosto se ne impadronì, e si mise a fortificarla. Similmente con grossa armata comparve di qua dai monti il Lautrec, e giunto ad Asti, per avere inteso che Lodovico conte di Lodrone, posto alla guardia d'Alessandria con tremila Tedeschi, avea mandata buona parte di sua gente al Bosco, per riscuotere le taglie, gli fu addosso; e, piantate le artiglierie, cominciò a bersagliar quel castello. Per otto giorni fece il Lodrone una gagliarda difesa; ma infine si arrendè quel castello, e fu messo a sacco, con restare il Lodrone e gli abitanti anche essi prigionieri. Il Guicciardini scrive diversamente; cioè che il Lodrone era in Alessandria, e la moglie co' figli nel Bosco, che generosamente furono a lui mandati dal Lautrec. Nei medesimi tempi fu stretta la città di Genova per terra da Pietro Navarro e da Cesare Fregoso, e per mare da Andrea Doria almirante di Francia. Perchè la carestia, universale allora in Italia, affliggeva forte quella [447] nobile e popolata città, le speranze del popolo erano poste in sette galee ed alquante navi cariche di grano, che colla ricchissima caracca Giustiniana erano per viaggio. Ma colte queste dal Doria in Portofino, ed assediate, vennero in sua mano. Altre perdite fecero i Genovesi; laonde presero la risoluzione di darsi ai Franzesi. Si ritirò il doge Antoniotto Adorno nel castelletto; e la città senza uccision di gente, e col solo saccheggio del palazzo Adorno, ottenute vantaggiose condizioni, tornò sotto il dominio di Francia. Mandò il Lautrec per governatore colà Teodoro Trivulzio; e ciò fu sul fine di agosto. Andò egli poscia a mettere il campo ad Alessandria, alla cui guardia era il conte Giam-Batista di Lodrone con mille e cinquecento Tedeschi, a cui poco prima s'era unito con altri mille fanti il conte Alberico da Belgioioso. Grande strepito e guasto faceano le artiglierie in quelle mura, ma non minor difesa e ripari per molti giorni fecero gli assediati, finchè, temendo questi le mine di Pietro Navarro, e perduta la speranza del soccorso, arrenderono la città, salvo l'avere e le persone, con obbligo di uscir dallo Stato di Milano, e di non militare per sei mesi in favor dell'imperatore. Voleva il Lautrec mettere presidio in Alessandria, ma gli oratori del duca di Milano e de' Veneziani tanto dissero, che lasciò mettervelo al duca, con restar perciò indispettito contra di lui. Questi progressi dell'armata franzese fecero conoscere ad Antonio da Leva il pericolo, in cui si trovava, non restandogli più che cinque mila fanti e due mila cavalli. Pensò di ritirarsi a Pavia; ma, saputo che non vi era da vivere, mandò colà il conte Lodovico da Barbiano con due mila fanti e cinquecento cavalli, ed egli, restando in Milano, seguitò a scorticar più di prima quegl'infelici cittadini.

Passò dipoi il Lautrec a Basignana il Po, e venne alla sua ubbidienza Novara con tutte le castella di quel distretto. Passato anche il Ticino, si trasferì [448] otto miglia vicino a Milano, dove si unì colle genti venete e sforzesche. Poscia andò ad accamparsi sotto Pavia, cominciando con gran flagello di artiglierie a diroccar le mura di quella città, che dal suddetto conte di Belgioioso valorosamente veniva difesa. Vasta breccia era fatta, e i miseri Pavesi si raccomandavano al conte che non li lasciasse esposti alla crudeltà de' Franzesi. Il conte, che voleva tirare il più in lungo che potesse la resa, gli andava confortando; e quando poi s'accorse che i nemici s'allestivano per venire all'assalto, spedì nel dì 4 d'ottobre uffiziali al Lautrec per capitolare la resa. Mentre se ne stendevano le condizioni, ecco che gl'inferociti soldati, mal sofferendo di vedersi torre di bocca la preda, tanto i Guasconi dall'una parte, che gli Svizzeri dall'altra, seguitati appresso dai Tedeschi ed italiani, furiosamente per le rovine della breccia entrarono nella sfortunata città con tal rabbia, che in meno d'un'ora uccisero più di due mila persone tra soldati e terrazzani: spettacolo orrido e miserando. Poi tutta la città fu saccomanata, fatti prigioni tutti i benestanti, e costretti con esorbitanti taglie a riscattarsi. Niun rispetto s'ebbe a' luoghi sacri, e le donne rimasero vittima della libidine di que' diavoli, a riserva di quelle che prima si erano rifuggite ne' monisteri delle sacre vergini, ai quali, per cura di alcuni capitani, non fu inferita molestia. Ecco le terribili conseguenze delle guerre d'allora. Bruciarono ancora i Guasconi un'intera contrada, e peggio avrebbero fatto, se il Lautrec, mosso a compassione, non avesse costretto l'esercito tutto ad uscire della desolata città di Pavia. Non restava più se non Milano e Como da sottomettere, e il duca di Milano e il legato veneto, quasi colle ginocchia in terra, si raccomandarono al Lautrec, perchè seguitasse l'impresa, mostrando la facilità di vederne presto il fine. Ma perchè era venuto al campo il cardinal Cibò per sollecitare il Lautrec [449] alla liberazione del papa, tuttavia tenuto sotto buona guardia dagli Spagnuoli, a tali istanze si arrendè esso Lautrec. Licenziati gli Svizzeri, che ricusarono di andare a Roma, s'avviò a Piacenza, dove si fermò, per trattar lega con Alfonso duca di Ferrara, e con Federigo marchese di Mantova. Si ridusse dunque a Ferrara il cardinale suddetto con tutti i plenipotenziarii della lega, per muovere il duca, il quale, tratto dall'ossequio che professava all'imperadore, e dall'antecedente suo impegno, ripugnava ad unirsi coi di lui nemici. Tuttavia, per le minaccie a lui fatte che gli si scaricherebbe addosso tutto l'esercito franzese, entrò anch'egli nella stessa lega con condizioni molto onorevoli, una delle quali fu che il re Cristianissimo darebbe in moglie a donno Ercole di lui primogenito Renea di Francia, figlia del re Lodovico XII, e cognata del medesimo re Francesco. Furono anche promesse molte cose a nome del papa, ma niuna d'esse gli fu poi mantenuta. Lo strumento di essa lega, stipulato nel dì 15 di novembre fu da me dato alla luce [Antichità Estensi. Par. 2.]. Nel dì 7 di dicembre anche Federigo Gonzaga marchese di Mantova sottoscrisse la medesima lega come apparisce dall'atto pubblico, rapportato dal Du-Mont [Du-Mont, Corps Diplomat.]. Allontanato che fu da Milano il Lautrec, Antonio da Leva, che poco stimava l'esercito veneto e sforzesco, uscito di Milano, costrinse nel dì 28 d'ottobre Biagrasso alla resa, dove erano cinquecento fanti; e sopraggiunto Giano da Campofregoso col soccorso, gli diede una rotta, con acquistar le di lui artiglierie. Queste poi, nell'essere condotte a Milano, gli furono tolte dal conte di Gaiazzo, giovane ferocissimo, passato nel dì innanzi al servigio de' Veneziani. Biagrasso fu poscia ricuperato dai Franzesi. Riuscì ancora a Filippo Torniello, per ordine d'esso Leva, d'entrar nel castello di Novara, che tuttavia si tenea per l'imperadore, e con cinquecento fanti [450] italiani sotto il suo comando di cacciar dalla città lo smilzo presidio ivi lasciato dal duca di Milano.

Torniamo ora agli affari di Roma. Per compimento delle miserie e della rovina di quella afflittissima città, già dicemmo esservi sopraggiunta la peste, che ogni dì facea strage grande di soldati e di Romani. Essendo entrata anche in castello Sant'Angelo nel mese d'agosto, il papa e i cardinali, quivi racchiusi e posti in sì gran pericolo, cominciarono con grande istanza a pregar i capitani cesarei di aver loro misericordia. Perciò, se dice il vero l'Anonimo Padovano, ottennero nel dì 15 del suddetto mese d'essere condotti in Belvedere, dove furono posti di guardia mille Spagnuoli. Il resto di quell'inumano esercito, per salvarsi dal contagio, si slargò ad Otricoli, Terni, Narni, Spoleti ed altri luoghi, a molti de' quali, dopo averne esatte grandissime taglie, diedero anche il sacco. Perchè la rocca di Spoleti fece resistenza, la presero per forza, e misero a fil di spada quel presidio. Seguirono poi varii piccioli fatti, e spezialmente su quel di Terni, fra essi e l'esercito collegato, che s'era ridotto di qua da Perugia città, a cui in questi tempi toccò una burrasca. Perciocchè entratovi una notte con aiuto d'essi collegati Orazio Baglione, vi uccise Gentile Baglione, già messovi dal papa, con altri di quella stessa famiglia e de' suoi aderenti. A molte case fu dato il sacco, e il popolo arse e spianò da' fondamenti il palazzo del suddetto Gentile, restando poi signore di Perugia il medesimo Orazio. Anche in Siena fu gran sollevazione del popolo contra dei nobili, circa trenta de' quali rimasero uccisi. Vi accorse da Spoleti il principe d'Oranges, quetò il tumulto, e lasciò ivi di guardia mille fanti. Mentre queste cose succedeano, papa Clemente coi tredici cardinali continuava a star come prigione, e a cercar le vie di riacquistare la libertà, senza poterle trovare. Il danaro pattuito non compariva, [451] e sempre s'incontravano nuovi ostacoli ne' negoziati, perchè l'Augusto Carlo V mostrava ben voglia e zelo per la sua liberazione, ma con esigere cauzioni che il papa non fosse da lì innanzi contra di lui. Intanto il Lautrec, dopo tante belle parole d'essere inviato in aiuto di lui, facea un passo innanzi e due indietro, perchè avvisato che si trattava alla gagliarda di pace fra l'imperadore e il suo re. Finalmente essendo morto il vicerè Lanoia, e subentrato nel governo di Napoli Ugo di Moncada, questi fu chiamato a Roma, per trattare della liberazion del pontefice. Con esso Moncada si unirono Girolamo Morone e il cardinal Pompeo Colonna, segretamente guadagnati dal papa; e tanto si operò, che fu stabilito l'accordo nel dì ultimo d'ottobre, con obbligarsi il papa di non essere contrario a Cesare per le cose di Milano e di Napoli, e di pagare allora e poi in varie rate un'immensa quantità di danaro. Per supplire al presente bisogno si ridusse Clemente VII a crear per danari alcuni cardinali (al che in addietro non s'era mai voluto indurre), persone, dice il Guicciardini, la maggior parte indegne di tanto onore. Inoltre, concedè nel regno di Napoli decime e facoltà di alienar beni di chiesa, e diede per ostaggi due cardinali. Era stabilito il dì 9 di dicembre per uscir di castello, dove il Guicciardini dice ch'egli era, e non già in Belvedere. Ma Clemente, diffidando sempre degli Spagnuoli, la notte precedente, travestito da mercatante o da ortolano, se ne uscì, e raccolto in Prati da Luigi Gonzaga, fu condotto sino a Montefiascone, e poscia ad Orvieto, senza che neppur uno de' cardinali l'accompagnasse, e con tal meschinità, che non era da meno de' pontefici de' primi tempi, che viveano senza pompa, esposti ogni dì alle scuri degli Augusti pagani. E così passò l'anno presente: anno degno d'indelebil memoria per l'infame sacco di Roma, per la prigionia del papa, per tante desolazioni di guerra e [452] saccheggi, e per altri innumerabili malanni che unitamente si scaricarono sopra quasi tutta l'Italia, in maniera tale che veramente fu creduto non essersi mai veduto un cumulo di tanti mali in Italia, dacchè nacque il mondo. Perciochè, oltre ai suddetti mali la peste infierì in Napoli, Roma, Firenze ed altri luoghi. I fiumi, usciti per le copiose pioggie dai lor letti, inondarono le campagne; e queste, anche senza essere oppresse dai fiumi, per le suddette soverchie pioggie, o per altre naturali cagioni, diedero un miserabile raccolto universalmente per l'Italia. Il perchè, secondo l'attestato dell'Anonimo Padovano, mancavano di vita i poveri, per non aver di che vivere e per non trovar chi loro ne desse. Per tutte le città, dic'egli, castella e ville si vedeano infiniti poveri con tutte le lor famiglie andar mendicando, e gridando misericordia e sovvenimento. Più non si potea andare per le chiese, piazze e strade: tanto era il numero de' poveri con volti macilenti, squallidi, e tali, che avrebbono mosse a pietà le pietre. E la notte per le strade s'udivano sì orrende voci ed urli, che spaventavano ogni persona. E intanto nulla mancava a tante ciurme di soldati desolatori delle contrade italiane; e l'immenso danaro di Roma andava ad ingrassare soldati eretici, o gente piena di ogni vizio e priva di religione.


   
Anno di Cristo MDXXVIII. Indizione I.
Clemente VII papa 6.
Carlo V imperadore 10.

Dacchè fu giunto in luogo di libertà, cioè in Orvieto il pontefice Clemente, non tardò il duca d'Urbino cogli altri uffiziali dell'esercito della lega a portarsi colà, per seco rallegrarsi e per tirarlo nella lega stabilita con tante potenze dai suoi cardinali. Il trovarono irresoluto, e per quanto dicessero, nol poterono muovere a prendere partito alcuno. Così avesse egli fatto ne' tempi precedenti. Verso la [453] metà poi di gennaio inviò il vescovo sipontino a Venezia a fare istanza a quel Senato che restituissero Ravenna e Cervia, e pagassero cento mila ducati d'oro per sale occupato in Cervia, con altre domande che il fecero conoscere mal soddisfatto di quella repubblica. Non mancarono scuse a' Veneziani per non effettuar prontamente ciò che il pontefice desiderava, mettendo anch'essi in campo le tante somme di danaro da loro impiegate per procurargli la libertà; e poi mandarono Gasparo Contarino, uomo di singolar prudenza, a significar meglio le loro intenzioni al papa stesso. S'era fermato non poco tempo il Lautrec in Parma e Piacenza, dalle quali città ricavò circa quaranta mila ducati d'oro. Venne a Reggio, dove intese la liberazion seguita di papa Clemente. Passò anche a Bologna, e prese ivi un lungo riposo, sull'espettazione sempre che si potesse conchiuder pace fra il re Francesco I e l'imperador Carlo V. Ma, scioltosi in nulla ogni trattato, gli oratori di Francia e d'Inghilterra nel dì 25 di gennaio nella città di Burgos in Ispagna intimarono la guerra ad esso Augusto; e tanto essi che quei de' Veneziani, Fiorentini e duca di Milano presero congedo da quella corte, senza poter non di meno ottenerlo, perchè ritenuti contro il diritto delle genti. Ora il Lautrec certificato di questo, si mosse coll'esercito suo alla volta del regno di Napoli, e non volendo passar l'Apennino, s'inviò per la via della Marca colà. Fu creduto che in tutto l'esercito de' collegati fossero sessanta mila soldati. Si può detrarne un terzo. Ed è poi spropositata cosa il dirsi da Odorico Rinaldi che vi si contassero ottanta mila fanti e venti mila cavalli. Nel dì 10 di febbraio giunto al fiume Tronto, che divide il regno di Napoli dagli Stati della Chiesa, senza impedimento alcuno lo passò, ed espugnata per forza Civitella, terra assai ricca e popolata, ne permise il sacco a' suoi soldati: iniquo costume, tante volte da noi veduto [454] praticato dalla milizia di que' tempi, per rallegrare e maggiormente animare alle imprese quella gente che si picca di esercitare il più onorato mestier del mondo, quando a pruova di fatti erano tanti ladri ed assassini. Teramo e Giulia Nuova si arrenderono a Pietro Navarro, e coll'aiuto della parte angioina anche la grossa e potente città dell'Aquila venne in poter de' Franzesi, e parimente Celano, Montefiore, e, in una parola tutto l'Abbruzzo ultra. Il che non so se sia vero, mentre s'ha da altri che essa città si ribellò sul fine di quest'anno agl'imperiali.

Forse si sarebbe volto il Lautrec verso la capitale del regno, se non avesse inteso che s'era finalmente, cioè nel dì 17 di febbrio, mossa da Roma l'armata imperiale sotto il principe d'Oranges, la quale il Guicciardini e l'Anonimo Padovano fanno ascendere a dodici in tredici mila Tedeschi, Spagnuoli ed Italiani. Ma costoro non s'erano voluti partire di là, se non tiravano tutte le lor paghe; e convenne che il papa sborsasse, oltre al già pattuito contante, anche venti mila ducati d'oro. Uscita che fu quella mala gente fuori della desolata città di Roma, v'entrò Napoleone Orsino abbate di Farfa con altri suoi consorti, che un'impresa veramente gloriosa vi fecero, con ammazzar quanti Spagnuoli e Tedeschi erano restati ivi malati. In questo mentre il Lautrec s'impadronì della città di Chieti, capitale dell'Abbruzzo citra, e poi di Sermona e d'altre terre; e mandò anche gente a mettersi in possesso della importante dogana di Foggia e di Nocera. Essendo venuto verso Troia l'esercito imperiale, anche il Lautrec s'inviò all'incontro d'esso nel dì 12 di marzo, aspettando continuamente che seco s'andassero ad unire le genti del marchese di Saluzzo, de' Veneziani e de' Fiorentini. Parevano disposte amendue le armate a far giornata; ma nulla di questo avvenne. Spedito dal Lautrec Pietro Navarro a Melfi, città presidiata da secento soldati [455] e copiosa quantità di villani, la prese per forza, la saccheggiò, con uccisione di circa tre mila persone. Questo acquisto si tirò dietro l'altro di Barletta, di Trani, e delle terre circostanti, e parimente della rocca di Venosa e di Ascoli. Secondo l'Anonimo Padovano, fu anche presa in questi tempi dai Franzesi Manfredonia, città opulenta e di molto popolo, e messa a sacco, con ricavarne un grosso bottino. La stessa crudeltà, per attestato del medesimo storico, fu esercitata nella presa di Troia. Così venne in lor potere la maggior parte della Puglia e alquanto della Calabria, a riserva di Otranto, Brindisi ed altri luoghi forti. Sì fatti progressi cagion furono che il vicerè don Ugo di Moncada si ritirasse colle sue genti sotto le mura di Napoli, dopo aver presidiata Gaeta con due mila fanti. Nè qui si fermò la fortuna de' Franzesi. Anche Capoa, Nola, la Cerra, Aversa e il circonvicino paese si sottomisero alla lor potenza. Nel qual tempo parimente la flotta de' Veneziani s'impossessò di Trani e di Monopoli, con disegno di conquistar anche Otranto, Brindisi e Putignano, terre tutte che, secondo i patti, aveano da toccare alla repubblica veneta. Sul fine di aprile andò poi il Lautrec ad accamparsi sotto Napoli.

Non erano intanto minori i guai della Lombardia. Perciocchè, non bastando la fame, la peste e la guerra a desolare ed affliggere gl'infelici popoli, insorse una febbre pestilenziale, differente dalla peste, e chiamata mal mazzucco, pel cui empito ed ardore, molti divenendo furiosi, si andavano a gittar giù dalle finestre, oppure ne' pozzi e ne' fiumi, senza che i medici vi trovassero rimedio alcuno. Durò questo flagello, a cui tenne poi dietro la peste, più di un anno, e morirono per l'Italia infinite persone. Nella sola città di Padova quattro mila tra nobili ed ignobili furono portati alla sepoltura. Corse lo stesso malore per le città di Vicenza, Verona, Ferrara, Mantova ed altre. Ma niuna delle città fu da paragonare [456] per conto delle miserie alla nobilissima città di Milano. Tante insopportabili angherie avea posto in addietro Antonio da Leva, governatore imperiale, a quel popolo, per poterne spremere danari da dar le paghe ai soldati (giacchè un soldo non colava da Spagna), con obbligar anche gli abitanti, privi di vitto per loro, ad alimentar le milizie, che moltissimi d'essi per disperazione se n'erano fuggiti, abbandonando tutto. Perciò quella doviziosa e sì popolata città, che da tanti secoli fu l'onore dell'Insubria, sembrava oramai uno scheletro di città, essendo nata l'erba per quasi tutte le strade e piazze; stando aperto notte e dì il più delle botteghe senza le usate merci; vuote senza numero le case e i palagi; i templi stessi privi d'ogni ornamento, e i monisteri ridotti a pochi miserabili religiosi, che non poteano reggere alle continue insolenze delle affamate truppe. La maggior parte poi del territorio fra Adda e Ticino, e tante grosse terre e ville, parte abbruciate, parte abbandonate dagli abitatori, senza trovarsi in alcuni luoghi nè uomini, nè bestie, e senza più coltivarsi que' fertili terreni, divenuti perciò un continuato bosco. E tanto più era disperata quella parte di popolo che restava in Milano, perchè i collegati, stando in Lodi ed altri siti, impedivano il passaggio dei viveri all'afflitta città. Queste son le glorie de' principi, che senza aver danaro si mettono a far guerre; e, per soddisfare alla mal nata ambizione, nulla curano la total rovina degli infelici popoli e paesi suoi, non che degli altrui. Dove si andassero i tanti tesori che venivano allora dalle Indie Occidentali alla corte di Spagna, io non vel so dire. In questi tempi Gian-Giacomo de Medici castellano di Musso andò verso il fine d'aprile a mettere il campo al castello di Lecco, secondato dai Veneziani. Arrivò colà spedito da Milano Filippo Torniello, che il fece ritirar con poco garbo. Ma l'astuto castellano trattò da lì innanzi per via di lettere con Girolamo Morone, divenuto [457] gran consigliere anche del principe di Oranges; e questi indusse non meno esso principe che Antonio da Leva ad investirlo di Lecco, acciocchè da lì innanzi, abbandonato il servigio della lega, servisse colle sue forze all'imperadore. Ciò fu eseguito; ed egli tosto inviò a Milano una gran copia di grano, che fu di mirabil soccorso alle necessità di que' soldati ed abitanti.

Era noto all'imperator Carlo il bisogno e pericolo dello Stato di Milano, e più quello del regno di Napoli. Perciò, fatto raunare in Germania un corpo di quattordici mila Tedeschi sotto il comando di Arrigo duca di Brunsvich, principe di molta sperienza ed autorità nella disciplina militare, lo spedì per via di Trento verso Italia. Corse per questo in Verona, e Vicenza e Padova tanto terrore, che i popoli coi lor bestiami e col loro meglio fuggirono ai luoghi forti, come se avessero alle spalle i nemici. Non potendo quell'armata passare per la Chiusa, voltatasi per la valle di Caurino, circa il dì 8 di maggio pervenne alla riviera di Garda, dove cominciò a imporre taglie, e a bruciar ville. Dopo aver presa Peschiera, si diede a saccheggiar il Bresciano e Bergamasco, con immensi danni e bruciamenti di quelle contrade. Verso il fine d'esso mese avendo Antonio da Leva intelligenza con alcuni capi di squadre de' Veneziani che erano in Pavia, uria mattina, secondo il concerto, spinse la cavalleria spagnuola entro quella città per una porta ch'era senza guardia. Ai cavalli tenne dietro la fanteria, e presero la piazza. Fecero ben testa e gran battaglia i cavalli leggieri veneti, ma con restar infine svaligiati, e i loro condottieri prigioni. Con questa facilità il Leva ricuperò una città che tanto tempo, fatiche e sangue era costata alla lega per acquistarla. E giacchè fra il Ticino e l'Adda altro non restava che Lodi, occupato dagli Sforzeschi, persuase esso Leva al duca di Brunsvich di espugnar quella città, prima di passare al soccorso di [458] Napoli. Colà dunque si dirizzarono con tutte le lor forze, e dacchè le batterie ebbero rovinata gran quantità di muro, passarono all'assalto. Ma furono così ben ricevuti da Giam-Paolo Sforza governatore della città, che non vi tornarono la seconda volta. Si applicarono perciò a vincer colla fame la città, mal provveduta di viveri, e a tale estremità la ridussero, che, se durava alquanto più l'assedio, conveniva a que' di dentro di cedere. Ma eccoti entrare nell'esercito cesareo il mal mazzucco, ossia febbre pestilenziale, che in men di otto giorni si trovarono morti più di due mila soldati, ed altrettanti ammalati. Bastò questo spettacolo, perchè la lor gente cominciasse, senza poterla ritenere, a fuggir verso Lamagna: laonde fu costretto il resto di quella sì diminuita armata a ritirarsi a Marignano, da dove poi anche il duca suddetto si partì, prendendo la via di Como e di Germania, massimamente perchè vi concorse il consiglio di Antonio da Leva, a cui non piaceva di aver compagni nel governo. Dopo questi fatti essendosi ingrossati in Lombardia i Franzesi per l'arrivo di dodici mila Svizzeri e mille lancie, il signor di San Polo comandante d'essi, e il duca d'Urbino generale de' Veneziani deliberarono di tentar l'acquisto di Pavia, dove stavano in guardia due mila fanti sotto Pietro da Birago e Pietro Bottigella. Nel dì 9 di settembre si accamparono, e si diedero a bersagliarne le mura. Fatta ivi colle bombarde sufficiente breccia, nel dì 19 d'esso mese per forza d'armi e con grande uccisione sboccarono nella città, e misero a sacco quel poco che vi era restato negli antecedenti saccheggi. Il castello si arrendè fra poco con oneste condizioni per quel presidio. Crebbero perciò i guai di Milano. Spedì bensì quel popolo disavventurato alcuni de' nobili primarii in Ispagna, per rappresentare all'imperador Carlo V le tante loro miserie; ma altro non ne riportarono che buone parole o promesse di pace. E perciocchè [459] Antonio da Leva, loro perpetuo sanguisuga, dopo aver torchiato cotanto le lor borse, non trovava più verso a pagar le truppe, gli fu suggerita una diabolica invenzione: cioè di proibir, sotto pena della confiscazion de' beni, che niun potesse tener farina e far pane in casa. Poscia, affittata la rigorosa gabella del pane, ne ricavò tanto danaro, che diede le paghe alla sua gente.

Fra l'armata del Lautrec, accampato sotto Napoli, e gl'imperiali chiusi in essa città, seguivano intanto continue scaramuccie. Accadde che verso il fine d'aprile quattro grosse navi cariche di frumenti e d'altre provvissioni da bocca venivano a Napoli per soccorso di quella gran città. Andrea Doria capitano delle galee di Francia diede ad esse la caccia; ma non potendole sottomettere per mancanza di soldati, mandò Filippino Doria a chiedere aiuto al Lautrec, il quale gli spedì immantinente mille de' suoi migliori fanti. Anche il vicerè Moncada, conoscendo l'importanza di quelle navi, e il loro pericolo, in cinque galee entrò egli stesso con mille e cinquecento fanti, e col fiore dei suoi uffiziali, senza saper cosa alcuna del soccorso inviato dal Lautrec. Si attaccò nel dì 28 del mese suddetto in mare una fiera battaglia che per gran tempo fu dubbiosa; ma infine restò la vittoria ai due valorosi Doria. Vi perderono la vita lo stesso vicerè, Cesare Feramosca ossia Fiera Mosca, Jaches di Altamura, con altri assaissimi; e rimasero prigioni il marchese del Vasto, Ascanio e Camillo Colonnesi, il principe di Salerno, ed altri molti capitani e gentiluomini. Una sola galea degl'imperiali si salvò; le navi cariche vennero poi tutte in potere d'Andrea Doria, colpo che quanto fu di dolore ai difensori di Napoli, altrettanto rallegrò l'esercito della lega. Comuni allora furono i pronostici che Napoli non si potrebbe sostenere. Non mi fermerò io a narrar gli altri avvenimenti dell'assedio di quella gran città, e della guerra che nel medesimo tempo si fece [460] per tutto il regno, con essere applicati anche i Veneziani a ridurre in lor potere Otranto, Brindisi ed altre terre marittime. A me basterà di dire che la peste era in Napoli; e questa si comunicò al campo de' Franzesi, ossia della lega, per cui terminarono il corso di loro vita il nunzio del papa e Luigi Pisano legato veneto con altri signori. Cadde per la sua ostinazione in quell'assedio dipoi malato anche il Lautrec, e finì di vivere nel dì 15 di agosto, con restare il comando al marchese di Saluzzo. Era perciò in gran confusione quell'armata, con declinare ogni di più per la mortalità della gente. Al che s'aggiunse un altro non lieve disastro, perchè Andrea Doria destinato a guardar il mare, affinchè non entrassero viveri in Napoli, essendo terminata la sua ferma col re Cristianissimo, passò al servigio dell'imperadore: avvenimento che sconcertò forte i disegni e le speranze de' capitani franzesi. Il perchè dal marchese di Saluzzo verso il fine d'agosto fu presa la risoluzione di levar il campo per ritirarsi ad Aversa. Ma gl'imperiali che stavano all'erta, usciti di Napoli, con tanto furore piombarono addosso alla retroguardia, che la misero in rotta, e fecero prigione Pietro Navarro con altri. Il che inteso dal popolo d'Aversa, diede all'armi, e, chiuse le porte, tagliò a pezzi quanti Franzesi v'erano prima entrati. Così l'Anonimo Padovano, il qual soggiunse che, sopraggiunto il grosso degl'imperiali, seguì un combattimento colla rotta de' collegati, i capitani de' quali per la maggior parte rimasero prigioni, e fra gli altri lo stesso marchese di Saluzzo, che poi morì; ed avere i villani fatto gran macello di quella gente sbandata in vendetta delle molte offese e ruberie lor fatte in addietro. Ma il Guicciardini scrive che, chiusa quella parte de' collegati in Aversa, per non veder maniera di difendersi, andò il conte Guido Rangone a parlare col principe di Oranges; e mentre capitolava, con avere accordato che tutti i capitani restassero [461] prigioni, e i soldati se ne andassero senza armi, bandiere e cavalli, entrarono improvvisamente i cesarei in Aversa, e diedero un terribil sacco all'infelice città. Per questo il Rangone pretese di non essere prigione, e fu poi rilasciato dal marchese del Vasto, dappoichè questi fu ritornato in libertà. Ecco dove andò a terminare lo sforzo dell'armata della lega contra di Napoli dopo tanti progressi, dopo tante apparenze di conquistare tutto quel regno, nel quale non per questo cessarono le turbolenze e i guai. Perocchè Renzo da Ceri con alcuni degli Orsini si fortificarono in Barletta, e i Veneziani sotto la condotta di Cacciadiavoli Contarino occupavano varii luoghi in Puglia e Calabria, con essere tornati quasi tutti gli altri alla divozione di Cesare. Ma il principe d'Oranges, sì per mostrare severità, come per cavar danari da pagar le sue milizie, non tardò a far processi e confischi contra di que' baroni che in tal congiuntura si erano mostrati aderenti a' Franzesi. Fece inoltre decapitare nella pubblica piazza di Napoli alquanti di que' nobili. Gli altri fuggirono, o si riscattarono con grossi pagamenti di danaro, trattando di ciò con quel gran faccendiere di Girolamo Morone, a cui in ricompensa delle sue fatiche donato fu il ducato di Boviano.

Mutazioni parimente nel presente anno seguirono in Genova. Già dicemmo che il valoroso Andrea Doria era passato al servigio dell'imperadore, avendo abbandonato quel di Francia, ossia perchè non corressero le paghe promesse, o perchè il re Cristianissimo non mostrasse di lui quella stima che meritava; o piuttosto perchè esso re volesse in sua mano il marchese del Vasto, Ascanio Colonna, ed altri da lui fatti prigioni, a' quali s'era esso Doria obbligato di restituire la libertà, pagata che a lui fosse la taglia. Fu inoltre creduto che l'amor della patria, signoreggiata allora dai Franzesi, e il desiderio di stabilir ivi in più convenevol grado la sua famiglia, il movesse [462] ad abbracciare il partito di Carlo V, il quale per maneggio del Vasto non mancò di accordargli delle vantaggiose condizioni. Ora Andrea Doria, avendo ottenuta da esso Cesare la facoltà di rimettere Genova in libertà, e sapendo che in essa città, per ragion della peste, erano pochi soldati, nè si facea l'occorrente guardia; nel dì 12 di settembre presentatosi al porto, giacchè se n'erano ritirate le galee di Francia, animosamente v'entrò con soli cinquecento fanti: il che bastò perchè il popolo si sollevasse gridando: Libertà, e Teodoro Trivulzio regio governatore si ritirasse nel castelletto, che fu immediatamente assediato. Mandarono appresso i Genovesi gran gente ad assediar Savona, che i Franzesi aveano staccata dalla suggezion di Genova: il che appunto più d'ogni altro motivo gli avea renduti odiosi ai Genovesi. A nulla servì l'avere il Trivulzio fatte istanze per soccorso al signor di San Paolo e al duca di Urbino. Vi fu bene spedito un corpo di gente, ma non sufficiente al bisogno, ed anche troppo tardi; laonde sul fine di settembre non men Savona che il castelletto si arrenderono ad essi Genovesi, i quali non perderono tempo a rendere inutile il porto di Savona con empierlo di sassi, e spianavano da' fondamenti il castelletto. Per avere il Doria restituita la libertà alla sua patria, gran gloria a lui ne venne, confessando gli scrittori genovesi ch'egli avrebbe potuto, se avesse voluto, farsene signore. Col tempo poi parve che quel popolo dimenticasse sì fatto benefizio. Fu ivi stabilito un saggio governo; e per togliere le divisioni e fazioni tra' nobili e popolari, che tanto aveano afflitta quella nobilissima città, a ventotto delle più chiare ed illustri famiglie (escluse l'Adorna e la Fregosa) si aggregarono le altre, che erano ammesse agli onori e magistrati: dal che è poi venuto che ivi sieno tanti Doria, Spinola, Grimaldi, Fieschi, ec. Mandarono bensì dopo qualche tempo i Franzesi segretamente alcune schiere d'armati per sorprendere Andrea [463] Doria, abitante nel suo bel palazzo fuori di Genova; ma egli per la porta di dietro in una barchetta si salvò. Scaricossi la vendetta solamente sopra quel palazzo, che fu posto a sacco.

Per confessione ancora del Guicciardini, papa Clemente VII, poco avendo profittato de' flagelli a lui mandati da Dio, dacchè fu in libertà, avea ripigliate le sue astuzie e cupidità. Ricuperò egli Imola e Rimini. Partito poscia da Orvieto, fermossi qualche giorno in Viterbo, ed indi se ne andò a Roma, dove pubblicò rigorosi bandi, chiamando chiunque era fuggito, affinchè tornassero ad abitarvi. E perciocchè l'odio suo contra di Alfonso duca di Ferrara, invece di rallentarsi, era cresciuto, in quest'anno ancora ricorse alle insidie per torgli le sue terre, e per fare anche di peggio, se gli fosse potuto riuscire. In Reggio si scoprì un maneggio di Girolamo Pio, governatore di quella città pel duca, col vescovo di Casale commissario dell'armi del papa in Parma e Piacenza, coll'accordo già fatto d'introdurre in quella città presidio pontificio [Anonimo Padov. Panciroli, Histor. Regiens. MS. Vita di Alfonso MSSta. Guicciard., Istor. MS. di Ferrara. Varchi, Istor.]. Dal conte Albertino Boschetti fu scoperta la trama, e convinto il reo, perdè la testa. Venne appresso un altro tentativo, fatto da Uberto Gambara, gran manipolatore di sì belle azioni, per sorprendere con ducento cavalli ed altrettanti archibugieri il duca nel dover egli passare da Modena a Ferrara. Per accidente non si partì egli nel dì destinato: il che servì a scoprire le tese reti, che restarono senza la preda. Scoperta fu anche un'altra congiura ordita dal medesimo Gambara per far uccidere il duca di Ferrara, che si trovava allora malmenata dalla peste. Di questo procedere disonorato e contro il precedente accordo fece far molte doglianze Alfonso al pontefice, il quale si scusò col dire che nulla sapea di quelle mene; ma nol persuase al pubblico, e tanto meno dappoichè [464] niun risentimento ne fece coi suoi ministri. Era ito nel precedente anno don Ercole, primogenito d'esso duca, con copioso accompagnamento a Parigi, per isposare Renea, figlia di Lodovico XII re di Francia, e sorella della già defunta Claudia regina, moglie del re Francesco I. Con somma magnificenza furono celebrate quelle nozze; e la regal principessa col consorte, dichiarato duca di Sciartres e Montargis, e visconte di Caen, Follese e Baiusa, giunse a Reggio, poscia a Modena nel dì 12 di novembre, e di là passata a Ferrara, vi fece la sua solenne entrata nell'ultimo d'esso mese. Delle suntuosissime feste fatte in tale occasione in Modena, e più in Ferrara, è da vedere il Faustini [Faustino, Storia di Ferrara.], e ne ho parlato anch'io altrove [Antichità Estensi, Par. II.]. Secondo l'Anonimo Padovano, furono fatte tante allegrezze, ch'è meglio tacere, che dirne poco. Ma che è questo in comparazione di tante calamità e sciagure di fame, di peste e di guerra, che inondarono tutte le altre provincie d'Italia nell'anno presente?


   
Anno di Cristo MDXXIX. Indizione II.
Clemente VII papa 7.
Carlo V imperadore 11.

Sul principio di quest'anno fu preso da una breve, ma pericolosa, malattia papa Clemente, nel qual tempo, cioè a dì 10 di gennaio, creò cardinale Ippolito figlio naturale di Giuliano de Medici; e, come è l'uso in simili casi, corse anche la voce di sua morte a Firenze, voce accolta con giubilo interno ed esterno di quasi tutti que' cittadini, consapevoli del di lui sdegno contra di loro, e della sua voglia di vendicarsi. Ma riuscì al pontefice di superar quel brutto golfo, con ritornar presto ai suoi soliti giri politici, trattando nel medesimo tempo coll'imperadore e col re di Francia, intento a cavar donde potesse maggiori vantaggi. [465] A non lievi agitazioni era tuttavia sottoposto il regno di Napoli, perchè la città dell'Aquila s'era ribellata a Cesare; Barletta la teneva Renzo da Ceri per li Franzesi; Trani, Putignano e Monopoli erano in man de' Veneziani; e il monte di Sant'Angelo, Nardò e Castro tuttavia ubbidivano ad essi Franzesi. Accostandosi la primavera, spedì il principe d'Oranges contro l'Aquila Alfonso marchese del Vasto, già rimesso in libertà, che durò poca fatica a ricuperarla, e a far pagare ben caro a tutto quel popolo i delitti di pochi, avendogli messa una taglia di cento mila ducati d'oro. Andò poscia il marchese nel mese di marzo a mettere il campo a Monopoli. Così valorosamente difesero i Veneziani quella terra, ch'egli con grave danno de' suoi fu obbligato sul fine di maggio a ritirarsi. Altre azioni di guerra furono poi fatte in quelle contrade colla desolazion della Puglia. Fra le altre terre di que' contorni Molfetta, presa da Cacciadiavoli Contarino, restò messa a sacco, e sì barbaramente maltrattata ed arsa, che di peggio non avrebbe fatto un crudelissimo nemico della fede di Cristo. Certamente se il re di Francia avesse voluto o potuto applicarvi, avrebbe tenuto in grandi imbrogli quel regno. Ma egli, oltre all'aver in piedi un trattato di pace coll'imperatore, si trovava affaccendato in affari più importanti di caccie e d'amori. Per conto della Lombardia, ivi con più caldo seguitava la guerra. Sul fine del precedente anno erano giunti presso Genova (perchè nella città non furono ammessi) due mila Spagnuoli, tutti mal in ordine, senza scarpe in piedi, senza calzoni, gente bruttissima ed orridissima a vederla, ma che per altro portava seco la bravura: pregio che tuttavia ritien quella nazione. Tentò il signor di San Polo general dei Franzesi d'impedir l'unione di costoro con Antonio da Leva; ma il conte Lodovico di Barbiano, spedito a riceverli, seppe sì destramente condurli, che felicemente arrivarono a Milano. Per disgrazia di quel [466] popolo, battuto da tante tribolazioni, aveano costoro nome di soldati, ma si trovarono eccellenti ladri; perchè di notte e di dì per le porte, per le finestre, per li tetti entravano nelle case, ne asportavano quel poco ch'era rimasto ai poveri Milanesi; e ciò perchè modo di pagarli non appariva, ed essi erano spogliati di ogni bene: con somma vergogna di un imperadore re di Spagna, che nulla pensava a pagar le sue genti, e sapea le incredibili miserie de' Milanesi, nè provvedeva.

Impadronironsi i Franzesi circa questi tempi di Novara, ma non del castello, siccome ancora di Vigevano, Sant'Angelo, Mortara ed altri luoghi. Tenuto fu nel mese di maggio un gran consiglio dal suddetto San Polo coi capitani veneti e sforzeschi, per far l'assedio di Milano. Trovossi alle rassegne che non v'erano sufficienti forze, e però fu risoluto di prendere, se si potea, colla fame quella gran città. Postossi il San Polo a Biagrasso, il duca d'Urbino generale dei Veneziani coi suoi e con parte delle genti sforzesche a Cassano: daddove colle scorrerie infestavano tutto il paese, acciocchè vettovaglia non entrasse in Milano. Intanto il San Polo, ossia che gli venisse di Francia l'ordine, o ch'egli concepisse quel disegno, determinò di passar colle sue milizie a Genova, con isperanza di poter ricuperare quella città, giacchè Andrea Doria colle sue galee era stato chiamato dall'imperadore in Ispagna. A questo fine passò egli a Landriano, e, mandata innanzi la vanguardia, nel dì 21 di giugno prese riposo in quel luogo. Avvisato della divisione dei Franzesi Antonio da Leva, dopo aver animati i suoi colla sicurezza della vittoria, sull'imbrunir della notte li mosse incamiciati a quella volta, facendosi egli portare in una sedia da quattro uomini, per essere storpio e rovinato dalla podagra. Con silenzio e senza suono alcuno di trombe o tamburi arrivò quella seguente mattina addosso ai Franzesi, che fecero [467] ben per qualche tempo resistenza, e massimamente due mila Italiani comandati da Gian-Girolamo da Castiglione e dal conte Claudio Rangone. Ma infine diedero tutti a gambe. Restò prigione lo stesso signor di San Polo, ferito in due luoghi, coi suddetti Rangone e Castiglione ed altri capi d'importanza, e furono presi molti cavalli, carriaggi ed artiglierie. Il conte Guido Rangone, che tanto prima s'era messo al servigio del re di Francia, nè si trovò al conflitto, perchè mandato innanzi colla vanguardia, si salvò, riducendosi a Parma ed indi a Lodi. Così scrive il Guicciardini. Abbiamo, all'incontro, dal Varchi ch'esso conte Guido, giovane di grandissima espettazione, dopo aver guadagnato più ferite nel viso, animosamente menando le mani, restò prigione. Invece di Guido verisimilmente il Varchi volle dir Claudio. Tornossene il vittorioso esercito imperiale tutto carico di bottino e di gloria a Milano. Fu poi mandato Filippo Torniello con trecento fanti a ricuperar Novara: il che egli felicemente eseguì, entrato che fu nel castello, con iscacciarne il presidio franzese. Gli occorse nondimeno un accidente curioso, che mentre egli cacciava fuori della città i nemici, un capo di squadra ch'era nel castello, sciolti i prigioni, con essi ribellò il medesimo castello. Fu nondimeno fatta loro tanta paura colle artiglierie, che lo renderono, e fu loro permesso di andarsene, siccome gli avea promesso il Torniello. Studiossi ancora in varie maniere Antonio da Leva di fare sloggiare dal suo accampamento il duca d'Urbino; ma non gli venne mai fatto; siccome neppure d'impedire che i Veneziani e i Sforzeschi di tanto in tanto facessero delle scorrerie fino alle porte dell'infelice e desolata città di Milano.

La declinazione intanto in Italia dei Franzesi quella fu che fece determinare il papa ad unirsi coll'Augusto, preponderando nel di lui cuore alla memoria dei patiti affronti la sete specialmente di vendicarsi de' Fiorentini: al che si conosceva [468] più a proposito la potenza crescente di Cesare, che la troppo sminuita del re Cristianissimo. Perciò nel dì 29 di giugno dell'anno presente [Du-Mont, Corp. Diplomat.] fu conchiusa in Barcellona una lega fra esso pontefice e l'imperadore, con cui questi si obbligò di rimettere in Firenze nella primiera sua grandezza la casa de Medici; di dare Margherita d'Austria sua figlia naturale ad Alessandro, creduto figliuolo naturale di Lorenzo de Medici e di una schiava per nome Anna, benchè il Segni scriva che altri avessero avuto commercio con quella vil donna: siccome ancora di rimettere il papa in possesso di Modena, Reggio e Rubiera, senza pregiudizio delle ragioni del romano imperio, e di Cervia e Ravenna occupate da' Veneziani. Nè questo bastò. Promise ancora Carlo V di assistere Clemente VII a spogliar la casa d'Este del ducato di Ferrara, sotto l'iniquo pretesto di fellonia e ribellione del duca Alfonso. Le altre particolarità d'essa lega le tralascio, bastando solamente aggiugnere che gli affari del ducato di Milano e di Francesco Sforza restarono come prima dubbiosi e pendenti più dalla volontà dell'imperadore che dalle decisioni della giustizia. Bolliva più che mai in cuore del re Francesco I il desiderio di liberare i suoi figli, lasciati per ostaggio in mano del suddetto Augusto. Una spinta ancora gli diede la già detta confederazione di esso pontefice. Però anch'egli nel dì 5 di agosto di quest'anno s'indusse a stabilire in Cambrai un accordo assai svantaggioso con esso imperadore: cioè per riavere i figli, si obbligò di pagare allo stesso Augusto due milioni di scudi d'oro del sole. Fece anche una cessione di quanto egli possedeva nello Stato di Milano e nel regno di Napoli, e dei diritti della corona di Francia sopra la Fiandra ed Artesia, con altre condizioni che all'assunto mio non sta l'esprimerle. Di queste paci crederà taluno che l'Italia allora avesse da esultare, come se dopo [469] tante tempeste fosse giunto il sospirato tempo sereno. Ma non fu così. Perciocchè durata tuttavia la discordia fra Cesare e i Veneziani uniti col duca di Milano; e il papa non tardò molto a far muovere, secondo gli ordini dell'imperadore, il principe d'Oranges contra dei Fiorentini. Arrivò questo signore a dì 19 d'agosto a Terni, e s'inoltrò poi a Spello, menando seco, per quanto scrive l'Anonimo Padovano, otto mila fanti fra tedeschi e spagnuoli, co' quali s'unirono dieci mila fanti assoldati dal pontefice sotto valorosi capitani. S'era ne' mesi innanzi ritirato dal servigio del papa Malatesta Baglione, con passare a quel de' Fiorentini, e impossessarsi della città di Perugia sua patria. Mise anche presidio in Macerata, Montefalco ed Assisi. Prima di passar oltre, il principe d'Oranges avea preso que' luoghi, e dato il sacco a Spello. Indi si applicò a trattare col Baglione per isnidarlo da Perugia. Capitolò egli infatti nel dì 9 di settembre che fossero salvi i suoi beni, e che potesse ritirarsi sul Fiorentino colle genti sue, e colle altre a lui date da' Fiorentini stessi. Andò poscia il principe a Cortona, che gli si rendè a patti. Passò a Castiglione Aretino; e mentre que' cittadini trattavano la resa, i suoi soldati entrati nella terra la misero tutta a sacco. Ritiratisi poi vergognosamente i Fiorentini da Arezzo, quella città fece buon accordo con gl'imperiali. Circa il fine di ottobre giunse l'Oranges ad accamparsi in vicinanza di Firenze.

Benchè si possa perdonar molto all'amore della libertà, che in popoli avvezzi ad essa suol essere un mirabil incentivo ad arrischiar tutto e a sofferir tutto per difenderla: pure sembra che non convenisse alla prudenza de' Fiorentini, tanto inferiori di forze, quello ostinarsi cotanto contro le pretensioni del papa, spalleggiato dall'armi cesaree. Quali fossero gl'interni disegni di lui, niuno nè può rendere conto. Certo è ch'esso pontefice nell'esterno, cioè nelle [470] sue parole, altra intenzione non mostrava [Nardi. Guicciardini. Varchi. Segni.], se non che tornassero i Medici nel medesimo stato di onore e di balìa che godevano prima d'essere licenziati o cacciati nel tempo della sua prigionia, salva restando la libertà al popolo; se pur sembrava libertà in addietro quel dipendere il principal governo dal volere dei Medici. Per attestato del Segni, erano assai ragionevoli le condizioni proposte da papa Clemente. Ma prevalendo nel loro consiglio il mal animo di molti contro la casa de Medici, e la sconsigliata temerità d'altri lor pari, benchè si trovassero abbandonati dal re di Francia, e si vedessero venir contro tante forze del pontefice e dell'imperadore, non vollero dar orecchio a trattato alcuno di concordia, sperando nel benefizio del tempo che potea produrre favorevoli accidenti. Imbarcatosi intanto l'Augusto Carlo in Barcellona sulla capitana di Andrea Doria, con ventotto galee, sessanta barche e molti altri navigli, su' quali conduceva sei mila fanti e mille cavalli, sbarcò felicemente a Genova nel dì 12 d'agosto, dove ricevette immensi onori da quel popolo. Presentatisi davanti a lui gli ambasciatori de' Fiorentini, altro non ne riportarono che un amorevol consiglio di ricorrere al papa e di seco acconciarsi. Spedirono dunque a Roma, ma senza sufficiente mandato, lusingandosi che nel papa l'amor della patria non fosse spento dal troppo amore de' suoi, e ch'egli non volesse infine la lor perdizione. Sicchè tutto si dispose per la difesa della città e libertà, avendo eglino presi al loro soldo tredici mila fanti e secento cavalli, che poi ai fatti erano molto meno. Trattava fra questo tempo il papa la pace fra Cesare e i Veneziani e il duca di Milano, che, conoscente de' suoi pericoli, anch'egli facea maneggi coll'imperadore. Volea Carlo V in sue mani Alessandria e Pavia, e fu proposto di metterle in deposito in quelle del papa. Ossia che all'imperadore non [471] piacesse il ripiego, o che lo stesso duca ricalcitrasse, furono spedite le milizie ultimamente arrivate di Spagna ad Alessandria, città che non fece resistenza alle lor forze. Partitosi dipoi l'imperadore nel dì 30 d'agosto da Genova, arrivò a Piacenza, dove comparve Antonio da Leva ad informarlo dei correnti affari, e fu risoluto di far l'assedio di Pavia. Gran danni intanto e progressi facea il sultano dei Turchi Solimano in Ungheria, con essere giunto fino a mettere l'assedio a Vienna, città che fu mirabilmente difesa. Pure quasichè meritassero le cose d'Italia più stima che i tentativi del nemico comune, si andò facendo in Trento una massa di dodici mila fanti tedeschi, e di mille e cinquecento cavalli borgognoni (il Guicciardini li fa assai meno) per calare in Lombardia: il che diede non poca apprensione a' Veneziani, e li costrinse ad assicurar le loro città con gagliardi presidii. Calarono infatti costoro verso il fine di agosto, e giunti a Peschiera, cominciarono a recar gravissimi danni al territorio veneto. Il duca d'Urbino con grossa banda di genti di arme li andava tenendo stretti il più che potea. Intanto costò poca fatica ad Antonio da Leva il ricuperar Pavia, perchè Annibale Piccinardo, senza aspettar colpo di batteria od assalto, premendogli più di salvar la sua roba che la città, s'accomodò presto a renderla.

Uno de' principali motivi dell'Augusto Carlo di venire in Italia era, per quanto egli poi dimostrò, quello di rimettere la pace dappertutto. Minore nondimeno non fu quello di ricevere dalle mani del romano pontefice le corone ferrea ed imperiale: il che, come dirò, seguì poi non già in Milano o in Monza, nè in Roma, come sempre si usò ne' secoli addietro, ma bensì in Bologna. A questa illustre città, specialmente per cooperare alla pace suddetta, ma non universale, perchè bramoso di soggiogar Firenze, passò papa Clemente sul fine d'ottobre, accolto con gran magnificenza del popolo; e [472] prese alloggio nel pubblico palazzo del legato e degli anziani. Si mosse anche da Piacenza l'imperadore per venire colà. Conosceva ben egli quanto indebita fosse la passion del pontefice contra di Alfonso duca di Ferrara. Tuttavia, per gl'impegni seco presi, si credette in obbligo di mostrar l'animo alieno da questo principe. Se vero è ciò che ha il Guicciardini, avendogli il duca spediti ambasciatori, allorchè la maestà sua arrivò in Italia, non li volle ricevere; ma per pratiche fatte, gli accolse dipoi. Pensava ancora di prendere la strada di Mantova, affine di non passare per Reggio e Modena, città del duca; ma cotanto si adoperò Alfonso, che esso Augusto mutò parere. Ai confini di Reggio se gli presentò davanti con tutta umiltà il duca, ed ebbe poi l'onore di cavalcare al suo fianco per tutto il viaggio, con informarlo di quanto occorreva pel sistema d'Italia e per li suoi interessi: con che non solo confermò, ma accrebbe nell'animo dell'Augusto sovrano la stima e il concetto di principe egualmente valoroso che saggio. Nel dì primo di novembre entrò lo imperadore in Modena, e nel dì 5 di esso mese in Bologna, dove con grandioso apparato e pompa fu introdotto da quel popolo; e nel medesimo palazzo dove era il pontefice, anch'egli fu alloggiato, affinchè con facilità potessero trattar insieme de' pubblici e de' privati affari. Questo sontuoso ingresso di Cesare in Bologna si truova esattamente descritto dall'Anonimo Padovano; ma all'istituto mio non convien dirne di più. Cominciaronsi dunque fra questi due primi luminari della cristianità stretti e quotidiani colloquii, per dar sesto alle turbolenze che da tanto tempo desolavano l'Italia. Per Francesco Maria Sforza duca di Milano, sì malconcio di salute, che appena si reggeva in piedi, fece il papa quanti buoni uffizii potè, e, fattolo venire a Bologna nel dì 22 di novembre, con tal fortuna maneggiò i di lui affari, che l'accordò col magnanimo imperadore [473] nel dì 23 di dicembre. Fu dunque convenuto che coll'investitura imperiale resterebbe il duca signore dello Stato di Milano, con obbligarsi, in isconto delle spese fatte, di pagare a Cesare in un anno quattrocento mila ducati d'oro, ed altri cinquecento mila in dieci anni avvenire, restando in mano di esso Augusto il castello di Milano e Como, da restituirsi al duca come fossero fatti i pagamenti del primo anno. Nondimeno Pavia fu assegnata ad Antonio da Leva, da godere sua vita natural durante. Grande allegrezza avrebbono fatto i popoli dello smunto ducato di Milano per tal concordia, che pareva il fine de' loro immensi guai, se il duca, per mettere insieme tanto oro, non fosse stato costretto a maggiormente affliggerli con gravissimi taglioni ed imposte. Avvenne in questi tempi che l'esercito cesareo, già ridottosi in Ghiaradadda, e intento a divorar quelle terre, per non saper come vivere, appena intese o trattarsi o conchiuso l'accomodamento delle differenze del duca coll'imperadore, che, alzate le bandiere, volò alla volta di Milano, con intimare a quel popolo, che se in termine di quindici dì non soddisfaceva per le paghe loro da tanto tempo dovute, saccheggierebbero la città, e farebbono prigion ciascheduno, e che intanto si somministrassero loro gli alimenti. Rimasero di sasso gl'infelici Milanesi a queste minaccie, arrivate in tempo che speravano di respirare. Contuttociò, mostrando di fare ogni sforzo per raunar danaro, spedirono nel medesimo tempo i loro oratori all'imperadore, esponendogli le lor miserie, e il pericolo che lor soprastava. Provvide egli immantenente al disordine, coll'inviar gli Spagnuoli e i Tedeschi ad unirsi coll'esercito di Toscana, e facendo cassare il resto di quelle truppe, cosicchè nello Stato di Milano non rimasero se non i soldati di presidio nelle fortezze.

Similmente si concordarono, per non poter di meno, anche i Veneziani [474] coll'imperadore, con obbligo di restituire a lui tutte le terre da loro occupate nel regno di Napoli, e al pontefice Ravenna e Cervia; siccome ancora di pagare ad esso augusto per vecchie e nuove ragioni trecento mila ducati d'oro in varie rate, con altri patti che non importa di riferire. Nè si dee tacere che sul fine di novembre giunto a Bologna anche Federigo marchese di Mantova con nobile accompagnamento, fu molto ben veduto ed accarezzato dall'Augusto Carlo. Nel presente anno terminò l'Anonimo Padovano la sua Cronica, che manuscritta si conserva presso di me, nel cui fine sono le seguenti parole: Qui finiscono i ragionamenti domestici delle guerre d'Italia, cominciando dall'anno 1508 fino al 1529, esposti e narrati da chi s'è trovato presente al più delle sopradette faccende. Fu ad inchinare eziandio il pontefice e l'imperadore, Francesco Maria duca d'Urbino; e in considerazione de' Veneziani, dei quali era generale, ricevè buona accoglienza. Era allora la città, per altro assai grande, di Bologna sì piena di gran signori e di nobiltà forestiera, che sembrava una fiera continua, e si faceva alle pugna per ritrovare albergo. Gran solennità ivi fu fatta nel giorno del Natale del Signore, avendo i Bolognesi fabbricato un mirabil ponte di legno, per cui dal palazzo discese tutta quella gran corte alla basilica di San Petronio. Stabilissi poi nel dì 25 di dicembre una lega perpetua [Du-Mont, Corp. Diplomat.] per la sicurezza della tranquillità d'Italia fra papa Clemente VII, l'imperador Carlo V, Ferdinando re d Ungheria, la repubblica di Venezia e il duca di Milano, in cui furono ancora compresi il duca di Savoia, i marchesi di Monferrato e di Mantova, e lasciato luogo al duca di Ferrara di entrarvi, quando seguisse accordo fra il papa, l'imperadore e lui. Ma di questa tranquillità non godeva Firenze assediata, o piuttosto bloccata, dall'esercito imperiale e pontifizio, che, secondo l'uso delle [475] guerre, infiniti danni inferiva a quel distretto. Maggiormente poi crebbero i guai in quelle contrade, dacchè il pontefice, fattosi principalmente promotor della pace in Lombardia, acciocchè l'Augusto Carlo potesse con più vigore continuar la guerra contra di Firenze patria sua, ottenne che dallo stato di Milano passassero in Toscana circa otto mila cesarei, con venticinque pezzi d'artiglieria. Colà dunque si ridusse tutto il furor delle armi con quell'esito che diremo all'anno seguente.


   
Anno di Cristo MDXXX. Indizione III.
Clemente VII papa 8.
Carlo V imperadore 12.

Anche nel gennaio e febbraio dell'anno presente continuò papa Clemente coll'imperadore il suo soggiorno in Bologna, perchè la vicinanza sua e dell'Augusto monarca desse maggior calore all'impresa dell'assediata città di Firenze. Trovavansi i Fiorentini molto angustiati dalle armi nemiche, e ciò non ostante risoluti di difendere la lor libertà sino agli ultimi estremi. Inviati a Bologna i loro ambasciatori per tentare se potesse riuscir qualche accordo, non ottennero udienza dall'imperadore; e stando saldo il pontefice in volere ristabilita la maggioranza ed autorità precedente della casa de Medici in quella repubblica, al che abborriva troppo il presente governo di Firenze, se ne tornarono come erano venuti [Guicciardini. Nardi. Varchi. Segni. Ammirati. Giovio. Paulus de Clericis, in Annal. MSS.]. E perciocchè donno Ercole d'Este principe di Ferrara, da lor preso per generale, non potè, a cagion delle minaccie del papa, andare in persona ad esercitar quella carica, non lasciò per questo d'inviarvi in sua vece il conte Ercole Rangone colle sue milizie, da cui furono poi fatte molte azioni di valore. Nel dì 19 di gennaio diedero i Fiorentini il bastone del generalato a Malatesta Baglione, che avea fatto non pochi brogli per ottenerlo. [476] Era già formato il concerto che la coronazione desiderata da Carlo V si avesse a fare, secondo il rito, in Roma, e già era stabilita l'andata colà tanto di lui che del papa. Anzi si erano incamminati a questo fine colà, per disporre le cose, alcuni cardinali e prelati. Ma essendo supravvenuti dalla Germania gagliardi impulsi da Ferdinando re d'Ungheria, fratello dell'imperadore, che aspirava ad essere re de' Romani, e per altri urgenti bisogni di quelle parti, l'Augusto Carlo fece istanza di ricevere in Bologna le due corone: al che condiscese il papa. Nel giorno dunque 22 di febbraio nella cappella del palazzo pontifizio ricevette esso imperadore dalle mani del pontefice la corona ferrea, in segno d'essere re del regno longobardico ossia italico. Vien descritta essa corona, portata colà da Monza, non men dal Giovio che dal maestro delle cerimonie del papa presso il Rinaldi [Raynaldus, Annal. Eccl.], per un cerchio d'oro, largo più di cinque dita, con una lamina di ferro nel di dentro, per tenerla, a mio credere, forte, senza che alcuno sognasse allora quel ferro essere un chiodo della Passion del Signore, convertito e spianato in quella lamina. Nè alcun d'essi scrive, che si mostrasse alcun segno di venerazione a quella corona, come cento anni dopo immaginò il Ripamonti nella sua Storia di Milano. Poscia nella festa di San Mattia, a dì 24 d'esso mese, giorno in cui Carlo V era nato, e in cui fu fatto prigione sotto Pavia Francesco I re di Francia, si celebrò la solenne funzione nel vasto tempio di san Petronio della coronazion dell'imperadore, e v'intervennero fra gli altri Bonifazio marchese di Monferrato, Francesco Maria della Rovere duca d'Urbino, ed uno de' principi di Baviera. Ma sopra gli altri fu distinto ed onorato Carlo III duca di Savoia, venuto apposta con grandioso corteggio, per attestare all'augusto monarca suo cognato l'ossequio ed amor suo. Dal prelodato maestro di cerimonie e da altri si [477] vede descritta la coronazione suddetta, e massimamente da fra Paolo carmelitano, che vi era presente, e che ne' suoi Annali MSti la dipigne come cosa veramente magnifica. Eppure, secondo il Guicciardini, fatta fu con concorso grande, ma con picciola pompa e spesa: dopo la quale niun'altra più ne ha veduto l'Italia, giacchè gl'imperadori si sono messi in possesso di usar senza di essa il titolo e l'autorità degli Augusti. Solamente accadde in quella gran funzione che due braccia del ponte sopraccennato, per cui si andava dal palazzo a San Petronio, appena passato l'imperadore si ruppero colla morte di molti della plebe. Nel dì 2 di marzo [Annali MSti di Ferrara.] arrivò a Ferrara Beatrice duchessa di Savoia, che passava a Bologna per visitar l'imperadore suo cognato, dal quale ricevè dipoi molte finezze ed onori.

Avea desiderato Alfonso duca di Ferrara d'intervenire anch'egli alla solennità della coronazione; ma non si potè piegare la testa cocciuta di papa Clemente a permetterlo. Tuttavia, perchè premea forte all'augusto Carlo di non lasciar viva la discordia del pontefice con quel principe suo vassallo, affinchè questa non turbasse la quiete d'Italia, ricusò di partir da Bologna senza avervi provveduto. Vi fu bisogno di tutta la sua pazienza per ismuovere il duro papa. Tanto nondimeno fece, che nel dì 2 di marzo ottenne salvocondotto, acciocchè il duca potesse venire a Bologna. Disputossi un pezzo intorno alle indebite pretensioni del pontefice sopra Modena Reggio, Rubiera e Cotignola. Finalmente nel dì 21 marzo fu conchiuso che si rimettesse all'imperadore il conoscere per compromesso le lor differenze, e che intanto le stesse città e terre si mettessero in deposito in mano di lui, ossia de' suoi ministri. A questo difficilmente condiscese il duca, e massimamente perchè si volle compresa in esso compromesso anche Ferrara. All'incontro, facilmente il papa vi si accordò, [478] dacchè nel trattato di Barcellona s'era Cesare obbligato di aiutare il papa a ricuperar que' luoghi; ed inoltre segretamente convenne con lui che, in caso di conoscere più forti le ragioni estensi, non pronunziasse laudo alcuno, ma che lasciasse, come prima, imbrogliate le carte: il che se facesse conoscere il papa amatore del giusto, non io, ma altri lo deciderà. Furono eseguite le condizioni di quello accordo; dopo di che l'Augusto Carlo si avviò per Modena alla volta di Mantova, dove fu accolto con gran magnificenza dal marchese Federigo Gonzaga signore di quella città, il quale, in tal congiuntura, a dì 25 di marzo ottenne per la prima volta il titolo di duca da quel benignissimo sovrano. Ed allora fu che esso imperadore diede al duca Alfonso l'investitura di Carpi, con ricavarne cento mila ducati d'oro, de' quali ne toccò subito sessanta mila. Ventilata poi con ismisurati processi la controversia fra il papa e il duca di Ferrara, e fatta ben esaminar dall'imperadore, egli nel dì 21 di dicembre dell'anno presente, mentre era in Colonia, proferì il suo laudo favorevole al duca Alfonso, ma con pubblicarlo solamente nell'anno seguente 1531. Giunse a Ferrara nel dì ultimo di settembre con due bucentori e trenta barche Francesco Sforza duca di Milano, accompagnato dagli ambasciatori del papa, della Francia e di Venezia; e solamente nel dì 19 di ottobre passò a Venezia, dove si portò anche il duca di Ferrara per trattare dei comuni interessi.

Seguitava intanto con più fervore che mai la guerra in Toscana contro Firenze. Non mancava gente che scusava e compativa papa Clemente, autore di essa, per le troppe ingiurie, villanie e danni fatti da' Fiorentini a lui e alla casa de Medici. Ma senza paragone più erano, e soprattutto in Firenze, coloro che il maledicevano, per vederlo sì accanito contro la propria patria, e cagione della desolazion di tante terre e ville del distretto fiorentino, imputandogli a peccato [479] ed infamia l'impiegar tanti tesori della Chiesa romana per mantener eserciti e manigoldi in rovina di tanti innocenti. E tanto maggiormente ancora, perchè tenevano per ingiustissime le sue pretensioni, non negando i Fiorentini di ricevere i Medici come cittadini: laddove questi vi voleano comandar da signori; e l'averlo fatto in addietro, siccome usurpazione, punto non serviva a giustificar la pretensione dell'avvenire. Però il chiamavano un nuovo Giulio Cesare, e tiranno, tanto più detestabile, perchè si serviva della religione, cioè delle rendite della Chiesa, per soddisfare ai suoi privati mondani appetiti. Ma siffatte mormorazioni nulla di più producevano che l'abbaiar de' cani alla luna. Continuava il furor della guerra, lo spargimento del sangue, la distruzion del paese; perciocchè se di grandi prodezze vi fece l'armata pontificia ed imperiale, non con minore bravura per dieci mesi si difesero e sostennero i Fiorentini, sempre sperando che succedessero de' miracoli o de' casi impensati, o che, per mancanza di paghe, si avessero a disciogliere le forze nemiche. A me converrebbe empiere molte carte, se volessi riferir tutte le scaramuccie e fatti d'armi succeduti in così lungo ed ostinato assedio. Ma basterà solamente accennare che nel dì 2 d'agosto a Cavinana seguì una fiera battaglia fra le genti de' Fiorentini comandate da Francesco Ferruccio, valente condottier d'armi, e buona parte dell'esercito cesareo, a cui intervenne il generale, cioè lo stesso principe d'Oranges. La vittoria si dichiarò per gl'imperiali, e vi rimasero estinti o sul campo, o di poi per le ferite, circa due mila e cinquecento Fiorentini, fra' quali lo stesso Ferruccio, barbaramente ucciso da Fabrizio Maramaldo dopo la resa. Molto nondimeno costò ai vincitori quel fatto, perchè anche lo stesso Filiberto principe d'Oranges lasciò ivi la vita per un colpo di archibusata, facendo quel fine che toccò a tanti altri masnadieri intervenuti al lagrimevol [480] sacco di Roma. Ora questo svantaggioso fatto, la mancanza oramai divenuta estrema delle vettovaglie, e il timore che la città restasse esposta al sacco, misero il cervello a partito de' Fiorentini, concorrendovi ancora le focose esortazioni di Malatesta Baglione lor generale, che si mostrò preso da compassione verso la pericolante città, ma più verisimilmente spinto da segrete intelligenze con papa Clemente. Videsi poscia che con licenza d'esso pontefice se ne tornò il Baglione liberamente a Perugia sua patria a goder de' suoi beni patrimoniali, per tacer d'altre ragioni rapportate dal Varchi. Spedirono dunque i Fiorentini i loro ambasciatori a don Ferrante Gonzaga fratello del duca di Mantova, in cui dopo la morte dell'Oranges era caduto il comando dell'esercito imperiale, e nel dì 12 d'agosto si conchiuse l'accordo, rapportato da Jacopo Nardi, dal Varchi e da altri scrittori; del quale altro non accennerò io, se non che fu rimesso allo imperadore di regolar fra quattro mesi la forma del governo di Firenze, benchè vi si dica ancora che tal regolamento avea da dipendere dal papa. Obbligaronsi i Fiorentini di pagare all'armata cesarea ottanta mila ducati d'oro, dopo avere spesi più milioni in questa guerra, e patite incredibili desolazioni ne' loro Stati. Appresso fu formato in Firenze un nuovo magistrato, tutto di parziali della casa de Medici, che poco tardarono a far uscire di vita sei de' principali difensori della libertà, e a confinare altri non pochi, e fecero disarmare il popolo. Se ne andò anche Malatesta Baglione, ma con lasciar in Firenze il nome di traditore; sopra che è da vedere il Varchi. Pagato che fu il danaro pattuito, restò libero dal divoratore esercito quel sì maltrattato paese, a riserva del presidio mandato a Firenze. Uscì poscia nel dì 28 d'ottobre di questo anno un solenne decreto dell'imperadore [Du-Mont, Corps Diplomat.], in cui dichiarò capo della repubblica fiorentina Alessandro de Medici [481] (a cui il papa avea comperato il titolo di duca della città di Penna), e i di lui figli e discendenti, e, in mancanza di essi, uno della casa de Medici. Stranamente si dolsero dipoi, ma in segreto, i Fiorentini di siffatta decisione o investitura, come quella che chiaramente stabiliva l'autorità cesarea sopra Firenze e sopra il suo Stato, che per tanti anni addietro non era stata ivi esercitata nè riconosciuta. Ed ha ben saputo prevalersene a' dì nostri la corte imperiale, per disporre a sua voglia dell'ameno paese della Toscana. Questo bel servigio fece papa Clemente VII alla patria sua; laonde sempre più si lagnò quel popolo dell'avversa fortuna, costretto a fare il latino con tanti svantaggi e danni, i quali per la maggior parte avrebbe risparmiato, se si fosse indotto a farlo prima della guerra.

Quanto a papa Clemente, dappoichè fu partito da Bologna l'Augusto Carlo, anch'egli nell'ultimo giorno di marzo si inviò alla volta di Roma, dove pervenne nel dì 9 d'aprile. Per tutto il tempo che durò l'assedio di Firenze, gran battaglia fecero nel di lui cuore l'ansietà di vincere quella pugna, il timore che la lunghezza o altro sconcerto guastasse l'impresa; oltre alle tante cure per somministrar somme immense di danaro, e un batticuore continuo che Firenze presa andasse a sacco. Gli sopravvenne poi un'incredibil gioia, allorchè intese terminata con pacifico accordo la tragedia, e nella forma ch'egli appunto sospirava. Poco nondimeno tardò a cangiar le sue allegrie in una somma afflizione pel nuovo flagello che nel presente anno si scaricò addosso alla tanto battuta città di Roma, che appena cominciando a respirare dai gravissimi guai del sacco, si trovò immersa in un'altra non minore sciagura. Era ito il pontefice a diporto ad Ostia nell'autunno di quest'anno, quando eccoti aprirsi, per così dire, le cateratte del cielo, e cadere per più giorni una sì dirotta e continua pioggia, che i fiumi tutti in quelle parti, e specialmente il [482] Tevere, sopra modo gonfiati, traboccarono fuori dal letto loro. A riserva di pochi luoghi, ne restò inondata tutta Roma, e con tale altezza d'acqua, che assaissime persone ivi perderono la vita, vi rovinarono molti pubblici e privati edifizii, s'empirono di acqua tutti i sotterranei, tutti i fondachi e le botteghe, con perdita d'innumerabili merci, vettovaglie e bestiami. Memoria non v'era che tanti danni avesse mai recato l'escrescenza del Tevere, sicchè fu creduta la gran perdita, che allora avvenne, non inferiore alla precedente del sacco di Roma. Trovandosi allora, come dicemmo, il papa in sito, dove non potea ricevere, per cagion di questo diluvio, gli alimenti, prese il partito di ritirarsi a Roma; e con gran pericolo suo e di tutta la sua corte cavalcando, sempre coll'acqua alla pancia de' cavalli, pervenne alla città. Ma volendo passare al palazzo pontifizio, trovò tutti i ponti o fracassati (fra i quali quel di Sisto) oppure coperti d'acqua; nè parimenti restandogli maniera di entrare in castello Sant'Angelo, fu necessitato a ricoverarsi a monte Cavallo a Sant'Agata, finchè tornassero le acque al consueto lor letto. Vi tornarono ben esse, ma il lezzo e puzzo lasciato in tanti siti sotterranei, si tirò poi dietro una gran pestilenza, cioè mali sopra mali. Poco nondimeno profittò di siffatti avvisi il pontefice, e lasciando piagnere chi volea, continuò i suoi disegni politici pel sempre maggiore ingrandimento e lustro di sua casa. Io non so come questa fiera inondazione venga rapportata nel novembre dell'anno seguente nella Storia del Segni. Sarà un errore di stampa. Il Surio, fra Paolo carmelitano ed altri ne parlano all'anno presente. Il Varchi la mette nei primi giorni d'ottobre, e con lui vanno d'accordo gli Annali manuscritti di Ferrara. E tal notizia vien poi messa fuor di dubbio dalle memorie in marmo esistenti in Roma, e riferite da Andrea Vettorelli. Nè si dee omettere che nel marzo di quest'anno l'Augusto Carlo investì [483] delle isole di Malta e del Gozo l'inclita religione de' cavalieri gerosolimitani dello Spedale, dinanzi chiamati i cavalieri di Rodi, e i quali ne presero il possesso, con formar ivi uno inespugnabil baluardo in difesa del nome cristiano contra de' Turchi e Mori. Lo strumento imperiale si vede dato in Castelfranco nel dì 24 di marzo. Come ciò sia, lascerò che altri lo insegni, potendosi di qui argomentare che Cesare in quel giorno, e non già nel dì 22, si movesse da Bologna. Ma il dì 22 è assai specificato nel Diario riferito dal Rinaldi, e nel dì 25 l'imperadore si trovava in Mantova. Anche gli Annali manuscritti di Ferrara ci assicurano ch'egli si partì da Bologna nel dì 22 di marzo.


   
Anno di Cristo MDXXXI. Indizione IV.
Clemente VII papa 9.
Carlo V imperadore 13.

Malveduta era dai sovrani dell'Europa l'unione in Carlo V della dignità imperiale colla potente monarchia di Spagna. Oltracciò, i Tedeschi, allorchè esso Augusto dimorava in Ispagna, mormoravano per tanta di lui lontananza; e un'egual sinfonia s'udiva fra gli Spagnuoli, quand'egli si tratteneva in Germania. Il perchè egli prese la risoluzion di quetare in qualche maniera le gelosie e doglianze altrui, col far conoscere non durevole l'unione di quelle due monarchie. Adunque nel dì 5 di gennaio del presente anno in Colonia col consenso degli elettori dichiarò re de' Romani Ferdinando suo fratello, re d'Ungheria e Boemia, il quale poscia nel dì 11 d'esso mese fu solennemente coronato in Francoforte. Benchè avesse l'Augusto Carlo proferito nell'anno precedente il suo laudo intorno alle differenze del papa col duca di Ferrara, pure per varii riguardi, cioè per le segrete mine dei ministri pontifizii, ne andò differendo la pubblicazione. Seguì finalmente questa nel dì 21 d'aprile dell'anno presente, in cui [484] furono dichiarate nulle le pretensioni romane sopra Modena, Reggio e Rubiera, terre chiaramente appartenenti al sacro romano imperio, e non già porzioni dell'esarcato di Ravenna, come contro la chiara verità allora si pretendeva; e ne fu confermato il dominio al duca Alfonso suddetto. Venne anche obbligato il papa a dargli l'investitura del ducato di Ferrara, come Stato spettante alla Chiesa romana. In esso laudo essendo stato condannato il duca a pagare cento mila ducati d'oro alla camera apostolica, non tardò egli a spedire a Roma i suoi ministri coll'esibizion di danaro. Ma Clemente, a cui non dovea parer giusto se non quello ch'era conforme a' suoi desiderii, non solamente rifiutò quell'oro, ma neppure volle accettare il laudo. Troppo a lui scottava il restar separate dallo Stato ecclesiastico le città di Parma e Piacenza; e tanto più se fosse vero ch'egli meditasse di fare un dono di tutte quelle città alla sua famiglia. Confessa il Giovio che per tal cagione il papa, per altro gran simulatore, non sapea nascondere il suo sdegno contro di Cesare, e che si andava lisciando la barba ora coll'una, ora coll'altra mano, allorchè tornava in campo questo laudo, assai mostrando la voglia di vendicarsene, quando avesse potuto. E certamente da lì innanzi parve assai rivolto il suo cuore ai Franzesi, con fare nondimeno tutto il possibile, perchè l'imperadore non restituisse Modena al duca. Ma, informato esso Augusto come per parte d'esso principe era stato soddisfatto al dovere coll'esibito pagamento, nel dì 12 di ottobre fece rilasciare al duca Alfonso il possesso d'essa città e di Reggio, con restar vive le amarezze dell'ostinato papa contra di questo principe, il quale fu sempre da lì innanzi costretto a star con somma vigilanza, e a tener buoni presidii, per guardarsi dalle già sperimentate insidie de' ministri pontifizii.

Per attestato di Gasparo Hedione [Hedione, nelle Giunte alla Storia del Sabellico.], [485] avea nell'anno precedente Carlo III duca di Savoia, principe di gran senno e valore, assediata la città di Ginevra, divenuta fin d'allora, e molto più poi, nido di eresiarchi. Seco era copiosa nobiltà, e il vescovo di essa città, che n'era stato cacciato. Sotto vi stette quasi un anno; ma essendo venuti in soccorso dei Ginevrini i cantoni svizzeri di Berna, Friburgo e Zurigo, fu necessitato esso duca a far pace. Per quanto si ricava dal Rinaldi [Raynaldus, Annal. Eccles.] all'anno presente, avea il papa conceduto al prelodato duca Carlo per questo bisogno non solamente le decime degli ecclesiastici, ma anche di potersi valere delle argenterie delle chiese. Ed essendochè in quest'anno lo stesso principe era minacciato di guerra dai cantoni eretici, s'interessò il papa alla difesa, promettendogli soccorso di danaro, e scrivendo ai potentati cattolici, per trarli in aiuto di lui. Il Guichenone, storico il più accreditato della real casa di Savoia, lasciò nella penna sì fatti avvenimenti. Già dicemmo che fra tanti pensieri di papa Clemente teneva il primato quello dell'innalzamento e della sicurezza della sua famiglia. Al nuovo ascendente di essa perchè potea pregiudicare la nimicizia dei Senesi, operò egli colle forze degli Spagnuoli, che colà si introducesse un governo favorevole alle sue voglie. Con ordini segreti ancora comandò ai Fiorentini di mandare un'ambasceria in Fiandra, per supplicare l'imperadore d'inviare al governo del loro Stato il duca Alessandro de Medici, tuttavia dimorante in quella corte, e destinato genero d'esso Augusto colla promessa di Margherita sua figlia naturale, di età non per anche nubile. Se di buona voglia il popolo fiorentino ubbidisse, nol saprei dire. Furono benignamente bensì esauditi da quel monarca. Venne dunque Alessandro, e nel dì 5 di luglio entrò in Firenze, accolto coi festosi suoni delle bombarde, e andò a riposare nel palazzo de' Medici. Seco era Giovanni Antonio Mussetola ambasciatore [486] cesareo, il quale nel dì seguente nella gran sala sfoderò il decreto imperiale in favor del duca Alessandro, con intonare all'assemblea de' magistrati, che quanto di male non avea fatto nè facea l'invittissimo Carlo a Firenze, e quanti privilegii lasciava al loro popolo, tutto doveano riconoscere dal medesimo Alessandro, il quale aveva trovata tanta grazia negli occhi dell'Augusto sovrano. Letta fu la dichiarazione o diploma, ed accettata con giuramento da tutti, e successivamente si fecero fuochi ed altri segni di giubilo per tutta la città. Ma perciocchè tanto in esso diploma, quanto nella concione del Mussetola, non s'udì mai il nome di libertà, per concerto fatto col papa, perciò si guardavano l'un l'altro in volto i Fiorentini. Molti v'erano, a' quali cadeano lagrime d'allegrezza, perchè scorgeano trovato un ripiego, per quetare e frenar le discordie di quel popolo, stato sempre involto in gare e sedizioni in addietro. Ma i più spargevano lagrime di rabbia, al mirare in quel dì spenta la loro antica libertà. Convenne poi nel seguente ottobre inviare oratori all'imperadore per ringraziarlo dell'incomparabil dono loro fatto nel dare per capo alla repubblica un sì singolar personaggio, come era il duca Alessandro. Dove terminasse poi questo titolo di capo, lo vedremo all'anno seguente. Era in questi tempi marchese di Monferrato Bonifazio figlio di Guglielmo, giovane di grande aspettazione, specialmente addestrato in tutti le arti cavalleresche. Andando egli un giorno a caccia sopra un generoso cavallo, a tutta carriera seguitava non so qual fiera. Cadde il cavallo, e con tal empito balzò di sella l'infelice principe, che si ruppe il collo, e restò morto sulla terra. Gran pianto fu per questo fra i sudditi suoi, che lo amavano a dismisura. Dovette scartabellar poco il conte Loschi, allorchè scrisse che questo principe era morto nel 1518, correndo colla lancia all'incontro di un altro di pari età sopra un feroce corsiero. Vivea [487] allora Gian-Giorgio suo zio paterno, che portava l'abito ecclesiastico, godendo una pingue abbazia, non so se di Bremide o di Lucedio. Rinunziò quel benefizio, ed assunse il governo di Monferrato. Restavano tuttavia in quella nobilissima famiglia due principesse figlie del marchese Guglielmo, e sorelle del defunto Bonifazio, cioè Margherita ed Anna. Tanti maneggi fece Federigo duca di Mantova, che gli riuscì in quest'anno di ottenere in moglie la prima. Con gran solennità si celebrarono quelle nozze in Casale di Sant'Evasio; maggiori poi furono le feste in Mantova, allorchè vi comparve questa principessa, da cui quanto bene riportasse la casa Gonzaga, non istaremo molto a vederlo.


   
Anno di Cristo MDXXXII. Indizione V.
Clemente VII papa 10.
Carlo V imperadore 14.

Terribili movimenti di guerra furono nell'anno presente fuori d'Italia, nè io mi fermerò a descriverli, siccome avventure non appartenenti all'assunto mio. Solamente dunque accennerò che Solimano, gran sultano de' Turchi, avea allestito un potentissimo esercito, per invadere il resto dell'Ungheria, e vendicarsi dell'affronto sofferto, allorchè fu obbligato a sciogliere l'assedio di Vienna. Fama correa ch'egli conducesse in campo cinquecento mila combattenti. Di grandi iperboli forma la fama, ed anche la storia, allorchè si tratta d'eserciti barbarici. Carlo Augusto e Ferdinando suo fratello, re de' Romani, d'Ungheria e di Boemia, raunarono anch'essi delle grandi forze per opporsi ai Barbari di lui disegni. Per conto anche dell'Italia furono colà spediti soccorsi. Fu chiamato per assumere il comando di quel possente esercito Antonio da Leva, quel condottiere che, quantunque sì mal concio per la podagra, tanti segni di prudenza militare avea dato in Italia nelle precedenti guerre. Seco andò ancora il [488] conte Guido Rangone, già passato al servigio di Cesare, ed amendue si applicarono a ben provveder di difesa la città di Vienna, minacciata di nuovo dal tiranno d'Oriente. Dopo due giorni pervennero colà Gabriello Martinengo generale dell'artiglieria, Alfonso marchese del Vasto generale della fanteria, Pietro Maria de' Rossi conte di San Secondo, Fabrizio Maramaldo, Filippo Torniello, Giam-Batista Castaldo, Marzio e Pietro Colonnesi, e finalmente don Ferrante Gonzaga generale della cavalleria leggera, con altri capitani, conducendo tutti delle truppe spagnuole od italiane. Anche il duca di Ferrara vi mandò due compagnie di cavalli leggieri. Colà similmente fu inviato dal papa Ippolito cardinale de Medici, giovane bizzarro, più voglioso di comandare ad eserciti, che di portar la porpora, con trecento archibusieri e molta nobiltà italiana. All'avviso di sì florido apparato d'armi cristiane, Solimano, che s'era già inoltrato perfino nelle attinenze dell'Austria, credette più sano consiglio non solo il non procedere innanzi, ma il ritirarsi; e benchè seguissero alcuni incontri, niun di essi fu di molto rilievo. Spettacolo non di meno degno di gran compassione, fu lo avere il Barbaro condotti seco a Belgrado circa trenta mila contadini ungheri in ischiavitù. Fu inviato il prode Andrea Doria, ammiraglio imperiale, colla sua flotta in Levante a danneggiare i Turchi, e gli riuscì di prendere a forza d'armi le città di Corone e di Patrasso, e di spargere un gran terrore per tutte quelle contrade. Cessata dunque la apprensione tanto in Germania che in Italia delle minaccie turchesche, l'Augusto Carlo, ritenuti solamente i necessarii presidii, licenziò le restanti milizie, e si preparò per calar di nuovo in Italia.

Le mire di esso imperadore erano di tornare ad imbarcarsi a Genova, per indi passare in Ispagna. Ma, non essendogli ignoto il mal animo dei re di Francia e d'Inghilterra contra di lui, con aver [489] eglino infin trattato di muovergli guerra, allorchè speravano di vederlo impegnato col Turco, propose per tempo un abboccamento con papa Clemente, affin di stabilire una lega in Italia, capace di assicurare lo Stato di Milano da ogni tentativo de' Franzesi. Allorchè giunse l'Augusto monarca a Conegliano nel Friuli, fu a ricordargli l'ossequio suo Alfonso duca di Ferrara, accompagnato da ducento cavalli. Arrivò poi la maestà sua nel dì 7 di novembre a Mantova, dove per molti giorni si fermò, onorata con tornei, danze, caccie ed altri divertimenti dal duca Federigo. Ivi creò poeta Lodovico Ariosto. Avea egli forse bisogno di quella carta per esser tale? Circa questi tempi venne fatto al pontefice d'insignorirsi con inganno della città d'Ancona. S'era quel popolo da gran tempo sottratto all'ubbidienza da' papi, e si reggeva a repubblica. Finse Clemente VII dei disegni di Solimano contra di essa città, e indusse quella cittadinanza a fabbricare un forte bastione alla porta di Sinigaglia. Ciò fatto, spedì loro avviso che infallibilmente era per iscaricarsi addosso a loro un grosso nembo di Turchi, e mandò ad essi in aiuto Luigi Gonzaga, detto Rodomonte, con trecento fanti. Buonamente riceverono gli Anconitani questo soccorso. Ma una notte il Gonzaga, impadronitosi della porta e del bastione, introdusse altri capitani ed altra gente, di modo che fatti prigioni i pubblici rettori, e tagliata la testa a sei di essi, tornò quella città sotto il dominio della Chiesa romana. Furono poi spogliati dell'armi que' cittadini, e il papa ordinò che si fabbricasse una fortezza nel monte di San Ciriaco. Essendo giù calato in Italia l'imperadore, secondo il concerto papa Clemente nel dì 18 di novembre si mise in viaggio alla volta di Bologna, dove arrivò nel dì 8 di dicembre. A quella città giunse dipoi Carlo V, dopo essere stato a Modena, dove dal duca di Ferrara avea ricevuto uno splendido trattamento. Seco era Alessandro [490] de Medici, ito già ad inchinarlo in Mantova. Il Panvinio, che scrisse andato parimente il papa a visitar l'imperadore in Mantova, non ben esaminò questa partita. Grande onore fu fatto a Cesare da' Bolognesi e dalla corte del papa. Nel dì 19 del mese suddetto pervenne per Po a Ferrara Francesco Sforza duca di Milano insieme col duca d'Albania, e dopo qualche giorno passò anch'egli a Bologna, per intervenire ai negoziati che ivi si aveano a tenere, e si pubblicarono solamente nell'anno seguente.

Quanto alle cose di Firenze, tuttochè quel popolo conoscesse come estinto lo antico suo libero governo, pure fin qui se n'era conservata qualche apparenza colla creazione de' magistrati. Ma il pontefice, che volea fissare il chiodo alla grandezza e sicurezza della sua casa, attese in quest'anno a stabilir sodamente il principato assoluto del duca Alessandro in quella città. Nè gli mancavano adulatori e parziali, e di coloro eziandio che giudicavano con buona intenzione essere ciò il meglio per un popolo sempre sedizioso e quasi diviso ne' tempi addietro ed amante di novità. Fu dunque creato un magistrato, in cui spezialmente ebbero autorità Francesco Guicciardini lo storico e Braccio Valori, bene informati de' voleri del papa; e questi decretarono che da lì innanzi cessasse il nome della signoria, e che Alessandro de Medici fosse fatto duca della repubblica, con autorità piena, quanto si può dare ad un principe, per succedere in questo grado anche i suoi figli e discendenti legittimi. E, mancando questi, passasse il governo nella stirpe di Lorenzo di Pier Francesco de Medici. Perciò nel dì primo di maggio ad Alessandro fu dato il grado di signore, di duca e di assoluto principe, con pubblica solennità, fra i viva del popolo e col rimbombo delle artiglierie, le quali senza palle ferivano il cuore di chiunque deplorava la perdita dell'antica libertà. Così fecero gli antichi Romani, allorchè la lor signoria passò in [491] mano di Cesare e d'Augusto; e, ad imitazion loro, anche i Fiorentini si andarono accomodando al giogo imposto ad essi dall'altrui violenza. Formò il duca Alessandro da lì innanzi una guardia di mille soldati per sua sicurezza. Fu anche disegnata una fortezza per tenere in freno quel popolo, a cui già erano state tolte le armi. Per attestato del Giovio, immaginò più d'uno che se i Veneziani avessero voluto congiungere la loro armata navale, consistente in sessanta galee, con quella di Andrea Doria, composta di quarantotto galee e di trentacinque navi da trasporto, sarebbe stato agevole non solo il rompere la flotta turchesca, in cui si contavano settanta galee mal provvedute di milizie e di attrezzi, ma anche il conquistare la città di Costantinopoli. E ciò perchè il Doria, oltre alle sopraddette conquiste, s'era anche impadronito delle fortezze dei Dardanelli, e Solimano avea lasciata Costantinopoli spogliata di ogni presidio. Ma costa pur poco il far dei castelli in aria. I Veneziani, molto ben persuasi che i giuramenti e la fede si debbono mantenere anche agl'infedeli e barbari stessi, stettero saldi in voler osservare i capitoli della pace tanti anni prima stabilita col Turco.

Dacchè saltò fuori l'eresia di Lutero, che aprì il varco a tante altre eresie nel Settentrione, con uno scisma il più deplorabile che mai abbia patito la Chiesa di Dio, tutti i buoni cominciarono a desiderare un concilio generale che riformasse i gravi abusi introdotti nella stessa Chiesa. Specialmente se ne faceva istanza in Germania, con rappresentare i molti aggravii, de' quali si doleva forte la loro nazione. Ne faceano istanza anche i protestanti, ma con condizioni disconvenevoli all'autorità della Chiesa cattolica. Egli è ben lecito il credere, che se di buona ora si fosse convocato, secondo il costume inveterato della religion cristiana, un sì fatto concilio, e si fosse provveduto a' tanti disordini che allora correano, e a' quali rimediò poscia il troppo tardi, [492] ma pure una volta raunato, concilio di Trento, non sarebbe stato sì grande lo squarcio della religione che tuttavia sussiste. Papa Leone X applicato alle guerre, nulla ne fece. Se avesse goduto più lunga vita il buon papa Adriano VI, l'avrebbe fatto. Succeduto a lui Clemente VII, fu distratto anch'egli dalle sue politiche e guerriere applicazioni; e quantunque l'Augusto Carlo V ne facesse più istanze, e massimamente in quest'anno col medesimo papa in Bologna, pure nulla mai si conchiuse. Pensano il Guicciardini ed altri che Clemente vi abborrisse per timore che ne scapitasse la corte romana, e che troppo si venisse a tagliare; e quando anche consentiva, proponeva di tenere esso concilio in Roma, o Bologna, o Piacenza, città del suo dominio, acciocchè sempre restasse a lui la briglia in mano. Ma ch'egli non nutrisse questa avversione, e che s'interponessero varie altre difficoltà alla convenzion d'esso concilio, si può vedere nella celebre Storia del concilio di Trento, composta dal cardinale Pallavicino. Comunque fosse, certo è che, vivente esso pontefice, il concilio generale restò confinato ne' soli desiderii di chi compiagnea le piaghe della religione e della Chiesa, e che a man salva seguitarono, anzi crebbero, i precedenti sconcerti in danno della religione cristiana.

In questo medesimo anno sul fine di agosto seguì un grave scandalo in Parma. Gran tempo era che gli ecclesiastici per quasi tutte le provincie erano caricati di decime: gravezze giuste, allorchè si trattava di adoperare il danaro in difesa della cristianità contra de' Turchi o degli eretici; ma non già tali, qualora avea da servire l'aggravio del clero alle guerre private de' papi e de' monarchi cristiani. Davasi poi in appalto la riscossione di queste decime a varie persone, le quali, volendo anch'esse profittare, usavano rigori eccessivi, con esigere ancora i frutti delle decime non pagate. Informato dunque Vincenzo Cavina, canonico imolese, [493] e commissario del papa, che a' suoi coadiutori in Parma era stato impedito l'attaccare i cedoloni al duomo per l'esazion delle decime di due anni, e di tutti i frutti, se n'andò tutto in collera a quella città. Ma, in voler esporre essi cedoloni, saltarono fuori i preti, e con esso loro si unì il popolo. Essendo egli fuggito nel palazzo, fu gittata a terra la porta, e il misero a furia di popolo restò da tante ferite trucidato, che non appariva in lui forma d'uomo. Egli è da credere che per tale eccesso fosse posto a Parma l'interdetto, siccome nel dì 17 d'ottobre del 1530 il papa l'avea posto in Ferrara, perchè renitente era il clero a pagar le decime, gastigando in questa maniera gli innocenti secolari per li mancamenti dei cherici. In Modena poi nello stesso anno nel dì 3 di marzo predicando fra Francesco da Castelcaro de' Minori osservanti nel duomo, pubblicò un breve, scritto dal Signor nostro Gesù Cristo a tutti i Cristiani: Datum in paradiso terrestri, a creationis mundi die sexto, pontificatus nostri anno aeterno, confirmatum et sigillatum die Parasceves in montes Calvariae, ec. In questo breve il Signore approva e conferma con autorità divina la regola di essi frati minori osservanti, conchiudendo infine colla seguente clausola: Nulli ergo omnino hominum liceat hanc paginam nostrae confirmationis, ec. Tommasino Lancilotto ebbe la fortuna d'impetrar copia di questo mirabil breve da quel buon religioso, e come una gemma l'inserì nel suo Diario manuscritto della città di Modena. O tempora! o mores!


   
Anno di Cristo MDXXXIII. Indizione VI.
Clemente VII papa 11.
Carlo V imperadore 15.

Mentre si trattenevano nel verno di quest'anno in Bologna papa Clemente e l'Augusto Carlo, continui ragionamenti e congressi seguirono fra loro. Tre principalmente furono i punti che si dibatterono: [494] cioè quello del concilio, intorno al quale altro io non intendo di parlare. Il secondo era che, sapendo l'imperadore come il pontefice avea de' segreti maneggi per collocare Caterina de Medici, figlia legittima di Lorenzo de Medici il giovane, già duca d'Urbino, nè piacendogli questo attaccamento del pontefice alla corona di Francia, per sospetto che, in occasione del progettato matrimonio, si manipolasse qualche trama in favor de' Franzesi e in danno de' suoi Stati in Italia; gran premura fece perchè Caterina si desse per moglie a Francesco Sforza duca di Milano. Ma s'andò sempre schermendo il papa, in guisa che rimasero vane le batterie di Cesare sopra questo punto. Il terzo e più importante era di formare una lega in Italia, per assicurarsi che niuna potenza straniera ne turbasse la quiete, e che specialmente non fosse molestata Genova, nè il duca di Milano. Furono invitati a questa lega i Veneziani; ma concorsero in loro delle ragioni di non far nuove leghe, esibendosi di mantener le vecchie. Anche al duca di Ferrara furono fatte somiglianti istanze; ed egli opponeva, che avendo il pontefice rigettata ogni concordia con lui, era obbligato a tener buoni presidii per difendere il proprio, senza poter pensare a spendere per la difesa altrui. Fece quanto potè l'imperadore per troncare la discordia suddetta; ma avea che fare con un pontefice che solamente s'induceva a perdonare a chi era più potente di lui. Però altro non potè carpire da papa Clemente se non la promessa di non offendere il duca per diciotto mesi avvenire. Pertanto si conchiuse la lega suddetta fra il pontefice, l'imperador Carlo, Ferdinando re de' Romani, il duca di Milano, il duca di Ferrara, Genovesi, Sanesi e Lucchesi; e a tutti proporzionatamente venne assegnata la quota della contribuzione, per mantenere un esercito, di cui fosse capitan generale Antonio da Leva. Compresi furono in essa anche il duca di Savoia e quel di Mantova, e tacitamente ancora i [495] Fiorentini. Fu poi essa solennemente pubblicata nella festa di San Mattia di febbraio.

Ebbe Clemente VII la consolazione in questi tempi di veder comparire in Bologna un'ambasciata di Giovanni re di Portogallo, che gli portò anche una lettera del re di Etiopia, appellato Davide, il quale mostrava desiderio di unire quella vasta cristianità meridionale alla Chiesa romana. A nome d'esso re venne anche Francesco Alvarez prete portoghese, quel medesimo di cui abbiamo una gustosa Relazione de' paesi e costumi di que' popoli cristiani, che oggidì niuna comunicazione hanno cogli Europei, perchè stretti dai Turchi, dai Gallani e da altri infedeli. Era creduto allora che il prete Janni, mentovato da Marco Polo, altro non fosse che il suddetto re dell'Etiopia. Le lettere d'esso re David, della regina moglie e del principe figlio, siccome ancora l'ubbidienza da essi prestata al romano pontefice, si leggono negli Annali Ecclesiastici del Rinaldi. Ma così bell'apparato andò poi a finire in nulla; e a' nostri tempi non solo unione alcuna non passa fra la Chiesa romana e quei cristiani, macchiati di qualche eresia, ma v'ha pubblica nemicizia. Terminati i sopraddetti affari l'Augusto Carlo V, nell'ultimo giorno di febbraio, prese congedo dal papa, e s'inviò a Pavia, dove giunto, si fermò alcuni giorni con Antonio da Leva. Di là passato a Genova, ed imbarcatosi sulle galee di Andrea Doria, fece poi vela alla volta di Spagna, portando seco de' non lievi sospetti dell'animo del papa verso di sè. Nel dì 10 di marzo anche il pontefice mosso da Bologna, per la Romagna e Marca si trasferì a Roma. Già si è detto che l'amore del nepotismo era il mobile principale nel cuor di questo politico pontefice. L'ingrandimento procurato al duca Alessandro suo nipote, colla depression della repubblica fiorentina, non pareva a lui durevole. Per ben assicurarlo avea già ricavata parola da Cesare che sarebbe [496] data in moglie ad Alessandro Margherita figlia naturale di esso Augusto, la quale appunto in quest'anno, essendo in età di dodici anni, fu mandata da Carlo suo padre a Napoli, per essere educata dalla moglie di don Francesco di Toledo vicerè, e passando per Firenze, vi si fermò per otto giorni, onorata con assaissime feste e tripudii. Glorioso era per la casa de Medici questo parentado; ma un più cospicuo ne maneggiava intanto l'indefesso pontefice, con istudiarsi di dare in moglie ad Arrigo secondogenito del re Francesco I e duca d'Orleans, Caterina figlia legittima, siccome dissi, di Lorenzo de Medici, già duca d'Urbino. Oltre al grande cuore che si accresceva con questi due sì riguardevoli matrimonii alla famiglia sua, considerava il papa di fortificare talmente, coll'appoggio di così possenti monarchi, lo Stato del duca Alessandro, che non potesse mai traballare.

Affin dunque d'effettuare questo insigne negozio, determinò, senza verun riguardo all'alta sua dignità, di passar fino a Nizza, e, secondo il concerto fatto, di abboccarsi ivi col re Cristianissimo, palliando questo viaggio, secondo l'attestato del Guicciardini, con dire di voler trattare del bene della cristianità, e di mettere nella buona via il re d'Inghilterra. Pertanto, mandata innanzi la nipote Caterina a Nizza, si mosse da Roma nel dì 9 di settembre, e andò ad imbarcarsi a Porto Pisano sulle galee di Francia e di Andrea Doria. È perciocchè al duca di Savoia per timore di Cesare non piacque il congresso disegnato in Nizza fra papa Clemente e il re Francesco, passò esso pontefice a Marsilia, dove approdò nel dì 11 di ottobre. È da stupire come il Varchi, allora vivente, scrivesse seguito il loro abboccamento in Nizza. Splendidissimo fu il suo ingresso in Marsilia, e crebbe la magnificenza allorchè colà pervennero il re Cristianissimo, la regina Leonora e i tre principi loro figli e le figlie, con incredibil concorso di prelati e baroni di tutto il regno. Vien descritta [497] quella memorabil funzione dal carmelitano fra Paolo ne' suoi Annali manoscritti, e in parte dall'annalista pontifizio Rinaldi e dal Giovio. La conclusione fu che ivi si celebrarono con somma pompa le nozze di Caterina de Medici, per la cui dote si obbligò il pontefice di pagare cento mila scudi d'oro in contanti, oltre alla cessione degli Stati posseduti in Francia dalla madre di Caterina, i quali rendeano circa dieci mila ducati d'oro l'anno. Si legge presso il Du-Mont lo strumento di esso matrimonio, stipulato nel dì 27 d'ottobre dell'anno presente. Grandiosi spettacoli, sontuosi conviti ed altri splendidi divertimenti per trenta giorni tennero ivi in gran festa quella corte e città; e quattro cardinali furono creati ad istanza del re Cristianissimo. Finalmente, partitosi il papa da Marsilia nel dì 12 di novembre, solamente nel dì 10 di dicembre entrò in Roma, tutto contento di sè medesimo, per aver condotta la famiglia sua tanto inferiore ad imparentarsi coi monarchi primarii della cristianità. Comune voce fu, siccome abbiamo dal Guicciardini, dal Belcaire e dal Varchi, che trattasse il re di Francia dell'acquisto del ducato di Milano: al che inclinasse anche il pontefice, per darlo al duca d'Orleans, divenuto marito della nipote. Ma queste verisimilmente furono dicerie di que' che fanno con gran facilità gl'interpreti dei gabinetti de' principi; perchè il solo papa trattò sempre secretamente col re degli affari, e questi rimasero sigillati nel cuor loro e de' soli loro fidati ministri. E quando pur fosse vero, più tempo non restò al pontefice per eseguir siffatti disegni.

Si è fatta menzione altrove dell'abbate di Farfa, cioè di Napoleone Orsino, uomo facinoroso, condottier d'armati, e famoso più per le sue iniquità che pel suo valore. Costui nell'anno presente, volendo ricuperare le castella di sua giurisdizione, fece una massa de' suoi amici e soldati in Narni e Spoleti, e con essi andò a impossessarsi [498] degli Stati paterni. Ebbero fortuna di salvarsi a Roma Girolamo e Francesco suoi fratelli, lasciando in preda tutti i lor preziosi mobili all'invasore, il quale, non contento di questo, si diede a scorrere tutto il circonvicino paese con ruberie, e con far prigione chiunque potea pagar le taglie. A lui ancora riuscì di aver nelle mani Girolamo suo fratello, e di carcerarlo in Vicovaro. Per queste violenze fece ricorso a papa Clemente sua matrigna, cioè Felice figlia di Giulio II, e già moglie di Gian-Giordano Orsino, ed impetrò ch'egli spedisse l'esercito pontificio contro d'esso abbate di Farfa. V'ha chi scrive che Luigi Gonzaga, soprannominato Rodomonte, nello assedio di Viscovaro, colpito da una archibusata, ivi lasciò la vita, e in suo luogo al comando succedette Giulio Acquaviva duca d'Atri, il quale stabilì tra i fratelli un accordo. Ma, se non falla Alessandro Sardi nella sua Storia manoscritta, si trova vivente questo medesimo Gonzaga nelle guerre di Piemonte dell'anno 1537. Ritirossi l'abbate di Farfa a Venezia, e di là passò in Francia, ed allorchè papa Clemente fu in Marsilia, coll'interposizione del re Cristianissimo ottenne il perdono dalla santità sua. Tornato poscia a Roma, perchè contro il suo volere data fu in moglie una sua sorella ad un principe napoletano, mentre essa era condotta a Napoli, con alquanti suoi sgherri andò per rapirla. Se ne avvide Girolamo suo fratello, che accompagnava la sposa con trenta uomini a cavallo; e andatogli incontro, con molte ferite gli tolse la vita, continuando poscia il suo viaggio a Napoli. Gran tempo era che in Ferrara veniva magnificamente trattata dal duca Alfonso Isabella già regina di Napoli con Giulia sua figlia. Tanto si adoperò esso duca, che conchiuse il matrimonio di questa sventurata principessa infante con Gian-Giorgio novello marchese di Monferrato: e lo sposalizio fu fatto nella città suddetta a dì 29 di marzo. S'inviò essa a dì 3 di [499] aprile alla volta di Casale; ma nel dì 30 d'esso mese Gian-Giorgio, sorpreso da un parossismo, terminò le allegrezze nuziali e la vita; e, secondo gli Annali manoscritti di Ferrara, che ciò raccontano, si scoprì che era morto di veleno. Altri nondimeno scrissero che da gran tempo languiva la sua sanità, e però è facile che mancasse di morte naturale: al che forse contribuì anche il suo matrimonio. Mancò in questo principe quel ramo della nobilissima imperial casa Paleologa, che già vedemmo portato da Costantinopoli al possesso del Monferrato; e non avendo egli lasciata successione maschile, i ministri cesarei presero il possesso di quel florido paese, finchè l'imperador giudicasse a chi ne appartenesse il dominio. Per la mancanza de' maschi, pretendeva Carlo duca di Savoia quegli Stati. Ma perchè quell'insigne feudo dovea forse passar nelle femmine, fu poi, siccome dirò a suo tempo, decretato che ne fosse erede Margherita di lui nipote, moglie di Federigo duca di Mantova: con che venne la casa Gonzaga ad acquistare un dominio di maggior estensione che il proprio ducato. Ammalossi poi la suddetta regina Isabella di passione per le disavventure della figlia, e nel dì 18 di maggio terminò i suoi giorni in Ferrara. Un orrido fatto ancora avvenuto nel presente anno merita luogo in questi Annali. Era tornato in possesso della Mirandola il conte Gian-Francesco Pico figlio di un fratello del fu Giovanni Pico, cioè di chi fu appellato la Fenice degl'ingegni, ed avea acquistata anch'egli fama di letterato e filosofo distintissimo ai suoi tempi, siccome ne fan fede le Opere sue stampate. Sopra quella nobil terra avea delle non ingiuste pretensioni Galeotto conte della Concordia, figlio di un fratello di esso Gian-Francesco, cioè di quel conte Lodovico Pico che in guerra fu ucciso nell'anno 1509. Nella notte del dì 15 di ottobre si mosse Galeotto dalla Concordia con quaranta uomini suoi, che seco portarono molte scale, [500] Ossia che nelle fosse della Mirandola trovasse preparata una barchetta, o che ancor questa seco la portassero, certo è che superate le fosse, ed applicate le scale, senza rumore salirono le mura, e, dopo, aver uccise tre o quattro guardie che dormivano, passarono fino alla camera di Gian-Francesco. Rottane la porta, il trovarono che, udito lo strepito, si era andato ad inginocchiare davanti una immagine di Cristo crocefisso. Ivi crudelmente il trucidarono: fine miserabile, non degno veramente d'uomo sì eccellente, il quale siccome ad un raro sapere avea accoppiata una non minor pietà, così avea imparato a tener ben contento del governo suo quel popolo. La stessa barbarie fu esercitata contra di Alberto di lui figlio, giovane di grande espettazione. Fu salvata la vita per misericordia a Paolo, altro di lui figlio; ma contro altri di quella famiglia, e fin contro le donne inferocì l'iniquo Galeotto. Con questa facilità s'impadronì egli di quella quasi inespugnabile terra o città, e il popolo nel giorno seguente, non potendo di meno, il riconobbe pel loro signore.


   
Anno di Cristo MDXXXIV. Indiz. VII.
Paolo III papa 1.
Carlo V imperadore 16.

Fu in quest'anno che papa Clemente proferì la sentenza sua contra di Arrigo VIII re d'Inghilterra, a cagione del suo divorzio da Caterina d'Austria sua legittima consorte: il che fece maggiormente peggiorare gli affari della religione cattolica in quel regno sotto un re perduto dietro alle femmine e crudele. Da molti fu lodata la costanza del pontefice in questa controversia; ma abbondarono ancora altri che biasimarono cotal risoluzione, perchè riuscì troppo funesta alla Chiesa di Dio. Gran terrore nel presente anno si sparse per l'Italia, e massimamente in Roma, per cagione di Ariadeno Barbarossa, gran corsaro, e generale dell'armata navale del sultano dei Turchi [501] Solimano. Venendo costui di Levante con formidabil quantità di navi armate, passò per lo stretto di Messina, e, dopo aver saccheggiati varii luoghi in quelle coste, arrivò a Capri, vicino a Napoli. Fu ben creduto che s'egli avesse assalita essa città di Napoli, oppure Roma, l'avrebbe sottomessa: tanta era la costernazione di que' popoli. Diede costui il sacco a Procida, Fondi, Terracina ed altri luoghi, menando poi seco in ischiavitù gran copia di poveri cristiani. Dimorava in Fondi Giulia Gonzaga, moglie di Vespasiano Colonna duca di Traietto e conte di essa città di Fondi. Voce correa che in bellezza ella superasse tutte le altre donne d'Italia. Ne giunse la fama sino al Barbarossa, il quale perciò si mise in pensiero di far quella caccia per voglia di presentare al gran signore una sì vaga preda. Gli andò fallito il colpo. Mentre egli con due mila Turchi sbarcati era dietro una notte a scalare le mura di Fondi, svegliata la giovane duchessa, e conosciuto il pericolo, coi piè nudi ebbe tempo di fuggire, e di salvarsi il meglio che potè fuori della terra, lasciando scornato il barbaro cacciatore, il quale infierì poscia contro i poveri abitanti. Che Giulia cadesse fuggendo in mano de' banditi, fu una frangia fatta dagli scioperati maligni a questo avvenimento. Poco appresso il crudel corsaro indirizzò le prore verso Tunisi, di cui e del suo regno seppe poi a forza d'inganni insignorirsi. Gran rumore avea fatto in addietro, e maggior lo fece in quest'anno, quanto avvenne a Luigi Gritti. Era egli figlio di Andrea Gritti doge in questi tempi della repubblica veneta. Essendo egli tornato a Costantinopoli, dove era nato, allorchè il padre vi stette come bailo, talmente s'insinuò nella grazia di Solimano, che divenne suo confidente e generale nella spedizion da lui fatta contra di Ferdinando re de' Romani in favor di Giovanni re d'Ungheria: il che fu di non lieve scandalo fra i Cristiani. Ma trovandosi egli nell'autunno [502] dell'anno presente nella Transilvania, per aver crudelmente ordinata la morte di Americo vescovo di Varadino, quei popoli, amanti dell'infelice ucciso prelato, sì Ungheri che Transilvani, raunato un potente esercito, volarono ad assediarlo in Cibach nel mese d'ottobre. Andò a finir quella festa nella morte di esso Gritti, che restò vittima del lor furore insieme con tutti i giannizzeri ed altri Turchi del suo seguito. Non si sa ch'egli avesse mai abiurata la religione cristiana. Solamente si sospettò ch'egli fosse per fare un dì questo salto; ma il Giovio lasciò difesa, per quanto si potè, la di lui memoria.

Desiderava il papa, e con esso lui tutti i principi d'Italia, che Francesco Sforza duca di Milano, accasandosi con qualche principessa, tentasse di lasciar successione nella sua casa, affinchè quel ducato, per mancanza di figli, non ricadesse in mano dell'imperadore, secondo i patti. Per quetare tanta gelosia, lo stesso Augusto Carlo gli procurò una ragguardevole alleanza, con dargli in moglie Cristierna figlia del re di Danimarca e nipote sua. Fu condotta questa real principessa nel mese d'aprile a Milano, città che, quasi dimentica di tante passate sciagure, fece mirabili feste di apparati, d'archi trionfali e d'altri spettacoli in sì gioiosa occasione. Vi entrò essa con incredibile accompagnamento di nobiltà e di popolo sotto ricco baldacchino, avendo ai lati suoi Ercole Gonzaga cardinale e Antonio da Leva generale di Cesare. Dopo essere stata al duomo, passò al castello, dove le venne incontro il duca, appena reggendosi col bastone in piedi, che in quel palazzo da lì a poco colle sacre funzioni della Chiesa solennemente la sposò. Riuscì di consolazione a tutta l'Italia questo matrimonio, per la speranza di vederne frutti a suo tempo; ma questi mai non si videro, ridendosi i saggi di questo tentativo, come di un matrimonio da commedia, perchè troppo era mal ridotta la sanità di quello sfortunato [503] principe. Neppur molto contento della sua cominciò ad essere papa Clemente, perchè lo stomaco infiacchito non soddisfaceva al consueto suo uffizio. Questi sentori della nostra mortalità diedero a lui motivo di sollecitare in Firenze la fabbrica di una fortezza, per cui si venisse sempre più ad assicurare lo Stato del duca Alessandro suo nipote. Indusse ancora il duca di Ferrara, benchè odiato da lui, a fare sloggiar dai suoi Stati tutti i Fiorentini fuorusciti che colà si erano rifugiati. Dianzi ancora gli avea fatti cacciar da Roma, Venezia, Genova ed Ancona. Nel giugno sopraggiunse ad esso papa una lenta e leggiera febbre con qualche dolor colico, di cui andò talvolta migliorando, ma poi ricadendo. Comparve nel seguente luglio una cometa, ed ecco subito gli speculativi invasati dalla ridicola opinione che tali fenomeni predicano morti ed altre disavventure ai principi della terra, correre a credere disegnata in cielo la mancanza del pontefice. Il Varchi ancora lasciò scritto che da un santo monaco della riviera di Genova era stato predetto a papa Clemente VII non solamente il pontificato, ma anche il tempo della morte, cioè nell'anno stesso in cui fosse mancato di vita quel monaco; e che il pontefice, nel tornare da Marsilia, cercatone conto, il trovò poco fa defunto: laonde immaginò non lontano il suo fine. Può essere che ancor questa fosse una diceria o inventata da qualche cervello visionario dopo la morte di lui, o nata nel volgo ignorante e facile a sognare; perchè per altro la sconcertata sanità di Clemente bastò senza rivelazione a fargli comprendere che si appressava il passaggio alla altra vita.

Crebbero pertanto i suoi malori, di modo che nel settembre egli terminò la carriera del suo vivere. Grande imbroglio ch'è nella storia l'accertare i punti minuti della cronologia. Il Segni il fa mancato di vita nel dì 24 di settembre. Fra Paolo carmelita, che in questi tempi [504] scriveva i suoi Annali, mette la sua morte nel dì 26 d'esso mese. Con lui va d'accordo il Giovio, anch'esso contemporaneo, mentre la dice avvenuta sexto kalendas octobris, cioè nel dì 26 di settembre. Ma altri il fanno passato a rendere conto a Dio nel dì 25 del mese suddetto, come il Guicciardini e Paolo Gualtieri nei suoi Diarii manuscritti, citati dal Rinaldi, dove dice, che nel dì 25 di settembre alle ore diciotto e mezza, egli spirò, e fu seppellito nel seguente dì 26. A questo giorno riferiscono la morte sua eziandio il Panvinio, il Ciacconio, l'Ammirati ed altri, i quali non di meno si può credere che seguissero il Guicciardini. Io non mi sento di faticare per decidere questo punto, quantunque a me paia più certo il dì 25, giacchè a noi basta di sapere che cessò di vivere papa Clemente in questi tempi: pontefice, a cui certamente non mancò il concetto d'ingegno politico, di molla accortezza e gravità, e che sapea ben maneggiar affari, simulare e dissimulare secondo i bisogni, e che dai politici d'allora tenuto sempre fu per uomo di doppia fede. Per fare da principe, secondo il rito de' mondani, la natura e la sperienza l'aveano fornito di molti aiuti. Ma se cercate in lui le virtù di pontefice vicario di Cristo, e qual bene egli facesse alla Chiesa in que' gran torbidi della religione, e quali abusi e disordini egli levasse, benchè da essi prendesse origine e pretesto il terribile scisma che tuttavia divide tanti popoli della vera Chiesa di Dio; non sarà sì facile il trovarlo. Troverete bensì, che egli si servì del pontificato, delle sue forze e de' suoi proventi per suscitare o mantener guerre; che fra gli altri disordini costarono un orrido sacco a Roma stessa, e un gran vilipendio alla sacratissima sua dignità. Molto più se ne servì egli per ispogliare della libertà Firenze sua patria, e per ingrandire, non dirò in forme oneste e discrete (che queste non è vietato), ma con insigni principati e parentadi sublimi la propria casa. Se [505] questo si accordi coll'intenzion di Dio, allorchè uno è intronizzato nella sedia di san Pietro, chiunque sa misurar le cose divine ed umane, non ha bisogno ch'io gliel dica. Certo è ch'egli morì odiato dalla corte per la sua stitichezza ed avarizia, quando poi scialacquava tanto nei volontarii suoi impegni di guerre; e più odiato dal popolo romano, perchè alla sua politica venivano attribuiti tutti i guai di quella città. A noi non è permesso l'entrare ne' giudizii occulti di Dio; ma i viventi d'allora non lasciarono d'osservare quasi un gastigo venuto dall'alto il miserabil fine di due suoi nipoti bastardi, cioè d'Ippolito cardinale e di Alessandro duca di Firenze, per la grandezza dei quali cotanto egli avea mosso e cielo e terra. Imperciocchè esso cardinale e vicecancelliere arricchito da Clemente suo zio con tanti vescovati e benefizii, per invidia continua che portava ad Alessandro, tentò fino i tradimenti per occupargli la signoria, e terminò poi miseramente i suoi giorni nel seguente anno. Alessandro, perduto nelle disonestà e in altri vizii, qual fine facesse, lo diremo a suo luogo: di modo che in pochi anni dopo la morte di Clemente si vide schiantata la di lui linea maschile, e diroccati amendue quegl'idoli dell'ambizione sua.

Prima di morire avea papa Clemente consigliato il cardinal suo nipote di promuovere al pontificato il cardinale Alessandro Farnese decano del sacro collegio; e però egli unitosi con Giovanni cardinal di Lorena, capo della fazione franzese, durò poca fatica ad assicurar la elezione di lui. Concorrevano nel Farnese molte degne qualità, perchè nato di antica e nobil casa, che ne' secoli addietro s'era acquistata gran riputazione nell'armi, e possedeva molte nobili castella. Era esso Alessandro, per li meriti di Giulia sua sorella, o parente, stato creato cardinale da Alessandro VI nel 1493. Oltracciò, si distingueva il Farnese per la sua letteratura, per la lunga sperienza [506] delle cose del mondo, e per la sua prudenza, mansuetudine ed affabilità. Aggiugnevasi l'età di sessantasette anni, e l'aver egli industriosamente fatto credere, per quanto potea, debole la sua complessione e sanità: il che trasse più facilmente a lui i voti degli altri porporati, inclinati sempre a desiderar scene nuove per la speranza di fare anch'eglino un dì la propria. Nè all'assunzione sua servì punto di remora l'avere egli un frutto dell'umana fragilità, cioè Pier Luigi suo figlio, perchè in quel corrotto secolo non si guardava sì per minuto a tali deformità, come, la Dio mercè, si fa da gran tempo nella Chiesa di Dio. Fu dunque eletto papa il Farnese con universal consentimento del sacro collegio, e prese il nome di Paolo III. È da stupire come neppur vadano d'accordo gli scrittori nell'assegnare il dì dell'elezion sua. Il Ciacconio scrive che ciò avvenne VI idus octobris, cioè nel di 10 di ottobre. Altrettanto hanno gli Annali manoscritti di Ferrara e Andrea Morosino. Il vescovo Spondano negli Annali Ecclesiastici la mette tertio idus octobris, cioè nel di 13, e di questo stesso giorno parla anche il Segni. L'Oldoino la riferisce die XI, seu verius ex MSto tabularii capitolini, die XIII octobris. Secondo il Varchi, nella notte susseguente ai quattordici giorni d'ottobre fu eletto papa il Farnese. Ma che questa elezione seguisse verso un'ora o due della notte susseguente al dì 12 d'ottobre, si dee credere, asserendolo il Panvinio e fra Paolo carmelitano, che in questi tempi scriveva i suoi Annali, e soprattutto il Rinaldi annalista pontificio, che cita i Diarii vaticani e gli Atti concistoriali. Gran festa fecero i Romani per l'assunzion di Paolo III, perchè lor nobile cittadino, giacchè per tanto tempo erano seduti nella cattedra di san Pietro solamente papi d'altre nazioni. Nè già mancarono turbolenze nello Stato ecclesiastico dopo la morte di papa Clemente VII. Imperciocchè nel dì ultimo di settembre Ridolfo, figlio del fu Malatesta [507] Baglione Perugino, essendo bandito dalla patria, ammassate alquante schiere di fanti e cavalli, andò ad impossessarsi di un borgo di Perugia; ma uscito il presidio papalino, dopo un lungo conflitto, restò obbligato il Baglione a ritirarsi. Nella notte poi del dì seguente, entrato che fu egli di nuovo nel borgo di San Pietro, ecco aprirgli quella porta i suoi parziali, co' quali avea intelligenza, e impadronirsi della città suddetta. Qui non si fermò il suo furore. Diede il Baglione alle fiamme il palazzo del vice-legato, cioè del vescovo di Terracina; e scoperto dove egli era fuggito, il fece prendere coi due suoi auditori, col cancelliere e con alcuni de' priori. Furono essi posti alla tortura, affinchè rivelassero i lor danari, e nel dì seguente condotti nudi nella pubblica piazza, ad ognuno di essi fu reciso il capo. Con tali iniquità si fece egli signore di Perugia. Anche Mattia, figliuolo del vivente Ercole Varano, s'era mosso di Lombardia nel dì primo d'ottobre con una gran frotta d'armati in varie barche, inviandosi per mare con disegno di ricuperar Camerino, il cui ducato pretendeva appartenere a sè stesso. Ebbe egli a combattere colla furia del mare, e dopo aver perduto i più del suo seguito, altro non guadagnò, che di salvar la vita tornando all'imboccatura del Po.

Dacchè si partì da questa vita papa Clemente, Alfonso I duca di Ferrara si figurava oramai di godere il resto dei suoi giorni in pace, perchè libero da un pontefice che con tante insidie e con odio sì continuato l'avea tenuto fin qui sempre in allarme. E tanto più sperò tornata la calma, per essere stato assunto al pontificato il cardinal Farnese, personaggio fornito di miglior cuore e di massime più rette che il suo predecessore. Disegnava egli d'inviare a Roma don Ercole suo primogenito per congratularsi col novello pontefice, e trattare con lui quell'accordo che non avea potuto ottenere da papa Clemente. Ma nel dì 28 di settembre cadde malato, e tanto andò [508] crescendo l'infermità sua, che nel dì 31 d'ottobre il condusse al fine de' suoi giorni: principe glorioso nel mondo, che in senno e valore ebbe pochi pari al suo tempo. E di queste sue doti abbisognò ben egli per potersi sostenere contra di tre potentissimi papi, che pieni di mondane passioni ardevano di voglia di spogliar la nobilissima casa d'Este degli antichi suoi dominii. Ma perchè di questo egregio principe, la cui vita fu scritta dal vescovo Giovio, ne ho parlalo io abbastanza nelle Antichità Estensi, nulla di più ne dirò qui. A lui succedette nel ducato Ercole II suo primogenito, signore di gran saviezza e d'ottimo cuore, che un buon governo fece anch'egli goder da lì innanzi ai sudditi suoi. Era in questi tempi governata la città di Camerino da Caterina Cibò, vedova del fu Giovanni Maria Varano, duca d'essa città, a nome di Giulia sua figliuola, creduta legittima erede di quello stato. Perchè il sopraccennato Mattia Varano, oppure Ercole suo padre, pretendeva a sè dovuto quel ducato, e coll'aiuto di non pochi fuorusciti teneva in continui timori e pericoli essa Caterina, questa trattò con Francesco Maria duca d'Urbino di dar per moglie a Guidubaldo di lui figliuolo primogenito la suddetta Giulia sua figlia. Colà dunque si portò esso Guidubaldo, e, dopo avere sposata quella principessa, si applicò in tutte le guise a fortificare e rendere come inespugnabile Camerino. Non doveano poi mancar delle buone ragioni alla menzionata Giulia su quel ducato, giacchè Clemente VII l'avea confermato al di lei padre e ai successori, ed era papa di tal animo e polso, che non avrebbe permesso alla figlia di continuare in quel dominio, senza che l'assistesse qualche legittimo titolo.

Non l'intese così il novello pontefice Paolo III. Per l'influsso che correva in que' tempi, bramando anch'egli di fabbricare in Pier Luigi Farnese suo figlio un gran principe, trovò che quel ducato era decaduto alla Chiesa romana. Però, [509] pubblicati i monitorii contro di Caterina e di Giulia, venne alla sentenza e alle scomuniche. Fece quanto potè Francesco Maria duca d'Urbino per placare il papa, esibendosi di stare a ragione per questo. Passi, parole e suppliche furono impiegate indarno. Fin d'allora si pensò che quel paese sarebbe stato meglio in mano di Pier Luigi. Pertanto fu spedito da esso pontefice Gian-Batista Savello coll'esercito pontificio ad assediar Camerino. Scarseggiava quella città di viveri. Di mano in mano il duca d'Urbino ne andò inviando al figlio con potente scorta, di maniera che tra per questo, e per le sortite che di tanto in tanto faceva il duca Guidubaldo, quell'assedio dopo qualche mese dell'anno vegnente svanì. Di più non fece il papa per allora, perchè v'interposero i loro uffizii i Veneziani, e molto più l'imperadore. Oltracciò, Francesco Maria di lui padre fu dichiarato generale della lega contra il Turco; laonde convenne aspettar tempo più opportuno per iscacciarne Guidubaldo; e questo venne poscia, siccome vedremo. Terminò in quest'anno Francesco Guicciardini la rinomata sua Storia d'Italia, che se non è molto dilettevole al volgo, gode almeno il privilegio di piacere a tutti gli uomini sensati, per la finezza dei suoi giudizii, e per la professione sua di non adular chicchessia, e neppure i papi, de' quali fu per tanti anni ministro. Truovasi in questi tempi assai lodato papa Paolo, perchè, invitato dai ministri dell'imperadore di confermar la lega precedente, rispose di voler essere padre comune di tutti, e di nutrir solamente pensieri di pace, non già di guerra. Che ai pontefici per difesa de' proprii Stati, e contro i nemici del nome cristiano, o del cattolicismo convenga lo sfoderar la spada, niun ci sarà che lo nieghi. Per altri motivi o fini, se ne potrà disputare. Intanto non volle perdere tempo esso pontefice a creare nel dì 18 di dicembre cardinale Alessandro Farnese suo nipote, cioè figlio di Pier Luigi, giunto all'età di quattordici [510] o quindici anni, che riuscì poscia un insigne porporato.


   
Anno di Cristo MDXXXV. Indizione VIII.
Paolo III papa 2.
Carlo V imperadore 17.

Più lungamente non potè sofferire il pontefice Paolo l'usurpazion di Perugia fatta da Ridolfo Baglione, meritevole ancora di gravissimo gastigo per le crudeltà usate contra il vescovo di Terracina ed altri suoi concittadini. Però nel presente anno mandò il campo a Perugia. Non avea forze il Baglione per resistere; dubitava molto ancora de' cittadini, l'odio de' quali si era egli comperato colla sua barbarie: però cedendo uscì della città, e se n'andò con Dio. Fece poscia il pontefice diroccar sino a' fondamenti le mura di Spello anticamente città, di Bettona, della Bastia e d'altre terre ch'erano già di Ridolfo; e tornò la pace in quelle contrade. Svegliossi in quest'anno una fiera tempesta contra di Alessandro de Medici duca di Firenze. Moltissimi erano i nobili fiorentini fuorusciti o confinati, ed altri ancora che volontariamente, a cagione di vari disgusti, s'erano ritirati da quella città, fra i quali specialmente Filippo Strozzi co' suoi figli, che era il più ricco e potente cittadino di essa. Tutti portando odio al suddetto Alessandro, si ridussero a Roma, ed unironsi co' cardinali lor nazionali, cioè Salviati, Ridolfi e Gaddi, per rimettere, se poteano, la libertà nella lor patria. Entrò nel loro partito anche lo stesso Ippolito cardinale de Medici: tanta era l'invidia e il suo mal animo contro del duca Alessandro. Tenuti fra loro varii consigli, determinarono d'inviare in Ispagna all'imperador Carlo le loro doglianze per l'aspro governo che facea il duca, per la sua sfrenata libidine, e per aver egli contravvenuto a quanto lo stesso Cesare aveva ordinato nel 1530 intorno a Firenze, accordando la conservazion della libertà e i privilegii di repubblica: laddove Alessandro [511] ne avea affatto usurpata la signoria. Trovarono questi deputati l'imperadore in Barcellona nel mese di maggio; ebbero udienza; ma fu rimesso l'esame delle lor querele, allorchè l'Augusto Carlo, tutto in quel tempo applicato all'impresa di Tunisi, sarebbe poi venuto a Napoli, come già egli meditava. Non erano ignoti al duca Alessandro questi maneggi, e anch'egli si studiava di sventar le mine degli emuli e nemici suoi. Fu poi risoluto che il suddetto Ippolito cardinal de Medici andasse in persona a trovar l'imperadore in Africa; ma questo porporato, amatore grandissimo d'ogni maniera di virtù, ma superbo a maraviglia, trovandosi ad Itri vicino a Fondi, preso da lenta febbre, nel dì 10 d'agosto miseramente morì, e con voce comune di veleno. Dai più fu creduto il duca Alessandro autore di sua morte. Il Varchi aggiugne che ne fu incolpato lo stesso papa Paolo, con addurre i fondamenti di tal conghiettura. Ma chi così dubitò, fece gran torto a questo pontefice, i cui costumi tali sempre furono, che non lasciarono fondamento alcuno a sospetti di sì nere iniquità. Inclinava troppo il Varchi alla maldicenza.

Dissi poco fa rivolti i pensieri del magnanimo Carlo V in questi tempi all'impresa di Tunisi, e quantunque sì strepitosa spedizione propriamente non appartenga al mio suggetto, pure non posso dispensarmi dal darne un po' d'idea; e tanto più perchè a quella gloriosa azione ebbero gran parte i capitani e combattenti italiani. Dopo la morte di Oruccio re di Algeri, avea Ariadeno Barbarossa suo fratello, e gran corsaro, occupato quel regno. Crebbero poi le forze di costui, perchè creato ammiraglio dal gran signore Solimano, e accresciuta a dismisura la sua armata navale colla giunta de' legni turcheschi, era divenuto il terrore del Mediterraneo. Già vedemmo all'anno precedente quai terribili insulti e paure egli facesse all'Italia. Essendo guerra fra due fratelli pretendenti al regno di Tunisi, tanto seppe fare l'accorto Barbarossa, [512] che finì le lor controversie, con impadronirsi egli di Tunisi, città di gran popolazione, e capitale di tutto il suo regno, con discacciarne Muleasse, che quivi allora signoreggiava. Ciò fatto, colla formidabil sua potenza si disponeva all'acquisto di tutta l'Africa, minacciando non solamente Orano, città degli Spagnuoli in quelle coste, ma anche i circonvicini paesi, con paventar gravi mali da costui anche i lidi dell'Italia, Francia e Spagna. Ora, essendo ricorso Muleasse con varie vantaggiose condizioni all'invittissimo imperadore Carlo, questi, sì per desiderio di dar nella testa al troppo crescente Ariadeno, come anche per vaghezza di gloria (e gloria veramente pura e legittima, che tale è allorchè i monarchi cristiani prendono l'armi per difendere i popoli fedeli dagli infedeli e dai corsari, e non già per perseguitarsi e scannarsi fra loro), determinò di portar la guerra addosso a Tunisi. Gran preparamenti di navi e galee fece egli non meno in Ispagna che in Italia e Fiandra. Molti legni ebbe dal re di Portogallo e dai Genovesi, e dieci galee dal pontefice, che erano comandate da Virginio Orsino. Ammiraglio di sì gran flotta, piena di valorosi combattenti spagnuoli, tedeschi, italiani, fu creato il valoroso Andrea Doria, principe di Melfi; e sopra la medesima imbarcatosi il generoso imperadore col marchese del Vasto, col principe di Salerno, col duca d'Alva e gran copia d'altri insigni baroni, arrivò circa il principio di luglio alla Goletta, isola e fortezza sommamente forte in faccia al porto di Tunisi.

Con immenso valore fu espugnato quel sito dai cristiani, e sbaragliata la grossa armata navale del Barbarossa, restando presi più di cento de' suoi legni. Arrivò a tempo al soccorso dell'armata cristiana don Ferrante Gonzaga con assai navi cariche di vettovaglie, provenienti dalla Sicilia; perchè già il biscotto era muffito. Prese poi posto l'esercito cesareo intorno alla città di Tunisi, e seguirono varie scaramucce, ma col peggio sempre [513] de' Mori, Turchi ed Arabi, che sopra ottanta mila erano accorsi alla difesa. Crebbe perciò lo spavento fra essi, talmente che un dì il Barbarossa, tutto infuocato di rabbia, determinò di far perire qualunque schiavo cristiano che si trovasse in Tunisi, o per vendetta, o per sospetto di qualche lor commozione o tradimento. Li fece a questo fine rinchiudere tutti in un sito della rocca. Il Giovio ed il Segni li fanno sei mila; altri quindici mila; e Pietro Messia li fa giugnere fino a ventidue mila. Trattenuto fu il Barbaro da sì enorme crudeltà da Sinam Ebreo che era il suo braccio dritto. Ma in questo mentre due rinegati cristiani, che sapeano la sentenza data dal tiranno, mossi a compassione di alcuni schiavi loro amici, sciolsero le lor catene; e questi poi con somma fretta aiutarono a scatenar tutta la folla degli altri miseri cristiani. Ruppero essi le porte dell'armeria, e prese l'armi, ed uccisi quanti Mori si vollero loro opporre, s'impadronirono della rocca, da cui cominciarono a far segni ai cristiani di fuori, ma senza essere intesi. Cagion fu questo inaspettato colpo che il Barbarossa disperato se ne fuggisse a Bona, e poscia ad Algeri. Entrò il vittorioso imperadore nel dì 21 di luglio coll'esercito in Tunisi; e non seppe negare, o non potè impedire a' suoi il sacco della città per un giorno. Molti di que' Mori e Turchi vi rimasero tagliati a pezzi colle altre iniquità consuete in simili casi; ma per conto del bottino, questo riuscì troppo inferiore alle speranze. Perì in questa congiuntura un'insigne biblioteca d'antichi libri arabi, che meritavano d'essere conservati. Conoscendo poi l'imperadore l'impossibilità di conservare in suo dominio quella gran città e il suo regno, la rilasciò a Muleasse (fuorchè la Goletta) con obbligo di riconoscerla in feudo dai re di Spagna, e di pagare un annuo censo, con altre condizioni favorevoli alla religion cristiana, che il Maomettano senza fatica accettò e giurò, ben sapendo che [514] nulla poi durerebbe col tempo, siccome avvenne. Andrea Doria spedito a Bona, la prese e smantellò, a riserva della rocca, dove lasciò buon presidio.

Dopo sì gloriosa impresa il trionfante Augusto, licenziate le navi spagnuole e portoghesi, dirizzò le vele alla volta della Sicilia, e sbarcò a Trapani. Indi passò a Palermo, e poscia a Messina; e lasciato don Ferrante Gonzaga vicerè di Sicilia, pervenne a Napoli, dove fece la sua magnifica entrata nel dì 30 di novembre. Maravigliose furono le feste, gli archi trionfali ed altri spettacoli, co' quali solennizzarono tutte quelle città l'arrivo dell'invittissimo monarca. Nel dì 4 di dicembre comparve a Napoli Ercole II duca di Ferrara ad inchinare la maestà sua, che l'accolse con singolar degnazione. Parimente portatisi colà i fuorusciti fiorentini, ed ottenuta udienza, esposero tutte le loro querele contra del duca Alessandro de Medici. Il Varchi con una studiata aringa, in cui immaginò quanto di male intorno al duca dovea o potea dire il capo d'essi all'imperadore, non lasciò indietro alcuna delle iniquità vere o pretese di lui. Sospese l'Augusto Carlo ogni risoluzione, finchè fosse venuto alla corte anche il duca Alessandro, il quale nel dì 21 di dicembre si mosse da Firenze per passare colà. In questo mentre avvenne la morte di Francesco Sforza duca di Milano, che diede incentivo a nuovi incendii di guerra. Dopo avere lo sfortunato principe sofferta una lunga e molesta infermità, finalmente gli convenne soccombere alla legge universale dell'umanità nel dì 24 di ottobre, senza lasciar dopo di sè prole alcuna, e con dichiarar erede l'imperadore. In esso Francesco finì la linea legittima della celebre casa Sforza. Antonio da Leva prese tosto colla duchessa Cristierna il governo di quel ducato, finchè si sapessero le intenzioni dell'Augusto Carlo V. Pretendeva di succedere in quegli Stati Gian-Paolo Sforza, marchese di Caravaggio, figlio naturale di Lodovico il Moro, siccome chiamato [515] nelle investiture dopo i legittimi. Ma partitosi egli da Milano per passare a Roma ad implorare i buoni uffizii del papa presso l'imperadore, allorchè giunse a Firenze, nel pranzare fu sorpreso da un maligno accidente, per cui finì i suoi giorni. Fu poi dichiarato Antonio da Leva governatore cesareo del ducato di Milano. Intanto l'odio implacabile che si era allignato in cuore di Francesco I re di Francia contra dell'imperadore, non gli lasciava aver posa, nè riguardo alcuno alla religione. Fra le sue glorie certo non si conterà l'aver egli, che pur si gloriava del titolo di Cristianissimo, commossi e sostenuti i principi protestanti contra di Cesare, con giugnere, siccome vedremo, a far lega fino coi Turchi. Durava tuttavia in lui la brama di ricuperare il ducato di Milano, ancorchè ne' precedenti trattati avesse rinunziato a cotal pretensione. Vi ha chi scrive, che per la morte del duca di Milano si svegliasse il suo prurito di portar di nuovo la guerra in Italia, e che cominciasse sul fine di quest'anno a muoverla a Carlo duca di Savoia, per aver poi libero il passo in Lombardia. Le ragioni o pretesti, che egli adoperò per giustificare la sua rottura con quel principe, sono diversamente riferiti da varii storici. Cioè, che Nizza e Monaco erano state impegnate alla casa di Savoia (sarebbe da vedere se Monaco fosse allora in potere del duca), nè questi le volea restituire al re, tuttochè gli fosse esibito il rimborso. Che il duca avesse ottenuta la città d'Asti, che da tanto tempo apparteneva alla Francia, con altre ragioni ch'io tralascio. Ora il Guichenon, storico della real casa di Savoia, il quale si può credere meglio informato di questi affari, sostiene [Guichenon, Histoire de la Maison de Savoye.], avere il re di Francia richiesta la restituzion di Nizza, e di alcuni luoghi del marchesato di Saluzzo, con altre doglianze contra del duca, alle quali egli contrappose, ma indarno, delle forti ragioni. La verità si è, che il re non sapea digerire l'attaccamento [516] del duca all'imperadore, l'aver negato il congresso di papa Clemente VII col re a Nizza, ed inviato il suo primogenito ad allevarsi nella corte di Spagna, che in questo medesimo anno fu rapito dalla morte. Se crediamo al menzionato scrittore, fin dal mese di febbraio dell'anno presente il re dichiarò la guerra ad esso duca; e siccome teneva in pronto una potente armata, con disegno d'invadere lo Stato di Milano, così gli riuscì facile di spogliarlo della Savoia, e d'altri paesi di là dall'Alpi, prima che terminasse quest'anno. Spedì il duca Carlo ambasciatori a Napoli ad informar l'imperadore di queste novità funeste, e ne riportò solamente buone parole e promesse, giacchè per ora egli non poteva di più.


   
Anno di Cristo MDXXXVI. Indiz. IX.
Paolo III papa 3.
Carlo V imperadore 18.

Dacchè Alessandro de Medici duca di Firenze, coll'accompagnamento di trecento cavalieri, tutti ben all'ordine, fu giunto a Napoli, ed ebbe soddisfatto agli atti del suo ossequio verso l'imperadore, gli furono comunicate le accuse de' fuorusciti fiorentini, alle quali diede quella risposta che a lui parve più propria. Ma ossia che l'efficacia del danaro applicato ai ministri cesarei producesse que' buoni effetti che suol produrre dappertutto, oppure che l'imperadore, trovandosi in procinto d'una nuova guerra in Italia, conoscesse più profittevole a' suoi interessi l'avere in Firenze un solo dominante, dipendente da' suoi cenni, che una unione di molte teste, quasi sempre disunite fra loro, e inclinate piuttosto in favor de' Franzesi, come veramente erano i Fiorentini: certo è ch'egli sentenziò in favore del duca, e il riconobbe per signor di Firenze. Inoltre gli diede per moglie le tante volte promessa Margherita sua figlia naturale, con certi patti, co' quali trasse da lui buona somma di danari, da impiegare nell'imminente guerra. [517] Decretò ancora, che fosse lecito ai Fiorentini fuorusciti di ritornare alla lor patria, e di goder dei lor beni e degli uffizii soliti a dispensarsi agli altri cittadini. Ma i più d'essi o per timore o per rabbia non si sentirono voglia di prevalersi di tal grazia. Nel dì ultimo di febbraio furono celebrate quelle nozze con gran pompa, e dopo alcuni giorni di solazzo se ne tornò il duca trionfante a Firenze. I movimenti de' Franzesi contro il duca di Savoia non permisero all'Augusto Carlo di trattenersi più lungamente a Napoli; e però si mosse alla volta di Roma, colla guardia di settecento uomini d'arme e di sei mila fanti spagnuoli veterani, con far la sua entrata in quella gran città nel dì 5 d'aprile, accolto con sommo onore e magnificenza dalla corte del papa e dal popolo romano. Se stiamo al giudicio del Varchi, papa Paolo mostrò veramente d'aver animo romano, perchè ebbe ardire d'accogliere senza forze forestiere un imperadore armato e vittorioso; quasichè l'alto grado di pontefice, e pontefice amante della pace, e l'animo grande e cattolico di quell'Augusto non fossero una più poderosa e sicura guardia del papa, che qualche migliaio di soldati venali. Il Segni nondimeno scrive che tutto il popolo romano era armato, ed avere il pontefice assoldati tre mila fanti per sua guardia. Furono a stretti e lunghi colloquii il papa e l'imperadore; e tenuto poi il concistoro, in cui furono ammessi anche gli oratori del re Cristianissimo, l'imperadore risentitamente si dolse dell'iniquità del re di Francia, il quale si mettea sotto i piedi tutti i trattati ed accordi precedenti, ed avea mossa un'indebita guerra al duca di Savoia suo zio, e volea turbar la cristianità colla rovina di tanti popoli innocenti. Studiossi il buon papa di calmar lo sdegno di Cesare, con esibirsi mediatore di pace. E siccome egli bramava di buon cuore essa pace, perchè lontano dalle massime turbolenti di alcuni suoi predecessori, ne trattò poscia [518] coi ministri franzesi. Avea l'imperadore esibito, o esibì dipoi, d'investire il duca d'Angolemme, terzogenito del re di Francia, del ducato di Milano. Aggiunse che meglio sarebbe un personal duello per risparmiare il sangue di tanti cristiani. Ma il re Francesco ostinato ne' suoi voleri, richiedendo Milano pel duca d'Orleans suo secondogenito, marito di Caterina de Medici, mandò poi a monte le buone disposizioni di Cesare (se pur questi parlava di cuore), e certamente frastornò lo zelo e l'amorevole interposizione di papa Paolo.

Appena fu salito nella cattedra di san Pietro esso pontefice, che diede a conoscere al sacro collegio la sincera sua brama e risoluzione di convocare un concilio generale [Raynaldus, Annal. Eccl.], e nel concistoro tenuto a dì 17 di ottobre (il cardinal Pallavicino scrive [Pallavicino, Storia del Concil. di Trento.] nel dì 13 di novembre) del 1534 ne insinuò la necessità con sua lode, giacchè Leon X non vi pensò, Adriano VI non potè, e Clemente VII non ne trattò mai daddovero. Non avendo questo pontefice fin qui potuto eseguire così santa intenzione, colla venuta a Roma dell'imperadore, trovato ancora lui uniforme di desiderio e di parere, tenne concistoro nel dì 18 d'aprile (il Pallavicino ha il dì 8 d'esso mese), ed ivi pubblicò il decreto della convocazion del concilio. Fu poi per un tempo disturbato questo importante affare dalla mortal guerra che si svegliò fra i suddetti due emuli monarchi. Ma non per questo lasciò papa Paolo di far quanto era in sua mano, acciocchè si recasse questo gran bene alla Chiesa; anzi nel dì 29 di maggio dell'anno presente nel concistoro ne intimò il principio in Mantova pel maggio dell'anno susseguente. Tanto inoltre era il suo buon genio, che fin dai primi momenti del suo pontificato, e molto più di poi, ordinò che si cominciasse a riformar la corte e curia di Roma, e a notare gli abusi e disordini che [519] esigevano correzione. Lasciarono scritto molti storici che l'Augusto Carlo non si fermò che quattro giorni in Roma, e, secondo essi, dovette partirne nel dì 9 di aprile. Ma siamo assicurati dal Panvinio, dal cardinal Pallavicino e dell'annalista pontificio Rinaldi, ch'egli vi dimorò sino al dì 18 d'esso mese, nel quale si mise in viaggio alla volta della Toscana. Prima nondimeno che partisse, attento il pontefice ai vantaggi del figlio Pier-Luigi e de' nipoti, procacciò loro da esso imperadore stabili e pensioni d'annua rendita di trentasei mila scudi d'oro. Magnifico accoglimento con archi trionfali e grandi feste all'Augusto Carlo fu fatto in Siena, arrivato colà nel dì 23 di aprile. Maggiormente poi in Firenze, dove egli entrò nel dì 29 d'esso mese, e si trattenne fino il dì 4 di maggio, godendo di que' solazzi e della bellezza della città. Di là passò poi a Lucca, trovandola ben governata da' proprii cittadini; ed ivi stette sino il dì 10 di maggio. Dovunque passò, riscosse danari, abbisognandone per le meditate imprese. Finalmente per la via di Pontremoli calò in Lombardia. Fu poi condotta da Napoli Margherita sua figlia di età di tredici anni, a Firenze; e con sommo tripudio ed allegrezza entrò essa in quella città nel dì ultimo di maggio. Seguitò appresso il dì delle nozze; ma perchè in quel giorno accadde una non lieve eclisse del sole, trasse da ciò la gente augurio d'infelicità a quel matrimonio.

Dacchè fu venuta la primavera, l'esercito franzese, senza trovare ostacolo veruno, passate l'Alpi, calò alle pianure del Piemonte sotto il comando di Filippo Sciabot ammiraglio di Francia, con cui si unì Francesco marchese di Saluzzo. Non avendo forze Carlo duca di Savoia per trattener questo torrente, mandò la moglie e il figlio co' più preziosi mobili a Milano, ed egli si fermò a Vercelli. Vennero in poter de' Franzesi Torino, Pinerolo, Fossano, Chieri ed altri luoghi. Poche forze allora si trovavano nello [520] Stato di Milano; contuttociò Antonio da Leva governatore, raunate quelle milizie che potè, ed unito col duca di Savoia, si spinse avanti per impedire i maggiori progressi de' nemici, e mise un buon presidio in Vercelli. S'erano anche mossi i Veneziani, co' quali avea l'imperadore nel precedente anno contratta lega, ma solamente per la difesa dello Stato di Milano. Questa nondimeno non fu la cagione che frenasse il corso dell'armata franzese; ma bensì la premura del pontefice di trattar di pace, per cui avea scritte efficaci lettere al re di Francia, con fargliela anche credere assai facile, perchè l'imperadore ne dava colle parole buona intenzione: il che fu creduto dai politici una simulazione per guadagnar tempo, e per potersi mettere in istato di far guerra; che di questa più che della pace era riputato sitibondo per isperanza d'ingoiare la Francia. Su queste apparenze di poter conseguir co' maneggi quello che coi troppo dispendiosi e pericolosi impegni di guerra si andava cercando, il re Francesco addormentato, non solamente spedì in Italia il cardinal di Lorena per trattare d'accordo con esso Augusto, ma eziandio ordinò all'ammiraglio di non procedere innanzi, e richiamollo in Francia con parte dello esercito. Lasciò egli buona guarnigione in Torino, città che fu mirabilmente fortificata e provveduta di munizioni da bocca e da guerra; Gian-Paolo Orsino nella città d'Alba, ed altri capitani in altre fortezze; e poi se ne andò a trovare il re. Allorchè l'imperadore arrivò a Siena, vi giunse ancora il cardinal di Lorena, e con lui trattò più volte di concordia, accompagnandolo pel viaggio; ma infine altro non raccolse che parole. Pervenuto l'imperadore ad Asti, ed indi a Savigliano, dove il duca di Savoia ed Antonio da Leva furono ad inchinarlo, tenne varii consigli, ne' quali, contro il parere de' più, prevalse il sentimento suo di portar la guerra nel cuor della Francia, per vendicarsi del re Cristianissimo. [521] Intanto Antonio da Leva assediò Fossano e lo costrinse alla resa, e il marchese di Saluzzo abbandonò il partito franzese. Aspettò l'Augusto Carlo che fossero giunte le grosse leve fatte da lui in Germania, ed unito che fu l'esercito tutto, si trovò, secondo i conti del Belcaire, ascendere a venticinque mila fanti tedeschi, otto mila spagnuoli, maggior numero d'italiani, con mille e ducento uomini d'armi. Altri gli diedero ventiquattro mila Tedeschi, quattordici mila Spagnuoli, dodici mila Italiani, con tre mila cavalli tra uomini d'armi e cavalli leggieri: voci ordinariamente insussistenti. Quel ch'è certo, una potente e fioritissima armata ebbe Cesare, in cui si contarono i duchi di Savoia, Baviera e Brunsvich, ed altri principi e baroni. Suoi generali erano Antonio da Leva, Alfonso marchese del Vasto, don Ferrante Gonzaga, il duca d'Alva, con gran copia d'altri condottieri.

Adunque per tre parti dell'Alpi si inviò sul principio di luglio sì poderoso esercito verso la Provenza, secondato per mare dalla flotta di Andrea Doria. Restò in Piemonte con un corpo di otto o dieci mila persone Gian-Giacomo signore di Musso, e poi marchese di Marignano, soprannominato o cognominato il Medeghino, acciocchè, congiunto col marchese di Saluzzo, assediasse Torino. Nello stesso tempo fu mossa guerra in Fiandra dall'armi cesaree al re di Francia. All'assunto mio basterà di accennare che con tante forze l'Augusto Carlo, entrato in Provenza, nulla operò di memorabile. Circa un mese si perdè nella valle d'Aix, tentò in vano di formar lo assedio di Marsilia, nè alcun fatto d'armi considerabile avvenne in quella spedizione. Intanto il gran caldo fece guerra alle sue truppe, alle quali mancavano bene spesso le vettovaglie. Sopravvenne poi l'autunno colle pioggie e col fango, e coll'avviso che il re di Francia si accostava con un esercito di quaranta mila combattenti, giacchè venti mila Svizzeri [522] erano giunti al suo campo: laonde l'imperadore non volle maggiormente differire il ritornarsene in Italia. Ci ritornò, ma col rimprovero d'aver cantato il trionfo prima della vittoria, e coll'armata sua disfatta, perchè almen la metà delle sue truppe vi perì per gli stenti, per le malattie e per gli altri disordini. Seco ancora portò il rammarico di aver perduto sotto Marsilia il valoroso suo generale spagnuolo Antonio da Leva, morto d'infermità di corpo e di passion di animo per l'infelice successo dell'armi cesaree in Francia, essendo stato creduto ch'egli fosse il promotore di quella, quasi dissi, vergognosa impresa. Al re di Francia costò la guerra suddetta infinite spese e gravissimo danno a' suoi popoli di Provenza. Quel nondimeno che gli trapassò il cuore fu l'inaspettata morte del delfino, cioè di Francesco suo primogenito, giovinetto di mirabil espettazione, che, venuto all'armata, in quattro dì di malattia si sbrigò da questa vita. Nel bollore di quella doglia corse l'usuale sospetto di veleno, e ne fu imputato il conte Sebastiano Montecuccoli suo coppiere, onorato gentiluomo di Modena, a cui di complessione delicatissima, come attesta Alessandro Sardi, scrittore contemporaneo, [Sardi, Ist. ms.] colla forza d'incredibili tormenti fu estorta la falsa confessione della morte procurata a quel principe ad istigazione di Antonio da Leva e dell'imperadore stesso: perlochè venne poi condannato l'innocente cavaliere ad un'orribil morte. Non vi fu saggio che non conoscesse la falsità e indegnità di quella imputazione, di cui non era mai degno l'animo generoso di un Carlo V. Mentre si facea questa danza in Provenza, il conte Guido Rangone Modenese, decretato dal re di Francia generale delle armi sue in Italia, nel mese di luglio ridottosi alla Mirandola, quivi raunò un corpo di dieci mila fanti italiani e di settecento cavalli, sotto il comando di varii prodi capitani. Teneva ordine esso Rangone [523] di tentar Genova in tempo che Andrea Doria col suo stuolo di galee era passato in Francia. Mossosi egli nel dì 16 d'agosto, arrivato che fu a Tortona, l'ebbe in suo potere. Marciò poscia a Genova, e fatta la chiamata a nome del re di Francia, trovò quel popolo ben disposto a difendersi. Nella notte seguente con una scalata diede l'assalto alle mura, sperando pure qualche favorevol movimento nella città; ma niun si mosse; e però, conoscendo egli che con sì poche forze era impossibile il vincere una tanto popolata città, se ne andò in Piemonte. Prese Carignano, Chieri, Carmagnola e Cherasco; ed indi passato Pinerolo, spedì Cesare Fregoso a Raconigi, che se ne impadronì a forza d'armi. Vi fu messo a fil di spada il presidio imperiale, e rimasero prigionieri Annibale Brancaccio e il conte Alessandro Crivello. Era da molto tempo la città di Torino assediata da Francesco marchese di Saluzzo, e da Gian-Giacomo de Medici. Lo arrivo del conte Guido fece sciogliere quell'assedio; e perchè egli avea trovata gran copia di artiglierie e di viveri in Carignano, tutto fece condurre a Torino. Gran disattenzione fu quella del Varchi, allorchè arrivò a scrivere che i soldati del Rangone dopo il tentativo di Genova se ne tornarono senz'ordine alcuno verso la Mirandola, dove si dissolverono e sbandarono del tutto. In questo ne seppe ben più di lui il Segni, per tacer d'altri storici.

Mal soddisfatto di sè medesimo venne l'imperador Carlo V per mare a Genova, e colà si portarono ad inchinarlo varii principi d'Italia, e primo fra essi Federigo duca di Mantova, per promuovere le ragioni di Margherita sua moglie sopra il Monferrato. Dopo aver fatto ventilar quella causa, nel dì 3 di novembre proferì, quanto al possesso, la sentenza in favore del duca di Mantova. Su quello Stato avea delle pretensioni il marchese di Saluzzo. Molte più ne avea Carlo duca di Savoia a cagion d'una donazione fatta [524] al duca Amedeo da Gian-Giacomo marchese di Monferrato. Verisimilmente per guadagnarsi il favore dell'Augusto sovrano avea il primo abbandonati i Franzesi, e il secondo tanto prima avea coltivata in varie forme la di lui buona grazia. Dopo la perdita della maggior parte de' suoi Stati s'era ritirato esso duca a Nizza, dove si fortificò. Si dolse egli non poco del suddetto decreto cesareo; perchè, quantunque restassero vive le sue ragioni, da conoscersi poi in giudizio: pure intendeva che vantaggio fosse quello di chi possiede le cose controverse. Tanto più s'afflisse egli, dacchè seppe che l'imperadore imbarcatosi avea nel dì 15 di novembre spiegate le vele verso la Spagna, senza prendersi cura di ricuperar quegli Stati ch'egli pel suo attaccamento allo stesso Augusto, avea perduto. Venne poscia il duca di Mantova con un commissario cesareo per prendere il possesso di Casale di Sant'Evasio. Ma mentre egli si stava preparando per farvi una magnifica entrata, introdussero alcuni suoi malevoli di notte in quella città mille fanti e trecento cavalli franzesi, che diedero il sacco a tutti i fautori della duchessa di Mantova. Ciò riferito al Marchese del Vasto, che in luogo di Antonio da Leva era stato creato capitan generale dello Stato di Milano, e dimorava allora in Asti, vi accorse nel dì 24 di novembre con molte sue brigate, ed entrato nella rocca, che tuttavia si teneva, assalì i Franzesi verso la città, e dopo un sanguinoso conflitto li sconfisse, con saccheggiar poscia chiunque loro avea prestato favore. Fu solennemente nel dì 29 del suddetto mese dato al duca Federigo il possesso col titolo di marchese di Monferrato. Fin qui Massimiliano Stampa, alla cui fede il defunto duca Francesco Sforza avea raccomandato l'inespugnabil castello di Milano, non s'era potuto indurre a consegnarlo all'imperadore. Nel sopraddetto novembre si lasciò egli vincere, e n'ebbe per ricompensa cinquanta mila scudi d'oro, [525] e fu dichiarato marchese di Soncino. Merita ancora Lorenzo, ossia Renzo signore di Ceri, dell'insigne casa Orsina, da noi veduto sì valoroso condottier di armi in tante passate guerre, che si faccia menzion della sua morte accaduta nel dì 20 di gennaio dell'anno presente, per essergli caduto addosso il cavallo, mentre era alla caccia. Secondo l'annalista Spondano, nell'anno precedente venuto a Ferrara l'eresiarca Giovanni Calvino, sotto abito finto, talmente infettò Renea figlia del re Lodovico XII, e duchessa di Ferrara, degli errori suoi, che non si potè mai trarle di cuore il bevuto veleno. Ma nel presente anno, veggendosi scoperto questo lupo, se ne fuggì a Ginevra. Vengo assicurato da chi ha veduto gli atti della inquisizion di Ferrara, che sì pestifero mobile fu fatto prigione; ma nel mentre che era condotto da Ferrara a Bologna, da gente armata fu messo in libertà. Onde fosse venuto il colpo, ognun facilmente l'immaginò.


   
Anno di Cristo MDXXXVII. Indizione X.
Paolo III papa 4.
Carlo V imperadore 19.

Non altro che pensieri e consigli di pace meditava il pontefice Paolo, e a questo fine nel precedente anno avea mandati due legati, cioè il cardinale Caracciolo all'imperadore, e il cardinale Trivulzio al re di Francia. Indarno impiegarono essi parole e passi: cotanto erano alterati gli animi di que' due emuli monarchi. Un altro motivo della spedizione d'essi porporati era la dichiarata risoluzion del pontefice per convocare il concilio generale. Ancor qui si trovarono delle discrepanze; e perchè s'era posta la mira sopra Mantova, come città a proposito per quella sacra adunanza, tali difficoltà eccitò quel duca, che convenne pensare ad altro sito. Grande su questo punto fu sempre la premura del papa, sincera la sua intenzione. Anzi a lui stava così a cuore la riforma della Chiesa, che, siccome [526] dicemmo, senza aspettare il concilio, seriamente s'applicò egli a curarne le piaghe, e soprattutto a levare gli abusi della sua corte. A questo fine con immensa sua lode chiamò nell'anno precedente a Roma dei personaggi più illustri nelle scienze e nella pietà, e specialmente Reginaldo Polo Inglese, parente del re di Inghilterra, Gian-Pietro Caraffa Napoletano, vescovo teatino, cioè di Chieti, Gregorio Cortese Modenese, abbate di San Benedetto di Mantova, e Girolamo Aleandro da Istria, arcivescovo di Brindisi. E siccome egli ebbe sempre gran cura di promuovere alla sacra porpora gli uomini di merito distinto, e massimamente gli eccellenti letterati, ed avea già promosso al cardinalato nel 1535 fra altri egregi personaggi Gasparo Contarino Veneziano, ingegno mirabile; così sul fine del 1536 creò cardinali i suddetti Caraffa, che fu poi papa Paolo IV, e il Polo e Jacopo Sadoleto Modenese, insigne per la sua letteratura. A questi ingegni eccellenti avendo unito Tommaso Badia, parimente Modenese, dottissimo maestro del sacro palazzo, avea poi dato papa Paolo l'incumbenza di mettere segretamente in iscritto quegli abusi e disordini della Chiesa di Dio e della corte romana, che esigessero emendazione. Il che eseguirono essi con sommo giudizio ed onoratezza; benchè la loro scrittura contro la mente del pontefice e d'essi, capitasse poi in mano degli eretici, che ne fecero gran galloria: quasichè i difetti introdotti nella disciplina potessero servire a giustificare il loro scisma e le loro false dottrine. Non certo que' saggi uomini trovarono nella Chiesa romana dogmi meritevoli di correzione; e stando questi immobili, ancorchè avvengano slogature nella disciplina, immobile sta e starà sempre la vera Chiesa di Dio. Con queste sì lodevoli azioni egregiamente adempieva Paolo III il sacro suo ministero; e se gli può ben perdonare, se nel medesimo tempo ancora ascoltava i consigli dell'amor paterno verso la casa propria, cioè verso [527] di Pier-Luigi Farnese suo figlio, che già si era addestrato alla profession della milizia, forse con poca gloria, perchè, secondo il Varchi, fu casso con ignominia dal marchese del Vasto. L'avea già il pontefice creato gonfaloniere e generale dell'armi della Chiesa. Nel presente anno gli diede Nepi, e il creò ancora duca di Castro di Maremma di Toscana, permutato con Frascati da Girolamo Estontevilla, che dianzi era investito d'esso Castro. Essendo questo luogo come un deserto, Pier-Luigi cominciò ad abbellirlo con porte, piazze, palagi, strade e case, facendovi concorrere abitatori ed artefici. Col tempo ancora v'aggiunse le fortificazioni, tantochè lo ridusse in forma di città, ampliandone il distretto colla compera di varie circonvicine castella.

Accadde in quest'anno la violenta morte di Alessandro de Medici duca di Firenze. Chi desidera una esatta e diffusa notizia di questa tragedia, ha da ricorrere alle storie che ne trattano ex professo [Varchi. Segni. Adriani. Jovius.]. Basterà a me di dire che Alessandro, il quale fu figliuol naturale di Lorenzo de Medici il giovine, duca d'Urbino, e chi dice d'una schiava, e chi d'una vil contadinella di Collevecchio, benchè, (al mirare il tanto amore per lui di papa Clemente VII, la malignità di taluno immaginasse ch'egli dovesse i suoi natali a Giulio de Medici, che poi creato papa assunse il suddetto nome di Clemente), non mancò di vivacità d'ingegno e di attitudine per ben governare Firenze, dacchè era stato portato dalla forza del pontefice zio e dell'Augusto Carlo ad esser capo di quella repubblica, e poi principe assoluto. Ma ogni sua buona dote era guasta dalla smoderata libidine, confessando ognuno che per isfogarla non perdonava a grado alcuno di donne, e neppur alle sacre vergini; ed uscendo bene spesso la notte per disonesti fini, più d'una volta fu in pericolo della vita. Nè da questa vituperosa maniera di vivere potè mai ritirarlo papa [528] Clemente, per quante lettere ed ammonizioni gl'inviasse. Peggiorò molto più dopo la morte d'esso pontefice, nè giovò punto a rimetterlo sulla buona via l'aver egli ottenuta in moglie una figlia dell'imperadore, per cui non mostrò mai grande amore nè stima, perchè troppo perduto in cercar sempre novità d'oggetti alla sfrenata sua disonestà. Malcontenta di lui era la maggior parte de' Fiorentini, siccome coloro che miravano in lui un tiranno ed un oppressore della lor libertà, e che per sostenere con sicurezza il suo imperio, avea spinto in esilio tante onorate famiglie. Che se alcuno sparlava, ne pagava ben tosto il fio. Pure da questo universal odio non venne la sua rovina, avendovi posto riparo colla forte guardia di milizie, ch'egli teneva in città e al corpo suo, sotto il comando di Alessandro Vitelli; venne da quel medesimo vizio, di cui parlammo, che toglie talvolta di senno anche i più accorti.

S'era il duca affratellato non poco con Lorenzo de Medici, discendente da Lorenzo, fratello di Cosimo il Magnifico, e però suo parente alla lontana: quel medesimo Lorenzo, contra di cui Francesco Maria Molza, celebre ingegno modenese, scrisse una invettiva latina, per aver costui deformati in Roma alcuni bei frammenti delle antichità romane. Vedesi il suo vivo ritratto, formato dalla tagliente penna del Varchi, dal Segni e dal Giovio. Non era costui che iniquità; e queste da gran tempo meditava di coronare con una, che facesse grande strepito nel mondo. Adulatore divenuto d'Alessandro, e stretto suo famigliare principalmente s'era introdotto nella di lui grazia, con servirlo non solo di spia, ma ancora come sperto ruffiano presso qualunque donna che gli cadesse in pensiero. Andò tanto avanti questa sordida dimestichezza fra loro, che Alessandro il richiese di ridurre alle sue voglie una sorella della di lui madre, giovane non men pudica, che bella. Finse Lorenzino d'aver vinta la di lei costanza, e di farla venire una notte [529] nella propria casa, dove si esibì di trovarsi anche il duca. Infatti colà si portò l'incauto Alessandro soletto, e nella camera di Lorenzo si coricò in letto, aspettando il dolce momento di cui era intenzionato. Ma trovò quel che non si aspettava. Entrato Lorenzino, e seco un suo sgherro, gli furono addosso; e quantunque Alessandro, giovane robusto, facesse gran difesa, pure a forza di coltellate, e con segargli infine la gola, lo stesero morto sul letto, tutto immerso nel proprio sangue. Il tempo, in cui seguì sì strepitoso omicidio, se lo chiediamo al Varchi, egli risponde: Tra le cinque e le sei del sabbato che precedette la Befania, il sesto giorno di gennaio (secondo il costume dei Fiorentini, i quali pigliano il giorno, tostochè il giorno è ito sotto) dell'anno MDXXXVI. Parla alla forma de' Fiorentini, che mutavano l'anno solamente nel dì 25 di marzo, e presso loro perciò durava il 1536. Venne l'Epifania in quest'anno in sabato, e le parole del Varchi, che sembrano alquanto intricate, se io le so ben intendere, significano ucciso Alessandro, secondo noi, nella notte precedente al dì sesto di gennaio. All'incontro il Giovio scrive: Ea nocte, quae januaries nonas antecessit; cioè nella notte innanzi il dì quinto d'esso mese. Nella sua Storia volgarizzata, non so come, è scritto: Quella notte che fu innanzi a' 6 di gennaio: il che non corrisponde al latino. Ma il Segni chiaramente riferisce, aver il duca consumato il giorno intero sei di gennaio, festa della Befania, in maschera, ed essere poi stato ucciso la seguente notte. Eppure il medesimo scrive dipoi, che scoperta dai rettori la morte del duca, ordinarono che quel giorno, che era il dì della Epifania, si fingesse letizia. Come mai tanta discordia? Quanto all'Adriani, egli fa accaduta la morte di Alessandro la notte appresso il dì sesto di gennaio, celebrato per la festa dell'Epifania. Più strano è il linguaggio dell'Ammirati, che così scrive: Era entrato l'anno 1537 di sei giorni, giorno celebre per la solennità [530] della presentazion del Signore al tempio, quando Lorenzo fece intendere al duca, che nella notte seguente condurrebbe, ec. Ecco cosa fosse l'Epifania in mente di questo storico. Mi si perdoni questa diceria, da cui non ho saputo dispensarmi, acciocchè s'intenda sempre più che nelle minutaglie della cronologia anche i più accreditati storici prendono degli sbagli.

Ebbe tanta industria e fortuna l'omicida Lorenzino, che col suo sicario potè la stessa notte uscir di città, e salvarsi a Venezia, da dove poi Filippo Strozzi il fece ritirare alla Mirandola. Aveva egli chiuso in sua camera l'ucciso duca; nè trovandosi la seguente mattina nel suo palazzo il misero principe, e cercato indarno per varii siti dai ministri suoi e dal cardinal Cibò, che si trovava allora in Firenze, s'andò subodorando, e infine scoprendo la sua disavventura, la quale fu ben tenuta segreta, finchè arrivasse a Firenze Alessandro Vitelli capitano delle milizie ducali, e s'introducessero nella città molte brigate di fanti del Muggello. Questa precauzione tenne in dovere il popolo, che non seguisse sollevazione alcuna, come aveano sperato tanto Lorenzino che i fuorusciti fiorentini, sempre vogliosi di rimettere in libertà la patria. Oltre di che, al popolo erano già state tolte l'armi. Si tennero poi varie pratiche e consigli dal suddetto cardinal Cibò, dal Vitelli e dal magistrato maggiore, dove si trovò gran discrepanza di sentimenti. Ma ossia che Cosimo figlio del fu sì valoroso Giovanni de Medici, discendente anch'egli al pari del micidiario Lorenzino da Lorenzo fratello di Cosimo il Magnifico, trovandosi allora in villa, tratto dal rumore della morte del duca, spontaneamente tornasse in città; oppure ch'egli vi fosse chiamato dal cardinale e dai parziali della casa de' Medici: fuor di dubbio è ch'egli venne, e si presentò ad esso cardinale Cibò, il quale o prima o dipoi prese la protezione di lui, per farlo succedere all'estinto Alessandro. Giovinetto avvenente di diciotto anni era [531] allora Cosimo; superiore all'età sua era il senno e il coraggio suo. I pregi della pietà e della modestia, e del farsi amare ne accrescevano il merito. Militava ancora in favore di Cosimo il decreto ossia l'investitura Carlo V; e quello che soprattutto accelerò le risoluzioni fu il timore che l'armi di Cesare venissero a insignorirsi della città. Laonde cotanto si maneggiò il menzionato cardinale coi bene affetti e co' senatori più saggi, che senza far caso di un bastardo per nome Giulio, lasciato dal duca Alessandro, perchè di soli tre anni, elessero il suddetto giovane Cosimo, con titolo non già di duca, ma di capo e governatore della repubblica fiorentina, con assegno di dodici mila fiorini d'oro l'anno e con limitazioni al precedente governo. Accettò Cosimo ogni condizione a mani baciate, ben prevedendo che col tempo avrebbe da prendere legge chi ora a lui la dava. Per l'allegrezza fu poi svaligiato dai soldati il suo palazzo, e per vendetta saccheggiato quello di Lorenzino. Per non tornare più a costui, il quale, come apparisce da una lettera a M. Paolo del Tosso [Lettere de' Principi, tom. 3.], e dal Varchi, venne fregiato dai fuorusciti fiorentini col titolo di Bruto novello Toscano, dirò che in Firenze fu poi smantellato il suo palazzo, facendovi passare per mezzo una strada appellata del traditore; fu promessa gran taglia a chi il desse vivo o l'uccidesse; e dipinta la sua effigie pendente dalla forca. Andò poi egli in Turchia; tornò a Venezia, e di là passò in Francia; finalmente ritornato a Venezia senza rumore fu privato di vita nel 1547. Succederono poscia varie altre scene in Firenze e per la Toscana, che lungo sarebbe il voler riferire. Solamente aggiungerò che Alessandro Vitello s'impadronì con inganno della fortezza di Firenze, e se ne fece bello coll'imperadore, scrivendogli di tenerla a nome e volere della maestà sua. Si meritò egli per questo il nome di traditore. In gran moto si misero dipoi i cardinali e fuorusciti fiorentini [532] per guastare la risoluzione presa in favore di Cosimo de Medici. Ma andarono a vuoto i loro per altro deboli tentativi e disegni, e molti d'essi, fra' quali Filippo Strozzi lor capo, furono condotti prigioni a Firenze, e col tempo anche decapitati, fuorchè il suddetto Filippo, che poi nell'anno seguente si trovò morto in prigione, con far correr voce che si fosse ucciso da sè stesso.

Seguitò nel presente anno la guerra in Piemonte fra gl'Imperiali e Franzesi. In uno stato compassionevole si trovava ben allora Carlo III duca di Savoia, dacchè avea nemici i Franzesi, e gl'imperiali amici bensì, ma senza gagliarde forze, e intanto si desolava tutto il suo paese, ora in mano degli uni, ed ora degli altri cadendo le sue terre e castella. Andò il marchese del Vasto all'assedio di Carmagnola con Francesco marchese di Saluzzo, che, colpito d'una archibusata, ivi lasciò la vita. Essendo sul principio di giugno arrivato di Francia a Pinerolo il signor d'Umieres con alcune migliaia di Tedeschi, il Vasto si ritirò ad Asti, città poscia indarno assediata dai Franzesi [Belcaire. Giovio. Segni. Spondano.]. Venne bensì Alba con altri luoghi in lor potere; ma non tardarono gli Imperiali a ricuperarli, e a prendere Chieri e Chierasco. Rinforzato poi l'esercito cesareo da molte truppe venute di Germania, forse avrebbe tentato cose maggiori; ma, d'ordine del re di Francia, nel principio d'ottobre si mosse di Lione Arrigo delfino di Francia con Anna di Memoransì gran contestabile, e con una buona armata, e giunto a Susa, se ne impadronì, siccome ancora d'altri luoghi ch'io tralascio. Venne lo stesso re Francesco in Piemonte; e perciocchè fu in questi tempi fatta una tregua di tre mesi, conchiusa nel dì 16 di novembre dell'anno presente, e rapportata dal Du-Mont [Du-Mont, Corps Diplomat.], per tentare, se possibil era, d'intavolar la pace, si posarono l'armi; e portossi il marchese del Vasto a baciar le mani al re [533] di Francia, dimorante in Carmagnola. E qui non si dee tacere un fatto di esso re, confessato dallo stesso Belcaire, e sommamente detestato dallo Spondano storico anch'esso franzese, per cui resterà sempre denigrata la fama di chi nei titoli Cristianissimo, tutt'altro ne' fatti si diede a conoscere. Cioè cotanto era infiammato d'odio esso re Francesco I contra dello Augusto Carlo V, che in quest'anno spedì suoi oratori a Solimano gran signore dei Turchi, per incitarlo a muovere guerra in Italia. E volesse Dio che questo solo esempio avesse dato la corte di Francia del suo attaccamento al Turco in danno della cristianità. Presero i Turchi Castro in Puglia, distante otto miglia da Otranto, e cominciarono colle scorrerie ad infestar tutto quel paese. Cagion poi fu la tregua suddetta che i Turchi si ritirassero di là, dopo avere riempiuta di terrore tutta l'Italia, menando nondimeno seco una gran copia d'infelici cristiani in ischiavitù. Intanto si cominciò a maneggiar una lega fra il papa, l'imperadore e i Veneziani, per resistere al comune nemico, giacchè egli potentissimo per terra e per mare avea già cominciata guerra contro la repubblica veneta, con un lagrimevol sacco all'isola di Corfù, ed in Ungheria avea inferiti gravissimi danni a quella cristianità.


   
Anno di Cristo MDXXXVIII. Indiz. XI.
Paolo III papa 5.
Carlo V imperadore 20.

Lo straordinario apparato del sultano dei Turchi Solimano contro dei confinanti regni cristiani [Raynaldus, Annal. Eccl. Spondanus, Annal. Eccl.], quel fu che indusse finalmente papa Paolo, Carlo imperadore, Ferdinando suo fratello re dei Romani e d'Ungheria, e i Veneziani a stabilire una lega in lor difesa. Si obbligarono queste potenze a fare un armamento di ducento galee, di cento navi, di quaranta mila fanti, e di quattro mila [534] e cinquecento cavalli tedeschi. Furono compartite a rata le spese fra i contraenti; Andrea Doria creato capitan generale di sì potente flotta. Non contento di ciò il pontefice, vedendo che tante lettere ed ambasciate sue nulla aveano servito per condurre alla pace gli animi troppo esacerbati dell'imperadore e del re di Francia, si lusingò che la presenza ed eloquenza sua potesse ottenere di gran bene alla cristianità, cotanto allor conculcata dagli eretici, e minacciata dai Turchi. Maneggiò pertanto un abboccamento suo con que' due monarchi nella città di Nizza in Provenza, dove convennero di ritrovarsi tutti e tre. Insorsero poscia delle gravi discrepanze, perchè il pontefice richiedeva in sua balia il castello d'essa città, ed altrettanto pretendeano Cesare e il re Cristianissimo; e il duca di Savoia, padrone d'essa città, non fidandosi nè dell'uno nè dell'altro, si trovò in molto imbroglio. Si mosse da Roma nel dì 23 di marzo papa Paolo III, e, giunto a Parma, fu con gran solennità accolto; ma insorta lite fra chi pretendeva la mula pontificia, si venne ad una baruffa tale, che il suo mastro di stalla vi restò morto; e il papa con tutti i cardinali spaventati scappò a nascondersi in duomo. Arrivato a Savona, e, quivi imbarcatosi, nel dì 17 di maggio approdò a Nizza. Curiosa non poco riuscì quella scena. Non solamente non potè entrare il papa nel castello, ma neppure nella stessa città. Inoltre, per quanto egli studiasse, non potè indurre al desiderato abboccamento Carlo V e Francesco I. Trattò dunque separatamente esso pontefice con amendue. Il primo, venuto di Spagna a Villafranca, si portò a visitar il papa, alloggiato fuori di Nizza, dove sotto un padiglione per un'ora intera parlarono dei loro affari. Nel dì 21 di maggio si abboccarono di nuovo. Poscia nel dì 2 di giugno, un miglio di là da Nizza, si presentò al pontefice il re di Francia coi figli, e seguì fra lor due un lungo ragionamento. Tornò esso re ad [535] un altro congresso nel dì 13 dello stesso mese. Al lodevolissimo zelo del papa non venne fatto di condurre ad accordo alcuno que' due monarchi, creduti dalla gente savia per irreconciliabili; pure tanto si affaticò, che gl'indusse amendue a conchiudere nel dì 18 di giugno [Du-Mont, Corps Diplomat.] una tregua di dieci anni fra loro, con che restasse ognuno in possesso di quel che aveano preso: il che se dispiacesse al duca di Savoia, divenuto bersaglio di questi due potentati contendenti, ognun sel può immaginare. E tanto peggior divenne la sua condizione, perchè l'imperadore, sdegnato per non aver esso duca contro la promessa voluto concedere al papa il castello di Nizza, volle dipoi tener guarnigione spagnuola in Asti, Vercelli e Fossano. Parlò ancora premurosamente il pontefice della tenuta dell'intimato concilio in Vicenza; ma ritrovò varie difficoltà in que' monarchi; laonde convenne differirlo. Promosse eziandio vivamente presso il suddetto Augusto la guerra da farsi contro il Turco, e ne riportò molte promesse.

Questi al certo furono i veri motivi per li quali papa Paolo, benchè con tanti anni addosso, e mal provveduto anche di sanità, prese a fare un viaggio sì lungo da Roma a Nizza. Ma la gente maliziosa d'allora, ed altri ancora dipoi si figurarono che lo sprone principale del vecchio papa fosse l'ardente suo desio di maggiormente ingrandire il figlio Pier-Luigi e i nipoti. Nè si può negare che in cuor suo non avesse alte radici questo affetto, familiare a quasi tutti i papi di que' tempi corrotti. Pretende Bernardo Segni [Segni, lib. 8.] che non fosse tenuta in quel secolo cosa degna d'infamia che un papa avesse figliuoli bastardi, nè che cercasse per ogni via di farli ricchi e signori; anzi erano avuti per prudenti e per astuti e di buon giudizio pontefici tali. Ma è ben lecito a noi di credere che in ogni secolo e tempo nel tribunale dei buoni e dei [536] veri amatori della religione, queste fossero considerate per gravi macchie in chi è prescelto per sì alto e santo grado nella Chiesa di Dio. E benchè il primo neo non abbia impedito a taluno d'essere egregio pontefice, e sia almeno tollerabile il secondo, quando si tenga fra i limiti della moderazione; pure l'eccedere in questa passione sempre fu e sempre sarà un abusarsi di quella dignità che Dio per tutt'altro conferisce ai ministri suoi. Ne abbiam veduto in addietro de' perniciosi esempi. Quanto a papa Paolo III, convien confessare che più al pubblico bene della Chiesa e della repubblica cristiana, che al nepotismo, in imprendere quel viaggio furono rivolte le sue mire; il che chiaramente apparisce da una relazione stampata di Nicolò Tiepolo ambasciatore di Venezia. Che egli poi pensasse seriamente ancora a prevalersi di tal congiuntura per promuovere i vantaggi della sua famiglia, il fatto lo dimostra. Allorchè accadde la morte del duca Alessandro de Medici, Margherita d'Austria sua moglie, dopo aver fatto uno spoglio di tutte le gioie e del meglio della casa de Medici, ritirossi nella fortezza di Firenze, occupata da Alessandro Vitelli. Da lì a qualche tempo passò a Prato, indi a Pisa, per aspettar gli ordini dell'Augusto Carlo suo padre. Cominciò di buon'ora Cosimo de Medici le sue pratiche alla corte d'esso imperadore per ottenerla in moglie; ma a questo mercato concorreva anche papa Paolo, e in Nizza ottenne quanto volle. Premeva più a Cesare di mantenersi amico il pontefice che Cosimo, e già avea disegnato qual moglie avesse a darsi al nuovo signor di Firenze. Fu dunque dall'imperadore promessa la figlia sua naturale ad Ottavio figlio di Pier-Luigi Farnese; nè questo bastò al pontefice, perchè impetrò ancora che l'imperadore lo investisse della città di Novara con titolo di marchese. Aggiungono che l'accorto vecchio si fosse anche lusingato di poter indurre in que' congressi l'imperadore [537] e il re di Francia a concedere a persona neutrale il ducato di Milano, per finir tutte le loro liti: il che se gli riusciva, sperava appresso di far succedere il figlio in quel riguardevole Stato. Dicono che anche ne fece la proposizione, ma che que' monarchi non si sentirono ispirazione alcuna di far questo sacrifizio. Di ciò tornerà occasion di parlare.

Nel dì 19 di giugno il re di Francia si partì da' contorni di Nizza, e nel dì seguente imbarcatosi il papa, ed accompagnato dall'imperatore sino a Genova, continuò poi il viaggio, con arrivare a Roma nel dì 24 di luglio. Appresso dirizzò le prore verso la Spagna l'Augusto Carlo; ma, sorpreso da venti contrarii, fu forzato a ritirarsi alle isole di Ieres. Non volle entrare in Marsilia. Cresciuto poi il furore del vento, che disperse la sua flotta, e lui stesso condusse in pericolo, andò ad approdare ad Acquamorta. Ivi era con Leonora regina sua moglie, e sorella dello stesso imperadore, il re Francesco, il quale non ebbe difficoltà di passare in un battello alla galea d'esso Augusto, con dirgli: Mio fratello, eccomi per la seconda volta vostro prigione. Lo abbracciò Carlo, e mostrando anch'egli egual finezza, scese dipoi a terra, e fu in ragionamenti stretti con esso re, facendo comparire, siccome accortissimo signore il più bel cuore del mondo, e buona intenzione d'accomodarsi: il che diede speranza ad ognuno di pace, fuorchè a papa Paolo, il quale avea abbastanza scandagliato l'interno dello stesso imperadore. Passò dipoi esso Augusto in Ispagna, e attese alla guerra contro il Turco. Intorno a questa io non dirò altro, se non che non fu fatto quel magnifico armamento che per li capitoli della lega si dovea: pure Andrea Doria con una fiorita armata navale si congiunse colle forze de' Veneziani, del papa e dei cavalieri di Malta, e formò uno stuolo di cento e trentaquattro galee, sessanta navi grosse ed altri navigli minori. Da più secoli non s'era veduto un sì forte [538] armamento in mare, ed ognuno ne prediceva meraviglie. Ma il Doria, quando venne il tempo della battaglia, con perpetuo suo scorno si ritirò, lasciando esposti i Veneziani al furore del Barbarossa, con perder essi due galee, ed aver come miracolosamente salvato a Corfù il lor galeone che facea acqua da tutte le bande. Ricuperò poi il Barbarossa nell'anno seguente Castelnuovo, con mettere a fil di spada quattro mila fanti spagnuoli veterani, lasciati ivi di presidio: il che più sonoramente accrebbe le mormorazioni contra del Doria. Scuse o giustificazioni si recarono della sua condotta, che qui non importa riferire. Fu in pericolo di perdere nell'anno presente anche la Goletta in Africa, restata in potere dell'imperadore, e ciò perchè sei mila fanti spagnuoli quivi di guarnigione, per mancanza di paghe, si ammutinarono, e convenne condurne la maggior parte in Sicilia, dove, durando la lor sedizione, commisero de' gravi danni e spogli di que' cristiani nazionali. Don Ferrante Gonzaga, vicerè d'essa Sicilia, non ebbe altra via per metterli in dovere, che di ricorrere all'inganno. Cioè colle più forti promesse, autenticate da solenni giuramenti, prestati davanti al sacro altare, impegnò il perdono per cadaun d'essi. Ma dacchè gli ebbe separati e sbandati, a poco a poco fatti pigliare i loro capi, e moltissimi degli stessi soldati, barbaramente contro la fede data, e conculcata la religione d'essi giuramenti, fece impiccare: cosa di eterna infamia per lui, e che gli tirò addosso l'odio di tutta la nazione spagnuola.

Mancò di vita nel dì 28 di dicembre dell'anno presente Andrea Gritti doge di Venezia, celebre per la sua prudenza e per le sue militari imprese, ed ebbe per successore Pietro Lando, eletto nel dì 20 di gennaio dell'anno seguente. Parimente terminò i suoi giorni nel dì primo di ottobre Francesco Maria della Rovere duca d'Urbino, mentre si trovava in Pesaro, con lasciar dopo di sè una gloriosa [539] memoria per le sue azioni. Secondo il Sardi [Alessandro Sardi, Storie MSte.], morì egli di veleno, datogli ad istanza di Luigi Gonzaga, soprannominato Rodomonte. Il Giovio parla dello stesso veleno, ma senza attentarsi di palesarne l'autore, benchè dica che risultasse dal processo e dalla confessione chi fosse il reo, lasciando sospetto contro di chi aspirava al dominio di Camerino. Già dicemmo che contro il volere e le pretensioni della curia romana s'era messo in possesso del ducato di Camerino Guidubaldo figlio del suddetto duca d'Urbino, il quale fin qui vi si seppe mantener contro l'armi del papa colla riputazione del valoroso suo padre, e molto più per la protezione de' Veneziani, de' quali esso duca Francesco Maria era generale. Ma mancato di vita suo padre, e cessata l'assistenza della repubblica veneta, il pontefice, che nell'anno addietro avea con contraccambio d'altri beni indotto Ercole Varano a cedere le sue ragioni sopra Camerino ad Ottaviano Farnese suo nipote, non tardò a farle valere, inviando Stefano Colonna, oppure Alessandro Vitelli, come altri vogliono, coll'esercito pontificio contro quella città. Tuttochè essa fosse ben forte, pure il nuovo duca Guidubaldo, conoscendo di non potersi quivi mantenere, e temendo inoltre di perdere anche il ducato d'Urbino, venne poi nell'anno seguente a concordia col papa, e gli rilasciò quella città e il suo ducato, di cui egli non tardò ad investire il suddetto suo nipote Ottavio. Nel dì 3 di novembre entrò in Roma Margherita di Austria, destinata in moglie ad esso Ottavio, il quale era allora in età solamente di quindici anni, dichiarato prefetto di Roma. Si celebrarono quelle nozze con gran sontuosità, feste ed allegrezze. Confessò il papa d'aver avuto in dote trecento mila scudi d'oro, ma non si sa qual banchiere glieli coniasse. Racconta il Segni che questa principessa si trovò sui principii malcontenta di un tal maritaggio, e che, essendo ita a Castro e Nepi, [540] disse che la più vile terricciuola del duca Alessandro suo primo marito valeva più di Castro, e di quanto avea casa Farnese. Ai motivi dunque del pontefice di sempre più ingrandir la sua casa si dovette aggiugnere ancor questo. Cosa mirabil avvenne nel dì 29 di settembre di quest'anno [Summonte.]. Fra il porto di Baia e di Pozzuolo apertosi il terreno, cominciò a vomitare fuoco, sassi, fumo e cenere, che portata per aria si stese più di cento cinquanta miglia verso la Calabria, e ne fu coperta tutta la città di Napoli. Cagionò questo nuovo vulcano tremuoti per otto giorni. Restarono inceneriti tutti gli alberi, spianati gli edifizii, e desolato un gran tratto di paese, pieno dianzi di amene selve di agrumi e d'altri frutti. Della vomitata materia fetente di zolfo si formò all'intorno di quella bocca un monte, alto più d'un miglio, di circuito al piano di quattro miglia, occupante i bagni delle Trepergole, e gran parte del lago Averno e del Lucrino. Non avrei ardito di scrivere tanta altezza di quel monte, sembrando a me un'iperbole, se non ne facesse fede anche Alessandro Sardi [Sardi, Storia MS.] storico contemporaneo. Furono in questo anno da papa Paolo con sua gran lode creati cardinali due insigni letterati italiani, cioè Girolamo Aleandro e Pietro Bembo.


   
Anno di Cristo MDXXXIX. Indiz. XII.
Paolo III papa 6.
Carlo V imperadore 21.

A cagion della tregua stabilita fra Carlo imperadore e Francesco re di Francia si godè in quest'anno una felice quiete per l'Italia. Intanto i Veneziani, dopo la pruova fatta del poco capitale che poteva farsi degli aiuti dell'imperadore contro il Turco, scorgendo sè soli rimasti in ballo, ed esposti alla straordinaria potenza di Solimano, cominciarono a trattar seco di pace. A questo fine nel mezzo [541] dell'anno presente ottennero da lui una tregua di tre mesi, la qual fu anche dipoi prorogata. Non furono ascosi all'imperadore e al re di Francia questi negoziati del senato veneto col tiranno d'Oriente; e però amendue (verisimilmente non per vera voglia di guerreggiar contra degl'infedeli, e molto meno il re Francesco I amico d'essi, ma per comparire presso la gente credula zelanti del bene della cristianità) nel dicembre di questo anno spedirono a Venezia i loro ambasciatori, cioè Cesare il marchese del Vasto, e il re il maresciallo di Annebò, per esortar quel senato a desistere dalla pace con esso Turco, con far loro sperare dei possenti soccorsi. Ma gli avveduti e saggi Veneziani, che sapevano qual divario passi fra parole e fatti, grandi onori bensì fecero a que' regi ministri, e tennero più conferenze con essi, ma infine trovando troppo allignata la discordia fra que' due monarchi, li rimandarono ben corrisposti d'altrettante belle parole, e senza conclusione alcuna. Determinarono poscia di cercar pace col sultano a qualunque condizione. Mancò di vita in quest'anno nel dì primo di maggio l'imperadrice Isabella; perdita, per cui fu inconsolabile l'imperador Carlo V suo marito, che molto la amava. Già dicemmo negata da Cesare a Cosimo de Medici la figlia Margherita, per darla ad Ottavio Farnese. Premendogli nondimeno di tenerselo amico, l'avea, nell'anno addietro, confermato signore e duca di Firenze: con che Cosimo cominciò ad esercitare un pieno dominio in quelle contrade. E perciocchè, siccome signore di molta avvedutezza, si voleva in tutto mostrar dipendente da esso imperadore per più ragioni, e massimamente per essere tuttavia in man degli Spagnuoli le cittadelle di Firenze e di Livorno, lasciò ancora all'elezione di lui il destinargli una moglie. Dall'Augusto fu dunque prescelta donna Leonora figlia di don Pietro di Toledo vicerè di Napoli. Mandò il duca Cosimo a prenderla, e giunta nel dì 22 di marzo a Livorno, la [542] condusse con gran pompa a Firenze, dove sontuosamente furono celebrate le sue nozze.

Nell'autunno di quest'anno scoppiò in Fiandra la ribellione della città di Gante, originata dai troppi aggravii nuovamente imposti dai ministri cesarei. Mi sia lecito lo scorrere colla penna colà, perchè gli affari d'Italia andavano congiunti con quei di chi n'era imperadore, e ci possedeva tanti Stati. Nulla curando il popolo di Gante il pregio d'essere lo stesso Augusto Carlo uscito alla luce nella loro città, prese l'armi, uccise, o cacciò quanti ministri v'erano dell'imperadore. Nè solamente fece ricorso per aiuto al re di Francia, ma si diede anche ad attizzar le altre provincie, affinchè scuotessero il pesante giogo degli Spagnuoli. Portatone il disgustoso avviso a Cesare, dimorante allora in Ispagna, conobbe egli tosto essere necessaria la pronta sua presenza in quelle parti per ispegnere il nato fuoco, o per trattenerlo che non si dilatasse. V'ha chi scrive, aver egli disegnato di passare in Italia per mare, e poi per la Germania trasferirsi in Fiandra, e che Francesco re di Francia, ciò inteso, gli esibisse il libero passaggio a quella volta pel suo regno. Altri poi, e con più fondamento, sostengono che Carlo, ben conoscente del generoso animo del re Cristianissimo, facesse maneggi per impetrare il sicuro transito per la Francia: al qual fine indorò la richiesta con isperanze di terminar le pendenze sue con esso re. Aggiungono i politici, procurato da lui principalmente questo passaggio, acciocchè i Fiamminghi, al mirar la buona armonia che passava fra lui e il re di Francia, cessassero di lusingarsi ch'esso re condiscendesse a prendere la loro protezione contra dello stesso imperadore. Partito dunque di Spagna l'Augusto monarca, e ricevuto dal figlio minore del re con immenso onore ai confini della Francia, e poscia dal delfino e dal re stesso, sul fine dell'anno arrivò a Fontanablò, [543] dove il lasseremo. Allorchè giunse a Roma la nuova dell'abboccamento che avea da seguire di que' due monarchi, non fu pigro papa Paolo a destinare un legato verso Cesare, col pretesto di condolersi seco della morte dell'imperadrice, ma singolarmente per procurar la pace e vegliare agl'interessi della Chiesa, dello Stato pontificio e della casa Farnese. Perciocchè si credeva allora dagli indovini dei gabinetti principeschi che il pontefice amoreggiasse Siena, oppure il ducato di Milano, siccome di sopra avvertimmo. Scelto fu nel giorno 24 di novembre per la suddetta legazione Alessandro cardinal Farnese suo nipote, giovine di circa diecinove anni, ma di soavissimi costumi, di eccellente ingegno e di grandissima espettazione, come lasciò scritto Alessandro Sardi, con cui vanno d'accordo gli altri scrittori di questi e de' susseguenti tempi.


   
Anno di Cristo MDXL. Indizione XIII.
Paolo III papa 7.
Carlo V imperadore 22.

Nel primo giorno del presente anno [Belcaire. Spondano. Adriani. Giovio. Segni.] entrò Carlo imperadore come in trionfo nella real città di Parigi, accompagnato dal re Francesco, da' suoi figli e da tutta la magnifica sua corte. In tal congiuntura incredibile fu il concorso di nobili e popolo, non solo di Francia, ma anche di Spagna e d'Italia, in maniera che, quantunque sì vasta anche allora fosse quella metropoli, pure si trovava per tutte le sue strade così gran calca d'uomini e cavalli, che alcuni per la folla perderono la vita. Non lasciò indietro il re Cristianissimo sorta alcuna di divertimenti, come conviti, giostre, tornei ed altri spettacoli, tutti fatti con somma magnificenza e spesa, per far onore a sì grand'ospite. Tenne l'imperadore dei segreti e lunghi ragionamenti col re e co' suoi ministri, nel che pareano divenuti due fratelli que' possenti monarchi. [544] Carlo V, da quell'accortissimo principe ch'era, incantò ognuno con belle parole di voler cedere lo Stato di Milano ad uno dei figli del re, ma con riserbarsi il compimento di così generose promesse (fatte nondimeno solamente in voce) dappoichè fosse sbrigato dall'impresa di Gante. Allorchè questa fu finita, sparirono quelle sì amichevoli intenzioni della maestà sua, venendo sempre più ad apparire che nell'Augusto Carlo, per mezzo della madre, era passato l'ingegno di Ferdinando il Cattolico, il quale osservava la fede a misura dell'utile suo. Perlochè trovandosi il re Francesco oltremodo deluso, ad altro non pensò da lì innanzi che a nuocergli e a muover guerra ai di lui regni. Arrivato l'imperadore a Brusselles, si applicò tutto alle maniere di gastigar i Gantesi: al qual fine raunò alcune migliaia di fanti tedeschi e cavalli borgognoni. Allora fu che il popolo di Gante, giacchè era venuta meno ogni speranza di soccorso dalla parte dei Franzesi, nè si trovavano in istato da poterla durare contra del potente sovrano, spedirono inviati a chieder misericordia, facendogli anche sperare che troverebbe aperte le porte della città, ed ogni persona ubbidiente a' suoi cenni. Intanto alcuni de' più colpevoli, conoscendo che l'aria d'Inghilterra sarebbe più salutevole per loro, colà si rifugiarono. Ito poscia Cesare a Gante colle sue schiere, armato vi entrò, fece tagliare il capo a nove di que' cittadini, e da lì a qualche tempo a molti altri, con privar la città di tutti i suoi privilegii, ed obbligar la cittadinanza a fabbricar ivi alle sue spese una fortezza: al qual lavoro destinò Carlo per presidente Gian-Giacomo de Medici marchese di Marignano, che ogni dì più facea progressi nella grazia di lui. Questo esempio di severità fece che tutti i Paesi Bassi col capo chino pagassero e sofferissero da lì innanzi qualsivoglia gravezza loro imposta. Ed appunto osserva il Segni che questo imperadore con mostra di gran [545] religione e giustizia aggravava poi smisuratamente di tributi i suoi popoli di Fiandra, Milano, Napoli e Sicilia; e che i governatori suoi cavavano il cuore ai sudditi con esorbitanti aggravii: del che non si allegava esempio simile di crudeltà sotto i precedenti principi. Che libri di religione leggesse questo monarca, non vel saprei dire. Di questa sfigurata religione viene accusato da esso Segni anche Cosimo de Medici, novello duca di Firenze.

Sembrò ad alcuni che di questa maligna influenza partecipasse alquanto eziandio lo stesso pontefice Paolo III. Oltre ad altre gravezze da lui imposte ai popoli della Chiesa e al clero d'Italia, mise nel presente anno un dazio sopra il sale, che increbbe molto ai suoi sudditi. In Ravenna insorse per questo qualche tumulto, ma di poca durata. All'incontro, i Perugini, pazzamente dato di piglio alle armi, proruppero in un'aperta ribellione. Per metterli in dovere raunò il papa otto mila fanti italiani; quattro mila Spagnuoli ottenne da Napoli; ed aggiuntivi ottocento Tedeschi, fece marciar questa gente addosso a Perugia sotto il comando di Pier-Luigi suo figlio e di Alessandro Vitelli. Le principali prodezze di costoro si ridussero a bruciare il bello e fruttifero paese intorno a quella città, non meritando nome alcune picciole scaramuccie, seguite fra essi e i Perugini. Questi avevano chiamato alla lor difesa Ridolfo Baglione, e confidavano forte che il duca di Firenze Cosimo, siccome principe disgustato per non poche ragioni del papa, accorrerebbe in loro aiuto. Ma fallito questo lor disegno, trovandosi sprovveduti d'ogni cosa necessaria alla difesa, mandarono a trattar di concordia. Altro non ottennero, se non che il papa li volle a discrezione. Entrativi i ministri e soldati pontificii, per non essere da meno di Cesare in gastigare i Gantesi, fecero decapitare sei di que' gentiluomini, dieci altri ne mandarono a' confini; e, spogliato d'armi il popolo, e d'ogni autorità e privilegio quel comune, ordinarono che [546] alle spese loro si piantasse una fortezza nella città, comprendendo in essa i palagi de' nobili Baglioni. Rimasero per questo ben umiliati i Perugini; ma non si dee tacere che tredici anni dopo il papa Giulio III restituì loro i magistrati e gli onori, con ridurre quella città al reggimento, come era prima. Terminata questa festa, ad un'altra si diede principio, perchè i Colonnesi, capo de' quali era Ascanio Colonna, ricalcitrarono all'accresciuto prezzo del sale. Però papa Paolo, che anche senza di questo mirava di mal occhio quella nobile e potente casa, siccome quella che avea in altri tempi fatto fronte a' suoi predecessori, mosse lor guerra con un esercito di dieci mila persone. Ma perchè quest'altra scena più precisamente appartiene all'anno prossimo, allora ne parleremo.

Seriamente intanto avea trattato Luigi Badoero, ambasciator de' Veneziani a Costantinopoli, di far pace colla Porta ottomana, e gli convenne conchiuderla, non come egli volle, ma come pretese Solimano [Andr. Maurocenus. Alessandro Sardi. Segni ed altri.]. Fu obbligato il senato veneto a cedere al Turco Napoli di Romania, e Malvasia nella Morea, due terre di grande importanza, e di pagare trecento mila scudi d'oro nel termine di tre anni. Il trovarsi abbandonata quella repubblica da chi le dovea dar braccio contro le troppo superiori forze della potenza turchesca, la indusse ad accettar sì dura legge. Giunta a Venezia la nuova di questa svantaggiosa pace nel dì 27 d'aprile, grande strepito, fiere mormorazioni si suscitarono contra del Badoero, che a tanto prezzo l'avesse comperata. Era in pericolo la sua vita, non che la sua fama per questo; ma si venne col tempo a scoprire un tradimento, cosa rara in quella saggia e sì ben regolata repubblica. Dimorava in Venezia Antonio Rincone, ambasciatore di Francia; e siccome il re Francesco, non senza infamia del suo nome, teneva con Solimano non solo stretta amicizia, ma anche una [547] specie di lega; così il ministro suo andava spiando tutto ciò che poteva essere di vantaggio al Turco. Venne poi a scoprir per mezzo di Costantino e Niccolò Cavazza, segretarii della repubblica, e di alcuni altri gentiluomini veneti, avere il consiglio accordato segretamente al Badoero di poter cedere, se così portasse il bisogno, le suddette due città o, per dir meglio, la Morea; e fecelo il Rincone suddetto sapere a Solimano. Però allorchè l'ambasciatore veneto affermò di non aver ordine dalla repubblica di far quella cessione, Solimano il trattò da bugiardo e sleale, e stette saldo in voler quelle due città. Leggesi presso il Du-Mont [Du-Mont, Corps Diplomat.] lo strumento di questa pace, fatto nel dì 20 d'ottobre dell'anno presente. Furono poi da lì a molto tempo scoperti in Venezia i traditori, e coll'ultimo supplizio gastigati alcuni d'essi, e gli altri si sottrassero alla giustizia col fuggirsene in Francia. Venne anche licenziato il menzionato Rincone, come persona che si abusava della sua autorità in danno della repubblica. Trovavasi in questi tempi a Messina Andrea Doria principe di Melfi con cinquantacinque galee, andando in traccia de' corsari africani. Pervenutogli l'avviso che Dragut Rais, famoso corsaro, subordinato al Barbarossa, andava in corso contro i Cristiani, spedì Giannettino Doria valoroso nipote suo con ventuna galee e una fregata a cercarlo. Trovò egli avere il corsaro furiosamente dato il sacco a Capraia, menato più di secento anime in ischiavitù, ed essere passato ad infestare i lidi della Corsica. Il raggiunse Giannettino, il combattè, e fatto acquisto di molti de' suoi legni, prigione fra gli altri ebbe lo stesso Dragut, che fu messo alla catena col remo. Tornossene il vittorioso Doria a Messina, e presentò costui al principe suo zio, che, datone l'avviso all'imperadore, ricevette per risposta, che sua maestà il donava a lui. Rimise poi Andrea Doria questo mal arnese in libertà, con fargli pagare una grossa taglia, [548] ma con guadagnare eziandio un biasimo non lieve presso de' cristiani; perciocchè Dragut divenne più implacabil persecutore de' medesimi e cagionò loro da lì innanzi dei gravissimi danni. Stando l'Augusto monarca in Brusselles nel dì 11 d'ottobre dell'anno presente, investì il principe don Filippo figlio suo del ducato di Milano, come consta dal diploma rapportato dal Du-Mont. Nel dì 28 di giugno (altri scrivono nel giorno ottavo di aprile) mancò di vita Federigo II duca primo di Mantova, con lasciar dopo di sè Francesco III primogenito, che a lui succedette nei ducato; Guglielmo, che dopo Francesco regnò; Lodovico, che passato in Francia divenne poi duca di Nevers; e Federico, che fu poi cardinale. Erano tutti questi figli in età pupillare, e però il cardinale Ercole loro zio colla duchessa Margherita prese il governo di quegli Stati.


   
Anno di Cristo MDXLI. Indizione XIV.
Paolo III papa 8.
Carlo V imperadore 23.

La guerra fra papa Paolo ed Ascanio Colonna diede in questi tempi pascolo ai cacciatori di nuove. Andò l'esercito pontificio, comandato da Pier-Luigi Farnese, a mettere campo a Rocca di papa, e cominciò a batterla colle artiglierie. Trovavasi allora Ascanio a Ginazzano, ed avendo inviato alquante schiere in soccorso di quella terra, ebbe la mala ventura; perchè, rotte le sue genti, in gran parte rimasero uccise o prigioniere. Perciò da lì a qualche tempo quella rocca capitolò la resa. Passarono l'armi pontificie sotto Palliano, e vi trovarono alla difesa Fabio Colonna con un grosso presidio di mille e cinquecento fanti, che, tosto usciti fuori, diedero il ben venuto ai papalini, uccidendo i bufali che tiravano le artiglierie, e poco mancò che queste non inchiodassero. Furono fatte molte azioni sotto quella terra e sotto Ceciliano, a cui nello stesso tempo fu posto l'assedio. Dopo gran tempo s'impadronì [549] il Farnese di Palliano e della sua cittadella, di Ceciliano, Ruviano e d'ogni altro castello posseduto da Ascanio Colonna in quel della Chiesa. Furono, d'ordine del papa, smantellate dai fondamenti le loro fortezze; nel qual tempo tanto il vicerè di Napoli, quanto l'imperadore, della cui protezione godevano i Colonnesi, con tutto il desiderio di dar loro aiuto, nulla si attentarono di fare in lor favore, per non inimicarsi il papa. Intanto Carlo Augusto dalla Fiandra passò in Germania, per quetar, se potea, i torbidi funestissimi della religione, e per disporre un buon argine alla guerra che veniva minacciata dal sultano de' Turchi all'Ungheria. Per conto della religione, niun vantaggio se ne ricavò. Fece nuove premure il legato pontificio per la celebrazione d'un concilio generale, desiderato sommamente anche dall'imperadore; ma perchè insorsero discrepanze intorno al luogo, bramandolo il papa in Italia, e gli altri in Germania, intorno a questo importante punto nulla per allora si conchiuse. Quanto all'Ungheria, mandò bensì il re Ferdinando l'esercito suo all'assedio di Buda, occupata dalla regina vedova del re Giovanni, ma ne riportò una considerabil rotta dall'armata di Solimano, che in persona accorse colà, ed appresso s'impadronì della stessa città di Buda, capitale di quel regno.

Ora l'imperador Carlo, tuttochè paresse necessaria la presenza sua in quelle parti, esigendola i bisogni della Cristianità, cotanto malmenata dai Turchi; pure, siccome avido di gloria, avendo disegnato un'altra impresa, s'incamminò alla volta d'Italia. Cioè si era messo in animo di far guerra ad Algeri, gran nido di corsari, e sede del formidabil Barbarossa che tenea tanto inquiete le coste del Mediterraneo cristiano, e massimamente la Spagna. A questo fine avea egli approntata una poderosissima flotta in Ispagna e in Italia sotto il comando di Andrea Doria. Calò dunque Cesare nel mese di agosto a Trento, dove fu ad inchinarlo il [550] marchese del Vasto colla nobiltà milanese, e comparve ancora a fargli riverenza Ercole II duca di Ferrara, ed Ottavio Farnese duca di Camerino. Passato a Milano, fu in quella città accolto con ogni possibil onore e magnificenza. Altrettanto fecero i Genovesi, allorchè pervenne alla loro città. Erasi già concertato un abboccamento da tenersi tra il papa ed esso Augusto in Lucca; però il pontefice si mosse da Roma nel dì 27 di settembre, senza far caso de' medici, che gli sconsigliavano questo viaggio pei pericolosi caldi della stagione, e per la sua troppo avanzata età. Ma prevalse in lui la premura di levar le difficoltà insorte pel concilio generale, e d'impedir una nuova guerra che già si presentiva aversi a destare dal re Francesco contra d'esso imperadore. Imperocchè, manipolando sempre il re franzese le maniere di sminuire la potenza austriaca, e mantenendo perciò non senza discredito suo una stretta corrispondenza ed amicizia con Solimano imperadore de' Turchi, avea nel precedente luglio messo in viaggio due suoi oratori alla Porta ottomana, cioè Antonio Rincone Spagnuolo, che, bandito dalla patria, era passato molto tempo prima al suo servigio, ed, inviato a Costantinopoli, era stato ben veduto dal sultano. Di costui e delle sue trame in Venezia parlammo di sopra. Il Rincone adunque con Cesare Fregoso, confidando nella tregua che tuttavia durava fra Carlo V e Francesco I, venuto in Italia, s'imbarcò sul fiume Po, meditando di passare a Venezia. Per quanto gli dicesse il Fregoso, che trovandosi egli dichiarato ribelle dell'imperadore, non era compreso nella tregua, e poter senza pena essere secondo le leggi ucciso da chicchessia; pure si ostinò in quel viaggio. Arrivati che furono il Rincone e il Fregoso alla sboccatura del Ticino, eccoti sopraggiugnere gente incognita in barca, che li colse amendue, e poi li trucidò. Fortunatamente un'altra barca, dove era il segretario del Rincone colle istruzioni, si salvò a Piacenza. A [551] tale avviso montò nelle furie il re Francesco, e, imputando al marchese del Vasto la loro cattura e morte, pretese rotta la tregua, e contravvenuto al diritto delle genti.

Arrivò nel dì 8 di settembre papa Paolo a Lucca, e nel dì 10 vi fece la sua entrata anche l'Augusto Carlo, che tenne poi varie conferenze colla santità sua. Osserva il Segni che Carlo portava una cappa di panno nero, un saio simile senza alcun fornimento, e in capo un cappelluccio di feltro, e stivali in gamba, coprendo con quest'abito semplicissimo un'ambizion superiore a quella d'Ottavio Augusto monarca del mondo. Al corteggio di sua maestà si trovarono i duchi di Ferrara e di Firenze; e perciocchè il primo prese la mano sul secondo, col tempo insorsero liti di precedenza tra Alfonso II duca di Ferrara e lo stesso Cosimo, che servirono di passatempo ai politici, e di scandalo presso d'altri. Si trattò in Lucca del concilio, e sebben più d'uno lasciò scritto che ivi si determinò di tenerlo in Trento, pure il Rinaldi, annalista pontificio, con buoni documenti ci assicura che niuna determinazione fu presa allora intorno al luogo. Vi si parlò di lega contra il Turco, e di conservar la pace; ma colà giunto il signor di Monì ambasciator franzese, alla presenza del papa richiese i suoi due presi oratori (che non erano già in vita), e giustizia contro il marchese del Vasto. Tanto l'imperadore che il marchese stettero saldi in negar d'essere autori consapevoli del fatto: il perchè maggiormente adirato il re di Francia, fece ritenere in Lione Giorgio d'Austria arcivescovo di Valenza e vescovo di Liegi. Quindi, acciecato dallo spirito di vendetta, contrasse la lega coi re di Svezia e Danimarca, e con altri principi tutti eretici; e sempre più strinse l'amicizia con Solimano gran signore ai danni dell'imperadore. Ancor qui vien preteso che neppur trascurasse il buon pontefice in questa occasione di procurare i vantaggi della propria casa, con [552] proporre a Cesare, che quando a lui non piacesse di soddisfare alle richieste del re Cristianissimo, con cedergli il ducato di Milano, si compiacesse di metterlo almeno in deposito nelle mani del duca Ottavio Farnese, nipote d'esso papa, e genero del medesimo Augusto; il quale, finchè fossero decise le controversie fra la maestà sua e il re di Francia, pagherebbe censo, e lo renderebbe poi a chi fosse di dovere. Se questo ripiego riusciva all'accorto pontefice, sperava ben egli che di quel deposito o tardi o non mai si sarebbe veduto il fine. Che l'imperadore non rigettasse affatto la proposizione, si rende non inverisimile da quanto diremo altrove.

Affaticossi poi il papa, unito ad Andrea Doria e ad altri generali cesarei, per dissuadere a Carlo V l'impresa d'Algeri, siccome troppo pericolosa per la stagione avanzata, in cui suole imperversare il mare; ma non si lasciò egli smuovere punto, forse credendo di avere sposata la fortuna, che certo fin qui gli si era mostrata molto propizia; ma ebbe bene a pentirsene da lì a non molto. Non più di tre giorni si fermò egli in Lucca, e passato al golfo della Spezia, di là spiegò le vele alla volta di Maiorica, per ivi far l'unione di tutto il suo potente stuolo, dov'era imbarcata numerosa fanteria italiana, spagnuola e tedesca, con un rinforzo di cavalleria. Non potè sarpar le ancore se non il dì 18 d'ottobre, tempo disfavorevole alle imprese di mare in paese nemico. Arrivato sotto Algeri, diede principio all'assedio col fracasso delle artiglierie. Ma ecco nel dì 25 d'ottobre sorgere un vento di tramontana si fiero, che conquassò ben cento e trenta legni dei cristiani. Ruppersi molti di essi, e chi non perì nel mare, fuggendo a terra, trovava la morte per li Mori posti alla guardia de' lidi. Restò l'esercito cesareo sotto Algeri senza vettovaglie, senza paglia pei cavalli, senza fuoco, perchè combattuto da una dirotta pioggia e dal furiosissimo vento. Forza dunque fu di levare [553] il campo, e d'imbarcare, come si potè, la gente nelle galee e navi che non erano perite; e perchè luogo non restava a' bei cavalli di Spagna, parte de' quali avea servito di cibo alle affamate soldatesche, se ne fece un macello. Molti poi di questi legni, tuttavia perseguitati dalla tempesta, colle genti che vi erano sopra, rimasero preda dell'onde. Gli altri sbandati, chi alla Spezia, chi a Livorno e chi alle spiagge di Spagna approdarono. Ridottosi l'imperadore a Bugia, porto dell'Africa mal sicuro, colle galee di Spagna ed altre navi, fu, per la continuata fierezza del mare, costretto a fermarsi ivi per venticinque giorni, dove anche si fracassarono alcune sue galee; e finchè venuta un po' di bonaccia, s'imbarcò; ma rispinto di nuovo colà, finalmente nel dì 28 di novembre fece vela verso la Spagna, e a dì 3 di dicembre prese porto a Cartagena, portando seco una memoria indelebile di sì grave sciagura che fece tanto strepito per tutta l'Europa, e insieme la gloria di aver mostrato un costante ed eroico animo in tutta quella lagrimevole occasione: gastigo della sua testardaggine o troppa fiducia della sua fortuna.


   
Anno di Cristo MDXLII. Indizione XV.
Paolo III papa 9.
Carlo V imperadore 24.

Pe' buoni uffizii di papa Paolo si era nell'anno addietro astenuto Francesco re di Francia dal muover guerra a Carlo imperadore, essendoglisi fatto conoscere il sommo vitupero, in cui sarebbe incorso, se in tempo che Cesare facea l'impresa di Algeri in benefizio della cristianità di tutto il Mediterraneo, e per conseguente anche della Francia, egli avesse impugnate l'armi contra di lui. Ma dacchè vide sì infelicemente terminata quella spedizione, e che in tanto sconcerto delle forze di Cesare si poteano sperar maggiori progressi, raunato un potentissimo esercito, in quattro diversi [554] siti sul principio della primavera portò la guerra addosso agli Stati di esso Augusto, pretendendo guasta la tregua fra loro per la morte del Rincone e del Fregoso. Inviò dunque Arrigo il delfino figlio suo primogenito con poderoso esercito all'assedio di Perpignano, capitale del Rossiglione, frontiera della Spagna. A Carlo duca d'Orleans suo secondogenito diede l'incumbenza d'assalire con altro vigoroso corpo d'armati il ducato di Lucemburgo. Il duca di Cleves col signor di Longavilla con altre milizie ebbe ordine di passare ostilmente contro il Brabante, e Antonio di Borbone duca di Vandomo contro la Piccardia. Disposto un sì grave apparato, nel dì 10 di luglio dichiarò pubblicamente la guerra allo imperadore, persuadendosi che, colto da tante parti, in alcuna almeno di esse avesse a soccombere. Non era approvata dai suoi generali più prudenti questa divisione di forze, sostenendo essi che più buona ventura si potea promettere da un gagliardissimo unito esercito, che da tanti ritagli; ma niuno osò di contraddire alla risoluzion già presa da un re che credea saperne più di loro. Altro a me intorno a quelle guerre non resta da dire, se non che bravamente si difese lo imperadore in tutti que' siti, e che incendii e guasti furon ben fatti, ma senza alcun rilevante guadagno dal canto dei Franzesi, e con avere esso re Francesco gittati più milioni per nulla ottenere.

Neppure dimenticò in questi tempi esso re Cristianissimo gli affari di Piemonte, dove i suoi capitani teneano ed aveano ben fortificate le città di Torino, di Pinerolo ed altri luoghi. Impadronissi il signor di Bellay di Cherasco, e di là passò sotto la città d'Alba; ma non vi si fermò gran tempo, per avervi trovato chi sapea difenderla. Arrivato intanto di Francia il signor di Annebò con sette mila fanti tra italiani e franzesi veterani, l'armata loro, forse ascendente a diciotto mila combattenti, imprese l'assedio di Cuneo, castello forte a piè de' colli di [555] Tenda, dove si uniscono due fiumi discendenti dall'Alpi. Si era conservata questa terra sotto l'ubbidienza di Carlo duca di Savoia, senza voler ammettere guarnigione imperiale, siccome aveano fatto Asti, Vercelli, Ivrea, Fossano, Chieri, Cherasco ed altre terre, dove Alfonso marchese del Vasto governatore di Milano teneva presidio cesareo. Il popolo di Cuneo fu in tal congiuntura forzato a chiedere soccorso al marchese, che vi mandò sessanta cavalli con due compagnie di fanti. Questo picciolo aiuto, unito al valore de' terrazzani, che fecero una gagliarda difesa, obbligò dopo qualche tempo gli assedianti franzesi a ritirarsi di là: avvenimento non diverso da altri del secolo prossimo passato, e che abbiam veduto rinnovato nel 1744, in cui l'armi franzesi e spagnuole, dopo lungo assedio di quella forte terra o città, han dovuto battere la ritirata con gloria di Carlo Emmanuele re di Sardegna e duca di Savoia. Per mancanza poi di paghe si sbandò la gente condotta dall'Annebò. Di costoro, che voleano passare sul Piacentino, il marchese del Vasto ne uccise circa settecento a Monteruzzo, e gli altri si dispersero per le langhe, onde ancora furono cacciati. Riuscì al soprallodato marchese di prendere in quest'anno Villanuova d'Asti, Carmagnola, Carignano e qualche altro picciolo luogo; colle quali imprese terminò la campagna in Piemonte, stando il duca di Savoia a compiagnere la funesta scena che faceano le due nemiche armate sulle terre del suo dominio.

Lasciossi tanto accecare in questi tempi dalla malnata passione sua il re di Francia Francesco I, che giunse a commettere un'azione che sarà di perpetua infamia, non dirò già alla nazion franzese, che niun assenso prestò alle sconsigliate risoluzioni del re, anzi le detestò, come apparisce dalle storie; ma bensì allo stesso re Francesco, che, dimentico d'essere cristiano, nonchè Cristianissimo, per soddisfare al fiero appetito della [556] vendetta insieme e dell'ambizione, spedì a Costantinopoli Antonio Polino e il signor di Ramon a trattar lega col gran signore Solimano a' danni dell'imperador Carlo V e del re d'Ungheria Ferdinando suo fratello. Restò conchiuso fra loro che il Barbarossa con potente armata navale verrebbe nel Mediterraneo ad unirsi co' Franzesi, e che Solimano in persona con ducento mila combattenti continuerebbe l'acquisto del regno di Ungheria. Ma perchè era di molto avanzata la stagione, si differì all'anno seguente l'effettuazione di sì obbrobrioso trattato. Non erano ascose a papa Paolo III queste mene del re franzese, e ne provava gran pena pel nero turbine che soprastava a tanti innocenti cristiani, esposti alla desolazion del paese o alla schiavitù, e ad abiurar la religione, e per l'evidente pericolo che crescesse la potenza turchesca, a cui anche potea venir fatto di occupar qualche sito importante nelle viscere della cristianità d'Occidente. Scrisse più lettere, spedì legati, inculcando sempre più ragioni e preghiere per condurre i due emuli monarchi alla pace: tutto nondimeno indarno, rovesciando cadaun d'essi sopra l'altro la colpa di tanti sconcerti, ed amendue ostinati ed accaniti l'un contro l'altro. L'anno fu questo, in cui pel buon maneggio di Giovanni Morone vescovo di Modena, insigne per la sua dottrina, prudenza ed eloquenza, e nunzio pontificio in Germania, rimasero spianate le difficoltà sin qui insorte intorno al luogo, dove s'avea a tenere il concilio generale; e si fissò la risoluzione di aprirlo nella città di Trento. Sopra di che formò lo zelante pontefice Paolo nel dì 22 di maggio una bolla, rapportata dal Rinaldi, in cui informò tutti i regni cattolici che nel dì primo del prossimo novembre se ne farebbe l'apertura nella città suddetta. Di buon'ora si scatenarono i protestanti contra di questo santo decreto, quasichè dovesse da loro prender legge la Chiesa cattolica. Ma neppur in questo [557] anno si potè dar principio a quella sacra assemblea per cagion delle guerre che più che mai continuarono.

Provossi in questi tempi, specialmente nella Lombardia, il flagello delle locuste passate dal Levante in Italia [Isnardi, Diario Ferrarese MS. Alessandro Sardi.]. Erano alate, e più grandi delle solite a vedersi, perchè lunghe un dito; volando adombravano il sole per lo spazio di uno o due miglia; e dovunque passavano, faceano un netto di tutte le erbe ed ortaglie. Nota il Surio [Surius, Commentar. Campana, Vita di Fil. II.] che in questo medesimo anno la Slesia e la Misnia in Germania nel tempo di state patirono lo stesso infortunio. Venuto poi il verno, perirono esse locuste, ma infettando l'aria col loro fetore; e guai a chi non ebbe la cura di seppellirle. Tremuoti ancora spaventosi riempierono di terrore nel giugno di quest'anno la Sicilia e la Toscana, e caddero molti edifizii, e perirono centinaia di persone, massimamente nella terra di Scarperia e in tutto il Mugello, con risentirsene Firenze, Pisa, Volterra, Lucca ed altri luoghi. Questi erano flagelli presenti; eppur la buona gente li prendea solamente per presagii e preludii di maggiori disgrazie. Merita ben Gasparo Contarino cardinale che qui si faccia menzione dell'immatura sua morte, accaduta in Bologna nel dì primo di settembre dell'anno presente, e non già del seguente, come alcuno ha scritto; perchè in lui mancò un gran lume del sacro collegio. Ma in questo medesimo anno papa Paolo avea fatta una promozione di cardinali nel dì 2 di giugno, in cui fra gli altri egregi personaggi ottennero la porpora il suddetto Giovanni Morone arcivescovo di Modena, Gregorio Cortese e Tommaso Badia, amendue Modenesi, illustri per la loro dottrina e per altre doti.

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Anno di Cristo MDXLIII. Indizione I.
Paolo III papa 10.
Carlo V imperadore 25.

Giacchè l'Augusto Carlo mirava da lungi il nuovo gagliardo armamento del re di Francia contro i suoi Stati di Fiandra e d'Italia, e del pari non ignorava aver egli incitato il gran signore Solimano contro dell'Ungheria, e come formidabil fosse la flotta preparata dal Barbarossa contro i cristiani del Mediterraneo: determinò di passar dalla Spagna in Italia, e poscia in Germania, per accudire dove il bisogno maggiore lo richiedesse. Aveva egli fatto riconoscere con solenne funzione dagli Stati di Spagna don Filippo suo figlio per suo successore in que' regni; e parimente gli avea procacciata in moglie donna Maria figlia di don Giovanni re di Portogallo, tuttochè esso suo figlio non avesse che tredici anni. Celebrate poi che furono le nozze nel marzo del presente anno, l'imperadore, imbarcato sulle galee d'Andrea Doria, arrivò felicemente a Genova. In questo mentre, per maggiormente precauzionarsi contro del re Cristianissimo, avea egli contratta lega con Arrigo VIII re d'Inghilterra; ma lega che sommamente dispiacque al pontefice Paolo, al vedere che quel re, divenuto ribelle alla religion cattolica, veniva ad unirsi con un imperadore, per portar le armi contro la Francia cattolica. Ma noi ora viventi non più facciam caso di siffatte leghe fra cattolici e protestanti, perchè avvezzi a toccar con mano che l'interesse di Stato è pur troppo il primo mobile in cuor de' regnanti, e non già la religione. Ora il pontefice, dacchè seppe il disegno di Carlo Augusto di tornare in Italia, fece proporre un abboccamento con lui, sperando pure, giacchè nulla servivano i mezzi finora adoperati, di poter colla presenza ed eloquenza sua muovere qualche trattato di pace, per cui verisimilmente avea delle buone intenzioni dalla parte de' Franzesi. A questo [559] congresso non inclinava Cesare, perchè, prevedendo che senza cedere alcuna porzion di Stati o diritti non si poteva venir all'accordo, egli non si sentiva voglia di comperar la quiete con suo svantaggio, e però si andava divincolando per fuggir quell'incontro. A Genova, dove egli era pervenuto, si portarono il marchese del Vasto e don Ferrante Gonzaga per inchinarlo, ed altrettanto fece anche Pier-Luigi Farnese, la cui nuora Margherita si fermò a Parma ad oggetto di vedere nel passaggio l'Augusto genitore, con cui di Spagna era venuto eziandio il duca Ottavio suo marito. Essendosi ancora portato colà Cosimo duca di Firenze, tanto si maneggiò, che l'imperadore, intento a raccoglier moneta, si lasciò indurre a rimettergli le cittadelle di Firenze e di Livorno, con che egli pagasse ducento mila scudi d'oro, come attesta il Segni con altri storici. L'Adriani scrive cento cinquanta mila.

Si mosse intanto da Roma l'ansioso papa Paolo coll'accompagnamento sfarzoso di una gran corte, e di mille e quattrocento cavalli a' dì 26 di febbraio, e passando per nevi e ghiacci, arrivò a Bologna, dove sperava che Cesare verrebbe a trovarlo. Ma dacchè ebbe inteso non poter esso Augusto portarsi colà, stante il bisogno di passar frettolosamente in Germania, tanto si adoperò, che fu destinata la terra di Busseto, posta fra Piacenza e Cremona, e posseduta da Girolamo Pallavicino, per luogo del loro congresso. I fatti mostrarono non aver l'imperadore la fretta, con cui egli si schermiva dall'abboccarsi col papa. Ora l'impaziente pontefice si portò sino a Parma e Piacenza, non volendo che gli scappasse di mano l'astuto monarca. E perchè poi si avvide che si differiva il di lui arrivo a Genova, o la partenza di là, determinò di tornarsene a Bologna. Prima nondimeno di portarsi colà, perchè era stato invitato dal duca di Ferrara Ercole II a visitar la sua capitale, imbarcatosi nel dì 21 d'aprile a Brescello, [560] arrivò lo stesso giorno in vicinanza di Ferrara, dove nel dì seguente fece la sua solenne entrata. La magnificenza, con cui fu egli accolto dal duca e dalla nobiltà e popolo ferrarese, gli spettacoli e divertimenti a lui dati, e l'immenso concorso di foresteria a quella città, vengono descritti nel Diario manuscritto di Antonio Isnardi, e in altre storie ferraresi. Ne ho parlato anch'io nella seconda parte delle Antichità Estensi. Quivi si fermò per tre giorni il papa, dopo di che si restituì a Bologna. Venne finalmente la sospirata nuova che l'imperadore era per muoversi da Genova; laonde il pontefice corse a Parma, e nel dì 21 giugno passò a Busseto. A quella terra nel giorno seguente arrivò parimente l'Augusto Carlo, e furono amendue ad uno stretto colloquio di più ore. Per quanto si affaticasse il santo padre per indurre l'imperadore a dar mano alla pace, con cedere lo Stato di Milano ad un figlio del re di Francia, il trovò sempre più saldo di una torre. Però venne egli a proporre per mezzo termine che sua maestà desse a Pier-Luigi Farnese, oppure ad Ottavio suo nipote, quel ducato, cioè a persone divotissime di Cesare e del sacro romano imperio: proposizione non nuova agli orecchi di quel monarca, il quale seppe ben difendersi da questo assalto, ancor che molto perorassero le lagrime della duchessa Margherita figlia di esso Augusto, ed inoltre gli fosse esibito grossissimo censo in avvenire, e di presente una strabocchevol somma di danaro, che papa Paolo s'era studiato di ammassare in varie guise per questo fine.

Voce comune fu che questo desiderato ingrandimento della casa Farnese fosse, non dirò l'unico, ma uno de' principali incentivi, per cui il papa, nulla curando i disagi de' viaggi e della stagione, la poca sua sanità, e l'età ormai inclinante alla decrepitezza, anzi dimenticando il decoro della sublime sua dignità, corresse dietro all'Augusto Carlo, [561] che poi si sbrigò presto di lui [Raynaldus, Annal. Eccles.]. Lo stesso cardinal Sadoleto, che pure stava allora in Francia, confessò che, prima anche dell'abboccamento di Busseto, era corsa la fama che per privati interessi il papa avesse impreso questo viaggio. Cesare Campana [Campana, Vita di Filippo II.], e molto più il cardinal Pallavicino [Pallavicino, Storia del Concilio.], per gratitudine alla memoria di un papa, da cui la insigne compagnia di Gesù riconosce la prima sua approvazione, amendue lontani di tempo, prendono qui a volere smentir quella voce. Ma difficile è che mai la schiantino dal cuore degli accorti lettori. Perciocchè l'addurre che il Giovio e due o tre altri storici han preso abbaglio in altri punti di storia, niuna forza ha, perchè troppo pruova; e potrebbonsi con arme sì comode mettere in dubbio infinite altre vere asserzioni degli storici. Ognun sa se gagliardo fosse, per non dir di più, anche in Paolo III il prurito di portar la sua casa ad onori sublimi di principato; poco ancora staremo a vederne una indubitata pruova. Qui poi abbiam la corrente degli storici che asseriscono quel fatto, anche prima del congresso di Busseto; e la maggior parte contemporanei, e non solo d'Italia, ma di Francia e di Spagna. Per tacere degli altri, Alessandro Sardi [Sardi, Istor. MSta.], che in questi tempi fioriva, e lasciò una Storia manoscritta, di cui mi servo, va in ciò d'accordo cogli altri. Onofrio Panvinio [Panvinio, Vite de' Papi.], che pescava in buoni gabinetti, afferma, avere il papa fatto all'aperta intendere questa sua proposizione all'imperadore. E Bonaventura Angeli [Angeli, Storia di Parma.], che non ignorava gl'interessi di casa Farnese, e dedicò la sua Storia al duca Ranuccio, non dovea certo tener per sogno le condizioni proposte da papa Paolo per ottenere il ducato di Milano al figlio, le quali son riferite [562] dall'Adriani. Più ragionevol cosa dunque è il sostenere che principalmente si movesse il pontefice al suddetto viaggio ed abboccamento per maneggiar la pace in bene della cristianità; e che v'ingroppasse poi il progetto dell'acquisto di Milano pel figlio o nipote, giacchè si trovò Cesare troppo alieno dal sacrificare quel bel paese alle voglie del re di Francia. Hanno i lettori a perdonarmi se qui mi son fermato alquanto per amore della verità, credendo io infine che nulla pregiudichi all'onor di questo pontefice l'aver procurato l'ingrandimento de' suoi piuttosto cogli Stati altrui che con quelli della Chiesa.

S'inviò poscia l'Augusto Carlo verso la Germania, e il papa malcontento se ne tornò a Roma. In questo mentre si cominciò a provar da' cristiani qual flagello avesse tirato sopra di loro la disordinata passione del re chiamato Cristianissimo. Avea il Barbarossa, per ordine di Solimano, allestita una formidabile flotta di galee, fuste e legni da carico, con quattordici mila Turchi da sbarco, e con essa verso il fine di aprile fece vela, giugnendo poi al Faro di Messina sul fine di giugno. V'era sopra anche Antonio Polino, ministro del re di Francia, come direttore di sì detestabil impresa. Per lo spavento si fuggirono gli abitatori di Reggio di Calabria. Dato prima il sacco alla misera città, ne fece poi la rabbia turchesca un falò, oltre al tagliare gli alberi fruttiferi, le vigne e le palme di quel paese. Di là condussero que' Barbari gran copia di anime cristiane in servitù. Inferiti altri danni alle riviere della Lucania e Puglia, arrivò la flotta infedele alla sboccatura del Tevere: il che mise in somma costernazione la stessa città di Roma, talmente che, sebbene il Polino assicurasse il cardinal di Carpi reggente, che niun pericolo v'era, pure non si potè impedire la fuga di moltissimi in luoghi più sicuri. Di là navigò, senza far altri danni, il Barbarossa fino a Marsilia, dove si vede trionfalmente accolto questo gran nemico [563] del nome cristiano nel mese di luglio. Perchè era andato a male un trattato dei ministri franzesi di sorprendere il castello di Nizza in Provenza, irritato il re Francesco, ordinò che le sue galee, sotto il comando di Francesco di Borbone conte d'Anghien di sangue reale, unite all'armata turchesca, andassero all'assedio della città di Nizza. Si sostennero con vigore que' terrazzani dal dì 10 d'agosto sino al dì 22 contro il continuo fuoco delle artiglierie, e contro gli assalti de' Turchi; ma infine, conoscendosi incapaci di resistere più lungamente a tante forze nemiche, capitolarono con oneste condizioni la resa. Si applicò dipoi il Barbarossa a combattere il castello, alla cui difesa stavano Andrea di Monforte e Paolo Simeone cavalier di Malta, risoluti di resistere sino all'ultimo fiato. Intanto Carlo duca di Savoia, stando in Vercelli, non potea darsi pace per le sventure della sua città di Nizza; e però tanto pregò e scongiurò il marchese del Vasto, che l'indusse a muovere le sue milizie verso Genova, per portare soccorso all'assediata cittadella. Imbarcatisi dunque amendue colla gente sulle galee di Andrea Doria, andarono a posarsi a Villafranca: il che bastò perchè il Barbarossa e i Franzesi, dopo aver dato il sacco alla città, sciogliessero l'assedio, con ridursi il generale turchesco per mare a Tolone, dove colle sue truppe svernò, ma non senza gravissimo danno de' Provenzali. Ed ecco a che si ridussero tutte le prodezze di quel Barbaro e de' suoi collegati franzesi in quelle parti.

Dacchè ebbe il duca di Savoia rinfrescata di gente la fortezza, e ben vettovagliata la città di Nizza, dove richiamò gli abitanti fuggiti, tornò col marchese del Vasto in Piemonte, ed imprese l'assedio della città di Mondovì, con alzarvi tre batterie. Gran tempo vi stettero sotto, e più vi sarebbero stati, se non fossero cadute loro in mano le lettere che colà inviava il signor di Butieres general dei Franzesi in Piemonte. Ne furono finte [564] delle altre, colle quali si ordinava al comandante di Mondovì di capitolare, perchè non gli si potea dar soccorso: il che fece rendere le città. Susseguentemente s'impadronirono essi di Caramagna, di Raconigi, Carmagnola e Carignano; nel qual ultimo luogo il marchese lasciò un buon presidio, e poi si ritirò a' quartieri d'inverno a Milano. Quanto all'imperador Carlo, fece egli guerra nella bassa Germania, e ridusse a' suoi voleri il nemico Guglielmo duca di Cleves. Nell'esercito suo militarono alcune migliaia di fanti e cavalli italiani, e molti insigni uffiziali di questa nazione, e fra essi Camillo Colonna, Antonio Doria, don Francesco d'Este. Il marchese di Marignano era generale dell'artiglieria; mastro di campo generale Stefano Colonna, e luogotenente generale don Ferrante Gonzaga. Ma in Ungheria peggiorarono di molto gli affari dei cristiani nell'anno presente. Avea il pontefice Paolo inviato in aiuto di Ferdinando re de' Romani e d'Ungheria, Giambatista Savello e Giulio Orsino con quattro mila fanti italiani. Venuto lo stesso Solimano gran signore con un esercito, dicono, di ducento mila persone, non trovò forze tali che potessero far fronte alla sua potenza; però gli riuscì di sottomettere all'imperio suo la metropolitana città di Strigonia, Cinque Chiese, Alba Regale con altri luoghi, essendo arrivato troppo tardi l'esercito del re Ferdinando per opporsi a tali conquiste. In Italia, mentre erano spedite in Levante dal Barbarossa quattro navi, dove dicono imbarcati cinque mila cristiani dell'uno e dell'altro sesso, con ducento sacre vergini destinate ai serragli turcheschi, s'incontrarono esse nella squadra delle galee di Napoli, comandata da don Garzia figlio del vicerè, e furono felicemente prese e condotte a Messina.

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Anno di Cristo MDXLIV. Indizione II.
Paolo III papa 11.
Carlo V imperadore 26.

Venuta la primavera di quest'anno, si esibirono di nuovo i barbari Turchi di passare ne' mari di Spagna, per dare il guasto a tutti que' lidi. Ma il re Francesco oramai ravveduto, se non anche pentito, della scandalosa sua lega con quegl'infedeli, che nulla aveva a lui fruttato se non immense spese e l'odio dei popoli cristiani, e l'aver cagionata in Germania una forte lega di que' principi, tanto cattolici che protestanti, licenziò finalmente il Barbarossa, regalato con molti doni, acciocchè tornasse in Levante. Lasciò costui nel suo viaggio infauste memorie della sua crudeltà. Fermatosi all'Elba, vi recò gran danni. Arrivato a Piombino, perchè l'Appiano signor d'essa terra non volle restituirgli un giovinetto fatto cristiano, e figlio d'uno de' suoi capitani, mise la gente in terra, e col ferro e col fuoco e colla schiavitù di molte persone obbligò quel signore a rendere quel garzone. Giunto dipoi sul Sanese, prese Telamone e Porto Ercole e l'isola del Giglio, facendo prigioni più di sei mila cristiani. Indi passato all'isola d'Ischia, la rovinò tutta, colla presa anch'ivi d'assaissimi abitatori. Andò sotto Pozzuolo, ma nulla vi guadagnò. Depredando poi le riviere della Calabria, pervenne a Lipari e a Procida, alle quali diede il sacco, e ne condusse via circa otto mila persone. La maggior parte di tanti poveri cristiani fatti schiavi perì per li soverchi patimenti, prima di giugnere in Levante, non sapendosi nè anche intendere come potesse la sua per altro gran flotta condurre tanti schiavi e alimentarli. Perciò in tutta Italia altro non si udiva che maledizioni contro il re di Francia, il cui furore avea tirato sopra la cristianità questo flagello. E la sua parte ancora, secondo la varietà de' genii, ne toccò all'imperador Carlo, attribuendo a lui la cagion delle presenti [566] guerre, e l'ostinazione in non voler la pace. Era esso Augusto collegato col re inglese ai danni della Francia, ed amendue (tante erano le lor forze) si lusingavano di poter far una visita alla stessa città di Parigi; anzi fu detto che si avessero partito fra loro il regno di Francia, senza ricordarsi che il far facilmente i conti sulla pelle dell'orso non è da gente savia. Ma verisimilmente queste furono ciarle ed invenzioni di begl'ingegni. Uscirono questi due monarchi per tempo in campagna, prima che il re Francesco avesse unito l'esercito suo. Inviato don Ferrante Gonzaga sotto Lucemburgo, occupato nell'anno addietro dai Franzesi, non durò gran fatica a ricuperarlo per viltà di quel comandante. Vennero dipoi costretti all'ubbidienza di Cesare i luoghi di Commercì, Lignì e San Desir. Lasciatosi poi alle spalle Scialon, penetrò l'esercito cesareo sino a Pernè, sedici leghe lungi da Parigi, consumando cogli incendii ogni luogo alla destra della Marna, per non essere da meno dei Franzesi, che aveano fatto altrettanto guasto nell'anno precedente nel nemico paese. Certamente se Arrigo re d'Inghilterra, che con potente esercito era passato in Piccardia, secondo i disegni fatti, fosse venuto innanzi, gran pericolo correva la città di Parigi. In essa lieve almeno non fu lo spavento. Ma Arrigo, per avere già dato principio all'assedio di Bologna, città fortissima, non si volle muovere di là; sicchè sconcertò tutte le misure dell'imperadore. E intanto il re Francesco, assoldata una gran copia di Svizzeri, con una forte armata venne a postarsi alla parte sinistra del suddetto fiume, e fermò il corso de' nemici.

Prima ancora di questo tempo s'era rinforzata la guerra in Piemonte. Imperciocchè il re Francesco, per fare una diversione all'armi di Cesare, inviò in Italia Francesco di Borbone della casa reale, signore d'Anghien, suo luogotenente, con sei mila fanti guasconi od altrettanti svizzeri. Era allora assediata [567] dal signor di Butieres la città d'Ivrea, e ridotta all'agonia, quando gli venne ordine dall'Anghien di non procedere al decisivo assalto, e di aspettarlo. S'indispettì il Butieres al vedere che questo giovane signore, non contento di torgli il comando, gli voleva ancor rapir la gloria di quell'acquisto, e lasciò che gli assediati riparassero le breccie fatte, e si fortificassero in maniera, che delusero tutti gli sforzi fatti poscia dall'Anghien per forzarli alla resa. Era tuttavia di gennaio, quando il general franzese, lasciata in pace Ivrea, venne a cignere d'assedio Carignano. Per maggior sicurezza di questa impresa ricuperò Carmagnola ed altri luoghi. Spedì anche di qua dalla Dora un corpo di gente, che s'impadronì di Crescentino, di Astigliano e di Deciana, ma non potè mettere il piede in Trino. Durò l'assedio di Carignano sino al principio d'aprile; nel qual tempo il marchese del Vasto, rinforzato da sei mila Tedeschi ultimamente venuti di Germania, uscì in campagna con intenzion di soccorrer quella piazza che si credeva troppo necessitosa di vettovaglie. A questo avviso l'Anghien, lasciato sufficiente presidio sotto Carignano, venne all'incontro d'esso marchese. Trovaronsi le due nemiche armate nel dì di Pasqua in vicinanza nei luogo della Ceresuola. Ora nel dì 14 d'aprile il marchese accompagnato da Carlo Gonzaga, da Spinetta marchese Malaspina, da Camillo Montecuccolo e da altri signori, andò di buon'ora a riconoscere il campo franzese, e trovatolo in moto, corse ad ordinar le sue schiere. Sul principio si mostrò favorevole la fortuna agl'imperiali, ma nel proseguimento uditosi uno gridare: Volta, volta, senza che se ne sapesse la cagione, la cavalleria cesarea prese la fuga verso Asti, verificando l'antico proverbio: che la cavalleria o presto vince o presto fugge. L'abbandonata fanteria tedesca rimase totalmente disfatta; il principe di Salerno ritirò in ordinanza gl'italiani ad Asti, e il marchese del Vasto ferito si [568] mise in salvo. Settecento Spagnuoli restarono prigioni, e in poter de' Franzesi vennero le artiglierie e le bagaglie del campo nemico. Giunsero alcuni a credere che gl'imperiali vi perdessero dieci mila persone. Gonfiarono anche più le pive altri storici, con dire uccisi più di dodici mila di essi; ed alcuni altri ne accrebbero il numero sino a quattordici o quindici mila, oltre agli Spagnuoli, e a due mila e cinquecento Tedeschi presi prigioni. In affari di guerra niun si fa scrupolo d'ingrandire o sminuire le cose a dismisura. Per altro anche ad essi Franzesi costò caro questa vittoria. Sino al dì 22 di giugno tenne saldo Carignano, nel qual giorno quella guarnigione capitolò la resa con obbligo di non servire per cinque anni contro il re e i suoi collegati. Molti altri luoghi si diedero ai Franzesi. In questo mentre Pietro Strozzi con ordine e danaro del re Cristianissimo assoldò alla Mirandola sette mila fanti con una compagnia di cavalli, e si mosse verso Milano, passando anche il Lambro, per isperanze dategli che que' popoli troppo aggravati si ribellerebbono. Ma disingannatosi, e trovato il marchese del Vasto alla custodia de' passi, fece la ritirata a Piacenza, dove Pier-Luigi Farnese duca di Castro, che ivi pel papa stava di guardia, gli somministrò vettovaglie e comodo per ristorar la sua gente. Fu rapportata all'imperadore quest'azione del Farnese, e se la legò al dito, con prendere ancor per questo in diffidenza anche papa Paolo. Rinforzato poscia lo Strozzi da altre soldatesche condotte da Roma da Niccola Orsino conte di Pitigliano, tentò di passare in Piemonte pel Genovesato; ma verso Serravalle restò sconfitto dal principe di Salerno, il quale, perchè rilasciò i fuorusciti napoletani che erano restati prigioni, cagionò non pochi sospetti alla corte cesarea contro la di lui fede. Rifece dopo qualche tempo lo Strozzi l'esercito suo, e con quattro mila fanti (essendosi sbandato il resto) calò nel Monferrato, e vi prese Alba. Niun'altra [569] importante azione seguì in quelle parti nel presente anno.

Lasciammo già le due armate cesarea e franzese solamente divise dal fiume Marna. Trovavansi in un pericoloso impegno que' due monarchi; il re Francesco I per timore di perder Bologna, e per aver nelle viscere del suo regno un sì poderoso nemico esercito, a cui il voler dare battaglia era un mettere a repentaglio il tutto; e l'imperador Carlo V per non poter passare innanzi, e per la vergogna di aversi a ritirare indietro, e tanto più perchè veniva men la vettovaglia per la sussistenza dell'esercito. Questa situazion di cose accrebbe le batterie di chi amava il pubblico bene per condurre alla pace principi da tanto tempo sì discordi e pertinaci. Aveva a questo fine papa Paolo III inviati due legati, cioè il cardinale Giovanni Morone vescovo di Modena all'imperadore, e il cardinal Marino Grimani Veneto al re Cristianissimo. Ma non sembra che questi avessero gran mano in quel trattato. Ve lo ebbero bensì i confessori d'amendue i monarchi, ed altri cardinali e signori dell'uno e dell'altro partito; tanto che nel dì 18 di settembre a Crespì furono sottoscritti dagli scambievoli plenipotenziarii gli articoli della pace [Du-Mont, Corps Diplomat.]. Il principale di questi fu che l'Augusto Carlo prometteva di dare in moglie a Carlo duca d'Orleans, secondogenito del re, donna Maria principessa di Spagna, sua figlia, e in dote la Fiandra co' Paesi Bassi, oppure Anna secondogenita di Ferdinando re de' Romani, e in dote il ducato di Milano: il qual matrimonio si dovea dichiarar dopo quattro mesi. Fu anche stabilito che si avessero a restituire tutti i suoi Stati al duca di Savoia, ma in una maniera sì imbrogliata, che questo principe in sua vita non ne potè mai rientrar in pieno possesso, avendolo accompagnato le sue calamità sino alla morte: [570] sventura più volte accaduta ai minori entrati in lega colle potenze maggiori. Se l'imperadore avesse in tanti anni addietro voluto acconsentire alle stesse condizioni di pace che gli furono più volte proposte, oh quanti mali e quanto sangue si sarebbero risparmiati ai regni cristiani! Ma il papa e le persone più accorte non si seppero indurre a credere che l'imperadore impastato di sì fina politica, usando quelle intricate promesse, pensasse ad eseguirle dipoi, ed immaginarono ch'egli troverebbe col tempo uncini e ripieghi tali da non mantenere la parola. Mentre si facea questo maneggio, Arrigo VIII re d'Inghilterra costrinse alla resa la città di Bologna in Piccardia; e siccome compreso nella pace, fece ben vista di accettarla, ma con pretendere di non essere tenuto a restituir quella città, perchè presa il dì innanzi alla segnatura di essa: al qual caso non s'era provveduto. Per questo andò continuando la guerra fra i re di Francia e d'Inghilterra. Incredibil fu l'allegrezza che si diffuse per la cristianità alla nuova della concordia suddetta; figurandosi i popoli cattolici che oramai si avesse dopo tanti guai a godere la quiete. Sopra gli altri ne mostrò gran giubilo papa Paolo, e però, sperando passati quegl'impedimenti che fin qui si erano interposti alla tenuta del concilio di Trento, nell'ultimo dì di novembre pubblicò il decreto del principio che dovea darsi a quella sacra assemblea pel dì 25 di marzo dell'anno seguente. Il solo Carlo duca di Savoia, siccome dicemmo, quegli fu che non potè rallegrarsi, anzi ebbe a piangere per la pace di Crespì, perciocchè altro a lui non fu di presente restituito che alcuni luoghi di poca importanza, come Cherasco, Crescentino, Verrua, San Germano ed altre simili terre, mentre il meglio dei suoi Stati rimaneva in potere de' Franzesi ed imperiali.

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Anno di Cristo MDXLV. Indiz. III.
Paolo III papa 12.
Carlo V imperadore 27.

Fu poi fatta nel gennaio, oppure nel febbraio di quest'anno, la dichiarazione dell'Augusto Carlo; cioè ch'egli darebbe l'infanta sua figlia donna Maria in moglie a Carlo duca d'Orleans, e in dote il ducato di Milano. Era già stato questo principe a baciar le mani all'imperadore, con replicar anche altre volte questo alto di ossequio; e siccome egli era graziosissimo e ornato di belle doti, così voce comune fu ch'esso Carlo avesse per lui concepito un grande effetto. Prima nondimeno di effettuar questo maritaggio, mosse lo scaltro Augusto delle pretensioni alla corte di Francia, chiedendo che il re Francesco assegnasse ad esso suo figliuolo qualche Stato, acciocchè non si vedesse quell'enorme deformità che la figlia d'un imperadore, re anche di Spagna, sposasse un principe che non avesse se non la spada per suo retaggio. Dai politici fu creduta questa dimanda un'invenzion sottile per guadagnar tempo, ed anche per eccitar gara fra i due figli del re, cioè fra Arrigo delfino e il suddetto duca d'Orleans, i quali anche per la diversità del genio, e per altre ragioni si scorgevano già molto discordi fra loro. Intorno a ciò si andarono facendo varie consulte, proposte e risposte, finchè si arrivò al mese di settembre: quando eccoti quella che imbroglia e sbroglia tante cose del mondo, giunse a rapire lo stesso duca d'Orleans. Trovavasi allora col figlio e colla corte il re Francesco nella Badia di Foresta presso Rue, dove fra quegli abitanti correva una febbre pestilenziale e contagiosa. Per poca sua cautela la contrasse anche quell'amabile principe, onde nel dì 8 di settembre fece fine al corto suo vivere in età di ventitrè anni. Non mancò gente che sospettò, secondo il mal uso d'allora, di veleno fattogli dare dall'imperadore, [572] o dal tuttavia nemico re di Inghilterra. Ma gli stessi storici franzesi concordemente distruggono tal voce, riconoscendo ch'egli mancò di morte naturale. Per questa perdita, se fu inconsolabil il dolore del suo padre, non gli cedette nella verità, o almeno nelle apparenze, l'afflizione che ne mostrò lo stesso imperadore, quasichè a lui fosse mancato un figlio, nell'essergli tolto un principe destinato in isposo alla figlia. Ma intanto un colpo tale riuscì di non piccolo vantaggio, e, siccome più d'uno credette, anche d'interna consolazione ad esso Augusto, perchè veniva con ciò ad aprirsi il campo per non attendere la promessa fatta in Crespì di rilasciare lo Stato di Milano o la Fiandra alla Francia. Non terrò io dietro alle imprese de' Franzesi, spettanti bensì all'anno presente, ma non all'istituto mio, e mi basterà di accennare, avere il re Francesco messa insieme una forte armata di terra, e un'altra ancora di mare, per desiderio di torre dalle mani del re inglese l'occupata importante città di Bologna. Si azzuffarono le flotte, e fu costretta la franzese a ritirarsi. Perchè non isperavano i Franzesi di poter per allora vincere con assedio Bologna, si ridussero a fabbricar un forte in quelle vicinanze, capace di grosso presidio, per tenere in freno quello della città. Ma il re scoraggito ed afflitto tra per la perdita del figlio duca d'Orleans, per cui restavano arenate tutte le disposizioni precedenti di acquistare Stati per la regal sua famiglia, e per trovarsi battuto dagl'Inglesi, coll'erario vuoto, co' sudditi stanchi e smunti, e col corpo ancora maltrattato da un'ulcera nelle parti vergognose: finalmente cominciò a rallentare gli spiriti guerrieri, e a desiderar il riposo, perchè tutte queste vicende gli andavano ricordando la sua mortalità. Perciò senza fare più istanza della Fiandra o del ducato di Milano, a lui bastò di assicurarsi che l'imperadore continuerebbe nella stabilita pace, e fisserebbe [573] i confini per gii Stati de' quali s'era, trattato nella concordia.

Costanti furono i movimenti di papa Paolo in quest'anno, affinchè, essendo cessate tante guerre fra i primi potentati della cristianità, si desse oramai principio all'intimato concilio di Trento. Questo infatti si diede nel dì 15 dicembre, ma con troppo scarso concorso di prelati, benchè dianzi furono pubblicate le pene prescritte dai canoni a chi non interveniva. In mezzo nondimeno a questi pensieri, degni d'un zelante pontefice, non dormivano nè scemavano le sue premure per l'ingrandimento della propria casa. Dacchè egli intese destinato dall'imperadore il ducato di Milano pel duca d'Orleans, e troncate colla morte di questo tutte le precedenti idee e speranze sue di conseguirlo per Pier-Luigi suo figlio, si applicò ad un altro partito, che se non tanto glorioso, certamente era di più facile riuscita: cioè disegnò di dargli Parma e Piacenza, possedute allora dalla camera apostolica. Due impedimenti poteano incontrarsi a questo progetto; l'uno dalla parte dell'imperadore non solamente vicino, ma pretendente su quelle due città, per le ragioni del ducato di Milano; e l'altra dalla parte del sacro collegio, a cui ben si conosceva che non potrebbe piacere questo tal quale smembramento di due nobili ed insigni città dalla camera pontificia. Fece il papa esporre questo disegno a Cesare, per ottenerne l'approvazione; ma ritrovò chi sapea ben di scherma, e sotto belle parole covava sentimenti diversi. Carlo non disapprovò apertamente l'atto meditato, ma neppur l'approvò, come quegli che vedeva il papa disporre sì francamente di uno Stato che i suoi ministri gli rappresentavano occupato indebitamente da Giulio II e da Leone X, e parte del ducato milanese, giacchè insussistente pretensione era quella di spacciar Parma e Piacenza per città dell'esarcato. Oltracciò, mirava l'imperadore di mal occhio Pier-Luigi, e mal soffriva che piuttosto a lui, che ad [574] Ottavio suo genero, si facesse un sì ragguardevol dono. Cesare Campana all'incontro, e forse con più fondamento, sostiene che non ne fu precedentemente fatta parola all'Augusto Carlo. Comunque sia, bastò al papa, per proseguire innanzi in questo affare, il non aver riportata una assoluta negativa da Cesare. Affin di ottenere il consenso de' cardinali, propose di restituire alla camera apostolica il ducato di Camerino e Nepi, facendo conoscere l'evidente guadagno che ad essa risultava dal permutare que' due paesi con Parma e Piacenza, perchè costava di molto il mantenimento di queste città, siccome separate dagli Stati della Chiesa, e in pericolo d'essere assorbite dai vicini; laddove le rendite di Camerino, senza spese, unite al censo annuo di nove mila ducati d'oro (altri dicono di più) che si voleva imporre alle suddette due città, avrebbono fatto maggior pro all'erario papale. Tralascio altri raggiri ed altre speciose ragioni che furono adoperate per indorar questa pillola. Chi de' cardinali ambiva più di piacere al papa, che di soddisfare a' suoi doveri, non solamente prestò il suo assenso, ma caldamente perorò in approvazion di questa permuta. Ma non mancarono altri di petto più forte che arringarono contro i voleri del papa, rilevando gli svantaggi che ne provenivano; e tanto più si sarebbero opposti, se avessero potuto preveder gli sconcerti che da lì a non molto per tal cagione accaddero, e i maggiori che ai dì nostri son succeduti. Lo stesso cardinal Pallavicino, tuttochè sì impegnato a sostener la gloria di questo pontefice, qui l'abbandona, piuttosto impugnando che difedendo la di lui risoluzione. In somma nel concistoro de' porporati, dove per lo più suol prevalere la tema riverenziale verso chi può tanto favorire o disfavorire, la vinse il pontefice, e Pier-Luigi Farnese nell'agosto di quest'anno fu dichiarato duca di Parma e Piacenza, nè tardò egli punto a prenderne il possesso.

Tanto in Lombardia che nella Lunigiana [575] e Toscana si provò in quest'anno un grande flagello, per le soldatesche cassate dopo la pace nello Stato di Milano. Non sapendo coloro come vivere (ed erano la maggior parte Spagnuoli), in varie truppe si scaricarono sopra gli Stati della Chiesa e del duca di Ferrara. Cacciati di là, si ridussero addosso ai marchesi Malaspina nella Lunigiana, svaligiando case e consumando tutto, dovunque giugnevano. Passarono dipoi sul Lucchese, e finalmente s'andarono a posar sul Sanese, dove per molti mesi levarono il pelo e il contrappelo a quel contado. Guai se qualche accreditato capitano si fosse messo alla lor testa: sarebbono corse ad ingrassar quelle brigate migliaia di soldati italiani, tornati a digiunare alle lor case, e sarebbe rinata una di quelle formidabili compagne o compagnie di masnadieri che vedemmo in Italia nel secolo decimoquarto. Sorsero in questi tempi strepitose brighe nella stessa Siena, città in cui la discordia non fu mai cosa forestiera. Don Giovanni di Luna, che quivi era da parte dell'imperadore, invece di smorzare il fuoco, per la sua poca prudenza maggiormente lo accrebbe. Ne seguì infine una fiera sedizion civile, per cui lo stesso don Giovanni cogli Spagnuoli fu obbligato ad andarsene con Dio. Mancò di vita in quest'anno a dì 11 di novembre Pietro Lando doge di Venezia, e in suo luogo fu eletto nel dì 24 d'esso mese Francesco Donato, già procurator di San Marco, e persona di gran saviezza e dottrina.


   
Anno di Cristo MDXLVI. Indizione IV.
Paolo III papa 13.
Carlo V imperadore 28.

Poche novità l'Italia somministrò in quest'anno alla storia a cagion della pace che si godeva dappertutto. Era stato fin qui governatore e capitan generale dello Stato di Milano Alfonso d'Avalos marchese di Pescara, personaggio egualmente rinomato pel suo valore che per altre sue belle doti [576] ed azioni. Ma non erano già soddisfatti del suo governo i popoli, perchè caricati di molti aggravii, e di tanto in tanto costretti a soffrir non poche violenze: il perchè ne andarono varie doglianze alla corte dell'imperadore. Non avrebbono forse queste fatto breccia nell'animo dell'Augusto sovrano, se ad esse non si fosse aggiunto l'accusa che le rendite di quel ducato non si sapea in quali borse andassero a terminare. Ossia, che di ciò informato il marchese ottenesse nel precedente anno licenza di passare alla corte cesarea, oppure che fosse chiamato colà: certo è, ch'egli vi andò, e poi se ne tornò in Italia malcontento, stante l'ordine di Cesare, che gli rivedessero i conti. Ma venne la morte a liberarlo da ogni vessazione nell'ultimo giorno di marzo, mentre egli si trovava in Vigevano, con lasciar dopo di sè il nome di capitano molto illustre. Al governo di Milano fu susseguentemente destinato don Ferrante Gonzaga, che non tardò a venir di Sicilia, dove egli era stato vicerè, per prendere il possesso della novella carica; e ciò con soddisfazione de' Milanesi, lusingandosi i più d'essi di godere miglior trattamento sotto di lui. Ma andarono falliti i loro conti; perchè, siccome osserva il Segni, l'imperadore lasciava la briglia sul collo a' governatori delle provincia, comportando ogni lor fallo, purchè fossero fedeli. E però si cangiò bensì il governator di Milano, ma peggiorò la mala sorte de' Milanesi, le querele dei quali niuna impression fecero da lì innanzi nell'animo di Carlo V. Seguitava intanto la guerra fra i re di Francia e d'Inghilterra. Finalmente, conoscendo l'ultimo di essi qual impegno di spese portasse il voler sostenere contro dei Franzesi l'occupata città di Bologna di qua dal mare: diede orecchio a' trattati di pace, di cui gran voglia nello stesso tempo avea il re Francesco. Fu questa conchiusa nel dì 7 di giugno dell'anno presente, con obbligarsi il re Cristianissimo di pagare all'Inglese in termine di [577] otto anni più di due milioni di scudi di oro: sborsati i quali, se gli dovea restituire Bologna di Piccardia. Dimorava l'imperadore in questi tempi in Germania, mal soffrendo la lega formata in Smalcaldia dai principi e comuni protestanti; perciocchè questa, sebben sembrava unicamente fatta per mantenere la falsa religione introdotta da Lutero (che appunto in quest'anno nel dì 7 di febbraio per improvvisa morte tolto fu dal mondo) pure covava nell'interno de' maggiori disegni contro la potenza dell'imperadore. Capi d'essa luterana lega erano Gian-Federigo duca ed elettor di Sassonia, e Filippo langravio d'Assia. Perciò l'Augusto Carlo giudicò di non dover più differire il farsi rendere ragione di questo attentato, con darsi ad ammassare un potente esercito. Perchè appunto anche gl'Italiani ebbero parte in quella danza, sarà a me permesso dirne qualche cosa.

Si studiò l'imperadore in questa occasione di trarre seco in lega il pontefice Paolo. S'era questi con sua gran lode, siccome padre comune, astenuto in addietro da ogni parzialità e lega nelle guerre fra i monarchi cattolici. Ora che si trattava di procurar vantaggi alla vera religione, volentieri acconsentì ad unirsi coll'imperadore. Nel dì 22 di giugno si pubblicarono i capitoli d'essa lega, per cui il papa s'impegnò d'inviare in soccorso dell'imperadore dodici mila fanti e cinquecento cavalli, e di fornire nello spazio di un mese ducento mila scudi d'oro. Sollecitamente fece il pontefice questo armamento, con dichiararne generale il duca Ottavio Farnese suo nipote, e legato il cardinal Farnese suo parimente nipote. Comandante della cavalleria italiana fu Giam-Batista Savello, della fanteria Alessandro Vitelli, e sotto d'essi militavano assai colonnelli e capitani italiani di molto credito nell'armi. Anche i duchi di Ferrara e di Firenze vi spedirono colà delle schiere armate, e più di cinquecento nobili italiani volontarii concorsero [578] a far quella campagna. Trasse ancora l'imperador Carlo altra gente d'Italia, comandata da Carlo di Lanoia principe di Sulmona, e da Emmanuele Filiberto principe di Piemonte. Erano eziandio nell'armata del medesimo Augusto generale dell'artiglieria Gian-Giacomo de Medici marchese di Marignano, e consiglieri di guerra don Francesco d'Este, Pirro Colonna e Giam-Battista Gastaldo. Ma perciocchè lentamente procedeva l'unione dell'esercito imperiale, dovendo venir dai Paesi Bassi, dall'Italia e da altri luoghi molti d'esse soldatesche; l'elettore e il langravio, già messi al bando dell'imperio, più sollecitamente uscirono in campagna con un'armata, che alcuni, forse ampollosi, fanno ascendere ad ottanta mila fanti e a dieci, anzi a quindici mila cavalli, e s'inviarono verso Ratisbona, dove stava assai sprovvisto l'imperadore, con disegno o di farlo prigione o di cacciarlo di Germania. La protezion di Dio salvò Carlo V in tal congiuntura, non avendo que' ribelli saputo prevalersi del vento in poppa. Nulla servì loro l'aver prese le chiuse del Tirolo, affinchè non passassero gl'Italiani. Questi passarono, e nulla giovò ai luterani l'essersi impadroniti di Donavert. Ebbe tempo l'imperadore di provveder Ratisbona con gagliardo presidio, e di preoccupar la forte città d'Ingolstad, dove coll'esercito suo, ingrossato di molto, andò ad accamparsi a fronte della contraria superiore armata, ma senza voler mai venire a battaglia, benchè più volte provocato dagli orgogliosi nemici. Intanto al campo cesareo, superate molte difficoltà, venne a congiugnersi un grosso corpo di soldatesche fiamminghe. Maurizio cattolico duca di Sassonia, nemico di quell'elettore, colle milizie tedesche ed unghere, dategli da Ferdinando re dei Romani, ostilmente entrò nell'elettorato di Sassonia. Diede più percosse a quei popoli, e s'impossessò di un tratto grande di quel paese. Questo colpo, la mancanza de' viveri e la costanza dell'Augusto [579] Carlo, costrinse l'armata protestante sul fine di novembre a levare il campo, e a ritirarsi alla sordina come in rotta. Allora fu che l'imperadore, tuttochè afflitto da varii incomodi di sanità, inoltratosi col poderoso suo esercito, tal terrore indusse nel paese nemico, che vide venire, prima che terminasse l'anno, oppure nel verno seguente, supplichevoli a' suoi piedi Federigo conte Palatino, Ulderico duca di Vitemberg, e i cittadini d'Ulma, d'Augusta, di Francoforte, di Argentina e di altri luoghi. Dopo questi vantaggi, pei quali rimasero molto infievoliti l'elettor sassone e il langravio d'Assia, si ritirò esso Augusto a' quartieri d'inverno, seco riportando gloria singolare non men di valore che di clemenza, per non aver negato il perdono a chiunque davanti a lui si umiliò. Fu continuato con vigore in quest'anno il concilio di Trento, ed ivi si stabilirono varii punti di domma, e parimente si attese a riformar gli abusi della disciplina ecclesiastica. Mancarono in quest'anno di vita due insigni cardinali, la memoria de' quali può sperare l'immortalità, cioè Pietro Bembo Veneziano, e Jacopo Sadoleto Modenese, che negli scritti loro lasciarono ai posteri chiare testimonianze d'un raro ingegno e sapere.


   
Anno di Cristo MDXLVII. Indiz. V.
Paolo III papa 14.
Carlo V imperadore 29.

Con una strepitosa scena in Genova si diede principio all'anno presente [Foglietta. Adriani. Campana. Mascardi.]. Dacchè fu rimessa in quella potente città per cura filiale di Andrea Doria la libertà, e riserbato quasi tutto ai nobili il governo d'essa, quivi si godeva un'invidiabil pace e tranquillità. Ma era gran tempo che Gian-Luigi de' Fieschi, conte di Lavagna e signore di molte castella, siccome giovane di grand'animo e di pensieri turbolenti, andava macchinando novità [580] in pregiudizio delle patria sua, con essere fin giunto a desiderar e sperare di acquistarne la signoria, o piuttosto di ridurla sotto il comando del re di Francia. Mirava egli con occhio di livore e con occulta rabbia lo stato e la fortuna del suddetto Andrea Doria, parendogli che sotto nome di libertà egli facesse da padrone in Genova, e che l'imperadore coll'essere dichiarato protettore della città, e col tenere al suo soldo esso Doria, anche più del Doria quivi signoreggiasse. Soprattutto gli stava sul cuore, come pungente spina, Giannettino Doria, nipote ed occhio dritto d'esso Andrea, che forse non cedeva a suo zio nella scienza dell'arte nautica militare; e benchè giovane, già s'era acquistato gran grido in varie azioni di valore, perchè in lui considerava un successore nell'odiata autorità e dignità di Andrea; e tanto più perchè in lui abbondava l'alterigia, cioè il potente segreto per farsi odiare. Dopo aver dunque Gian-Luigi in molto tempo, e con intelligenza dei ministri franzesi e di Pier-Luigi duca di Piacenza e Parma, segretamente introdotte in Genova alcune centinaia de' più arditi uomini delle sue castella, scelse la notte precedente al dì 2 di gennaio di quest'anno per effettuare il suo perverso disegno. Chiamati seco a scena molti de' suoi amici nobili popolari, e svelata ad essi l'intenzion sua, gli ebbe quasi tutti seguaci all'impresa. Uscì egli poscia alle dieci ore della notte colla gente armata, e non tardò ad impadronirsi della porta dell'Arco, con ispedire dipoi Girolamo ed Ottobuono suoi fratelli a far lo stesso di quella di San Tommaso. Era la principal sua mira di occupar la darsena, e di ridurre in suo potere le venti galee di Andrea Doria; e gli venne fatto, ma con risvegliarsi allora un gran tumulto e strepito di voci de' remiganti e marinari che in esse si trovavano. Nello stesso tempo gli altri si fecero colla forza padroni della suddetta porta di San Tommaso, divisando appresso di quindi passare al palazzo [581] dello stesso Andrea Doria, posto fuori della città, per quivi uccidere lui e Giannettino. Ma intanto, svegliato dallo strepitoso rumor della darsena esso Giannettino, credendo nata rissa o sollevazione fra i galeotti, vestitosi in fretta, con un sol famiglio, che gli portava innanzi la torcia, venne alla porta di San Tommaso, e imperiosamente chiesto d'entrare, per sua mala ventura v'entrò, perchè immantenente fu da' congiurati con più colpi steso morto a terra. Maraviglia fu che non corressero dippoi al palazzo di Andrea Doria, per levare anche a lui la vita. Stava egli in letto, stanco sotto il peso di ottanta anni, e maltrattato dalle gotte, quando gli venne avviso, che la città era sossopra, e udirsi gridare: Libertà e Fieschi, perchè molti della vil plebe s'erano uniti coi congiurati per isperanza di dare il sacco alle case de' nobili. Però, come potè, posto sopra una mula si sottrasse al pericolo, ritirandosi alla Masone, castello degli Spinoli.

Poco parea che mancasse al compimento dell'opera, nè altro si aspettava, se non che Gian-Luigi tornasse per insignorirsi del palazzo pubblico. Ma Gian-Luigi era sparito per una di quelle vicende che non di rado sconcertano le misure anche de' più saggi. Nel voler egli passare sopra una tavola alla capitana delle galee, questa si mosse, ed egli, siccome armato di tutto punto, piombando nell'acqua, nè potendo sorgere, quivi lasciò miseramente la vita. Per questo accidente s'invilirono tutti i suoi, e venuta in chiaro la morte sua, quel senato ripigliò coraggio; e quantunque Girolamo fratello dello estinto continuasse a fare il bravo, pure sul far del giorno si trovò abbandonato dalla plebaglia, di maniera che ebbe per grazia di potersi ritirare a Montobbio, dove attese a fortificarsi: con che tornò la quiete in Genova. Cagion fu questa effimera rivoluzione che trecento schiavi turchi, presa una galea del Doria, su quella si salvarono in Africa. Fuggirono ancora tutti i forzati, dopo aver dato il [582] sacco a tutti gli armamenti ed arredi delle galee. Furono poi confiscate tutte le castella di Gian-Luigi, diroccato il magnifico suo palazzo; Girolamo suo fratello ed altri congiurati presi in Montobbio condannati all'ultimo supplizio. Gran rumore fece per l'Italia questo fatto. Chiara cosa fu che i ministri di Francia aveano tenuta mano a questa congiura, e comunemente si credette che Pier-Luigi Farnese per varii suoi dissapori e motivi politici fosse in ciò d'accordo col Fieschi, con avergli anche promesso degli aiuti. Alessandro Sardi [Sardi, Istoria MS.], allora vivente, attesta che Renca di Francia duchessa di Ferrara, senza consenso del duca Ercole II suo marito, siccome cognata del re Francesco, fu partecipe di questo maneggio, e per mezzo del duca di Piacenza e Parma avea promesso al Fiesco di mandargli i Franzesi che la servivano. E perciocchè non si sapea credere che Pier-Luigi, senza che papa Paolo suo padre fosse consapevole ed approvatore del fatto, avesse dato braccio alla congiura; a tanto più perchè fra esso papa ed Andrea Doria erano dianzi seguite non poche amarezze, perciò non si potè cavar di testa ai sospettosi imperiali che anche lo stesso pontefice in quella tresca si fosse meschiato, benchè niuna concludente pruova ne potessero mai trovare.

Nel dì 28 dello stesso gennaio del presente anno diede fine alla carriera del suo vivere Arrigo VIII re d'Inghilterra, con lasciar erede il figlio Odoardo di età di soli nove anni, e il nome suo in obbrobrio presso tutta la posterità, per aver governati i suoi popoli più da tiranno che da re, con tanti aggravii loro imposti, con tanta crudeltà esercitata verso le maggiori e più illustri persone del regno, con tante scene della sfrenata sua libidine, e massimamente per essere divenuto traditore e persecutor della Chiesa cattolica, dopo aver conseguito il glorioso titolo di difensore della medesima [583] Poco stette a pagar lo stesso tributo alla natura Francesco I re di Francia in età di cinquantatrè anni, essendo accaduta la sua morte nel di 31 di marzo. La sua intemperanza ne' piaceri carnali, avendogli cagionata una pericolosa fistola nella bassa parte deretana, gli abbreviò la vita: principe peraltro ornato di belle doti, amante delle scienze e de' professori di esse, padre e restitutor delle lettere nella sua nazione. Ad Arrigo II suo primogenito, che a lui succedette, secondo l'esempio d'altri monarchi, i quali solamente imparano a viver bene quando s'ha da abbandonare la vita presente, lasciò per ricordo, essere cosa da saggio figliuolo l'imitar le virtù, e non già i vizii del padre. Specialmente ancora gli raccomandò di non aggravar di soverchio i popoli colle contribuzioni: dal che egli non s'era giammai guardato, per appagar l'ambizione sua e l'odio conceputo contro di Carlo imperadore, odio ch'egli forse portò al sepolcro, giacchè prima di morire avea mandati ducento mila scudi a Gian-Federigo Sassone e al langravio assiano, nemici o ribelli d'esso Cesare. Se questa passione per memoria della prigionia sofferta in Ispagna, e per ragione ancora di Stato, l'ereditasse eziandio Arrigo II suo figlio, giovane di spiriti molto guerrieri, staremo poco ad avvedercene. Intanto solenni funerali fece egli al defunto padre, e con ogni sorta di feste si vide celebrato l'ingresso suo in Parigi con Caterina de Medici, divenuta ormai regina di Francia. Quanto agli affari di Cesare in Germania, brevemente dirò, che rinforzato di gente Gian-Federigo duca di Sassonia, di buona ora spinse le sue armi contra del duca Maurizio, padrone allora di Lipsia e di Dresda; e il mise a mal partito; perlochè avendo esso Maurizio fatte replicate istanze d'aiuto all'imperadore, questi, benchè infermo per la podagra, fu forzato ad uscire in campagna per tagliare il corso a maggiori progressi di Gian-Federigo, al quale riuscì in questi tempi [584] di muovere a ribellione la Boemia contra del re Ferdinando signore di quel regno, e di dare una rotta ad Alberto, uno de' marchesi di Brandeburgo. Alla armata cesarea comandava in capo il duca di Alvo. Perchè Giovachino marchese di Brandeburgo ed elettore abbracciò in questi tempi il partito dello imperadore, maggiormente si animò esso duca a proseguir la marcia contro del Sassone verso la metà di aprile. Mirabile poi e sopra modo ardita fu l'azion degli Spagnuoli, che trovando le opposte rive dell'Elba, fiume grossissimo, di gente e di artiglierie guernite da Gian-Federigo, pure passarono; e, cacciati i nemici, diedero campo all'esercito imperiale di formar un ponte e di trasferirsi di là. Ritiravasi il Sassone in ordinanza colle sue truppe, ma inseguito dalla cavalleria cesarea, suo malgrado, si preparò alla battaglia. Fu questa ben calda nel dì 24 d'aprile, ma infine andarono in rotta le genti del Sassone, ed egli, fatto prigione dal conte Ippolito Porto da Vicenza, fu condotto davanti all'imperadore, che gli rimproverò l'alterigia sua in trattar dianzi lui solamente col titolo di Carlo di Gante, che si fa nominar l'imperadore. Reo di morte venne da lì a qualche tempo giudicato Gian-Federigo; tante nondimeno preghiere dei principi s'interposero, implorando la clemenza di Cesare, ch'egli, mosso ancora dal desiderio di cavar dalle mani degli uffiziali di Gian-Federigo le due fortezze di Vittemberga e Gotta, s'indusse a donargli la vita, con patto che rinunziasse l'elettorato a Cesare, e i suoi Stati (a riserva di una porzione, cioè della Turingia) al duca Maurizio. Restò egli, ciò non ostante, come prigione presso l'imperadore. Per la depressione di questo primo campione della lega protestante, anche Filippo langravio d Assia trattò per mezzo di varii intercessori, e specialmente del suddetto duca Maurizio, di tornare in grazia dell'Augusto Carlo. Con varie condizioni questa gli fu accordata; ma, [585] presentatosi egli ai piedi del vittorioso monarca, si vide ritenuto prigione; la qual durezza costò poscia ben caro al troppo severo monarca.

Si studiò nell'anno presente, per ordine del medesimo Augusto, e a persuasione del cardinale Teatino di casa Caraffa arcivescovo, don Pietro di Toledo vicerè di Napoli d'introdurre in quella metropoli e regno il tribunale dell'inquisizione [Summonte. Sardi. Adriani. Campana ed altri.]; al che troppo abborrimento avea mostrato sempre il popolo napoletano, e massimamente la nobiltà, che giudicava d'essere tolta con tal novità di mira dal vicerè, mostratosi in tante altre occasioni suo poco amorevole, per non dir nemico, affin di gastigare sotto l'ombra della religione chi non era in sua grazia. A' tempi ancora di Ferdinando il Cattolico tentata fu la introduzion del medesimo tribunale. Il timor di una sollevazione, e l'aver fra le altre ragioni rappresentato i Napoletani, che essendo troppo familiari in quella nazione i giuramenti falsi, niun più sarebbe da lì innanzi stato sicuro dell'onore e della vita, fece desistere lo accorto re da sì pericolosa impresa. Ma, persistendo il Toledo in questo proposito, e nulla curando i privilegii di quella regal città, finalmente nel di 16 di maggio si mise in armi il popolo con alquanti nobili, e cominciò a menar le mani contro gli Spagnuoli usciti del castello in ordinanza, ed all'incontro il castello a tempestar colle palle le case de' cittadini. A questo rumore volarono a Napoli circa tre mila banditi e fuorusciti, che si unirono col popolo. Dopo di ciò furono eletti dalla città due inviati, cioè don Ferrante Sanseverino principe di Salerno, e don Placido di Sangro, affinchè si portassero alla corte per informar l'imperadore, e supplicarlo di richiamare il vicerè, e di non permettere le novità dell'odiata inquisizione fra loro. Al principe [586] di Salerno era stato predetto, che se andava, male gliene avverrebbe. Ma egli, anteponendo l'amor della patria ad ogni suo rischio, andò. Furono prevenuti questi inviati da persona spedita con più diligenza dal vicerè. Arrivati che furono anch'essi alla corte, al principe, senza poter vedere la faccia dell'imperatore, fu ordinato di fermarsi. Il Sangro bensì ebbe udienza, ma non riportò a Napoli se non la secca risposta che la città ubbidisse. Venne intanto spedito da don Ferrante Gonzaga al vicerè un rinforzo di mille Spagnuoli sopra le galee del principe Doria: altri ottocento dalla Sicilia, ed alcune brigate di fanti assoldati in Roma da don Diego Mendozza ambasciatore cesareo. Costoro nel dì 21 di luglio, per discordia insorta fra essi ed alcuni popolari, diedero all'armi, uccissero alquanti Napoletani, saccheggiarono alcune case e monasteri, ed occuparono Santa Maria Nuova, luogo atto a prevalere contro la città. Mentre il popolo coi fuorusciti di Napoli e colle artiglierie si preparava per espugnar quel sito, arrivò il Sangro dalla corte, che intimò ad ognuno l'ubbidire. Non avea il popolo capo alcuno di autorità; e siccome è assomigliato ai flutti del mare, che presto vengono e presto sen vanno, si quetò, e spedì suoi deputati al vicerè per fare scusa e chiedere perdono. Nel dì 12 d'agosto fu pubblicato lo indulto generale, col condannar nondimeno la città al pagamento di cento mila ducati d'oro, nè più si parlò d'inquisizione; ma dal perdono rimasero esclusi alquanti nobili e popolari, che colla fuga si sottrassero alla pena, lasciando i loro beni in preda del fisco. Tornato dipoi a Napoli il principe di Salerno, come pecora segnata, fu da lì innanzi perseguitato dal vicerè; tanto che in fine fu costretto a fuggirsene; e, dichiarato ribello, dopo molte peripezie, finì, siccome diremo, sua vita in Francia nel 1568, con aver prima abbracciata l'eresia degli Ugonotti.

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Insorsero in quest'anno varie dispute nel concilio di Trento, perchè quei padri tanto per lo strepito delle vicine guerre, che per l'influenza di gravi malattie quindi insorte, erano malcontenti di quel soggiorno. Altri motivi segreti ancora si pretende che avesse papa Paolo per mutare il luogo a quella adunanza; e perciò andò loro l'ordine che trasferissero il concilio a Bologna, siccome fecero di fatto. Sommamente dispiacque a Cesare questa precipitosa risoluzione, e fra gli altri suoi aperti risentimenti comandò che i prelati de' suoi dominii non si movessero di Trento. Era anche per altro esso Augusto di mal umore verso il pontefice, perchè questi sul fine dell'anno precedente avea richiamate dalla Germania le milizie pontificie in tempo che Cesare maggiormente abbisognava per proseguir la guerra contra de' protestanti. Crebbero inoltre i dissapori all'osservare come il pontefice tenesse pratiche di stretta confidenza coi Franzesi, avendo egli anche ultimamente ottenuta per moglie di Orazio Farnese suo nipote una figlia naturale del novello re di Francia, con gran dote, obbligandosi egli, all'incontro, di comperargli in Francia uno Stato che rendesse annualmente almeno dodici mila ducati d'oro. Ma soprattutto covava l'imperadore un tarlo di sdegno e di vendetta contro di Pier-Luigi Farnese figlio del papa, e nuovo duca di Piacenza e Parma, non solamente perchè riputato, se non promotore, almeno complice dell'attentato di Gian-Luigi Fiesco contra di Genova, ma ancora perchè si scorgeva in lui un continuo e stretto attaccamento ai Franzesi. Cosa producessero questi mali umori, poco si starà a conoscerlo per la congiura tramata ed eseguita contro di lui nell'anno presente. Dacchè fu egli messo in possesso del ducato di Piacenza e Parma, fermò la sua stanza nella prima di quelle città, dove si applicò a fabbricare una nuova cittadella che in questi tempi si trovava ridotta quasi a compimento, non lasciando intanto di [588] abbellire in varie forme la città di Parma [Adriani. Angeli, Storia di Parma. Mambrin Roseo. Gesellini, Vita di Ferrante Gonzaga.]. Hanno dimenticato gli scrittori di tramandare ai posteri le virtù di esso Pietro Luigi. All'incontro, se noi vogliamo credere al Varchi, questo personaggio era uomo scelleratissimo, brutto di volto, ma più deforme d'animo, immerso nella più nefanda libidine e in altri enormi vizii. Anzi termina esso Varchi la sua Storia colla scandalosa pittura di una di lui azione la più sconcia ed orrida che mai si possa udire, e di cui forse non si troverà altro pari esempio. Poteva il Varchi e doveva risparmiare ancor questo. E volesse Dio che ci fossero bastevoli argomenti per poterlo ora mettere in dubbio; ma dacchè non osarono di contraddire alla fama di sì nero delitto gli scrittori allora viventi, quantunque ne mormorassero forte gli stessi protestanti; e dacchè il Belcaire vescovo di Metz, che scriveva allora le sue storie, asserisca la notorietà della libidine d'esso Pier-Luigi, con accennar anche quel mostruosissimo fatto accaduto nel 1557, io altro non soggiugnerò intorno ad esso. Dirò bensì, non apparire ch'egli per la carnale sua concupiscenza si tirasse addosso l'odio della ricca e numerosa nobiltà piacentina, non parendo mai verisimile il venir egli rappresentato dal Segni per istorpio di mani e di piedi, sicchè bisognava aiutarlo fino al mangiare, e tuttavia perduto negli affari della sensualità.

Altronde adunque venne contra di Pier-Luigi il mal talento di que' cittadini; imperocchè, avendo egli trovato i nobili d'essa Piacenza avvezzi a vivere con soverchia libertà sotto il governo ecclesiastico, e ad abitar per lo più ne' loro feudi, dove, non men che nella città, conculcavano la plebe, tosto si diede a metter loro la briglia, senza considerare se il rigore oppure la piacevolezza convenisse meglio alla novità del suo governo. A questo fine levò l'armi ai nobili, [589] limitò i loro privilegii, e sotto pena ancora di confisco gli obbligò ad abitar nella città, affinchè s'aumentassero le rendite delle sue gabelle; tagliò eziandio non poco dell'autorità di quel senato, e furono cominciati gran processi contra de' delinquenti presenti e passati. Oltre a ciò levò, Corte Maggiore a Girolamo marchese Pallavicino, e divulgossi ancora che era per ispogliare Agostino Landi di Bardi e Compiano: novità che lo facevano bensì amare dal basso popolo, ma odiare assaissimo dalla nobiltà. Non si guardò egli dall'inimicarsi don Ferrante Gonzaga governator di Milano, con occupare un castello di lui, e impedirgli la tenuta del marchesato di Soragna; perlochè il Gonzaga fece quanti mali ufficii potè contro di lui alla corte dell'imperadore. Convennero dunque i suddetti Girolamo Pallavicino ed Agostino Landi, con Camillo marchese Pallavicino, Giovanni Anguissola e Gian-Luigi gonfaloniere, tutti della primaria nobiltà di Piacenza, di levar di vita il Farnese. Fu poi, per quanto credo, inventato che i lor cognomi erano indicati nella parola PLAC, abbreviata nelle monete d'esso duca. Speravano essi appoggio dopo il fatto da don Ferrante; ma l'Adriani e il Gosellini, che ben si può presumere assai informati di quegli affari, scrivono essere stato con Ferrante quegli che promosse ed attizzò la congiura; e venne in questo tempo a Cremona (seppur non fu a Lodi) non gente militare, per trovarsi più a tiro della disegnata impresa. Quel ch'è certo, nel dì 10 di settembre i cinque suddetti congiurati, con alcuni lor confidenti al numero di trentasette persone, portanti armi coperte sotto i panni, presa l'ora che il duca ebbe pranzato, e che i suoi ministri stavano a tavola, quando uno e quando l'altro entrarono nella vecchia cittadella, dove abitava il duca, lasciandoli passar liberamente la guardia degli Svizzeri. Per quanto viene scritto, più d'un avviso era venuto a Pier-Luigi da Milano e dal papa stesso [590] che si macchinava contra di lui, e che si guardasse; ma non seppe egli profittarne. Era salito l'Anguissola con due compagni nell'anticamera del duca, e mentre gli altri attesero ad impadronirsi della porta della cittadella e della sala con uccidere alcuni Svizzeri e Tedeschi, egli, entrato co' suoi due nella camera del duca, che ragionava allora con Cesare Fogliano, con poche pugnalate lo stese morto a terra, senza trovare resistenza alcuna, perchè, a cagion della sua intemperante passata vita, avea Pier-Luigi degl'impedimenti alle giunture, ed immobile ricevè la morte.

All'udire che nella cittadella era tanto rumore, non meno i nobili che il popolo diedero di piglio all'armi, e corsero a quella volta. Altrettanto fece Alessandro da Terni, capitano delle milizie del duca, con animo d'entrare in essa fortezza. Ma avendo i congiurati alzato il ponte, ed essendosi ben armati con rompere l'armeria ducale, e con assicurarsi della famiglia dell'ucciso principe, convenne fermarsi. In questo mentre Agostino Landi rappresentò al popolo la morte del duca, e fatto calar dalle mura nella fossa il di lui cadavero legato con una fune, acciocchè se ne accertassero, e gridando: Libertà, libertà, imperio, ed asserendo che don Ferrante in breve arriverebbe colle sue truppe, ognuno s'andò ritirando, ed Alessandro da Terni colle sue genti s'inviò alla volta di Parma. Avvisato infatti il Gonzaga con due spari d'artiglieria, spedì incontanente cinquecento fanti, che entrarono nella cittadella, e nel dì 12 di settembre comparve anche egli con altra gente, e prese il possesso della città a nome dell'imperadore, promettendo ai cittadini di ridurre le gravezze al primo stato, di restituir gli onori al senato, e la libertà ai feudatarii, annullare i processi, e di rendere i beni confiscati: con che tornò la quiete in quella nobil città. Ciò fatto, il Gonzaga spedì truppe ad impadronirsi di Borgo San Donnino, e di Borgo di Val di Taro, e di [591] Castel Guelfo. Tentò ancora la città di Parma, e Roccabianca e Fontanellato; ma i Parmigiani, avendo dipoi acclamato per loro duca Ottavio Farnese, figlio dell'estinto Pier-Luigi, si tennero forti alla divozione di lui. Trovavasi papa Paolo in Perugia, allorchè gli fu recata la funesta nuova, accolta da lui con inesplicabil dolore, e insieme con fieri interni rimproveri, al veder così confusa l'ambizion sua e il tanto suo amore ai congiunti di sangue. Tuttavia da saggio non perdè tempo a spedire il nipote Ottavio con Alessandro Vitelli a Parma, e a spignervi di mano in mano quante soldatesche potè, raccolte dall'Umbria e dalla Romagna. Ciò sostenne Parma, e seguì in appresso una sospension d'armi fra il duca Ottavio e don Ferrante. E questo misero fine ebbe Pier-Luigi Farnese, che quantunque lasciasse dopo di sè un brutto nome, pure ebbe la gloria o fortuna di lasciar quattro figli ben diversi da lui, cioè il suddetto duca Ottavio, che riuscì principe di gran valore e saviezza; Alessandro, uno dei più insigni cardinali del sacro collegio; Orazio duca di Castro, destinato genero di Arrigo II re di Francia per lo sposalizio di Diana figlia naturale dello stesso re; e Ranuccio, che il buon papa, dimentico della riforma della Chiesa, non avea avuto scrupolo di eleggere arcivescovo di Napoli, e crear cardinale nell'anno precedente, ancorchè egli non avesse che quindici in sedici anni. Lasciò inoltre Pier-Luigi una figlia per nome Vittoria, che il papa diede per moglie a Guidubaldo duca d'Urbino, generale in questi tempi della repubblica di Venezia. Ma della morte del Farnese ebbe ben a dolersi l'Italia, perchè cagion fu di riaccendere nuove guerre non solamente qui, ma anche oltramonti, siccome vedremo. Nè si dee tacere che in quest'anno a dì 12 d'agosto (avvenimento assai raro) cadde nel Mugello, distretto di Firenze, per tutta la notte si dirotta ed impetuosa pioggia, che tutti i fiumicelli divennero orgogliosi torrenti, [592] con inondar le campagne, ed allagare non poca parte della città di Firenze. Vi perì molta gente; case, mulini, gualchiere, ponti ed alberi infiniti non ressero alla furia dell'acque; talchè gli uomini di quel secolo niuna pari disavventura avevano mai veduta o provata nei tempi loro.


   
Anno di Cristo MDXLVIII. Indizione VI.
Paolo III papa 15.
Carlo V imperadore 30.

Fu impiegato tutto quest'anno in maneggi politici, e in proposizioni di leghe e di guerre, ma senza che se ne risentisse la pubblica quiete. S'era già sconcertata non poco la buona armonia fra il pontefice Paolo e Carlo imperadore, sì per la seguita translazion del concilio di Trento a Bologna, malveduta e impugnata da esso Augusto, e per l'uccision di Pier-Luigi Farnese, e per l'occupazion di Piacenza fatta dall'armi imperiali, approvata di poi solennemente dall'imperadore stesso: il che riempiva di sdegno l'animo del pontefice, al mirar tolta alla Chiesa, e insieme alla casa Farnese, una sì riguardevol città. E tanto più, perchè anche Parma si trovava in grave pericolo, tendendo parimente a quell'acquisto don Ferrante Gonzaga con orditure segrete e colle minaccie della forza. Perciò si diede esso pontefice a manipolar una lega con Arrigo II re bellicoso di Francia, calcolando che le di lui forze, colla comodità specialmente di Torino e d'altre piazze tuttavia occupate dalle di lui armi in Piemonte, potessero abbassare la troppo cresciuta potenza di Cesare in Italia, e forzarlo alla restituzion di Piacenza. Questa medesima lega era desiderata dai Franzesi; ma camminando essi con gran cautela, al vedere il decrepito papa non lontano dall'abbandonar colla vita gl'impegni politici, richiedevano che il sacro collegio s'obbligasse a continuar la lega, ed in essa si tirassero altri principi d'Italia, e che Parma fosse [593] ceduta ad Orazio Farnese duca di Castro, fratello del duca Ottavio, e genero, siccome dicemmo, del re Cristianissimo. Ma nè i Veneziani, nè il duca di Ferrara si vollero impacciare in sì pericoloso labirinto, e molto meno v'accudirono i saggi porporati. Perciò s'andò consumando il tempo in varii trattati, e nulla infine ne risultò. Intanto l'imperadore continuava le calde sue istanze perchè si restituisse in Trento il concilio; al che troppo renitente si scopriva il pontefice, colla comune credenza ch'egli temesse in città non suddita a sè la forza de' prelati spagnuoli e tedeschi, capace di restrignere l'autorità pontificia, e formar decreti disgustosi alla corte romana per conto della disciplina ecclesiastica. Ad ogni infermo fa paura il chirurgo che ha da tagliare. Queste discordie fra il pontefice e l'imperadore cagion furono che esso Augusto, trovandosi alla dieta in Augusta, e bramando pure di quetar in qualche maniera i torbidi della religione e de' popoli nella Germania, fece stendere una scrittura, contenente ciò che fossero obbligati i protestanti di credere ed insegnare, fino a tanto che il concilio generale determinasse la pura dottrina della Chiesa; e nel dì 15 di maggio la pubblicò. Fu essa nominata l'Interim di Carlo V: decreto che egualmente si trovò poi riprovato ed impugnato dai cattolici e dai protestanti. A questi dispiacque, perchè i principali punti della religion cattolica erano ivi stabiliti, e perciò contra d'esso si scatenarono. Ai Cattolici, perchè nell'Interim furono permessi a' protestanti certi usi, non già incompatibili colla dottrina cattolica, ma contrarii alla presente disciplina della Chiesa. E sopra tutto il pontefice proruppe in gravi doglianze, perchè l'imperadore si fosse presa la libertà di far delle determinazioni in materia di religione, risiedendo questa autorità ne' soli sommi pastori della Chiesa, e non già nei principi secolari.

Trovandosi intanto l'Augusto Carlo stanco sotto la mole di tanti affari, e [594] colla sanità infievolita per le passate fatiche e per la podagra, prese la risoluzione di far venire di Spagna in Italia e Germania il principe don Filippo suo figlio. Nello stesso tempo con dispensa del sommo pontefice accordò l'infanta donna Maria sua primogenita in moglie all'arciduca Massimiliano, figlio del re Ferdinando suo fratello, che era allora in età di circa venti anni. E per provvedere la Spagna di un autorevole vicerè, durante l'assenza del principe suo figlio, spedì colà lo stesso Massimiliano con bell'accompagnamento nel mese di giugno, e furono poi con gran magnificenza solennizzate le sue nozze in Madrid nel settembre di quest'anno. In questo mentre si unirono a Roses in Catalogna le galee d'Andrea Doria, di Spagna, Napoli e Sicilia, con varie navi, che in tutto formavano una numerosa e potente flotta, dove il principe don Filippo, dopo aver lasciato il governo dei regni al cugino Massimiliano, imbarcatosi nel dì primo di novembre, sciolse le vele alla volta dell'Italia sotto la direzione del duca d'Alva, capitan generale e maggiordomo maggiore dell'Augusto suo padre, inviato a questo fine in Ispagna. Sbarcò nel dì 22 (l'Adriani scrive nel dì 25) del suddetto mese in Genova, accolto con immensi onori da quel popolo, ed alloggiato nel palazzo del suddetto Doria. Cosimo duca di Firenze, attentissimo in tutto a conservare ed accrescere la protezion di Cesare, inviò colà a visitarlo don Francesco suo primogenito, che gli portò, se crediamo al Segni, dei regali del valore di cento mila scudi. Vi comparve ancora il duca Ottavio Farnese, inviato dal papa, per pregarlo d'impiegarsi nella restituzion di Piacenza. Dopo molti giorni di riposo passò dipoi il regal principe a Pavia, ed indi a Milano, due miglia lungi dalla qual città con isplendido corteggio di prelati e di nobiltà, fu a fargli una visita Carlo duca di Savoia. In tal congiuntura fece il popolo di Milano sfoggi di incredibil magnificenza per l'accoglimento [595] di questo sole nascente, a cui sapeano di dover essere sudditi col tempo. Venne in quest'anno Arrigo II re di Francia con quattrocento uomini d'armi, e cinque mila fanti in Piemonte, per visitar le fortezze occupate dall'armi sue. Pretende l'Adriani impreso quel viaggio dal re, perchè Ottavio Farnese, per vendicarsi di don Ferrante Gonzaga dopo l'occupazion di Piacenza, avesse mandati dei sicarii per farlo uccidere, che poi furono scoperti a tempo e giustiziati: sperando il re, siccome consapevole della trama, che, tolto di vita il Gonzaga, potessero insorgere dei torbidi nello Stato di Milano. Vana immaginazione di quello storico, perciocchè nel dì 10 di settembre accadde la morte di Pier-Luigi Farnese, e il re nel luglio e agosto precedente era venuto a Torino; ed avendo colà chiamato Ercole II duca di Ferrara, questi con licenza dell'imperadore nel dì 15 d'agosto si mosse con bella comitiva, andò a Torino, e nel dì 2 di settembre si restituì a Ferrara. Erano le premure del re di tirar seco in lega questo principe, ma il trovò troppo alieno dall'inimicarsi il troppo potente imperadore. Tanto bensì operò esso re Cristianissimo, che indusse il duca medesimo a concedere in moglie Anna sua primogenita a Francesco di Lorena duca di Umala, figlio del duca di Guisa suo favorito. Senza far altra novità, e con solamente lasciar dei sospetti in Italia, se ne ritornò esso monarca in Francia nel dì 25 di settembre. Perciò don Ferrante attese a fortificar Milano, e le altre città e fortezze di quello Stato; ed altrettanto fece in Toscana il duca Cosimo, a cui per gran somma di danaro da Cesare fu dato Piombino, e da lì a poco ancora ritolto. Furono parimente in quest'anno fieri rumori in Siena, città, dove ab antiquo cozzavano fra loro due fazioni, volendo cadauna o primeggiar nel governo, o usurparlo tutto. I ministri dell'imperadore, che davano in questi tempi legge all'Italia, non tralasciarono di profittar della lor pazza discordia; [596] e però a don Diego di Mendozza venne fatto d'introdur quattrocento fanti spagnuoli di guardia, dando principio ad una specie di dominio di quella città.


   
Anno di Cristo MDXLIX. Indizione VII.
Paolo III papa 16.
Carlo V imperadore 31.

Dopo avere il regal principe don Filippo d'Austria lasciato in Milano un gran credito di signor generoso e liberale, nel dì 8 di gennaio del presente anno partì da colà, e, ricevuto uno splendido trattamento da Francesco duca di Mantova, alla qual città si portò anche Ercole II duca di Ferrara per inchinarlo, passò a Trento, continuando poscia il viaggio sino a Brusselles, dove fece la sua entrata nel dì primo d'aprile, accolto con tenerezza dal padre Augusto. L'intenzion dell'imperadore di chiamarlo colà era stata di fargli giurar fedeltà da' popoli della Fiandra; il che eseguirono essi di tutto buon cuore. Ma si aggiunse un'altra idea, fabbricata dall'amor paterno ed ambizioso di Carlo cioè si diede egli a meditare nel tempo stesso di farlo anche re de' Romani, e trattossi di ciò infatti nella dieta d'Augusta dell'anno seguente; ma con trovarsi il re Ferdinando troppo renitente alla cessione di quella dignità. Se non concordassero in questo varii autori, parrebbe inverisimile un siffatto progetto. Ma nè Ferdinando avea sì poco senno da sacrificare alle voglie del fratello quell'illustre dignità, nè i principi della Germania erano sì mal avveduti di permettere la continuazion d'una unione o potenza che facea paura a tutti. In questi tempi Arrigo II re di Francia, non sapendo soffrire che la sua città di Bologna in Piccardia avesse a restar in mano degli Inglesi anche per alquanti anni, e di doverla comperare con tante somme d'oro accordate nella pace fatta con loro dal re Francesco I suo padre, determinò di adoperar la forza per ricuperarla, con [597] essersi fatto assolvere dal papa dal giuramento ed obbligo di pagare il pattuito danaro. Parvegli anche propizio il tempo, perchè in Inghilterra erano insorte gravi discordie, e durava tuttavia la guerra degl'Inglesi contro la Scozia, assistita dall'armi della Francia. Perciò andò con un possente esercito a mettere l'assedio alla città di Bologna, dichiarando aperta guerra agl'Inglesi; ma quantunque s'impadronisse di qualche forte, nulladimeno inutili per quest'anno rimasero i suoi sforzi contro d'essa città. Godevasi intanto in Italia la pace, ma pace turbata da continui sospetti di guerra per cagion di Parma e Piacenza; e tutti attendevano a premunirsi. Ebbero, ciò non ostante, a piagnere le marine, e specialmente della Sicilia, Calabria e Riviera di Genova. Corseggiava nel Mediterraneo dopo la morte del Barbarossa maestro, il famoso corsale Dragut rais con quaranta legni; nè solamente prendeva quanti navigli mercantili gli venivano alle mani, ma eziandio facea sbarco di tanto in tanto alle coste della cristianità, con mettere a sacco i villaggi, ed asportarne ancora gran copia d'anime cristiane, condannate dipoi ad una penosa servitù. Mancava a costui un buon nido; sel procacciò egli nell'anno presente coll'impossessarsi a forza d'armi della città appellata Africa o Tripoli nelle coste di Barberia. Quivi si piantò egli e fortificò, concependo poi speranza di stendere più in là il dominio suo.

Ondeggiava intanto papa Paolo fra varii pensieri intorno agli affari di Parma e Piacenza, e ricevea da Cesare parole di corte, quante ne volea. Ora pretendeva l'imperadore Carlo che si esaminassero le ragioni della Chiesa e dello Stato di Milano su quella città, ed ora proponeva cambii, comparendo sempre disposto a compiacere il papa, ma con interna risoluzione di far quel solo uso che conveniva al proprio interesse. Prese dunque il pontefice il partito, a ciò consigliato dai più saggi porporati, di unir di nuovo [598] Parma alla Chiesa, e di torla al nipote Ottavio, con animo di reintegrarlo, cioè di dargli di nuovo Camerino, giudicando che Parma in man della Chiesa verrebbe più rispettata dai potentati cattolici. Con questa idea richiamò a Roma il nipote, spedì a Parma con segrete istruzioni Camillo Orsino, Capitan generale della Chiesa, il qual giunto colà, prese il comando dell'armi e il governo d'essa città, attendendo poscia a fortificarla, e a ben provvederla di vettovaglie e munizioni da guerra: il che recò non poca gelosia a don Ferrante Gonzaga. Stette lungamente aspettando il duca Ottavio qual dovesse essere il suo destino, lusingato dal pontefice ora colle speranze di espugnar la pertinacia di Cesare, ed ora colle proposizioni avanzate di una lega colla Francia. Finalmente s'impazientò, massimamente all'udire che si trattava di ceder Parma a don Orazio suo fratello, e Camerino a lui, e al considerare che in tanto egli si trovava spogliato di Parma, benchè d'essa investito, e che, venendo a mancare il decrepito papa, correa rischio di neppur ottenere o di perdere Camerino. All'improvviso dunque, senza saputa dell'avolo papa, venne per le poste a Parma, credendo di farsene, come prima, padrone; ma Camillo Orsino insospettito per non aver egli recata lettera o ordine alcuno del pontefice, si mise alla parata d'ogni accidente, col disporre guardie dappertutto; e lasciò bensì entrare in Parma il duca, ma il tenne sì corto, che non osò di tentare novità veruna. Con tutto ciò, le speranze di Ottavio erano riposte nella cittadella, avendo tenuta già intelligenza per questo col castellano d'essa, e perciò fece istanza di visitar anche quelle fortificazioni. Quivi parimente si trovò egli burlato, per essersi pentito il castellano, che ricusò d'ammetterlo dentro: il perchè tutto fumante di collera uscì di città, e si ritirò a Torchiara castello del conte Sforza Santafiore suo cugino, dove, per mezzo del cardinale di Trento, cominciò [599] un trattato con don Ferrante Gonzaga per acconciarsi coll'imperadore. Dacchè il pontefice ebbe intesa l'impensata fuga del nipote, diede nelle smanie, persuaso che la gente non crederebbe ciò fatto senza consenso suo; e tosto gli spedì dietro un corriere per richiamarlo. E perchè ebbe avviso dall'Orsino del tentativo da lui fatto per ripigliare il dominio di Parma, maggiormente acceso di collera, rinnovò gli ordini a tutti i ministri di quella città di tenerla a nome della Chiesa, e di non ammettere colà il nipote. Così stavano le cose, quando il cardinal Farnese, per lettera a lui scritta dal fratello, fece sapere all'addolorato pontefice che Ottavio, se non gli veniva ceduta Parma, si accorderebbe con don Ferrante, e cercherebbe colla forza di riaver quello che riputava dovuto a sè per giustizia. Questo colpo, per cui si sfasciavano tutte le macchine politiche del papa, e i suoi segreti trattati coi Franzesi, l'accorò talmente, che, preso da un tremore e quasi sfinimento, fu per cadere in terra, se non era sostenuto dagli astanti. Dopo quattro ore si riebbe; ma sopraggiunse una gagliarda febbre, a cui l'età sua, arrivata ad anni ottantadue, e forse più, guadagnatasi da lui colla temperanza del vitto, non potè reggere, e però cessò di vivere nel dì 10 di novembre.

Varia fu la fama che lasciò dopo di sè papa Paolo III. Gli storici fiorentini, Varchi, Segni ed Adriani, perchè mal animati contro di lui a ragion delle dissensioni passate fra esso pontefice e il duca Cosimo, ne sparlarono a bocca aperta. Il Segni arrivò a scrivere, esser egli stato in concetto, non dirò di amante della strologia giudiciaria, che questo gli fu imputato anche da altri (benchè forse senza ragione), ma fin di magia e dell'uso de' veleni, con altre dicerie bestiali, che lo stesso stampatore si vergognò di esporre tutte alla luce. Non è già di dovere che i principi, pretendenti di non esser sottoposti alle leggi, abbiano anche [600] da pretendere esenzione dalla pubblica censura, perchè questo è l'unico freno oppur gastigo alle lor malvage azioni: e guai a chi giugne a nulla curarsi anche di questo qualsisia staffile. Ma giusto insieme è che la censura sia ben fondata, e non figlia della malignità e dell'invidia. Certamente chiunque senza passione peserà le azioni e la condotta di Paolo III, avrà da confessare, aver egli meritato, per conto non men dell'uffizio pastorale, che del governo principesco, la lode di degno pontefice e di saggio principe. Dotato di gran consiglio, di rara prudenza e di zelo cospicuo pel bene della religione e pel decoro della Chiesa, primiero aprì l'importantissimo concilio di Trento, confermò l'insigne compagnia di Gesù e l'istituto de' cappuccini, e procurò la riforma degli abusi che deformavano la Chiesa di Dio. Sommamente accrebbe la gloria sua colla promozione di più di settanta cardinali, la maggior parte illustri o per la loro scienza, o per la lor pietà, o per l'ingegno o per la chiarezza di sangue. Sempre padre comune, mai s'impacciò nelle guerre fra i principi, fuorchè quando si trattò di guerreggiar contro gl'infedeli ed eretici: che allora largamente impiegò le rendite della Chiesa. Fortificò Perugia, Ascoli, Nepi e Castro; condusse molto innanzi la fabbrica di San Pietro, cominciata da Giulio II; rifondò il palazzo apostolico del Vaticano; tirò alcune strade diritte per Roma; ed avendo molto beneficato il popolo romano, meritò che fosse posta la sua statua nel Campidoglio. Non mancarono al certo in lui varii nei. E chi n'è senza? Per fabbricare il palazzo Farnese, gran guasto diede all'anfiteatro di Tito. Fece gridare il clero e i popoli suoi per le gravezze loro accresciute, e lasciò anche impegnate a' mercatanti per più anni non poche rendite della camera apostolica. Ma quello che maggiormente parve che oscurasse la sua fama, e che presso i più non trovò scusa, fu l'esorbitante suo amore verso del figlio, benchè figlio non degno [601] di questo buon padre, e verso de' nipoti, degni al certo di lui, per l'ingrassamento ed innalzamento dei quali che non fece egli? L'abbiam già veduto. E volle Dio che, vivente ancora, ne ricevesse il gastigo; laonde dicono che negli ultimi giorni di sua vita andasse ripetendo: Et peccatum meum contra me est semper. Per altro anche in questi ultimi tempi ad esaltare i pregi e a liberar dalla censura le azioni d'esso pontefice, ha contribuito non poco l'indefessa penna del celebre cardinale Angelo Quirini, vescovo di Brescia, a cui ancora siam tenuti per tante altre notizie intorno al cardinal Polo e ad altri insigni personaggi che in Paolo III trovarono un saggio conoscitore e premiatore del merito.

Aveva il pontefice nel penultimo dì del suo vivere ordinato un breve all'Orsino, con cui gli comandava di consegnar Parma al duca Ottavio: tanto era il timore ch'egli si gittasse in braccio agli imperiali, e cedesse loro quella città. Perchè questo breve non fu spedito con diligenza, ed arrivò prima d'esso a Parma la nuova della morte del papa, ancorchè il sacro collegio ordinasse lo stesso all'Orsino, egli non volle ubbidire, dicendo d'aver avuta in guardia quella città da un papa, e che ne disporrebbe secondo che gli fosse ordinato da un altro papa: risposta che fece sospettare qualche suo intrigo coi Franzesi. Ma l'Orsino onoratamente trattò e conservò Parma pel papa venturo, quantunque non men dagl'imperiali che da' Franzesi gli fossero fatte molte ingorde proposizioni. Durante poi la sede vacante, Camillo Colonna ricuperò Palliano e le altre terre tolte da papa Paolo ad Ascanio; e il principe di Sulmona acquistò Soncino ed altri luoghi, come appartenenti a donna Isabella Colonna sua moglie. Ma don Diego Mendozza s'interpose, affinchè non seguissero rumori fra esso principe e i Colonnesi. Intanto raunati i cardinali nel numeroso conclave, cominciarono i lor maneggi per provvedere la Chiesa d'un nuovo [602] pastore, con sì poca concordia nondimeno, che spirò il presente anno senza verun accordo, anzi con apparenza di non accordarsi sì presto fra loro. Nell'ottobre di quest'anno si celebrarono con rara magnificenza in Mantova le nozze del duca Francesco Gonzaga con Caterina d'Austria figlia di Ferdinando re de' Romani. Nel qual tempo Lodovico fratello d'esso duca passò alla corte di Francia, e col tempo divenne duca di Nevers: del che è bene che il lettore si ricordi, perchè vedremo a suo tempo tornar questa linea Gonzaga a signoreggiare in Italia.


   
Anno di Cristo MDL. Indizione VIII.
Giulio III papa 1.
Carlo V imperadore 32.

Tennero lungamente diviso il sacro collegio, ascendente al numero di cinquanta cardinali, le fazioni imperiale, franzese e farnese. Fu in gran predicamento il cardinal Polo, uomo per la sua scienza, religione e purità di costumi ben meritevole della dignità pontificia. Ma perchè il cardinal teatino Caraffa il proclamò per amico de' protestanti, a personaggio sì illustre rimasero tagliate le penne. Infine nella notte precedente il dì 8 di febbraio restò concordemente eletto papa (per cura specialmente dei cardinali Farnese, Guisa e d'Este) Giovanni Maria di Monte, ossia del Monte, cardinal veterano, creduto degno della sacra tiara per li meriti suoi anche dal defunto pontefice. Era egli oriondo da Monte San Sovino, terra del distretto di Arezzo; e per la trafila di varii impieghi, tutti sostenuti con lode, passato al cardinalato, si era specialmente distinto per lo sapere e per la prudenza nel concilio generale, in cui fu legato apostolico tanto in Trento che in Bologna. Prese il nome di Giulio III; e perciocchè questo era l'anno del giubileo, nè per la morte del papa s'era potuto nel precedente dicembre far la funzione di aprir la porta aurea, [603] coronato ch'egli fu nel dì 22 di febbraio, non tardò ad aprirla nel dì 24, per soddisfare al gran concorso della gente passata a Roma per ottener le indulgenze. Lodevolissimi furono i principii del governo di questo pontefice, siccome suol d'ordinario accadere non solo ne' principi ecclesiastici, ma anche ne' secolari, perciocchè mostrò l'animo suo inclinatissimo non solo a rimettere in Trento il concilio generale, aderendo alle premure dell'imperadore e dei Tedeschi, ma ancora alla riforma della disciplina ecclesiastica, troppo scaduta ne' secoli addietro. Pubblicò infatti il decreto del riaprimento del concilio in essa città di Trento pel dì primo di maggio dell'anno prossimo venturo. Conciliossi ancora l'amore del popolo romano con levare i dazii della macina e de' contratti, che papa Paolo avea introdotti con gravi doglianze massimamente de' poveri. Riconfermò lo Stato di Campagna ai Colonnesi, e per riconoscenza al cardinal Farnese confermò la prefettura di Roma ad Orazio Farnese duca di Castro, e il grado di gonfalonier della Chiesa al duca Ottavio Farnese fratello d'esso cardinale. Quel che più importa, fece nel dì 24 di febbraio restituire da Camillo Orsino ad esso Ottavio la città di Parma colle fortezze, artiglierie e munizioni: il che fu cagione che Ottavio, dopo essere stato fin qui in molti trattati coi ministri dell'imperadore, voltasse vela per sostenersi contra de' medesimi, scoperti troppo vogliosi di quell'acquisto, e malcontenti della restituzione a lui fatta.

Sì risoluto sempre più compariva Arrigo II re Cristianissimo di ricuperar la città di Bologna nella Piccardia, che Odoardo re d'Inghilterra e i ministri suoi giudicarono miglior consiglio di cedere amorevolmente con qualche vantaggio quella città, che di fare immense spese per la difesa, e di perdere poi tutto colla resistenza. Però nel dì 24 di marzo dell'anno presente seguì pace fra que' due potentati, come consta dallo strumento [604] rapportato dal Du-Mont, in cui fu conchiusa la restituzion di essa città al re di Francia, con obbligarsi questi al pagamento di quattrocento mila scudi d'oro del sole in due rate all'Inglese. Liberato da quell'impegno, si diede poscia il re Arrigo a lavorar sott'acqua per turbar la quiete d'Italia, e per muovere guerra all'imperadore, la cui potenza faceva male a' suoi occhi, non men che n'avesse fatto al re suo padre. Già dicemmo divenuto formidabile nel Mediterraneo il feroce corsaro Dragut Rais, massimamente dopo la conquista della città appellata Africa, o Tripoli di Barberia, tenuta da alcuni per l'Aphrodisium degli antichi. I Turchi le danno il nome di Maladia. Portate alla corte di Cesare le doglianze e grida di tanti popoli afflitti dall'insolenza e crudeltà di costui, che solamente manteneva buona amistà co' Franzesi, vendendo loro la preda fatta sopra i sudditi della Spagna; determinò il magnanimo imperadore di reprimere la baldanza di quel nemico del nome cristiano. Per ordine adunque suo, il principe Andrea Doria e don Giovanni di Vega vicerè di Sicilia allestirono una ragguardevol flotta di galee e di navi, colla quale si unirono ancora alcune del pontefice e de' cavalieri di Malta. Don Pietro di Toledo vicerè di Napoli vi mandò don Garzia suo figlio, Cosimo duca di Firenze vi spedì Giordano Orsino con quattro galee e Chiappino Vitelli con mille fanti. Gran numero di cannonate e d'assalti bisognò a quella impresa; ma finalmente al valore dell'armi cristiane non potè resistere quella picciola, benchè assai fortificata città. Vi rimasero uccisi ottocento Mori, e ne furono condotti via schiavi circa sei od otto mila, venduti poi a vil prezzo per la Sicilia e Sardegna. Furono presi anche altri luoghi in quei contorni, tutto bel paese con terreno fecondo e colline piene di oliveti. Pretende il Surio che il Vega vicerè, spogliata di tutto quella città, la facesse smantellare. La verità si è, che lasciata fu ivi una [605] competente guarnigion di Spagnuoli e di cavalieri di Malta, e che la principal moschea nel dì 14 di settembre venne dedicata al culto del vero Dio. Dragut colle sue galeotte si ritirò alle Gerbe, e l'armata cristiana, tornando verso Sicilia, restò assalita da fiera tempesta, per cui alquante galee e quattro navi rimasero preda dell'infuriato elemento.

Grande occasion di parlare diede in quest'anno papa Giulio colla creazion d'un solo cardinale fatta nel dì 31 di maggio [Panvinio. Segni. Giacon. Adriani. Oldoin.], cioè d'Innocenzo del Monte. Era questi nato da una povera donna che andava accattando in Piacenza. Trovandosi in essa città governatore o legato Giovanni Maria del Monte, che fu poi papa Giulio, raccolse nella sua corte questo pezzente ragazzo, il fece allevare, e tanto amore gli prese, che più non si sarebbe fatto ad un unico suo figlio. Gli era sì perduto dietro, che l'innestò nella propria casa, facendolo adottare da Baldovino suo fratello. Nè ciò a lui bastò. Dacchè ascese al pontificato, l'empiè sino alla gola di benefizii e di rendite ecclesiastiche, e senza dimora passò a proporre nel concistoro questo suo caro idolo per la sacra porpora. Gran bisbiglio insorse fra i cardinali; e fra gli altri il cardinal Teatino, che fu poi papa Paolo IV, a visiera calata arringò contro la prostituzion di quella eccelsa dignità in persona sì vilmente nata, senza sapersi neppure il padre suo, e sprovveduto affatto di quelle virtù e qualità che in qualche guisa potessero coprire l'obbrobrio de' natali. Ebbe un bel dire. Innocenzo fu creato cardinale. Ma questo aborto fece quella riuscita che ognun prevedeva; perciocchè sotto Pio IV e Pio V, a cagion de' suoi vizii, più d'una volta fu in prigione e ne' ceppi, e spogliato di varii benefizii. Abborrito dagli altri porporati, miseramente infine terminò la sua vita l'anno 1577, non sussistendo ciò che scrive il Belcaire, cioè esser egli stato [606] strangolato dopo la morte del papa suo protettore. Scapitò forte per questo disordinato affetto e per tal risoluzione il concetto del papa. Oltre di che, siccome attesta l'Adriani, poco tempo passò che non pareva più esso pontefice quel che era stato cardinale; perchè si diede all'ozio, scaricandosi degli affari pubblici sopra il cardinal Crescenzio, e prendendo solamente diletto d'un suo giardino, dove consumava tempo e spese grandissime in fabbriche ed ornamenti. Nè è da tacere che l'anno presente diede motivo in Siena a gravi timori e consigli; perciocchè, dopo essere entrati colà per guardia gli Spagnuoli, ad imitazion del riccio, cominciarono que' ministri imperiali a disegnar ivi la fabbrica d'una cittadella, e ne mandarono anche i disegni all'imperadore. Spedì quel popolo i suoi inviati a Cesare a dolersi di tal novità, e andò intanto meditando maniere più efficaci di sottrarsi a quel giogo e di conservare la libertà. Comune credenza fu che lo imperadore, per l'ansietà di aver Parma in suo potere, più volte avesse proposto di dar Siena in contraccambio al duca Ottavio. Ma queste fantasie fra poco andarono tutte in fumo. Nell'anno presente a' dì 21 di febbraio Francesco III Gonzaga duca di Mantova e di Monferrato, caduto nel lago, lasciò ivi miseramente la vita; ed ebbe per successore Guglielmo suo fratello. Avea Francesco avuta per moglie Caterina figlia di Ferdinando re de' Romani, da cui non ebbe prole. Divenne poi questa principessa per le seconde nozze regina di Polonia.


   
Anno di Cristo MDLI. Indizione IX.
Giulio III papa 2.
Carlo V imperadore 33.

Stavasene in Parma il duca Ottavio Farnese, tuttodì pensando ai mezzi per mantenersi in quel dominio, giacchè per la ricuperazion di Piacenza era seccata ogni speranza. Parevagli di trovarsi a mal partito, perchè non ignorava l'idee [607] dell'Augusto suocero suo sopra quella città, e i mali uffizii e le mine che andavano facendo contra di lui don Ferrante Gongaza governator di Milano, e don Diego Mendozza, anche per private passioni nemici suoi. Come resistere solo a chi volendo potea sì facilmente ingoiarlo, qualor volesse? Fece rappresentare a papa Giulio il bisogno suo, e chiedere, non ottenendo aiuto da lui, licenza di ricorrere a chi potesse sostenerlo, mentre niuno in Italia ardiva di alzare un dito in suo favore; e il papa, che per altri motivi si studiava di conservar buona armonia coll'imperadore, si strinse nelle spalle, nè altro rispose, se non che il duca si aiutasse come potesse. Ciò bastò ad Ottavio, col consiglio, per quanto fu creduto, de' due cardinali Alessandro e Ranuccio suoi fratelli, per proseguire animosamente un trattato già mosso da Orazio duca di Castro, altro suo fratello, alla corte del re Cristianissimo, per impegnar quel monarca alla difesa sua. Null'altro che questo bramava Arrigo II, emulo oltre modo della soverchia potenza della casa d'Austria. E nel dì 27 di maggio del presente anno, come apparisce dallo strumento rapportato dal Du-Mont [Du-Mont, Corps Diplomat.], prese il re sotto la sua protezione la casa Farnese, obbligandosi di mantenere ad Ottavio due mila fanti e ducento cavalli leggieri per la difesa di Parma, e di pagargli annualmente dodici mila scudi d'oro, con promessa di maggiori aiuti alle occorrenze, e di rilievo, in caso di disgrazie. Intanto ducento mila scudi fece avere il re in Venezia per sostenere questo impegno. Avvertito il pontefice dal cardinal Farnese di questo negoziato, parve allora che si svegliasse, e si sbracciò per disturbarlo con gagliarde premure presso dello stesso Ottavio. Ma non fu a tempo. Essendosi data l'ultima mano al trattato col re Cristianissimo, il duca Ottavio, siccome uomo d'onore, non volle retrocedere, per quanto ancora vi si adoperasse [608] il duca di Ferrara Ercole II, a cui non piaceva il fuoco vicino a' suoi confini.

Allora fu che papa Giulio III proruppe in ismanie. Cominciarono a fioccare i monitorii contro di Ottavio, comandandogli di consegnar Parma ai ministri pontificii, e si procedè fino alle censure, e a dichiarar lui ribello e decaduto da ogni diritto sopra quello Stato, e dal grado di gonfalonier della Chiesa. Ritiraronsi da Roma Alessandro e Ranuccio cardinali Farnesi: il primo si ricoverò a Firenze, ben ricevuto dal duca Cosimo; e l'altro ad Urbino, dove ebbe un amorevol trattamento dal duca Guidubaldo suo cognato. Provarono i Farnesi anche lo sdegno di Carlo V, perchè questi tolse al cardinale Alessandro il ricco arcivescovato di Monreale, e ad Ottavio Novara e il ducato di Cività di Penna, beni dotali della duchessa Margherita d'Austria sua figlia, e moglie d'esso Ottavio. Meglio di quaranta mila scudi d'oro perderono essi Farnesi nella presente tempesta; ma vi guadagnarono bene i parenti del papa. Giacchè più non restava luogo al più volte proposto ripiego di dar Camerino al duca Ottavio in cambio di Parma, il papa diede il perpetuo governo d'esso Camerino colle rendite a Baldovino suo fratello, e di più, per attestato del Segni, maggior grandezza gli conferì in Roma, che se fosse stato duca o signor naturale antiquato in Italia. A Gian-Batista del Monte, figlio d'esso Baldovino, conferì il grado di gonfaloniere e capitan generale della Chiesa, e per lui ottenne dall'imperadore Novara e Cività di Penna. Andò tanto innanzi il fasto di quella gente, che Ersilia Cortese, nobile modenese, moglie d'esso Gian-Batista, se crediamo al Segni, stava in Roma con tanta altura e grandezza, che la duchessa di Parma figliuola dell'imperadore, innanzi che ella fosse ita a Parma, avea appena udienza da lei, quando andava in cocchio per salutarla e per farle onore. Nè qui si fermò il nepotismo di questo pontefice, [609] perchè ad Ascanio della Cornia Perugino e a Vincenzo de' Nobili, figli delle sorelle sue, diede Stati e titoli di signori, e cardinalati ai lor figliuoli. Nè si dee omettere che il pontefice stese il suo sdegno anche contra il ducato di Castro, posseduto da Orazio Farnese, dimorante allora in Francia, senza riguardo all'esser egli destinato genero dal re Arrigo. Però spedì colà Ridolfo Baglione coll'armi. Volevano i soldati presidiarii difendere quelle terre; ma Girolama Orsina, vedova del fu Pier-Luigi, quivi dimorante, per placare l'adirato papa, personalmente trasferitasi a Viterbo, le cedette al cardinal Pio legato del Patrimonio; e tanto scusò il figlio Orazio per l'obbligo d'onore da lui contratto col re di Francia, che il pontefice ammansato, posto solamente il Baglione nella fortezza di Castro, lasciò lei liberamente governar quel dominio.

Era già entrata in Parma guernigione franzese col signor di Termes: il che non impediva la continuazion de' trattati di papa Giulio col re di Francia e coll'imperadore, per prevenir la guerra. Pareva anche ogni cosa disposta per la concordia; quando don Ferrante Gonzaga, immaginando che il Farnese procedesse con finzione in que' negoziati, per dar tempo ai Parmigiani di fare il raccolto, senza aspettar le risoluzioni di Roma, a mezzo giugno si accostò alle vicinanze di Parma con sette mila fanti, ducento cinquanta uomini d'armi, cinquecento cavalli leggieri e sei mila guastatori, che si sfogarono contra di quel territorio. Fu cagione questa barbara ostilità che il coraggioso duca Ottavio non accettasse la ratificazione venuta di Roma della progettata concordia, e che si venisse a guerra aperta. Mostrava l'imperadore, per non rompere la pace colla Francia, di essere entrato in questo ballo come ausiliario del papa, secondo il debito di sua avvocazia; siccome, all'incontro, il re di Francia pretendeva non rotta la sua amicizia coll'imperadore pel sostener egli il Farnese, legittimo [610] padrone di Parma, attesi ancora i meriti grandi di papa Paolo III, perchè anche allora si sapeano le palliate maniere di far guerra ad altrui con pretendere di non farla. Ma perciocchè don Ferrante Gonzaga s'impadronì di Brescello, terra del duca di Ferrara, toccata in appannaggio al cardinale Ippolito d'Este suo fratello, che stava allora ai servigi della Francia; e inoltre sul Cremonese furono presi dagl'imperiali due uffiziali franzesi che passavano, come per paese amico, a Parma; il re Arrigo, tenendo per rotta la tregua, dichiarò apertamente la guerra all'imperadore, con far grande armamento per mare e per terra, e con istudiarsi di suscitar contra di lui i principi della Germania. Pertanto don Ferrante determinò di mettere l'assedio a Parma; e perciocchè il castello di Colorno, dove era con presidio farnese di ottocento fanti Amerigo Antinori, potea forse incomodare il suo campo, v'andò sotto colla gente, e colle artiglierie cominciò a fulminar quelle mura. Fu l'Antinori tacciato di dappocaggine, se non d'infedeltà, perchè non tardò a capitolarne la resa. Ciò fatto, formò il Gonzaga l'assedio, o piuttosto un blocco, alla città di Parma. Avea intanto il re Cristianissimo inviato Pietro Strozzi, fuoruscito fiorentino, con Cornelio Bentivoglio alla Mirandola, acciocchè facessero ivi massa di gente in aiuto del Farnese. Dopo aver dunque lo Strozzi stipendiati quattro mila fanti e cinquecento cavalli, allorchè vide il bisogno, arditamente spinse quella cavalleria in Parma; e questa, facendo dipoi spesse sortite, tenne aperto il cammino alle vettovaglie; talmente ancora inquietò i nemici, che mai non osarono di strignere Parma con vero assedio.

Conchiuse in questi tempi il papa una lega coll'imperadore, egli che nell'anno precedente avea fatte sì belle slargate di non voler guerra, ma bensì di voler farla da padre comune. A questo si lasciò egli indurre da don Diego Mendozza, e però dopo attese a sfoderar la spada contra [611] del duca Ottavio. Nè gli mancò biasimo per questo, perchè, invece di prendersela contra l'occupator di Piacenza, si metteva anche a rischio di perdere Parma. Raunati pertanto a San Giovanni del Bolognese nove mila fanti e secento cavalli (pel quale armamento Cesare nel mese di giugno gli avea fatto pagare cento mila scudi d'oro, nel dì 11 di luglio ne pagò altri centocinquanta mila, con permissione di rifarsene poi sulle rendite della Chiesa in Ispagna), ordinò il pontefice che s'imprendesse l'assedio della Mirandola. Il comando dell'armi era appoggiato di nome a Giovambatista del Monte suo nipote, ne' fatti ad Alessandro Vitelli, persona esperta in questo mestiere. Nel dì 5 di luglio giunse l'armata papesca sotto la Mirandola, e le prime sue prodezze furono d'incendiare i grani non peranche raccolti, di saccheggiare e bruciar le case nella campagna, e di tagliar quanti alberi e viti trovarono. Si ridusse poi tutto questo apparato guerriero non già ad assediar nelle forme quella picciola, ma forte città, essendo bastato al Vitelli di fabbricar due forti intorno alla medesima, con isperanza di vincerla colla fame. Intanto il re Cristianissimo, spedito in Piemonte il signor di Brisach con assai gente, fece dar principio alle ostilità in quelle parti nell'incominciar del settembre. Avendo esso Brisach occupato San Damiano, Chieri, Brusasco ed altri luoghi, fu forzato don Ferrante Gonzaga ad accorrere in Piemonte, lasciato il Medichino marchese di Marignano sotto Parma. Si formò allora un blocco più largo di quella città, essendosi compartite le milizie imperiali restate quivi in Castelguelfo e Noceto del Parmigiano, e in Montecchio, Castelnuovo e Brescello, terre del duca di Ferrara, per impedir il passaggio delle vettovaglie alla città. Però null'altro di conseguenza accadde in que' contorni, se non che nel novembre venne fatto ai Franzesi di sorprendere il forte di Torchiara, dove quel picciolo presidio fu quasi tutto messo a fil [612] di spada, e vi perì fra gli altri il principe di Macedonia. In Piemonte non si fecero poi imprese tali che meritino luogo in queste carte. Fin qui s'era trattenuto in Fiandra e Germania il principe don Filippo figlio dell'imperadore. Prese egli congedo dal padre per tornarsene in Ispagna, e nel dì 6 di giugno pervenne a Trento, cioè in quella città in cui nel dì primo del precedente maggio d'ordine del papa si era riaperto il concilio generale, e furono tenute dipoi alcune sessioni molto importanti alla Chiesa di Dio. Si portarono ad incontrar questo principe con decorosa cavalcata il cardinal Marcello Crescenzio legato, e gli altri padri, che gli diedero poscia alcuni nobili divertimenti, siccome ancora fecero le altre città all'arrivo suo. Passò dipoi a Genova, e di là in Ispagna. Le stesse galee e navi che il condussero colà, servirono a ricondurre in Italia Massimiliano re di Boemia con donna Maria d'Austria sua consorte, e sorella del suddetto don Filippo, i quali, scortati da gran copia di nobili e soldati boemi, continuarono nel dicembre il viaggio loro alla volta della Germania.

Che mali alla Cristianità producesse l'esorbitante brama di Arrigo II re di Francia per deprimere la potenza di Carlo imperadore, si tornò di bel nuovo nel presente anno a vederlo. Non solamente maneggiò esso re e conchiuse, siccome vedremo nell'anno appresso, una lega coi principi protestanti della Germania contra di esso Augusto, ma, camminando sulle pedate del fu suo padre, collegossi colla Porta Ottomana, e fece muovere l'armi turchesche a' danni degli Stati posseduti da Cesare in Italia. Di che non è mai capace la cieca ambizion de' mortali, che si va poi coprendo col manto della ragione di Stato? Senza andare alla pestilente scuola del Macchiavello, sa questa mettersi sotto i piedi le parentele, la fede, i giuramenti e la stessa religione, lo so, negarsi dal Belcaire e da altri Franzesi che da' maneggi del re Arrigo [613] fosse mosso questa volta il Turco contra de' cristiani; ma il papa, i Veneziani e gli altri Italiani d'allora furono persuasi del contrario. Se non videro i trattati segreti fra esso re e Solimano, miravano bene il signor di Aramone ambasciator franzese a Costantinopoli, e il medesimo poi venuto sulla flotta di quegli infedeli, dove faceva da direttore. E di che buono stomaco fossero i Franzesi di quel tempo (per tacere de' nostri tempi), cel fece sapere il signor di Monluc, storico loro, che in questi giorni molto onor si fece nelle guerre; perciocchè, volendo scusar la lega del re Francesco I coi Turchi, scrisse: Che contra dei suoi nemici si può far di tutto: e che, quanto a lui, se avesse potuto chiamar tutti gli spiriti dell'inferno, per rompere la testa ad un nemico che volesse rompere la sua, ben volentieri lo farebbe. Scrivendo così quello storico, non dovea già ricordarsi d'essere cristiano, oltre al valersi d'un falso supposto, essendo manifesto che tanto il re Francesco che Arrigo suo figlio furono gli assalitori, e non già gli assaliti da Carlo V imperadore. Comunque sia, certo è che Solimano non solamente mosse in quest'anno una fiera guerra contro i cristiani nella Transilvania ed Ungheria, di cui nulla parlerò io, ma ancora spinse una formidabil armata nel Mediterraneo sotto il comando di Sinan bassà, con cui si unì anche il famoso corsaro Dragut. Secondo alcuni, era composta di cento galee e di cinquanta altri legni. Andrea Morosino la fa ascendere fino a trecento cinquanta vele. Gran gente da sbarco e artiglierie assaissime si contarono nel barbarico stuolo. Ma molto prima che uscisse in corso il general turchesco, accadde che Andrea Doria con ventotto galee andò ad assediar le Gerbe, dove s'era ritirato esso Dragut. Si trovò costui chiuso nello stretto, ossia nel golfo, ch'è tra le secche e l'isola, dove non si potea entrar nè uscire, se non con una galea per volta. Portossi il Doria all'imboccatura tutto allegro, in veder chiusa la [614] volpe nella tana, tenendo per fermo di avere a man salva quella preda. Ma più di lui ne seppe l'esperto corsaro, perchè, affin d'uscire da quella gabbia, senza che se ne avvedessero i cristiani, fece dall'altra parte cavare il terreno circa mezzo miglio, e per quel canale fatto a mano sboccando poi in mare, si ridusse in salvo, lasciando il Doria, vecchio capitano, non so se più maravigliato o confuso.

Ma perciocchè facea strepito il grande armamento de' Turchi per mare, e si prevedeva che costoro avessero la mira a ricuperar la città d'Africa, ossia Tripoli in Barberia, commessa alla guardia de' cavalieri di Malta; Andrea Doria spedì Antonio suo nipote con quindici galee, affinchè rinforzasse di gente, vettovaglie e cannoni quella città. Andò egli; seco non di meno non andò quella che noi chiamiamo buona fortuna, ma bensì l'altra che si chiama fortuna di mare; perchè per fiera burrasca perdè otto di quei legni, e condusse quel poco che gli restò a Tripoli. Ora il bassà Sinan colla potente sua flotta comparve nello stretto di Messina, e poi, danneggiando le coste della Sicilia, prese la città d'Agosta con facilità, e poi la fortezza col cannone. Tutto andò a sacco, e il fuoco fece del resto. Di là passò a Malta, nè solamente saccheggiò l'isola, ma, lusingatosi di poter anche prendere la città, mise mano ai cannoni. Gli risposero que' prodi cavalieri a dovere, laonde dopo otto giorni, e dopo avervi perduto circa cinquecento soldati, lasciò essi in pace; ma non già la vicina isola del Gozzo, in cui si trovava un'assai debole fortezza; colle artiglierie in termine di tre dì se ne impadronì, e le attaccò il fuoco, e, di là partendo, seco menò schiave circa quattro mila anime cristiane. Arrivato poi nel dì 5 d'agosto sotto la città d'Africa, ossia Tripoli, vi si accampò e cominciò a batterla. Il signor di Aramon ambasciator franzese che con due galee si era unito al bassà, da alcuni viene scritto che alle preghiere del gran mastro s'interponesse per far desistere [615] Sinan dall'assedio ma che nol potesse impetrare; e da altri, ch'egli subornasse il comandante della città, cavalier di Malta di sua nazione, acciocchè la rendesse, siccome infatti seguì a' dì 15 di agosto. Circa quattrocento Spagnuoli vi rimasero uccisi, essendosi salvati nelle galee franzesi ducento fra cavalieri di Malta e terrazzani. Quel comandante giunto dipoi a Malta, trovò ivi preparata per lui una scura prigione. Erano succedute varie novità e mutazioni negli anni addietro in Tunisi, il racconto delle quali, siccome non pertinente all'assunto mio, ho tralasciato. Basterà solamente dire che il re Muleasse fu detronizzato da Amida suo figlio, ed aver egli invano ricorso all'imperador Carlo. Restava tuttavia in potere d'esso Augusto la Goletta, e v'era per comandante Antonio Perez, il quale in questi tempi, perchè Amida facea troppo il bell'umore, il cominciò a tempestare in tal maniera, che il Barbaro fu astretto ad un nuovo accordo, con obbligarsi di pagare annualmente all'imperadore dodici mila scudi pel mantenimento della Goletta, e inoltre quindici cavalli barbari, diciotto falconi e legna quanta bastasse alla guarnigion d'essa Goletta; e di rilasciare gli schiavi cristiani, e di non farne più da lì innanzi. Fece alquanto di guerra in quest'anno il re di Francia per mare all'imperadore. Leone Strozzi gran priore di Capoa, suo general di mare, con ventotto galee passò a Barcellona, e fu vicino ad impadronirsi di quella città. Condusse via da quel porto sette navi cariche di mercatanzia, ed altri legni minori con una galeotta spagnuola. Anche nell'Oceano ventidue navi mercantili, passando dai Paesi Bassi alla volta di Spagna, e credendosi sicure per la pace che tuttavia durava, il Polino Franzese con alquanti legni armati andò a visitarlo, e, a riserva di nove che scamparono, prese e menò le altre a Roano, e si calcolò la perdita di que' mercatanti a un mezzo milione di scudi d'oro.

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Anno di Cristo MDLII. Indizione X.
Giulio III papa 3.
Carlo V imperadore 34.

Erasi troppo facilmente impegnato papa Giulio nella guerra della Mirandola e di Parma. Non sapendo qual voragine di danari sia il mantener armate in campagna, trovò presto il suo erario sfinito, quello dell'imperadore suggetto a' medesimi deliquii, e sè stesso malamente involto in una fastidiosa impresa che gli facea perdere la desiderata quiete, di modo che fino nel precedente anno si diede a muovere parole di tregua e di pace. Quel nondimeno che maggiormente gli mise il cervello a partito, fu un colpo di Arrigo II re di Francia, il quale, col proibir l'uscita del danaro dal regno suo per la provvista de' benefizii, alterò non poco le misure della camera pontificia. Vietò inoltre quel re ai suoi prelati di concorrere al concilio di Trento; e, quel ch'è più, quantunque nelle sue lettere e protestazioni dimostrasse un inviolabil attaccamento e sommessione alla sede apostolica, pur sotto mano facea disseminar sospetti di voler levare l'ubbidienza al sommo pontefice nel suo regno. Udivasi ancora che in Francia era progettato un concilio nazionale. Per conto delle faccende del mondo non erano più i papi quei ch'erano stati ne' cinque secoli addietro, e pur troppo gli esempli funesti della Germania ed Inghilterra poteano far temere peripezie anche in Francia, in tempi massimamente che l'eresia di Calvino facea continui progressi in quelle contrade. Però di più non occorse perchè papa Giulio, pulsato anche ogni dì da' saggi cardinali a cagion di questa sconsigliata impresa, deponesse tutti i pensieri marziali, ed ascoltasse volentieri chi s'interponeva per la pace. Vi s'interposero infatti i Veneziani ed Ercole duca di Ferrara; fu anche deputato dal re per trattarne il cardinal di Tornone. E perciocchè premeva al pontefice, in cercando [617] di riacquistar la buona armonia colla Francia, di non perdere quella dell'imperadore, fece rappresentargli in buona maniera le giuste sue ragioni di deporre l'armi, e di procedere a qualche accordo per gli affari di Parma. Nulla si alterò per questo l'Augusto monarca, e perchè vi trovava anche egli per altri motivi il suo conto, lasciò al papa slegate le mani per uscir con riputazione da quell'imbroglio. Pertanto nel dì 29 d'aprile del presente anno in Roma furono sottoscritti dal papa e dal cardinale Tornone i capitoli dell'accordo, rapportati nelle Lettere de' Principi [Lettere de' Principi, tom. 2.], dall'Angeli [Angeli, Storia.] e dal Du-Mont [Du-Mont, Corps Diplomat.]. Portavano essi una tregua di due anni fra il pontefice, il re Cristianissimo e il duca Ottavio. Che il papa ritirerebbe le sue milizie da Parma e dalla Mirandola, e resterebbe il duca in possesso di Parma. Che i cardinali Farnesi sarebbero rimessi in possesso de' lor beni, ed Orazio Farnese nel ducato di Castro, con altre condizioni ch'io tralascio. Ma poco prima che si stabilisse questa concordia, giunse al pontefice la dolorosa nuova che Giambatista del Monte suo nipote e general delle sue armi, siccome giovane ardito e vago di gloria, in una scaramuccia sotto la Mirandola nel dì 14 d'aprile avea lasciata la vita: colpo nondimeno che con assai fortezza d'animo fu accolto dal pontefice zio.

Era stato riserbato luogo all'imperadore per accettar la suddetta sospension d'armi per conto di Parma e della Mirandola; nè sapendosi qual risoluzione fosse per prendere la maestà sua, don Ferrante Gonzaga dal Piemonte spedì gente ed ordine a Gian-Giacopo de Medici marchese di Marignano, che continuasse le ostilità contro Parma, e si studiasse di occupare i forti intorno della Mirandola, che doveano essere abbandonati dalle soldatesche papaline. Se questo succedeva, era ridotta a tale la Mirandola, [618] che poco potea stare a cadere in mano dell'imperadore. Ma non gli venne fatto, perchè appena Camillo Orsino cavò da que' forti le truppe della Chiesa, che i Franzesi e Mirandolesi, spalleggiati da molte fanterie assoldate per ordine del re da Ippolito d'Este cardinal di Ferrara, e situate al forte di Quarantola, volarono a que' forti, e furiosamente li demolirono. Ratificò poscia l'imperadore la tregua suddetta, il che servì ad allontanar la guerra da Parma e dalla Mirandola, riducendosi essa in Piemonte, se non che restarono i presidii imperiali in Borgo San Donnino, Sissa, Noceto, Colorno e Castelguelfo, siccome ancora in Brescello, Montecchio e Castelnuovo, terre del duca di Ferrara. Per conto del Piemonte, dacchè fu rotta la pace, ed accorse colà don Ferrante Gonzaga, unitosi seco Emmanuel Filiberto, spiritoso principe di Piemonte, si diedero amendue a fermare i progressi del general franzese signor di Brisach, che avea preso Saluzzo, Chieri, San Geminiano ed altri luoghi forti in quelle parti. S'impadronirono essi di Bra, e costrinsero i Franzesi a levar l'assedio di Cherasco. A riserva di due fortezze, riacquistarono anche il marchesato di Saluzzo. Ma venuti ordini dall'imperadore d'inviar parte di quelle milizie in Germania, indebolito il Gonzaga diede campo a' Franzesi di sottomettere il forte castello di Verrua, Crescentino e Ceva. Rinforzato dipoi il Gonzaga da altre milizie, ricuperò Ceva e San Martino; ma ebbe il dispiacere d'udir presa da' Franzesi la città d'Alba, e messo ivi un presidio di due mila fanti con abbondante copia di vettovaglia, senza ch'egli avesse tali forze da poterla ricuperare. Accortosi intanto il principe di Piemonte che la guerra in quelle parti si riduceva ad un giuoco ora di guadagnare ed ora di perdere qualche castello, giudicò meglio di tornarsene in Lamagna all'immediato servigio dell'imperadore, il quale, siccome diremo, si trovò in gravi pericoli ed affanni dell'anno presente; e però altro [619] d'importanza non seguì per ora in Piemonte.

Priva non fu di novità in quest'anno la Toscana. Non si può negare: sarebbesi quasi potuto contar per un miracolo, se Carlo V, principe di sì gran potere, si fosse contentato de' tanti suoi regni e Stati, nè avesse nudrita in suo cuore l'ambizione, ossia la non mai saziabile voglia di accrescere l'autorità e i dominii: perchè questa passione si può in certa maniera chiamare l'anima di tutti i principi di qualsivoglia grado. Se questa è frenata dall'impotenza o dal timore in alcuni di essi, è bene sfrenata in altri, ma d'ordinario palliata con altri titoli, pretesti e manifesti, inventati per abbagliare, non già i saggi, ma il volgo ignorante. Dacchè entrò in Siena la guarnigione di Cesare, ad altro non si pensò che ad opprimere la libertà di quel popolo: al qual fine si applicarono i ministri cesarei a fabbricar ivi una fortezza, spiegandosi di far ciò per amorevol intenzione di dar la quiete alla per altro divisa ed inquieta cittadinanza. Così non l'intendevano i Sanesi; e però segretamente alcuni di essi cominciarono a manipolar un trattato di protezione con Arrigo II re di Francia, il quale in materia d'ambizione vantaggiava di molto il regnante Augusto. Ebbero ordine i suoi ministri in Italia di dar tutta la mano, occorrendo, a questo affare. Guadagnato perciò da essi Niccola Orsino conte di Pitigliano, unì egli in quel di Castro e nelle sue terre circa tre mila fanti; altri ancora se ne assoldarono alla Mirandola, affinchè accorressero al bisogno. Entrò nel mese di luglio l'Orsino nel distretto di Siena colle sue soldatesche, accompagnato da Enea Piccolomini e da Amerigo Amerighi. Dopo aver sollevato buon numero delle milizie forensi, si presentò alla porta Romana di Siena, chiedendo con grande strepito l'entrata. Il popolo, ch'era senza armi, nulla sulle prime rispose, onde il signor d'Alapa comandante in quella città degli Spagnuoli, de' quali si trovavano allora [620] solamente quattrocento in città, per essere stati inviati gli altri ad Orbitello e ad altre fortezze della Maremma, ebbe tempo di chiedere soccorso a Cosimo duca di Firenze, principe che, innamorato di Siena, con grande accortezza vegliava a tutti i movimenti di quella città. Non bastò il piccolo rinforzo spedito da esso duca a trattenere i Sanesi; i quali a poco a poco aveano trovato dell'armi che non abbruciassero le porte, ed introducessero lo Orsino nella notte precedente al dì 26 di luglio, gridando ognuno ad alla voce Libertà. Espugnarono di poi San Domenico, dove s'erano afforzati gli Spagnuoli: con che vennero alle lor mani alquante artiglierie e molte munizioni, e furono obbligati gli Spagnuoli a ritirarsi nella non peranche compiuta cittadella, provveduta di poca vettovaglia. Accorsero intanto da varie parti i Franzesi: laonde il duca di Firenze, scorgendo troppo malagevole il salvar quella sdruscita nave, trattò d'accordo. Fu dunque convenuto che gli Spagnuoli si ritirassero dalla città, e restasse Siena in libertà sotto la protezion dell'imperadore, e che fossero licenziati i soldati stranieri, nè si potesse far sul Sanese raunata alcuna di gente contro dell'Augusto signore. Appena partiti di là gli Spagnuoli, fu smantellata la fortezza, e nulla eseguito della convenzion suddetta. Imperciocchè frate Ambrosio Cattarino dell'ordine de' Predicatori, vescovo di Minorica, invece di attendere al suo breviario e alla teologia, in cui si acquistò gran nome, tanto dipoi disse, che persuase al popolo di lasciar l'imperadore, e mettersi sotto la protezion della Francia: consiglio che fu poi la rovina di Siena. Mandò quel popolo quattro ambasciatori al re, uno de' quali fu Claudio Tolomei, poi vescovo di Curzola, persona di gran letteratura, i quali a nome della patria riconoscessero da lui la riacquistata libertà, e il pregassero del suo patrocinio. Accettò volontieri il re Arrigo la difesa de' Sanesi, e spedì colà per suo ministro Ippolito d'Este cardinal [621] di Ferrara, e il signor di Termes, il duca di Somma e Giordano Orsino con quattro mila e cinquecento fanti, i quali accrebbero poscia le turbolenze in quelle parti. Occuparono gli Spagnuoli Orbitello, nè riuscì mai più ai Sanesi di ricuperarlo.

Era intanto minacciata al regno di Napoli un'orribil tempesta, perchè, continuando il re di Francia la detestabil sua intelligenza col sultano de' Turchi Solimano, tirò anche quest'anno la potenza di quel Barbaro addosso all'Italia. Concerto fu fatto che la flotta ottomana, forte di più di cento venti galee e d'altri legni, e comandata da Sinan bassà (che Pialaga vien chiamato dal Sardi) e dal corsaro Dragut, venisse verso Napoli ad unirsi col principe di Salerno. Fuoruscito di quel regno era esso principe, e con ventiquattro galee franzesi, e con quelle d'Algeri sotto il sangiacco Sola Rais, dovea portarsi colà, avendo fatto credere al re Arrigo d'avere in Napoli e nel regno tante intelligenze e parentele, che, al suo comparire, si rivolterebbe tutto esso regno, siccome stanco del governo cesareo. Questi non furono sogni di sfaccendati politici, ma verità comprovate dai fatti; laonde, torno a dirlo, non si sa come il Belcaire (il quale lasciò nella penna per ogni buon fine questo avvenimento) con altri scrittori franzesi avesse tanto animo da negar l'alleanza del re (poco in ciò Cristianissimo) col maggior nemico della Cristianità: alleanza che dovea fruttare ai Turchi nell'Ungheria, e ai Franzesi in Italia e altrove, perchè così si veniva a tener impegnate l'armi della casa d'Austria in più luoghi. Nel mese di luglio comparve la formidabil flotta turchesca nel mare di Sicilia, e, dopo aver depredate quelle coste ed abbruciata la città di Reggio in Calabria, venne danneggiando il lido di Pozzuolo, il Traietto e Nola, ed arse Procida, con gittar poi nel dì 13 d'esso mese le ancore all'isola di Ponza, distante quarantacinque miglia da Gaeta. In questo mentre Andrea Doria avea imbarcati tre mila [622] fanti tedeschi per condurli alla difesa di Napoli, stante la notizia che dovea tendere colà lo sforzo de' Turchi. Mossesi egli da Genova con quaranta galee, senza sapere (come vuol l'Adriani) l'arrivo de' Turchi in queste parti. Scrivono altri che lo sapea, ed aver perciò ordinato ai piloti di girar ben lungi da Ponza una notte, sperando di passare senza licenza de' Turchi. Ma costoro se ne avvidero, e Dragut andò con alquanti suoi legni a fargli il chi va là. Allora il Doria, figurandosi che gli venisse addosso tutta la tanto superiore armata musulmana, diè volta per tornarsene a Genova: ma sette delle sue galee, che in forza di vele e di remi non uguagliavano le altre, caddero nelle branche di Dragut. V'erano dentro settecento Tedeschi. Il Madrucci lor colonnello condotto a Costantinopoli, ad intercessione di Michele Codegnac, residente alla Porta pel re di Francia, fu liberato; tante erano state le raccomandazioni d'alcuni cardinali per far cosa grata al cardinale di Trento di lui fratello. Avrebbe intanto dovuto tremare il papa e Roma al mirar in tanta vicinanza tante forze del gran nemico de' Cristiani; ma i ministri di Francia, consapevoli dei disegni del loro signore, assicurarono sua santità che la festa non era fatta per lo Stato pontificio: il che calmò ogni paura.

Non era già così pel popolo di Napoli, che dai luoghi eminenti andava contemplando quelle tante mezze lune, con apprensione continua di qualche sbarco. Quand'ecco all'improvviso nel dì 10 di agosto il generale de' Turchi si vide far vela verso Levante, e seppesi da lì ad alquanti giorni aver quell'annata passato lo stretto di Messina. Grande allegria sorse in Napoli, e insieme stupore, perchè ignota era la ragion di quella ritirata. Col tempo venne tutto in chiaro. Imperciocchè avea il re Arrigo spedito a Marsiglia il principe di Salerno con ordine di montar sulla flotta franzese; ma perchè questa non potea così presto muoversi, esso principe [623] inviò per terra Cesare Mormile fuoruscito di Napoli con lettere di credenza all'ammiraglio turchesco, per pregarlo che lo aspettasse. Giunto a Roma il Mormile, voltò casacca, e all'ambasciator cesareo fece conoscere, essere in sua mano il far partire la flotta ottomana, purchè fosse rimesso in grazia dell'imperadore, e gli fossero restituiti i suoi beni. Venne a don Pietro di Toledo vicerè la promessa e il salvocondotto; laonde ito egli travestito a Napoli, cavò da esso vicerè ducento mila scudi, dei quali fece un regalo al generale de' Turchi a nome del re di Francia, e, valendosi delle lettere di credenza, con mille ringraziamenti il mosse alla partenza. Arrivò poscia nel dì 18 di agosto nel golfo di Napoli il principe di Salerno, non già con sei galee franzesi, come ha il Campana, forse per errore di stampa, ma con ventisei, come scrivono il Sardi, il Summonte ed altri, nè trovando quivi i Turchi, ed informato del tiro fatto dal Mormile a' Franzesi, continuò il viaggio con isperanza di far tornare indietro la flotta infedele. La raggiunse alla Prevesa, ma nulla potè ottenere. E perciocchè era la stagione avanzata, ed egli sperava di menar seco i Turchi nell'anno vegnente, volle svernare a Scio con ammirazion di quei popoli, al veder legni colle insegne franzesi veleggiar ne' loro mari, non già per innalzare la fede cristiana, come anticamente si usava, ma per impetrar aiuti da loro ai danni de' cristiani. Portossi il principe di Salerno a Costantinopoli, dove con grandi finezze fu accolto da Solimano; tante leggierezze non di meno fece dipoi, che si screditò affatto, sebbene gli riuscì di far tornare que' Barbari contra del regno di Napoli nell'anno seguente.

Strepitose al maggior segno furono le scene della Germania in quest'anno. Mi dia licenza chi legge ch'io ne metta qui un breve abbozzo, sì perchè cogli affari d'Italia gran concatenazione aveano quei della Germania, e sì perchè le milizie italiane ebbero parte in quelle [624] guerre, e vi si segnalarono molti nobili delle italiche contrade. Da niun saggio fu certamente commendata la severità di Carlo Augusto nel ritener prigione Filippo langravio d'Assia, e di ciò si lagnava forte Maurizio duca e nuovo elettor di Sassonia, perchè sotto la buona fede avea egli condotto esso langravio suocero suo a' piedi dell'imperadore, con riportarne la promessa della libertà; ma questa libertà non si vide mai più venire. Di tal ragione o pretesto valendosi egli, trattò fin l'anno addietro una lega col re di Francia, con Giorgio marchese di Brandeburgo, con Giovanni Alberto duca Mechlemburgo, e con Guglielmo figlio dell'imprigionato langravio. Fu segnata questa lega nel giorno 15 di gennaio del presente anno, come consta dallo strumento riferito dal Du-Mont; e il motivo era di difendere la libertà della Germania, che si pretendeva oppressa dall'imperadore, e di procurare la liberazione del langravio. Il re di Francia prese il titolo di protettore della libertà germanica, e fece battere medaglie con questo titolo, che infine si risolveva in divenir protettore degli eretici. E, per non fallare ne' conti, si fece accordare dagli alleati, per principio di questa libertà, che a lui fosse permesso d'impadronirsi delle città libere ed imperiali di Metz, Tull e Verdun, e di ritenerle come vicario dell'imperio. Nello strumento suddetto il marchese di Brandeburgo contraente è Giorgio Federigo, laddove il Campana ed altri attribuiscono ciò al marchese Alberto, ben diverso dall'altro. Non mancò al duca Maurizio la taccia d'ingratitudine e di doppiezza in tal congiuntura, perchè dimentico di tanti benefizii a lui compartiti da Cesare, e perchè, nello stesso tempo ch'era dietro a tradirlo, gli scriveva le più affettuose lettere di attaccamento e fedeltà, dando insieme una somigliante pastura a Ferdinando re de' Romani, il quale trattava con lui di accomodamento. Da questo lusinghevol canto addormentato l'imperadore, era [625] venuto ad Ispruch con poche soldatesche; quando Maurizio sul principio di aprile con poderoso esercito arrivò ad Augusta, e durò poca fatica a conquistarla, ed indi speditamente s'incamminò alla volta d'Ispruch, sollecitato dai suoi uffiziali, che gli diceano: Che bella caccia sarebbe la nostra, se potessimo coglier ivi il signor Carlo! Al che dicono che rispondesse Maurizio: Non ho gabbia sì grande da mettervi un augello sì grosso. Credeva l'Augusto Carlo che il passo della Chiusa terrebbe saldo; ma s'ingannò: laonde, udendo venire a gran passi il nemico, fu astretto, benchè infermo per la gotta, e in tempo di notte e piovoso, a fuggirsene frettolosamente in lettiga con parte de' suoi a piedi, lasciando indietro copioso bagaglio, che restò preda de' collegati: colpo ed affronto che se fosse sensibile alla maestà d'un sì grande e sì glorioso monarca, niuno ha bisogno che io gliel ricordi. Si ritirò egli dunque a Vilacco nella Carintia: nella qual congiuntura i Veneziani inviarono a fargli ogni maggior esibizione, con rinforzar poscia di gente i loro confini. Maurizio, conosciuto disperato il caso di raggiugnerlo, se ne tornò indietro, non capendo in sè stesso per la gloria d'aver come spinto fuor di Germania un imperadore. Fu cagione lo strepito ed avvicinamento di queste armi, ed armi di principi protestanti, che entrasse un gran terrore nei padri del concilio di Trento: e però nel di 28 d'aprile fu esso sciolto, e rimessane la continuazione a tempi più quieti e propizii.

Attese dipoi l'Augusto signore a cercar danari, a chiamar milizie dall'Italia e dalla Fiandra, e per lui ne raunò molte Arrigo duca di Brunsvich, colle quali fermò alquanto i collegati. Ma quel che più gli giovò fu l'interposizione di Ferdinando re de' Romani, che maneggiò con loro una tregua, e la stabilì, essendosi rimesso il trattato di più durevole accordo a una dieta da tenersi in Passavia. A questo si lasciò condurre il duca Maurizio con gli [626] altri alleati, perchè poco stettero ad accorgersi cosa fosse la società leonina, e a ravvisar la sciocca loro risoluzione di essersi uniti col re franzese, a cui servivano di spalla, affinchè sotto l'ombra del bel titolo di difensore della Germania potesse spogliare a man salva la Germania medesima degli antichi suoi Stati. Gravissimi lamenti e minaccie per questo facevano gli altri elettori e principi dell'imperio, tanto contra di essi collegati, quanto contra del re Arrigo, a cui inviarono anche le lor doglianze e protestazioni. Ma il re si ridea di loro, e facea il fatto suo. Impadronitosi, nel dì 15 di aprile, della vasta e ricca città di Metz, e di quelle di Tullo e Verdun, passò a far da padrone in tutta la Lorena; tentò di soggiogare Argentina, ma non gli riuscì; rivolse dipoi l'armi contra il ducato di Lucemburgo, ed era per fare un netto degli Stati imperiali di qua dal Reno, se non seguiva nel dì primo d'agosto in Passavia l'accordo fra Cesare e i protestanti, colla liberazion del langravio di Assia, e con varii capitoli che a me non occorre di riferire. Ma gl'incauti Tedeschi, i quali aveano attaccato il fuoco al bosco, non ebbero la facilità medesima per ismorzarlo. Durante la tregua, nel tempo del suddetto maneggio, Alberto il giovane, marchese di Brandeburgo, figlio di Casimiro, avendo preso gusto al mestier di rapinare, con un esercito non già grande di numero, ma di cuor risoluto e bestiale, inferì un mondo di mali a varie parti della Germania, specialmente a Norimberga, ai vescovati di Bamberga ed Erbipoli, agli arcivescovati di Magonza e Treveri, a Vormazia e Spira, per tacere d'altri luoghi. Questo sì barbaro principe, dopo varie scene, nell'anno seguente a dì 9 di luglio ebbe una gran rotta da Maurizio duca ed elettor di Sassonia, per cui non alzò più la testa; ma in quel fatto d'armi lo stesso vincitore Maurizio ferito perdè la vita. Portossi dipoi l'Augusto Carlo verso la metà d'ottobre con potentissima oste all'assedio di Metz, la cui [627] difesa era raccomandata al duca di Guisa, trovandosi con lui Alfonso d'Este, fratello del duca di Ferrara, Orazio Farnese duca di Castro, e Pietro Strozzi generale di gran credito. Tale fu essa difesa, essendo nella città una guarnigione di dieci mila fanti e di mille e cinquecento cavalli, che quantunque Cesare si ostinasse a tener ivi il campo sino al fine di dicembre, pure fu forzato infine a levarlo con sua non poca vergogna, e colla perdita dell'artiglieria e di almeno venti mila tra fanti e cavalli, che per li patimenti piuttostochè pel ferro perirono. La dura lezione data a questo glorioso monarca in Ispruch, e quest'altra anche più grave, fu poi creduto che influissero a fargli prendere la risoluzione di dare un calcio al mondo, riconosciuto da lui per teatro di troppo disgustevoli vicende.


   
Anno di Cristo MDLIII. Indizione XI.
Giulio III papa 4.
Carlo V imperadore 35.

Provò Siena in quest'anno gli effetti perniciosi della guerra. Chi ne desidera un preciso ed anche troppo minuto ragguaglio, non ha che a leggere la Storia dell'Adriani. Dirò io in compendio, che, sommamente dispiacendo all'imperadore quell'essersi annidati in Toscana i Francesi, mandò ordine a don Pietro di Toledo, vicerè di Napoli, di muovere l'armi contra di loro, per ridurre Siena dipendente da' cenni suoi. Pertanto il Toledo, raunato un corpo di circa dodici mila persone tra Italiani, Spagnuoli e Tedeschi, lo fece marciare nel precedente dicembre alla volta della Toscana sotto il comando di don Garzia suo figlio. Per ogni buona precauzione il pontefice, benchè neutrale, accolse circa otto mila soldati, che stettero alla guardia di Roma. Unissi don Garzia con Ascanio della Cornia, generale della fanteria italiana, il quale nel Perugino avea assoldato altri due mila e cinquecento fanti italiani. Entrato questo esercito nel distretto di [628] Siena [Alessandro Sardi. Adriani. Segni. Mambrin Roseo. Campana, ed altri.], se gli arrenderono tosto Lucignano, Pienza, Monte Fullonio ed altri deboli luoghi, e andò poi ad accamparsi sotto Monticelli, ossia Montucchiello. Dentro v'era Adriano Baglione, giovine valoroso, che per un mese fece gagliarda difesa, e ne capitolò infine la resa, con restar prigioniere nel dì 19 di marzo. Imprese dipoi don Garzia l'assedio di Montalcino, principal terra de' Sanesi, la cui conquista, se fosse succeduta, mettea a mal partito la stessa città di Siena. Ma ritrovaronla ben bastionata e fortificata da Giordano Orsino, giovane, nel cui cuore bolliva il desiderio della gloria e dell'onore, di cui sempre fe' professione la sua nobilissima casa. Intanto don Pietro di Toledo era venuto per mare a Livorno, e poscia a Firenze, non tanto per visitar la figlia e il duca Cosimo suo genero, quanto per accudir più da vicino all'impresa di Siena. Ma, colà giunto, venne da lì a poco la morte a trovarlo: vecchio astuto, crudele, che avea poco innanzi al dispetto de' suoi anni menata moglie una giovane bellissima di casa Spinelli. Nè mancarono maligni che sognarono, secondo il solito, abbreviata dal veleno la di lui vita. Si cercò in Napoli uno che piagnesse per la sua morte, e non si trovò. Per cagion d'essa bensì l'ardore dell'armi imperiali s'intepidì. Avvenne ancora nel mese di maggio che sotto Montalcino fu preso dagli assediati il segretario di don Garzia, e condotto a Siena, dove per paura de' tormenti rivelò come tessuta dal duca Cosimo, principe di fina politica, una congiura contro di quella città. Vera o falsa che fosse tal confessione, certo è che costò la vita ad alcuni di que' cittadini, fece restare esso Cosimo in disgrazia de' Franzesi, quando nello stesso tempo si lamentava forte di lui l'imperadore, perchè volesse tenersi neutrale, anzi era in sospetto di veder volentieri in Siena i Franzesi, tuttochè non avesse lasciato di somministrar artiglieria, [629] danari ed altri aiuti al campo imperiale.

Rincresceva forte a papa Giulio III questa guerra di Toscana, e molto più la maggiore che durava più che mai accesa oltramonti. Però fece, per mezzo dei suoi ministri, quanto potè per esortare ed indurre alla pace i due litiganti monarchi; e a questo fine inviò loro due cardinali legati, che spesero invano passi e parole con chi era o troppo irritato o troppo superbo e pretendente. Ma in Toscana venuto il mese di giugno senza che avessero i cesarei potuto espugnare Montalcino, sempre valorosamente difeso dall'Orsino, in parte da sè stesso, e in parte per l'interposizion del papa, cessò per allora quella contesa. Imperciocchè, mandato da Cesare a Napoli per vicerè pro interim il cardinal Pacieco, presentando questi un gran preparamento de' Turchi per tornare nei mari d'Italia ad istanza del re di Francia Arrigo II, richiamò dal Sanese le genti ch'erano state cavate dai presidii di quel regno; e così respirò Siena. Ma, nel tornar le milizie suddette a Napoli, accadde uno scandaloso fatto. Marcantonio Colonna, comandante di una parte della cavalleria cesarea, disgustato da gran tempo di Ascanio suo padre (dicono, perchè gli negava un assegno conveniente alla nascita sua), in tre giorni prese Palliano e tutte le altre castella possedute dalla sua nobil casa negli Stati della Chiesa. Ossia che Ascanio accorresse per salvare Tagliacozzo ed altri suoi feudi nel regno di Napoli, oppure che andasse con gente armata per ricuperarli; la verità si è, che, per ordine del suddetto cardinal Pacieco, fu preso esso Ascanio, e mandato prigione nel castello di Napoli, dove stette gran tempo, e infine, colto da malattia, vi morì, restando il figlio padrone di tutto. Si stancarono i politici per trovar la cagione di sì aspro trattamento, e l'han tuttavia da scoprire. Fu pure astretto il Belcaire a confessare in quest'anno la sempre detestabil alleanza del re di Francia [630] con Solimano gran sultano de' Turchi, perchè sugli occhi di tutti comparvero que' Barbari uniti colla flotta franzese nei nostri mari. Vennero costoro sul principio di giugno con sessanta galee, comandate da Mustafà bassà e dal corsaro Dragut, oltre alle franzesi, in Sicilia, dove presero e abbruciarono Alicata, e fecero secento cristiani schiavi. Nulla potendo ottenere contro Sacca e Trapani, passarono dipoi in Toscana, e quivi spogliarono l'isola della Pianosa, conducendo via mille di quegli abitanti. Grave danno ancora fu recato dalla stessa armata turco-gallica all'isola dell'Elba; ma dappoichè in essa si fu imbarcato il signor di Termes con quattro mila fanti cavati dal Sanese, fece vela alla volta della Corsica, dove i Franzesi teneano delle intelligenze, senza che i Genovesi, signori di quella sì riguardevole isola, ancorchè avvisati del pericolo, avessero provveduto al bisogno. Sbarcati colà i Franzesi coi Turchi, ridussero in poco tempo in loro potere la Bastia e San Fiorenzo; e, sollevati circa sette mila di quei feroci montanari, s'impossessarono di quasi tutta l'isola, a riserva di Calvi, Aiaccio e Bonifazio. Se vogliam credere al Manenti e al Campana, la Bastia si conservò in potere de' Genovesi. Fu dipoi da' Turchi e Franzesi assediato e preso Aiaccio, dove tutto andò a sacco, restarono preda della loro lussuria le donne, e i presi Genovesi posti al remo. Quindi passarono i Turchi all'assedio di Bonifazio, e i Franzesi a quello di Calvi. Il comandante della prima città, ingannato da una finta lettera del doge e dell'uffizio di San Giorgio, capitolò. Calvi si sostenne. Venuto il settembre, secondo gli ordini del sultano, i Turchi se ne tornarono in Levante, e il signor di Termes andò in Provenza, per condurre in Corsica genti, munizioni e vettovaglie. Svegliati intanto i Genovesi, non omisero diligenza e spesa per ricuperar la Corsica, del che parleremo all'anno seguente.

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Non restò esente neppure in questo anno dagl'incomodi della guerra il Piemonte. Dimorava Carlo duca di Savoia in Vercelli, contemplando l'infelice situazione de' suoi Stati, occupati in gran parte da' nemici franzesi di qua e di là dai monti, e quasi signoreggiato il resto dagli amici imperiali, con restare intanto i popoli esposti alle continue incursioni sì dell'uno come dell'altro partito, e forzati spesso a cangiar padrone. Giunse la morte a liberarlo da queste nere meditazioni, essendo egli mancato di vita nel dì 18 d'agosto, come vuole il Sardi storico contemporaneo, o piuttosto, secondo che scrivono gli autori piemontesi, nel dì 16 d'esso mese: principe d'ottimo genio, fatto più per la pace e pel gabinetto che per la guerra; ma principe sommamente sfortunato, che seco nondimeno portò la consolazione di lasciar suo erede Emmanuel Filiberto principe di Piemonte, giovane bellicoso e di grande aspettazione, che in questi tempi militava in Fiandra presso l'imperadore, e s'era già segnalato con varie azioni di senno e di valore. Seguirono in esso Piemonte varii movimenti e fatti delle nemiche armate, ma non di tal rilievo, che lor s'abbia a dar luogo in questo compendio. Solamente fece strepito la presa di Vercelli fatta da' Franzesi nel dì 20 di novembre per intelligenza con alcuni Vercellesi mal soddisfatti della guarnigione tedesca. Ma don Francesco d'Este generale cesareo, appena ciò inteso, spedì Cesare da Napoli con centocinquanta cavalli ed altrettanti fanti in groppa, affinchè rinforzassero la cittadella, ed egli poi li seguitò frettolosamente col resto della cavalleria e con mille fanti, ed, entrato anch'egli nella fortezza, era per piombare addosso alla città. Ma non l'aspettarono i Franzesi, che prima di ritirarsi spogliarono l'arnese e il tesoro del duca defunto, ricoverato in Sant'Eusebio, non avendo la fortuna, tanto a lui avversa in vita, cessato di perseguitarlo anche dopo morte. Condussero via eziandio molti [632] mercatanti e terrazzani ricchi o per ostaggi delle contribuzioni intimate al pubblico, o per ricavarne delle taglie private. Seguitò quest'anno ancora la guerra fra l'imperadore e il re di Francia. Assediata dai cesarei con potente esercito Terovana città fortissima, e battuta per quattordici giorni con sessanta pezzi di artiglieria, mentre si stendeva la capitolazion della resa, vi entrarono furiosamente Spagnuoli e Tedeschi, e le diedero un terribil sacco. Venne poi, per ordine dell'imperadore, spianata quella piazza da' fondamenti. Non fu meno strepitoso l'assedio posto dipoi nel mese di luglio alla città di Edino, forte, al pari dell'altra, dalle armi cesaree sotto il comando del suddetto principe di Piemonte, dichiarato supremo general dell'armata. Alla difesa di quella piazza era entrato Orazio Farnese duca di Castro con assai nobiltà franzese, ma, colpito da un tiro d'artiglieria, perdè ivi la vita, compianto da ognuno pel raro suo valore. La stessa disavventura, che avea provato Terovana, toccò anche ad esso Edino, messo a sacco colla strage di alcune centinaia di Franzesi, e colla prigionia di non pochi riguardevoli signori. Restò similmente rasata quella piazza, e niun'altra azione si fece degna di memoria in quelle parti. In questo mentre, essendo accaduta la morte del giovinetto Odoardo re d'Inghilterra, gli succedette Maria sua sorella, con giubilo grande della cristianità, perchè ella poco stette a professare la religione cattolica, siccome l'imperadore non tardò a progettare il matrimonio di essa regina col principe don Filippo suo figlio vedovo. In quest'anno nel dì 23 di maggio terminò la sua vita Francesco Donato doge di Venezia, e nel dì 4 di giugno fu assunto a quella dignità Marcantonio Trevisano, personaggio singolare per la sua pietà e saviezza.

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Anno di Cristo MDLIV. Indizione XII.
Giulio III papa 5.
Carlo V imperadore 36.

Principe di somma avvedutezza s'era fin qui fatto conoscere Cosimo de Medici duca di Firenze; ma specialmente in questo anno diede gran prova del suo coraggio coll'imprendere guerra aperta contro di Siena, da cui s'era saggiamente astenuto in addietro al vedere sì contrabbilanciate le forze franzesi colle imperiali. S'era egli segretamente tenuto sempre forte nel partito di Cesare, benchè per altra parte praticasse molte finezze coi ministri della Francia. Ma dacchè si venne a scoprire (a cagion della congiura dell'anno precedente, vera o pretesa che fosse) troppo congiunto di massime in favore di Cesare, s'avvide egli tosto del mal animo conceputo contro di lui dai Franzesi. E tanto più, perchè il re Arrigo, invece del Termes, passato in Corsica, avea spedito a Siena per comandante delle sue armi Pietro Strozzi Fiorentino fuoruscito, persona di gran credito nell'arte della guerra, ed insieme il maggior nemico che s'avesse la casa de Medici. Nè durò fatica ad accorgersi che il medesimo Strozzi macchinava contra dei suoi Stati. Però animosamente determinò di voler egli piuttosto far guerra a' Sanesi, che di aspettarla in casa sua. Intorno a ciò s'intese prima coll'imperador Carlo V, il quale (tanta era la sua ansietà di veder cacciati dalla Toscana i Franzesi) non solamente consentì a concedergli il dominio di Siena, se gli riusciva di conquistarla, ma gli promise anche soccorsi. Che l'imperador nondimeno promettesse allora quella città al duca, se ne può fondatamente dubitare. Similmente si assicurò Cosimo di papa Giulio, col promettere in moglie la terza sua figlia Isabella a Fabiano di lui nipote, a cui assegnò in feudo Monte San Sovino con titolo di marchese. Non essendosi poi effettuate queste nozze vivente il papa, [634] molto meno si effettuarono dopo la sua morte. Corse anche voce ch'esso pontefice concorresse alle spese di quella guerra con quindici mila scudi il mese. Ciò poi che accresceva la speranza al duca Cosimo, era l'osservare in tale stato il re di Francia per la gran guerra sua coll'imperadore e coi Genovesi, che non gli resterebbe voglia nè potere di accudire alle cose della Toscana. Gli avea dianzi l'Augusto monarca inviato per general di milizie Gian-Giacomo de Medici marchese di Marignano, il più astuto uomo che si trovasse nel mestier della guerra. Alla testa e al valore di costui il duca appoggiò l'esecuzione dei disegni stabiliti fra loro. Era il mese di gennaio, e in Siena si stava in allegria e senza buona guardia, perchè senza sospetto di aver per nemico il duca di Firenze. E molto meno ne sospettava il cardinal di Ferrara, con cui fin qui l'accorto duca avea mantenuta una mirabil confidenza ed amicizia. Ora Cosimo, dopo aver tenute per quattro giorni chiuse le porte di Firenze, Pisa, Arezzo e Volterra, e fatto intanto segretamente raunare e marciare tanto le fanterie da soldo che le bande forensi, nella notte precedente al dì 29 di gennaio (il Sardi ha la notte del dì 26) con gran copia di scale si presentò egli col marchese di Marignano ad un forte già fabbricato dai Franzesi fuori della porta di Siena, chiamata di Camollia; e trovatolo mal custodito da quaranta soldati, che furono tosto fatti prigioni, se ne impadronì. Gran rumore, gran timore di tradimenti si svegliò in Siena; ma, chiarito ch'entro la città non v'erano mali umori, si attese dipoi alla difesa, e maggiormente si assicurò ed animò quel popolo al comparire di Pietro Strozzi, che non era in Siena quando accadde la novità suddetta.

Allora il duca Cosimo, cavatasi affatto la maschera, dichiarò la guerra a Siena e a' Franzesi; diede ampia facoltà, anzi ordine a tutti i suoi popoli di procedere a' danni de' Sanesi: nel che fu [635] egli ben servito. Prese al suo soldo da varie parti quante soldatesche potè, e, se vogliamo stare al Segni, formò un esercito di ventiquattro mila fanti tra Italiani, Spagnuoli e Tedeschi, e mille cavalli. Asprissima guerra si fece dipoi, non già di combattimenti fra i soldati, ma di desolazione agl'innocenti contadini, ed anche con impiccarne e con violare le donne. Contuttociò nella notte precedente al venerdì santo, Ascanio della Cornia e Ridolfo Baglione con tre mila fanti e quattrocento cavalli andando per sorprendere Chiusi, dove aveano un trattato, ma doppio, furono disfatti i Franzesi, restando il primo con altri mille e cinquecento prigione, e l'altro ucciso. Nel dì 12 di giugno Pietro Strozzi, segretamente uscito di Siena con tre mila fanti e trecento cavalli, arditamente entrò nello Stato fiorentino, e, passato l'Arno, penetrò fino sul Lucchese, per quivi raccogliere quattro mila (altri dicono due mila) Grigioni, ed altre milizie spedite da Parma e dalla Mirandola, colle quali formò un'armata di dieci mila fanti e secento cavalli. Gli avea sempre tenuto dietro il marchese di Marignano con grosso corpo di gente; ed, arrivato a Pescia, gran ventura fu la sua che lo Strozzi non conoscesse il vantaggio esibitogli dalla fortuna di poterlo battere a man salva, perchè, oltre all'essere il marchese inferiore di gente, in quella terra non trovò da vivere per un giorno, essendo allora afflitta tutta la Toscana da un'aspra carestia. Si mosse bensì a quella volta lo Strozzi, ma il marchese, presa la fuga, si ridusse in salvo a Pistoia, il che diede campo allo Strozzi di insignorirsi di Pescia, Montecarlo, Buggiano, Montevetolino ed altri luoghi di Val di Nievole. Perchè vennero di poi meno allo Strozzi le speranze di ricevere altri maggiori rinforzi di Franzesi e di Turchi, a lui promessi dalla corte di Francia, e perchè udì pervenuto a Pisa don Giovanni di Luna con quattro mila fanti italiani, due mila tedeschi e quattrocento [636] cavalli, spediti da Milano in soccorso del duca Cosimo, se ne tornò verso Siena. Ebbe dipoi a patti il castello di Marciano, e a forza d'armi quel di Foiano nel dì 23 di luglio, con trovar in amendue gran copia di grano, che servì di buon ristoro all'esercito suo. In questo mentre giunsero ad unirsi col marchese di Marignano tre mila fanti assoldati da Camillo Colonna in Roma, e trecento uomini d'armi inviati dal regno di Napoli: con che il duca di Firenze fu di parere che si venisse a battaglia, contuttochè di contrario sentimento fosse lo stesso marchese con altri uffiziali.

Erano le tredici ore della mattina del dì 2 d'agosto, quando il marchese, che dianzi era in procinto di ritirarsi, chiaramente scoprì che Pietro Strozzi s'era da Marciano messo in cammino per ritirarsi a Lucignano, o pure a Foiano. Mandò un corpo di cavalleria a pizzicarlo; ed allora fu che lo Strozzi, vedendo di non potere schivar con onore la battaglia, mise in ordinanza le sue genti, e si affrontò col nemico. Ma quella non fu propriamente battaglia, perciocchè, essendo generale della cavalleria franzese il giovinetto conte della Mirandola Lodovico, il suo luogotenente Lodovico Borgonovo, chiamato Bighetto dal Campana, che reggea la truppa, oppure portava lo stendardo di esso generale, appena urtato dalla cavalleria nemica, prese vergognosamente la fuga, lasciando senza difesa le povere fanterie. Lo Strozzi si vide tosto perduto, e tuttochè restringesse i battaglioni ad un fosso, pure non potè impedire che non fossero in breve tempo sloggiati dall'artiglieria e cavalleria nemica, andando tutti appresso in rotta, e restando trucidato chi non godeva il privilegio delle buone gambe. Secondo gli scrittori fiorentini, quasi quattro mila dell'esercito franzese rimasero estinti sul campo; copioso fu il numero de' prigioni; e ben cento bandiere guadagnate furono portate per trofeo a Firenze. Tutto il bagaglio, le artiglierie e l'armi vennero [637] alle mani de' vincitori. Erano corsi molto prima a questa danza assaissimi Fiorentini, parte d'essi fuorusciti, ed altri solamente perchè appetitosi della libertà della patria. Sette d'essi rimasti prigionieri ebbero poi reciso il capo, e il duca Cosimo, confiscati i beni di chiunque avea prese l'armi contra di lui, o tenute corrispondenze co' nemici, mirabilmente ingrassò il suo patrimonio e fisco. E ben fu questa vittoria che finì di assicurar la signoria di esso Cosimo, e gli accrebbe tal riputazione, che giunse, siccome vedremo, ad unire anche Siena al suo dominio. Salvossi lo Strozzi ferito in due luoghi a Lucignano, e quindi a Montalcino. Appresso fu Lucignano vilmente ceduto da Alto Conti agl'imperiali, dove si conservava gran copia di vettovaglie. Parimente ricuperò il duca tutte le castella dianzi perdute in Val di Nievole. Dopo di che il marchese di Marignano voltò tutte le sue forze contro il distretto di Siena, conquistando Monteregioni, Murlo e Casoli (a cui fu dato il sacco contro i patti) ed altre castella: con che venne maggiormente a strignersi l'assedio, o, per dir meglio, il blocco di Siena. Pietro Strozzi, a cui non piaceva di restar quivi rinchiuso, uscitone nella notte del dì 11 di ottobre, si ridusse a Porto Ercole, dove attese a fortificar quella piazza.

In quest'anno ancora si ravvivò la guerra in Piemonte. Erasi portato alla corte di Cesare don Ferrante Gonzaga governator di Milano, per rispondere alle molte querele ed accuse portate colà non meno dai Milanesi stanchi del suo governo, che da don Giovanni di Luna castellano di Milano, lasciando suo luogotenente in essa città di Milano Gomez Suarez di Figheroa. Fece questi levar l'assedio posto dal maresciallo franzese a Valfenere; ricuperò Aqui, Sommariva ed altri luoghi. Ma il Brisac fece molto di più, perchè s'impadronì nel dì 29 di dicembre della città d'Ivrea, ceduta dal Morales, perchè la guarnigione spagnuola [638] non pagata ricusava di combattere. Ebbe dipoi Biella, e fece fortificare Santià per incomodar Vercelli e Crescentino. Già dicemmo occupata buona parte della Corsica dall'armi franzesi; e però i Genovesi nell'anno addietro si affrettarono a far gente per sostenere e ricuperar quell'isola tanto utile e decorosa al loro dominio. Uniti otto mila fanti, dichiararono generale di quest'armata il principe di Melfi, cioè il celebre Andrea Doria, che, quantunque giunto all'età di ottantaquattro anni, conservava una vigorosa sanità e vecchiezza, nè ricusò per amor della patria le fatiche di tale impiego. Mandò egli innanzi Agostino Spinola suo luogotenente a Calvi con tre mila fanti, i quali costrinsero il signor di Tremes a ritirarsi di là. Scrive il Sardi, che, giunto colà il Doria, ricuperò la Bastia, città che altri pretendono conservata da' Genovesi. Certo è bensì ch'egli mise l'assedio a San Fiorenzo, terra valorosamente difesa da Giordano Orsino con due mila fanti francesi. La buona ventura de' Genovesi portò, che, preparata in Marsiglia una buona flotta per portare soccorso agli assediati, dopo aver messo alla vela, fu colta da un vento maestrale sì indiscreto, che sei galee, andando attraverso, perirono verso Piombino, e le altre malmenate se ne tornarono in Provenza. Perciò nel febbraio di quest'anno fu necessitato l'Orsino a capitolar la resa d'esso San Fiorenzo, salve nondimeno le persone presidiarie, con patto che queste fossero trasportate fuori dell'isola. Restarono poi quivi arenati i disegni dell'una e dell'altra parte. Nell'anno presente continuò la guerra fra l'imperador Carlo V ed Arrigo II re di Francia nei Paesi Bassi, con vantaggio piuttosto dell'ultimo. E il principe don Filippo, dall'Augusto padre dichiarato re di Napoli e duca di Milano, passò con accompagnamento magnifico in Inghilterra, dove si solennizzarono le sue nozze colla regina Maria: avvenimento di somma allegrezza per lutti i regni professanti la religion [639] cattolica, quantunque mal veduto dalla corte di Francia, a cui dava troppo da pensare ogni innalzamento della casa di Austria. Poco potè godere della sua dignità Marcantonio Trevisano piissimo doge di Venezia, perchè da improvvisa morte fu rapito nel dì 31 di maggio, ed ebbe nel dì 11 di giugno per successore Francesco Veniero.


   
Anno di Cristo MDLV. Indizione XIII.
Marcello II papa 1.
Paolo IV papa 1.
Carlo V imperadore 37.

Stava godendo in Roma i frutti della pace dei suoi Stati Giulio III papa, se non che un'aspra guerra a lui faceva la podagra. Sperava anche l'immensa consolazione di veder presto comparire al bacio del suo piede un ambasciatore inglese, giacchè la religion cattolica era tornata sul trono d'Inghilterra, quando venne la morte a citarlo per l'altra vita. Fu creduto che per domar la podagra si mettesse a tale astinenza di vitto, che questa poi contro sua voglia il liberasse da tutti i guai della terra. Ad altra cagione vien da altri attribuita la mutazion da lui fatta della maniera di vivere. Mancò egli di vita nel dì 29 di marzo, lasciando dopo di sè fama di buon pontefice, piuttosto per non aver fatto del male, che per aver fatto del bene; ancorchè negar non si possa ch'egli procurasse la pace fra i principi, e rinovellasse il concilio di Trento, e pensasse anche a riformar la corte di Roma, con lasciarne nondimeno la cura a' suoi successori. A niuno eccesso trascorse egli verso dei suoi parenti, forse perchè il tennero in briglia i porporati d'allora. Riportò solamente non poco disonore dall'aver promosso alla sacra porpora, siccome dicemmo, Innocenzo del Monte, indegno affatto di sì riguardevol ornamento. Tanto il Segni che il Panvinio, autori allora viventi, confessano ch'egli uomo da negozii [640] quando era cardinale, fatto che fu papa, attese piuttosto a godere che a reggere il pontificato, avendo rilasciata del tutto al suo genio, ai piaceri e ai conviti la briglia. La principal sua applicazione era quella di fabbricare un giardino fuori di porta Flaminia, ossia del popolo. Forse perchè avea letto o udito parlare degli orti mirabili fatti da Nerone al suo tempo, s'incapricciò di non voler essere da meno; ed, abbracciato un sito di tre miglia di paese, lo circondò di muraglie, lo compartì in varii ordini di coltivazione e di viali, e l'ornò di parecchi edifizii, con logge, archi, fontane, stucchi, statue e colonne, di modo che il tutto produceva non meno ammirazione che diletto. Per questo giardino, che divenne poi celebre col nome di vigna di papa Giulio, pareva (dice il Panvinio) ch'egli impazzisse, tanto v'era perduto dietro, e quivi stava sovente banchettando, lasciando in mano altrui il pubblico governo. Mirabil cosa fu il vedere come in sì poco tempo, cioè nel dì 9 di aprile restasse innalzato alla suprema dignità della Chiesa, contro la aspettazione e voglia sua il cardinal Marcello Cervino, nativo di Montepulciano; il quale, ritenendo il proprio nome, volle poscia essere chiamato Marcello II, ancorchè gli fosse ricordata l'opinione corrente allora, essere breve il pontificato di chi ritiene il proprio nome, confermata dall'esempio di Adriano VI. Doti luminose di pietà, di senno e di sapere in lui concorrevano; e tale era in lui l'integrità de' costumi, il disinteresse, il desiderio e zelo per le cose migliori, e la mansuetudine, che certamente si poteva aspettare da lui un glorioso pontificato. Certo è altresì ch'egli meditava seriamente di togliere le corruttele de' suoi tempi; nè volle punto che i suoi nipoti, ed Alessandro fratello corressero ad aiutarlo nel suo scabroso uffizio. Ma altri furono i disegni di Dio. Fu Marcello II chiamato a miglior vita nella notte precedente al primo di maggio, in età di soli cinquantacinque anni. Restò onorata [641] la di lui sepoltura e memoria dalle lagrime di tutti i buoni.

A questo mansueto ed amabil pontefice, correndo il dì 25 di maggio, nel sacro conclave succedette un altro di genio totalmente opposto, cioè Giovan-Pietro Caraffa, di nobil famiglia, Napoletano, appellato il Cardinal Teatino, perchè era stato vescovo di Chieti, in latino Theate. Pretesero i politici d'allora ch'egli dal cardinal Farnese, tutto attaccato alla Francia, fosse portato al trono, perchè conosciuto di inclinazion contraria agl'imperiali: giacchè in affare sì santo ed importante fu creduto che prevalesse talvolta in quei tempi l'interesse privato al ben pubblico della Chiesa. Era nato il Caraffa non già nel 1466, come per errore di stampa si legge presso il Ciacconio, ma nel 1476, come s'ha dal Panvinio e dall'Oldoino. Prese egli il nome di Paolo IV: personaggio che in addietro s'era procacciato il concetto d'uomo dottissimo, zelante e pio, colla somma probità ed esemplarità della vita, collo sprezzo talvolta delle dignità e grandezze umane, e con uno spirito di religiosa conversazione, per cui con Gaetano Tiene nobile vicentino e prelato romano, che poi fu aggregato al ruolo de' santi, istituì la pia congregazione de' chierici regolari, appellali Teatini, approvata nel 1528 da papa Clemente VII. Pareva nondimeno ad altri ch'egli sotto il manto del vivere suo religioso coprisse una buona dose di desiderio d'onori; nè certamente egli avea rifiutato l'arcivescovato di Napoli, e molto men fece alla lotta per isfuggire il pontificato supremo. Potea chiamarsi la sua testa un ritratto in picciolo del patrio suo Vesuvio, perchè ardente in tutte le azioni sue, iracondo, duro ed inflessibile, portato certamente da un incredibile zelo per la religione, ma zelo talora scompagnato dalla prudenza, perchè traboccava in eccessi di rigore: quasi che la religione di Cristo non fosse la maestra della mansuetudine, e la scuola dell'amare e del farsi amare. Perciò presagirono [642] i saggi sotto questo pontefice un governo aspro ed insoffribile, e si aspettarono varie calamità, che pur troppo avvennero. Nè altro prediceva la fiera sua guardatura con occhi incavati, ma scintillanti ed accesi, per chi s'intendeva di fisonomia. Studiossi ben egli sul principio di levar di testa alla gente la sinistra opinione di lui, con dar segni di clemenza e liberalità, e di concedere tali grazie e favori al popolo romano, che ne meritò una statua nel Campidoglio. Poco nondimeno stette l'alquanto raffrenato torrente a sboccare, e a verificar le infauste predizioni formate di lui.

Per tutto il verno continuò il blocco di Siena fatto dall'armi imperiali sotto il comando del Medichino marchese di Marignano; e già cominciava quel popolo a penuriar di tutto il bisognevole pel vitto, con anteporre nondimeno l'amore della libertà a qualsivoglia patimento. Fu presa la risoluzione di scaricar la città non solo delle bocche inutili, ma di parte ancora della guarnigione superflua. Fu più di una volta tentato questo salasso, ed infelicemente quasi sempre. I soldati che ne uscirono, ebbero a comperarsi il passaggio colla punta delle spade, e la maggior parte vi restò svenata o prigioniera, e le donne e i fanciulli costretti a rientrare nella città. Tale in questa occasione fu la crudeltà del marchese, che quanti si arrischiarono a portar vettovaglie alla afflitta patria, tutti (e furono un gran numero) li fece appendere per la gola; e quanti osarono d'uscir della città, o di sua mano o per mano altrui gli uccideva. Perchè poi da Firenze venivano spesso lettere di fuoco che il sollecitavano a finir quella impresa, tentò egli l'uso della artiglieria; il che nulla giovò, per la gagliarda difesa e per le molte precauzioni prese dai Franzesi. Ma ciò che non potè fare il cannone, lo fece la fame, cresciuta a tal segno, che la povera gente era ridotta a tener per regalo i cibi più schifi. Pertanto si cominciò a trattar di capitolare e di rendere la città all'imperadore [643] con patti onorevoli pel presidio franzese. Dopo gran dibattimento, fu, secondo l'Adriani, conchiusa, nel dì 2 d'aprile, la capitolazione, ma differitane l'esecuzione per alquanti giorni, ne' quali tentarono i Sanesi inutilmente le raccomandazioni e la mediazione del novello papa Marcello. Sicchè nel dì 21 d'esso mese uscirono di Siena i Franzesi con tutti gli onori militari. Sembra a chi legge la Storia del Segni che quella città venisse come in balia di Cosimo duca di Firenze. Ma l'Adriani e il Sardi, meglio informati di quell'affare, scrivono, pattuito che Siena restasse libera (parola che nulla dipoi dovea significare), sotto la protezion dell'imperadore, e co' proprii magistrati, ma con ricevere e pagar la guarnigione ch'esso Augusto vi metterebbe. Rimasero in man de' Franzesi Chiusi, Grosseto, Porto Ercole e Montalcino, dove si ritirarono que' Sanesi, a' quali non piacque di star sotto gli odiati imperiali, e con quella forma di governo che si dovea prescrivere alla lor patria dal medesimo Cesare. Fu preso dal marchese di Marignano a nome di sua maestà il possesso di Siena, e posto ivi presidio di Tedeschi e Spagnuoli. Colà tosto comparve tanto pane e grascia, che potè non solo sfamarsi tutto il popolo, ma anche provvedersene a buon mercato per l'avvenire. Quivi poscia il duca Cosimo riordinò il governo, e da lì a non molto arrivò don Francesco di Toledo, dichiarato dall'Augusto signore per governatore d'essa città. Eppur vi ha chi scrive promessa Siena al duca Cosimo, allorchè egli fu per imprendere questa guerra. Anzi l'imperadore diede nel presente anno l'investitura di quella città al re Filippo suo figlio: il che ad esso duca oltremodo dispiacque, per avere servito l'oro e le genti sue a fare il boccone ad altrui; perchè se dianzi temeva de' Franzesi, cominciò del pari a paventar degli Spagnuoli, vicini ordinariamente inquieti, e gente non mai sazia di acquistare Stati e dominii. Riuscì poscia al marchese di Marignano di sottomettere, [644] nel dì 10 di giugno, Porto Ercole con altri luoghi: colpo che sconcertò sommamente gli affari de' Franzesi in Toscana, e servì a screditar Pietro Strozzi alla corte del re Cristianissimo, dalla quale con raro esempio avea ricevuto il titolo e bastone di maresciallo. Di ventotto fuorusciti di Siena, presi in Porto Ercole, i principali condotti a Firenze perderono la lesta.

Questo infelice successo ebbero in Toscana l'armi franzesi; ma più propizia loro si mostrò in quest'anno la fortuna in Piemonte. Trovavasi, nel dì 25 di febbraio, il Figheroa vicegovernator di Milano col conte di Valenza e con altri signori in Casale di Monferrato, attendendo a darsi bel tempo per que' giorni di carnovale. In questa città il maresciallo di Brisac teneva delle segrete corrispondenze, ed avea dato ordine che si trovasse maniera di abborracchiare i Tedeschi di quella guardia: nel che egli fu ben servito. La notte susseguente al dì suddetto calò esso Brisac pel Po con buon numero di fanterie imbarcate, e, giunto a Casale, diede la scalata, e s'impadronì d'una porta, aiutato, per quanto fu creduto, da circa trecento uomini, indrodotti prima nella città con abito di contadini. Fuggito il Figheroa nella rocca, contro la quale furono tosto rivolte le artiglierie trovate nella città, giudicò meglio di abbandonarla e di fuggirsene ad Alessandria. Per tale acquisto si sparse gran terrore nello Stato di Milano, e di qua prese motivo la corte cesarea di spedire in Italia don Ferdinando di Toledo duca d'Alva, con ampia potestà di governare nello stesso tempo il regno di Napoli e il ducato di Milano. Venne egli, ebbe rinforzi dalla Spagna e Germania talmente che fu detto, aver egli ammassati trenta mila fanti e tre mila cavalli, che verisimilmente furono un terzo di meno. Con tante forze nulla operò, e ritiratosi, lasciò anche prendere Volpiano a forza d'armi da' Franzesi, poichè li vide rinforzati da una gran corpo di gente condotta in Italia [645] dal duca d'Aumale. Fu richiamato a Milano il vittorioso Gian Giacomo de Medici marchese di Marignano, ma quivi, oppresso da varie sue indisposizioni, diede fine al suo vivere nel dì 7 oppure 8 di novembre: personaggio di bassi principii ma che s'era acquistata fama di valente e scaltro condottier d'armi, e insieme d'uomo inumano, e di gran cacciatore ed amator della pecunia. L'aver io detto nelle Antichità Estensi che Cosimo duca di Firenze gli donò il cognome e l'armi di casa de Medici, non sussiste, almeno per conto del cognome. In quest'anno ancora chiamarono i Franzesi nel mar di Toscana l'armata turca, comandata da Pialaga bassà e da Dragut, che nella Basilicata abbruciò San Lucido e Paula, patria del santo istitutor de' Minimi. Così ben premunito avea il duca Cosimo Piombino, l'Elba ed altri siti di quelle coste, che i Turchi, dopo aver patito gravi danni, se ne partirono, ed uniti con trenta galee franzesi, veleggiarono alla volta della Corsica, dove tuttavia bolliva la guerra tra i Franzesi e Genovesi. Nulla di rilevante fecero que' Barbari, fuorchè di condur via quanti cristiani poterono ghermire tanto in quell'isola che nella Sardegna.

Uscì in quest'anno alla luce la risoluzion presa dall'imperadore Carlo V di rinunziare i suoi regni e Stati a don Filippo re d'Inghilterra suo figlio. Cominciò egli dallo spogliarsi de' Paesi Bassi e della Borgogna, e, fatto venire il figlio a Brusselles, nel dì 25 di ottobre, alla presenza degli Stati colà convocati, gliene fece ampia rinunzia: funzione che trasse le lagrime da quasi tutti gli astanti, al vedere come quel glorioso monarca sì animosamente facesse vivente ciò che gli altri sì mal volentieri fanno morendo. Gran dire fu per questo in tutta l'Europa: chi lodando e chi biasimando, attribuendo gli uni un'azione cotanto rara alle sue cresciute indisposizioni della podagra, altri a vanità, oppure al conoscimento della retrograda fortuna, ovvero alla perdita [646] della regina Giovanna sua madre, accaduta in quest'anno, ed altri ad altre cagioni, secondo che dettava loro il capriccio; quando, qualunque ne fosse il motivo, non si può mai negare ad essa il titolo d'atto sommamente eroico, dappoichè ognun sa, essere l'ambizione e il gusto di dominare l'ultima camicia dei regnanti. Al governo di quegli Stati fu lasciato dal re Filippo Emmanuele Filiberto saggio e valoroso duca di Savoia. Ebbero principio in quest'anno i dissapori di papa Paolo IV con esso imperadore, o, per dir meglio, col suddetto re Filippo. Che la vita menata da questo pontefice pria della porpora cardinalizia, e prima del pontificato fosse un'ipocrisia, l'immaginarono bensì coloro che con facilità mirabile di malignità interpretano in male tutto il bene altrui; ma certissima cosa è ch'egli accompagnava il suo molto sapere con un si regolato e pio tenore di vita, che niun seppe mai opporgli altro, che un'inclinazione al rigore, e uno zelo straordinario che facea tremare i buoni, nonchè i cattivi. Appena divenuto papa, cominciò a sradicare le simonie egli abusi di certi tribunali, mostrandosi ardente per riformar le corruttele della corte; ma si venne insieme a scoprire, che avendo egli un gran capitale d'intendimento, di dottrina, di eloquenza e di belle virtù, per cui potea fare un ottimo e glorioso pontificato, non se ne seppe servire, e cadde in tali difetti, che eclissarono non poco la fama del suo sacro ministero.

Giunto papa Paolo a non aver superiori in terra, ripigliò il suo feroce animo, e mostrò di non aver abbastanza meditate le parole dell'Apostolo, che vuole il vescovo non superbum, non iracundum; ed invece di amare e procurar la pace (che questo specialmente appartiene ai vicarii di Gesù Cristo), andò miseramente ad ingolfarsi in una biasimevol guerra. Ma ciò che particolarmente levò di tuono questo pontefice, fu il troppo amore del nepotismo Tre nipoti avea, figli di Gian-Alfonso [647] Caraffa conte di Montorio, suo fratello. Pochi giorni dopo l'assunzione sua creò cardinale Carlo, uno d'essi, cavaliere di Malta, uomo di cervello torbido, fatto più per la milizia secolare, da lui esercitata fin qui, che per l'ecclesiastica. Un altro era Giovanni conte di Montorio, a cui si voleva fabbricare una magnifica fortuna; e presto se ne presentò, non so se giusta o ingiusta, l'occasione. Avea Alessandro Sforza, cherico di camera, avuta maniera di trarre da Cività Vecchia due o tre galee, già tolte da' Franzesi a Carlo suo fratello, e condottele a Gaeta. Per tale insolenza s'alterò forte il papa, credendo complice di tutto il cardinal Guido Ascanio Sforza loro fratello, fieramente il minacciò, e mise prigione il di lui segretario. Per queste novità furono veduti alcuni baroni romani trattar segretamente con esso cardinale, con Marcantonio Colonna e co' ministri cesarei. Non vi volle di più perchè il pontefice, figurandosi dirette quelle combricole contra di lui, facesse mettere in prigione esso cardinale Sforza, Camillo Colonna ed altri; poichè, quanto a Marcantonio, questi si ritirò in salvo a Napoli. Passò lo sdegnato papa a far citare lui ed Ascanio Colonna suo padre, che era detenuto prigione in Napoli; ed essi non comparendo, gli scomunicò e privò d'ogni dignità, e di quante terre e castella possedeano negli Stati della Chiesa (erano circa cento), con investirne tosto il suddetto Giovanni suo nipote, e dichiararlo duca di Palliano e capitan generale della Chiesa. Per provvedere anche Antonio Caraffa, terzo suo nipote, il creò marchese di Montebello e d'altre terre nel Montefeltro, avendo trovate ragioni o pretesti per ispogliarne Gian-Francesco da Bagno de' conti Guidi.

Ancorchè dipoi fossero restituite le galee, cagione di tai disturbi, pure continuò più che mai la disposizione alla rottura; perchè, godendo i Colonnesi la protezion dei re di Spagna, e vedendosi così maltrattati dal papa, si misero in [648] armi. Accorsero anche gli Spagnuoli ai confini dello Stato ecclesiastico, e il papa anche egli ordinò al duca d'Urbino di portarsi con alcune migliaia di fanti a que' medesimi confini. Che sconcerti, che prigionie succedessero in Roma in tal congiuntura, lungo sarebbe il riferirlo. Si trattò di pace, ma ossia, come alcuni vogliono, che il papa anche cardinale sospirasse di cacciar dal regno di Napoli gli Spagnuoli, per aggravii da lor fatti alla sua casa e a sè medesimo col negargli le rendite dell'arcivescovato di Napoli; oppure che il cardinal nipote l'attizzasse con isperanza di pescare Stati nella vantata depression degli Spagnuoli: certo è che papa Paolo IV non ebbe mai vera voglia di pacificarsi. E in questa risoluzione si fissava egli, perchè già andava maneggiando una lega con Arrigo II re di Francia; e infatti la conchiuse prima che terminasse quest'anno. Era anche dietro a tirare in essa lega Ercole II duca di Ferrara; lusingandosi forse colle lor forze e con sognate sollevazioni de' popoli napoletani d'aver in pugno quel regno. Ora fra le molte azioni degne di lode in questo pontefice, non si può già contare ch'egli, in tempo che si trattava seriamente di pace fra i re di Francia e di Spagna, si studiasse di maggiormente accendere la guerra fra essi; e ciò per odii ed interessi privati; il che gli riuscì con tanto danno de' sudditi suoi ed altrui. Certamente altro ci vuole che eloquenza, altro che ingegnose riflessioni per iscusarlo e giustificarlo in questo. Di gravi mormorazioni ancora cagionò nell'anno seguente l'aver esso pontefice tolta la dignità di legato al cardinale Reginaldo Polo, arcivescovo di Cantorberì, lume chiarissimo del sacro collegio, e sì benemerito della Chiesa di Dio negli affari dell'Inghilterra; come apparisce dalle opere di lui, che ora illustrate abbiamo dall'eminentissimo cardinale Quirini vescovo di Brescia. Anche prima del pontificato non avea Paolo quel grand'uomo nel suo libro, tenendolo per amico dei [649] protestanti, o almeno non assai nemico, com'egli desiderava. I sospetti soli in mente d'uom sì focoso divenivano presto enormi reati, e si correva alle prigionie o al gastigo. E ne fecero la pruova nei tempi susseguenti anche il cardinale Giovanni Morone, uno de' più dotti ed insigni personaggi del sacro collegio, Tommaso San Felice vescovo della Cava, ed Egidio Foscherari vescovo di Modena, ch'era de' più accreditati teologi dell'età sua. Furono essi cacciati in castello Sant'Angelo, dove stettero penando per due anni sino alla morte del papa, non per altro, se non per varii sospetti della loro dottrina, di cui diedero essi dipoi un saggio sì luminoso nel concilio di Trento. Se noi desiderassimo di non vedere mai più nella sedia di san Pietro pontefici di simil tempra, si dimanda, se fosse irragionevole o almen tollerabile un siffatto desiderio.


   
Anno di Cristo MDLVI. Indizione XIV.
Paolo IV papa 2.
Carlo V imperadore 38.

Già fitto era il chiodo: l'imperador Carlo V avea risoluto di dare un calcio al mondo, per ritirarsi a goder tranquillamente que' pochi giorni di vita che Dio volea lasciargli; e pochi appunto gliene prometteva la troppo afflitta sua sanità [Belcaire. Manenti. Campana. Surio, ed altri]. Solamente il riteneva il dover lasciare il re Filippo suo figlio giovane fra i tumulti e pericoli della guerra, che viva tuttavia si manteneva co' Franzesi. Tanto perciò s'affaticarono i mediatori, che nel dì 5 di febbraio si conchiuse, per opera specialmente del cardinal Polo, una tregua di cinque anni fra esso imperadore e il figlio da una parte, ed Arrigo II re di Francia dall'altra: con che i contraenti ritenessero pacificamente tutto quel che restava in mano loro sì nel Piemonte come in Toscana. Leggesi lo strumento d'essa tregua presso il Du-Mont [Du-Mont, Corps Diplomat.] [650] e presso altri autori, i quali giudicarono appartenere tal atto al febbraio dell'anno precedente 1555, senza badare che il 1555 della data dovette essere secondo l'anno fiorentino e veneto, terminante nel dì 25 di marzo dell'anno presente. Certo è che tal atto s'ha da riferire a quest'anno, dappoichè si sa che per tutto l'anno precedente durò la guerra fra que' potentati; e il Belcaire, il Sardi, l'Adriani, il Manenti e il Surio, autori contemporanei, e l'Angeli, Mambrino Roseo, lo Spondano ed altri ci assicurano della conchiusion d'essa tregua nel febbraio di quest'anno. Allora fu che l'Augusto Carlo passò all'esecuzione del suo memorabil disegno; perciocchè nel dì 6 del mese suddetto assiso in trono col re Filippo figlio alla destra, perchè re d'Inghilterra, e alla presenza delle due vedove sue sorelle, cioè di Leonora già regina di Francia, e di Maria già regina d'Ungheria, del duca di Savoia, dichiarato governator de' Paesi Bassi, e d'infinita nobiltà, fece un'ampia rinunzia di tutti i suoi regni al figlio, tanto del vecchio che del nuovo mondo. Non gli restò se non il titolo cesareo e l'amministrazione dell'imperio; ma, giunto al settembre, pensò ancora di deporre questo peso, e però inviò lo scettro e la corona imperiale a Ferdinando I re de' Romani, d'Ungheria e Boemia, suo fratello, a lui rinunziando ogni suo diritto, con pregar nello stesso tempo gli elettori di approvar questa sua cessione. Non l'approvò già papa Paolo IV, con pretendere che senza sua espressa licenza non si potesse venire alla rinunzia di sì gran dignità; e sì forti lettere ne scrisse agli elettori, che solamente poi nel 1558 fu esso Ferdinando riconosciuto e proclamato da tutti imperadore. Questa durezza del papa fu attribuita al mal animo suo verso la casa di Austria, laddove altri la chiamavano un giusto zelo per sostenere l'antica autorità dei romani pontefici nell'elezion degli Augusti. Ma se Carlo Augusto non volea più quella dignità, avea senza fallo [651] essa a cadere in chi era re de' Romani, e la morte civile di lui, in tal caso, operava ciò che la naturale. Pertanto verso il fine di settembre il magnanimo Carlo, non più re, non più imperadore, accompagnato dalle sorelle, passò per mare in Ispagna, dove tosto cominciò a conoscere il presente suo stato pel poco concorso de' grandi ad ossequiarlo, e per la difficoltà di riscuotere la pensione di cento mila scudi, ch'egli s'era riserbato. Poscia nel dì 24 di febbraio dell'anno seguente, giorno suo natalizio e propizio, entrò nel monistero di San Giusto dei monaci di san Girolamo, posto ne' confini della Castiglia e del Portogallo, non lungi da Piacenza, luogo delizioso da lui fabbricato e scelto gran tempo prima, con dar l'ultimo addio alle umane grandezze, affine di meditar le altre vere ed incomparabilmente maggiori che Dio fa sperare nell'altra vita ai suoi servi. Al suo servigio non ritenne se non dodici persone, impiegando poscia il tempo in orazioni, limosine ed altre opere di pietà.

Per la tregua suddetta gran festa si fece da' popoli cristiani, figurandosi ognuno di dover da lì innanzi respirare dai tanti passati guai; ma così non l'intendeva il papa, o, per dir meglio, i suoi nipoti, vogliosi troppo di romperla con gli odiati Spagnuoli. Secondo l'annalista pontifizio Rinaldi, nel dì 19 d'aprile espose il pontefice la risoluzion sua di spedire due cardinali legati, l'uno a Filippo re di Spagna e d'Inghilterra, e l'altro ad Arrigo II re di Francia, per trattar di pace. Che questo fosse un burlarsi del sacro collegio, i fatti lo dimostrarono. Imperciocchè, oltre all'aversi il papa avuto per male che senza di lui si fosse conchiusa quella tregua, il cardinal Caraffa, inviato in Francia, altro non operò che di spargere, invece di acqua, olio sul fuoco, incitando quella corte alla guerra, ad assistere al papa contro il regno di Napoli, con farne credere facile l'acquisto per la corona di Francia. Nè poco servi a maggiormente alterar l'animo [652] del pontefice il parlar alto de ministri spagnuoli, e l'avere fra le altre cose il marchese di Sarria ambasciatore del re di Spagna forzata un giorno una porta di Roma per uscirne senza licenza dei dominanti Caraffi. Il perchè nel dì 27 di luglio il papa, siccome avvisato delle disposizioni del re Cristianissimo in suo favore, cominciò gli atti giudiciali contra del re di Spagna, per dichiararlo decaduto dal regno di Napoli, ossia per censi non pagati, ossia per insulti fatti o vicini a farsi contro dello Stato pontifizio dal duca d'Alva, il quale era passato a Napoli per cagion di questi rumori, con aver lasciato al governo di Milano il cardinal di Trento Madrucci, il giovane marchese di Pescara e Giam-Batista Castaldo, che andarono poi poco d'accordo. Non erano ignoti al re Filippo i maneggi del pontefice in Francia, e tanto più perchè il legato destinato per lui era anch'egli passato a Parigi; e già chiaramente ognuno scorgeva la disposizion de' Caraffi a non voler pace, ma guerra. Che con doppiezza camminasse la segreteria pontificia in questi negoziati, mostrando in pubblico brame di pace, e tutto il contrario nelle cifre segrete, bastantemente l'accenna il celebre cardinal Pallavicino [Pallavicino, Storia del Concilio di Trento.]. Per queste cagioni il re Filippo non perdè tempo ad assicurarsi con delle promesse e con dei benefizii di Cosimo duca di Firenze e di Ottavio Farnese duca di Parma. Infatti nel dì 15 di settembre rilasciò esso monarca al duca di Parma la città e il distretto di Piacenza, ritenendo solamente in sua mano la cittadella; e questo senza pregiudizio delle ragioni cesaree sopra quella città e sopra il Parmigiano. Restituì anche a lui la città di Novara, ma non il castello, e al cardinal Farnese le rendite dell'arcivescovato di Monreale in Sicilia. Lo strumento di tal cessione fu pubblicato nel 1727 dal senatore Cola [Cola, Apologia dei diritti imperiali su Parma e Piacenza.], ed insieme la convenzion [653] segreta, per cui si dichiarava che il re concedeva in feudo essa Piacenza e parte del territorio di Parma al duca, con altre particolarità ed atti che quivi si possono leggere. Avendo perciò il duca Ottavio abbandonato il partito franzese, ed abbracciato lo spagnuolo, dal re di Francia fu chiamato il più ingrato uomo del mondo. Peggio ben fece il papa, che fulminò contra di lui molti monitorii, e tentò anche di torgli Castro, ma non potè.

Mandò poscia il re Cattolico ordine al duca d'Alva di procurare, se mai potea, d'indurre colle buone il pontefice Paolo alla pace; e, se no, di fargli guerra. Tentò indarno il vicerè di ammansare lo inferocito papa, da cui anche fu incarcerato Pietro Loffredo, mandato a lui per trattare d'accordo; e però diè di piglio all'armi, acciocchè si ottenesse col terrore ciò che non si potea in miglior forma conseguire. A ciò ancora fu consigliato dal riflesso di prevenir gli aiuti che altronde potesse il papa aspettare, oltre al vantaggio di far guerra piuttosto in casa altrui che nella propria. Raunato dunque a San Germano l'esercito suo composto di quattro mila Spagnuoli veterani, di otto mila Italiani, di trecento uomini d'arme, e di mille e ducento cavalli (altri scrivono meno), nel principio di settembre entrò nello Stato ecclesiastico, ed ebbe tosto Pontecorvo, Frosinone, Veroli, Alatri, Piperno, Terracina ed altri luoghi, prendendone il possesso a nome non giù del suo re, ma del papa futuro e del sacro collegio. Erano in Anagni ottocento fanti di guarnigione; appena cominciarono a mirar lo squarcio che faceano le artiglierie spagnuole nelle mura, che la notte del dì 15 di settembre si ritirarono per le montagne a Palliano, Tivoli e Roma. Presa nel dì seguente l'abbandonata città, fu messa a sacco. Così Valmontone, Palestrina e Segna volontariamente si arrenderono. In tanto Marcantonio Colonna con ottocento cavalli faceva scorrerie sino alle [654] porte di Roma, città per la cui difesa avea Camillo Orsino già fatti molti ripari di bastioni, spianate ed altre fortificazioni; e il duca d'Urbino, benchè non più generale della Chiesa, avea spedito Aurelio Fregoso con mille e cinquecento fanti, e s'erano armati sei mila Romani sotto Alessandro Colonna, oltre all'avere il senato formata una compagnia di cento venti nobili per guardia della persona del papa. Colà ancora giunsero due mila Guasconi inviati dal re di Francia. Poscia i cittadini di Tivoli, non amando di essere assediati, si diedero al vicerè, in cui potere ancora vennero Vicovaro, Nettuno, Marino ed altri luoghi. Dopo tali acquisti, sopraggiunte le pioggie autunnali, diede il duca d'Alva alquanto di riposo alle affaticate milizie, per rinovare in questo tempo le pratiche della pace. Ma il papa neppur volea sentirsene parlare, se prima non erano restituiti i luoghi presi; e quanti cardinali s'interposero con buone maniere per fargli gustare il dolce della concordia, rimasero delusi nelle loro speranze; perchè se un progetto proposto piaceva in una ora, troppo da lì a poco dispiaceva. Prese dunque il vicerè la risoluzion di passare all'assedio di Ostia, o, per dir meglio, della rocca d'Ostia, poichè per conto di quella picciola città, albergo di soli pescatori, non potea essa fare difesa. Era quella rocca e castello una buona fortezza con soda muraglia, bastioni e terrapieni, fiancheggiata da due torri a tramontana e a mezzogiorno. Entro v'era Orazio dello Sbirro, valoroso giovane romano, che con poco più di cento fanti animosi tal resistenza fece, che, ripulsati più volte gli assalti dei nemici con grave lor danno, fu vicino a far ritirare il vicerè con confusione e vergogna. Pure essa rocca finalmente si rendè: il che servì poscia ad impedire il passaggio delle vettovaglie a Roma, non senza grave danno e lamento del popolo romano, il quale per la fame e per gli aggravii o accresciuti o inventati di nuovo dal pontefice [655] per far danari, che asprissimamente si esigevano, e per gl'immensi danni recati ai lor beni in tanti luoghi, mormoravano forte, ma a mezza bocca, di questa guerra.

Per quanto poi si studiasse il duca d'Alva, dopo aver messe a' quartieri di inverno le sue truppe, di ridurre il pontefice a qualche onesto accordo, interponendovisi anche i ministri della repubblica veneta, e si abboccasse per questo eziandio col cardinal Caraffa (poichè questa guerra fatta era appunto, a udir gli Spagnuoli, per ottener la pace, e per questa speranza esso vicerè non aveva angustiata maggiormente Roma, come avrebbe potuto), il trovò sempre più cocciuto e più saldo d'una torre nel suo proponimento di guerra. E ciò perchè sedotto dall'una parte dai nipoti, ed animato dall'altra dai cardinali franzesi di Tornone e di Lorena, plenipotenziarii del re Arrigo, per mezzo de' quali fu conchiusa una lega nel dì 15 di settembre (seppur non fu in altro tempo), in cui si obbligò il re di difendere con mano forte il papa. Il Campana e il Summonte nella Storia di Napoli, rapportano i capitoli d'essa alleanza. Stentò il re non poco a prendere questo impegno per varie ragioni, e massimamente perchè troppo recente era la tregua col re di Spagna. Ma il papa gli levò di cuore gli scrupoli con assolverlo dal giuramento: laonde il re Arrigo, dopo aver fatto, senza alcun profitto, pregare il re Filippo di desistere dalle offese del papa, la cui oppressione egli non potea sofferire, diede ordine che il duca di Guisa si allestisse per passare il più presto possibile in Italia con un'armata in soccorso del pontefice. Tante preghiere ancora, promesse e minaccie adoperarono il papa e i Franzesi con Ercole II duca di Ferrara, pretendendolo obbligato a difendere il papa in questo stato di cose, ch'egli si lasciò avviluppare in questa lega col bell'onore di dover egli prendere il titolo di capitan generale, ed avere il comando di tutta l'armata gallo-pontifizia. [656] Fu anche guerra in quest'anno ai confini della Marca coll'Abbruzzo, dove s'era portato don Antonio Caraffa marchese di Montebello con alcune fanterie per assicurar la città d'Ascoli. Don Francesco di Loffredo governatore di esso Abbruzzo fece una scorreria sullo Stato ecclesiastico sino ad Acquaviva; e, all'incontro, don Antonio prese Contraguerra, ma fu ben presto forzato a ritirarsi ad Ascoli, perchè il Loffredo ingrossato s'era mosso coll'artiglieria, minacciando fin la stessa città d'Ascoli. Intanto seguì fra il duca d'Alva e il cardinal Caraffa, creduto da molti simulatamente desideroso di concordia, una tregua di quaranta giorni, colla libertà del commercio per quel tempo; e questa affinchè si potessero comunicare al re di Spagna i progetti di pace dati per parte del papa, ossia del cardinale. Il principale articolo era, che si restituissero ai Colonnesi le lor terre e castella, e che, per reintegrare don Giovanni Caraffa della perdita di quegli Stati, gli si desse la città di Siena colle sue dipendenze: cambio e boccone che veramente sarebbe riuscito assai saporito al pontifizio nipote. Quando fosse vera la proposta di esso cambio (e per vera infatti vien essa creduta dagli storici, e asserita fin dallo stesso Rinaldi), questo era un far intendere anche ai meno accorti che la guerra non era per altro fatta e mantenuta dal papa, che per l'ingrandimento della propria casa. Fu biasimato per la tregua suddetta il Cardinal Caraffa, chiamato dal vescovo Belcaire uomo torbido e stolido, perchè lasciò spalancata la porta al duca d'Alva, ritirato a Napoli, di provvedere di vettovaglie e munizioni i luoghi conquistati: il che, durante il verno, non gli sarebbe riuscito, se fossero continuate le ostilità. Ma tornava in pro del cardinale questo ripiego, perchè dava tempo al duca di Guisa e all'esercito franzese di penetrare in Italia, ed egli intanto sperava di tirar altri principi nella lega pontificia. Venne a morte in quest'anno nel [657] dì 2 di giugno Francesco Veniero doge di Venezia, che nel dì 14 d'esso mese ebbe per successore in quella dignità Lorenzo Priuli.


   
Anno di Cristo MDLVII. Indizione XV.
Paolo IV papa 3.
Carlo V imperadore 39.

Aveano nell'anno addietro, tanto il re di Francia, per mezzo del cardinal di Lorena, quanto il papa colla spedizione di Gian-Francesco Commendone, tentato d'indurre la repubblica veneta a collegarsi con loro contro degli Spagnuoli. Dalla parte ancora di Filippo re di Spagna una pari istanza aveano fatto Francesco Vargas e Marino Alonso. Altre ne fece ancora il duca d'Alva. Da cadaun d'essi quel saggio senato s'era sbrigato con gravi risposte, contenenti specialmente verso il sommo pontefice de' sentimenti filiali, ma in sostanza ripugnanti a prendere impegno veruno. Abbiam già veduto Ottavio Farnese duca di Parma e Piacenza attaccato agli Spagnuoli. Cosimo duca di Firenze, principe di somma prudenza e di cauta politica, se ne stava neutrale, conservando buona armonia e confidenza col papa, ma senza voler entrar nelle sue gare. E neppur egli lasciava di esortarlo alla pace, nel qual tempo si dava a conoscere il più unito agl'interessi del re di Spagna, per la speranza di cavargli di mano Siena, siccome gli venne fatto in quest'anno. Ora il cardinal Carlo Caraffa che assai presumeva della sua maestà ed abilità, si figurò facile il poter guadagnare il senato veneto, se in persona si portava a Venezia. Vi andò verso il Natale del precedente anno, e disse quanto seppe e volle di ragioni, per trarre que' prudenti senatori nella lega, appellata Santa per difesa del pontefice. Ebbe la disgrazia d'essere derisa in lor cuore la sua proposizione per vari motivi, e specialmente perchè ognun conosceva, esser egli dietro a valersi delle forze altrui solamente per procacciare un [658] maggiore ingrandimento a sè stesso. Pertanto ricevè la risposta indorata da belle parole; trattar essi di pace, e nulla poter risolvere intorno alla lega, finchè non venivano risposte da Cesare e dal re di Spagna. Passò dipoi il legato a Ferrara, dove, nel dì 17 di gennaio di quest'anno, con solennità presentò a quel duca lo stocco e il cappello, insegne del grado di generale; e di là prese le poste per sollecitar le armi franzesi a calare in Italia. Far lo stesso doveano quattro mila Svizzeri assoldati dal papa. Anche il cardinal di Trento, trovandosi con poche forze nello Stato di Milano, aspettava di Germania otto mila fanti e ducento cavalli. Altri quattro mila Tedeschi e quattrocento uomini d'armi venivano al servigio di Cosimo duca di Firenze. A cagione di tanti barbari, chiamati e ben pagati, perchè venissero a divorar l'Italia, altro non si udiva che maledizioni de' popoli contro di chi era autore di quella guerra.

A tal risoluzione maggiormente ancora si animò il pontefice, perchè al duca di Palliano suo nipote, al maresciallo Strozzi, a Francesco Colonna e ad altri suoi capitani riuscì di ricuperar Genazzano, Volmontone, Frascati, Grottaferrata, Tivoli, Marino, Palestrina ed altre terre, e, quel che più importò, anche Ostia e Vicovaro. Sì prosperosi successi gonfiavano forte il cuore del papa e dei suoi nipoti, senza far caso dello sterminio che pativa in mezzo a quel fuoco tanto paese della Chiesa nel Lazio, ed anche nella Romagna, dove si era dolcemente riposata l'armata franzese. Promosse in questi tempi papa Paolo alla sacra porpora alcuni personaggi ben degni di essa, fra' quali mischiò ancora Alfonso Caraffa, figlio d'Antonio suo nipote. Non si sapeva accordare colla severità mostrata dal pontefice per rimettere la disciplina ecclesiastica, il crear cardinale ancor questo, quando ve n'erano due altri della stessa sua famiglia, e alzare a tanto onore un giovinetto di soli diecisette anni, [659] con dargli appresso l'amministrazione eziandio della chiesa arcivescovile di Napoli. Più rumore ancora fece l'aver esso papa fatto comparire il disegno di procedere alle censure e alla privazion dei regni contra di Carlo V e di Filippo II, giacchè egli non riconosceva per imperadore Ferdinando I. Imperciocchè nel giovedì santo nella bolla in Coena Domini furono specialmente scomunicati da lui gli occupatori delle sue terre della Campagna e della Marittima, quantunque eminente per dignità eziandio imperiale, e tutti i consigliatori, fautori ed aderenti. Oltre a ciò nella messa papale del venerdì santo si lasciò la solita preghiera per l'imperadore. Attendeva intanto il vicerè duca d'Alva a provvedersi di danari, munizioni e vettovaglie; e fortificati i luoghi dell'Abbruzzo, per parere del vecchio don Ferrante Gonzaga, che si trovava allora nelle sue terre del regno di Napoli, cioè in Molfetta, determinò d'uscire anche egli in campagna per impedir gli avanzamenti a' nemici.

Restituitosi il duca di Guisa all'armata, quando Dio volle, proseguì il suo viaggio alla volta del fiume Tronto; ma nè per via, nè a' confini dell'Abbruzzo trovò quelle tante genti, artiglierie, vettovaglie ed intelligenze che magnificamente gli aveano fatto sperare i Caraffi. Contuttociò nel dì 15 d'aprile cominciò in quelle parti le ostilità. Nel giovedì santo fu preso e messo a ruba Campli colle più orride iniquità, affin di facilitar le imprese con questo primo terrore. Teramo si arrendè; e giacchè arrivarono per mare alquante artiglierie, nel dì 24 d'aprile fu impreso l'assedio di Civitella, terra, pel sito suo alto e circondato da tre parti da una valle, assai forte, alla cui guardia con presidio di mille fanti si trovavano don Carlo di Loffredo e il conte Sforza da Santafiora. Mirabil fu la difesa fatta da que' soldati, dai terrazzani, e fin dalle donne, animate dagli eccessi commessi in Campli da' Franzesi. In questo tempo comparve il duca d'Alva a Giulia-Nuova, [660] dodici miglia da Civitella, menando seco tre mila fanti spagnuoli veterani, sei mila tedeschi, undici mila italiani e siciliani, mille e cinquecento cavalli leggieri, e settecento uomini d'armi. Bello esercito parea questo; ma, per esser la maggior parte composto di gente nuova ed inesperta, in cuore di cui non alloggiava peranche lo spirito dell'onore, nè la vergogna della fuga, il vicerè, capitano di buon discernimento e di gran cautela, era ben lontano dal tentare battaglia alcuna; se non che tolse ai Franzesi Giulia-Nuova, e barbaramente la lasciò saccheggiare ai soldati. Tale operazione, ciò non ostante, fece questo suo avvicinamento al campo franzese, che il duca di Guisa, considerando non potersi espugnare Civitella senza gran mortalità di gente, nel dì 15 di maggio si levò da quell'assedio, riducendosi sull'Ascolano, e poscia sul territorio di Macerata, dove attese a ristorare l'esercito sì faticato in nulla conseguire. Ma non succedè questa ritirata senza un precedente grave sconcerto; perchè, dopo avere il Guisa fatte più volte gravi querele con don Antonio Caraffa marchese di Montebello, perchè mancavano le genti, le munizioni e le paghe promesse dal papa, e neppur una delle tante decantate rivoluzioni del regno di Napoli s'era udita finora; un giorno si riscaldò cotanto in simili doglianze, che il marchese, perduta la pazienza, gli rispose per le rime, e il duca gli gittò sul volto una salvietta. Per tale affronto se ne andò il Caraffa a Roma a dolersi dell'alterigia ed insolenza de' Franzesi; ma bisognò che papa Paolo di lui zio, troppo bisognoso del loro aiuto, tutto inghiottisse. Rinforzato intanto il duca d'Alva da sei mila Tedeschi, condotti dalla flotta del Doria, spedì Marcantonio Colonna con tre mila di essi nel Lazio. La terra di Valmontone da lui presa andò a sacco, e restò anche preda delle fiamme. Provò lo stesso infortunio Palestrina, preservata nondimeno dal fuoco. Passò dipoi il Colonna, accresciuto di [661] gente, sotto Palliano, dianzi ben fortificato dai Caraffi; e perchè il marchese di Montebello, e Giulio Orsino con tutte le milizie ecclesiastiche sì italiane che svizzere, andarono in soccorso di quella nobil terra o città, si venne ad un fatto d'armi, in cui rimasero sconfitti i papalini, ferito e prigione lo stesso Orsino.

Facevasi intanto guerra anche in Piemonte, dove il maresciallo di Brisac, uscito in campagna con otto mila fanti e mille e cinquecento cavalli, prese e spianò Valfenera; e di là poi portatosi a Cuneo, ne imprese l'assedio. Vi trovò quattrocento cinquanta fanti e i terrazzani, gente valorosa ed affezionata al duca di Savoia, tutti ben accinti alla difesa; e però vi alzò tre forti per impedir loro il soccorso, e non lasciò di far giuocare le artiglierie. Ma venuto il giovane marchese di Pescara a Fossano, ebbe maniera di spignere colà gente e munizioni. In questi tempi anche il duca di Ferrara fece guerra a Correggio e a Guastalla poco prima comperata da don Ferrante Gonzaga, che la tramandò ai suoi posteri. Nè stette in ozio Cosimo duca di Firenze. Avea egli intese le proposizioni di cedere Siena ai Caraffi: cosa che gli trafisse il cuore, perchè da tanto tempo faceva egli l'amore a quello Stato, e tanti tesori avea speso per cacciarne a questo fine i Franzesi. Non lasciò indietro parole e mezzi per dissuadere da tal contratto il re Filippo II; e poscia, facendo sotto mano palesi i vantaggi che a lui profferivano i Franzesi per tirarlo seco in lega, tanto s'ingegnò, che indusse il re a cedere a lui quella città con tutte le sue dipendenze, ancorchè parte di esse tuttavia restasse in poter de' Franzesi. Lo strumento, stipulato nel mese di luglio di quest'anno, vien rapportato dal Du-Mont [Du-Mont, Corp. Diplomat.], da cui apparisce che gli Spagnuoli riservarono in lor dominio Orbitello, Portercole, Telamone, Monte-Argentario e Porto di Santo Stefano. Parte dell'Elba fu restituita all'Appiano signore [662] di Piombino, restando al duca Porto Ferraio con due miglia di contorno. Obbligossi il duca a varii capitoli in favore del re di Spagna. Venne con ciò fatto un bell'accrescimento alla potenza del duca di Firenze. Cagion poscia fu la nuova di tale accordo che il duca di Guisa, temendo delle novità dalla parte del duca Cosimo, non volle più tornare in Abbruzzo, e neppur passare a Roma, dove con premura era chiamato dal papa, senza ricevere nuovi ordini dalla corte di Francia. E contuttochè le genti del duca d'Alva entrassero nell'Ascolano, altro egli non fece che presidiar quella città: il che rendè inutile ogni altro tentativo degli Spagnuoli. Ma nel Lazio avvennero intanto altre azioni di guerra. Marcantonio Colonna, per maggiormente strignere Palliano, andò all'assedio di Segna; nel qual tempo al barone di Feltz riuscì di acquistare la rocca di Massimo, fortezza inespugnabile, perchè troppa fu la paura ch'ei fece a Giovanni Orsino, signor di essa, con cannoni di legno condotti in sito superiore alla rocca, e minaccianti ad essa la total rovina. L'infelice città di Segna presa fu dagli arrabbiati Spagnuoli e Tedeschi, avidi della preda, e quivi commesse le più orride iniquità, solite ad accompagnare i saccheggi; e non finì quella tragedia, che la misera terra fu anche data alle fiamme.

Racconta qui il Sardi contemporaneo Ferrarese una particolarità, di cui non ho trovata menzione presso altri scrittori. Cioè, che venne a Ponza e Palmirola l'armata navale franzese col principe di Salerno, per unirsi colla turchesca composta di ottantaquattro galee. Che su questa ultima era il signor della Vigna, il quale, per parte de' Caraffi invitava quegl'infedeli a portar la guerra nel regno di Napoli, per divertire le forze del duca d'Alva. Ma altro non fecero i Musulmani, che saccheggiare ed abbruciare Cariati nel golfo di Taranto e Turrana: il che fatto, con quanti cristiani schiavi poterono menar seco, se ne tornarono [663] in Levante, lasciando deluso il principe di Salerno, il quale andò poscia a morire miseramente in Francia, degno di tal fine per la sua smisurata dissolutezza ed ambizione. Tornò intanto di Francia il maresciallo Strozzi con ordine al duca di Guisa di assistere al pontefice, ed egli perciò passò colle sue genti a Tivoli. Trasse anche il duca d'Alva colle sue in quelle parti, ed unitosi con Marcantonio Colonna, seco disegnò di tentare l'acquisto di Roma. V'ha chi crede ch'egli dicesse daddovero, e sperasse anche di buona riuscita, dopo aver dato giuramento ai capitani di astenersi da ogni molestia dei Romani: cosa facile ad essere promessa, ma troppo difficile, per non dire impossibile, ad essere mantenuta dall'avidità de' soldati. Vogliono altri che il tentativo suo solamente tendesse ad intimidire l'ostinato pontefice per ridurlo alla pace: cosa desiderata più dal re Cattolico Filippo II per varii riguardi, che dal medesimo papa Paolo IV. Quello ch'è fuor di dubbio, nella notte del dì 26 d'agosto con iscale preparate si presentò il duca d'Alva alla porta di San Sebastiano. Ma avendo il cardinal Caraffa avvisato di questo movimento dal cardinal di Santafiora, ben guernite di soldati le mura di Roma, senza che i Romani ne avessero notizia, perchè di loro non si fidava, e spinti anche fuori alcuni cavalli a scaramucciare, fece conoscere al duca scoperti i di lui disegni; perlochè questi si ritirò tornando a strignere Palliano.

In tale stato si trovavano le cose in Italia, quando giunsero a Roma le nuove funeste della guerra dei Franzesi cogli Spagnuoli ne' Paesi Bassi. Era questa apertamente stata dichiarata nel mese di giugno, essendo entrata in lega col re Cattolico anche l'Inghilterra; e tenutosi un gran consiglio dai capitani del re Filippo, in esso prevalse il parere di don Ferrante Gonzaga, il qual poscia nel dì 15 di novembre dell'anno presente terminò i suoi giorni in Brusselles. Ebbe questo principe la gloria d'essere compianto [664] fin dagli emuli suoi, e molto più dal re Cattolico, per avere perduto in lui un valorosissimo capitano, e sempre fedele, non ostante le tante calunnie inventate contra di lui. Fu dunque risoluto di formar l'assedio di San Quintino, fortezza importante e di difficilissimo acquisto. Emmanuel Filiberto, valoroso duca di Savoia, e capitan generale dell'armata spagnuola, consistente in circa trentasette mila bravi combattenti, nel dì 3 d'agosto andò ad accamparsi intorno a quella forte terra, e tosto si applicò a fare i dovuti trinceramenti. Per soccorrerla giunse nel dì 10 del suddetto mese con un'armata di ventitrè mila persone il contestabile di Francia Anna di Memoransì. Allora fu che si venne ad un fatto d'armi, in cui urtati e rovesciati i Franzesi dalla forte cavalleria de' Tedeschi e Spagnuoli, andarono totalmente in rotta. Memorabile al maggior segno fu quella vittoria, perciocchè poco costò agli Spagnuoli; all'incontro, secondo alcuni, vi perirono quasi sei mila Franzesi, e rimasero prigioni lo stesso contestabile col figlio, i duchi di Mompensiero e di Longavilla ed altri gran signori, circa due mila gentiluomini e quattro mila soldati. Dopo questa insigne vittoria fu maggiormente stretto e bersagliato San Quintino, alla cui difesa non mancò di far molte prodezze Gasparo di Colignì ammiraglio di Francia. Lo stesso re Cattolico si portò a quell'assedio, e andò a finire la scena nella presa e nel saccheggio d'essa piazza. Di sì buon vento fu creduto che non sapessero profittare l'armi del re Cattolico, essendo bastato loro di prendere il Castelletto, Han, Noione, Scevì ed altri luoghi di poco momento. Ora per questa grave percossa trovandosi il re Arrigo II in non lievi angustie, giudicò necessario il ritorno in Francia del duca di Guisa colle soldatesche di suo comando; e l'ordine a lui ne fu spedito.

A confondere intanto i disegni ambiziosi de' Caraffi, e i pensieri mondani di papa Paolo, s'erano aggruppate molte [665] disavventure, cioè la ritirata del Guisa da Civitella, il sacco di Segna, e il pericolo che Roma venisse saccheggiata. Vi si aggiunse, che gli stessi difensori di Roma tuttodì commettevano ladronecci, rapine ed insolenze contro le donne. Fra coloro si contavano anche degli eretici che spogliavano altari e cose sante. Venne inoltre a scoprirsi, avere i Romani tenuto consiglio di trattar d'oneste condizioni col duca d'Alva, s'egli fosse ritornato sotto Roma. Contra d'essi per questo proruppe il papa in ingiuriose parole, e vide oramai traballate le macchine bellicose de' suoi nipoti. Arrivò in questo frangente il duca di Guisa a Roma, e presentatosi alla santità sua coll'ordine a lui venuto di Francia, il consigliò di pace. Per quanto avessero finora fatto i saggi Veneziani e Cosimo duca di Firenze per indurlo a pacificarsi, nulla aveano potuto ottenere. Ora trovandolo i lor ministri, e con esso loro i più zelanti cardinali, in miglior positura, tanto dissero, che cominciò daddovero a smuoversi. Questo appunto era quello che sospirava Filippo II re di Spagna, ed anche il duca d'Alva, e però condiscese ad accordare al pontefice una capitolazione sì onorevole alla di lui dignità, che molti se ne stupirono. Abboccatisi adunque col suddetto duca d'Alva i cardinali Santafiora e Vitelli in Cavi, tra Genazzano e Palestrina, nel dì 14 di settembre sottoscrissero l'accordo, con rinunziare il papa ad ogni lega contro il re Cattolico, e con perdonare a chiunque avesse prese le armi contro la Chiesa. Palliano restò in deposito per sei mesi, da restituirsi a Marcantonio Colonna, dappoichè il conte di Montorio Caraffa fosse ricompensato dal re di Spagna, con varii altri patti che a me non occorre di rapportare, alcuni de' quali ancora furono tenuti occulti al pubblico, ma non già al pontefice, come alcuni si fecero a credere. Il più bello fu che in tal concordia non fu compreso Ercole II duca di Ferrara, con esempio ai posteri di quel che non rare [666] volte succede a' principi minori nel volersi collegare coi maggiori. Intanto il duca di Guisa, imbarcate le sue fanterie, le spedì per mare in Provenza. Lasciò ire la cavalleria sbandata per varie vie alla volta della Francia, senza volere valersi di un articolo della capitolazione, per cui gli era lecito di condurre liberamente le sue genti per gli Stati del re cattolico. Il duca d'Alva andò poscia a Roma a render pubblicamente ubbidienza al papa.

E tale esito ebbe la guerra sconsigliatamente mossa da esso pontefice al re di Spagna, benchè, secondo le apparenze, non da lui, ma dagli Spagnuoli fosse inferita, con avere impiegati tanti tesori della Chiesa per impinguare i nipoti suoi: guerra, per cui furono imposti assaissimi aggravii allo Stato ecclesiastico, e che, oltre all'essere costata tanto sangue, saccheggi, incendii, violenze e desolazioni alle terre papali, si tirò dietro anche la rottura fra i re di Spagna, d'Inghilterra e di Francia. Nè questo solo flagello toccò al ducato romano nell'anno presente. Nel giorno seguente alla pace suddetta, cioè nel giorno 15 di settembre, per le dirotte pioggie cadute ai monti, sì fieramente s'ingrossò il Tevere, che allagò la maggior parte di Roma ad un'altezza tale, che d'una simile non si ricordavano i Romani di allora. Atterrò l'empito delle acque due ponti, la chiesa di San Bartolomeo nell'isola, moltissime case, mulini ed altri edifizii, con perdita di molte persone e bestiami, ed immenso danno di merci, fieni, grani, vini ed altri commestibili, e con restar tutti i sotterranei pieni di belletta. Da una pari disavventura fu afflitta anche Firenze con altri luoghi di Toscana per la sfoggiata escrescenza dell'Arno, che si trasse dietro i ponti di Santa Trinita, della Carraia e Rubaconte; e quivi cagionò parimente i mali sopraddescritti. Anche in Palermo un fiumicello a cagion delle pioggie, continuate per sette giorni, sì rigoglioso calò dal monte, che rovinò [667] assaissimi edifizii, affogando oltre a sette mila persone. Scrivo ciò coll'autorità del Sardi allora vivente; ma forse la fama ingrandì per viaggio il numero dei morti. Era intanto restato solo Ercole II duca di Ferrara, cioè abbandonato affatto dal papa, e poco meno dai Franzesi stessi, ed esposto all'ira del re Cattolico, il quale non tardò a far muovere Ottavio duca di Parma contra di lui, rinforzato a questo effetto da milizie speditegli da Cosimo duca di Firenze e da Giovanni Figheroa vicegovernator di Milano, a cagion della discordia nata fra il cardinal di Trento e Giambatista Castaldo. Sul principio d'ottobre, uscito in campagna il Farnese, s'impadronì di Montecchio, Sanpolo, Varano, Canossa e Scandiano. Le genti del duca di Ferrara anch'esse cominciarono le ostilità con delle scorrerie sino alle porte di Parma. Sopravvenne il verno, che fece star quiete le armi; per altro il duca di Parma per varii riguardi, e specialmente perchè non correano le paghe, poco inclinato si sentiva a questo ballo. Meno ancora v'era portato l'Estense, che nello stesso tempo per mezzo de' Veneziani e del duca Cosimo avea de' maneggi in campo per ricuperar la grazia del re Cattolico.


   
Anno di Cristo MDLVIII. Indizione I.
Paolo IV papa 4.
Ferdinando I imperadore 1.

Conosceva il pontefice Paolo quanto convenevole fosse al sacro paterno suo grado procurar la pace fra i potentati, cristiani, e tanto più avendola egli stesso riaccesa fra loro. Il perchè aveva già, verso il fine del precedente anno, inviato in Francia legato il cardinal Trivulzio e il cardinal Carlo Caraffa suo nipote al re Cattolico, dimorante tuttavia in Brusselles. Questa si può credere che fosse la vera e pura intenzione del pontefice; ma non meno a lui, e forse più al cardinal nipote premeva l'ottenere dal re Filippo una magnifica ricompensa di Stati al [668] conte di Montorio suo fratello per la cession di Palliano e delle altre terre colonnesi, che si dovea fare a Marcantonio Colonna. Il re Cattolico, tuttochè internamente odiasse quel bizzarro cardinale, considerato da lui per un mal arnese della corte di Roma, pure, da quell'accorto signore ch'era, il ricevette con istraordinarie finezze. Della pace poco si trattò, perchè troppo alterati erano gli animi di quei regnanti, ed anche il Trivulzio trovò il re Cristianissimo alieno da ogni concordia. Contribuì ancora assaissimo a maggiormente accendere alla guerra i due emuli monarchi un avvenimento, che quanto inaspettato, tanto più riempie di maraviglia il pubblico. Erano ducento anni che gl'Inglesi possedeano di qua dal mare la città di Cales in Piccardia, luogo di somma importanza per la loro nazione. Non era ignoto alla corte di Francia che poca guardia vi si faceva, e meglio ancora se ne chiarirono, perchè il maresciallo Pietro Strozzi, il quale ne proponeva l'acquisto, andò in persona travestito da villano in quella città, vi scandagliò le fortificazioni, e riconobbe la facilità dell'impresa, per non esservi dentro che secento fanti avviliti nell'ozio ed assuefatti più ai lor proprii comodi che alle fazioni militari. Risoluta dunque nel consiglio del re Cristianissimo quell'impresa, e destinatone direttore il duca di Guisa, dopo aver prese varie precauzioni per occultar questo disegno, in tempo che gli Spagnuoli erano qua e là divisi ai quartieri d'inverno, il duca nel dì primo di gennaio con un buon esercito si presentò sotto Cales, e tosto cominciò a battere colle artiglierie le torri e fortezze del porto, e le costrinse alla resa. Quindi si diede a bersagliar la città, riponendo le maggiori speranze nella sollecitudine, prima che gli Spagnuoli e gl'Inglesi potessero tentarne il soccorso. Con tal felicità venne condotto quest'assedio, che ne fu capitolata la resa. Nel dì 8 oppur 9 del mese suddetto v'entrò il duca di Guisa trionfante, con [669] aver il piacere di trovar quivi circa trecento pezzi d'artiglierie, munizioni e vettovaglie in somma copia. Passò egli dipoi nel dì 13 sotto Guines, fortezza dieci miglia lontana da Cales, e di questa parimente colla forza s'impadronì.

Trovavansi prima in gran costernazione per la rotta e perdita di San Quintino gli affari de' Franzesi. Questo felice avvenimento li rincorò tutti, e mosse i popoli ad assistere al re con grossi sussidii pel proseguimento della guerra; siccome, all'incontro, cagionò dei fieri sintomi in cuore del re Cattolico e della nazione inglese, la quale restò da lì innanzi priva di sì importante luogo. Avendo poi atteso il re di Francia Arrigo II a rinforzarsi di gente, spedì nel giugno seguente il duca di Guisa all'assedio di Teonvilla, che fu anche essa forzata a rendersi, con aver ivi lasciata la vita per una ferita nel petto Pietro Strozzi Fiorentino, maresciallo di Francia, degno d'essere paragonato co' più valorosi ed insigni capitani del suo tempo, ma sfortunato nelle imprese di Toscana. Ho dovuto far menzione di tali stranieri successi, poichè da essi presero regola anche gli affari d'Italia. Risvegliossi di nuovo la guerra sul principio dell'anno fra il duca di Ferrara Ercole II ed Ottavio Farnese duca di Parma. Donno Alfonso d'Este, primogenito del primo, si fece più volte vedere alle porte di Parma, ripigliò Sanpolo e Canossa; costrinse alla resa la fortezza di Guardasone, e tolse ai Correggieschi Rossena e Rossenella. Fu poi ricuperato Guardasone dal Farnese, dappoichè gli venne aiuto di gente da Milano, e danaro da Firenze. Mirava intanto l'avveduto duca Cosimo questo picciolo incendio, che poteva divenir maggiore, e costava a lui non poco, senza profitto alcuno. Gli dava ancora assaissimo da pensare l'avere il re Cristianissimo dato il governo di quante terre restavano alla corona di Francia nel Sanese a don Francesco d'Este fratello del duca di Ferrara, il quale, passato a Roma, cercava [670] d'imbarcare in nuovi imbrogli i nipoti del papa, mal soddisfatti del re Cattolico. Però con più premura che mai si adoperò alla corte del re Filippo II, affinchè ricevesse in grazia il duca estense, e si mettesse fine a quella turbolenza. Ora il re, che mirava a prosperare a vista di occhio le cose de' Franzesi, temeva in Italia de' Turchi, come diremo, e dubitava sempre de' cervelli inquieti dei Caraffi, nel dì 22 d'aprile approvò la concordia dianzi abbozzata dal duca di Firenze, concedendo onorevoli condizioni al duca di Ferrara, il quale rinunziò alla lega franzese, e fu accettato sotto la protezione del re Cattolico. Restituiti i luoghi presi, tornò anche la buona armonia fra esso duca di Ferrara ed Ottavio Farnese; e maggiormente questa si strinse fra l'Estense e il duca Cosimo per le nozze allora conchiuse di Lucrezia de Medici figlia d'esso Cosimo, e di donno Alfonso, principe ereditario di Ferrara.

Qualche movimento d'armi fu ancora in Piemonte, perchè mandato al governo di Milano Ferdinando di Cordova duca di Sessa, verso la metà d'agosto liberò Cuneo e Fossano, che si trovavano in certo modo bloccati dai Franzesi; prese dipoi Centale e Moncalvo, e ristrinse non poco le guernigioni nemiche di Casale e Valenza. Ma ciò che maggiore strepito fece in Italia, fu il ritorno anche in quest'anno dell'armata navale turchesca ne' mari dell'Italia ad istanza dei Franzesi. Era composta di centoventi galee, e veniva con ordini del gran signore per unirsi colla franzese a' danni delle terre del re Cattolico. Di molti regali e danari costava al re di Francia il far muovere quegl'infedeli. Nè occorre più ricordare, se per tale alleanza ed attentato fosse in abbominazione e maledizione presso gl'Italiani il nome franzese. Giunti que' Barbari a Reggio di Calabria, lo presero di nuovo ed arsero. Di là venuti al golfo di Salerno, la notte precedente al dì 13 di giugno misero gente a terra, entrarono nella terra di Massa, [671] e rastellarono su da cinque in sei mila anime cristiane. Ebbero per tradimento di un moro schiavo, e senza contrasto, la città di Sorrento, dove commisero ogni immaginabile iniquità. Salvossi una sola monaca, passando per mezzo a loro col tabernacolo del santissimo Sacramento. Poichè per le altre coste del regno di Napoli stavano all'erta i popoli, e facevano buone guardie, passarono i Turchi in Corsica, e poscia ad Antibo, dove uniti colle galee di Francia, si credeva che farebbono l'assedio di Nizza o di Savona; ma nulla di ciò seguì a cagion dell'alterigia franzese, che non sapeva accordarsi colla maggiore de' Turchi. Sciolsero poi le vele costoro verso Minorica, dove fecero dei gran mali, con tornarsene finalmente in Levante carichi di preda e di schiavi. Torniamo ora ancor noi al cardinal Carlo Caraffa, che in Brusselles trattava di una ricompensa al fratello conte di Montorio per la cession di Palliano. Fece il re offerire a lui una pensione annua di dodici mila ducati sopra l'arcivescovato di Toledo, ed otto mila di naturalezza in Ispagna. Esibì ancora pel fratello il ducato di Rossano, la cui rendita ascendeva a quindici mila ducati. Ma al borioso cardinale, e al gran merito ch'egli s'era certamente fatto alla corte di Spagna, troppo poco parea. E siccome egli s'era invogliato dell'insigne ducato di Bari, ultimamente vacato per la morte di Bona Sforza già regina di Polonia, nè poteva spuntarla, facendo il corrucciato, si ritirò fuori di Brusselles. Tante dolci parole nondimeno e larghe promesse adoperò poscia il re, che questo porporato contento, nel dì 12 di marzo, prese le poste alla volta di Roma, per rompersi il capo coi ministri del re in Italia, i quali andarono tanto temporeggiando, che la morte del papa li liberò da qualsivoglia impegno.

Si ultimò in quest'anno affatto l'affare della succession nell'imperio, avendo l'Augusto Carlo V fatta nel dì 24 di febbraio una piena rinunzia di tutti i suoi [672] diritti sopra la dignità cesarea al re Ferdinando suo fratello. Fu questa portata dal principe d'Oranges alla dieta degli elettori, i quali perciò nel dì 12, o 13 di marzo in Francoforte riconobbero per legittimo imperadore esso Ferdinando. Nè tardò egli a spedire a Roma Martino Gusmano per rendere ubbidienza, come tale, al pontefice. Fece anche in questa congiuntura papa Paolo conoscere qual fosse l'animo suo verso la casa d'Austria. Non volle ammettere quell'ambasciatore, e rifiutò parimente Giovanni Figheroa, che allora governava Milano, speditogli dal re Filippo in favore dell'Augusto zio. In una parola, finchè visse, non seppe mai indursi questo pontefice a riconoscere Ferdinando per imperadore, non senza scandalo della Cristianità. Infierì la morte in quest'anno sopra le teste coronate. Imperciocchè nel febbraio o marzo mancò di vita Isabella sorella di Carlo imperadore, stata regina di Portogallo, e poi di Francia. Terminò parimente i suoi giorni nel dì 21 di settembre il suddetto imperador Carlo V, dopo aver fatte celebrar le sue esequie negli ultimi giorni di sua vita nel monastero del suo ritiro in Ispagna: principe de' più gloriosi che abbiano maneggiato lo scettro imperiale. Gli elogi fatti da tanti scrittori alla di lui religione e pietà, alla sua gran mente, alla sua clemenza e giustizia, e alle grandi sue imprese, esentano me dal dirne di più. Gli opposero i nemici suoi la taccia dell'ambizione, ma per coprire la propria. Qualche trascorso contro la continenza si potè osservare in lui, ma fu breve, nè portato in trionfo, come si è veduto di tanti altri monarchi: se non che bella figura sempre fece nel mondo Margherita sua figlia, duchessa di Firenze, e poi di Parma. Per altro niun si sarebbe avveduto che a lui dovesse i suoi natali anche un fanciullo di dodici anni, paggio allora del re Filippo, se lo stesso imperadore prima di morire non l'avesse rivelato per raccomandarlo ad esso re di Spagna. Fu questi don Giovanni [673] d'Austria, che si mostrò poi ben degno di sì gran padre; e checchè dicano alcuni nato di Leonora di Plombes, non si seppe mai con certezza la madre di lui, volendo altri che nascesse in corte da persona non solo nobile, ma di alto affare e nobilissima, la quale non lasciò vedere il suo volto alla mammana nel partorirlo. Però de' suoi natali esso don Giovanni in varie occasioni si gloriò anche per conto della madre.

Tenne dietro a questo immortal monarca nel dì 17 di novembre Maria regina cattolica d'Inghilterra, e moglie di Filippo II re di Spagna, dopo una lunga idropisia: principessa di sempre veneranda memoria per la sua rara pietà, e per aver fatto trionfare la religion cattolica in quel regno, ad onta delle tante rivoluzioni succedute sotto l'empio e crudele suo padre Arrigo VIII. Trovavasi in questo tempo gravemente malato anche il cardinal Reginaldo Polo, arcivescovo di Cantorberì, gran sostegno della religion suddetta in Inghilterra, personaggio dei più illustri nella Chiesa di Dio per la sua pietà, gravità, eloquenza e letteratura. Non vi fu allora, nè oggidì ci è chi non riconosca per una delle inescusabili storture di Paolo IV l'odio ch'egli portò ad un porporato di tanto merito ed integrità, e le vane accuse formate contra di lui. Non potè contenersi lo stesso Polo dal comporre la sua apologia, benchè poi con grandezza d'animo la bruciasse o sopprimesse. La morte della regina e di questo arcivescovo si tirò dietro poco appresso la total rovina della religion cattolica in Inghilterra, per essere succeduta in quel trono, non già Maria Stuarda regina di Scozia, maritata in quest'anno con Francesco delfino di Francia, ma Elisabetta sorella di essa regina Maria, e figlia d'Anna Bolena, siccome diremo fra poco. Conviene ancora accennare per concatenazion della storia, che continuò la guerra in Piccardia fra i Franzesi e gli Spagnuoli. Cadde in pensiero al signor di Termes, comandante di Cales pel re di [674] Francia, di occupar Gravelinga, per notizie avute che era sprovveduta. Con un corpo dunque di dieci mila fanti e di due mila cavalli prima s'impadronì di Berges, picciola terra, dove nondimeno fu fatto un gran bottino. Poscia si presentò sotto Doncherche, e in quattro giorni vi mise dentro il piede, lasciando la briglia ai soldati, cadaun de' quali divenne ricco in quel sacco. Avvicinossi poi Termes a Gravelinga; quando eccoti comparire il conte d'Agamonte, spedito da Manuel-Filiberto duca di Savoia e governator dei Paesi Bassi, con un corpo di gente superiore ai Franzesi. Era di luglio, e si venne ad un fatto d'armi, in cui talmente furono sconfitti i Franzesi, che la maggior parte vi rimasero trucidati o prigioni. Fra gli ultimi si contò lo stesso Termes con altri nobili di sua nazione. Questa vittoria, e l'avere gli Spagnuoli ricuperato Doncherche, con istrage del presidio franzese, rendè più docile Arrigo II re di Francia ad ascoltar proposizioni di pace. Se ne trattò lungamente, e ne era ansiosissimo il re di Spagna Filippo II, per le mutazioni che già prevedeva dell'Inghilterra. Ma perchè maniera non appariva di poterla conchiudere, nel dì 17 d'ottobre si fece una tregua e sospension d'armi, che poi fu promulgata per tutto il gennaio dell'anno seguente. Ribellossi in quest'anno il popolo del Finale ad Alfonso marchese del Carretto suo signore, pretendendo ch'egli tirannicamente li governasse. Vi accorsero tosto i Genovesi, che forse segretamente aveano eccitato lo stesso incendio, e fecero depositare in mano di Andrea Doria quel marchesato. Riuscì poi loro d'indurre esso marchese a certe convenzioni; ma pentito poi egli del concordato, e pretendendolo nullo, introdusse la causa nel consiglio imperiale antico siccome accenneremo all'anno 1561.

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Anno di Cristo MDLIX. Indizione II.
Paolo IV papa 5.
Pio IV papa 1.
Ferdinando I imperadore 2.

Potentissimo era in Inghilterra il partito de' cattolici, ed Elisabetta, per salire sul trono, avea incontrate delle difficoltà, ed altre ne prevedeva a dovervisi mantenere, perchè il re di Francia Arrigo II sosteneva i diritti di Maria Stuarda sua nuora, e il re di Spagna Filippo II vi aveva anch'egli non pochi interessi, con aver fatto proporre indarno l'accasamento di essa Elisabetta col duca di Savoia. Però la scaltra principessa, affine di assodarsi nel dominio, non tardò di ricorrere all'autorità di papa Paolo IV, esibendogli ubbidienza per mezzo di Edoardo Carno, ambasciatore in Roma della regina Mariaa sua sorella defunta. La risposta del papa fu alta, con dire che il regno d'Inghilterra era feudo della Chiesa romana, e che Elisabetta per essere spuria, e trovarsi altri legittimi pretendenti a quel regno, non avea senza l'assenso della Sede apostolica dovuto assumere quel governo. Pertanto, che ella si rimettesse all'arbitrio del sommo pontefice, il quale da buon padre avrebbe fatto giustizia. Fu cagione questa dura ed inaspettata risposta che Elisabetta, considerando qual pericolo a lei soprastasse in aderendo al papa, si precipitasse nel partito degli eretici, stabilisse in Inghilterra lo scisma della Chiesa cattolica, e si desse poi a perseguitare i seguaci della Chiesa romana. Però non c'è volta che io rifletta a questo lagrimevole avvenimento, che non mi senta venir freddo, sembrandomi pure, siccome ad altri sembrò, che se allora nella cattedra di San Pietro fosse seduto un pontefice più prudente, più discreto, più amorevole, da cui si fosse accolta con buon cuore l'offerta d'Elisabetta, come portava il bisogno della religione, al cui solo vantaggio dovea mirare un pontefice romano, [676] senza entrare in dispute degli altrui o de' proprii terreni diritti, si sarebbe verisimilmente conservata la fede cattolica fra gl'Inglesi, nè avrebbe la vera Chiesa di Dio perduto un sì florido regno. Quello certamente non era il tempo da sfoderar pretensioni rancide, e da voler fare il distributore di regni, perchè troppa mutazione era seguita per conto dell'autorità esercitata ne' secoli addietro dai romani pontefici, e massimamente dappoichè Elisabetta avea, dal consenso de' popoli, ricevuta quella corona. E si ha un bel dire che quella principessa si finse cattolica in addietro, e portò seco l'eresia sul trono. Per cattolica a buon conto ella si facea credere, e tale forse la credette la regina Maria, che più degli altri era obbligata a saperlo; e la stessa Elisabetta si fece coronare da un vescovo cattolico, e non da' luterani o calvinisti, e sul principio professò la religion cattolica. In ogni caso, quand'anche ella avesse dipoi volte le spalle al cattolicismo, se il papa sulle prime avesse fatto il possibile per guadagnarla, e trattenerla dal gittarsi in braccio ai nemici della Chiesa romana, si sarebbe rovesciata tutta sopra di lei la colpa, e non già sopra un pontefice che dal canto suo nulla avesse tralasciato per salvarla da sì deplorabil eccesso. Ma il male è fatto, e noi non abbiamo che da adorare i sempre giusti giudizii di Dio, ancorchè non ne sappiamo intendere le occulte cifre.

Nel gennaio del presente anno fece papa Paolo una gagliarda risoluzione, per cui si acquistò gran credito presso tutti i saggi. Per tanto tempo in addietro niuno avea osato di parlargli francamente in male de' suoi nipoti, nè di scoprirgli la lor prepotenza, e gl'inganni da loro usati colla santità sua, che certamente furono creduti non pochi. S'ha da eccettuare il duca di Guisa che prima di partirsi da Roma gliene avea fatto un bel ritratto, ma nulla giovò. Volendo un altro dì il cardinal Pacieco scusare [677] un fallo del cardinal del Monte, il papa, alzando la voce, gridò: Riforma, riforma. Al che rispose il Pacieco: Molto bene riforma, padre santo; ma questa dovrebbe cominciare da noi. Tacque il pontefice, e riflettendo su quel noi, si avvisò ch'egli avesse voluto ferire i nipoti suoi; ma non per questo ne profittò. Credesi che l'ultima mano venisse dall'ambasciator di Firenze, che, interrogato dal papa perchè sì di rado venisse all'udienza, francamente rispose, provenir ciò dai suoi nipoti, che gli serravano la porta in faccia, se prima non ispiegava loro le commissioni del principe suo. Ossia per questo, oppure che fosse messa nel breviario del papa una polizza indicante più d'un misfatto dei Caraffi; certo è che finalmente aprì gli occhi il deluso pontefice, e, dopo essersi informato di tutto, nel pubblico concistoro deplorò gli scandali avvenuti per colpa d'essi nipoti senza conoscenza e consenso suo; privò il cardinale della legazion di Bologna, del generalato il conte di Montorio, e il marchese di Montebello d'ogni suo grado; e licenziatili tutti colle lor famiglie da Roma, li mandò a' confini, chi in un luogo e chi in un altro. Quindi rimosse dal governo tutti coloro che dipendevano da essi suoi nipoti, e diede buon sesto non meno alla corte che agli uffizii, istituendo specialmente una congregazione che fu appellata del buon governo. Elesse ancora Camillo Orsino per soprintendente agli affari, personaggio di gran vaglia e prudenza, con cui comunicando i cardinali quanto occorreva, da lì innanzi il governo prese un ben regolato sistema. Meritò senza fallo gran lode, come eroico, questo atto del papa, perchè se non rimediava ai mali già fatti, gl'impediva almeno per l'avvenire. Tuttavia nulla questo servì per mitigar l'odio che gli portava il popolo, il quale, interpretando in male il bene, spacciava cacciati dal papa unicamente i nipoti per iscusar sè stesso dei disordini passati, quasi che a lui non fosse stato notissimo [678] il principio e progresso delle passate guerre, e non si fosse egli tanto interessato per ingrandire i nipoti, trattando poi con tale altura i cardinali, che niuno ardiva mai di contraddirgli. Aggiugnevano inoltre che s'egli conosceva e detestava tanti loro delitti, avrebbe anche dovuto più rigorosamente gastigarli. Per conto poi dell'odio de' Romani, questo nasceva dalle molte gravezze loro imposte ed aspramente riscosse, e molto più dall'incredibil rigore che lo zelante pontefice professava contra di chiunque o era o veniva sospettato reo d'eresia fra i cattolici. A questo fine fu egli il primo che ispirasse a papa Paolo III d'istituire in Roma il tribunale dell'inquisizione, e il primo ancora che in essa città facesse fabbricar le carceri di esso tribunale, con eleggere alcuni cardinali che conoscessero le cause di eresia. Perciò poco si stette a veder piene di gente quelle prigioni. Dappertutto erano spie, facili le accuse, e bastavano i sospetti, perchè si venisse alla cattura. Nè ardiva alcuno di parlare di quel soverchio rigore, nè di raccomandare, per paura d'essere preso per fautore d'eretici. Gli stessi porporati tremavano per l'esempio del cardinal Morone. Tanto più ancora crebbero i lamenti, perchè da quel tribunale si cominciò a procedere anche per inquisizione contro delitti non pertinenti alla religione, e soliti a decidersi dai giudici ordinarii, bastando le accuse segrete. Questa novità mise di mal umore il popolo di Roma, non avvezzo a tanta severità, parendo loro che in tutto questo apparisse soverchia indiscretezza, e niuno, per innocente che fosse, potesse tenersi sicuro. Pubblicò inoltre il pontefice in questo anno, a dì 15 di febbraio, una fulminante bolla contra de' cattolici che cadessero in eresia, confermando le pene già imposte da altri, colla giunta d'altre maggiori, stendendole a qualsivoglia grado di persone, e neppure esentando gli stessi sommi pontefici: punto che, ben [679] esaminato, può cagionar del ribrezzo, se non anche dell'orrore. Per altro, negar non si può ch'erano in questi tempi in gran voga l'eresie oltramontane, e serpeggiavano per tutte le provincie cattoliche, di modo che la stessa Italia non fu interamente intatta da quel veleno. Il perchè ai pastori della Chiesa conveniva di star più che mai all'erta, e di adoperar del rigore, il quale allora è solamente biasimevole che passa in eccesso.

Trattavasi alla gagliarda di pace oltramonti, e primieramente Arrigo II re di Francia dal canto suo, e Maria Stuarda regina di Scozia, moglie di Francesco delfino di Francia, la conchiusero nel dì 2 di aprile con Elisabetta, riconosciuta da essi per regina d'Inghilterra, facendo per bene de' loro Stati ciò che il pontefice non avea saputo fare per bene della religione. Le particolarità di tal concordia si possono leggere negli strumenti rapportati dal Du-Mont [Du-Mont, Corps Diplomat.]. Nel susseguente dì 3 d'aprile fu medesimamente stipulata la pace fra esso re di Francia e Filippo II re di Spagna, per cui seguì il matrimonio di Elisabetta figlia del re Cristianissimo col re Cattolico, e l'altro di Margherita sorella del re Arrigo suddetto con Emmanuel Filiberto duca di Savoia. Detestarono i Franzesi una tal pace, tenendola per vergognosa e pregiudiziale ai diritti della corona. Vantaggiosa, per lo contrario, riuscì al duca di Savoia; se non che quei gran politici d'allora aveano per uso di lasciar nelle concordie sempre qualche coda e seme di discordia. Cioè fu bene accordata le restituzion pacifica ad esso duca della Savoia, del Piemonte e di tutti gli altri suoi Stati, ma con volere il re di Francia ritenere per tre anni avvenire il possesso di Torino, Chieri, Pinerolo, Civasco e Villanuova di Asti, affinchè si ventilassero in quel mentre i diritti pretesi dal re per Luigia avola sua: il che era un accordar colle parole e negar coi fatti la restituzione intera di [680] quegli Stati. E forse confidavano i Franzesi di trovare ragioni o pretesti per non restituire neppur dopo quel tempo le piazze suddette. Aveano anche promessa i medesimi agl'Inglesi la restituzion di Cales fra otto anni, eppure in lor cuore pensavano di ritener per sempre quella città. Per altro al duca fu dato il libero possesso e dominio della Savoia e dei restanti luoghi del Piemonte. Profittò parimente d'essa pace Cosimo duca di Firenze; perciocchè in vigor della medesima i Franzesi rinunziarono alla protezion de' Sanesi fuorusciti dalla lor patria ed abitanti in Montalcino, e a tutti i luoghi da lor posseduti in quella contrada, e se n'andarono con Dio. Abbandonati in tal guisa que' Sanesi, e trovandosi impotenti a cozzar colle forze del duca di Firenze, a lui infine si sottomisero: con che tutte le dipendenze di Siena vennero in potere di lui, eccettochè i porti della Maremma, che il re di Spagna dianzi avea riservati alla sua corona. Sul fine poi d'agosto il re Filippo, dopo avere restituita la quiete ai Fiamminghi, e lasciato il governo di que' paesi a Margherita duchessa di Parma e sorella sua, andò ad imbarcarsi, e con una numerosa flotta di vascelli se ne ritornò in Ispagoa.

Alla pace suddetta con segni immensi di giubilo fecero plauso tutti i popoli cristiani; ma da Parigi specialmente si lasciò la briglia all'allegria per li due matrimonii suddetti della figlia e sorella del re Arrigo II. Fra le altre solenni feste il re stesso accompagnato da donno Alfonso d'Este, principe ereditario di Ferrara, da Francesco duca di Lorena e da Iacopo duca di Nemours volle per tre giorni mantenere una giostra, esercizio cavalleresco, di cui egli sommamente si dilettava. Ne' due primi giorni riportò egli il premio della vittoria, e nel terzo avea fatto lo stesso; quando, non per anche sazio di rompere lancie, forzò il capitan delle sue guardie, chiamato Orges, oppure Gabriello signor di Mongomery Scozzese, a correre contra di lui. Ruppesi l'asta [681] dello Scozzese in varie schegge; e siccome il re al dispetto delle preghiere dei suoi più cari non avea voluto allacciar la visiera dell'elmetto, così avvenne che una di quelle scheggie andò a conficcarsegli sopra l'occhio destro, con penetrare sino al cervello: lagrimevole spettacolo, accaduto alla presenza di Caterina de Medici regina sua moglie, dei principi suoi figliuoli e di un gran teatro di nobiltà. Dalla grave ferita nacque un interno apostema, per cui egli tratto fu a morte nel dì 10 di luglio, con estremo cordoglio di tutti i suoi popoli. A lui succedette nel regno Francesco II suo primogenito, in età allora di sedici anni: età non per anche abile al governo, nè a tenere in freno l'ambizione de' grandi, nè a reprimere l'ardire dell'eresia calviniana, che già avea cominciato a prendere gran piede in quelle parti. Però sotto di lui ebbe principio la civile discordia, madre di tante guerre che per assaissimi anni dipoi lacerarono quel nobilissimo regno, e diedero fomento all'eresia che sempre più si dilatò.

Anche in Italia venne a morte nel presente anno papa Paolo IV. Era egli pervenuto all'età di ottantaquattro anni, colla mente nondimeno sempre vegeta e sempre applicata al governo. Ma si cominciò ad unire colla decrepitezza la idropisia. Durava in lui un continuo affanno per le iniquità commesse dai suoi nipoti non meno in Roma, che per tutto lo Stato della Chiesa, e che di mano in mano egli andava intendendo per li ricorsi di chiunque era stato offeso, giacchè si era aperta la porta alle doglianze di ognuno. Avviso infine gli giunse che il conte di Montorio, il quale tuttavia si facea chiamare duca di Palliano, e stava relegato a Gallese, avea fatto uccidere la duchessa sua moglie gravida, per sospetti d'indecente commercio d'essa con Martino Capece, ancorchè questi, o pugnalato, o fatto morir nel tormento della corda, ed ella parimente, protestassero la loro innocenza, ed appellassero al [682] tribunale di Dio. Risaputa questa crudeltà dall'infermo pontefice, fu creduto che accelerasse la, per altro vicina, morte. Ma il cardinal Pallavicino, che cita il processo, ci fa sapere succeduta l'uccision della moglie nella sede vacante. Morì egli nel dì 18 d'agosto (l'iscrizione posta al sepolcro suo il fa morto nel dì 15 di esso mese, contro la testimonianza degli autori contemporanei), lasciando la memoria sua non già in desiderio, ma in abborrimento pel suo governo, a cui la gente dava il nome di tirannico. Abbiamo la vita di lui scritta dai padri Antonio Caracciolo, Silos, Castaldi, Oldoino, per tacer d'altri, che ci rappresentarono in profilo il di lui volto, con farci vedere tutto il bello de' suoi pregi dall'una parte, e lasciando ascoso il difettoso dall'altra. Con pennello più giusto formarono il di lui ritratto Onofrio Panvinio, Mambrino Roseo e il cardinal Pallavicino, a' quali rimetto il lettore. A me basterà di dire che non mancarono belle dotti e virtù a questo sì religioso e zelante pontefice, ma ch'esse rimasero offuscate dal troppo odio ch'egli portò agli Spagnuoli e all'augusta casa d'Austria, e dal troppo amore verso de' proprii nipoti. Il suo gran fuoco congiunto con un'alta stima di sè medesimo non gli lasciavano quasi mai cogliere il punto di mezzo fra il difetto e l'eccesso; e però anche nelle belle azioni di lui si desiderò sovente la moderazione, si trovò soverchio il rigore, dal quale si scostarono dipoi i saggi suoi successori, conoscendo che la troppa severità rende odiosa la stessa religione, e che, all'incontro, le fa decoro la clemenza, adoperata a luogo e tempo.

Qual fosse intanto l'animo del popolo romano verso di questo pontefice, poco si stette a conoscerlo. Era egli tuttavia in vita, ma vita ridotta agli estremi, quando esso popolo si mosse a furore, attizzato anche da alcuni grandi che maggiormente si teneano per offesi dal papa. Corsero costoro alle carceri pubbliche, ne [683] trassero i prigioni, che erano da quattrocento. Data indi volta a Ripetta, dove era il palazzo della sacra inquisizione, e, rimesso in libertà chiunque ivi si trovava detenuto prigione (e moltissimi ve n'erano da lunghissimo tempo neppure esaminati), bruciarono tutti i processi, e in ultimo una parte del palazzo stesso. Dio preservò in quella congiuntura il cardinal Alessandrino Ghislieri, capo d'essa inquisizione, per farne poi un pontefice degno d'essere onorato sui sacri altari. Se non accorrevano Marcantonio Colonna e Giuliano Cesarini al convento dei domenicani alla Minerva, e non fermavano la pazza furia del popolo sdegnato contro di que' religiosi, anch'esso verisimilmente soggiaceva a gravissimi insulti. Quindi passò quel torrente al Campidoglio, dove restò atterrata e rotta la statua eretta ivi in onor del pontefice, e ne fu strascinato il capo per la città. Ma quel che vieppiù diede a divedere il pubblico odio, fu un bando pubblicato dallo stesso senato romano, che si dovessero cancellare ed abbattere tutte le memorie dei Caraffeschi: il che in poche ore fu eseguito. Dodici giorni dopo la morte del papa, restò calmato ogni movimento del popolo per cura de' cardinali e dei nobili più saggi. Marcantonio Colonna in tal congiuntura ricuperò Palliano, e Gian-Francesco da Bagno tentò di riavere il suo marchesato di Montebello. Terminate le esequie del defunto pontefice, e pacificata Roma, nel dì 5 di settembre si chiusero in conclave i cardinali, dando principio alle lor battaglie per l'elezione di un altro. Nobil risoluzione fatta da loro, e autenticata da giuramento, fu quella con cui s'obbligò chiunque riuscisse papa di riaprire il concilio generale, e di levar dalla Chiesa gli abusi e le corruttele introdotte dalla negligenza o malvagità de' secoli barbarici: al che con tutto il suo zelo s'era poco applicato il precedente pontefice. Durarono le dispute de' porporati sino alla notte precedente il santo giorno del Natale del Signore, in cui restò concordemente [684] eletto Giovanni Angelo de Medici, cardinale di Santa Prisca, il qual prese il nome di Pio IV. Di lui parleremo all'anno seguente. Venne a morte ancora in quest'anno a' dì 3 di ottobre Ercole II duca di Ferrara, le cui virtù e gloriose azioni furono da me accennate nelle Antichità Estensi [Antichità Estensi, P. II.]. Trovavasi allora alla corte del re di Francia don Alfonso primogenito suo, e non sì tosto ebbe intesa la morte del padre, che preso congedo dal re Francesco II, andò ad imbarcarsi a Marsiglia, e, giunto a Livorno, passò dipoi a Ferrara, dove nel dì 26 di novembre fece la sua solenne entrata fra le giulive acclamazioni del popolo suo. Finì inoltre i suoi giorni nel dì 17 di agosto Lorenzo de' Priuli doge di Venezia, a cui nel dì primo di settembre fu sostituito Girolamo de' Priuli suo fratello.


   
Anno di Cristo MDLX. Indizione III.
Pio IV papa 2.
Ferdinando I imperadore 3.

Aveano abbastanza imparato i cardinali che pensioni portasse seco il collocare nella cattedra di San Pietro de' cervelli bizzarri e delle teste troppo calde; e però aveano cercato nell'ultimo conclave di dare alla Chiesa di Dio un pontefice di natura mansueta, e dotato d'una placida e benigna saviezza. Per tale fu riconosciuto il cardinal de Medici, divenuto Pio IV, personaggio esperto degli affari del mondo, amante de' letterati e, di tutte le persone di merito, limosiniere e d'altri bei pregi ornato. Era egli di nazion Milanese, di famiglia onorata, ma non cospicua. I suoi studii e le sue virtù l'aveano condotto a poco a poco alle prime dignità, e a ciò contribuì ancora il gran credito in cui era salito suo fratello, cioè Gian-Giacomo de Medici marchese di Marignano, giunto ad essere, siccome abbiam veduto, uno de' più valorosi condottieri d'armi in Italia. Diede egli principio [685] al lodevolissimo suo pontificato coll'annullare, col correggere o mitigare varii decreti ed atti del precedente inesorabile e rigido papa. Avea fin qui il pontefice Paolo IV ostinatamente, e non senza scandalo, ricusato di riconoscere per imperadore Ferdinando I Austriaco, e di ricevere i suoi ministri in tale qualità. Fu sollecito Pio IV ad ammettere il suo ambasciatore, e a ristabilire la buona armonia fra la santa Sede e l'Augusto monarca. Alle preghiere ancora de' cardinali perdonò al popolo romano il trascorso della passata sedizione, purchè si rifacessero i danni. Nel dì 31 di gennaio fece la promozione di tre cardinali, cioè di Gian-Antonio Serbellone suo parente, perchè di tal famiglia fu la madre sua; di Giovanni de Medici figlio di Cosimo duca di Firenze; e di Carlo della nobil casa de' conti Borromei, figlio del conte Giberto e di Margherita sua sorella, che giovinetto camminava già a gran passi alla santità. Per due continui anni avea penato nelle carceri Giovanni cardinal Morone, uno de' più insigni porporati d'allora, per sospetti d'eresia, ch'erano troppo alla moda in quei tempi, perchè il solo disapprovare alcun de' veri abusi dominanti allora nelle vie della pietà e della disciplina ecclesiastica, bastava per far sospettare una persona zoppicante ancora nella credenza dei dogmi, e per trarla alle prigioni, senza che poi si pensasse da lì innanzi a strigar le lor cause, non per colpa del cardinal Ghislieri supremo inquisitore, ma per difetto di papa Paolo IV, che non sapea mai credere innocente chiunque capitava in quelle carceri. Restava dunque tuttavia acceso il processo formato contra del Morone; ed egli non volendo grazia, ma severa giustizia, fece istanza perchè fosse deciso nella causa sua. Ben ventilata questa dai più incorrotti cardinali (fra i quali lo stesso Ghislieri, che fu poi Pio V), emanò decreto, con dichiarare nullo, iniquo ed ingiusto il processo suddetto, e con assolvere pienamente come innocente il Morone. [686] Pari giustizia fu fatta ad altri non processati sotto il defunto pontefice, e specialmente ad Egidio Foscherari dell'ordine de' Predicatori, vescovo di Modena e teologo dottissimo di questi tempi, a cui del pari avea papa Paolo fatta patire la prigionia di due anni a cagion dell'amistà che passava fra il Morone e lui.

Atteso il naturale del novello pontefice, inclinante sempre alla benignità e clemenza, niuno si sarebbe avvisato di vedere una severa giustizia da lui cominciata nel presente anno e terminata nel seguente. Brevemente in un fiato accennerò io questo fatto, per cui fu gran dire allora in tutta la Cristianità. Nel dì 7 di giugno fece papa Pio IV carcerare i cardinali Carlo Caraffa ed Alfonso Caraffa, il primo nipote e l'altro pronipote di Paolo IV. Similmente furono presi Giovanni Caraffa conte di Montorio appellato duca di Palliano, e nipote del suddetto papa, e il conte di Alife e Leonardo di Cardine, uccisori della moglie di esso duca. Furono fatti rigorosi processi contro di loro, tanto per quell'omicidio, quanto per altre iniquità, o vere o pretese, commesse dai due fratelli Caraffi nel tempo del loro nepotismo, con varii inganni che si diceano da lor fatti al pontefice zio, e gravissimi danni cagionati per la loro ambizione e prepotenza a Roma e a tutto lo Stato ecclesiastico. Furono deputati cardinali al processo dei due loro colleghi, e data al governatore di Roma l'incombenza di formar quello del conte di Montorio e de' suoi complici. Durò questa criminal procedura sino al dì 3 di marzo dell'anno seguente, in cui si venne concistoro; e quivi fu letto il processo intero contra del cardinale Carlo Caraffa: lettura che durò ott'ore. Per lui interposero tutti i cardinali le lor preghiere; ma senza poter impedire la sentenza di morte. Però nella notte seguente fu esso cardinale strangolato in prigione; e nello stesso tempo nelle carceri di Torredinona decapitato il duca di Palliano col conte di [687] Alife e Leonardo di Cardine. Confessa il Panvinio d'aver inteso dalla bocca del medesimo Pio IV ch'egli si lasciò trarre a questa giustizia di malissima voglia, e che in tutta la vita sua non gli era avvenuta mai cosa tanto disgustosa e lugubre, quanto quel giudizio; con aggiugnere nondimeno d'aver egli creduto necessario che si desse ai parenti dei futuri pontefici esempio, affinchè non si abusassero della lor grazia ed autorità. Il giovane cardinale Alfonso Caraffa, siccome innocente e dabbene, fu rimesso in libertà, e solamente condannato a pagare cento mila scudi per un preteso risarcimento alla camera apostolica; e tal pena fu anche dipoi mitigata. Ma in que' tempi la gente accorta ben s'avvide che non dal genio clemente di papa Pio era proceduta sì rigorosa giustizia contra dei Caraffeschi, ma sibbene dai segreti gagliardi impulsi della corte di Spagna, a cui per varii riguardi era molto tenuto lo stesso pontefice.

Il cardinal Pallavicino, che meglio degli altri pescò in questa materia, fece conoscere a noi le arcane ruote di sì strepitoso avvenimento. La politica più fina del simulare e dissimulare fu osservata assai familiare in Filippo II re di Spagna. Gli stava sempre sul cuore quanto aveano operato i Caraffi contra di lui, e l'essersi eglino vantati di volergli torre il regno di Napoli. Con tutto ciò non lasciava di usar con loro delle grazie e finezze; e in questi medesimi tempi decretò al cardinale e al fratello delle ricompense pel perduto ducato di Palliano. Fu creduto da alcuni che sul principio il papa, credendo il re ben affezionato ai Caraffi, per quanto gliene diceva l'ambasciatore di Spagna, li favorisse anch'egli alla corte di Madrid; e che, all'incontro il re, tenendo i Caraffi per protetti dal papa, anch'egli s'inducesse a far loro delle grazie. Ma ossia che tale inganno cessasse, o che sempre in Ispagna si lavorasse di finzione; la verità si è che il re Cattolico segretamente maneggiò [688] la rovina loro, e con forza spinse il pontefice ad eseguir quello che il mansueto animo d'esso papa non avrebbe mai fatto. Il bello poi fu che sotto papa Pio V, creatura di Paolo IV, per le istanze di Antonio marchese di Montebello e di Diomede Caraffi, l'uno fratello e l'altro figlio dell'estinto duca di Palliano, fu riveduta questa causa in Roma, e deciso che non meno il cardinal Carlo che esso duca di Palliano erano stati iniquamente ed ingiustamente condannati; e per prova di questo tagliata fu la testa ad Alessandro Pallentieri, stato fabbricator del processo contra d'essi Caraffeschi, alla memoria de' quali e de' loro eredi fu restituito l'onore e la buona fama. E così vanno le vicende e peripezie umane, regolate dalle diverse passioni degli uomini. Noi dobbiamo augurarci che sia esente da questi interni mantici chi si mette a giudicar della vita, della roba e dell'onore altrui; e che questi tali, ad imitazione di Dio, più inclinino alla clemenza che al rigore, se pure il bene della repubblica non esige altrimenti.

Al pontefice Pio IV non restavano nipoti maschi legittimi di sua famiglia, perchè il marchese di Marignano suo fratello niun d'essi avea lasciato; e sebben v'era un di lui figlio naturale, appellato Camillo, il papa parea che non se ne prendesse gran cura. Rivolse dunque il suo amore ai figli della sorella, cioè ai conti Borromei, illustri e potenti signori, che da gran tempo possedevano Arona, ed assaissime altre terre e castella sul lago Maggiore. Questi erano il conte Federigo e Carlo, da lui promosso alla sacra porpora. Avvezzi i Romani a mirare quanto potesse il nepotismo ne' passati pontefici, e come fosse divenuto, massimamente in questi ultimi tempi, quasi il principale impiego de' successori di san Pietro l'innalzamento de' parenti a' gradi principeschi; si aspettavano una simile scena sotto Pio IV. Ma il buon pontefice, che intendeva meglio d'alcuni suoi predecessori l'importante uffizio della [689] sublime sua dignità, si comportò con molta moderazione nell'amore de' suoi, e nulla operò che fosse soggetto alla giusta censura dei saggi. Erasi molto prima trattato il matrimonio di Virginia figlia del duca d'Urbino col suddetto conte Federigo, e questo si eseguì, con celebrarsi suntuosissime nozze in Urbino e poscia in Roma: il che riuscì di giubilo universale del popolo. Maritò ancora Camilla Borromea sorella di esso conte in Cesare duca di Guastalla, Ariano e Molfetta, figlio del fu don Ferrante Gonzaga, e un'altra in Fabrizio Gesualdo figlio del conte di Conza; e con ciò si raddoppiarono le allegrezze in Roma. Specialmente fece il pontefice comparire il suo amore verso il cardinale Carlo Borromeo suo nipote, a cui diede la carica di segretario di Stato, e la legazion di Romagna e Bologna. Ma questo nipote, ancorchè di soli ventitrè anni (tanta era la sua prudenza, tanta l'illibatezza de' suoi costumi) non serviva che alla vera gloria del pupa, perchè unicamente intento al bene della Chiesa e del pubblico, e manteneva una scelta famiglia di persone raccomandate dalla virtù e dalla letteratura; di maniera che col tempo fu chiamata la di lui casa un seminario di cardinali e vescovi egregi. Però al popolo romano, dopo essere stato in tanta malinconia e tremore sotto il tetro governo di Paolo IV, parea d'essere rinato, trovandosi tutto in feste sotto il dolce di Pio IV (a cui diceano che bene stava il nome di Angelo), e regolato da sì discreti e saggi ministri. Delle premure di questo buon pontefice per rimettere in piedi il da tanto tempo interrotto concilio di Trento, parleremo all'anno seguente.

Compiè in quest'anno Alfonso II duca di Ferrara il suo matrimonio con donna Lucrezia de Medici figlia del duca Cosimo; e questa principessa con suntuoso accompagnamento di principi e nobili fece l'entrata sua in Ferrara nel dì 17 di febbraio. Ma da quella città nel giorno 2 di settembre fece partenza la duchessa [690] Renea figlia di Lodovico XII re di Francia e madre di esso duca Alfonso. E il motivo fu, perch'ella da gran tempo infetta dell'eresia di Calvino, per quanto si facesse e dicesse, non volle mai rimettersi sul buon cammino. Quale ella andò, tale anco morì: del che ho io sufficientemente parlato nelle Antichità Estensi. Era venuto di Fiandra nell'anno precedente Emmanuel Filiberto duca di Savoia, a rallegrar sè stesso e i suoi sudditi colla visita degli Stati a lui restituiti da' Franzesi e Spagnuoli. Fu in questi tempi ch'egli istituì in Mondovì un'università per le scienze, dove chiamò de' più accreditati uomini dotti che s'avesse l'Italia. Trovavasi questo principe sul fine di maggio in Villafranca, quando Occhialì rinegato calabrese, e famoso corsaro d'Algeri, con una squadra di galeotte, dopo aver saccheggiata Tagia e bruciata Roccabruna del signor di Monaco, arrivò a Villafranca stessa, e mise le sue genti a terra. Spedì tosto il duca a Nizza per aver soccorso, e intanto animosamente uscito dalla terra co' suoi cortigiani con poco più di trecento archibugieri inesperti, raccolti in quel subitaneo bisogno, andò contra de' Barbari. Ma non sì tosto furono i suoi a fronte degli Algerini superiori di gente, che, atterriti dal loro aspetto, e dagli urli e gridi ne' quali proruppero, diedero a gambe. Si trovò il duca in pericolo della vita, o di restar prigione; anzi v'ha chi scrive ch'egli fu preso, ma che restò liberato da due suoi generosi gentiluomini, con perdervi essi la loro vita. Certo è che il duca si salvò nella terra, inseguito sino alle porte di essa da quegl'infedeli. Restarono uccisi circa quaranta de' suoi soldati ed alcuni gentiluomini di sua corte, ed altri fatti prigioni, per riscattare i quali gli convenne pagare dodici mila scudi. Il temerario corsaro, prima di renderli, pretese la grazia di poter inchinare la duchessa figlia di Francesco I re di Francia. Bisognò accordargliela. Ma la duchessa, con comparire in sua vece la sua dama d'onore, [691] ebbe la soddisfazione di punire in tal maniera la temerità di costui.

Portossi in quest'anno a Roma Cosimo duca di Firenze colla duchessa sua moglie, e fu magnificamente alloggiato nel palazzo pontifizio. Oltre agli altri suoi affari, pei quali, e non per sola divozione, imprese quel viaggio, ottenne dal sommo pontefice di poter fondare un ordine militare di cavalieri sotto il nome di Santo Stefano, da cui non sono esclusi i coniugati. Impetrò ancora che Paolo Giordano Orsino genero suo fosse creato duca di Bracciano. Giunse al fine de' suoi giorni nel dì 25 di novembre in Genova Andrea Doria, celebre per tante sue buone qualità e viaggi di mare. Poco gli mancava a compiere l'anno novantesimoquarto di sua età. Prese la buona gente per un presagio di questa perdita un turbine terribile di venti che alquanti giorni prima recò un'infinità di mali a quelle riviere, portando via i tetti, atterrando case e sradicando le più grosse quercie, con istrage di molte persone e bestiami. Troncò eziandio l'indiscreta morte nel dì 5 di dicembre il filo della vita al giovinetto re di Francia Francesco II, a cui succedette Carlo IX suo fratello, ma in età troppo tenera ed incapace di governo. Che diavolerie, che confusioni e guerre suscitasse da lì innanzi in quel regno la crescente eresia di Calvino e l'ambizion dei grandi, non appartiene all'assunto mio narrarlo. Accennerò bensì, che, avendo il famoso corsaro Dragut tolta, alcuni anni prima, ai cavalieri di Malta la città di Tripoli in Barberia, ed occupata anche l'isola delle Gerbe, Filippo II re di Spagna, mosso dalle preghiere del gran mastro, e dal desiderio di togliere a' Mori que' siti, siccome nidi ed asili della lor pirateria, fin l'anno precedente avea raunata una potente flotta con legni e soldati presi da Milano, Genova, Napoli e Sicilia. Ma questa da venti contrarii trattenuta, non potè se non nel febbraio di quest'anno far vela verso Barberia. Da molti autori si trova descritta [692] quell'impresa, ma impresa sommamente sfortunata o per la poco buona condotta de' capitani cristiani, o per la contrarietà della stagione, o per la perniciosa qualità di quel paese, mancante d'acqua buona e provveduto di cattiva. Presero i cristiani le Gerbe, ma cotanto andarono temporeggiando, che in soccorso de' Mori giunse la potente armata dei Turchi; al cui arrivo atterriti e scompigliati i cristiani, non attesero che a salvarsi. Vennero in potere de' Musulmani moltissime galee, migliaia di soldati rimasero morti nelle navi, annegati o schiavi, e il forte delle Gerbe fu forzato a rendersi: disavventure tutte che non poco afflissero specialmente chi avea formate delle grandi speranze su quell'armamento de' cristiani. Oltre a ciò avvenutisi i corsari algerini in tre galee del duca di Firenze, ne costrinsero due a rompersi in Corsica, con restar preda di quegl'infedeli.


   
Anno di Cristo MDLXI. Indizione IV.
Pio IV papa 3.
Ferdinando I imperadore 4.

Aveano le guerre de' precedenti anni fatto cessare il concilio generale di Trento. Allorchè parea colla tregua dei principi cristiani tornato il tempo di riaprirlo, Paolo IV mostrò qualche velleità di accudire a questo importantissimo affare, ma con volere esso concilio in Roma nella chiesa lateranense: il che veniva a finire in non volerlo, stante l'esigere i più de' principi cattolici un luogo libero e fuori dello Stato ecclesiastico per quella sacra assemblea. Sopravvennero poi le brighe d'esso papa Paolo con gli Spagnuoli, nè più si parlò, vivente esso pontefice, di rimettere in piedi il concilio. Seriamente, all'incontro, vi pensò, appena eletto papa, lo zelante Pio IV; e però nel precedente anno si affaticò non poco, parte con efficaci lettere, e parte per mezzo de' suoi ministri per riunir gli animi de' potentati cattolici, [693] affinchè concorressero coi lor prelati al compimento di opera tanto necessaria alla Chiesa di Dio. Trovò egli concordi in questo desiderio i principi, ma discordi nella determinazione del luogo, proponendo essi altre città invece di Trento. Il papa sempre insistendo di rinovare il concilio in quella città, dove era nato, finalmente nel dì 29 di novembre dell'anno precedente con sua bolla ne intimò il riaprimento in essa città di Trento, da farsi nel solenne giorno di Pasqua del presente anno. Dopo aver dunque nel dì 26 di febbraio di quest'anno fatta la promozione al cardinalato di alcuni degnissimi personaggi, e specialmente di Stanislao Osio e di Girolamo Seripando, nel dì 10 di marzo destinò cinque legati che dovessero presiedere al consiglio. Ma perchè insorsero nuovi motivi di ritardo, e con troppa lentezza comparivano a Trento i vescovi; però fu necessario il differir sino all'anno seguente la prima sessione.

Più che mai continuarono i corsari africani ad insolentire contro le marine d'Italia in quest'anno. Uscito da Tripoli Dragut colle sue galeotte, avendo per ispia inteso che sette galee fabbricate in Sicilia, e cariche di molte merci, aveano da passare a Napoli, si mise in aguato a Lipari, e gli venne fatto di prenderle. Grosso fu il bottino di robe e di persone fra le quali si contarono due vescovi siciliani che andavano al concilio, e molti nobili, de' quali, chi potè, con esorbitanti taglie si riscattò. Scorsero dipoi que' Barbari per le riviere del mar Tirreno, lasciando dappertutto memorie della lor crudeltà, e menando via gran quantità di schiavi cristiani. A cagion di questi terribili insulti papa Pio IV, attento al bene de' suoi sudditi, determinò di rifare in certa maniera la città Leonina, acciocchè in caso di bisogno avessero i pontefici colla lor corte e prelatura un luogo di salvezza. Cioè determinò di mettere Borgo in fortezza, chiudendo [694] in esso sito castello Sant'Angelo, la basilica vaticana e il palazzo pontificio, con tanto spazio, che, in occasion di difesa, vi si potessero formare squadroni di soldati colle loro ritirate. Nel dì 8 di maggio andò lo stesso pontefice con solenne accompagnamento di tutti i cardinali, prelati e nobiltà a mettere la prima pietra con varie medaglie d'oro e d'argento. Avea dianzi nel dì 19 d'aprile creato capitano generale della Chiesa il conte Federigo Borromeo suo nipote, affinchè secondo le occorrenze fosse pronto alla difesa contro i nemici del nome cristiano. Nè ciò bastando all'indefesso suo genio pel pubblico bene, ordinò che si riducessero in miglior forma le fortificazioni de' porti di Civitavecchia e di Ancona, sicchè potessero resistere alle violenze inaspettate de' Turchi e de' corsari di Barberia, che ogni dì più diventavano rigogliosi, ed accrescevano il numero delle lor vele. Attese ancora il buon papa ad aggiugnere ornamenti alla per altro bellissima città di Roma, con tirare una nobile strada da Montecavallo sino alle mura di Roma diritto ad una porta, di belle fortezze fabbricata d'ordine suo, ed appellata porta Pia. Rimodernò eziandio la porta del Popolo con bei travertini e colonne; e nel palazzo vaticano e in Belvedere fece altre fabbriche, e fra queste si contarono due gran conserve d'acque verso levante, e un magnifico cortile con iscalinate da due bande ed ornamenti di singolar bellezza, e un corridore e un fonte nel bosco d'esso Belvedere. Fece anche finire di stucchi e pitture la bella sala cominciata da Paolo III, appellata la sala dei re, ornando la loggia superiore del palazzo con figure, e con farvi dipignere la cosmografia in bei quadri. Sollecitò ancora la fabbrica del suntuoso tempio di San Pietro, cominciata da papa Giulio II, e nella basilica lateranense fece far sotto il tetto il soffitto, con parimente applicarsi a tirare in Roma per via di condotti l'acqua di Salone, ossia l'acqua [695] Vergine. Queste erano le applicazioni del pontefice, che sommamente rallegravano il popolo romano, non omettendo egli intanto ogni diligenza pel bene della religione e della Chiesa.

Godevano in questi tempi gl'Italiani il saporito frutto della pace, loro inviata da Dio dopo il flagello di tante desolatrici guerre. Regnava specialmente l'allegria nella corte e città di Ferrara, dove Alfonso II duca nel dì 2 di marzo diede al suo popolo e alla copiosa foresteria, che vi intervenne, un mirabil divertimento con un torneo sì magnifico e d'invenzione sì rara, chiamato il Castello di Gorgoferusa, ed onorato dalla presenza di Guglielmo duca di Mantova, che riscosse l'ammirazion d'ognuno. E perciocchè nella promozion suddetta, fatta dal papa nel dì 26 di febbraio, anche a don Luigi di Este, fratello del duca e vescovo di Ferrara, fu conferita la sacra porpora, si tenne corte bandita per tre giorni in quella città, e poscia nel dì 27 di marzo fu ivi dato anche un altro più suntuoso spettacolo, intitolato il Monte di Feronia, a cui intervenne Francesco de Medici principe di Firenze. Sì vaghe furono le invenzioni di que' pubblici giuochi, sì grande la magnificenza degli abiti, del corteggio, e tale la copia degli strumenti musicali o guerrieri e delle macchine, e le decorazioni del campo, che di sommo piacere e stupore restò presa tutta la gran folla degli spettatori, e ne corse la fama per tutta Italia. Veggonsi cotali feste descritte e date alle stampe. Ma si cangiò presto l'allegria in duolo, perciocchè nel dì 21 d'aprile fu rapita dalla morte Lucrezia de Medici duchessa di Ferrara, figlia del duca Cosimo. Nè molto si stette a vedere risorgere la lite di precedenza fra essi duchi di Ferrara e di Firenze, la qual durò poi anni parecchi. Era tornato, siccome dicemmo, a' suoi Stati Emmanuel Filiberto duca di Savoia, e siccome si avvicinava il tempo che gli doveano essere restituite dai Franzesi le città di Torino, Pinerolo, ed altre restate [696] in loro mani, fece istanza perchè esaminassero le pretensioni del re Cristianissimo contro la casa di Savoia. Furono sopra ciò tenute varie conferenze dai ministri dell'una e dell'altra corte tanto nell'anno precedente, che nel presente, senza apparire che alcuna delle parti cedesse. Misero ancora i Franzesi in campo la difficoltà di rendere quelle piazze al duca, per non essere il re loro in età legittima; e il parlamento di Parigi eccitava anch'esso dubbii maggiori. Seguì poi, siccome diremo, lo scioglimento di queste controversie nell'anno seguente. Ardeva intanto, per le discordie e guerre fra i cattolici ed ugonotti, tutta la Francia, le cui sciagure chiunque brama di intendere, ha da ricorrere agli storici particolari di quel regno, e specialmente al nostro Davila. Riuscì quest'anno dannoso a Napoli e Sicilia, non solo per le prede ivi fatte dai corsari africani, ma ancora per varii tremuoti che atterrarono gran copia di fabbriche colla morte di più centinaia di persone. Le istanze fatte al tribunale cesareo da Alfonso marchese del Carretto contra de' Genovesi, che gli aveano occupato il marchesato del Finale, produssero una sentenza, per cui furono essi condannati alla restituzion dello spoglio coi frutti, danni e spese della lite. I Genovesi, che trovavano molto comodo ai loro interessi il possesso del Finale, maltrattarono non solo il messo che andò ad intimar loro quella sentenza, ma anche un feciale che fu poi spedito dall'Augusto Ferdinando, per denunziar loro il bando dell'Imperio, se senza dilazione non restituivano il marchesato, colla piena esecuzion della sentenza. Ciò che ne avvenisse, si dirà all'anno 1563.


   
Anno di Cristo MDLXII. Indizione V.
Pio IV papa 4.
Ferdinando I imperadore 5.

Rallegrossi la Chiesa di Dio nel presente anno, perchè nel dì 18 di gennaio si riassunse in Trento il concilio generale, [697] e si celebrò la prima sessione, ossia la diecisettesima in riguardo alle altre degli anni addietro. Contaronsi di quella sacra assemblea, oltre ai cinque cardinali legati della santa Sede, due altri cardinali cioè quel di Lorena e il Madruccio, tre patriarchi, venticinque arcivescovi, centosessanta vescovi, sette abbati, sette generali d'ordini religiosi, e più di cento teologi, scelti dai regni del Cattolicismo. E dipoi v'intervennero in varii tempi anche gli oratori dell'imperadore, del re di Francia, Spagna, Portogallo, Ungheria e Boemia, Polonia, Venezia, e d'altri duchi e principi. Guglielmo duca di Mantova vi fu nel principio in persona. Pertanto si continuarono quivi le sessioni si per lo stabilimento dei dommi, che per la riforma della Chiesa. Teneva questo grande affare non meno occupati i padri del concilio, che lo stesso papa e tutta la corte romana; nè dimenticò il pontefice d'invitare ad esso concilio anche i patriarchi e vescovi scismatici dell'Oriente. Venne infatti circa il mese di maggio a Roma Abdisù patriarca de' Soriani, uomo assai dotto, che rendè ubbidienza al romano pontefice, con accettare tutti i concilii generali venerati dalla Chiesa romana, e i decreti del presente tridentino, e col promettere di fare il possibile di trarre i suoi metropolitani e vescovi all'unione colla Sede apostolica. Ma la comparsa di questo patriarca finì, secondo il solito, in una pace di commedia fra la santa romana Chiesa e gli scismatici soriani. Il povero patriarca, il quale è da credere che parlasse di cuore, con assai regali e rifacimento di quanto gli aveano tolto i Turchi nel venire a Roma, se ne tornò contento in Soria; ma come prima continuarono que' cristiani a sostener i loro errori e la separazione dalla Chiesa romana. Crescevano intanto i guai della Francia per la detestabil ribellione e guerra mossa contro il re Carlo IX dagli eretici calvinisti, chiamati ugonotti; e con ciò crebbe anche al re il bisogno di soccorsi. Non mancarono [698] il papa ed ancora il re di Spagna di mandarne, e specialmente esso re Cattolico esibì al re cognato dodici mila fanti e tre mila cavalli; ma i Franzesi non accettarono se non tre mila d'essi fanti ed altrettanti Italiani. Grosse somme ancora di denaro furono inviate al re Cristianissimo dai Veneziani e dai duchi di Ferrara e Firenze. A questi aiuti fu in parte attribuita la insigne vittoria che verso il fine del presente anno riportarono l'armi cattoliche contro degli ugonotti, benchè la medesima costasse ben caro ai vincitori stessi. Fa qui lo storico e vescovo Belcaire un epifonema, riconoscendo l'origine di tanti mali dallo orgoglio degli eretici, dalla negligenza, dall'avarizia e dai disordinati costumi dei precedenti pastori della Chiesa di Dio, che aveano offuscata la vera pietà, e dato campo agli eresiarchi di declamar cotanto contra di noi.

Queste calamità e necessità della Francia quelle furono che più d'ogni altra ragione indussero il re Carlo e i suoi ministri a sacrificare infine le lor pretensioni in favore di Emmanuel Filiberto duca di Savoia. Dall'un canto abbisognavano del di lui aiuto; dall'altro poteano temere ch'egli, perduta la pazienza, diventasse lor nemico, ed accrescesse le forze ai congiurati contra della corona. Il perchè si venne ad un accordo, per cui il re Cristianissimo convenne di rilasciare al duca Torino, Civasco, Chieri e Villanuova di Asti; e che il duca rilascerebbe al re possesso di Pinerolo, di Savigliano e della Perosa, ed inoltre procurerebbe di somministrare in servigio di sua maestà mille fanti e trecento cavalli pagati, con altri capitoli ch'io tralascio. Fece quanto potè il maresciallo di Bordiglione per impedire, o almeno per differire l'esecuzion di questo trattato ch'egli chiamava troppo pregiudiziale al re, quasichè fortissime, anzi chiare ragioni non assistessero il duca contra l'invasion de' suoi Stati fatta da' Franzesi. Tuttavia nel dicembre di quest'anno [699] si vide rimesso il duca in possesso di Torino e degli altri suddetti luoghi: il che riuscì d'inestimabil consolazione a quel principe e a' sudditi suoi. Un altro avvenimento anche di maggior allegrezza per la real casa di Savoia era stato l'avere la duchessa Margherita nel dì 12 di gennaio di quest'anno dato alla luce un principino, a cui fu posto il nome di Carlo Emmanuele, unico frutto del loro matrimonio, tale nondimeno, che noi a suo tempo il vedremo sorpassare la gloria di tutti i suoi antenati. Non fu già favorevole il presente anno alla casa de Medici, anzi al resto dell'Italia. Imperocchè, oltre ad una siccità inudita, essendovi stati luoghi che per sette mesi non seppero cosa fosse pioggia, il che produsse non lieve penuria de' viveri, nell'ottobre e novembre cominciò a scorrere per Italia un malore di qualità epidemiale, passando da una città nell'altra, con infermarsi la maggior parte delle persone, e seguirne la morte d'assaissime per ogni città, e massimamente in Napoli, dove intorno a venti mila persone cessarono di vivere. La stessa febbre micidiale (a cui poi fu dato il nome del Castrone) in altri tempi si è fatta sentire all'Italia, e a' nostri di imperversò qui non poco, correndo l'anno 1730, andando anche allora gradatamente di città in città.

Ora il duca Cosimo, che in tutte le guise si studiava di far comparire la sua divozione ed attaccamento alla corona di Spagna, mandò in quest'anno con pomposo accompagnamento don Francesco suo primogenito a Madrid, acciocchè ivi soggiornasse, e facesse la corte a quel gran monarca. Ma eccoti nel novembre di quest'anno, per cagion della suddetta, oppur d'altra maligna influenza, cader malato il cardinale Giovanni di età di diecinove anni, e don Garzia di minore età, amendue figliuoli del suddetto duca, e giovanetti di generosa indole e di rara espettazione, e l'un dietro all'altro essere rapiti dal mondo. Voce nondimeno comune allora fu, che, odiandosi fra loro [700] questi due fratelli, don Garzia in una caccia uccidesse il cardinale, senza esser veduto da alcuno. Avvisatone Cosimo, fece segretamente portare il cadavero in una stanza, e colà chiamò Garzia, immaginandolo autore di quell'eccesso. Arrivato ch'egli fu, cominciò il sangue dello estinto a bollire e ad uscir della ferita. Allora Cosimo, dando nelle furie, presa la spada di Garzia, colle sue proprie mani l'uccise, facendo poi correr voce che amendue fossero morti di malattia. Se questa sia verità o bugia, nol so io dire. Ben so, che trafitta dalla perdita di così cari germogli, donna Leonora di Toledo lor madre, e soccombendo al dolore, anch'ella terminò fra poco i suoi giorni: donna che col suo consiglio e giudizio avea, per comun sentimento, contribuito non poco alla felicità del marito. Ebbe bisogno Cosimo della sua virtù per poter resistere all'urto di siffatte traversie; e il pontefice Pio IV, per consolarlo, creò poscia cardinale nel giorno 6 di gennaio dell'anno seguente, Ferdinando altro di lui figliuolo, tutto che appena giunto alla età di quattordici anni. Ma non andò senza affanni lo stesso pontefice nell'anno presente. Grande era l'amore ch'egli portava a due suoi nipoti Borromei, cioè al conte Federigo e al cardinal Carlo, e sel meritavano essi per le loro virtù. Ad istanza del re Cattolico, avea il papa restituito a Marcantonio Colonna tutte le terre a lui tolte dal pontefice predecessore, e in tale occasione data in moglie al figlio di Colonna una sorella dei suddetto conte Federigo. All'incontro, il re, per non lasciarsi vincere in generosità, avea donato al conte Federigo il marchesato ossia ducato d'Oira nel regno di Napoli, ricaduto alla corte, con assegnargli anche una pensione annua di alcune migliaia di scudi sopra la gabella della seta di Calabria, con altre promesse; e similmente un'altra pensione di dodici mila scudi al cardinal Carlo di lui fratello sopra l'arcivescovato di Toledo. Ma preso nel novembre esso conte Federigo [701] da quella infermità che dicemmo diffusa per l'Italia, terminò la carriera del viver suo con molto dolore del papa, che vide sfasciati in un momento i suoi disegni dalla volubilità delle cose umane. Servì la perdita del giovane fratello al cardinal Carlo per maggiormente mettersi nella via de' santi. Attese in quest'anno l'imperador Ferdinando a stabilire il figlio Massimiliano nella succession de' regni e della dignità sua. Il fece coronare re di Boemia, e poscia nella dieta degli elettori in Francoforte ottenne che fosse nel dì 25 d'ottobre proclamato re de' Romani. La sua coronazione venne poi solennizzata nel dì 30 di novembre, e fu anche nell'anno seguente a lui conferita la corona del regno d'Ungheria. Erano intanto occupati i pensieri di papa Pio IV dalla grand'opera del concilio di Trento, che proseguiva con vigore, ma insieme con continui dibattimenti per le precedenze degli ambasciatori spediti colà dai re e principi seguaci della Chiesa cattolica. Con tutto ciò, non lasciava egli di accudire a migliorare il governo di Roma, con avere specialmente in quest'anno regolata la forma de' giudizii, affinchè non si tirassero troppo in lungo le liti. Riformò ancora la corte, la sacra penitenzieria e i notai della camera apostolica, e pubblicò anche una riforma intorno al conclave. Erano restate guaste dall'antichità le celebri terme di Diocleziano imperadore. Egli le convertì in una chiesa e monastero, e ne diede il possesso ai monaci certosini. Ordinò ancora che i titoli delle chiese e diaconie assegnati ai cardinali, giacchè per la vecchiaia non meno, che per la negligenza dei precedenti porporati, erano andati in rovina, si riparassero: cose tutte che renderono sempre più glorioso il di lui pontificato.

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Anno di Cristo MDLXIII. Indizione VI.
Pio IV papa 5.
Ferdinando I imperadore 6.

Gran dispute e dissensioni, sì di precedenza che di riforma, occorsero in quest'anno nel concilio di Trento, mosse in parte dall'oratore spagnuolo, dai Franzesi e dagl'imperiali, che tennero in qualche inazione que' padri. Colla pazienza nondimeno e colle buone maniere dei cardinali legati tutto si andò superando. Ma nel dì 2 di marzo restò conturbata tutta la sacra assemblea per la morte di Ercole cardinal Gonzaga, a cui tenne dietro nel dì 17 dello stesso mese il cardinal Girolamo Seripando. Erano amendue legati a latere del papa, e personaggi per la pietà, per la dottrina e per la prudenza di un merito incomparabile. In luogo d'essi spedì il pontefice da Roma due altri insigni porporati, cioè Giovanni Morone Milanese, che vedemmo sì maltrattato da papa Paolo IV, e Bernardo Navagero Veneziano. Continuarono anche dipoi i contrasti dalla parte de' Franzesi e dell'imperadore. Pure col divino aiuto proseguì vigorosamente il concilio, e più che mai si stesero decreti riguardanti il dogma egualmente che la disciplina ecclesiastica. Per tanta dimora in Trento erano per la maggior parte stanchi i padri. Intervennero allora altri motivi, per li quali nel mese di novembre si cominciò a trattare di terminar quella gran funzione: al che si trovarono ripugnanti gli Spagnuoli. Ma, venuto avviso che sul fine di novembre era stato preso il sommo pontefice da un pericoloso accidente, per cui si dubitava di sua vita, tale scompiglio entrò per questo in quella sacra adunanza, che l'ambasciatore del re Cattolico si diede per vinto, e consentì che si proponesse il fine del concilio. Tornò il papa da lì a non molto a goder buona sanità. Ora, dopo avere il consesso dei padri smaltiti con indicibil diligenza varii punti di dogma e di riforma che restavano [703] a farsi, nella sessione ventesima quinta ebbe fine nel dì 4 di dicembre il sacrosanto concilio di Trento: concilio a cui intervennero i più dotti vescovi e teologi di tutti i regni cattolici, e che superò tutti gli altri precedenti per l'ampia esposizione della dottrina della vera Chiesa, e per la correzione e riforma di assaissimi punti spettanti alla disciplina ecclesiastica. Tanti abusi che da lì innanzi cessarono, tanta emendazione e mutazion di costumi nell'uno e nell'altro clero, e il presente bell'aspetto della Chiesa di Dio tanto ne' pastori di sublime grado che dell'ordine inferiore, troppo diverso da quello in cui si trovava essa Chiesa allorchè Dio permise la nascita di tante eresie nel Settentrione per gastigo nostro, e molto più per gastigo di chi si ribellò alla religione dei suoi maggiori: tutto questo lo dobbiamo riconoscere da quel benedetto concilio, che poi fu solennemente confermato dal romano pontefice, ed accettato, almeno per quello che appartiene ai dogmi, da tutta l'universalità dei cattolici. Misericordia di Dio fu ancora, che in tal congiuntura sedesse nella cattedra di San Pietro un pontefice di buona volontà, e che i grandi affari della santa Sede fossero principalmente appoggiati alla mente diritta, all'indefesso zelo e alla pietà singolare del cardinal Carlo Borromeo, primo ministro della sacra corte, che a gloria di Dio e a benefizio della repubblica cristiana trasse a fine quella memoranda impresa. Fu egli anche il primo a dar buon esempio agli altri, con severamente riformare la propria corte. Erano stati inviati ad esso concilio anche i protestanti. Niun d'essi vi volle intervenire, perchè avrebbero preteso di dare, e non già di ricevere la legge. Però prima di quest'anno, e molto più dappoi, si scatenarono con varii libri contra del concilio suddetto, vendicandosi in quella maniera che poterono degli anatemi contro di lor proferiti. Ma è da sperare nella clemenza di Dio che verrà un dì in cui si saneran queste piaghe. E certamente [704] questo ha da essere uno dei desiderii di chiunque, sia cattolico, sia di altra credenza, purchè professi la santa religione di Gesù Cristo, condannatrice degli scismi.

In quest'anno ancora grave danno risentirono le marine dell'Italia dai corsari barbareschi, e specialmente quelle di Napoli. Dragut Rais, fuggito dall'assedio di Orano, comparve colà con tutte le sue forze, e gli riuscì di prendere sei legni cristiani che s'erano spiccati da quel porto col carico di molta gente e merci. Ad uno d'essi il disperato capitano Vincenzo di Pasquale Raguseo diede il fuoco, mandando in aria e in acqua tutte le robe e famiglie che quivi si trovavano. Dragut per tale risoluzione gli fece poi tagliare la testa. Era, dissi, stato ne' giorni addietro assediato fieramente Orano dai Mori, al soccorso della qual fortezza accorsero anche le galee di Napoli; e ben sapea Dragut che Napoli si trovava allora senza galee da difesa. Il perchè l'orgoglioso Barbaro giunse fin sotto Chiaia con isperanza di coglier ivi la marchesa del Vasto, la quale per buona fortuna non vi si trovò, e però solamente fece schiavi alquanti cristiani, che il vicerè da lì a poco riscattò. Alle coste eziandio della Puglia, dell'Abbruzzo e del Genovesato fecero questi masnadieri delle aspre visite. Grandi perciò erano i lamenti dei popoli; ma niun provvedeva, eccettochè i cavalieri di Malta, i quali sempre in corso recarono bensì non pochi danni alle terre de' Turchi, ma senza sollievo di quelle de' cristiani. Dalle civili guerre fu in quest'anno parimente lacerata la Francia, dove gli inquieti e perfidi ugonotti fecero assassinare ed uccidere il valoroso duca di Guisa, capo della parte dei cattolici. In Ispagna, giacchè il re Filippo II non poteva aver successione dalla nuova sua moglie, sorella del re di Francia, ed era per altra parte malissimo contento dell'unico suo figlio don Carlo, giovane di cervello torbido, egli desiderò che Massimiliano II re de' Romani suo cugino inviasse [705] alla corte di Madrid i di lui due figli Ridolfo ed Ernesto arciduchi, acciocchè apprendessero i costumi degli Spagnuoli, e per ogni bisogno potessero sostenere la casa d'Austria nella monarchia di Spagna. Passarono questi due principi verso il fine dell'anno per Milano, e andarono dipoi ad imbarcarsi a Nizza, con ricevere dappertutto distinti onori.

Ad essa città di Milano tentò in questo anno il re Cattolico di fare un regalo, col volere introdurre colà l'inquisizione all'uso di Spagna. Contuttochè la maggior parte de' cardinali ripugnasse a tal novità, pure il papa, a cui premeva di non disgustare un sì potente re, si lasciò vincere, e condiscese a siffatta istanza. Esposta dal duca di Sessa governatore ai Milanesi la volontà reale, gran commozione si svegliò nella nobiltà del pari che ne' popolari, assai informati dell'odiatissimo rigore dell'inquisizion di Spagna, e come sotto colore di punir le colpe di chi era miscredente nella fede, per altri delitti ancora, o veri o pretesi, si facevano segrete giustizie o vendette a piacimento del principe. Però tutti animosamente risposero d'essere buoni cattolici, e non trovarsi fra loro Ebrei finti cristiani, come in Ispagna; nè esservi motivo alcuno di mutar l'ordine già prescritto e discreto di quel tribunale in Italia, e che perciò non comporterebbono una sì esorbitante gravezza. Poco mancò che non si venisse ad una sollevazione, e non si rinovasse la scena succeduta negli anni addietro per questo medesimo tentativo in Napoli. Il saggio governatore, veggendo gli animi sì mal disposti, calmò con buone parole il lor movimento, e promise di scrivere in favore di essi al pontefice e al re. Così fece egli, nè più si parlò di questo affare. Per simili sospetti sorse ancora nell'anno seguente non lieve alterazione nel popolo di Napoli, troppo alieno dall'ammettere anche la sola ordinaria inquisizione che si pratica in tante città d'Italia per unico bene della religione. Erasi da qualche tempo costituito [706] capo di banditi nella Calabria un certo Marco da Cotrone; e concorrendo a costui la feccia di tutti i malviventi, arrivò la sua baldanza a prendere titolo di re, onde era comunemente appellato il re Marcone. Infestava egli tutte le strade, spogliava i passaggieri, metteva in contribuzione le ville, vendeva anche i poveri cristiani ai corsari barbareschi. Spedì il vicerè di Napoli contra di quegli assassini alcune compagnie di Spagnuoli che vi rimasero o morti o prigioni. Fu d'uopo di inviarvi dipoi circa due mila fanti e cavalli sotto il comando di Fabrizio Pignatelli marchese di Cerchiero, la cui industria seppe sparpagliare e poi ridurre a nulla quella ciurma di malandrini. Tornò in quest'anno dalla corte di Madrid a Firenze don Francesco primogenito del duca Cosimo. Irritato l'imperador Ferdinando dello sprezzo fin qui mostrato dai Genovesi della sua sentenza nella causa del Finale, pubblicò in quest'anno un duro decreto contra di quella repubblica, la quale perciò ricorse al re di Spagna per placarlo. Durarono poi le dissensioni de' Finalini, finchè nel 1571 il duca d'Albuquerque governator di Milano, andò a mettere presidio spagnuolo nel Finale, terra che fu poi nell'anno 1598 venduta dal marchese Andrea Sforza, ultimo di quella linea, al re Filippo II, il cui successore Filippo III nell'anno 1619 ne ottenne l'investitura dall'imperadore Mattias.


   
Anno di Cristo MDLXIV. Indizione VII.
Pio IV papa 6.
Massimiliano II imperad. 1.

Non tardò il pontefice Pio IV a far conoscere il suo zelo per l'esecuzione dei decreti del concilio di Trento. Gravissimi disordini erano proceduti in addietro dall'assenza de' vescovi dalle loro diocesi, e s'era anche disputato forte in esso concilio se la residenza de' pastori fosse di gius divino, con riconoscerne almeno la somma importanza. Molti di essi vescovi se ne stavano in Roma impiegati [707] in varii uffizii, ed assaissimi altri nelle corti dei principi, intenti ai proprii vantaggi, e poco o nulla a quel delle lor chiese. Costrinse il papa gli abitanti in Roma a tornarsene alle lor greggie; e chi avea più d'un vescovato, fu obbligato a contentarsi d'un solo: dal che seguì una gran mutazione in Roma. Cominciossi ancora a procedere con posatezza nell'elezione de' vescovi, scegliendosi que' soli che aveano per sè la raccomandazion de' buoni costumi e del sapere: tutte provvisioni che riaccesero fra' popoli l'ardore della religione, e fecero a poco a poco cessare la depravazion de' costumi non solo nel clero, ma anche ne' secolari. Al che parimente non poco contribuirono colle lor fatiche ed esempli i nuovi ordini religiosi dei Teatini, Gesuiti, e la congregazion dello Oratorio di San Filippo Neri, che in questi tempi cominciò a fiorire. E perciocchè nel concilio suddetto era stata decretata l'erezion de' seminarii de' cherici, il pontefice ordinò la fabbrica del seminario romano che riuscì ben riguardevole, e ne diede poi la cura ai padri della compagnia di Gesù. Donò anche generosamente alla repubblica di Venezia il palazzo di San Marco, già fabricato in Roma da papa Paolo II. Ma una disgustosissima briga tormentò in quest'anno esso pontefice; imperciocchè, nata nel precedente una gravissima gara fra i ministri di Francia e Spagna a cagion della precedenza, per cui anche nel concilio di Trento s'era caldamente disputato, il papa non osava decidere, conoscendo inevitabil cosa che la decisione si tirerebbe dietro la nimicizia di chi restava al di sotto, laddove egli desiderava di star bene con tutti. Furono perciò presi varii spedienti, ma niun d'essi piacendo alla corte di Francia, anzi facendo il re Cristianissimo aspre doglianze e minaccie, papa Pio al riflettere che in tempi tanto pericolosi, ne' quali avea tanta forza ed anche fortuna in Francia il partito de' calvinisti, non conveniva [708] esacerbar quella corona: si dichiarò in favore dell'ambasciator franzese. E tanto più prese animo a far questo passo, perchè l'aveano prevenuto i Veneziani, e si dovea sperare che il piissimo animo di Filippo II, considerate le circostanze presenti, troverebbe non ingiusto il procedere della corte di Roma, siccome infatti avvenne.

Giunse in quest'anno a morte nel dì 25 di luglio dopo lunga malattia Ferdinando I imperatore, principe sommamente pio, e lodatissimo per le sue gloriose azioni. Ebbe per successore nella augustal dignità Massimiliano II suo figlio, già re de' Romani, d'Ungheria e Boemia, a cui tosto con rompere la tregua precedente, mosse guerra il vaivoda di Transilvania, assistito da' Turchi. Grande armamento di galee e navi fatto fu nel presente anno per ordine del re Cattolico in Napoli, Sicilia e Genova. Come una spina negli occhi stava ad esso re il Pegnon, cioè il sasso di Velez, scoglio altissimo nelle coste di Barberia, verso lo stretto di Gibilterra, su cui stando alla vedetta i corsari africani, e scoprendo da lungi i legni cristiani che uscivano de' porti di Spagna, o altrimenti veleggiavano pel Mediterraneo, erano pronti colle loro fuste e galeotte per volare ad assalirli e predarli. Dato fu il comando di quella flotta a don Garzia di Toledo, figlio del fu vicerè di Napoli. Vi concorsero la galee di Malta, di Firenze, di Savoia, di Portogallo, talchè l'armata arrivò ad ottantasette galee, oltre a una gran quantità di legni da carico, galeotte ed altre vele minori. Sul fine d'agosto giunse al suddetto Pegnone questo potente sforzo de' cristiani, e in poco tempo s'insignorì di quel posto, dove poi furono lasciati di presidio ottocento fanti. Fece nel mese di giugno del presente anno una rara risoluzione Cosimo duca di Firenze. Alcuni incomodi di sanità aveva egli patito, e però sì per proprio sollievo, come per addestrare il principe don Francesco suo primogenito [709] al maneggio degli affari, cedette a lui il governo degli Stati. Era allora il principe in età di ventiquattro anni, e la prudenza ed attività sua l'aveano già fatto conoscere per abilissimo a questo peso. Riservò a sè Cosimo il titolo e la dignità ducale, e da lì innanzi si ridusse come ad una vita privata, prendendo diletto delle ville e de' luoghi solitarii. Gran ribellione intanto bolliva in Corsica, dove que' popoli si mostravano mal soddisfatti del governo de' Genovesi, come ancora è avvenuto, e più strepitosamente, di nuovo a' dì nostri. Capo dei ribelli era un Sampiero, uomo fiero di quella nazione, il quale ancorchè avesse messo in rotta tre mila soldati genovesi spediti contro di lui, pure perchè gli mancavano le forze da tentar cose maggiori da per sè, fece almeno quanto potè per muovere qualche principe che assumesse l'acquisto di quell'isola, ma senza trovarne alcuno. Tanto innanzi andò quell'izza, che protestarono que' sollevati di volersi piuttosto dare a' Turchi, che tornare all'ubbidienza della repubblica di Genova: precipitoso consiglio che si è fatto udire anche ne' tempi nostri. In mano d'essi Genovesi restavano le principali fortezze, e riuscì loro di ripigliar Portovecchio coll'aiuto dell'armata spagnuola che ritornava dalla conquista del Pegnone.


   
Anno di Cristo MDLXV. Indizione VIII.
Pio IV papa 7.
Massimiliano II imperad. 2.

Avvenimento sopra modo strano parve l'essersi nel gennaio di quest'anno scoperta una congiura contra del pontefice Pio IV, il quale mansueto e clemente, non odio, ma amore cercava pur di riscuotere da ognuno; nè certamente alcun danno o dispiacere avea recato a chi meditò di torre a lui la vita. Fu essa cospirazione tramata da Benedetto Accolti, figlio del fu cardinale Accolti, ed in essa concorsero il conte Antonio Canossa, [710] Taddeo Manfredi, il cavalier Pelliccioni, Prospero Pittorio ed altri, tutti gente di mala vita, e gente fanatica, come dai fatti apparve. Fu creduto che l'Accolti, coll'essere stato a Ginevra, avesse ivi bevuto non solamente il veleno dell'empie opinioni, ma eziandio le fantastiche immaginazioni ch'egli ebbe forza d'imprimere ne' complici suoi. Cioè, diceva egli, che ucciso il presente papa, ne avea da venire un altro divino, santo ed angelico, il quale sarebbe monarca di tutto il mondo. E buon per costoro, perchè bel premio aveano da riportare di sì orrido fatto. Al conte Antonio dovea toccare il dominio di Pavia; quel di Cremona al Manfredi; al Pelliccioni quello della città dell'Aquila; e così altre signorie agli altri. Per conoscere meglio l'illusione e leggierezza delle lor teste, basterà sapere che si prepararono al misfatto colla confession de' lor peccati, tacendo nulla di meno l'empio sacrilegio ed omicidio che disegnavano di commettere. Fissato il giorno, si presentò una mattina ai piedi del pontefice l'Accolti col pugnale preparato all'impresa; ma sorpreso da timore, nulla ne fece. Nata perciò lite fra i congiurati, il Pelliccioni, per salvar la vita, andò a rivelare il già fatto concerto. Tutti furono presi; e per quanto coi tormenti e colle lusinghe si procurasse di trar loro di bocca chi gli avesse sedotti ed incitati a sì esecranda azione, nulla si potè ricavarne, se non che l'Accolti sosteneva di aver di ciò parlato cogli angeli, i quali certamente non doveano essere di quei del paradiso. Furono costoro pubblicamente tormentati per la città, e poi tolti dal mondo. L'Accolti, sempre ridendo fra i tormenti, assai dimostrò che si trattava di gente che avea leso il cervello, e forse meritava più la carità d'esser tenuta incatenata in uno spedale, che il rigore di un capestro. Per assicurarsi non di meno il papa da altri simili insulti, destinò al palazzo papale la guardia di cento archibusieri. Confermò parimente [711] l'ordine da lui fatto nel 1562, che non dovessero godere franchigia i palazzi dei cardinali, nè degli ambasciatori de' principi, affinchè non servissero di rifugio a' malviventi. Proibì poscia sotto varie pene ai nunzii pontifizii di procacciarsi lettere di raccomandazione dai principi, o di valersi di quelle che essi spontaneamente esibissero. Fece inoltre nel dì 11 di marzo la promozione di molti cardinali, la maggior parte persone di gran merito, e contossi fra esse Ugo Boncompagno vescovo di Bologna, che fu poi Gregorio XIII.

Gran terrore, massimamente all'Italia, diede in quest'anno il tuttavia vivente e feroce sultano dei Turchi Solimano. Si rodeva egli da molto tempo le dita per li continui insulti che faceano alle sue navi e terre i cavalieri gerosolimitani di San Giovanni, chiamati gli Ospitalarii; però venne alla determinazione di levar loro l'isola di Malta, da lui chiamata nido dei corsari cristiani. Stupendo fu il suo armamento, perchè giunse a ducentoquaranta vele, fra le quali si contarono centosessantotto galee con copiosa quantità di gente da sbarco e d'artiglierie. Simile armata di mare non avea mai fatta in addietro la potenza ottomana. General di terra fu Mustafà bassà; general di mare Pialy bassà unghero rinegato. Andò ancora, ma tardi, ad unirsi con loro il famoso corsaro Dragut Rais colle sue galeotte e soldati. Certificati intanto del barbarico disegno don Garzia di Toledo vicerè di Sicilia, e il generoso gran mastro di que' cavalieri Giovanni Valletta, aveano provveduta la città di Malta di tutto il bisognevole per sostenere un assedio. Nel dì 18 di maggio a vista di quell'isola comparve la formidabil flotta turchesca; ed allora tutti i combattenti cristiani con sommo coraggio e insieme allegria corsero ai posti lor destinati, contando per fortunata la loro vita, se la spendeano per difesa della fede e della patria. Erano intorno a sei mila i difensori, cioè cinquecentonovanta [712] cavalieri, quattro mila Maltesi, e mille e cinquecento soldati, e forse più, tra Italiani, Franzesi e Spagnuoli. Cominciarono i Turchi a battere con molti pezzi di grossa artiglieria il castello di Santo Ermo, posto nella lingua di terra che guarda i due porti dell'isola, e poi vennero a furiosi assalti, che costarono loro gran perdita di gente; e in uno d'essi colpito il corsaro Dragut rallegrò assaissimo i cristiani colla sua morte. Nel dì 21 di giugno restò presa la suddetta fortezza, e trucidato chiunque era sopravvivuto alla forte difesa. Si accinse dipoi Mustafà all'assedio della fortezza di San Michele; nel qual tempo, cioè a dì 12 di luglio, venne a rinforzarlo il bey d'Algeri con ventisette legni, sui quali erano più di mille uomini da guerra.

All'incontro, spedito di Sicilia il mastro di campo Robles con quattro galee, passando arditamente quasi per mezzo i nemici, sbarcò nell'isola secento fanti, rinforzo che recò non lieve ristoro agli assediati. Frequenti e sanguinosissimi furono gli assalti dati a quella fortezza dai Turchi, e già le loro trincee erano arrivate sotto le mura, e si lavorava di mine; quando il Toledo vicerè di Sicilia, dopo tanta dilazione, determinò di portare all'afflitta città il promesso soccorso. E però con sessantadue galee giunto nel dì 7 di settembre alla parte di Malta vecchia, colà sbarcò nove mila soldati eletti, con vettovaglia per quaranta giorni, e poi se ne tornò in Sicilia a preparar altri aiuti. Mandò il bassà Mustafà sei mila de' suoi a riconoscere che gente era quella, e trovò persone che sapeano menar le mani, perchè uccisero forse mille e cinquecento di quegl'infedeli. La notte seguente imbarcati i Turchi, fecero vela alla volta di Lepanto, lasciando libera l'isola di Malta, ma conquassate tutte le sue fortezze. Perirono in quell'assedio, per quanto fu creduto, almen venti mila Turchi, parte per le battaglie, e parte per le infermità. De' cristiani quattro mila se ne contarono estinti ne' combattimenti, [713] fra i quali, chi dice ducentoquaranta, e chi trecento cavalieri, che intrepidi sempre in tutte le fazioni, combattendo come leoni, lasciarono gran fama del loro valore. Nè minore fu quella del vecchio gran mastro Valletta, non avendo egli in sì terribil congiuntura perdonato a fatiche e pericolo alcuno. Lasciò egli dipoi immortale maggiormente il suo nome per avere aggiunta alla vecchia città la città Valletta, e tanta copia di fortificazioni, che Malta può oggidì sembrare inespugnabile, o, per dir meglio, può appellarsi la città più forte dell'universo. Guai all'Italia, s'essa cadea allora nelle griffe turchesche; però quanto fu il terrore d'ognuno per quell'assedio, altrettanto giubilo si provò nella sua liberazione. Nè già mancò papa Pio IV di somministrar soccorso di gente e danaro per sì urgente bisogno della cristianità. Tuttavia don Garzia di Toledo, per aver cotanto differito il soccorso, ebbe dei miramur dal re Cattolico, e col tempo perdè il governo della Sicilia.

Fin l'anno precedente era stato conchiuso il matrimonio dell'arciduchessa Barbara d'Austria, figlia di Ferdinando I imperadore, con Alfonso II duca di Ferrara, e dell'arciduchessa Giovanna di lei sorella minore con don Francesco de Medici principe di Firenze. Ma convenne differirne dipoi l'esecuzione per la morte del suddetto Augusto. Nel dì 21 di luglio del presente anno il duca di Ferrara con grandioso accompagnamento s'inviò verso la Germania, per visitare in Ispruch la principessa a lui destinata in moglie. Di là passò a Vienna per assistere al funerale del defunto Cesare, e ricevette singolari finezze dal novello imperador Massimiliano II, e dai due arciduchi di lui fratelli. Tornato poscia in Italia, si diede a fare i preparamenti più magnifici per le nozze suddette; e nel dì 20 di novembre inviò a Trento il cardinale Luigi d'Este suo fratello accompagnato dal cardinal di Correggio e da una comitiva nobilissima, a sposare l'arciduchessa [714] in suo nome. Insorsero ivi dispute di precedenza, per esservi giunto prima in persona il principe di Firenze, con pretendere perciò che seguisse lo sposalizio suo avanti a quello del duca di Ferrara. Ma rappresentando il cardinal Luigi la preminenza dell'età nella principessa Barbara, e del grado nel duca Alfonso, stante l'essere questi sovrano, e il Medici soggetto al padre duca, s'incagliò forte lo affare; e contuttochè il santo cardinale Carlo Borromeo, spedito colà dal papa con titolo di legato per onorar quelle nozze, si adoperasse non poco per ismorzare la contesa, niun d'essi volle ritrocedere. Troncò dipoi Massimiliano Augusto il gruppo con ordinare che lo sposalizio delle due arciduchesse si facesse negli Stati dei mariti loro destinati. Il che fu poscia puntualmente eseguito. Insigni feste furono fatte in Ferrara nel dì 5 di dicembre, in cui l'arciduchessa Barbara fece la sua solenne entrata, e parimente ne' susseguenti giorni, essendosi specialmente nel dì 11 del detto mese data esecuzione ad un torneo, intitolato il tempio d'amore, che riempiè di maraviglia e diletto per la novità e magnificenza dell'anfiteatro, delle macchine e delle comparse, l'incredibil copia degli spettatori, accorsi colà anche da lontane parti. Fra gli altri merita d'essere mentovato Guglielmo duca di Mantova con Leonora d'Austria sua moglie, sorella della nuova duchessa di Ferrara. Era allora essa città di Ferrara riguardata qual maestra di queste arti cavalleresche. Passò a Firenze anche l'arciduchessa Giovanna, e quivi ancora con solennissime feste di maschere, conviti, balli, giuochi di cavalli, caccie di fiere selvatiche, ed apparati di statue e pitture, furono magnificamente celebrate le sue nozze.

Abbiam fatta menzione del piissimo cardinal Carlo Borromeo, legato allora della santa Sede per tutta l'Italia. Ardeva egli di voglia di portarsi a Milano per visitar la sua chiesa, con disegno ancora di tener ivi il primo suo concilio [715] provinciale; e cotanto tempestò lo zio pontefice, a cui troppo rincresceva lo stare senza di lui, che ottenne licenza di inviarsi colà nel dì primo di settembre. Vi andò, accolto con incredibil allegrezza e divozione dal popolo milanese; celebrò il concilio suddetto, con alloggiare alle sue spese i vescovi suffraganei; poscia si portò, siccome dicemmo, a Trento. Accompagnata sino a Ferrara la duchessa Barbara, continuò poi il cammino colla principessa di Toscana sino a Fiorenzuola, dove ricevette un corriere colla nuova di grave malattia sopraggiunta al pontefice; e però prese le poste verso Roma. Parve che in quest'anno il papa si dipartisse dalle massime plausibili di governo osservate da lui in addietro, e massimamente durante il concilio di Trento, di cui mostrava apprensione. Cioè si diede a far danaro; al qual fine impose alquanti nuovi aggravii allo Stato ecclesiastico: maniera comoda per ricavarne, ma eziandio per eccitar lamenti e riscuotere maledizioni. Fece anche rivedere i processi già cominciati contro di alcuni nobili, per imputazion di varii delitti; e questi furono il conte Gian-Francesco da Bagno e il conte Nicola Orsino da Pitigliano, a' quali diede gran travaglio; e fu creduto che si riscattassero colla moneta. Mosse in oltre lite al duca di Ferrara, pretendendo ch'egli avesse fatto più sale che non conveniva, con pregiudizio della camera apostolica: tutte cose odiose, benchè vestite col manto della giustizia. E non è già che questa avidità di pecunia gli entrasse in cuore per ingrassare od innalzare i parenti. Ebbe egli da soccorrere Malta con gente e danari; ebbe da inviar somma di contante all'imperadore per la guerra mossa dal Transilvano e dal Turco. Avea anche preso piacere alle fabbriche, all'abbellimento di Roma, a risarcir le fortezze e i porti dello Stato della Chiesa. Terminò egli in quest'anno la fortificazion del Borgo di Roma, di cui sopra parlammo, e che abbracciava il Vaticano e castello Santo [716] Angelo, ed ampliò il recinto di Roma da quella parte, ordinando che si chiamasse Città Pia ad esempio di papa Leone IV che fabbricò la Leonina. Chiamasi oggidì Borgo Pio. Cominciò da' fondamenti il palazzo de' conservatori in Campidoglio, e rifece il pontifizio in esso sito. Ad uso pubblico rimise la via Aurelia, e fece del bene all'altra, che guida a Campagna di Roma. In benefizio ancora delle lettere istituì una nobile stamperia con varietà di caratteri anche di lingue orientali, e ne diede la cura a Paolo Manuzio letterato di molto credito, chiamato per questo a Roma.

Tali azioni, ed altre ch'io tralascio, servirono certamente ad illustrar la memoria di questo pontefice. Ma se per farle a lui fosse convenuto aggravare i suoi popoli, si può dubitare se sia vera gloria quella dei principi che senza necessità se la procacciano colle lagrime de' sudditi. La verità nondimeno si è, che la gravezza di quattrocento mila scudi d'oro da lui imposta nell'anno presente fu in soccorso dell'imperadore gravemente minacciato da' Turchi. Appena arrivato a Roma il cardinal Borromeo, ed informato dai medici della disperata vita del pontefice, egli stesso fu quello che destramente andò da avvertirlo che s'avvicinava il suo passaggio a miglior vita, e gli assistè sino all'ultimo respiro con altri due insigni cardinali Sirletto e Paleotto. Morì papa Pio IV nel dì 9 di dicembre, come s'ha dall'iscrizione posta al suo sepolcro; ma perchè mancò di notte, altri fa succeduta la morte sua nel dì 10 d'esso mese. Non mancarono difetti a questo pontefice (e chi n'è mai senza?), ma un nulla furono in paragon delle molte sue virtù; e sempre sarà in benedizione la memoria sua pel glorioso compimento da lui dato al concilio di Trento; per avere riformati i tribunali tutti di Roma; mantenuta la pace e l'abbondanza nei suoi Stati; e promosse alla sacra porpora persone di gran merito e di rara letteratura; e infine per essersi guardato da [717] ogni eccesso nell'amore de' suoi, ed avere a beneficio ed ornamento di Roma fatte tante belle fabbriche. Era egli dotato di sì felice memoria, che all'improvviso recitava squarci degli antichi poeti, storici e giurisconsulti. Furono in quest'anno tumulti nel Monferrato, essendosi rivoltato il popolo di Casale contra di Guglielmo duca di Mantova lor signore. Ma il governator di Milano, a cui non piacevano questi semi di guerra, fu loro addosso coll'armi, e gli obbligò a chiedere perdono. Durò bensì la ribellione dei Corsi, quantunque contra d'essi fosse spedito da Genova Stefano Doria con nuove genti. Ricevette egli una buona percossa da que' ribelli, che anche costrinsero Corte colla sua rocca a rendersi, ma egli dipoi la ricuperò. Nel dì 18 di novembre di quest'anno si videro pomposamente celebrate in Brusselles le nozze di Alessandro Farnese, figlio di Ottavio duca di Parma, con donna Maria figlia di Odoardo, fratello di Giovanni re di Portogallo, la quale da Lisbona fu magnificamente condotta in Fiandra, dove dimorava allora esso principe colla duchessa Margherita sua madre governatrice dei Paesi Bassi. Tornei, giostre ed altri suntuosi divertimenti non mancarono in quella congiuntura, tuttochè pregni di mali umori si trovassero in questi tempi i popoli di quelle contrade, siccome accenneremo all'anno seguente.


   
Anno di Cristo MDLXVI. Indizione IX.
Pio V papa 1.
Massimiliano II imperad. 3.

Sul principio di quest'anno, cioè nel dì 7 di gennaio, fu posto nella cattedra di San Pietro uno de' più riguardevoli pontefici della Chiesa di Dio, per opera spezialmente del piissimo cardinal Carlo Borromeo, a cui aderiva il grosso partito de' cardinali creati da Pio IV suo zio. Questi veramente sulle prime inclinava co' suoi voti a promuovere il degnissimo cardinal Morone milanese. Ma nel [718] dissuase il cardinal Michele Ghislieri, chiamato il cardinale Alessandrino, per essere stato il Morone carcerato sotto papa Paolo IV per sospetti di religione, quasichè non avesse bastato a pienamente dileguarli una chiara sentenza dell'innocenza di lui sotto il pontefice Pio IV, e l'esser egli stato capo del concilio di Trento. Si rivolsero dunque gli occhi d'esso Cardinal Borromeo ai cardinali Sirteto, Boncompagno, ed altri degni suggetti. Ma incontrandosi in cadaun d'essi qualche ostacolo, fissò finalmente i pensieri nel medesimo cardinale alessandrino; e tuttochè da più d'uno gli fosse rappresentato non convenire nè a lui nè alle creature di Pio IV l'innalzamento di chi riconosceva per suo promotore Paolo IV Caraffa, ed avea poco goduto della grazia dello stesso Pio IV; oltre all'essere in concetto d'uomo troppo rigido e severo; pure il Borromeo, assai conoscendo la somma pietà e l'integrità della vita dell'Alessandrino, e che il suo zelo non andava scompagnato dalla prudenza e clemenza, volle anteporre ad ogni privato suo riguardo il bene della Chiesa di Dio con accelerare la di lui elezione: esempio, il quale volesse Dio che stesse sempre davanti a chiunque deve entrare nel sacro conclave. Era nato il cardinale Ghislieri nell'anno 1505 nel Bosco, terra dell'Alessandrino, diocesi di Tortona, di bassa famiglia. Allorchè egli fu poi salito tant'alto, l'antica e nobil famiglia de' Ghislieri Bolognesi si recò ad onore di riconoscerlo di sua schiatta, vero o falso che fosse che un de' loro antenati nelle guerre civili avesse piantata casa nel Bosco. In età di quindici anni entrò nell'ordine religioso di San Domenico, in cui riuscì insigne teologo, fu inquisitore in varii luoghi, poi vescovo di Nepi e Sutri, e finalmente promosso alla sacra porpora nell'anno 1557 da papa Paolo IV che poi il deputò capo della sacra inquisizione in Roma. Era egli, siccome esente da ogni ambizione, ben lontano dal desiderio, [719] non che dalla speranza di dover reggere come sommo visibil pastore la Chiesa di Dio, quando contro l'espettazion d'ognuno egli dai cardinali Farnese e Borromeo fu proposto e concordemente eletto pontefice, e prese il nome di Pio V per compiacere il Borromeo. Cosa curiosa si racconta, di cui non mi fo mallevadore: cioè, che, passando per la terra del Bosco un corriere portante in Francia la nuova della di lui elezione, senza che egli sapesse che quella era la patria del papa, il suo cavallo si fermò nella piazza d'essa terra, nè sperone o battitura bastò a rimetterlo in cammino. Accorse gente in aiuto del corriere, e saputo da lui il motivo della sua fretta, vennero anche ricavando l'esaltazione del loro compatriota: il che fatto, il cavallo, senza farsi più pregare, tornò al suo galoppo. Grande allegrezza che fu in quel popolo.

Non accolsero già con pari giubilo i Romani l'esaltazion di questo pontefice, temendo di veder risorgere in lui l'odiato Paolo IV, perchè conosciuto per uomo severo e collerico, tutto che presto passasse la collera sua, e zelante al maggior segno della sacra inquisizione. Di queste voci informato il buon Pio, ebbe a dire: Confidiamo in Dio di aver da operare in maniera che ai Romani dispiacerà più la nostra morte che la nostra elezione. Infatti diede egli principio alle sue lodevoli azioni colla liberalità, donando ai cardinali poveri venti mila scudi d'oro, e dieci mila ai conclavisti. Pagò inoltre, secondo che avea desiderato pria di morire Pio IV, cinquanta mila scudi di dote al conte Altemps, che avea presa in moglie una sorella del cardinal Borromeo. Nel primo concistoro, dopo avere ringraziati i cardinali per averlo innalzato a sì sublime grado, li pregò del loro aiuto e consiglio per rimettere in buon tuono la Chiesa di Dio, onoratamente riconoscendo che tante eresie e disastri sopravvenuti alla religion cattolica altra origine non aveano avuto che dalla mala vita e dai cattivi esempli dell'uno e dell'altro [720] clero. Il perchè scongiurava ognuno di dar da lì innanzi buon odore, e di aiutarlo affinchè fossero ridotte in pratica le belle ordinanze del concilio di Trento. Poscia nel dì 6 di marzo per le tante batterie di varii porporati s'indusse a conferir la sacra porpora a fra Michele Bonelli suo pronipote per sorella, ed anche esso dell'ordine de' Predicatori, il quale per le molte sue virtù grande onore dipoi recò alla dignità cardinalizia. Applicossi dipoi con sommo fervore il santo pontefice a riformar la propria corte, gli abusi di Roma e corruttele della cristianità: intorno a che è da vedere la di lui Vita. All'infelice regina di Scozia Maria, agitata dalle fiere turbolenze del suo regno, inviò in dono venti mila scudi d'oro. La sua gratitudine verso di papa Paolo IV suo promotore cagion fu ch'egli, siccome accennammo, fatto rivedere il processo formato contra del fu cardinal Carlo Caraffa, e contra il già conte di Montorio suo fratello, e trovatolo difettoso, restituì almeno alla lor memoria e nobil casa ogni onore e fama, ancorchè paresse a taluno che lo scaricare i nipoti di Paolo IV tornasse in qualche aggravio o dello stesso pontefice loro zio, o di papa Pio IV che gli avea fatti condannare. Da una grave epidemia restò afflitto in questo anno il popolo romano. A tutti i poveri infermi somministrò il pontefice limosine, medici e medicine. Riscattò con pochi danari dalle mani de' corsari un suo nipote, per tale non riconosciuto da essi; e fattolo comparire in Roma con gli abiti da schiavo, gli donò un cavallo e un uffizio che annualmente fruttava cento scudi. Con questo lieve regalo il rimandò a casa sua. Così operava il santo pontefice, troppo alieno dal nepotismo.

Ma in quest'anno moltiplicarono i mali sopra la terra. Perciocchè il tuttavia vegeto gran signore dei Turchi Solimano, sempre sovvenendosi con rabbia dello scorno ricevuto da' cristiani nel vano assedio di Malta, e sempre ingordo di nuove conquiste, si diede a fare un più formidabile [721] armamento non solo per mare, ma anche per terra. Dove avesse a piombare il suo sdegno, non si potea ben prevedere. Erano certamente in pericolo Malta e la Ungheria. Perciò il gran mastro Valletta fece gagliarde istanze di soccorso al papa e al re di Spagna, che non mancarono di preparar gente e navi, e di spedir grosse somme di danaro per difesa di quella importante isola. In tale strettezza di tempo fece egli quante fortificazioni mai potè nella lingua di terra dove dianzi era la smantellata fortezza di Sant'Ermo, dando principio alla città poi denominata Valletta, e si premunì in maniera che nulla paventò da lì innanzi le minaccie e i vanti degl'infedeli. Vennesi poscia a scoprire tali non essere le forze in mare de' Turchi, per lo gravissimo danno da lor patito nel precedente anno sotto di Malta, che potessero tentar di nuovo un osso sì duro. Contuttociò unirono coloro una flotta di ottanta galee (Andrea Morosino la fa di circa cento quaranta) sotto il comando del bassà Pialy, e la lor prima impresa fu di sottomettere all'impero ottomano l'isola riguardevole di Scio, ricca per la produzion del mastice, la quale, ducento anni prima presa dai Genovesi, si governava a guisa di repubblica colla superiorità de' Giustiniani nobili di Genova, e colla permissione della porta ottomana, a cui pagavano ogni anno un tributo di dieci mila ducati d'oro. Proditoriamente fu occupata quella città, abbattute varie chiese, alzata ivi una moschea con incredibil dolore de' poveri cristiani. Giunse dipoi la flotta turchesca nell'Adriatico. Tentò in vano Pescara e l'isole di Tremiti; ma al loro furore soggiacquero nella costa di Puglia e dell'Abbruzzo Ortona, Francavilla, Ripa di Chieti, il Vasto, San Vito, la Serra Capriola, Termole ed altre terre, per lo spazio di cento miglia, che rimasero saccheggiate e date alle fiamme, con fare schiavo chiunque si trovò pigro a fuggire. Fu spedito dal papa il duca di Bracciano alla difesa della Marca con quattro mila [722] fanti pagati. I Veneziani frettolosamente corredarono e spinsero in mare cinquanta galee ben fornite di gente. Circa ottanta altre ne mise insieme don Garzia di Toledo vicerè di Sicilia. Verisimilmente l'avviso di tali armamenti quel fu, che indusse Pialy a tornarsene in Levante, lasciando liberi da ogni timore i Maltesi. Licenziate dipoi dal vicerè di Sicilia le galee di Spagna, Genova e Firenze, molte d'esse capitarono in mano de' corsari algerini, siccome ancora due navi con ricchissimo carico procedenti dall'America, per le quali prede immensi danni patì la repubblica cristiana.

Il pericolo maggior nondimeno, che soprastava ai cristiani, era in Ungheria, sapendosi che Solimano aveva allestito un potentissimo esercito da terra. Massimiliano II Augusto, che vedea in aria il nero temporale, intimò una dieta generale in Augusta, chiamando colà i principi tutti della Germania ed Italia. A questa fu dato principio nel dì 26 di marzo; e perciocchè si temeva che i protestanti, prevalendosi nel bisogno di Cesare, fossero per trattar ivi di religione, sollecito fu papa Pio a far venire colà da Polonia il celebre cardinal Commendone legato, il quale sì saggiamente dispose le cose, che niuna novità si fece ivi in riguardo alla religione; e però il papa mandò a Cesare di presente sessanta mila scudi colla promessa d'altri cinquanta mila l'anno, finchè durava la guerra col Turco. Intervennero ad essa dieta Emmanuel Filiberto duca di Savoia, che promise e mandò dipoi quattro o cinquecento cavalli archibugieri in aiuto dell'imperadore; e Guglielmo duca di Mantova, che s'impegnò di contribuir buona somma di danaro. Gli altri principi di Germania, chi più, chi meno, esibirono soccorsi, e in universale fu risoluto di mettere in piedi un'armata di quaranta mila fanti e di otto mila cavalli. Promise in oltre il principe di Firenze tre mila fanti e gran somma di danaro. Ma superò l'aspettazion d'ognuno Alfonso d'Este duca di [723] Ferrara. Ho io descritto altrove [Antichità Estensi, P. II.] il grandioso suo apparato per soccorrere il cognato Augusto. Però brevemente dirò ch'egli in persona passò a Vienna con accompagnamento nobilissimo di trecento gentiluomini a cavallo, tutti ben in armi, di secento archibugieri a cavallo e di altri armati. Consisteva tutto questo corteggio in quattro mila persone; la sola metà nondimeno era di combattenti tutti a cavallo con bell'armi e ricche divise. Ma sì magnifico preparamento di Tedeschi ed Italiani, che tante spese costò, andò, poscia a finire in una guerra da scherzo, senza che dal canto de' cristiani prodezza alcuna si facesse, a riserva della presa di Vesprino. Intanto arrivò Solimano in Ungheria con sì poderoso esercito, che la fama e il terrore fece ascendere a secento mila persone, calcolandosi nonostante che solamente centocinquanta mila a cavallo, e cento mila pedoni fossero atti alle militari imprese. Fu presa da costoro Giula, poi nel dì 5 d'agosto messo l'assedio a Zighetto, città fortissima, che fu mirabilmente per alquante settimane difesa dal conte Nicolò Sdrino, contro i molti sanguinosi assalti dati dai Musulmani. Venne a morte in questo tempo, cioè nel dì 12 di settembre, sotto quella piazza il gran signore Solimano II. Nulla di ciò seppe sino al seguente ottobre l'esercito turchesco, sì accortamente si studiò il bassà Maometto di celarlo, affinchè Selim II di lui figlio avvisato si mettesse pacificamente sul trono. Anzi esso bassà fingendo minacciata, a lui e agli altri comandanti la morte, se non si prendeva Zighetto, animò i Turchi a far l'ultimo sforzo, per cui si finì di prendere la rocca tuttavia resistente, colla morte dello Sdrino e di tutta la guarnigione cristiana. Nulla di più fecero i Turchi, e vittoriosi se ne tornarono in Levante: con che restò sciolta anche l'armata cesarea. Venne il nuovo gran signore Selim sino a Belgrado ad incontrare il corpo dell'estinto genitore.

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Si accese in questi medesimi tempi un altro incendio ne' Paesi Bassi, le cui scintille fin l'anno precedente aveano avuto principio. Per la vicinanza de' Tedeschi luterani e de' Franzesi calvinisti s'era ampiamente dilatato in quelle parti il veleno dell'eresia, e n'erano infetti anche assaissimi delle nobili e principali famiglie. A Filippo II re di Spagna venne in testa che il più efficace rimedio, per purgare que' mali umori fosse l'introdurre colà non l'inquisizione ordinaria che v'era, ma quella di Spagna coll'esorbitante sua rigidezza, senza ben esaminare, se per quegli stomachi fosse a proposito una medicina di tanto vigore. Ordinò pertanto che in Fiandra e Olanda e nel resto di que' paesi si pubblicasse e fosse accettato il concilio di Trento, e seco l'inquisizione suddetta. Forse al concilio non si sarebbe fatta resistenza; ma bensì la fecero coloro alla minacciata introduzione di un giogo che non aveano portato i lor maggiori, e che facea paura anche ai buoni ed innocenti. Ed eccoti tumulti, sedizioni, proteste e ricorsi alla duchessa Margherita governatrice de' Paesi bassi, la quale spaventata promise di scrivere al re, e intanto fu obbligata a far qualche capitolazione di tolleranza coi sollevati. Intesa che ebbe il re Filippo questa novità, gli cadde in pensiero di passar egli in persona con buona copia d'armati in Fiandra; ma poi prese la risoluzione di spedir colà don Ferdinando di Toledo duca d'Alva, personaggio che in alterigia e severità non si lasciava prender la mano da alcuno. Tali furono i principii d'una lagrimevol guerra che durò poi per trenta anni, e terminò nella funesta separazione degli Olandesi, ossia delle Provincie Unite, dall'ubbidienza del re Cattolico e della Chiesa romana. S'è disputato, e si disputa tuttavia, se si fossero conservati que' popoli nella vera credenza e nella divozione alla corona di Spagna, qualora il re si fosse astenuto dall'imporre ad essi l'insopportabil peso dell'inquisizione spagnuola, ed avesse adoperato i lenitivi, [725] e non già i caustici e il ferro in sì scabrosa congiuntura. Ma niun può decidere qual effetto avesse prodotto la clemenza e la mansuetudine che il duca di Feria vigorosamente consigliò allora al re Cattolico, perchè tali radici avea preso ne' Paesi Bassi l'infezione dell'eresia, che forse colla piacevolezza neppur si sarebbe mantenuto nella cattolica religione quel paese che poi colla forza si preservò. Certissimo tuttavia all'incontro si è, che la via del rigore usata contra di questi popoli, i quali pretendevano lesi i lor privilegii colla novità dell'inquisizione suddetta, fece infine perdere al re Cattolico e alla Chiesa romana quelle belle provincie che oggidì miriamo cotanto ricche e mercantili far sì grande figura negli affari del mondo. Fu imputata tutta quella ribellione al prurito di libertà per seguitar le nuove false opinioni; ma chi avesse bene scandagliato il cuor di ognuno, avrebbe trovato essere grandissima, anzi superiore la schiera di coloro che nulla pensavano a mutar religione, ma sì ben cercavano di schivare un tribunal sì odioso che maneggiato alla forma di Spagna facea ribrezzo a chi ne sapeva l'acerbità, e ne ingrandiva in suo cuore il fantasma. Buoni cattolici erano e sono i Napoletani; pure che non han fatto, allorchè si è trattato di un'introduzion somigliante? Ma non più di questo. Creato che fu papa il buon Pio V, Ottavio Farnese duca di Parma e Piacenza si portò in persona a pagare il tributo del suo ossequio al suo novello sovrano. Tornato a Parma, inviò una nobil comitiva a condurre dalla Fiandra la principessa di Portogallo sua nuora in Italia. Venne essa col principe Alessandro suo consorte, e nel dì 24 di giugno fece la sua magnifica entrata in Parma, accolta da madama Vittoria, sorella di esso duca e moglie di Guidubaldo duca d'Urbino. Quivi con varie feste e divertimenti si solennizzò l'arrivo di essi principi, mentre la duchessa Margherita madre del medesimo Alessandro, e reggente de' Paesi Bassi, si trovava in [726] mezzo alle tempeste, delle quali poco fa abbiam favellato.


   
Anno di Cristo MDLXVII. Indizione X.
Pio V papa 2.
Massimiliano II imperadore 4.

Da che si vedeano con dolore i progressi dell'eresia in Francia e nei Paesi Bassi, attese con diligenza il sommo pontefice Pio a preservare specialmente l'Italia da quella perniciosa influenza. Sotto i precedenti papi non avea fatto grande strepito l'inquisizione in Roma; tornò a farsi sentire il suo vigore, ed anche rigore, sotto questo zelantissimo papa. E che in Italia non mancassero di quelle teste, che cominciarono a disapprovar certi usi della Chiesa, anzi segretamente sostenevano i perversi insegnamenti degli eretici di questo secolo, non se ne può dubitare. Ha pur troppo anche l'Italia somministrati eresiarchi agli oltramontani, e si videro persone di gran distinzione passare talvolta nel campo dei protestanti. Ora alcuni di costoro patentemente ribellati alla vera Chiesa di Dio furono presi in varie parti; e il pontefice avendoli ottenuti dal duca di Firenze, dai signori veneziani, dal governator di Milano e da altri, li fece condurre a Roma. E guai se ne nascevano sospetti di guasta credenza nelle persone; ciò bastava per trarli alle carceri. Quindi passò un salutevol terrore per tutta l'Italia, che mise in briglia i cervelli forti, o vogliosi di libertà. Lasciossi anche portare il pontefice dal suo zelo a bandire da Roma tulle le pubbliche meretrici contro il sentimento del senato romano, che gli rappresentò le peggiori conseguenze che proverrebbono da siffatto universal divieto, essendoci dei mali nel mondo che convien tollerare per ischivarne dei maggiori. La sperienza comprovò questa varietà; e però il papa ordinò che almeno queste sordide femmine si ritirassero in remoto ed ignobil angolo della città. Fece anche fabbricare una suntuosa casa o palazzo per li catecumeni. [727] E ben sotto di lui si convertirono alla fede assaissimi Giudei ed anche ricchi. Una gran predica diveniva per gli scorretti la stessa vita santa di questo pontefice. Era già stata, siccome dicemmo, presa in Ispagna la risoluzione di inviare in Fiandra il duca d'Alva con buone forze per reprimere i moti di ribellione eccitati in quelle contrade [Adriani, Famiano Strada, Cardinal Bentivoglio, Campana ed altri.]. E perciocchè tale spedizione non si potea fare per la Francia, convenne pensare alla via d'Italia. Vennero intanto ordini a Gabriello della Cueva duca d'Albuquerque e governator di Milano, ed ai vicerè di Napoli, Sicilia e Sardegna, di unir quante truppe spagnuole potessero, e di reclutarle ed accrescerle. La massa delle genti fu fatta fra Alessandria ed Asti; e però il duca d'Alva imbarcatosi sul principio di maggio con diecisette bandiere di fanti spagnuoli, arrivò a Genova, e passò a far la rassegna delle raunate soldatesche. Si trovò avere otto mila ed ottocento fanti spagnuoli ed italiani, gente veterana e di sperimentato valore, ed inoltre mille e ducento cavalli tra italiani, spagnuoli ed albanesi. Si unirono poscia con lui nel viaggio mille Tedeschi ed altri piccioli rinforzi. Ottenuto il passaggio dal duca di Savoia, condusse quest'armata, pel Moncenisio, e andò in Borgogna, e di là in Fiandra, dopo aver dato gran gelosia ai Ginevrini e Franzesi, che per questo si premunirono ai confini.

Molto prima di siffatta spedizione era riuscito alla duchessa Margherita, governatrice de' Paesi Bassi, di rimettere colla forza all'ubbidienza del re Cattolico le città di Tornai, di Valenciene, di Mastrich e d'Anversa, dove in addietro essendo prevaluto il partito dei miscredenti, mossi ed aiutati dagli ugonotti di Francia, avea commesse di grandi insolenze contra de' cattolici, con prorompere in aperta ribellione. Castigo non mancò ai medesimi; e questo esempio sì buon effetto produsse, che tornò la [728] tranquillità per tutte quelle provincie, e la religione cattolica restò nel suo vigore e quiete dappertutto. Perciò la duchessa non una, ma più lettere scrisse al re, rappresentandogli che colla via della soavità si guadagnerebbe tutto, e che non potrebbe se non nuocere l'inviar colà il duca d'Alva colla bandiera del terrore; giacchè, cessando il temuto nome della inquisizione spagnuola, quei popoli protestavano di voler continuare nel dovuto ossequio verso la Chiesa e verso il re. Ma per mala fortuna, ancorchè il re Filippo si trovasse assai perplesso, prevalse nel consiglio suo la presa risoluzione di spedire il duca e l'esercito in Fiandra, perchè sempre si temeva sopito, ma non estinto il fuoco dei precedenti tumulti, e venivano ancora dei gagliardi soffii dalla parte di Roma. Pure è lecito il credere che nulla avrebbe pregiudicato, anzi con più polso giovato ad assodar la dimostrata ubbidienza dei popoli, l'arrivo del duca d'Alva colà, se egli coll'amorevolezza e con dolci maniere avesse trattati quei popoli, e provveduto con prudenza alla parte guasta dall'eresia, ch'era la minore. Ancor qui bisogna chinar la fronte davanti agli occulti giudizii di Dio. Il primo passo che fece la superbia del duca d'Alva, e che intorbidò tutta la pace, rifiorita per cura della saggia duchessa nelle provincie, fu il trattener prigioni i conti di Agamonte e di Horno, amendue de' principali signori della Fiandra. Il principe d'Oranges, più di loro avveduto, s'era con altri, assai conoscenti dello strambo umore del duca, ritirato in Germania. Questa risoluzione presa ed eseguita senza parteciparla alla duchessa reggente, fece abbastanza a lei conoscere di non poter più con suo decoro fermarsi dove era chi esercitava maggiore autorità della sua. Però con sue lettere molto circospette supplicò il re fratello di concederle il congedo; ed ottenutolo, il ringraziò, predicendogli non di meno che la presente politica del [729] di lui gabinetto arriverebbe a far acquisto di un grande odio, e una non lieve perdita di potenza nei Paesi Bassi. Si partì di Fiandra la duchessa Margherita, accompagnata dalle lagrime di quei popoli, che non cessavano di esaltare la sua pietà, il saggio suo governo, la sua cortesia e le altre sue belle doti; e tanto più vedendosi eglino restare sotto il dispettoso e severo ceffo del duca d'Alva. Tornossene a Parma questa illustre principessa, ricevuta con solennissimo incontro dal duca Ottavio consorte, e le furono dal re Cattolico accresciute le rendite dotali, fondate nel regno di Napoli, fino a quattordici mila scudi per anno. Per onore di questa principessa ho creduto a me lecito di entrare negli affari di Fiandra, intorno ai quali altro non soggiugnerò, se non che il borioso duca d'Alva continuò a far varii altri rigori, esecuzioni e novità, che servirono di tromba per muovere a sedizione e a guerra dichiarata quelle provincie, sostenute dal credito e dagl'incitamenti del duca d'Oranges.

Le turbolenze della Fiandra, nelle quali gran mano teneano gli ugonotti di Francia, tornarono ad accendere il fumo e la ribellion di coloro contra del re Cristianissimo. Giunsero fino a tentare di far prigione il medesimo re con tutta la sua corte, ma non venne lor fatto. Portarono il terrore sino alle porte di Parigi, s'impadronirono di Bologna in Piccardia, della Rocella e d'altre piazze, poco avendo servito a fermare i lor passi una rotta data loro a San Dionigi. In tali angustie il re Carlo IX ricorse all'aiuto di Pio V ed ai principi d'Italia. Avrebbe il papa volentieri inviate colà alcune migliaia di fanti; ma avendo il consiglio del re mostrato abborrimento ad armi straniere, e bramando piuttosto un soccorso di danari, si obbligò esso pontefice di somministrar ogni mese venti cinque mila ducati d'oro, fintantochè durasse la guerra. Il duca non di meno di Savoia, il quale, per quanto s'ha dal [730] Guichenone, fu in pericolo in quest'anno di esser preso dagli ugonotti di Lione, mentre era alla caccia nella Bressa, inviò un soccorso al re di Francia di tre mila pedoni e mille e settecento cavalli, comandati da don Alfonso d'Este, zio del duca di Ferrara, e padre di don Cesare, che fu poi duca di Modena. Dicono che si trovò questa gente alla suddetta battaglia di San Dionigi. Le storie nostre mettono molto più tardi l'arrivo di tal soccorso in Francia; e l'Estense solamente al principio dell'anno seguente si mosse da Ferrara. Continuò ancora nel presente anno la ribellion dei Corsi alla repubblica di Genova; ma perchè presso Aiazzo restò ucciso il Sampiero, capo della rivolta, nè Alfonso suo figlio, tuttochè uomo di gran valore, succedendo a lui ebbe il credito e seguito del padre, noi vedremo all'anno seguente tornare al loro sito l'ossa slogate di quell'isola. Il giorno 4 novembre di quest'anno fu l'ultimo della vita di Girolamo Priuli doge di Venezia, in cui vece, nel dì 26 d'esso mese, fu alzato a quella dignità Pietro Loredano.


   
Anno di Cristo MDLXVIII. Indizione XI.
Pio IV papa 3.
Massimiliano II imperadore 5.

Non si può passar sotto silenzio una delle più strepitose tragedie che ci rappresenti mai la storia, cominciata sul principio di quest'anno in Ispagna, e terminata dopo sette mesi, che diede dolore ad infinite persone, e stupore e gran materia di parlare ad ognuno per tutta Europa. Non avea Filippo II re di Spagna che un figlio solo, cioè don Carlo, erede futuro di quella vasta monarchia, già pervenuto alla età di ventidue o ventitrè anni, e che veniva considerato dai Siciliani, Napoletani e Milanesi per destinato dalla provvidenza al loro governo. Verso la mezza notte del dì 18 di gennaio lo stesso re accompagnato da' suoi consiglieri entrò nella di lui camera, [731] e fece tosto levar la spada e una pistola carica ch'egli teneva sotto il capezzale. Svegliato il principe, saltò fuori del letto, e, veduto il padre gridò: Vostra maestà mi vuol ammazzare. Gli ordinò il re di tornarsene a letto; ma egli da disperato tentò fin buttarsi nel fuoco. Tolta fu di sua camera ogni scrittura, e tutto ciò di cui si sarebbe egli potuto servire per nuocere a sè stesso; e ben inchiodate le finestre, furono lasciate ivi buone guardie che il custodissero di vista, e riferissero tutti i suoi cenni e parole. Da lì a qualche giorno venne chiuso il misero principe in una forte torre. Secondo le apparenze, fu creduto che il padre altro non intendesse che di ritenerlo ivi senza voler la sua morte; ma egli in tante maniere se la procurò o col non voler cibo, o col prenderne di troppo, e spezialmente col lasciarsi vincere dalla rabbia e dal dolore, che nel dì 14 di luglio cadde gravemente malato. Allora fu ch'egli si rassegnò ai voleri di Dio, e munito poi dei sacramenti spirò l'anima nel dì 24 d'esso mese, vigilia della festa di San Jacopo maggiore, tanto venerato dagli Spagnuoli. Solenni esequie per quindici giorni gli furono fatte per ordine del padre, sommamente afflitto per la perdita di un figlio, qualunque egli si fosse, e per le tante dicerie, che ben prevedeva inevitabili per sì lagrimevole scena. E gran dire fu in effetto per questo dappertutto, e massimamente gli storici (e son ben molti) pretesero d'informare il pubblico dei motivi che indussero un re padre a privarsi di un figlio, e figlio unico, non già col veleno, come sospettarono i maligni, ma con una stretta prigionia, che bastò per trarlo alla morte.

Sognarono alcuni che don Carlo cominciasse o accrescesse l'izza sua contro il padre al veder presa da lui vecchio per moglie Isabella di Francia, che conveniva molto più a lui giovanetto. Che da lì innanzi egli amoreggiasse la matrigna, onde nascesse grave gelosia nel padre, [732] il quale vieppiù si confermasse in tal sospetto, perchè la buona principessa gli parlasse talvolta in iscusa e favore del figliastro. Crebbe maggiormente cotal diceria, allorchè si vide mancar di vita per immaturo parto la stessa regina Isabella nel dì 3 di ottobre di quest'anno, interpretando la maliziosa gente per violenta una morte, che tanto facilmente potè essere naturale, e che inavvertentemente fu accelerata dai medici, giudicanti lei oppilata e non gravida. E questo s'ha dai romanzi fabbricati su questo funestissimo avvenimento, fra' quali ha avuto grande spaccio quello del signor di San Reale. Altri scrissero nata la discordia di don Carlo col padre, perchè tenuto come schiavo, e sovente ancora sgridato. Ch'egli tramò di fuggirsene e venire in Italia, o passare in Fiandra, per sollevare i popoli contro il real genitore; e che diede impulso alla sollevazion de' Mori, accaduta in questi tempi in Ispagna. Aver egli confidato, o almen lasciato traspirare qualche suo pernicioso disegno a don Giovanni d'Austria suo zio, il quale immantinente rivelò tutto al re. Che don Carlo sparlava pubblicamente del padre e dei suoi ministri; manteneva corrispondenze coi di lui nimici; era di genio sì crudele, che potea temersi di lui non un re severo, ma un tiranno spietato. Ch'egli si scoprì infetto di sentimenti eretici, per li quali fu anche chiamato il consiglio dell'inquisizione, secondo il parer di cui, non meno che del real consiglio, fu conchiuso doversi anteporre il pubblico bene della religione e dello Stato ad ogni privato riguardo. Perlochè fu proferita sentenza di morte contra di lui, e questa sottoscritta con coraggio dal re afflittissimo contro tutte le ripugnanze della natura.

Ma il saggio lettore deve essere persuaso che la immaginazion del volgo e degli storici e dei politici fabbricò qui più sul verisimile che sul vero; perciocchè Filippo II non volle per motivi di saviezza rivelare giammai al pubblico [733] i motivi dell'imprigionamento del figlio. Quel che si può tenere per fermo, si è, che don Carlo fu principe di cervello torbidissimo, di genio stravagante, e pregno d'odio contra del padre: passione capace d'ispirargli ogni più rea risoluzione. Che il re padre nulla operò contro il figlio senza consultar sopra sì importante affare ministri e teologi, e senza chiarire con buone pruove in un processo i demeriti del figliuolo. E finalmente essendo egli stato monarca sì saggio e pio, non si può mai credere che egli padre prendesse sì vigoroso risentimento contra di un unico figlio, se giuste e potentissime ragioni non l'avessero spinto a sacrificare l'amore paterno all'interesse dello Stato. Anche lo czar Pietro imperadore della Russia, principe d'immortale memoria, si è veduto ai giorni nostri nel medesimo cimento, e ridotto a punire un figlio anch'esso unico, di cui tutto si potea temere. Questi poi volle per discolpa sua informato il mondo della giustizia di quel gastigo. Ma il re Filippo dovette credere maggior prudenza il tenere occulti i giusti motivi dell'indignazione e risoluzione sua. In somma quando un padre non tiranno, non empio, ma assennato e timorato di Dio, arriva ad infierire contra di un figlio, si ha da sentenziare in favore del primo, e non dell'altro.

Potrebbesi ben dubitare se convenisse alla prudenza di sì gran re l'avere inviato in Fiandra un nobile carnefice, che tale si potè chiamare il duca d'Alva, senza mai far caso dei consigli della duchessa Margherita sua sorella, e delle preghiere di Massimiliano II imperadore, che, prevenendo i disordini seguaci della crudeltà, non cessò mai d'inspirargli le vie della clemenza, per le quali si sarebbe assodata la religione cattolica e il dominio spagnuolo ne' Paesi Bassi. Fece l'inumano duca nel presente anno su pubblico palco decapitare i conti d'Agamonte e d'Horno, nobilissimi e prodi signori, che pur protestavano di nulla avere operato [734] contro il re Filippo, e coraggiosi morirono nella comunione della Chiesa cattolica: il che fe' sempre più conoscere che la religione non era il primo motivo di quelle barbariche esecuzioni. Contra non meno di secento altre persone, dice l'Adriani, la maggior parte nobili, e almen la metà cattoliche di credenza, fulminata la sentenza di morte, ebbe il suo effetto; e ne restava nelle prigioni non minor numero, benchè di minor qualità e rispetto. Che orrore, che odio, che incitamento alla ribellione e alla vendetta cagionasse questo macello ne' popoli di quella provincia, non occorre ch'io lo racconti. Riportò in quest'anno due vittorie il duca d'Alva, l'una contro Lodovico di Nassau, e l'altra contra il principe d'Oranges, fratello di esso Lodovico; e per queste sì fattamente si gonfiò, che volle entrar come trionfante in Brusselles, e nell'anno seguente volle che gli fosse dirizzata una statua di bronzo con iscrizione piena di tanta vanità, che beffar si fece da tutti i saggi. Maggiormente ancora gli salì il fumo alla testa, perchè il pontefice Pio V, riguardando in lui un gran difensor della fede, gli mandò in dono il cappello e lo stocco ornati di gemme. Anche in Francia continuò la guerra del re Carlo contro gli ugonotti; ma in tali angustie si trovò esso re, per mancanza specialmente di pecunia, che non seppe esentarsi dal venire ad un accomodamento, ossia pace, con essi nel dì 25 di marzo, accordando a coloro tali condizioni, che non meno dal papa che dal re Cattolico fu disapprovata e biasimata come soverchia la di lui condiscendenza. Ebbero i Genovesi in questo anno la consolazione di metter fine alla rivolta dei Corsi, con guadagnare Alfonso figlio di Sampiero, che già vedemmo divenuto capo dei ribelli in quell'isola. Non avendo costui trovato alcun principe che stendesse una mano per aiutarlo, e niun di essi accettando l'offerta, vanamente lor fatta della Corsica, diede ascolto a chi trattava di pace: gli [735] furono pagati dalla repubblica di Genova tutti i suoi beni, ed egli passò dipoi a stabilirsi in Francia, dove pel suo valore nelle seguenti guerre meritò d'aver nobili impieghi. Con ciò la Corsica si quetò, e tornò tutta all'ubbidienza dei Genovesi. Potrebbe essere nondimeno che il compimento di questo giubilo lo conseguissero eglino solamente nell'anno seguente. Durava tuttavia la lite di precedenza fra Alfonso duca di Ferrara, e Cosimo duca di Firenze. Gran dibattimento intorno ad essa fu fatto nel presente anno, essendo favorevole al primo l'imperadore, e all'altro il papa. Inclinava la corte di Francia a sostener la parte dell'Estense, e seguì anche un tumulto in quella corte per questo, in occasione di celebrarsi il funerale del defunto don Carlo principe di Spagna. Avea preso l'imperadore a decidere questa contesa, ma non mai giunse a proferirne il suo voto. Per altra via papa Pio V si studiò di darla vinta al duca di Firenze, siccome diremo all'anno che seguita.


   
Anno di Cristo MDLXIX. Indiz. XII.
Pio V papa 4.
Massimiliano II imperad. 6.

Perchè s'andava maggiormente accendendo la guerra in Fiandra, e varii principi della Germania aveano già preso a proteggere il principe d'Oranges ribello del re di Spagna, l'imperador Massimiliano, a cui premeva di estinguere quel fuoco anche pe' suoi particolari interessi, avea spedito nell'anno addietro a Madrid l'arciduca Carlo per consigliare il re a levare dal governo di Fiandra quel beccaio del duca d'Alva, e seco le milizie spagnuole, assicurandolo che coll'uso della clemenza quei popoli tornerebbero tutti all'ubbidienza del re, purchè vi si mettesse un governatore di gran credito e prudenza. Ebbe un bel dire lo arciduca. All'altura spagnuola sembrava offeso il suo decoro, se cedeva alle dimande de' sudditi, benchè portate dal [736] cugino Augusto. Si sospettò tendere questo maneggio a far cadere quel governo in uno degli arciduchi, e a ricavarne la libertà della religione nei Paesi Bassi. In somma nulla di ciò ottenne l'arciduca; ma bensì fu conchiuso che l'imperadore darebbe per moglie al re Filippo II l'arciduchessa Anna sua figlia, e a Carlo IX re di Francia l'altra minor figlia Isabella. Tornò l'arciduca Carlo in Italia, dopo aver ricevuto dalla corte cattolica grossi sussidii per la temuta guerra dei Turchi, e passò a Firenze a visitar la principessa sua sorella, e di là poi venne a dì 7 di maggio a Ferrara per veder l'altra sorella, cioè Barbara moglie del duca Alfonso II. Siccome questo duca era sommamente magnifico in simili occasioni, non lasciò indietro spettacolo o divertimento alcuno per solennizzar la venuta di sì illustre cognato. Il condusse anche a Venezia a veder la festa dell'Ascensione; poscia ritornato con esso lui a Ferrara, nel dì 26 del suddetto mese fece eseguire un torneo di maravigliosa invenzione e di somma spesa, in tempo di notte, e sopra la larga fossa della città, con singolar varietà di macchine, di azioni e di ricche comparse. Ma sì grandiosa festa, in cui non si sa se maggior fosse il diletto o lo stupore, rimase funestata da un lacrimevole successo. Perciocchè essendo scesi dal muro in una barca sei di que' nobili combattenti tutti armati, cioè il conte Guido ed Annibale de' Bentivogli (l'un figlio e l'altro fratello del conte Cornelio Bentivogli), il conte Ercole Montecuccoli, Niccoluccio Rondinelli, il conte Ercole Bevilacqua ed Annibale Estense, tutti signori di rara nobiltà e valore, per poca avvertenza dei loro servitori, si rovesciò la barca, e, a riserva dei due ultimi, i quattro primi cavalieri restarono miseramente affogati nell'acqua.

Un altro miserabile spettacolo di lunga mano maggiore si provò nell'anno presente in Venezia. Tra le maraviglie di Italia vien considerato il ricchissimo e [737] vastissimo arsenale di Venezia. Nella notte susseguente alla festa dell'Esaltazione della Croce, ossia al dì 14 di settembre (e non già al dì 24, come ha, credo per errore di stampa, il Campana), o per malizia degli uomini, o per natural fermentazione dei nitri dell'aria, si attaccò fuoco in uno dei torrioni, dove era la polve da cannone, che si comunicò ai tre altri simili. Tale fu l'empito di questo scoppio, che rovinò la metà dell'arsenale, si fracassarono molte galee, andò per terra gran quantità di case vicine, e tutto il monastero e la chiesa delle Celestine, con altri infiniti danni. Tre o quattro mesi prima s'era divulgato un prognostico, senza saperne l'autore, che alla metà di settembre verrebbe la fine del mondo. Con questa prevenzione in capo non si può esprimere qual terrore negli animi anche della gente savia producesse sì spaventoso accidente. Ma ritornata la quiete primiera, non tardarono quei prudentissimi padri a rifabbricar tutto anche in forma migliore. Fu questo un preludio a maggiori disavventure della repubblica veneta, la quale, sentendo un grande armamento che si faceva dalla parte di Selim sultano dei Turchi, fu obbligata anch'essa a fare un grosso preparamento di vele e genti per quel che potesse occorrere. Attendeva intanto l'indefesso pontefice Pio V a mettere in buon assetto le cose della religione, con sostenerne la difesa in Francia, Germania e Fiandra, e insieme a riformar gli abusi dello stato ecclesiastico. Da questo furono banditi gli Ebrei, e loro solamente permesso di abitare in Roma ed Ancona. Con buona prammatica fu riformato il lusso delle donne, e molto più quello degli ecclesiastici. Uscì rigoroso proclama che vietava a chiunque avea abitazione in Roma, il poter andare alle pubbliche osterie e taverne, per quivi mangiare, bere o giocare, essendo queste unicamente istituite pel bisogno de' forestieri e per chi non ha casa: regolamento che verisimilmente fu di corta durata [738] ma che sarebbe da desiderare introdotto e mantenuto anche nelle altre città, per impedir tanti disordini che ne provengono al basso popolo. Ma pur troppo andrà sempre il privato interesse al di sopra del pubblico bene.

Le paci degli ugonotti in Francia erano come le febbri quartane, e però poco stettero coloro a sguainar le spade, e a far più che mai una furiosa guerra ai cattolici. Il re Carlo IX per questo ricorse al papa, ai principi d'Italia e al re di Spagna. E non indarno, perciocchè, conoscendo il pontefice quanto in quei torbidi fosse interessata la causa di Dio, fece quanto potè per soccorrerlo. Da saggio padre non adoperò già nei suoi Stati l'odioso ripiego di accrescere la gravezze, ma sì ben si servì delle preghiere, colle quali ricavò dalla sola Roma cento mila ducati, ed altrettanto dagli ecclesiastici, ed altri cento mila dal rimanente de' suoi Stati. Adunò inoltre quattro mila fanti e mille cavalli, coi quali si congiunsero altri mille fanti e cento cavalli somministrati dal duca di Firenze. Eletto per generale d'essa gente il conte Sforza da Santafiora, spedì questo aiuto in Francia: aiuto non lieve al re Cristianissimo in que' bisogni, essendosi poi segnalati questi Italiani nella difesa di Poitiers, e nella battaglia di Moncontur, in cui le armi cattoliche riportarono una gloriosa vittoria. Ventisette furono le insegne o bandiere che in tal congiuntura guadagnò il conte di Santafiora generale del papa; e queste, inviate a Roma, furono appese in San Giovanni Laterano con iscrizione in marmo per eterna testimonianza della pietà del papa e del valore degl'Italiani. Non parlo del progresso delle guerre civili di Francia, per accennare dipoi gli avvenimenti di Fiandra, nei quali parimente ebbero parte molte milizie e nobili d'Italia. Il duca d'Alva, in cui, oltre alla naturale inclinazione, si accresceva ogni dì più qualche dose di alterigia per le vittorie riportate, e per tante armi che aveva in sua [739] mano, si teneva ormai sotto i piedi la nazion fiamminga, sotto il qual nome a me sia lecito di comprendere tutti i Paesi Bassi. Trovando egli non solo esausto, ma anche indebitato l'erario regio, per rimetterlo, anzi per renderlo capace di maggiori imprese, si avvisò d'imporre nuovi aggravii a quei popoli. Pubblicò dunque un editto, ordinando che si pagasse per tutte le vendite de' mobili la decima parte, la vigesima per gli stabili, e di tutti per una volta sola la centesima. Ma i Fiamminghi, assai conoscenti che questo insopportabil peso era la maniera d'impoverirli, e che tutto quello che contribuissero alle voglie del duca, avea da servire per maggiormente conculcar loro stessi, cominciarono a ricalcitrare, mostrando che siffatto insolito aggravio andava a rovinar interamente il traffico, già troppo infievolito a cagion di tanti tessitori che erano passati in Inghilterra; e che si ridurrebbono in tale povertà, che neppure in tempo di pace avrebbero potuto pagare le ordinarie contribuzioni. Ma quanto più essi gridavano e comparivano renitenti ad una cieca ubbidienza, tanto più inalberava il duca. Il tornare indietro non era cosa da Spagnuolo; perciò venne al tuono delle minacce, ma senza ottener l'intento. In tali dispute terminò l'anno presente in quelle parti.

Ebbero in quest'anno varii capi di querele contra del pontefice l'imperador Massimiliano II e il re di Spagna Filippo II. Le buone maniere che sapeva usare l'accorto duca di Firenze Cosimo I, l'aveano renduto sì accetto a papa Pio V, ch'egli si potea in certa guisa chiamare l'arbitro della corte romana. Bastava che egli chiedesse, per ottenere. Concertata dunque fra loro la maniera di decidere, senza decidere, la preminenza del duca di Firenze sopra quel di Ferrara, il papa nel dì primo di settembre, senza partecipazion del sacro collegio, dichiarò Cosimo gran duca di Toscana, con assegnargli la corona regale. Specialmente si fondò egli, per concedergli quest'onore, nella pretensione [740] del duca di non riconoscere alcun superiore temporale nel dominio fiorentino, e in una non so qual distinzione di papa Pelagio. Per questa risoluzione si risentirono forte e fecero gravi doglianze l'imperadore e il re di Spagna, pretendendola per una manifesta usurpazione del diritto altrui, stante l'esser Cosimo pel dominio fiorentino vassallo dell'imperio (come esso Augusto con sua lettera [Lunigo, Codice Diplomat.] diceva apparire dalle investiture ossia dai diplomi di Carlo V), e per la signoria di Siena vassallo dei re di Spagna; e stante il non aver i pontefici giurisdizione alcuna temporale in quegli Stati. Tanto più ancora si alterarono quei due monarchi, perchè a dispetto delle loro proteste e richiami, portatosi il duca Cosimo nell'anno seguente a Roma, con gran solennità ricevette dalle mani del papa la corona regale e lo scettro, senza che alcuno degli ambasciatori dei principi volesse intervenire a quella funzione. Dichiaravasi poi particolarmente esacerbato il re Cattolico, per avere il papa inviato in Sicilia monsignor Paolo Odescalco con titolo di nunzio, e facoltà di regolar quivi le cose ecclesiastiche: cosa insolita e contraria al preteso privilegio, ossia consuetudine della chiamata monarchia di Sicilia. Dolevasi inoltre che il pontefice avesse fatta un'altra novità coll'aggiugnere alla bolla In Coena Domini la proibizione ai principi d'imporre nuove gabelle e dazii ai popoli lor sudditi, con iscomunicar chi ciò facesse, senza eccettuare alcuno dei monarchi. Ma in nulla andarono a finir tutti questi lamenti, proteste e disgusti, perchè tempi correano, ne' quali ognun dei potentati cattolici abbisognava delle rugiade di Roma; l'imperadore per la guerra temuta vicina dei Turchi; il re di Francia per quella degli ugonotti; e il re Cattolico per la rivolta dei Mori, e per li torbidi della Fiandra. Anche il duca di Savoia Emmanuel Filiberto restò non [741] poco offeso per l'onore conferito dal papa al duca di Firenze, e mandò le sue grida a Roma. Quetollo il pontefice con dire di non aver inteso con ciò di pregiudicare ai diritti di principe alcuno.

Grande strepito parimente fece in quest'anno ciò che nel dì 26 di ottobre accadde al santo cardinale ed arcivescovo di Milano Carlo Borromeo. Tra le tante memorabili azioni sue per riformare l'uno e l'altro clero di quella città, singolare fu la sua premura di mettere buon sesto al troppo scorretto e corrotto ordine dei frati umiliati: ordine nato nei secoli addietro in essa città, e dilatato per la Lombardia. Congiurarono contra di lui alcuni dei più scellerati, e un Girolamo Donati, per soprannome il Farina, sacerdote fra essi, prese l'assunto di liberar da questa chiamata vessazione l'ordine suo. Aspettò costui che il sacro pastore si trovasse inginocchiato su uno scabello verso mezz'ora di notte nell'oratorio dell'arcivescovato dove concorreva alle orazioni la di lui famiglia con altre persone divote; ed allorchè i musici cantavano queste parole: Non turbetur cor vestrum, neque formidet, dalla porta dell'oratorio, in vicinanza di quattro braccia, gli sparò un'archibugiata. Il colpi una palla nel mezzo della schiena, ma non passò il rocchetto, e cadde a terra. Più d'uno dei quadrelli, onde era carico l'archibugio, penetrò fino alla cute, e solamente vi lasciò un nero segno. Gli altri quadretti percossero il muro in faccia, e vi fecero uno squarcio. Si sentì il santo arcivescovo urtar sì forte da questo colpo, che cadde boccone sullo scabello, e si tenne per ferito a morte. Pure stette saldo, finchè fosse terminata l'orazione, dopo la quale si trovò egli sano e salvo con segno manifesto della mano di Dio, che miracolosamente il preservò dalla morte. Ebbe tempo il sicario di fuggire e di nascondersi; ma non si ascose già alla giustizia di Dio, perchè di lì a qualche tempo scoperto, ebbe il meritato castigo, [742] tuttochè il buon cardinale facesse il possibile per salvargli la vita. Per tanta iniquità fu poi totalmente estinto da papa Pio V, nel dì 8 di febbraio del 1571, l'ordine dei frati Umiliati.


   
Anno di Cristo MDLXX. Indizione XIII.
Pio V papa 5.
Massimiliano II imperad. 7.

Ancorchè si godesse in Italia la pace, anno fu questo di calamità non lievi, anno specialmente lagrimevole per la guerra mossa dai Turchi alla Cristianità. Era cominciata nel precedente una gravissima carestia, che continuò per gran parte di quest'anno, affliggendo, chi più chi meno, tutti i popoli dell'Italia. Massimamente in Venezia si provò questo flagello, laonde la saviezza di quei reggenti non ebbe altro ripiego che di metter mano ai magazzini dei grani riserbati pel bisogno delle armate, confidando in Dio di risarcir questo danno. Servì anche tal disavventura per far maggiormente risplendere in Roma e nello Stato ecclesiastico l'amor paterno di papa Pio V, avendo egli procurato dei grani dalla Puglia, e fin di Francia, e fattili distribuire a minor prezzo ai popoli. In gloria sua si rivolse la grossa perdita che per tal cagione fece la camera pontificia. Ma ciò che maggiormente angustiò gli animi degl'Italiani, fu l'essersi ornai scoperta ed avverata l'intenzione de' Turchi contra di Cipri. Che bell'isola, che delizioso e fertile paese fosse anticamente Cipri, non ha bisogno d'impararlo da me chiunque ha qualche tintura di geografia. Finsero gli antichi esser ivi nata Venere, per significar le sue delizie. E finchè quell'isola, non immeritevole del nome di regno, ebbe i suoi re cristiani, si mantenne in gran credito; dacchè è caduta in mano de' Turchi, non pare più quella di prima: disgrazia comune a tanti altri una volta bellissimi paesi dell'Asia, per la trascuraggine ed avarizia di quei barbarici padroni. Erano [743] circa ottanta anni che la repubblica veneta signoreggiava in Cipri, e perchè durava la pace colla Porta ottomana, lieve presidio d'armati teneva alla difesa di quell'isola, fidandosi delle cernide che erano a mezza paga. Nel cuor d'essa isola si covavano ancora dei mali umori per l'odio professato dai lavoratori delle terre ai nobili, dai quali venivano trattati come schiavi: male inveterato, a cui, per quanto facesse la veneta saviezza, non potè mai trovare rimedio che lo risanasse. Costoro nulla più sospiravano che di mutar padrone colla solita lusinga di trovarne dei migliori, o, per dir meglio, dei meno aspri e meno indiscreti.

Non furono pigri al sentore della minacciata irruzione dei Turchi i senatori veneti a far gente, ed allestir quante galee ed altri legni mai poterono. Nel qual tempo, cioè al dì 3 di maggio, festa della Croce, mancò di vita il doge Pietro Loredano, e in luogo suo nel dì 9 oppure 11 d'esso mese fu sostituito Luigi Mocenigo, personaggio di gran vaglia, quale appunto si richiedeva in tempo di tanti disastri. Con volontarie offerte di uomini, di danaro, di munizioni e legni, concorsero all'aiuto di essa repubblica tutte le città, e i nobili e benestanti del suo dominio. Minore non fu l'ardore e zelo di papa Pio in questo bisogno della cristianità. Colle più efficaci lettere si studiò di commuovere i principi cristiani, e fino il sofì di Persia; ma non gli riuscì, se non di trarre alla difesa dei Veneziani il re Cattolico. Per aggravare il men possibile i sudditi suoi, e far danaro, s'indusse il pontefice a vendere alquanti chericati di camera, da' quali ricavò ducento mila scudi, e giunse fino a spogliare il cardinale Alessandrino suo nipote del grado di camerlengo, per conferirlo al cardinal Cornaro, che sborsò per esso sessanta mila ducati d'oro. Con tali sussidii fece egli armare dodici o tredici galee, general delle quali fu costituito Marcantonio Colonna. Dal re di [744] Spagna vennero spedite quarantanove, oppure cinquantadue altre galee sotto il comando di Gianandrea Doria. Ma soprattutto grandioso fu l'armamento della repubblica veneta, tuttochè allora più che mai si provassero i morsi della carestia; avendo ella messi insieme circa centosessanta legni da guerra, senza contar quelli da carico. Altri scrissero essere quell'armata veneta composta di cento trentasei galee sottili, undici galee grosse, fuste undici, navi, tra veneziane e forestiere, trenta, e galeoni quindici di Candia. Di sì grossa armata navale restò eletto capitan generale Girolamo Zeno. Unironsi queste forze cristiane alla Suda in Candia, ma con provarsi anche allora che le leghe non son diverse dai leuti, difficili ad accordarsi, troppo facili a scordarsi. Niuno avea preveduto, o certamente non s'era provveduto, a chi dovesse toccar la preminenza, ed anche la principal direzione della flotta combinata, pretendendo quell'onorevol posto cadaun dei generali per varie loro ragioni. Si perdè gran tempo ad aspettar le istruzioni e risoluzioni delle corti; e intanto entrarono varie malattie epidemiche, oppur la vera pestilenza nelle galee veneziane, che sconcertò di troppo le misure prese. In una parola, tante armi dei cristiani a nulla avendo servito per la difesa di Cipri, si ridussero ai quartieri di verno, nè si potè contare alcuna riguardevole loro impresa.

Non così avvenne alla potentissima flotta turchesca, la quale fu creduta da alcuni che ascendesse a trecento vele. Approdò con tante forze a Cipri il bassà Mustafà generale di terra di essi Turchi, ed insieme Pialy bassà generale di mare. Se più gente e più consiglio fosse stato in quell'isola, forse loro si potea impedire lo sbarco. Ma le cernide ricusarono di comparire alla difesa; i villani, maltrattati da quella nobiltà, accolsero a braccia aperte i Musulmani. Sbarcata la prima gente, tornò Pialy verso terra ferma, per condurre un nuovo convoglio. [745] Voce comune fu che in più volte sessanta mila combattenti almeno, fra' quali circa sei mila cavalli ed altrettanti giannizzeri, smontassero in quell'isola. Impresero quei Barbari nel dì 25 di luglio l'assedio di Nicosia, città capitale del regno, ch'era stata convenevolmente fortificata e provveduta di viveri, ma mal fornita di presidio valevole a render vani gli sforzi dei Turchi, o almeno a difficoltarne i progressi, perchè consistente in soli mille e trecento fanti italiani pagati, e in quasi altri otto mila Ciprioti, parte nobili e parte plebei, quasi tutta gente inesperta alle azioni di guerra. Con tutto ciò in quindici assalti furono ributtati i Turchi, e durò quell'assedio sino al dì 9 di settembre; nel quale sì fieramente restò combattuta la città, che vi entrarono vittoriosi gl'infedeli. Orrido spettacolo allora si vide: più di quindici mila cristiani, fra' quali si contò gran numero di fanciulli minori di quattro anni, furono messi a fil di spada; il resto di que' cittadini condotti in una misera schiavitù, pochi essendosene salvati; ogni sfogo di libidine anche più nefanda ivi si esercitò; e perchè la città era ricchissima, gran preda fu fatta da quei cani. Dopo tale acquisto, vilmente si rendè Cerines, nè altro luogo dell'isola fece da lì innanzi resistenza, fuorchè Famagosta, città principale dopo Nicosia. Poco stette Mustafà a mettere il campo intorno ad essa, e ad accostarsele colle trincee; ma difendendosi valorosamente i cristiani, e venuto il tempo di menare in salvo l'armata navale per la vicinanza del verno, l'assedio si cangiò in blocco, e per questo anno Famagosta schivò il giogo turchesco.

Nel dì 25 di febbraio dell'anno presente il pontefice pubblicò una terribil bolla contro Elisabetta regina d'Inghilterra, dichiarata scomunicata e privata di ogni diritto in quel regno, con ordinare agl'Inglesi di non prestarle ubbidienza. Dovette avere il santo padre giusti motivi di formar questa bolla, e di formarla dopo tanto tempo che Elisabetta era salita [746] e sì ben assodata sul trono. Fu creduto che si maneggiasse in Inghilterra una secreta congiura di cattolici, che poi scoperta svanì colla morte del duca di Norfolch. Ma qual buon effetto potessero produrre siffatti fulmini consistenti in sole parole contra di un regno, dove sì gran piede avea presa l'eresia, professata non men da essa regina che dai più del popolo, forse allora non l'intesero i politici, e meno ora l'intendiamo noi, al sapere che dopo ciò andarono sempre più di male in peggio gli affari della religione cattolica in quel regno. Alle calamità dell'anno presente, cioè alla carestia, alla guerra, e alla pestilenza, che in varii luoghi si fecero sentire, si aggiunse anche il tremuoto. Cominciò questo in Ferrara nella notte seguente al dì 16 di novembre, e continuò poi con varie ora picciole ora grandi scosse pel resto dell'anno, e parte ancora del seguente. Rovinò per questo flagello parte del castello del duca, e molte chiese, monisteri e case; e fu obbligato il popolo a ridursi nelle piazze e campagne sotto capanne e tende, finchè a Dio piacque di restituir la quiete a quella terra. In essa città di Ferrara molto prima, cioè nel dì 19 di gennaio del presente anno, furono celebrate le nozze di Lugrezia d'Este, sorella del duca Alfonso, con Francesco Maria della Rovere, figlio primogenito del duca d'Urbino. Passò ancora per Fiandra, incamminata a Madrid, l'arciduchessa Anna figlia dell'imperador Massimiliano II, maritata con Filippo II re di Spagna. Numerosa flotta la condusse in Ispagna, dove con somma magnificenza fu accolta, e succederono nobilissime feste accompagnate dalla universale allegria; tanto più grande, perchè già era terminata la guerra contro i Mori con grande onore di don Giovanni d'Austria, dal cui comando e valore si riconobbe la felice riuscita di quella per altro difficile impresa. Fu eziandio condotta in Francia, nel dì 26 di novembre di questo anno dall'elettore di Treveri l'altra minore arciduchessa [747] Isabella, figlia del suddetto Augusto, maritata col re Carlo IX: matrimonio che durò poi pochi anni, e di cui non uscì che una principessa di corta vita anch'essa.


   
Anno di Cristo MDLXXI. Indizione XIV.
Pio V papa 6.
Massimiliano II imperadore 8.

I progressi dell'armi turchesche nell'isola di Cipri, quanto dall'un canto accrescevano il terrore ai popoli d'Italia, altrettanto incitavano il papa, il re Cattolico e la repubblica veneta a premunirsi per la difesa dei loro Stati, che tanto più restavano esposti alle violenze degl'infedeli. Spedì il pontefice per questo il cardinal Alessandrino in Ispagna a trattare una lega stabile fra esso, il re Filippo e i Veneziani contro il nemico comune. Fu questa conchiusa nel dì 20 di maggio con varie capitolazioni. Fecero poscia queste tre confederate potenze i loro maggiori sforzi in congiuntura di tanto bisogno, ma non con quella prontezza che occorreva, parte per la difficoltà di raunar la troppo necessaria pecunia, e parte pel tempo ch'esige il preparamento delle genti, navi, munizioni, e di tanti altri varii attrecci di guerra. Non mancarono già i Veneziani di spedire verso la metà di gennaio Marcantonio Querini con quattro navi scortate da dodici galee, per portare soccorso alla città di Famagosta bloccata dai Turchi. Felicemente arrivò colà questo convoglio; tre galee nemiche furono colle artiglierie battute a fondo, e le altre fuggirono. Sbarcò il Querini mille e settecento fanti in quella città, e gran copia di provvisioni da bocca e da guerra, ma non già sufficiente a sostenere un lungo assedio. Pervenuto al sultano Selim l'avviso di questo soccorso, diede nelle furie contra del bassà Pialy, e poco mancò che non dimandasse la sua testa; il privò nondimeno del generalato, e a lui sostituì il bassà Aly. Costui insieme col bassà Mustafà, siccome ben comprese le premure del gran signore, [748] così non ommise diligenza veruna per tosto ripigliare l'interrotto assedio di Famagosta. Se dobbiam credere alle relazioni di questa guerra, descritta da moltissimi autori di quel tempo, fioccò da tante bande e con tanti tragitti sì gran numero di soldati infedeli pagati e venturieri nell'isola di Cipri, che fu creduto ascendere a quasi ducento mila combattenti e a quaranta mila guastatori. Probabilmente, secondo il solito, la fama, la paura e il voler giustificare la fortuna dei Turchi, accrebbe, se non della metà, almen di un buon terzo le loro forze. Nell'aprile si riaprì sotto Famagosta il teatro della guerra, alla cui difesa non si trovarono se non quattro mila fanti, lieve guarnigione in sì gran bisogno. Furono anche alzati varii forti contro la città; le trincee cominciarono ad inoltrarsi, le batterie a far continuo fuoco. Giocarono dall'una e dall'altra parte varie mine, e furono dati molti assalti, tutti ripulsati con grande mortalità degli aggressori.

Ma perciocchè ai Turchi, per ottenere in siffatte occasioni l'intento loro, nulla incresce il sacrificar migliaia di persone, andò così avanti il loro furore, con iscemare intanto il numero dei difensori, che nel dì 2 d'agosto i cristiani, dopo aver fatte maraviglie di valore, trovandosi non aver più che sette barili di polve da fuoco, furono obbligati a trattar della resa nel dì suddetto. Accordò l'iniquo Mustafà quanto essi domandarono, cioè salve le persone, armi e robe dei soldati e cittadini; che questi potessero vivere secondo la legge cristiana e ritener le loro chiese; che i soldati, e chiunque volesse, avessero libero passaggio in Candia, scortati dalle galee turchesche. Non si può senza orrore e senza raccapricciarsi rammentare qual fosse la perfidia ed inumanità di Mustafà in tale occasione. Dacchè furono venuti sufficienti legni per menar via i soldati cristiani, e questi imbarcati, Marcantonio Bragadino provveditore e governator della città, ed Astorre Baglione generale dell'armi con [749] gli altri nobili, e con cinquanta soldati, per concerto già fatto, uscirono della città (era il dì 15 di agosto), e andarono al padiglione di Mustafà, affine di consegnargli le chiavi. Cortesemente furono accolti, e fatti sedere, e il Turco, passando di uno in altro ragionamento, mise infine mano ad una di quelle avanie che spesso usano quei barbari contra dei cristiani, imputando al Bragadino di aver durante la tregua fatto ammazzare alcuni schiavi turchi. Negò il Bragadino di aver commesso un tale eccesso. Allora Mustafà tutto in collera alzatosi in piedi, ordinò che ognun di loro fosse legato, essendo essi senz'armi, perchè all'entrar del padiglione furono astretti a deporle. Così legati e condotti nella piazza davanti al padiglione, a cadaun di quei nobili, fuorchè al Bragadino, tagliato fu il capo. I soldati venuti con loro, e circa trecento altri cristiani furono messi a fil di spada; e quei che erano imbarcati, svaligiati tutti e posti alla catena. Il Bragadino, dopo avere sofferto varii strapazzi, spogliato ed attaccato al ferro della berlina, fu scorticato vivo da un Giudeo. Tal costanza d'animo in sì fieri tormenti mostrò quel prode cavaliere, che niun segno mai diede di dolore; e solamente raccomandandosi a Dio, e rimproverando al Barbaro la rotta fede, allorchè giunse il tagliatore all'umbilico, spirò l'anima. La pelle sua riempiuta di paglia, ed attaccata ad una antenna, fu mandata a farsi vedere per tutti i lidi della Soria: trofeo ben degno d'una perfidia e crudeltà senza pari. E in tal guisa restò il bel regno di Cipri in mano dei nemici del nome cristiano.

Non parlerò io d'altre minori azioni di guerra fatte dai Veneziani e Turchi nell'Adriatico, e in altri mari prima di questo tempo, o durante l'assedio di Famagosta, premendomi di rallegrare i lettori dopo sì disgustosa narrativa con un memorabil fatto dell'armi cristiane, e massimamente italiane. Avea il re Cattolico Filippo II spedita la sua flotta navale [750] a Messina sotto il comando di don Giovanni d'Austria suo fratello naturale, a cui si unì Gian-Andrea Doria Genovese colle sue galee al soldo di esso re. Colà ancora erano giunti Marcantonio Colonna generale del papa colle sue galee, e Sebastiano Veniero generale delle forze di mare della repubblica veneta. Trovossi nella mostra consistere l'unione di queste flotte in dodici galee del papa, in ottantuna del re di Spagna, con venti navi, e forse più, da carico; in cento e otto galee, sei galeazze e due navi de' Veneziani; in tre galee di Malta e in tre altre del duca di Savoia. Eranvi altri legni minori in gran copia. Sopra sì possente armata militavano dodici mila italiani, guidati da valorosi capitani di lor nazione, cinque mila spagnuoli, tre mila tedeschi, tre mila venturieri, portati dalla difesa della fede e dal desiderio della gloria, oltre ai necessari marinai. Fra que' venturieri non si debbono tacere Alessandro Farnese principe di Parma, e Francesco Maria della Rovere principe d'Urbino. Fecero vela questi generosi campioni nel dì 16 di settembre dopo varie consulte, con risoluzione di andar a trovare l'armata navale nemica, per fiaccare le corna alla potenza ottomana, divenuta oramai troppo insolente e superba per le passate vittorie. Trovaronsi a vista le due potenti nemiche armate la mattina del dì 7 di ottobre, giorno di domenica. Era partita la turchesca da Lepanto, comandata dal generale Aly, dal generale di Tunisi e di Algeri, e da altri bassà e sangiacchi, e in numero di vele era molto superiore alla cristiana. Avea ordine dal gran signore il general Aly di venire a battaglia scontrandosi coi nemici; ed appunto furono a fronte dei cristiani verso l'isole Curzolari. Allora dall'una e dall'altra parte si misero in ordinanza tutte le navi, formando cadauna armata tre schiere a guisa di mezza luna. Don Giovanni d'Austria generalissimo postosi in una fregata andò girando ed animando ciascuno a ben combattere per la difesa [751] e per l'onore della fede cristiana, con assicurar tutti della protezione di Dio, potentissimo padre dei suoi fedeli, e gran rimuneratore di chi mette la vita per la santa sua religione. Inteneriti tutti a queste parole i soldati, e piangendo per la allegrezza, rispondevano con alte grida: Vittoria, vittoria. Si faceano intanto continue preghiere dai popoli cristiani per implorare la benedizion di Dio all'armi cristiane; il papa avea a questo fine pubblicato prima il giubileo, ed eransi fatte pie processioni dappertutto.

Azzuffaronsi dunque le due contrarie armate, e si dichiarò presto la mano di Dio in favore dei suoi. Soffiava dapprincipio un vento maestrale favorevole ai Turchi. Si abbonacciò il mare, ed eccoti sorgere un vento siroccale, che portava tutto il fumo contra dei Turchi, e quanto rispigneva indietro i loro legni, altrettanto facilitava ai cristiani l'urtare in essi. Durò il terribil combattimento ben quattro ore, senza che piegasse la vittoria ad alcuna di esse. Ma le galee grosse cristiane, che erano avanti, tal danno colle artiglierie recavano ai nemici, che cominciarono ad affondare alcuni dei legni turcheschi. Quindi si abbordarono insieme le galee di questi e di quelli, ed allora si fece pruova di chi vantaggiasse l'altro in valore. Gran bisogno di coraggio ebbe don Giovanni d'Austria, essendosi trovata la sua capitana in gran pericolo per lo sforzo incredibile della reale dei Musulmani contra d'essa, e per trecento almeno de' suoi rimasti ivi uccisi. Non men di lui gli altri due generali Colonna e Veniero fecero singolari prodezze. Finalmente andò in rotta l'armata turchesca, dappoichè il generale Aly fu ucciso d'archibugiata. Il suo capo reciso dal busto, e messo sopra una picca, finì di mettere lo spavento in chiunque potè ravvisarlo. Venne alle mani dei cristiani una gran quantità di legni nemici e di prigioni. Almen quindici mila infedeli fu stimato che perissero in quel terribil conflitto. L'iscrizione posta a papa Pio V ed [752] alcuni autori parlano di trenta mila di coloro uccisi; ma certo niuno li contò. Vi perderono la vita più di cinque mila cristiani fra i quali alcuni insigni personaggi, e spezialmente fu compianta la morte di Agostino Barbarigo provveditor generale della veneta armata, alla cui savia condotta si attribuì in parte sì gloriosa vittoria. Più di dodici mila schiavi cristiani in tal congiuntura riacquistarono la libertà. Moltissimi di essi, allorchè videro declinar le forze turchesche, essendosi sferrati, aveano accresciuto il terrore nelle lor galee. Anzi gli stessi schiavi dell'armata cristiana, dacchè fu loro promessa la libertà dopo la vittoria, presero l'armi, e recarono non lieve aiuto ai combattenti padroni. Furono dipoi divise fra i vincitori le spoglie e i prigioni, ch'erano circa cinque mila. Al generale del papa toccarono diecisette galee e quattro galeotte; a don Giovanni d'Austria cinquantasette galee ed otto galeotte; ai signori veneziani galee quarantatre e sei galeotte. Tra Savoia e Malta furono divise diciotto galee. Fama fu che circa sessantadue legni turcheschi fossero gittati a fondo, e certamente si affondarono diecisette galee cristiane.

L'avviso di sì segnalata vittoria, portato da uffiziali e corrieri alle corti, non si può esprimere qual giubilo spargesse nel cuore di ogni cattolico, e con quante feste e trasporti d'allegria fossero dipoi rendute grazie all'Altissimo. In Venezia tanta fu la gioia, che quel popolo diede in eccessi. Giunse a Madrid la lieta nuova, seguitata fra poco da altra felicità, cioè dalla nascita di un figlio maschio del re Cattolico, a cui fu posto il nome di Ferdinando, accaduta nel dì 4 di dicembre. Da Venezia in due giorni arrivò a Roma questo avviso, che riempiè di inesplicabil consolazione il pontefice e il popolo romano. Scritto è che al santo padre Dio rivelò la riportata vittoria nell'ora stessa in cui questa si dichiarò a favor de' cristiani. Crebbe dipoi l'universal gioia in Roma stessa al comparir [753] colà nel dì 16 di dicembre il generoso generale dell'armi pontificie Marcantonio Colonna, il quale cotanto avea contribuito al buon esito di quella impresa. Il ricevimento suo rinovellò in qualche maniera la memoria degli antichi trionfi romani: tal fu la pompa con cui venne incontrato dal senato e dai magistrati della città, ed accompagnato al Campidoglio, alla udienza del papa e al sacro tempio di Santa Maria d'Araceli, dove con suntuosi doni riconobbe dal favore divino quanto era avvenuto in quel terribil cimento. Ma chi lo crederebbe? Una sì insigne vittoria, di cui volle il buon pontefice che si conservasse eterna la memoria coll'istituire la Festa di Santa Maria della Vittoria, che oggidì si celebra nella prima domenica di ottobre; una, dico, sì strepitosa vittoria non fu poi seguitata da alcun rilevante frutto e vantaggio della repubblica cristiana, e solamente servì a far conoscere che il Turco non è una potenza invincibile. Perchè ciò avvenisse, lo vedremo all'anno seguente. Si divisero poi le flotte cristiane per ritirarsi ai quartieri d'inverno, stante l'avanzata stagione; e benchè i Veneziani ricuperassero qualche luogo tolto loro dai Turchi in Albania, furono nondimeno anch'essi forzati a riposare.


   
Anno di Cristo MDLXXII. Indizione XV.
Pio V papa 7.
Gregorio XIII papa 1.
Massimiliano II imperad. 9.

Fu chiamato in quest'anno da Dio il buon pontefice Pio V a ricevere in cielo il premio della santa sua vita, e delle tante degne sue azioni in pro della repubblica cristiana. Le astinenze, le orazioni e le fatiche sue indicibili per ben esercitare l'uffizio pastorale, e per la difesa del cristianesimo, aveano forte indebolita la di lui sanità. Si aumentarono nel marzo i suoi malori; laonde nel dì primo di maggio passò a miglior vita, lasciando dopo di sè un odore di sì rara [754] santità, che fu poi registrato dopo molti anni nel ruolo dei beati, e ai dì nostri si è celebrata la solenne di lui canonizzazione. La mancanza di questo insigne pontefice quella fu che troncò il filo ai progressi dell'armi cristiane contro il comune nemico. Aveva egli, per sostener la guerra santa, negli anni addietro impiegato un gran tesoro. Maniera inoltre non gli era mancata di raunarne assai più per continuarla nell'anno presente, di modo che si trovò in castello Santo Angelo dopo la sua morte un milione e mezzo di scudi d'oro destinato a quel fine. Teneva egli come in pugno la maggior parte dei re e principi cristiani: tanta era la venerazione che ognun professava al complesso delle sue virtù, e al suo indefesso zelo pel bene della cristianità: e però potevansi sperare per mezzo suo maggiori vantaggi alla causa comune. Non mancò, è vero, il suo successore di sposare le medesime massime, siccome vedremo; ma non passò in lui col pontificato anche il gran credito di papa Pio V. Entrati i cardinali in conclave, da lì a due o tre giorni, cioè nel dì 15 di maggio, con mirabil concordia elessero papa il cardinale Ugo Boncompagno, creatura di papa Pio IV, personaggio ben degno di sì eccelsa dignità. Era egli di famiglia antica e nobile bolognese, discendente, secondo le mie congetture, da quel Boncompagno nativo di Firenze, che circa il 1200 si truova pubblico lettore nell'università di Bologna, e lasciò un libro intitolato De obsidione Anconae dell'anno 1172, da me dato alla luce [Rerum Italicarum, tom. 6.], e di cui tuttavia resta inedito in Francia un trattato De Arte Dictaminis, citato dal Du-Cange nel Glossario latino. Di lui probabilmente fu nipote quel Dragone Boncompagni, che, per attestato del Ghirardacci [Ghirardacci, Storie di Bologna.], nell'anno 1293 con alcuni altri andò inviato dal senato bolognese per ambasciatore al vescovo di Bologna.

[755]

Prese il novello papa il nome di Gregorio XIII, dicono per la venerazione che egli professava a san Gregorio Magno, se pur non fu a san Gregorio Nazianzeno. Volle che invece di gittare al popolo, secondochè si usava nella coronazione dei papi, la somma di quindici mila scudi di oro, questa si distribuisse ai poveri. Parimente in favor d'essi ordinò che s'impiegassero altri venti mila scudi, soliti a darsi ai conclavisti, perchè niuna molestia o fatica aveano patito in sì poco tempo che era durato il conclave. Era non so come saltato in capo al pontefice Pio V di fabbricare oppur di tirare innanzi una fortezza nel territorio di Bologna. Il primo favore che papa Gregorio compartì alla sua patria, fu quello di ordinarne la demolizione nei primi giorni del suo pontificato. Ad inchinare il nuovo pontefice si portò in persona Alfonso II duca di Ferrara con accompagnamento magnifico di molta nobiltà, e vi concorsero ancora gli ambasciatori di tutti i potentati cattolici. Mostrò dipoi questo pontefice il medesimo desiderio ed ardore, che aveva già avuto il suo predecessore, per proseguir la guerra contro la potenza ottomana; e però spedì tosto nunzii e legati ai monarchi e principi della cristianità, per pregarli ed esortarli a così lodevole impresa. Confermò generale delle galee pontificie Marcantonio Colonna, già mandato innanzi dal sacro collegio ad imbarcarsi. Ma non vi fu che il re Cattolico Filippo II, il quale contribuisce soccorsi, e questi anche lievi a paragon dell'anno precedente; perchè gravi sospetti correano che il re di Francia macchinasse guerra contro la Spagna e con qualche certezza si prevedevano perniciosi movimenti nei Paesi Bassi. Ventitrè sole galee con sei mila fanti ottenne il pontefice da don Giovanni d'Austria, senza che questi si volesse muovere da Messina col restante di sua armata, affin d'essere pronto ai bisogni occorrenti del Cattolico monarca. Contuttociò unite che furono, dopo gran ritardo, queste forze con quelle [756] de' Veneziani, comandate dal nuovo generale Jacopo Foscarino, trovossi la flotta cristiana gagliarda di centocinquanta galee, ventitrè navi, sei galeazze e trenta altri legni minori. Ad onta della gran rotta dell'anno addietro, avea potuto la Porta ottomana formare una flotta di ducento sessanta tra galee, galeotte e fuste, con cinque galeazze: flotta nondimeno inferiore di nerbo e di coraggio alla cristiana. In traccia di costoro fecero vela i due generali Colonna e Foscarino. Ma il generale turchesco Uluccialì, uomo di sopraffina accortezza, benchè sempre mostrasse voglia di azzuffarsi, pure fuggì sempre ogni incontro, e sì artifiziosamente andò trattenendo i cristiani, che lor fece perdere il resto della campagna; laonde, appressandosi il verno, non altra gloria riportarono questi a casa, che quella di aver fatto paura ai nemici. Per altro a sì infelice successo contribuì non poco don Giovanni d'Austria, il quale ora facendo vista di voler passare al comando dell'armata, senza poi mantener la parola, ed ora facendo doglianze perchè senza di lui gli altri due generali tentassero di dar battaglia, imbrogliò non poco i disegni; e neppur si trovò grande armonia fra il Colonnese e il Foscarino: cose tutte che sommamente afflissero papa Gregorio.

L'anno fu questo in cui propriamente ebbe principio la ribellione de' Paesi Bassi contra del re Cattolico. Avea ben esso monarca mandato colà un general perdono, che fu pomposamente pubblicato in Anversa dal duca d'Alva nel 1570, ma con poco frutto, perchè cotali riserve ed uncini conteneva l'indulto, che pochi ne mostrarono stima, e niuno ne fece allegrezza. E fin qui era andato fluttuando l'odioso affare delle gravezze imposte da esso duca tra le di lui minaccie e la disubbidienza e costanza di buona parte di que' popoli di non voler pagare: quando si avvisò il superbo reggente di mettere mano alla forza per conciliare rispetto alle sue leggi col gastigo dei renitenti. [757] Allora apparve qual odio, quali mali umori covassero le genti di quelle provincie, soffiando spezialmente nel segreto fuoco con esortazioni e promesse di soccorsi il principe d'Oranges, animato dai protestanti di Germania e dagli ugonotti di Francia. Pertanto nell'Olanda, Zelanda e Frisia si diede fuoco ad un aperto ammutinamento e rivolta di molte città, dove principalmente avea preso radici la eresia, restando nulladimeno alla Chiesa ed al re ubbidiente la principal fra esse, cioè Amsterdam. Collegaronsi queste, prestarono una spezie di ubbidienza all'Oranges, da lui riceverono governatori e leggi. Ed ecco il principio della repubblica delle Provincie Unite, volgarmente appellata la repubblica Olandese, che andò poi a poco a poco crescendo pel concorso dei vicini Tedeschi, Franzesi ed Inglesi, tanto nella profession dell'eresia, quanto nella mercatura e nelle forze di mare, che arrivò a divenire una delle potenze più ricche dell'Europa, quale oggidì la miriamo. Il di più dee prenderlo il lettore da altre storie. Sia a me lecito di accennare anche un altro non men sonoro avvenimento della Francia, spettante all'anno presente. Durava la pace fra il re Carlo IX e gli ugonotti; ma perciocchè il re, tenendo davanti agli occhi le tante infedeltà ed insolenze passate di quegli eretici, e temendone sempre delle nuove, tuttodì cercava la via di vendicarsene e di opprimerli; finalmente si fermò nella risoluzion seguente. In occasione ch'era concorsa a Parigi copia di coloro, e spezialmente di nobili, per le nozze di Arrigo re di Navarra (eretico che a suo tempo vedremo re di Francia) con Margherita di Valois sorella cattolica del suddetto re Carlo, segretamente fu dato ordine dal re che nella notte precedente al dì 24 di agosto, ossia alla festa di san Bartolomeo, si uccidessero tutti gli ugonotti. Grande strage fu fatta di loro in Parigi, unitosi il popolo ai soldati del re contro gli odiati nemici della religion cattolica; e quivi ne perirono circa due o tre mila, [758] come scrissero l'Adriani e lo Spondano, e non già dieci mila, come altri hanno scritto, fra' quali si contarono quasi quattrocento gentiluomini che godeano gradi onorati di milizia: esecuzione, in cui restarono involti anche molti innocenti cattolici, perchè ricchi. Andò poi un regio bando, che più non s'incrudelisse contro gli Ugonotti, ma non fu a tempo per trattenere i cattolici di Lione, Tolosa, Roano ed altre città, dal mettere a fil di spada quanti di quella setta caddero nelle lor mani. Famoso perciò divenne in Francia questo macello col nome delle Nozze parigine e della Notte di San Bartolomeo. Lascerò io disputare ai gran dottori intorno al giustificare o riprovare quel sì strepitoso fatto, bastando a me di dire che per cagion d'esso immense esagerazioni fece il partito degli ugonotti, e loro servi di stimolo e scusa per ripigliar l'armi contra del re. Nel settembre di questo anno terminò i suoi giorni Barbara d'Austria duchessa di Ferrara, in cui fra le molte virtù spezialmente si distinse la pietà, ereditaria dote della nobilissima casa d'Austria.


   
Anno di Cristo MDLXXIII. Indizione I.
Gregorio XIII papa 2.
Massimiliano II imperad. 10.

Molte e grandi consulte, per gl'impulsi spezialmente di papa Gregorio, fatte furono nella corte di Madrid, in Roma e Venezia, per formare un armamento più formidabile dei precedenti contro l'imperio ottomano. Si calcolò che il re Cattolico armerebbe centocinquanta galee, cento i Veneziani e cinquanta il pontefice. Ma con tutti questi bei consigli, assai chiarita la repubblica veneta che in fare i conti sugli aiuti altrui, e sulla buona sinfonia delle leghe, sovente si falla; e che dopo l'insigne vittoria di Lepanto comparivano vigorose come prima le forze de' Musulmani; e che niun conquisto si era fatto finora, e sol gravissimi danni aveano patito i suoi littorali: trattò [759] di pace col gran signore, e la conchiuse per mezzo di un suo ministro nel mese di marzo, e la ratificò nel seguente aprile, con promettere, dopo tanti milioni inutilmente spesi nella passata guerra, di pagare per tre anni cento mila scudi di oro annualmente al superbo sultano. Chi in bene e chi in male parlò di questa pace; ma sopra gli altri se ne risentì vivamente il pontefice, per veder fatto un passo di tanta importanza senza saputa sua; e maltrattato con acerbe parole Paolo Tiepolo mandato apposta ambasciatore, che gliene diede la nuova, ordinò che questo gli si levasse davanti. Andò tanto innanzi lo sdegno e lo sparlare del popolo romano contra de' Veneziani, che il Tiepolo, temendo di qualche insulto, fu forzato ad armar di gente il suo palazzo e ad uscirne con molta cautela. Vi volle del tempo a quetare l'adirato pontefice, ma infine si quetò. Con tranquillità di animo, all'incontro, accolse il re Filippo II questa nuova, anzi lodò la prudenza veneta, siccome quegli che da molto tempo meditava un'altra impresa, ed avrebbe anche desiderato che nel precedente anno a quella sola avessero accudito l'armi de' collegati. Essendo stato cacciato da Tunisi nell'anno 1571 il bey o dey Amida per le sue crudeltà, il famoso corsaro Uluccialì re d'Algeri s'impadronì ancora di quella città. Conservavasi tuttavia in potere del re di Spagna la Goletta, fortezza posta in faccia al porto di Tunisi; fece Amida ricorso al re Cattolico, rappresentandogli la facilità di riacquistar quella città, e il re, che ardeva di voglia di dar qualche gastigo ad Uluccialì per le insolenze e per li danni che colui recava ai lidi cristiani, segretamente ordinò a don Giovanni d'Austria, soggiornante coll'armata navale in Sicilia, di far quella impresa. Non si aspettava Uluccialì una tal visita, e però colla flotta turchesca andava rondando per le riviere di Albania, dove tuttavia altro non fece che saccheggiar la città di Castro. Con sole cento sei galee sottili fece vela dai porti della [760] Sicilia don Giovanni, non avendo potuto le navi cariche di gente pel vento contrario uscire dal porto di Trapani. Giunto egli nel dì 8 di ottobre alla Goletta, lo spavento entrò siffattamente nella città di Tunisi, che la maggior parte degli abitanti col loro meglio se ne fuggì. Però senza pericolo o fatica vi entrarono l'armi cristiane, le quali poco tardarono ad impadronirsi anche di Biserta, lontana da Tunisi dieci miglia. Ma perchè si trovò essere troppo odiato Amida in quelle contrade, e nacque pensiero agli Spagnuoli di poter conservare quella gran città sotto il dominio del loro monarca, don Giovanni vi lasciò con titolo di vicerè o governatore Maometto cugino di Amida, ed ordinò che quivi si fabbricasse una fortezza atta a signoreggiar la città dalla parte della Goletta. Alla fabbrica d'essa fu lasciato Gabrio Serbellone con tre mila Spagnuoli; altrettanti Italiani sotto Pagano Doria ivi restarono: il che fatto, si restituì don Giovanni con gloria a Messina, e indi a Napoli, da dove si mise poi in viaggio alla volta di Spagna, chiamatovi dal re per altri bisogni.

Continuò in quest'anno la guerra in Francia fra il re Carlo IX e gli ugonotti; e in Fiandra fra que' ribelli e il duca d'Alva. Al trovarsi quel duca assai vecchio e mal concio per la podagra, e più al vedersi cotanto odiato dai popoli, avea più volte chiesta licenza di tornarsene in Ispagna. La impetrò in quest'anno, e forse con discapito degli affari del re in Fiandra; perchè s'egli col suo crudele e sempre detestabile governo avea eccitato sì lagrimevole incendio in quelle contrade, il credito non di meno e la sua maestria nell'arte della guerra tenea in somma apprensione il principe di Oranges e i sollevati: il perchè motivo per loro di allegrezza fu la di lui partenza. Andò alla corte, e fu ben ricevuto; da lì nondimeno a qualche tempo restò confinato in Uceda; ma meritava ben altro un uomo sì inumano. Fama correa che dieciotto mila Fiamminghi di [761] ordine suo per mano del carnefice avessero perduta la vita. Era vacato per la morte di Sigismondo Augusto il trono di Polonia, e molti competitori si affacciarono aspiranti a quella corona. Tanti maneggi (consistenti per l'ordinario nel buon uso dell'oro) furono fatti da Carlo IX re di Francia, che gli riuscì di far cadere l'elezione in Arrigo duca d'Angiò, suo minor fratello: elezione nulladimeno aggravata da molte dure condizioni, delle quali parla la storia. Passò in Francia una bella ambasceria di Polacchi per sollecitar questo principe a consolar colla sua presenza chi l'aspettava con singolar divozione. Sul fine di settembre si mosse il re novello verso la Polonia, e non giunse colà se non sul fine del seguente. Attentissimo sempre al bene della religione papa Gregorio XIII, istituì nell'anno presente in Roma il collegio germanico coll'annua dote di dieci mila scudi d'oro, affinchè almen cento giovinetti quivi si educassero, e nelle scienze e lingue si addottrinassero. Ne diede la cura ai padri della compagnia di Gesù sì da lui amati e favoriti, che qualunque grazia e privilegio a lui chiesero, tutto ottennero. Dimorava in questi tempi Cosimo gran duca di Toscana in Pisa, lasciando a don Francesco suo primogenito le cure del governo. Poca era la sua sanità; sopraggiunse ancora un sì pernicioso accidente al corpo suo, che ogni suo membro restò impotente al suo uffizio. Nulladimeno la mente ritenne sempre il suo vigore, se non che si cominciò a preveder vicina la sua morte.


   
Anno di Cristo MDLXXIV. Indizione II.
Gregorio XIII papa 3.
Massimiliano I imperad. 11.

Mancò infatti di vita nel dì 21 di aprile Cosimo I gran duca di Toscana, principe degno d'immortale memoria, quantunque non privo di nei, secondo l'umano costume; ad esaltare il quale [762] da stato civile privato cooperò la fortuna; e ad assodarlo e a farlo crescere in potenza contribuì il raro suo senno. Di donna Leonarda di Toledo sua prima moglie lasciò don Francesco, che fu il secondo gran duca, e Ferdinando cardinale, che fu poi terzo gran duca. Dopo la morte di donna Leonora s'invaghì di una povera giovinetta, per nome Camilla Martelli, e un pezzo la tenne ai suoi piaceri. Ma infine, per le forti istanze di papa Pio V, che un parzial genio professò sempre a questo principe, la sposò, e di essa ancora ebbe prole. Sopravvissero parimente a lui due altri figli, cioè don Pietro e don Giovanni, che si segnalarono nel mestier della guerra. A Cosimo dunque succedette il primogenito don Francesco, che in ingegno non cedeva al padre, ma che non corrispose dipoi alla espettazion de' suoi sudditi colla saviezza del viver suo. Morì anche nell'anno presente Guidubaldo della Rovere duca di Urbino, principe rinomato pel suo valore, ma che nel precedente anno, per aver voluto imporre delle nuove gravezze ai suoi sudditi, avea dato motivo ad una ribellione, che fu quetata per opera del pontefice, ma che si tirò dietro la morte e l'esilio di molti. Ebbe per successore Francesco Maria suo figlio, il quale diede buon principio al suo governo, con richiamare i banditi dal padre, e chiunque era fuggito, e con restituire ad ognuno i beni confiscati. In questi tempi Guglielmo duca di Mantova ottenne da Massimiliano Augusto il titolo di duca del Monferrato. Riuscì poi l'anno presente assai funesto alla cristianità per più di un lagrimevol accidente. Già dicemmo presa in Africa la città di Tunisi dall'armi del re Cattolico. Uluccialì per questa perdita altamente adirato, seppe così ben adoperare il credito, che egli godeva alla Porta ottomana, siccome ammiraglio di quella potenza, che ottenne dal gran signore Selim un potente esercito per mare e per terra, affine di ricuperarla. Se vogliam credere alle relazioni [763] d'allora, quattrocento legni tra galee, galeotte e navi da carico con circa cinquanta mila Turchi (numero forse alterato) condusse egli come generale di mare a quella volta: nel qual mentre anche Sinan bassà, genero del gran signore, e generale di terra, comparve colà con quindici mila Mori ed Arabi a cavallo. Non era peranche perfezionato il forte già disegnato in Tunisi, mancandovi la fossa, ed essendo i bastioni appena alzati alla statura d'un uomo, perchè non vennero somministrati a tempo i necessarii aiuti. Contuttociò Gabrio Serbellone, lasciato ivi per fabbricarlo, si preparò per una gagliarda difesa. Nella fortezza della Goletta, che potea far più resistenza, e veniva creduta inespugnabile, si trovò don Pietro Portocarrero, governatore di poca perizia, e insieme provveduto di molta albagia, che ricusò sulle prime di colà ammettere un rinforzo d'Italiani, perchè, secondo lui, dovea essere dei soli Spagnuoli la gloria di rintuzzare l'orgoglio turchesco. Ma i fatti riuscirono ben diversi dalle parole e speranze. Nello stesso tempo Sinan strinse d'assedio la Goletta ed il forte, e sì vigorosamente affrettò i lavori, che nel dì 25 d'agosto a forza d'armi mise il piede entro la Goletta, con tagliare a pezzi la maggior parte di que' difensori. Il Portocarrero, il figlio del re Amida e circa trecento soldati rimasti vivi, furono condotti in ischiavitù, e smantellata quella fortezza. Dicono che vi si trovarono cinquecento pezzi d'artiglieria tra grossi e minuti. Costò la vita anche ad alcune migliaia di Turchi l'ostinato assedio dell'altro forte, sostenuto con somma bravura dal Serbellone contro più assalti datigli dal feroce nemico. Ma finalmente, mai non comparendo i promessi soccorsi, anch'esso nel dì 12 di settembre si vide soccombere all'empito delle forze turchesche colla morte di quasi tutti i cristiani, e fra gli altri di Pagano Doria, trovato ivi gravemente malato. Il Serbellone, trattato barbaramente [764] da Sinan, fu menato schiavo e in trionfo a Costantinopoli. Questa grave perdita, queste continuate prosperità della potenza ottomana faceano venir freddo agl'Italiani. I Veneziani per sì gran movimento dell'armi turchesche, sapendo il poco capitale, che può farsi della fede di que' Barbari, e delle paci stabilite con essi, furono obbligati ad un nuovo gagliardo armamento, e ad implorar gli aiuti del papa e del re Cattolico. E veramente il sultano Selim, gonfio per la fresca vittoria, già macchinava di portar la guerra in Candia, e forse avrebbe eseguito il mal pensiero, se la sua morte accaduta sul principio dell'anno seguente oppure verso il fine del presente, con succedergli il figlio Ammurat, non avesse fatto abortir le meditate sue idee.

Provossi in Francia un'altra disavventura, per aver quivi terminata la carriera del suo vivere il re Carlo IX, in età di ventiquattro anni nel dì 30 di maggio. Troppo appassionato era per la caccia, e fu creduto che per gli eccessi di essa egli si guadagnasse una mortal febbre con isputo di sangue, per cui passò all'altra vita. S'egli campava, siccome zelantissimo per la religione cattolica, e dotato di spiriti guerrieri, potea sperarsi che avrebbe purgato il suo regno dalla gramigna ereticale. In male stato restò per la sua morte la Francia, perchè si trovava in Polonia Arrigo III suo fratello e successore; e la regina Caterina de Medici sua madre, lasciata reggente, tali forze e consiglio non aveva da frenare i sempre inquieti ugonotti, i quali si diedero tosto a far maneggi coi protestanti della Germania, per turbare la pace. Pertanto ella sollecitò il figlio Arrigo, che appena era stato coronato re dai Polacchi, a tornarsene al suo regno, più di lunga mano desiderabile che quello di Polonia. Avendo Arrigo trovato delle difficoltà nei magnati polacchi alla sua rinunzia e partenza, con allegar essi la necessità di raunar per questo la dieta di tutto il regno, stimò egli meglio di [765] mettersi in viaggio alla sordina, ossia di fuggire. Lo inseguirono i Polacchi, ma nol poterono raggiugnere. Passata felicemente la Germania, arrivò in Italia, e nel dì 17 di luglio entrò in Venezia, dove concorsero personalmente ad attestargli il loro ossequio Emmanuel Filiberto duca di Savoia, Alfonso II duca di Ferrara e Guglielmo duca di Mantova; Andrea Morosino, non so come, il chiama Francesco. La suntuosità degli apparati, dell'accompagnamento e dei divertimenti dati dalla sempre magnifica repubblica veneta a questo giovane monarca, esigerebbe più fogli da chi prendesse a descriverla. Nel dì 29 di luglio, accompagnato dal suddetto duca di Savoia e dal duca Alfonso, fece il re la solenne sua entrata in Ferrara, dove fermatosi per due soli giorni (tanta era la sua fretta), ricevè suntuosi passatempi e superba accoglienza. Volò poscia a Torino, accompagnato sempre da essi duchi, e quivi fu forzato a fermarsi per dodici giorni, affine di preparargli una possente scorta di alcune migliaia di fanti e di circa mille cavalli, con cui potesse andar sicuro dalle insidie degli eretici ribelli del Delfinato. Ma contuttociò non gli passò netta, avendogli coloro tolta nel passaggio una parte del suo equipaggio: il che fu cagione ch'egli, inclinato prima alla pace, prendesse poi la risoluzione di far loro guerra. Si servì di questa buona occasione il duca di Savoia per far gustare al re le ragioni sue sopra le terre a lui occupate dal re suo padre. E con frutto; perciocchè quantunque Lodovico Gonzaga, duca di Nevers e governator di Saluzzo, mettesse quanti ostacoli mai potè alla buona intenzione del re Arrigo: pure appena giunto esso re a Parigi, spedì ordine che fossero restituiti al duca Pinerolo e Savigliano, luoghi che lo stesso duca diceva essere le chiavi di sua casa. Semi di gran rottura e di guerra civile si videro in Genova per gara di comando insorta fra i nobili vecchi e nuovi di quella città. [766] Crebbe poi questa discordia nell'anno seguente, siccome diremo.


   
Anno di Cristo MDLXXV. Indizione III.
Gregorio XIII papa 4.
Massimiliano II imperad. 12.

Non poteano i nobili nuovi di Genova digerire, che nel governo della repubblica la nobiltà vecchia godesse più autorità di quel che conveniva, e che i principali uffizii a lei si dessero. Chiunque ha letto nei precedenti secoli a quante guerre civili e rivoluzioni sia stata esposta quella nobilissima e potente città, e come facilmente ivi si accendesse il fuoco della discordia, nulla si stupirà che per questi tempi ancora in quel popolo dotato di gran vivacità si ravvivassero le gare, non volendo gli uni essere da meno degli altri. Sollevossi inoltre una terza fazione, cioè la popolare, perchè, trovandosi da molti anni in qua escluso il basso popolo da tutti gli onori e magistrati del governo, al quale anticamente era ammesso, con esser anche talvolta giunto ad usurparselo tutto, non cessava di mormorare della nobiltà, e di aspirare almeno a parte dell'autorità perduta. Fu appunto commosso il popolo dai nobili nuovi a sollevarsi, per abbattere i vecchi. Andò tanto innanzi la gara, e il pericolo di una fiera sedizione, massimamente allorchè fu per eleggersi un nuovo doge, che i nobili vecchi per minor male della patria giudicarono meglio di ritirarsi fuori della città, e di cedere al tempo. Dall'una e dall'altra parte furono spediti ambasciatori a tutti i principi della cristianità per guadagnarli cadauno in suo favore. Ora tanto il papa quanto l'imperadore e il re Cattolico, per la premura che aveano di conservar la pace in Italia, spedirono colà i lor ministri, con incaricarli di fare il possibile per quetar quelle turbolenze; e massimamente per parte del pontefice vi fu spedito il cardinal Morone, uomo di mirabil destrezza nel maneggio degli umani affari. Ma si trovarono sì dure le [767] teste dell'una e dell'altra fazione, che gran tempo restò inutile la diligenza dei pacieri. Fecero buon armamento tanto i rimasti in città che gli usciti, e si venne alle ostilità, con avere i nobili vecchi occupate le terre di Porto Venere, Chiavari, Rapallo, Sestri e Novi. In favore di questi maggiormente inclinava il re Cattolico Filippo II. Anzi gran gelosia recò ai cittadini l'essersi fermato in que' mari don Giovanni d Austria, nel mentre che passava a Napoli con cinquanta galee: laonde fu in armi tutta la città. Voce corse ch'esso don Giovanni, se gli veniva fatta, meditasse d'insignorirsi di quella città, mosso da privato desiderio di acquistare un bel dominio per sè: del che poi ne fece risentimento il re Cattolico. Altri poi dissero che d'ordine dello stesso re si fermò in quelle parti per dare maggior polso ai trattati di pace, o per impedire che alcun principe non entrasse in quel ballo. Certo è che il buon pontefice scrisse per questo lettere di fuoco a don Giovanni, minacciandolo di collegar contra di lui tutti i principi d'Italia, se nulla avesse tentato contro la libertà de' Genovesi. Intanto dall'una parte Arrigo III re di Francia avea spinte le sue armi a quei confini; e il gran duca Francesco avea fatto lo stesso dal canto suo, con aver ammassati dieci mila fanti. Dio volle che infine, per opera spezialmente di Matteo Senarega, uno dei nobili nuovi, uomo savissimo, fu fatto da amendue le parti un libero compromesso nel papa, nell'imperadore e nel re di Spagna, con deporre l'armi e licenziar le soldatesche forestiere. Si prolungò poi l'accomodamento sino al marzo dell'anno seguente, in cui, fissate le regole di quel governo, tornò a rifiorir la pace in quella insigne città e repubblica.

Fu quest'anno riguardevole pel giubileo romano, di cui molto per tempo fece il pontefice Gregorio XIII precorrere l'avviso e l'invito per tutta la cristianità. Tale fu il concorso della gente a Roma, allorchè sul fine del precedente anno si [768] aprì la porta santa, che fu creduto ascendere a non meno di trecento mila persone. Continuò questo concorso nell'anno presente, di modo che pochi giorni furono, nei quali non si contassero in quella gran città circa cento mila forestieri, venuti per divozione da tutte le parti dell'Europa. Tenuto fu per mirabil cosa, che essendo già penetrata in Trento, e in alcun'altra città d'Italia la peste, e facendo essa una terribil strage in qualche luogo della Sicilia, pure, non ostante la folla di tanta gente venuta al giubileo, niun caso accadde in Roma. Gran cura ebbe il pontefice che quivi abbondasse in tal occasione la grascia, e di copiose limosine dispensò egli anche ai poveri. Altrettanto fecero varii di que' ricchi cardinali e baroni, ed alcune pie congregazioni. Fra gli altri luoghi pii si distinse quello della santissima Trinità, il quale dai 25 del precedente dicembre sino al dì 22 di maggio diede l'ospizio e il vitto per più d'un giorno a novantasei mila ed ottocento quarantotto pellegrini. Compiè parimente il papa in questi tempi l'insigne fabbrica del ponte senatorio, ossia di Santa Maria sopra il Tevere. Ruzzavano intanto fra loro i principi d'Italia per pretensioni di maggioranza e per la vanità dei titoli. Quello di gran duca, dato da Pio V al fu Cosimo I, avea spezialmente alterati gli spiriti, perchè il duca di Savoia per varii titoli si tenea da più del fiorentino. Quel di Ferrara gran tempo era che combatteva per questo anch'egli coi gran duchi; nè quel di Mantova volea cedere all'estense. Anche in Roma insorse la discordia per la precedenza, che il papa volle dare ad un principe sopra gli ambasciatori regi. Ma Francesco gran duca fece tanto in quest'anno e nel seguente, che l'imperador Massimiliano II conferì a lui, come cosa nuova, il titolo di gran duca, siccome costa dai documenti rapportati dal Lunigo. Similmente nell'anno 1582 gli elettori dell'imperio riconobbero la preminenza dei duchi di Savoia sopra dei gran duchi. Tal decreto vien [769] riferito dal Guichenone e dal suddetto Lunigo. Ai principii del regno di Arrigo III re di Francia non mancarono gravi turbolenze, perchè Francesco duca d'Alanson suo fratello si gittò nel partito dei malcontenti e degli eretici, e si fecero dei gran preparamenti per una nuova guerra. In Fiandra prosperarono gli affari dei cattolici contra dei ribelli eretici; ma altro vi volea che la ricuperazione d'alquanti luoghi per domar coloro, assistiti dalle potenze della Germania. Si congregò poi la gran dieta di Polonia per eleggere un re nuovo. Concorrevano a quella corona Massimiliano imperadore, Giovanni re di Svezia, Giovanni Bosiliovitz gran duca di Moscovia, ed Alfonso II duca di Ferrara. Maggior merito per l'ordinario suol ivi avere chi più spende a guadagnare i voti. Dopo molti contrasti da gran parte de' magnati, restò eletto Massimiliano; un'altra elesse Anna sorella del re Sigismondo defunto, con destinarle in marito Stefano Batori principe di Transilvania, il quale infatti corse colà, e si fece coronare nell'anno seguente. Avea Rodolfo figlio dell'Augusto Massimiliano già conseguite le corone dell'Ungheria e Boemia. Nell'anno presente, a dì 27 di ottobre, nella dieta di Ratisbona venne egli ancora eletto, e da lì a cinque giorni coronato re de' Romani. Era già salita in gran credito la congregazion dell'oratorio istituita in Roma da Filippo Neri, prete di santa vita. Ne ottenne egli in questo anno la confermazione da papa Gregorio.


   
Anno di Cristo MDLXXVI. Indizione IV.
Gregorio XIII papa 5.
Rodolfo II imperadore 1.

Funestissimo si fece sentire l'anno presente alla Lombardia per la fierissima peste che si dilatò e fece stragi immense per varie città. Cominciò essa nell'anno addietro specialmente a spopolare la città di Trento, e a poco a poco andò serpeggiando per altre terre lombarde. Il suo maggior furore si provò in questi [770] tempi. Portata a Venezia, fu disputato non poco se fosse vera peste passata dal Levante in Italia, oppure un'epidemia cagionata dalla strana siccità e dallo straordinario caldo del precedente anno. Chiamati colà da Padova Girolamo Mercuriale e Girolamo Capodivacca, pubblici lettori e grandi barbassori dell'arte medica, a spada tratta sostennero, quella essere influenza epidemica, e non vero contagio, contro il parere de' medici veneziani. Cagion fu il credito di amendue che non si prendessero le più rigorose precauzioni contra di così orrendo malore, finchè si giunse a vedere tutta piena di morti quella gran città. Se scornati non fuggivano que' satrapi della medicina, fu creduto che il popolo li avrebbe sacrificati al loro furore. Incredibil dunque fu in Venezia la mortalità, nè minore in Padova, Vicenza, Verona, Milano, Pavia e Genova. Mirabili pruove della sua incomparabil pietà e carità diede nella città di Milano in sì lugubre occasione il santo cardinale ed arcivescovo Carlo Borromeo. In Venezia per un tempo morirono settecento persone per giorno. Terminato il male, si trovò esser morti ventidue mila uomini, trentasette mila donne, e circa undici mila fanciulli dell'uno e dell'altro sesso. Fra gli altri in quel terribile conflitto lasciò la vita Tiziano Vecelli da Cadore, celebratissimo dipintore: se non che dalla morte fu burlato di poco, perchè già decrepito di novantanove anni, siccome abbiamo da più d'uno scrittore delle vite dei pittori. Non fece la peste a proporzion della popolazione tanta strage in Milano. Da una galeotta venuta da Levante fu essa portata anche a Messina, dove fama corse che perissero sessanta mila persone. Di là passò a Reggio e ad altri luoghi di Calabria, con fare dappertutto una miserabil desolazione di que' popoli. All'incontro, quelle città e terre che con buone e rigorose guardie fecero fronte a questo fiero nemico, ne rimasero preservate.

A far peggiorare gli affari della religione [771] e del re di Spagna ne' Paesi Bassi assaissimo contribuirono i mali portamenti degli stessi Spagnuoli nell'anno presente. Imperciocchè essendo mancato di vita il gran commendatore Requesens, regio governatore di quelle contrade, si ammutinarono i soldati spagnuoli col motivo delle paghe da gran tempo non ricevute, e tal terrore misero anche negli amici e in chi dianzi era fedele al re, che quasi tutte quelle provincie formarono una confederazione tendente a cacciar di Fiandra l'odiata razza degli Spagnuoli. Maggiormente crebbe quest'odio dacchè quegli ammutinati pieni di ferocia, dopo aver dato il sacco a Mastrich e ad altri luoghi, si unirono nella cittadella di Anversa; e contuttochè quella città avesse ricevuto un gran rinforzo d'armati per sua sicurezza, pure usciti gli Spagnuoli, cotanto furiosamente si scagliarono contra di que' cittadini, che, superato ogni riparo, s'impadronirono della città. Fu creduto che sette mila di quegli abitanti ed ausiliarii fossero messi a filo di spada. Era allora Anversa città sommamente ricca, perchè colà approdavano in gran copia le merci e ricchezze dell'Indie Occidentali ed Orientali: commercio che poi passò ad Amsterdam con gran depressione d'essa Anversa. Per tre giorni fu dato alla misera città un orribil sacco. Dell'esorbitante preda, benchè venduta a vil prezzo, ricavarono que' masnadieri due milioni d'oro. Furono anche in sì funesta congiuntura bruciati alcuni superbi edifizii del pubblico, e da ottocento case di essa città. Se azioni di tanta crudeltà meritassero l'amore o l'odio de' Fiamminghi, non occorre che io lo dica. Quindi venne che molte terre e città state fin qui fedeli al re si ribellarono; e il principe d'Oranges ne seppe ben profittare, per maggiormente ingrossare il suo partito, e infiammar gli animi d'ognuno ad ostinarsi nella ribellione. Portato molto prima di questi fatti al re Filippo II in Ispagna lo avviso di sì gravi disordini, se ne risentì [772] allo scorgere che principalmente cresceano per colpa di chi avea l'incombenza di guarire que' mali. Spedì pertanto per le poste e per la Francia don Giovanni d'Austria suo fratello in Fiandra col titolo e coll'autorità di governatore, lusingandosi che più il senno e la riputazione sua, che il suo valore, potessero sostenere quel troppo vacillante dominio. Arrivò egli colà sul principio di novembre, e tosto si applicò a cercar le vie più dolci per tirare a sè gli animi sconcertati di que' popoli. Anche papa Gregorio, all'intendere che don Giovanni cominciò a trattar di pace, colà spedì monsignor Castagna, affinchè non ne venisse detrimento alla religione. Accadde in questi tempi che mentre l'imperador Massimiliano iva cercando aiuti per sostener le pretensioni sue sopra il regno di Polonia, trovandosi alla dieta di Ratisbona, fu più che mai sorpreso dalla palpitazion di cuore, male suo familiare, e quivi in età di soli anni trentanove pagò il debito della natura nel dì 12 di ottobre: principe per le sue belle doti e virtù degno di più lunga vita. A lui succedette il re de' Romani Rodolfo suo figlio, non meno in tutti gli Stati della linea austriaca di Germania, che nella dignità imperiale. Si fece egli chiamare Rodolfo II Augusto, tuttochè l'antenato suo Rodolfo I fosse bensì re de' Romani, ma non mai godesse il titolo d'imperadore.


   
Anno di Cristo MDLXXVII. Indizione V.
Gregorio XIII papa 6.
Rodolfo II imperadore 2.

I maggiori pensieri del pontefice Gregorio erano sempre rivolti o alla difesa o all'accrescimento della religione cattolica, e ad opere, delle quali durasse anche ne' secoli avvenire l'utilità. Nel presente anno fondò egli in Roma il collegio de' Greci, affinchè quivi si ricevessero ed istruissero i giovanetti di quella nazione, insegnando loro spezialmente la antica lingua greca, le scienze e l'erudizione, [773] onde tornati alle lor case potessero promuovere l'unione di quegli scismatici colla Chiesa cattolica romana. Cessò finalmente in Venezia la peste, e si restituì il commercio, ed allora fu che quel pio senato in rendimento di grazie a Dio per questo benefizio fece fabbricare la magnifica chiesa del Redentore, secondo l'architettura di Andrea Palladio. Diede qui fine ai suoi giorni nel dì 4 di giugno Luigi Mocenigo doge di quella repubblica, e nel dì 11 d'esso mese in luogo suo fu eletto Sebastiano Veniero, quegli che fu generale nella gloriosa vittoria di Lepanto. Ma non terminò questo anno senza un terribile incendio, che nel dì 20 di dicembre consumò tutto il magnifico palazzo pubblico di Venezia, e massimamente la sala del gran consiglio, dove perirono i ritratti dei dogi, e molte altre insigni dipinture fatte da Gian-Bellino, da Tiziano, dal Pordenone e da altri valenti pittori, colle storie della pace seguita fra papa Alessandro III e Federigo I imperadore. Intanto di male in peggio andavano gli affari della religione in Francia e in Fiandra. Svegliossi di nuovo la guerra degli ugonotti o calvinisti contra del re Arrigo III, e quantunque l'armi dei cattolici prevalessero in molti luoghi, e il papa non mancasse di mandar buona somma di contanti in aiuto loro; pure il re, perchè scoprì fatta lega da quegli eretici con Elisabetta regina d'Inghilterra, col Palatino, col principe d'Oranges e con altri protestanti di Germania, si lasciò indurre a far pace con loro. Fu questa conchiusa nel parlamento della città di Blois, e ordinato che per tutto il regno pubblicamente si esercitasse la sola religione cattolica, ma con permettere la libertà delle coscienze ad essi ugonotti, e l'esercizio della falsa loro credenza nelle loro case, nei luoghi posseduti dai baroni, e in un borgo almeno di cadauna provincia, con altri vantaggi di quella setta: il che non si può dire qual gran dispiacere recasse al pontefice ed a tutti i buoni cattolici. E soprattutto [774] se ne risentì molto il re di Spagna, ben prevedendo le perniciose conseguenze che produr potrebbe nei Paesi Bassi questo esempio, e come da lì innanzi sarebbe facile agli ugonotti il dar calore e braccio alla ribellione fiamminga.

Presero infatti nell'anno presente in Fiandra una pessima piega quegli affari. Troppo erano esacerbati gli animi di que' popoli contro gli Spagnuoli; però si accordarono tutte le diecisette provincie in non voler riconoscere don Giovanni d'Austria per loro governatore, s'egli non cacciava da' lor paesi le soldatesche spagnuole, con protestar nondimeno di voler sempre salda l'ubbidienza al re Cattolico, e la conservazione della religione cattolica romana. Tal protesta veniva dal cuore di molti di que' popoli; ma non pochi altri coi desiderii e coi disegni interni smentivano ciò che dicea la voce, null'altro aspettando, se non che fossero licenziati gli Spagnuoli, per poter fare peggio di prima. Stette perplesso un pezzo don Giovanni, s'egli dovea cedere a così dure condizioni. Tale era nondimeno la premura sua di calmar quell'incendio, che si lusingò di venirne a fine con darsi per vinto. Ebbe maniera d'indurre gli ammutinati spagnuoli a passare in Italia; entrò poi fra gli strepitosi viva in Brusselles; gli fu prestato il giuramento; parve cessata affatto tutta la passata burrasca. Ma che? chiunque avea il cuor guasto dall'eresia, e massimamente gli Olandesi e Zelandesi cominciarono a mostrarsi renitenti a sottoscrivere l'editto che obbligava a ritener la sola fede romana. Il principe di Oranges movea quante macchine potea per alienar gli animi dall'ubbidienza, e per attizzare il fuoco. Fu infine creduto ch'egli tentasse di fur prigione don Giovanni, il quale certo è che oramai accortosi del passo falso da lui fatto, e che ogni giorno più veniva scemando la sua autorità, fu costretto a ritirarsi a Namur, e a richiamar d'Italia gli Spagnuoli. Sicchè [775] si venne a nuova rottura. L'Oranges fu chiamato come per dittatore dell'unione di tutte le provincie; e perciocchè egli cominciò ad operare con gran despotismo, quegli Stati passarono alla risoluzione di eleggere un nuovo governatore, e con istupore d'ognuno scelto fu l'arciduca Mattias, il quale senza saputa e consenso dell'Augusto suo fratello Rodolfo (almeno questi così protestava) passò in Fiandra, e fu, con quelle condizioni che vollero gli elettori, proclamato governatore, ed obbligato a prendere per luogotenente il principe d'Oranges. Oh allora sì che maggiormente s'imbrogliarono le carte in que' paesi, e l'eresia sguazzò.


   
Anno di Cristo MDLXXVIII. Indiz. VI.
Gregorio XIII papa 7.
Rodolfo II imperadore 3.

Alessandro Farnese, figlio primogenito di Ottavio duca di Parma e Piacenza e di Margherita d'Austria figlia di Carlo V imperadore, portò dall'utero materno un genio bellicoso, ch'egli poi maggiormente andò accrescendo colla pratica dell'armate e con l'esercizio dell'arti cavalleresche. Al valor dell'animo, che prometteva un eroe, corrispondeva anche il vigore del corpo; ed era perciò tenuto per una delle valorose spade che allora si contassero in Italia. Avea già fatto il noviziato della milizia nella flotta di don Giovanni d'Austria suo zio, ed allorchè riportarono i cristiani l'insigne vittoria di Lepanto contra de' Turchi, fece maraviglie di sua persona. Trovavasi egli in Abbruzzo colla madre, quando venne ordine da Filippo II re di Spagna che tornassero di Italia in Fiandra le milizie spagnuole già licenziate dal suddetto don Giovanni. Desiderò esso monarca che in tal congiuntura anche Alessandro passasse colà. Fu egli parimente invitato con più lettere dallo stesso don Giovanni; ed il pontefice Gregorio col cardinal Farnese assaissimo [776] approvò la di lui andata. Nulla più che questo sospirava il principe di Parma, e però, senza che il trattenessero le lagrime della madre, colà s'inviò. Giunto in Fiandra sul fine del precedente anno, trovò quivi in pessimo stato gli affari del re, e decaduta non poco la sanità di don Giovanni. Unironsi intanto le milizie venute d'Italia, parte spagnuole e parte italiane, con altre raccolte in Borgogna e Germania, tutta gente scelta, con cui si formò un corpo di diciotto mila soldati. Varii capitani italiani di gran nome fra essi militavano. Ottavio Gonzaga generale della cavalleria, Annibale Gonzaga, Vicenzo Caraffa, Pirro Malvezzi, Giambatista e Camillo del Monte, ed assaissimi altri. Accadde che i Fiamminghi confederati, avendo unita un'armata di venti mila combattenti, si erano messi in capo di cacciar don Giovanni da Namur, e colà a questo fine a bandiere spiegate s'inviò l'esercito loro. Ma appena furono a vista di quella città i lor capitani, che, probabilmente informati delle forze di don Giovanni, batterono la ritirata, e s'incamminarono per ricoverarsi a Gemblù ossia Geblurs. Avea don Giovanni già ordinate le sue schiere, credendo venuti i nemici per un fatto d'armi; udito poi ch'ebbe come retrocedevano, spinse loro dietro la sua cavalleria, alla testa di cui volle essere il principe di Parma. Intenzione di don Giovanni era che si andasse pizzicando la coda de' nemici, e si frastornasse la lor marcia, tantochè avesse tempo da poterli raggiugnere colla fanteria. Ma il Farnese nelle vicinanze di Geblurs animosamente andò a ferire nella cavalleria nemica, la qual non fece gran resistenza, e poi piombò addosso alla fanteria con tal prestezza, che appena sul fin della danza potè arrivar don Giovanni con parte de' suoi fanti a compiere la strage de' vinti. Famiano Strada, intento sempre ad esaltar il suo eroe, fa ascendere il numero de' Fiamminghi morti e prigioni a dieci mila. Il cardinal Bentivoglio più [777] moderato scrive, essersi sparsa la fama che ne restassero uccisi intorno a tre mila, oltre a un gran numero di prigioni. Questa vittoria mise tal paura all'arciduca Mattias e all'Oranges, che scapparono ad Anversa. Arrenderonsi poscia Lovanio ed altre terre a don Giovanni, ed altre, fra le quali Limburgo, furono sottomesse colla forza dal principe di Parma. Riuscì, all'incontro, anche a' nemici di mettere il piede nella riguardevol città d'Amsterdam, e di quivi piantar la scuola di Calvino.

Intanto, non senza sospetto di veleno, mancò di vita don Giovanni d'Austria, principe che lasciò dopo di sè una illustre memoria del suo valore, della sua saviezza e della sua pietà. Dichiarò egli, per quanto poteva, governatore nei Paesi Bassi Alessandro Farnese: risoluzione che fu poi approvata dalla corte di Spagna. Non poteva il re Cattolico metter in mani migliori la sì torbida e titubante signoria di quegli Stati. In questi tempi l'indefesso pontefice Gregorio, tenendo l'occhio a tutto ciò che poteva influire ai vantaggi della cristianità, all'udire che il giovane don Sebastiano re di Portogallo risoluto era di muover guerra ai Mori africani, se crediamo al Cicarelli [Cicarelli, Vita di Gregorio XIII.], fece una leva di cinque mila fanti italiani, e li spedì in rinforzo di esso re sotto il comando di un Inglese, che per la cognizione de' paesi promise la conquista di varie città. Ma ciò non sussiste. Mandò bensì il pontefice secento fanti per mare in aiuto dei cattolici d'Irlanda; ma fu accidente che nel passaggio servissero il re Sebastiano. Era questo re assai ricco di pensieri bellicosi, ma povero di prudenza, badando egli più agli adulatori che a' savii suoi consiglieri. Lo stesso re Filippo II l'avea dianzi dissuaso da sì pericolosa impresa, siccome consapevole delle forze tanto più poderose del re di Fez e di Marocco. Ciò non ostante, Sebastiano [778] nell'anno presente, raunati circa tre mila combattenti, passò baldanzosamente con essi lo Stretto in varii tragitti verso il fine di giugno, e cominciò la guerra contra di quegl'infedeli. Venne poi nel dì 4 d'agosto ad un terribil fatto d'armi con essi, senza punto sgomentarsi benchè, coloro lo sfidassero alla zuffa con esercito quattro volte maggiore del suo. Andò in rotta l'armata cristiana, e vi restò ucciso lo stesso re don Sebastiano colla principal nobiltà di Portogallo: disavventura che non solamente recò grande affanno alla cristianità, ma si tirò dietro ancora una considerabil alterazione nel Portogallo. Perchè Sebastiano non ebbe moglie nè figli, il cardinal Arrigo suo gran zio, assai vecchio, fu proclamato re, ed incaricato di dichiarare il suo successore alla corona. Compiè il corso del suo vivere in quest'anno a dì 3 di marzo il glorioso doge di Venezia Sebastiano Veniero, a cui nel dì 18 d'esso mese succedette Niccolò da Ponte in età d'anni ottantasette. Anche in Firenze terminò i suoi giorni Giovanna d'Austria gran duchessa di Toscana, principessa per le sue singolari virtù amata sommamente dal gran duca Francesco suo consorte e da tutti quei popoli. Nell'ottavo mese di sua gravidanza morì, e seco lei un principino, che si sperava col tempo successore del padre in quel dominio. Si scoprì anche nel presente anno in Firenze una congiura di alcuni nobili contro la persona del medesimo gran duca e de' fratelli. A molti costò la vita un tale attentato. Principii di guerra insorsero fra Alfonso II duca di Ferrara e i Bolognesi a cagione del fiume Reno. Avea permesso il duca Alfonso I avolo suo a' Bolognesi l'introduzione di quel fiume, o gran torrente, nel ramo del Po che scorreva presso Ferrara: concessione, che il tempo fece conoscere troppo pregiudiziale al Ferrarese, perchè quel torbidissimo fiume cagionava frequenti rotte nel Po, e giunse infine ad interrarne l'alveo di tal maniera, che cessò [779] quel ramo, e si voltarono tutte l'acque all'altro maggiore ramo del Po che ora miriamo. Si venne per questo all'armi e alle offese fra i due popoli. Ma papa Gregorio XIII, che sempre fu un insigne conservatore della pace in Italia, s'interpose, e fatte depor l'armi, avocò a sè la decision di quelle liti. Nacque nell'anno presente a dì 27 di aprile a Filippo II re di Spagna un figlio, a cui fu posto il nome paterno. Succedette egli col tempo al padre; giacchè in questo medesimo anno la morte rapì ad esso monarca l'altro maggior figlio don Ferdinando; e don Diego, allora maggiore d'età, non sopravvisse al padre, essendo mancato di vita da lì a cinque anni.


   
Anno di Cristo MDLXXIX. Indiz. VII.
Gregorio XIII papa 8.
Rodolfo II imperadore 4.

Andavano ben d'accordo il pontefice Gregorio e Filippo re di Spagna in conservar la quiete d'Italia; e però qui si godeva una somma tranquillità, e solamente aveano luogo le arti e i divertimenti della pace. In quest'anno ancora esso pontefice, siccome quegli che ogni dì pensava a lodevolmente impiegare i beni e le rendite del sacrario e dei suoi Stati, instituì in Roma un nobile collegio per gl'Inglesi, volendo che ivi si allevassero cinquanta giovani di quella nazione, e loro s'insegnassero le scienze. A tal fine assegnò a quel luogo l'annua rendita di tre mila scudi d'oro. Fece ancora fabbricare un ponte a Forlì sul fiume Montone per comodo de' viandanti. Passarono alle seconde nozze in quest'anno due dei primarii principi dell'Italia, cioè Alfonso II duca di Ferrara, con cui si accoppiò Margherita figlia di Guglielmo duca di Mantova. Questo principe, che in tutte le occasioni inclinava alla magnificenza, ad anche di troppo, perchè a sostener le tante sue spese gli conveniva poi accrescere i dazii e le gabelle con doglianze [780] dei sudditi, solennizzò con archi trionfali, con feste, giostre ed altri suntuosi sollazzi la venuta di quella principessa a Ferrara. Arrivò essa nel dì 25 di gennaio al delizioso luogo di Belvedere fuori di essa città, e da lì a due giorni fece la sua grandiosa entrata con incredibil concorso di nobiltà straniera. Ma soprattutto rendè riguardevole quella funzione la presenza di molti gran principi, giunti colà nel suddetto giorno 25 di gennaio, cioè di Ferdinando d'Austria arciduca, del cardinale Andrea e di Carlo suoi figliuoli, di Massimiliano figlio dell'imperadore, di Ferdinando principe di Baviera, di Arrigo principe di Brunswich, e di Vincenzo principe di Mantova. Fu spezialmente ammirata la nave che il duca fece fabbricar da più artefici nello spazio di due mesi, destinata a condurre da Mantova a Ferrara per Po la suddetta principessa. Sembrava per la grandezza un comodo palazzo, tutto messo ad oro con pitture e tappezzerie di rara valuta. Passò anche il gran duca di Toscana Francesco alle seconde nozze con Bianca figlia di Bartolommeo Cappello, nobile veneziano. Fuggita questa dalla casa paterna per que' motivi che si leggono presso Traiano Boccalino ed altri autori, si ricoverò in Firenze. Venuta curiosità al gran duca di vederla, non gli mancarono mezzi per appagar questo suo desio. Trovò egli una giovine, in cui non si sa se maggior fosse la beltà del corpo o la vivacità dello spirito. Però talmente se ne invaghì, che, provvedutala di un palazzo, la mantenne da lì innanzi in forma magnifica, con ricavarne anche prole, non senza amare doglianze della gran duchessa sua moglie, a cui fu creduto che siffatti disgusti abbreviassero la vita. Morta poi questa, il gran duca, consigliato dalla passion sua, e vinto dalle lagrime di Bianca Cappello, determinò di sposarla. Il saggio senato veneto, per condecorare un sì nobil matrimonio, dichiarò essa Bianca figlia della repubblica, e coll'inviare ambasciatori a Firenze maggiormente aumentò l'onore [781] e l'allegria di quelle nozze, che poi riuscirono poco felici.

Grande armamento per ordine di Filippo II re di Spagna fu fatto in Italia nel presente anno. Ebbe don Pietro, fratello del gran duca di Toscana, l'incombenza di assoldare dieci mila fanti in Napoli, Roma e Lombardia. Sotto il comando ancora di Fabrizio Colonna e di Giovanni Cardona si raunò una possente flotta, composta di cento galee, quaranta navi, due galeazze, un galeone ed altri legni minori. Di questa armata fu creato capitan generale il marchese di Santa Croce. Non pochi lunarii faceano i politici sopra questo poderoso apparato di guerra, chi immaginandone un motivo e chi un altro. Il tempo decifrò l'arcano, e si vennero a scoprir le mire del re Cattolico sopra il regno di Portogallo. In effetto saltarono fuori in questi tempi le pretensioni di parecchi principi a quella corona, che si prevedeva vicina ad esser vacante per la troppo avanzata età del re Arrigo già cardinale. Erano questi concorrenti Emmanuel Filiberto duca di Savoia, Ranuccio Farnese figlio di Alessandro principe di Parma, don Antonio figlio di un principe della casa di Portogallo, pretendente sè stesso legittimo, e preteso da altri bastardo; e Caterina moglie del duca di Braganza. Ma Filippo II re di Spagna, perchè nato da Isabella di Portogallo, e per la maggior potenza, parve assistito da più vigorose ragioni. A lui riuscì ancora di trarre dalla sua il re Arrigo. Per dare maggior polso alla sua pretensione, giudicò egli molto efficaci l'armi, mentre gli altri suoi rivali non altro metteano in campo che ragioni comperate dalle penne dei più rinomati legisti di questo tempo, senza badare che le carte per l'ordinario non conquistano i regni. Si interpose papa Gregorio XIII, desideroso di comporre quel litigio; e sul principio restò accettata la sua mediazione; ma nel progresso ne fu egli escluso. Come fosse poi sciolto questo nodo, lo vedremo all'anno seguente. La prudenza e il valore [782] di Alessandro Farnese in Fiandra produssero nel presente anno buoni effetti; perciocchè a lui riuscì di prendere, dopo lungo e faticoso assedio, l'importante piazza di Mastrich ed altri luoghi. Grande strage, furioso saccheggio fu ivi fatto. Nel medesimo tempo si studiò egli di guadagnar gli animi dei malcontenti cattolici. Trattossi dunque di pace con alcune provincie, dove prevaleva la vera religione; e fu questa conchiusa, principalmente colla condizione che il principe governatore licenziasse tutte le milizie forestiere, cioè spagnuole, italiane e tedesche, e si valesse solamente di quelle del paese. Così fece egli dopo la presa di Mastrich. Però fin d'allora si cominciò a sempre più conoscere inevitabile il taglio delle provincie de' Paesi Bassi, essendo restate più che mai pertinaci nella ribellione quelle di Olanda, Zelanda, Utrecht ed altre, chiamate le sette provincie unite. Nella Fiandra stessa alzavano tuttavia bandiera contro il re le città di Cambrai, Anversa, Brusselles, Gante e Tournai.


   
Anno di Cristo MDLXXX. Indizione VIII.
Gregorio XIII papa 9.
Rodolfo II imperadore 5.

Tempo non v'era in cui il buon pontefice Gregorio non pensasse a lasciar dopo di sè memorie illustri o per ben della religione, o per utilità, o per ornamento di Roma. Circa questi tempi prese egli ad abbellire la galleria del palazzo Vaticano, lunga quasi un miglio, facendo dipignere tutto il volto, e ornando le pareti colla descrizion delle provincie di Italia, e il pavimento con varietà di marmi. Dopo alcuni anni terminata fu questa opera. Inoltre, alle terme di Diocleziano fece fabbricare un ampio granaio, capace di gran copia di frumento per le occorrenze delle carestie. Compiè ancora una superba cappella con ispesa di cento mila scudi nella basilica Vaticana, dove nel dì 4 di giugno fece con gran pompa [783] e divozione trasferire il corpo di san Gregorio Nazianzeno, di cui era devotissimo. Parimente approvò l'istituto dei frati Carmelitani Scalzi e delle monache, di cui era stata fondatrice la santa vergine Teresa in Ispagna. Tornò quest'anno ad infestar buona parte dell'Europa, e massimamente l'Italia, passando d'una in altra città, il male appellato del castrone o montone, il quale fu creduto che dalla Francia penetrasse nelle contrade italiane, con febbre gagliarda e tosse. Ma per chiunque osservava una buona dieta, per lo più non si trovava mortale. All'incontro, l'uso dei purganti e il salasso portavano facilmente gl'infermi al sepolcro. In alcuni luoghi appena di cento ne restavano sani quattro. Nella sola Ferrara nello stesso tempo si trovarono prese da questo malore più di dodici mila persone, e molte ne morirono. Quivi fu il colmo del male nel mese di giugno, e in Venezia in quello di luglio. Avea prima fatto il suo sfogo in Milano, dove si contarono più di quaranta mila malati. Nè sesso, nè età andava esente. Fu creduto che Anna regina di Spagna morisse di questo male. Mancò essa nel dì 26 di ottobre, e il re Filippo suo consorte poco prima infermo per la stessa febbre aveva fatto dubitar di sua vita. Certo è che per l'influenza medesima molto si risentì la sanità di papa Gregorio XIII, il cui indefesso zelo fece nell'anno presente fabbricare un bel ponte di marmo di sei archi sul fiume Pelia ad Acquapendente. Non già del male suddetto, ma per idropisia accadde ancora in quest'anno la morte di Emmanuel Filiberto duca di Savoia, a cui fecero gran guerra le umane vicende. Superiore ad esse comparve infine il suo senno, con essere restati quasi tutti i suoi Stati senza quei ceppi che l'altrui prepotenza vi aveva messi. Del suo valore, della sua affabilità, giustizia e pietà, non la sola Italia, ma anche la Germania e la Fiandra serbarono lunga memoria. Rimase di lui un solo figlio legittimo e [784] naturale, cioè Carlo Emmanuele primo di questo nome, che a lui succedette nel dominio in età di diecinove anni, che cominciò di buon'ora il corso di quella insigne gloria con cui superò tutti i suoi antenati.

Mentre Arrigo re di Portogallo era intento a provveder pacificamente quel regno di un successore, la troppo sua inoltrata età il liberò dalle cure del mondo, essendo mancato di vita nell'ultimo giorno di febbraio. Per quanto si era potuto conoscere, le inclinazioni sue erano già state in favore di Filippo II re di Spagna, perchè poco ci volea a presagire che questi avrebbe potuto ottenere colla forza ciò ch'era meglio il concedergli con amore. Ma diversi ben erano i desiderii ed i sentimenti dei Portoghesi, antichi emuli della Castiglia, abborrendo essi troppo il restar senza re, e l'acquistarne uno che comandasse loro in lontananza. Filippo intanto, mentre qui si perderono in consulte e in dispute, raunò, per attestato del Mariana, un esercito di dodici mila fanti e di mille e cinquecento cavalli; picciolo sì di numero, ma grande pel valore, perchè composto del fiore della milizia di Spagna e d'Italia, cioè di soldati veterani nel mestier della guerra. Altri gli diedero venti mila combattenti in circa, fra i quali cinque mila italiani, sotto il comando di don Pietro de Medici, di Prospero Colonna, Carlo Spinelli, e di altri generosi condottieri italiani. Chiamò egli dall'esilio il vecchio duca di Alva, perchè ne fosse capitan generale. Colà arrivò anche la flotta già preparata in Napoli e Sicilia. Non si tardò dunque a dar principio alle ostilità colla presa di Elvas, Olivenza e Campo maggiore. Nel qual tempo la plebe di Lisbona proclamò re di Portogallo don Antonio, tuttochè dichiarato illegittimo ed incapace del regno dal defunto re Arrigo. Unì questo principe un'armata, ma di gente collettizia ed inesperta, che in vicinanza di Lisbona, avendo osato di far giornata col duca d'Alva maestro di [785] guerra, si trovò incontanente sbaragliata, e si raccomandò alle gambe. Entrò il vittorioso duca in Lisbona con buona capitolazione, ma che non esentò parte di essa e le navi, che erano in porto, dal sacco. Seguì poscia un'altra battaglia, dove parimente essendo rimasto disfatto don Antonio, fu obbligato a nascondersi, e a passare ramingo da un luogo all'altro. Intanto riavutosi il re Filippo dalla malattia sofferta in Badacòs, passò nel mese di dicembre ad Elvas di Portogallo, e salutato ivi e riconosciuto, ma non di buon cuore, per re dai grandi di quel regno, non fu avaro di carezze e promesse verso di loro, e levò anche via alcuni dazii, con ordinar nondimeno che si desse principio ad una cittadella in Lisbona. Per trattener la via dell'armi, s'era dianzi maneggiato non poco papa Gregorio XIII, con aver dipoi inviato il cardinal Riario come paciere in Ispagna. Il re l'andò nutrendo di belle speranze, e nel medesimo tempo spinse il suddetto duca d'Alva all'acquisto del regno, pel quale sì felicemente succeduto gran gelosia e rabbia sorse in cuore degli altri monarchi. Giudicò spediente esso re Filippo in quest'anno d'inviare in Fiandra la duchessa Margherita madre del principe Alessandro Farnese, e sorella sua, lusingandosi che l'amore e la stima nei tempi addietro professata da que' popoli a questa savia principessa potrebbe giovar non poco ai pubblici interessi. La spedì pertanto colà col titolo di governatrice dei Paesi Bassi, lasciato ad Alessandro il comando dell'armi. Ma non piacendo al principe questa divisione di autorità, d'accordo colla madre tanto picchiò alla corte di Spagna, che gli fu restituito il titolo primiero nell'anno appresso. Tornossene dipoi la duchessa in Italia a goder la quiete in Abbruzzo. Furono varie azioni di guerra nella Fiandra, ma non tali che importi il farne menzione. Da papa Gregorio e dal re di Spagna fu nel presente anno inviato un soccorso di soldati e di danaro ai cattolici [786] d'Irlanda; ma con poca fortuna; perchè, prevalendo ivi le forze della regina Elisabetta, si sciolse in nulla il tentativo di que' popoli. Un forte ivi fabbricato dai soldati, che colà giunsero sotto nome del pontefice, ben munito d'artiglieria e di viveri, vergognosamente si arrendè agli eretici. Fra la principessa Margherita Farnese, figlia di Alessandro principe di Parma e governator di Fiandra, e don Vincenzo Gonzaga, unico figlio di Guglielmo duca di Mantova, seguì matrimonio nell'anno presente, e le nozze furono celebrate in Parma, dove per alquanti mesi si fermò lo sposo.


   
Anno di Cristo MDLXXXI. Indizione IX.
Gregorio XIII papa 10.
Rodolfo II imperadore 6.

Videsi in quest'anno, non senza maraviglia della gente, giugnere a Roma un oratore di Giovanni Basiliovitz gran duca di Moscovia, per implorare i buoni uffizii di papa Gregorio in suo favore. Avea colui mossa guerra a Stefano Batori re di Polonia; ma ritrovò il giuoco ben diverso dall'espettazione sua. Il valoroso Batori gli diè tali percosse, che l'obbligò a chiedere pace; ma non potendola ottenere, stimò bene esso Moscovita di ricorrere al papa, acciocchè interponesse l'autorità sua per far cessare la mal incominciata guerra, con esibirsi pronto a far lega coi cattolici contro la potenza de' Turchi. Avvegnachè il pontefice assai scorgesse quanto poco per ben della religione cattolica si potesse sperare da quel monarca, che co' suoi popoli professava la credenza e i riti de' Greci scismatici; pure siccome padre comune, e trattandosi di un principe che finalmente era cristiano, e la cui affezione verso i cattolici non s'avea a trascurare, benignamente ascoltò le di lui preghiere; con lautezza trattò il di lui oratore, e, caricatolo di doni, il rimandò a casa, accompagnato da Antonio Possevino della compagnia di Gesù, uomo di gran dottrina e di non [787] minore destrezza, affinchè trattasse di pace. A questa si trovarono non pochi intoppi; e intanto il re Stefano s'impadronì della Livonia, dove restituì la religion cattolica. Pace infine seguì con gran decoro della nazion polacca. A' giorni nostri si è ben cangiato l'aspetto delle cose in quelle parti. Imperciocchè quanto è declinata per le continue interne discordie la potenza della vastissima repubblica di Polonia, capace pur di cose grandi, se con altra più lodevol forma di governo si regolasse; altrettanto è cresciuta quella de' Moscoviti, ossia de' Russiani, per opera del czar Pietro Alexiovitz, eroe degno d'immortale memoria. Fu sul principio di maggio del presente anno condotta a Mantova da don Vincenzo Gonzaga, figlio del duca Guglielmo, la nuova sua consorte Margherita Farnese, accompagnata dall'avolo suo Ottavio duca di Parma, dal cardinale Alessandro Farnese suo zio, dal principe Ranuccio suo fratello, e da altri nobilissimi signori. Le feste e gli spettacoli fatti in Mantova per tale occasione costarono spese immense, e riempierono di stupore il concorso incredibile degli spettatori. V'intervenne ancora Alfonso II duca di Ferrara colla duchessa Margherita sua consorte, e sorella del suddetto don Vincenzo. Ma infauste riuscirono queste nozze per difetto corporale di quella principessa, per cui restò poi giustificata la dissoluzione del matrimonio fra essi.

Strepitoso scandalo fu nell'anno presente per la discordia di molti potenti cavalieri della sacra religion di Malta contro il loro gran maestro Giovanni della Cassiera di nazion Franzese, vecchio di ottanta anni, ma vegeto. Andò sì innanzi la loro animosità, che il cacciarono prigione nella fortezza di Sant'Angelo, imputandogli troppa negligenza negli affari dell'ordine, e che ne scialacquasse i beni, e fino a pretendere che tenesse segreti trattati co' nemici della fede cristiana. Sommamente dispiacque al pontefice Gregorio siffatta violenza, e, uditi i ricorsi di [788] amendue le parti, spedì tosto a Malta Gasparo Visconte auditor di ruota, il quale, dopo avere rimesso in libertà e nel suo primiero grado il gran maestro, sfoderò un breve del papa, che citava tanto lui quanto gli accusatori suoi a comparire quanto prima in Roma a dir le loro ragioni. A ciò ancora fu spinto il pontefice dal re di Francia, minacciante di torre a tutti i cavalieri di Malta le commende del suo regno, e di applicarle al nuovo suo ordine dello Spirito Santo. Venne a Roma nel dì 26 d'ottobre il gran maestro, accompagnato da trecento cavalieri, ai quali tutti e alla loro servitù il cardinal Luigi d'Este, principe che nella magnificenza non avea pari, diede alloggio e fece le spese per tutto il tempo che quivi si fermarono. Mancò poi di vita esso gran maestro nel dì 23 di dicembre. Il suo gran competitore Romagano Guascone per malinconia l'avea preceduto all'altra vita nel dì 4 di novembre, e così amendue andarono a litigare al tribunale di Dio, più incorrotto e perspicace che quel della terra. Passò in quest'anno nel mese di settembre per Italia la vedova imperatrice Maria, madre di Rodolfo II Augusto, e sorella di Filippo II re di Spagna, desiderosa di terminare i suoi giorni in un monistero di Spagna, ad imitazione del glorioso suo padre Carlo V. Era accompagnata dall'arciduca Massimiliano suo figlio e da una splendida corte. I signori veneziani, secondo il loro costume, le fecero un sontuoso trattamento per tutti i loro Stati, essendo venuta a Trivigi, Padova e poi sino a Brescia. Con pompa incredibile fu ricevuta in Milano, e poscia in Genova, dove imbarcatasi, arrivò poi in Ispagna a compiere la sua piissima risoluzione.

Trattandosi di un principe italiano, a noi non disconverrà l'andar passando in Fiandra, per accennar brevemente le gloriose azioni di Alessandro Farnese governatore di que' paesi. In questi tempi i Fiamminghi confederati contro il re Cattolico, mal soddisfatti del giovane [789] arciduca Mattias, dopo aver dichiarato esso principe decaduto da ogni diritto sopra le loro contrade, presero per difensore della Fiandra Francesco già dichiarato duca d'Angiò, fratello di Arrigo III re di Francia. Con buon esercito passò questo principe a Cambrai, città indarno assediata dall'armi spagnuole, e trionfalmente vi fu ricevuto. Fece poi pochi altri acquisti, perchè a poco a poco i suoi Franzesi se ne tornarono alle delizie della patria, ed egli passò in Inghilterra, dove la regina Elisabetta tanta disposizione mostrò ad accettarlo per marito, che già tutti il felicitavano, tenendosi egli come gli altri la cosa per fatta. Ma non andò molto che si trovò solennemente beffato dall'astuta e simulatrice regina, non men di quello che era succeduto prima a tanti altri. S'impadronì in quest'anno il principe Alessandro di Bredà, che fu messa a sacco. Ricuperò Sangislan, e poscia imprese l'assedio di Tournai, che fu ben lungo e costò di molto sangue e fatiche, ma con terminare nella resa di quella importante città, obbligata a pagare ducento mila fiorini per esimersi dal sacco. Colò tutta questa rugiada in mano dei vittoriosi soldati. Con gran solennità nei medesimi tempi ricevette il re Cattolico il giuramento di fedeltà dalla bocca, ma non dal cuore, degli Stati di Portogallo, e fece riconoscere per erede di quel regno don Diego suo maggior figliuolo. Quindi sul fine di giugno si trasferì a Lisbona, accolto colla maggior magnificenza e con segni di somma allegrezza da quel popolo, a cui confermò gli antichi privilegii e ne aggiunse de' nuovi, nulla ommettendo per guadagnarsi la benevolenza di quella gente, che internamente fremeva per vedersi ridotta sotto il giogo d'una nazione tanto da essi odiata.

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Anno di Cristo MDLXXXII. Indizione X.
Gregorio XIII papa 11.
Rodolfo II imperadore 7.

Quand'anche non fossero concorse tante memorabili azioni a rendere gloriosissimo il pontificato di papa Gregorio XIII, basterebbe bene ad assicurar l'immortalità al suo nome la correzione da lui fatta in quest'anno del calendario romano. Gran tempo era che si lagnavano gl'intendenti astronomi dello sconcerto avvenuto nel ciclo solare fissato ai tempi di Giulio Cesare e di Augusto imperadori, perchè allora non fu ben conosciuto l'esatto corso annuale del sole. Era passato questo disordine nel tempo della Pasqua, stabilito dai padri del primo concilio niceno, perchè chiaramente si scorgevano troppo slontanati dal sito allora prefisso alla celebrazion della Pasqua gli equinozii della primavera, e fuor di sito le feste principali della Chiesa. Ora il generoso pontefice con tutto vigore si applicò ad emendare i trascorsi passati, e ad impedirli per l'avvenire. Consultò dunque i più valenti astronomi d'allora, e molti ne chiamò a Roma, facendo ben ventilare la miglior forma di stabilire un cielo di epatte che non fosse da lì innanzi soggetto a mutazioni. Meritò sopra gli altri applauso un ciclo già inventato da Luigi Lilio Veronese, nel quale furono fatte alcune lievi mutazioni, se con ragione e frutto, a me non appartiene il cercarlo. Pertanto fu determinato di levar via dieci giorni dall'ottobre dell'anno presente, affinchè l'equinozio della primavera tornasse al dì 21 di marzo, secondo la determinazione del concilio niceno. Per mantenerlo poscia in quel sito, e schivar nuovi sconcerti da lì innanzi, si stabilì che ogni tre centesimi anni si tralasciasse il bissesto, ma che corresse nel quarto centesimo, con altre regole che io tralascio. Comunicato questo insigne progetto a tutte le potenze cattoliche, acciocchè fosse ben esaminato, [791] riportò l'approvazion d'ognuno. Il perchè nel dì 24 di febbraio dell'anno presente si vide con solenne bolla pubblicato dal pontefice, e ne fu ordinata l'esecuzione. Non si può dire che plauso per questa sì faticosa e riguardevole impresa conseguisse il buon papa Gregorio presso tutti i cattolici, contando noi per nulla il ridicolo schiamazzo, che per ciò fece lo spirito contraddittorio de' protestanti, ai quali il bello e buono procedente da Roma non suol aver la fortuna di piacere. Ma non si vuol dissimulare che sul fine del secolo decimosettimo e sul principio del presente insorsero delle difficoltà intorno alla stessa correzion gregoriana, e si disputò non poco da alcuni valenti astronomi, specialmente italiani, con pretendere che il celebre Cristoforo Clavio non avesse ben corrisposto all'intenzione di questo saggio pontefice, e che quella correzione tuttavia abbisogni di emenda, stante l'essere intervenuto dipoi, e poter intervenire, che, seguitando noi il ciclo dell'epatte, o troppo presto o troppo tardi si celebri la Pasqua, per non corrispondere essa ai veri calcoli astronomici del sole e della luna. Oltre di che, secondo essi, non fu ben preso a' tempi del pontefice Gregorio il preciso annuo corso del sole, essendosi trascurati almeno alcuni secondi, i quali col tempo possono produrre qualche sconcerto. Con tutto ciò tali non parvero quelle obbiezioni, che fosse creduta necessaria allora una nuova riforma del calendario. Tale forse la crederà alcuno dei secoli avvenire.

Oltre a questa insigne azione riguardante tutto il cattolicismo, fece il medesimo papa un'opera particolare per ornamento ed utilità di Roma; e fu il collegio romano della compagnia di Gesù, fabbrica sontuosissima, di cui si vede la pianta rapportata dal padre Bonanni. Al mantenimento di que' religiosi assegnò ancora delle grandi rendite. In questi tempi avendo don Antonio di Portogallo coll'aiuto de' Franzesi ed Inglesi messa insieme una buona flotta, andò per impadronirsi [792] dell'isole Terziere, come dipendenti dalla corona di Portogallo. Non dormiva il re Filippo II, ed anch'egli spedì a quella volta il marchese di Santacroce nel mese di luglio con ventotto navi ed altri legni. Vennero alle mani le due nemiche armate, e restò sconfitta quella di don Antonio, con rimaner prigioni venticinque baroni franzesi, cinquanta altri nobili di quella nazione, e circa secento tra Franzesi ed Inglesi soldati ordinarii. Fu commessa allora una crudeltà più che turchesca, onde risultò ignominia grave, e non facile a cancellarsi, della nazione spagnuola. Il Santacroce, estratti da luogo sacro tutti quei franzesi, condannò ognun di essi, parte al taglio della testa, e parte al capestro, e la sentenza fu eseguita. All'avviso di tanta barbarie, recato dall'ambasciator franzese con altre doglianze, inorridì il buon papa Gregorio, nè potè contenere le lagrime, non sapendo darsi pace che gente cristiana più delle fiere stesse arrivasse ad infierire. Ne rigettò egli la colpa sul Santacroce; ma non si potè levar di testa alla gente che l'ordine si spiccasse previamente dalla corte dello stesso re Filippo, e spezialmente non avendone fatto alcun risentimento contra del Santacroce. Fu creduto che il consiglio venisse dal duca d'Alva, quel Silla novello che metteva la gloria e il sostentamento della monarchia spagnuola, non già nel farsi amare, ma nel farsi temere dai popoli. Questo crudel uomo finì appunto di vivere nel dicembre di quest'anno. Se trovasse nell'altra vita quell'indulgenza e misericordia ch'egli mai non esercitò, nè conobbe in terra, non l'ha rivelato Iddio. Tornò in Fiandra nel mese di febbraio Francesco duca d'Angiò, e in Anversa con sommo applauso fu proclamato duca del Brabante, conte di Fiandra, d'Olanda, Zelanda, ec. Con tutti questi bei titoli niun progresso fece egli in quelle parti. Alessandro Farnese, allo incontro, s'impossessò di Oudenarde, dell'Esclusa, di Cambresì, di Ninoven e [793] d'altri luoghi. Cominciò in quest'anno il giovane Carlo Emmanuello duca di Savoia a scoprir le sue idee guerriere col segreto disegno di sorprendere Ginevra, sentina di tutte le eresie, alle porte, per così dire, d'Italia. Avendo egli ben disposti i pezzi per quell'impresa, e comunicata la sua idea al pontefice Gregorio e al re Cattolico, da amendue avea riportate promesse di gagliardi aiuti, se gli veniva fatto il negozio. Ma avendone anche ricercato il consenso dal re di Francia Arrigo III, n'ebbe una negativa, allegando quel monarca che Ginevra era sotto la protezion della sua corona. Gli convenne per questo di desistere; ma concepì un odio tale contra de' Franzesi, che mai più nol depose.


   
Anno di Cristo MDLXXXIII. Indiz. XI.
Gregorio XIII papa 12.
Rodolfo II imperadore 8.

Circa questi tempi il pontefice Gregorio, nato per pensar sempre a cose grandi pel pubblico bene, e, dopo averle ideate, costante in eseguirle, presentò alla luce il decreto di Graziano con abbigliamenti nuovi, per aver dianzi deputata una congregazion di letterati per la correzione e per l'ornamento di quella raccolta di canoni, molto allora accreditata nelle scuole. Prese ancora a migliorar la edizione della sacra Bibbia; al qual fine procurò da ogni parte antichi codici e deputò un'altra congregazione. Questa impresa non fu poi condotta a fine se non sotto i papi susseguenti Sisto V e Clemente VIII. Gran carestia fu in Roma per due mesi, e ciò per colpa de' ministri che aveano con troppo larga mano conceduta l'estrazion de' grani. Toccò al generoso animo del papa di emendar con grave spesa la lor trascuratezza. Avvenne, oltre a ciò, in Roma un accidente che recò non lieve rammarico e disturbo al pontefice; perciocchè ito il bargello con gran copia di birri per prendere un bandito in casa degli Orsini, capitati colà Raimondo Orsino, [794] Silla Savello ed Ottavio de' Rustici, baroni romani, per aver voluto impedir la cattura per pretension di franchigia, restarono miseramente uccisi da quella canaglia. Sollevossi perciò il popolo romano, ed anche la nobiltà, e quanti birri potè cogliere, senza rimissione ammazzò. Essendo concorsi a questo rumore molti banditi, seguirono altre uccisioni, e sarebbe succeduto peggio, se la prudenza del pontefice non avesse rimediato. Tanta caccia fece egli fare al bargello suddetto, che fu in fine preso e giustiziato: il che nondimeno non bastò a quetar gli animi pregni di desiderio di vendetta, talmente che non finì sì presto quella tragedia. Ora il papa, per rallegrare il popolo, nel dì 12 di dicembre fece la promozione di diecinove cardinali, tutti persone di gran merito, fra i quali spezialmente si distinsero Niccolò Sfondrati, che fu poi papa Gregorio XIV, Francesco di Gioiosa Franzese, Agostino Valerio vescovo di Verona, e Vincenzo Lauro vescovo di Monreale.

Avea la morte rapito al re Filippo II nell'anno precedente il suo figlio maggiore don Diego; però fece egli nel presente prestar giuramento dai Portoghesi a don Filippo, restato unico di lui figlio. Gli riuscì ancora di finir di ricuperare le isole Terziere. In Fiandra accaddero delle novità, delle quali ben seppe profittare il principe Alessandro Farnese. Quantunque fossero stati conferiti gloriosi titoli, dei quali sopra si parlò, a Francesco duca d'Angiò; pure, perchè da alcune condizioni alquanto dure veniva ristretta la sua autorità, si avvisò egli, spinto principalmente dagli alteri suoi consiglieri franzesi, di voler dar egli la legge a' Fiamminghi, parendogli vergogna il riceverla da loro. Volle dunque adoperar la forza, e destinò il giorno 16 o 17 di gennaio del presente anno per farsi libero signore di quelle contrade. L'ordine andò a tutti i presidii franzesi d'insignorirsi dei luoghi dove si trovavano, ed egli prese a sottomettere l'insigne [795] città di Anversa, in cui erano di guarnigione quattrocento de' suoi; ma con incontrar egli ciò che non si aspettava, cioè quello a che si espone chiunque de' principi che, volontariamente chiamato da un popolo alla signoria, si mette sotto i piedi con tanta facilità i patti della dedizione. Prese pretesti da una rassegna per accostarsi colle sue truppe ad Anversa, ed allorchè usciva di città con gran corteggio de' suoi soldati, diede il segno della macchinata trama. Furono uccise le guardie della porta, ed entrarono secento cavalli e tre mila pedoni franzesi, che montati sui baloardi voltarono i cannoni contro la città, e si diedero a saccheggiar le case, e ad uccidere chiunque si opponeva. Ossia che gli Anversani stessero dianzi con gli occhi aperti, o che solamente li svegliasse quell'improvviso assalto, il vero è che tosto fecero sonar le campane a martello, tirarono le catene alle strade, e, dato di piglio all'armi, animosamente fecero fronte a chi non più amico, ma nemico e traditore lor si mostrava. Con tal gagliardia dai feroci cittadini furono assaliti e respinti i Franzesi, che lor convenne rinculare sino alla porta, dove, per voler eglino uscire, e nello stesso tempo entrare gli Svizzeri del duca d'Angiò, si fece una calca e miscuglio che costò la vita a moltissimi o uccisi o caduti nella fossa. Vi fu chi fece ascendere sino a due mila i Franzesi morti; la città restò liberata, e il duca pien di vergogna, e rampognato dalla propria coscienza per tanta infedeltà, si ritirò. Agli altri Franzesi venne fatto di occupar Doncherche ed alcun altro luogo, ma non già Ostenda, Bruges e Neoporto. Arrivò a tempo questa discordia de' Fiamminghi col duca d'Angiò per rinvigorire Alessandro Farnese, a cui soprastava la rovina, se a' Franzesi riusciva quel colpo, e se di Francia fossero venuti nuovi rinforzi. Mosse dunque il Farnese l'armi sue, e colla metà d'esse diede una rotta al maresciallo franzese Biron, dove fu creduto che perissero de' vinti circa due [796] mila persone, e de' vincitori solamente otto, se vogliam prestar fede a chi non è mai intervenuto a battaglie. Assediò il Farnese intanto Doncherche, e lo costrinse alla resa, e prima dell'agosto ebbe ai suoi voleri Neoporto, Berga, Furnes, Dismuda e Menin, e poi Zutfen col paese di Vaes, Middelburgo, Rupelmonda, Alost ed altri luoghi: tutte vittorie ed acquisti che sommamente accrebbero il credito alla parte regia ne' Paesi Bassi e la gloria al principe di Parma.


   
Anno di Cristo MDLXXXIV. Indiz. XII.
Gregorio XIII papa 13.
Rodolfo II imperadore 9.

In quest'anno ancora papa Gregorio lasciò una bella memoria in Roma colla erezione del collegio dei Maroniti, cristiani cattolici, abitanti nel monte Libano sotto la tirannia de' Turchi; ma non ebbe tempo da assegnargli tutta la convenevol dote: al che fu poi soddisfatto dal suo successore. Fu chiamato in quest'anno a miglior paese nella notte precedente al dì 4 di novembre il santo cardinale ed arcivescovo di Milano Carlo Borromeo in età di soli quarantasei anni, un mese ed un giorno: vita ben corta, ma con tante azioni di pietà e zelo pastorale da lui menata, che non si possono leggere senza ammirazione. Fu egli allora e sempre sarà considerato per un luminoso prototipo de' veri pastori della Chiesa di Dio, in cui si sono specchiati tanti altri insigni vescovi che in Italia e fuori d'Italia son camminati per le vie della santità; e i suoi concilii ed istruzioni sono e saranno sempre in somma venerazione, siccome fonti perenni di tutta l'ecclesiastica disciplina. Per le tante memorabili sue virtù venne poi questo incomparabil porporato messo nel ruolo de' santi. Eransi già provati giuridicamente i difetti corporali di Margherita principessa Farnese, maritata in don Vincenzo Gonzaga principe ereditario di Mantova; laonde restò disciolto quel [797] matrimonio, ed egli nell'anno presente prese per moglie Leonora figlia di Francesco gran duca di Toscana. Le nozze furono celebrate in Mantova sul fine di aprile con incredibil pompa e magnificenza. Era vicerè di Sicilia Marcantonio Colonna, il più valoroso e gentil cavaliere che avesse l'Italia, e sempre glorioso per la vittoria riportata a Lepanto ossia alle Curzolari contra de' Turchi. Passò egli in Ispagna, chiamatovi dal re Cattolico con dieci galee. Ma appena giunto a Medinaceli nel dì 2 d'agosto fu portato all'altra vita da un sì precipitoso e violento male, che fece dubitar di veleno. Lo stesso sospetto corse nella morte di Francesco duca d'Angiò, fratello di Arrigo III re di Francia, da noi poco fa veduto duca del Brabante e conte di Fiandra. Era egli tornato in Francia, e trattava di riaccomodarsi coi Fiamminghi, quando fu preso sul principio di maggio da un malore, per cui gli usciva il sangue da tutti i meati del corpo, di modo che terminò il suo vivere nel dì 10 di giugno. Il titolo di liberator della Fiandra, ch'egli s'era attribuito, non fu certamente scritto sulla sua tomba. A Guglielmo ancora principe d'Oranges, cioè al principal motore e fomentatore della ribellion de' Paesi Bassi, toccò in quest'anno nel dì 10 di luglio la morte, e morte violenta, perchè proditoriamente ucciso da Baldassare Gherardo nato presso Lione, il quale non sedotto da alcuno, ma unicamente mosso da odio verso un principe eretico, autore di tanti mali, tolse a lui la vita colla perdita della propria. A lui succedette il principe Maurizio suo secondogenito, che, dichiarato ammiraglio dalle Provincie Unite, riuscì poi un valoroso lor protettore.

Queste morti quanto sconcertarono gli animi dei ribelli Fiamminghi, altrettanto incoraggirono il prode principe di Parma Alessandro. Aveva egli molto prima occupati varii posti, e fabbricato un forte che angustiava non poco l'importante città d'Ipri, e l'affamava. Quei [798] di Bruges vollero soccorrerla con un grosso convoglio di viveri, scortato da cinquecento fanti e da ducento cinquanta cavalli. Fu questo preso dai cattolici, colla morte di circa cinquecento nemici: colpo che indusse poi la cittadinanza d'Ipri a capitolare la resa. La stessa fame consigliò quei di Bruges a seguitar l'esempio d'Ipri. Animato da così prosperi successi il Farnese, prese una risoluzione che a molti parve ardita, e fin temeraria ad altri: cioè di assediare la città d'Anversa, non men per l'ampiezza e popolazione, che per la situazione, da tutti tenuta per fortissima. Benchè dissuaso da' suoi consiglieri, pur diede egli principio all'assedio, con occupar varii siti e forti intorno ad essa. Nel medesimo tempo colla forza obbligò Tenremonda a rendersi; e i Gantesi domati dalla fame vennero a dimandar perdono e ad esibire ubbidienza. Furono accettati coll'obbligazione di pagar ducento mila fiorini, e di rifabbricar la cittadella. La maggior città della Fiandra era allora Gante. Intanto mirabili cose facea l'indefesso principe per maggiormente strignere la superba città d'Anversa con chiuse nuove, canali nuovi, trincieramenti, e sopra tutto con un ponte lunghissimo, ch'egli arrivò a compiere solamente nell'anno seguente. Pressato da' suoi sudditi Carlo Emmanuello duca di Savoia a prendere moglie, la ricercò ed ottenne nel presente anno, e in Sciamberì nel dì 18 d'agosto fu pubblicato il suo matrimonio con donna Caterina d'Austria figlia minore del regnante re di Spagna Filippo II. Molte feste perciò furono fatte ne' suoi Stati; ed avendo il duca o per ambasciatori o per lettere significato a Roma, all'imperadore, al re di Francia e agli altri principi questo suo nobile accasamento, concorsero a Torino varie ambascierie per seco rallegrarsi. Tuttavia solamente nell'anno appresso si diede il compimento a questo affare.

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Anno di Cristo MDLXXXV. Indiz. XIII.
Sisto V papa 1.
Rodolfo II imperadore 10.

Uno spettacolo insolito, che si tirò dietro gli occhi di tutti, ebbe Roma nel presente anno per l'arrivo colà degli ambasciatori cristiani giapponesi. Nelle ricchissime e popolatissime isole del Giappone, regno o imperio situato di là dalla China con popoli sommamente ingegnosi e bellicosi, il primo ad introdurre la religione di Cristo era stato san Francesco Saverio apostolo dell'Indie. Coltivata quella vigna da altri susseguenti religiosi della compagnia di Gesù, sempre più andò fiorendo, di maniera che non solamente le migliaia del basso popolo, ma anche assaissimi nobili, ed alcuni dei principi, appellati re, per nostro modo d'intendere, a cagion della lor grande autorità e potenza, aveano ricevuto il battesimo, alzati sacri templi, e piantata ivi un'amplissima università di fervorosi cristiani. Non han saputo negare la verità, l'ampiezza e i pregi di quella cristianità i nemici stessi della Chiesa romana, i quali, più mercatanti che cristiani, nulla poi tralasciarono di trame ed inganni per opprimerla e sradicarla, siccome nel seguente secolo, per l'infame loro iniquità, avvenne. Per rendere dunque ubbidienza al sommo pontefice furono spediti due giovani ambasciatori da tre di que' gran signori, chiamati re dai nostri; i quali accompagnati da alcuni gesuiti, dopo aver ricevuto in Portogallo, in Ispagna e in Toscana grandi onori e finezze, giunsero nel dì 22 di marzo a Roma. Con solennità ammessi nel sacro concistoro al bacio de' piedi, presentarono al pontefice le lettere dei loro principali, e furono poi trattati con ogni sorta di onorevolezza e di amore tanto da esso papa, che da tutti i cardinali e dalla nobiltà romana. Per la comparsa di questi nuovi germi della religione cristiana, venuti da sì remote parti [800] del mondo, incredibil fu la consolazione ed allegrezza che ne provò il buon pontefice Gregorio, nè potè contener le lagrime tanto egli che gli altri zelanti dell'accrescimento della vera Chiesa di Dio. Ma a questo giubilo poco tardò a succedere il lutto. Mentre i Giapponesi andavano visitando le cose rare di Roma, eccoti cadere infermo il pontefice, e in due giorni di malattia, cioè nel dì 10 d'aprile, passare a miglior vita, essendo pervenuto all'età di ottantaquattro anni: età, ad atterrar la quale basta un soffio solo. Che questo pontefice meriti luogo fra i più insigni pastori della Chiesa di Dio, non ne lascia dubitare quanto si è finora detto di lui. Eppur questo è poco rispetto a quel di più che dir se ne potrebbe; e che infatti hanno più e più scrittori tramandato ai posteri. Perciocchè eminente si trovò in lui l'amore della pace in Italia, lo zelo per la conservazione ed aumento della fede Cattolica, e l'attenzione ad eseguire i decreti del concilio di Trento: il che specialmente dimostrò nel promuovere ed aiutare con grandi somme di denaro l'erezione di tanti seminarii per le provincie Cattoliche, e nella fondazione in Roma di collegii sì riguardevoli. Le sue limosine in sollievo dei poveri, per attestato del popolo romano nell'iscrizione a lui posta, ascesero a due milioni di scudi di oro; un altro ancora ne impiegò in maritar povere zitelle. Lungi dall'imporre nuove gabelle e dazii, ne levò alcuni già messi, e specialmente l'assai grave della farina, ed ornò Roma di templi, e di altre opere magnifiche: per le quali cose, e pel suo placido governo, e per la sua amorevolezza verso ognuno, il suddetto popolo romano alzò la sua statua nel campidoglio, e l'alzò dopo la sua morte, cioè in tempo che l'adulazione cessa, e il vero merito è riconosciuto. Amò i suoi, ma con lodevol moderazione. Era a lui nato un figlio da donna libera prima di ascendere agli ordini sacri, per nome Jacopo Boncompagno il quale per [801] ingegno, probità di costumi, e saviezza nei politici affari riuscì poscia un valente e generoso signore. A lui bensì conferì il papa i gradi soliti a darsi ai nipoti dei pontefici, cioè di generale della Chiesa, di governatore di castello Sant'Angelo e di capitano delle sue guardie; ma non fabbricò già la di lui fortuna con gli Stati della Chiesa. Solamente gli procurò nel ducato di Modena il marchesato di Vignola, consistente in ventidue comunità; e dal re Cattolico ottenne per lui il ducato di Sora, Arpino, Aquino, Arce, ed altri luoghi nel regno di Napoli. Propagata poi la di lui discendenza con uomini illustri, oggidì più che mai risplende in don Gaetano Boncompagno benignissimo e savissimo principe, maggiorduomo maggiore del re delle Due Sicilie, che ai suoi titoli e Stati ha ultimamente aggiunto l'importante e dovizioso principato di Piombino, e in don Pietro suo fratello duca di Fiano.

Non più di quattordici giorni stette vacante la sedia di San Pietro, essendo Stato concordemente nel conclave eletto papa il cardinale Felice Peretti, già frate dell'ordine conventuale di san Francesco, uomo di petto, sommo amatore della giustizia, ed ornato di molta dottrina. Era egli bassamente nato nelle grotte di Montalto, terra della marca anconitana, da un povero contadino, ma pel suo felice ingegno, pel suo sapere e merito salito a poco a poco ai primi gradi dell'ordine francescano, nel 1570 da Pio V fu promosso alla sacra porpora, e nominato il cardinal di Montalto. Per errore di stampa presso il Ciaconio è riferita al dì 12 d'aprile l'esaltazione sua al pontificato: errore non emendato neppure dal Vittorello, nè dall'Oldoino, e che parimente s'incontra nel Bollario romano e in altri libri. Certo è che l'elezione sua seguì nel dì 24 di aprile, giorno di mercordì. Prese il nome di Sisto V per rinovar la memoria di Sisto IV, che parimente fu dell'ordine di San Francesco. Veramente bizzarra è quella che noi chiamiamo [802] natura, facendo essa talvolta nascere da un povero rozzo bifolco figli di sì raro talento, e cotanto dalla fortuna favoriti, che giungono ad essere o gran politici, o gran guerrieri, o gran letterati; laddove altre volte da uomini grandi nascono figliuoli zotici e di cervello stravolto, ai quali sembrava piuttosto riservata una zappa. Ora Sisto, benchè sì poveri e bassi natali avesse sortito, pure fuor di dubbio è che portò seco un animo grande, qual si converrebbe al più eccelso monarca. Antonio Cicarelli, che continuò le Vite de' papi del Panvinio, ed altri storici non ebbero difficoltà di scrivere che il suddetto cardinale di Montalto coll'accortezza o simulazione sua cooperò anch'egli non poco a far inchinare i voti degli elettori in favor suo. Perciocchè gran cura ebbe di nascondere in varie maniere il genio suo rigido ed imperioso, e l'ansietà di pervenire al papato. Quieta era la vita sua, ritirato stava nella sua vigna, mai non contendeva con gli altri cardinali, cedendo ad ognuno, e guardandosi da ogni parzialità verso le nazioni. Benchè ingiuriato, niun risentimento mostrava, e, quantunque talvolta chiamato asino della Marca dai confratelli porporati, o mostrava di non udire, oppure rideva. Essendogli stato ucciso un nipote, neppur volle far ricorso per questo alla giustizia. Se ne ricordò bene creato che fu papa. Cardinale ebbe in uso di accrescere di sette anni la sua età per parere più vecchio; e mostravasi soprattutto così mal concio di sanità, che non vi era cardinale che nol credesse sull'orlo del sepolcro. A chi nel conclave gli parlava del papato, esagerava la sua inabilità: e quando pure per miracolo ciò avvenisse, gli scappava detto di non poter senza buoni coadiutori portare quel peso. In una parola, si crederono i cardinali di avere eletto un papa mansuetissimo, un papa decrepito, fatto per lasciarsi menar pel naso; e trovarono tutto il rovescio. Nè tardarono ad avvedersene, perchè, appena chiariti i voti, e confermata [803] l'elezion sua, gittò via il bastoncello, su cui si appoggiava, e si alzò ritto; laddove dianzi camminava gobbo e con gli occhi bassi a terra: avendo poi egli detto scherzando, oppure avendo taluno detto per lui, che dianzi cercava col volto chino le chiavi della terra, ed ora col volto alto le chiavi da aprire il cielo. Per la sua coronazione dipoi salì molto snello a cavallo, guardandosi l'un l'altro storditi i cardinali.

Pontefice pieno di buon cuore, spirante solo clemenza era stato il predecessore Gregorio. Desideroso di farsi amare da tutti, e specialmente dal popolo romano, difficilmente eleggeva le vie del rigore; e forse tanta benignità gli venne attribuita a difetto. Era perciò cresciuta la licenza e prepotenza in Roma; abbondavano e crescevano dappertutto i banditi, gli sgherri, i sicarii; e per quanto il buon papa Gregorio, che non era già un uomo indolente e dimentico del dovere principesco, si adoperasse per metter freno a questi disordini, anzi per estirparli, non gli venne mai fatto, perchè sempre voleva accordar la clemenza colla giustizia. Venne Sisto V di massime ben diverse provveduto, voglioso di acquistarsi gran nome coll'uso della sola giustizia, e col far tacere la clemenza, quasi virtù fomentatrice dei cattivi. Rigido ed inesorabile si diede tosto ad esercitar la suddetta giustizia, e fu creduto fino all'eccesso. Non volle che si aprissero le carceri com'era il solito, per la sua coronazione, con dire che assai malvagi vi erano senza bisogno di accrescerli. E mentre la città si trovava in quell'allegria fece giustiziar quattro rei, senza voler far grazia agli ambasciatori giapponesi, mossi dai parenti a dimandarla. Da lì a due giorni fece tagliar la testa ad un nobile spoletano per aver messa mano alla spada contro un suo nemico: il che era vietato dalle leggi. Non so io se sia diverso da questo il caso di un giovanetto fiorentino preso in quel tempo per aver fatta una semplice resistenza ai birri, [804] che pur s'erano ingannati in prendere lui per un altro, e che fu impiccato: il che per la compassione diede molto di che dire a tutta Roma, e sparse il terrore anche fuor d'essa. Quanto ai suddetti Giapponesi, il pontefice compartì loro ogni possibile onore nella sua coronazione, li tenne seco a pranzo nella sua vigna, li creò cavalieri, e regalatili dipoi di mille doble e di altre cose preziose, e specialmente di due o tre spade gioiellate per li principi loro, li licenziò. Se n'andarono caricati d'altri doni dai cardinali Farnese, d'Este, Medici, Alessandrino e San Sisto; e condotti a Venezia, con gran magnificenza furono ivi accolti, siccome per le altre città, dove passarono, finchè imbarcati a Genova s'inviarono verso le loro tanto lontane contrade. Giunti colà, trovarono già dato principio a una crudelissima persecuzione contra i cristiani, della quale altro a me non occorre di dire. Pubblicò il novello papa un giubileo per implorar da Dio assistenza al suo governo; e credasi ch'egli fosse il primo a conceder esso giubileo fuori degli anni santi. Per ordine suo sei delle principali strade di Roma lunghissime furono in quest'anno o aperte o continuate, e tutte selciate pel comodo e divozione de' Romani. Con suo danaro ancor provvide una comodissima casa al monte della pietà. La strologia giudicaria al dispetto di tante proibizioni seguitava a far delle gran faccende. Fulminò Sisto una terribil bolla contra da' suoi professori e libri. Ma di quest'arte vanissima si può ben desiderare, ma non è da sperare la total rovina, come fin dei suoi tempi Tacito osservò, perchè pur troppo non mancano stolti ed ignoranti che le dan fede, massimamente fuori d'Italia.

Già dicemmo conchiuse le nozze tra l'infanta donna Caterina, figlia di Filippo II, re di Spagna, e Carlo Emmanuele duca di Savoia. Verso il fine di gennaio dell'anno presente s'imbarcò questo principe, accompagnato da copiosa nobiltà tutta in gala per, passare in Ispagna. Trovò [805] il re con tutta la real corte a Saragozza, e quivi nel dì 25 di marzo con grandiosa solennità seguì il suo sposalizio, condecorato dipoi da varie feste e tornei, ed altri sontuosi divertimenti. Vennero poi per mare i due nobilissimi sposi a Savona, e di là proseguendo il viaggio, nel dì 10 d'agosto fecero l'entrata in Torino, dove per molti giorni durò la pompa e l'allegria degli spettacoli. Nel dì 30 di luglio terminò i suoi giorni Niccolò da Ponte doge di Venezia, e nel dì 18 d'agosto ebbe per successore Pasquale Cigogna. Da un fierissimo tumulto della plebe restò nel maggio di quest'anno gravemente sconcertata la città di Napoli. Per la carestia di grano, che si pativa in Ispagna, aveva il re Filippo fatto venir colà dal regno di Napoli buona quantità del grano soprabbondante. Si prevalsero di questa occasione i mercatanti e i contrabbandieri, conoscendo il guadagno, per inviarne dell'altro in gran copia; talmente che, venuto il mese di maggio, assaissimo se ne scarseggiò in Napoli, e si alterò forte il prezzo del pane. Le grida di quel facilmente turbolento popolaccio andarono a finire in una universale sollevazione, per cui Gian-Vincenzo Starace eletto del popolo fu dall'inferocita plebe messo in brani, e strascinato per la città, e dato il sacco alla sua casa. Fu assai, che quivi terminasse la foga del matto popolo. Il duca d'Ossuna, allora vicerè, biasimo riportò pel suo soverchio timore, essendosi creduto che avrebbe sulle prime potuto colla forza reprimere quella canaglia. Maggiormente ancora fu di poi biasimato, perchè, tornata la quiete, fece segretamente in più notti carcerare cinquecento di coloro, e formar rigorosi processi, in vigor de' quali tolta fu a molti la vita, ed assai più furono tormentati e mandati in galera. Sarebbe anche proceduta più oltre quella crudel giustizia, se gli amatori della patria non avessero impetrato dal re Filippo un generale indulto e perdono. Fin qui nella cittadella di Piacenza avea il re Cattolico tenuta sua guarnigione, [806] aggravio sommamente molesto al duca Ottavio Farnese, cui non pareva mai di essere stabile padrone della città finchè durava quel giogo. Dopo aver tanto pazientato, prese la risoluzione in questo anno di spedire alla corte Cattolica il conte Pomponio Torello a chiederne la restituzione, saggiamente avvisando, essere questo il tempo più opportuno, stante il merito grande che s'era acquistato il principe Alessandro suo figlio presso il re Cattolico con tante sue prodezze in Fiandra in servigio della corona di Spagna. Si trovò l'animo del re disposto alla gratitudine, ma avrebbe voluto far passare per una grazia compartita ad esso principe la cessione di quella fortezza: al che il principe modestamente ripugnava, non già che negasse di riconoscere quella per una grazia, ma perchè desiderava che fosse dichiarata la restituzione per fatta, ed anche dovuta per giustizia al duca Ottavio suo padre. Temperamenti si trovarono in quel maneggio, e però il re accordò la cessione con varie condizioni, e sopra tutto con salvare le ragioni sue e dell'imperio sopra quello Stato. Gli atti segreti, e non pubblicati allora per non irritare il romano pontefice, son venuti alla luce in questi ultimi tempi nell'Apologia del senatore Cola, per le controversie di Parma e Piacenza.

Fin qui successione non si vedeva di Arrigo III re di Francia, ed apparenza nè pur v'era di vederne. Però mancando egli senza maschi, secondo le leggi e la consuetudine di quel regno, avrebbe dovuto succedere Arrigo re di Navarra, come il più prossimo: il che cagionava orrore ai buoni cattolici per la manifesta professione ch'egli faceva del calvinismo. Da questo pericolo commossi i principi di Guisa, il cardinal di Borbone ed assaissimi altri maggiorenti, formarono una lega in difesa della religion cattolica, senza consenso del re, anzi con far apparire non lieve diffidenza di lui; sebben poi indussero ancor lui ad approvarla e ad entrarvi. Teneva mano ad essa lega [807] il pontefice Sisto per puro zelo di conservar la religione, il re Filippo ed altri per lo stesso motivo, ma con altre segrete intenzioni politiche, per far cadere quella corona in alcun principe cattolico, ad esclusione del re di Navarra e di Arrigo principe di Condè eretici. Aveano i confederati fatta istanza a Gregorio XIII perchè o scomunicasse o dichiarasse decaduti que' due principi da ogni loro diritto; ma il prudente pontefice andava temporeggiando per isperanza di guadagnarli colle buone. Mancato lui, il fervido papa Sisto nel settembre di questo anno fulminò contra di loro tutte le maggiori censure: il che vie più servì a riaccendere in Francia il fuoco delle guerre civili, nè a quella sua bolla fu permesso di essere pubblicamente promulgata in quel regno. Continuava intanto l'assedio della insigne città d'Anversa, già formato dal prode principe di Parma Alessandro, e già s'era perfezionato il mirabile ponte lungo circa due miglia sopra la Schelda; con che restava precluso ogni adito ai soccorsi per quella città. In questo mentre, vinta dalla fame l'altra non men nobile ed importante di Brusselles, capitolò la resa, con rimettersi ivi la religion cattolica. Da lì ad un mese altrettanto fece la città di Nimega, principale della Gheldria, e poi quella di Malines. Gli sforzi fatti dal principe di Parma per sottomettere la città di Anversa, e quelli degli Anversani per la loro difesa, vivamente descritti dalla penna di Famiano Strada, del cardinal Bentivoglio, del Campana e di altri, formano un pezzo di storia di questi tempi sommamente curioso e dilettevole. A me basterà di dire che finalmente all'eroe Farnese, dopo una onesta capitolazione, riuscì nel dì 27 di agosto di entrare trionfante in quella splendida città, dove tornò a rifiorire la fede cattolica, e si rifabbricò la cittadella. Per sì fatte vittorie il nome e la gloria del Farnese era il principal ragionamento de' politici e de' curiosi dell'Europa. E in quelle imprese gran parte ancora ebbero [808] i capitani e soldati italiani, che io per brevità tralascio. Per le osservazioni fatte da più d'uno, migliori soldati riescono gl'Italiani fuori che entro d'Italia: il che eziandio suol avvenire degli Spagnuoli. Qui non è il luogo di cercarne la ragione.


   
Anno di Cristo MDLXXXVI. Indiz. XIV.
Sisto V papa 2.
Rodolfo II imperadore 11.

Una delle principali applicazioni dell'animoso pontefice Sisto V fu nel precedente anno quella di schiantare la mala razza de' banditi e de' malviventi, che spezialmente passati dal regno di Napoli nello Stato ecclesiastico, ed attruppati infestavano non solamente le vie, ma le ville stesse, con rubamenti, stupri, incendii ed assassinii. Molte storielle si contavano allora delle lor crudeltà e furberie, e si spacciano anche oggidì per cose nuove dai cantambanchi. Pubblicò il papa una terribil bolla nel giorno primo di luglio d'esso anno contra di costoro e di chiunque desse loro favore o ricetto. Poscia mandò il cardinale Colonna in campagna di Roma, lo Spinola nel ducato di Spoleti, il Gesualdo nella Marca, il Salviati a Bologna e il Carcano in Romagna con titolo di legati, e con piena autorità e commissione di rigorosa giustizia, affinchè si rimettesse la pubblica quiete. Diedesi perciò allora principio alla caccia di coloro, proposti spezialmente premii a chi portasse le loro teste, e si continuò nell'anno presente: e quantunque molto si guadagnasse, perchè alcuni capi di gente sì malvagia uscirono dello Stato della Chiesa, e massimamente Curtieto e Marco Sciarra, due de' più rinomati assassini, ed altri furono uccisi in campagna, o presi e giustiziati; pure non si potè svellere talmente quella gramigna, che non ripullulasse di tanto in tanto, e molto più dopo la morte del papa. Fu nondimeno con tal rigore eseguita in alcuni [809] luoghi la buona intenzione del pontefice, che si convertì in manifesta crudeltà, con essersi fatte pubblicamente morire madri, solamente per avere ricettati una sola notte in casa figli o altri stretti parenti, o per aver dato loro da mangiare. Ma quel che più di ogni altro caso fece strepito, fu la morte del conte Giovanni Pepoli, il quale, secondo l'attestato dello Spondano, del Cicarelli e di altri, per aver negato di consegnare alcuni banditi, ch'egli ricettava fuori dello Stato della Chiesa, fu fatto prendere in Bologna, e strangolare in prigione: il che non si può dire quanto terrore spargesse fra tutti i sudditi dello Stato ecclesiastico. Ma perciocchè potrebbe restar molto denigrata presso i posteri la memoria di questo nobil uomo, uno dei primarii, più ricchi e riguardevoli della città di Bologna, quasi ch'egli fosse stato uno scellerato fomentatore di sicarii e banditi, non avrà discaro il lettore d'intendere più precisamente lo stato della sua disavventura da Antonio Isnardi Ferrarese, contemporaneo, e non parziale. Così scrive egli nei suoi Annali manoscritti all'anno precedente: Circa il fine di agosto il papa fece strangolare il signor Giovanni de' Pepoli, ch'era prigione in Bologna, gentiluomo principale di quella città, e il primo del suo parentato, e padre dei poveri di essa città, che si figurava che desse ogni anno delle sue facoltà più di cinque mila scudi romani per elemosina. La cagione fu che sua santità lo imputò di aver fatto fuggire un capo di banditi ch'era prigione in un castello del detto signor Giovanni (cioè in Castiglione de' Gatti, feudo imperiale della nobil casa de' Pepoli), e gli era stato dimandato da sua santità, alla quale aveva risposto che il detto castello era giurisdizione dell'imperadore, e che senza licenza di sua maestà non lo daria. E mentre si maneggiava tal negozio, entrarono di notte genti nel detto castello, fecero prigione il commissario di quello, si fecero dar le chiavi della prigione, tolsero il prigione, e lo condussero [810] via insieme col detto commissario, sino che furono fuori dello Stato della Chiesa, che poi liberarono il commissario. Fu pianto da tutti que' cittadini, e particolarmente dai poveri. Lascerò io che i lettori senza di me facciano qui le loro riflessioni, volendo io passare a raccontar cose allegre, e sicuramente gloriose al pontefice Sisto.

Dicemmo aver egli aver avuto un animo da re. Le sue grandi idee, e queste eseguite senza che mai lo spaventasse alcuna difficoltà, compruovano una tal verità. Aveano i suoi predecessori lasciato posare in terra lo smisurato Obelisco (guglia chiamato da' Romani) che antichissimamente Sesostri re d'Egitto dedicò al sole, che Caligola imperadore menò a Roma, ed alzò in onore di Augusto e Tiberio e che i Barbari (per quanto si credeva) gittarono poi per terra. O maniera di rialzarlo non si trovava, o la spesa atterriva, o nulla essi curavano questo mirabil pezzo della più remota antichità. Sisto il volle riporre nella piazza del Vaticano, ed ebbe in Domenico Fontana Comasco un insigne ingegnere, che nel presente anno con una maravigliosa macchina felicemente rialzò quella gran pietra. Applicossi ancora esso pontefice ad un acquedotto, che gareggiò coi più famosi degli antichi romani, lungo ben venti miglia, per cui trasse a Roma l'acqua ch'egli volle nominata Felice dal suo primiero nome della religion francescana. Terminò questa bella opera solamente nell'anno 1588. A comune benefizio ancora fece fabbricare una magnifica gualchiera per l'arte della lana presso la fontana dell'acqua Vergine, con promuovere anche in altre maniere il lanificio in quella città. Oltre a ciò, in capo alla piazza Giulia da un lato di ponte Sisto per ordine suo fu edificato un insigne spedale, capace di due mila poveri, con assegnargli una rendita annua di quindici mila scudi d'oro. Per maggior sicurezza dell'augusto tempio della beata Vergine di Loreto, e degli [811] abitanti di quella terra, cingere fece di mura Loreto, e dichiarollo città, con dargli anche un proprio vescovo. Fu poi unita quella chiesa colle altre di Macerata e di Tolentino. Creò eziandio città, ed onorò del vescovato San Severino e Montalto sua patria. Inoltre pubblicò una bellissima prammatica e riforma delle vesti, delle doti, degli ornamenti, dei conviti, in una parola del lusso di Roma: medicina, di cui abbisognano, ma non sanno valersi anche i tempi nostri ed altre città. Dimorava con tutta quiete nei suoi Stati di Abruzzo Margherita d'Austria duchessa di Parma, con godere nondimeno per lo più della buon'aria della ricca e deliziosa città dell'Aquila, quando nel febbraio del presente anno venne la morte a privar di lei la terra; principessa che colla sua mirabil saviezza e pietà compensò i difetti della nascita, e lasciò dopo di sè una gloriosa memoria. Le tenne dietro nel viaggio della eternità a' dì 18 del susseguente settembre il duca Ottavio Farnese suo consorte, che nei verdi anni si acquistò nome di valoroso capitano, e nei maturi di principe savissimo, giusto e pieno di clemenza. Al senno suo dovette la casa Farnese il vero suo stabilimento, e in somma sua gloria tornò l'aver egli prodotto Alessandro Farnese suo primogenito, generale d'armate, che si potè uguagliare ai più celebri dell'antichità. Il conte Loschi ed altri, che riferirono la morte del duca Ottavio all'anno seguente o ad altri anni, mancarono di buone notizie.

Restò dunque, colla morte del genitore, Alessandro Farnese duca di Parma e Piacenza, e di tale occasione si servì egli per chiedere congedo al re Cattolico, a fin di accudire al governo de' proprii Stati, e alla cura de' suoi piccioli figliuoli; ma nol potè ottenere. Le imprese di questo principe ne' Paesi Bassi e nell'elettorato di Colonia durante il presente anno ancora furono memorabili. Espugnò Grave e Venlò in Fiandra; ricuperò la città di Nuis occupata dai calvinisti, dove rimase [812] tagliata a pezzi quella guarnigione, e la città saccheggiata, e dipoi quasi annientata da un fierissimo incendio, di cui non si seppe l'autore. Con tutto che la regina d'Inghilterra Elisabetta avesse presa la protezion de' Fiamminghi eretici, e spedito in lor soccorso il conte di Lincestre con buoni rinforzi e con titolo di governatore delle Provincie Unite; pure il Farnese frastornò col suo valore tutte le di lui misure; laonde fu egli richiamato in Inghilterra. Continuarono similmente in Francia le guerre tra i cattolici e gli ugonotti, comparendo sempre il re ben animato per li primi; ed egli in questo anno ancora pubblicò un grave editto contra de' secondi. E perciocchè i principi protestanti della Germania s'interessarono nella protezion d'essi eretici, e gli spedirono ambasciatori per questo, egli fece loro conoscere la costanza sua in sostener la religione de' suoi maggiori coll'onore della sua corona, e li rimandò mal soddisfatti.


   
Anno di Cristo MDLXXXVII. Indiz. XV.
Sisto V papa 3.
Rodolfo II imperadore 12.

Anno fu questo di grave carestia per molte parti d'Italia, e massimamente in Roma; ma il provvido governo di papa Sisto sovvenne alla necessità de' suoi popoli senza risparmiare spesa e diligenza alcuna in pro di essi. E per provvedere ancora al bisogno dei tempi avvenire in aiuto della povertà, assegnò nell'anno seguente un capitale di ducento mila scudi romani, coi quali si fondasse una frumentaria: degno pensiero di chi è ottimo principe, e attende al bene de' sudditi suoi; se non che provvisioni tali non sogliono avere lunga vita. A Carlo Emmanuele duca di Savoia era nato nel precedente anno a dì 3 di aprile il suo primogenito. Volle egli nel presente solennizzarne il suo battesimo, e padrini furono il cardinal Sfondrato pel papa, madama di Carnevaletto per Caterina regina di [813] Francia, Gianandrea Doria pel principe di Spagna, la marchesa di Garres per l'infanta di Spagna, Agostino Nani per la repubblica di Venezia, il vescovo di Malta pel gran maestro de' cavalieri. Giostre, tornei, macchine di fuochi artificiali, ed altri magnifici divertimenti furono dati in Torino a sì nobil brigata, e nel dì 12 di maggio seguì la festosa funzione del battesimo. Fu posto all'infante il nome di Filippo Emmanuele; ma questo principe premorì al padre nel 1605, con restare la primogenitura a Vittorio Amedeo, principe nato in mezzo alle suddette allegrezze nel dì 9 dello stesso mese di maggio. Rapì la morte in quest'anno a dì 13 d'agosto, dopo breve infermità di renella, Guglielmo Gonzaga duca di Mantova, mentre si trovava in Bozzolo, a cui succedette don Vincenzo unico suo figlio maschio. Mandò egli a prendere a Mantova venticinque mila scudi per distribuirli prima di morire a' suoi servidori, affinchè non avessero a litigar coll'erede. Non giunsero questi a tempo; con tutto ciò il nuovo duca Vincenzo fedelmente eseguì la mente del padre, ed altri atti di liberalità esercitò verso de' suoi popoli. Terminò del pari la carriera del suo vivere in età solamente di circa quarantasette anni Francesco gran duca di Toscana di una infermità creduta non pericolosa, nel dì 19 di ottobre alle ore cinque di notte. Nel giorno seguente, quindici ore dopo la morte del marito, mancò di vita anche la gran duchessa Bianca Cappello. Molte furono le dicerie per questo avvenimento funesto. Per attestato del vivente allora Traiano Boccalino, molti credettero ch'esso gran duca Francesco svaghito d'essa Bianca, per cieca passione da lui già sposata, si perdesse poscia in altri amori, e che la gran duchessa, donna di altero spirito, per vendetta gli desse il veleno; ma che, scoperto il delitto, anch'ella per la stessa via fosse fatta morire. Diversamente altri pensarono, credendo che il cardinal Ferdinando, fratello d'esso gran duca, non avesse mai [814] potuto digerire quel matrimonio. Ma quanto è facile al popolo il voler entrare nei segreti laberinti dei principi, altrettanto facile è in casi tali l'ingannarsi. Comunque ciò fosse, non avendo esso gran duca lasciata prole maschile legittima, prese tosto le redini del governo il suddetto cardinal Ferdinando, principe più provveduto di senno e di altre virtù, che il defunto fratello, il quale non tardò a farsi riconoscere per padrone; perciocchè, avendo mostrato il castellano di Livorno alquanto di renitenza a consegnare quella fortezza ad un gentiluomo da lui inviato colà col contrassegno, il fece impiccare. Per altro restarono due figlie di esso principe, l'una Leonora che vedemmo maritata col suddetto don Vincenzo duca di Mantova, e Maria, che a suo tempo vedremo regina di Francia. Amendue erano nate dalla sua prima moglie Giovanna d'Austria. Nè si dee tacere che nel dì 13 dicembre un gran temporale succeduto a Napoli conquassò molti legni in quel molo, con perdita di non pochi uomini; e un folgore, figlio della terra o delle nuvole, accese il fuoco nel maschio di Sant'Ermo, dove era la polve da artiglieria, e lo fece saltare con tal forza, che rovesciò tutte le fabbriche circonvicine, ed uccise più di cento e cinquanta persone. Notabile offesa anche ne riceverono le chiese e case poste alle falde di quel monte. Crebbe in quest'anno smisuratamente la febbre della Francia, e fu soggetta a varii pessimi parossismi. Non comporta l'istituto mio ch'io prenda a descrivere quelle fiere civili discordie. Solamente accennerò che Arrigo re di Navarra, il Condè e gli altri ugonotti tirarono dei possenti aiuti dalla Germania protestante; e che, all'incontro, la lega appellata santa di Carlo cardinal di Borbone, del duca di Lorena, dei principi di Guisa e del maresciallo di Birone, fece dei copiosi armamenti dal canto suo, favorita in questi tempi dal re Arrigo III. Venne il cattolico duca di Gioiosa a battaglia nel dì 10 di ottobre col re di Navarra; [815] lasciò egli la vita sul campo, e l'esercito suo andò tutto in isconfitta. Ma in breve si rifece quel danno, essendo riuscito al duca di Guisa e agli altri principi della lega di disfare l'esercito tedesco e svizzero guidato dal duca di Buglione, che marciava per unirsi al re di Navarra. Impadronissi in quest'anno in Fiandra il valoroso duca Alessandro Farnese di Deventer, città di molta importanza per essere capo della provincia di Overissel. Memorabile dipoi fu l'assedio da lui posto all'Esclusa, che immense fatiche costò, ma in fine obbligò quel presidio alla resa. L'anno fu poi questo in cui Elisabetta regina eretica d'Inghilterra con eterna sua infamia condannò alla morte Maria regina cattolica di Scozia non suddita sua, dopo la prigionia di moltissimi anni. Fu ella e prima e dipoi oppressa da infinite calunnie dei suoi nemici, per tentar pure di giustificar l'atto barbaro e tirannico d'Elisabetta, riprovato da chiunque portava il titolo di principe. Un'ammirabil costanza mostrò fino agli ultimi momenti di sua vita la povera regina, e al suo funerale pagarono un tributo di lagrime tutti i cattolici. Restò di essa un figlio, re di Scozia, cioè Giacomo, che giunse poi ad essere anche re d'Inghilterra, ma senza conservar la religione dei suoi maggiori: cosa che principalmente fece a lui raccomandare prima di morire la sfortunata sua madre. Di quella lagrimevol tragedia a me non convien dirne di più. Certo è che il pontefice Sisto non si potea dar pace per tanta barbarie; e però, oltre all'aver confermate, per quanto potè, ed accresciute le inutili censure contro quella inumana principessa, segretamente ancora e con promesse di aiuti commosse Filippo re di Spagna a fare un maraviglioso preparamento d'armi a danni della medesima, giacchè ella continuamente infieriva contro i cattolici, ed anche nell'anno presente sostenne colle sue armi i ribelli eretici dei Paesi Bassi contra dello stesso re Cattolico. Finalmente fra tante altre [816] grandiose cose che tutto dì andava meditando ed eseguendo in bene del pubblico o in ornamento di Roma esso magnanimo papa Sisto, si dee annoverare in quest'anno l'istituzione da lui fatta in Roma di quattordici congregazioni di cardinali, coll'aver confermata nello stesso tempo quella dell'inquisizione. In esse compartì egli tutte le varie materie spettanti non meno alla religione che al governo civile, acciocchè tutto ivi fosse con ordine e nelle dovute forme esaminato, e riferito poscia ai sommi pontefici, dall'approvazion de' quali venissero sigillate le risoluzioni prese in cadauna di quelle assemblee. La bolla sua intorno a tali congregazioni fu pubblicata nel dì 22 di gennaio dell'anno presente. Fece egli parimente racconciare un antichissimo obelisco egiziano rotto in più pezzi, e dirizzarlo davanti alla Chiesa di Santa Maria Maggiore. Ma soprattutto glorioso fu il risarcimento della maravigliosa colonna istoriata che il senato e popolo romano dedicò a Traiano Augusto, e che papa Sisto nel dì 28 di novembre di quest'anno dedicò solennemente in onore di san Pietro principe degli Apostoli. L'iscrizione nondimeno parla dell'anno seguente.


   
Anno di Cristo MDLXXXVIII. Indiz. I.
Sisto V papa 4.
Rodolfo II imperadore 13.

Meritò somma lode in quest'anno la costituzione di papa Sisto emanata nel dì primo di agosto, in cui ordinò che per tutte le città e terre dello Stato ecclesiastico, a riserva di Bologna, si formasse un pubblico archivio, dove si avessero a registrare e conservare tutti gli atti dei pubblici notai: il che di quanto bisogno ed utile sia a cadaun paese, la pratica lo fa tutto dì conoscere. Biasimevol negligenza dee ben dirsi quella di quei paesi, dove si pensa a vivere solamente il dì presente, senza curarsi punto dell'avvenire. Compiè ancora l'indefesso papa una grande idea cominciata già negli anni addietro. [817] Cioè, considerando i bisogni, ai quali potrebbe essere un dì esposto lo Stato ecclesiastico per le invasioni della potenza ottomana, ed anche dei principi cristiani, determinò di ragunare e mettere in serbo un tesoro, a cui si potesse ricorrere nella necessità per sua difesa. Aveva dunque nei passati anni messa in castello Sant'Angelo la somma di due milioni di scudi d'oro, e nel presente vi ripose tre altri simili milioni, obbligando poi con giuramento gli allora viventi ed anche i futuri porporati di non valersi di quel danaro, se non nei casi prescritti dalle bolle ch'egli intorno a ciò promulgò. Ma per mettere insieme tant'oro gli convenne imporre insolite gravezze a tutti i suoi sudditi, e tagliar l'unghie a diversi magistrati, e far altre riforme: il che non si potè eseguire senza gravi lamenti e grida dei popoli. Qual pro abbia poi fatto alla santa Sede quel tesoro, e in quale Stato esso di presente si truovi, non a me poco informato lo chiegga il curioso lettore, ma bensì a quei romani che san penetrare negli arcani di quella sacra corte. Bensì dirò io che i politici d'allora, al riflettere di quai magnifici disegni fosse capace la testa di papa Sisto, si figurarono fatta da lui sì gran massa di danaro per ricuperare il regno di Napoli, qualora fosse accaduta la morte di Filippo II, giacchè non meno nella bolla sua, che in alcuni motti a lui talvolta scappati di bocca, apparivano segni di una tal voglia: e tanto più perchè aveva fatto fabbricare ed armare dieci galee con imporre per la fabbrica di esse, e per la lor manutenzione in avvenire, un annuo taglione di sessantotto mila scudi a' sudditi suoi. Restavano intanto altri obelischi o, vogliam dire, guglie, già nobili ornamenti di Roma antica, stesi a terra, che sembravano raccomandarsi al regio animo del pontefice Sisto per essere rimessi nel pristino loro decoro. Fra gli altri uno ve ne era di smisurata grandezza, più di due mila anni prima dedicato dai re di Egitto al sole, e pieno di [818] gieroglifici egiziani, che poi diedero campo all'ingegnoso padre Atanasio Kirchero di produrre sì bei sogni. Fu questo levato da Costantino Magno dal suo sito e trasportato pel Nilo ad Alessandria, con disegno di trarlo alla sua nuova Roma, cioè a Costantinopoli. Fecelo poi l'imperador Costanzo suo figlio condurre a Roma vera con una mirabil nave, mossa da trecento remiganti, ed alzarlo nel circo massimo. Da più secoli atterrato o dai Barbari, o da tremuoti, giacque quel nobilissimo monumento rotto in tre pezzi, e in parte seppellito nelle rovine d'esso circo: quando l'animoso Sisto fece maestrevolmente acconciarlo, e trasferirlo nella piazza lateranense, dove alzato tuttavia si ammira. Oltre a ciò trovandosi la biblioteca vaticana, dove si conserva un immenso tesoro di libri scritti a penna, mirabilmente accresciuto anche dai pontefici de' nostri tempi, in un sito basso, scuro e poco salutevole, Sisto fece fabbricar per essa un nobilissimo edificio nuovo con assaissime pitture, che restò compiuto nell'anno presente. Appresso alla stessa biblioteca in Belvedere istituì lo stesso pontefice una insigne stamperia con caratteri ebraici, greci, latini e di altre lingue orientali, affinchè spezialmente vi si stampassero le opere de' santi padri.

Gran pascolo ebbero in quest'anno i curiosi cacciatori degli avvenimenti del mondo. Imperciocchè Filippo II re di Spagna da gran tempo faceva una stupenda raunanza di armati e di vele, senza sapersi dove tendessero le mire sue. Sospettavano i più ch'egli la volesse contro l'Olanda; ma venne a scoprirsi che i disegni suoi erano contro Elisabetta regina d'Inghilterra, siccome quella che fin qui aveva dato gran braccio agli eretici ribelli nei Paesi Bassi, e già appariva che senza depressione di lei non si potea sperare di calmar giammai quella ribellione. Non ha mai veduto la Spagna un sì grandioso apparato di flotta navale, come fu questo, contandosi in esso cento [819] trentacinque legni grossi tra galee, galeazze e vascelli tondi, allora chiamati galeoni, oltre ad altri minori e navi da carico, con immensa quantità di artiglierie, attrecci militari e munizioni, dove s'imbarcarono circa venti mila bravi combattenti. Immense spese costò un sì poderoso armamento. Aveva nello stesso tempo ricevuto ordine il duca Alessandro Farnese di allestire in Fiandra un'oste poderosa con legni da trasporto per traghettarla in Inghilterra al primo avviso che vi fosse approdata la flotta di Spagna. Cinque mila fanti trasse egli da Milano, quattro altri mila da Napoli, ed altri dalla Borgogna e Germania, oltre ai venturieri che da tutte le parti comparvero al servigio di sì rinomato principe. Si trovò il Farnese avere un esercito di circa quaranta mila fanti e di quasi tre mila cavalli. Il pontefice Sisto aveva anch'egli promesso di concorrere a quella grande impresa con un milione di scudi, ma non prima che gli Spagnuoli avessero posto piede in Inghilterra. Sospettando intanto di questo minaccioso turbine la regina inglese, non lasciò di ben premunirsi colle forze del regno, e coll'implorar soccorso dagli amici. Mise insieme anche ella una copiosa flotta di vascelli, creandone ammiraglio milord Carlo Howard, e viceammiraglio il corsaro Francesco Drago, famoso per tante percosse date in America ed altrove agli Spagnuoli. Fu creduto che ella assoldasse quaranta mila fanti, e poco inferior numero di cavalleria.

Nel mese di giugno fece vela la formidabil flotta di Spagna comandata dal duca di Medina Sidonia poco sperto nei combattenti navali, ma con cattivo augurio, perchè dissipata in breve da una fiera burrasca. Si raccolse essa in fine alla Corogna, e di là poi continuò il viaggio alla volta d'Inghilterra, finchè arrivò a vista della nemica armata navale. Si aspettavano tutti che si venisse a un terribil fatto d'armi, e tale era il consiglio de' capitani; ma il duca non poteva [820] darla se non quando il consiglio di Spagna l'ordinava, o quando la collera altrui o la sua il levava dall'indifferenza. Intanto voltò egli le prode, con tempestare intanto il duca di Parma che uscisse in mare colle sue navi da trasporto, ma senza poterlo egli fare per varii riflessi, e spezialmente per non esporre navi disarmate alle artiglierie nemiche. Furono prese dal Drago alcune navi spagnuole sbandate: quand'ecco, mentre la flotta ispana solamente pensava a ritirarsi per non combattere co' nemici, vien forzata a combattere con una spietata tempesta di mare che all'improvviso si sollevò. Restò essa tutta spinta qua e là, parte in Iscozia ed Irlanda, e parte verso altre contrade. Molte di quelle navi rimasero ingoiate dall'infuriato elemento, altre caddero in mano degl'Inglesi; quelle infine che si ridussero salve in Ispagna, si videro tutte malconcie e sdruscite. Secondo gli scrittori spagnuoli, vi perirono solamente trentadue legni da guerra, oltre a quei da carico, e circa dieci mila soldati. Dai nemici si fece ascendere la perdita di essi Spagnuoli oltre a venti mila uomini e ad ottanta navi. Quel che è certo, inesplicabile fu il danno degli Spagnuoli, e in quella fortuna di mare naufragò ogni speranza di rintuzzar l'orgoglio della regina inglese e di saldar le piaghe dei popoli fiamminghi. Ma se grande, anzi massima fu quella disavventura, più grande ancora, per attestato d'ognuno, si trovò l'animo e il coraggio del re Filippo II, che niun segno di perturbazione mostrò, e placido come prima fece conoscere che il suo coraggio era superiore ad ogni scossa dell'avversa fortuna. Il suo sdegno nondimeno contro il Medina Sidonia non tardò a farsi conoscere; nè mancarono dicerie ed accuse contra di Alessandro Farnese, quasi che potendo non avesse voluto accorrere in soccorso dell'altro. Alcune imprese fece nel resto di quest'anno esso duca Alessandro; ma io mi dispenso dal raccontarle. [821] Non vo' già tacere, aver molti creduto invenzione di questi ultimi tempi l'uso delle bombe, quando c'insegna Famiano Strada, che, inventate esse da un Italiano, oppure da altro ingegnere di Ventò con poca diversità dalle moderne, furono in quest'anno adoperate nell'assedio di Vactendon picciola fortezza della Gheldria, e molto cooperarono per costringerla alla resa.

Non minore strepito fece parimente nell'anno presente una scena succeduta in Francia, che esigerebbe molte parole, ma che io in poche spedirò. Mal soddisfatto era il re Arrigo III del duca di Guisa e de' suoi seguaci cattolici confederati, perchè la potenza d'essi faceva troppo ombra alla regal sua autorità. Furono a lui insinuati sospetti che il duca amoreggiasse la corona di Francia, senza neppure aspettarla dopo la morte sua. Furono infatti proposte da essi confederati al re alcune dure condizioni, e il Guisa volle venire a Parigi, con tutto che il re glie lo avesse vietato. Tanto più crebbe allora il sospetto e la paura di esso monarca; ed essendosi egli voluto premunire coll'introdurre in Parigi alcune compagnie di Svizzeri e Franzesi, ecco, nel dì 12 di maggio, appellato il dì delle Barricade, il cattolico popolo parigino, affezionato ai principi di Guisa, prender l'armi contro quella guarnigione: per la qual ribellione il re non si giudicando sicuro, si ritirò a Sciartres. Furono poi fatti dei gran maneggi per la concordia, e il re finalmente ricevette in grazia il duca di Guisa e tutti i suoi aderenti, anzi li colmò di onori, ma covando nell'animo un dispetto ed odio implacabile contra di loro. Non passò quest'anno senza farlo conoscere; imperciocchè nel dì 23 di dicembre, chiamato il duca nella camera del re, fu dalle guardie trucidato. Preso anche il cardinale di Guisa suo fratello, da lì a poco restò privato di vita. Vidersi inoltre imprigionati il cardinal di Borbone, l'arcivescovo di Lione, i duchi di Nemours [822] e d'Elboeuf con altri: dopo di che Arrigo tutto glorioso proruppe in queste parole: Ora sì ch'io son re. Intanto il duca di Nemours fuggito di prigione, Carlo di Lorena duca d'Umala, il popolo di Parigi e gli altri cattolici più che mai rinforzarono la ribellione, declamando da per tutto contro il re, massimamente per la morte inferita alla sacra persona del cardinal di Guisa, e per la prigionia dell'altro di Borbone. Però in somma confusione restò quel regno, e grandi risentimenti ne fece la corte di Roma.

Fu detto che, preso il segretario del duca di Guisa, con tutte le scritture, si venisse a scoprire l'intelligenza che passava ai danni del re fra Filippo re di Spagna, Carlo Emmanuele duca di Savoia e il duca di Guisa. Può dubitarsi che fossero pretesti inventati per far comparire giusta la risoluzione presa dal re. Per altro, esso duca di Savoia si servì in questi tempi degli sconcerti della Francia in suo vantaggio. Possedeva da molti anni la corona di Francia il marchesato di Saluzzo in Italia, decaduto per la linea finita di que' marchesi. Sopra quello Stato avea la casa di Savoia delle giuste pretensioni, ma inutili fin qui per la troppo superior potenza della Francia. Accadde che il duca di Lesdiguieres, generale dell'eretico re di Navarra, possedendo le migliori fortezze del Delfinato, minacciava quel marchesato, e prese ancora Castel Delfino. Allora il duca, siccome quegli a cui premeva che l'eresia non penetrasse in Italia, e che i nemici del re di Francia non s'impadronissero di Saluzzo, giudicò meglio di prevenirli con impossessarsene egli. Adunque sul fin di settembre uscito in campagna prese Carmagnola, dove trovò circa quattrocento cannoni (se pur si può credere) e dei grossi magazzini di ogni sorta di provvisione. Poscia aiutato anche dal governatore di Milano, soggiogò Cental e Revel, entrò in Saluzzo, ripigliò Castel [823] Delfino: in una parola, tutto quel marchesato venne alle sue mani. Ebbe un bel dire il duca Carlo Emmanuele: il re di Francia restò mal soddisfatto di quella occupazione, commosse i Genevrini e gli Svizzeri contra di lui, e di là da' monti si diede principio ad una molto pericolosa guerra: giacchè spedito dal re il signor di Pugnì al duca, nol potè muovere a rilasciar quel paese. Con queste sì fiere turbolenze di Stati terminò l'anno presente.


   
Anno di Cristo MDLXXXIX. Indizione II.
Sisto V papa 5.
Rodolfo II imperadore 14.

Neppure lasciò il pontefice Sisto quest'anno senza qualche magnifica impresa per sempre più abbellire la città di Roma. Restava tuttavia fra le rovine del circo massimo un altro nobilissimo obelisco egiziano, tutto tempestato di gieroglifici, rotto in più pezzi, già condotto a Roma da Cesare Augusto. Fattolo racconciare da periti maestri, volle Sisto che fosse rialzato davanti alla chiesa di Santa Maria del Popolo. Oltre a ciò, aggiunse ornamenti all'insigne colonna antonina istoriata, alla cui cima per una interna scala si sale, e solennemente la dedicò a san Paolo apostolo, ponendovi sopra l'immagine d'esso apostolo di bronzo. E perciocchè il porto di Cività Vecchia scarseggiava d'acque buone, provvide al bisogno di quel popolo e dei naviganti, con farne venir colà, mercè degli acquedotti fabbricati per sei miglia, dove portava il bisogno. Aveano tentato, e non senza frutto, gli antichi Romani e i succeduti imperadori di seccar le paludi pontine, acciocchè tante miglia di paese inondato dall'acque servissero da lì innanzi alla coltivazione, e cessassero ancora i danni dell'aria cattiva. Per le calamità de' secoli barbarici tornarono quelle paludi a ripigliare l'antico lor dominio in quelle campagne. Un bell'oggetto appunto all'animo grande di [824] papa Sisto era il provvedere per sempre a quel disordine sì pernicioso al pubblico, e vi si applicò col suo solito ardore, facendo cavare una larga e lunghissima fossa, appellata anche oggidì il fiume di Sisto, con ispesa di ducento mila scudi, per cui si guadagnò un gran tratto di paese. Pensava egli di condurre questa fossa fino al mare, ma, rapito poi dalla morte, ne lasciò la cura ai suoi successori. Con ragione ancora si può dire ch'egli rinnovasse il palazzo Lateranense colla giunta di tante fabbriche, portici, sale e camere dipinte da valenti pittori, delle quali poi fece la solenne dedicazione a' dì 30 di maggio dell'anno presente. Erano sformate e quasi lacere le grandi statue dei due cavalli attribuite (benchè molto se ne dubiti) agli antichi eccellenti scultori Fidia e Prassitele. Il buon Sisto le rimise nell'antico loro decoro, e le fece collocare nella piazza del Quirinale. Al medesimo pontefice ancora si dee la fabbrica di un ponte dal suo nome chiamato Felice, posto sopra il Tevere ad Otricoli.

Ma in mezzo a queste bell'opere il cuor di papa Sisto era tormentato non poco per quanto era avvenuto in Francia nel precedente anno, parte pel timore che la religion cattolica ne patisse (timore maggiormente accresciuto nell'anno presente, in cui Arrigo III re si riconciliò ed unì coll'eretico Arrigo re di Navarra), e parte per l'enorme scandalo commesso da esso re di Francia colla morte data al cardinale di Guisa, e per la prigionia di quel di Borbone, e dell'arcivescovo di Lione. Dall'un canto non mancò Arrigo III d'inviare ambasciatori a Roma per giustificare o scusare l'operato da lui; ma dall'altro il buon pontefice veniva tutto dì pulsato dai ministri della lega, e incitato a procedere con forte braccio contra del re cui la Sorbona stessa avea dichiarato decaduto da ogni suo diritto sopra la corona. Maraviglia fu che il focoso pontefice andasse barcheggiando un pezzo, finchè assicurato che un poderoso [825] armamento si facea dagli eretici in Francia, e vedendo che, per quante istanze si fossero fatte, il re non s'induceva a rimettere in libertà il cardinal di Borbone e l'arcivescovo: finalmente nel dì 24 di maggio pubblicò un monitorio, in cui esortava, e poi comandava che il re nel termine di dieci giorni dopo la pubblicazione da farsi in Francia rilasciasse i suddetti carcerati, e dopo sessanta giorni comparisse egli in persona, o per procuratore, a rendere ragione della morte del cardinal di Guisa e della prigionia dell'altro: il che non facendo, incorresse nelle scomuniche. Intanto in Francia la regina Caterina de Medici madre del re, che prima della morte dei Guisi era stata presa da una lenta febbretta, tal affanno concepì per quella tragedia, che nel dì 5 di gennaio del presente anno terminò il suo vivere: principessa di grande ingegno, ma che presso alcuni scrittori franzesi vien dipinta come donna di grandi raggiri per mantener sempre sè stessa nell'autorità del comando; il che, secondo essi, tornò in non lieve pregiudizio del regno. Altri, per lo contrario, lasciarono un bell'elogio della sua pietà e saviezza, per cui spezialmente la corte di Francia fu non poco preservata dal libertinaggio, ch'era allora alla moda; e certamente ella sempre si dimostrò lancia e scudo al cattolicismo.

Dacchè il re Arrigo III, credendosi poco sicuro dalla parte della lega, si accordò col re di Navarra seguace del calvinismo, maggiormente s'irritarono contra di lui i cattolici, quasichè egli fosse per tradir la religione in cui era nato; e però scossero ogni riverenza verso di lui, trattandolo col solo nome di tiranno, e declamando fin dai pulpiti contra di lui. Questa universal detestazione quella verisimilmente fu che mosse Jacopo Clemente, giovinetto di ventitrè anni, già ammesso nell'ordine dei Predicatori, a voler liberare la Francia da questo principe con una troppo detestabile iniquità. Cioè, entrò in testa a questo fanatico [826] giovane, che un bel sacrificio si farebbe a Dio, un gran vantaggio si recherebbe alla religion cattolica con togliere dal mondo, a spese anche della propria vita, Arrigo III, senza riflettere che la legge di Dio comanda l'ossequio nel governo civile al principe legittimo, ancorchè divenuto tiranno o eretico o infedele. Pertanto finse lettere, e mostrando di aver segreti di importanza da comunicare al re solo, ebbe maniera di farsi introdurre alla sua udienza nel dì primo di agosto. Mentre il re leggeva le lettere da lui portate, il diabolico giovane, cavato dalla manica un coltello avvelenato, gliel cacciò profondamente nella pancia. Gridò il re, e, preso lo stesso coltello, ferì Clemente sopra un occhio; ed accorse le guardie, con più colpi lo stesero morto a terra, senza che si potesse poi ricavare onde costui fosse stato spinto a sì enorme scelleratezza. Il re nel seguente giorno con sentimenti sempre cattolici di credenza, di pentimento dei suoi falli e di perdono agli altrui, spirò l'anima in età di trentanove anni, con rimanere estinta in lui la linea dei re di Francia della casa di Valois. Maggiormente crebbero per questa morte le turbolenze di quel regno. Fu il valoroso re di Navarra della linea di Borbone dai suoi parziali, come più prossimo al regno, proclamato re, e prese il nome di Arrigo IV, con giuramento di conservare la fede cattolica nel regno, ma rigettato a cagion della sua eresia dalla lega cattolica, la quale dichiarò re Carlo cardinal di Borbone, ancorchè tuttavia prigione. Diedesi quindi principio ad un'arrabbiata guerra fra esso Arrigo IV (che saccheggiò i borghi di Parigi con acquistar ancora varii luoghi) e la lega appellata santa, in favore di cui apertamente si dichiarò Filippo II re di Spagna, e si preparava anche a far molto il pontefice Sisto, se la morte non avesse troncati gli alti suoi disegni.

Non erano in questo tempo men grandi i pensieri di Carlo Emmanuele duca di Savoia, sì pei proprii vantaggi, [827] che per secondar le massime del re Cattolico suocero suo, rivolte, non so se in sostanza, oppure in apparenza, a favor della Francia, per essere anch'egli stato uno de' pretendenti a quella corona. I Genevrini e i Bernesi aveano mossa guerra contra la Savoia; laonde il duca fece leva di genti in varie parti d'Italia, dichiarando, con permissione del duca di Ferrara, capitan generale delle sue armi Filippo d'Este marchese di San Martino, cognato suo. Ebbe ancora soccorsi di gente dallo Stato di Milano; e con queste forze ricuperò i luoghi a lui presi dagli eretici; indusse i Bernesi a far seco pace, e poi lasciò come bloccata Genevra. Avvenuta poi la morte di Arrigo III, avendo promosse le pretensioni sue sopra il regno di Francia, mosse guerra in Provenza, dove se gli diedero alcuni di quei popoli. Tentò anche il parlamento del Delfinato, ma non riportò se non buone parole. Aveva in questi tempi Ferdinando de Medici deposta la sacra porpora, ed assunto il titolo di gran duca di Toscana; però pensò all'accasamento suo. Fu da lui scelta per moglie Cristiana figlia di Carlo duca di Lorena, allevata fin dalla tenera età nella corte di Francia sotto la regina Caterina. Condotta per mare questa principessa, fece poi la solenne sua entrata in Firenze nel dì ultimo d'aprile: siccome esso gran duca Ferdinando era principe sommamente magnifico, e che si trattava alla reale, così celebrò con sontuose feste e divertimenti quelle nozze, alle quali intervennero il duca e la duchessa di Mantova, i cardinali Colonna vecchio, Gonzaga vecchio, Alessandrino e Gioiosa con don Cesare d'Este cognato d'esso gran duca. Papa Sisto anch'egli maritò in quest'anno due sue pronipoti, l'una con Virginio Orsino duca di Bracciano, l'altra col duca di Tagliacozzo e contestabile del regno, di casa Colonna, con dote per cadauna di cento mila scudi.

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Anno di Cristo MDXC. Indizione III.
Urbano VII papa 1.
Gregorio XIV papa 1.
Rodolfo II imperadore 15.

Fu in quest'anno pubblicata la sacra Bibbia, che l'infaticabil papa Sisto, in esecuzione del prescritto dal concilio di Trento, avea fatto collazionare con gli antichi manoscritti, ed emendare. Ma perchè non riuscì perfetta quella fatica, nè assai corretta l'edizione, un'altra più esatta ne fece poi fare Clemente VIII. Ora, mentre si aggiravano in mente ad esso papa Sisto V imprese sempre nuove o in vantaggio della cristianità, o in utile dei suoi Stati, o in ornamento di Roma, ed impiegava anche moltissimi pensieri per le guerre civili che laceravano la Francia con gravissimo pericolo della religione, eccoti la morte bussare alla porta, e portarlo all'altra vita nel dì 27 di agosto dell'anno presente. Era egli nato nel dì 13 di dicembre del 1521. Dopo il già detto non ci sarebbe bisogno che io qui ricordassi qual fosse la grandezza dell'animo di questo pontefice, quale il suo zelo per la fede cattolica, quale la religiosità de' suoi costumi, e la sua moderazione verso i nipoti, i quali restarono ben ricchi, ma senza avere espilato l'erario di San Pietro. Niun più di lui seppe farla da principe; ma vi fu chi desiderò che meno lo facesse. Sotto di lui tutti tremavano: tanto era il rigore della sua giustizia, quasichè egli nulla curasse di farsi amare dai sudditi suoi. Dicono che anche oggidì si fa paura ai fanciulli col suo nome. La verità nondimeno è che a lui non mancò l'amore di molti, e massimamente dei saggi. Grandiose furono le di lui idee, nè io tutte le ho riferite, tutte nondimeno animosamente eseguite, ma comperate colle lagrime dei suoi popoli, per aver egli imposto di nuovo, come scrive il Cicarelli, più di trentacinque dazii e gabelle: ortiche, le quali, una volta nate, non si seccano mai più; e quelle [829] anche rigidissimamente riscosse dai suoi commissarii. Venali ancora rendè molti uffizii: del che certo non riportò lode. A questo pontefice vivente avea il senato e popolo romano alzata una statua con bella iscrizione. Ma dacchè egli cessò di vivere, molti nobili, disgustati per la di lui asprezza, e per avere levato alcuni uffizii al senato romano; moltissimi ancora della plebe in vendetta delle gravezze imposte si sollevarono, e bene fu che s'interponessero dei saggi magnati: altrimenti su quella statua si sfogava la lor collera e vendetta. Quetossi il tumulto; con tutto ciò servì quest'esempio perchè i Romani formassero uno stabile decreto di non alzar più statue ad alcun pontefice vivente. Tempo in fatti pericoloso per l'adulazione è la vita de' principi; il giusto giudizio del merito delle persone si ha da aspettar dalla morte.

Ora entrati in conclave i porporati, nel dì 15 di settembre elessero con somma concordia papa il cardinale Giambatista Castagna nato in Roma da padre genovese nel 1521, e sempre in essa allevato, e considerato come Romano. Tali virtù e belle doti d'animo e d'ingegno, e spezialmente di amorevolezza, saviezza e sperienza degli affari del mondo, concorrevano in questo personaggio, che si può dire ch'egli entrò papa in conclave, c tale anche ne uscì. Lo stesso papa Sisto, che ben s'intendeva del valore delle persone, più d'una volta scherzando diede a conoscere di riguardar lui, come suo successore. Prese egli il nome di Urbano VII, ed era ben degno di lunga vita, perchè nulla a lui mancava di buono per fare un ottimo reggimento. Ordinò tosto che niuno de' parenti suoi prendesse altro maggior titolo di quel che aveano innanzi. Nè pur volle promuoverne alcuno ai supremi uffizii, dicendo esser meglio di valersi di altri, per potere, se fallassero, senza impedimento del naturale affetto, o rimuoverli o gastigarli. Fece subito descrivere tutti i poveri della città, con animo di esercitar verso di loro l'innata [830] sua liberalità, di cui, appena creato papa, diede un bei saggio verso i cardinali poveri. Immantenente ancora ordinò la riforma della dateria e la continuazione delle fabbriche di papa Sisto, volendo che del medesimo quivi si ponessero l'armi, e non già le sue. Pensava eziandio a levar le gabelle poste da papa Sisto, a provvedere alla carestia allora corrente e ad altre lodevoli azioni. Ma che? nel secondo giorno del suo pontificato cominciò a sentirsi poco bene; sopraggiunse la febbre, e questa nel dì 27 di settembre, il rapì dalla presente vita con incredibil dispiacere del popolo romano, che per lui eletto somma allegrezza mostrò, per lui infermo offerì a Dio ferventi preghiere, e lui morto onorò col pianto quasi di ognuno.

Convenne dunque che il sacro collegio passare ad una nuova elezione, e questa cadde, dopo molte dispute pel concorso di altri degnissimi porporati, correndo il dì 5 di dicembre, nel cardinale Niccolò Sfondrati nobile milanese, chiamato il Cardinal di Cremona, perchè vescovo di quella città, e di famiglia anche oriunda di là. Suo padre fu Francesco già senatore di Milano, e dopo la morte di Anna Visconte sua moglie, pel suo sapere creato cardinale da Paolo III, vescovo fu anch'egli di Cremona. Era Niccolò suo figlio personaggio di maschia pietà, dottissimo, di costumi sempre incorrotti, di somma umiltà, e sì alieno dal desiderio della sacra tiara, che, trovandosi all'improvviso eletto papa, rivolto ai capi delle fazioni disse: Dio ve lo perdoni: che avete voi mai fatto? Prese il nome di Gregorio XIV. Perchè infermiccia era la sua sanità, e abbisognava di persona fedele a sostenere il gran peso a lui addossato, creò tosto cardinale Paolo suo nipote, figlio di suo fratello e di Sigismonda Estense, che riuscì un insigne porporato. Chi scrisse schiantata sotto Sisto V la razza de' banditi, volle piuttosto dire frenata la loro insolenza. Imperocchè buona parte d'essi si ritirò [831] nei confini di Napoli e della Toscana, e un'altra continuò ad infestar la Romagna; nè tutti gli sforzi di quel sì temuto pontefice poterono apprestare una vera medicina al male. Crebbe poi questo dopo la morte di esso Sisto, e massimamente perchè Alfonso Piccolomini duca di Monte Marciano, caduto in disgrazia del gran duca Ferdinando, e con grossa taglia sulla sua testa perseguitato dappertutto, si fece capo di que' masnadieri in Romagna; ed arrivato a mettere insieme alquante squadre di cavalli, commettea frequenti assassinii. Altrettanto facea Marco Sciarra, altro capo di banditi e scellerati in Abbruzzo con iscorrere fino alle porte di Roma, bruciar casali, ed esigere contribuzioni. Unironsi poi insieme queste due esecrabili fazioni, ed aumentandosi di giorno in giorno la loro truppa, incredibili danni recavano, talmente che il terror di essi si stendeva ben lungi. Perchè il vicerè di Napoli spedì contra di loro circa quattro mila soldati, passarono tutti in Campagna di Roma sul principio di dicembre. Il gran duca inviò Camillo del Monte con ottocento fanti e ducento cavalli in traccia di costoro. Da Roma ancora andò Virginio Orsino con quattrocento cavalli. Fu assediato lo Sciarra coi suoi in un casale; sopraggiunse il Piccolomini con circa secento cavalli, e si venne a battaglia, in cui ben cento di quei malvagi uomini furono uccisi o presi. Contuttociò gli altri la notte ebbero la fortuna di mettersi in salvo. Oltre a questo flagello, un altro di lunga mano maggiore si provò ne' presenti tempi quasi per tutta l'Italia, e massimamente nello Stato della Chiesa, cioè la carestia, per cui la povera gente si ridusse a mangiar erbe, cioè a pascersi d'un cibo che solo basta a recar la morte agli uomini. Se a' tempi nostri o son rare le carestie, o ad esse si provvede, è proceduto questo dall'introduzione e dilatata coltura del grano turco, che melgone o frumentone vien chiamato in alcuni paesi, supplendo esso alla mancanza [832] dei frumenti e di altri grani. Si applicò tosto il novello pontefice al soccorso de' suoi popoli, nè tralasciò diligenza e spesa per aiutarli.

Ma quello che maggiormente teneva in tempesta l'animo di esso papa Gregorio, era il lagrimevole stato della Francia, dove in quest'anno si fece guerra alla disperata fra Arrigo IV re, sostenuto principalmente dagli ugonotti, e la lega de' cattolici, capo di cui era il duca di Umena della casa di Guisa. Brevemente accennerò io che nel dì 14 di marzo fra i due nemici eserciti si venne ad una giornata campale presso d'Ivrì, in cui Arrigo principe di singolar valore, quantunque inferiore di forze, diede una gran rotta all'Umena con istrage di non poca della di lui fanteria, e colla presa delle bandiere, artiglierie e bagaglio. Se Arrigo era più sollecito a marciare alla volta di Parigi, fu creduto che quel popolo, trovandosi sprovveduto, avrebbe capitolata la resa. Allorchè v'andò, trovò fatti assaissimi preparamenti, e prese molte precauzioni; ciò non ostante, ne imprese l'assedio. La costanza de' Parigini nella difesa della città sotto il comando di Carlo duca di Nemours, e le calamità incredibili da loro sofferte per l'estrema penuria di vettovaglia, furono cose memorabili che empierebbono un lungo campo di storia. Nel qual tempo mancò di vita in prigione il cardinal Carlo di Borbone, vanamente proclamato re dai collegati cattolici, e il duca d'Umena altro ripiego non avea che di ricorrere con ispessi corrieri e fervorose preghiere al papa e al re Cattolico per ottenere soccorsi. Non potea certamente Parigi resistere più lungo tempo, dacchè il re Arrigo IV avea occupato qualunque sito all'intorno, per cui potessero penetrar viveri nella città. Ma vennero a tempo ordini del re Cattolico al duca Alessandro Farnese di passar colle sue forze di Fiandra in aiuto degli assediati parigini. Con dieci mila pedoni, tre mila cavalli ed accompagnamento di copiosa nobiltà fiamminga [833] all'improvviso arrivò il generoso duca a Meau nel dì 21 di agosto, e si unì col duca d'Umena. Non potea durarla più di quattro giorni Parigi, quando cominciò ad avvicinarsi un sì potente soccorso; e perciocchè il re Arrigo, coll'aver divisa la sua armata intorno a quella città, a troppi pericoli restava esposto, nell'ultimo del mese suddetto giudicò miglior consiglio di levare il campo e ritirarsi. Esibì poscia al Farnese la battaglia, ma questi, che sapeva il suo mestiere, e si trovava inferiore di gente, con saggia risposta si sottrasse all'impegno. Succederono poi alcuni altri fatti di guerra, che non importa di qui riferire. Ritirossi intanto con parte dell'esercito il duca Alessandro Farnese, sempre inseguito dal re Arrigo, in Fiandra, per accudire ai bisogni di quel paese e prepararsi, occorrendo, a tornare in Francia l'anno seguente. In questi tempi ancora, sì per proprio interesse che per le premure del re Cattolico, Carlo Emmanuele duca di Savoia portò la guerra in Francia. Essendo stato invitato dai popoli della Provenza a prendere la lor protezione contra degli ugonotti, i quali sotto i signori di Lesdiguieres e della Valletta occupavano molti luoghi in essa Provenza, e particolarmente del Delfinato, s'impadronì di Barcelonetta, e di Frejus, di Antibo e d'altri luoghi. E tuttochè in qualche fazione ricevesse delle percosse dai nemici, e massimamente verso Ginevra, dove nello stesso tempo bolliva la guerra, pure nel dì 18 di novembre fece la magnifica sua entrata nella città di Aix capitale della Provenza, accolto con grandi feste e molte benedizioni da quel popolo, il che fatto, altri luoghi vennero alla di lui ubbidienza.


   
Anno di Cristo MDXCI. Indizione IV.
Innocenzo IX papa 1.
Rodolfo II imperadore 16.

Più che mai e in maniera disusata si provarono nel verno e nei mesi susseguenti [834] di quest'anno i terribili morsi della fame in Italia, ed anche fuori d'Italia, di maniera che non altro che pianti e grida s'udivano in ogni parte. I duchi di Firenze, Ferrara, Urbino ed altri principi, e spezialmente la saggia repubblica di Venezia, non perdonarono a spesa veruna per tirar grani da lontanissime contrade, a fin di soccorrere al bisogno de' loro popoli. Sopra tutto fu afflitta Roma da questo flagello per la sua gran popolazione, e certamente non mancò il buon papa Gregorio XIV di far quanto era in sua mano per rimediarvi, avendo impiegato almeno cento mila scudi d'oro per far venire frumenti stranieri, oltre alle pubbliche e private limosine che continuamente andò facendo ai poveri. I venti contrarii non lasciavano approdar le navi che conducevano quel soccorso. A questo malore s'aggiunse una perniciosa epidemia, probabilmente originata o dalla mancanza o dalla mala qualità dei cibi, per cui gran copia di gente sorpresa da deliquii, o da acute febbri, perì. E la mortalità fu sì grande in Abbruzzo, Marca, Umbria e Romagna, che per mancamento di chi lavorasse i terreni, la penuria continuò anche da lì innanzi. Per questo flagello, come raccontano il Ciaconio e il Cicarelli, mancarono di vita in Roma sessanta mila persone: il che quasi non par credibile. Medesimamente in quest'anno più che mai infierirono i banditi in Campagna di Roma e in Romagna. Per conto di questa ultima provincia, mosso dal pontefice, Alfonso duca di Ferrara seppe trovar la maniera di purgarla da quei tanti masnadieri, inviando il conte Enea Montecuccoli con assai squadre di cavalli e fanti, e certe carrette conducenti artiglierie colle loro troniere, le quali nello spazio di due mesi parte uccisero, parte dissiparono quella canaglia, di modo che rifiorì ivi la quiete, e si potè da lì innanzi portar l'oro in palma di mano per quei paesi. Nel Cesenatico restò anche preso Alfonso Piccolomini gran caporione di [835] quelle masnade, e condotto a Firenze, quivi trovò quel fine che conveniva ai meriti suoi. Non passarono già con eguale felicità gli affari nei contorni di Roma, dove Marco Sciarra con grosse bande di quella mala razza, imponendo grosse taglie a quanti ricchi, ed anche vescovi, gli cadeano nelle mani, saccheggiando le terre, bruciando la biade mature, e commettendo altri mali, ogni dì più s'ingagliardiva. Per reprimere costui Onorato Gaetano duca di Sermoneta, Virginio Orsino, Carlo Spinello venuti con molte schiere da Napoli ed altri nobili baroni, uscirono in campagna, fecero varie zuffe; ma in fine, trovando poco onore e men profitto contra di tal gente brava e disperata, furono costretti a lasciare ad altri l'impresa.

Bastava lo zelo della religione, di cui sommamente era acceso papa Gregorio, perchè egli tutto s'interessasse nella difesa dei cattolici di Francia, ma vi s'aggiunsero le forti istanze di Filippo II re di Spagna, divenuto manifesto fautore dell'unione o sia lega chiamata santa, per motivo anch'egli di religione, tuttochè fosse creduto che altre ragioni di politica, e di profittare per sè in quelle turbolenze, si mischiassero in quel suo impegno. Pertanto il pontefice s'obbligò di pagare ogni mese alla lega suddetta quindici mila scudi d'oro; inviò anche lettere fulminanti in Francia contra del re Arrigo e de' suoi seguaci, le quali, se crediamo agli scrittori franzesi, cagionarono piuttosto male che bene, perchè esacerbarono forte quel re in tempo che egli dava speranza di ricevere istruzioni intorno alla religione, e mostrava disposizioni favorevoli al cattolicismo. Oltre a ciò, il papa ordinò che si assoldassero a sue spese sei mila Svizzeri, due mila fanti italiani e mille cavalli. Avea egli creato duca di Monte Marciano (giacchè quel feudo nella Marca era stato confiscato per la ribellione di Alfonso Piccolomini) il conte Ercole Sfondrati suo nipote, con avergli anche conferito il grado di generale [836] della santa Chiesa ed altri onori. Volle egli che questo suo nipote avesse il generalato delle sue milizie destinate in aiuto della Francia; ma queste si andarono lentamente adunando, ed arrivò il mese di luglio che non erano per anche partite dallo Stato di Milano. Si mossero in fine, e con grandi stenti passando in Lorena, e patendo una grave diserzione, ben tardi fecero la loro comparsa in Francia. Dicono che esso papa spendesse per quella guerra più di un mezzo milione di scudi d'oro della camera apostolica, oltre a quaranta mila altri di borsa propria. Anzi il Campana scrive, essersi fatto conto che nei pochi mesi di vita di questo pontefice fosse speso vicino a tre milioni di ducati, o sia scudi d'oro (altri dicono anche più), la maggior parte per l'occasione della carestia e delle guerre di Francia. Aggiunge egli nulladimeno, essere stata comune opinione che da' suoi ministri fosse in ciò non ben servito, prevalendosi eglino del troppo buon naturale del pontefice, il quale non figurava in altrui le male qualità che non trovava in sè stesso. Volete udirne una bella? Per attestato del medesimo storico, nell'ultima malattia del papa per parecchi giorni fu egli sostenuto in vita dalla virtù dell'oro macinato e di alcune gioie, che gli si diedero pel valore di quindici mila scudi. Convien ben conchiudere che questo buon papa avesse attorno sè o degli sciocchi medici o dei molto accorti ladri.

Portossi sul principio d'agosto dell'anno presente a Roma Alfonso duca di Ferrara con seguito di secento persone per ottenere dal pontefice, che gli compartì distintissimi onori, la facoltà di potere alla sua morte aver per suo successore nel ducato chi a lui fosse piaciuto, come lasciò veridicamente scritto Bartolomeo Dionigi da Fano storico, e non già come altri mal informati parlarono di quella faccenda. Non aveva egli figli proprii, e desiderava la libertà di eleggere alla successione uno delle due [837] linee allora esistenti della casa d'Este. Si trovarono a ciò delle difficoltà; ma queste si sarebbono probabilmente superate, se non fosse sopraggiunta la morte dello stesso papa Gregorio XIV, il quale, essendo stato sempre infermiccio, finalmente nel dì 15 d'ottobre fu chiamato da Dio a miglior vita: pontefice piissimo e di ottima volontà, il cui governo, oltre alla brevità, si trovò sempre in tempesta per le pubbliche sciagure.

Riaperto il conclave nel dì 29 del suddetto mese, concorsero i voti de' porporati nella persona di Gianantonio Facchinetti, chiamato il cardinale Santi Quattro, Bolognese di patria, personaggio di sperimentata bontà e di molta letteratura, ma che per l'età d'anni settantatrè e per l'afflitta sua complessione ben si conosceva di dover essere di brevissima vita, siccome avvenne. Si fece egli chiamare Innocenzo IX. Perchè fossero eletti questi tre ultimi papi quai depositi che la morte in breve ripeterebbe, sarà ciò proceduto da que' medesimi motivi per li quali si son fatti in altri tempi altre simili elezioni. In persona si portò Vincenzo duca di Mantova a Roma a rendere ubbidienza a questo papa, e ne ricevè molte dimostrazioni di stima ed affetto. Quale intanto s'era preveduto, tale si provò l'animo del novello pontefice, cioè tutto rivolto a soccorrere Roma e gli altri Stati della Chiesa nella grave carestia che tuttavia faceva guerra alla povera gente, e a sostenere la lega di Francia contra del re Arrigo. Delle tante gabelle imposte al popolo romano, massimamente da papa Sisto, egli immantenente ne levò non so quante, e compartì ad esso popolo altre grazie. E perciocchè s'era inteso che passassero male gli affari della lega suddetta in Francia, le promise cinquanta mila scudi al mese, con sollecitar anche Alessandro duca di Parma a recarle aiuto. In somma, disposizioni in lui si miravano per fare un ottimo governo, perchè, sebben pel suo naturale era tardo nelle risoluzioni e nell'accordar le grazie, pure [838] riuscivano poi queste maggiormente maturate dalla prudenza. Ma non tardò la morte a privar la cristianità di sì buon pastore. Nel dì 21 di dicembre si trovò egli indisposto, e sopraggiunta poi la febbre con flusso nel dì 29 d'esso mese, secondo alcuni, rendè l'anima al creatore, o piuttosto nel dì 30, secondo altri, per essere succeduta la sua morte nella notte avanzata precedente ad esso dì 30. L'elezione dunque d'un nuovo pontefice fu riserbata all'anno seguente.

Con varia fortuna continuò ancora in quest'anno Carlo Emmanuele duca di Savoia la guerra di là dai monti. Erano stati da gran tempo i Marsiliesi in dubbio se avessero a mettersi anch'eglino sotto la di lui proiezione, come aveano fatto quei di Aix e d'altri luoghi della Provenza; ma finalmente prevalse il partito di chi era a lui favorevole. Entrò dunque in essa città il duca nel dì 2 di marzo, accolto con gran solennità e festa da quel popolo. Ma cotali acquisti del duca, benchè fatti con belle proteste di sola protezione, e non già di dominio, pur venivano mirati di mal occhio non solamente dal re Arrigo, ma anche dalla stessa lega cattolica, temendo essi che il re di Spagna meditasse di mettere il medesimo duca suo genero sul trono di Francia. Fu in questi tempi preso Granoble nel Delfinato dagli ugonotti; e perciocchè il duca scarseggiava di gente, e più di denaro per soddisfare ai presenti bisogni, e la Provenza si scansava dal darne, con allegare la sua impotenza; passò il medesimo duca in Ispagna per implorar soccorsi dal re, ed impetrò danaro, pensioni per li suoi figli e molti altri donativi. Tornò poscia in Provenza sul principio di luglio con tredici galee cariche di fanteria spagnuola. Entrò in Arles, prese altri luoghi; ma a Pontecarrate ebbe una fiera sconfitta dal Lesdiguieres, il qual poscia s'impadronì di Barcelonetta, e diede altre percosse ai Savoiardi. In Francia fu di nuovo in pericolo la città di Parigi di esser sorpresa [839] dall'armi del re Arrigo, il quale nell'anno presente s'impossessò di Ciartres, di Noion e di altri luoghi. All'incontro, la città di Bordeos si diede alla lega. Poi verso il principio di novembre venne pensiero ad esso re, assistito dagli Inglesi, di mettere l'assedio alla vasta e forte città di Roano, ancorchè sapesse che gran provvisione di soldati, vettovaglie e munizioni ivi si trovava. Peggio passò per li cattolici in Fiandra, perciocchè il conte Maurizio di Nassau, generale delle Provincie Unite, ossia eretiche, raunava di grandi forze; e il duca di Parma Alessandro comandava a soldatesche ben sovente ammutinate per la mancanza delle paghe, le quali tutto dì erano promesse dal re Cattolico, e mai non si vedeano comparire; oltre di che, da esso re era egli di tanto in tanto premurosamente incitato a portar soccorsi alla lega franzese. Mirabil fu la prestezza del suddetto conte Maurizio, per cui vennero alle sue mani Vesterlò, Zutfen, Deventer ed altre minori piazze. Una brutta percossa toccò ancora alla cavalleria del Farnese, nel mentre che egli era accampato ad un forte opposto a Nimega. Il peggio fu che anche la stessa Nimega, per tumulto ivi nato, si rendè alle armi d'esso Maurizio. Con tutto questo dai replicati comandamenti venuti da Madrid fu sforzato il Farnese a mettersi in ordine per dar soccorso all'assediata città di Roano.


   
Anno di Cristo MDXCII. Indizione V.
Clemente VIII papa 1.
Rodolfo II imperadore 17.

Se mai fu scuola di scherma, anzi di battaglie il pontificio conclave, certamente ciò si verificò nel tenuto dopo la morte di papa Innocenzo IX. Gravi dispute furono per l'elezione del successore, ma finalmente rimasero sopite, per essersi accordati i cardinali nel dì 30 di gennaio nell'elezione del cardinale Ippolito Aldobrandino, personaggio di gran merito per l'illibatezza de' costumi, per [840] l'elevato ingegno, per la rara letteratura e per la pratica de' mondani affari. Era egli nato nell'anno 1535 nella città di Fano, ma da padre nobile fiorentino, cioè da Silvestro insigne giureconsulto, il cui fratello Giovanni fu cardinale. Dopo la carriera di varii impieghi venne promosso alla sacra porpora nel 1585 da Sisto V, e spedito legato in Polonia: quivi accrebbe il credito della sua saviezza ed abilità. Creato papa, prese il nome di Clemente VIII, nè tardò a sposar anch'egli, come aveano fatto i suoi predecessori, gl'interessi de' cattolici in Francia, con promettere loro soccorsi di gente, occorrendo, e sopra tutto dì danari; anzi ordinò che que' fedeli procedessero alla dichiarazione di un re cattolico coll'esclusione dell'eretico re di Navarra Arrigo: cosa che alterò non poco gli animi d'esso re e di tutti i suoi partigiani, fra' quali si contavano anche moltissimi cattolici ed anche vescovi. Quindi si accinse ad una lodevol opera a cui non aveano pensato gli antecessori suoi, ma che il concilio di Trento avea raccomandato, cioè alla visita personale di tutte le chiese, monasteri collegi, spedali e confraternite di Roma, a fin di emendare ogni abuso e difetto, e di rimettere il culto di Dio, la pulizia e i buoni costumi in qualsivoglia di quei sacri luoghi. Inoltre per implorar la benedizioni di Dio, istituì in Roma il corso perpetuo delle quaranta ore, con altre azioni, che sempre più confermarono la comune espettazione del di lui zelo pel buon governo pastorale e civile. E perciocchè continuavano tuttavia le insolenze e gli assassinii de' banditi nella Campagna di Roma, con tutto vigore anch'egli si applicò a buoni espedienti per liberare i suoi Stati dai pertinaci loro insulti, avendo spezialmente inviato contra d'essi Flaminio Delfino con buon numero di cavalli e fanti, il quale non cessò di perseguitarli, senza perdonare a chiunque d'essi gli capitava alle mani. Questo valentuomo quegli fu che mise il cervello [841] a partito a Marco Sciarra capo di quegli scellerati, a Luca suo fratello, e agli altri lor seguaci, i quali perciò presero il partito di mutar cielo. Nè stette molto a presentarsi l'occasione. Facea gente per la repubblica veneta il conte Pietro Gabuzio, e trasse a quel soldo lo Sciarra con cinquecento de' suoi, tutta gente intrepida, avvezza alle fatiche e alle schioppettate, e li condusse di là dal mare al servigio d'essa repubblica, che allora avea guerra con gli Uscocchi, e si armava per apprensione de' Turchi. Per questo fatto prese tal fuoco papa Clemente, siccome uomo imperioso, che usò minaccie contra de' Veneti se non davano in sua mano i capi di que' masnadieri. Non mancò il senato veneto di spedire apposta ambasciatore per placarlo, con rappresentargli quanto disdicesse allo onore e alla buona fede della repubblica il sacrificar gente che avea prestato ad essa il giuramento, nè potea più nuocere agli Stati della Chiesa, e solo potea giovare alla cristianità. A nulla servì: il pontefice tenne saldo, e bisognò in fine che si trovasse ripiego per contentarlo. Sciarra fu poscia ucciso, e la sua gente mandata in Candia a combattere colla peste, dove parte mancò di vita, e il resto si dissipò: laonde fu creduto, ma vanamente, che avesse avuto fine la tragedia de' banditi. Tal fatto da Andrea Morosino è raccontato all'anno presente, dal Campana al seguente.

Erano già corsi tre mesi che il re di Navarra ossia di Francia Arrigo IV teneva strettamente assediata la nobil città di Roano, difesa con gran coraggio e frequenti sortite non meno da quella guarnigione che dalla cittadinanza. Il duca di Parma Alessandro, tuttochè vedesse in quanto pericolo restasse la Fiandra, s'egli l'abbandonava, giacchè il conte Maurizio di Nassau andava facendo ogni dì nuovi progressi; pure ordini sì precisi ebbe da Madrid di recar soccorso alla suddetta assediata città, che gli fu forza ubbidire. Sul principio dunque dell'anno [842] mosse verso colà l'oste sua, composta di dieci mila fanti e di tre mila cavalli, coi quali s'unì anche la gente mandata dal papa, e poscia i duchi d'Umena e di Guisa colle loro schiere. All'avvicinarsi di questo esercito, a cui accresceva il credito la maestria e fama del prode generale, il re Arrigo, lasciato sotto Roano il maresciallo di Birone, col resto della sua armata gli andò incontro sino ad Umala, dove seguì nel dì 5 di febbraio un fatto d'armi, in cui una buona percossa toccò ad esso re, che, anche leggermente ferito, non si recò a vergogna di fuggire. Negli stessi giorni, uscito il Villars comandante dell'armi in Roano, fieramente danneggiò gli assedianti e le loro trincee, con restarvi lo stesso Birone gravemente ferito in una gamba. Parere di tutti gl'intendenti fu, che se il duca di Parma passava senza dimora ad assalire il campo nemico, allora spaventato e confuso, siccome egli proponeva e desiderava, non gli potea mancar la vittoria. Ma l'Umena, o per gara con lui, o per non volere esporre i suoi a rischio alcuno, ricusò di secondarlo. Il perchè, dopo qualche soccorso di danaro e di polve introdotto in Roano, e dopo alcuni altri piccioli fatti, il Farnese si allontanò da quelle parti. Era già venuto il mese d'aprile, e più che mai stretto si trovava Roano dalle forze del re Arrigo, quando il Villars fece intendere al Farnese e all'Umena, che se in termine di pochi giorni non era sovvenuto, tratterebbe della resa col re. Fu risoluto allora di marciare a quella volta; ma Arrigo prima del loro arrivo levò il campo e si ritirò. Voleva inseguirlo il Farnese, e di nuovo trovò l'Umena di contrario parere. Restò intanto libera la città di Roano, se non che, per aprire il passo alle vettovaglie convenne prendere Caudebec, sotto la qual piazza fu malamente ferito il Farnese in un braccio. Seguirono poi varie altre fazioni di guerra; e perchè molto superiore di gente era l'esercito del re, fece il Farnese da [843] gran maestro di guerra una mirabile ritirata di là dalla Senna.

Si prevalse in questi tempi della lontananza del duca di Parma e delle sue genti il conte Maurizio di Nassau generale delle Provincie Unite. Formò l'assedio di Steenvich, che dopo una gagliarda difesa venne alla sua ubbidienza. Altrettanto fece Coverder con altri luoghi. Ma il più terribil colpo che potesse avvenire agli affari del re di Spagna in Fiandra, fu la morte di Alessandro Farnese. Per tante fatiche da lui sofferte in guerra aveva egli contratta una lenta infermità, a cui si aggiunse la grave ferita nell'anno presente da lui riportata, per cui nulla potè più operar di rilevante nel resto dell'anno. Ritiratosi in Fiandra, e sempre più sentendosi venir meno, tuttochè nol volesse mai confessare o per l'innato suo coraggio, o per la vanità comune ad altri principi ed eroi di voler che prima si sappia la lor morte che la lor malattia: finalmente in età di soli quarantasette anni finì di vivere nella città di Arras (e non già d'Anversa, come alcuni lasciarono scritto) nel dì 2 di dicembre. Gran capitano in vero, per valermi delle parole del cardinal Bentivoglio, e di nome sì chiaro senza alcun dubbio, che la sua fama può collocarlo tra i più celebri dell'antichità, e farne in modo riverir la memoria all'età presente, che ne abbiano a restar con ammirazione ancora i posteri in tutto il corso delle future. Fu compianta da tutti i cattolici la morte di questo eroe, e massimamente in Roma, dove quel popolo riputò sempre sua gloria l'averlo per concittadino, e il giudicò per non inferiore agli antichi Fabii e Scipioni. Infatti il senato romano, non contento d'avere onorata nell'anno seguente la di lui memoria con solenni esequie nella chiesa di Araceli, fece anche fabbricar la sua statua da dotto artefice, e collocarla nel Campidoglio. Lasciò dopo di sè questo famoso principe due figli, cioè Odoardo, creato cardinale nel precedente [844] anno da papa Gregorio XIV, e Ranuccio suo primogenito, che a lui succedette nel ducato di Parma e Piacenza. Si trovava egli allora in Fiandra con aver già dati segni di gran valore nel comando dell'armi, siccome luogotenente del padre infermo nelle azioni di guerra dell'anno presente. Fece quel principe dipoi trasferire a Parma l'ossa del genitore, e celebrar sontuoso funerale pel riposo dell'anima sua.

Al valore di Carlo Emmanuele duca di Savoia, che guerreggiava in Provenza, fu in quest'anno ancora parte avversa e parte propizia la fortuna. Riuscì al Lesdiguieres generale del re Arrigo di entrare per tradimento nella città d'Antibo, dove, oltre al sacco, furono commesse tutte le maggiori iniquità. Rinforzato che fu il duca di gente, andò a mettere l'assedio a quella città, e la ricuperò. Intanto il duca di Nemours, uno della lega cattolica, con aiuti ricevuti dal re di Spagna sopraggiunse in quelle parti, ed ebbe la sorte di prendere la città di Vienna, San Marcellino ed Eschelles. Ma mentre si fa guerra in Provenza e in Delfinato, ecco che Lesdiguieros s'impadronisce dei castelli di Ozasco, Ferusa, di Cavours e di altri luoghi: il che obbligò il duca a tornare di qua dai monti per opporsi a maggiori conquiste; e però il duca d'Espernon, altro generale del re Arrigo, potè con facilità ritorgli di nuovo la città di Antibo. Seguirono ancora varie scaramuccie, che non importa riferire. In grande apprensione si trovò nell'anno presente la repubblica di Venezia, e seco l'Italia, per la guerra mossa in Croazia dai Turchi contro la casa d'Austria, avendo que' Barbari occupati varii luoghi in quelle contrade. Ricorse l'Augusto Rodolfo per questo al papa, giacchè il senato veneto non si sentiva voglia di romper la pace colla Porta; e non lasciò il pontefice di promettergli aiuti per difesa di quella cristianità. Intanto dai vescovi di Francia fu spedito il cardinal Gondi per informare esso papa della vera situazione [845] degli affari della Francia; ma giunto egli in Toscana, ricevè ordine da Roma di non passar oltre per essere considerato fautore di un re eretico e relapso. Gran fatica si trovò per superar gli ostacoli, e per ottenere, siccome poi avvenne, che potesse finalmente giugnere a Roma.


   
Anno di Cristo MDXCIII. Indizione VI.
Clemente VIII papa 2.
Rodolfo II imperadore 18.

Furono quest'anno in una gran crisi le turbolenze della Francia. In Parigi per gl'impulsi del pontefice e del re Filippo di Spagna fu pubblicato un editto, per cui s'invitavano al parlamento generale del regno non solamente tutti gli aderenti della lega, ma i cattolici ancora che seguitavano il partito del re Arrigo IV. Lasciò esso re guidarsi dal consiglio de' savii, e permise che si venisse ad una conferenza fra i suoi e quei della lega. Nello stesso tempo il conte Gasparo Sconberg Tedesco, facendogli sempre più conoscere che la via propria di conseguir la corona e di quetar tanti sconvolgimenti, era quella di tornar di nuovo all'abbandonata religione cattolica, il mosse ad informarsi da' calvinisti stessi se i cattolici si possano salvare nella religion che professano. Nol poterono coloro negare. Similmente riflettendo che, secondo la sentenza de' cattolici, non possono sperar l'eterna salute i professori della eresia, poco stette a conchiudere che la più sicura, anzi l'unica via di appagar la propria coscienza, era l'abbracciare la religione cattolica romana. E però commise ai suoi delegati di protestare ch'egli era pronto a farsi istruire in essa religione. Portata questa dichiarazione al congresso, riempiè di giubilo chiunque altre mire non avea in quelle discordie, se non la conservazione della fede cattolica nella Francia. Ma a chi sotto l'ombra della religione covava degli altri segreti disegni, dispiacque assaissimo. Al duca d'Umena, siccome capo [846] della lega, premeva forte di conservar la sua autorità e il comando dell'armi. Venne anche a scoprirsi, tendere le intenzioni del re Cattolico a far dichiarare regina di Francia l'infanta Chiara Eugenia sua figlia, a cui poscia si darebbe per marito l'arciduca Ernesto fratello dell'imperadore, o pure alcuno dei principi della casa di Lorena. Ma perciocchè il duca di Feria, ambasciatore d'esso re Filippo propose per re il duca di Guisa, l'Umena, anch'egli pretendente, trovò il ripiego di disturbar l'affare con proporre la necessità di accettar la tregua proposta dal re Arrigo. Intanto esso re con ascoltar più fiate alcuni dotti e zelanti prelati cattolici che gli spiegarono le controversie teologiche, e gli levarono di capo ogni difficoltà e scrupolo intorno alla religione, fra i quali spezialmente si distinse il celebre Jacopo Davy di Perrona, che fu poi cardinale, si dichiarò pronto a rifar di buon cuore la profession della fede cattolica. Divolgato questo suo pensiero, e che il cardinal di Borbone e varii vescovi meditavano di accettar la sua abiura, e di dargli l'assoluzione, avrebbe ognun creduto che avesse da esultarne il legato apostolico Filippo Sega, appellato il cardinal Piacentino. Tutto il contrario avvenne. Pubblicò egli un editto contenente, che per essere Arrigo eretico relapso, il solo romano pontefice potea conoscere e giudicar della sua causa, con dichiarar nullo tutto quanto in ciò operassero i prelati franzesi. E nello stesso tempo risonavano i pulpiti contra dello stesso Arrigo, quasichè la proposta conversione sua fosse figlia del solo interesse, e una finzione per procacciarsi la corona, e poi tradir la religione.

Ciò non ostante, nel dì 25 di luglio, festa di san Jacopo maggiore, il re Arrigo nella chiesa del monistero di San Dionigi presso Parigi, alla presenza del suddetto cardinale e di molti vescovi, abiurò pubblicamente l'eresia, professò la fede cattolica, ricevette l'assoluzion dalle [847] scomuniche, e fatta poi la segreta confession dei suoi peccati, ne fu parimente assoluto, con restar coronata quella funzione da un solenne Te Deum. Seguì poi la tregua, per cui cessarono le guerre, e il re non lasciò di spedire Lodovico Gonzaga duca di Nevers in Italia, e il vescovo del Manso per suoi ambasciatori al papa, affine di notificargli la sua riconciliazione colla Chiesa: nel qual tempo anche il duca d'Umena spedì a Roma il cardinal di Gioiosa per trattenere il pontefice da accomodamento alcuno. Infatti Clemente VIII, che navigava allora coi venti di Spagna, sulle prime fece intendere al duca di Nevers di non poterlo ammettere in Roma come ambasciatore d'Arrigo. Poscia si contentò che venisse in Roma, ma con prescrivergli di fermarsi non più di dieci giorni, e di non trattare con alcuno de' cardinali per conto degli affari di Francia. Entrò egli in Roma nel dicembre come incognito; parlò vivamente col papa del re; ma nè le sue ragioni, nè una lettera piena di divote espressioni del re, nè un bel memoriale d'esso duca poterono punto smuovere il papa. E perciocchè non mancavano molti cardinali di dolersi che il pontefice lavorasse qui di sua testa, nè gli ammettesse a parte di un negozio di tanta importanza per la Chiesa di Dio, egli in un concistoro risentitamente parlò, dicendo di essere risoluto di non approvar quel fatto: contro la qual deliberazione (scrive Cesare Campana) se per innanzi alcuno osasse di dir parola, egli era per farne rigorosa dimostrazione. In tale stato rimasero per quest'anno gli imbrogli della Francia, con aver nulladimeno il re pubblicato nel dì 27 di dicembre un proclama, in cui faceva sapere ad ognuno la sincera sua riunione colla fede e Chiesa cattolica, e la spedizione fatta a Roma del duca di Nevers per riconoscer il papa e il vivo suo desiderio della pace, esortando i popoli all'ubbidienza e ad abbandonare i perturbatori della pubblica quiete.

[848]

Per ordine del re Cattolico era passato nel presente anno dalla Fiandra in Francia con sei mila fanti e mille cavalli il conte Carlo di Mansfeld, figlio del conte Pietro Ernesto, cioè di chi pro interim governava allora le provincie cattoliche fiamminghe. Unito egli col duca d'Umena, s'impadronì della città di Noion, e di altri luoghi in Picardia, finchè la tregua suddetta fece posar l'armi per tutta la Francia. Rimasta assai sguernita di forze la Fiandra, il conte Maurizio di Nassau, generale delle Provincie Unite, seppe ben profittarne. Imprese l'assedio di Gertrudemberga; ed avendo tentato in vano il vecchio conte di Mansfeld di rimuoverlo di là, costrinse quella piazza alla resa. Impossessossi dipoi di altri luoghi di nome oscuro. Ne' quali tempi una sopra modo fiera tempesta di mare danni immensi recò alla Olanda, dicendosi che restassero preda dell'Oceano circa cento e quaranta navi cariche di varie merci. Nè pure cessò in quest'anno Carlo Emmanuele duca di Savoia di far guerra in Piemonte, dove, per assicurare il passo della Savoia e di Susa, prese per forza il castello di Exiles, e il forte di Miradolo fabbricato da Lesdiguieres: azioni fatte a vista del nemico, il quale non osò mai di opporsi. Fabbricò ancora un forte nella valle di Perusa, e ricuperò il castello di Luserna e la terra di Cavours, ma non già la rocca. In Croazia ancora ed in Ungheria fecero guerra i Turchi all'imperadore Rodolfo, e ne riportarono in varii incontri delle buone busse. La vicinanza di que' rumori, e il sospetto ch'essi Turchi, benchè durasse la pace, potessero far qualche scorreria nella patria del Friuli, fece prendere a' signori veneziani la saggia risoluzione di fabbricar di pianta una città che insieme fosse fortezza. Fu dunque scelto un sito ai confini degli Stati Austriaci, lungi dieci miglia da Udine, e due da Strasoldo, ed ivi fabbricata una mirabil ampia fortezza, a cui fu posto il nome di Palma-Nuova, grande antemurale del Friuli e dell'Italia. Non andarono [849] esenti in quest'anno dalle insolenze dei Turchi le spiaggie della Sicilia e del regno di Napoli, perchè sbarcati que' Barbari predarono migliaia di anime cristiane, arsero anche molti villaggi e qualche terra grossa in quelle parti, non trovandosi più nel Mediterraneo, eccettochè i cavalieri di Malta, chi pensasse a reprimere l'orgoglio loro. Accadde anche in Palermo l'incendio di quel castello, essendosi attaccato il fuoco al magazzino della polve, che saltò in aria con grande squarcio nelle altre fabbriche, e colla morte di circa trecento persone: disgrazia a cui facilmente son sottoposte le fortezze, allorchè succedono temporali nell'aria; perchè siccome per la fermentazione dei nitri e di altre esalazioni si accendono i lampi e le folgori nelle nuvole, così anche presso alla terra fermentandosi i nitri, e spezialmente i raunati nei conservatorii della polve da artiglieria, e concependo il fuoco, cagionano dipoi grandi sterminii. Noi questi incendii attribuiamo a' fulmini scendenti dalle nuvole; ma naturalmente succede anche nel basso ciò che noi sì sovente miriamo nella region delle nubi.


   
Anno di Cristo MDXCIV. Indizione VII.
Clemente VIII papa 3.
Rodolfo II imperadore 19.

Gran materia di discorsi somministrò in quest'anno a' politici la renitenza ed inflessibilità di papa Clemente ad accettare in seno della Chiesa il convertito re Arrigo IV. Per quante ragioni sapesse addurre il duca di Nevers, non gli fu possibile smuovere punto l'animo di esso pontefice, cioè di chi non voleva consiglio se non da sè stesso; anzi fu come forzato a partirsi di Roma: il che seguì egli con protestare che di tutti i disordini che potessero da lì innanzi avvenire in Francia, si rifonderebbe la colpa sopra sì duro pontefice. Parea bene avere Clemente dei giusti motivi di procrastinare in questo negozio, sì per conservare la [850] autorità della santa Sede, ch'egli chiamava lesa dai prelati di Francia, coll'aver eglino senza di lui assoluto il re Arrigo; sì ancora per non lasciar esposti alla vendetta di esso re que' principi e popoli della lega, la resistenza de' quali avea forzato Arrigo a meglio pensare all'elezion della religione; e finalmente per assicurarsi che sincera e non dolosa fosse la conversione d'esso re. Ma non si sapeva intendere nè in Roma, nè altrove, perchè un pontefice, obbligato ad essere padre comune, e clemente più di fatti che di nome, non ammettesse temperamenti e trattati di salvar la sua dignità, di conciliar la lega col re, e di ben assicurarsi del cuore d'Arrigo. Da ciò arguivano poi che non solo interesse della religione, ma altri ingredienti di umana politica intorbidassero la sospirata union della Francia. E che sarebbe poi succeduto se i prelati di Francia, che in addietro aveano proposto di creare un patriarca, irritati maggiormente ora dalle di lui durezze, avessero eseguito un sì fatto progetto? Il bello fu che al dispetto degli sforzi del cardinal legato in Francia, e delle declamazioni de frati, cominciò a poco a poco a sciogliersi la lega santa in quel regno. Imperciocchè sul principio di questo anno la città di Meaux riconobbe per suo legittimo re Arrigo. Il popolo di Parigi anch'egli nel dì 12 di gennaio fece delle novità, privando il duca d'Umena del titolo di luogotenente del regno, con ordinargli ancora di licenziare i presidiarii spagnuoli. Le città di Aix in Provenza, Lione, Orleans ed altre vennero all'ubbidienza del re. Nè credendosi necessaria in Reims la coronazione sua, fu questa fatta nel dì 27 di febbraio in Sciartres con gran solennità. Il che fatto, nel dì 22 di marzo, concertato prima segretamente l'affare col signore di Brissac, il re Arrigo pacificamente entrò nella città di Parigi, e però ne partirono senza offesa gli Spagnuoli e Fiamminghi. E perchè il cardinal Sega legato, benchè rispettato dal re, anzi invitato con tutto onore, [851] più che mai si mostrò alieno dal re, in esecuzione, delle istruzioni di Roma, fu accompagnato a Montargis da Jacopo di Perrona insigne vescovo e letterato, che poi conseguì il cappello cardinalizio. L'esempio di Parigi si trasse poi dietro molte altre città, e il duca di Guisa si riconciliò col re. Coll'armi ancora furono sottomesse la Ciapella piazza forte e Noione. Se questi felici progressi di Arrigo piacessero al papa e al re Cattolico, non occorre ch'io lo dica.

Ora avvenne un caso in Parigi per cui gran rumore e diceria insorse. Trovavasi quel re nella sua camera nel dì 27 di dicembre, colà appena arrivato da San Germano, quando uno scellerato giovane parigino d'anni diciotto, per nome Giovanni Castello, cacciandosi per la folla de' cortigiani, e a lui appressatosi, gli tirò una coltellata, chi dice verso la gola, chi verso il ventre; ma essendosi accidentalmente chinato il re, il colpo altro non fece che tagliargli un labbro e cavargli un dente. Preso costui, confessò di aver commesso il delitto, credendo di acquistar merito presso Dio, avendo massimamente inteso ch'era lecito il levar la vita ad un tiranno. Perchè disse di avere studiato sotto i padri gesuiti, e furono dipoi trovati in camera del padre Giovanni Guignardo sacerdote della compagnia alcuni scritti contra del re, composti allorchè era nel suo maggior bollore la lega: ciò bastò perchè uscisse un editto, promosso da chi, per altri precedenti motivi, mirava di mal occhio i gesuiti, in cui fu ordinato ch'essi tutti sotto varie pene uscissero del regno: sentenza creduta ingiusta dai saggi, perchè a cagion del delitto di un solo, o di alcuni pochi, si veniva a punire tutta una grande università, benemerita per varii titoli della religione e del pubblico. Ancorchè prosperassero cotanto gli affari del re Arrigo, pure Filippo re di Spagna non ritirava le sue milizie dalla Francia, e continuava la guerra in Bretagna per mezzo del duca di Mercurio, e nel Delfinato [852] e Provenza coll'armi del duca di Savoia e dello Stato di Milano. Fece esso duca l'assedio di Bricheràs; e quantunque Lesdiguieres avesse fatto il possibile per ben fortificare quella terra e la sua rocca, e costasse l'impresa più di un sanguinoso assalto, pure se ne impadronì. Riacquistò ancora il forte di San Benedetto, ed ebbe il contento di veder tornare alla sua divozione tre delle valli abitate dagli eretici Valdesi, cioè Luserna, Angrogna e Perusa. In Fiandra, al cui governo entrò in quest'anno l'arciduca Ernesto, non succederono fatti di gran conseguenza, se non che Groninga assediata dal conte Maurizio di Nassau fu obbligata a rendersi. Seguì eziandio in quelle parti un pertinace ammutinamento de' soldati italiani, e poi degli Spagnuoli, per mancanza delle paghe; cosa tante altre volle accaduta, e sempre con discredito della monarchia di Spagna, la qual pure tante ricchezze continuamente ritraeva dalle Indie Orientali ed Occidentali, giacchè il re allora comandava anche al regno di Portogallo. In Ungheria sì e nella Croazia furono molti fatti d'armi fra gli eserciti dell'imperadore e de' Turchi. Acquistarono i cristiani Novigrado ed altri luoghi, ma che non compensarono la perdita dell'importante fortezza di Giavarino, che dopo un ostinato assedio fatto dai Musulmani fu loro ceduto da quel comandante, senza aspettare il vicino soccorso. Provò in questo anno ancora la povera Italia gl'insulti della crudeltà turchesca. Sul principio di settembre comparve verso Reggio di Calabria il bassà Sinan, ossia Assane Cicala, rinegato appunto Calabrese, ed ammiraglio turchesco, con una flotta di ben cento legni; e sbarcata la gente sua, perchè il popolo col loro meglio s'era ritirato entro terra, per rabbia di non aver colpita la preda, se ne vendicò col fuoco, incendiando quella tante volte incendiata o rovinata città, e tagliando quanto v'era di fruttifero in que' contorni. Altrettanto poi fecero a varii villaggi [853] e terre murate di quella riviera, con danno di centinaia di migliaia di scudi per quegl'infelici abitanti. Nel dì 5 di agosto in Mantova cessò di vivere Leonora d'Austria figlia di Ferdinando imperadore, e già moglie di Guglielmo duca di Mantova, principessa di singolar bontà di costumi, e d'una vita sì religiosa, che era, per così dire, adorata da quel popolo.


   
Anno di Cristo MDXCV. Indizione VIII.
Clemente VIII papa 4.
Rodolfo II imperadore 20.

Finalmente nel presente anno facendo breccia nel cuore di papa Clemente que' riflessi che nel precedente aveano avuta sì poca fortuna, ebbe la cristianità la consolazione di veder calmate le turbolenze della Francia, e rimesso il re Arrigo IV in grazia della santa Sede. I prosperosi successi d'esso re, a cui pochi oramai palesemente ricalcitravano in Francia, e l'aver egli dichiarata la guerra al re di Spagna che fin qui avea alimentato quel fuoco, cagion furono che il pontefice non si lasciasse più regolar dalle massime spagnuole, ma che si consigliasse unicamente con chi, senza privati interessi, amava il ben della Chiesa. Fatte dunque segretamente penetrar le sue scuse e il buon animo al re per mezzo del celebre Arnoldo d'Ossat, che come prete privato stava allora in Roma e trattava gli affari di esso re, fu spedito da Parigi Jacopo Davy signor di Perrona, un dei più dotti cattolici della Francia, acciocchè maneggiasse così importante affare. Arrivò egli a Roma senza formalità nel dì 12 di luglio, informò il papa di quanto occorreva, e gli porse un'umile supplica a nome del re. Furono smaltite le condizioni colle quali il pontefice volea accordargli l'assoluzione; poscia nel concistoro del dì 2 di agosto propose la determinazione da lui presa di ricevere nel grembo della Chiesa cattolica esso Arrigo. Non vi furono fra i porporati, se non [854] alcuni pochi parziali degli Spagnuoli, i quali, giacchè non poteano impedirlo, misero in campo delle stravaganti condizioni, secondo le quali mai non si sarebbe venuto allo scioglimento di quel nodo. Non così fece il cardinal Francesco Toledo, personaggio dottissimo della compagnia di Gesù, rapito di poi nell'anno seguente dalla morte, il quale quantunque Spagnuolo di nascita, pure, tenendo davanti agli occhi la sola gloria di Dio e il bene della Chiesa, mirabilmente s'adoperò per condurre a fine quella impresa di tanto rilievo. Altrettanto ancora operò Cesare Baronio confessore del papa, poscia cardinale, spezialmente a ciò spinto da san Filippo Neri, il quale in quest'anno appunto nel dì 26 di maggio passò a miglior vita. Scelta dunque la domenica corrente nel dì 17 di settembre, con tutta solennità e decoro si eseguì la funzione. Nel portico della basilica di San Pietro, le cui porte stavano chiuse, si presentarono al papa, attorniato dal sacro collegio e da infinito popolo, il Perrona e l'Ossat, come procuratori di Arrigo; esibirono il di lui memoriale e lo strumento della lor procura; quindi a nome del re abiurarono tutte le eresie, e fecero la profession della fede cattolica, riconoscendo per nulla l'assoluzione a lui data in Francia, ed accettando le già concordate condizioni e le penitenze imposte al re. Fu poi proferita la sentenza dell'assoluzion pontificia, spalancate le porte di San Pietro, intonato e cantato il Te Deum, cui fecero ecco i rimbombi delle artiglierie di castello Sant'Angelo, con assaissime altre feste del popolo romano. Di somma consolazione eziandio al pontefice e al cattolicismo riuscì nell'anno precedente l'arrivo a Roma di due oratori spediti dal patriarca d'Alessandria, e nel presente anno di due altri inviati da alcuni vescovi della Russia polacca per unir le loro chiese alla Chiesa e credenza romana, con abiurar gli errori delle lor sette. Non occorre che io dica qual frutto si ricavasse dalla comparsa dei primi, da [855] che ognun sa che gli eutichiani d'Egitto continuano ad essere separati da noi.

Riportò ancora in quest'anno gran lode presso il popolo romano la costituzione, ossia bolla della congregazione sopra i baroni, pubblicata nel dì 30 di giugno da papa Clemente. Il far dei grossi debiti costava poco ai nobili romani, nè poi maniera si trovava di pagarli, essendo i lor beni sottoposti a fideicommissi e ad altri legami: dal che proveniva immenso danno tanto ai creditori che al pubblico commercio. Deputò dunque il pontefice una congregazione con facoltà di poter distraere i feudi e le castella, ed altri beni stabili di essi baroni, non ostante qualsivoglia vincolo di fideicommisso, affinchè venisse da lì innanzi soddisfatto ai creditori. A questa ordinazione diede poi miglior forma papa Urbano VIII. Grande apprensione intanto recavano al pontefice Clemente i progressi de' Turchi in Ungheria, divenuti più orgogliosi per la presa di Giavarino; e l'Augusto Rodolfo non cessava di chiedere aiuti. Per sovvenirlo impose il pontefice quattro decime agli ecclesiastici d'Italia, e si diede a far leva di soldatesche negli Stati della Chiesa, disegnando di spedir colà un corpo di dodici mila fanti e di mille cavalli. Il comando di questa gente, in cui si contarono assaissimi nobili uffiziali italiani, fu dato a Gian-Francesco Aldobrandino, nipote del papa, che, dopo avere con grandiosa solennità ricevuto il bastone di generale e le bandiere, marciò alla volta dell'Ungheria. Anche Ferdinando gran duca di Toscana vi avea dinanzi spedito altri soccorsi di gente. Don Giovanni, don Antonio de Medici, il duca di Bracciano ed altri signori con quelle truppe si segnalarono in varie imprese. Ma Vincenzo duca di Mantova, mosso dalla sua parentela coll'imperadore, volle passare in persona a quella guerra, menando seco un accompagnamento di circa mille e quattrocento uomini a cavallo tutti atti a guerreggiare. Questo principe sorpreso poi in Comora da una pericolosa malattia, [856] fu forzato verso il fine d'ottobre di ritornarsene in Italia a cercar aria migliore per risanarsi. Aveano intanto l'armi dell'imperadore, comandate dal valoroso conte Carlo di Mansfeld, presa in Ungheria la città vecchia e nuova di Strigonia; ma nulla si potea dir fatto, se non s'impadronivano anche della cittadella; quando colà giunsero anche gl'Italiani suddetti, ai quali fu assegnato il lor posto per la espugnazione di quella fortezza. Diedersi varii assalti, ed in essi valorosamente combattendo, sacrificarono la lor vita molti di quegli uffiziali e soldati, di modo che in fine spezialmente alla bravura di essi Italiani fu attribuito l'essere stati forzati i Turchi a rendersi a patti. Giunto in appresso anche colà il duca di Mantova colle sue truppe, e bramoso di lasciar qualche memoria di sè, prese ad espugnare la città di Vicegrado, e la costrinse alla resa. Degli altri fatti di guerra in quelle contrade non permette l'assunto mio che maggiormente io ne parli.

Sempre più intanto si venne toccando con mano che Filippo II re di Spagna, già sì caldo protettore ed ausiliario della lega cattolica in Francia, col manto della religione copriva altre politiche intenzioni. Per la conversione del re Arrigo IV andava sempre più declinando essa lega. Si sapeva che in Roma gagliardamente si trattava della riconciliazione d'esso re; e pure Filippo, lungi dal pensare a rendere la quiete alla Francia, maggiormente si accendeva a farle guerra, e la continuò ancora dappoichè la pace data dal pontefice ad Arrigo tagliava le gambe a tutti i pretesti della lega. Dichiarò dunque Arrigo la guerra al re Cattolico con un pubblico manifesto, al quale con altro simile fu risposto. Giacchè era mancato di vita l'arciduca Ernesto governatore della Fiandra, e pro interim restava appoggiato quel governo al conte di Fuentes, a lui venne da Madrid ordine di proseguir le ostilità. Entrato pertanto egli nella Picardia coll'esercito suo, covando il disegno di ricuperar la città di [857] Cambrai, assediò e prese il castelletto, fortezza d'importanza per l'intenzione sua. Di là passò all'assedio di Dorlac, al cui soccorso passati i Franzesi, ebbero la mala pasqua. Fu presa anche quella terra e saccheggiata: dopo di che il Fuentes arditamente cinse di assedio la riguardevol città di Cambrai, tuttochè si trovassero alla difesa di quella città circa due mila e cinquecento fanti e secento cavalli, oltre al presidio della cittadella, consistente in cinquecento fanti. Ma teneva egli delle intelligenze con alcuni di que' cittadini, fautori dell'arcivescovo; e in fatti, dappoichè furono ben inoltrate le trincee, ed ebbero le batterie alzate, non solamente diroccata buona parte del muro, ma anche bersagliato un buon numero delle case della città, quel popolo si mosse a manifesta sollevazione, ed aprì le porte agli Spagnuoli. Ritirati i Franzesi nella cittadella, non tardarono molto a trattare con tutte le più onorevoli condizioni che poterono desiderare. Per tale acquisto gran gloria riportò il Fuentes, e somma fu l'allegrezza delle provincie cattoliche della Fiandra, al cui governo arrivò dipoi il cardinale arciduca Alberto, fratello del defunto arciduca Ernesto. Dalla parte ancora della Borgogna e della Savoia faceano gli Spagnuoli guerra alla Francia. Lesdiguieres tolse al duca di Savoia Exiles, e il duca a lui il forte castello di Cavours ed altri luoghi. Ma non per questo lasciavano d'andare sempre prosperando gli affari del re Arrigo, perchè ricuperò Vienna nel Delfinato; la Provenza tornò quasi tutta alla sua ubbidienza; Digion e Sciallon in Borgogna a lui si diedero, per tacer di altri vantaggi suoi. Quel che più importa, la riconciliazione sua colla santa Sede operò che il duca d'Umena ed altri principi cominciarono segretamente a trattar seco di concordarsi e sottomettersi; e Carlo Emmanuele duca di Savoia, siccome saggio, intavolò tosto e conchiuse una tregua con lui.

Non andò esente nè pure in questo [858] anno la Campagna di Roma dagl'insulti de' banditi, cioè spezialmente verso Anagni e Frosinone, dove commisero orrendi misfatti. Contra di costoro spedì il pontefice alcune compagnie di cavalli, ed altrettanto fece il conte di Olivarez vicerè di Napoli contra degli altri che maggiormente infestavano quel regno. Grandi lamenti erano per quella iniqua gente, che tutto dì svaligiava viandanti e corrieri, e talvolta anche levava loro la vita. Fecero prigioni Giambatista Conti nobile romano, ed Alessandro Mantica, e poscia l'arcivescovo di Taranto e il vescovo di Castellanetta, a' quali imposero di grosse taglie. Era in questi tempi generale delle galee di Napoli don Pietro di Toledo; e pensando egli come vendicarsi dell'insolenze fatte nei tempi addietro da' Turchi alle marine d'Italia, aggiunse alle sue quattordici galee otto altre di Sicilia, tutte ben armate; e colto il tempo che si facea da' Turchi nel mese di settembre la fiera di Patrasso, all'improvviso giunse colà, e messe le genti a terra diede un fiero sacco a tutti quei mercatanti ebrei, turchi e greci. Dicono che vi restarono uccise circa quattro mila persone, sapendo anche i cristiani essere turchi, quando hanno il vento in poppa. Il bottino si fece ascendere a quattrocento mila scudi romani, e parecchi mercatanti furono menati via ed obbligati al riscatto. Benchè l'ammiraglio de' Turchi Cicala si trovasse a Navarino lungi da Patrasso quaranta miglia, non si attentò a muoversi per voce precorsa essere cinquanta le galee cristiane, e quelle ben fornite di bravi combattenti e munizioni da guerra. Pasquale Cicogna doge di Venezia, personaggio di singolar probità, terminò in quest'anno a' dì 2 d'aprile la carriera del suo vivere. Sotto di lui fu fabbricato il sontuoso ponte di Rialto, una delle più insigni fabbriche di Venezia. Nel dì 22 oppure 26 d'esso mese venne sostituito in quella dignità Marino Grimani. Restò funestato l'anno presente dalla morte di [859] altri illustri personaggi, cioè cardinali e capitani di gran nome, fra i quali io nominerò solamente Lodovico Gonzaga, zio paterno di Vincenzo duca di Mantova, il quale passato negli anni addietro in Francia, per le nozze contratte con Enrica figlia ed erede di Francesco duca di Nevers, acquistò quel ducato e lo tramandò a Carlo suo figlio, che a suo tempo vedremo duca di Mantova. Gran figura fece esso Lodovico nelle guerre civili di Francia. Merita ancora di essere accennata la morte di Torquato Tasso, accaduta nel presente anno a dì 26 di aprile in Roma, mentre si preparava la solenne di lui coronazione in Campidoglio. Insigne poeta e principe dei poeti epici italiani, e filosofo di alto sapere, come costa non men dai suoi versi che dalle sue prose, ma che per gl'insulti della soverchia sua malinconia fu gran tempo, per non dir sempre, zimbello della mala fortuna.


   
Anno di Cristo MDXCVI. Indizione IX.
Clemente VIII papa 5.
Rodolfo II imperadore 21.

I pensieri del pontefice Clemente nel presente anno furono principalmente occupati in cercar le vie di estinguere la guerra che tuttavia in varie partì lacerava la Francia. Spedì a questo effetto il generale de' frati minori a spiar gli animi del re Arrigo e del cardinale Alberto governatore della Fiandra, e ad istillare in amendue pensieri di pace. Ma questa pace desiderata dal re franzese Arrigo IV non si accordava colle vaste idee del re di Spagna Filippo II; e tanto più perchè l'armi e raggiri suoi ebbero in più di un luogo felice successo. Primieramente avea saputo l'accortezza de' ministri spagnuoli talmente guadagnare Carlo Casale console, o piuttosto tiranno di Marsilia, che quel popolo parte per timore e parte per mari e monti di vantaggi lor fatti sperare dal re Cattolico, si misero sotto la di lui protezione, ed accettarono nel [860] loro porto Carlo Doria colà inviato colle sue galee da esso re di Spagna: fatto che infinitamente dispiacque al re Arrigo. Era già tornato in grazia dello stesso re Cristianissimo il duca di Guisa. Mandato egli al governo della Provenza con quelle forze maggiori che potè riunire, s'impadronì di Cisteron, di Riez, di Grasse, di Hieres, di Santropè e di altri luoghi. Quindi si diede a manipolare un segreto trattato in Marsilia coi malcontenti del governo del Casali; e questo fu sì felicemente condotto, che nel dì 16 di febbraio il Casali restò ucciso da' congiurati; nel qual tempo si presentò esso duca di Guisa alle porte della città, e vi entrò, con acquistar dipoi le fortezze, ed obbligare il Doria a fuggirsene non senza perdita di molti de' suoi soldati sorpresi in terra fuori delle galee. Con più felicità succederono all'arciduca cardinale le imprese ch'egli tentò. Trovandosi impegnato il re Arrigo nell'assedio della fortezza della Fera, ed occorrendo troppe difficoltà a soccorrere quella piazza, s'avvisò il porporato di fare una potente diversione. Pertanto all'improvviso, nel dì 9 di aprile, piombò col suo esercito addosso alla riguardevol terra e fortezza di Cales, e con gran sollecitudine fece piantar le batterie, tanto per bersagliare la terra che per impedire i soccorsi per mare, i quali furono ben tentati, ma senza frutto alcuno. Era quella guarnigione di soli secento soldati impoltroniti nell'ozio, di mille e ducento borghesi e trecento villani, che intimoriti al primo feroce assalto degli Spagnuoli, dimandarono capitolazione, e l'ottennero, per potersi ritirar nel castello, promettendo di rendere ancor questo fra sei giorni, se non veniva soccorso. Venne infatti il soccorso, ed ebbe maniera di entrar nel castello. Adirato per questo il cardinale, fece giocar le artiglierie contra d'esso castello, ed appena formata la breccia, fu dato un sì furioso assalto, che avviliti i difensori non pensarono che alla fuga. [861] Ne furono uccisi ottocento e tutto andò a sacco, con fama che il bottino ascendesse a un milione di scudi. Guines e Han si arrenderono anche essi dipoi al cardinale. E lo stesso fece nel dì 23 di maggio anche la picciola, ma forte città d'Ardres, e finalmente nell'agosto l'importante fortezza di Hulst.

Intanto dopo alquanti mesi di ostinato assedio giunse finalmente il re Arrigo nel precedente giorno, cioè nel dì 22 di maggio, ad obbligar gli Spagnuoli alla resa di Fera. E perciocchè la perdita di Cales era una continua puntura al suo cuore, non ebbe scrupolo a trattare e conchiudere un'alleanza con Elisabetta regina d'Inghilterra, assai per altri motivi disgustata degli Spagnuoli. Nè si dee tacere che, durante l'assedio della Fera, Arrigo di Savoia duca di Nemours, il duca di Gioiosa potente in Linguadoca, e, quel che più importò, il duca d'Umena della casa di Lorena, dopo molti segreti trattati, vennero all'ubbidienza e giurarono fedeltà al suddetto re Cristianissimo, il quale siccome principe magnanimo benignamente gli accolse, con loro concedere molti governi e vantaggi, ed obbliar generosamente le cose passate. Tornò infine alla divozion sua anche il duca di Mercurio, che più degli altri si era mostrato pertinace fautore della lega: tutti avvenimenti che servirono di maggiore ingrandimento e riputazione ad esso re. Ebbe in questi tempi una dura lezion dagl'Inglesi Filippo II re di Spagna. Fece la regina Elisabetta un formidabil armamento per mare, in cui concorsero anche gli Olandesi e molti particolari mercatanti; cioè una flotta di circa cento sessanta vele, dove s'imbarcarono sedici mila combattenti, fra' quali si contavano molti nobili venturieri. Comparve all'improvviso nel dì 21 (altri dicono nel dì 30) di giugno questa armata sotto il comando del giovane Roberto conte di Essech e dell'ammiraglio inglese Carlo conte di Howard, alla vista della tanto ricca e mercantile isola e città di [862] Cadice in Ispagna, chiamata (non so il perchè) dal Campana e da altri Calice, e da lor posta ne' mari di Portogallo. Trovavansi in quell'isola cinquantasette grosse navi, fra le quali quattro dei galeoni, chiamati i dodici Apostolici, due galeazze di Andalusia, venti galee ed altri non pochi legni, tutti carichi di merci preziose, e destinati a passare alle Indie Orientali. Fu detto che ascendesse il valor d'esso carico a dodici milioni di ducati d'oro, spettante per la maggior parte a particolari mercatanti spagnuoli, napoletani, siciliani e genovesi. Prima di tentar altro gl'Inglesi arditamente si mossero contra le navi da guerra spagnuole, che sostennero per più ore il combattimento; ma accesosi il fuoco nel galeone San Filippo almirante dell'armata, si misero in confusion gli Spagnuoli; tre loro grosse navi ben fornite d'artiglieria rimasero in poter de' nemici; altre furono o arse o sommerse; gran bottino ancora fu fatto; e chi potè fuggire, si salvò. Ma il peggio fu che poco stettero i vincitori Inglesi ad assalire furiosamente la città, e a divenirne padroni, con essersi ritirati nel castello i difensori, i quali poco stettero a capitolare, per salvare le donne dal disonore e la città dall'incendio. Quanto di buono e bello ivi si trovò, fu messo a sacco. Vi restava gran quantità di legni sì del re che dei mercatanti, i quali stavano prima, o pur si erano rifugiati al passo del ponte che congiugne l'isola di Cadice colla terra ferma. Attesero i lor padroni la notte a scaricar le merci; e perchè il duca di Medina conobbe di non aver forza da difenderli, affinchè non cadessero in mano de' nemici, comandò che di tutti quei legni si facesse un gran falò; e l'ordine fu eseguito. Se ne andarono poscia pieni di preda gl'Inglesi. E tuttochè il re Cattolico, ansioso di farne vendetta, unisse nel porto di Lisbona una armata di più di ottanta vele, e la spignesse alla volta dell'Inghilterra; pure ancor questa sorpresa da un fiero temporale, parte perì nell'onde e parte maltrattata, [863] non poco penò a ridursi in salvo. Gran danno che venne anche alla mercatura d'Italia da così fiero e strepitoso emergente.

La guerra d'Ungheria continuò vigorosa ancora in quest'anno. Tolsero le armi cristiane ai Turchi Vaccia. Presero ancora Clissa ne' confini della Dalmazia, ma poi la perderono. Essendo venuto lo stesso gran signore Maometto all'armata, la città d'Agria fu vilmente a lui renduta dal presidio imperiale, per ottener salve le vite: patto che non fu poi mantenuto dalla consueta infedeltà e barbarie de' Turchi. Furono poscia a fronte le due armate nemiche a Chereste, e si venne a giornata campale. Restò in poco tempo sbaragliata la turchesca, e ne fu fatta grande strage; ma perdutasi gran parte de' vincitori cristiani a dare il sacco ai padiglioni, le incontrò quella disavventura che tante altre volte è accaduta ed accadrà; cioè, che i Turchi raggruppati e ritirati dalla fuga diedero una piena sconfitta all'esercito imperiale. Torniamo ora in Italia, dove papa Clemente VIII, mirando con sommo dispiacere la continuata guerra del re di Spagna colla Francia, e la lega del re Arrigo IV coll'Inghilterra, determinò d'inviare in Francia Alessandro de Medici cardinale ed arcivescovo di Firenze, personaggio di raro ingegno e prudenza, acciocchè si studiasse di quetare il resto de' mali umori della Francia, e tentasse ancora di disporre gli animi alla pace. Con sommi onori fu ricevuto per tutta la Francia questo legato pontificio, ed ebbe il contento di vedersi incontrato da Arrigo di Borbone principe di Condè, fanciullo d'anni otto e primo del sangue reale dopo il re, il quale già istruito nella fede cattolica, secondo le promesse fatte al papa, avea abbandonata l'eresia di Calvino. Nel dì primo d'agosto ebbe esso legato la sua prima udienza dal re. Nè si dee tacere che, essendo cresciuto a dismisura in questi tempi lo scialacquamento dei titoli (del che gl'Italiani diedero la colpa alla [864] superbia spagnuola), ne tentò la corte di Spagna qualche rimedio. Il titolo d'illustrissimo ed eccellentissimo, che già fu in uso per li soli principi sovrani, s'era tanto prostituto, che fino i nobili di basso affare lo pretendevano. L'illustre o molto illustre, che sul principio di questo secolo XVI, per quanto si può osservare, si soleva dare ai principi cadetti, era passato ad onorar la plebe. Da questo abuso nascevano poi contese, perchè i minori si volevano uguagliare ai maggiori, e i maggiori ai massimi, senza osservar distinzione alcuna di grado nella stessa nobiltà. Ora il conte di Olivares vicerè di Napoli pubblicò un editto, per cui venne vietato ogni titolo, per dir così, di cortesia, dovendosi unicamente scrivere nelle lettere al signor duca, al signor principe, marchese, conte, dottore, ec. Passò questo divieto a Milano, dove fu poco osservato. In Roma e in altri stati se ne risero. Quanto durasse questa prammatica, non occorre che io lo ricordi, e molto meno come passi oggidì in Italia l'abuso e la ridicola prostituzion de' titoli, perchè senza di me ognun lo vede a prova.


   
Anno di Cristo MDXCVII. Indiz. X.
Clemente VIII papa 6.
Rodolfo II imperadore 22.

Arrivò nell'aprile di quest'anno a Roma Francesco di Lucemburgo duca di Penoy, ambasciatore di Arrigo IV re di Francia, a rendere ubbidienza al sommo pontefice Clemente VIII. Gran pericolo avea corso nel viaggio di essere fatto prigione da' soldati dello Stato di Milano, spediti in traccia di lui. Fu per lui nel sacro concistoro recitata una elegantissima orazione da Martino Bascia da Susa, o pur da Granoble, in cui a larga mano si profusero incensi in lode d'esso papa. Intanto per le disavventure occorse nel precedente anno in Ungheria, non per valore de' Turchi, ma per l'inconsiderato procedere de' capitani cristiani, si trovava l'imperadore Rodolfo II in gravi [865] angustie, per timore specialmente che non restando più ostacolo alla potenza turchesca, avessero a comparir sotto Vienna l'armi ottomane. Fece perciò ricorso a tutti i principi d'Italia, e massimamente al pontefice, siccome padre del cristianesimo, il quale spedì per questo alla corte cesarea Gian-Francesco Aldobrandino suo nipote, e intanto con aggravio imposto al popolo romano, e in altre guise adunata l'occorrente pecunia, fece una leva di sette in otto mila fanti, e nel mese di giugno gli spedì in Ungheria. Con questo soccorso, ed altri che sopravvennero, mise insieme l'imperadore un'armata di dieciotto mila fanti e di cinque mila cavalli, de' quali fu dato il comando all'arciduca Massimiliano. Sorpresero i Cesarei, circa il fine di maggio, Tatta, e poi misero l'assedio a Pappà, che costò loro sangue, ma con venire in fine alle lor mani quella terra col suo castello. Era passato di nuovo in Ungheria Vincenzo duca di Mantova, a cui fu data la vanguardia dell'esercito. Or mentre egli con alquanti de' suoi va a riconoscere i contorni di Giavarino, giacchè si meditava di farne l'assedio, caduto in una imboscata di Turchi, fu preso, e miracolo fu ch'egli coll'aiuto di pochi si potesse liberare dalle lor mani. Accostaronsi i cristiani ad esso Giavarino; ma inteso l'avvicinamento dell'oste turchesca, in fretta levarono il campo, e tanto più perchè l'armata loro era di molto scemata. Riacquistarono dunque i Turchi Tatta, nè seguì poi altra rilevante azione in quelle contrade. Continuava intanto l'izza fra gli Spagnuoli ed Inglesi. Grande armamento navale si fece dall'una parte e dall'altra. Nella flotta di Spagna s'imbarcarono, oltre ad altre milizie, sei mila Italiani. Uscirono sul principio di settembre in mare le due armate nemiche, ma in vece di combattere fra loro, combatterono coi venti, essendo restate ambedue maltrattate e disperse da una terribil fortuna, e forzate, quando poterono, a salvarsi ne' loro [866] porti, disputando fra esse chi maggior danno avesse riportato da quel duro conflitto.

Una percossa ebbero nel gennaio del presente anno i cattolici in Fiandra dal conte Maurizio di Nassau a Tornaut, perchè vi perderono la vita alcune centinaia d'essi, e restarono in potere dei vincitori trentotto bandiere di fanteria colla maggior parte delle bagaglie. Parve compensata questa perdita delle truppe spagnuole dalla felicità con cui riuscì a Ferdinando Portocarrero, governatore di Dorlans, che prima comunicò il suo disegno all'arciduca cardinale, di sorprendere all'improvviso nella mattina del dì 11 di marzo la città di Amiens capitale della Picardia, mal custodita, benchè dentro vi fossero più di quindici mila cittadini atti all'armi. Di grande importanza fu quell'acquisto sì per la grandezza e popolazion della città, come per la gran copia delle artiglierie e munizioni che vi si trovarono. Recata questa nuova al re Arrigo, dimorante allora in Parigi, al vederne sì afflitti i suoi cortigiani, magnanimamente dimandò loro se i nemici aveano portato Amiens in Ispagna. No, risposero; ed egli allora soggiunse: Buon per noi, che gli avremo tutti prigioni. E non tardò a dar ordine al maresciallo conte di Birone di accorrere colà, e di formar l'assedio della perduta città. Concorsero a quella impresa le maggiori forze del re colla giunta di quattro o cinque mila Inglesi; e lo stesso Arrigo in persona vi si portò per dar calore alle azioni. Durò per alquanti mesi il pertinace assedio, ed aveano i Franzesi già presa la strada coperta, e inoltrati i lavori sino alle mura, con che si vedea già vicina all'agonia quella città; quando l'arciduca Alberto si avvisò di recarle soccorso. A quella volta dunque s'inviò con diciotto mila fanti, mille e cinquecento uomini d'armi ed altrettanti cavalli leggieri. Il cardinal Bentivoglio fa ascendere quell'esercito a venti mila fanti e quattro mila cavalli. Trovossi questa [867] armata nel dì 15 di settembre alla vista d'Amiens. Comunemente fu creduto che s'egli animosamente assaliva lo sparso campo franzese, non solamente potea soccorrere la città, ma anche mettere in rotta gli assedianti. Non ebbe tanto coraggio. Probabilmente la presenza d'un re sì valoroso, che tosto si mostrò pronto a ricevere i nemici, gli fece prendere la risoluzion di ritirarsi: il che eseguì con molti disagi e pericoli, perchè inseguito dai Franzesi. Laonde fu poi detto ch'egli, venuto come generale, era tornato come prete. Con patti dunque di tutto onore poco stettero gli Spagnuoli a rendere Amiens al re Arrigo nel dì 25 di settembre. Questo infelice impegno dell'arciduca cardinale lasciò intanto esposta la Fiandra agl'insulti degli Olandesi. Sicchè potè in quel tempo il conte Maurizio occupar varii luoghi, come Rembergh, Murs, Grol, Oldensel e Linghen, non senza aspre querele dei fiamminghi cattolici, che miravano negletti i loro interessi per attendere a quei della Francia. Gran guerra fu parimente in quest'anno tra i Franzesi e Carlo Emmanuele duca di Savoia, a cui la morte rapì nel dì 6 di novembre l'infanta Caterina sua moglie, figlia del re Filippo II, principessa non men feconda di virtù che di prole. Fu preso dal general franzese Lesdiguieres San Giovanni di Morienna. Il duca anch'egli acquistò degli altri luoghi, e seguirono alcuni combattimenti con varia fortuna, de' quali non importa qui il farne menzione.

All'anno presente appartiene la tragedia di Ferrara, ch'io leggermente toccherò, dopo averne abbastanza trattato nelle Antichità Estensi. Intorno ad essa può anche il lettore consultar la Storia stampata di Ferrara di Agostino Faustini, quella di Andrea Morosino e Cesare Campana, storico giudizioso e non parziale, il quale, quantunque non sapesse tutto, pure si mostrò sufficientemente informato di questo affare, al contrario di altri, che senza esame ne scrissero, [868] ed anche offesero la verità in parlando delle qualità personali di don Cesare di Este, principale attore d'essa tragedia. Mancò di vita nel dì 27 d'ottobre Alfonso II duca di Ferrara, Modena, Reggio, ec. E giacchè non lasciò prole sua, avea poco dianzi dichiarato suo successore ed erede il suddetto don Cesare suo cugino, nato da don Alfonso figlio di Alfonso I duca di Ferrara, e da Giulia della Rovere figlia di Francesco Maria duca di Urbino. Pretesero i camerali romani che questo don Alfonso, procreato da Alfonso I duca di Ferrara e da Laura Eustochia, non fosse legittimato per susseguente matrimonio dal padre prima di morire. Le ragioni addotte nelle suddette Antichità Estensi per provare essa legittimazione, tali sono, che in qualsivoglia tribunal imparziale otterranno vittoria. Ma che sia giunto uno scritto in questi ultimi tempi colle pubbliche stampe, e in Roma stessa, a pubblicare che esso don Alfonso fu spurio, quando niuno mai dei camerali romani ha ciò preteso; e ne è evidente la falsità per essere nato esso principe da padre libero e madre libera, e tanti anni dopo la morte di Lugrezia Borgia moglie del suddetto duca Alfonso I; questa è un'insoffribil insolenza. A me non conviene dirne di più. Secondo l'antico costume, fu nello stesso giorno eletto e proclamato duca esso don Cesare dai magistrati di Ferrara, e nel dì 29 susseguente con gran solennità ed universale applauso ricevette nel duomo lo scettro e la corona ducale. Spedì tosto il novello duca il conte Girolamo Giglioli al sommo pontefice, ed altri cavalieri alle diverse corti de' principi, per dar loro parte dell'elezione sua. Ma appena intesasi in Roma la morte di Alfonso, e l'esaltazione d'esso duca Cesare, che pretendendo que' camerali devoluto il ducato di Ferrara ob lineam finitam, seu ob alias causas, papa Clemente VIII pubblicò un terribil monitorio contra d'esso don Cesare, assegnandogli il termine di soli quindici giorni a dedurre [869] le sue ragioni in Roma. Arrivato colà il Giglioli, per quanto supplicasse per ottener proroghe, per impetrar arbitri, e perchè in amichevol congresso si conoscesse la giustizia, stante il pretendersi dal duca Cesare di essere chiamato al dominio di Ferrara dalle bolle di papa Alessandro VI, quand'anche suo padre fosse stato illegittimo; ma molto più competere a lui questo diritto, da che costava essere il suo genitore stato legittimato per susseguente matrimonio da Alfonso I duca con Laura Eustochia di lui madre, e si trattava non di feudo proprio, ma di un vicariato perpetuo: furono gittate le preghiere al vento. Sempre insistè il papa che don Cesare rilasciasse il possesso di Ferrara, e poi adducesse quante ragioni volesse e sapesse, che sarebbono ascoltate. Troppa ripugnanza sentiva il duca Cesare a questo partito, rappresentandogli il suo consiglio che in materia spezialmente di Stati il possesso in mano dei più forti si può chiamare un requiem alle ragioni e al petitorio.

Fu anche consigliato il duca Cesare da Roma stessa di non sottoporsi a giudizio formale del tribunale romano, perchè le ragioni sue in quel bollore non sarebbono considerate, e ne uscirebbe sentenza a lui pregiudiziale, quasichè con giusto esame si fosse conosciuto aver egli torto. Scrive nondimeno Andrea Morosino, che il pontefice si era indotto a far esaminar le ragioni dell'Estense amichevolmente, con deputar anche per questo quattro cardinali; ma che il cardinale Alessandrino (chiamato dipoi da lì a tre mesi all'altra vita) si scaldò sì forte contra di questo, che pur era atto di giustizia, che il fece desistere, e lo spinse a precipitar la sentenza. Avea intanto esso pontefice ordinata in fretta la leva di circa venticinque mila fanti e di qualche migliaio di cavalli, mettendoli tosto in marcia alla volta di Ferrara, per precludere ogni adito al duca Cesare di muovere in aiuto suo alcuna delle potenze cristiane, [870] e di accrescere con truppe forestiere le proprie. Avea in oltre richiamato dall'Ungheria il nipote Gian-Francesco con tutte le sue truppe, premendogli più questo affare che la guerra co' Turchi. Furono anche spinti emissarii in Ferrara, che con ingorde promesse ispirassero a quel popolo, sì fedele in tutti i tempi alla casa di Este, la ribellione al nuovo principe loro. Quindi nel dì 23 di dicembre venne fulminata in Roma un'orrida bolla o sentenza contra di esso duca Cesare, e di chiunque a lui porgesse aiuto, specificando anche l'imperadore, ed ogni re e principe cristiano. Non avea già lasciato il duca di far quell'armamento che competeva alle sue poche forze, per opporsi in qualche maniera al torrente dell'armi, che sempre più se gli appressava. Ma in fine non sussisteva che il duca Alfonso gli avesse lasciati que' tesori che la fama decantava, e n'era ben consapevole la corte di Roma; e dall'altro canto per la riverenza al pontefice niuno de' principi di questi tempi osò di alzare un dito in favore di lui, contentandosi eglino solamente di adoperare inefficaci esortazioni e preghiere al papa, affinchè senza impegno d'armi si esaminasse quella controversia. Ma quello che maggiormente atterrì l'Estense, principe allevato solo nella pietà e nell'arti di pace, fu essergli stato rappresentato (se con vero o falso fondamento nol so) che non era sicura la di lui vita in Ferrara, per le trame che si andava ordendo contra di lui. Il perchè, essendo oramai giunto a Faenza il cardinal Pietro Aldobrandino nipote del papa con titolo di legato e generale dell'armata pontificia, la qual già s'era raunata in quelle parti, il duca Cesare cominciò ad inclinare alla concordia: e tanto più perchè venivano anche minacciati gli Stati imperiali della casa d'Este, e s'era trovato Marco Pio signore di Sassuolo e di molti altri feudi nel Modenese, che, dimentico del suo dovere come vassallo, teneva mano ad un tradimento. Lasciossi pertanto esso duca indurre a scegliere [871] per paciera donna Lugrezia d'Este duchessa d'Urbino, ancorchè sapesse che quella principessa non avesse buon cuore per lui a cagion di disgusti passati fra don Alfonso suo padre e lei. Portossi dunque a Faenza la duchessa per trattare d'accordo nel dì 28 di dicembre, dove fu accolta dal cardinal legato con tutta gioia e con ogni dimostrazion di onore. La istruzione sua consisteva in dover procurare che si mettesse Ferrara in mano di qualche principe confidente, sino a ragion conosciuta. Come poi passasse questa faccenda ne è riserbata all'anno seguente la notizia.


   
Anno di Cristo MDXCVIII. Indizione XI.
Clemente VIII papa 7.
Rodolfo II imperadore 23.

Ita Lugrezia d'Este duchessa d'Urbino a Faenza, trovò nel cardinale legato Aldobrandino chi potea e volea dar la legge, e stette sempre saldo in esigere il possesso di Ferrara in mano del papa, pronto nel resto a compartir grazie e favori. Convenne accomodarsi alla forza, che avrebbe potuto ottener ciò che si fosse negato coll'ostinazione. Seguì dunque la concordia nel dì 13 di gennaio, consistente in quindici articoli, ne' quali il punto principale fu, che don Cesare rilasciasse il possesso del ducato di Ferrara con tutte le sue pertinenze, e il possesso di Cento e della Pieve, e dei luoghi di Romagna; e che tutti gli allodiali di qualsivoglia sorte lasciati dal duca Alfonso restassero ad esso don Cesare con tutti i privilegii, immunità e libertà che godeva esso duca. Sicchè restarono in questo naufragio agli Estensi almen salve le ragioni loro sopra il ducato di Ferrara, le quali esposte in varii manifesti o libri, e massimamente nella parte seconda delle Antichità Estensi, furono ben dipoi promosse nell'anno 1643 da Francesco I duca di Modena, od anche si ventilarono in Roma, nel 1710, fra i ministri della santa Sede e quei dell'imperador Giuseppe, e di [872] Rinaldo duca di Modena; ma con restar tuttavia pendente la lite, e senza che cessi la speranza, che quando Iddio preservi l'antichissima e nobilissima casa d'Este da quelle cattive influenze a cui sono state sottoposte tante altre di principi, e specialmente in Italia, abbia da venire un pontefice superiore ad ogni basso affetto che faccia più giustizia agli Estensi; giacchè in fine da quell'acquisto poca utilità è provenuta alla camera apostolica, ed ha solamente servito a cagionare in certa maniera la rovina di Ferrara. Questi moderati riflessi non si poterono ottener nè sperare dalla camera apostolica ai tempi del duca Cesare, dacchè si vide che essi camerali presero anche con gente armata il possesso della città di Comacchio, che pur non era dipendenza di Ferrara, e che gli Estensi godevano in vigor d'investiture imperiali fin dall'anno 1354, continuate poi sino al dì d'oggi: del che fece gravi richiami, ma indarno, il regnante Augusto Rodolfo. Presero ancora la città ossia terra d'Argenta, che pur dovea ricader alla chiesa di Ravenna, e Cento e la Pieve, che aveano da tornare alla chiesa di Bologna. Anzi giunsero essi camerali fino ad intimar monitorii alla repubblica di Venezia, pretendendo da essa anche il Polesine di Rovigo. Abbandonata dunque Ferrara, don Cesare contento da lì innanzi del titolo di duca di Modena, Reggio, ec., colla duchessa Virginia de Medici sua moglie, figlia di Cosimo I gran duca di Toscana, e co' figli, si ritirò a Modena, città, che per la residenza della corte profittò delle disavventure del principe suo. Entrò nel dì seguente il cardinale Aldobrandino con gran pompa in Ferrara, in cui poscia per benemerito di sì felice impresa fu dichiarato legato. In Roma si fecero di grandi feste per questo; e il pontefice Clemente, voglioso di vedere co' proprii occhi il fatto acquisto, cominciò a prepararsi per venire a Ferrara: risoluzione poco appresso eseguita.

Nel dì 12 d'aprile si mosse da Roma [873] esso papa, accolto con sommo onore per dovunque passò, e massimamente dal duca d'Urbino, e in Rimini si portò a baciargli i piedi Cesare duca di Modena con don Alessandro suo fratello, a cui fu poscia conferita la sacra porpora nella promozione d'insigni personaggi fatta da esso pontefice a dì 3 di marzo del seguente anno e non già del presente, come per errore di stampa si legge presso l'Oldoino. Solennissima fu l'entrata del santo padre in Ferrara, nel dì 8 di maggio, per la magnificenza della sua corte e degli addobbi fatti da quel popolo; ma che nella notte del dì seguente restò funestata dall'incendio della torre Marchesana, cagionato da una girandola, che costò la vita a molti Ferraresi accorsi per estinguerlo. Portaronsi colà per tributare i loro ossequii al pontefice Vincenzo duca di Mantova e Ranuccio duca di Parma, e fu ammirata la grandiosità del loro accompagnamento, e spezialmente quello dell'ultimo. Dopo di che si applicò Clemente a regolare il governo di quella città. Quivi si fermò alcuni mesi, probabilmente per avere il contento di accogliere l'arciduchessa Margherita di Austria figlia dell'arciduca Carlo, che veniva di Germania accompagnata dall'arciduchessa sua madre con corteggio di circa sette mila persone. Essendo ella destinata in moglie a Filippo III, poco prima, per la morte di Filippo II suo padre, divenuto monarca delle Spagne, era già seguito concerto che il matrimonio si facesse alla presenza del medesimo santo padre. In così illustre brigata si trovava anche l'arciduca Alberto, da noi veduto poco fa governator della Fiandra, il quale, avendo già deposta la porpora cardinalizia, dovea sposare l'infanta Isabella figlia del suddetto re Filippo II colla dote della Fiandra ossia dei Paesi Bassi. I mandati per l'esecuzion di questi matrimonii erano portati dal duca di Sessa ambasciatore del re Cattolico. Pertanto nel dì 13 di novembre con incontro sommamente magnifico entrarono questi principi in [874] Ferrara, e per le strade superbamente ornate giunsero a' piedi del pontefice, che assiso sul trono li aspettava nella gran sala del castello. Poscia nel dì 15 d'esso mese si fece dalla santità sua la solenne funzione dei due matrimonii. Nel dì 18 seguì la partenza della regina e di quella gran comitiva, che tutta passò a Mantova, dove da quel duca furono loro dati sì sontuosi divertimenti che riempierono di maraviglia lo sterminato concorso degli spettatori. In Milano ad inchinar essa regina comparve Carlo Emmanuele duca di Savoia. Perchè era passata la stagione propria a far viaggio per mare, convenne che questi principi si fermassero in Milano sino al febbraio dell'anno seguente.

Anche il pontefice Clemente, dopo aver lasciato ordine che si fabbricasse una cittadella in Ferrara, a cui si diede principio nell'anno seguente collo sterminio di migliaia di case, chiese e palazzi, e con incredibili lamenti di quel popolo, nel dì 26 di novembre s'inviò alla volta di Roma, dove pervenuto nel dì 20 di dicembre, per mezzo i sonori viva, apparati ed archi trionfali, e fra l'indicibil festa del popolo romano, andò a prendere riposo. Ma tre giorni appresso eccoti convertirsi tanta allegrezza in un comune dolore per una cotanto fiera ed orribil inondazione del Tevere, simile a cui non v'era memoria che fosse succeduta in addietro, avendo superata quella che nell'anno 1530 accadde sotto Clemente VII: flagelli per altro simili, perchè succeduti il primo dappoichè Clemente VII era tutto gioioso per aver sottomessa Firenze alla sua casa; e il secondo dopo tanto giubilo di Clemente VIII per aver tolta Ferrara agli Estensi. Spettacolo al maggior segno lagrimevole fu il diroccamento di tante case per la gran furia dell'onde, con avervi perduta la vita più di mille e cinquecento persone. Non si potè raccogliere il numero de' tanti cavalli o muli che restarono affogati nella città, e dei bestiami che perirono nella campagna, [875] essendosi steso l'orgoglioso fiume per più miglia ne' contorni. Infiniti mobili, viveri e merci, colti ne' bassi piani delle case, fondachi e botteghe, o furono condotti via, o si guastarono. Tutto era lutto e tutto pianto e spavento. Il pontefice Clemente, che, per attestato del Vettorelli nella di lui Vita, riconobbe in questo flagello l'ira di Dio irritata pei peccati d'allora, non mancò a dovere alcuno di buon padre per soccorrere in sì terribil calamità il suo popolo, e d'impiegar grandi somme di danaro in limosine, e in provveder anche dipoi per molto tempo di pane i poveri rimasti privi di ogni sostanza.

Fra le altre allegrezze che provò in quest'anno esso pontefice, singolare certamente fu quella dell'avviso recatogli in Ferrara della pace conchiusa fra i re di Francia e di Spagna nel dì 2 di maggio del presente anno in Vervino, giacchè le di lui premure e i ministri suoi cotanto aveano contribuito a questo gran bene della cristianità. Vi si adoperarono infatti con tutto vigore il cardinale Alessandro de Medici legato apostolico, e frate Bonaventura Calatagirone generale dei francescani, uomo manieroso, anch'esso a questo fine inviato in Francia dal papa. Quantunque ogni dì andassero di bene in meglio gl'interessi del re Arrigo IV, ed egli ricuperasse in quest'anno quasi tutta la Bretagna, con accettar la sommessione del duca di Mercurio, tuttavia, trovando egli oramai esausto il regno per le tante passate guerre, e sè stesso bisognoso di prendere fiato, si fece conoscere inclinato alla pace, purchè dagli Spagnuoli venisse a lui restituito qualsivoglia luogo da essi occupato in Francia. Molto più v'era portato il re Filippo II, perchè non può dirsi in che miserabile stato fosse ridotta la Spagna, poco per altro feconda di gente, per le tante leve di milizie ivi fatte a fin di sostenere le sì lunghe guerre co gl'Inglesi, Olandesi e Franzesi, oltre al dover provvedere di tante soldatesche le sue flotte per difenderle [876] da' corsari inglesi, ed oltre a quei tanti Spagnuoli che passavano a cercar loro fortuna alle Indie Occidentali. Queste si sa, che se arricchivano la Spagna co' lor tesori, l'impoverivano poi di abitatori, e quegli stessi tesori andavano a perdersi fuori del regno nelle guerre lontane. In questi tempi ancora la carestia e la peste non poco infestavano varie provincie d'esso regno. Quel che è più, giunto il re all'età di sessantun anni, cominciò a declinare il vigor del suo corpo, con ricordargli vivamente ciò che tutti dobbiamo alla mortalità. Però fu stabilita la pace, tenuta nondimeno per poco onorevole al re Cattolico, i cui capitoli si leggono in varii libri e nelle raccolte dei trattati pubblici. Non si può esprimere il giubilo che per questo felice accordo si sparse per tutti i regni e principati cattolici. Il solo duca di Savoia Cario Emmanuele quegli fu che n'ebbe a sospirare, avendo egli provata quella disavventura a cui sovente sono esposti i principi minori che si collegano coi maggiori, cioè di restar eglino, se non anche sacrificati, almeno con un pugno di mosche ne' trattati di pace. Fu ben egli compreso in quella pace, ma l'articolo del marchesato di Saluzzo, che tanto a lui premeva, restò indeciso, con esserne stata rimessa al papa come arbitro la decisione: il che tutti i saggi politici ben riconobbero essere un fermento di nuova guerra. Pure non potè esentarsi il duca dal sottoscrivere la pace tal quale era, sperando che i suoi maneggi e la prudenza del pontefice troverebbono proporzionati rimedii a questa piaga rimasta aperta. Trovavansi intanto i suoi Stati di là e di qua dai monti afflitti dalla peste.

Andarono dipoi crescendo gl'incomodi della sanità del re Cattolico, per cagion de' quali avea già rinunziato il governo degli Stati al principe don Filippo suo figlio. Si aggiunse anche una lenta febbre, di modo che scorgendo appressarsi il fine de' suoi giorni, si fece portare all'Escuriale, mirabil palazzo, monistero [877] e chiesa, ch'egli con ispesa almeno di due milioni d'oro avea fabbricato. Giunto colà nel dì 2 di luglio, fu preso da una schifosa e penosa malattia, essendosi inverminite le sue ulcere, ma ch'egli con eroica imperturbabilità sofferì fino all'ultimo fiato. Ora, dopo aver lasciati nobilissimi avvertimenti al figlio, e passati que' giorni di tribulazione in continui esercizii di pietà, spirò finalmente l'anima nel dì 15 di settembre. La gloriosa memoria di questo monarca, il quale per l'union del Portogallo, fu allora considerato il maggiore o certamente uno de' maggiori dell'universo, tanta era l'estensione de' suoi dominii in tutte le quattro parti della terra, non ha bisogno che io mi fermi a rammentare il suo impareggiabil senno, la somma sua religione, la fermezza dell'animo, e tante altre sue lodevoli doti e virtù che in lui si univano, perchè negli elogi suoi si sono impiegate le penne di tutti gli scrittori cattolici. A lui succedette Filippo III suo figlio, principe inferiore di mente al padre, ma da preferirsi a lui nell'amore della pace, cioè di un gran bene de' poveri popoli, siccome all'incontro male grande suol essere la guerra desolatrice de' proprii e degli altrui paesi. Considerabil fu nel presente anno in Ungheria il riacquisto fatto dall'armi imperiali nel dì 29 di marzo dell'importante fortezza di Giavarino. Perchè i Turchi credeano inespugnabil quella piazza, non si metteano gran cura in custodirla. Informato della lor trascuratezza Adolfo barone di Swarzemberg, luogotenente in Ungheria dell'arciduca Massimiliano, con quattro mila soldati comparve colà di buon mattino, e con tal felicità condusse l'affare che sorprese la porta ed entrò. Gran conflitto seguì con quel presidio, che costò la vita a circa mille e settecento Musulmani e a cinquecento cristiani, restando in fine i cesarei padroni della terra e del castello. Dopo sì rilevante acquisto s'impadronirono essi anche di San Martino, Tatta, [878] Vesprino e di altri luoghi. Poscia nel dì 9 di ottobre presero per assalto la città bassa di Buda, ma senza poter forzare il castello; per la cui resistenza, e per la voce di grosso esercito di Turchi ch'era in marcia, uopo fu di abbandonare la stessa città. Restò intanto assediato da' Turchi Varadino, ma sì ostinata fu la difesa de' cristiani, che furono infine coloro obbligati a levare il campo. Prese in quest'anno l'arciduca Alberto il possesso della Fiandra, conceduta in dote dal re Filippo II all'infanta Isabella sua figlia; moglie di lui, e in varii luoghi d'Italia furono celebrate solenni esequie d'esso defunto re Filippo. Non poca apprensione diede il bassà Sinan Cicala alla Sicilia, lasciandosi vedere con una potente flotta verso Messina; ma andò a risolversi tutto lo spavento in aver solamente desiderato quel famoso corsaro, di nazion Calabrese, di veder sua madre tuttavia vivente: la qual grazia gli fu accordata dal vicerè con tutta cortesia, ma con aver voluto per ostaggio il di lui figlio, affinchè fosse restituita la donna.


   
Anno di Cristo MDXCIX. Indizione XII.
Clemente VIII papa 8.
Rodolfo II imperadore 24.

Nel dì 3 di marzo il pontefice Clemente fece la promozione di alcuni cardinali, tutti personaggi di gran merito, fra i quali spezialmente si distinsero Roberto Bellarmino della compagnia di Gesù, da Monte Pulciano, Arnaldo d'Ossat Franzese, e Silvio Antoniano Romano. E perciocchè nell'anno seguente si avea da celebrare il giubileo, nel dì 19 di maggio ne intimò a tutti i fedeli la futura solennità. Non potè poi nella vigilia del santo Natale, per ragion della podagra, aprire la porta santa; ma soddisfece a questa cerimonia nell'ultimo giorno dell'anno. Dopo essersi trattenuta in Milano per tutto il verno la nuova regina di Spagna Margherita coll'arciduchessa [879] sua madre e coll'arciduca Alberto, per aspettar tempo propizio alla navigazione, finalmente nel febbraio s'inviò alla volta di Genova. Sommamente magnifici e riguardevoli furono gli apparati coi quali fu ivi accolta da quella repubblica. Quarantadue galee, comandate dal principe Doria, erano pronte per condurre in Ispagna la maestà sua con tutta la sua gran corte. Essendone seguito l'imbarco nel dì 18 d'esso mese, arrivò poi, benchè non senza grave contrarietà di venti, ai lidi di Valenza, nella qual città s'era portato il re Filippo III suo consorte. Seguì nel dì 18 di aprile la solenne entrata d'essa regina in quella città colla magnificenza convenevole a que' monarchi. Finite le feste, l'arciduca Alberto e l'infanta Isabella sua moglie e l'arciduchessa nel dì 7 di giugno si rimbarcarono, e pervennero nel dì 18 a Genova. Indi passarono a Milano, dove con sontuosità di nuove feste fu solennizzato il loro arrivo. Ad onorar questi principi colà comparvero gli ambasciatori de' principi d'Italia, e papa Clemente vi spedì con titolo di legato il cardinale Francesco di Dietrichsteim. Doveva egli, secondo le istruzioni romane, essere ricevuto sotto il baldacchino nell'entrare in Milano; ma vi si trovarono delle difficoltà che non si poterono superare, essendochè il contestabile governatore di quello Stato avea ricevuto ordine dal re di non compartire un sì fatto onore all'arciduca Alberto; e dovendo esso cardinale essere incontrato da esso arciduca, questi perciò sarebbe restato fuori del baldacchino; oltre all'allegarsi ancora che negli Stati di Spagna al solo re e alla regina era riserbata cotale onorificenza. Il cardinale, giacchè era imminente la partenza di quei principi, non volle per questo desistere dalla sua funzione: del che poi la corte di Roma mostrò non lieve disgusto di lui.

Arrivò dopo molto tempo in Fiandra, esso arciduca coll'infanta, ricevuto con giubilo universale da que' popoli lieti di [880] aver ora principe proprio e presente con isperanza che dopo gl'infiniti passati travagli avessero una volta a migliorare i loro interessi. Gareggiarono insieme quelle città nella magnificenza delle feste pel suo ricevimento. L'arciduca Andrea cardinale, rinunziato il governo di essa Fiandra, se ne andò in pellegrinaggio, e nell'anno seguente in Roma terminò i suoi giorni. Ora il novello principe della Fiandra Alberto non perdè tempo a troncare il corso ad una guerra mossa da alcuni principi della Germania per cagion degli Spagnuoli che aveano non solamente preso quartiere d'inverno nel paese di Cleves, ma ancora occupati alquanti luoghi di quella contrada. Sicchè altri nemici non ebbe egli da lì innanzi che gli Olandesi. In Ungheria continuò la guerra coi Turchi, e ne riportarono molti vantaggi l'armi cristiane. Diedero gli Ungheri una rotta ad un bassà che con tre mila de' suoi andava a rinforzare il presidio di Buda, riportandone grosso bottino, danari, gioie e cavalli. Tentò anche il conte di Swarzembergh la stessa città di Buda. Essendogli convenuto ritirarsi, il bassà di quella città uscì fuori per andare incontro ad un gran convoglio di munizioni da bocca e da guerra che veniva a trovarlo; ma caduto in una imboscata d'Aiduchi, restò prigione, e sconfitta la sua truppa, siccome ancor quella del bassà di Bossina, accorsa in aiuto dell'altra. Riuscì parimente al conte suddetto d'impadronirsi della città di Alba Regale; ma ritrovata troppa resistenza nella guernigion del castello, diede il sacco ad essa città, e poi la consegnò alle fiamme. Di maggior conseguenza fu un altro fatto. S'intese che un grosso numero di barche turchesche, cariche di vettovaglie, artiglierie e munizioni da guerra, era pel Danubio indirizzato alla armata d'Ibraim bassà. Circa mille e secento imperiali, spediti all'improvviso, trovarono quella flotta al lido; e dopo aver tagliata a pezzi la maggior parte della scorta, tal bottino ne riportarono, [881] che la fama, verisimilmente poco in ciò veritiera, lo fece ascendere ad un milione di ducati d'oro. Affondata parte di quelle barche, tutti allegri se ne tornarono i cristiani al loro campo, con aver anche dipoi data una percossa ai nemici sotto di Agria: azioni tutte che sconcertarono affatto ogni disegno de' Turchi nell'anno presente. Non provarono già egual felicità cinque galee del gran duca di Toscana, le quali, comandate da Virginio Orsino, corseggiavano nei mari di levante. Arrivate queste una notte all'isola di Chio o Scio, sbarcarono trecento uomini, i quali valorosamente assalirono quella città. Tal fu lo spavento degli abitanti, che, tutto abbandonato, si rifugiarono al monte, sull'opinione che un nuvolo di cristiani fosse venuto a visitarli. Ma, fatto giorno scorgendo che si trattava di sole poche galee, con gran furia scesero contra gli occupatori della città, de' quali, perchè a cagion del mare burrascoso stentarono a rimbarcarsi, tra uccisi e prigioni ve ne restarono più di cento col loro colonnello.

Grande strepito fece nell'anno presente in Roma e per tutta l'Italia un raro caso di ribalderia e insieme di giustizia. Abbondava Francesco Cenci nobile romano di ricchezze, perchè avea ereditato dal padre ottanta mila scudi di rendita annuale; ma più abbondava d'iniquità. Il minor vizio suo era quello di ogni più sozza e nefanda libidine; il maggiore quello di essere privo affatto di religione. Dal primo suo matrimonio ricavò cinque figli maschi e due femmine; niuno dal secondo. L'inumanità da lui usata coi primi fu indicibile; non men bestiale trattamento ne provarono le figlie. Avendo la maggiore di esse fatto ricorso con memoriale al papa, si levò d'impaccio, perchè fu forzato il padre a maritarla. Restò Beatrice la minore in casa, e fatta grande e bella, soggiacque alle disordinate voglie di chi l'avea procreata, giacchè le fece egli credere non peccaminoso un atto di tanta iniquità. [882] Non si vergognava il perverso uomo di abusarsi della figlia sugli occhi della stessa sua moglie, matrigna di lei. Dacchè la fanciulla, avvertita della brutalità del padre, cominciò a ripugnare, si passò ad esigere colle battiture ciò che cogli inganni sulle prime si era ottenuto. A sì miserabil vita dunque non potendo reggere la figlia, dappoichè ebbe significato ai parenti i mali trattamenti del padre, senza ricavarne profitto, animata dallo esempio della sorella, mandò un ben composto memoriale al papa a nome ancor della matrigna. Fosse questo o non fosse presentato, certo è che non ebbe effetto, e nè pur fu ritrovato nella segreteria allorchè venne il bisogno. Intanto, ciò penetrato dal padre, cagion fu che si aumentasse la sua crudeltà contro la moglie e la figlia, sino a ritenerle chiuse in alcune camere sotto chiave. Portate allora queste dalla disperazione, congiurarono la morte di lui. Non riuscì difficile ad esse il trarre nel medesimo sentimento Giacomo il maggiore de' figli, che avea già moglie e figliuoli, perchè anche egli troppo si trovava tiranneggiato dal padre. Pertanto fu da due sicarii nella propria casa l'addormentato vecchio ucciso una notte, e congegnato sì fattamente il di lui cadavero in un ortaglio, che parve accidentale la di lui caduta e morte. Ma non permise Iddio che si vantasse di tanta felicità l'enorme delitto del parricidio. Scoperti e presi i rei, cederono alla forza dei tormenti; ed avendo il pontefice Clemente letto tutto il processo, tosto comandò che fossero strascinati a coda di cavallo. E perciocchè si mossero i principali avvocati di Roma in difesa dei rei, il papa alto alla mano negò loro di ascoltarli. Riuscì nulladimeno al celebre Farinaccio d'ottenere udienza, e in un colloquio di quattro ore tanto seppe dire delle scelleraggini dell'ucciso, e degl'insoffribili torti fatti ai figliuoli, non per levare la colpa loro, ma per isminuire la pena, che il santo padre si calmò non poco, e fermò il corso della giustizia. Già [883] si sperava che fosse almeno in salvo la vita dei delinquenti, quando succedette in altra casa nobile un matricidio, per cui esacerbato il papa, ordinò che quanto prima si eseguisse la sentenza di morte contra di loro. Nel dì 11 di settembre del presente anno nella piazza di Ponte sopra eminente palco furono condotte le due donne con Giacomo e Bernardo fratelli. All'ultimo di essi, perchè di età di quindici anni, e perchè dichiarato non complice dal fratello prima di morire, fu salvata la vita, e restituita dipoi la libertà. Ebbero le donne reciso il capo; Giacomo a colpi di mazza restò conquiso. Tal compatimento svegliò in cuore di tutti gli astanti questo sì tragico spettacolo col riandare l'iniquità del padre, cagione di tanto disordine, e massimamente in considerare l'età, la bellezza e lo straordinario coraggio della giovinetta Beatrice, allorchè salì sul palco e si accomodò alla mannaia, che più e più persone caddero tramortite. Altre non poche rimasero per l'immensa folla del popolo soffocate, o stritolate o malconce dalle indiscrete carrozze. Corse la relazione di quest'orrido avvenimento per tutta l'Italia, e fu accolta con differenti giudizii. Ne lasciò anche il Farinaccio autentica memoria nella qu. CXX, n. 172, de homicidio, e nel lib. I, cons. LXVI dove scrive, che se si fosse potuto provare la violenza inferita da Francesco alla figlia, questa non si potea condannare alla morte, perchè cessa di essere padre chi si lascia trasportare a tanta brutalità. Ma come poter concludentemente provare atti tali, mancanti ordinariamente affatto di testimonii? Confessa nondimeno il Farinaccio che comunemente si tenea per verissima quell'infame azione del padre. E se fosse stata fatta giustizia di lui, allorchè per tre volte fu messo in prigione a cagion del vizio nefando, per cui si compose in ducento mila scudi, non sarebbero incorsi in così lagrimevol disavventura i figli suoi.

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Anno di Cristo MDC. Indizione XIII.
Clemente VIII papa 9.
Rodolfo II imperadore 25.

Celebrossi nel presente anno in Roma il giubileo, per cui la provvidenza di papa Clemente avea fatto ogni convenevole preparamento di vettovaglia e di alberghi, affinchè nulla mancasse ai pellegrini divoti, che ben si prevedeva avere da essere smisurata la copia d'essi. Tale infatti si provò, essendosi fatto il conto che presso a poco tre milioni di persone forestiere in tutto l'anno si portarono a Roma a partecipar il perdono e le consuete indulgenze dell'anno santo. Nel giorno di Pasqua si calcolò che si trovassero in quella gran città presso a ducento mila cristiani stranieri di varie nazioni. Ma laddove ne' primi tempi che fu istituita questa divozione, Roma senza molto scomodo raccoglieva le limosine de' tanti cristiani che concorrevano, e faceva gran guadagno delle sue derrate: in questi tempi la carità del romano pontefice, dei cardinali e di tutto il popolo romano mirabilmente sfavillò per le laute limosine fatte agli stessi pellegrini, e per l'ospitalità e carità loro usata. Imperciocchè il papa, preparato un palazzo in Borgo, quivi diede alloggio e vitto per dieci giorni a qualsivoglia vescovo, prelato, sacerdote e cherico che volle quivi albergare; e lo stesso santo padre sovente si portava a visitarli, a lavar loro i piedi, e a servirli alla tavola. Oltre a ciò, dispensò egli in altre limosine da trecento mila scudi, e fu in continuo moto per esercitar gli atti della sua carità e pietà a consolazione di tanti divoti cristiani. Maravigliose cose fece l'arciconfraternita della Santissima Trinità, istituita appunto per le opere di carità cristiana, perchè nel corso di quest'anno diede ricetto e vitto per tre giorni a circa ducentocinquanta mila pellegrini, e in oltre a ducento quarantotto compagnie forestiere, ascendenti a [885] cinquanta quattro mila persone. A servire con umiltà e carità sì esorbitante copia di gente straniera non mancò mai tutta la nobiltà romana, sì ecclesiastici che secolari: il che cagionava non meno stupore che tenera edificazione a tante nazioni cristiane colà concorse. A proporzione poi delle lor forze altrettanto fecero l'altre arciconfraternite di Roma. In somma tali e tante furono le opere di misericordia e pietà esercitate in sì pia occasione dal papa e da' Romani; tale l'affluenza e il buon governo dei pellegrini, fra' quali si contarono anche dei principi e gran signori incogniti, come il duca di Baviera e il cardinale Andrea di Austria, oltre ai duchi di Parma e di Bar, che un simile giubileo da gran tempo non s'era veduto, e mai più non si vide dipoi. Vi concorsero ancora per curiosità sconosciuti molti eretici, i quali, pieni di ammirazione per sì grande apparato di cristiana pietà, e massimamente allo osservare tanta esemplarità del papa e dei sacri ministri, o abbracciarono la fede cattolica, o giunti a' lor paesi distrussero le calunnie solite a spacciarsi dai protestanti contro la santa Sede e contro la religion cattolica. Nè si dee tacere che avendo le acque, che scendono dalle colline di Rieti nel lago Velino, ossia nella fossa Curiana, la proprietà di pietrificare il fango ed altre materie, si era venuta stringendo in tal maniera quella fossa, che restavano inondate le fertili campagne all'intorno. Papa Clemente vi applicò il rimedio con far di nuovo maggiormente slargar essa fossa, e fabbricarvi anche un ponte: spesa che ascese a settantacinque mila scudi. Nel presente anno terminato fu quel lavoro, come apparisce da una sua medaglia.

Da Margherita di Valois regina sua moglie non avea, nè sperava più successione Arrigo IV re di Francia. Perciò si cercarono ragioni, e si trovarono nel precedente anno per disciogliere il loro sacro legume, consentendovi la stessa regina, che confessava d'averlo contratto per [886] forza. Portata la controversia davanti al papa, dopo un serio esame restò dichiarato nullo esso matrimonio. Tutta questa festa era principalmente fatta dal re per desiderio e con disegno di sposare in appresso Gabriella d'Etrè cotanto favorita da esso Arrigo, principe incredibilmente perduto negli amori delle donne, che dal volgo veniva creduto ammaliato da essa. Gli avea la medesima già partoriti due figli, Cesare ed Alessandro, che il re si figurava di poter legittimare, benchè spurii, col susseguente matrimonio. Ma le umane vicende vi provvidero, perchè Gabriella vicina al parto nel dì 10 di aprile dell'anno antecedente presa da una fiera apoplessia terminò i suoi giorni con infinito dispiacere del re, e forse non senza dicerie del popolo. Si rivolse pertanto Arrigo a cercare una più convenevol moglie, e Ferdinando gran duca di Toscana seppe prevalersi della congiuntura per promuovere a quelle nozze regali Maria de Medici, figlia del già gran duca Francesco suo fratello. Condotto a fine questo trattato, nel dì 5 di ottobre fu sposata in Firenze questa principessa a nome del re dal signor di Bellegarde suo ambasciatore, eseguendo le funzioni della chiesa il cardinal Pietro Aldobrandino nipote del papa, colà spedito apposta con titolo di legato. In magnifici sollazzi si spesero poi i seguenti giorni, finchè nel dì 13 d'esso mese la regina accompagnata da Cristina di Lorena gran duchessa sua zia, da Leonora duchessa di Mantova, sua sorella maggiore, da Virginio Orsino duca di Bracciano, e da una fioritissima corte, andò ad imbarcarsi a Livorno nelle galee del papa, di Toscana e di Malta. Approdò essa a Marsilia nel dì 3 di novembre, e passata dipoi a Lione quivi aspettò il re, affaccendato nella guerra col duca di Savoia. Giunto egli alla stessa città nel dì 9, la regina ben istruita dal saggio suo zio gran duca, se gl'inginocchiò davanti. La sollevò il re con abbracciarla e baciarla; e perciocchè il cardinale Aldobrandino, [887] a cagion della guerra suddetta, era ito a Sciambery, fu chiamato colà, ed assistè alla solennità di quelle nozze che furono benedette da Dio, con aver la regina da lì a dieci mesi partorito al re un delfino, che fu poi Lodovico XIII re di Francia.

Abbiano detto insorta guerra fra esso re Arrigo e Carlo Emmanuele duca di Savoia. Era stata rimessa nel pontefice la decisione della controversia sopra il marchesato di Saluzzo, che già vedemmo occupato dal duca, ma preteso dal re come dipendenza del delfinato. Spediti nell'anno precedente i ministri del re e del duca a Roma, sfoderò ciascuna delle parti le ragioni, credendo, giusta il solito, migliori le sue. Ed era veramente imbrogliato l'affare per varii atti dei passati marchesi in favore ora della Savoia ed ora della Francia. Fu proposto dal papa che si depositasse in sua mano quel marchesato; dopo di che egli giudicherebbe. Perchè spedito al re questo progetto fu accettato, il duca s'insospettì di essere preso in mezzo; e perchè lasciò traspirar questo suo sospetto, il pontefice, non sofferendo che fosse messa in dubbio la sua onoratezza, rinunziò al compromesso. Pensava il duca di poter egli riuscir meglio in questo affare, trattandone a dirittura col medesimo re, giacchè niun principe viveva allora che si potesse uguagliare nella perspicacia dell'ingegno e nella vivacità dello spirito a Carlo Emmanuele, siccome confessò chiunque il conobbe e praticò. Sul fine dunque dell'anno antecedente passò egli in persona a Parigi con accompagnamento nobilissimo; e quantunque il re avesse ordinato che gli fosse compartito ogni possibil onore, pure egli, superiore alle formalità, lasciati indietro i suoi, quasi solo e di notte a cavallo per le poste arrivò a trovare il re, da cui fu ricevuto con ogni sorta di stima. Sì da lui col re, come da' suoi ministri coi deputati del re, lungamente si trattò; ma con trovarsi inespugnabile il re, pretendente prima la purgazion dello spoglio, e che poi si conoscerebbono le [888] ragioni. Tuttavia coll'interposizione del Calatagirona ministro del papa già dichiarato patriarca di Costantinopoli, si ottenne che il re accetterebbe una compensazion di Stati in vece di Saluzzo, cioè il principato chiamato di Bressa con altri luoghi, fra' quali Pinerolo. Fu dato al duca il tempo di tre mesi a risolvere.

Pretendono alcuni storici che il duca di Savoia in quella occasione proponesse al re l'acquisto del ducato di Milano (cosa da non credere sì facilmente), e tutti poi convengono in dire ch'egli intavolò delle trame col maresciallo di Birone contra del re. Infatti lo stesso Guichenone, storico della real casa di Savoia, non ha avuto difficoltà di confessarlo, stante l'aver il duca trovato in quel maresciallo un uomo superbo, che sparlava del re come di un grande ingrato ai rilevanti servigi suoi. Il cardinal Bentivoglio, fondato in una relazione del cardinale Aldobrandino, scrive essere andato il duca in Francia col fine principale di secretamente ordire e conchiudere quella congiura contra del re Arrigo. Tornato egli a' suoi Stati, dopo aver lasciato nel re e in tutta la corte di Francia un gran concetto del suo mirabil talento, della sua liberalità, della sua destrezza e affabilità, restò un pezzo irresoluto; e, o sia perchè non sapesse accomodarsi ad alcuna delle condizioni proposte, o perchè fosse dietro a tirare il re di Spagna e il conte di Fuentes governator di Milano alla propria difesa, o perchè manipolasse degli imbrogli, siccome principe di alte macchine e di vasti pensieri; lasciò spirare il tempo dei tre mesi convenuti. Allora il re Arrigo mosse l'armi sue sotto i marescialli di Lesdiguieres e Biron, che s'impadronirono di Monmeliano, Sciambery e di tutta la Savoia prima che terminasse l'anno. Intanto il pontefice, non men per proprio istinto che per le sollecitudini dell'ambasciatore di Spagna, s'interpose per la pace, e diede per questo pressanti ordini al cardinale Aldobrandino suo nipote, il quale già abbiam veduto passato [889] alla corte del re Cristianissimo. Se ne trattò vivamente per tutto il verno; e ciò che ne avvenisse, è riserbato all'anno seguente. Un bel servigio fece il re Arrigo in questi tempi ai Ginevrini, per divozione probabilmente alla lor pecunia; perchè avendo egli preso in Savoia il forte di Santa Caterina, cioè una spina che stava negli occhi di quella città, patriarchessa degli eretici, ordinò o permise che si demolisse: risoluzione che sommamente alterò l'animo del legato apostolico, e poco mancò che non andasse per terra tutto il quasi compiuto negozio della concordia.

Mi darà licenza il lettore che io vada brevemente ora accennando gli affari della Fiandra e dell'Ungheria, perchè in fine assai condottieri, uffiziali e milizie italiane ebbero parte anch'essi in quelle guerre. Un bel regalo della buona fortuna parea all'arciduca Alberto l'acquisto fatto della Fiandra; ma gli restava una dura pensione, cioè la guerra tuttavia viva cogli Olandesi, assistiti dalla regina d'Inghilterra. Non ommise l'imperadore Rodolfo di spedire ambasciatori a fin di smorzare sì lungo incendio in quelle parti, e seguirono eziandio molte conferenze; ma in fine le cose restarono nel piede di prima. Trovavasi intanto l'arciduca sprovveduto di quell'importante ingrediente, senza di cui chi vuole far guerra contra di chi può resistere, può aspettarsi ogni sinistro evento. Per mancanza appunto di paghe si ammutinarono in parte le milizie spagnuole, e l'esempio loro si trasse dietro ancor quello delle italiane. Profittò il conte Maurizio di Nassau di questo disordine, e s'impadronì di Vacthendonch e del forte di Crevacuore, e poi di quello di Sant'Andrea. Uscito di nuovo in campagna nel mese di giugno, inaspettatamente andò a mettere l'assedio a Neoporto. Avendo l'arciduca trovata maniera di ammansar gli ammutinati, si mosse per dar battaglia al Nassau, che in questi tempi godeva, e con ragione, il concetto di essere uno dei più prodi e [890] sperti generali di armata. Perchè la cavalleria dei cattolici sulle prime si disordinò e rovesciossi addosso alla fanteria, andò sconfitto tutto l'esercito dell'arciduca, con perdita della gente più fiorita e veterana. Vi perirono o restarono prigioni molti uffiziali di conto, e fra gli altri e Italiani morti il cardinal Bentivoglio vi conta un suo fratello e un nipote, giovani amendue di venti anni. Con tutta nondimeno questa gran percossa, essendo riuscito ai cattolici d'introdurre dipoi un soccorso di gente e di viveri in Neoporto, il Nassau fu obbligato a ritirarsi da quello assedio. Federigo Spinola che con quattro galee rondava per que' lidi, ed avea già recati non pochi danni all'armata olandese, continuò ad infestar la lor gente imbarcata, mentre si ritiravano.

In Ungheria continuò la guerra coi Turchi, e il pontefice mandò danari in soccorso de' cristiani. Fu anche chiamato colà da Mantova don Ferrante Gonzaga, siccome persona celebre pel suo valore e per la sua sperienza militare, e dichiarato governatore dell'Ungheria superiore. Perchè mille tra Valloni e Franzesi si trovavano di presidio in Pappà, nè poteano aver le paghe, giunsero a tanta viltà e perfidia, che venderono quel forte luogo ai Musulmani. Ciò riferito ai capitani imperiali, volarono a cignere d'assedio quella piazza, e con sì frequenti assalti la tempestarono, che ducento Franzesi ivi restati presero la fuga di notte; ma scoperti, furono tutti parte uccisi e parte fatti morire, dopo averli straziati con inuditi tormenti. Fu assediata da' Turchi la città di Canissa, e tentò bene il duca di Mercurio generale delle armi cesaree di soccorrerla; seguì ancora un caldo conflitto con essi; ma di più far non potè perchè poco era ubbidito dai capitani. Nel ritirarsi da que' contorni, ebbe egli nella retroguardia una fiera spelazzata dai Tartari, con perdita di molta gente, cannoni e carriaggi. Perciò Canissa, dianzi creduta fortezza inespugnabile, cadde nelle griffe [891] degl'infedeli. Nel maggio di quest'anno seguì l'accasamento di Margherita Aldobrandina pronipote del papa, in età di tredici anni, con Ranuccio duca di Parma, venuto per questo a Roma. Non parve ad alcuni sì riguardevole alleanza assai conforme alla moderazione fin qui mostrata dal pontefice verso de' suoi, nè al decoro della casa Farnese. Certamente non riuscì felice, perchè non avendone ricavati que' vantaggi che sperava, ne seguirono disgusti, l'amore si convertì in odio, la stima in disprezzo, e finalmente la parentela in aperta nemicizia: accidente che, secondo il cardinale Bentivoglio, perturbò il papa stesso e in maniera che, per opinione comune, e tanto più presto e con tanto più lamentevol esito ne seguì alfin la sua morte.


   
Anno di Cristo MDCI. Indizione XIV.
Clemente VIII papa 10.
Rodolfo II imperadore 26.

Tanto finalmente si adoperò il cardinal Aldobrandino, che nel dì 17 di gennaio del presente anno gli riuscì di far segnare la pace in Lione ai plenipotenziarii del re Cristianissimo e del duca di Savoia. Consistè la sostanza dell'accordo in questo, cioè che il re Arrigo rilasciava in pieno potere e libero da ogni pretension della Francia il marchesato di Saluzzo colle città e castella di Cental, Demont e Roccasparaviera; e all'incontro il duca rilasciava al re in proprietà il Bugey, Valromay e Gex colle rive del Rodano da Ginevra fino a Lione, alla riserva del ponte di Gresin, con rendergli anche la città Castellania e Torre del Ponte di Casteldelfino. Pretese dipoi il duca che i ministri suoi avessero oltrepassato le misure del mandato, e si mostrò per qualche tempo renitente alla ratificazione, probabilmente perchè pasciuto di speranze dal governator di Milano, che era dietro a mettere insieme una poderosa armata. Forse ancora il ritenevano certi maneggi per far ribellare la città di [892] Marsilia, che poscia andarono in fumo. Ma in fine, trovandosi egli burlato dagli Spagnuoli, sottoscrisse l'accordo. Il bello fu che in esso il duca si pretese gravemente pregiudicato, perchè il paese da lui ceduto era di molto superiore in ampiezza e in rendite al marchesato di Saluzzo, e si dichiarò mal soddisfatto del cardinale che avea in certa maniera forzati i suoi ministri a sottoscrivere. All'incontro, non pochi dei politici franzesi, e massimamente il cardinale d'Ossat, non sapeano digerire che il re avesse per mira di un vil guadagno perduta la chiave ossia la porta d'Italia, quale appunto era Saluzzo: il che tornava in troppo vantaggio del duca e degli Spagnuoli. In somma si dicea: Che il re avea fatta una pace da duca, e il duca una pace da re. Che il re avea trattato da mercatante, e il duca di Savoia da principe. Scontentissimi ancora si mostrarono di questo accordo i Veneziani e il gran duca, al veder chiusi i passi da lì innanzi ai soccorsi della Francia; e fu detto che esibirono grosse somme di danaro per disfare il già fatto. Ma il re, che voleva oramai riposare e goder le delizie del suo regno, non ne volle sentir parlare. Ed, all'incontro, il duca, tuttochè declamasse contro di una pace comperata sì cara, pure ebbe di che consolarsi per aver cacciati di là dai monti i Franzesi, i quali in tanta vicinanza di Saluzzo non gli lasciavano mai godere, per così dire, un'ora di tranquillità nei suoi Stati d'Italia. A lui pareva sempre di udire il tamburo di Carmagnola, fortezza di quel marchesato, troppo vicina a Torino.

Non ostante la pace suddetta, parve strano ai principi d'Italia, spezialmente alla repubblica veneta, che nè il duca Carlo Emmanuele disarmasse, e molto meno lo facesse don Pietro Enriquez conte di Fuentes, governatore di Milano, il quale anzi ogni dì più facea massa di gente in quello Stato, credendosi che ascendesse quell'armata a trenta mila combattenti, cioè a quattro mila Svizzeri, otto [893] mila Tedeschi, altrettanti tra Napoletani e Spagnuoli, sei mila Lombardi, due mila cavalli leggieri, oltre agli uomini d'arme, con gran preparamento di artiglierie, munizioni e carriaggi. Essendo in concetto il conte di Fuentes di cervello torbido ed inquieto, nacque gelosia in tutti i confinanti; e perciò i Veneziani fra gli altri fecero un non lieve armamento in terra ferma, e un preparamento di molte galee. Ma ossia che sventasse in Francia la mina fabbricata dal conte contro Marsilia con intelligenza del duca di Savoia, o che per l'impresa d'Algeri, e per dar soccorsi all'imperadore in Ungheria e all'arciduca in Fiandra, si fosse raunato quell'esercito, continuò dipoi la quiete in Italia. Furono inviati in Ungheria i fanti tedeschi, e spedito in Fiandra un terzo, ossia reggimento di Spagnuoli, con altri tre d'Italiani. Quanto ad Algeri, di cui poco fa dicemmo una parola, un certo capitan Rossi Franzese, ben pratico di quella città, nido nefando di corsari nemici del nome cristiano, dipinse a Giannandrea Doria, generale della squadra reale di Genova, così facile il sorprenderla ne' mesi caldi, che gli fece nascer voglia di sì bella impresa. Mandato lo stesso Rossi alla corte dei re Cattolico, ebbe dipoi il Doria ordine di accudirvi, e furono spediti ordini a Napoli, Sicilia e Malta, perchè tutti allestissero i lor legni senza sapersi per dove; e il conte di Fuentes inviò molta fanteria ai lidi di Genova per imbarcarla. A Maiorica nel dì 19 di agosto fu fatta la rassegna, e si trovarono galee settantuna, fra le quali ancor quelle di Spagna, del papa, di Genova, di Toscana e del duca di Savoia. Il numero dei soldati passava i dieci mila, senza i nobili venturieri che in gran copia vi accorsero, e fra essi, coll'accompagnamento di molti cavalieri e soldati, Ranuccio duca di Parma e Virginio Orsino duca di Bracciano. Così bell'apparato, ossia questo gravido monte andò poi a terminare nella nascita di un sorcio. Unitasi e mossasi per varii inconvenienti troppo tardi questa flotta, comparve [894] nel dì 30 del mese suddetto alla vista d'Algeri. Ma eccoli sorgere un vento contrario da Levante che mise in conquasso le navi, e cacciandole a Ponente fu forza ritornare a Maiorica, dove pervennero nel dì 5 di settembre. Questa disavventura, e l'aver gli Algerini scoperto il disegno dei cristiani, fece prendere al Doria la risoluzione di sciogliere l'armata, e di desistere da ogni altro tentativo. Benchè non mancassero a lui buone ragioni di così operare, pure non ischivò le dicerie e i morsi di chi desiderava e sperava esito migliore di quell'impresa.

In Fiandra, da che furono pervenuti colà i soccorsi spediti dall'Italia, e fatte varie leve di Alemanni e Valloni, l'arciduca Alberto pensò ad uscire in campagna. Fu prevenuto dal conte Maurizio generale degli Olandesi, che andò ad accamparsi intorno alla città di Rembergh, e cominciò a batterla. Fu consigliato l'arciduca d'imprendere l'assedio di Ostenda, città marittima di somma importanza, per fare una diversione ai nemici, e fu eseguito il disegno. Ma non lasciò per questo il Nassau di proseguir gli approcci e le mine sotto Rembergh, e di obbligar quella piazza nel dì ultimo di luglio con patti onorevoli alla resa. Erasi intanto dato principio da' cattolici alle offese contra di Ostenda con un assedio che riuscì uno dei più ostinati e memorabili che si abbia la storia, descritto vivamente dalla felice penna del cardinal Guido Bentivoglio. Convenne fabbricar forti intorno a quella città, alzare argini, e disporre batterie per impedire i soccorsi di mare, i quali nondimeno mai non si poterono vietare. Sul fine di dicembre dato fu un generale assalto alla città; ma se gran bravura mostrarono gli assalitori, maggiore ancora si trovò la resistenza dei difensori, di modo che molto sangue sparsero i primi, ed altri rimasero seppelliti nell'acque per le cateratte aperte dai nemici. Assediò poscia il conte Maurizio Boisleduc; ma inteso avvicinarsi una grossa banda di fanti e cavalli, spedita [895] dall'arciduca, giudicò poi sano partito il ritirarsi ai quartieri d'inverno. Durando più che mai la guerra turchesca in Ungheria, Transilvania, Stiria e Croazia, l'arciduca Ferdinando fece di calde istanze d'aiuto a papa Clemente, a Filippo III re di Spagna, e a tutti i principi d'Italia. Il pontefice, nel cui cuore lo zelo della religione era uno dei primi mobili, gli spedì un corpo di otto mila soldati italiani de' quali dichiarò capitan generale Gian Francesco Aldobrandino suo nipote. Sei mila Tedeschi vi mandò il re di Spagna. A quella danza ancora accorsero in gran copia nobili venturieri d'Italia. Sopra gli altri vi andò Vincenzo duca di Mantova con una magnifica comitiva, il quale fu dichiarato vicegerente del suddetto arciduca generalissimo. Ascese quell'esercito a ventitrè mila pedoni e quattro mila e cinquecento cavalli, che passarono all'assedio di Canissa, dove trovarono chi era disposto a perdere la vita più tosto che cedere quella fortezza. Si ridusse quel presidio sino a mangiare i cavalli, finchè, sopraggiunto il novembre con gravissimi freddi, convenne levar l'assedio e fare una ritirata, che parve più tosto una vergognosa fuga. Per tale sventura buona parte dei soldati italiani malconci se ne tornarono in Italia, colla magra scusa di essere mancato di vita per malattia l'Aldobrandino loro generale, la cui morte afflisse non poco il pontefice suo zio. Fu poi la di lui memoria onorata dal senato e popolo romano con una iscrizione posta in Campidoglio.

Non andò così in altra parte dell'Ungheria. Il duca di Mercurio quivi generale spinse le sue genti all'assedio d'Alba Regale, e a forza d'armi s'impadronì dei borghi e della città. Rifugiatisi nel castello i Turchi, poco v'ebbero di riposo, perchè da lì a quattro giorni furiosamente v'entrarono i cristiani, e misero a fil di spada chiunque si oppose, e poscia a sacco le case. Non aveva il duca più di otto mila soldati, ed ecco comparire l'esercito turchesco di trenta mila persone, [896] già disposte per soccorrere quella città, che l'attorniarono con isperanza di ricuperarla. Uscì il valoroso duca, e diede loro una rotta coll'acquisto di quattordici pezzi d'artiglieria. Non cessarono per questo i Turchi di strignere quella città coi rinforzi venuti loro da varie parti; ma il duca, sempre vittorioso in altre susseguenti azioni, li costrinse in fine ad abbruciar gli alloggiamenti e a ritirarsi in fretta. Essendo ancora nell'anno presente uscito d'Agria quel bassà con dieci mila Musulmani, in vece d'impadronirsi di Toccai, come era il suo disegno, ebbe una rotta da Ferrante Gonzaga generale cesareo, e fu inseguito sino alle porte di Agria. Gravissime molestie e danni aveano patito negli anni addietro i Veneziani per le insolenze degli Uscochi, che tutti gente di mal affare ed abitanti in quel di Segna, con essere divenuti corsari nell'Adriatico, infestavano e spogliavano quanti legni cadeano in loro mani. Ne avea fatto gravi doglianze col senato veneto lo stesso gran signore, giacchè anche ai sudditi suoi si estendeva la rapacità di que' popoli; ed ancorchè a reprimere la lor baldanza esso senato avesse più volte spedite galee ed altri legni, pure que' malandrini mille vie trovarono per continuare l'infame lor mestiere. Poco potea stare a vedersi nascere un'aperta guerra fra la casa d'Austria, ne' cui Stati coloro albergavano, e la repubblica veneta, quando il pontefice e la corte di Spagna, che più volte aveano interposti i loro uffizii per indurre l'imperadore e l'arciduca Ferdinando acciocchè si rimediasse a questi disordini, rinforzarono le lor premure, di maniera che la corte dell'imperadore mandò ordini rigorosi a Segna, affinchè fossero puniti i capi di que' masnadieri, e le lor famiglie trasportate ad abitare lungi dal mare, per torre loro la comodità di ulteriormente esercitare la pirateria. Con ciò fu creduto in Venezia che fosse tornata la quiete dell'Adriatico. Ma non andò molto che si avvidero pullular troppo facilmente le [897] male erbe, quando non sono sradicate. Anche i nostri stessi tempi han talvolta veduto essersi dagli Uscochi d'allora tramandata ai loro posteri l'inclinazione al dolce mestier di fabbricar la propria fortuna colle miserie degl'innocenti. Ma perchè nello stretto campo di questi Annali non capiscono sì minuti avvenimenti, io nulla di più ne dirò. Nel dì 27 di settembre la regina Maria partorì al re Arrigo IV un delfino, che fu poi Lodovico XIII re di Francia; per la qual nascita non si può esprimere l'allegrezza di tutto quel regno, anzi di tutta la cristianità. Il re, andando tosto alla chiesa per renderne grazie a Dio, si trovò in sì gran calca di gente, che vi perdè il cappello. Pochi dì prima, cioè nel dì 22 del mese suddetto, nacque in Ispagna al re Cattolico un'infanta, a cui fu posto il nome di Anna, principessa, che col tempo divenne regina di Francia per le sue nozze col prefato Lodovico XIII. Vennero in questo anno a Roma due ambasciatori del sofì, o sia re di Persia, Scia Abàs, principe di gran mente. L'uno era Persiano, l'altro Inglese, spediti per eccitare il papa e gli altri principi cristiani ad una lega e guerra contro il comune nemico non mai sazio di slargar le sue fimbrie; esibendo a questo effetto tutte le forze della Persia, e la libertà ai cristiani di commerciar nel loro paese, e di fabbricarvi anche delle chiese. Furono con ogni dimostrazione di onore accolti, magnificamente spesati e regalati dal papa. Fecero questi ambasciatori delle cose ridicole in Roma, disputando sempre fra loro, e venendo alle mani per la preminenza che ognun di essi pretendeva. Ma non si seppe qual risposta e risoluzione riportassero a casa. Il pontefice sapea qual poco capitale si possa fare di somiglianti progetti di leghe con gl'infedeli e co' cristiani stessi.

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Anno di Cristo MDCII. Indizione XV.
Clemente VIII papa 11.
Rodolfo II imperadore 27.

Somma pace si godè nell'anno presente in Italia, se non che nella Garfagnana, provincia del duca di Modena, posta di là dall'Apennino, e contigua ai Lucchesi, per liti private di confinanti si venne alle armi. Era essa stata posseduta per qualche tempo da chi signoreggiava in Lucca, poi nell'anno 1429 passò sotto il dominio degli Estensi. Ancorchè fossero succedute chiare convenzioni dipoi fra i duchi di Ferrara e i Lucchesi per quelle terre, pure non s'era mai spento in essi Lucchesi il desiderio di ricuperarle. Trovato il pretesto suddetto, cominciarono le ostilità e i saccheggi. Fecero quanta resistenza poterono i Garfagnani, gente valorosa, finchè da Cesare duca di Modena fu spedito in loro aiuto il marchese Ippolito Bentivoglio suo generale con alquante migliaia di soldati lombardi, i quali a più doppii compensarono i danni sofferti col mettere a sacco non poche terre lucchesi. Quindi imprese il Bentivoglio l'assedio della forte terra di Castiglione, che avrebbe forse ceduto, se i Lucchesi, con ricorrere al conte di Fuentes governator di Milano, non l'avessero mosso a spedire colà il marchese Pirro Malvezzi, che fece deporre l'armi, e rimise al tribunale cesareo quella controversia. Sul fine poi dell'anno, e nella notte del dì 22 di dicembre, Carlo Emmanuele duca di Savoia fece un tentativo che diede molto da discorrere ai curiosi. Non aveva egli mai disarmato, nè se ne sapea il perchè. Il disegno suo era di ricuperar la città di Ginevra, già ribellata a' suoi maggiori. Fece lo industrioso principe fabbricare a questo effetto gran copia di scale sì artificiosamente composte, che si poteano allungare, raccorciare e portare a schiena di muli. Si erano accortamente scandagliati i siti, esaminata la poca vigilanza delle sentinelle e fatti con gran segreto marciar mille e ducento [899] soldati scelti ai quali tenne egli dietro incognito. Data fu la scalata alla città, e vi entrarono felicemente trecento uomini; ma non essendosi potuto guadagnar porta alcuna, ed essendosi lungo tempo combattuto da quei di dentro e di fuori, necessario fu il ritirarsi con perdita di cinquecento persone dalla parte del duca. Motivo ancora di grandi ragionamenti tanto negli anni precedenti, che nel presente, fu la scena del finto Sebastiano re di Portogallo. Capitò a Venezia sul fine del 1598 un uomo che si spacciava per quello stesso principe che già vedemmo perduto nella guerra fatta in Africa contro i Mori nel 1578. Si assomigliava costui al vero Sebastiano nella statura, età e lineamenti del volto. Diceva di essere rimasto schiavo sconosciuto dei Mori: che miracolosamente s'era di poi salvato, e che per la vergogna di quella sì sconsigliata spedizione, costata tanto sangue ai Portoghesi, era andato vagando per varii paesi, ed ora solamente essersi dato a conoscere con pensiero di riavere il suo regno. Raccontava molti detti e fatti di quel tempo, e varii segreti maneggi tenuti col senato veneto: cose tutte che a primo aspetto accreditavano la sua persona, di modo che varii Portoghesi in Venezia il tennero francamente per quel desso. Per le istanze degli Spagnuoli fu costui messo prigione in Venezia, e vi stette per tre anni. Ma perchè a cagion di ciò in Portogallo nascevano ogni dì movimenti, e le dicerie erano senza fine, il senato veneto, senza voler decidere, il lasciò nel presente anno in libertà, con dargli il bando dai suoi Stati. Travestito da frate domenicano passò egli in Toscana con disegno di imbarcarsi per Lisbona; ma scoperto, venne per ordine del gran duca Ferdinando carcerato ed inviato a Napoli, dove come un impostore fu ignominiosamente sopra un asinello menato per le piazze e strade, e poi condannato al remo. Molti il crederono un ardito Calabrese che sapea ben rappresentare il [900] personaggio. Poscia condotto in Ispagna (altri dicono a Lisbona), terminò, non si sa come, la sua vita in una prigione. Sparlarono forte del gran duca i Portoghesi, ed uscirono mordaci scritture che sempre più diedero a conoscere l'implacabil odio di quella nazione contra degli Spagnuoli. Altri esempli di somiglianti scene si leggono nelle vecchie storie, con essere nondimeno terminata sempre la fortuna di questi veri o finti risuscitati principi in un capestro.

In Fiandra continuò l'ostinato assedio di Ostenda, impreso dall'arciduca Alberto; e perciocchè il conte Maurizio non seppe trovar maniera di frastornarlo per terra, tuttochè vi si avvicinasse con grandi forze, voltò le sue armi contra la forte terra di Grave. Trincierò egli sì forte il suo campo, che indarno tentarono i cattolici di portarvi soccorso: il perchè fu costretto quel presidio alla resa con patti onorevoli. Passato intanto alla corte di Madrid Federigo Spinola, con rappresentare i bisogni della Fiandra, ottenne che alle sei galee da lui comandate se ne aggiugnessero otto altre; giacchè s'era alle pruove conosciuto quanto giovassero sì fatti legni per infestar gli Olandesi. Se ne cavò poi profitto. Ma riuscì bene di grande importanza e frutto l'avere in oltre impetrato che il marchese Ambrogio Spinola suo fratello maggiore, uomo di gran senno, facesse nello Stato di Milano la leva di otto mila fanti. Con questa gente in fatti sul principio di maggio s'inviò il marchese alla volta della Fiandra, e giunto a Gante, dove era l'arciduca, in tempo appunto di sommo bisogno cominciò a far conoscere quanto vagliano le teste italiane nel comando dell'armi. La Francia in quest'anno vide la tragedia di Carlo maresciallo duca di Birone, cotanto benemerito in addietro del re Arrigo IV pel suo valore, ma divenuto poi traditore per la sua incontentabil superbia. Si propalarono le sue intelligenze con gli Spagnuoli e col duca di Savoia in pregiudizio della corona di [901] Francia; e però fu condannato a lasciare il capo sopra un palco. Di più non occorre che ne dica io. Sul principio ancora di quest'anno, mentre Filippo Emmanuele duca di Mercurio, della casa di Lorena, passava verso la Francia per far leva di gente in servigio dell'imperadore, colto da una malattia nella città di Norimberga, dopo avere ottenuto da que' protestanti il permesso di poter prendere il santissimo viatico de' cattolici, terminò il corso del suo vivere: perdita di gran conseguenza per gli affari dell'Ungheria, dove il solo suo credito si contava pel meglio di una armata. Male in fatti passarono gli affari nella guerra coi Turchi del presente anno; imperocchè assediata da que' Barbari la città di Alba Regale, infelicemente di nuovo tornò alle loro mani. Impadronironsi bensì i cesarei della città di Pest in faccia a Buda, con aver valorosamente preso e fracassato il ponte sul Danubio che congiungeva l'una all'altra città. Si applicarono ancora all'espugnazione di Buda stessa; ma accorso con forte esercito il bassà turchesco per soccorrere gli assediati, obbligò i cristiani a ritirarsi di là, e contentarsi del solo acquisto di Pest. Guai se il gran signore di questi tempi, cioè Maometto III, non fosse stato signoreggiato dalla lussuria, dappocaggine ed avidità de' piaceri; cose che il divertivano dall'attendere seriamente alla guerra: gli affari de' cristiani in Ungheria si sarebbono trovati in pessimo stato. Mancò poi di vita nell'anno seguente esso Maometto, ed ebbe per successore Acmet suo figlio.


   
Anno di Cristo MDCIII. Indizione I.
Clemente VIII papa 12.
Rodolfo II imperadore 28.

Tornarono in quest'anno ancora i Lucchesi a muovere guerra alla Garfagnana del duca di Modena, col mettere a sacco un buon tratto di quel territorio. Però fu forzato il duca a rispedire colà il marchese Bentivoglio con forze maggiori [902] dell'anno precedente. Indussero i Lucchesi il vile comandante della forte terra di Palleroso a renderla, spogliarono altari e chiese, menarono via fin le campane, e lasciarono la terra in balia delle fiamme. Per rifarsi di questo insulto il Bentivoglio si spinse nel Lucchese, vi fece di grandi prede, conducendone via spezialmente mille e cinquecento paia di bestie. Quindi imprese di nuovo l'assedio di Castiglione, terra ben munita di artiglierie e di mille e ducento soldati scelti. Furono ivi atterrate dall'artiglierie di Modena molte case, e massimamente un alto campanile, dalla cui cima con due cannoni veniva inferito gran danno al campo del Bentivoglio. Impadronironsi ancora i Modenesi a forza d'armi di un fortino fabbricato da' Lucchesi sopra una collina, daddove poi con piantarvi alcune bombarde, cominciarono maggiormente a bersagliare le mura. Ora i Lucchesi, allorchè videro sì mal incamminati i loro affari, tornarono al solito giuoco, facendo muovere di nuovo il conte di Fuentes, il quale, spedito a Modena il marchese Malvezzi, ottenne che si posassero l'armi e che il senato di Milano conoscesse la civil controversia in forma giudiziale. Questo era quello a che miravano essi Lucchesi. Furono appresso esaminate da quel senato le rancide lor pretensioni sopra la Garfagnana, e deciso in favore del duca di Modena, con dichiarare che ostava la prescrizione alle petizioni dei Lucchesi, i quali nè pur si quietarono, e portarono coll'appellazione la causa al tribunale di Cesare.

Finì di vivere in quest'anno a dì 4 d'aprile Elisabetta regina d'Inghilterra, donna di raro spirito e senno, ma gran flagello de' cattolici, e che di crudeltà non fu avara nè pure verso i suoi più cari. Opinione fu, che appunto pentita di aver tolto di vita il conte di Essec, suo gran favorito, si lasciasse per la rabbia morire. A lei succedette nel regno, in vigore ancora del di lei testamento, Giacomo re di Scozia, la cui madre regina [903] Maria cattolica, per decreto del parlamento inglese e per iniquità d'Elisabetta già dicemmo privata di vita sopra di un palco. Fu creduto da molti, ed anche da papa Clemente VIII, che la religion cattolica avesse a montar sul trono con questo re. Si trovarono ben ingannati. Egli professò la credenza anglicana, e impugnò dipoi anche colla penna la cattolica. Fu allora che si cominciò ad usare il titolo di re della Gran Bretagna, perchè si unì il regno di Scozia con quello d'Inghilterra. In Fiandra, mentre proseguiva per parte dell'arciduca Alberto l'assedio di Ostenda, il conte Maurizio si portò a far quello di Boisleduc. Contuttochè dentro vi fosse un gagliardo presidio, pure la città, se non era rinforzata dall'arciduca, avrebbe corso gran pericolo. Vi stette accampato il Nassau sino al principio di novembre, e conoscendo oramai deluse le sue speranze, si ritirò per cercare miglior quartiere. Intanto sotto Ostenda continuavano sempre più gli approcci. Furono acquistati alcuni forti dai cattolici, e formata una piattaforma sì alta che sopravanzava le mura delle città, da dove con grossi cannoni venivano continuamente danneggiati nel di dentro gli assediati. Crebbero le forze dell'arciduca con tre mila Alemanni, e dall'Italia a lui vennero due terzi, l'uno di Spagnuoli e l'altro di Napoletani. Il motivo principale per cui il re di Spagna concorreva in assistere all'arciduca, era perchè già si prevedeva sterile il matrimonio di lui coll'infanta, e che perciò ricadrebbono quegli Stati alla corona di Spagna. Intanto esso arciduca, avendo oramai scorto quanto si potesse promettere del senno e della bravura del marchese Ambrosio Spinola Genovese, a lui appoggiò l'impresa dell'assedio di Ostenda: risoluzione che dagli effetti fu comprovata d'incredibil vantaggio. In Ungheria seguirono diversi fatti d'armi, ne' quali per lo più restarono superiori i cristiani. Specialmente nel mese di settembre invogliato Sardar bassà de' Turchi, [904] comandante di un poderoso esercito di riacquistare Pest, gittato un ponte sul Danubio, fece passar sette mila cavalli e tre mila giannizzeri ben forniti di cannone. Ma assaliti da' cristiani, parte di essi o sul campo o nel fiume in ritirarsi lasciarono la vita. Cominciarono in questo anno i Veneziani a far lega coi Grigioni, sempre di poi mantenuta al dispetto del conte di Fuentes, che fece ogni sforzo per guastarla. Dichiararono ancora nobile della lor città Arrigo IV re di Francia, il quale mostrò gran contento di questo segno del loro amore, e mandò loro in dono la stessa armatura con cui s'era trovato in tante guerre degli anni addietro. Fu questa da' Veneziani riposta con tutto decoro nell'arsenale delle armi.


   
Anno di Cristo MDCIV. Indizione II.
Clemente VIII papa 13.
Rodolfo II imperadore 29.

Avea il pontefice Clemente nel precedente anno, a dì 17 di settembre, creato cardinale Silvestro Aldobrandino suo pronipote, giovinetto di soli sedici anni. Nel presente a dì 9 di giugno fece una più solenne promozione, in cui ebbe luogo il celebre Jacopo Davy di Perrona vescovo di Eureux, celebre personaggio per la sua letteratura, e sommamente molto prima di questo tempo meritevole di quel grado. Ma perciocchè il santo padre si lasciava oramai governare dall'altro cardinale Aldobrandino Pietro, ad istanza sua conferì la sacra porpora a Jacopo Sannesio, fratello di Clemente, maestro di camera di esso cardinale. Azione, dice il cardinal Bentivoglio, che, a dire il vero, tornò in poco onore di Aldobrandino, perchè non poteva essere da lui portato a quel grado alcun soggetto, non solo più oscuro di sangue, ma nè più rozzo di aspetto, nè più rustico di maniere, nè più debole d'ingegno e d'ogni altro più comune talento. Andarono talmente avanzando a palmo a palmo i cattolici sotto [905] Ostenda i loro approcci, durante anche il verno, continuamente animati dal marchese Spinola, che or qua or là accorrendo era il primo ad arrischiarsi in ogni impresa, che s'impadronirono, a forza sempre di sangue, di tutte le fortificazioni esteriori e presero in parte la contrascarpa. Ma appena in quel fiero assedio si arrivava ad occupare un riparo, che se ne trovava fabbricato ed opposto un altro dagli assediati, ai quali non mancarono mai in sì lungo tempo di difesa rinforzi di gente e di viveri dalla parte del mare. Ardeva di voglia il conte Maurizio di sloggiar di colà i pertinaci assedianti; ma così terribili erano i loro trincieramenti, tanti i fossi e i canali che conveniva superare, ch'egli, tuttochè provveduto di buon esercito, non si attentò mai di mettersi a sì pericolosa impresa. Perciò, affine di fare una potente diversione, elesse di passare all'assedio dell'Esclusa, piazza di mare di tal conseguenza, che pareggiava, se non anche vantaggiava, Ostenda. Colà si portò egli sul fine del mese di aprile, e, non ostante la gran copia dei canali ed acque stagnanti che circondano quel luogo, vi si accampò e trincierò con sicurezza d'impossessarsene, se non coll'armi sue, colla fame degli assediati, che scarseggiavano non men di munizioni da guerra che di viveri. Tentò il Velasco, generale della cavalleria dell'arciduca, d'introdurvi soccorso; ma, sconfitto, ebbe fatica a salvarsi con que' pochi che non restarono ivi uccisi o prigioni. Venne il principio d'agosto; e perchè s'intese agonizzante quella piazza, Ambrosio Spinola, benchè suo malgrado fu spinto dall'arciduca a tentar pure miglior fortuna per soccorrerla; ma anch'egli trovò insuperabili impedimenti, sicchè con perdita d'alcune centinaia de' suoi fu forzato a retrocedere. Perciò non potendo più reggere alla fame quel presidio di quasi quattro mila soldati, capitolò con patti onorevoli la resa. Uscirono essi portando piuttosto l'effigie di scheletri e [906] cadaveri che di uomini viventi. Questa rilevante perdita tal rabbia cagionò, e così accrebbe lo spirito del valore nei cattolici assediatori di Ostenda, che a gara Italiani, Spagnuoli, Valloni e Tedeschi, superato il fosso, presero anche due baluardi; e benchè dietro ad essi trovassero nuovi tagli e ripari, erano pronti a far le ultime pruove; quando gli assediati esposero bandiera bianca, ed ottennero nel dì 21 di settembre onesta capitolazione. Se ne andò libera quella guarnigione di quattro mila soldati tutti sani e vegeti, perchè sempre era ivi stata abbondanza di viveri per li frequenti soccorsi. Vi si trovò infatti tanta copia d'artiglierie, vettovaglie, e munizioni, che fu una maraviglia. Così terminò l'assedio di Ostenda con somma gloria del marchese Spinola, e gaudio inesplicabile dell'arciduca Alberto: assedio memorando anche ai secoli venturi, sì per la sua lunga durata di trentanove mesi, che per l'incredibil varietà dei lavori, macchine, mine ed assalti, e, quel che è più, per la strage di più di cento mila persone, che (al dir della fama di quei tempi) costò l'offesa e difesa di sì forte piazza. Altri dicono di più, perchè entro Ostenda, o per le battaglie o per la peste, si tiene che ve ne perissero cinquanta mila. Ciò fatto, cercarono quelle armate riposo. Gran differenza di guerreggiare da cento quarantadue anni in qua! Tre anni e un quarto vi vollero allora per espugnare Ostenda; e otto giorni o poco più ve ne hanno impiegato i Franzesi dei nostri tempi per impadronirsene nell'anno 1745. Ma i difensori di oggidì non sono stati come quei d'allora.

Mentre bolliva sì forte quella guerra, trattarono del pari di pace Filippo III re di Spagna e l'arciduca Alberto con Jacopo re della Gran Bretagna, principe che, avendo già provate contraddizioni alla sua grandezza, ed anche congiure, bramoso di assodarsi la corona in capo, vi diede facilmente la mano. Fra le condizioni di questa nuova amistà vi fu che il re inglese [907] non invierebbe in avvenire soccorsi agli Olandesi. Se poi l'eseguisse, nol so io dire. In Ungheria male passarono gli affari dell'imperadore, perchè sebbene avendo i Turchi stretta di assedio la città di Strigonia, furono con loro gran perdita cacciati di là; pure i cristiani abbandonarono Pest per viltà del loro comandante, il quale, appena udito che i Turchi fabbricavano di sotto da Buda un ponte per passare coll'esercito loro, preso da panico terrore, se ne ritirò colla sua gente, dopo avere attaccato il fuoco a molte parti di quella città. In questi tempi Ferdinando gran duca di Toscana attendeva a popolare l'insigne terra o città di Livorno. Perchè la fece divenire anche un asilo per le genti di mal affare, non durò fatica ad accrescerne la popolazione. V'introdusse ancora gran copia di Ebrei; ma avendo le sue galee fatto dipoi nel 1607 un disegno sopra Negroponte, si trovò precorso l'avviso colà di tale spedizione, e ne fu data la colpa ad essi Giudei, creduti spioni del Turco, per l'odio che professavano al cristianesimo. Accidente occorse nell'anno presente a Roma, che sopra modo turbò il pontefice, e creduto fu che contribuisse non poco ad accelerare da lì a due o tre mesi la morte sua. Scappando dai birri un certo uomo, cercato da essi non per alcun delitto, ma solamente per debito civile, si rifugiò nel palazzo del cardinale Odoardo Farnese. Continuando gli esecutori la lor caccia, vi entrarono anch'essi; ma trovatisi quivi alcuni gentiluomini cortigiani del cardinale, fecero testa, ed avendo maltrattati con parole i birri, diedero campo all'uomo di fuggirsene per la porta di dietro. A tale avviso montò forte in collera il papa, e ordinò che il governatore di Roma procedesse con tutto rigore contro di que' gentiluomini, fermamente risoluto di volerli in mano, e di farne anche aspro risentimento col cardinale. In difesa di questo porporato accorsero non solamente molti baroni romani, ma lo stesso ambasciatore di [908] Spagna, e poco vi mancò che non ne seguisse qualche strepitoso tumulto. Ma il saggio cardinale, per ovviare a maggiori inconvenienti, giudicò meglio di ritirarsi fuor di Roma, con sì forte accompagnamento nondimeno de' suoi parziali, e di nobili e di popolo, che non paventò violenza alcuna in contrario. Del che maggiormente concepì sdegno e si chiamò offeso il papa. Ma appena giunta a Ranuccio duca di Parma, marito della nipote del papa, e fratello del porporato, la nuova di questo sconcerto, si portò egli per le poste a Roma, e presentatosi al papa, adoperò sì buone maniere, assistito sempre dal favore del suddetto ambasciatore del re Cattolico, che il placò. Non piacque dipoi al pontefice, che tornando esso duca da monte Cavallo, il popolo l'accompagnasse fino al suo palazzo, gridando: Viva la casa Farnese. Seguì poscia accomodamento; ma di esso e del perdono dato ai delinquenti niuno si fidò, di maniera che il cardinale, il duca Gaetano ed altri principali di Roma stettero da lì innanzi alla larga, aspettando maggior sicurezza dalla morte del papa, creduta vicina, e, secondo il solito, sospirata da molti. Fu cagione questo imbroglio che il pontefice, senza far caso dell'aggravio della camera, assoldasse e chiamasse a Roma secento Corsi e ducento archibugieri a cavallo, che facessero la guardia al palazzo pontificio, e ad altri luoghi di quella gran città. Furono in quest'anno rimessi in varie città della Francia i Gesuiti dal re Arrigo, che sempre più facea conoscere l'attaccamento suo alla religione cattolica.


   
Anno di Cristo MDCV. Indizione III.
Leone XI papa 1.
Paolo V papa 1.
Rodolfo II imperadore 30.

In occasione di un libro pubblicato negli anni addietro dal padre Molina della compagnia di Gesù, in cui si trattava [909] di concordare col libero arbitrio dell'uomo la necessità della divina grazia, era insorta in Ispagna una fierissima guerra di penne fra i Domenicani e i Gesuiti. Al tribunal primario della fede, cioè a quello del romano pontefice, fu portata questa sempre scabrosissima controversia, e deputata una congregazion di cardinali e di dottissimi teologi, assistendovi in persona lo stesso pontefice. Scelti i più valorosi campioni da amendue le parti, gran tempo si arringò e disputò; ed allorchè parea che il pontefice Clemente, inclinando alla parte dei domenicani, fosse per venire alla definizion della lite, gli fu forza di rimetterla indecisa al suo successore. Imperocchè, essendosi infievolita non solamente la sua sanità, ma anche la sua testa, di modo che non battea più a segno, nè egli era più atto agli affari, fu poi preso nel dì 10 di febbraio più aspramente che mai dalla podagra, la quale da gran tempo lo affliggeva, e crescendo ogni dì più il malore, finalmente nel dì 3 di marzo passò il santo padre a miglior vita, lasciando dopo di sè un gran nome non meno pel suo zelo nel pastorale impiego che per la sua severità ed attenzione al governo civile. Lasciò ancora in grande auge, e con illustri parentele, e con gradi lucrosi, e con fabbriche sontuose i suoi nipoti e pronipoti, tre dei quali fregiati della sacra porpora. Ma parve che Dio, i cui giudizii son troppo occulti, non volesse lasciar prendere le radici alla sua schiatta; perciocchè, siccome scrisse con esclamazione e maraviglia il cardinale Bentivoglio, da lì ad alquanti anni: Morì papa Clemente, morì il cardinale Aldobrandino (dopo aver provato sotto Paolo V de' disgustosi contrattempi), son morti i cinque nipoti che aveano due altri cardinali fra loro; mancarono tutti i maschi di quella casa, e mancò finalmente con essi ogni successione, ed insieme ogni grandezza del sangue lor proprio. Entrati poscia i cardinali in conclave nel dì 14 di marzo, [910] fu per più giorni in predicamento e vicinanza al triregno il dignissimo Cardinal Baronio. Ma in fine nel primo dì di aprile concorsero i voti del sacro collegio nel cardinale Alessandro de Medici Fiorentino, vecchio di settanta anni, personaggio dotato di amabil gravità e prudenza, e pieno di sante intenzioni, che assunse il nome di Leone XI. Creato papa, senza dimora liberò le provincie da molte gravezze loro imposte da Clemente VIII. E perchè erano assai conosciute le nobili sue prerogative, straordinario fu il giubilo del popolo romano per la di lui esaltazione, universali le speranze di goder sotto di lui un felicissimo reggimento. Ma appena coronato nel dì 11 del suddetto mese nella basilica Lateranense, cadde infermo, e nel dì 27 seguente chiuse gli occhi alle umane grandezze, avendo goduto per soli ventisei giorni il pontificato. Durante la sua malattia, benchè importunato da molti a dare il suo cappello ad un suo pronipote, che per altro ne era degno, non vi si seppe indurre, nè più volle vedere il suo confessore stesso, che perorò per lui. Il cardinal di Perrona e il Doglioni scrivono che fu sospettata la sua morte di veleno per una rosa a lui data nella basilica Lateranense; ma, sparato il suo cadavero, si conobbe mancato di morte naturale.

Raunatosi dunque di nuovo il sacro collegio, dopo gran dibattimento, venuta la sera del dì 16 di maggio, cadde l'elezione nella persona del cardinal Camillo Borghese, di origine Sanese, ma nato in Roma nell'anno 1552, e promosso alla sacra porpora cardinalizia nel 1596 da Clemente VIII. Prese egli il nome di Paolo V. Perchè l'età sua non era che di anni cinquantatrè, o pure cinquantaquattro, l'esaltazione sua fu accolta con istupore, ma molto più con allegrezza, e spezialmente del popolo romano, che non crede mai sì ben collocata la tiara pontificia, che quando la vede in capo ai suoi cittadini. Confessano tutti gli scrittori [911] aver egli portato seco a sì eccelsa dignità un complesso di tali virtù e prerogative sì di animo che d'ingegno, che luogo non restò alla giusta censura, nè bisogno di adulazione per tessere le sue lodi. Spezialmente campeggiava in lui l'illibatezza dei costumi, l'amore e la pratica della religione, la soavità del tratto, e un'altezza di pensieri desiderosa e capace di cose grandi. Differì egli la sua coronazione sino al dì 5 di novembre, nè volle nel bollore della sua creazione dispensar grazie, dicendo che troppo facile era allora il chiedere e concedere disavvedutamente cose ingiuste, e doversi con maturità accordar le giuste. Siccome questo pontefice era, sopra ogni altra cosa, animato forte per sostenere l'immunità e i privilegii del clero, così poco stette a far valere questo suo spirito contra di varii principi d'Italia. Ma il più strepitoso impegno suo fu quello ch'ei prese contro la repubblica di Venezia, sì per aver ella fatto carcerare un canonico di Vicenza e l'abbate di Nervesa, come ancora per avere rinnovato un antico decreto, che non potessero gli ecclesiastici acquistar da lì innanzi beni stabili, con obbligo, se loro ne fosse lasciato per testamento, di venderli, e finalmente per essere stata proibita la fabbrica di nuove chiese senza licenza del senato. Per questo concepì gran fuoco il pontefice, e nel dicembre spedì un breve al doge Marino Grimani con intimazione di scomunica, se non si rivocavano quelle leggi, e non si consegnavano quei prigioni al nunzio Mattei. Presentò esso nunzio nel dì di Natale dell'anno presente questo breve ai consiglieri, giacchè il doge suddetto si trovava agli estremi di sua vita; e in fatti cessò di vivere in quello stesso giorno. Fu poscia eletto doge in suo luogo nel dì 10 di gennaio dell'anno seguente Leonardo Donato.

Battaglia fu in quest'anno fra le armate navali spagnuola ed olandese verso Cales colla peggio della prima. In Fiandra, dove militavano il principe di [912] Avellino, Francesco Colonna principe di Palestrina, Andrea Acquaviva principe di Caserta, Alessandro del Monte, con altri nobili e soldati d'Italia, si aprì la campagna dai cattolici, e il marchese Ambrogio Spinola generale dell'armi andò a mettere l'assedio ad Oldensee, e poscia a Linghen, ed amendue que' luoghi vennero alla sua ubbidienza. Di là passato a Vactendonch, vi trovò gran resistenza, e seguì anche una calda azione fra i soldati del conte Maurizio e dello Spinola, in cui colto da una cannonata, restò ucciso il conte Trivulzio Milanese, e prigione Niccolò Doria parente dello Spinola. Contuttociò, a forza di mine e di sanguinosi assalti fu parimente quella piazza ridotta alla necessità di rendersi con buoni patti per la guarnigione. Impadronissi lo Spinola anche di Cracove, piccolo sì, ma forte castello. All'incontro, in Ungheria andarono le cose alle peggio. Con un esercito di cinquanta mila combattenti impresero i Turchi l'assedio dell'insigne città di Strigonia. Continuò questo per un mese, sostenendo vigorosamente i cristiani ogni sforzo de' nemici a costo delle loro vite, essendone stati uccisi circa novecento dei più valorosi. Ma accesosi il fuoco nelle case de' soldati per cagion di alcune mine, che scoppiarono, si rallentò la loro difesa, nè altro da lì innanzi si udì, che istanze al comandante di rendere la città. Il perchè venne essa in potere dei nemici nel dì 3 d'ottobre, e ne uscirono salvi circa mille vili difensori cristiani: perdita di gran considerazione per l'imperadore e per la fede di Cristo. Era intanto incoraggito esso Augusto a proseguir la guerra dagli ambasciatori del re di Persia, le cui armi riportarono in questi tempi non lievi vantaggi sopra i Turchi.

[913]


   
Anno di Cristo MDCVI. Indizione IV.
Paolo V papa 2.
Rodolfo II imperadore 31.

Andò in quest'anno maggiormente crescendo l'incendio suscitato contro la veneta repubblica dal pontefice Paolo. Si studiò ben quel senato di far rappresentare alla santità sua le ragioni militanti in favore delle proprie leggi ed antiche consuetudini, con ispecialmente allegare i gravissimi disordini che potrebbono avvenire e che avvengono allo stato secolare, qualora si lasci agli ecclesiastici senza limite alcuno la facoltà di acquistar gli stabili de' paesi. Si trovò sempre il pontefice più saldo che mai nelle sue determinazioni, fiancheggiate da lui con una folla di canoni. E perciocchè neppure dal canto loro mostravano i Veneziani voglia di piegare alle minaccie di parole, il pontefice, nel dì 17 d'aprile, volendo venire ai fatti, raunato il concistoro, pubblicò un terribile monitorio, in cui dichiarava incorso nelle scomuniche il doge col senato, e s'intimava l'interdetto a Venezia e a tutto lo Stato della repubblica, se entro il termine di ventiquattro giorni non si rivocavano i decreti ed atti fatti contro l'immunità e libertà ecclesiastica, e non si consegnavano al nunzio i prigioni, con tutte le altre pene che tengono dietro alle censure e all'interdetto. A questi fulmini si erano già preparati i Veneziani; e però al primo avviso spedirono tosto ordini rigorosi che niuno de' suoi lasciasse affiggere quel monitorio, che se ne portassero le copie ai pubblici rappresentanti, e che si continuassero come prima i divini uffizii, sotto gravi pene, e pena infin della vita. Non vi furono che i gesuiti, i teatini, e i cappuccini, i quali giudicassero dover preponderare l'osservanza dei decreti del romano pontefice al rispetto per altro da essi professato al principe secolare. Perciò tutti si partirono dagli Stati della repubblica, e, a distinzione degli altri, i gesuiti processionalmente [914] si ritirarono. A riserva di alcuni altri particolari, il resto delle università religiose e gli altri ecclesiastici stettero costanti nell'ubbidienza agli ordini del senato; nè i cappuccini del territorio bresciano e bergamasco vollero seguitar l'esempio degli altri, e continuarono ad abitar ne' loro conventi. Intanto si cominciò una guerra di penne, avendo trovato la repubblica persone che sostennero l'operato da lei. Senza paragone maggior numero ne trovò il pontefice che entrarono in arringo per difesa dell'autorità di lui, e per accreditar le scomuniche e l'interdetto. Specialmente si distinsero in questo combattimento i due celebri porporati Baronio e Bellarmino. Forse ancora in alcune di quelle scritture non comparve il vero nome degli autori. Nè qui si fermò il corso di questo impegno. Il pontefice, o perchè veramente pensasse a volere dar braccio all'armi spirituali colle temporali, o perchè ne credesse bastante la sola apparenza, cominciò a far leva di gente, ed ebbe dalla corte di Spagna belle promesse d'aiuto. Perlochè i Veneziani si diedero anch'essi a formare un considerabile armamento, che nell'anno seguente, per quanto fu detto, arrivò a dodici mila fanti e quattro mila cavalli, oltre alle cernide. Intanto i ministri del re Cattolico, del gran duca Ferdinando e di altri principi, ma sopra gli altri quei del re di Francia Arrigo IV, che professava una particolare amicizia al senato veneto, si sbracciavano per trovar temperamento e fine a questo scandaloso litigio, che potea turbar la pace d'Italia. Seguì poi solamente nel seguente anno la concordia, siccome diremo.

Un insoffribil peso riuscì all'Augusto Rodolfo e all'arciduca Mattias la guerra d'Ungheria, perchè non solamente erano essi in discordia co' Turchi, ma ancora cogli stessi Ungheri e col Botschaio, principe o pure usurpatore della Transilvania. Perciò volentieri si sentì Rodolfo parlare di pace; e questa in fatti fu conchiusa [915] cogli Ungheri e col Transilvano nel dì 14 di settembre. Ottenne con essa il Botschaio di ritenere la signoria della Transilvania per sè e per li suoi discendenti, salva nondimeno la dipendenza dell'alto dominio spettante alla corona d'Ungheria. Venne poi costui a morte per veleno nel fine dell'anno presente, senza figliuoli, e dovea quell'insigne principato ricadere all'imperadore come re d'Ungheria; ma quei popoli presero per loro principe Sigismondo Ragozzi calvinista di credenza. Nè si può dire quanto gran pregiudizio risultasse alla religion cattolica nel regno d'Ungheria e nella Transilvania da tante guerre passate, perchè colà s'introdussero a migliaia famiglie di luterani, calvinisti, Sociniani d'altre eresie, che vi si son poscia propagate, con ottener anche la libertà dei riti loro dagli Augusti, forzati a far quello che la lor pietà sommamente detestava. Trattossi parimente di pace co' Turchi, i quali, siccome snervati dalla guerra co' Persiani e da una fiera ribellione in Soria, vi acconsentirono. Non già pace, ma tregua di venti anni si stabilì fra l'imperadore e il gran signore Acmet, ritenendo cadauna delle parti ciò che restava in suo potere. Quanto alla Fiandra, il prode Ambrogio Spinola, che nel verno del presente anno era stato alla corte di Madrid per ottener soccorso di danaro, tornato a Brusselles, non lasciò di aumentare il patrimonio della sua gloria coll'espugnazione ed acquisto della fortezza di Groll, che gli si arrendè nel dì 14 d'agosto. Rivolse di poi i passi e le speranze all'altra di Rembergh, situata sulla riva del Reno, ancorchè alla difesa vi si trovassero quattro mila fanti e più di trecento cavalli con buon treno di artiglierie e di munizioni. Con sommo vigore fu impreso quell'assedio, in cui specialmente faticarono gl'Italiani. Fra gli altri si distinsero nelle fazioni il cavalier Melzi Milanese, luogotenente della cavalleria, il marchese Sigismondo d'Este, il marchese Ferrante [916] e il cavalier Bentivoglio, quegli nipote e questi fratello del cardinal Bentivoglio. Per quanto si studiasse il conte Maurizio d'accostarsi coll'armi sue per soccorrere la piazza, o sloggiar gli assedianti, sempre si trovò troppo dura l'impresa; e però si ridusse il presidio di Rembergh a capitolare la resa. Scemossi poi l'esercito cattolico per l'ammutinamento di un grosso corpo di soldati, gente in quelle parti avvezza a simili scene, per lo più a cagion delle paghe ritardate: lo che incoraggì il conte Maurizio a mettere l'assedio intorno a Groll. Sarebbe ricaduta in sua mano quella piazza, se l'animoso Spinola, colle milizie che potè radunare, non fosse accorso con risoluzione di menar le mani; al qual fine avea già messe in ordinanza le schiere. A questa vista il Nassau restò pensieroso, poi, conoscendo che sì pericoloso giuoco era meglio il risparmiarlo, bravamente si ritirò, lasciando libera la piazza: con che anche lo Spinola ridusse ai quartieri i suoi. Ebbe fine in quest'anno la celebre controversia degli aiuti della divina grazia e del libero arbitrio, agitata in Roma con tante sessioni fra i domenicani e i gesuiti, rimanendo indecisa, con libertà alle parti di sostenere le loro diverse sentenze nelle scuole, senza condannar quelle degli avversarii.


   
Anno di Cristo MDCVII. Indizione V.
Paolo V papa 3.
Rodolfo II imperadore 32.

Sul principio di quest'anno non altro si mirava in Italia che disposizioni del papa di prorompere in una più aperta rottura colla repubblica di Venezia, giacchè questa si mostrava bensì sempre costante nell'ossequio della fede e Chiesa cattolica, ma inflessibile ne' suoi decreti, e sprezzante delle censure adoperate dal romano pontefice. Fece dunque papa Paolo massa grande d'armati, con dichiararne generale Francesco Borghese suo fratello, e Mario Farnese suo luogotenente. Spedì [917] a Genova per arrolare quattro mila Corsi, e agli Svizzeri per avere tre mila fanti di quella nazione. Accrebbe i presidii e le fortificazioni di Ferrara e delle città marittime. In somma avreste detto che Roma pensava daddovero a far delle prodezze. E tanto più corse voce, perchè Filippo III re di Spagna promise d'entrare in questo ballo per sostenere l'autorità pontificia, e andarono anche ordini di far gente al conte di Fuentes governator di Milano, ministro, che nulla più sospirava che il lucroso mestiere di comandare a un'armata. Ma non dormivano i Veneziani; perchè, oltre all'armamento da lor fatto in Italia, mossero Francesco conte di Vaudemonte figlio del duca di Lorena, lor generale, a far leva di molte migliaia di soldati alemanni. Altrettanto tentarono coi Grigioni lor collegati e cogli Svizzeri, avendo colà inviate a questo fine grosse rimesse di danaro. Allestirono medesimamente gran copia di navi in mare, nel Po e nel lago di Garda, facendo intanto sapere a tutti i principi d'essere pronti a sacrificar ogni cosa per nulla cedere in questa controversia, persuasi che la ragione e la giustizia fosse dal canto loro. Ma non pertanto non si lasciava di trattar di pace, gareggiando in questo nobil uffizio per ottener la gloria del primato i re di Francia e di Spagna, e i duchi di Savoia e di Firenze. Ma Arrigo IV re Cristianissimo, che andava innanzi agli altri nell'amore verso il senato veneto, quegli fu che più ardentemente si maneggiò per questo affare. Spedì egli in Italia Francesco cardinale di Gioiosa, che verso la metà di febbraio comparve a Venezia. Trattò il cardinale lungamente con quel senato, e, ben capita la lor mente, si mosse dipoi alla volta di Roma, dove pervenne nel dì 22 di marzo, e cominciò a far gustare il bene della concordia e i mali grandi della discordia, rappresentando che se gli Spagnuoli, i quali non cessavano di contrariar la buona intenzione del re Cristianissimo, fossero venuti all'armi, non avrebbe potuto il suo [918] re dispensarsi dall'opporsi ai loro disegni. Che il re d'Inghilterra prometteva aiuti a Venezia, ed avrebbe dichiarata la guerra alla Spagna. Che non erano più questi i secoli barbarici, ed essersi coi tempi mutate anche le massime, e sminuite di troppo le forze della camera apostolica. Ora il papa, che finalmente s'era accorto qual poco capitale si potesse far dei sussidii del re Cattolico, già titubante per timore di tirarsi addosso delle disgustose brighe, e conosceva di non poter reggere solo a sì grave impegno; concertate col Gioiosa le maniere di salvare il suo decoro, gli diede facoltà, con istruzione sottoscritta di suo pugno, di conchiudere l'accordo e di levar via l'interdetto.

Allegro il cardinale con prendere le poste arrivò di nuovo a Venezia nel dì 9 di aprile, ed espose nel giorno seguente le commessioni sue e le condizioni della concordia. A questa si trovò un grande intoppo, perchè una delle maggiori premure del pontefice era che i gesuiti fossero, come prima, rimessi nei primieri loro collegii in Venezia e nelle altre città della repubblica: al che il senato si scoprì sommamente renitente per varii motivi. Fece quanto potè il Gioiosa per superar questa loro avversione, e vi si adoperò anche don Francesco di Castro ambasciatore del re Cattolico, ma senza che alcuno potesse vincere quella pugna. Non per questo cessò di farsi l'accordo. Pertanto nella mattina del dì 21 di aprile furono consegnati all'ambasciatore di Francia l'abbate di Nervesa e il canonico Vicentino, già prigioni, dal segretario della repubblica, protestante di darli al re Cristianissimo in segno della lor gratitudine ed ossequio senza pregiudizio della autorità della repubblica. Questi poi vennero dati dal Gioiosa al commessario del papa, mandato a tale effetto. Eseguito questo preliminare, entrò il cardinale nel collegio, dove era il doge e i savii, e quivi a porte chiuse fu rivocato l'interdetto colle censure, e similmente rivocato dal senato ogni atto fatto in contrario. [919] Furono anche rimessi in grazia, a riserva de' gesuiti, gli altri religiosi, e decretata la spedizion di un ambasciatore al pontefice, per rendergli grazie, e per confermare alla santità sua la filial riverenza della repubblica. Come passasse nel chiuso collegio la riconciliazione suddetta, non trovo chi me ne possa accertare. Si dee tenere per certo, che a Roma fu scritto, come il senato avea ricevuta l'assoluzione dalle censure; ma i Veneziani l'hanno sempre negato. Resta nondimeno una particolarità indubitata: cioè che quella repubblica continuò dipoi, e tuttavia continua, a mantenere i suoi decreti intorno ai beni stabili lasciati agli ecclesiastici, e alla fondazione di nuove chiese, siccome anche l'autorità sua consueta di giudicare gli ecclesiastici delinquenti. Fu data speranza al pontefice che quel senato rallenterebbe fra qualche tempo il suo rigore contro i religiosi della compagnia di Gesù; ma non seguì il ritorno loro in Venezia se non l'anno 1657, siccome diremo.

Troppo oramai rincresceva all'arciduca Alberto il peso della guerra colle Provincie Unite; anzi non ne poteva di più, perchè trovava come seccate le fontane dell'oro di Spagna, senza le quali a lui era impossibile di sostentarsi: laddove gli Olandesi sempre più venivano rinvigoriti dal loro commercio per mare, che ogni giorno andava crescendo, sino a mettere flotte in mare, le quali non temevano delle spagnuole, siccome in questo anno ancora avvenne, avendo nel dì 24 d'aprile verso il promontorio di San Vincenzo essi Olandesi data una rotta all'armata navale di Spagna, colla morte di circa due mila persone dalla parte dei vinti e colla perdita di alquante galee. Il perchè l'arciduca, ottenutane la permissione dalla corte di Madrid, fece muovere parola di pace colle Provincie suddette. Non negarono orecchio a qualche pratica di accomodamento gli Olandesi, con richiedere nondimeno per preliminare che il re di Spagna e l'arciduca [920] li riconoscessero per popoli liberi. Si trovarono delle speciose ragioni per accordar questo punto colle parole, attribuendosi poi i monarchi il privilegio di poterle interpretare in varii sensi, allorchè si presentano più favorevoli occasioni. Quindi si pensò a trattar daddovero di sì importante negozio: al qual fine seguì una sospension d'armi per otto mesi. Ma perchè le ratificazioni e i mandati che venivano di Spagna, come troppo generali o intriganti, non soddisfaceano agli Olandesi, e il conte Maurizio sopra gli altri faceva di mano e di piedi per interrompere ogni pratica d'accordo, per timore che una pace desse troppo gran tracollo alla propria autorità: nulla si conchiuse di più nell'anno presente. Si provarono in questi tempi le galee di Ferdinando gran duca di Toscana di sorprendere con una improvvisata la città di Famagosta in Cipri, per l'avviso da buona parte venuto della smilza guarnigione che vi tenevano i Turchi. Ma giunte colà, vi trovarono maggior presidio di quel che credevano: del che, siccome già accennammo, furono incolpati i Giudei, quasichè avessero preventivamente avvisati di quella spedizione i Musulmani. Si trovarono le scale preparate non assai lunghe pel bisogno, e la porta destinata riempiuta di terra nel di dentro. Però furono rigettati i cristiani con perdita di cento di essi, e gli altri durarono fatica a rimbarcarsi. Se ne tornarono essi ben confusi alle lor case, con prendere solamente per viaggio tre fuste turchesche. Fu cagione nondimeno il lor tentativo che dei poveri Greci abitanti in Famagosta molti furono presi, e per lievi indizii che avessero avuta intelligenza coi Toscani, condannati a cruda morte. Fece gran rumore nell'anno presente tanto in Italia che fuori d'essa l'avvenimento di fra Paolo servita, famoso teologo della repubblica di Venezia, dopo aver egli sostenuto le di lei ragioni nella lite con Roma. Per quanto si ha da Vittorio Siri nelle memorie recondite, fu egli onoratamente avvertito [921] dal cardinal Bellarmino di stare in guardia, perchè si macchinava contro la sua vita. Per questo, d'ordine dello Stato, andò egli per qualche tempo armato di giacco sotto la tonaca. Stanco di quel peso, lo depose. Assalito un giorno da appostati sicarii, fu steso come morto a terra con ventitrè pugnalate o ferite, salvandosi poi coloro in una peota ben armata, che il nunzio tenea da parecchi giorni preparata. Guarì poi fra Paolo, e il Siri scrive, essere stato innocente di quel fatto il papa, e che ne fu comunemente incolpato il cardinal Borghese suo nipote.


   
Anno di Cristo MDCVIII. Indizione VI.
Paolo V papa 4.
Rodolfo II imperadore 33.

Se poco riportò il pontefice Paolo dalle precedenti liti colla repubblica veneta, provò ben gran gioia nel presente anno per la solenne comparsa di Carlo Gonzaga duca di Nevers, spedito alla santità sua da Arrigo IV re di Francia per suo ambasciatore, affine di attestare la filial sua ubbidienza e riverenza verso la santa Sede. Venne questo principe con gran pompa, e si presentò sul fine di novembre alla pubblica udienza del pontefice nel sacro concistoro: il che cagionò un giubilo universale al riconoscere sempre più quel principe geloso della religione cattolica. Parimente in quest'anno giunse a Roma don Antonio marchese di Funesta, Moro di nazione, ambasciatore del re del Congo, cioè di un regno situato nella costa occidentale dell'Africa di là dalla linea equinoziale. Introdotta la fede di Cristo per opera de' Portoghesi in quelle parti, maggiori progressi vi fece in questi tempi; laonde il re don Alvaro II professore di essa religione, volle in forma distinta farsi riconoscere per divoto figlio al capo visibile della medesima, con ordine insieme di supplicare il papa che inviasse colà de' pii operai per coltivare quella vigna del Signore, dove anche oggidì faticano gesuiti, cappuccini ed altri [922] religiosi. Ma questo ambasciatore con un meschino accompagnamento appena giunto a Roma, senza che gli restasse tempo di andare all'udienza, s'infermò, e pietosamente visitato dal pontefice, diede poi fine al suo vivere, e gli fu fatto un magnifico monumento in santa Maria Maggiore. Insorse nel presente anno una gara non molto onorevole fra l'arciduca Mattias e Rodolfo II Augusto, per ismorzar la quale lo zelante papa Paolo spedì in Germania il cardinal Giovanni Mellini Romano. Cercò Mattias in una dieta di tirare i cristiani dell'Ungheria a riconoscerlo per lor capo e signore. Altrettanto fece ancora co' popoli dell'Austria. Dispiacque non poco all'imperadore Rodolfo un tale attentato, siccome troppo ingiurioso ai diritti e all'autorità sua. Però in Boemia, dove egli soggiornava, annullò quanto avea operato l'arciduca, e cominciò a far gente; quando ecco comparire colà il medesimo Mattias con un poderoso esercito di venti mila persone tra fanti e cavalli. Rodolfo, buon principe, che dovea aver fatto voto di vivere in santa pace, il più che potesse, pregò il legato pontificio d'interporsi per un convenevole accordo. Ottenne l'arciduca forse più di quel che pensava; perchè l'imperadore si contentò di rilasciargli il dominio del regno d'Ungheria e dell'arciducato di Austria con varii patti che non importa riferire. Con somma magnificenza ed incessanti viva del popolo entrò dipoi questo principe in Vienna nel dì 14 di luglio, ed ivi fu proclamato re d'Ungheria, e poi coronato in Possonia con indicibil contento di que' popoli, ma con grave pregiudizio della religion cattolica, perchè fu necessitato a permettere la libertà di coscienza a tante sette di eretici che aveano già infestata del pari l'Austria che l'Ungheria.

Continuarono in quest'anno ancora i trattati di pace fra i deputati del re di Spagna e dell'arciduca Alberto dall'un canto, e quei delle sette Provincie Unite dall'altro; al qual fine fu prorogata la [923] precedente tregua. Pretesero gli Olandesi in primo luogo che il re Cattolico e l'arciduca non solamente riconoscessero le lor provincie per libere, ma che rinunziassero ed ogni ragione e pretensione che potessero aver sopra delle medesime, tanto per sè che per li lor successori. Parve insolente ai cattolici questa dimanda. Più duro ancora fu il nodo che si trovò pel commercio nelle Indie Orientali, pretendendo gli Spagnuoli che dagli Olandesi si rinunziasse affatto alla navigazione in quelle parti, quando, all'incontro, questa era la pupilla degli occhi degli Olandesi, i quali avendo già provato che immensi guadagni facessero i loro mercatanti in que' viaggi, fin d'allora prevedevano che la conservazione e l'accrescimento della lor potenza avea da provenire dalle Indie suddette. Però, quantunque s'interponessero anche i ministri di Francia e d'Inghilterra per la concordia, pure s'intralciò talmente l'affare, che andò per terra il trattato. Non si perderono perciò d'animo i ministri dell'arciduca, uno de' quali era il marchese Ambrosio Spinola, in cui non si sa se maggior fosse il senno o il valore. Giacchè, secondo le presenti disposizioni, speranza non restava di pace, proposero essi una tregua di alquanti anni, e perciò nel maneggio di questa si spese il rimanente dell'anno. Ebbe l'Italia nel presente anno più motivi d'allegrezza per li magnifici maritaggi de' suoi principi. Imperciocchè già progettati e conchiusi quei dell'infanta Margherita figlia di Carlo Emmanuele duca di Savoia col principe Francesco Gonzaga figlio primogenito di Vincenzo duca di Mantova, e dell'infanta Isabella, parimente figlia di esso duca di Savoia, col principe Alfonso d'Este primogenito di Cesare duca di Modena; fu risoluto il compimento di tali alleanze nel carnovale di quest'anno. Per attestato del Guichenone, si portò per questo in persona il duca di Mantova col figlio in Piemonte con isplendido accompagnamento di nobiltà. Magnifica sopra modo fu la loro [924] entrata in Torino, essendo venuto a quella corte in sì lieta occasione anche il duca di Nemours Carlo Gonzaga, loro cugino, di ritorno da Roma. Scrive il medesimo Guichenon che esso duca di Nemours, come procuratore del principe Francesco, sposò, nel dì 20 di febbraio, la principessa Margherita; eppure il principe, secondo lui, era in Torino. Nel giorno seguente il duca di Savoia col cardinale e cogli altri principi suoi figli, e col duca di Nemours, andò a Chieri a visitare il cardinale Alessandro d'Este giunto colà col principe Alfonso suo nipote, i quali nel susseguente giorno entrarono anche essi in Torino colla medesima pompa con cui erano entrati i principi di Mantova. Scrive il suddetto Guichenon, che lo sposalizio dell'Estense seguì nel dì 16 di febbraio. Discorda egli da sè stesso. Oltre di che il Vedriani nella Storia di Modena scrive che il cardinal d'Este e il nipote si partirono da Modena per Torino nel dì 5 di marzo, e ci tornarono poi a dì 8 d'aprile. Ma poco importa l'accordar questi testi. Certo è che in Torino si fecero feste e divertimenti di gran magnificenza per questi sposalizii. In Mantova, allorchè vi giunsero i principi sposi, furono fatti spettacoli di tanta sontuosità e rara invenzione, che riempierono ognun di stupore. Nè inferiori divertimenti cavallereschi e splendide feste vide in tale congiuntura Modena, ai quali intervennero non solamente i principi di Savoia, ma anche i cardinali Pietro e Silvestro Aldobrandini, mentre erano in viaggio alla volta di Torino.

In questo anno ancora si effettuò il matrimonio di Cosimo de Medici, primogenito di Ferdinando gran duca di Toscana, con donna Maria Maddalena d'Austria, figliuola del fu Carlo arciduca, e sorella dell'arciduca Ferdinando. Fu questa principessa da Trieste condotta sul principio di novembre ad Ancona con grandioso equipaggio di nobiltà e di galee. Arrivata a Firenze, trovò tutta quella città in gran gala, ed ivi ancora più giorni [925] si spesero in solennizzar le sue nozze con varii nobilissimi solazzi. Era ben felice allora l'Italia; godeva l'insigne benefizio della pace; aveva i suoi proprii principi, e questi nelle loro funzioni gareggiavano nella splendidezza. Si sono ben mutati i tempi; la fortuna d'Italia è ben declinata. Nè si dee tacere che nel verno dell'anno presente in Venezia, Modena ed altre città di Lombardia si provò sì aspro freddo, che memoria non v'era d'un somigliante rigore. Cadde anche tal copia di nevi, che arrivò all'altezza di ventiquattro oncie, e fece col peso cadere gran quantità di tetti, e rendè impraticabili le contrade e strade. Per l'impresa di Famagosta, sì infelicemente riuscita nell'anno precedente, era in collera il gran duca di Toscana, e volendo con qualche altra impresa risarcire il suo onore, rinforzò la squadra delle sue galee con cinque vascelli, tutti ben corredati e muniti di gente, e la spedì in Africa sotto il comando di Silvio Piccolomini, personaggio che nelle guerre di Fiandra avea acquistato gran nome. La città di Ippona, oggidì Bona, celebre pel vescovato di sant'Agostino, insigne dottor della Chiesa, fu l'oggetto delle lor prodezze. Con tal vigore restò essa assalita dalle armi cristiane, che nulla valse la resistenza de' Mori, dei quali assaissimi furono trucidati, molti più fatti prigioni. Dopo il sacco e l'incendio di essa città, se ne tornarono i cristiani a Livorno. Nel dì ultimo di giugno mancò di vita il grande annalista della Chiesa Cesare cardinal Baronio. Il merito insigne di questo porporato ha esatto da me il farne menzione.


   
Anno di Cristo MDCIX. Indizione VII.
Paolo V papa 5.
Rodolfo II imperadore 34.

Grandi consulte si tennero alla corte di Madrid nel verno di quest'anno pel progettato accomodamento fra la Fiandra e le Provincie Unite. In Anversa ancora fra gli scambievoli deputati delle parti [926] seguirono amichevoli e lunghi combattimenti per questo negozio. Consistevano le principali difficoltà a vederne il fine nel pretendere il re di Spagna che fosse libero ai cattolici nell'Olanda l'esercizio della religione; alla qual dimanda era specialmente spronato dallo zelo del pontefice, e che non fosse permessa agli Olandesi la navigazione all'Indie: punti ai quali troppa resistenza mostravano le provincie eretiche. Finalmente bisognò che l'altura degli Spagnuoli e i desiderii dell'arciduca Alberto cedessero alla mala situazione de' loro interessi, non sapendo essi come continuar la guerra con gli Olandesi, favoriti sempre sotto mano da' Franzesi ed Inglesi. Però infine si conchiuse, nel dì 9 d'aprile, una tregua di dodici anni, in cui fu dichiarato che l'arciduca trattava colle Provincie Unite come con provincie e Stati, sopra i quali non pretendeva cosa alcuna. Si lasciò andare la pretension della religione. Quella dell'Indie si acconciò con imbrogliate parole, restando vietato agli Olandesi l'entrare ne' paesi del re fuori dell'Europa, senza nominar le Indie. Conviene ben credere che la corte di Spagna e l'arciduca avessero gran bisogno e sete di questo accomodamento, perchè neppur poterono indurre le Provincie Unite, possedenti alcuni forti sulle rive della Schelda, a levar gli esorbitanti dazii imposti a chi volea navigare per quel fiume: il che finì di distruggere il commercio di Anversa, città che nei tempi addietro era stato il più ricco e celebre emporio de' Paesi Bassi, ed angustiata fece maggiormente volgere esso commercio ad Amsterdam e ad altri porti dell'Olanda e Zelanda. Per questa tregua non si può dir quanto fosse il giubilo delle provincie cattoliche della Fiandra, le quali dopo tante e sì lunghe tempeste sperarono di godere una volta il sereno. In Anversa per segno di eccessiva allegrezza, dopo tanti anni di silenzio, si fece udire lo strepitoso suono di quel campanone, a sonar il quale, secondo il [927] Doglioni, vi si adoperano almeno ventiquattro uomini nerboruti. Per ordine di Filippo III re di Spagna nell'anno presente furono cacciati da Granata e molto molto più da Valenza i Mori, fin qui tollerati come sudditi della corona in quelle parti, perchè si scoprirono delle intelligenze e trame di essi coi Mori d'Africa e col gran signore, e fin coi re di Francia e d'Inghilterra, per una ribellione. Nel mese d'ottobre sino al fine di gennaio dell'anno seguente uscirono del regno di Valenza più di cento trentaquattro mila di costoro, imbarcati parte in legni proprii, e parte in somministrati dal re. Erano la maggior parte battezzati, molti nondimeno finti e non veri cristiani. Indarno esibirono al re tre milioni d'oro per potervi restare. Chi scrive che gli usciti di Spagna furono novecento mila, e chi li fa ascendere ad un milione, ed anche a due, pare che non meriti fede. Gran piaga che fu questa per la Spagna, sì pel salasso di tanta gente, come per lo trasporto d'immense somme d'oro, argento, gioie ed altre cose preziose fuori del regno. Molti di costoro passarono in Italia e Francia, e gli altri in Africa. Essendo restate incolte per questo moltissime terre, il re invitò a coltivarle i popoli stranieri, con privilegii ed esenzioni per dieci anni. Ve ne andarono non pochi dall'Italia, e fra gli altri cinquecento Genovesi, raccolti alla sordina dai ministri del re.

Finì nel dì 7 di febbraio dell'anno presente i suoi giorni Ferdinando I gran duca di Toscana, principe che lasciò dopo di sè memoria di una somma saviezza e magnificenza. Era signore di grave aspetto, amator della caccia, ma senza che i divertimenti pregiudicassero punto al negozio e al buon governo de' suoi Stati, col quale cercò di farsi molto più amare che temere. Oltre ad altri figliuoli, ebbe Cosimo II, che come primogenito a lui succedette nel ducato; e Carlo, che nel 1615 in età di diecinove anni fu decorato della sacra porpora da papa Paolo V. [928] In questi tempi Carlo Emmanuele duca di Savoia, siccome principe dotato di un maraviglioso ed insieme sempre inquieto spirito, meditò di nuovo di sorprendere la città di Ginevra; ma, scoperta la mena, gli andò fallito il colpo. Avea egli cominciata anche una tela coi cristiani del regno di Cipri per le giuste pretensioni che la casa di Savoia conservava su quella isola. Si esibivano essi cristiani, forse ascendenti al numero di trentacinque mila, di rivoltarsi per iscuotere il giogo turchesco, ogni qual volta comparisse colà per mare un grosso corpo di truppe regolate dal duca. Andarono innanzi e indietro persone travestite, maneggiando questo affare, finchè intercetta una lettera dai Turchi, li mise in sospetto di qualche trama. Di qua venne la rovina di que' poveri cristiani, e il duca rimase deluso nelle sue speranze. Ma se a questo principe d'alti pensieri andava a male una idea, cento altre ne metteva egli immediatamente in campo. Di ricche pensioni aveva ottenuto dalla corte di Madrid per li suoi figli; pure internamente era malcontento degli Spagnuoli anzi gli odiava. Però in questi tempi si trattò colla corte di Francia per collegarsi seco, proponendo al re Arrigo IV la conquista dello Stato di Milano, il matrimonio della primogenita del re col primogenito suo principe di Piemonte, e di una delle sue figlie col Delfino di Francia. Il re Arrigo, tutto che sapesse quante macchine avesse fatto il duca contra di lui, vivente il maresciallo di Birone, pure, conoscendo il gran talento di questo principe, ne avea conceputa una singolare stima, e però diede volentieri ascolto alle di lui proposizioni, e si crede che sarebbe concorso all'esecuzione dei suoi grandiosi disegni, se non fosse intervenuto ciò che è riserbato all'anno seguente. Non lasciava per questo il duca di trattar con gli Spagnuoli a fin di ottenere maggiori vantaggi, facendo loro sempre paura con lasciar traspirare anche i suoi maneggi col re Cristianissimo.

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Anno di Cristo MDCX. Indizione VIII.
Paolo V papa 6.
Rodolfo II imperadore 35.

Quasi niuno avvenimento degno di memoria ci somministra l'anno presente, fuorchè il sommamente tragico della Francia. Era il re Arrigo IV intento in questi tempi a raunare una potente armata. Credevasi che le sue mire fossero per sostenere i principi protestanti contro i cattolici nella gran disputa che bolliva allora per la successione del ducato di Cleves, ancorchè il pontefice Paolo per mezzo del suo nunzio facesse il possibile per farlo smontare da questa risoluzione non lodevole in un monarca cattolico. Tenevano altri ch'egli sotto quell'ombra meditasse unicamente di muovere guerra allo Stato di Milano, e che a questo fine fosse come fatta una lega con Carlo Emmanuele duca di Savoia. I motivi del suo disgusto colla corte di Madrid erano nati dall'essersi negli anni addietro ritirato in Fiandra, e poscia a Milano, Arrigo di Condè, primo principe della casa reale dopo la linea regnante. E vogliono che non propriamente nascesse tanta amarezza in cuore del re a ragion della fuga di esso principe, ma perchè questi avesse sottratto alle voglie di quel monarca sua moglie di rara avvenenza, cioè Enrichetta Carlotta figlia del gran contestabile di Memoransì, per la quale esso re vivea spasimato. Non si può negare: Arrigo IV, principe sì celebre pel suo valor guerriero, per l'animo suo sommamente perspicace e generoso, e per altre sue impareggiabili qualità, per le quali si comperò l'universal amore dei suoi popoli, altrettanto famoso si rendè per l'intemperanza sua negli amori donneschi, talmente che il più accreditato autore della di lui vita confessa che si sarebbe potuto formar dieci o dodici romanzi delle sue debolezze in questa passione: tanto era egli perduto verso il sesso femmineo. Gran cosa! Tengo io [930] per arte fallacissima, anzi fallita l'astrologia: pure scrivono che più di uno predisse in quest'anno la di lui morte violenta, allegando spezialmente le Centurie di Gian Rodolfo Camerario, stampate in Francoforte l'anno 1607, nelle quali secondo l'oroscopo veniva chiaramente predetta essa morte d'Arrigo IV nell'anno cinquantanove, mesi nove e giorni ventuno di sua vita, siccome dicono che appunto avvenne. Ma probabilmente si ingannano, perchè solamente correva in quest'anno il cinquantesimo settimo di sua età. Potrebbe anche dubitarsi di qualche impostura, cioè di una finta antidata. Tralascio altre predizioni, fabbricate forse dopo la morte di lui, e fatte passare per cose anteriori per dar credito alla mercatanzia. La verità si è, che meditando egli di uscire in campagna, e volendo lasciare la regina Maria de Medici sua moglie reggente del regno con piena autorità, durante l'assenza sua, la fece coronare in San Dionigi nel dì 15 di maggio con gran pompa e solennità: dopo di che si restituì a Parigi per vedere il superbo apparato che ivi si facea pel ricevimento ossia per l'ingresso di lei in quella gran città. Nel dì seguente 14 di maggio, quattro ore dopo il pranzo, uscito egli in carrozza con alcuni duchi e marescialli, gli convenne fermarsi in una strada stretta per l'incontro d'alcune carrette: nel qual tempo Francesco Ravagliac, uomo fanatico, che da gran tempo meditava di ucciderlo, se gli presentò improvvisamente alla carrozza, e con due coltellate verso il cuore il privò all'istante di vita. Avrebbe questo scellerato, con gittare il coltello e mischiarsi nella folla, probabilmente potuto salvarsi; ma egli come glorioso di tanta iniquità, tenendo in mano l'insanguinato ferro, fu conosciuto e preso. Non si potè con tutti i tormenti ricavar da lui che alcuno fosse Stato promotore o complice dell'orrido fatto, sostenendo di aver creduto di fare con questo esecrabil parricidio un'opera piacente a Dio in bene [931] della cristianità; onde venne poi condannato ad una tormentosissima morte. Non si può dire quanto fosse compianto da' suoi popoli il funestissimo e non meritato fine d'un re sì glorioso, sì amato, a cui poscia fu dato il titolo di Grande. Nel dì seguente venne proclamato re Lodovico XIII suo figlio primogenito, che non avea per anche compiuti i nove anni e la reggenza del regno restò appoggiata alla regina Maria sua madre. Fu poi solennemente coronato il novello re nell'ottobre seguente, e il principe di Condè pacificamente se ne tornò a Parigi.

Essendosi oramai scoperti tutti i precedenti imbrogli del duca di Savoia col fu re Arrigo, e svanitane per la di lui morte ogni esecuzione, grande amarezza contra di lui concepì la corte di Madrid; e perciocchè il conte di Fuentes governator di Milano aveva ammassata una poderosa armata, gran timore fu in Italia di guerra in Piemonte. L'intrepido duca anch'egli dal suo canto fece quell'apparato che potè di milizie, ed ottenne dalla regina reggente che il maresciallo Lesdiguieres con un corpo di combattenti venisse in Delfinato, per accorrere alla sua difesa, occorrendo il bisogno. Ma si dissiparono poi questi nuvoli, non solo perchè il papa, i Veneziani e gli altri principi d'Italia si studiarono alle corti di Spagna e Francia d'impedire ogni rottura, ma ancora perchè cessò di vivere esso conte di Fuentes, personaggio di sommo credito nell'arte della guerra, e più desideroso d'essa che della pace. Abbiamo dal Doglioni, essere stato sì esorbitante lo squagliamento delle nevi nelle montagne, fra le quali è situato il nobile marchesato di Ceva in Piemonte, che, inondata tutta quella valle, vi restarono annegate più di quattro mila persone con innumerabil quantità di pecore e di altri bestiami, e che rovinarono quattro ben forti rocche e trentadue borghi con tutte le lor case. Aggiunse il medesimo storico che l'Arno (vorrà dire il Tanaro) anch'esso scorrendo per mezzo la città di Ceva, tanto [932] crebbe nel dì 13 di gennaio, che menò via un ponte sopra esso fondato già con dodici archi di pietre quadre, e con fortissime catene congiunto, con cento venti edificii fabbricati sopra esso (il che par cosa da non credere), che da mezza notte spiantandosi fu la morte di tutti quegli abitanti. Il seguente giorno più crescendo l'inondazione, la parte più bassa della città rimase tutta abbattuta; e si fe' conto che vi perirono più di mille e cinquecento persone senza le robe e case. Conoscendo il pontefice Paolo di quanto decoro, e molto più di quanta utilità per la religione cattolica potrebbe essere lo studio delle lingue ebraica, greca, latina ed arabica, nel dì 28 di settembre dell'anno presente pubblicò una bolla, con ordinare che in ogni studio di religiosi regolari, sì mendicanti che non mendicanti, vi fosse un maestro delle tre prime lingue, e negli studii maggiori quello ancora dell'arabica. Lodevolissimo e nobil pensiero, e comandamento degno di un zelante pontefice, il quale meritava e tuttavia merita maggior esecuzione, massimamente in Italia, dove certo non mancarono ingegni alti a tutte le belle arti.


   
Anno di Cristo MDCXI. Indizione IX.
Paolo V papa 7.
Rodolfo II imperadore 36.

Gran tranquillità godè in quest'anno l'Italia, dacchè Filippo III re di Spagna, o per sua inclinazione alla pace, o perchè così richiedeva l'infievolito stato della sua monarchia, avea comandato che si disarmasse nel ducato di Milano. Stentò molto a far lo stesso Carlo Emmanuele duca di Savoia, nel cui animo non trovavano mai posa le idee di qualche novità pel proprio ingrandimento. In questi tempi ancora meditava egli la ricuperazion di Ginevra; ma scoperte le intenzioni della reggente di Francia troppo contrarie alle sue, quantunque il nunzio del pontefice si sbracciasse per distornar quella corte dalla protezion de' Ginevrini, [933] finalmente gli convenne accomodarsi alle circostanze presenti, e deporre per ora i suoi marziali disegni. Tanto più si vide egli astretto a questo, perchè fra le corti di Francia e di Spagna si conchiuse nell'anno presente una lodevol unione mercè di due matrimonii accordati, e da eseguirsi a suo tempo, cioè di donna Anna infanta primogenita di Spagna, figlia del re Filippo III, col giovinetto re Cristianissimo Lodovico XIII; e di madama Elisabetta, figlia primogenita del fu Arrigo IV, con Filippo IV principe di Spagna, figlio del regnante Filippo III. Pubblicaronsi poi solamente nell'anno seguente questi trattati. Ed era cosa curiosa in questi tempi il vedere come il suddetto duca di Savoia maneggiava anche egli l'accasamento del principe di Piemonte suo figlio ora con una principessa di Francia, ora con un'altra del re di Spagna, del re di Inghilterra e del gran duca, tenendo mano in tutte le corti, e proponendo sempre nuovi progetti, niun de' quali finora ebbe esito felice. Avvenne anche uno strano accidente in Torino nel dì 6 di giugno. Non si sa da chi fu sparsa voce che ad esso duca era stata tolta la vita da' Franzesi nel parco. Di più non vi volle, perchè il popolo di quella città, amantissimo del suo sovrano, eccitasse un fiero tumulto, gridando ad alle voci: ammazza, ammazza i Franzesi. Prese l'armi, tutti andarono a caccia d'essi Franzesi, i quali, udito il gran rumore, chi qua, chi là corsero a rintanarsi. Era sul mezzodì, e il duca, dopo data una lunga udienza, s'era coricato sul letto, e avea preso sonno. Svegliato dai suoi cortigiani, e informato di quel disordine, corse tosto al balcone della galleria per farsi vedere. Raffigurato che fu dal popolo, si convertirono gli sdegni in lietissime acclamazioni; ed essendo cresciuta la folla alla piazza, il duca uscì in persona a meglio consolar gli occhi dei suoi buoni sudditi, e si quetò tutta la sollevazione.

Fu rapita dalla morte nel settembre [934] dell'anno presente Leonora, figlia del fu Francesco gran duca di Toscana, e moglie di Vincenzo Gonzaga duca di Mantova, che, per conseguente, era sorella di Maria de Medici regina e reggente di Francia. Continuarono in quest'anno ancora le controversie dell'arciduca Mattias in Germania coll'imperadore Rodolfo II suo fratello; perchè, mancando esso Augusto di prole, e declinando di dì in dì la sua sanità, Mattias, assai avido di signoreggiare, voleva per tempo mettersi in possesso de' diritti della successione dell'augusta casa d'Austria. Non lasciò il pontefice Paolo V d'interporre i suoi più caldi paterni uffizii per promuovere la concordia fra loro. Infatti seguì l'accomodamento, essendosi contentato l'imperadore, a cagione d'un fiero sconvolgimento di cose accaduto in Praga, che Mattias, già riconosciuto per re d'Ungheria, fosse del pari accettato per re di Boemia, con riserbare a sè, finchè vivesse, una specie d'autorità e dominio. Seguì la magnifica coronazione di Mattias in Praga nel dì 23 di maggio, e perciò rifiorì l'allegrezza in quelle contrade. Crebbe poi questa per le nozze con gran pompa solennizzate in Vienna sul principio di dicembre dell'arciduchessa Anna, figlia del già arciduca Ferdinando conte del Tirolo, maritata col suddetto re Mattias. Tutto si applicò in questi tempi papa Paolo a dare un buon sesto a tutti i tribunali ed uffizii della curia romana, con prescrivere e ridurre a convenevoli termini la loro autorità, con tassare i loro onorarii, e riformare una man di abusi che da gran tempo erano stati permessi. Le sua prolissa costituzione su questo, per cui si acquistò egli gran lode, fu poi nel dì primo di marzo, non già (come per errore di stampa si ha dal suo Bollario) dell'anno presente, ma del susseguente data alla luce.

[935]


   
Anno di Cristo MDCXII. Indizione X.
Paolo V papa 8.
Mattias imperadore 1.

Stese in quest'anno la morte la sua giurisdizione sopra molti principi della cristianità. Il primo d'essi a pagarle tributo fu l'imperadore Rodolfo II, principe che nella pietà non si lasciò vincere da alcuno, ma principe nato piuttosto per un chiostro, che per un seggio imperiale: sì povero di spirito e dappoco si fece egli conoscere in sì lungo corso del suo governo. Profittarono ben di questa sua debolezza i Turchi. Io non so come il Doglioni il fa morto nell'ultimo dì del precedente dicembre; altri nel dì 10 di gennaio dell'anno presente; Andrea Morosino nel dì 21 d'esso mese. Egli è fuor di dubbio che la sua partenza da questa vita seguì nel dì 20 del predetto gennaio; e però, giacchè mancò senza lasciar prole, a lui succedette nel retaggio della nobilissima casa d'Austria Mattias suo fratello, il quale dipoi nella gran dieta elettorale tenuta in Francoforte fu proclamato imperadore nel dì 15 di giugno susseguente, e poscia nel dì 24 del medesimo mese colle consuete magnifiche formalità coronato. Avea l'Augusto Rodolfo tenuta in addietro la corte imperiale in Praga. Mattias la trasferì a Vienna d'Austria. Colto parimente da improvviso accidente Leonardo Donato doge di Venezia, diede fine al suo vivere nel dì 16 di luglio, a cui poscia succedette in quella dignità nel dì 27 d'esso mese Marcantonio Memo, vecchio di gran prudenza, che già avea compiuto l'anno settantesimo sesto di sua età. Inoltre cessò di vivere nel dì 18 di febbraio Vincenzo Gonzaga duca di Mantova, principe che non iscarseggiava di mente, ma che spezialmente fu portato dal suo naturale alla giovialità e all'allegria: gran giocatore, grande scialaquator del danaro, sempre involto fra il lusso e gli amori, sempre in lieti passatempi [936] o di feste, o di balli, o di musiche, o di commedie. Restarono di lui tre figli maschi, cioè Francesco primogenito, che succedette a lui nel ducato, Ferdinando creato cardinale da Paolo V nel 1606, e Vincenzo, che medesimamente nel 1615 ottenne la sacra porpora. Ma che? Dopo alquanti mesi, cioè nel dì 21 oppure 22 di dicembre anche il novello duca Francesco in età di circa ventisette anni compì il corso di sua vita, e sul principio dello stesso mese morì ancora un unico suo figlio per nome Lodovico, di modo che non restò di sua prole se non Maria, per la quale insorsero poi gravissime liti, siccome diremo. Il perchè Ferdinando cardinale, soggiornante allora in Roma, volò tosto a Mantova a prendere le redini del governo, con animo di deporre il cardinalato, siccome poscia avvenne.

Una scena molto tragica toccò in quest'anno alla città di Parma. Ranuccio Farnese, duca di essa città e di Piacenza, era signor d'alti spiriti, gran politico, ma di cupi pensieri, e di un naturale malinconico, che macinava continuamente sospetti, per li quali inquietato egli neppur lasciava la quiete ad altrui. Ne' suoi sudditi mirava egli tanti nemici, ricordevole sempre di quanto era accaduto al suo bisavolo Pier Luigi; e però studiava l'arte di farsi piuttosto temere che amare, severo sempre ne' gastighi, difficile alle grazie. Era egli ben rimeritato da' sudditi suoi, perchè al timore da lui voluto aggiugnevano anche l'odio; e venne appunto nell'anno presente a scoprirsi una congiura tramata contra di lui fin dall'anno precedente. In essa erano principali autori il marchese Gian-Francesco San-Vitali, la contessa di Sala, il conte Orazio Simonetta suo marito, il conte Pio Torelli, il conte Alfonso e il marchese Girolamo amendue San-Vitali, il conte Girolamo da Correggio e il conte Giambatista Mazzi ed altri. Dicevansi ancora complici di sì fatta cospirazione il marchese Giulio Cesare Malaspina [937] capitan delle guardie del duca di Mantova, il marchese di Liciana Ferdinando Malaspina, il conte Teodoro Scotti di Piacenza, il conte Alberto Canossa di Reggio. Carcerati quasi tutti i primarii capi di questa ribellione, e formato il processo, per cui dicono che si provasse il lor disegno di assassinare e spiantar tutta la casa Farnese, nel dì 19 di maggio le loro teste furono recise, ed impiccati per la gola alcuni lor famigliari. Tutti i lor nobili feudi rimasero preda del fisco, e ne seguirono poi varii sconcerti, perchè gli amici de' nobili suddetti, pieni di sdegno, fecero delle incursioni nel Parmigiano, mettendo a fuoco diversi luoghi. Inoltre il novello duca di Mantova Francesco gran querela fece, per avere il Farnese non solamente mischiato in un pubblico monitorio il suo capitan delle guardie, che si protestava affatto innocente, ma anche tacitamente fatto credere che il duca Vincenzo suo padre fosse stato il principal promotore di quella cospirazione. E vi mancò poco che non si venisse a guerra aperta per questo: il che sarebbe succeduto, se i re di Francia e Spagna e il duca di Savoia non fossero entrati in sì fatta querela, e non avessero con buone maniere spento il nascente incendio, essendo restate indecise le ragioni dell'una e dell'altra parte. Quantunque sia da credere che la verità e la giustizia onninamente regolassero il processo suddetto, pure per cagion d'esso scapitò non poco il nome del duca Ranuccio, per aver tanto declamato e sparlato di lui i suoi malevoli (e questi non sono cessati giammai), spacciando come inventati que' delitti affine di assorbire la roba di que' nobili il cui valore ascese ad un gran valsente, e per liberarsi con tanta crudeltà da persone che gli davano della soggezione. Anzi sparsero voce che esso duca, all'udire che anche nelle corti non si era assai persuaso del reato di que' nobili, avesse spedito al gran duca Cosimo un ambasciatore con copia del processo, affinchè comparisse la rettitudine del suo operato: e che da [938] lì a qualche tempo fosse rispedito l'ambasciatore con ringraziamenti al Farnese, e con un altro processo sigillato, dal quale aperto apparve con testimoni esaminati come lo stesso ambasciatore in Livorno avea ucciso un uomo: cosa da lui non mai sognata, nonchè eseguita.


   
Anno di Cristo MDCXIII. Indizione XI.
Paolo V papa 9.
Mattias imperadore 2.

Intorbidossi in quest'anno la pace d'Italia per le dissensioni insorte fra i duchi di Savoia e di Mantova, delle quali spezialmente incomincia a trattare in questi tempi Pietro Giovanni Capriata, oltre a Vittorio Siri, al Guichenone ed altri storici. Non restò, siccome di sopra accennammo, del defunto Francesco duca di Mantova se non una picciola figlia per nome Maria, di cui prese tutela il cardinal Ferdinando Gonzaga. Apparenze vi erano, che la duchessa Margherita figlia di Carlo Emmanuele duca di Savoia, e vedova d'esso duca Francesco, fosse gravida: il che teneva in sospeso la determinazione del cardinal Ferdinando intorno al deporre la porpora, volendo egli prima vedere, se per avventura ne nascesse un maschio. Intanto il duca di Savoia, principe che in sagacità di mente, in isperienza di affari, tanto di gabinetto che di guerra, non avea pari, e a cui parea sempre troppo ristretto il patrimonio di tanti Stati ch'egli godea di qua e di là dai monti, giudicò questa essere occasion favorevole per islargar que' confini. Cominciò dunque a pretendere che la vedova duchessa Margherita sua figlia tornasse a Torino, e seco conducesse la figlia Maria. Pretese inoltre che ad essa Maria sua nipote, siccome erede unica di Francesco duca di Mantova suo padre, dovesse appartenere il Monferrato, per esser quello un feudo, in cui succedono le femmine, e che appunto era passato per via di femmine nella casa Paleologa, e poscia nella Gonzaga. Ito a Mantova il [939] principe di Piemonte Vittorio Amedeo, entrò in negoziati col cardinale, il quale cominciò a barcheggiare, ricusando soprattutto di lasciar partire la cognata e la nipote; la prima, perchè gli fu proposto di sposarla, e faceva il papa difficoltà a concedere la dispensa; l'altra, perchè sosteneva di esserne a lui dovuta la tutela; ed infatti ottenne dal tribunal cesareo l'approvazione di questo suo diritto. Per conto poi del Monferrato, pretendeva egli escluse le femmine da quel feudo, qualora esistevano agnati, cioè maschi della famiglia; ed allora esisteva esso cardinale con Vincenzo, amendue fratelli dell'estinto duca Francesco, chiamati alla successione d'esso Monferrato. Svanita poi l'apparenza della gravidanza della duchessa Margherita, acconsentì il cardinale che essa ne andasse, ma con ritener presso di sè sotto buona guardia la figlia. In tali discordie s'interpose don Francesco Mendozza, marchese dell'Inojosa e governator di Milano; e perchè insisteva il duca di voler la nipote, fu progettato di metterla colla madre in deposito presso don Cesare duca di Modena, per essere l'infanta Isabella nuora d'esso don Cesare, sorella della medesima duchessa Margherita. Sulle prime accettò il cardinale questo partito, e l'avrebbe forse eseguito, se non si fosse trovata ripugnanza nel duca di Modena ad entrare in sì fatto impegno, temendo egli di disgustare in fine alcuno de' pretendenti. Tanto nondimeno operò il governator di Milano, che l'indusse a condiscendere; ma il cardinale diede indietro, nè volle più consegnar la picciola principessa.

Allora fu che il duca di Savoia sdegnato risvegliò le antiche pretensioni della sua casa sopra il Monferrato, intorno alle quali, siccome già vedemmo, non avea voluto decidere l'imperador Carlo V; e si venne ad una battaglia di penne, che sarebbe terminata in tuoni e lampi che non fanno paura. Ma il duca di Savoia determinò di accoppiarvi anche i fulmini preparandosi a far guerra di fatto. Già [940] avea delle truppe veterane in piedi, e cominciò ad arrolarne molte di più, sperando di conquistare agevolmente il bel paese del Monferrato, dove, a riserva di Casale e della sua fortezza, pochi altri luoghi poteano far lunga resistenza. Era il cardinal Ferdinando, che già aveva assunto il titolo di duca, personaggio di poca disinvoltura, e piuttosto spensierato che altro ne' grandi affari. Trovavasi senza milizie, e neppur pensava daddovero a raunarne, e a premunire i luoghi forti del Monferrato. Tuttavia lo spinsero i suoi ministri a ricorrere per patrocinio ed aiuto ai re di Francia e di Spagna, e a tutti i potentati d'Italia. Fu creduto, che la Spagna fosse impegnata pel duca di Savoia; ma i fatti non corrisposero poscia a questa voce. Il papa, che, per attestato del Siri, facea sue delizie il riposo, per sua natural timidità alienissimo dai rumori, ma che, secondo il parere dei più saggi, si ricordava d'essere padre comune, non si volle mischiare se non con amichevoli uffizii in questi imbrogli. I soli Veneziani e il gran duca Cosimo in Italia si dichiararono favorevoli al Gonzaga, affinchè gli Spagnuoli non si servissero di questa occorrenza per islargare le ali. Anche il re di Francia, ossia la regina reggente, commossa spezialmente dalla parentela coi Gonzaghi, prese la loro protezione, e fece fare intimazioni e minaccie al duca di Savoia. Ma il duca, principe di grande animo, nulla sbigottito per questo, nel dì 20, o 22 di aprile col principe di Piemonte e col principe Tommaso suoi figli mosse le armi sue contro il Monferrato. In poco tempo s'impadronì di Trino, e nel dì 25 la città d'Alba dal conte Guido di San Giorgio fu non solamente presa, ma anche saccheggiata, e il vescovo stesso maltrattato e fatto prigione. Così Diano e la terra di Moncalvo ed altri luoghi (fuorchè Casale, Pontestura, la rocca di esso Moncalvo, e Nizza della Paglia) vennero in potere del duca.

Per tali novità i Veneziani somministrarono [941] danaro al cardinale duca, acciocchè facesse una leva di tre mila Tedeschi. Egli ne ordinò un'altra di tre mila Svizzeri, e di assai più Italiani. Il gran duca destinò d'inviargli altro maggior soccorso. Trovossi dipoi che neppure il re di Spagna proteggeva il duca di Savoia, anzi l'Inoiosa governator di Milano, oltre all'aver passati premurosi uffizii per fargli deporre l'armi, e restituire i luoghi presi, o almeno depositarli in mano del papa o di altro potentato, uscì in campagna, e fece ritirare l'armata piemontese dall'assedio di Nizza della Paglia. Uscirono intanto manifesti per l'una e per l'altra parte. Il castello ossia rocca di Moncalvo si arrendè al duca, il quale non lasciava di sempre più tirare al suo soldo Borgognoni e Svizzeri, e continuava la guerra con varii successi, ch'io tralascio. Ma essendo accorso di Francia molto tempo prima Carlo Gonzaga duca di Nevers in soccorso del cardinale duca suo cugino, cominciarono a comparire in Italia molte schiere di Franzesi e dalla regina reggente di Francia si ammanniva anche un'armata per inviarla a' danni del duca di Savoia. Oltre a ciò, il gran duca di Toscana mise in viaggio alla volta di Mantova non già tredici mila fanti e cinquecento cavalli, come ha il Capriata, ma bensì quattro mila fanti e secento cavalli, come con buone memorie ho io scritto altrove. E quantunque il duca di Modena per le istanze del governator di Milano armasse i confini della Garfagnana, per impedire il passo a questa gente, pure, serrando gli occhi, lasciò loro libero il varco per altra parte. Mandò ancora l'Augusto Mattias il principe di Castiglione per intimare al duca di Savoia la restituzion delle terre occupate; e il governator di Milano, che volea la gloria di acconciar tutti questi rumori coll'autorità del re Cattolico suo sovrano, accrebbe non poco l'armata sua, acciocchè il duca si arrendesse. Ed egli infine si arrendè; e benchè nell'interno suo si rodesse per la rabbia, pure mostrò tutta [942] l'ilarità in condiscendere all'accordo per la riverenza da lui professata al papa, a Cesare e al re di Spagna, che così desideravano. Adunque nel dì 18 di giugno promise di consegnar le terre prese nel Monferrato ai ministri cesarei e spagnuoli, che poi le restituirono al duca di Mantova, restando poi da ventilare le controversie civili in amichevol giudizio. Poco poi mancò che non andasse in fascio la fatta concordia, perchè il cardinal Ferdinando mise fuori un terribil bando contra del conte Guido di San Giorgio, e pretese il risarcimento di tanti saccheggi, incendii e danni patiti dai suoi sudditi del Monferrato; e se non era la corte di Spagna che s'interponesse, e il facesse desistere da tali pretensioni, il duca di Savoia, che con tutte le istanze de' Franzesi e Spagnuoli mai non avea voluto disarmare, era in procinto di ricominciar la guerra. S'aggiunse la pretensione del governator di Milano di avere in sua mano la principessa Maria, sperandone un dì qualche vantaggio, se fosse mancata la linea Gonzaga regnante allora in Mantova: nel qual caso credeano spettante ad essa principessa il Monferrato. Ma il cardinale duca stette saldissimo in negarla, e dalla corte di Francia e dei Veneziani fu sostenuto in sì fatto impegno. E intanto il duca di Savoia restò anche egli sommamente amareggiato della prepotenza degli Spagnuoli.

Altra guerra, benchè di minore importanza, avvenne in quest'anno fra Cesare d'Este duca di Modena e la repubblica di Lucca. Durava il sangue grosso fra i Lucchesi e i popoli della Garfagnana, sudditi di Modena di là dall'Apennino, per cagion della passata guerra del 1602. Insorsero nel giugno fra particolari persone delle offese ai contini, e queste servirono di pretesto a quella repubblica per assalir di nuovo nel mese seguente con alcune migliaia d'armati la Garfagnana. Perchè non si aspettavano i Garfagnini una tale superchieria, facile fu ai Lucchesi d'impossessarsi delle terre di [943] Cascio, Monte Altissimo, Monte Rotondo e Marigliana. Occupato ancora Monte Perpoli, vi fabbricarono tosto un forte, e commisero saccheggi e violenze indicibili. Fecero quella resistenza che poterono i valorosi Garfagnini a sì impetuoso torrente, finchè il duca Cesare irritato da sì inquieti vicini, spedì colà il principe Alfonso suo primogenito col principe Luigi altro suo figlio, generale de' Veneziani, e con alquante migliaia di fanti e cavalli, comandati dal marchese Ippolito Bentivoglio suo generale, e ben provveduti di artiglierie e munizioni. Allora fu che cambiò aspetto la guerra, e i Lucchesi d'assalitori divennero assaliti con danno gravissimo delle lor terre. Si passano qui sotto silenzio varie azioni sanguinose succedute in quelle parti, per dir solamente che il Bentivoglio imprese l'assedio di Castiglione, terra e fortezza de' Lucchesi, che cominciò a provare il furor delle artiglierie, ma sostenuta con vigore da mille e ducento soldati che v'erano di presidio. Tentarono invano i Lucchesi di darle soccorso, e intanto sempre più continuarono gli approcci, e fu formata la breccia. Già si disponevano le milizie ducali a dare un generale assalto, quando colà sopraggiunse il conte Baldassare Biglia per parte del governator di Milano. Imperciocchè, veggendo i Lucchesi mal incamminati i loro affari, ricorsero alla solita áncora della protezion di Spagna, e mossero l'Inoiosa ad inviare esso Biglia a Modena per ismorzar quell'incendio. Perchè il duca stava saldo in pretendere il rifacimento dei danni inferiti dagli ingiusti aggressori, e le spese dell'armamento da lui fatto, nulla si conchiuse; laonde il Biglia, per timore che intanto Castiglione fosse preso, colà si portò, e con pretesti di far rendere quella fortezza, ottenuta licenza di entrarvi, allorchè vide pronti all'assalto i ducheschi, fece esporre le bandiere di Spagna sulle mura, e intimare agli assedianti ch'egli teneva quella piazza a nome del re Cattolico. Tale era in questi tempi la riverenza e [944] paura della potenza spagnuola, che cessarono le offese, con essersi poi stabilito che i Lucchesi, al paese dei quali anche dopo le interrotte offese di Castiglione fu recata una desolazione, fossero i primi a disarmare: dopo di che anche il duca richiamò in Lombardia le sue milizie. Ma dai politici fu biasimato non poco questo principe, per essersi lasciata levar di mano la vittoria al solo sventolare di un pezzo di tela, giudicando eglino che conveniva prendere la piazza, e poi col pegno in mano trattare d'aggiustamento. Ma forse con più ragione fu dovuta questa censura al suo generale, che dovea prevedere l'arte del Biglia e tirarsi il cappello sugli occhi.

Nè solamente dalle dissensioni dei principi patì in quest'anno l'Italia dei gravi travagli; ne risentì anche forse dei più perniciosi dalle battaglie dell'aria e del mare. Nel dì 11 di novembre si svegliò una sì atroce tempesta nel Mediterraneo che fu creduto non essersene mai provata una simile a memoria de' viventi d'allora. Porto non vi fu, cominciando dalla Provenza sino alle ultime parti del regno di Napoli, in cui non si affondassero quasi tutti i legni che ivi s'erano ricoverati, con danno infinito di mercatanti, e sommo terrore d'ognuno. In Genova spezialmente fu sì spaventoso lo eccidio di galee e navi, che quasi supera la credenza. Penetrò la spietata furia degli stessi venti nella Lombardia, dove rovinò tetti, abbattè case, sradicò alberi, e fece altri funestissimi e non mai veduti danni. Riuscì in quest'anno ad otto galee di Sicilia ben armate sotto il comando di Ottavio d'Aragona di sorprenderne dodici turchesche nel porto di Scio. Cinque di queste si sottrassero colla fuga, colle altre seguì un fiero combattimento, in cui prevalsero i cristiani, restando prese quelle sette galee con istrage di quegli infedeli, prigionia di cinquecento di essi, e liberazione di circa mille schiavi battezzati. Montò ben alto il bottino ivi fatto, perchè quelle galee portavano [945] a Costantinopoli tutti i tributi raccolti dalla Morea. Andarono in corso anche le galee del gran duca Cosimo nell'anno presente contro i Turchi nell'Asia Minore, e, prese molte terre, le misero a sacco.


   
Anno di Cristo MDCXIV. Indizione XII.
Paolo V papa 10.
Mattias imperadore 3.

Crebbero in quest'anno i dissapori fra Carlo Emmanuele duca di Savoia e il marchese d'Inoiosa governator di Milano. S'erano messi in possesso gli Spagnuoli di dar legge a tutta l'Italia. Il lor volere dovea essere la regola degli altri principi, e ne abbiam poco fa veduto un esempio nel duca Cesare. Credendosi eglino di trovar anche nel duca di Savoia un principe che tremasse al tuono delle lor bravate, gl'intimarono di disarmare, e venne ordine preciso da Spagna che, se egli non ubbidiva, il governatore entrasse coll'armi in Piemonte; ma s'ingannarono. Carlo Emmanuele a questa parola di ubbidire, sconvenevole troppo per chi non era sottoposto alla Spagna per alcun titolo di vassallaggio, se ne alterò non poco, e coraggiosamente lor rispose che avrebbe deposte l'armi, se il governatore nello stesso tempo avesse licenziate le sue truppe. Pubblicò ancora un ben sensato manifesto, esprimente le sue querele pel procedere ingiurioso ed imperioso degli Spagnuoli contra di lui. Oh allora fu che l'altura spagnuola si sentì toccare sul vivo, quasi che il duca volesse andare del pari col potentissimo loro monarca; e però l'Inoiosa nel dì 20 d'agosto si mosse da Milano con circa venti mila fanti e mille e secento cavalli, ed appressatosi ai confini del Piemonte, stette indarno aspettando se il terrore delle sue armi avesse maggior virtù che le minaccie in carta. Ma il duca intrepido nelle risoluzioni sue, animato ancora dai soccorsi, segretamente parte inviati, parte [946] promessi dalla Francia, più che mai si mostrò costante. Pertanto entrato lo Inoiosa nel dì 7 di settembre su quel di Vercelli, prese la Motta e Carenzana; e di più avrebbe fatto, se il duca, uscito anche egli in campagna con dieci mila combattenti, non avesse fatta una diversione, procedendo contro la sprovveduta città di Novara, di cui avrebbe anche potuto impadronirsi; ma gli bastò con tal movimento di far retrocedere lo esercito spagnuolo da' suoi Stati, siccome avvenne. Ciò fatto, tanto l'ambasciatore di Francia che il principe di Castiglione ministro dell'imperadore, e il nunzio apostolico, interposero i loro uffizii per la pace. Infatti nel dì 17 di novembre ne furono abbozzati col duca i capitoli. Ricusò il governator di Milano di sottoscriverli, e intanto il marchese di Santa Croce colle galee di Napoli e Sicilia occupò sulla riviera occidentale del mare Ligustico i marchesati di Oneglia e del Marro spettanti al duca. Passò anche l'Inoiosa all'assedio di Asti; ma perchè vi accorse con tutte le sue forze il duca, e si avvicinava il verno, tempo mal proprio per le prodezze militari, se ne ritirò; laonde, ormai conoscendo di aver che fare con chi non era figlio della paura, diede di nuovo orecchio alle proposizioni della pace. Nel giorno primo di dicembre fu conchiuso in Asti che il duca, per l'ossequio da lui professato alla corona di Spagna, sarebbe il primo a disarmare; che si renderebbe vicendevolmente ogni luogo preso; che le differenze fra le case di Savoia e di Mantova sarebbono rimesse in arbitri; e che il duca di Mantova renderebbe le gioie della duchessa Margherita, e in certi termini pagherebbe le di lei doti, e quelle ancora della duchessa Bianca di Monferrato. Contuttociò l'Inoiosa, siccome colui, a cui non pareva assai umiliato il duca, e risarcito il decoro della sua corte, perchè non vi era parola di sommessione e perdono richiesto da lui, ricusò di sottoscrivere quegli articoli, allegando di non [947] poter ciò fare senza l'assenso del re Cattolico. In gravissime smanie proruppe dipoi, perchè il principe Tommaso avea presa Candia del distretto di Novara, e perciò pubblicò un editto contro il duca che se ne rise. Con queste irresoluzioni terminò in quelle parti l'anno presente.

Parlammo di sopra degli Uscocchi, masnadieri abitanti in Segna, città di casa d'Austria, sui lidi dell'Adriatico. Erano essi tornati al delizioso lor mestiere della pirateria, e in questi tempi specialmente infestarono non meno le terre e i legni de' Veneziani, che quei degli stessi Turchi. Ed appunto in questo anno il gran signore spedì un ufficiale e minaccie a Venezia, quasi che la repubblica fosse complice, o almen serrasse gli occhi alle loro insolenze. Nel dì 8 di maggio dodici barche armate di essi masnadieri uscocchi incontratesi con altrettante d'Albanesi, vennero ad una sanguinosa battaglia, che costò loro ben cara. Per vendicarsene, tre giorni dopo colta nell'isola di Pago la galea veneziana di Cristoforo Veniero, la sorpresero crudelmente ammazzando quanti uffiziali e soldati vi trovarono, a riserva di esso Veniero. Per le doglianze fatte dai Veneti all'arciduca Ferdinando, furono spediti da Gratz commissarii, per mettere in dovere que' corsari; ma sprezzati, se ne tornarono indietro, quali erano venuti. Dopo di ciò essi Uscocchi assalirono varii luoghi non men della repubblica veneta che de' Turchi, e ne menarono gran bottino non solo di robe e di animali, ma anche di donne e fanciulli. Migliore ripiego non seppero allora trovare i Veneziani, che di proibire ogni navigazione e commercio con quelle vicinanze. Mandò bensì l'arciduca un commessario a Segna, che fece bandi e giustizia contro quella perfida gente. Ma appena fu partito il ministro di là, ben arricchito colle prede fatte da essi Uscocchi, che quella mala gente tornò al solito suo mestiere: il che obbligò i Veneziani a spedire il capitano del golfo [948] contra de' loro nidi, per rendere ad essi la pariglia: ordine che fu ben eseguito col saccheggio di alquanti luoghi. Ebbe nell'anno presente il pontefice Paolo V una molesta briga colla corte di Francia, per avere quel parlamento fatto bruciare il libro del padre Suarez intitolato: Defensio Fidei, perchè vi s'insegnava la dottrina che sia lecito l'uccidere i re tiranni e miscredenti. Tale era il decreto del parlamento suddetto, che parea lesa l'autorità pontifizia. Di gravi querele perciò furono fatte a Parigi dal nunzio del papa; e finalmente si trovò temperamento, che il re scrisse un'ossequiosa lettera al pontefice con proteste che niuno intendeva di derogare ai diritti della santa Sede, con persuasione nondimeno che anche la Santità sua condannerebbe come cattiva e perniciosa la prefata dottrina.


   
Anno di Cristo MDCXV. Indizione XIII.
Paolo V papa 11.
Mattias imperadore 4.

Non si sapea dar pace il marchese dell'Inoiosa, perchè il duca di Savoia non avesse finora imparato a chinare il capo, parendo che la di lui resistenza e costanza nei suoi impegni tornasse in discredito della potenza ed estimazione della corte di Spagna. Fece quanti mali uffizii potè ad essa corte; e perciocchè furono intercette lettere dal re Cattolico al medesimo governator di Milano, date nel dì 2 e 20 di gennaio dell'anno presente, si vide venuto ordine da Madrid di continuar la guerra contra del duca. Queste lettere pubblicate servirono del pari a scoprire le intenzioni degli Spagnuoli, contrarie alle proteste di voler la pace, e a giustificare la necessità del duca per la propria difesa. Sul fine di marzo uscì il governatore in campagna con più di venti mila tra fanti e cavalli (altri dicono molto più), e andò ad impadronirsi di Ricoveran nelle Langhe. Ancorchè il duca non avesse che circa [949] quindici mila combattenti (Vittorio Siri non li fa più di dieci mila), pure anche egli animosamente si portò all'assedio di Bestagno. Seguirono varie azioni calde, con danno per lo più degli Spagnuoli, finchè il duca, conoscendosi soperchiato dal numero de' nemici, si ritirò con buon ordine. Fu allora la città d'Asti minacciata d'assedio, e andò in fatti l'Inoiosa ad accamparsi in quelle parti. Perchè senza prendere il picciolo castello di Castiglione, non poteva avvicinarsi ad Asti, dopo aver battuta una brigata di Savoiardi, con pochi colpi di cannone obbligò i difensori di Castiglione a renderlo con buoni patti. Ciò fatto, il duca, per aver inteso che da Napoli, Firenze ed Urbino venivano altri rinforzi all'armata nemica, e che il governatore avea occupato San Damiano, si ritirò sotto Asti, e a vista di lui andò ancora nelle vicine colline a postarsi il governatore. Uscì un giorno il duca addosso ai Napoletani con tal vigore, che ne fece strage di trecento. A questo rumore tutto il campo spagnuolo fu in armi, e si spinse contro il duca. Non tennero saldo i suoi Svizzeri, e toccò alla cavalleria di sostener tutto il peso della battaglia. La notte separò il combattimento, nel quale tanto il duca che il principe Tommaso suo figlio si segnalarono, avendo avuto il primo uccisi due cavalli sotto di lui, ed uno il figlio. Restò il campo agli Spagnuoli, ma colla perdita di mille persone, e di ottanta rimaste prigioniere. Dalla parte del duca tra morti e prigionieri se ne contarono non più di cento. Scrivono altri, che, quantunque poco sangue si spargesse, pure non poco coraggio mostrarono le milizie del duca.

Allora si diede certamente principio all'assedio d'Asti, dove pretendono alcuni che il governatore avesse più di trenta mila combattenti. Seguirono poi varii fatti d'arme, e cominciò per le fatiche, per li cattivi alimenti e pel fetore degli uccisi a provarsi nelle milizie dell'Inoiosa una micidiale epidemia. Questo [950] fiero salasso, e più l'interposizione del nunzio del papa, del marchese di Rambugliet ministro di Francia, che si servì di minaccie in tal congiuntura, e degli ambasciatori d'Inghilterra e Venezia, indussero, tanto il duca che il governator di Milano, a gustar le proposizioni di un accomodamento. Nel dì 21 di giugno fu conchiuso, e poi nel dì 22 sottoscritto il trattato, per cui restò accordato agli Spagnuoli il sì desiderato puntiglio che il duca fosse il primo a dar principio al disarmamento, con far uscire d'Asti mille uomini di quella guarnigione; dopo di che l'Inoiosa ritirò di là le sue truppe. Furono rimesse al giudizio dell'imperatore le differenze delle case di Savoia e di Mantova; rimessi in grazia del duca di Mantova quei che aveano prese l'armi contra di lui; e dichiarato che, in caso di contravvenzione dalla parte degli Spagnuoli, il maresciallo Lesdisguieres colle soldatesche del Delfinato fosse tenuto a dar soccorso al duca. Disapprovò poi la corte di Madrid la condotta del marchese d'Inoiosa, e richiamatolo in Ispagna al rendimento dei conti, spedì al governo di Milano don Pietro di Toledo marchese di Villafranca, il quale non tardò a far comparire la sua ripugnanza all'esecuzion del trattato d'Asti, tanto col negar la restituzione d'Oneglia e di Marro, quanto coll'andar facendo nuove leve di gente invece di cassar le vecchie. Proponeva egli intanto al duca dei grandi vantaggi, qualora questi avesse fatto qualche atto di sommessione al re Cattolico, e si fosse gittato nelle sue braccia. Tale in questi tempi era la politica spagnuola. Nè pure il duca di Mantova Ferdinando, imboccato da essi Spagnuoli, volle sottoscrivere la suddetta pace, e fece vendere i beni del conte Guido di San Giorgio, valoroso signor Monferrino, che contra di lui avea prese l'armi. Così passò l'anno presente, con restar fra le parti una calma di apparenza e una vera segreta burrasca, ma insieme con aumentarsi il plauso al duca Carlo Emmanuele, per [951] non aver egli mai consentito ad atto alcuno di umiliazione vergognosa e pregiudiciale ai diritti della sua sovranità, e per essersi fatto conoscere maestro di guerra, sostenendo con forze tanto inferiori lo sforzo de' suoi avversarii: plauso nondimeno che gli costò ben caro per la desolazion de' suoi sudditi e del suo erario, senza avere acquistato un palmo di terreno.

Svegliossi un altro incendio di guerra nell'anno presente fra la repubblica di Venezia e l'augusta casa d'Austria, ossia coll'arciduca Ferdinando. Per quante querele avessero fatto i Veneziani con esso arciduca per le insolenze degli Uscocchi, esercitate spezialmente nel precedente anno, e fatte calde istanze, affinchè quei masnadieri fossero allontanati da Segna e dal mare, niun buon effetto se n'era potuto vedere. Però, perduta la pazienza, tanto per mare che per terra prepararono essi Veneti maniere più efficaci per ottener colla forza quella giustizia che non potevano conseguir colla ragione. Mandarono essi alquante galee a bloccar Trieste e Fiume, e per terra genti che distrussero le saline fabbricate dai Triestini contro i patti. Ma queste genti nel ritirarsi assalite da Benvenuto Petazzi e dal capitano Daniele Francuol con assai schiere di armati austriaci, rimasero sbaragliate e trucidate in buona parte. Spedirono poscia i Veneziani nel Friuli un esercito di otto mila fanti e di due mila cavalli, che, passati nel territorio degli Austriaci, presero più di sessanta villaggi, e andarono finalmente a mettere l'assedio a Gradisca, fortezza di molta importanza sopra il fiume Lisonzo, dove era un presidio di valorosi difensori. Ma volendo essi Veneti far leva di gente in Italia, trovarono difficoltà dappertutto. Il papa spezialmente per le passate differenze disgustato di essi, non permise ne' suoi Stati che si arrolasse alcuno. Molto meno Cesare duca di Modena, perchè la guerra si faceva contro l'imperador suo sovrano; [952] e perchè richiamato il principe Luigi d'Este suo secondogenito dal servigio di essi Veneti, della cavalleria de' quali era generale, non volle ubbidire, il padre arrivò capitalmente a bandirlo, ma con pensiero di assolverlo, subito che si potea, da tale disubbidienza. Così fecero gli altri principi italiani; e perciò si rivolse la repubblica a cavare dall'Albania, Dalmazia ed altri luoghi di oltramare quanta copia d'armati potè. La gente inviata sotto Gradisca era in gran parte collettizia ed inesperta nel mestier della guerra; i difensori all'incontro avvezzi alle armi e feroci; sicchè tra le vigorose sortite di essi, e gli assalti infelicemente dati dai Veneti, convenne ritirarsi dall'assedio. E tanto più, perchè il nunzio del papa, il gran duca di Toscana e il duca di Mantova s'interposero per trattar di pace: al che si adoperava anche il governator di Milano, tutto che gli fosse venuto ordine di Spagna di dare assistenza agli Austriaci contra de' Veneziani. Entrò poscia la mortalità nel campo veneto, per cui restò notabilmente sminuito; contuttociò riuscì al provveditor Foscarini e all'Erizzo altro provveditore d'impadronirsi di Chiavaretto, Luciniso, Fara e d'altri luoghi. Poco poi stettero ad ingrossarsi gli Austriaci, che non solamente ripulsarono i Veneti, ma misero anche a ferro e fuoco un gran tratto del loro paese, con declinare ogni dì più la fortuna dell'armi venete. Mancò di vita in questi tempi Marcantonio Memo doge di Venezia, e nel novembre fu a lui sostituito Giovanni Bembo, personaggio di gran merito in età di ottant'anni.


   
Anno di Cristo MDCXVI. Indizione XIV.
Paolo V papa 12.
Mattias imperadore 5.

Non sapeano darsi pace i ministri di Spagna, e massimamente il Toledo governator di Milano, che il duca di Savoia Carlo Emmanuele andasse tuttavia colla testa sì alta, non avendo egli, per quante [953] insinuazioni gli fossero state fatte da amici e nemici, voluto mai indursi ad umiliazioni improprie al suo grado, ma esatte da chi metteva in confronto di questo principe la troppo eccedente grandezza dei monarchi di Spagna. Faceva istanze il duca che il governatore eseguisse la pace d'Asti, e, all'incontro, il governatore richiedeva che il duca disarmasse: al che questi ripugnava per sospetto di rimanere esposto alle vendette spagnuole. Pertanto lungamente s'andarono barattando parole, progetti e ripieghi; e quando qualche proposizione piaceva all'uno, incontrava tosto la disgrazia di dispiacere all'altro. Fu inviato dal pontefice Paolo a Milano e in Piemonte con titolo di nunzio straordinario Alessandro Lodovisio arcivescovo di Bologna, che fu poi fatto cardinale nel dì 19 di settembre del presente anno; e giunse ad essere papa, siccome diremo, col nome di Gregorio XV. Non lasciò indietro diligenza veruna questo prelato per effettuar la mente pia del pontefice; ma vi perdè anch'egli l'olio e la fatica. Andavano perciò crescendo le diffidenze e le disposizioni a nuova rottura, quando il duca per qualche lettera intercetta, o per altra via, venne a scoprire una trama ordita dal duca di Nemours, ramo della casa di Savoia, trapiantato in Francia, ma nemico d'essa, che adunati in essa Francia tre o quattro mila soldati, e passando d'intelligenza col governator di Milano, meditava di sorprendere la Savoia, e di unirsi poscia cogli Spagnuoli. Fu molto sollecito il duca a far prendere dal principe Vittorio Amedeo suo primogenito i passi di Aunicy e Rumigli; con che fece abortire tutti i disegni del suddetto duca di Nemours, contra di cui si dichiararono ancora molti principi della Francia. Veggendosi egli adunque alla vigilia di una nuova guerra, ordinò che si fortificasse Asti e Vercelli, e che si fabbricasse un ponte sul Po a Crescentino, e un altro alla Sesia, quasichè egli meditasse di voler essere il primo alle [954] ostilità. Sul principio di settembre mosse il governator di Milano l'armata sua consistente in venti mila fanti e tre mila cavalli, e gittò anch'egli un ponte sulla Sesia. Ma eccoti comparire in campo anche il duca di Savoia con otto mila fanti la maggior parte Franzesi, ed altrettanti e forse più fra Savoiardi, Piemontesi, Svizzeri e Vallesi. In essa armata si contavano quasi due mila cavalli, ch'erano il maggior suo nerbo, e valevano assai più dei tre mila di Milano. Divolgava dappertutto il duca di avere venticinque mila fanti e due mila cinquecento cavalli, per accrescere la riputazion delle sue forze; e fu egli il primo a spignere in Monferrato le sue genti, con occupar Villanova, Murano ed altri luoghi. Tentò anche di rompere il ponte degli Spagnuoli sulla Sesia: il che non gli riuscì.

Nel dì 14 di settembre passò l'esercito ispano la Sesia, ed incamminossi verso la Motta e Villanuova, dove s'era trincierato il duca, con disegno di dar battaglia. Ma fu prevenuto dal duca, il quale con una imboscata all'improvviso si scagliò contro la vanguardia spagnuola al passaggio di un fosso, e cominciò a menar le mani. Duro fu il conflitto; ma accorso tutto il campo del governatore, il duca fu astretto a ritirarsi colla peggio, avendo perduto più di quattrocento fanti e di sessanta cavalli, oltre ai feriti. Pareano indirizzate le mire del Toledo sopra Crescentino; il duca, ancorchè il passaggio gli fosse quasi precluso, pure arditamente portatosi colà, fece passar la voglia ai nemici di tentar quella terra. Seguirono poscia altre fazioni, avendo il duca occupati varii luoghi nel Monferrato, e all'incontro il governatore di Milano Santià e San Germano; per la quale ultima piazza, troppo vilmente renduta, fu d'ordine del duca tagliato il capo a chi ne avea il governo. Intanto l'autunno cominciava colle pioggie a difficoltar il campeggiare; e perciocchè il governatore desiderava pure di segnalarsi con qualche fatto, accadde che il duca mosse [955] l'armata sua per andare a postarsi alla Badia di Lucedio: laonde fu spedita parte della cavalleria spagnuola con fanti in groppa ad assalire la di lui retroguardia. A poco a poco si andarono impegnando le parti ad un fiero conflitto, sostenuto valorosamente dai ducheschi, finchè sopraggiunsero le schiere tedesche, le quali per fianco assalirono con tal vigore i reggimenti franzesi del duca, che li misero in fuga; nè con tutte le esortazioni e preghiere di esso duca si poterono ritenere i fuggitivi. Andò dunque in rotta e si disperse l'esercito duchesco, con lieve strage nondimeno, essendo restati sul campo poco più di quattrocento uomini, circa mille feriti e ducento prigionieri, colla perdita di undici insegne di fanteria e tre di cavalleria: laddove dalla parte degli Spagnuoli solamente vi perirono cento soldati, ed altrettanti furono i feriti. Dopo di che l'armi del governatore occuparono varii luoghi e spezialmente Gattinara, di modo che venne Vercelli a restar come bloccato. Intanto dalla parte del mare il signor di Broglio avea mossa guerra a Nizza; in Savoia tuttavia si vivea con sospetti del duca di Nemours; molti Franzesi dell'armata duchesca chiedevano congedo, e quel che più afflisse il duca, fu l'essere stato imprigionato in Parigi il principe di Condè, principal suo sostegno e speranza nei presenti travagli.

Trovavasi perciò il duca Carlo Emmanuele sbattuto dalla fortuna da tutte le parti; e pure l'eroico suo animo giammai non s'invilì in tante disgrazie e pericoli. Ricorse allora all'accortezza sua, per guadagnar tempo, al cardinal Lodovisio e al signor di Bethunes ambasciatore di Francia, facendoli muovere di nuovo proposizioni di pace con don Pietro di Toledo, il quale volentieri vi prestò l'orecchio, parte perchè stanco dei disagi della guerra, e parte perchè tutto gonfio credeva di avere talmente abbassato il duca, che più non potesse alzare il capo. In questo mentre non solamente respirò Carlo Emmanuele, ma cominciarono anche [956] a prendere miglior piega gli affari suoi in Savoia e Nizza, per essere seguito un accordo col duca di Nemours. Oltre a ciò, il re di Francia gli promise di non abbandonarlo; e i Veneziani, coi quali egli avea fatta dianzi lega, gl'inviarono buone somme di denaro, e promesse di settantadue mila ducati il mese, durante la guerra, in guisa tale, ch'egli andò da lì innanzi inventando nuovi sotterfugi per non accordare giammai alcuna delle condizioni poco onorevoli per lui, proposte dal governatore. Parlò poscia con tuono più alto, dacchè intese che l'esercito spagnuolo notabilmente ogni dì più scemava per le malattie e per le diserzioni, stante il non correre le paghe. Si ridusse poi a tale il Toledo, che gli convenne ritirar le sue truppe dal Piemonte, con lasciar solamente ben presidiato San Germano, e con saccheggiare e incendiare Santià. Venuto intanto il duca a scoprire che il principe di Masserano era in trattato col governator di Milano di prendere presidio spagnuolo, sotto le feste di Natale gli spedì addosso il principe di Piemonte suo figlio con cinque mila fanti e mille cavalli, che forzò quella terra a rendersi. Tali furono nel presente anno gli avvenimenti del Piemonte.

Quanto alla guerra de' Veneziani cogli Austriaci, continuò questa senza fatti meritevoli, che io mi fermi a raccontarli. Solamente accennerò che ad essi Veneti riuscì nel dì 19 di marzo d'impossessarsi della fortezza di Mascheniza, e poi di Sorisa, nido d'Uscocchi. All'incontro, venne fatto agli Austriaci di occupar la Pontieba de' Veneziani, dove fecero buona preda. Ma non tardò il provveditor Foscarini col conte Francesco Martinengo a ricuperar quel luogo, e poscia ad occupar anche la Pontieba Austriaca, posta di là dal fiume, con tutte le mercatanzie e robe di molto valore che ivi si trovarono. Restò anche preso dai Veneziani Caporetto, luogo d'importanza, con istrage di alcune centinaia d'Austriaci, e ben fortificato dipoi. Don Giovanni [957] de Medici passò in questo anno al servigio dei Veneziani con titolo di governator generale. Nè si dee omettere che, andando in corso nell'anno presente la squadra delle galee di Napoli nel Mediterraneo, s'incontrò nella flotta de' Turchi, e venne furiosamente alle mani. Dicono che si contarono affondate sei galee di que' Barbari, e sedici altre danneggiate oltre modo dalle artiglierie de' cristiani, e che vi rimasero estinti più di due mila Musulmani. Probabilmente la fama avrà ingrandita questa vittoria, non sapendosi che i cristiani andassero a contare gli estinti dell'armata nemica. Parimente dalle galee del gran duca, correndo il mese di maggio, furono prese due turchesche, con guadagno di più di cento mila scudi, e liberazione di quattrocento trenta schiavi cristiani, in luogo dei quali furono posti al remo ducento quaranta Turchi. Medesimamente vennero in potere delle galee di Malta sette legni turcheschi colla morte o prigionia di cinquecento giannizzeri, che vi erano sopra.


   
Anno di Cristo MDCXVII. Indizione XV.
Paolo V papa 13.
Mattias imperadore 6.

Già vedemmo che nella pace d'Asti fra la Spagna e il duca di Savoia fu concordato che, in caso di inosservanza dalla parte degli Spagnuoli, il maresciallo di Lesdiguieres dovesse accorrere in aiuto del duca. Fece Carlo Emmanuele così chiaramente conoscere il mancamento degli Spagnuoli in questo particolare, che Lesdiguieres si credè obbligato come persona privata a mantener la parola. Per li recenti matrimonii regali passava allora fra le due corti di Parigi e di Madrid buona armonia, e però i ministri di Spagna gran rumore ed opposizion faceano alla risoluzione del maresciallo. Ma questi infine la vinse, sostenendo che l'onor suo, e più quel della corona vi era impegnato, per sostenere la pace fatta per ordine del re Cristianissimo. Arrivò [958] egli dunque a Torino nel dì 5 di gennaio dell'anno presente con sette mila pedoni e cinquecento cavalli: soccorso, che, come venuto dal cielo, fu accolto dal duca con gran giubilo, siccome il suo condottiere, con ogni dimostrazione di onore e d'affetto. Erasi ritirata la principessa di Masserano coi figli in Crevacuore, dove avea ammesso presidio spagnuolo. Il duca, senza perdere tempo, spedì colà con assai forze Vittorio Amedeo suo figlio principe di Piemonte, che, disposte le artiglierie, cominciò a bersagliare la piazza. Per soccorrerla inviò il Toledo un corpo di gente sotto il comando di don Sancio di Luna castellano di Milano, il quale, trovato ben trincierato il principe, altro far non potè che accamparsi in vicinanza di lui. Ma nel visitare i posti insorta una scaramuccia, restò egli ucciso, e Carlo di Sanguinetto, mastro di campo, con un terzo di Napoletani vi fu fatto prigione. Intanto la guernigione con capitolazione onesta rendè il castello. Passò dipoi il duca coi figli Vittorio e Tommaso, con Lesdiguieres e con tutte le sue forze nel Monferrato; impiegò ventiquattro pezzi di bombarde a battere la fortezza di San Damiano da quattro lati. Dentro vi era un debole presidio. Mentre un dì si dava un furioso assalto ad una parte, i difensori quasi tutti accorsi colà ne lasciarono esposta un'altra al tentativo della cavalleria franzese, la quale, messo piede a terra, si arrampicò sul muro. Presa fu la terra, e tutta messa a sacco, ed anche usata crudeltà contro le vite dei difensori. Vennero, d'ordine del duca, smantellate le mura, affine di restar libero da quello stecco sugli occhi, venendo il caso della restituzione. Nella città d'Alba poche munizioni, scarso presidio si trovava. Vi fu inviato dal duca il conte Guido di San Giorgio con sufficiente corpo di fanteria, cavalleria ed artiglieria a visitarla. Giacchè il governator di Milano si guardava dal mettere in pericolo i suoi, nè volle soccorrerla, dopo dodici giorni d'assedio, venne essa città [959] all'ubbidienza del duca, il quale s'impadronì anche di Montiglio, terra che infelicemente anch'essa andò a sacco.

In un bell'auge erano già gli affari del duca, quando pel tanto pontare della regina Maria madre del re Cristianissimo, ben affetta agli Spagnuoli e alla casa Gonzaga, Lesdiguieres, per timore di perdere il governo del Delfinato, se ne tornò di là dai monti con grave dispiacere del duca: sennonchè da lì a poco tempo risorsero le speranze sue per le mutazioni avvenute in Francia. Trovavasi pel favore della regina suddetta salito si alto il Concino Fiorentino, che occupava tutta la confidenza di lei e del giovinetto re Lodovico XIII, dipendente tuttavia dai voleri della madre. Era costui conosciuto solamente col nome di maresciallo d'Ancre, a cui l'invidia per l'eccedente sua fortuna avea tirato addosso l'odio di quasi tutti i principi, disgustati del governo della regina, sino a rivoltarsi contra del medesimo re. Ma finalmente avvertito esso monarca onde procedessero tanti torbidi e disordini, ordinò che l'Ancre fosse fatto prigione. Perchè egli volle difendersi (così fu dato a credere al re), una delle guardie l'uccise, e contro il cadavere di lui infierì dipoi la plebe parigina. Colla morte di costui tornò la quiete nel regno; i principi sollevati dimandarono perdono, ed ottennero grazia; e la regina madre fu mandata a Blois in riposo. Vittorio Siri, fra gl'Italiani, ed alcuni ancora degli scrittori franzesi, non han lasciato senza apologia la memoria dell'Ancre, confessandolo immeritevole d'un sì lagrimevol fine. Sperò allora il duca Carlo Emmanuele di essere meglio assistito. Ma intanto don Pietro di Toledo governator di Milano sì grossi rinforzi avea ricevuto dalla Fiandra e da don Pietro di Girona duca di Ossuna vicerè di Napoli, che fu creduto ascendere l'esercito suo adunato a venti mila fanti e cinque mila e cinquecento cavalli. Fu parere di un saggio sperimentato capitano che per cogliere nel vero si avesse ordinariamente a detrarre [960] quasi un terzo del decantato numero delle armate. Ora il Toledo con tante forze, senza neppure comunicar i suoi disegni al consiglio, all'improvviso, passata la metà di maggio, comparve sotto Vercelli; e fu sì inaspettato questo colpo, che quattro compagnie di cavalli, uscite di quella città per ispiar gli andamenti de' nemici, restarono tagliate fuori e disperse. Al primo avviso di queste novità fu sollecito il duca a spedire mille e cinquecento fanti ed alcune compagnie di cavalli, con degli ingegneri, che a man salva entrarono in Vercelli. Ma essendo già formati i trincieramenti, e dato principio all'espugnazione di quella città, volle il duca spignere colà cinquecento cavalli, cadauno con un sacchetto di polvere in groppa; e se n'ebbe ben a pentire. Perciocchè assaliti e respinti dalle milizie spagnuole, accidentalmente s'attaccò fuoco a quella polve, e con miserabil spettacolo, a riserva di cinquanta, gli altri morirono pel fuoco, o si annegarono nella vicina Sesia, o abbrustoliti rimasero prigionieri. Altri tentativi fece il duca per introdurre soccorsi, massimamente di polve da fuoco, in quella città, e male di tutti gli avvenne. Una memorabil difesa intanto faceva il presidio duchesco, e per quanti assalti dessero gli Spagnuoli, venivano sempre con gran mortalità respinti. Vi perirono fra gli altri il signor di Quen mastro di campo de' Valloni, don Alfonso Pimentello generale della cavalleria, don Luigi da Leva, Ottavio Gonzaga, il mastro di campo Cerbellone, il conte di Montecastello, don Garzia Gomez generale dell'artiglieria, ed altri uffiziali che io tralascio. Nulla dico delle lor soldatesche, le quali, tra per le ferite e per le malattie patirono un notabil deliquio. Essendo persistito quell'assedio dal dì 24 di maggio sino al dì 26 di luglio, fatta un'onorevole capitolazione, ne uscì la guernigion duchesca, e cedette il posto alla spagnuola. Le stanche milizie furono appresso mandate ai quartieri.

Intanto lentamente procedeva per [961] terra la guerra de' Veneziani contro gli Austriaci, quando una nuova ne fu loro suscitata per mare dal duca d'Ossuna vicerè di Napoli. Nemico egli dichiarato del nome veneto, ed insieme voglioso di dar braccio alla casa d'Austria, fece un bell'armamento di galeoni, o, vogliam dire, vascelli, e li inviò nell'Adriatico sotto il comando di Francesco Riviera Granatino, per fare una diversione alle armi venete. Immantinente ancora la repubblica unì diciotto galee sottili, due galeazze e sette galeoni, e spintele in mare, fece ritirare in fretta il Riviera a Brindisi. Fu allora che gli Uscocchi, animati dal movimento de' Napoletani, uscirono con assaissime barche in mare, e presero quanti legni mercantili ebbero la disavventura di cader sotto le loro unghie, giugnendo coloro a far prede fino sui lidi della città di Venezia. Ma più che mai ostinato il duca d'Ossuna in questa impresa, a forza di nuovi aggravii e gabelle radunato assai danaro, accrebbe sì fattamente la sua flotta, che giunse ad avere trentatrè galee e diecinove galeoni, tutti bene armati di soldatesca veterana, e inoltre di quattro altre migliaia di combattenti. Ne fu generale don Pietro di Leva, e voce correa che volessero procedere contro la stessa città di Venezia: voce al certo troppo boriosa, ma per cui i saggi Veneziani non lasciarono di far tosto le dovute provvisioni, con accrescere di fortificazioni e di guardie le bocche delle lagune, dando perciò l'armi a tutto il popolo. Passò il capitan generale, ossia provveditor veneto, Gian-Giacomo Zane a Liesina colla sua flotta, composta di quaranta galee sottili, quaranta barche lunghe, sei galeazze e quindici galeoni; ma quantunque più di venti mila persone si contassero in essa, pure appena tre mila ve ne erano di addottrinate nel mestier dell'armi. Arrivò colà anche l'armata dell'Ossuna; e quando ognun si aspettava un fiero combattimento, al quale si erano preparati gli Spagnuoli, il general veneto inaspettatamente [962] si ritirò nel porto, lasciando indietro una tartana che restò preda de' nemici. Dalla forza de' venti trasportato il Riviera verso la Dalmazia, s'incontrò in dieci galee e due barche grosse de' Veneziani due delle quali galee, chiamate maone, siccome ancora le barche, erano cariche di merci. Ebbero la fortuna di salvarsi sette di quelle galee; ma le due maone colle due barche ed una galea andarono precipitosamente ad afferrare il lido: con che fuggirono gli uomini in terra; ma i legni rimasero in poter degli Spagnuoli con tutte le merci e danaro, il valsente delle quali (forse non senza millanteria) si fece ascendere ad un milione di ducati. Presero essi dipoi diversi altri legni carichi di merci e di vettovaglie, perchè liberamente scorreano pel golfo, senza che il provveditor Zane si volesse affrontar con loro: perlochè fu dipoi processato, ma anche per buone ragioni assoluto in Venezia. Perchè in questi tempi si aprì un maneggio di pace alla corte di Madrid, il re Cattolico ordinò che si ritirasse dall'Adriatico la sua flotta. Ma giunti in soccorso della repubblica quattro mila e trecento Olandesi, guidati dal conte Giovanni di Nassau, allora i Veneziani varcarono il Lisonzo, e tentarono di passare sotto Gorizia. Dappertutto trovarono forti ostacoli, laonde vi perirono molti lor bravi uffiziali, e fra gli altri Orazio Baglione e Virginio Orsino di Lamentano. Anzi fu creduto che tra per il ferro e per le malattie trenta mila soldati veneti lasciassero ivi la vita; laddove degli Austriaci ne mancarono (per quel che ne fu detto) solamente quattro mila.

Trattavasi intanto alla gagliarda di pace nella corte di Madrid, essendo perciò giunte colà le procure tanto della repubblica veneta, che di Carlo Emmanuele duca di Savoia nella persona di Pietro Gritti ambasciator veneto, andando ben d'accordo d'interessi queste due potenze. Furono bensì stabiliti gli articoli dell'accomodamento; ma a ratificarli si trovarono [963] renitenti non meno i Veneziani, che il duca di Savoia e il duca di Mantova. I primi richiedevano la restituzione delle prede fatte dal duca d'Ossuna, e voleano garante della pace il re Cristianissimo. Il duca di Savoia, perchè pretendeva che la restituzion di Vercelli precedesse al disarmo. Quel di Mantova stava forte in richiedere il pagamento dei danni sofferti nel Monferrato, e troppa ripugnanza sentiva a perdonare al conte Guido di San Giorgio. Si giocò un pezzo colla più fina politica e con incredibili raggiri in questi trattati, e vi ebbero a perdere la tramontana e la pazienza i ministri del papa e del re di Francia, ansanti sempre di ridurre gli alterati animi alla concordia. Ma ecco sopraggiugnere in Piemonte verso il principio d'agosto il maresciallo di Lesdiguieres (benchè senza approvazione del re Cristianissimo, per quanto si fece poi credere), il conte d'Auvergne generale della cavalleria di Francia, il duca di Roano, i conti di Candale, Schombergh, ed altra fiorita nobiltà franzese, con buone brigate di fanteria e cavalleria; siccome ancora il marchese di Baden, e il principe d'Ainault con molti Tedeschi, e tre mila Bernesi, tutti in soccorso del duca di Savoia. Rinvigorito da queste forze il duca, uscì in campagna, e nel dì primo di settembre prese d'assalto la terra di Felizzano, dove circa mille e cinquecento Trentini rimasero, parte tagliati a pezzi, parte prigioni. Quindi s'impadronì di Quattordici, Refrancor, Ribaldone, Soleri, Corniento ed altri luoghi dell'Alessandrino; poscia di Annone e della rocca d'Arasso: per li quali progressi il Toledo governator di Milano, impotente a campeggiare, si trovava in non lieve imbroglio. Ma ne fu liberato dai monarchi di Francia e Spagna, che daddovero voleano la pace d'Italia. Però nel dì 6 di settembre questa fu conchiusa, con istabilire che il duca di Savoia restituisse tutto l'occupato nello Stato di Milano, e nel Monferrato, e disarmasse; ed altrettanto facesse ancora il governator [964] di Milano; essendo rimesse all'imperadore le pretensioni della casa di Savoia contro quella di Mantova. Per conto dei Veneziani, l'arciduca Ferdinando, già divenuto re, dovea restituire ogni luogo tolto ad essi, e slontanare gli Uscocchi da Segna e dalle vicinanze del mare; siccome ancora i Veneziani doveano restituire ogni luogo occupato agli Austriaci. Mostrossi dipoi adirato il senato veneto contra de' suoi ministri, che aveano acconsentito a' suddetti articoli; e il duca di Savoia per varie ragioni ricalcitrò. Ma convenne cedere al re Cristianissimo, che risentitamente nè comandò l'esecuzione, e fece anche arrestare in Lione per questo l'ambasciator Contarino. E perciocchè i Veneziani non s'erano mai voluti ritirare dall'assedio di Gradisca, e questa oramai agonizzava, il governator di Milano ostilmente entrò nei territorii di Bergamo e di Crema, e recò eccessivi danni a quegl'innocenti popoli. Da questa diversione risultò la salute di Gradisca.

Era tornata in Lombardia e nel Friuli la calma mercè della pace suddetta, ma non cessò per questo la burrasca nelle parti dell'Adriatico. Aveano i Ragusei dato ricetto e viveri all'armata navale del duca d'Ossuna; amareggiati perciò i Veneziani ordinarono alla loro armata navale di danneggiar le terre di quella repubblica. Essendo ricorsi quei di Ragusi all'Ossuna, spedì egli di nuovo il Riviera alla lor difesa con una squadra di galee e galeoni armati di tutto punto. Nel dì 10 di novembre furono a vista le due nemiche flotte. La veneta era di lunga mano superiore all'altra in numero di legni, ma non assai fornita di marinaresca, nè di combattenti. Nel dì seguente le artiglierie diedero principio in lontananza alla lor sinfonia. Ma non si venne mai all'abbordo; perciò, dopo aver la capitana spagnuola cagionato gran danno colle bombarde e colla moschetteria alle navi nemiche, talmente si sgomentarono le soldatesche venete, che, per quanto facesse [965] e dicesse il prode lor generale Veniero, non ne potè avere ubbidienza. Cresciuto poi il vento, si separarono le due armate; la veneta verso l'Albania e Schiavonia, con perdersi cinque delle sue galee sottili per la furia del mare, e la spagnuola a Manfredonia e Brindisi. Ebbero poscia il meritato gastigo gli uffiziali veneti che aveano mancato al loro dovere. Il Veniero fu premiato. Non tanto per isventare altri tentativi che potesse far l'Ossuna, quanto per risarcire il suo onore, il senato veneto immediatamente formò una maggiore armata navale di vascelli e di altri legni da guerra, sì bella e potente, che da gran tempo non se ne era veduta una somigliante, e vi imbarcò, oltre ad altre milizie, tre mila Olandesi. Corse questa flotta per tutto il golfo anche nell'anno seguente, senza trovare nemico alcuno, perchè l'Ossuna non si arrischiò da lì innanzi a fare il bravo per mare. Ma quella guerra ch'egli non potè più fare apertamente ai Veneziani, insidiosamente non cessò egli di continuarla contra di loro nel cuore della stessa Venezia, siccome diremo. Trovavasi in questi tempi l'imperador Mattias senza successione; neppure ne aveano i due suoi fratelli, cioè gli arciduchi Alberto e Massimiliano. Però l'arciduca Ferdinando Aglio del fu arciduca Carlo, pensando per tempo ai proprii interessi, e ad assicurare per sè la corona imperiale, dopo avere ottenuta dai suddetti due arciduchi una cessione, assistito dalla corte di Madrid, si diede a tempestare Mattias, perchè almeno gli cedesse il titolo di re di Boemia. Non sapeva indursi il buon imperadore a veder vivente il funerale della sua autorità. Tuttavia, prevalendo l'esempio di quello stesso che egli avea fatto, e molto più le premure del re Cattolico, aggiunto il timore che potesse uscir fuori dell'augusta casa di Austria lo scettro imperiale, si arrendè, ed adottò esso Ferdinando in figlio, con riserbare a sè l'amministrazione degli Stati. Fu dunque Ferdinando solennemente [966] coronato re di Boemia nel dì 29 di giugno. Erasi nei tempi addietro incapricciato Ferdinando Gonzaga duca di Mantova di Camilla Erdizina Casalasca, ed era giunto a sposarla. Se ne svaghì egli dipoi, secondo il costume di chi fa simili salti; e furono trovate ragioni per far dichiarare illegittimo e nullo quel matrimonio. Ciò fatto, cercò ed ottenne in moglie Caterina de Medici, sorella di Cosimo II gran duca di Toscana. Nel dì 16 di febbraio del presente anno si solennizzarono le loro nozze.


   
Anno di Cristo MDCXVIII. Indizione I.
Paolo V papa 14.
Mattias imperadore 7.

Era ben colle carte stata data la pace nell'anno precedente all'Italia, ma non per anche si mirava l'esecuzion della stessa pace. E ciò, perchè diffidando il duca di Savoia del Toledo, torbido governator di Milano, e degli Spagnuoli, non si sapea risolvere a disarmare, sempre temendo di essere beffato, e che restasse ineffettuata la restituzion di Vercelli. Nè i Veneziani dal canto loro si voleano quetare re, se nello stesso tempo non vedeano soddisfatto al pattuito in favore del duca lor collegato. Oltredichè, un fiero ondeggiamento tuttavia durava fra essi e il duca d'Ossuna, facendo questi continue istanze che la repubblica ritirasse dal golfo la sua armata navale, e licenziasse gli Olandesi; altrimenti minacciava con somma altura di rinnovar la guerra, al qual fine andava tutto dì accrescendo di nuovi legni la flotta sua. Perciò da ogni parte si rinforzavano i sospetti, nè appariva il fine di queste turbolenze. Ma perchè Filippo III re di Spagna sinceramente desiderava la quiete; e quando anche tale non fosse Stato il sentimento de' suoi ministri, la corte di Francia assolutamente la volea per suo decoro, dacchè il re Cristianissimo, oltre all'essere Stato il promotor d'essa pace, se ne era anche dichiarato garante: finalmente il duca Carlo Emmanuele, [967] assicurato da esso re della puntuale corrispondenza degli Spagnuoli, verso la metà di aprile disarmò, e rendè le piazze occupate. Dal canto suo ancora il governator di Milano restituì al duca le torre d'Oneglia, Marro e San Germano, ed alcuni altri luoghi. Ma per conto di Vercelli, la cui restituzione era il punto più importante degli altri, non sapeva egli trovar la via di rimetterne il duca in possesso, con isfoderare ogni dì nuove pretensioni e difficoltà. Si superarono ancor queste; laonde nel dì 15 di giugno tornò quella città all'ubbidienza dell'antico suo sovrano. E tal fine ebbe la presente guerra della Lombardia, per cui rimasero in vero sommamente afflitti ed esausti gli Stati e l'erario di esso duca, senza ch'egli avesse guadagnato un palmo di terreno. Si guadagnò nondimeno una singolar riputazione entro e fuori d'Italia, per essersi fatto conoscere sì coraggioso in guerra, e sì generoso conservatore della sua dignità, essendosi specialmente compiaciuti gl'Italiani di trovare in questo principe chi non si voleva lasciar soperchiare dalla prepotenza spagnuola, che in questi tempi volea dar legge a tutta l'Italia. Nella pace suddetta erano restati indietro gli affari del conte Guido di San Giorgio, essendo i suoi beni stati confiscati dal duca di Mantova nel Monferrato, senza che questo principe volesse mai intendere parola di perdono. Si fece tirar ben bene gli orecchi, ma forzato in fine fu a rimettere in sua grazia il conte, e alla restituzion de' suoi beni per li buoni e forti uffizii del re Cristianissimo. Protestava di molte obbligazioni il duca di Savoia ad esso re di Francia per l'appoggio datogli nelle passate traversie, e però sul fine di ottobre inviò a Parigi con superbo accompagnamento il cardinal Maurizio suo figlio per portare i suoi ringraziamenti a quel monarca, ed anche per trattare altri affari, dei quali si parlerà all'anno seguente.

Quanto alla repubblica veneta, intavolò essa dei congressi coi ministri [968] dell'imperadore Mattias e del re Ferdinando, per dare esecuzione ai trattati. E infatti si provvide alla quiete e sicurezza dello Adriatico e del commercio, con ritirar gli Uscocchi da Segna e dal litorale, e mandarli ad abitare a Carlistot, e ad altre frontiere de' Turchi; e il fuoco dato alle lor barche mise fine alle lor piraterie. Pure non tornò per questo la pace nel golfo a cagion del duca d'Ossuna vicerè di Napoli. Era questo signore di un genio sommamente stravagante e borioso; sempre meditava delle novità, nè prendeva consiglio se non dal suo capriccio. Il calpestare la nobiltà, il violare l'immunità delle chiese, l'imporre tutto dì gravezze ai Napoletani, e fino il rispettar poco gli stessi ordini della corte di Spagna, erano i frutti del suo bizzarro ingegno. Soprattutto ardeva egli di sdegno e d'odio contro la repubblica veneta, non sapendo sofferire che essa facesse la padrona dello Adriatico, altizzando perciò gli altri ministri della corona ai danni dei Veneti. Sapevasi ch'egli faceva fabbricar nuovi legni, e ne procacciava degli altri dalla Inghilterra, con far correre voce di volerla contro i Turchi; il che obbligò la repubblica ad aumentar le sue forze di mare. Si venne intanto a scoprire in Venezia una terribile congiura, di cui comunemente fu creduto autore il suddetto Ossuna, siccome personaggio capace di strani disegni. Trattavasi di dar fuoco all'arsenale e a varie parti della città, di pettardare e spogliare la zecca, e il tesoro di san Marco, di uccidere i principali senatori della repubblica, e di occupare i posti principali di Venezia. A questo fine si erano introdotti sotto varii pretesti in quella città molti Spagnuoli e Franzesi, comperati per sì orribil attentato, e regolati da chi se l'intendeva coll'ambasciatore di Spagna marchese di Belmar. Doveano comparir legni armati, i quali s'impadronissero dei porti e passi della laguna, con accorrere dipoi i vascelli grossi del regno di Napoli, ed accrescere la confusione nei luoghi marittimi del [969] Friuli, e spignere soldatesche entro la città di Venezia. Tali erano le voci e le relazioni che corsero allora di sì inumana impresa; e il Nani ed altri, e specialmente il signore di San Real, descrivono tutta l'orditura di questa macchina iniqua colle più minute circostanze, come se avessero avuto sotto gli occhi tutto il processo: il chè come sussista, non si può intendere, al sapere che i saggi Veneti tennero sotto rigoroso silenzio gli esami fatti in questa congiuntura, nè fecero minimo motto per incolpar l'Ossuna, ed ammisero in consiglio l'ambasciatore spagnuolo senza lor menoma doglianza o parola di sì orrido fatto. Però non sono mancati scrittori che han tenuta per finta tutta quella pretesa cospirazione, e intorno a ciò massimamente si può vedere quanto ne lasciò scritto Vittorio Siri nelle sue Memorie recondite; essendo sembrato ad essi che non potesse mai cadere in mente se non di persone affatto mentecatte il disegno di prendere Venezia, città di sì gran popolazione, e divisa da tanti canali, e con un'armata navale all'ordine più potente di quella dell'Ossuna; oltre alla pietà del re Cattolico Filippo III, il quale non è mai credibile che potesse consentire a sì nera e detestabil vendetta. In queste tenebre altro a me non resta da dire, se non una verità ben certa; cioè, che non so quanti Spagnuoli e Franzesi tanto in Venezia che nelle milizie della veneta repubblica furono presi, e parte impiccati, e parte buttati in canal Orfano; e che infinite dicerie si fecero di questo scuro fatto, il quale a me basta di aver semplicemente accennato. Tuttavia nella serie dei dogi di Venezia si va colle stampe ricordando l'orribile congiura ordita dal duca di Ossuna vicerè di Napoli, e dal Cueva ambasciatore di Spagna.

Venne a morte nel marzo dell'anno presente Giovanni Bembo doge di Venezia, e in luogo suo fu eletto Nicolò Donato, che non tenne se non trentatrè giorni, e forse meno, quella dignità, essendo mancato di vita nel dì 26 di aprile. [970] A lui succedette Antonio Priuli, che comandava allora all'armi della repubblica verso Veglia; e tornato a Venezia, con gran solennità fu ricevuto dalla nobiltà e dal popolo. Giunto era don Pietro di Toledo governatore di Milano, col tanto difficoltare la restituzione di Vercelli e l'esecuzione della pace d'Italia (sempre inventando nuove cabale per continuare il lucroso mestier della guerra) talmente ad infastidire la corte di Francia, che sdegnata del suo turbolento procedere, e pulsata anche dal duca di Savoia coi suoi uffizii presso il re Cattolico, il fece richiamare in Ispagna, liberando da un mal arnese la Lombardia. In luogo suo al governo di Milano fu destinato don Gomez Alvarez (o Suarez) duca di Feria, personaggio che sul principio si fece credere inclinato alla pace, perchè, appena giunto a quella città, licenziò le truppe superflue: con che veramente parve restituita la quiete all'Italia. Non lieve influsso ancora diedero ad effettuare, anzi ad assicurar la pace, stabilita dagli Austriaci colla repubblica di Venezia, i movimenti della Boemia insorti nell'anno presente. Imperciocchè gli eretici di quel regno, massimamente per istigazione di Arrigo conte della Torre, nel dì 23 di maggio mossero a ribellione quel regno, e gittarono giù dalle finestre del palazzo di Praga, alte quaranta braccia, i tre principali ministri cattolici dell'imperadore Mattias, i quali con istupore di ognuno e credenza di miracolo niun nocumento riportarono da sì alto salto. Quindi ebbe origine in quelle parti una aspra guerra, che lungamente tenne occupati esso Augusto, e Ferdinando già dichiarato re di Boemia, il quale nel luglio dell'anno presente fu anche coronato re d'Ungheria. Parimente nei Grigioni e nella Valtellina da essi dipendente insorsero fiere discordie civili a cagione specialmente della lega che i Veneziani si studiavano di confermare con quei popoli, dal che venne che mossa fu persecuzione dagli eretici contra i cattolici. [971] Nè si dee tacere un lagrimevol caso accaduto in essa Valtellina nel dì 14 di settembre. Sollevossi un gran turbine non meno nell'aria che nelle viscere della terra, per cui la terra di Pluvio, dove si contavano due parrocchiali e sei tra monisteri e spedali, da un vicino monte, che precipitò, rimase talmente oppressa, schiacciata e seppellita in un momento, che di essa non restò neppure un vestigio. Di tre mila e secento abitanti non si salvarono che quattro sole persone, portate lungi per l'aria dall'impetuoso turbine.


   
Anno di Cristo MDCXIX. Indizione II.
Paolo V papa 15.
Ferdinando II imperad. 1.

Fu questo l'ultimo anno della vita dell'imperadore Mattias, principe di buona volontà, amator della quiete, lasciando un vantaggioso nome presso i cattolici. Discordano gli scrittori nel dì della sua morte; ma i più assennati la danno accaduta nel dì 20 di marzo. Negli Stati patrimoniali di casa di Austria e nei regni d'Ungheria e Boemia a lui succedette Ferdinando II suo cugino, principe a cui si era già preparata un'ampia scuola da esercitare il coraggio in mezzo ai disastri, a ragion della ribellione già formata dai Boemi, che si trasse dietro la sollevazione ancora dei protestanti della Slesia, Moravia, Ungheria e della Austria superiore. Andò sì innanzi l'ardire de' suoi nemici, che fu in pericolo la stessa città di Vienna. In soccorso suo Cosimo II gran duca di Toscana suo cognato gl'inviò alcune compagnie di corazze, le quali, falsificate le insegne, e passando per mezzo alle schiere dei ribelli Boemi, felicemente pervennero in essa città, in tempo che Ferdinando si trovava nelle sue maggiori angustie; laonde mirabilmente servì questo aiuto per liberarlo dall'insolente violenza di chi voleva ridurlo ad una vergognosa convenzione. Ardevano di voglia i protestanti, [972] ed alcuni ancora dei principi cattolici, di trasportar l'imperio fuori dell'augusta casa d'Austria, e fecero fin dei maneggi perchè Carlo Emmanuele duca di Savoia concorresse a quell'eccelsa dignità, esibendogli inoltre il comando dell'armi nella leva fra loro stabilita per sostenere la sollevazione dei Boemi: tanto era il credito di questo principe anche fuori d'Italia. Ma il re Ferdinando, essendosi portato con un lungo giro di viaggio alla gran dieta di Francoforte, dove fu accolto con grandissimo plauso, ebbe la fortuna di superar tutte le difficoltà, e massimamente la opposizione dei Boemi, di maniera che nel dì 28 d'agosto fu eletto imperadore, e nel dì 9 di settembre coronato. Inviperiti per tale elezione gli Stati di Boemia, nel dì 29 del suddetto agosto dichiararono l'Augusto Ferdinando decaduto da ogni diritto sopra quel regno. L'aveano già essi esibito a varii principi, e nominatamente al predetto duca di Savoia; ma niun d'essi volle ingerirsi in sì pericoloso acquisto. Il solo Federigo elettor palatino, perchè giovane baldanzoso e pregno d'ambiziosi disegni, e più perchè spronato da Elisabetta sua consorte, (alla quale, siccome figlia di Giacomo re d'Inghilterra, parea troppo basso il suo stato senza la corona regale), quegli fu che accettò l'offerta dei Boemi, e da essi solennemente venne coronato nel dì 14 di novembre. Di questa traversia accaduta alla casa d'Austria non sentirono dispiacere i Veneziani e il duca di Savoia; ed i primi riconobbero per re di Boemia il suddetto palatino. Ma il pontefice Paolo V dichiaratosi contro di lui, perchè eretico di credenza, promise aiuto di denari allo Augusto Ferdinando II, in favore di cui anche Massimiliano duca di Baviera, lo elettor di Sassonia ed altri principi presero l'armi.

Già dicemmo che nel precedente anno era passato a Parigi Maurizio cardinale di Savoia, figlio del duca Carlo Emmanuele. [973] Fra i suoi negozii il principale era quello di chiedere in moglie per Vittorio Amedeo principe di Piemonte Cristina figlia secondogenita di Arrigo IV re di Francia, e sorella del regnante Luigi XIII, nata nel febbraio del 1606. Ben intendeva quella corte quanto le importasse la buona corrispondenza del duca di Savoia, principe tanto intraprendente, in tempi massimamente, che quivi si stava in continue gelosie degl'inquieti ugonotti; e però condiscese facilmente a questa alleanza. Lo stesso principe di Piemonte accompagnato dal principe Tommaso suo fratello, arrivò a Parigi, e nel dì 11 di febbraio seguì il loro sposalizio, e tornossene dipoi a Torino nel settembre, per fare i preparamenti convenevoli al ricevimento di questa principessa. Videsi conferito in tal congiuntura al cardinal Maurizio il grado di protettore degli affari della Francia nella corte di Roma. In questo mentre fu rinnovata, o pure maggiormente confermata la lega della repubblica veneta col suddetto duca di Savoia: il che non poco increbbe alla politica spagnuola, ben conoscente, tale unione non essere per altro fatta che per tenere in briglia chi voleva far da assoluto padrone dell'Italia. Vieppiù ancora si alterarono gli Spagnuoli, perchè essa repubblica stabili, nel dì ultimo di dicembre, altra lega difensiva colla repubblica d'Olanda.


   
Anno di Cristo MDCXX. Indizione III.
Paolo V papa 16.
Ferdinando II imperadore 2.

Ebbe principio in quest'anno la guerra della Valtellina, avvenimento spettante all'Italia, perchè quella valle; è compresa nel suolo italico, siccome ancora Chiavenna e la contea di Bormio, paesi una volta dello Stato di Milano, ma occupati già dai Reti, oggidì chiamati Grigioni, e loro ceduti per antiche capitolazioni dai duchi di Milano. Valle sommamente fertile e doviziosa è quella, dove [974] nato il fiume Adda, con poche forze va a scaricarsi nel lago Lario, ossia di Como, con uscirne poi rigoglioso per l'accrescimento di altre acque. Quivi s'era conservata la religion cattolica; ma tante avanie e violenze aveano esercitato in addietro i Grigioni padroni, per la maggior parte eretici calvinisti, contra di essi cattolici, che ne era divenuta insoffribile la lor signoria. Avvenne, siccome poco fa accennammo, che fra gli stessi Grigioni invalse una fiera discordia, e nacquero fazioni, sostenendo una parte d'essi la lega proposta da' Veneziani, e accalorata dal buon uso degli zecchini; laddove altri teneano a visiera calata per la lega colla corona di Francia. In queste turbolenze, che costarono la vita ai più riguardevoli del partito veneto, cominciò secretamente a soffiare e a stendere le mani anche il duca di Feria governator di Milano, perchè persuaso che tornasse in manifesto pregiudizio degl'interessi della Spagna la confederazion di quei popoli colla repubblica veneta. Ora avendo fatto ricorso a lui i cattolici della Valtellina, con rappresentargli le tiranniche ingiustizie e crudeltà usate contra di loro dagli eretici Grigioni, non si potea presentare un titolo più vistoso alla pietà spagnuola che questo, per imprendere la lor protezione, e per incoraggirli a scuotere il giogo. Ma sotto il manto della religione giudicarono i politici che si nascondesse il desiderio e disegno di riunir quei popoli con lo Stato di Milano. Sapeva il governatore quanto la corte di Francia fosse contraria ai maneggi de' Veneziani per la lega da essi con gran calore bramata e procurata; e però maggiormente si animava ad entrare in questo ballo, per la speranza che i Franzesi nol frastornerebbono in tale impresa; e tanto più perchè nuova guerra civile si risvegliava in quel regno fra i cattolici ed ugonotti nei tempi correnti. Copertamente dunque animati i Valtellini alla rivolta, con promettere loro il suo appoggio, nel dì 19 di luglio del presente anno presero l'armi, [975] ed uniti colla fazione opposta ai Veneziani, s'impadronirono di Sondrio, Morbegno, Bormio, in una parola, di tutta la Valtellina, e misero a fil di spada quanti eretici caddero nelle lor mani, e non furono pochi. Spinse allora scopertamente il duca di Feria in aiuto d'essi molte schiere d'armati, condotte da Gian-Maria Paravicino, da Cristoforo Carcano e da don Girolamo Pimentello generale della cavalleria leggiera dello Stato di Milano. E quindi si venne ad accendere un'aspra guerra in quelle parti.

Ricorsero i Grigioni per aiuto agli eretici di Berna e Zurigo, e non vi ricorsero in vano. Ricevuto da essi un gagliardo rinforzo di combattenti, con parte d'essi munirono di buon presidio Chiavenna, e con gli altri si mossero per ricuperare la Valtellina. Varii combattimenti ne seguirono, che io non posso fermarmi a descrivere, bastandomi solo di dire che riuscirono svantaggiosi ai Grigioni, e che restò quella valle col contado di Bormio in poter de' cattolici; laonde il duca di Feria si affrettò di alzar varii forti ai confini non men di essi Grigioni, che de' Veneziani, giacchè questi ultimi apertamente con danari davano braccio agli eretici, e gli animavano a discacciar di là l'armi spagnuole. Grande inquietudine cagionò questo movimento degli Spagnuoli in tutti i principi d'Italia, e massimamente nei suddetti Veneziani. Imperciocchè, dividendo la Valtellina lo Stato di Milano dal contado del Tirolo, se ne fossero restati padroni gli Spagnuoli, s'apriva loro una sicura comunicazione con gli Stati germanici della casa d'Austria, per poterne trarre aiuti, qualora se ne presentasse loro il bisogno, senza passare per paese altrui. E all'incontro veniva a serrarsi la porta a quei soccorsi che la repubblica veneta ed altri principi potessero sperare dalla Francia, dagli Svizzeri e da altre potenze oltramontane. E però i Veneziani sopra gli altri s'impegnarono in favore dei Grigioni, per escludere dalla Valtellina le [976] armi di Spagna. Nè pur lo stesso papa Paolo V, tuttochè per proteggere il cattolicismo in quelle contrade fosse pronto a somministrar buone somme di danaro, sapea consentire che in poter degli Spagnuoli venisse o restasse quel paese. Pertanto furono proposti varii ripieghi, e spezialmente ebbe plauso la proposizion di lasciare in libertà la Valtellina, e di formare d'essa un cantone da aggiugnersi agli altri cinque cantoni degli Svizzeri cattolici. Tanto ancora declamarono i ministri della repubblica veneta alla corte di Parigi contro gli ambiziosi pensieri del duca di Feria, ossia della Spagna, che il re Cristianissimo fece passar premurosi uffizii, ed anche proteste alla corte di Madrid, per isventar le mine del medesimo duca, che pareano indirizzate a mettere in ischiavitù l'Italia. Passò poi il resto dell'anno in varii negoziati, proposti dai ministri del papa e del re di Francia per trovare onesto ripiego alla Valtellina, acciocchè vi restasse in salvo la religion cattolica, e si contentassero della sola protezion d'essa gli Spagnuoli.

Curiosa fu in quest'anno la scena del duca d'Ossuna vicerè di Napoli. Di mirabil ingegno avea la natura provveduto questo personaggio. I suoi spiritosissimi detti e fatti, gl'ingegnosi rescritti ai memoriali delle persone, la vivacità del suo talento in ogni occasione, erano pregi in lui che si tiravano dietro l'ammirazione di chiunque allora il conobbe, e son tuttavia pascolo della nobil curiosità, perchè tramandati ai posteri in un libro intitolato il Governo del duca d'Ossuna. Ma questo cervello trascendentale tutto dì macchinando idee di novità, e facendo uno stravagante governo con insoffribil aggravio de' popoli, quanto riempieva di meraviglia gli spettatori delle sue azioni, tanto apriva l'adito alle gelosie dei vicini, e fabbricava a sè stesso un processo nella corte di Madrid. Era egli giunto a far conoscere quanto potesse il regno di Napoli, coll'aver tenuta in piedi un'armata di [977] venti galeoni di alto bordo e di venti galee tutte ben armate, oltre a tanti altri legni da trasporto. Avea mantenuti sedici mila combattenti, dati soccorsi agli Austriaci di Germania e allo Stato di Milano; e tutto ciò senza vendere un briciolo del reale patrimonio, ma con ispremere a furia il sangue di que' popoli. Colla repubblica di Venezia come si fosse egli adoperato, già l'abbiano veduto; minacciava anche i Turchi, e si studiava di guadagnar l'affetto della plebe di Napoli, con opprimere intanto i nobili, e tener milizie straniere al suo soldo. Non cessava la nobiltà napoletana di far segrete doglianze, e di portar accuse contra di lui alla corte del re Cattolico; e i saggi Veneziani sotto mano anch'essi faceano penetrar colà dei brutti ritratti dell'Ossuna, come d'uomo che fosse dietro a cangiare il ministero in principato. Divulgossi ancora ch'egli avesse comunicato questo disegno al duca di Savoia, sapendo quanto egli fosse disgustato degli Spagnuoli, affine di unir seco le forze e discacciare d'Italia questa nazione. Probabilmente nulla di vero contenne si fatta diceria, per varie ragioni, e massimamente perchè l'onore, massima primaria de' signori spagnuoli, non si dee credere che avesse preso il bando dal cuor dell'Ossuna. La verità non di meno si è, che si accesero forti sospetti nella corte del re Cattolico, e si pensò daddovero a richiamarlo in Ispagna. E perchè scoperta da lui l'intenzion della corte, con regali e maneggi si studiava di continuar nel governo, vieppiù crebbero nei primi ministri le diffidenze, e fu perciò creduto che per timore di trovare in lui disubbidienza, non dalla Spagna, ma da Roma si trovasse lo spediente di mandargli il successore. Il cardinal Borgia fu scelto per questo; ma l'Ossuna con quanti artifizii potè procurò di frastornare la di lui comparsa, inventando in questo mentre varie arti per accumular danari, e prorompendo in altri atti, che sembravano indizii d'animo inclinato a qualche [978] furiosa mutazione. Ma restò burlata quella gran testa da un prete, siccome egli poi con amarezza andò dicendo, lagnandosi forte di lui. Accostossi il Borgia sull'entrar di maggio a Napoli, sempre mostrando di trovar giuste le ragioni dell'Ossuna, il quale assai risoluto comparve di non dimettere per allora il governo, sì per le minaccie de' Turchi, come per le turbolenze interne del regno. Esibivasi il cardinale unicamente di essergli di aiuto e sollievo; ma perciocchè stava il duca saldo nel suo proposito, l'accorto porporato con intelligenza d'alcuni nobili più coraggiosi, segretamente entrò una notte nella fortezza di Castelnuovo; e comunicato il suo arrivo anche ai governatori delle altre due di Sant'Ermo e dell'Uovo, improvvisamente allo spuntar dell'alba colla salva delle artiglierie diede segno alla città del nuovo suo vicerè. A questa salva andarono per terra tutte le trame ordite dall'Ossuna, per indurre il popolo a non accettare il Borgia. Imbarcatosi dipoi lo stesso Ossuna, sbarcò in Provenza, e per terra passò alla corte di Spagna, dove sostenuto dagli amici, e dalla pecunia seco recata, trovò buon volto e carezze nel re, finchè, mancato di vita nel susseguente anno esso monarca, venne meno anche la fortuna del medesimo duca, il quale, imprigionato in un castello, quivi dopo qualche mese, non si sa il come, finì i suoi giorni.

Non erano senza fondamento i sospetti decantati dall'Ossuna di qualche invasione di Turchi nel regno di Napoli, bench'egli stesso forse ne fosse stato il promotore co' suoi armamenti, e col tanto minacciar le coste della Turchia. Scommetterei ancora che non mancò qualche malevolo che attribuì ai segreti maneggi suoi la mossa di que' cani, per farsi conoscere alla sua corte troppo necessario in questi tempi al governo di quel regno. Sbarcò nel mese di agosto la flotta turchesca ai lidi della città di Manfredonia nella provincia di Capitanata; prese [979] quella città, la saccheggiò, e ne condusse via gran copia d'anime battezzate dell'uno e dell'altro sesso. Nè si dee tacere che l'armi dell'imperador Ferdinando, congiunte con quelle di Massimiliano duca di Baviera, di Gian-Giorgio elettor di Sassonia, e d'altri principi, si affrettarono a ricuperar la Boemia occupata, siccome dicemmo, da Federigo elettor palatino del Reno, gran calvinista. Nello stesso tempo per ordine del re di Spagna, il marchese Ambrosio Spinola, generale dell'armi dell'arciduca Alberto in Fiandra, si mosse con poderoso esercito alla volta del Palatinato inferiore, e quivi occupò varie città. Poscia nel dì 9 di novembre in vicinanza di Praga si venne ad un terribil fatto d'armi fra la lega Cattolica, e il suddetto usurpator Palatino. Toccò una fiera sconfitta ai Boemi, le cui conseguenze furono la presa e il sacco di Praga, e la fuga con pochi dell'efimero re palatino, il quale dopo lunghi giri coll'ambiziosa sua moglie passò in Olanda, a mendicar ivi il pane da quella repubblica, e da Giacomo re d'Inghilterra suocero suo. Fu poi ricuperata nell'anno seguente dall'Augusto Ferdinando la Slesia con gli altri paesi ribellati, e gli restò solamente il peso della Ungheria, occupata da Bethlem Gabor. Per assistere in questi bisogni all'imperadore con soccorsi d'oro, il pontefice Paolo V gravò di decime l'uno e l'altro clero. Nel dì 15 di marzo dell'anno presente seguì la solenne entrata in Torino di Cristina di Francia, sorella del re Cristianissimo Lodovico XIII, maritata in Vittorio Amedeo principe di Piemonte. Sontuose feste furono ivi fatte in tal congiuntura, alle quali concorse anche l'infanta Isabella principessa di Modena, e sorella d'esso principe, accompagnata nel viaggio dal cardinal Maurizio suo fratello.

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Anno di Cristo MDCXXI. Indizione IV.
Gregorio XV papa 1.
Ferdinando II imperadore 3.

Ebbe di grandi faccende in questo anno la morte. Primieramente il pontefice Paolo V dopo quindici anni, otto mesi e tredici giorni di pontificato, e dopo uno stabile tenor di vita religiosa e limosiniera, fu chiamato da Dio ad un miglior paese. Dappoichè sui principii del governo suo ebbe conosciuto che la bravura non era più un mestier da papa, fu sempre amator della pace, impiegando i suoi pensieri nella conservazione ed aumento della religione cattolica, nella riforma del clero secolare e regolare, e nell'ornare sempre più di magnifiche fabbriche l'impareggiabil città di Roma. Soprattutto attese ad ampliare la basilica Vaticana, tempio perciò divenuto una delle maraviglie del mondo. Quanto egli operasse in questa impresa, esigerebbe non poche carte. Son da vedere intorno a ciò il vescovo Angelo Rocca, i padri Oldoino e Bonanni della compagnia di Gesù. Insigni memorie di magnificenza lasciò ancora nella basilica Liberiana, dove spezialmente si ammira la cappella Borghese. Accrebbe di varie fabbriche il palazzo del Quirinale. Dal territorio di Bracciano tirò con insigne acquedotto per lo spazio di quarantacinque miglia, abbondanti e perenni acque per sovvenire al bisogno della parte trasteverina della città. Tralascio altre sue nobili fatture, per le quali fu sommamente benemerito di Roma, delle quali si trova il catalogo e la descrizione nella di lui vita composta dal Padre Bzovio dell'ordine dei predicatori. La sola taccia che fu data al suo pontificato, si ridusse all'esorbitante profusione ne' nipoti, i quali e dentro e fuori di Roma fabbricarono palagi sì superbi, che gareggiavano con quei dei re. Il solo principe di Sulmona nipote suo giunse ad avere rendite annue di cento, e vi ha chi dice di ducento [981] e più mila scudi, oltre il danaro in cassa. Nè è da stupirsene. Il cardinal Borghese, dianzi chiamato Scipione Caffarelli, figlio di una sorella del papa, e ministro dispotico della sacra corte, tutto quanto veniva a vacare, lo conferiva ai parenti suoi: del che pubbliche erano le doglianze. E però ebbe a dire Andrea Vettorelli di questo pontefice: Si una caruisset nota, largitione nempe in suos, Beatissimis comparandum fuisse omnes fatentur. Convengono tutti i più accreditati scrittori che la di lui morte avvenne nel dì 28 di gennaio dell'anno presente, e questo si raccoglie ancora dalla sua iscrizion sepolcrale, che difettosa poi si legge nell'edizion dell'Oldoino, dove il dì 28 per errore di stampa è divenuto il dì 22. Entrati nel concistoro i porporati, parve sul principio che il cardinal Pietro Campori Modenese, portato dalla fazion Borghese, avesse a riportare indubitatamente il pallio; ma mutato all'improvviso parere, si rivolsero i voti alla persona del cardinale Alessandro Ludovisio di patria Bolognese ed arcivescovo d'essa città, che nel dì 9 di febbraio restò eletto papa, e prese il nome di Gregorio XV. Era egli personaggio di vita esemplarissima, perito nella scienza delle leggi ecclesiastiche e civili, esperto negli affari del mondo, di tal benignità e modestia ornato, che lo stesso popolo romano con uno straordinario plauso diede risalto maggiore alla di lui elezione, sperando di vedere rinato in lui l'altro glorioso pontefice bolognese Gregorio XIII. S'era già introdotto che i papi, e massimamente se vecchi, quale appunto era esso Gregorio XV, eleggessero uno dei nipoti cardinale, a cui poscia si conferiva il titolo di primo ministro, e volgarmente veniva appellato il cardinal padrone. Pertanto non tardò il novello pontefice, nel dì 15 di febbraio, a fregiar colla sacra porpora il nipote Lodovico Ludovisio, giovane di gran talento, che sollevò da lì innanzi il quasi settuagenario zio dalle fatiche e regolò gli [982] affari non men con lode che con arbitrio supremo.

S'affollarono tosto addosso al nuovo papa i ministri di Francia, Spagna, Venezia e Savoia, per interessarlo vivamente nelle controversie della Valtellina; nè fu egli pigro a scrivere di proprio pugno lettera premurosa al re Cattolico Filippo III, esortandolo a tagliare il corso a quella pendenza, minacciante oramai un'asprissima guerra in Italia. Ma non andò molto che lo stesso monarca delle Spagne fu sottratto dalla morte nel dì ultimo di marzo ai pensieri ed imbrogli dei mondo, con lasciar dopo di sè una illustre memoria della sua scrupolosa pietà e buon volere, ma una molto infelice del suo governo. Imperciocchè o per poca abilità o per troppo amore alla quiete, avendo lasciato in balia dei favoriti, e massimamente di Francesco duca di Lerma (che nel 1618 creato fu cardinale da Paolo V) tutto il reggimento, parve che null'altro conservasse per sè fuorchè il titolo di re. Perciò sotto di lui decaduta la monarchia spagnuola da quel colmo di riputazione ed autorità, in cui la lasciò Filippo II suo padre, andò poi maggiormente declinando per tutto il presente secolo. A lui succedette Filippo IV suo figlio primogenito, verso di cui nè pur era stata assai liberale di belle doti la natura. Oltre all'età di sedici anni, che il rendea poco atto all'amministrazion degli affari, più cuore mostrava egli ai divertimenti geniali che alle serie applicazioni; e però anche sotto di lui colla depression de' precedenti continuò la disordinata fortuna di altri favoriti; anzi questa si ridusse ad un solo, cioè a don Gasparo di Guzmano, conte di Olivares, il quale, avendo ottenuto il titolo di duca, si fece poi pomposamente nominare il conte duca, e riuscì un cattivo arnese di quella sì potente monarchia. Fece fine ai suoi giorni anche Cosimo II gran duca di Toscana nel febbraio di quest'anno. Fu principe di elevato ingegno, liberale, benigno ed amato [983] dai popoli, ma sì mal fornito di sanità, che quasi sempre fece alla lotta colle infermità; laonde, nulla gustando della sua grandezza, invidiava la condizione de' privati sani. I figli restati di lui furono Ferdinando II proclamato gran duca, Gian Carlo, che fu poi cardinale, Leopoldo, fregiato anch'egli della porpora, Mattias e Francesco, ed oltre a due altre femmine, Margherita maritata in Odoardo duca di Parma. Perchè il nuovo gran duca era tuttavia in età pupillare, presero la di lui tutela il cardinal Carlo suo zio, e l'avola Lorenese Caterina, e la madre Austriaca Maria Margherita. Nè si dee tacere che nel dì 13 di luglio cessò parimente di vivere in Fiandra Alberto arciduca, con vere lagrime compianto da quei popoli che un placido governo aveano provato sotto di lui. L'infanta Isabella sua moglie, da cui non avea tratta prole alcuna, tosto prese l'abito monastico, restando nulladimeno governatrice di nome di que' paesi. Il marchese Ambrosio Spinola godeva ivi il comando dell'armi; e perciocchè, essendo terminata la tregua fra la Spagna e gli Olandesi, di nuovo si riaccese la guerra, quel prode generale passò in quest'anno ad assediare Giulliers; del che io nulla altro dirò, se nonchè dopo mirabili pruove del suo saper militare se ne impadronì, con aver precluso l'adito ad ogni soccorso del conte Maurizio di Nassau.

Intanto il duca di Feria governator di Milano, che sosteneva con vigore in Lombardia il credito della corona di Spagna, dall'un canto seguitava a fabbricar nuovi forti nella Valtellina, e dall'altro sempre facea giocar le proteste d'essere pronto a demolir tutto, e di atterrare infino quel di Fuentes, benchè piantato nella giurisdizione dello Stato di Milano. E denari ed artifizii seppe egli adoperar sì a proposito, che mise la disunion fra gli stessi Grigioni, e parte di essi ancora tirò nel febbraio ad una capitolazione o lega, che non fu poi accettata dagli altri; anzi gl'incitò a maggior [984] sollevazione, con restar vittima del loro furore non pochi Cattolici, e spogliate le chiese con altri assai gravi disordini, senzachè gli eretici la perdonassero a quel lor nazionali che si erano accordati col duca di Feria. Riuscì in questo mentre al Bassompiere, ambasciatore di Francia spedito a Madrid, d'indurre il nuovo re Filippo IV e il consiglio di Madrid ad un accordo, per cui nel dì 25 d'aprile restò determinato che la Valtellina tornasse in poter dei Grigioni, ma colla conservazione della religion cattolica in quelle parti: al che eziandio condiscese il nunzio pontificio. Ma questo trattato venne da tante parti attraversato, che ne andò per terra l'esecuzione, soffiando tutti i litiganti contra di esso. Al duca di Feria non si può dire quanto dispiacesse il vedere in un fascio tutte le macchine sue per l'ingrandimento della potenza spagnuola. Ne erano assai disgustati anche i Veneziani, perchè veniva troncata con esso ogni lor pretensione della lega col Grigioni. E gli stessi Grigioni vi trovarono più di un motivo di rigettarlo. Il perchè, risoluti essi Grigioni di ricuperar colle proprie forze la Valtellina, furiosamente uscirono in campagna con più di dieci mila combattenti, ma disordinati e mal capitanati, che al primo rimbombo delle artiglierie spagnuole nella contea di Bormio, presi da terror panico, diedero alle gambe. Per questa invasione il duca di Feria dalle parti del Milanese, e l'arciduca Leopoldo da quelle del Tirolo mossero le lor armi. S'impadronì il primo di Chiavenna, e l'altro delle valli d'Engedina e di Parentz e d'altri siti, e poscia della stessa città di Coira, con rimetter ivi il vescovo che dianzi ne era Stato cacciato. Sicchè sempre più venne a peggiorar la fortuna dei Grigioni, provandone anche un incredibil dispiacere i Veneziani, che miravano crescere ogni dì più i lor pericoli per li felici progressi degli Austriaci. E pure, contuttochè sommamente abbisognassero del braccio del papa e della [985] Francia per liberar la Valtellina dalle unghie spagnuole, e tanto il pontefice Gregorio XV che il re Lodovico XIII si prevalessero di questa congiuntura per indurli coi più caldi uffizii a ricevere in lor grazia i gesuiti; pure s'incontrò in quel senato un'insuperabile resistenza a tal petizione. Era tuttavia vivo il famoso fra Paolo Sarpi lor teologo, essendo egli mancato di vita solamente nell'anno seguente. Probabilmente non li dovette consigliare che fossero indulgenti in questo caso. Merita il cardinal Roberto Bellarmino della compagnia di Gesù che si faccia qui menzione della morte sua, accaduta nel dì 17 di settembre dell'anno presente, con lasciare un celebratissimo ed immortal nome sì per li suoi libri pieni di singolar dottrina, che per le sue rarissime virtù morali e cristiane. Uomo in tutto mirabile, e che più onore compartì alla porpora, che la porpora a lui.


   
Anno di Cristo MDCXXII. Indizione V.
Gregorio XV papa 2.
Ferdinando II imperad. 4.

Già era tornato a Milano il duca di Feria, come trionfante per le conquiste e vittorie sue nella Valtellina, e più non degnava d'un pensiero la capitolazione segnata in Madrid fra il suo re e quello di Francia. Ma i Veneziani, che più degli altri principi aveano questo interesse a cuore, altamente strepitavano in tutte le corti, e massimamente in Roma e a Parigi, rappresentando come troppo svelati i misteri della politica spagnuola, che, sotto l'ombra di proteggere la religione cattolica della Valtellina, erano chiaramente incamminati a slargar le ali e, coll'ingoiar quello Stato, ad opprimere la libertà d'Italia, mettendo un forte catenaccio a quella porta per cui possono calare i soccorsi stranieri. Carlo Emmanuele duca di Savoia, sì perchè principe avido sempre di nuove guerre, e che non potea sofferire gl'ingrandimenti della [986] Spagna, e la baldanza dei ministri di quella corte; si ancora per suoi particolari riguardi, e per l'alleanza sua colla veneta repubblica, cominciò vigorosamente a procurar una lega fra il re Cristianissimo, la repubblica veneta e lui. Essendo venuto a Lione esso re di Francia, il duca insieme col principe di Piemonte suo figlio e colla nuora Cristina, sorella del medesimo re, colà si portò ad inchinare la maestà sua, da cui ricevette molte finezze. Perorò egli molto contro l'avidità degli Spagnuoli, e si esibì di concorrere ad una lega con dieci mila fanti e mille cavalli; ma ritrovò che nel cuore di quel monarca aveano troppo polso i riflessi della stretta parentela col re Cattolico e la guerra viva contro gli ugonotti, non mai quieti nelle viscere del suo regno. Tornò il duca nel dì 17 di novembre ad abboccarsi col re in Avignone. Tutto quel che per ora tanto egli che i Veneziani ottennero, fu che il re Lodovico fece parlar alto dai suoi ministri alla corte di Spagna, acciocchè si desse esecuzione al trattato di Madrid per gli affari della Valtellina. Perciò si rinforzò il negoziato fra i ministri delle due corone, intervenendovi sempre anche il nunzio pontificio: e siccome era stato fatto il progetto di depositar la Valtellina con tutte le fortezze in mano del papa, oppure del gran duca, o del duca di Lorena, senza che per anche si fosse arrivato a fissare chi ne avesse da essere il depositario; così la maggiore applicazione si rivolse ad effettuare il proposto deposito. Ma intanto i Grigioni, ora inviliti, ora temerarii, pensarono ad ottener colla forza ciò che amichevolmente s'era dietro a procurar colla destrezza nei gabinetti. Però mossi a furore, ed animati dai veneti zecchini, benchè i più armati di soli bastoni a foggia di mazze, si diedero a ricuperar i luoghi dall'armi dell'arciduca Leopoldo, e quanti Tedeschi trovarono nei presidii, tutti li sacrificarono alla lor collera, a riserva di quei ch'erano alla guardia di Maienfelt [987] e di Coira, i quali rifugiati ne' castelli, si renderono con patti onesti. Ma nel settembre si cangiò scena, perchè le truppe arciducali diedero una sconfitta ad essi Grigioni e agli Svizzeri loro ausiliarii, e ricuperarono Maienfelt e Coira con altri importanti luoghi. Seguì poscia una sospension d'armi, e continuò nelle corti il filo pacifico de' trattati.

Attento il pontefice Gregorio XV non solo alla difesa, ma anche all'accrescimento della religion cattolica, istituì nel giugno dell'anno presente una congregazione di cardinali, appellata de propaganda fide, e le assegnò varie rendite: congregazione rinforzata maggiormente dipoi da altri aiuti, onde singolar vantaggio è poscia provenuto e proviene alla religione cristiana. Di somma consolazione riuscì ancora ad esso papa e a tutto il cattolicismo l'occupazione della città d'Eidelberga, capitale del Palatinato inferiore, tolta all'eretico Federigo elettor palatino, al cui esercito e de' suoi collegati fu data una gran rotta, talmente che egli di nuovo fu ridotto ramingo e alla disperazione, siccome posto al bando dell'imperio e abbandonato da tutti. Trovavasi in questi tempi vedovo e senza successione l'Augusto Ferdinando, e però ricercò in moglie Eleonora Gonzaga sorella di Francesco duca di Mantova. Furono celebrate le di lui nozze nel febbraio dell'anno presente. Sul principio di marzo terminò i suoi giorni Ranuccio I duca di Parma e Piacenza, sorpreso da improvviso male. Il suo funerale non fu accompagnato dalle lagrime d'alcuno, giacchè coll'aspro suo, anzi crudele governo, s'era egli sempre studiato di farsi piuttosto temere che amar da' suoi popoli. Perchè gran tempo passò che Margherita Aldobrandina sua moglie non produceva frutti del suo matrimonio, s'era messo in pensiero di far abilitare alla successione de' suoi Stati Ottavio suo bastardo. Ma divenuta feconda la duchessa, gli partorì poi Alessandro mutolo, Odoardo e Francesco Maria, che fu poi cardinale, oltre a due principesse, [988] Maria e Vittoria, che furono poi duchesse di Modena. La nascita di questi principi fece poscia eclissar l'amore di Ranuccio verso dell'illegittimo Ottavio; e perciocchè questi era giovane di alti spiriti, ed universalmente amato dai Parmigiani e dagli altri sudditi, il duca suo padre, siccome principe pregno sempre di sospetti e gelosie, dubitando d'intelligenze e di pretensioni dopo sua morte al ducato, il confinò nella terribil rocchetta di Parma, sepoltura de' vivi, dove da lì ad alquanti anni miseramente diede fine al suo vivere. Perchè la sordità e mutolezza rendevano incapace di governo il primogenito Alessandro, succedette in quel ducato Odoardo, marito di Margherita figlia di Cosimo II gran duca di Toscana.

Per esempio ancora e cautela ai posteri, degna è qui di memoria l'infelice morte di Antonio Foscherini, cavaliere e senator veneto, che accusato di aver tenute corrispondenze segrete con istranieri ministri, pubblicamente terminò col capestro la vita. Siccome lasciarono scritto il cavalier Nani, Vittorio Siri ed altri, per le insidie passate e per le turbolenze presenti, la veneta repubblica (sempre per somiglianti delitti gelosissima ed inesorabile) gran credito diede ai sospetti, e troppa fede agli accusatori e testimonii; laonde precipitosamente si venne alla sentenza di morte. Ma fu fatto morire un innocente: il che casualmente dopo qualche tempo si venne a scoprire. Perciocchè in leggere un processo, per cui venivano certuni convinti di false testimonianze, si risovvenne uno del consiglio de' dieci che un di costoro avea testimoniato contro del senatore suddetto. Preso costui, confessò di aver concertata la calunnia per cogliere il lucro proposto a chi rivela delitti di Stato; laonde egli ne ebbe con gli altri il meritato gastigo. Fu poi pubblicato un editto, che restituiva all'onor primiero il giustiziato cavaliere, e tutta la sua nobilissima casa; ma senza che si restituisse per questo la vita a chi per un sì mal fondato e mal pesato processo [989] l'avea già indegnamente perduta. È da lodar lo zelo per la salute della patria, ma questo dee ben sempre camminar con somma circospezione, affinchè gl'innocenti non soggiacciano alle pene riserbate solo ai veri delinquenti. E che un caso tale abbia aperti gli occhi a quei saggi signori, si è assai conosciuto dipoi, ed anche ai giorni nostri se ne son vedute le pruove.


   
Anno di Cristo MDCXXIII. Indizione VI.
Urbano VIII papa 1.
Ferdinando II imperadore 5.

Avea il duca di Baviera Massimiliano nella guerra mossa contro Federigo elettor palatino, siccome dicemmo, fatto l'acquisto d'Eidelberga e di tutto il Palatinato inferiore. In essa città si trovava un'insigne biblioteca di antichi codici scritti a mano, ebraici, greci, latini e d'altre lingue, raccolti, per quanto fu divolgato, da tutti i monisterii di quella provincia, introdotta che vi fu l'eresia. Attento il pontefice Gregorio a profittar anch'egli dell'altrui naufragio, sì per qualche ricompensa de' sussidii prestati al duca in quell'impresa, come ancora per la pretensione che appartenesse alla santa Sede quel tesoro di manuscritti, come spoglio di luoghi sacri, fece gagliarde istanze di ottenerli, e il duca vi condiscese. Scrivono alcuni che la persona inviata dal papa ad Eidelberga per trasportar que' codici a Roma, a cagion della poca sua accortezza, lasciò sfiorar quella sì riguardevole libreria, essendone stati asportati i codici migliori. Non pochi certamente se ne trovano nella imperiale biblioteca di Vienna. Di poca attenzione per questo fu accusato Leone Allacci, uomo di gran credito per la sua erudizione e per tanti libri dati alla luce, giacchè a lui fu appoggiata l'incombenza suddetta. Non cessavano intanto i maneggi della repubblica veneta e del duca di Savoia alla corte del re Cristianissimo, per trarre dalle mani degli Austriaci la [990] Valtellina, e gli altri paesi occupati nella Rhetia. E perchè si scorgeva troppo manifesto l'artificio degli Spagnuoli di dar sempre belle parole, senza mai venire ai fatti, finalmente sul principio di febbraio fu conchiuso a Parigi di adoperar mezzi più forti per terminar questa briga. Si stabilì dunque una lega del re Lodovico XIII, della repubblica veneta e del duca suddetto, affin di obbligare tanto il re Cattolico che l'arciduca Leopoldo a rimettere in pristino le cose de' Grigioni, salva sempre nella Valtellina la religione cattolica. Non sembra che la corte di Francia nudrisse vera voglia d'impiegar le sue armi in questo litigio, e fu piuttosto creduto che il solo strepito della formata confederazione metterebbe il cervello a partito agli Austriaci, siccome appunto avvenne. Era già stato altre volte messo in campo il partito di consegnare in deposito al papa tutte le fortezze occupate o fabbricate dagli Austriaci nella Rhetia e Valtellina, acciocchè la santità sua le guernisse con presidio suo proprio, e tenesse quel paese finchè fosse assicurato il punto della religione d'essa Valtellina per l'avvenire. Ora il re Filippo IV nel dì 17 del suddetto febbraio spedì l'ordine che si dovesse far la consegna d'esse fortezze, forse lusingato dalla speranza di far anche buon mercato col mezzo d'un pontefice, in cui non si potea presumere molta inclinazione ai Grigioni seguaci dell'eresia. Ripugnavano a questo impegno i cardinali per timore che entrasse in un labirinto la dignità della santa Sede, stante non poter ella trattare con essi Grigioni, e il rischio di disgustar infine alcuna delle potenze interessate. Ma i nipoti del papa, siccome pensionarii della Spagna, col forte motivo di risparmiare una guerra all'Italia e di poter meglio accudire agl'interessi della religione nella Valtellina, trassero la santità sua ad accettare il deposito. Pertanto nel mese di maggio spedì il pontefice don Orazio Ludovisio suo fratello, creato sui primi giorni del di lui pontificato generale [991] della Chiesa, e poscia divenuto duca di Fiano, che con cinquecento cavalli e mille e cinquecento fanti nel dì 6 di giugno prese il possesso dei forti della Valtellina, e dopo molti contrasti anche di Chiavenna e della Riva. Nel qual tempo l'arciduca Leopoldo ritirò il presidio da altri luoghi della Rhetia: con che per ora si tolsero i semi di una grave perturbazione alla Lombardia; e tutti i negoziati per tal pendenza si ridussero alla corte di Roma, giacchè a lei era rimessa la deliberazione di questo affare.

Perchè il papa dopo il deposito parve che non si affrettasse, come bramavano i Franzesi, a sentenziare sulla Valtellina, e andava prolungando i negoziati, non mancò gente maliziosa che sognò in lui inclinazione a ritener quel dominio per la Chiesa romana, o a trasferirlo ne' suoi nipoti. Ma a questi lunarii e sospetti mise fine la morte che nel dì 8 di luglio rapì alla terra esso Gregorio XV pontefice degno di più lunga vita, e glorioso per non avere ommessa diligenza veruna per sostenere la religion cattolica in Germania, e la quiete in Italia. Neppur egli dimenticò di arricchire, per quanto potè, la propria casa, ma con onesti mezzi. Impetrò specialmente dal re Cattolico che si maritasse con un suo nipote l'unica figlia ed erede del principe di Venosa, che portò in dote un'annua rendita di quaranta mila ducati in tanti feudi del regno di Napoli. Nè poco contribuì a questo ingrandimento il cardinale Lodovico Ludovisio nipote, il quale, per risparmiare al pontefice zio le brighe spinose del governo, le assunse egli, lasciando che il papa si divertisse in ascoltar le accademie istituite da lui nel palazzo, alle quali interveniva con piacere, siccome persona dottissima e amante dei professori delle lettere. Questo cardinal padrone nondimeno riportò lode d'aver esercitata la giustizia, e mantenuta l'abbondanza de' viveri e grani in Roma, in tempi di notabil carestia, ed esercitata in varie maniere la sua pietà e la sua carità verso de' poveri. [992] Acquistò poi la casa Ludovisia l'insigne principato di Piombino, che ultimamente, per mancanza della medesima, è ricaduto col mezzo della madre Ludovisia in don Gaetano Boncompagno duca di Sora. Avea il pontefice Gregorio pubblicato nell'anno 1621 due riguardevoli costituzioni intorno all'elezione de' romani pontefici, che anche oggidì servono di norma ai conclavi per procedere con voti segreti in quel delicato impiego. Adunato pertanto il sacro collegio, concorsero nel dì 6 d'agosto i concordi voti, dove meno inclinava l'opinion dei politici e dei curiosi, cioè nella persona del cardinal Maffeo Barberino di patria Fiorentino, non senza stupore di chiunque mirava caduta la sacra tiara in un personaggio di età di soli cinquantacinque anni e di complessione molto robusta, con rimaner troncate le speranze ai vecchi cardinali di giugnere a maneggiar le chiavi di san Pietro. Era questo porporato uomo di amenissimo ingegno, ed eccellente massimamente nelle lettere umane, ed assai versato negli affari di Stato, per gl'impieghi importanti da lui sostenuti con gran decoro in addietro. Prese egli il nome di Urbano VIII; e contuttochè nelle prime apparisse in lui disposizione a farla da padre comune senza veruna parzialità, pure tardò poco a trapelare in lui non lieve inclinazione alla Francia, ed unione con chi sofferiva mal volentieri la prepotenza de' ministri spagnuoli. Trovossi ben tosto il nuovo pontefice in molte angustie a ragion dell'impegno preso dall'antecessore della Valtellina; giacchè, disputandosi a chi dovesse toccare il mantenimento di que' presidii, ne voleano per onore tutto il peso gli Spagnuoli, mentre all'incontro pretendeano anche i Franzesi per loro decoro concorrere alla metà della spesa; e intanto, senza mai accordarsi, venne a restar quella milizia tutta a carico della sola camera apostolica. Fioccavano poi le istanze di Francia, Venezia e Savoia, per ultimar questo affare, e il papa non ne trovava la via, per non [993] tirarsi addosso il disgusto della corte di Madrid. Però con varii dibattimenti, ma senza conclusione alcuna intorno a quegli affari, passò l'anno presente. Merito grande s'era acquistato coll'imperador Ferdinando II il cattolico duca di Baviera Massimiliano pel suo valore in avere restituito alla casa d'Austria il regno della ribellata Boemia, ed avere atterrato l'eretico palatino Federigo, tuttochè della propria casa. Volle l'Augusto signore premiarlo, e compensarlo ancora per le immense spese fatte in difesa sua; e però, oltre all'avergli dato il dominio del Palatinato superiore, trasferì eziandio in lui nel dì 25 di febbraio la dignità elettorale, tolta già al duca Gian-Federigo suo antenato dall'imperador Carlo V. A tal disposizione gran contrasto fecero alquanti principi, e massimamente i protestanti; ma infine ebbe adempimento la cesarea volontà, con singolar approvazione della corte di Roma. Pagò nel dì 12 d'agosto dell'anno presente il tributo della mortalità Antonio Priuli doge di Venezia, e in luogo suo fu eletto Francesco Contarino. Venne parimente a morte Federigo della Rovere principe d'Urbino, unico figlio di Francesco Maria duca di quelle contrade; nè del suo matrimonio con Claudia de Medici figlia di Ferdinando I gran duca di Toscana (la qual poscia passò alle seconde nozze coll'arciduca Leopoldo) altra prole restò che una picciola principessa per nome Vittoria. E perciocchè non v'era apparenza che il vecchio duca potesse più avere successione legittima maschile, la corte di Roma cominciò tosto ad adocchiar quel ducato, come Stato vicino a ricadere alla camera apostolica, e a far preparamenti per assicurarsene in avvenire il dominio.

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Anno di Cristo MDCXXIV. Indizione VII.
Urbano VIII papa 2.
Ferdinando II imperadore 6.

Armando di Plessis di Richelieu, già vescovo di Luzzon, s'era saputo così bene introdurre nella grazia di Maria de Medici regina vedova di Francia, e poscia del re Luigi XIII, che dopo la riconciliazione della madre col figlio fu introdotto nel real consiglio, ed arrivò a lasciarsi indietro ogni altro ministro della corona, e a diventar l'arbitro di quella corte. Mirabile era la penetrazion del suo ingegno, la sua attività, la sua accortezza; e maggiormente crebbe il credito e l'autorità di lui, dappoichè al merito suo personale s'aggiunse il lustro della sacra porpora, conferitagli da papa Gregorio XV nel dì 5 di settembre del 1622. E siccome egli nulla altro meditava che di rimettere in miglior sistema e riputazione la corona di Francia, che parea scaduta per la melensaggine del precedente ministero, e specialmente ardiva di voglia di reprimere la da lui appellata baldanza dell'una e dell'altra casa d'Austria; così pensò agli affari della Valtellina, e a muovere altri turbini in Italia contra degli Spagnuoli. A questo l'incitavano ancora le doglianze continue de' Veneziani e di Carlo Emmanuele duca di Savoia, nel cui capo non aveano mai posa i desiderii di nuove guerre, e soprattutto di vedere alle mani tra loro i due monarchi di Francia e Spagna, per isperanza di profittare della lor disunione. Affin di potere con più sicurezza promuovere i suoi grandiosi disegni, il Richelieu fece un trattato cogli Olandesi, e felicemente ridusse a buon termine il matrimonio di Enrichetta sorella del re Lodovico con Carlo principe di Galles figlio di Giacomo re della Gran Bretagna, avendone impetrata la dispensa dalla santa Sede per li vantaggi che si sperava averne da provenire alla religione cattolica nella monarchia inglese. [995] Erano fin qui stati fluttuanti i negoziati per la Valtellina; perciocchè avea bensì il pontefice Urbano VIII abbozzato un accomodamento, per cui fosse restituita ai Grigioni quella provincia colla reintegrazione e garanzia della religione cattolica; ma perchè si era preservato il passo libero per quelle parti ai vicendevoli soccorsi delle due potenze austriache (punto egualmente disapprovato dalla Francia e dalla repubblica veneta), restò priva d'effetto la buona volontà e determinazione della corte di Roma. Pertanto, a tenore de' maneggi del duca di Savoia, tenuta fu una gran conferenza in Susa fra esso duca e il Lesdiguieres gran contestabile di Francia, e gli ambasciatori di Venezia, dove si sottoscrisse la lega della Francia, repubblica veneta e duca di Savoia, per liberar la Valtellina. Nè qui si fermò il corso delle pretensioni. Fremeva forte esso duca contro la repubblica di Genova, sì perchè era stato suppiantato da essa nell'acquisto fatto del marchesato di Zuccherello sui confini del Piemonte, il quale dalla camera imperiale fu aggiudicato ai Genovesi, e sì ancora perchè in Genova era trascorsa la plebe in alcuni dileggiamenti della persona del medesimo duca. Ma quel che più l'accendeva a romperla co' Genovesi, era la facilità da lui ideata di conquistare un buon tratto del loro dominio. Propose dunque alla Francia, come maniera più acconcia di deprimere il fasto spagnuolo in Italia, la conquista della città di Genova e della riviera di Levante, che dovessero venire in preda a' Franzesi, restando a lui quella di Ponente. Forse crederà taluno che non fossero approvati da' Franzesi tutti questi ideali progetti. La verità non di meno è ch'egli imbarcò la corte di Francia anche in sì vistoso disegno, e che non meno i Franzesi che i Veneziani si servirono qui di un ripiego della creduta fina politica. Imperciocchè i Franzesi voleano solamente entrarvi come ausiliarii del duca, dei Grigioni e Svizzeri collegati, senza [996] dichiarar guerra aperta alla Spagna; e i Veneziani intendeano anche essi di somministrar danari e munizioni per la Valtellina, ma con ritenere per quanto potessero le loro milizie ai confini dello Stato di Milano, e senza approvare i disegni contra di Genova.

Accordate che furono in questa guisa le pive, si diedero i collegati a preparar l'opportuno armamento. Intanto i Franzesi non parlavano alla corte di Madrid se non di pace, e di un amichevole temperamento per finir quella briga: il che fu cagione che per quanto il duca di Feria governator di Milano scrivesse lettere sopra lettere, rappresentando le mene da lui scoperte degli alleati, e insistendo per soccorsi, pure fossero sempre valutate per soli spauracchi le di lui insinuazioni. Dall'altro canto il re Cristianissimo fece vieppiù incalzare il pontefice, affinchè o determinasse in breve la controversia della Valtellina, ovvero rinunziasse al deposito, rimettendo le fortezze ai Grigioni, oppure agli Spagnuoli; altrimenti intendeva di aver le mani slegate, e di essere in libertà di valersi di mezzi efficaci per sollievo dei Grigioni suoi collegati. Ma il papa, tra perchè i Valtellini faceano replicate istanze di sottomettersi al dominio pontificio (canto che non dispiaceva alle orecchie romane), e per la persuasione che niun de' principi cattolici avesse da perdere il rispetto alle bandiere di San Pietro, andava barcheggiando, senza venire a risoluzione alcuna. Intanto il marchese di Coeuvres, ambasciatore del re Cristianissimo, colle calde sue insinuazioni, e molto più colla potente retorica del danaro franzese e veneto, mosse gli Svizzeri e i Vallesani a far leva di gente, ed animò i Grigioni alla sollevazione. Sul fine poi di novembre il marchese suddetto, di pacifico ambasciatore divenuto capitano guerriero della lega, messosi alla testa delle truppe adunate, improvvisamente entrò nella Rhetia, e dopo avere sloggiate da alcuni posti le truppe dell'arciduca [997] Leopoldo, passò nella Valtellina, cominciando ad impossessarsi di que' luoghi, che non poteano fare resistenza. Non sapea darsi pace Niccolò Guidi marchese di Bagno, luogotenente generale delle armi pontificie in quella provincia, che un ministro di Francia procedesse sì avanti con vilipendio della dignità della santa Sede, e ne fece delle replicate doglianze. Ma poco stette a veder comparire lo stesso marchese di Coeuvres sotto Tirano, dove, come in luogo più forte, teneva il Guidi il maggior suo presidio. Perchè non si fidava degli abitanti di quella terra, si ritirò esso marchese di Bagno nel castello. Seguirono delle ostilità; ma perchè giunsero artiglierie spedite da' Veneziani, il Guidi nel dì 8 di dicembre capitolò, che se per tutto il dì 10 seguente non gli arrivava soccorso, cederebbe il castello, ed egli colle sue genti se ne tornerebbe negli Stati della Chiesa. Nel dì 11 se ne andò il Bagno, e con poca fatica da lì innanzi il Coeuvres s'impadronì di Sondrio, Morbegno, Bormio, in una parola, di tutta la Valtellina, a riserva di Riva ben guernita dagli Spagnuoli, non senza biasimo degli uffiziali e soldati del papa, che come pecore si lasciarono cacciar dai luoghi capaci di buona difesa. Gente non di meno vi fu, e specialmente in Ispagna, che sospettò un segreto concerto del papa co' Franzesi di lasciarsi forzare, per isciogliere una volta quel nodo, giacchè Urbano VIII non avea mai approvato l'impegno preso dal suo predecessore Gregorio XV. Ciarle furono tutte queste. Certo è che di grandi esclamazioni e vere querele fece il papa a Parigi per tale invasione e violenza all'armi sue, ma senza voler entrare in più gravi e dispendiosi risentimenti. Più ancora ne fecero gli Spagnuoli. Il cardinale di Richelieu, parte con parole dolci, parte colle brusche, si cavò fuori d'intrico, e seguitò francamente le tele precedenti per effettuare gli altri suoi disegni.

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Anno di Cristo MDCXXV. Indizione VIII.
Urbano VIII papa 3.
Ferdinando II imperadore 7.

Si celebrò in quest'anno il giubileo della santa Chiesa romana, intimato da papa Urbano VIII; ma non vi si mirò il gran concorso de' pellegrini divoti, come in altri precedenti. La pestilenza insorta in Palermo ed altri luoghi della Sicilia facea quivi terribile strage, e sommo spavento eziandio recava all'Italia. Oltre a ciò, le turbolenze della Valtellina, e un fiero temporale insorto contra della repubblica di Genova, intorbidavano in questi tempi la quiete della Lombardia e dei circonvicini paesi: tutti ostacoli alla divozione pellegrinatoria de' fedeli. Si videro nondimeno comparire a Roma in sì pia congiuntura Uladislao principe di Polonia, figlio dell'invitto re Sigismondo trionfatore de' Turchi, e poscia l'arciduca Leopoldo, i quali dal pontefice riceverono ogni maggior contrassegno di stima e di affetto. Poco godè dell'illustre sua dignità Francesco Contarino doge di Venezia, perchè fu in quest'anno rapito dalla morte, ed ebbe per successore Giovanni Cornaro. Concepì speranze di grandi vantaggi il cattolicismo per le nozze di Carlo I re della Gran Bretagna (il cui padre Giacomo Stuardo re era dianzi nel mese di aprile mancato di vita) celebrate nel mese di luglio con Enrichetta principessa sorella di Lodovico XIII re di Francia: ma queste speranze col tempo si ridussero a sole foglie e fiori. Nè si dee tacere per gloria di uno de' gran capitani, figli dell'Italia, che avendo Ambrosio Spinola, generale dell'armi spagnuole in Fiandra, nel mese d'agosto del precedente anno, assediata Bredà, piazza pel sito e per le innumerabili fortificazioni creduta inespugnabile, in vicinanza del mare e di Anversa, gli riuscì di rendersene padrone nel dì 5 di giugno dell'anno presente. Celebre sopra modo fu quell'assedio, incredibile l'industria, [999] il senno e la costanza dello Spinola in sostener quell'impresa contro tutti gli sforzi dell'Inghilterra e di Maurizio di Nassau principe Oranges e generale degli Olandesi, che appunto finì i suoi giorni sul principio di maggio del presente anno, lasciando fama di essere stato uno de' primi guerrieri del suo tempo.

Qualche azion militare si fece in questi giorni anche nella Valtellina, ma di sì poco rilievo, che non occorre farne menzione. Il duca di Feria governator di Milano avea già in pronto un sufficiente esercito, che servì a frastornare ogni ulterior progresso de' Franzesi e Veneti in quelle parti. Avrebbe egli anche potuto far di più, se non fosse stato costretto a tener gli occhi aperti ad un maggior temporale che scoppiò contro i Genovesi. Era riuscito, siccome dicemmo, a Carlo Emmanuele duca di Savoia d'ubbriacare i Franzesi colla da lui rappresentata agevolissima conquista di Genova, rappresentando quella città tanto illustre e ricchissima ormai invecchiata e sopita nell'ozio, infiacchita nelle delizie, sprovveduta di fortificazioni moderne e di soldatesche, con supporre ancora ai medesimi, e non senza ragione, di tener buone intelligenze con alcuni malcontenti nel cuore della medesima città. Perciò, come se avessero in pugno la preda, con alcune capitolazioni la spartirono fra loro; anzi fecero i conti fin d'allora sullo Stato di Milano, sul Monferrato, sulla Corsica, formando varii patti di divisione: che di tali magnifiche idee era mirabilmente fornito l'animo grande di esso duca. Avea la corte di Francia a questo fine fatto un trattato cogli Olandesi, che s'impegnarono d'inviare venti grossi vascelli ben corredati in rinforzo dell'armi di Savoia. Le galee ancora e i galeoni di Francia, benchè solamente i fusti, e senza inalberarvi lo stendardo reale, doveano servire al duca, e il contestabile di Lesdiguieres come ausiliario assistergli con grosso nerbo di gente, pretendendo con ciò di non far guerra dichiarata: tele di [1000] ragno, colle quali vanno anche oggidì i principi del mondo coprendo gli ambiziosi loro disegni. Non concorsero i Veneziani collegati in questa diversione, anzi positivamente la riprovarono; e se pure si volea far guerra, la desideravano contro lo Stato di Milano: cotanto si trovavano ora mal soddisfatti delle due potenti case d'Austria. Fatta dunque nel dì 4 di marzo in Asti la rassegna generale delle truppe franzesi e savoiarde, si trovò ascendere quell'armata a venti quattro mila fanti e tre mila cavalli con buon treno di artiglieria. A sì feroce insulto poco si trovavano preparati i Genovesi, perchè niun giusto motivo nè dalla parte della Francia, nè da quella di Savoia appariva di muoversi alla loro rovina: senza riflettere che ai conquistatori non mancano mai pretesti per far guerra ai vicini; e che se un confinante s'arma, s'ha sempre a temere. E quantunque sorgessero sospetti che contro di loro si disponesse la danza, pure non voleano prestar fede a chi gli assicurava della trama ordita; e però lentamente procederono ad armarsi, e a raunar genti, viveri e danari per una gagliarda resistenza; finchè, veduto vicino il nembo, si svegliarono. Allora fu che si diedero a tempestare il duca di Feria in Milano, e il re Cattolico Filippo IV per poderosi aiuti, facendo con facilità conoscere quanto comune fosse la causa. Perduta Genova, era perduto lo Stato di Milano. Parimente fecero istanze ai lor corrispondenti di Spagna per soccorso di pecunia, e questi non mancarono d'inviarne dipoi in gran copia. Intanto si dilatò lo sbigottimento nella città; e dappoichè si vide muoversi a quella volta il torrente, vennero non pochi al disperato consiglio di abbandonar tutta la riviera di Ponente e il di qua dall'Apennino, per ritirar tutte le forze alla difesa del cuore. Ma prevalse il sentimento di Gian-Girolamo Doria, capitan vecchio e di sperienza, e di Carlo Doria duca di Tursis, e di altri più saggi [1001] e coraggiosi, che si sostenesse la città di Savona, e si armassero i passi di Gavi e di Rossiglione, per trattenere, il più che fosse possibile, lungi da Genova quell'impetuosa tempesta.

Entrò dunque l'esercito collegato dalla parte di Novi nel Genovesato, e gli si arrenderono varii luoghi. Il duca di Savoia, il principe di Piemonte Vittorio Amedeo suo figlio e Lesdiguieres in varii siti di qua dall'Apennino fecero sì grande empito, che sconfissero nel giorno di giovedì santo le truppe genovesi a Rossiglione, e poscia diedero una rotta maggiore ad esse genti ad Ottaggio: disgrazie che accrebbero forte lo spavento in Genova, e insieme lo sdegno contra del duca, incredibilmente per altri motivi odiato da loro. Si rincorarono poscia alquanto gli animi per l'arrivo colà di Lodovico Guasco con due mila fanti e ducento cavalli, spediti per le vie di Levante in loro aiuto. Ottaggio intanto fu preso, e dato a sacco, e rimasero prigionieri i difensori. In quelle parti vi restava ancora Gavi da espugnare, ma non si durò fatica a prendere quella terra col castello. Gran dispareri poscia seguirono fra il duca e Lesdiguieres. Pieno di fuoco e di speranze il primo, insisteva che si marciasse a dirittura a Genova; laddove l'altro, considerando le forze e la gran popolazione di quella città, e di che sia capace l'amore della libertà; e riflettendo a ciò che potea avvenire, se il duca di Feria dalla parte di Milano con assai schiere da lui allestite venisse a tagliar la comunicazione colla Lombardia, e se inoltre sopraggiugnessero per mare i soccorsi aspettati in Genova da Napoli e Sicilia; ripugnò a tal risoluzione. Il perchè dal duca fu spedito il principe di Piemonte ad occupar la riviera di Ponente, frutto che dovea a lui restare di questa guerra. Andò egli; colla forza si impadronì della ricca terra della Pieva, dove tutti corsero al saccheggio: ricuperò Oneglia, terra sua poco prima occupata dai Genovesi; e vennero poscia alle [1002] sue mani la città di Albenga e Ventimiglia, e le terre di Alassio, Porto Maurizio, San Remo, Loano, Castel Diano, in una parola, tutta la suddetta riviera, cominciando dal Finale sino a Villafranca per lo spazio di sessanta miglia. Non dimenticarono i vittoriosi soldati di far quanto spoglio poterono in quelle parti. Continuava nulladimeno il duca nel disegno di passar sotto Genova; al qual fine facea di gran preparativi: ed essendosi impossessato di Savignone, sei miglia vicino alla città, se l'aspettavano a momenti i Genovesi sotto le mura. Giunse a tempo a calmare la costernazione di quel popolo una galea che di Spagna recava un milione di ducati d'oro, e ne sopraggiunsero poi altre che condussero di colà (per quanto fu detto) sei altri milioni, spettanti ai privati Genovesi, ma somministrati al bisogno della repubblica. Quel nondimeno che maggiormente fece dar bando al timore, fu che il cavalier Pecchio arrivò a Genova con circa tre mila fanti dei terzi di Modena e Parma, inviati dal duca di Feria. In quei mari ancora comparve il marchese di Santa Croce con trentatrè galee di Spagna, sopra le quali erano quasi quattro mila fanti, la maggior parte gente veterana. Da Napoli vennero alcuni galeoni con mille e cinquecento uomini, e le galee di Sicilia con secento Spagnuoli, e parimente il marchese di Bozzolo con ottocento fanti e ducento cavalli, condotto da quella repubblica: con che si trovò aver già in pronto i Genovesi un'armata di circa dodici mila fanti.

Contuttociò fu creduto in Genova miglior consiglio di nulla azzardare, se prima non usciva in campagna il duca di Feria. I soli popoli della Pozzevera infestavano il campo gallo-savoiardo, e giunsero ad assediare in Savignone il principe di Piemonte, che fu liberato dal padre. Erano in questo mentre le forze principali dello Stato di Milano impiegate nella difesa di Riva, luogo vilissimo sul lago di Chiavenna, ma ben fortificato [1003] dal governator di Milano. Al comando di esse stava il conte Giovanni Serbellone, che varie pruove diede in ributtare il marchese di Coeuvres, ito più volte, ma indarno, ad assalire quel sito. Tante nondimeno furono le istanze de' Genovesi, che il Feria passò infine con quante genti potè raunare a Pavia, e intanto andarono giugnendo in Lombardia i Tedeschi, assoldati specialmente coll'oro de' Genovesi. Se si ha da credere al Capriata, erano circa sedici mila combattenti, comandati dal barone di Pappenaim, e dai conti di Solm e di Scultz, ed inoltre non poche squadre di cavalleria feroce, venuta dalla Polonia e Croazia, che, unita ai Lombardi e Napoletani, ascendeva a cinque mila cavalli. Mossesi allora il duca di Feria da Pavia con passare ad Alessandria, e al movimento suo cominciarono ad eclissar le glorie efimere del nemico esercito; e tanto più perchè erano cresciute le gare e diffidenze fra il duca di Savoia e il contestabile Lesdiguieres, sospettato, probabilmente senza ragione, corrotto dai regali segreti dei Genovesi. Ritiraronsi dunque i Gallo-Savoiardi fuori dello Stato di Genova, inseguiti sempre dal Feria, che volò ad impadronirsi della città d'Acqui, dove fu ritrovato un magazzino di viveri e munizioni, e la guardaroba del duca di Savoia con ricchi arredi, argenterie e livree, colle quali si sparse voce che egli pensasse di far la sua pomposa entrata nella debellata città di Genova. Grande onore acquistò in tal congiuntura il principe Vittorio Amedeo, perchè, inseguito dagli Spagnuoli, con buon ordine e bravura ridusse in salvo tutte le genti ed artiglierie.

Ricuperarono intanto i Genovesi Gavi e Novi, e gli altri posti di qua dall'Apennino, con cogliere in Gavi molti pezzi d'artiglieria del duca di Savoia. Similmente il marchese di Santa Croce colle galee per mare, e con otto mila fanti e due compagnie di cavalleria per terra, si portò a liberar la riviera di Ponente [1004] dai nemici. In poche settimane tornarono all'ubbidienza della repubblica Albenga, Ventimiglia e tutte le altre terre di quelle parti. Nè di ciò contenta quell'armata, passò ad assediar Ormea, terra del duca, con prendere a forza d'armi non meno essa che il castello. Seguì ivi grande effusione di sangue, e tutto andò a sacco. Da questo esempio sgomentati quei di Garessio e di Bignasco, inviarono le chiavi al Santa Croce. Mentre tali imprese si faceano nella Riviera, il duca di Feria, bramoso di qualche fatto glorioso, si portò all'assedio della fortezza di Verrua, considerabile allora per la situazione sua, ma non già per regolate fortificazioni; vi passò nondimeno con tale lentezza, che diede tempo al duca di Savoia di gittarsi in Crescentino, e di spingere un buon rinforzo di gente in quella piazza, di farvi alcuni trincieramenti, e di fabbricare dipoi un ponte, che congiugneva Crescentino con Verrua: ponte due volte rotto dagli Spagnuoli, e sempre rifatto dall'intrepido duca Carlo Emmanuele. Per quanti sforzi facesse dipoi il Feria sotto Verrua, tutti riuscirono vani; laonde, accostandosi il verno, e ricevuta nuova che fossero calati in Piemonte sei mila Franzesi, giudicò meglio il ritirarsi, che di lasciar ivi a repentaglio gente ed onore. Ed ecco dove andò a terminare sì strepitoso fenomeno, senza alcun frutto, e solo con danno per parte del duca di Savoia, e con ignominia dal canto dei Franzesi, che sì leggermente entrarono in questo impegno, e poi lasciarono il duca in ballo senza soccorrerlo colla flotta del duca di Guisa, e con valersi in proprio servizio dei venti vascelli olandesi, già promessi per l'Italia. Si aggiunse, aver preteso nello stesso tempo di metter eglino i presidii nelle terre che si andavano occupando. In somma poco conto per lo più truovano gli altri animali in voler far lega col lione.

Al pontefice Urbano VIII sommamente dispiacevano queste funeste brighe in Italia; laonde, per troncarne il corso, e massimamente per impedire, se era possibile, [1005] che non venissero ad un'aperta rottura le corone di Francia e di Spagna, determinò d'inviare a Parigi una maestosa legazione; e fu scelto per essa il cardinal Francesco Barberini suo nipote, assai giovane di età, ma non di senno, ed anche assistito dai prelati veterani nelle faccende del mondo. Giunto egli colà nel mese di maggio, rinnovò i risentimenti per l'affronto fatto all'armi della Chiesa nella Valtellina, chiedendone il risarcimento; propose una sospension d'armi in Italia, e a tutto suo potere seminò consigli di pace. Finezze e dimostrazioni di stima non mancarono al legato; ma per conto dei suoi negoziati, si trovò egli tanto inviluppato dagli artifizii di quella corte, che finalmente sul fine dell'anno, veggendo andarvi del suo decoro nel continuare in sì disutile impiego, si partì da Parigi, e tornossene poco contento a Roma. Disgustato per questo il pontefice, parve disposto a voler far prova della sua bravura nell'anno seguente, con assoldare infatti sei mila fanti e cinquecento cavalli per rientrare nella Valtellina. Poca durata ebbe poi questo fuoco, tra perchè s'intrecciarono varii privati disegni dell'ingrandimento della propria casa, e perch'egli penetrò, siccome diremo, gli occulti matteggi delle due corone, per venire senza di lui alla concordia. Prosperarono cotanto in quest'anno non meno in Ungheria che in Germania gli affari di Ferdinando II imperadore, che ottenne di far coronare re d'Ungheria il suo figlio Ferdinando III.


   
Anno di Cristo MDCXXVI. Indizione IX.
Urbano VIII papa 4.
Ferdinando II imperadore 8.

Si aspettava ognuno che più fiera che mai si riaccendesse la guerra nell'anno presente in Italia, dacchè si vide inviato a Parigi il principe di Piemonte dal duca Carlo Emmanuele suo padre a far istanza per un più potente armamento; e molto più dacchè si seppe che allo stesso principe [1006] era stato conferito il titolo di generale dell'armi della Francia in Italia, senza dover dipendere dal contestabile, o da altri pedanti nelle imprese militari. A maggiormente poi accrescere nel mese di marzo questo timore servì l'arrivo in Lombardia di Torquato Conti duca di Guadagnolo, figlio del duca di Poli, con sei mila fanti e secento cavalli stipendiati dal papa, con ordine di accoppiarsi con gli Spagnuoli alla ricuperazion della Valtellina, e a tornare in pristino il deposito di quella provincia. Del che pervenuto l'avviso in Francia, furono spediti danari ed ordini al marchese di Coeuvres, per far leva di nuove genti. Ma eccoti all'improvviso contro l'espettazion d'ognuno saltar fuori la pace tra la Francia e la Spagna, i cui articoli nel dì 5 oppure 6 di marzo furono segnati in Monsone, terra d'Aragona, dal conte duca, cioè dall'Olivares, e dal conte di Fargis ambasciatore di Francia, ma pubblicati molto più tardi. Non si può spiegare quanti artifizii e mascherate si facessero giocare in questo negoziato. Più d'una volta fece vista la corte di Parigi di disapprovare il concordato dal suo ministro in Ispagna, e di voler richiamare e gastigare lui stesso; e pure gustò infine l'operato da lui. V'erano delle segrete ruote che movevano il Richelieu a voler quella pace, perchè abbondavano in Francia i malcontenti ed invidiosi del soverchio suo dominio; nè molto si stette a vederne lo scoppio. Era giunto il papa ad inviare in Ispagna con titolo di legato lo stesso suo nipote cardinale Francesco, voglioso di far una nuova comparsa anche in quella corte, per tenere al sacro fonte una nuova figlia del re Cattolico, e per trattar ivi della pace d'Italia, sperando miglior fortuna ivi di quella che avea provato in Parigi. Arrivato che egli fu in Catalogna, e volendosi mischiare nel trattato, gli diedero ad intendere già terminato il negozio (che nondimeno era tuttavia pendente), e finsero dipoi sottoscritti i capitoli nel dì suddetto di marzo. Nulla in Parigi [1007] se ne comunicò al principe di Piemonte e al ministro veneto, se non dopo il fatto con pascere intanto ambedue di pensieri ed apparati di guerra. I principali articoli di questa concordia furono: Che in perpetuo non sarebbe altro esercizio che quello della religion cattolica romana nella Valtellina, contado di Bormio e Chiavenna. Che fosse salva in que' luoghi la sovranità dei Grigioni, con pagar loro la provincia un annuo tributo, ma con facoltà ai Valtellini di eleggere liberamente i lor governatori e magistrati tutti cattolici; la quale elezione fosse obbligata la repubblica dei Grigioni di ratificare. Che tutti i forti di essa provincia sarebbono rimessi in mano del papa, e poi demoliti e rasati. Fu riserbato ad arbitri e all'autorità delle due corone di comporre le differenze civili rimaste fra i lor collegati.

Gran rumore, gran battaglia di sentimenti cagionò questa improvvisa pace. I più, ed anche in Francia, ne sparlavano a bocca aperta, come se si fosse fatto il funerale alla riputazione della corona franzese con questo accomodamento, e quasichè troppo in esso avesse guadagnato la Spagna. Perciocchè, senza parlar del punto della religione, voluto e lodato dai cattolici tutti, dicevano essi che veniva la Valtellina a restare in sostanza, se non in apparenza, indipendente dalla giurisdizion dei Grigioni, e tutta divota per i ricevuti vantaggi e per la necessità del commercio a' vicini Spagnuoli. Oltre a ciò, rimanevano traditi e sacrificati gl'interessi di tutti i collegati della Francia, e troppo sconciamente pregiudicato alle convenienze d'ognuno. Infatti rimasero stranamente alterati gli animi de' Grigioni, de' Veneziani, e specialmente del duca di Savoia, ed ognuno di essi proruppe in molte doglianze. Tuttavia per prudenza e per necessità convenne loro accomodarsi alle determinazioni di chi le poteva far eseguire. Il pontefice, i Genovesi e gli altri principi d'Italia con occhi diversi riguardarono questo accordo. Se ne compiacquero [1008] gli ultimi, non già per l'onore e per li vantaggi della Spagna, ma perchè tornava la calma in Italia. Maggior piacere ne provarono i Genovesi, che collegatisi in questo boiler di cose col re Cattolico, restavano sotto la di lui protezione, e liberati dalle nuove minaccie del duca di Savoia. Finalmente assaissimo ne esultò il pontefice, perchè, quantunque penasse a digerire il non essere stati ammessi i suoi ministri al trattato, pure, al mirare così ben assicurato il punto importante della religione, e provveduto al suo decoro colla restituzion dei forti della Valtellina, di più non gli restava da desiderare. Forse anche l'armamento da lui fatto non provenne da intenzione alcuna di guerra, ma bensì da segretissimi avvisi, come avea da finir questa faccenda; laonde spedì egli prontamente quelle truppe, affinchè fossero pronte a riceverne la consegna. Finalmente, considerando il midollo d'essa pace, non vi si potè trovar lesa la giustizia, perchè si restituì ai Grigioni l'alto lor dominio nella Valtellina, con rimediar solamente all'usurpazione da lor fatta contro i precedenti usi e patti sulla religione e libertà di que' popoli. Si attese intanto all'esecuzion del trattato. Gran difficoltà e dilazioni oppose il marchese di Coeuvres alla consegna delle fortezze; ma sul principio dell'anno seguente n'entrò in possesso Torquato Conti a nome del pontefice, e tutto fece demolire. In Francia coll'assenso dello ambasciatore spagnuolo fu dipoi tassata la pensione o tributo, che si dovea pagare ogni anno dalla Valtellina ai Grigioni, in venticinque mila scudi. Più scabroso riuscì il comporre le differenze del duca di Savoia co' Genovesi, e convenne portar l'affare alla corte di Spagna. Pretendeva il duca per preliminare la restituzione dei luoghi, di una galea e dei cannoni a lui presi. A questo in fine condiscesero i Genovesi, ma ben saldo tennero l'acquisto del marchesato di Zuccherello, e viva tuttavia durò la discordia fra loro. [1009] Restò sì amareggiato esso duca Carlo Emmanuele contro la corte di Francia, e massimamente contro il cardinale primo ministro, che, per isfogare il conceputo implacabile suo odio, non lasciò indietro arte veruna. Era cervello atto ad imbrogliar tutta l'Europa. Però non fu difficile il figurarsi che egli per mezzo dell'abbate Scaglia suo accortissimo ministro avesse preso a fomentare i malcontenti di Francia, esibendo loro aiuti; e certo egli accolse chi di essi a lui ricorreva. Erasi in effetto manipolata una grave congiura contra del favorito Richelieu, al cui dispotismo non si sapeano accomodare i grandi, e vi ebbe parte lo stesso Gastone duca d'Orleans fratello del re. Ma più volte la testa sagacissima del Richelieu solo seppe far abortire tutti i loro disegni. Se veramente il duca avesse mano in que' viluppi, non ho io cannocchiale che mel faccia discernere. Fallito questo colpo, fu creduto che egli si volgesse a Carlo I re della Gran Bretagna, per attizzarlo contro i Franzesi, e che movesse trattati segreti cogli Ugonotti e col duca di Lorena, acciocchè tanto essi dal canto loro, che egli dal suo, in un medesimo tempo attaccassero un fiero incendio in Francia. Quel che è certo, quantunque sapesse irritata forte contra di lui per le passate cose la corte di Spagna, pure ebbe maniera di introdurre colà un negoziato per riconciliarsi, offerendosi pronto ad abbracciare il partito del re Cattolico: al che trovò delle disposizioni nel conte duca. Concepì in questi medesimi giorni esso duca di Savoia l'idea d'intitolarsi re di Cipri: al che non gli mancavano buoni fondamenti, ma con trovare la repubblica di Venezia armata d'opposte pretensioni e ragioni. Si può ben credere che di somigliante disputa non si mettesse gran pensiero la Porta Ottamana, la quale placidamente in danno della Cristianità seguita anche oggidì a godersi quel regno, nè sembra inclinata a rilasciarlo ad alcuno dei pretendenti. Il dì 29 di ottobre l'ultimo fu della vita di [1010] Ferdinando Gonzaga duca di Mantova; e perchè non lasciò prole alcuna legittima, a lui succedette nel ducato Vincenzo suo fratello, uomo perduto ne' piaceri, e che perciò andava fabbricando delle mine pregiudiziali al suo vivere, come infatti staremo poco a vedere.

Di sopra accennammo non avere Francesco Maria della Rovere duca d'Urbino procreato se non un figlio, cioè Federigo Ubaldo, giovane dissoluto, prodigo e di vita sregolata, senza che nè i comandi del padre, nè i consigli della gente savia e pia il potessero tenere in freno. Sul più bello dei suoi solazzi e delle sue allegrezze, per essere stato pochi giorni prima proclamato duca, fu questi una mattina trovato morto in letto senza precedente alcuna infermità. Questo avvenne nell'anno 1623. Chi ne disse una cagione, e chi un'altra. Con gran costanza il duca Francesco Maria ricevette l'avviso dal vescovo di Pesaro, città, dove succedette la repentina morte del figlio, e saviamente represse gli empiti e violenti affetti della natura. Siccome di sopra dicemmo, la corte di Roma, che stava attentissima a tutti i moti di quella d'Urbino, sapendo ch'erano, per la vecchiaia del duca quasi ottuagenario, seccate le speranze d'alcuna successione, cominciò per tempo a disporsi per raccogliere quel riguardevole Stato, che andava a decadere in lei. Ma perciocchè Claudia de Medici moglie del defunto Federigo Ubaldo era restata gravida, e partorì poscia una fanciulla, alla quale fu posto il nome di Vittoria, i Veneziani, il gran duca e gli altri principi d'Italia avrebbono desiderato che per mezzo di questa principessa fosse ivi continuato quel principato, affinchè non si slargassero tanto le fimbrie della Chiesa. Ma essa ne era incapace secondo le investiture; oltredichè le tante bolle dei papi contrarie all'infeudare Stati cospicui non lasciarono luogo a cotal progetto. Oltre a ciò, per quanto fosse proposto al pontefice Urbano VIII di far cadere questo pezzo [1011] d'Italia in uno dei suoi nipoti, e gli Spagnuoli stessi si gloriassero di essere promotori di un tal consiglio, pure il papa si difese sempre da somiglianti sirene. Fu dunque con sollecitudine spedito da esso papa ad Urbino il novello arcivescovo Santorio, che cominciò ad ingerirsi in faccende di Stato, e a volerla fare da soprintendente: del che si riputò molto offeso il vecchio duca; e perciò sdegnato inviò la nipote Vittoria ad allevarsi nella corte di Toscana; e tanto più perchè bramava di darla poi in moglie al giovinetto gran duca Ferdinando II. Rinforzò egli anche di guernigioni toscane le sue principali piazze. Ma di ciò ingelosito il papa, quasichè si tramasse di far passare quel ducato nella casa de Medici, inviò anche egli truppe ai confini della Toscana e d'Urbino. Cessati poi quei primi rumori, si mise mano alla quintessenza della destrezza ed eloquenza romana, per indurre il duca a rinunziare con donazione inter vivos il suo ducato alla Chiesa, affine di risparmiar le dissensioni ed ogni pericolo di guerra, che potesse suscitarsi dall'invidia e malizia altrui. Era il duca Francesco Maria principe di grande intelligenza, prudente, amico de' letterati (pregio, di cui si gloriarono anche l'avolo e il padre suo), benigno, affabile, e in lui concorreva la gloria primaria dei veri principi, perchè padre dei suoi popoli, non di nome, ma di fatti, ed amato egualmente in ricompensa dagli stessi popoli. La sola considerazione d'esentar da ogni vessazione e rischio i cari sudditi suoi, quella fu che prevalse in suo cuore: laonde si ridusse nell'anno presente a rinunziar quegli Stati al sommo pontefice, con patto espresso, tra gli altri, che non si potessero mettere in avvenire nuovi aggravii a quei popoli, e riserbando a sè molte rendite, e il far grazie anche da lì innanzi. Ritirossi pertanto a Castel Durante, terra che da Urbano VIII fu poi dichiarata città col nome d'Urbania; e in questo mentre venne il cardinale Berlingieri Gessi a [1012] prendere a nome del papa il possesso di quel ducato, che abbraccia le città di Urbino, Pesaro, Gubbio, Sinigaglia, Fossombrone, San Leo, Cagli e la suddetta Urbania, con trecento terre e castella situate in paese delizioso ed ameno, benchè montuoso: accrescimento ben riguardevole alla signoria della Chiesa romana. Cento mila scudi furono tosto sborsati dal cardinale al duca per le artiglierie, armi e munizioni delle fortezze. Dopo questo eroico atto, sopravvisse il duca sino all'anno 1656; nè gli mancarono occasioni di pentirsi più volte della presa risoluzione, a cagion degli amari bocconi che gli fecero inghiottire i ministri della camera apostolica. Anzi (convien pur dirlo) aveva egli spedita persona a Roma col mandato della rinunzia, che se ne pentì, e spedì tosto ordine che nulla se ne facesse; ma il mandatario, a cui premeva di guadagnarsi la grazia del sole nascente, occultò l'ordine, e fece prontamente la rinunzia, ch'ebbe il suo effetto.


   
Anno di Cristo MDCLXXVII. Indizione X.
Urbano VIII papa 5.
Ferdinando II imperadore 9.

Dappoichè colla pace di Monsone fu posto fine alle perniciose controversie della Valtellina e del duca di Savoia coi Genovesi, tornò la quiete in Italia, e solamente si leggevano con piacere, benchè con disparità di genii, le guerre della Germania, e i progressi e le vittorie dell'imperadore Ferdinando II debellatore di tutti i suoi nemici. Cominciò anche a recare un dolce divertimento ai curiosi novellisti l'assedio della Rocella, a cui diedero in quest'anno principio l'armi del re Cristianissimo Lodovico XIII, dopo aver cacciati gl'Inglesi con loro gran danno da que' contorni. Vantavasi la Rocella d'essere come la metropoli e l'asilo dei malcontenti del regno di Francia, e come capo della repubblica degli ugonotti sparsi per tutto quel regno; [1013] nè si mostrava bene spesso dipendente in parte alcuna dall'autorità regale. L'essere quella città creduta inespugnabile per la sua situazione sulle coste dell'Oceano, e per le tante sue fortificazioni, la faceano rispettare fin dagli stessi suoi monarchi. Ma ciò non trattenne l'industrioso cardinale di Richelieu dal persuaderne l'assedio al re Lodovico: assedio che riuscì poi famoso anche ai secoli avvenire. Avendo in questi tempi l'arciduca Leopoldo d'Austria, fratello dell'imperador Ferdinando, rinunziati al nipote Guglielmo i vescovati d'Argentina e Passavia per voglia di maritarsi, venne a Roma, trattò e conchiuse il matrimonio con Claudia de Medici, che di sopra dicemmo rimasta vedova del principe d'Urbino. La condusse ad Inspruch, dove per più giorni furono fatte magnifiche feste. Poscia a dì 21 di novembre Eleonora Gonzaga moglie dell'Augusto Ferdinando solennemente in Praga ricevette la corona di Boemia. Alcuni giorni dopo anche Ferdinando III figlio del regnante imperadore, già coronato re d'Ungheria, aggiunse anch'egli con gran pompa a quella corona l'altra d'esso regno boemico. Lagrimevole spettacolo all'incontro vide la Puglia in quest'anno, perchè nel dì 30 di luglio un terribil tremuoto diroccò la città di San Severo con altri non pochi luoghi circonvicini; e si fece conto che in quelle rovine perissero diciassette mila persone: durissima pensione, a cui sono di tanto in tanto soggette le deliziose provincie del regno di Napoli per tanto zolfo chiuso nelle viscere loro.

Quando pur si lusingava la Lombardia di godere i frutti della pace già stabilita, per le misere umane vicende si vide nascere un seminario di nuove guerre, che si trassero dietro un diluvio di sangue e di calamità maggiori delle passate. Era declinata dall'antico lustro delle virtù la potente e nobil casa Gonzaga, signora di Mantova e del Monferrato; perciocchè, dimentica dell'antico [1014] valore e della saviezza, si era abbandonata al lusso e alla dissolutezza, di modo che i finti matrimonii e i veri frequenti stupri e adulterii, e gli eccessi della gola erano divenuti alla moda in quella corte. Di qui poi provennero i gastighi ordinarii dell'intemperanza, cioè le indisposizioni di corpo, la vita corta e la sterilità de' matrimonii. Ferdinando duca di Mantova, che nel precedente anno assai giovine terminò i suoi giorni, dopo aver menata una vita troppo sregolata, oppresso dalla pinguedine, niun successore avea lasciato. Vi restava don Vincenzo suo fratello, nato nel 1594, il quale per tempo datosi anch'egli in preda ai piaceri, punto non inclinava allo stato clericale. Con tutto ciò Ferdinando gli avea procacciata la porpora cardinalizia, ma senza mai poterlo indurre a passare a Roma per prendere il cappello, e per fissar ivi la sua abitazione. Soggiornando Vincenzo nella terra di Gazzuolo, s'invaghì d'Isabella vedova di Ferrante Gonzaga principe di Bozzolo, donna di singolare ingegno, saviezza e bellezza. E perchè a queste doti si aggiugneva anche la fecondità, e Vincenzo desiderava prole, perchè il disordinato vivere del fratello Ferdinando facea predire poco lunga la sua signoria (con che veniva a ricadere in lui il ducato), segretamente, in forma non di meno legittima, la sposò, ancorchè tuttavia vestisse la sacra porpora, giacchè non avea a cagion d'essa contratto vincolo in contrario; ma con irreverenza alla dignità del sacro collegio, e verso il fratello non consapevole di tal risoluzione, che poi saputala diede forte nelle smanie. Per la sua inabilità non trasse Vincenzo alcuno frutto da quel matrimonio, e venne anche a liti e a divorzio con Isabella. Anzi succeduto al fratello defunto, e proclamato duca, fece di mani e di piedi per disciogliere quel matrimonio, aspirando a sposare Maria sua nipote, figlia del già duca Francesco suo fratello maggiore. Ebbe poi altro da pensare, perchè i passati disordini cotanto [1015] sconcertarono la di lui sanità, che si conobbe incamminato fra poche settimane al sepolcro.

Viveva e soggiornava in questi tempi in Francia Carlo Gonzaga, figlio di quel Lodovico Gonzaga, che fratello minore di Guglielmo duca di Mantova, cioè dell'avolo del suddetto duca Vincenzo, passò a cercare in Francia miglior fortuna, e la trovò col tanto corteggiare l'unica rimasta figlia del duca di Nevers, che essa il prese per suo marito, e gli portò in dote i ducati di Nevers, Rethel ed Umena. Essendochè niun'altra prole maschile della linea Gonzaga Guglielmina veniva a restare, avvertito di quanto accadeva in Mantova il suddetto duca di Nevers, spedì per le poste in Italia Carlo duca di Rethel suo figlio, che ebbe la fortuna di penetrare per la Valtellina, e di giugnere a Mantova in tempo che il duca Vincenzo si trovava all'ultimo di sua vita. S'erano già fatte varie disposizioni per far succedere il suddetto duca di Nevers, e s'era procurata da Roma la dispensa affinchè il duca di Rethel suo figlio potesse sposare la nipote Maria: punto di somma importanza, perchè non mancavano legisti pretendenti che a questa principessa appartenesse il ducato di Monferrato. Col suo testamento lasciò li duca Vincenzo suo successore ed erede il suddetto Carlo duca di Nevers, e nella notte stessa ch'egli diede fine al suo vivere, cioè nella notte precedente al dì 26 di dicembre dell'anno presente, il duca di Rethel sposò la prefata principessa e consumò il matrimonio. Stavano attentissimi a questo avvenimento l'imperador Ferdinando, trattandosi di due insigni ducati d'Italia, feudi dell'imperio; i Franzesi, per sostenere un principe considerato per lor nazionale e ben affetto; e gli Spagnuoli, per non ammettere chi troppo si scorgeva dipendente dalla Francia. Però anche prima dell'ultima malattia del duca Vincenzo ognun dei suddetti potentati prese le misure convenevoli ai proprii interessi; ma che per [1016] conto degli Austriaci rimasero imbrogliate dalla diligenza del duca di Rethel. Pretendeva il ducato di Mantova anche don Ferrante Gonzaga principe di Guastalla, perchè nipote dell'altro celebre don Ferrante, che fu fratello di Federigo duca primo di Mantova; benchè la linea sua fosse più lontana di un grado da quella del primo duca di Nevers, figlio del suddetto Federigo. Non poteva questi punto pretendere sul Monferrato; ma mosse ben le sue pretensioni sopra quello stato Margherita Gonzaga duchessa vedova di Lorena, sorella dei tre ultimi duchi di Mantova. In favore di questa principessa e del principe di Guastalla si dichiararono i ministri di Spagna alla corte imperiale, covando nondimeno altri lor segreti disegni di profittare di questo scompiglio, siccome non mai sazii di dilatar la potenza di quella corona.

Eransi anche ordite in Mantova varie tele dai divoti della casa Guastalla, e preparate armi; ma queste vennero scoperte, e restò dissipato ogni contrario disegno dal duca di Rethel, che assunse il titolo di principe di Mantova; s'impadronì di Porto, cioè della fortezza di Mantova, e di ogni altro luogo forte, e si fece giurar fedeltà da quel popolo. Il conte Giovanni Serbellone, colà spedito da Milano, tosto si ritirò fuor del palazzo; e benchè visitato e richiamato dal principe, gli disse di non aver affari da trattare col duca di Rethel, e se ne andò poi sdegnato e minacciante. Chi maggiormente non di meno si dava dei gran movimenti pel deliquio della casa Gonzaga, era Carlo Emmanuele duca di Savoia, principe mirabilmente attento anche ad ogni menomo vento, per cui potesse sperare o gloria al suo nome, o qualche accrescimento ai suoi Stati. Ecco venuto il tempo di risvegliar le sue sempre vive pretensioni sul Monferrato, e le ragioni per la restituzion delle doti di Margherita sua figlia. Maggiormente poi s'irritò per lo sposalizio di Maria sua nipote senza saputa sua e della madre. Accostatosi [1017] per questo fine agli Spagnuoli, di buon'ora intavolò un trattato con don Gonzalez di Cordova, deputato pro interim al governo di Milano, dappoichè il duca di Feria fu richiamato a Madrid. Intanto sì il pontefice Urbano VIII che i Veneziani e gli altri principi d'Italia non aveano bisogno di studiar molto nei libri per conoscere evidenti le ragioni di Carlo Gonzaga duca di Nevers, essendo egli l'agnato più prossimo agli ultimi duchi di Mantova, che tanto per le sue proprie ragioni, quanto per quelle della principessa Maria da lui sposata, veniva ad essere legittimo erede del Monferrato. Ma un gran delitto per lui era l'aver nelle vene sangue franzese, e il possedere riguardevoli Stati nella stessa Francia. Però saltò su la ragion di Stato, cioè quel maestoso idolo, a cui sì sovente fan voti e sagrifizii i potenti del secolo, e che, quando occorre, si tien sotto i piedi, non dirò le leggi sole di Giustiniano, ma quelle ancora della natura e delle genti e la religione stessa. In somma non istava bene nel cuor dell'Italia, e confinante da tante parti agli Stati della corona di Spagna, un principe tale, e bisognava far tutto per atterrar lui e le pretensioni sue. Procedette sul principio con qualche riguardo l'Augusto Ferdinando, con pretendere che il duca di Nevers, siccome trasversale e in concorrenza d'altri che si riputavano chiamati, non dovesse senza sua licenza ingerirsi nel possesso e dominio di Mantova e del Monferrato; e però cominciò a procedere per giustizia con avocazioni, citazioni e deputazione di commessarii. All'incontro, il Cordova e il duca di Savoia meglio giudicarono di procedere per la via di fatto, con aprire la porta ad innumerabili ed indicibili guai, de' quali parleremo all'anno seguente.

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Anno di Cristo MDCXXVIII. Indiz. XI.
Urbano VIII papa 6.
Ferdinando II imperad. 10.

Teneva attenti gli occhi di tutti l'affare della successione di Mantova, affare di somma importanza pel sistema d'Italia. Non mancò il duca Carlo di Nevers, dopo essere egli giunto nel dì 27 di gennaio dalla Francia a Mantova, di spedire Vincenzo Agnello vescovo di quella città per suo inviato all'Augusto Ferdinando, per attestargli l'ossequio e la sommessione sua, e per chiedere l'investitura dei ducati di Mantova e di Monferrato. Trovavasi allora la corte cesarea in auge di felicità per la molte vittorie riportate contro i nemici, per la pace fatta col Turco e col Transilvano, e per gli eserciti suoi che faceano tener la testa bassa a tutti i principi della Germania. Però in Vienna si parlava con tuono alto, e i fulmini stavano pronti contro chiunque prontamente non ubbidiva. Nulla potè ottenere il vescovo; stette saldo l'imperadore in volere il sequestro di quegli Stati, per decidere poi nelle forme giudiciarie chi vi avesse migliori ragioni. All'esecuzione di questo suo decreto fu deputato il conte Giovanni di Nassau. Intanto don Gonzalez di Cordova, che appresso ottenne il governo stabile di Milano, maneggiandosi vivamente col duca di Savoia, più vivace ancora di lui nei proprii interessi, concertava l'occupazione del Monferrato, e non solo di rimettere esso duca in buona grazia del re Cattolico, ma di formar anche una lega con lui. Fu in questa occasione che Carlo Emmanuele venne riguardato nel più bell'ascendente della gloria, perchè non meno i ministri spagnuoli che quei di Francia e di Venezia s'unirono a Torino, per tirarlo ciascuno d'essi nel loro partito, quasichè da lui pendesse il destino della Lombardia. Toccò il pallio agli Spagnuoli. Fu stabilito di conquistare il Monferrato, e di partirne fra loro [1019] la preda. Colle forze dello Stato di Milano il Cordova si prefisse di ridurre alla sua ubbidienza Casale, e tanto più perchè vantava di aver non poche segrete intelligenze con quegli abitanti. La corte di Spagna, che s'era mostrata dianzi inclinata ad un amichevol trattato, allora abbracciò il duca di Savoia, e sposò le massime di don Gonzalez.

Erano intanto riposte le speranze del duca di Nevers nella protezione e nei soccorsi del re Cristianissimo; ma essendo allora impegnate l'armi e l'erario del re nel celebre assedio della Rocella, altro non ne riportò esso principe (che da qui innanzi chiameremo duca di Mantova) se non buone parole e promesse, subito che si potesse accudire ai di lui interessi. Fremevano i Veneziani al conoscere l'idea del duca di Savoia e l'ingordigia degli Spagnuoli, e si diedero anche ad arrolar gente, perchè avrebbono pur voluto dar braccio al novello duca Carlo, ma con protestare di non poter farlo, se prima non miravano calato in Italia un esercito franzese. Maggiormente papa Urbano VIII, tuttochè favorevole al Mantovano, si tenea lungi dagl'impegni, solamente attendendo a far proposizioni d'accomodamento. Sicchè esso duca Carlo altro ripiego non ebbe che di mettere in vendita molti de' suoi beni e Stati oltramontani. Ne ricavò in fatti alcune centinaia di migliaia di scudi, coi quali fece far leva di genti in Francia. A poco a poco ancora andò rinforzando di presidii e di munizioni Mantova e Casale, venendo alla sfilata Italiani e Franzesi al suo servigio, di modo che giunse a raunar da cinque mila fanti e mille cavalli per la difesa di Mantova e di Casale. Tra Monferrini e Franzesi si contarono quasi quattro mila fanti e quattrocento cavalli. Non pareano gente da farne caso i Monferrini, perchè delle cernide di quel paese; pure l'odio ch'essi portavano al duca di Savoia, e l'amore da lor professato agli antichi lor principi, gli animava al mestier della guerra, oltre all'essere stati [1020] non poco agguerriti nelle turbolenze passate. Sul fine dunque di marzo uscì in campagna il governatore di Milano, lusingandosi di far prodigii con sei mila fanti e mille e cinquecento cavalli, che potè condur seco, giacchè avea dovuto lasciar quattro mila fanti con alcune squadre di cavalleria ai confini di Mantova per guardia del Cremonese, e due altri mila ai confini della Valtellina e dei Grigioni. Tuttavia dai Genovesi ricevette poscia un rinforzo di quattro in cinque mila pedoni. Andò a dirittura sotto Casale, e piantò anche le batterie, ma vi trovò quel che non s'era immaginato, cioè difensori che coraggiosamente faceano sortite, e sostenevano con vigore le colline e i passi alle vettovaglie; laonde non gli riuscì di privarli dei mulini nel Po, nè di Rossigliano, posto di conseguenza per la comunicazione della città col resto del Monferrato.

Nello stesso tempo anche il duca di Savoia con quattro mila fanti e mille e ducento cavalli ostilmente dal lato suo entrò nel Monferrato. Niuna fatica gli costò l'insignorirsi della città d'Alba sprovveduta di guernigione. Passò dipoi all'espugnazione di Trino, dove gli convenne adoperar approcci, artiglierie e mine; ma essendo troppo smilzo quel presidio, e mal provveduto di cannoni e di munizioni, in poco tempo capitolò la resa. Non perdè un momento il duca ad ordinar nuove fortificazioni a quella terra, con formarne una regolata e possente fortezza. Questa era la parte che coi suoi territorii dovea, secondo i patti, restare al duca di Savoia. Ma non si fermò egli qui. Prese dipoi Pontestura e Moncalvo, che doveano essere degli Spagnuoli, e ritenne per sè Moncalvo, con tosto imprendere le fortificazioni anche di questa terra. Si rodeva di collera don Gonzalez a questo procedere del duca, perchè contrario alle fatte capitolazioni; eppure gli bisognava dissimular tutto per sospetto sempre che il duca voltasse casacca, e si unisse coi Franzesi, i quali s'ingrossavano [1021] ai confini d'Italia. E veramente riflettendo a quella testa, che tenea sempre molte terre in piedi, aspettavano ogni dì gl'Italiani d'allora qualche scena nuova dal canto d'un principe sì bellicoso ed inquieto. Infatti venne a scoprirsi in questi tempi una congiura in Genova, nè ebbe difficoltà il duca di professarsene autore, colle istanze da lui fatte che ai congiurati presi fosse data l'impunità, minacciando la morte ad alcuni gentiluomini genovesi suoi prigioni, se si fosse proceduto innanzi nella giustizia contro gl'imprigionati a Genova. Non si ritennero per questo i senatori genovesi dal far eseguire la sentenza contro quattro dei delinquenti; e benchè il duca sdegnatissimo ordinasse dipoi che fossero decapitati quegl'innocenti, pure altro non ne fece, verisimilmente per la grandezza dell'animo suo, ben conoscendo l'indegnità di cotal vendetta.

In questo mentre don Gonzalez, che nulla profittava nell'assedio di Casale, si avvisò di prendere Nizza della Paglia, pel cui acquisto si verrebbe ad angustiare la stessa città di Casale. Per quindici giorni fu virilmente difesa quella terra, ed in fine costretta a rendersi. Ad altre imprese non poterono poi pensare nè il duca nè il governatore, perchè si intesero disposti i Franzesi a passare in Italia, e venivano anche ordini della corte cesarea, non senza maraviglia dei politici, perchè si desistesse dall'occupazione del Monferrato, pretendendo l'imperador Ferdinando che nè Spagna nè Savoia avessero da padroneggiar nei feudi dell'imperio. Col danaro del nuovo duca di Mantova s'erano già uniti in Francia dodici mila fanti e mille e cinquecento cavalli sotto il comando del marchese di Uxelles; ed avea ricevuto ordine il maresciallo di Crequì governatore del Delfinato d'unirsi seco con un altro corpo di gente: il che poi non succedette per gare insorte fra lui e l'Uxelles; oppure perchè il principe Tommaso figlio [1022] del duca di Savoia ne impedì l'unione; oppure, come altri vogliono, per secreti imbrogli della regina madre, che odiava il duca di Mantova. Bramoso dunque esso marchese d'Uxelles di portar soccorso al Mantovano, calò sul principio di agosto pel passo detto dell'Agnello, ma con incontrare il duca Carlo Emmanuele e Vittorio Amedeo principe di Piemonte suo figlio, che con quasi altrettante milizie, parte sue, parte prestategli dal governator di Milano, l'aspettavano a piè fermo, oltre all'aver eglino ben chiusi e fortificati tutti i passaggi; per quanti tentativi di passare facesse l'Uxelles, non solamente nulla gli riuscì, ma in più incontri ancora per valore del principe di Piemonte ne riportò delle busse, talmente che, dopo aver perduta molta gente, alcuni pezzi di cannone e parte del bagaglio, fu forzato a tornarsene colla testa bassa in Francia, dove per mancanza di paghe si dissipò tutta l'armata sua. Per questo glorioso successo non si può dire quanto salisse in alto la reputazione del duca, e massimamente nella corte di Spagna, dove si dissiparono tutte l'ombre della di lui fede e costanza: e gloriavasi a piena bocca il conte duca di aver tirato questo principe alla divozion della Spagna, dandogli il nome di braccio diritto della corona e di antemurale dell'Italia. All'incontro, a Carlo duca di Mantova fu per cadere il cuore per terra al trovarsi da tante parti bersagliato, e grande la diserzione de' suoi soldati per mancanza di paglie, e naufragata l'unica speranza che gli restava dei soccorsi di Francia. Già si aspettava d'essere messo al bando dell'imperio, e però inviò Carlo duca di Rethel suo figlio per placar l'imperadore, confidando nell'appoggio dell'imperadrice Leonora sorella dei tre ultimi duchi di Mantova. Ma perchè l'imperadore pretendeva che a nome suo dagli Spagnuoli e dal duca di Savoia si ritenessero i luoghi occupati nel Monferrato, e di metter egli presidio in Casale sino a ragion conosciuta, il Rethel, che nè pure [1023] fu riconosciuto per principe di Mantova, se ne tornò mal soddisfatto in Italia; nè dal duca suo padre furono poi accettate le proposizioni suddette, perchè incoraggito di poter sostenere Casale contro la mala condotta del Cordova in quell'assedio o blocco.

Efficacemente ancora si adoperò il nunzio pontificio Scappi in Lombardia per una sospension d'armi; ma il trattato andò a monte. Si trattò di soddisfare con cessione di Stati al duca di Savoia; ma egli quanto più mirava ridente la sua fortuna, tanto più alzava la tassa delle sue pretensioni. Intanto Casale niuna paura mostrava degli Spagnuoli assedianti, i quali infine si avvidero, che volendo prendere quella città colla fame, conveniva espugnar prima Ponzone, San Giorgio e Rossiglione; e in fatti se ne impadronirono, occupando poi le colline di Casale, e restringendo l'assedio. Ma la poca avvertenza degli Spagnuoli avea lasciata entrar tanta copia di viveri nella città, che non si perdeano punto d'animo i difensori; e all'incontro nel campo spagnuolo si provava gran carestia, perchè i grani andarono a male in quest'anno, e a cagion di ciò fu anche una sedizione in Milano. Fu infin creduto che lo stesso duca di Savoia vi avesse sotto mano lasciata entrare copia di vettovaglie, perchè, dopo avere acquistata per sè la parte a lui destinata del Monferrato, ed anche di più, nell'interno suo non gustava che quella importante fortezza cadesse in mano degli Spagnuoli. Ora finchè il re Cristianissimo e il cardinale di Richelieu si trovarono immersi nel grande affare dell'assedio della Rocella, non poterono accudire se non con ufizii e promesse all'aiuto del duca di Mantova, che pure stava loro assaissimo a cuore. Finalmente nel dì 30 di ottobre dell'anno presente, dopo aver la fortuna secondato il valore dei Franzesi contro i tentativi degl'Inglesi, contro le furie del mare e contro l'indicibile ostinazione degli ugonotti rocellesi, che si ridussero all'estrema miseria, [1024] si rendè a discrezione quella dianzi inespugnabil fortezza, con immortal gloria del re Luigi XIII. Entrò egli trionfante nel primo giorno di novembre in quella piazza, o, per dir meglio, in quel cimiterio, dove non trovò che gli scheletri di uomini, ed ordinò poscia la demolizion delle fortificazioni, con rimetter ivi l'esercizio della religione cattolica. Allora fu che il re e il ministro cardinale cominciarono a pensar daddovero all'Italia. Portava, siccome dicemmo, la regina madre Maria de Medici odio a Carlo duca di Mantova, non per li demeriti suoi, ma perchè Gastone duca d'Orleans fratello del re, volendo passare alle seconde nozze, inclinava solamente in Maria Gonzaga figlia di esso Carlo; laddove la regina sua madre pontava da gran tempo perch'egli si accasasse con una delle due sorelle di Ferdinando Il gran duca di Toscana. Se la prese per questo essa regina non solo contra del Mantovano, ma anche contra del Richelieu: il che cagionò poi gravissimi sconcerti ed affanni alla medesima regina. Lasciossi ella trasportare cotanto dalla passione, che nell'anno seguente giunse a far imprigionare la suddetta innocente principessa Maria. Oltre a ciò, i fazionarii di lei nel consiglio reale s'ingegnarono a tutto potere di frastornar la buona intenzione del re verso il duca di Mantova. Ma il Richelieu, che sempre più si introduceva nel favore del re, e s'era acquistato un sommo credito per la conquista della Rocella, tenne saldo il re in quel proponimento, e cominciò a fare sfilar verso i confini d'Italia alcuni reggimenti, con ispargere voce che il re stesso volea scendere in persona alla liberazion di Casale. Cessò di vivere in questo anno nel dì 11 di dicembre Cesare d'Este duca di Modena e Reggio, lasciando ne' suoi popoli un gran desiderio di lui: sì dolce, sì giusto era stato il suo governo, sì grande la sua pietà, la sua clemenza e l'amor della pace. Donna Virginia de Medici figlia di Cosimo I gran duca di Toscana, moglie sua, l'avea arricchito [1025] di una numerosa figliuolanza, cioè di Alfonso II primogenito, che a lui succedette nel ducato, e dei principi Luigi, Ippolito, Niccolò, Borso e Foresto.


   
Anno di Cristo MDCXXIX. Indizione XII.
Urbano VIII papa 7.
Ferdinando II imperadore 11.

Memorabile riuscì l'anno presente per tante calamità che si affollarono addosso alla Lombardia e ad altri paesi dell'Italia, a cagion della contrastata successione degli stati di Mantova e di Monferrato. Tutto lo studio fin qui fatto da Carlo Gonzaga duca novello di Mantova, era stato di guadagnar tempo, finattantochè si mettesse il re Cristianissimo in istato di poterlo soccorrere: del che continue speranze gli venivano di Francia. Varii progetti di accomodamento in Madrid andarono sempre a finire in nulla, perchè il Gonzaga allettato dalle promesse del cardinale di Richelieu, confidava di ottener tutto col mezzo della forza francese. Promettevasi anche molto dagli aiuti della repubblica veneta, la quale mirava bensì troppo di mal occhio le violenze degli Spagnuoli in tale occasione, ma procedeva con gran circospezione, nè inclinava a venire a dichiarazione alcuna, bastandole di accrescere le sue truppe colla apparenza di sola precauzione per la difesa dei propri Stati. Se il duca di Mantova avesse voluto acconsentir a depositar Casale in mano dell'imperadore sino a ragion conosciuta, si sarebbono posate l'armi, perchè veramente l'Augusto Ferdinando si mostrava volonteroso di pace in Italia, e non altro dicea di pretendere se non di sostenere i diritti delle sua sovranità, trattandosi di feudi su i quali più di uno pretendea di aver delle ragioni. Avrebbe il duca consentito al deposito in mano del papa, o di altro principe italiano; ma ciò non piacendo alla corona cesarea, egli si lasciò in fine condurre a veder la rovina di tutti i suoi Stati, e a rimanere esposto al pericolo di [1026] perdere tutto. Non potea, siccome dicemmo, essere in più bell'auge per questi tempi la potenza di esso imperadore. Le vittorie riportate dal suo maresciallo Tilly il rendevano formidabile a tutta la Germania; e però veggendo poco rispettata l'autorità sua dal duca Carlo Gonzaga, cominciò a disporsi per ottener colla forza ciò che per via amichevole non avea potuto conseguire: ma prima di lui diede all'armi la Francia a fin di prevenire la caduta di Casale. Il Richelieu, a cui premeva di tenere il re Lodovico lontano dalle cabale della corte di Parigi e dai tentativi della madre, cotanto seppe incantarlo colle vive pitture della gloria, di cui hanno da essere innamorati i monarchi, che il trasse a venire in persona verso l'Italia, e ciò nel furore del verno. Aveva egli approntato un esercito di ventidue mila fanti e di tre mila cavalli, tutta gente veterana; dato ordine che si allestisse un'armata navale in Provenza, gli davano a sperare i Veneziani di entrare anche essi in ballo con dodici mila fanti e cinquecento cavalli; e il duca di Mantova facea credere di avere al suo soldo sei mila fanti e più di mille cavalli.

Avendo pertanto il re Cristianissimo fatto chiedere al duca di Savoia il passo per li suoi Stati, il duca spedì il conte di Verrua, e poscia il principe di Piemonte al cardinale, per trattare di qualche accordo. Propose il porporato che sua maestà si obbligherebbe di far dare al duca Trino con quindici mila scudi di rendita annua in tante terre del Monferrato; e di questo si trovava appagato il duca; ma perciocchè si chiedevano specificazioni maggiori intorno alle terre, si tirava in lungo l'affare. Due gran cime di uomini in accortezza ed astuzia erano il duca di Savoia e il cardinale di Richelieu, e l'uno non si fidava dell'altro. Ora il porporato, che sospettò essere tutti questi artifizii del duca, affinchè intanto Casale si arrendesse agli Spagnuoli (dal che era ben alieno l'animo del duca), ruppe il trattato, e nel dì 4 di marzo mosse lo [1027] esercito franzese con ordine di assalir le barricade contrarie. Passato il Mon-Genevra al dispetto delle nevi e dei ghiacci, e superati i trincieramenti di Chaumont, calò quell'annata nel dì 6 verso Susa, nella cui valle avea il duca tirato un trincierone, e messovi alla difesa il mastro di campo Bellone, e Girolamo Agostini, mandatogli in soccorso con quattro mila fanti dal governator di Milano. Seguì ivi un gran conflitto, in cui il duca e il principe di Piemonte furono in gran pericolo; e il re, oltre all'aver guadagnate nove bandiere, fece prigionieri circa ottanta, quasi tutti uffiziali: dopo di che la cittadinanza di Susa gli mandò le chiavi, restando la cittadella risoluta di difendersi. Ritirossi il duca ad Avigliana col grosso delle sue genti, e quivi si fortificò; ma apprendendo sempre più l'impetuosità di questo torrente, ebbe per meglio d'interporre gli uffizii della nuora Cristina col re suo fratello, per raggruppare l'interrotto trattato d'accordo. Spedito dunque a Susa il principe di Piemonte, restò conchiusa la pace, per cui concedette il duca libero il passo e vettovaglie all'esercito reale, e per ostaggi di sua fede la cittadella di Susa e il castello di San Francesco. Promise anche di entrare in lega col re, col papa, colla repubblica di Venezia, e col duca di Mantova, e che Gonzalez di Cordova leverebbe l'assedio di Casale. Obbligossi all'incontro il re di far avere al duca Trino con altre terre dell'annua suddetta rendita nel Monferrato. Il bello fu che lo stesso Cordova per timore di peggio consentì a sì fatto accordo, e si ritirò dall'assedio di Casale, città che fu immediatamente provveduta di mille e cinquecento sacchi di grano, e v'entrò appresso un buon numero di Franzesi col signor di Toiras. Il che fatto, determinò il re col cardinale di tornarsene in Francia, glorioso di aver conseguito tanto col solo tuono delle sue armi; e ciò perchè in Linguadoca più che mai si facea sentire la ribellione degli ugonotti, incitati dal duca di Roano; nè [1028] maniera vi fu che l'ambasciator veneto col mostrare la poca sussistenza di quella pace forzata, restando tuttavia armati gli Spagnuoli col duca di Savoia, il potesse ritenere.

Aveano intanto essi Veneti preso ad aiutare con pubblicità il duca di Mantova, animati dalla calata di un re di Francia, per sostenere la medesima causa. Incoraggito anche lo stesso Gonzaga dal movimento e dalle forze dei Franzesi, avea fatto con cinque mila armati un'irruzione nel Cremonese, e presa e data a sacco la grande e ricca terra di Casal Maggiore, ma senza poter fare di più: azione che dispiacque non poco all'imperadore, già irritato per la venuta dei Franzesi in Italia, per decidere di Stati spettanti all'imperio, e che tanto più l'accese a procedere contra esso duca di Mantova. La corte di Spagna, senza voler ratificare il trattato di Susa, spedì poscia al governo di Milano il marchese Ambrosio Spinola, cotanto celebre per le sue prodezze nelle guerre di Fiandra, il quale con grosso accompagnamento d'oro e di milizie, e con ordini di proseguir la guerra nel Monferrato, arrivato nell'agosto a Milano, si diede tosto a far tutti i preparamenti per accrescere il suo onore anche in Italia. Camminava la corte di Spagna perfettamente d'intelligenza con quella di Vienna, e però l'imperadore Ferdinando anch'egli mise in ordine un fiorito esercito per inviarlo in Italia. Ed ecco all'improvviso comparire la vanguardia di questa cesarea armata, consistente in dieci mila fanti e mille cinquecento cavalli, al passo dello Steich, per cui si penetra nella Rhetia o sia ne' Grigioni. S'impossessarono i Tedeschi di quel passo, ed entrati anche in Coira, vi fecero prigione l'ambasciatore di Francia, che fu poi da lì a non molto rilasciato. Calò poscia e venne ad unirsi tutto l'imperiale esercito, ascendente a ventidue mila pedoni e tre mila e cinquecento cavalli, secondo lo scandaglio del Capriata e del conte Gualdo Priorato, benchè il Nani li faccia [1029] trentacinque mila fra cavalleria e fanteria. Giunse quest'armata nello Stato di Milano sotto il comando di Rambaldo conte di Collalto, cavaliere d'antica nobile famiglia furlana, ma pel suo valore nelle guerre di Germania divenuto caro allo imperadore, e portato ai primi gradi della milizia. Era già venuto l'autunno; pure il Collalto verso la metà di ottobre passò sul Mantovano, e non trovando resistenza, andò prendendo varii luoghi circonvicini al lago e alla città di Mantova; e finalmente si accostò al borgo di San Giorgio, dove essa città più sta vicina alla Terra ferma. Entrati i Tedeschi in quel borgo, alzarono senza ritardo varie batterie, che faceano gran fuoco e rumore, ma niuna paura ai difensori delle città. Tenne fin qui la repubblica veneta in mezzo a questo incendio un contegno come di ausiliaria del duca di Mantova, e non già come nemica dichiarata dell'imperadore. A questo fine avea nel dì 8 d'aprile segnata lega col re Cristianissimo, ed aiutato di gente, di viveri e di contanti il duca, e l'andava tuttavia rinfrescando secondo i bisogni, custodendo intanto i suoi confini con un esercito di circa sedici mila combattenti.

Quanto al marchese Spinola governator di Milano, siccome persona provveduta al pari di valore che di senno, avea dei motivi d'inclinar più alla pace che alla guerra, e però abboccatosi con Monsignor Panciroli nunzio del papa, per mezzo di lui fece proporre al duca di Mantova ripieghi di sospension d'armi, di sommessioni e di qualche deposito, che tornasse in onore di sua maestà cesarea. Ma nè il duca si accomodava a cedere piazze; e quand'anche si mostrava disposto a far qualche passo, il Collalto si opponeva, per non aver mandato a far trattati di pace o di tregua. In questo negoziato fu adoperato dal nunzio pontificio Giulio Mazzarino, che in basso stato cominciò allora il noviziato della sua fortuna. Perdute dunque le speranze di qualche accordo, lo Spinola, che avea [1030] raunato un esercito di quasi sedici mila fanti e quattro mila cavalli, mandato avanti don Filippo suo figlio, che entrò nel Monferrato, cagion fu che i Franzesi, sparpagliati per quelle terre, si ridussero a Casale. Occupò Acqui, Nizza della Paglia, Ponzone, e successivamente le altre terre, già prese e poi abbandonate da don Gonzalez di Cordova suo predecessore, e quivi distribuì le sue milizie a quartieri; giacchè per la vicinanza del verno non gli parea quello tempo proprio per imprendere l'assedio di Casale, dove era bastevol guarnigione di Franzesi. Il Collalto anch'egli, essendo venuto il freddo, e cresciuti gli enormi fanghi intorno a Mantova, che troppo difficoltavano le azioni e il trasporto dei viveri, per mezzo dell'accorto ed eloquente Mazzarino indusse il duca Carlo verso le feste di Natale ad una tregua di dieci giorni, durante la quale ritirò le sue artiglierie, e andò a distribuir le sue truppe in luoghi più lontani, tenendo solamente bloccata la città. Dopo di che il duca di Mantova ricuperò Curtatone, Marmirolo e qualche altro picciolo luogo. Andava innanzi e indietro il suddetto Mazzarino, proponendo a nome del papa temperamenti per terminare amichevolmente sì gran pendenza; e il duca con lettera dimandante perdono, e col condiscendere ad ammettere qualche presidio cesareo, avrebbe potuto ottener dall'imperadore molta indulgenza, ed esimere sè stesso e le cose sue da un gran precipizio. Ma lusingato di soverchio dalla fidanza nella protezion de' Franzesi e Veneziani, mai non seppe risolversi ad accomodarsi alla presente avversa fortuna.

In questi tempi Francesco I duca di Modena presidiò la Mirandola, ed altrettanto fece Odoardo Farnese duca di Parma di Sabioneta, affinchè i Tedeschi non mettessero piede in quelle due fortezze. E qui si vuole avvertire che ben succedette al duca Cesare il principe Alfonso III primogenito suo; ma questi già meditava di procacciarsi un regno migliore [1031] e di eterna durata, piuttostochè di goderne un transitorio nel nostro mondo. Avea egli sortito un temperamento focoso, aspro e risentito, e faceva temere ai sudditi suoi un governo ben diverso dal mansuetissimo del duca Cesare suo padre. Ma avendogli tolta Iddio nell'anno 1626 l'infanta Isabella figlia di Carlo Emmanuele duca di Savoia, sua dilettissima consorte, tal dolore provò egli per la perdita di questa pia e saggia principessa, tale impressione fecero in lui i consigli e ricordi a lui lasciati da lei prima di morire, che fin d'allora determinò di dare un calcio alle grandezze terrene per consecrarsi nel religioso umile istituto de' cappuccini. Da che fu egli proclamato duca, parea pure che gli allettamenti del trono avessero da far guerra, e da prevalere al conceputo disegno; ma egli, più costante che mai, volle eseguirlo nell'anno presente dopo soli pochi mesi di comando, senza che le batterie de' suoi cortigiani nè l'amore dei figli il potessero ritenere. Fatto dunque testamento nel dì 24 di luglio, in cui dichiarò erede il principe Francesco suo primogenito, che riuscì poi glorioso eroe de' suoi tempi, e provvide di convenevoli appannaggi gli altri suoi figli, cioè Obizzo, Cesare, Carlo Alessandro e Rinaldo, che fu poi cardinale, con ammirazione di ognuno sul fine di esso mese s'inviò verso il Tirolo a vestir ivi l'abito de' cappuccini, con prendere il nome di fra Giambatista da Modena. Quanto poi egli si alzasse alto nelle virtù, e quali splendide ed esemplari azioni di pietà, di zelo e di umiltà facesse egli dipoi, non mi fermerò io a descriverlo, avendone bastevolmente trattato nella parte II delle Antichità Estensi. Però duca di Modena divenne il suddetto suo primogenito Francesco. In questi sì sconcertati tempi non si sapea ben discernere ciò che bollisse in capo al duca di Savoia, principe di mirabili raggiri. Per la pace di Susa aveano conceputa gran diffidenza di lui gli Spagnuoli, quasi che fosse proceduto d'intelligenza [1032] co' Franzesi per disturbare l'assedio di Casale. Dappoichè si videro incamminati verso l'Italia i Tedeschi, non si potè più levar di testa ai Franzesi che egli avesse incitata a queste mosse la corte cesarea. La verità si è, ch'egli non gradì mai che Casale cadesse in poter degli Spagnuoli, e che gli stava sul cuore, come una pungente spina, l'aver dovuto cedere al re Cristianissimo la cittadella di Susa. Si era egli intanto con assai fortificazioni trincierato ad Avigliano, ed ivi teneva accampato il nerbo maggiore delle sue soldatesche. Così passò l'anno presente; anno fecondo di guai e di lagrime; perciocchè insoffribili furono i danni cagionati al Monferrato, e gli aggravii sofferti dal Piemonte; terribile ancora la penuria dei grani in Lombardia. Eppur nulla fu questo a petto delle calamità del bello e ricco paese Mantovano. Restò esso con tanta crudeltà desolato dalla fiera e mal disciplinata nazione tedesca, che le ville intere andarono a sacco, rimasero incendiate e desolate le case, tolti i bestiami che non erano fuggiti, uccisi gl'innocenti contadini per ogni piccola disubbidienza o resistenza a quegli ospiti crudeli; e niun rispetto nè pur s'ebbe ai luoghi ed arredi sacri. Dappertutto in somma si miravano segni della maggior barbarie, che di più non avrebbono operato i Musulmani. A questi flagelli s'aggiunse quello eziandio della peste, portata dai medesimi Alemanni nella Valtellina, e poscia nel Milanese e Mantovano, che per cagion del freddo non fece per ora gran progresso, ma giunse nell'anno seguente ad un terribile scoppio ed incendio. Nel dicembre di quest'anno fini i suoi giorni Giovanni Cornaro doge di Venezia, a cui poscia fu dato per successore Niccolò Contarino

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Anno di Cristo MDCXXX. Indiz. XIII.
Urbano VIII papa 8.
Ferdinando II imperad. 12.

Molte e gravi erano state nell'anno precedente le calamità; crebbero di lunga mano nel presente. Era riuscito alle armi gloriose di Luigi XIII re di Francia nella state passata di fiaccar le corna ai ribelli ugonotti, che mettevano sottosopra tutta la Linguadoca, con impadronirsi delle città e fortezze da loro occupate, con rimetter ivi in trono la religion cattolica, ed astrignere il duca di Roano, capo degli eretici malcontenti, ad uscire del regno, e con ridonare la pace e il buon ordine a quelle contrade. Sì prosperi successi li riconosceva il re dai consigli e dalla direzione del Richelieu; e perchè somma premura conservava la maestà sua di soccorrere in buona forma il duca di Mantova, nè si sentiva voglia di tornar a valicar l'Alpi, esso Richelieu, siccome testa bramosa di comparir grande non solo nell'arti del gabinetto, ma in quelle ancora della guerra, assunse volentieri il comando delle armi, e la incombenza di calar di nuovo in Italia con tutta l'immaginabil plenipotenza per la pace e per la guerra. Ecco dunque un porporato divenuto generale dell'esercito franzese in viaggio, con aver sotto di sè i marescialli di Bassompiero, di Sciomberg e di Crequì. Da Lione nel dì 28 di gennaio s'incamminò egli alla volta di Susa. Giunto che fu colà insieme coll'armata regale, cominciò a trattar col duca Carlo Emmanuele non già di un solo particolare aggiustamento, ma della pace universale fra le due corone interessate negli affari di Mantova. Siccome tanto il duca che il cardinale erano dei più scaltriti uomini della terra niun d'essi si fidava dell'altro; e negoziatore fra loro a nome del nunzio di Torino era il Mazzarino, che neppure dal canto suo la cedeva ad alcuno in accortezza, astuzie e raggiri. Parve al Richelieu [1034] di essere burlato dal duca, e tenuto a bada, affinchè intanto lo Spinola e il Collalto facessero qualche bel giuoco contro Mantova e Casale. E nello stesso tempo già compariva insospettito lo Spinola d'esso duca, con giugnere a negargli soccorso di danaro, e con pretendere se lo somministrava, qualche piazza per ostaggio della fede. Era già passata la metà di marzo, quando il cardinale segretamente si accostò alla Dora per passar quel fiume, con disegno di sorprendere il duca, il quale, soggiornando in Rivoli, luogo di delizie, col figlio principe di Piemonte, mostrava secondo il suo costume fronte serena e cuor generoso in mezzo alle cure e a' pericoli più gravi. Andò fallito il colpo, perchè da qualche amico (ne fu poi sospettato il duca di Memoransì) avvisato il duca, si ritirò prontamente a Torino, dove fece chiuder le porte, armar le mura, e imprigionar quanti Franzesi vi trovò dentro (e non erano pochi, iti o per inchinar la principessa sorella del re, o per comperar varie cose), restando stranamente sdegnato, anzi inviperito e solo spirante vendetta contra del Richelieu per un tiro sì disdicevole alla sua dignità e alla pubblica fede. Pertanto diede fuori un manifesto, in cui amaramente si dolse di varii tradimenti del cardinale verso la sua persona e i suoi Stati, senza nondimeno parlare di quel di Rivoli. Allora fu che intavolò un trattato col marchese Spinola, per cui poscia si gittò tutto in braccio agli Austriaci di Spagna e di Germania, senza mai più voler dar orecchio a proposizioni del Richelieu, nè ammettere le sue ambasciate.

Per la ritirata di Carlo Emmanuele trovando il cardinale di Richelieu liberi i passi, s'inoltrò verso Torino, affinchè colà si riducessero le forze del duca, fingendo di voler assalire quella città. Poscia all'improvviso spinse il Crequì addosso a Pinerolo, luogo distante dodici miglia da Torino, e v'andò poi egli in persona con tutta l'armata. Nè la terra, [1035] nè la cittadella fecero lunga difesa. Nel dì 31 di marzo, giorno di Pasqua, furono amendue in poter de' Franzesi; e il cardinale, che già meditava più vasti disegni, ordinò tosto una potente fortificazione a quel luogo, per formarvi una fortezza reale che servisse di continua briglia alla casa di Savoia, e di porta aperta ai Franzesi per entrare in Italia: il che non si può esprimere quanto trafiggesse l'animo del duca. Gli fu intanto spedito in aiuto dal marchese Spinola e dal Collalto un grosso corpo di Tedeschi, giacchè sette mila altri ne erano calati allora dalla Germania: gente che si diede ad esercitar la sua bravura, non già contro i Franzesi, ma in desolar gli infelici abitatori del Piemonte. Arrivò in questi tempi a Torino il cardinale Antonio Barberino, spedito con titolo di legato di Lombardia dal pontefice Urbano VIII, siccome padre comune, per trattar di pace. Abboccatosi egli con lo Spinola e col Cobalto, avea scorto in essi buone disposizioni. Trovò ben venti contrarii, allorchè trattò col duca di Savoia, tutto volto ai pensieri di cacciar di là da' monti i Franzesi, come si figurava di poter fare tirando in Piemonte tutte le forze spagnuole ed imperiali. Nè gli passò meglio col Richelieu, il quale, dopo l'acquisto di Pinerolo e di Bricherasco, terra forte, e di altri circonvicini luoghi, tutto gonfio di sè stesso, sempre più alzava il capo e parlavo da vincitore. Fu forzato in fine il legato Barberino, perchè vi andava dell'onore della santa Sede, a ritirarsi, lasciando le cose più che mai imbrogliate. Tenutasi una conferenza dal duca col Cobalto e collo Spinola, per unir la triplice armata tutta, affin di cacciare i Franzesi, si trovò disposto a ciò il Cobalto; ma non già lo Spinola, che o per gara coll'altro generale, o per poco buon animo verso il duca, o per ordini venuti di Spagna, contento di veder posto assai ostacolo ai Franzesi, perchè non potessero interrompere i suoi disegni nel Monferrato, spinse poi le soldatesche [1036] da lui dipendenti in quella provincia. Occupò Pontestura, San Giorgio e Rossigliano intorno a Casale, ed appresso ordinò l'assedio della medesima città. Seguirono sotto quella piazza varie fazioni militari, ora vantaggiose, ora dannose agli assedianti, che io tralascio. In questi tempi, cioè verso il fine di maggio, entrato lo stesso re Luigi XIII in Savoia con otto mila fanti e due mila cavalli, s'impadronì di Sciambery e di tutto quel ducato, eccettuata la cittadella di Mommegliano, ben fortificata dalla natura e dall'arte. Era molto prima il Richelieu passato ad unirsi col re, il quale appresso spedì il duca di Memoransì con dieci mila fanti e mille cavalli a rinforzare i marescialli de la Force e Sciomberg, dimoranti in Pinerolo. Nel voler passare queste genti, il principe di Piemonte le assalì con gran vigore, ma con poca fortuna. Ardentemente bramavano essi Franzesi la maniera di penetrar pel Piemonte alla liberazion di Casale, ma non la trovavano. Per non istare in ozio e per procacciarsi paese atto a fornirli di foraggio, si stesero fino a Saluzzo, con occupar quella terra, e da lì a poco anche la cittadella con altri luoghi: il che recò incredibil cordoglio al duca.

Mentre in sì gran tempesta involto il Piemonte avea di che piangere, da non minori calamità era battuta ed afflitta la città di Mantova con tutto il suo territorio; perciocchè, venuta la primavera, fu di nuovo stretta quella città dall'armi cesaree, rinforzate con altri soccorsi, calati di fresco dalla Germania. Il maresciallo di Etrè (già marchese di Coeuvres) pervenuto da Venezia a Mantova nel dì 8 di aprile, non vi portò se non parole e speranze. Vani non solamente, ma dannosi riuscirono al duca Carlo i tentativi da lui fatti a Rodigo ed Ostiglia per ricuperar que' luoghi. Altra speranza a lui non restava che nei soccorsi della repubblica veneta, impegnata forte a sostenerlo, eppure lentissima a farlo. Tanto nondimeno perorò in Venezia l'ambasciator [1037] franzese, che si spiccò ordine di tentar la sorte per introdurre nell'affannata città di Mantova un buon sussidio di gente e di vettovaglia. A tal fine, fatta piazza d'armi a Valleggio, tentarono poscia i Veneziani di occupare alcuni vicini luoghi del Mantovano, necessarii al passaggio dei soccorsi; ma ebbero a fronte dieci mila Tedeschi, che misero in rotta le lor genti con tal precipizio, che anche Valleggio fu lasciato alla lor discrezione. Restò dunque più che mai angustiata Mantova. Dentro vi facea strage immensa la peste; eransi ridotti a poco numero i difensori, e questi atterriti; e le guardie con troppa svogliataggine si faceano. Non ignoravano i Tedeschi l'infelice stato della città, e però segretamente si accinsero per sorprenderla. Si disputò allora, e tuttavia si disputa fra gli scrittori, se in quella tragedia intervenisse tradimento dal canto dei Mantovani stessi, oppure se l'industria sola dei capitani tedeschi formasse e perfezionasse tutta quella funestissima mina. Il cavalier Nani e il Vianoli nelle loro storie venete, il conte Loschi ed altri sostentano passate intelligenze fra i Tedeschi ed alcuni cittadini, nominando anche espressamente uno dei marchesi Gonzaga, cioè il marchese Gian-Francesco, perchè fu poi dichiarato governatore di Mantova. Erano essi nemici del nome franzese, ed inclinati all'imperatrice Leonora di loro schiatta, e al duca di Guastalla, e però creduti che tenessero mano alla rovina del duca Carlo. Vittorio Siri all'incontro, tuttochè dei più acuti ricercatori delle cose segrete, il Capriata ed altri, non seppero riconoscere tradimento, in quell'orrida tragedia, forse figurandosi improbabile che alcuno almen nobile potesse concorrere allo sterminio della patria sua, senza pensare che in essa anche egli resterebbe involto; perchè chi può dar misura alla furia di truppe scatenate ed ansanti di preda che prendano a viva forza una città? Il conte Galeazzo Gualdo, che suppone anch'egli orditura interna di qualche [1038] cittadino, siccome alquanto lontano di età da quella terribile scena, non è bastante a decidere la controversia, e molto meno lo son io. Quel che è certo, ossia che dal duca Carlo, dacchè fu ritornato in Mantova, non si trovasse fondamento a tante dicerie e sospetti, oppure che per tema e rispetto dell'imperadore si rimanesse dal pescare ulteriormente in questo imbroglio, processo non fu fatto, e restò solo in bocca del popolo e dei curiosi il pro e il contra di questa particolarità.

Ora avendo i primarii uffiziali della armata cesarea, cioè i baroni di Aldringher e Galasso (era forse allora in Piemonte, o infermo il Collalto) fatto gran preparamento di barche nel lago, nella notte precedente al dì 18 di luglio quetamente si accostarono al di sotto del Ponte di San Giorgio, e al posto della Predella, nel quale stesso tempo altri assalti diedero in altre parti. Fu dipoi attaccato il petardo alla porta del Volto scuro guardato da pochi Svizzeri, e se ne impadronirono, ed appresso anche del palazzo ducale. Francesco Orsino dei duchi di Lamentana e il Durante accorsero alla difesa; ma il primo vi lasciò la vita, e il secondo con altri uffiziali restò prigione. Saltati dal letto il duca e il maresciallo d'Etrè, sostennero alquanto l'empito de' nemici; ma conosciuto infine disperato il caso, si ritirarono nella fortezza di Porto, e salvossi in un monistero la principessa Maria col suo figliuolino. Trovavasi Porto dalla parte della città sprovveduto di fortificazioni, dentro vi sguazzava la pestilenza, pochi erano i difensori, e meno le munizioni e la vettovaglia. Però avendo tosto gli uffiziali cesarei spedito colà per esplorar le intenzioni del duca, il trovarono disposto per necessità a capitolare la resa. Incaricato dunque da lui il marchese Strozzi, conchiuse nello stesso dì 18 di luglio che fosse lecito al duca Carlo, alla nuora e al figlio di starsene in Mantova, oppure di ritirarsi nel Ferrarese col bagaglio che aveano in Porto (ed era ben poco) [1039] senza permetter loro che un giorno solo alla partenza; e che il giorno seguente anche il maresciallo di Etrè potrebbe andarsene liberamente colla sua famiglia. Furono accompagnati esso duca con tutti i suoi e il maresciallo fino a Melara nel distretto ferrarese; e l'infelice principe passò dipoi a Crespino a far delle tetre meditazioni sopra la miseria del suo stato, avendo perduto tutto, e senzachè nè egli nè la duchessa avessero potuto portar seco un soldo o una gioia da potere almen vivere per qualche giorno. Al cumulo ancora delle disgrazie del duca s'aggiunse il mancargli il compatimento di molti, che gli davano la taccia d'essersi comperato il suo eccidio, coll'aver sempre ricusato di chiedere perdono all'imperadore, e di non aver voluto accettare alcuna della tante proposizioni d'accordo fattegli per parte dello stesso imperadore e de' suoi ministri; perchè certamente gli fu più volte esibita l'investitura di Mantova, se avesse voluto consentire per onore di sua maestà ad accettar qualche presidio, potendo sperare di riaver anche il Monferrato con un po' di pazienza e di maneggio. Dopo il fatto costa pur poco il far da dottore. Non mancarono consiglieri, ed anche di alta sfera, che impedirono sempre ad esso duca l'accettar condizione alcuna. Ridotto in tanta povertà il duca Carlo, altro partito non ebbe che di limosinar qualche aiuto di borsa dalla veneta repubblica, e ne ottenne mille dobble, colle quali andò vivendo come potè, aspettando miglior costellazione alla sua depressa fortuna.

Torniamo a Mantova. O perchè non si potè di meno, o perchè fu permesso in ricompensa alla per altro poca fatica durata in quell'acquisto, gl'infuriati Tedeschi si misero a saccheggiare la misera città, e durò per tre giorni quella barbarica lagrimevole scena. Godeva dianzi Mantova per la lunga pace, per la ricchezza dei dominanti e dei cittadini, un delizioso e fioritissimo stato. Ma per [1040] la peste, che avea già tagliato il filo della vita a quasi vinticinque mila abitanti, e per questo orrido sacco, eccola precipitata in un baratro di miserie. Fu messo a ruba tutto il palazzo ducale, dove i principi Gonzaghi in tanti tempi addietro aveano ragunata gran copia di preziosi mobili, pitture, tappezzerie, statue e vasi di squisito lavoro, dei quali nondimeno ne avea il duca Carlo per le necessità della presente guerra alienata parte, e ricavati secento mila scudi. Pochi furono i palagi e le case che non soggiacessero alla rapacità militare con tutti gli eccessi della licenza di quegli sfrenati masnadieri verso le donne e verso i luoghi sacri, alcuni nondimeno dei quali rimasero esenti dalla loro inumanità ed avarizia. Alessandro Zilioli nelle sue Storie scrive che i buoni Tedeschi attesero molto a rubare, poco a soddisfar la libidine. Nè solamente contro le persone e robe degl'innocenti infierirono, ma anche contro le stesse case e muraglie, o incendiandole, o rompendole per iscavarne i pretesi nascosi tesori. Chi volle far ascendere il danno di quella città a diciotto milioni di scudi, di che ricapiti si servì mai egli per tirar questo conto? Giunta poi a Vienna la nuova di sì memorabile scempio, ne provò sommo orrore, e ne restò altamente ferito il cuore del pio Ferdinando imperadore, che avea appunto dati ordini di moderazione a tutti i suoi generali, nè si sarebbe mai aspettato un colpo sì alieno dalla clemenza ed intenzione sua. E l'imperadrice Leonora Gonzaga consorte non sapea dar fine agli urli e alle lagrime per tanta sventura della patria sua. Succedette poi a tutti questi assassinii lo stesso che avvenne pel sacco di Roma, perchè in breve perirono quasi tutti o per peste o per morti subitanee, nè di quelle rapine goderono punto i loro eredi. Ma questo nulla suffragò all'infelice città e al suo territorio, che forse in peggior situazione restò, perchè spogliato di abitatori, di alberi e di bestiame, colle case [1041] abbattute, o pure ridotte a nude mura, e que' fertilissimi campi e giardini tutti incolti, divenuti una selva di sterpi e spine. Rimasero da lì innanzi i miseri Mantovani esposti alle continue angherie dell'Aldringher, che giunse fino ad intimare ad un popolo spogliato di tutto una contribuzione di cento mila dobble: del che avvertito l'imperadore, mandò ordini in contrario. Non si può dire che odiosità contro il nome dell'imperadore e della nazion tedesca si diffondesse per l'Italia a cagion della guerra e del sacco di quella infelice città e territorio.

Poco dopo la tragedia deplorabile di Mantova, descritta da Alessandro Zilioli, un'altra ne accadde in Piemonte. Carlo Emmanuele duca di Savoia, circa il dì 20 di luglio, era passato a Savigliano con tutte le forze sue e de' collegati, con animo di venire a battaglia coi Franzesi che aveano occupato Saluzzo, oppure di impedire i lor progressi. Dicono che fu preso da gente intestata dei pregiudizi del paganesimo per cattivo augurio l'essere alcuni giorni prima caduto un fulmine sopra l'albero maggiale piantato avanti al palazzo ducale in Torino, coll'uccisione d'alcune guardie; e che in Savigliano posate l'armi del duca sopra un tavolino, cinque volte caddero in terra senza essere toccate da alcuno. Quivi esso duca colpito da apoplessia, fra tre giorni passò all'altra vita nel dì 26 del mese suddetto in età di sessantaotto anni, e quasi sette mesi. Comune opinione fu ch'egli soccombesse agli affanni in mirare, dopo tante fatiche, spese, disegni ed azioni sue, per ingrandire i propri Stati, andare a terminar tutto nella perdita della Savoia e di Susa, Pinerolo e Saluzzo, porte dell'Italia, divenuto per lui un insoffribil ceppo alla sua signoria; e nella desolazion del Piemonte, lacerato e calpestato allora tanto dai Franzesi che dagli Spagnuoli e Tedeschi; e finalmente nell'abbassamento della sua riputazione, che per lui era la pupilla degli occhi, odiato e deluso dai Franzesi, e mal corrisposto [1042] dagli Spagnuoli. Di questo principe si trova una diversa pittura, lavorata a penna dalle passioni, rappresentandolo alcuni per principe turbolento, ambiziosissimo, incostante, infido, libidinoso e sanguinario, e che presumeva troppo di sè stesso in ogni occasione. Negli ultimi periodi di sua vita, dicono nullameno aver egli meditato d'invadere la Francia, e di cacciar Spagnuoli e Tedeschi d'Italia. Dall'altro canto presso diversi scrittori non fu defraudata la memoria sua di un compiuto e verace elogio delle maravigliose doti e virtù che in lui si adunavano. Fuor di dubbio è ch'egli in vivacità ed accortezza di mente andò innanzi ad ogni principe e monarca della sua età. Nel suo picciolo e curvo corpo alloggiava un cuor grande, un valore non inferiore a quello dei maggiori eroi. Sapeva di tutto; peritissimo in ogni arte ed esercizio di pace e di guerra, amante della storia, delle matematiche, delle belle lettere, e perpetuo fautore e rimuneratore dei letterati. Nella generosità, nella liberalità, affabilità ed eloquenza naturale non avea pari; sapea comperarsi il cuore di chiunque trattava con lui. Della sua pietà e magnificenza lasciò immortali memorie dappertutto con tante fondazioni di monisteri, chiese, collegii, spedali, fortezze e palagi. Non istavano mai in ozio i suoi pensieri per informarsi delle azioni dei suoi ministri, ed anche dei suoi sudditi, e per penetrar nei gabinetti di tutti i potentati d'Europa. A lui mancò solo la fortuna; ma se le forze vennero meno ai voli troppo vasti da lui intrapresi, meritò almeno l'ammirazione sì del suo che dei secoli avvenire. Lasciò viventi dopo di sè Vittorio Amedeo suo primogenito e successore nel ducato, il cardinal Maurizio, e il principe Tommaso, oltre a Margherita vedova duchessa di Mantova, e due altre figlie religiose.

Con pensieri più regolati e discreti succedette al padre in età di quarantatrè anni, ben addottrinato nel mestier della guerra e della politica, il novello duca Vittorio [1043] che, siccome cognato del re di Francia, non tardò a mostrar segni di affettuosa divozione verso quella corona, senza nondimeno alienar l'animo suo dal rispetto verso l'altra di Spagna. Ma perchè egli si trovava a fronte l'esercito nemico dei Franzesi, gli convenne sul principio difendersi dai loro insulti. Eransi eglino ultimamente insignoriti di Carignano. Per ricuperar quella terra si mosse nel dì 7 di agosto il duca con gli Alemanni collegati, e venuto ad un conflitto, n'ebbe la peggio. Giuntogli poi in aiuto il conte di Collalto con otto mila fanti e cinquecento cavalli, avrebbe potuto sperar dei vantaggi, se non fosse giunto al campo franzese con quattro mila fanti e cinquecento cavalli il maresciallo di Sciombergh, il quale per viaggio ridusse alla sua ubbidienza la terra e il castello di Avigliana. Intanto maggiormente veniva stretto e bersagliato Casale dal marchese Spinola con rabbia dei Franzesi, vogliosi pure di soccorrerlo, ma impotenti a farlo. In questi imbrogli, non mai stanco di fare il corriere e paciere Giulio Mazzarino, s'interpose; e giacchè troppa difficoltà s'incontrava ad una pace, tentò di guadagnare il punto che si venisse per ora ad una tregua. Tanto fece che nel dì 4 di settembre questa fu stipulata per tutto il dì 15 del prossimo ottobre, e in essa stabilito che la città e il castello di Casale sarebbono tosto consegnati allo Spinola, e questi obbligato a somministrar viveri alla cittadella di Casale, custodita dal maresciallo franzese Toiras fino al dì ultimo di ottobre. E quando questa non fosse soccorsa per tutto quel dì dall'armi franzesi, anch'essa fosse ceduta allo Spinola suddetto. All'incontro, essendo essa entro quel tempo soccorsa, si obbligava lo Spinola di restituir di nuovo ai Franzesi la città e il castello. Poca fortuna ebbe questa sospension d'armi; nè pur volle ratificarla lo Spinola, credendola troppo svantaggiosa, seppur non fu perchè adirato dall'averla il duca e il Collalto conchiusa senza saputa sua. Ma essendo allora, [1044] o poco prima, caduta in deliquio la sua sanità, nè solo del corpo, ma anche della mente, venne a lui sostituito pro interim il marchese di Santa Croce nel governo di Milano e dell'armata spagnuola; ed egli poi colla fama di essere stato uno dei più gloriosi capitani del tempo suo, finì i suoi giorni nel dì 25 di settembre; altri dicono nel dì 28. Approvò il Santa Croce la tregua, e però la città di Casale col castello gli fu consegnata, restando tuttavia la cittadella nelle mani dei Franzesi e del duca d'Umena figlio di Carlo duca di Mantova, ma solamente di nome.

Fin qui era camminata tutta a seconda de' suoi voleri la fortuna dell'imperador Ferdinando II per tante vittorie riportate da' suoi generali Alberto Vallestain duca di Fridland, Tilly e Pappenaim. Se questo Augusto, principe per altro di gran pietà e saviezza, patisse alcune di quelle vertigini, che suol produrre l'eccessiva prosperità, nol so dir io. Egli è almen certo che la sua gran potenza cagionava dei brutti sintomi in cuore della maggior parte dei principi dell'imperio, od oppressi come nemici, o maltrattati come amici. Specialmente si accordavano tutti in non poter più soffrire la superbia e l'insolenza del Vallestain. Nelle fucine di questi malcontenti cominciò a soffiare il cardinale di Richelieu, sì per ispirar loro il ripugnare ad esso Augusto, desideroso dell'elezione di Ferdinando re d'Ungheria suo figlio in re dei Romani, e sì per formare una forte lega contro di lui. Particolarmente si studiò il più politico che religioso porporato di muovere a danni dell'imperadore il re di Svezia Gustavo Adolfo, povero sì di forze, ma ricco di coraggio; e a dargli la spinta concorse ancora con promessa di danaro il senato veneto, troppo alterato per le peripezie di Mantova. Questo nero nuvolo accompagnato da fulmini quel fu che rendè pieghevole l'Augusto Ferdinando alle proposizioni di pace fatte nella dieta di Ratisbona dai ministri del papa e del re di [1045] Francia, sostenute ancora dall'interposizione degli elettori. Furono dunque nel dì 15 d'ottobre segnati i capitoli d'essa pace, e stabilito che l'imperadore darebbe al duca Carlo Gonzaga l'investitura di Mantova e Monferrato, con ritenere una sufficiente guernigione in Mantova e Canneto. Che esso duca Carlo cederebbe al duca di Savoia Trino con tante altre terre del Monferrato, di rendita annua di diciotto mila scudi. Che al duca di Guastalla darebbe sei mila scudi di rendita in tante terre (e ne ricevette poi Luzzara e Reggiuolo). Che tanto lo imperadore dall'Italia che il re Cattolico da Casale e dal Piemonte ritirerebbero le loro truppe; e lo stesso farebbe il re Cristianissimo dalla cittadella di Casale, dal Piemonte e dalla Savoia, ritenendo solo una discreta guernigione in Pinerolo, Susa, Bricherasco ed Avigliana. Finalmente, dappoichè si fosse data esecuzione ai capitoli suddetti, si avevano da ritirare le suddette guernigioni, lasciando libera Mantova, Pinerolo, ec., ai duchi di Mantova e Savoia. Ma questa pace ebbe la sfortuna di dispiacere al re Cattolico, perchè conchiusa senza di lui; e ai duchi di Savoia e Mantova, perchè pretesa di sommo loro aggravio. E il più bello fu che quel grande imbrogliatore di Richelieu, il quale pure s'era servito di fra Giuseppe cappuccino, suo gran confidente e del medesimo calibro, a quel trattato, proruppe in grandi schiamazzi contro l'ambasciatore Brulart, e indusse il re Cristianissimo a non ratificarlo.

Mentre in Germania si lavorava alla pace, i generali franzesi in Piemonte pensavano alla guerra; e risoluti di tentare il soccorso della cittadella di Casale, prima che spirasse il termine della tregua, verso la metà d'ottobre si mossero a quella volta con circa venti mila combattenti fra cavalleria e fanteria, e nel dì 26 del suddetto mese furono a vista degli Spagnuoli e Tedeschi, possessori della città di Casale, ben trincierati al di fuori, ed anche superiori di forze. Si [1046] fece vista di voler attaccare la battaglia, senza volere far caso della nuova già pervenuta della pace di Ratisbona; e il Mazzarino iva galoppando di qua e di là per risparmiare il sangue e seminar la concordia. Era egli già venduto a' Franzesi. Ora tanto seppe questo forbito pacificatore intronare le orecchie del marchese Santa Croce, personaggio di poco spirito, ed imbrogliato per la sua poca perizia, che il trasse ai suoi consigli. Pertanto sul punto di dar principio al fatto d'armi, uscì egli col cappello in mano verso i Franzesi, gridando: Alto, alto; pace, pace. La pace fu che il maresciallo di Toiras colla guernigione uscirebbe della cittadella di Casale, rinunziandola a Ferdinando duca d'Umena, figlio del duca Carlo, il quale la terrebbe con guernigione di mille Monferrini a nome dell'imperadore sotto un commissario imperiale da nominarsi dal Collalto. Che i Franzesi si ritirerebbero nel giorno seguente dal Monferrato, ed altrettanto farebbero gl'imperiali e Spagnuoli, abbandonando Casale, il castello e tutti gli altri luoghi da loro occupati in quella provincia. Non mancarono le fischiate dietro a chi, sì vantaggiosamente postato, si lasciò condurre a quel sì vergognoso accordo. Di peggio poi succedette; perciocchè, dopo aver gli Spagnuoli valicato il Po, ed essere inviati i Franzesi alla volta del Piemonte per l'altra riva, questi ultimi, tornati addietro, spinsero due reggimenti in Casale, chi dice per avere scoperto che il Santa Croce, pentito dell'accordo, tornava per occupar quella; e chi, con più probabilità, perchè i marescialli franzesi iti a visitar la città suddetta e la cittadella, le trovarono affatto sprovvedute di viveri, e per timore che cadessero nelle mani degli Spagnuoli, se vi tornavano sotto, non badarono a mancare di fede. Irritato per questo inganno il Santa Croce, si mise ad inseguir gli altri Franzesi che marciavano verso il Piemonte, e fu vicino ad attaccare il conflitto. Ma ecco a cavallo il Mazzarino, [1047] che ora agli uni, ora agli altri applicando il lenitivo della sua eloquenza, li fermò, e ne trasse un nuovo accordo, per cui il duca di Savoia mandò per Po tre mila some di grano a Casale: il che fatto, ne uscirono i Franzesi, e per la maggior parte si ritirarono in Francia. Mancò intanto di vita il conte di Collalto, uomo pien di orgoglio, che quasi sempre era stato o avea finto di essere infermo, e maggiormente si trovava ora in pena, per essere stato richiamato alla corte cesarea a rendere conto della sua nemicizia con lo Spinola, del sacco di Mantova, e di aver fatto perdere Casale.

In questa maniera terminarono, se non in tutto, almeno in buona parte, le tante brighe pel Monferrato, e insieme l'anno presente, riuscito dei più calamitosi e funesti dell'Italia. Imperocchè dilatatasi la peste già cominciata, e prevalendosi del buon veicolo della guerra, che rompe ogni misura, precauzione e guardia in simili occasioni, fece dipoi innumerabile strage in tante armate, e più senza paragone negl'innocenti popoli. Passato questo terribil malore da Mantova a Venezia, quivi portò al sepolcro sopra sessanta mila persone; e fu creduto che perissero più di cinquecento mila nelle altre città, e ville di terra ferma sottoposte a quella repubblica. Passò a Modena, Reggio, Bologna, e più tardi poi nell'anno seguente ad altre città di Toscana, Romagna, Piemonte e Lombardia, dove lasciò un orrido guasto di viventi, e spezialmente infierì nella allora assai popolata città di Milano: tutti frutti dell'incessante ambizion dei monarchi, che oltre a tanti mali cagionò ancor questo. Mirabili cose operò Ferdinando II gran duca di Toscana in tal congiuntura per difesa e sollievo de' suoi popoli, e massimamente della sua capitale, come già scrissi nel mio Governo della peste. Dovea passar per Italia alla volta di Vienna l'infanta Maria sorella del re di Spagna, sposata a Ferdinando III re d'Ungheria e figlio del regnante imperadore. [1048] A cagion della peste che sì fieramente infestava la Lombardia, fu ella con sontuoso stuolo di galee condotta fino a Napoli, e in esse pensava poi di passare a Trieste. Gelosi i Veneti de' loro diritti nell'Adriatico, si opposero al passaggio di quella flotta, esibendosi essi di servir la regina coi loro legni. Pericolo vi fu di rottura; ma infine si accomodarono gli Spagnuoli e Tedeschi al volere della repubblica, la quale trasportò poi sul fine dell'anno quella gran principessa con tutto il suo numerosissimo corteggio da Ancona a Trieste, facendole godere nel viaggio ogni sorta di delizie a tenore della magnificenza e liberalità ch'ella sempre usa in somiglianti congiunture. Terminò colla vita il suo breve principato nel corrente anno Niccolò Contarino doge di Venezia, a cui fu sostituito dipoi Francesco Erizzo.


   
Anno di Cristo MDCXXXI. Indizione XIV.
Urbano VIII papa 9.
Ferdinando II imperadore 13.

Anno fu questo di spaventose guerre in Germania, di maravigliose cabale ed inganni in Italia. Il cardinale di Richelieu era in Parigi il giratore di tutte le macchine anche più lontane. Contuttochè si fossero congiurati contra di lui il duca d'Orleans Gastone fratello del re, e la regina Maria madre d'amendue, con alcuni altri dei primarii personaggi, tal polso e predominio ebbe egli nel cuore dello stesso re Lodovico XIII, che abbattè ogni suo avversario. Il duca di Orleans si fuggì in Lorena, la regina madre se n'andò in Fiandra: con che maggiormente divenne quel porporato l'arbitro del regno, e padrone del re suo signore. Egli fu, siccome già accennammo, che mise l'armi in mano al feroce Gustavo Adolfo re di Svezia contra l'imperador Ferdinando II, e fece lega con gli Olandesi, e manipolò in Brandeburgo e Sassonia buona armonia con lo Svevo, e ritirò la Baviera dall'unione con Cesare. [1049] In addietro avea l'Augusto Ferdinando mietuti sempre allori e cantati trionfi; ma senza far caso se egli in tanti guadagni avesse perduto l'amore dei principi dell'imperio, valendosi Vallestain duca di Fridland, che calpestava egualmente amici e nemici, e da cui ebbe origine quell'empia massima: Che l'imperatore non poteva mantener dodici mila armati: ma che gli era ben facile di mantenerne cento mila; perciocchè, come ognun intende, ad un poderoso esercito, che per forza si fa ubbidir da ognuno, nulla può mancare. Si privò Cesare di questo gran generale insieme ed assassino, per le istanze degli elettori, e sbandò anche la maggior parte degli eserciti suoi. Allora fu che il re Sveco colle vittoriose sue armi si andò sempre più inoltrando, e dopo la memorabil rotta di Lipsia, data nel dì 7 di settembre al valoroso Tilly generale cesareo, maggiormente s'internò nel cuor dell'imperio, quasi minacciando di detronizzare lo stesso Augusto. Di sì gravi sconcerti della Germania ho io fatto in passando questo breve ricordo, perchè essi influirono non poco a dar la quiete all'Italia, e alla esecuzione della pace di Ratisbona. L'Olivares, ossia il conte duca, potente favorito in Ispagna del re Filippo IV, avea disapprovata quella pace, e spedito apposta al governo di Milano per disturbarla il duca di Feria don Gonzalez di Cordova, già da noi veduto nei prossimi passati anni governatore del medesimo Stato. Nè mancò egli di fare il possibile per mantener la discordia. Ma perchè l'imperadore, pressato dalle angustie sue in Germania, abbisognava delle truppe, già inviate a Mantova, nè gli compliva il tener vivo questo fuoco co' Franzesi tuttavia forti alle sboccature dell'Italia; però spedì ordine e plenipotenza al baron Galasso di ultimar queste pendenze. Ripigliaronsi dunque i trattati fra i ministri di Francia, di Vittorio Amedeo duca di Savoia, col medesimo Galasso, frapposta sempre la mediazione di monsignor Panciroli nunzio [1050] del papa, e dell'accortissimo Giulio Mazzarino, il qual portava anch'esso il titolo di ministro di sua santità.

Radunati questi ministri in Cherasco, cioè il Galasso per l'imperadore, e il maresciallo di Toiras col signor di Servient pel re Cristianissimo, nel dì 6 di aprile vennero al decisivo accordo, per cui fu convenuto che in vece dei diciotto mila scudi di rendita annua in tante terre da darsi al duca di Savoia nel Monferrato, se gliene assegnassero solamente quindici mila, ma d'oro. E però si determinò che Trino con una gran copia di altre terre castella e ville, che erano il più fertile pezzo del Monferrato, colla giunta ancora della città d'Alba e del suo territorio, a cui niuno in addietro avea mai pensato, passasse in dominio del duca di Savoia, non senza ammirazione e mormorazione di molti, perchè si togliesse allo sfortunato duca di Mantova Carlo Gonzaga una sì pingue porzione dei suoi Stati. Pure consentì a tutto il Galasso, o perchè guadagnato con danaro, o perchè troppo incitato da Vienna a troncare i viluppi coi Franzesi, i quali furbescamente, non avendo voluto fin qui ratificar la pace suddetta di Ratisbona, minacciavano sempre nuove rotture. Molto più si stupiva la gente al vedere che i Franzesi, in vece di sostenere in quello spartimento le ragioni del duca di Mantova, lor collegato ed alunno, non promovessero, e con passione, se non i vantaggi del duca di Savoia, principe che tuttavia tenea l'armi in mano contra di loro, e al quale doveano poi essi restituire tutti gli Stati occupati di qua e di là dai monti. Cessò col tempo lo stupore essendosi, dopo molti e molti mesi, ritirata la cortina al mistero ed arcano, che ora non s'intendeva, del procedere dei ministri gallici; essendosi trovato ch'eglino, col fare i liberali della roba altrui, aveano fatto un acquisto per la corona di Francia. Hassi dunque a sapere che il Richelieu, le cui ambiziose mire si stendevano ai luoghi più remoti e ai tempi avvenire, s'era cacciato [1051] in capo di ritenere un passo aperto in Italia all'armi franzesi. Verisimilmente ancora a ciò l'istigavano le segrete insinuazioni de' principi italiani, che mal sofferivano la prepotenza degli Spagnuoli, e la troppa possanza del regnante Augusto.

Avea esso cardinale, dopo l'acquisto di Pinerolo, già fatti i conti che questo avesse ad essere un nido sicuro e durevole per li Franzesi; e già ne avea imprese le fortificazioni. Ma in vigor della pace di Ratisbona, sì Pinerolo che Susa, Saluzzo, la Savoia ed ogni altro occupato luogo si aveano a rendere al duca di Savoia. Non si fermò per questo il Richelieu. Spinse addosso al duca Vittorio Amedeo il sagacissimo Mazzarino, e questi pose in campo il desiderio del cardinale per la ritenzion di Pinerolo, e sfoderò quanti argomenti gli somministrò la sua giudiziosa eloquenza per persuaderne la cessione, facendo gustare al duca la restituzione della Savoia, e di tutti altri luoghi, alla quale, coll'aver negata la ratificazione della pace, non si tenea obbligata la Francia. Promise di fargli avere un buon compenso colla città di Alba, con altri luoghi del duca di Mantova, e con altre esibizioni che superavano il valore di Pinerolo. Aggiunse, quella essere la maniera di farlo rispettar dagli Spagnuoli, e di mantener sempre buona amicizia colla Francia, da cui più potea sperar la casa di Savoia che dalla corte di Spagna. In una parola, tanto fece, tanto disse l'accorto Mazzarino, che il duca si arrendè, e nel dì ultimo di marzo con un trattato raccomandato ad un'estrema segretezza si accordò di cedere al re Cristianissimo la città e il castello di Pinerolo, Riva, Budenasco, il forte della Perosa, ed altri luoghi, cioè una lingua di terreno che per la valle di Perosa si attaccava con gli Stati del Delfinato. Ciò fatto, seguì poi l'accordo di Cherasco, pel quale si stabilì chiaramente la restituzione di tutto il tolto al duca di Savoia, e nominatamente [1052] di Pinerolo, mentre nel medesimo tempo dovea farsi quella di Mantova, Casale e Canneto al duca di Mantova, e liberarsi la Valtellina. Per l'esecuzione ancora d'esso accordo furono dati ostaggi a papa Urbano VIII, che non ricusò di riceverli e tenerli finattantochè ciascuna delle parti avesse fedelmente adempiuti i capitoli di quella concordia. Ma come coprire agli occhi degl'imperiali e Spagnuoli questa innovazione e contravvenzione alla pace, e non render Pinerolo? Ecco ciò che per beffarli tutti seppe inventare la fina politica del Richelieu e del mediatore Mazzarino, il quale in tal congiuntura non ebbe difficoltà d'ingannare lo stesso monsignor Panciroli suo superiore ne' maneggi, tuttochè anch'egli fosse in concetto di essere cima di uomo nella simulazione ed accortezza.

Perchè il Richelieu non si fidava del duca di Savoia, volle che il cardinal Maurizio e il principe Tommaso, fratelli di esso duca, passassero a Parigi, col pretesto di andarsene in Fiandra, e quivi come ostaggi si fermassero, finchè la trama fosse compiuta. Nè questo bastò. Si fecero rinchiudere in un segreto granaio, ed altri nascondigli della cittadella di Pinerolo, trecento fanti franzesi con viveri per un mese, e sparsa voce che fosse entrata la peste in quella fortezza, affinchè si sbrigassero presto i commissarii imperiali e Spagnuoli da quella visita, spalancate le porte, uscì nel dì 20 di settembre il resto del presidio franzese, e fu data la consegna di tutto al conte di Verrua pel duca di Savoia. Visitarono i commissarii tutti i siti, nè trovandovi più alcun Franzese, sottoscrissero l'attestato della restituzion seguita di Pinerolo. Alcuni dì prima era stato evacuato il Piemonte, il Monferrato e la Savoia da' Franzesi, la Rhetia dagli Alemanni; al duca Carlo Gonzaga consegnato Porto e Canneto, e susseguentemente nello stesso dì 20 anche la città di Mantova, giacchè a lui era pervenuta l'imperiale investitura di quel ducato e [1053] del Monferrato, di quel nondimeno che restava in suo dominio. Portati a Ferrara gli autentici attestati della piena esecuzione di tutti i capitoli formati in Ratisbona e Cherasco, furono messi in libertà gli ostaggi dianzi consegnati al pontefice romano. Restava da farsi l'altra scena, cioè di cavar dalle tane i Franzesi occultati in Pinerolo, e di dare un buon colore alla occupazione, ch'erano per far di nuovo di quella città e cittadella, e si trovarono altre frodi. Perchè il duca di Feria non fece bastevole disarmamento di milizie, e lo scaltro Mazzarino lo indusse a far delle doglianze contro i Franzesi, perchè parte d'essi fosse restata al servigio del Gonzaga in Mantova e Casale; mostrandosi il Richelieu pien di gelosie o sospetti, come se gli Spagnuoli macchinassero qualche superchieria o tradimento, fece fare istanza al duca di Savoia (andavano ben di concerto) che gli consegnasse per qualche tempo due piazze in Piemonte, cioè Susa ed Avigliana, oppure Pinerolo colla Perosa, ovvero Demont o Cuneo, tanto che si vedesse ben assodata la quiete in Italia. Fintosi il duca sorpreso da tal dimanda, e pien di timore per le minaccie aggiuntevi ricorse al duca di Feria, chiedendogli aiuto. Essendosi mostrato pronto il Feria, talmente fu poi ingrandito dal duca di Savoia il bisogno di gente e danaro, che il governatore diede indietro; ed allora il duca Vittorio Amedeo, come necessitato ad acconsentire e accomodarsi, e con protesta di venire ad una convenzione per esentar lo Stato suo e di Milano dai mali maggiori, nel dì 22 di ottobre stese una capitolazione col ministro franzese, di dare in deposito al re Cristianissimo Pinerolo coi forti della Perosa per soli sei mesi, che aveano poi da essere secoli; e che vi si tenesse presidio di Svizzeri, che poi diventarono Franzesi. In somma non si può dire quante e quali fossero le furberie e gli artifizii usati da quelle volpi e dal duca di Savoia per giuntare gli Austriaci [1054] in questi negoziati, con giugnere a gabbare infino i ministri propri. Azioni tali fra il basso popolo son chiamate cabale, ma fra i principi e gran ministri prendono l'aria di cose gloriose, e truovano chi altamente le loda.

Eppure, qui non terminò le serie di tanti viluppi. Era rientrato in possesso de' suoi Stati il duca Carlo Gonzaga, ma con trovarsi in un miserabilissimo stato, perchè cangiato in uno scheletro quel fertilissimo paese, smembrata tanta parte del Monferrato, venduti o impegnati i suoi beni e stati di Francia, per sostenersi nel passato terribile impegno. Più non correvano i soliti tributi, essendo rimaste spopolate ed incolte le campagne, talmente che appena egli avea di che vivere. Alle sue afflizioni si aggiunsero due anche più acuti colpi per la morte di Carlo già principe di Rhetel suo primogenito, mancato di vita in Goito sei giorni prima della restituzion di Mantova, con restar di lui un picciolo figlio in fasce, che fu poi Carlo II duca di Mantova, ed una bambina. Parimente da lì a pochi mesi diede fine al suo vivere in Casale Ferdinando duca d'Umena, altro suo figlio: con che si ridusse tutta la sua speranza e prole maschile al mentovato suo picciolo nipote. Forze intanto a lui mancavano per sostenere un sufficiente presidio in Mantova e in Casale, e ogni dì temea insulti dal governator di Milano, irritato per lo affare di Pinerolo. Gli convenne dunque ricorrere alla repubblica veneta, che vi mandò, e lungamente ancora vi tenne, una guernigion sufficiente. All'incontro, collo stesso infelice duca tanto si adoperarono gli accorti Franzesi con segreti maneggi, mettendogli sempre davanti l'orgoglio e l'insaziabilità degli Spagnuoli, che gli cavarono di bocca l'assenso di assicurar eglino con presidio Casale. Però all'improvviso comparvero colà alcuni reggimenti di fanteria e sei compagnie di cavalleria, che assunsero la guardia di quella città, castello e cittadella alla barba del governator di Milano e della corte [1055] di Spagna, che fecero per questo mille schiamazzi e doglianze contra del Richelieu, come di un gran traditore, ma senza frutto. Restò Pinerolo ai Franzesi in proprietà, Casale in guardia. Non pochi declamarono allora contro il duca di Savoia, per aver messa la sua sovranità in ceppi, ed esposti i suoi Stati alla gallica ambizione; ma gli altri principi d'Italia sommamente si rallegrarono di quell'avvenimento, per cui pareva contrappesata la soverchia potenza degli Austriaci in Italia; e restava aperto il varco all'armi di Francia secondo il bisogno dei loro interessi.

Giunto era all'età di ottantadue anni Francesco Maria duca d'Urbino, e dimorava in Castel Durante, attendendo agli affari dell'anima sua, quando venne Dio a chiamarlo all'altra vita. Mancò in lui la famiglia della Rovere, che tanto s'era segnalata nel valore dell'armi, nella protezione dei letterati, e nel giusto e dolce governo dei suoi popoli, che amaramente lo piansero, e videro poi scaduto Urbino e quello Stato dall'antica popolazione e magnificenza. Già dicemmo che di quel ducato avea dianzi preso possesso la camera apostolica. Ora maggiormente se ne consolidò in lei il pieno dominio senza che si sentisse alcuna sostanziale opposizione per questo; se non che, avendo Ferdinando II gran duca di Toscana sposata in quest'anno Vittoria, nipote del defunto duca, pretese ed ottenne l'eredità di tutti i preziosi mobili ed allodiali di quella casa, ed alcune castella ancora con titoli particolari acquistate da quei duchi: il che non passò senza molte liti. Fu da alcuni principi e da assaissimi adulatori consigliato ed istigato papa Urbano VIII ad investire di quel ducato uno dei suoi nipoti; ma egli seppe vincere sè stesso, e volle che se ne facesse l'unione con lo Stato ecclesiastico. Seguirono in questo anno le nozze di Francesco I d'Este duca di Modena colla principessa Maria Farnese, sorella di Odoardo duca di Parma. Nel dì poi 16 di dicembre ebbe principio l'incendio [1056] del monte Somma, ossia del Vesuvio, che fu uno dei più spaventosi e memorabili che mai abbia patito la regal città di Napoli. L'interno orribile ruggito del monte scoppiò finalmente in terribili tuoni, in fiamme e in un fumo puzzolente, che levava il fiato alla gente, e in una sì prodigiosa caligine e pioggia di cenere, che coprì tutta Napoli, e portata dal vento si sparse fin sopra le città della Dalmazia e dell'Arcipelago. I sassi da quella bocca infernale gittati in aria furono innumerabili, ed alcuni caddero cento miglia lungi di là, se pur ciò è da credere. Intanto il mare anch'esso rumoreggiava, e ritirandosi le acque, lasciarono asciutto il molo, e un lungo tratto di quelle spiaggie. In Sorrento si allontanò quasi un miglio dal lido. Oltre a ciò, frequenti erano le scosse dei tremuoti, e giunse quel baratro finalmente a vomitare un'immensa copia di bitume acceso, che, scendendo in varii torrenti dalla montagna atterrò quante case e ville incontrò nel suo scendere al mare, colla morte di non pochi uomini e bestie, e col rendere incolta la campagna tutta per dove passò. Credeva il popolo di Napoli che fosse venuto il fine del mondo, e si aspettava a momenti l'ultimo eccidio, nè altro s'udiva per quella città che urli e grida di pentimento, correndo ognuno ad accomodar le partite dell'anima sua, e alle divote processioni che in abito di penitenza si andarono facendo. Cessò finalmente lo sdegno del monte, cessò l'indicibile spavento, e tornò a poco a poco la gente ai soliti affari e alla consueta allegria; se non che si trovò molta gente mendica, di ricca che era prima, per la desolazione di tanti poderi continuando in essa i motivi di piagnere.


   
Anno di Cristo MDCXXXII. Indizione XV.
Urbano VIII papa 10.
Ferdinando II imperad. 14.

Rifiorirono oramai i tempi della tranquillità in Italia per la pace del precedente [1057] anno, restando solamente in moto un po' di marea per lo sdegno della corte cesarea e del duca di Feria contro i Franzesi, e pel poco loro buon animo verso il duca di Savoia Vittorio Amedeo, a cui imputavano la trasgression della pace di Ratisbona, e il ritorno dell'armi di Francia in Italia. Non lasciò per questo esso duca di stipulare, nel dì 5 di luglio, un trattato coi ministri del re Cristianissimo, pel quale appariva come cosa nuova che egli cedesse alla Francia in perpetua proprietà Pinerolo colla valle di Perosa, e formava una lega difensiva con esso re Cristianissimo. Questo trattato non comparve alla luce, se non dappoichè il duca ebbe inviato alla corte cesarea il marchese di Pianezza a chiedere l'investitura della parte del Monferrato che gli era toccata. Molte opposizioni s'incontrarono a sì fatta richiesta; ma ritrovandosi allora in pessimo stato gli affari dell'imperadore in Germania, la maestà sua, per togliere i semi di nuove turbolenze in Italia, non osò in fine di negarla, e nel dì 17 d'agosto ne spedì il diploma. Tuttavia ancora duravano le controversie ed anche la nemicizia fra il duca suddetto e la repubblica di Genova, per cagion massimamente del marchesato di Zuccherello. Compromessa questa loro pendenza nella corte di Madrid, sul fine di novembre dell'anno precedente era uscito un laudo che ai Genovesi parve gravoso, e pure l'accettarono; ma fu apertamente rigettato dal duca di Savoia. Capitò poi in Italia, nell'anno seguente 1633, il cardinal infante don Ferdinando, fratello del re di Spagna, incamminato per governatore in Fiandra. S'interpose egli, e indusse il duca alla pace con alcune dichiarazioni aggiunte al decreto di Madrid. Insorsero ancora alcuni piccioli vapori di dissensione fra la corte di Roma ed alcuni potentati, per aver papa Urbano VIII, nel giugno del 1630, senza participazion d'alcuno, conferito e riserbato ai cardinali, ai tre elettori ecclesiastici e al gran mastro di Malta il titolo di [1058] eminentissimi: al che in alcune corti fu fatto contrasto. Avea eziandio esso pontefice trasferita nel nipote Taddeo Barberino, principe di Palestrina, l'antica dignità di prefetto di Roma, vacata per la morte del duca d'Urbino. Nacque per questo qualche scompiglio nella corte di Roma, dove si fa quel caso delle formalità che nelle altre per le sanguinose battaglie e per le importanti conquiste; perchè il nuovo prefetto pretendeva la preminenza sopra gli ambasciatori delle teste coronate, e questi ebbero ordine di astenersi dall'intervenire alle cappelle pontifizie. Inoltre a particolari amarezze con esso prefetto tirata fu la repubblica veneta; ma frappostisi mediatori di ripieghi e di pace, si risolsero in nulla queste caccie di mosche.

Piena nondimeno di sospetti e paure fu l'Italia tutta nell'anno presente, per le terribili guerre che sconvolsero e rovinarono infinito paese della Germania. In sì grave pericolo, come ora, non si era mai trovata l'augusta casa d'Austria per li continui progressi che tutto di faceva il formidabil re di Svezia Gustavo Adolfo, unito coll'elettor di Sassonia e con altri principi, o disgustati del regnante imperadore, o istigati dalla Francia, o insperanziti delle spoglie della monarchia austriaca. La religion cattolica sopra tutto si vide alla vigilia di una gran sovversione sotto l'armi vittoriose di quel re eretico, il quale, maestro di guerra, sempre più s'inoltrava nel cuor della Germania. Fu ridotto a tanto l'Augusto imperador Ferdinando, che si vide forzato a richiamare al comando delle sue armate il superbo duca di Fridland Vallestain, e colla dura condizion di cedergli, per così dire, la metà della corona, perchè costui giunse ad esigere ed ottenere una suprema e illimitata autorità di guerra e di pace. Voce correva, e forse non menzognera, che Gustavo, se proseguiva il favorevole vento della sua fortuna, meditasse di passar anche in Italia, e di terminare i suoi trionfi in Roma [1059] stessa. Il perchè grande occasione di maraviglia, e fino di mormorazioni, diede papa Urbano colla sua incredibil freddezza in tempi sì disastrosi, e minaccianti un fiero eccidio alla cattolica religione. Altro infatti non s'udiva allora che sconfitte di cattolici, avanzamenti giornalieri e crudeltà degli eretici gotici e tedeschi, in ispogliare ed incendiar templi e conventi, e in fare dappertutto scene in beffe e scherno dei ministri di Dio e del loro visibile capo, con evidente pericolo di mali maggiori pel cattolicismo, ed anche per l'Italia. E pure quantunque in Roma il cardinale Pasman, spedito apposta dall'imperadore, ed altri porporati e ben affetti alla casa d'Austria, e spezialmente il Borgia ambasciatore di Spagna, perorassero, insistessero ed usassero anche parole forti, altro non ispuntarono che di aguzzar l'ira del papa, naturalmente facile a prendere fuoco, senza mai poterlo muovere a prestar soccorso alcuno in tante necessità al pericolante imperadore. Per la guerra passata di Mantova, e per l'eccedente anterior potenza e fortuna del regnante Cesare, troppo s'era alienato dall'amor degli Austriaci il cuore d'Urbano, e sembrava desideroso che venisse ridotta a più giusta misura la creduta alterigia di quel monarca: sentimento scusabile anche in un papa come principe, ma non comportabile per le presenti circostanze in lui come pontefice, destinato da Dio ad essere il primario promotore e difensore della religione ortodossa. Nel dì 8 di marzo si venne alle brutte in concistoro. Il Borgia parlò alto al pontefice; Urbano gli comandò di tacere e di uscire. E perchè il Borgia seguitava ad alzar la voce, il cardinal di Santo Onofrio, cappuccino, fratello del papa, se gli accostò, e, presolo pel mantello, il volle tirar per forza di là. Poco mancò che non si perdesse il rispetto alla santa sua barba. Consegnò il Borgia al papa una scrittura contenente delle proteste che sommamente gli spiacquero. Urbano fece [1060] per questo rumore dei gravi risentimenti contro i cardinali Ubaldino, Ludovisio e Aldobrandino, il primo dei quali ebbe sì poco coraggio, che si lasciò ammazzar dal cordoglio.

Andò a finir tutta quella baruffa in non volere il papa lasciar cadere una stilla delle sue rugiade sui bisogni dell'imperadore; ma ciò ch'egli non fece, lo fecero in parte i varii successi delle armi. Imperciocchè nel dì 16 di novembre dell'anno presente a Lutzen, dodici miglia lungi da Lipsia, vennero alle mani i due potenti eserciti, condotti l'uno dal re Gustavo Adolfo, e l'altro dal duca di Fridland. Orribile fu quel fatto d'armi; in esso per più ferite lasciò la vita il gotico valoroso re, già divenuto il terror della Germania; ma essendosi tenuta celata la sua morte, continuarono gli Svezzesi ad incalzare i cesarei, finchè la notte mise fine alla strage. La peggio senza fallo toccò all'armata imperiale; ma equivalse bene ad una gran vittoria l'essere restata libera la Germania da un sì feroce principe, che ucciso in età di soli trentotto anni, se più oltre stendeva il suo vivere, prometteva di sè un nuovo Alessandro. Forse anche n'avrebbe pianto l'Italia, e più papa Urbano, placido spettatore della rovina dell'imperio germanico, e che non con altro finora cooperò al sollievo dell'imperadore che colla pubblicazione di un divoto giubileo. Altra prole non lasciò Gustavo che una principessa in età di soli sei anni, col nome di Cristina, che ereditò quel regno, e fece col tempo tanta figura in Italia, dacchè abbracciò la religion cattolica romana. Segni di gran valore nella giornata di Lutzen diedero Borso e Foresto principi estensi, Mattias e Francesco principi della casa de Medici, il conte Ernesto Montecuccoli Modenese generale dell'artiglieria, Ottavio Piccolomini duca di Amalfi, insigne generale di Cesare, Luigi ed Annibale Gonzaghi e uno Strozzi colonnelli. Alle truppe del Piccolomini fu attribuita la gloria d'aver tolto dal mondo [1061] il fiero Gustavo Adolfo. Altri non pochi nobili italiani militavano allora al servigio dell'imperadore. Il gran duca di Toscana, il duca di Modena e i Lucchesi diedero ad esso Augusto quell'aiuto che poterono in sì gran bisogno.


   
Anno di Cristo MDCXXXIII. Indizione I.
Urbano VIII papa 11.
Ferdinando II imperad. 15.

Perchè fioriva la pace in Italia, niun considerabil avvenimento somministrò essa alla storia del presente anno. Erano rivolti gli occhi di tutti alla Germania, che continuava ad essere il teatro delle miserie, perchè desolata egualmente da amici e nemici. S'era creduto che colla caduta del temuto re Gustavo avesse la fortuna dell'armi da dar l'ultimo addio agli Svezzesi. Così non fu. Sorsero tre altri insigni capitani, cioè il duca di Vaimar Sassone, Gustavo Horn e Giovanni Bannier, che alla testa del già vittorioso esercito degli eretici più che mai tennero in piedi la guerra con assedii nuovi, combattimenti e stragi, ora in questa, ora in quella provincia, fiancheggiati sotto mano dai danari della Francia, tutta intenta a deprimere l'imperador Ferdinando II. All'incontro, non lasciava anche dal canto suo il re Cattolico Filippo IV di porgere soccorsi di pecunia al parente Augusto; e nell'anno presente fece di più, perchè ordinò al duca di Feria governator di Milano di passare in Germania in aiuto di lui con un corpo di dieci mila fanti e mille e cinquecento cavalli, parte Spagnuoli e Lombardi e parte Napoletani. Passò il Feria per la Valtellina nella Svevia, e senza sfoderare spada fece ritirar da Costanza e da Brisacco l'armi nemiche, ma senza altre prodezze. S'era avuto a male il superbo Vallestain duca di Fridland, che questo generale spegnuolo fosse entrato in Germania con indipendenza dal sublime suo grado di generalissimo, e però fra loro entrò una irreconciliabil discordia. Oltre [1062] a ciò, non avvezzi gl'italiani ai rigori del freddo germanico, cominciarono a lasciar sotto quel diverso cielo le vite, o pure a disertare; di maniera che l'armata del Feria notabilmente si sminuì; ed egli stesso sul fine di quest'anno gravemente infermatosi, non reggendo ai malori del corpo, alle afflizioni dell'animo, terminò poi in Monaco il suo vivere nel dì 14 di gennaio dell'anno seguente, con lasciar dopo di sè gloriosa memoria di una rara integrità, per non aver mai defraudato un soldo alle milizie, non accumulate ricchezze, ma speso sempre anche del suo patrimonio. Dichiarò egli prima di morire successor suo nella carica di generale pro interim il conte Giovanni Serbellone, cavalier milanese, personaggio di lunga sperienza militare e di molta stima presso il re Cattolico. Si videro finalmente in quest'anno inviati da papa Urbano VIII in sussidio della lega cattolica di Germania cinquanta mila scudi: picciolo refrigerio in vero alla sete e al bisogno di que' cattolici, ma pure refrigerio.

Da varii scrittori vien riferita al primo di dicembre dell'anno presente la morte d'Isabella Clara, già moglie dell'arciduca Alberto e governatrice de' Paesi Bassi cattolici: ma essendo certo che Ferdinando cardinale infante di Spagna nel presente anno passò per mare in Italia, destinato al governo d'essa Fiandra, parrebbe che la morte di quella principessa appartenesse al precedente anno. Quando veramente questa succedesse nel presente, si avrà a credere che precedesse una lunga malattia di lei, per cui il re Cattolico determinasse di inviar preventivamente il fratello al governo di quei popoli per resistere agli Olandesi, ai quali era riuscito in questi ultimi anni di far non poche conquiste sopra i cattolici. Sul principio di maggio arrivò esso cardinale infante a Villafranca, accompagnato da una bella flotta di galee, e dal corteggio di molti magnati di Spagna e di non poche milizie. Colà [1063] si portò a visitarlo Vittorio Amedeo duca di Savoia, usandogli finezze tali, come se si fosse trattato di un re. Giunto che fu a Genova, fu accolto parimente con immensi onori da quella repubblica, e di là poi passò a Milano, facendovi la sua pomposa e solenne entrata nel dì 24 del mese suddetto, dove trovò tuttavia il duca di Feria, che si andava allestendo per la sua andata in Germania. Perchè dall'armi dei collegati protestanti restavano chiusi i passi per penetrare in Fiandra, si vide egli obbligato a riposar lungo tempo in Milano, sperando sempre che il Feria gli aprisse il passaggio a quella volta. Non istette egli intanto co' suoi ministri ozioso, se pur si seppe il netto del fatto che son per dire. Trovavasi in questi tempi in Mantova l'infanta Margherita, sorella del duca di Savoia e vedova del fu Francesco Gonzaga duca di Mantova, ita colà a visitar la principessa Maria sua figlia, vedova del fu principe o sia duca di Rhetel, e nuora del duca regnante di Mantova Carlo Gonzaga. Perchè non mancavano di que' legisti che imbrogliavano il mondo, e che tenevano essere quella principessa unica e vera erede dei ducati di Mantova e di Monferrato, ad esclusione della linea di Nevers, fu consigliata la figlia dalla madre di fare una pubblica protesta per man di notaio e testimonii, che annullava qualsisia atto da lei fatto in età pupillare; e a lei restavano allora solamente due giorni per entrare nell'anno venticinquesimo di sua età. Gran rumore fece un tale atto nella corte di Mantova, e fu creduto che l'infanta Margherita sua madre, portata da un parzialissimo genio verso gli Spagnuoli, tramasse di maritar la figlia coll'infante cardinale: il che non si sa ben intendere, perchè di essa Maria e del principe di Rhetel restava vivente un picciolo figlio, a cui negar non si poteva la successione di quei ducati. Giunto l'avviso di questa gran novità alla corte di Francia, non vi fu chi non credesse, queste essere orditure della sagacità spagnuola; [1064] e però vennero pressanti lettere del re Cristianissimo al duca Carlo di Mantova di cacciar di là la duchessa madre, e alla repubblica veneta premurosi uffizii per dare assistenza al duca. Dopo aver fatta gran resistenza e querele, si ritirò l'infanta Margherita a Gualtieri, terra del duca di Modena, cioè di un figlio di una sua sorella. Ma ecco da lì a non molto altre fulminanti lettere di Francia ad esso duca di Modena, che l'obbligarono a far ritirare anche di là l'infanta suddetta. S'indusse poi la principessa Maria a ritrattare il fatto, e sua madre tal merito si acquistò nella corte del re Cattolico Filippo IV, che col tempo passata in Ispagna, fu creata viceregina di Portogallo, dove con gran prudenza esercitò il suo governo fino alla rivoluzion di quel regno.

Venne a scoprirsi nel presente anno in Roma un pazzo ed insieme orrido attentato contro la vita del pontefice Urbano VIII. Giacinto Centino, nipote sconsigliato del saggio e pio cardinal Felice Centino da Ascoli, infatuato del desiderio e della sognata idea di veder lo zio nella cattedra di San Pietro, si diede in preda allo studio delle malie; e coll'aiuto di alcune persone religiose, ma indegnissime di questo nome, fabbricò una statua di cera, per cui, secondo la stolta o almen sacrilega persuasion dei fattucchieri, disegnava di condurre a morte il pontefice. Da chi prese l'impunità fu rivelato l'empio disegno; vi andò la testa del Centino; gli altri complici furono bruciati, o pur condannati alla galea o a perpetuo carcere, a misura della lor condizione e reato. Fu in questi tempi che il duca di Savoia Vittorio Amedeo, per farsi conoscere superiore al grado dei cardinali esaltati da papa Urbano, cominciò pubblicamente ad intitolarsi re di Cipro: il che dispiacendo alla repubblica veneta, siccome atto contrario alle sue pretensioni, cagion fu che s'interrompesse il commercio fra loro. Uscì anche fuori in Torino un libro apposta per [1065] provar dovuto al duca il titolo regio, in cui perchè non si parlava col rispetto convenevole al gran duca di Toscana, venne fuori perciò in Firenze una risposta al medesimo libro. Fu il duca Vittorio il primo che cominciasse ad usare e ad esigere il titolo di altezza reale. Gran rumore fece in questi tempi, e maggiormente l'ha fatto dipoi, la condanna emanata in Roma, non già con editto ex cathedra del sommo pontefice, ma della congregazione del santo Uffizio, contro la sentenza del Copernico, sostenente il moto della terra intorno al sole. Diede occasione a cotal proibizione Galileo Galilei Fiorentino, uno dei più insigni filosofi matematici ed astronomi che abbia prodotto l'Europa, e a cui si professano debitori tutti coloro che si son poscia esercitati in somiglianti studii. Gli era stato ordinato di non tenere e difendere quella opinione, ed egli avea promesso di farlo; ma non attenne la parola. Laonde chiamato a Roma in età di settanta anni, fu obbligato a condannarla, e a sofferire una specie di piacevol prigionia in Roma, e poscia in Firenze. Ciò non ostante, sappiamo avere oggidì gran voga da per tutto l'opinione copernicana, nè essere disdetto a' cattolici stessi il tenerla come sistema, giacchè niun finora è giunto a darne sufficiente dimostrazione, nè ad atterrare affatto la contraria.


   
Anno di Cristo MDCXXXIV. Indizione II.
Urbano VIII papa 12.
Ferdinando II imperadore 16.

A chi in bene e a chi in male diede molto da discorrere sul fine di febbraio dell'anno presente la caduta di Alberto Vallestain Boemo duca di Fridland, che fra i capitani del tempo suo, a riserva del re Gustavo Adolfo, non ebbe pari. Generalissimo dell'armi di Ferdinando II imperadore era stato finora il sostegno della vacillante casa d'Austria, intrepido sempre, e per lo più vittorioso [1066] in tanti combattimenti. Il solo suo nome valeva un'armata, sì alto concetto di valore e di saggia condotta nel maneggio dell'armi s'era egli acquistato. Ma lo aver egli voluto un dispotico comando negli affari della guerra, e la sua superbia, ed altri vizii che si mischiavano nelle molte sue virtù militari, e il niun riguardo da lui mostrato ai principi e popoli amici, col cercare unicamente il comodo e l'utile delle sue soldatesche, accrebbe di troppo la schiera degl'invidiosi e dei nemici suoi, massimamente alla corte cesarea. Fu dunque messa in sospetto presso l'imperadore la fede sua per varie ommessioni credute dolose, e per non poche intelligenze che passavano fra lui e i Franzesi e Svezzesi: non potendosi negare che il cardinale di Richelieu e lo Oxestern sveco non tentassero di guadagnarlo con larghe offerte, benchè tuttavia sia incerto se corrompessero la di lui onoratezza. Tanto infine operarono gli emuli suoi, che il buon Ferdinando Augusto s'indusse a levargli il comando. Portatone a lui l'avviso, gli uffiziali dei suo partito il dissuasero dal cedere, e con iscrittura si obbligarono di sostenerlo in quel grado. Atto tale fu preso per una ribellione nella corte cesarea, e però l'imperadore principe di buone viscere, dopo essere stato perplesso tra lo amore e la gratitudine verso di sì gran capitano, e la necessità dello Stato, spedì in fine ordini per la di lui cattura, ma non già per la di lui morte. Gli uffiziali incaricati di questa impresa fecero del resto, togliendo la vita in un istante ai tre principali fautori di lui, e poscia a lui stesso: al quale avviso non potè l'Augusto Ferdinando contener le lagrime, ricordevole de' tanti segnalati servigi a lui prestati dal Fridland; e laddove dianzi ognun si scatenava contra di un sì altero generale, poscia, mosso a compassione, non parlava che de' meriti suoi. Fu dipoi conferita la carica di generalissimo a Ferdinando re d'Ungheria, figlio dello imperadore, che non tardò ad imprendere [1067] l'assedio di Ratisbona, e a costrignerla alla resa nel dì 26 di luglio.

In questo mentre l'infante di Spagna cardinale dimorando in Milano ammannì un corpo di sei mila e cinquecento pedoni e di mille e cinquecento cavalli per passare in Fiandra. Poscia nel dì 20 di giugno per la Valtellina s'incamminò alla volta d'Inspruch, accompagnato dal marchese di Leganes e dalle truppe suddette. Si lasciò vincere il cardinale dalle istanze e preghiere del re Ferdinando, e andò ad unirsi seco colle sue genti comandate da molta nobiltà spagnuola, napoletana e lombarda, che unite colle altre già condotte dal duca di Feria e reclutate formavano un'armata di circa venti mila combattenti. Passarono il re e il cardinale all'assedio di Norlinga, nelle cui vicinanze nel dì 6 di settembre seguì un formidabil fatto d'armi fra essi e la armata svezzese, colla total rovina degli ultimi, e con singolar onore della cavalleria napoletana. Questa insigne vittoria diede un gran crollo alla superbia degli Svezzesi, ed agevolò altre conquiste al re Ferdinando, quantunque restassero molto deboli le sue forze, per aver voluto l'infante cardinale passare in Fiandra. Il di più di quelle continuate guerre, delle quali seppe ben profittare la Francia coll'impadronirsi della Lorena e dichiararsi fautrice dei protestanti, non l'aspetti da me il lettore. Furono in questi tempi dalla politica spagnuola guadagnati il cardinale Maurizio e il principe Tommaso, fratelli del duca di Savoia Vittorio Amedeo, con avere il primo in Roma rinunziata la protezione della Francia, e l'altro con portarsi all'improvviso in Fiandra a militare in favore del re Cattolico, dove si segnalò con varie azioni militari, benchè taluno scriva che egli seco portasse la sfortuna all'armi spagnuole. Aveva egli prima inviata a Milano la moglie coi figli per ostaggi. Fu creduto da' Franzesi che tali passi non fossero stati fatti senza saputa e segreto consenso del duca; ma questi tardò poco a far costare la verità [1068] con levare al principe Tommaso il governo della Savoia, e sequestrare tutte le rendite sue in Piemonte. Ingelositi nondimeno i Franzesi, ingrossarono in Pinerolo e Casale i lor presidii. A Francesco I duca di Modena nacque nel febbraio dell'anno presente un figlio, che fu poi col nome di Alfonso IV suo successore nel ducato. Erano insorti in Roma de' mali umori, trovandosi non pochi mal soddisfatti, parte dello stesso papa Urbano, e parte dell'imperioso governo de' suoi nipoti Barberini. Servì questo di motivo al pontefice per rinovar con rigore i decreti del concilio di Trento e dei susseguenti pontefici, che obbligavano i vescovi ed anche i cardinali alla residenza nelle loro chiese. Dovettero perciò alcuni porporati e parecchi prelati abbandonar le delizie e grandezze romane, con ritirarsi ai lor vescovati, cioè ad esercitare il vero loro mestiere. Cacciato da' suoi Stati il duca di Lorena Niccolò Francesco per la prepotenza de' Franzesi, e segretamente fuggito, venne colla moglie a ricoverarsi in Firenze, accolto favorevolmente dal gran duca Ferdinando II suo parente.


   
Anno di Cristo MDCXXXV. Indizione III.
Urbano VIII papa 13.
Ferdinando II imperadore 17.

Più lunga durata non potè fare la pace in Italia. Con occhio bieco si andavano da gran tempo guatando i due primi ministri, anzi gli arbitri delle due corti di Francia e Spagna, cioè il cardinale di Richelieu e l'Olivares, ossia il conte duca. La testa del primo a più doppii superava quella dell'altro; e laddove lo Olivares parea nato per rovinare la monarchia di Spagna, il Richelieu, all'incontro, sembrava dato alla monarchia franzese per accrescerla sempre più di riputazione e di Stati. Pieno di questa idea il poco scrupoloso cardinale, tutto il giorno tesseva imbrogli per tutte le corti, senza far caso della religione, delle parentele e [1069] di ogni altro vincolo della umana società, per abbassar le due potenze austriache, ed esaltar la franzese. A tanti movimenti dei protestanti contra dell'imperadore aveva egli principalmente data la spinta, e mantenuto il fomento. Le leghe col maneggio suo fatte dal re Lodovico XIII coi principi della Germania e colla Svezia contro l'imperadore, si leggono stampate. Nel precedente anno una parimente ne avea stipulata cogli Olandesi contro la Spagna, obbligandosi di pagar loro annualmente due milioni e trecento mila lire. Nell'anno presente poi a dì 8 di febbraio un'altra ne conchiuse con essi Olandesi difensiva ed offensiva, con disegnar fra loro lo spartimento delle provincie cattoliche dei Paesi Bassi, che si meditava di conquistare. Un'altra ne fece nel dì 27 di ottobre coi protestanti di Germania, per mantener guerra contro di esso imperadore, promettendo loro annualmente quattro milioni di lire. Si presentarono alla corte di Francia motivi veri o palliati di dichiarar la guerra in Fiandra al re di Spagna sul principio di maggio. Per occupar poi gli Spagnuoli in più parti, spedì il cardinale nella Valtellina il duca di Roano. Questi con sei reggimenti di fanteria franzese e due di Svizzeri, e alquanti squadroni di cavalleria, senza far complimenti, nè chiedere licenza, improvvisamente dall'Alsazia sul fine d'aprile pel paese de' Grigioni calò in quella valle, e andò a postarsi a Chiavenna e Riva: tutto ciò per impedire che dalla Germania non potessero passare soccorsi al Milanese; nel qual tempo vendeva ai Grigioni e ai Valtellini quante speranze volevano l'una all'altra contrarie. Era governator di Milano il cardinale Egidio Albornoz, che colto da questa improvvisata non perdè già il coraggio, e si diede col maggior calore a guernire i confini, e a sollecitar dalla Spagna, da Napoli e dal gran duca di Toscana soccorsi.

Dalla parte ancora del Piemonte determinarono [1070] i Franzesi di muovere guerra agli Spagnuoli, e fecero proporre una lega ai principi d'Italia contra dei medesimi. Non vi fu che Odoardo Farnese duca di Parma, il quale vi saltasse dentro a pie' pari; nè cercava egli altro, perchè mal soddisfatto dei ministri spagnuoli, per lo più poco discreti vicini. Era principe pieno di spiriti guerrieri, che nondimeno più si consigliava col proprio coraggio che colle sue forze. Portato dal desiderio della vendetta, si diede egli tosto a far gente, e ricevette alla sfilata alquanti Franzesi in Piacenza. Anche il duca di Mantova Carlo concorse in questa lega col nome, giacchè colle forze non potea. Ma quel che più importava al Richelieu, era di trarre in essa lega il duca di Savoia Vittorio Amedeo. Gli fece proporre la conquista dello Stato di Milano da partirsi fra loro. E perchè non tornava il conto al duca di vedersi tra le forbici dei Franzesi, fu a lui esibito lo Stato di Milano, colla rinunzia della Savoia alla Francia. Nè all'uno nè all'altro progetto inclinava Vittorio Amedeo, ma dicono che gli fu fatta violenza col negargli la neutralità; laonde nel dì 11 di luglio gli convenne imbarcarsi, e contrasse lega col re Cristianissimo con patti di molto vantaggio, facili a scriversi in un pezzo di carta, ma difficili poi all'esecuzione. Se veramente suo malgrado oppure di buon cuore convenisse il duca di Savoia in tale accordo, lascerò ch'altri lo decida. Ben so che generale dell'armi franzesi e collegate in Italia fu dichiarato esso duca; e il maresciallo di Crequì entrato in Italia con otto mila fanti e due mila cavalli, sul fine di agosto cominciò le ostilità contro lo Stato di Milano, ed imprese l'assedio di Valenza contro il volere del duca di Savoia, che proponeva Novara, e del duca di Parma, che desiderava Cremona. Di queste sconcordanze abbondano le leghe. Comparve colà il duca di Parma con cinque mila fanti e mille cavalli; ma non già il duca di Savoia, che lentamente procedeva nei suoi movimenti. Malamente cominciato [1071] e peggio proseguito fu quell'assedio, perchè si lasciò tempo ed agio agli Spagnuoli d'introdurvi gran rinforzo di gente e di munizioni. La diffidenza entrò tosto fra i collegati. Il Farnese mostrava di credere guadagnato il Crequì dagli Spagnuoli, e che perciò avesse lasciato entrare soccorsi nella piazza; e il Crequì facea querele al Farnese per avergli condotto o soldati inesperti, o gente che, allettata dalle doble spagnuole, disertava a furia. Finalmente nel dì 13 di ottobre arrivò colle sue truppe il duca di Savoia, ma si alloggiò a San Salvatore, sette miglia lungi dal campo Franzese; e visitato l'assedio, non potè esentarsi dal tacciare delicatamente la vanità del Crequì, che si era messo a quell'impresa senza ponderarne le imminenti brutte conseguenze. Fra lui e il Crequì, erano insorte gare e terribili diffidenze, e i franzesi sparlavano forte del duca, come se egli macchinasse tradimenti. In somma nel dì 15 del mese suddetto, essendo stato di nuovo rinforzato dagli Spagnuoli il presidio di Valenza, fu forzato il Crequì a levare vergognosamente l'assedio, con lasciar ivi il cannone, e ritirarsi a precipizio: il che sommamente increbbe alla corte di Francia.

Ma più ne restò malcontento il duca di Parma, per essere rimasto sguernito ed esposto alla vendetta degli Spagnuoli il suo Stato; laonde si affrettò per tornarsene a Piacenza colle sue truppe. Poche erano queste, e si prevedeva che il passaggio sarebbe ad esso Stato contrastato da don Diego di Gusman marchese di Leganes, nuovo governatore di Milano, tornato dalla Germania. Laonde il duca di Savoia gli diede per iscortarlo il marchese Guido Villa Ferrarese, generale della sua cavalleria, che con mille e ducento cavalli arrivato alla Scrivia, trovò gli Spagnuoli preparati per vietargli il passo. Ma egli colla spada alla mano si fece largo, e verso le feste di Natale arrivò salvo a San Giovanni sul Piacentino. Per ristorar poscia queste milizie, e risparmiare l'aggravio [1072] agli Stati del duca di Parma, trovò questo generale il comodo ripiego di venire ad acquartierarsi a Castelnuovo del Reggiano, senza mettersi pensiero delle doglianze di Francesco I duca di Modena, che in questi imbrogli aveva ricusato di far lega coi Franzesi, nè si era dichiarato per gli Spagnuoli. Meglio passarono nella Valtellina gli affari dei Franzesi, perchè, quantunque scarsi di numero, aveano alla testa il duca di Roano, grande ugonotto e gran capitano. Per tacere altri precedenti fatti, avevano concertato insieme Tedeschi e Spagnuoli di ricuperar quella provincia dalle mani dei Franzesi. Il barone di Fernamonte dalla banda del Tirolo con più di quattro mila fanti e quattrocento cavalli, e il conte Giovanni Serbellone dalla parte di Como, doveano nello stesso tempo farvi un'irruzione. Ora nel mese appunto di novembre calò il Fernamonte, e prese il contado di Bormio; ma il Roano, per nulla trattenuto dalla superiorità delle truppe nemiche, andò ad assalirlo, e gli diede una solenne sconfitta. Di così sinistro avvenimento, siccome vogliono alcuni, non era informato il Serbellone, quando addosso anche a lui repentinamente arrivò il Roano, che il mise in rotta, e fece acquisto di tutto il suo ricco bagaglio e della cassa di guerra: il che rasserenò nella corte del re Cristianissimo il torbido cagionato dallo sconsigliato assedio di Valenza. Fecero anche nell'anno presente un tentativo gli Spagnuoli contro la Francia con allestire una flotta di trentacinque galee e di alquanti grossi vascelli, e di altre vele minori, che dirizzò le prore verso il mare di Provenza. Ebbe questa a combattere con un furioso temporale, che cacciò a fondo sette di quelle galee con tutta la gente, e disperse e conquassò il resto con aver dovuto gittar in mare artiglierie e cavalli.

Le cure del romano pontefice Urbano VIII in questi tempi erano quelle che si convenivano al sacro suo grado, cioè di procurar la pace fra i principi cristiani. [1073] A questo fine spedì egli a Parigi con titolo di nunzio straordinario Giulio Mazzarino, nato di padre palermitano nel 1602 in Piscina d'Abbruzzo, ingegno dei più fini che si abbia mai prodotto la terra, e che potea stare a fronte del finissimo cardinale di Richelieu. Era egli ben conosciuto ed assai stimato da esso cardinale, forse anche fu da lui sostenuto, e con segreti uffizii presso il papa promosso, dacchè gli Spagnuoli per la perdita di Casale erano divenuti suoi giurati nemici, e tardarono poco a far calde istanze al pontefice per farlo richiamar di Francia, dipingendolo per uomo venduto al Richelieu; e in ciò non s'ingannavano. Gran corte faceva il Mazzarino al cardinale, e quelle due nobilissime volpi bene spesso stavano soli testa a testa per lo spazio di quattro ed anche più ore, grandi affari masticando fra loro, per far non già la pace desiderata dal papa, ma guerra per tutta la cristianità. Credeva la gente che il Mazzarino si fermasse in Francia per servigio del solo papa, ed egli nello stesso tempo serviva come di ministro al Richelieu, al quale riuscì di tener saldo in Francia per due anni questo sì utile strumento. Gravissime ancora furono le querele fatte al papa dall'ambasciatore di Spagna contra di Odoardo duca di Parma, per aver osato di prendere l'armi contro la corona di Spagna, senza permissione del pontefice suo sovrano, e spronavano la santità sua a dichiararlo decaduto dal feudo, e ad investirne il suo nipote don Taddeo, promettendogli la potente loro assistenza. Ma papa Urbano che non voleva liti colla Francia, altro non fece, per quetar il rumore degli Spagnuoli, che di inviare al duca il vicelegato di Bologna per intimargli di desistere dall'armi, e per minacciarlo se non ubbidiva. Si fecero ben sentire per questo i Franzesi, e il papa non passò più oltre. Bollivano intanto dissensioni fra la corte pontifizia e la repubblica veneta a cagion de' confini del ferrarese, e per altre brighe. Mentre i ministri di Francia erano dietro [1074] a maneggiar l'aggiustamento, per consiglio del Contelori fece il santo Padre mutare nella sala regia del Vaticano un elogio de' Veneti per la pace seguita in Venezia fra papa Alessandro III e Federico I imperadore. Se ne chiamò tanto offeso il senato veneto, che interruppe ogni pubblico commercio con quella corte, senza che la sua saviezza passasse a più sonori risentimenti.


   
Anno di Cristo MDCXXXVI. Indizione IV.
Urbano VIII papa 14.
Ferdinando II imperad. 18.

Dopo avere il duca di Parma Odoardo avuto il coraggio di cimentarsi colla potenza spagnuola, fondato sulle lusinghiere promesse della Francia che sa valersi sovente de' minori, non già per loro vantaggio, ma per farli servire al proprio; si vide ridotto in gravi affanni pel timore di provar in breve gli effetti dell'ira e vendetta di chi certo l'avea giurata contro di lui. Sul fine dunque di gennaio si portò per le poste a Parigi ad implorar poderosi aiuti per la propria difesa. Di onori e di carezze n'ebbe quanto mai potea desiderare; di magnifiche promesse fece ancora una copiosa raccolta; ma queste poi nei fatti si ridussero a poco. Circa la metà di marzo se ne tornò egli accompagnato da molti nobili franzesi, ma non già da verun reggimento o squadrone, in Piemonte, con trovare invasi i suoi Stati da Francesco I duca di Modena. Allorchè il marchese Villa sul fine del precedente anno, o sul principio del presente, occupò Castelnuovo del Reggiano, e vi fece piazza d'armi, non contento di ciò, volle anche rallegrar le sue truppe, con permettere loro di bottinar sull'altre ville di quelle contrade, valendosi di quegli empii privilegii che la forza pretende sulla ragione. Il duca di Modena fin qui aveva atteso a mantener la quiete nel suo paese, immaginando di non dovere ricevere insulti dalla parte del duca di Savoia suo cugino, nè da quella [1075] del duca di Parma suo cognato. Ora commosso dalla insolenza del Villa, raunò tosto cinque mila fanti e mille cavalli, ed ottenne dai Veneziani il principe Luigi d'Este suo zio e lor generale, affinchè venisse al comando delle sue milizie. Scrisse ancora per aiuto al marchese di Leganes governator di Milano, che sollecitamente mise in marcia due mila fanti ed ottocento cavalli, con ordine di passare il Po ed entrare nel Parmigiano. Sul principio dunque di febbraio s'inviò il duca di Modena colle sue genti ad unirsi cogli Spagnuoli, e giacchè il marchese Villa s'era condotto di là dall'Enza per contrastarne il passo, gli riuscì di valicar quel fiume, e d'inseguire i Savoiardi e Parmigiani, che si ritiravano verso Parma. A San Lazzaro si venne alle mani, e restarono sbaragliate quante schiere nemiche s'incontrarono lente nel cammino. Ma il Villa, accorso col meglio dei suoi al conflitto, sì bravamente rimise in buono stato la battaglia, che furono con loro danno obbligati Spagnuoli e Modenesi a tornarsene indietro. Nello stesso tempo spinse il Leganes quattro mila fanti e secento cavalli ai danni del Piacentino, dove colla forza fu occupato Castel San Giovanni, ed esercitato l'estremo della barbarie col fuoco e coi saccheggi in quelle parti; e però fu chiamato colà in aiuto il marchese Villa. Allora il duca di Modena con dodici mila fanti, mille cavalli e quattro compagnie di corazze, e con tutta la nobiltà del suo dominio, da più parti assalì lo stato di Parma, s'impadronì di Rossenna e Colorno, luoghi forti, e di altre terre, mettendo a sacco tutto il paese, con obbligare i nemici a ritirarsi sotto il cannone di Parma: città, che si aspettava un assedio, siccome anche Piacenza dal lato degli Spagnuoli. Era per crescere questo incendio; ma il pontefice Urbano VIII, con inviare al duca di Modena monsignor Mellini vescovo d'Imola, e il gran duca Ferdinando, tanto si adoperarono che lo indussero ad una tregua, e susseguentemente alla pace col duca suo cognato. [1076] Anche la valle di Taro fu in questi tempi da Vincenzo Imperiali tutta messa a sacco, di modo che il duca Odoardo, costretto a passare incognito pel Genovesato, se volle ritornare a casa, vi trovò desolati tutti i suoi Stati, colla perdita anche di alcune terre. Questo fu l'unico guadagno che gli recò la lega con Francia e Savoia, da lui intrapresa fuor di proposito.

Svegliatisi per li danni del Parmigiano e Piacentino il duca Vittorio Amedeo e il maresciallo di Crequì con tutte le lor forze sul fine di febbraio, a motivo di una diversione, entrarono nel Milanese, con prendervi alcune terre, e minacciar Vigevano: il che fece uscire in campagna anche il Leganes. Dopo una svantaggiosa scaramuccia furono forzati i collegati a ritirarsi di là dalla Sesia. Ma questi, dopo aver fatto concerto col duca di Roano, che nel medesimo tempo egli dalla Valtellina assalisse lo Stato di Milano, mentre essi farebbono un'altra maggiore invasione verso il Pavese e Novarese, ripigliarono nel mese di giugno le azioni militari. Altro non fece il Roano che penetrare in Valsasina, e commetter ivi quanti saccheggi potè, con tornar poscia ai primieri suoi posti, dacchè seppe che il principe Borso d'Este con due mila e cinquecento Alemanni veniva per opporsi ai suoi tentativi. Ora il duca di Savoia e il maresciallo di Crequì nel mese di giugno, entrati nel territorio di Novara, s'impadronirono di varie terre, e massimamente di Fontaneto, luogo forte, dove lasciò la vita il maresciallo di Toiras. Trovate poi sguernite le rive del Ticino, arditamente lo passarono, nè furono pigri a guastar le fabbriche, per le quali si conduce a Milano il canale appellato il Naviglio: cosa che mise in somma costernazione la stessa città di Milano. Avrebbe appunto voluto il Crequì marciare a dirittura verso quella città; ma il saggio duca di Savoia ricusò di concorrere alla bestialità di quella risoluzione, perchè non aveano [1077] forze per sì grande impresa. Ora per cacciare i collegati di là, o per impedir loro maggiori progressi, coll'esercito suo comparve colà il marchese di Leganes, e lì trovò ben trincierati a Tornavento, luogo ignobile, che acquistò poi fama nelle storie. Benchè non avesse egli peranche fatta la massa di tutte le sue soldatesche, pure, non ostante il contrario parere de' suoi uffiziali, nel dì 23 di giugno (altri dicono nel dì 22) in ordine di battaglia andò all'assalto delle trincee de' Franzesi, e per rompere il loro ponte sul Ticino. Si combattè per più ore con gran valore e mortalità da ambe le parti; e già agli Spagnuoli era riuscito di superare alcuni posti, benchè colla morte di Gherardo Gambacorta Napoletano, capitano di gran credito, quando arrivò con nuovi rinforzi il duca di Savoia, che li ridusse di vincitori, quali pareano, ad essere come vinti. La notte fece fine al conflitto, e in essa si ritirarono gli Spagnuoli a Biagrasso. Non si figuri alcuno di saper mai il netto delle battaglie, spezialmente quando non succeda la totale sconfitta dell'una parte, studiandosi sempre i vincitori di accrescere la vittoria, e i vinti di scemare la perdita. La verità si è, che restò il campo di battaglia ai Franzesi e Savoiardi; ma altresì è certo ch'essi da lì a pochi giorni, dopo aver conosciuto qual fosse il valore degli Spagnuoli e Napoletani, dianzi da lor creduti figli della paura, si ritirarono di là dal Ticino, laonde furono appresso ricuperati quei luoghi dagli Spagnuoli, e rimesso il Naviglio nell'essere di prima con somma consolazione della città di Milano. Attribuirono i collegati questa loro ritirata alla troppa copia de' tafani, che recavano gran travaglio spezialmente a' cavalli, e alla necessità di sloggiar da un sito, dove il puzzor de' cadaveri potea far peggio che una seconda battaglia.

Mentre cotali bravure si faceano verso il Ticino, tornato a Parma il duca Odoardo, e pien di rabbia per li danni sofferti, prevalendosi della lontananza [1078] dell'armi spagnuole, unì ad un corpo di tre mila Franzesi i suoi soldati di fortuna e miliziotti, e con essi entrò nel Cremonese e Lodigiano, sfogando la sua vendetta sopra le sostanze degl'innocenti contadini. Se n'ebbe presto a pentire, perchè il Leganes sbrigato dall'impaccio de' Franzesi, nel dì 15 di agosto spedì sul Piacentino don Martino d'Aragona con alcune migliaia di fanti e cavalli; nel qual tempo anche il cardinale Trivulzio con altre milizie, dopo aver fatte ritirar le genti del Farnese dal Lodigiano e Cremonese, assalì il Piacentino di là da Po, e penetrò poi anche nello Stato Pallavicino, impossessandosi di Borgo San Donnino, e commettendo ogni sorta di ostilità. Si trovò allora Odoardo in incredibili angustie; speranze non v'erano che potessero transitar soccorsi del duca di Savoia e del Crequì; la flotta franzese, che dovea sbarcare alla Specia cinque mila soldati, non si vedea mai comparire, e andava a sacco tutto il paese del Farnese. Inoltre già si trovava alla vigilia d'un assedio la città di Piacenza, tutta attorniata dagli Spagnuoli, salutata anche da più tiri di cannone; ed una isola del Po in faccia a quella città occupata dall'armi nemiche si metteva in fortificazione. A questo spettacolo dell'imminente rovina d'esso duca commossi papa Urbano, colla spedizione del conte Ambrosio Carpegna, e il gran duca di Toscana di lui cognato con quella di Domenico Pandolfini, s'indussero per rimetterlo in grazia del governator di Milano, e liberarlo dal totale eccidio. Trovarono questi ministri tutta la buona disposizione nel marchese di Leganes, e all'incontro, non senza lor maraviglia, una grande, non so se vera o finta ostinazione nello sconsigliato duca. Contuttociò tanto perorarono le lagrime della duchessa Margherita de Medici sua consorte e quelle degl'infelici suoi popoli, colla giunta ancora della continua deserzione de' pochi suoi Franzesi, che finalmente sul principio dell'anno seguente [1079] si diede per vinto, ed acconsentì ai consigli de' mediatori. Fu conchiusa la pace con rinunziar egli alla lega della Francia, e con lasciare Sabionetta alla cura degli Spagnuoli, i quali dai di lui Stati ritirarono l'armi, lasciandovi dappertutto segni lagrimevoli della lor nemicizia. I Franzesi, che si trovavano di presidio in Piacenza, e nulla mai seppero di quel negoziato, sotto pretesto di una rassegna, burlati rimasero fuori della città; e veggendo il cannone rivolto contra di loro, non fecero resistenza alcuna. Vennero dipoi con belle parole congedati. Fecesi gran rumore per questa risoluzione del Farnese in Parigi, e fu anche arrestato il conte Fabio Scotti suo inviato; ma, fatte esporre dal duca le giustificazioni, restò approvata la di lui condotta, ed egli continuò ad essere di cuor franzese.

L'avere in mezzo a queste turbolenze Francesco I d'Este duca di Modena saputo cattivarsi la grazia del re Cattolico, agevolò a lui l'acquisto del principato di Correggio, che in occasione della guerra di Mantova fu tolto dagli imperiali a don Siro per alcuni suoi delitti, e ceduto poscia agli Spagnuoli pel prezzo di ducento trenta mila fiorini d'oro. Ne fu posto il duca in possesso, coll'obbligo di rimborsare la corona di Spagna di quella somma, qualora don Siro non avesse redento esso feudo con pari pagamento in un tempo prefisso. Sempre si trovò impotente il Correggiasco a soddisfare; e però col tempo fu la casa d'Este investita di quello Stato, e rimasero quetate con un accordo le pretensioni della casa di Correggio, estinta in fine a' giorni nostri. Non cessava in questi tempi il pontefice Urbano VIII, secondo il suo paterno affetto, di muovere quante ruote poteva per indurre alla pace le corone cattoliche; ed essendo riuscito a' suoi maneggi di far deputare la città di Colonia per luogo di un congresso, spedì a quella volta il cardinale Marzio Ginetti con titolo di legato a latere. Le infermità [1080] intanto cominciavano a far dubitare della vita del buon imperadore Ferdinando II. Laonde passò egli alla dieta di Ratisbona per trattar ivi dell'elezione in re de' Romani di Ferdinando III suo figlio re d'Ungheria e Boemia, che già gran credito s'era acquistato nel maneggio dell'armi. Concorsero in fine nei di lui desiderii i voti degli elettori; e però nel dì 22 di dicembre seguì l'elezion di esso principe con gran festa e giubilo di chiunque amava l'augusta casa d'Austria; ma con disapprovazione non lieve di chi nudriva affetti diversi. Nè si dee tacere che, passata in quest'anno la flotta spagnuola nei mari di Provenza, s'impadronì dell'isole di Jeres, cioè di Santo Onorato e di Santa Margherita, dove tosto si applicò a fabbricar ivi dei forti, che misero in grande apprensione la vicina Provenza e le coste di Nizza. Vi ha chi riferisce un tal fatto all'anno seguente.


   
Anno di Cristo MDCXXXVII. Indiz. V.
Urbano VIII papa 15.
Ferdinando III imperadore 1.

Diede fine al suo vivere nel dì 44 di febbraio dell'anno presente l'imperadore Ferdinando II in età di cinquantanove anni: principe che nella pietà e clemenza non ebbe pari, sommamente geloso e benemerito della religion cattolica, e fin prodigo verso i religiosi; non mai gonfio per le vittorie, che per un pezzo lo accompagnarono; non mai alterato per li sinistri avvenimenti che il seguitarono fino alla morte. La felicità delle sue armi nei primi anni del suo governo sì tirò dietro l'invidia di molti. La guerra da lui poscia intrapresa per Mantova gli concitò contro l'odio e la nemicizia di assai più gente, di maniera che si vide poi traballare la corona in capo; e se la battaglia di Lutzen nol liberava dal re sveco, restava all'ultimo crollo esposto il suo trono. Fra i suoi difetti si contò una virtù tendente all'eccesso, cioè la troppa bontà, per cui non si dispensavano i gastighi [1081] a chi n'era degno, e si lasciava all'interesse privato la briglia, dal quale si negligentava o tradiva il pubblico: disgrazia continuata nelle due auguste case di Austria fin quasi agli ultimi tempi nostri. A lui succedette Ferdinando III suo figlio, già re dei Romani, in età di ventotto anni, essendogli stata conferita da lì a non molto la dignità imperiale. Contuttochè le di lui imprese di guerra il facessero credere ad alcuni poco amator della pace, pure dai più saggi tenuto fu per diverso di genio l'animo suo. In Italia con poche azioni di rilievo proseguì la guerra tra i Franzesi e Spagnuoli. Primieramente nel mese di marzo mutarono faccia gli affari della Valtellina. S'era ivi annidato il duca di Roano, e in suo potere teneva i forti di quelle parti, dando con ciò continua apprensione ai confini di Como, ed obbligando il governator di Milano a mantener ivi buona guardia. Cominciarono ad impazientarsene i Grigioni, allettati fin qui da esso duca colla speranza di ricuperar l'antico dominio di quella provincia; e finalmente, insospettiti che la Francia meditasse di fissar ivi le radici per sempre, fecero perciò dello strepito e vive doglianze con lui. Li quietò il Roano con una convenzione, per cui si sosteneva nella Valtellina l'esercizio della religione cattolica, e si restituiva ai Grigioni quello della giustizia. Perchè poi la corte di Francia non approvò alcuni capitoli, e non mandò danari per le paghe dovute ad essi Grigioni, costoro si volsero al governator di Milano e alla reggenza d'Inspruch, dove trovarono buon accordo, e si conchiuse di muovere unitamente l'armi per iscacciar di colà i Franzesi. Tra perchè il Roano era stato infermo, ed aveano le di lui promesse e lusinghe perduto il credito, non gli fu possibile di dissipar il temporale; di maniera che, assalito dai Grigioni, Spagnuoli ed Austriaci nello stesso tempo, si trovò obbligato a rendere le fortezze e a ritirarsi colle sue genti. Così tornarono i Valtellini cattolici a provare il disgustoso governo dei Grigioni [1082] eretici, salva ivi sempre restando la religione cattolica. Stabilissi nondimeno che chiunque si tenesse aggravato dalle sentenze dei magistrati grigioni, potesse ricorrere a due persone, che sarebbono deputate l'una dal governator di Milano, l'altra dalle leghe d'essi Grigioni.

Sbrigato da questo affare il marchese di Leganes, giacchè avea all'ordine diciotto mila fanti e quasi cinque mila cavalli a cagion dei rinforzi a lui giunti dalla Spagna e Germania e da Napoli, pensò ad altre imprese. Occupò egli nelle Langhe la terra e rocca di Ponzone, Nizza della Paglia nel Monferrato, ed Agliano nel territorio d'Asti. Ritornò intanto di Francia il maresciallo di Crequì, ed unite che ebbe le sue forze con quelle del duca di Savoia, uscì in campagna: con che terminarono i progressi dell'armi spagnuole. Anzi riuscì al marchese Villa generale di Savoia nel dì 8 di settembre di mettere in isconfitta a Mombaldone quattro mila Spagnuoli condotti da don Martino di Aragona: il che recò gloria e piacere al duca Vittorio Amedeo. Ma poco durò l'allegrezza di questo principe, perchè, caduto infermo in Vercelli, nel dì 7 di ottobre con somma intrepidezza d'animo chiuse gli occhi alla presente vita in età di cinquanta anni, e lasciò una gran disputa ai temerarii giudizii del volgo, che il sospettò tolto dal mondo col veleno. Era egli col conte di Verrua suo più confidente ministro, e col marchese Guido Villa valoroso condottiere delle sue armi, stato accollo ad un convito dal Crequì nel dì 26 di settembre. Poco dopo furono tutti e tre assaliti da un malore, per cui il duca e il conte furono tratti al sepolcro; ma ne campò il marchese, perchè uomo di robusta complessione, restando sano dopo quattro soli giorni di malattia. Gran dissensione era sempre stata in addietro fra il duca e il Crequ', e in gran diffidenza si trovava il duca alla corte di Parigi. Tali circostanze fecero nascere e fomentarono le dicerie degli oziosi; ma, oltre all'essere in buon concetto i Franzesi di [1083] non valersi di sì empii mezzi per far delle vendette, il corso della malattia del duca Vittorio Amedeo procedè sempre con sintomi naturali; e sparato poi il suo cadavero, non vi si trovò indizio di alcun detestabile tradimento. Non vi ha scrittore che non esalti le rare doti e virtù di questo principe, in cui era passata col sangue non già l'affabilità e il tratto obbligante, ma bensì l'inarrivabile intelligenza e sagacità del duca Carlo Emmanuele suo padre, temperata nondimeno da più moderati pensieri e desiderii, essendosi creduto effetto della singolar sua saviezza l'essersi attaccato ai Franzesi, perchè non potea di meno, ma con regolare in tal guisa le cose, che non ne restassero atterrati gli Spagnuoli, dei quali potea abbisognare contro le violenze dei medesimi Franzesi. Non è a me permesso di maggiormente stendermi nel di lui elogio. Riuscì l'inopportuna sua morte in mezzo a tanti turbini di guerra un colpo funestissimo alla reale sua casa e a tutti i sudditi suoi. Imperciocchè restarono di lui due figli maschi, cioè Francesco Giacinto nato nel settembre del 1632, e Carlo Emmanuele nato nel giugno del 1634, oltre a due principesse, cioè Luigia Maria e Margherita Violante. Erano tutti in età pupillare; ed essendo succeduto nel ducato il primo dei maschi, prese la tutela di tutta quella tenera prole la vedova duchessa Cristina, sorella del regnante allora Lodovico XIII re di Francia.

Trovossi questa saggia principessa ben presto in un pericoloso labirinto, per avere nemici fieri gli Spagnuoli, amici poco fedeli i Franzesi. E ad accrescere le angustie sue da lì a poco scoppiarono le pretensioni dei fratelli del defunto duca, cioè del cardinale Maurizio e del principe Tommaso. Mossi amendue questi principi dalla politica spagnuola, e insieme dalla propria ambizione, intendevano di venire in Piemonte collo spezioso titolo di assistere alla duchessa in tempi sì turbolenti per l'indennità dei nipoti; e le cominciarono a persuadere che si guardasse [1084] da' Franzesi, ne' quali più potea l'interesse proprio che la regia parentela. Ma perciocchè ambedue seguitavano il partito austriaco, il cardinale in Roma e il principe Tommaso in Fiandra, si mostrò risoluta la duchessa di non volerli in Piemonte; e intanto si raccomandava alla corte di Francia, perchè si venisse ad un armistizio, affine di levarsi di dosso la guerra troppo minacciante i suoi Stati. Ma il cardinale di Richelieu, che riguardava per molto utile alle sue idee la continuazion di questo incendio in Italia, altro non rispondeva che belle promesse e sparate della regal potente protezione per gl'interessi della duchessa e de' suoi figli. Per quanto poi fu detto, appena cessò di vivere il duca Vittorio Amedeo, che saltò in capo all'Emery, ambasciatore di Francia in Piemonte, di sorprendere non solamente Vercelli, ma anche la stessa duchessa co' principini, a titolo di assicurarsi della casa di Savoia e di quello Stato, sperando che cotale ingiuriosa violenza potesse essere non disapprovata, anzi gradita, dal ministero, di Francia. Ma scopertasi la mena (se pur non fu un mero sospetto o pretesto), il marchese Villa entrato di notte in Vercelli con delle truppe, e chiuse tenendo le porte, fece abortire ogni contrario attentato. Alla morte del duca di Savoia precedette di pochi giorni quella di Carlo Gonzaga duca di Mantova, che nel dì 25 settembre cessò di vivere in età di sessantun anni: principe che in Francia, dove era gran signore, ma suddito, avea mostrato sentimenti da sovrano; giunto poi alla sovranità di Mantova, non ebbe che genio e costumi da privato: scusabile nondimeno, per essere restato troppo esangue e desolato lo Stato suo a cagion delle passate tragedie. Restò dopo di lui un suo nipote erede del ducato, cioè Carlo II, nato dal principe ossia duca di Rhetel suo figlio, ma per l'età incapace del governo. La reggenza fu presa dalla principessa ossia duchessa Maria, sua nuora e madre del duchino, che si diede [1085] con molta forza a governar que' popoli. Niuna novità si fece per tal mutazione da' vicini Spagnuoli, e meno dagli imperiali, perchè non mancò alla duchessa la buona assistenza della repubblica veneta. In quest'anno ancora, adirati i Franzesi per vedere annidati nelle isole di Santo Onorato e di Santa Margherita gli Spagnuoli, e volendone far vendetta, uscirono in mare con una flotta sotto il comando del conte d'Arcourt; e fatto un improvviso sbarco in Sardegna, s'impadronirono d'Orestano; ma ne furono ben tosto cacciati dai Sardi. Quindi passarono alle suddette isole di Jeres, dove colla forza e colla espugnazione di varie fortezze finalmente costrinsero gli Spagnuoli a rimettere tutto nelle lor mani, con istupore d'ognuno per la difficoltà e insieme per la felicità di quell'impresa.


   
Anno di Cristo MDCXXXVIII. Indiz. VI.
Urbano VIII papa 16.
Ferdinando III imperadore 2.

Trovavasi forte di gente il marchese di Leganes governator di Milano; sapeva in oltre dubbiosa ne' suoi disegni la reggente di Savoia Cristina, sì pel suo desiderio di una sospension d'armi, e sì per l'inquietudine che cominciava a recarle il cardinal Maurizio suo cognato; e però pensò a levarsi dal piede una dolorosa spina, cioè il vigoroso forte di Breme, fabbricato dal defunto duca Vittorio, che teneva in un continuo allarme lo Stato di Milano. Passò a quell'assedio nel dì 11 di marzo. Pensavano i Franzesi che Breme si potesse sostenere per due mesi; restarono ben delusi, perchè quella piazza nel termine di non molti giorni, cioè nel dì 30 del mese suddetto, capitolò la resa, e costò questa il capo al Mongagliardo, che n'era governatore, senza che gli valessero scuse e ragioni. Costò anche quell'assedio la vita al maresciallo di Crequì, perchè, essendo egli ito, nel dì 26, a spiar col cannocchiale i postamenti degli assedianti, colpito dalla palla di un [1086] sagro, in un momento passò all'altro mondo. Fu in sua vece scelto al comando dell'armi franzesi in Italia il cardinale della Valletta, che non dovea aver bene studiato i sacri canoni, e s'era forse dimenticato d'essere arcivescovo. Per la presa della fortezza di Breme, che tutta fu poi smantellata, grandi allegrezze si fecero in Milano. Provveduta di gran talento era la vedova duchessa di Savoia, ma questo non bastava nel fiero viluppo delle circostanze presenti. Trattava segretamente con gli Spagnuoli di pace; ricusava di confermar la lega co' Franzesi; ma cotante minaccie, e insieme sì belle promesse di gagliardi aiuti misero in campo essi Franzesi, che la duchessa non trovò scampo, e si lasciò condurre a ratificar la lega con essi. Perchè nondimeno fece ella questa risoluzione, come vogliono alcuni (il che è negato da altri), senza participazione e consenso de' suoi ministri, ne fu un gran dire; e i popoli cominciarono a mostrarsi mal animati contra di lei; e tanto più perchè segretamente soffiavano in quel fuoco gli emissarii del cardinale Maurizio e del principe Tommaso, zii del piccolo duca, che aspiravano alla di lui tutela, e alla depressione della duchessa. Anzi scrive Vittorio Siri di avere saputo dalla bocca di Francesco I duca di Modena che, nel passare per quella città, in venendo da Roma esso cardinale, spiegò apertamente l'intenzione sua di farsi duca di Savoia; al che inorridì l'Estense suo nipote. Ora il marchese di Leganes, veggendo che non andavano innanzi i suoi trattati colla duchessa, pubblicò nel dì 25 di maggio una circolare, dove, per dar qualche colore all'invasione da lui già meditata del Piemonte, si servì di quelle galanti apparenti ragioni che bene spesso veggiamo usate dall'ingegnosa penna dei politici per deludere gl'ignoranti, ma che fan ridere i savii: cioè muover egli l'armi solo per compassione degl'infelici Piemontesi oppressi da' Franzesi, e per liberare la duchessa reggente dalla [1087] loro prepotenza, e non già per usurpare menoma parte di quegli Stati, promettendo inoltre buon trattamento a chi non si opponesse ad un così santo ed approvato disegno.

Nel giorno seguente all'improvviso spinse l'esercito suo sotto la città di Vercelli, e ne imprese l'assedio. Dentro vi era il marchese Dogliana, che coraggiosamente si preparò alla difesa, deplorando solamente la scarsezza del suo presidio e delle munizioni. Diedesi frettolosamente il Leganes a formar la circonvallazione e gli approcci, e cominciarono le artiglierie a far il loro dovere. Pervenne in questo tempo a Torino il cardinale della Valletta col duca di Candale suo fratello; ma le soldatesche condotte da lui erano poche; altre bensì ne venivano, ma zoppicando. La riputazione sua e le premure della duchessa esigevano che si andasse al soccorso di Vercelli. In fatti colà marciarono tutte le forze de' Franzesi e Piemontesi, e nella notte del dì 20 di giugno venne lor fatto di spignere entro quella città da ottocento fanti. Questo rinforzo servì bensì a far differire, ma non già ad impedire, la resa di Vercelli; perchè, venute men le munizioni ai difensori, i quali con gran valore s'erano sostenuti, finchè poterono, dopo aver ottenuto oneste condizioni, lasciarono nel dì 5 di luglio libero l'ingresso agli Spagnuoli in quella città. In quello assedio, se dice il vero Alberto Lazari, fu adoperata l'invenzion nuova delle bombe, ma già da noi veduta molto più antica. Ivi ancora scrivono, che alzate in aria venti braccia di grosso muro da una mina, ricaddero a piombo nel medesimo sito, senza nè pure che apparisse una fessura: il che par troppo. Mentre si facea questa danza in Piemonte un'altra scena ancora succedette nel Monferrato. Oltre all'essere stata allevata la principessa Maria reggente di Mantova con genio agli Spagnuoli, non sapeva ella veder di buon occhio i ministri di Francia, che in Mantova stessa si davano [1088] l'aria come di padroni; e però nacquero dissensioni fra lei ed essi, e si passò alle vicendevoli gelosie e diffidenze. E queste per parte de' Franzesi furono credute dai saggi ben fondate; imperciocchè non solamente la principessa escluse dal ministero chiunque professava parzialità alla corona di Francia, sostituendone altri partigiani della Spagna, ma si venne anche a scoprire un trattato menato da lei co' ministri di Spagna, di scannare quanti Franzesi si trovavano in Casale, e d'introdurvi guarnigion spagnuola. Negò dipoi la principessa questo maneggio; ma pretesero i Franzesi di averne chiare e convincenti pruove. Adunque per ordine loro fu preso il Monteglio governatore, poi processato e decapitato. Furono ancora cacciati altri uffiziali e ministri della principessa, e molti di que' nobili del suo partito; e rinforzato maggiormente quel presidio. In sostanza, occuparono il dominio di quella città, lasciando gridar gli Spagnuoli che queste erano imposture e mascherate per andare usurpando l'altrui.

Cangiarono faccia anche in Piemonte le cose; imperciocchè madama reale Cristina mirando esacerbati i sudditi non men per le conquiste degli Spagnuoli, che per l'aggravio de' Franzesi; e temendo anche delle segrete mine dalla parte dei due principi cognati suoi, tutta si gittò in braccio agli stessi Franzesi. Fece vista di arrolare un reggimento di essi per la propria difesa, e il mise in Torino; lasciò in oltre, che nelle altre sue fortezze i medesimi mettessero il piede: con che tutto il Piemonte col Monferrato si trovò come in ceppi, divenuto Franzese. Prese motivo il Leganes dai cangiamenti avvenuti in Mantova, per pubblicare un altro manifesto, lavorato sul torno del precedente, intendendo di giustificare la di lui meditata invasione del Monferrato, non già per vantaggio alcuno della Spagna, che Dio guardi; ma per iscacciarne i Franzesi occupatori ingiusti, in benefizio del duchino di Mantova. Entrarono in [1089] fatti poco d'appresso l'armi spagnuole nel Monferrato, col farvi la sola bravura di prendere il castello di Pomà, e di spianarlo da' fondamenti: che questo fu il primo servigio prestato al duchino. Essendo accorsa l'armata del cardinale della Valletta co' Piemontesi, se ne ritirarono da lì a non molto gli Spagnuoli con poco lor gusto; e tutti poscia andarono a godersi i quartieri d'inverno. Fu rapito in questi tempi dalla morte il picciolo duca di Savoia Francesco Giacinto in età di sei anni, dopo molte febbri, che nel dì 4 d'ottobre il levarono dai guai del mondo. Non vi restò di maschi se non Carlo Emmanuele, che in età di quattro anni prese il titolo di duca. Nè solamente in quest'anno restò innaffiata la terra dell'uman sangue, ma anche il mare. Faceano vela quindici galee di Spagna venendo da Napoli, sotto il comando di don Rodrigo Velasco, per isbarcar al Finale mille e cinquecento fanti, e assai danaro in soccorso dell'esercito di Lombardia. N'ebbe avviso il signor di Poncurlè, nipote del cardinale di Richelieu, e con quindici altre galee uscito di Provenza, cominciò a rondare, aspettando che gli Spagnuoli avessero sbarcate le soldatesche, per poscia assalirli. Il Velasco, senza far altro sbarco, si fermò aspettando le risoluzioni della flotta nemica. Sicchè nel dì primo di settembre si attaccò fra loro alla vista di Genova un atroce conflitto. Quattro galee di Spagna non reggendo al diluvio dei sassi gittati dai mortai o cannoni franzesi, si ritirarono dalla battaglia. Se questo non succedea, fu creduto che avrebbero gli Spagnuoli cantato il trionfo. Non perciò si smarrirono le undici rimaste in ballo, finchè fu ucciso il lor generale Velasco, e le lor ciurme, composte di schiavi e di malviventi condennati al remo, tumultuarono, gridando libertà. Perciò e di dentro e di fuori bersagliati gli Spagnuoli, furono forzati a cedere il campo, seco nondimeno conducendo prese tre galee nemiche. All'incontro i Franzesi, meglio [1090] serviti delle lor ciurme, consistenti in soli volontarii, presero cinque galee, e in oltre la capitana di Sicilia, che poi lasciarono andare per mancanza di remiganti e fu condotta a Genova. Rimasero anche malconci i Franzesi per la strage fatta dalla moschetteria nemica, essendovi perito lo stesso lor generale, e, ciò non ostante, si attribuirono, e con ragione, la vittoria.

Ma altro incomparabilmente maggior motivo di tripudiare ebbe in quest'anno la Francia, perciocchè dopo più di venti anni di sterilità della regina Anna d'Austria, sorella del re di Spagna, e moglie del re Lodovico XIII (alla qual disgrazia aveano forse contribuito non poco le illecite amicizie del re consorte, e le cabale del cardinale di Richelieu), si videro in fine frutti del suo matrimonio. Per accidente impensato accoppiatasi essa regina col re verso la metà di dicembre del precedente anno 1637 a Grobois, concepì un Delfino, che venne alla luce nel giorno quinto di settembre del presente anno, e fu poi gloriosissimo re di Francia col nome di Luigi XIV. Abbiamo l'attestato del celebre Ugon Grozio, ambasciatore allora di Svezia in Parigi, che questo monarca nacque con due denti, avendo egli perciò scritto: Caveant vicini a mordacitate hujus Principis, il che ben si avverò. È scritto che anche il rinomato cardinal Mazzarino uscì dal ventre materno con due denti già formati. Nè si vuol tacere che col tempo (cioè allorchè la felicità del medesimo cardinal Mazzarino, e la sua intrinsichezza nel servigio d'essa regina, suscitarongli l'invidia e la malevolenza d'infinite persone), saltò fuori e prese piede per tutti i regni cristiani un'ingiuriosa e abbominevol diceria, cioè che esso Mazzarino avesse supplito alle mancanze del re Lodovico XIII per arricchir la Francia di un sospirato Delfino. Questa infame calunnia fu chiaramente poi strozzata dalla penna di Gregorio Leti, facendo egli toccar con mano che Giulio Mazzarino molti mesi [1091] prima era partito di Francia, e trovavasi in Roma, allorchè avvenne il concepimento di Luigi XIV. La nascita di questo principe diede impulso a grandissime feste, e portò seco importanti conseguenze pel regno di Francia. All'incontro una lagrimevol calamità accadde in quest'anno alla Calabria a cagion d'un fierissimo tremuoto, accaduto nel dì 27 di marzo, dove Cosenza, Stigliano e più di cinquanta luoghi rimasero affatto atterrati; più di cento divennero inabitabili; e vi si contarono più di dodici mila persone estinte. Fra gli altri luoghi la città di Policastro vide a terra il vescovato e tutte le chiese e monisteri; niuna casa vi restò in piedi, e perirono mille e ducento abitanti, fra i quali il duca d'Aquino, padrone d'essa città. Seppellita fra le rovine la principessa sua moglie, gravida di più mesi, fu ritrovata viva e salva con una sua figliuola. Erano entrati nell'Adriatico i corsari algerini e tunesini con forte squadra di galeotte, e gran timore vi fu che mirassero a svaligiar la sacra casa di Loreto. Marino Cappello coll'armata veneta di ventotto galee e due galeazze sorprese costoro alla Vallona, e nel dì 5 d'agosto in quel porto, senza far caso delle cannonate della piazza turchesca, a forza d'armi s'impadronì di tutti quei legni barbareschi, e trionfalmente li condusse a Corfù. Poco mancò che per tal atto la porta Ottomana non dichiarasse la guerra ai Veneziani; ma questi ebbero maniera di placar lo sdegno dei Musulmani. Desiderosa in questi tempi la corte del re Cattolico di tirar nel suo partito Francesco I d'Este duca di Modena, principe che ad un raro senno accoppiava uno non inferior valore, mostrò gran piacere che egli passasse in Ispagna, per tenere al sacro fonte quel principe o principessa che era per dare alla luce la gravida regina. Con superbo accompagnamento si portò colà questo principe per mare, ricevette grandi onori, ed alzò nel dì 7 d'ottobre dal fonte battesimale l'infanta Maria Teresa, che fu, nel 1660, [1092] sposata dal poco prima nato Luigi XIV re di Francia. Di più non ne dico io, per avere abbastanza parlato nelle Antichità Estensi dei motivi ed effetti di questo viaggio.


   
Anno di Cristo MDCXXXIX. Indiz. VII.
Urbano VIII papa 17.
Ferdinando III imperad. 3.

Gran teatro di guerra e di calamità fu in quest'anno il Piemonte a cagion dei principi di Savoia, cioè del cardinal Maurizio e del principe Tommaso, che, ricorsi all'appoggio della Spagna (seppur non furono stimolati da essa), pretendevano di spogliar la duchessa vedova Cristina della tutela del duchino e del governo di quegli Stati. Il cardinale, che, siccome dicemmo, aspirava anche più alto, era, nell'autunno dell'anno precedente, celatamente venuto in Piemonte, dove non gli mancavano parziali e divoti, e fra essi alcuno dei ministri della medesima duchessa. Questa, dopo avere scoperto il suo arrivo ed alcune di lui intelligenze nella cittadella di Torino, e postovi rimedio, mandò a Chieri un suo uffiziale con una compagnia dì cavalli, a dirgli che non era buona aria per lui quel luogo, e che se ne andasse. Però senza farlo arrestare, come avrebbe potuto fare, il fece accompagnare ad Annone, castello dello Stato di Milano. Venne poscia di Fiandra il principe Tommaso, e tanta fu la voglia di questi principi fratelli di spuntarla nel loro impegno, che si sottomisero ad alcune pesanti capitolazioni col marchese di Leganes, benchè mal volentieri. Doveano le piazze e luoghi, che colla forza si conquistassero in Piemonte, venir presidiate dagli Spagnuoli; e quelle, all'incontro, che volontariamente si rendessero, aveano da restar libere in mano de' due principi. Fecero eziandio entrare l'autorità dell'imperadore in questi viluppi, avendo egli spedito decreto del dì 6 di novembre del 1638, in cui annullava il testamento [1093] del fu duca Vittorio Amedeo per conto della tutela lasciata alla duchessa, e un monitorio ai sudditi di cacciare i Franzesi, e di aderire ai principi legittimi tutori del duchino. Cannonate senza palla sarebbero state carte tali se non le avesse accompagnate la forza. Ma questa non mancò; e però si diede principio alla guerra civile, febbre che per lo più è la più lagrimevole e perniciosa che possa accadere ad uno Stato. Dopo la perdita di Vercelli, i popoli del Piemonte miravano di mal occhio i Franzesi, e più la duchessa, che s'era lasciata cotanto allacciare dal loro affetto. Si sparsero anche delle ridicole voci ch'essa pensasse, con dare in moglie la figlia maggiore al Delfino, che era tuttavia in fasce, di sacrificare all'ambizion dei Franzesi gli stati del duchino suo figlio: immaginazioni, che basta riferirle, per farne conoscere la sciocchezza. Certo è, che i più di quei popoli inchinavano ai principi del sangue, credendoli più atti a conservar quel dominio che una principessa franzese.

Ora il marchese di Leganes diede fiato alle trombe coll'inviare don Martino di Aragona, valoroso capitano, all'assedio di Cengio, castello fortissimo delle Langhe. Mentre l'Aragona si era accinto ad espugnar prima Saliceto, dove erano trenta Franzesi, colto da una moschettata, lasciò ivi la vita. In suo luogo Antonio Sottello cinse d'assedio Cengio, ributtò il soccorso che il cardinal della Valletta e il marchese Villa tentarono d'introdurvi; e in fine s'impadronì di quel castello. In questo mentre il principe Tommaso, entrato in Piemonte coll'armi spagnuole nel dì 26 di marzo, poca fatica durò a conquistar Chivasso; adoperata la forza a Crescentino, lo ridusse a suoi voleri; e dipoi, o per tradimento o per viltà del comandante, ebbe la fortezza di Verrua nel dì cinque d'aprile. Nello stesso tempo il cardinal Maurizio passò a Biella, e alla valle di Aosta, che, dopo l'acquisto d'Ivrea, tutta venne alla di lui ubbidienza, trovandosi popoli che acclamarono [1094] i principi al primo lor comparire. La duchessa Cristina, all'avviso di questa metamorfosi, e più a quello dei movimenti del Leganes, già in viaggio per venire con tutte le sue forze verso Torino, colà chiamò il cardinal della Valletta, e i marchesi Villa e di Pianezza, comandanti delle sue armi; e, risoluta di star salda in quella città, per tenere in freno i cittadini del partito contrario al suo, prese nondimeno la precauzione d'inviare i figli in Savoia al castello di Sciamberì, oppure di Monmegliano, per sottrarli ad ogni pericolo: il che aguzzò maggiormente contra di lei le lingue dei mal affetti. Si affrettarono i due principi fratelli per presentarsi coll'esercito spagnuolo sotto Torino, e presi varii posti, si accamparono intorno a quella città, sperando pure che seguissero movimenti nel popolo; ma scorti vani i lor pensieri, non vollero più perdere il tempo in quella disperata impresa. Divise dunque le truppe, il conte Galeazzo Trotti andò ad impossessarsi di Pontestura, e il principe col maggior nerbo si portò a Villanuova di Asti. Perchè quel governatore non volle renderla per amore, restò la seguente notte presa per assalto, ed appresso messa a sacco. Il governator di Milano, dopo avere anche egli occupata la terra di Moncalvo, unitosi col principe Tommaso, a dì 30 d'aprile andò sotto Asti. Passavano corrispondenze segrete con chi ne era deputato alla difesa; e però i cittadini portarono tosto le chiavi. Altrettanto fece da lì a pochi giorni anche la cittadella. Era creduto Trino piazza inespugnabile per le tante fortificazioni fattevi dal duca Carlo Emmanuele, e gli uffiziali dissuadevano il principe suddetto dal tentarne la sorte. Ma egli, che sapea quanto scarseggiasse di gente e di munizioni quella città, si portò improvvisamente ad assediarla. Un soccorso inviato colà dal marchese Villa, cadde in una imboscata; fu ivi trucidato chi non avea buone gambe. Non fece il governatore di Trino quella resistenza che dovea, e però nel dì 24 di [1095] maggio si vide superata essa piazza da un furioso assalto, e messa a sacco, con risparmiar nondimeno i luoghi sacri, e quanto colà s'era rifugiato. Si stese la fortuna dei vincitori a Santià, che, preso nel dì 14 di giugno, fu esentato dal saccheggio. Per soccorrere quella fortezza erano usciti di Torino il cardinale della Valletta e il marchese di Villa con otto mila fanti e quattro mila cavalli, e, non essendo giunti a tempo, rivolsero il loro sdegno sopra Chivasso, e vi piantarono il campo. Avvicinaronsi gli Spagnuoli per dar soccorso a quella terra; ma, avvertiti che era giunto dal Delfinato a Torino il duca di Lungavilla con quattromila fanti e duemila cavalli per unirsi al cardinale della Valletta, rincularono, lasciando cader quella terra, dopo molta resistenza, in mano dei Franzesi.

Non minor felicità avea provato in questi tempi il cardinal Maurizio con un altro corpo di milizie, perchè gli prestarono ubbidienza, senza ch'egli sfoderasse la spada, i popoli di Cuneo, Ceva, Mondovì, Saluzzo, Dronero, Busca, Fossano, Bene e Demont. Ma con egual facilità accorsi in quelle parti i Franzesi, ricuperarono Saluzzo, Racconigi, Carignano e Fossano, uscendo le genti incontro a chi veniva con più forze, per esentarsi dal loro furore. Sicchè fu obbligato il cardinal Maurizio a ritirarsi in Cuneo, piazza anche allora la più forte di que' contorni. Impadronitosi dipoi il Longavilla di Mondovì, quivi fece piazza d'armi, e in questo mentre i marchesi Villa e di Pianezza per forza espugnarono il castello di Bene, tagliando a pezzi la maggior parte del presidio Spagnuolo. Sarebbe anche fuggito di Cuneo il cardinal Maurizio, perchè era passato ad assediarlo il Lungavilla, se non avesse avuta conoscenza di un gran tentativo ch'era per fare il principe Tommaso. Questi infatti avendo osservato divisi in tante piazze i Franzesi, e tenendo intelligenze segrete con molti cittadini di Torino e con qualche uffiziale ancora degli Svizzeri, che quivi erano di presidio, [1096] marciò improvvisamente a quella volta con un buon nerbo di fanteria e cavalleria, e con provvisione di scale e petardi. Nella notte precedente al dì 27 di luglio diede da più parti l'assalto, e gli riuscì d'entrarvi, spezialmente assistito da don Maurizio di Savoia suo fratello naturale. Madama Reale Cristina, avuto appena tempo di raccogliere le sue gioie ed alcune carte, intrepidamente si ritirò nella cittadella colle principali sue dame e ministri. Presentaronsi la mattina seguente i cittadini al principe, che gli assicurò da ogni violenza, e diede gli ordini perchè si alzasse terreno contro la cittadella. Entrò in essa città anche il marchese di Leganes, con restare intanto molto dubbiose le cose; perchè non avendo pensato ed osato gli Spagnuoli di assalir per di fuori la cittadella, nè di formarvi la circonvallazione, restò perciò libero il campo ai Franzesi di tener comunicazione colla medesima, siccome infatti avvenne, essendo accorsi colà il cardinale della Valletta, il Lungavilla e gli altri Franzesi. Non trovò la duchessa nè letti nè mobili per sè, e molto meno per la sua corte. Il peggio fu, che mancava anche il vivere per lei e per quella nobiltà. Mandò a chiederne al principe Tommaso, che le mandò un sol piatto di vivande per lei ogni giorno. Ne fece istanza al cardinale della Valletta, e questi negò tutto, richiedendo che prima desse la cittadella in mano dei Franzesi, e bisognò in fine accomodarsi alla di lui volontà. Parea alla duchessa un'ora mille anni d'uscire di là. Fu da essi Franzesi provveduta di tutto la cittadella, e il cardinale della Valletta con uno staccamento di cavalleria condusse dipoi madama Reale a Susa.

Non avea cessato in addietro monsignor Cafferelli nunzio pontifizio di proporre ripieghi di pace, ma con poco frutto. Al veder egli ora tanto sconvolgimento di cose, maggiormente accese il suo zelo, per ostare a più gravi disordini; e però propose una tregua, sperando con [1097] questo gradino di salir poscia più alto. Vi trovò renitente il principe Tommaso, per le notizie ch'egli aveva di essere mal fornita di provvisioni da bocca la cittadella; ma il Leganes, che mirava tuttavia assai forti i Franzesi, e sminuita non poco la sua armata per tanti presidii, gli diede orecchio. Più facilmente ancora vi consentirono i comandanti franzesi, sicchè fu conchiusa una suspension d'armi sino al dì 24 di ottobre, nel qual tempo poterono i Franzesi provvedere abbondantemente di vettovaglie la cittadella di Torino. Il cardinal Maurizio, che non aveva acconsentito a questo trattato, passò a Nizza e Villafranca, e se ne impadronì. Durante questo riposo, non si rallentarono i negoziati di qualche accomodamento fra madama Reale e il principe Tommaso, restando intanto quasi tutto il Piemonte in potere, parte degli Spagnuoli, parte dei Franzesi e de' principi, con aggravio intollerabile de' poveri popoli. Aveano i Franzesi come costretta la duchessa a lasciar loro mettere presidio anche ne' castelli di Susa, Avegliana e Cavours. Ciò non bastò alla politica del cardinale di Richelieu, che unicamente aggirando nel suo capo la sempre maggiore esaltazione della corona di Francia, in questa sua ubbriachezza non conosceva misura alcuna. Quanto più mirava egli vicina al precipizio la duchessa, che pur era sorella del re suo padrone, tanto più pensò a profittarne per la Francia. Questo era, secondo lui, il tempo d'indurre essa madama a mandare in Francia i suoi figli, e ad ammettere nella inespugnabil fortezza di Monmegliano le armi franzesi, valendosi del pretesto che sua maestà non si potea fidare dei Piemontesi dopo il fatto di Torino. Fece a questo fine venire sino a Grenoble l'ubbidiente re Luigi XIII, e colà invitò madama Reale, la quale non potè esimersi da questo viaggio; ma vi andò con un pungente risentimento del suo cuore, perchè avvertita da persona sua confidente di ciò che tramava il cardinale, e ben sapeva di che fosse capace [1098] quell'imperioso porporato, il quale facea tremare tutta la Francia. Prima colle dolci, e poi con grandi slargate di aiuti e vantaggi le parlò il Richelieu: e vedendo salda come torre madama a non voler mettere affatto in ceppi il figlio duca e i suoi stati, passò alle minaccie, e trascorse anche in parole di poco rispetto verso una sì gran principessa, ma senza potere punto smuoverla. Glie ne fece anche parlare dal re, a cui ella altra risposta non diede se non colle lagrime che le caddero dagli occhi. Ai ministri ancora della duchessa non mancarono minaccie e strapazzi in questa occasione. Tornossene poi ben mal contenta a Sciamberì la povera principessa.

Essendo mancato di vita nel dì 27 ossia 28 di settembre il guerriero cardinale Lodovico della Valletta, la corte di Francia spedì al comando delle sue armi in Italia Arrigo di Guisa conte di Arcourt della casa di Lorena, che si era segnalato nel riacquisto dell'isola di Jeres. Finita la tregua, esso conte volendo aprirsi la strada per mandare rinforzi a Casale, piazza troppo amoreggiata dagli Spagnuoli, nel dì 25 di ottobre andò a mettere l'assedio a Chieri, e in capo a due giorni l'ebbe in suo potere. Di là spedì gente a Casale. Ma in Chieri e nei circonvicini luoghi cominciarono presto a venir meno i viveri, nè maniera appariva di supplire al bisogno: però l'Arcourt prese la risoluzione di cercar paese più largo e comodo pel verno, con passare verso Carmagnola e Saluzzo. Non avea più di otto in novemila persone al suo servigio. Trapelò questo disegno, e il Leganes fu di concerto col principe Tommaso per frastornar questa ritirata, giacchè erano di molto superiori le lor genti a quelle dei Franzesi. Si mosse all'improvviso da Chieri l'Arcourt la notte precedente al dì 15 (altri ha 29) di novembre, e, giunto che fu al ponte della Rotta, arrivò alla di lui retroguardia il principe Tommaso, che cominciò a menar le mani. Fu combattuto più volte con gran valore da [1099] ambe le parti; ma restò burlato il principe dal Leganes, il quale non avea gran genio alle battaglie campali, credendole troppo pericolose; e però accorse bensì, ma non entrò daddovero nella mischia; del che fece poi grandi querele esso principe. Il perchè passò oltre il duca di Arcourt sino a Crescentino, e per questa gloriosa ritirata gli fu fatto gran plauso non meno in Italia che in Francia. Scrissero alcuni che il principe Tommaso vi perdesse più di due mila uomini tra morti, feriti e prigioni, fra i quali molti uffiziali del reggimento del principe Borso d'Este, composto di tre mila Alemanni; ma altri fanno ascendere la sua perdita a sole cinquecento persone. Dalla parte dei Franzesi solamente mancarono trecento combattenti, e fra essi il marchese Giulio Rangone, cavaliere insigne di Modena, mastro di campo di cavalleria nelle truppe di Savoia. Tutti dipoi si ridussero ai quartieri, e passò il verno con molti negoziati di madama Reale, ora con l'uno ora coll'altro dei principi, ma senza che mai si potesse aggruppare concordia alcuna fra loro.


   
Anno di Cristo MDCXL. Indizione VIII.
Urbano VIII papa 18.
Ferdinando III imperadore 4.

Da che Dio ebbe chiamato il cardinal della Valletta a rendere conto dell'improprio suo mestiere, e fu spedito in suo luogo il conte d'Arcourt, parve che questo valoroso principe conducesse seco in Italia la fortuna dell'armi francesi. Se ne stava egli colle sue truppe godendo i quartieri in Saluzzo, Alba, Fossano, Savigliano Cherasco, Bene, ed altri luoghi posseduti da madama Reale, con far gridare e bestemmiare quei popoli, perchè aggravati da molte contribuzioni, ed affezionati al partito dei principi. Andava in questo mentre il principe Tommaso facendo dei preparamenti per formare l'assedio della cittadella di Torino, senza che gli passasse per mente, che il marchese di Leganes [1100] fosse per mancargli in così importante disegno e bisogno. Ma si trovò egli ben deluso. Altro non aveva in testa il marchese che l'acquisto di Casale di Monferrato. Questo era il vello d'oro a cui egli aspirava. Conquistato Casale, la gloria avrebbe dato nelle trombe per esaltare dappertutto il suo nome; e certamente una tal gioia meritava bene che gli Spagnuoli se la tenessero cara, e pensassero a non dimetterne mai più il possesso. Per lo contrario non trovava il Leganes i suoi conti nell'impiegar gente, oro e fatiche, per fare un buon nido ai principi di Savoia colla espugnazion della cittadella di Torino. Tanta era la sicurezza sua per l'occupazion di esso Casale, che coi suoi più confidenti gloriosamente la contava per cosa già fatta. A questo fine aveva egli ammassata gran copia di pecunia, ed accresciuto l'esercito suo con rinforzi venuti di Spagna, Germania e Napoli; laonde, nel sabato santo, giorno da lui superstiziosamente scelto, secondo gl'insegnamenti della più fina strologia, cioè nel dì 7 d'aprile, si mosse alla volta di Casale con quattordici mila fanti e cinque mila cavalli. Nel lunedì di Pasqua formò l'assedio della città, presa la quale giudicava assai facile l'acquisto anche del castello e della cittadella, ed occupò le colline e castella all'intorno. La guernigion franzese di Casale sotto il comando del signor della Torre, fu supposto non essere più di mille e ducento fanti, nè il conte di Arcourt aveva forze tali da potere rapir dalle unghie spagnuole questa preda. Il papa e i Veneziani, commossi da tal novità, inviarono aspre doglianze, ed anche minaccie al Leganes; ma egli gonfio per figurarsi d'aver già in pugno la vittoria, si sbrigò da quegli inviati, protestando di far quell'assedio, non già in danno del duca di Mantova, ma solamente per forzare i Franzesi alla pace: che di questa polve da gittar negli occhi alla gente niuno mai dei principi conquistatori è mancante. Per altro comune opinione fu che la principessa, ossia [1101] duchessa di Mantova Maria, camminasse in ciò d'accordo con gli Spagnuoli. Anzi scrivono che, presa poi la segreteria del Leganes, ivi si trovarono i chiari attestati della vera loro unione in questo proposito.

Non più che sette mila fanti e quattro mila cavalli tra Franzesi e Piemontesi potea contare in questi tempi il conte di Arcourt maresciallo di Francia. Contuttociò, perchè animato dal proprio valore, e spronato dagli ordini del gabinetto di Francia, e dall'importanza dei presenti affari, nel dì 21 d'aprile si mosse da Poerino per accostarsi a Casale, e tentarne il soccorso. Trovò gli Spagnuoli che lo aspettavano entro i forti trincieramenti della lor circonvallazione. Non punto sgomentato per questo, coraggiosamente nel dì 29 del suddetto mese andò ad assalir le loro trincee. Trovò gente che sapea ben difendere i posti, e dopo replicati sforzi, che costarono la vita a più di ottocento de' suoi, gli convenne retrocedere. Ma da lì a non molto, passato dove erano più deboli le trincee, arditamente saltò dentro a cavallo: esempio riuscito di tale stimolo alle sue truppe, che ognuno sprezzando la morte, si affrettò a passar oltre e a sbaragliar quanti nemici andava incontrando. Allora fu che il marchese di Leganes si avvide della vanità dei suoi sognati trionfi, e ad altro non attese che a ritirarsi il meglio che potè, ma sempre inseguito dai vittoriosi Franzesi. Tuttavia il maggior suo danno di gente consistè nella perdita di coloro che, per sottrarsi alle spade franzesi, trovarono la morte affogandosi nel Po, giacchè per cumulo delle disgrazie si ruppe, a cagion della troppa calca, il ponte da lui fabbricato su quel fiume. Fu creduto, che dalla parte d'esso marchese perissero tre mila persone, oltre ai rimasti prigioni. Vennero ancora alle mani dei Franzesi il segretario del Leganes colla cancelleria, le di lui argenterie con sessanta mila scudi della cassa regia, e i cannoni e il bagaglio, che si trovarono [1102] nell'accampamento di San Giorgio dalle banda di Pontestura. Circa un migliaio di Franzesi e Savoiardi lasciarono la vita in questo conflitto. Poco si fermò il prode Arcourt pieno di gloria per questa vittoria in Casale, dove si fecero molte allegrezze, per non consumar le poche vettovaglie che vi restavano, e passò a Chieri, e di là, nel dì 10 di maggio andò ad accompagnarsi al Valentino in vicinanza di Torino. Poscia dopo essersi impadronito d'alcuni posti, e specialmente di quello dei cappuccini, nel dì 16 distribuì il suo campo intorno a quella città. Memorabile riuscì quell'assedio, sì perchè il principe Tommaso dalla città andò facendo varie sortite, ora favorevoli ed ora sinistre, siccome ancora il presidio franzese della cittadella contro la città, e sì ancora perchè il Leganes venne anch'egli a mettere il campo in quelle vicinanze; perlochè seguirono altre non poche azioni militari che io mi dispenso dal riferire. Faceano gli uni e gli altri delle continue scorrerie per difficultare il trasporto dei viveri; ma in fine sì forte circonvallazione fece l'Arcourt, che rendè inutile ogni tentativo dei nemici per introdurre soccorsi nella città di Torino.

Lentamente procedeva in tutti i suoi andamenti il Leganes, saldo nella massima di nulla azzardare, e ritirossi a Chieri. Pure spronato dal bisogno della città, e dalla nuova di un vicino rinforzo, che veniva di Francia all'Arcourt, nel dì 11 di luglio tentò d'introdurre gente, munizioni e vettovaglie in Torino. Andò poco felicemente l'impresa, quantunque penetrassero in questa città mille fanti. All'incontro nel dì seguente 12 di luglio senza impedimento da Pinerolo pervenne al campo franzese un soccorso di sei mila fanti e di mille cavalli con gran copia di vettovaglie. Scarseggiava forte il principe Tommaso di polve da fuoco; e perchè niuna comunicazione restava fra lui e il Leganes, trovata fu l'invenzione di gettare dal campo, cioè [1103] da un posto più vicino alla città, entro la medesima delle bombe, ciascuna delle quali conteneva dieci libbre di polve. Altri scrivono che dalla città si cominciò a spingere al campo del Leganes palle di ferro, che contenevano nel concavo loro seno le occorrenti lettere; il perchè quello era chiamato il cannone corriere; e che da ciò imparò il campo a far volare nella città altre palle maggiori cariche di polve e di sale. L'inventore di queste palle, alle quali precedeva un segno col fumo, dicono essere stato Francesco Zignoni Bergamasco. Fu eziandio notato come cosa rara, che in una delle sortite degli assediati restò anche uccisa, per non volersi rendere, una donna tedesca, la quale cresciuta ed allevata fra le soldatesche in abito virile, avea fin qui fatte molte prodezze, ed era pervenuta, pel suo valore, al grado di capitano di cavalleria, chiamata volgarmente per burla il capitan Barbone, altri dicono il capitan Cappone, perchè, a guisa dei castrati, non avea barba. Menava seco questo femmineo capitano una donna, fingendola sua moglie, dameggiava per la città, e nei cimenti era dei più arrischiati. A questa scena fece ella fine col morire da brava, e fu poi collo spoglio riconosciuta per quella che era. Intanto non meno al campo spagnuolo che al franzese andavano sopraggiugnendo nuovi rinforzi di gente, e cresceva da ambe le parti l'impegno e il pericolo. Ma perchè al principe Tommaso cominciavano a venir meno le provvisioni da bocca e da guerra, concertò egli col marchese di Leganes di far l'ultimo tentativo. Il dì 13 di settembre fu scelto per l'impresa. Con tutto il suo presidio uscì il principe della città, dopo aver lasciato quanti Spagnuoli potè avere con licenza del nunzio pontificio a far le sentinelle per le mura, e gli riuscì di prendere alcuni fortini dei Franzesi, e di superar altri posti; ma non essendo accorsi a tempo nè con egual ardore gli Spagnuoli del Leganes, gli convenne in fine ritirarsi colla perdita [1104] di molti dei suoi. Allora fu che, trovandosi in questo poco felice stato di cose, cominciò a dare ascolto alle proposizioni d'accordo, che sempre aveano tenuto vive i ministri del papa. Restò dunque conchiuso, nel dì 17 di settembre, che il principe Tommaso rimetterebbe la città di Torino al re di Francia sotto la reggenza di madama Reale, e ch'egli con tutti i suoi potrebbe ritirarsi dove volesse.

Rientrarono dunque i Franzesi in Torino, e colà pure la vedova duchessa comparve nel dì 18 di novembre, ricevuta dal popolo con gran solennità. Ma le sue allegrezze restarono ben turbate sul fine dell'anno, perchè d'ordine del re Cristianissimo fu preso e poi mandato prigione in Francia nel bosco di Vincennes il conte Filippo di San Martino di Agliè, il più intimo e confidente ministro e consigliere della medesima madama Reale, non d'altro reo, che d'essere stato creduto dal cardinale di Richelieu il principale autore della costanza di quella principessa, allorchè ella fu a Grenoble, in negare al re la fortezza di Monmegliano. Furono anche arrestati o mandati fuor di Torino alcuni suoi parenti. Un gran dire, un esclamare di ognuno fu per questa iniquissima violenza del Richelieu, e per un sì rilevante strapazzo fatto alla autorità della duchessa, e duchessa sorella dello stesso re, gridando ognuno che pazzia era ormai il fidarsi più della Fraucia. Ma la Francia altro non era allora che il cardinale di Richelieu, il quale comandava a tutti, e fino allo stesso re, nè conosceva misura ai suoi odii e alle sue vendette. Solamente allora che mancò di vita esso porporato, il povero innocente cavaliere fu rimesso in libertà. Non lasciava intanto il Richelieu di far maneggi, per tirare nel suo partito i principi di Savoia, e fatto venire in Piemonte il già divenuto prelato monsignor Giulio Mazzarino con titolo di plenipotenziario, intavolò un segreto accordo col principe Tommaso, che non ebbe poi effetto. Si trovò questi dipoi [1105] ben imbrogliato, perchè volea, prima di dichiararsi, riavere la moglie e i figli, già condotti in Ispagna, e, fattane istanza a quella corte, ne riportò una bella negativa. Trovavasi allora la corte del re Cattolico agitata da gravi burrasche per la superbia e balordaggine dell'Olivares primo ministro, e per l'insolenza dei governatori e soldati castigliani. S'era rivoltata la Catalogna; rivoltossi anche il Portogallo, e fu ivi acclamato re Giovanni duca di Braganza, senza che mai più riuscisse agli Spagnuoli di ricuperar quel regno: tutti colpi che servirono non poco ad abbattere la monarchia spagnuola. Nè alcuno di quegli imbrogli vi fu, in cui non mettesse le zampe il Richelieu, avendo egli fissato l'appoggio della sua gloria in procurare, per quanto potea, la rovina delle due case d'Austria, per esaltar sopra di quelle la corona di Francia. Non erano da meno le idee dell'Olivares, cioè dell'arbitro della Spagna, per l'ingrandimento di quella monarchia; ma non aveva egli la testa nè la condotta e nè pur la fortuna del Richelieu, e però, in vece di accrescere, diminuì notabilmente la riputazion di quella corona.


   
Anno di Cristo MDCXLI. Indizione IX.
Urbano VIII papa 19.
Ferdinando III imperadore 5.

Per tutto il verno furono tenuti in piedi negoziati e progetti per tirare al partito della Francia e alla concordia colla duchessa reggente i principi di Savoia. Più renitente del principe Tommaso si trovò il cardinal Maurizio, che s'era afforzato in Nizza e Villafranca. Andava innanzi e indietro l'industrioso Mazzarino, ma in fine restò questa volta delusa la sua grande arte in maneggiar negozii. Il principe Tommaso addusse per iscusa di non poter continuare nel già segreto accordo, per essergli vietato di ritirar di Spagna la moglie coi figli; e intanto insieme col cardinal suo fratello [1106] stabilì un nuovo onorevol trattato colla corte di Spagna. Uscirono manifesti di madama Reale e de' principi cognati, tendenti ognuno alla propria giustificazione. Si venne dunque a nuova rottura, e i Franzesi nel dì 6 di marzo s'impadronirono di Moncalvo, e poscia passarono nel dì 12 d'aprile ad assediare Ivrea. Colà ancora giunse, tornato di Francia, il conte di Arcourt con alcune nuove brigate di combattenti; ed, appena fatta la breccia, nel dì 23 d'esso aprile volle venire all'assalto, non con altra orazione animando i soldati, che con dir loro: Miei figli, salvate le mura al re: tutto il resto è per voi. Ma fallirono i conti, e fu forzato a ritirarsi colla perdita di trecento uomini: sì bravamente si difesero gli assediati. Era intanto uscito in campagna il principe Tommaso coll'armata spagnuola, e per fare una diversione andò sotto Chivasso, sperando di mettervi dentro il piede con una scalata. Gli costò il tentativo circa quattrocento soldati. Ciò non ostante ne formò l'assedio, e fu questo cagione che l'Arcourt si levasse di sotto Ivrea. Andarono dipoi le due nemiche armate badaluccando un pezzo; se non che i marchesi Villa e di Pianezza furono spediti all'assedio di Ceva, sostenuta con vigore da quel presidio, ma in fine obbligata alla resa: anche il Mondovì venne alla loro ubbidienza. Passarono poscia i Marchesi col campo sotto Cuneo, città, che per la sua situazione avea fatto abortire tanti assedii in addietro, e molti altri ancora rendè vani nei tempi susseguenti. Pure per mancanza di munizioni da guerra, dopo cinquantatrè giorni di ostinata difesa, nel dì 16 di settembre se ne impossessarono con insigne gloria dell'Arcourt e del marchese Villa. Ridussero poscia alla loro ubbidienza anche Demont e Revel; quando all'incontro il principe Tommaso altra utile impresa far non potè che quella di ricuperar Moncalvo. Passò il resto dell'anno in negoziati, per trovar maniera di stabilir qualche concordia fra madama Reale e [1107] i principi suoi cognati, i quali per la perdita di Cuneo e di tanti altri luoghi, ormai conoscevano quanto poco lor giovasse l'aderenza agli spagnuoli. Al marchese di Leganes, che per le istanze del principe Tommaso fu richiamato in Ispagna, fu sostituito nel governo di Milano il conte di Siruela.

Appartiene all'anno presente la scena del picciolo principato di Monaco, da gran tempo posseduto dalla casa Grimalda nella riviera di Genova. Fin dall'anno 1605 riuscì agli Spagnuoli di poter ivi mettere presidio mercè di alcuni vantaggi proposti a quella casa. Col tempo si trovò troppo malcontento di questi ospiti Onorato Grimaldi principe di quel luogo, perchè, non correndo le paghe, era costretto egli del suo a mantenere chi gli facea da padrone addosso. Intavolò dunque un segreto trattato per iscuotere quel giogo, e sottomettersi al creduto più dolce e vantaggioso dei Franzesi. Venne il tempo che s'era indebolita di molto la guarnigione spagnola; allora fu, che il principe, dopo aver data una lauta cena e buon vino a que' pochi uffiziali, li mandò a dormire; ed egli, chiamati a sè alcuni suoi sudditi, fatti prima carcerare sotto colore di varii delitti, propose loro la risoluzion fatta di liberarsi dagli Spagnuoli. Prese dunque l'armi da essi, e da tutti i suoi cortigiani, nella notte precedente al dì 18 di novembre, fecero prigione chiunque dei fanti non osò far resistenza; e, spedito immantenente l'avviso al governatore della Provenza, ricevè da lì a poco per mare soccorso di gente e di munizioni. Così entrò in Monaco presidio franzese, che tuttavia vi persiste, avendo quel principe ricevuto dal re Cristianissimo in ricompensa degli Stati, a lui tolti nel regno di Napoli, il ducato di Valenza nel Delfinato, con pensioni ed altri feudi in altre provincie di Francia. Ma mentre inclinavano gli affari turbatissimi del Piemonte verso la quiete, ecco, per la corrotta costituzione del mondo, in cui sì facilmente imperversa l'ambizione [1108] e l'interesse con altre maligne passioni de' regnanti, aprirsi il varco ad un'altra guerra. Colla lunga età ed imperio di papa Urbano VIII, aveano avuto agio i Barberini suoi nipoti di accumular immense ricchezze e beni; e siccome all'opulenza suol tenere dietro il fasto e la superbia, ed anche l'ansietà di sempre più salire in alto, non mancavano certamente questi mantici nel cuore de' suoi fortunati nipoti, cioè de' cardinali Francesco ed Antonio, e di don Taddeo principe di Palestrina, poichè il terzo cardinale Barberino, cioè Antonio seniore, conservò sempre i buoni alimenti della religione cappuccina, del qual ordine egli fu. Quanto più venivano calando le forze del corpo, e la vivacità dello spirito nel vecchio papa, tanto più andava crescendo l'autorità del cardinale Francesco da lui prediletto, che sotto nome del pontefice operava quanto a lui piaceva.

Ora avenne, che Ranuccio, e poscia Odoardo suo figlio, duchi di Parma, per li loro precedenti impegni aveano contratto di molti debiti in Roma, e formato quivi un monte, con assegnare ai creditori il pagamento dei frutti sul ducato di Castro e Ronciglione, posto fra la Toscana e il Patrimonio di San Pietro, che era riconosciuto in feudo dalla Chiesa romana. Amoreggiavano i Barberini quello stato, e proposero di comperarlo, o di prendere per moglie una figlia del duca Odoardo, che lo portasse in dote. Ma, essendo venuto il medesimo duca a Roma nell'anno 1639, per cagion di esso monte, e per trattar della promozione alla porpora di Francesco Maria suo fratello, e per altri affari, fu dissuaso a lui quel parentado; il che produsse non poche amarezze fra lui e i Barberini, i quali gli attraversarono ogni negozio, contrastarono anche gli onori dovuti alla sua dignità. Crebbero poscia i disgusti, perchè fu vietata al duca la tratta dei grani di Castro, ch'era la maggior sua rendita; e, non potendosi perciò pagare i frutti del monte, si fecero saltare su i creditori [1109] contra di lui in Roma, ed uscirono citazioni ed altri atti giudiziali. Andò in furore Odoardo Farnese, siccome principe di alte idee e risentito, prendendo tutti questi atti come affronti a lui fatti dai nipoti del papa, per voglia di spogliar lui, ed arricchire sè stessi di quegli Stati. E perciocchè egli era solito a misurare, non dalle forze, ma dall'animo suo le cose, spedì Delfino Angelieri con qualche presidio a Castro, che cominciò a far quivi delle fortificazioni. Fu ciò valutato in Roma come un principio di ribellione; e però poco stette ad uscire un monitorio coll'intimazion di tutte le pene spirituali e temporali, se in termine di trenta giorni non si demolivano le fortificazioni, e non si sbandava il presidio. Poscia si stimò ben impiegato il danaro della camera apostolica in fare con tutta fretta un armamento di sei mila fanti e cinquecento cavalli a Viterbo, e un bel preparamento di artiglierie ed attrezzi. Commossi da questo rumore e dalle doglianze del duca di Parma il senato veneto, il vicerè di Napoli, i ministri del re Cristianissimo, di Ferdinando II gran duca di Toscana e di Francesco I duca di Modena, si diedero premurosamente a trattare di aggiustamento, e a proporre varii partiti, ma con avvedersi in fine, che quella corte ad altro non tendeva, che a tirare in lungo l'affare, tanto che spirassero i trenta giorni, ed anche quindici altri che per misericordia si ottennero.

Passati in effetto questi termini, il marchese Luigi Mattei, mastro di campo generale del papa, si mosse da Viterbo colle milizie nel dì 27 di settembre, e con poca fatica s'impadronì della Rocca di Montalto, e finalmente nel dì 13 di ottobre anche di Castro, con restar dubbiosa la fede o il coraggio dell'Angelieri, che sì presto capitolò la resa. Questi soli erano i due luoghi forti di quel ducato; però tutto il resto venne in potere dei Papalini. Vie più allora si affaccendarono i principi suddetti per trovar temperamento, [1110] con istudiarsi ciascun d'essi di spegnere il nascente incendio. Ma i Barberini esultanti fra il plauso universal de' Romani per tale acquisto, ed animati maggiormente dal gran vantaggio del possesso ottenuto, non proponevano se non condizioni, da lor conosciute tali che non sarebbono accettate. Intanto si applicavano ad aumentar le loro soldatesche, e i presidii delle piazze, e spezialmente inviando gente ai confini del Bolognese e Ferrarese per ogni precauzione contro la repubblica veneta e contro il duca di Modena. E perciocchè dagli ecclesiastici, benchè destinati da Dio al regno spirituale, si fa non minor festa e tripudio per l'acquisto dei beni temporali, di quel che facciano i secolari, il pontefice, tutto giubilante per quello di Castro e di Ronciglione, volle con una promozion di cardinali coronar la sua gioia; e questa fu fatta nel dì 16 di dicembre dell'anno presente. Intorno a che non si ha a tacere che erano dianzi seguite delle commedie, perchè il pontefice oppure il cardinal Francesco, uomo cupo e perplesso in tutti gli affari, non aveano voluto ammettere per loro particolari riflessi a questo onore il principe Rinaldo d'Este, fratello del duca di Modena, promosso dall'imperadore, nè monsignor Giulio Mazzarino Romano, proposto dal re Cristianissimo, nè l'abate Francesco Peretti Romano anch'esso, alle preghiere della Maestà Cattolica. Superati in fine tutti gli ostacoli, seguì la promozione di que' tre soggetti con dieci altri, non senza querele de' privati franzesi, che videro anteposto a tutti loro nella nomina del re il Mazzarino Romano. Ma il Richelieu, che avea per tante pruove conosciuto il mirabil talento di quest'uomo, e l'attaccamento alla sua persona, il portò di peso alla porpora, per valersi di lui a sostenere l'esorbitante sua autorità, che gli avea poco fa eccitati contro non solo gravi pericoli, ma guerre ancora. E però essendo mancato di vita fra Giuseppe cappuccino, stato in addietro il suo braccio [1111] diritto, confidando nel Mazzarino, ebbe a dire a chi si condoleva con lui di questa perdita: La breccia è riparata.


   
Anno di Cristo MDCXLII. Indizione X.
Urbano VIII papa 20.
Ferdinando III imperad. 6.

Cotante pratiche di accordo, durante il verno e la primavera di questo anno, furono tenute in Piemonte fra i ministri della duchessa Cristina e del re Cristianissimo dall'un canto, e del cardinal Maurizio e del principe Tommaso dall'altro, che ne seguì a dì 14 di giugno strumento di concordia. Restò la duchessa tutrice del picciolo duca suo figlio Carlo Emmanuele, e reggente degli Stati; il cardinale luogotenente della contea di Nizza, e il principe Tommaso d'Ivrea e del Biellese, con avere i due principi una speziosità d'assistenza ai più importanti affari, finchè il duca uscisse di minorità. Promise il re di Francia la sua protezione, e varie pensioni ai principi; e per valevole cimento della loro buona armonia con madama Reale, fu stabilito, con dispensa pontificia, il matrimonio di esso cardinal Maurizio colla principessa Luigia Maria sua nipote e sorella del picciolo duca. Depose il cardinale la sacra porpora, e si effettuò il di lui sposalizio colle dovute solennità nel dì 21 di settembre: con che ebbe fine la guerra civile del Piemonte. Grandi lamenti e schiamazzi fecero per questo gli Spagnuoli; ed avvenne che il conte di Siruela governator di Milano, ossia che non peranche sapesse i suddetti negoziati, o sapendoli prendesse consiglio solamente dalla collera, precipitosamente richiamò da Ivrea le sue truppe. Non fu pigro il principe Tommaso a metterle in viaggio, e perchè il Siruela, ravveduto della sua balorderia, volle rimandarle colà, ebbe per risposta dal principe di non averne più bisogno. Così il cardinal Maurizio, dopo aver disposte alle armi alcune migliaia di Nizzardi, chiamò nel castello [1112] Francesco Tuttavilla, mastro del campo spagnuolo, e gli ordinò, se voleva egli uscire di là, di far uscire dalla città di Nizza la sua guernigione, e convenne ubbidire. Sicchè laddove in addietro gli Spagnuoli faceano guerra al Piemonte, si cangiò scena, e i Piemontesi uniti ai Franzesi cominciarono le ostilità contra di essi per ricuperar le piazze, che in lor mano restavano. Trovavasi in questi tempi lo Stato di Milano non poco infievolito di forze; nè potea sperar bastevoli soccorsi di Spagna, trovandosi quella monarchia in troppo duri impegni, parte per la guerra di Fiandra, e parte per la sollevazion dei Catalani sostenuti da' Franzesi, e molto più per la ribellion de' Portoghesi, contra dei quali infelicemente procedevano l'armi de' Castigliani. Però non fu da maravigliarsi, se una brutta piega cominciarono a prendere gli affari di esso Stato di Milano a cagione della metamorfosi suddetta.

Uscirono dunque in campagna i Franzesi sotto il comando del principe Tommaso, con cui poscia venne a congiugnersi il duca di Lungavilla, mandato dal re Luigi XIII al governo delle sue armi in Italia. Secondo era il marchese Guido Villa, fedelissimo generale di madama Reale colla cavalleria piemontese. La prima loro impresa fu sotto Crescentino, che, dopo 15 giorni di assedio, verso la metà di agosto capitolò la resa. Nel dì 22 di esso mese Nizza dalla Paglia venne alla loro ubbidienza: e con poca resistenza fu anche ricuperata la città di Acqui. Ognun si credeva, che queste armi continuerebbero il corso per liberar dagli Spagnuoli le restanti piazze del Piemonte, quando all'improvviso nel dì 4 d'ottobre andarono addosso a Tortona. Consisteva questo esercito in dieci mila fanti e quasi cinque mila cavalli. La città, siccome priva di fortificazioni, incontanente aprì le porte, e, ridottasi la guernigione spagnuola nel castello posto sulla collina si vide poco appresso cinta d'assedio. Fino a quest'ora il conte di Siruela era [1113] sembrato placido spettatore dei progressi delle nimiche milizie; pur venne il dì 8 del mese suddetto, in cui diede la mossa anch'egli a quante milizie potè raunare per dar soccorso a Tortona. Ma restò poi perplesso, perchè obbligato ad inviare un corpo di milizie ad osservare gli andamenti del marchese di Pianezza, il quale con un altro corpo di Piemontesi e Franzesi inaspettatamente giunto sotto Verrua, avea data la scalata a quella terra, e se ne era impadronito, e nel dì 20 del medesimo mese ebbe anche la rocca, posto di somma importanza. Ciò non ostante si accostò il Siruela a Tortona, sulla speranza forse che al suo comparire si avessero a ritirar per la paura i Franzesi. Ma nè quelli si mossero, nè egli osò di tentare il pericoloso giuoco di una battaglia; sicchè nel dì 25 di novembre il presidio spagnuolo di quel castello con patti di buona guerra lo lasciò in potere degli assedianti. Il principe Tommaso seppe far tanto dipoi alla corte di Parigi, che il re gli diede in dono essa città di Tortona con tutte le sue dipendenze, erigendola in principato.

Nè si dee tacere che in Parigi appunto nel dì 4 di dicembre diede fine alla sua vita e alle sue sterminate idee Armando cardinale di Richelieu, personaggio, che, mirato dall'un lato, meritò d'essere collocato fra gli eroi di questo secolo pel suo maraviglioso ingegno, per li tanti benefizii da lui recati in Francia alla religion cattolica, nell'avere mirabilmente depressi gli Ugonotti, restituita la disciplina monastica, ornato il clero di uomini insigni per la pietà e pel sapere, e per aver portata la corona di Francia a un grande auge di gloria e di potenza. Ma, considerato dall'altro lato, furono bene contrappesate, anzi superate dai vizii e difetti le sue virtù. Era il suo capo l'officina delle cabale, e il lambicco di quella mondana politica che solo pensa al guadagno: il suo cuore un emporio d'ambizione, d'odii e di vendette, non avendo egli saputo mai perdonare e nè [1114] pur lo seppe vicino alla morte, perchè, consigliato a farlo, rispose di non conoscere altri nemici che quei del re e del regno. La persecuzion da lui fatta al fratello del re e a tanti grandi del regno, e spezialmente la scandalosa contro Maria de Medici regina madre dello stesso re Lodovico XIII, non si contò al certo fra le sue virtù. Non potè quella saggia ed infelice principessa prolungare tanto la vita da vedere il fine del suo persecutore, perchè nel dì 4 di luglio dell'anno presente era mancata di vita in Colonia, cioè in esilio, con terminare la lunga serie de' suoi disastri. In somma fu considerato da molti il Richelieu come un tiranno della Francia, e tiranno fu dello stesso re, il quale pien di clemenza e buona volontà, per la forza e signoria che avea preso sopra di lui questo sanguinario ministro, comparve crudele, e sembrò in più occasioni schiavo del servo suo. Quella stessa religione cattolica, ch'egli promosse in Francia, molto si ebbe bene a dolere di lui, per aver egli tanto cooperato alla esaltazione del luteranismo e calvinismo in Germania ed Olanda. Morì questo cardinale, odiato quasi da ognuno, e internamente ancora ne provò contentezza il medesimo re Lodovico, al trovarsi libero da sì duro tutore. Era già introdotto negli affari di quella corte e nel favore anche di quel monarca, il cardinal Mazzarino, uomo che nella perspicacia della mente e nell'accortezza, quasi potea competere col Richelieu, ma di massime più moderate ed amorevoli, e però fu fatto presidente del consiglio, con autorità nondimeno limitata, essendosi dichiarato il re di voler da lì innanzi ricordarsi un po' più di essere quel che era. Furono anche richiamati dall'esilio e dalle carceri non pochi, già vittime dell'odio del defunto implacabile porporato.

Si andarono in questi tempi sempre più esacerbando gli animi de' Barberini e di Odoardo duca di Parma, ed uscì in Roma sentenza di scomunica e di devoluzione [1115] di tutti i suoi Stati alla camera apostolica; oltre a ciò si aumentò in Roma e in Viterbo l'armamento, per gastigare questo chiamato ribello. Dal suo canto anche il duca coll'impegnar le gioie, e prendere danari a frutto, ed ottenerne qualche somma dalla repubblica veneta, si diede a far gente, e pubblicò un manifesto delle sue ragioni, che dispiacque forte a Roma. Non lasciavano essa repubblica, il gran duca, e il duca di Modena di continuare i trattati di aggiustamento; ma durezze s'incontravano da ambe le parti. Si andò in questa maniera baloccando un pezzo, finchè, raunato sul Bolognese un copioso esercito pontifizio con tutti gli attrezzi militari, si vide comparire a Modena Giovanni Agostino Marigliani a chiedere il passo per quelle genti alla volta di Parma. Si andò schermendo il duca Francesco I, e intanto avvisò i Veneziani e il gran duca Ferdinando dei grandiosi disegni dei Barberini, affatto rivolti a turbar la quiete comune. Venuto poscia il conte Ambrosio Carpegna a far più forti istanze, ed anche minacce pel suddetto passaggio, il duca di Modena, che si trovava come disarmato, fu costretto ad accordarlo se nello spazio di un mese non seguiva concordia fra la camera apostolica e il duca di Parma. Allora fu che i Veneziani, per altri motivi ancora disgustati del governo dei Barberini, e il gran duca, e il duca di Modena, egualmente cognati d'esso duca Odoardo, non volendo soffrire il di lui precipizio, nel dì ultimo di agosto formarono fra loro una lega difensiva. Attese il duca di Modena a rinforzarsi di gente, a fortificare e provveder di munizioni le sue piazze, e ricevette anche dalla repubblica un aiuto di tre mila fanti e di trecento cavalli, risoluto di contrastare il passo ai Papalini. Altri soccorsi ancora doveano a lui venire dalla Toscana. Furono cagione questi ripieghi, che i Barberini fermassero l'impetuoso corso dei lor disegni. Trovavasi intanto in uno strano labirinto [1116] il Farnese, perchè di gran gente avea raccolto; forze gli mancavano per mantenerle; e vergogna gli parea il licenziarle, stando tuttavia pendenti gli affari suoi. Perciò spinto dalla disperazione, e non già guidato da sano consiglio, determinò di passare per lo Stato ecclesiastico, con isperanza di ricuperar Castro, e mandò a chiedere il passo al duca di Modena. Per quanto questi non si stancasse con lettere, e con inviargli anche a questo fine il conte Fulvio Testi per dissuaderlo, non potè vincere la ferocia dell'animo suo. Pertanto nel dì 10 di settembre si mosse da Parma con soli tre mila cavalli, senza artiglierie, senza altri militari attrezzi; ed essendo transitato per lo Stato del duca di Modena, arditamente entrò nel Bolognese. Seco era il maresciallo di Etrè, non già perchè la Francia avesse preso ad aiutare il duca, ma perchè esso maresciallo non godeva la buona grazia del re suo signore.

Se troppo capricciosa scena fu quella del duca, disapprovata anche da altri principi, riuscì ben più ridicola l'altra dell'esercito pontifizio, ascendente, per quanto fu detto, a diciotto in ventimila guerrieri, la maggior parte nondimeno dei quali è da credere, che fosse di villani atti a maneggiar la zappa e il badile, e non già spade e moschetti, che al comparire del Farnese tutto si scompigliò e dissipò, come fan le passere all'arrivo del nibbio. Chi qua, chi là, senza che gli ufiziali potessero ritenerli, se pur gli ufiziali non furono i primi a menar le gambe. Don Taddeo Barberino, prefetto di Roma e generale della Chiesa, solamente allorchè arrivò a Ferrara si tenne sicuro. Passò trionfalmente il duca Odoardo per le città della Romagna, che niuna resistenza fecero, senza inferir danno, contento delle necessarie provvisioni per gli uomini e per li cavalli. Non gli mancò biasimo presso alcuni politici, perchè non si fermasse ed afforzasse in quella ubertosa provincia, atta a mantener la sua [1117] gente, e a fargli poscia conseguir dei vantaggi in una concordia. Ma egli per Meldola e per la Toscana passò a Castiglione del Lago dove fece alto, per dar agio a qualche trattato. Per sì baldanzoso e felice passaggio del Farnese gran commozione, gran terrore si svegliò in Roma, dove ognun si facea lecito di sparlare dei Barberini, temendo di vedere fra poco un nuovo Borbone alle porte di quella gran città. Il vecchio papa, a cui faceano sapere i nipoti quel solo che loro piaceva, non potè ignorare in tale congiuntura i movimenti del duca, e i lamenti e lo sbigottimento del popolo. Anzi spaventato anch'egli, forse perchè sospettava intelligenze e congiure in Roma stessa, si portò al Vaticano, per salvarsi, occorrendo, in castello Sant'Angelo, con isfogar poi la collera contro i nipoti, che lo aveano condotto in questo imbroglio. Si mise poi l'affare in negoziati fra essi Barberini e i ministri della Francia e del gran duca, cioè in quella via che appunto giovava ai primi, per guadagnar tempo e fortificarsi, siccome in fatti avvenne. L'ozio intanto e la voce di un vicino aggiustamento, ispirò la deserzione ai soldati del duca, e quanto più gli altri cresceano di forze, e si sminuiva la paura, tanto più egli si andava di giorno in giorno indebolendo. Ciò non ostante si formò una capitolazione, e parve accordato il deposito di Castro; si venne anche a qualche sospension d'armi; ma il duca in fine si trovò burlato da chi ne sapea più di lui in questo mestiere. Laonde, avvicinandosi il verno, prese la risoluzione di tornarsene indietro colle pive nel sacco, lagnandosi forte del gran duca cognato, che, a riserva di un tenue aiuto di danaro, con sole parole lo avea largamente assistito fin qui; siccome si dolse il duca di Modena, perchè i Veneziani, lasciandolo col peso addosso di tante truppe sue e straniere, non gli permisero mai, durante lo scompiglio dei Barberini, di entrare nello Stato ecclesiastico; intorno a che egli forte premeva, sì pel proprio interesse, come per [1118] dar polso ai negoziati che si facevano pel duca suo cognato. Tornossene dunque a Parma il Farnese, andarono per terra tutti i trattati, e restarono più che mai imbrogliate le cose con gran festa dei Barberini, che aveano saputo vincere senza far nulla. E così terminò l'anno presente con questa, quasi dissi, comica guerra, e con una lega piena di secreti riguardi e di un fiacco calore, che nulla giovò al duca di Parma, e solamente servì a rendere più orgogliosi i di lui nemici. Degno è ben Galileo Galilei Fiorentino, che si faccia qui menzione della sua morte, accaduta nel dì 8 di gennaio del presente anno. Gran filosofo, insigne matematico, celebre astronomo, sì benemerito di queste scienze si rendè, per confessione ancora degli stranieri, che neppur presso i nostri verrà mai meno il glorioso suo nome.


   
Anno di Cristo MDCXLIII. Indizione XI.
Urbano VIII papa 21.
Ferdinando III imperadore 7.

Non potea darsi pace il conte di Siruela governator di Milano per la perdita della città di Tortona, a lui tolta dal principe Tommaso. Sommamente bramoso di ricuperarla, fece massa di quanta gente potè, e, senza aspettare la primavera, e quando men se l'aspettava esso principe, nel dì 9 di febbraio comparve colà coll'esercito suo e ne formò l'assedio, assicurandosi con una forte circonvallazione, e con una fila di trincieramenti da chi tentasse di recarle soccorso. Spedì ancora un altro corpo di truppe sotto il marchese di Caracena, per custodire i passi dei fiumi. Conosciutasi dal marchese Tommaso la difficoltà di soccorrerla, altro ripiego non ebbe che quello di tentare una potente diversione. Dopo aver fatta paura a Novara, si portò nel dì 12 d'aprile sotto Asti, dove era guarnigione spagnuola, e gli riuscì d'impadronirsi in quattro giorni di quella città, e poscia del castello, e finalmente nel dì 3 di maggio [1119] della cittadella. Intanto non soccorsa da alcuno Tortona, nel dì 16 di maggio ritornò all'ubbidienza del governator di Milano, e spirò in un momento il nuovo principato d'esso principe Tommaso. A lui dalla corte di Francia venne in questi tempi la patente di generale dell'armi di sua maestà, con tale autorità, che nacquero dissapori fra lui e madama Reale, da che ella scorgea più favoriti i principi suoi cognati che lei medesima; e tanto più perchè fu posto presidio franzese in Asti. Ma in Francia non lieve mutazion di cose avvenne, essendo ivi mancato di vita in età di quarantadue anni il re Lodovico XIII, a cui fu dato il titolo di Giusto, nel dì 14 di maggio, cioè nel dì stesso in cui fu ucciso il re Arrigo IV suo padre: morte succeduta allorchè i suoi popoli, liberati non meno che egli dal temuto cardinale di Richelieu, cominciavano a risentire i benigni influssi di quell'amorevole e mansueto monarca, che nondimeno per sua disgrazia comparve crudele per non aver saputo difendersi dalla prepotenza di un favorito, il quale sotto nome di lui avea riempiute le prigioni d'innocenti, e spolpati di sostanze i popoli tutti. A lui succedette Lodovico XIV delfino di Francia in età di cinque anni e di alquanti mesi sotto la tutela della regina Anna d'Austria sua madre, che fu dichiarata reggente. Mirabil fu la destrezza con cui poco a poco subentrò nel governo degli affari il cardinale Giulio Mazzarino, benchè straniero e creatura dell'odiato Richelieu; e seppe ben prendere le redini di quella monarchia. Continuarono poscia in Piemonte i felici successi dell'armi franzesi e piemontesi, avendo il marchese Villa sottomessa Villanuova d'Asti a madama Reale nel dì 12 di luglio. Portossi dipoi il principe Tommaso con tutto l'esercito all'assedio di Trino, terra ben fortificata e di grande importanza. Al conte di Siruela era succeduto il marchese di Vellada nel governo di Milano, e questi uscì in campagna per disturbar quell'assedio; [1120] ma sì grande fu la diligenza del principe, sì vigorosi gli assalti, che quella piazza, non potendo più reggere, si diede vinta nel dì 24 di settembre. Nulla di più rilevante avvenne in quelle parti, se non che la duchessa reggente fece venire dalla Savoia in Piemonte il piccolo duca Carlo Emmanuele con somma consolazione di tutti i sudditi suoi, ma senza volerlo in Torino, finchè vi stavano di guernigione i Franzesi.

Per gli artifizii co' quali erano stati sonoramente beffati dai Barberini e dai lor ministri nel precedente trattato di concordia, stavano cogli animi assai alterati i collegati, cioè la veneta repubblica, il gran duca e il duca di Modena. Ma più di essi ardeva di sdegno il duca di Parma Odoardo, trovandosi più che mai impaniato con soldatesche sopra le sue forze, e senza que' mezzi che occorrono per cominciare e proseguire il troppo dispendioso impegno della guerra. Pensò di spedire nel furore del verno tre mila fanti per l'Apennino in Lunigiana ad imbarcarsi in varie tartane, sperando che per mare giugnendo all'improvviso alla spiaggia di Castro vi potessero sorprendere la Rocca di Montalto. Non mancano mai fedeli avvisatori alla corte di Roma, e questa provvide al bisogno dei luoghi esposti al pericolo. Oltre a ciò quelle tartane perseguitate da una fiera burrasca, ebbero per gran favore il potersi salvare a Genova e Porto Fino, dove la gente si sbandò e passò al soldo degli Spagnuoli assedianti allora Tortona. Per sì precipitosi consigli poco fu lodato il duca di Parma, e i Romani, secondo il solito delle nostre povere teste, interpretarono la disgrazia del Farnese per una dichiarazion del cielo in loro protezione e favore. Intanto s'ingrossò forte l'esercito papalino sul bolognese e ferrarese. E mentre i collegati con irresoluzioni continue van consultando le maniere di non lasciar perire il Farnese, egli disperatamente, nel dì 21 di maggio, s'inviò alla volta del ferrarese con sei reggimenti di [1121] fanteria, altrettanti di cavalleria ed uno di dragoni, seco menando otto pezzi d'artiglieria. I presidii pontifizii del Bondeno e della Stellata gli cederono, senza farsi pregare, il posto, ed egli in quei siti si fortificò, costringendo il paese a dargli di che vivere. Non tardarono più i Veneziani a muoversi, ed occuparono sul ferrarese Trecenta, Figheruola ed Ariano. Si mosse ancora Francesco duca di Modena colle sue genti, consistenti in quattro mila fanti e mille e ducento cavalli scelti, oltre al treno dell'artiglieria e delle munizioni, per entrar anch'egli nel Ferrarese: nel qual tempo ancora fece esibire al papa, e pubblicò colle stampe le ragioni sue sopra Ferrara e Comacchio, come Stati indebitamente occupati dalla camera apostolica alla sua casa. Doveano andar seco di concerto il duca di Parma e il generale de' Veneziani; ma si trovò che il Farnese, benchè per aiuto suo si fosse formata quella lega, non vi volle entrare, nè muovere dal sito dove egli si era annidato, siccome neppure il Pesari Veneto compariva ad unir le sue armi coll'Estense.

Diede campo questa irresoluzione e mala intelligenza dei collegati al cardinal Antonio Barberini, legato e generale dell'armata papale, di spignere il marchese Mattei con quadro mila fanti sul territorio di Modena, che occupò San Cesario, Spilamberto, Vignola, Guiglia ed altri luoghi, commettendo dappertutto crudeltà ed incendii, come s'egli fosse stato uno spietato bassà. A questa parte dunque si voltò il fuoco maggior della guerra. Nel dì 14 di giugno fu spedito dal duca di Modena il cavalier della Valletta sul Bolognese, per tentare l'occupazione di Crevalcuore, ma vi restò spelazzato dai Papalini. E perciocchè le poche schiere venete, venute in rinforzo di esso duca, teneano ordini diversi dall'idee del duca, prevalendosi il cardinale legato della poca buona armonia dei suoi avversarii, nel dì 19 di luglio si portò all'assedio di Nonantola. Avea il duca Francesco I, con [1122] licenza dell'imperadore, richiamato dì Germania il generoso conte Raimondo Montecuccoli, suo vassallo, che poi tanta fama si procacciò nel generalato delle armi cesaree, e l'aveva costituito generale delle sue truppe. Al soccorso di Nonantola marciò il prode cavaliere, e sì caldamente assalì l'oste nemica, che la mise in rotta colla strage e prigionia di molti, e col guadagno d'artiglierie. Lo stesso cardinale Antonio, che animava colle benedizioni i suoi a far bene il loro dovere, corse pericolo della vita, essendogli stato ucciso sotto il cavallo. Un altro buon corridore il mise poscia in salvo. Entrò allora il duca di Modena sul bolognese, impadronendosi di Piumazzo, Bazzano ed altri luoghi, spargendo il terrore sino alle porte di Bologna. E già si disponeva egli ad assalire quella vasta e sgomentata città, quando eccoti avviso, che un grosso corpo di Papalini, passato il Po a Lagoscuro, avea sorpreso il forte dei Veneziani, e quivi alzava in fretta delle fortificazioni. Furono per questo richiamate dai Veneziani le milizie loro, che erano sul modenese, e fu forzato il duca a ritirarsi. Guerra intanto era anche ai confini del Sanese e del Perugino fra le genti del papa e quelle del gran duca Ferdinando II, essendo riuscito ai Fiorentini di occupar Città della Pieve, Monte Leone, Castiglione del Lago, contuttochè il duca Savelli con maestà di guerra li tenesse ben ristretti, e rendesse loro la pariglia. Trovandosi impegnate colà le milizie di Toscana, venne in mente al cardinale Antonio di tentare un bel colpo. Fece egli improvvisamente sul principio di ottobre marciare il signor di Valenzè dal Bolognese per la via della Poretta alla volta di Pistoia, con disegno di sorprendere quella città sprovveduta di presidio. Con quattro mila fanti e mille cavalli andò egli, e giunse a dare la scalata a Pistoia. Ma non corrispose al suo valore la fortuna, perchè i cittadini coraggiosamente difesero le mura, benchè non potessero poi esentar la campagna da [1123] un grave saccheggio. Per questo accidente dimandò il gran duca soccorso ai Veneziani e al duca di Modena, i quali accorsero per tagliare la strada al ritorno del Valenzè; ma egli, dove men sel credevano, passò e li lasciò delusi.

Dopo queste, ed altre molte azioni di non molto rilievo, che io tralascio, fatte in queste parti, ed anche in Toscana, dove i Fiorentini non meno nelle difese che nelle offese riportarono molto onore; questi bravi combattenti andarono a cercar riposo, lasciando che nei gabinetti seguitassero le teste politiche i lor duelli, per mettere fine ad una guerra, che costava poco sangue, ma che serviva a distruggere assaissimo chi l'avea sul dosso. Il bello fu, che Odoardo duca di Parma, per cui pure era fatta la festa, se ne stette sempre agiatamente al Bondeno e alla Stellata senza nè pure stendere un dito in aiuto dei suoi protettori: il che diede molto da pensare e da dire agli speculativi, e molto più da sclamare a chi si trovava interessato in sì fatti imbrogli. E giacchè si è fatta menzione all'anno precedente di aver la morte liberata la corte di Francia da un troppo violento favorito e primo ministro di quel re, non si dee ora tacere, che la prudenza nel presente anno liberò anche la corte di Spagna da un altro potentissimo favorito, cioè dal conte di Olivares, appellato il conte duca; perchè finalmente tiratosi il sipario al mal governo di questo ministro, per cui tante sciagure si erano affollate sopra la monarchia spagnuola, il re Filippo IV, arrivò nel 15 di febbraio a cacciarlo di corte con relegarlo a Locches, dove ben presto gli affanni e la rabbia gli abbreviarono la vita.


   
Anno di Cristo MDCXLIV. Indizione XII.
Innocenzo X papa 1.
Ferdinando III imperadore 8.

Trattossi alla gagliarda nel verno dell'anno presente dal cardinale Alessandro Bichi, come plenipotenziario del re Cristianissimo, [1124] di comporre le differenze del duca di Parma e dei principi collegati con Roma. Bramavano forte la pace i Veneziani; non men di loro v'era portato il gran duca. Ancorchè i Barberini se ne andassero pettoruti per avere vigorosamente sostenuto l'onore dello Stato ecclesiastico contro gli sforzi altrui, pure conoscevano il bisogno di accomodarsi, perchè miravano cadente il vecchio zio papa, e le sue infermità davano a conoscere ch'egli teneva già un piede nel sepolcro. Gran tracollo poteano essi aspettarsi, se durante la guerra fosse egli stato rapito dalla morte. Si aggiugnevano i richiami de' saggi cardinali, e le mormorazioni e querele di tutti i sudditi della Chiesa per sì ostinato e poco importante impegno, che riusciva loro di sommo aggravio; quando voce comune correa, che il maneggio di questa guerra fruttasse dei tesori alla stessa casa Barberina. Nel mentre che si manipolava l'accordo, non lasciarono i collegati di allestir nuove truppe e far altri preparamenti per continuare, occorrendo, la guerra. Anzi seguirono sul principio di marzo varie ostilità dei Veneziani contro i forti fabbricati oltre il Po dai Papalini; e a Lagoscuro di qua dal fiume occorse una fazion militare, in cui il cavaliere Valletta mise in rotta un corpo di milizie pontifizie colla morte di duemila e colla prigionia di centocinquanta persone. Accorso colà per sostenere i fuggitivi il cardinale Antonio, e caduto in un'imboscata tesagli dal medesimo Valletta, appena potè egli salvarsi colla velocità del cavallo, lasciando ivi prigione il vicelegato di Ferrara Caraffa, Antonio ossia Marco Doria governator di quel forte, ed altri uffiziali. Per tali motivi dunque si affrettarono i ministri del pontefice e i mediatori ad ultimare il trattato di pace. Fu questa sottoscritta in Venezia dal cardinale Giovanni Stefano Donghi plenipotenziario del sommo pontefice, dal cardinale Bichi a nome del re Cristianissimo, da Giovanni Nani per parte della repubblica di Venezia, dal cavalier [1125] Giambatista Gondi pel gran duca di Toscana e dal marchese Ippolito Estense Tassoni pel duca di Modena. Un'altra capitolazione a parte nello stesso giorno nondimeno era stata fatta dai due cardinali plenipotenziarii, riguardante l'accomodamento del duca di Parma con sua Santità. La somma di questo accordo fu, che ognuno disarmerebbe ogni luogo in questa guerra occupato, e che il papa, ad intercessione del re Cristianissimo, assolveva il duca Odoardo, stante una umilissima sua supplica, dalle censure, promettendo restituirgli, dopo sessanta giorni, il ducato di Castro, rimettendo le cose nello stato in cui erano prima della presente guerra, e restando il re Cristianissimo garante delle promesse fatte dai principi contraenti.

E tal fine ebbe la guerra presente, guerra brevemente da me abbozzata, perchè nulla conteneva di grande, nulla di glorioso nei consigli, nella condotta e nelle azioni militari; e pur guerra con tal prolissità e sì minutamente narrata dall'abbate Vittorio Siri, come se si fosse trattato di quella d'Annibale coi Romani, o dell'altra di Cesare con Pompeo. Se non fosse la gente avvezza a mirare come facilmente sotto l'apparente unione di molti nelle leghe si appiatti la vera disunione, per la diversità dei particolari privati interessi e desiderii, non lascerebbe certo di maravigliarsi come nel maneggio di questa guerra si osservasse tanta melensaggine negli uni, che poteano far tanto più, e nol fecero; e l'ardore d'alcuni, ma sì mal secondato da' compagni; conchiudendo gli scrittori, che se i collegati fossero ben camminati d'accordo, ed avessero unite le forze, altra faccia avrebbero preso le cose, e tante spese da lor fatte, e danni da lor patiti, non sarebbero restati senza risarcimento. La verità nondimeno è, che con sì poche prodezze ottennero l'intento loro di mettere in dovere l'orgoglio dei Barberini, e di rimettere il duca di Parma in Castro; benchè tal benefizio col [1126] tempo a lui nulla giovasse. E ciò per colpa sua, perchè principe di poco consiglio, e che si moveva per lo più secondo il solo empito delle sue passioni. Tanto oro ch'egli impiegò in questa guerra, se fosse stato da lui applicato a soddisfare i suoi montisti, avrebbe estinto il monte dei suoi debiti, e risparmiato a sè e agli altri il dispendio della rottura suddetta. Ma egli volle guerra con restar poi brollo in casa propria, e carico, come prima, dei debiti suoi. Una più bella ne aggiunse dipoi. Tanto la repubblica veneta, che il gran duca, e il duca di Modena, quantunque nulla avessero guadagnato in questo sì dispendioso movimento d'armi, pure con lettere piene di riconoscenza ringraziarono il re Cristianissimo e la regina reggente dell'aver procacciata la loro pace. Il duca di Parma, che solo avea raccolto il frutto dell'altrui spese e fatiche, niun ringraziamento inviò alla corte di Francia, e da lì a poco negò il transito d'alcune truppe franzesi per li suoi Stati. Cose tutte che probabilmente non riportarono l'approvazion dei saggi. Quanto a Roma, non si può dire in che discredito restassero i nipoti del papa, e quanta odiosità del pubblico si concitassero contro per questa briga da lor voluta, che costò tanti danni ai sudditi della Chiesa, accrebbe a dismisura i dazi e le gabelle nello Stato ecclesiastico, parte dei quali dura tuttavia, portò delle piaghe alla camera apostolica, che incancherite son poi andate crescendo, e fece consumar tanta copia d'oro, tratta da castello Sant'Angelo, per soddisfare ai capricci di chi si abusava dell'autorità concessagli dal quasi decrepito zio. Ed è costante che il povero papa, giacente in letto, restava in troppe maniere ingannato dai nipoti, e desiderò sempre la pace, richiedendo solamente dal duca Farnese le umiliazioni dovute alla sua sovranità: laddove i nipoti altro non ambivano che guerra, e guastavano tutte le tele ordite per la concordia. Se questo poi possa bastare a giustificar presso Dio un pontefice, il [1127] quale in vece di valersi del consiglio di tanti saggi porporati, dei quali sempre abbonda il sacro collegio, si abbandoni in braccio ai nipoti, gravidi bene spesso di umane passioni, alla tenuità della mia opinione non conviene il deciderlo.

Ma del pontefice Urbano VIII andava sempre più declinando all'occaso la sanità, e poco potè goder egli della contentezza d'aver restituita ai suoi popoli la quiete. Fu scritto da altri che, in vece di allegrezza, egli provò dei fieri tormenti per tanti dispendii della camera apostolica, per tanti gemiti e maledizioni dei popoli, e per l'esito della guerra, in cui restava intaccata non poco la sua riputazione; e che questo crepacuore influisse a rendergli disgustoso il sopravvivere. Comunque sia, nel dì 29 di luglio, dopo ventun anni di pontificato, egli terminò i suoi giorni, restando perenne memoria del suo vivacissimo spirito, del suo amore alla giustizia, della sua letteratura, e dell'averla fatta fiorire in Roma a' suoi tempi, siccome ancora delle tante fabbriche sue per ornamento e per difesa della stessa Roma, e d'altri luoghi dello Stato pontifizio. Ma siccome del troppo lungo suo pontificato era annoiata la gente, e le tante gabelle imposte per la guerra voluta dai suoi nipoti, e il genio baldanzoso ed imperante dei medesimi, congiunto coll'avere adunate tante ricchezze, assorbendo essi tutto senza farne parte agli altri, aveano dato un potente impulso all'invidia e alla malevolenza: così, appena spirato il papa, fioccarono le pasquinate, e vi fu pericolo di sedizione nel popolo, e fuorchè le poche creature dei Barberini, ognuno si facea lecito di declamare contra di loro. Gran premura aveano i due cardinali Barberini Francesco ed Antonio, e grandi maneggi fecero, perchè cadessero le chiavi di San Pietro in persona creatura dello zio e ben affetta alla lor casa. Ma perchè il primo era capo della fazion barberina, e l'altro dei Franzesi, siccome protettor di quella corona, nè pur essi andavano [1128] d'accordo nelle lor pretensioni e mire, e vennero anche un dì alle brusche fra loro. Tanti hanno scritto, e con tanta diversità, anzi contrarietà di questo conclave, che non si sa cosa credere; nè all'assunto mio è permesso d'indagare i cupi nascondigli di quei maneggi, dove non dovrebbe avere, e pure ha tanta mano l'umana politica, la qual nondimeno confusa sì sovente si truova dalla suprema disposizione di Dio in bene della sua Chiesa, riuscendo papa chi non si credea o non si volea.

A me dunque basterà di dire, che finalmente nel dì 15 di settembre (dal Vianoli e dall'Oldoino, non so come, è detto nel dì 14 d'esso mese) cadde l'elezione nella persona del cardinale Giambatista Panfilio Romano, che con infinito applauso dei suoi concittadini assunse il nome d'Innocenzo X. Era di età di settant'anni, uomo dotto in leggi, di aspetto ruvido e brutto, ma maestoso. Mirabil cosa fu, che concorressero in lui i cardinali Barberini, contuttochè il cardinale Antonio per varii precedenti disgusti il credesse nemico, almen poco amorevole di sua casa, e perciò ne avesse procurata dalla corte di Francia l'esclusione. Ma dicono, che, interpostosi il cardinal Teodoli e il marchese suo fratello col signor di Sansciamon ambasciatore di Francia, e adoperato l'ariete d'altre arti, il tirassero in favor del Panfilio, onde per lui poscia si dichiarasse anch'esso cardinale Antonio. Restò intanto fieramente esacerbata la corte del re Cristianissimo per la condotta di esso cardinale e dello stesso ambasciatore, non già, come si volle far credere, che si avesse a male l'elezion del novello pontefice, ma perchè i medesimi avessero prima diffamata la Francia, come contraria e nemica alla di lui esaltazione, e poi l'avessero aiutato a salire sul trono. Gli effetti di questo sdegno poco stettero a scoppiare, essendo venuti ordini da Parigi che si levasse al cardinale Antonio il brevetto della protezion della [1129] Francia, e che l'ambasciatore se ne tornasse immediatamente a Parigi. Così cominciò, ma qui non finì l'umiliazione dei nipoti di papa Urbano VIII, quantunque sui principii del suo governo Innocenzo X si mostrasse (non è ben certo, se con vero o pure con apparente affetto) lor protettore e fautore: così richiedendo la gratitudine verso persone, senza il braccio delle quali non sarebbe egli mai arrivato al trono. Si studiarono anche i Barberini di rientrare in grazia degli Spagnuoli; ma non riuscì loro per l'odio che si erano tirati addosso dei principi d'Italia, e massimamente del gran duca Ferdinando II. Perlocchè spedirono in Francia il cardinale di Valenzè per addurre le lor discolpe, e promettere molte cose in vantaggio del re Cristianissimo per gli affari d'Italia. Andò segretamente questo porporato fino a Parigi, ma, senza volerlo la corte ascoltare, fu obbligato ad uscirne. Tanto poi egli s'industriò, che ottenne d'abboccarsi col cardinal Mazzarino fuor di Parigi, e dopo quello abboccamento se ne tornò tutto contento a Roma nell'anno seguente.

In quest'anno ancora non mancarono novità e disgrazie al Piemonte e allo stato di Milano, paesi lacerati non meno dai nemici che dagli amici. Perchè incresceva al cardinal Mazzarino di tener tanti luoghi presidiati in Piemonte, furono fatti negoziati da madama Reale Cristina per ottenere il rilascio in sua mano di Carmagnola, Asti, Demonte e Lauset, ed anche della città di Torino, a riserva della cittadella, dove (siccome ancora in Verrua, Santià e Cavours) dovea restar guarnigione franzese. Fu conchiuso questo lungo trattato solamente nel dì 3 d'aprile dell'anno seguente. Uscito in campagna nel mese di giugno il principe Tommaso colle milizie del re Cristianissimo e piemontesi, andò a cercar la buona ventura. Si staccò da lui in questi tempi il valoroso generale marchese Guido Villa, disgustato da' Franzesi, e passò al servigio del papa, ma con ritornar [1130] da lì a non molto al servigio di madama Reale. Dopo avere esso principe Tommaso, colla spedizione di don Maurizio di Savoia acquistato il castello di Ponzone, si portò sotto Arona sul Lago Maggiore; ma, scoperta l'intelligenza che egli aveva in quel luogo, e trovata poco prima ben provveduta d'armi quella terra e rocca, andò a mettere il campo alla terra o sia città di Santià. In questo mentre il marchese di Vellada governator di Milano, che aveva atteso a rinforzarsi di gente con raccogliere la licenziata dal papa e dalla lega, ebbe maniera di sorprendere la cittadella d'Asti; ma non potè aver la città, sostenuta dal coraggio degli abitanti, ed appresso rinforzata con buone truppe dal principe Tommaso. Continuato poi l'assedio di Santià, furono forzati i difensori Spagnuoli a capitolarne la resa nel dì 6 di settembre. Ciò fatto, il principe condusse l'armata all'assedio della suddetta cittadella d'Asti, che si tenne forte fino all'ultimo del mese suddetto. Quindi con disegno d'impadronirsi del Finale di Spagna, sprovveduto allora di gente, valicò l'Apennino; ma avendo il Vellada senza ritardo spediti colà mille e quattrocento fanti, nè comparendo, secondo il concerto, alquanti legni franzesi, che doveano fiancheggiar l'impresa per mare, gli convenne tornarsene in Piemonte colla testa bassa.

Cosa avvenne in quest'anno che fu la sorgente d'infiniti guai alla repubblica di Venezia. Veleggiava pel mare Carpazio la squadra delle galee dei cavalieri di Malta, che per l'impiego loro di tener netto, per quanto possono, dai corsari infedeli il Mediterraneo, presso i Turchi e Mori son chiamati i corsari cristiani. Vogliosi anch'essi di qualche preda, si avvennero alle crociere, settanta miglia lungi da Rodi, in un grosso galeone, ossia vascello turchesco, accompagnato da due altri minori e da sette saiche. Poco vi volle ad accorgersi, che quel gran legno conteneva nel suo seno di molte [1131] ricchezze; però al valore ed ardire ordinario de' Maltesi si aggiunse la speranza di un ingordo bottino, per cui sprezzando ferite e morti fecero un incredibile sforzo per aggrapparsi sopra il galeone e ridurlo in loro potere. Inferiore non fu la bravura e l'ostinazion dei Musulmani nella difesa, e durò più assalti e più ore il sanguinoso combattimento; ma finalmente restarono vincitori i cristiani. Era il galeone della Sultana ricco di molto oro e gemme, di merci e di arredi preziosi, e conduceva in Egitto Tembis Agà, già favorito di tre gran signori, e governator del serraglio, andante alla Mecca, per poi riposare il resto di sua vita nel Cairo. Nove cavalieri, cento e sedici soldati morti, e intorno a ducente sessanta feriti si contarono dalla parte de' cristiani: da quella de' Turchi perirono circa seicento persone, e ne rimasero schiave trecento ottanta. Fu creduto che il valsente di quel galeone ascendesse a più di tre milioni d'oro. Non vi fu soldato o marinaro che non ne arricchisse. Sì mal concio restò quel legno dalle cannonate, che non si potè lungamente rimurchiare, e però calò a fondo nel mare. Le galee maltesi maltrattate anch'esse da' nemici e da una tempesta, si ridussero a' dì 3 di novembre nel porto di Malta. Sciolse ognuno le voci in acclamazioni al valor dei Maltesi per questa vittoria; ma si mutò presto linguaggio, e le allegrezze si convertirono in pianto, perchè oltre modo sdegnato ed irritato anche dalla Sultana, il gran signore Ibraim contro i Maltesi, anzi contro il cristianesimo, oppur mosso da altri impulsi di ambizione, e dal vedere in guerra fra loro i potentati di Europa, determinò, dopo tanti anni di pace, di muovere guerra a' cristiani, come pur troppo avremo a parlarne all'anno seguente.

[1132]


   
Anno di Cristo MDCXLV. Indizione XIII.
Innocenzo X papa 2.
Ferdinando III imperadore 8.

Giacchè riuscì alla reggente duchessa di Savoia liberar la città (ma non già la cittadella) di Torino dalla guarnigion franzese, nel dì 11 d'aprile con gran solennità e giubilo di quel popolo v'introdusse il picciolo duca Carlo Emmanuele. Un lungo quartiere di verno aveano goduto in quelle parti i Franzesi, quando per essere finalmente giunto di Francia un buon rinforzo di soldatesche e di danaro, il principe Tommaso lor generale nel dì 21 di agosto, valicata la Sesia senza trovarvi opposizione alcuna, si spinse contra di Vigevano. Non tardò molto a capitolare la città, ed, essendosi ritirato il lieve presidio di Spagnuoli e Napoletani nel castello, il principe cominciò tosto gli approcci e le batterie per superarlo; e, quantunque trovasse gagliarda resistenza nei difensori, pure nel dì 13 ovvero 15 di settembre, ebbe il contento di ridurlo a' suoi voleri. Si amaramente fu sentita dal presidente Bartolommeo Arese, capo del senato di Milano, e dagli altri ministri di quel governo la perdita di Vigevano, che, formato un segreto processo di tutti gli errori commessi dal marchese di Vellada governatore, lo mandarono in Ispagna, affinchè un reggente sì fatto, pieno solamente di millanterie, fosse rimosso. Ma il marchese, che non s'era attentato di portar soccorso a Vigevano, assai informato che quella città e rocca scarseggiavano forte di viveri, e massime di munizioni da guerra, giudicò di potersi rifare, con porsi ad angustiare il campo franzese, e a difficultargli le provvisioni. Passò dunque con tutte le sue forze, e andò a postarsi a Mortara, a Novara, e, a' passi della Sesia. Il principe Tommaso trovandosi ristretto, e crescendo gl'incomodi della stagione, senza che mai comparisse il convoglio promesso dal conte di Plessis, dopo aver [1133] ben munito e presidiato Vigevano, sul fine d'ottobre si mosse per ritornare in Piemonte. Sui passi della Gogna trovò gli Spagnuoli preparati per contrastargli la ritirata. Si venne perciò alle mani, e si combattè per più ore. Tale nondimeno fu la bravura e condotta del principe, che sempre combattendo e sempre ritirandosi, condusse finalmente in salvo le genti sue con suo grande onore. Perirono in quell'azione circa mille Franzesi (altri scrivono molto meno) e fra gli altri ufiziali vi lasciò la vita don Maurizio di Savoia fratello bastardo del principe Tommaso. Degli Spagnuoli fra morti e feriti si contarono circa trecento persone. Ora perchè premeva forte al Vellada la ricuperazion di Vigevano, siccome città posta nel cuore dello Stato di Milano, da che ebbe fatti i necessarii preparamenti, nel dì 17 di dicembre, al dispetto del verno andò ad accamparsi colà, e formò intorno ad essa città una ben intesa circonvallazione. Con tali imprese ebbero fine in quelle parti le operazioni della guerra. Seguirono in questi tempi gli sponsali fra l'Arciduca Carlo d'Innspruch, e la principessa Anna de Medici sorella di Ferdinando II gran duca di Toscana. Parimente nel dì 25 di settembre in Fontanablò Maria Gonzaga, figlia del fu Carlo I duca di Mantova e Nevers, fu sposata a nome di Uladislao re di Polonia, colla dote di settecento mila scudi d'oro, cioè con un altro gran salasso alla casa Gonzaga. Con tal pompa venne colà l'ambasciator Polacco, tante feste poi si fecero in Polonia, che ognuno ne stupì.

Fin qui aveano goduto una competente bonaccia in Roma i Barberini, quantunque il cardinale Antonio si trovasse spogliato della protezion della Francia, e a don Taddeo suo fratello tolta la dignità di general della Chiesa, e disputata quella di prefetto di Roma. Mutarono faccia in quest'anno i loro altari, sia perchè papa Innocenzo X non avesse portato un buon cuore verso di loro al [1134] pontificato, ossia perchè nascessero tali emergenti, che gli facessero cambiar massime ed effetti. Fu detto che si alterasse il papa per non poter cavar di mano del cardinale Antonio certi biglietti, scritti dal marchese Teodoli all'ambasciator di Francia, per tirarlo a favorir l'elezione del cardinal Panfilio, de' quali tenea gran conto esso cardinale Antonio, siccome cose che poteano servir di discolpa al suo operato nel conclave. Tuttavia anche senza di questo potè papa Innocenzo giungere a prendere altre risoluzioni: tanti erano i ricorsi fatti contra dei Barberini dalla folla de' lor nemici, non solamente dal popolo, ma anche da molti della corte stessa, e massimamente dagli Spagnuoli, dichiarati troppo mal soddisfatti di loro. Imperciocchè da gran tempo non si era veduto nepotismo che tanto odio ed invidia avesse eccitato come questo, sì per la detestata precedente guerra, e sì ancora per le tante ricchezze da loro accumulate, essendovi chi fa ascendere (credo io con esagerazione) sino a quattrocento mila scudi romani di rendita annua i lor beni tanto di chiesa che laicali, consistenti in uffizii pubblici, luoghi di monti, città, castella, ville, commende ed altri benefizii, essendo colati in loro tutti i più pingui dell'Italia. Sopra tutto gravi erano i risentimenti della camera apostolica rimasta indebitata di otto milioni d'oro, calcolandosi che circa quaranta milioni fossero passati per le mani barbarine, durante il loro governo; per lo che veniva il papa istigato a dimandarne conto. Non potea di meno il buon pontefice di mirar con isdegno caricati per capricciose occasioni sotto il precedente governo i suoi popoli di tante gabelle, che poi si erano, secondo il solito, alienate con fondar varii monti venduti a' particolari, di modo che di due milioni d'oro di rendita annua degli Stati della Chiesa, un milione e trecento mila scudi annualmente andavano a pagare i frutti, e i settecento mila restanti appena bastavano alle spese necessarie: giacchè altre rendite [1135] della dateria e vendite di uffizii soleano colare nella borsa propria de' papi. Commiserava perciò Innocenzo tante piaghe della camera apostolica, il commoveano tanti lamenti delle aggravate comunità, e bramava di rimediarvi. La disgrazia volle che in soli desiderii andò poi a finire la sua buona volontà.

Ora fra tante doglianze e grida contro di essi Barberini non mancavano certamente delle calunnie e delle accuse vane ordite dalla sola malignità e dall'odio quasi universale. Contuttociò il cardinale Antonio, contro il qual solo era il tuono, e non già contro il cardinal Francesco, porporato incorrotto e di vita esemplare, da che vide crescere ogni di più il nuvolo nero contra di lui, per essere egli camerlengo della Chiesa romana, e venir chiesto lo scarico dell'amministrazione dei beni camerali, e nel veder già carcerati il Braccese e il Possenti due suoi servitori: prese la risoluzione di rifugiarsi in Francia, giacchè il cardinale di Valenzè avea rimesso lui coi fratelli in grazia di quella corte. E ciò per fini politici ed anche privati del cardinal Mazzarino, già divenuto l'arbitro della Francia nella reggenza di una donna, e nella minorità di un picciolo re. Era egli con tutta la sua porpora indosso disgustato della sacra corte, e fors'anche contro il medesimo papa Innocenzo X per cagione del padre Michele Mazzarino suo fratello dell'ordine dei predicatori, non peranche creato cardinale, e perchè il cardinale Gian-Giacomo Panciroli, che non godea di sua grazia, era stato dal pontefice eletto segretario di Stato. Oltre di che pareva al Mazzarino non lieve guadagno per la Francia il tirare nel suo partito i Barberini, gente sì ricca e potente, con cui andava concorde la fazione di tante creature di papa Urbano VIII. Adunque nel dì 27 di settembre alla sordina si levò di Roma esso cardinale Antonio, e, ito ad imbarcarsi a Genova, volò a Parigi. Per questa fuga restò sommamente turbato il papa, ed accesero maggiore il fuoco gli Spagnuoli: [1136] laonde passò la Santità sua a sequestrar tutte l'entrate godute da quel porporato nello Stato ecclesiastico, distribuì a varii cardinali le di lui cariche, e spezialmente la camerlengheria al cardinale Sforza; deputò a rivedere i conti della di lui amministrazione un fiscale di vaglia, e giunse con pubblico editto, se non compariva il Barberino nello spazio di sei mesi, a minacciargli la perdita di tutto, e fin del cappello. Dal canto suo anche il Mazzarino mosse altre armi in difesa del cardinale Antonio, cioè il parlamento di Parigi contro quell'editto, e la regina a scrivere lettera risentita al papa pel poco rispetto che si mostrava alla Francia, aggiugnendo rispettose minacce, quando non si mutasse registro. Se il buon pontefice prorompesse in escandescenze contra questi due porporati, l'uno protetto, e l'altro protettore, sarà ad ognun facile l'immaginarlo.

Avea il Sultano de' Turchi Ibraim in questi tempi allestita una potente armata navale, che, venuta a Navarino e rinforzata dai corsari barbareschi, si trovò composta di ottanta galee, due maone, o sieno galeazze, un galeone, ossia vascello grosso della Sultana, ventidue navi armate e trecento saiche. Per quanto dicono, vi s'imbarcarono quattordici mila spai, sette mila giannizzeri, ed altri quaranta mila fanti: con facoltà, per non dire obbligo, ad ognuno di credere che fossero molto meno. Vi erano molti ingegneri fiamminghi e francesi ed altri rinegati, che in ogni tempo hanno cresciuta la baldanza a quegl'infedeli. A udire i Turchi, la volevano contro Malta, per punire quei cavalieri del brutto tiro fatto nell'anno precedente al ricco galeone della Sultana. Penava a crederlo chi sa qual rocca inespugnabile sia la città di Malta; ma, ciò non ostante il gran mastro avea chiamati colà tutti i cavalieri, ed ammanito tutto l'occorrente per precauzione e per ben riceverli. Al bailo veneto ingannevolmente si faceano carezze in Costantinopoli, quando all'improvviso si trovò egli [1137] prigione, e nel dì 25 di giugno si vide approdar l'armata ottomana all'isola di Candia, regno antico della repubblica di Venezia; e, dopo aver preso il forte ossia lo scoglio di san Todero, passare all'assedio della città della Canea. Per non mostrar sè stessi protettori dei Maltesi, non aveano i Veneziani fatto quel gagliardo armamento, che in altri simili casi usa di fare la lor saviezza. Contuttociò misero tosto in punto nove galee e vascelli, e li spedirono in Levante; e, udita appresso la dolorosa nuova dello sbarco dei Turchi in Candia, e dell'assedio della Canea, si diedero senza sgomentarsi a far gente, ad accrescere le lor forze marittime, e ad implorare il soccorso dei principi cristiani che, secondo il solito, per la maggior parte attendendo a scannarsi fra loro, mostrarono commiserazione ai Veneti, e tutta la liberalità andò a finire in parole. Papa Innocenzo X non si fece punto pregare, ed allestite le proprie galee, procurò anche che Napoli, il gran duca e Malta vi unissero le loro, giacchè i Genovesi non vi vollero concorrere, anzi proibirono ai loro sudditi l'investir danaro fuori della lor città. Si compose con ciò uno stuolo di ventitrè galee, e il pontefice, per levar le contese, ne dichiarò generale il principe Ludovisio con cui dianzi avea maritata donna Costanza sua nipote. Ma questa flotta fece vela troppo tardi, e quella dei Veneziani, per liti insorte fra il generale Cornaro e Marino Cappello, mai non arrivò a tentar la sua fortuna con quella dei Turchi. Mirabile senza fallo fu la difesa della Canea, in cui fin le donne accorsero a sostener gli assalti, e a dar la vita per la patria. Ciò non ostante, perchè lievi furono i soccorsi in essa città introdotti, le convenne soccombere nel dì 18 di agosto alla forza dei Musulmani. E questo infausto principio ebbe la guerra di Candia: guerra la più lunga e la più dispendiosa, che si abbia mai avuta la repubblica veneta contro la Porta ottomana, e, guerra memorabile per la varietà delle azioni, delle battaglie e degli assedii, [1138] e quantunque infelice nell'esito, pure sempre gloriosa al nome veneto. Fu essa descritta dal conte Gualdo Priorato, dal senatore Andrea Veliero, da Girolamo Brusoni, da Vittorio Siri, da Alessandro Maria Vianoli, e da altri in lingua volgare, ed ultimamente anche in testo latino dalla felice penna del signor Giovanni Graziani pubblico lettore nell'università di Padova.


   
Anno di Cristo MDCXLVI. Indiz. XIV.
Innocenzo X papa 3.
Ferdinando III imperadore 9.

Avea, siccome dicemmo, il marchese di Vellada sul fine dell'anno precedente messo l'assedio a Vigevano, risoluto di ricuperarlo dalle mani dei Franzesi. La città si arrendè tosto, e però tutti gli sforzi si rivolsero contro la rocca, dove s'era ritirato tutto il presidio. La stagione cattiva e le strade fangose non permisero al principe Tommaso di recarle soccorso; laonde nel dì 16 gennaio dell'anno presente i difensori con patti onorevoli ne accordarono la resa. Ne fu ben lieta la città di Milano. Essendo poi stato richiamato in Ispagna esso Vellada, a lui succedette nel governo dello Stato di Milano il contestabile di Castiglia, il quale, trovandosi scarso di forze, nulla di rilevante potè operare in quest'anno, se non che sul principio d'agosto fece una irruzione verso la città d'Acqui, e con poche cannonate se ne impadronì. Passato di là sotto il castello di Ponzone, colle artiglierie e colle mine nel dì 17 d'esso mese lo costrinse alla resa. Niuna altra bravura di lui si conta sotto il presente anno. Quello che più diede da discorrere in questi tempi all'Italia, fu un insolito preparamento di un'armata fatta dai Franzesi in Tolone. Consisteva in trentasei vascelli da guerra, venti galee, diciotto barche incendiarie, più di cento tartane, ed altri legni da carico. Circa sei mila fanti da sbarco vi erano sopra, e per terra doveano essere secondate [1139] le navi d'altri aiuti. Erasi invogliato il cardinal Mazzarino di far meglio conoscere agl'Italiani la potenza della Francia, con isperanza di far conquiste nelle maremme di Siena, dove gli Spagnuoli possedevano alcune fortezze. Più in là ancora tendevano le ben alte mire sue, cioè nel regno di Napoli, dove il principe Tommaso di Savoia nudriva delle intelligenze. Il cardinale l'avea già fatto re di Napoli; la possanza spagnuola in Italia passava oramai in sua mente per interamente abbattuta. Imbarcossi in quella flotta esso principe, come generalissimo dell'armi franzesi, e sotto di lui l'ammiraglio duca di Brezè giovane di gran valore, e di non minor perizia, con assai altri riguardevoli uffiziali. Nel dì 20 di maggio pervenuta questa flotta a Monte Argentaro, poco ebbe da faticare per impadronirsi del forte delle Saline, di Talamone, e di Santo Stefano. Dopo di che andò ad accamparsi intorno ad Orbitello, vigorosa piazza sì per la sua situazione, che per le fortificazioni. Il duca di Arcos, in questi tempi vicerè di Napoli, avea per precauzione spedito prima colà con della gente don Carlo della Gatta capitano, che gran nome avea conseguito nelle guerre passate. Cominciò questi di buona ora a far intendere ai Franzesi, esservi nella piazza gente pronta a sacrificar le vite, e che sapea far sortite e guastare i lavori nemici.

Ora il vicerè suddetto rivenuto dal sospetto e timore che le forze franzesi a dirittura piombassero sul regno di Napoli, attese da lì innanzi al soccorso dell'assediato Orbitello. Felicemente per mare inviò a Porto Ercole un rinforzo di settecento fanti. Indi unite le galee di Napoli e di Sicilia alla flotta spagnuola, ordinò che essa dalla Sardegna venisse a chiedere conto ai Franzesi del loro ardire. Era composta di venticinque vascelli d'alto bordo, di trentuna galee, e dieci barche incendiarie sotto il comando di don Antonio, ossia Francesco Pimiento. Allorchè giunse tal nuova al duca di [1140] Brezè, tutto allegro mosse anch'egli la maggior parte della sua flotta, e benchè alquanto inferiore nel numero dei legni, si preparò alla battaglia. Nel dì 14 di giugno verso le coste di Talamone furono a vista le nemiche armate, e cominciarono a salutarsi con una tempesta di cannonate. Crebbe l'ardore del conflitto, ma sempre con riguardo di non affratellarsi troppo, come in tante altre simili battaglie di mare succede, cioè unicamente combattendo da lungi colle artiglierie. Seguitò questa terribil danza, finchè sorse un fierissimo vento, che obbligò cadauna parte a cercare ricovero nei porti, andandosene tutte quelle navi maltrattate, e cantando non meno i Franzesi che gli Spagnuoli, e molto più i loro oziosi parziali, la vittoria. In tali incertezze solamente certo è che, colpito da una palla d'artiglieria, perì l'ammiraglio franzese duca di Brezè, compianto da ognuno; un vascello franzese andò per accidente in aria; e nel dì seguente fu presa una galea parimente franzese dagli Spagnuoli, che abbruciarono ancora da ottanta tartane franzesi. Molte altre fazioni militari accaddero sotto Orbitello, quando si udì che marciavano per terra, e si avvicinava un corpo di cavalleria napoletana; e per mare alcune migliaia di fanti, per soccorrere quella terra, e per inquietare gli assedianti; i quali per le malattie e diserzioni s'erano molto indeboliti. Cominciò per questo a consultarsi nel campo franzese, se meglio fosse il battere la ritirata. A far prendere tal risoluzione sommamente contribuì una furiosa sortita fatta nel dì 18 di luglio da don Carlo della Gatta, a cui riuscì d'inchiodar molti cannoni, e di spianare un trincieramento dei nemici. Levarono dunque il campo i Franzesi, e si ritirarono, pizzicati alla coda dagli Spagnuoli, in mano dei quali restò ancora qualche pezzo di artiglieria. Abbandonarono inoltre essi Franzesi Talamone.

L'esito infelice di questa impresa non si può dire a quanti schiamazzi desse [1141] occasione in Francia contra del principe Tommaso, e incomparabilmente più contra del cardinale Mazzarino, imputando ai lor capricci la perdita della riputazion della Francia in Italia. Ma il cardinale, benchè si mordesse le labbra, pure, nulla curando l'abbaiar della gente, nè sgomentato dai soffii della fortuna contraria, pensò tosto a riparar l'onore del regno con altra spedizione, che niuno mai si sarebbe aspettato. Ordinò dunque che dalla Provenza s'inviasse verso Levante una poderosa flotta di navi con molte truppe, sotto il comando del maresciallo della Migliarè, sulla quale ad Oneglia andò ad imbarcarsi anche il maresciallo di Plessis Pralin con cinque mila persone. Passò quest'armata a dirittura all'isola dell'Elba, dove all'improvviso sul principio d'ottobre sbarcò due mila soldati, indi si avviò in terra ferma a cignere d'assedio Piombino. Pochi dì impiegò in approcci e mine, perchè quel governatore Francesco Bezza, più allettato dalle lusinghe ed esibizioni del Migliarè, che spaventato dalle minaccie, rendè non solamente la città, ma anche la cittadella, passando poi al servigio della Francia con grave suo disonore. Rivolsero poscia i due marescialli tutti i loro sforzi all'isola dell'Elba, dove, dopo aver occupato le torri del porto di Portolongone, impresero l'assedio della medesima terra. Fece quanta mai si può ostinata difesa quel presidio spagnuolo e napoletano; ma in fine alloggiatisi sulla breccia i non men coraggiosi Franzesi, sull'ultimo giorno d'ottobre si vide forzato ad esporre bandiera bianca, con ottener buoni patti dai vincitori. Per tali successi in Parigi chiunque dianzi si scatenava contra del cardinal Mazzarino, imparò a tessergli degli elogii, e gran feste ne furono ivi fatte.

Ancorchè Francesco I duca di Modena avesse nelle passate guerre dati più attestati dell'attaccamento suo alla corona di Spagna, spezialmente col somministrar soccorsi allo Stato di Milano, pure [1142] cominciò ad osservar molto freddo in quella corte verso la sua casa; e maggiormente se ne accertò, perchè concorrendo il cardinale Rinaldo d'Este suo fratello alla protezion dell'imperio, gli Spagnuoli tanto attraversarono i suoi negoziati, che ne restò privo. Ma servì questa ripulsa per fargli ottenere la protezion della Francia, godendo quella corte di tirar nel suo partito un porporato tale, che in elevatezza di mente non si lasciava torre la mano da alcuno. Appena fu egli in possesso di tal carica, che giunse a Roma l'almirante di Castiglia, ambasciatore del re Cattolico, il quale dichiarò di non voler invitare il cardinal d'Este alla sua cavalcata. Poco questo importava al cardinale, ma veggendo farsi dallo Spagnuolo massa d'armati al suo palazzo, anch'egli per non rimanere esposto alle superchierie, si armò. Gli venne da Modena gran copia di bravi e di nobili, con armi ancora per quattrocento persone. Non si aspettavano i Romani, se non qualche sconcerto fra le due fazioni; però il papa, e varii porporati e principi si interposero per l'accomodamento. Perchè saldo stava l'Estense nelle sue convenienze e sicurezze, continuò l'imbroglio, finchè, incontratesi nel fin d'aprile le carrozze del cardinale e dell'almirante, non so come, presso la piazza del Gesù, si udì uno sparo di pistola. Dal numeroso popolo colà concorso fu preso questo per un segnale della zuffa, e tutti si diedero ad una precipitosa fuga, massimamente perchè le genti dell'almirante scaricarono le lor armi ed uccisero e ferirono alcuni di quegl'innocenti. Poscia, credendo anch'esse che le squadre dell'Estense volessero venire all'assalto, si abbandonarono ud una vergognosa fuga, lasciando nelle peste il padrone, che se ne tornò a casa, senza che gli armati del cardinale Rinaldo facessero nè a lui nè ai suoi insulto alcuno. Inviperito l'almirante per tale avvenimento spedì al vicerè di Napoli, chiedendo soccorso di gente e di danaro; ma disapprovato da esso vicerè [1143] il di lui irregolare impegno, ciò diede campo al papa di troncar questo incamminamento a maggiori disordini; e però alla presenza della Santità sua nel dì 3 di maggio si riconciliarono i due contendenti, con ricevere dipoi l'Estense delle grandi acclamazioni dai Romani, per aver con tanto decoro sostenuta la riputazion della Francia, e mortificata l'imperiosa nazione spagnuola. Dacchè il pontefice si mostrava cotanto alterato contra dei Barberini, il cardinal Francesco e don Taddeo giudicarono anch'essi meglio di sottrarsi ai minacciati rigori. Fatte pertanto a poco a poco imbarcare in varii legni le preziose lor suppellettili, menando seco esso Taddeo anche i figli, segretamente nel gennaio di quest'anno passarono in Francia a trovare il cardinale Antonio lor fratello. Per tempesta insorta in quella stagion poco propria alla navigazione, ebbero fatica a ridursi colà in salvo. A me ha asserito persona degna di fede di aver più volte inteso dal cardinal Carlo Barberino, che in questo passaggio un di quei legni restò preda dell'onde, con perire uno inestimabil valsente di argenterie, gioie, pitture ed altri ricchissimi mobili. Maggiormente si esacerbò per tal fuga papa Innocenzo X, nè vi era chi non predicesse la rovina di quella casa. Ma il saggio pontefice, allorchè sempre più venne scorgendo con che calore avesse la corte di Francia preso il patrocinio dei Barberini, cominciò a prestar l'orecchio a chi gli parlava di rimetterli in sua grazia, e maggiormente raddolcito si mostrò dappoichè le armi francesi orgogliose comparvero sotto Orbitello, e molto più dacchè misero il piede in Piombino e Portolongone. Era Piombino del principe Lodovisio suo nipote, e per desiderio di riaverlo, disarmò l'ira contra di essi Barberini. Non ottennero già eglino grazia, ma cessarono i processi, e per soddisfazione della Santità sua passarono per qualche tempo ad Avignone.

Accudirono con tutto vigore nel verno dell'anno presente i Veneziani alla [1144] guerra di Candia, e dovendosi eleggere un capitan generale delle forze di mare, nel gran consiglio aveano universalmente acclamato per questa carica lo stesso Francesco Erizzo doge di quella repubblica: cosa insolita, ed illustre attestato del di lui merito. Benchè settuagenario, pien di spiriti generosi pel pubblico bene, accettò egli questo peso. Ma quella che sì sovente sconvolge i disegni dei mortali, il tolse dal mondo nel dì tre di gennaio di quest'anno. A lui succedette nel ducato il procurator Francesco Molino, e capitan generale fu eletto Giovanni Cappello, che poscia mal corrispose all'aspettazione che si aveva di lui. Tuttochè ascendesse l'armata veneta a sessantasei galee, sei galeazze e quaranta grosse navi, oltre a molti altri legni minori, e si potesse impedire ai Turchi l'uscita dai Dardanelli, anzi battere la loro armata, pure nulla di bene si eseguì. All'incontro i Turchi iti all'assedio della città di Retimo, se ne impadronirono, e in Dalmazia, dove pur si guerreggiava, tolsero Novigrado ai Veneziani. Intanto non men per la guerra, che per la peste, si aumentava la desolazione dell'isola di Candia, e a questi flagelli soccombevano tanto i cristiani che i Turchi. Diede fine al suo vivere in età di quarant'anni nel dì 12 di settembre dell'anno presente Odoardo Farnese duca di Parma. Fu in concetto di uno degli spiritosi ingegni del suo tempo; incantava la gente col suo bel parlare, ma inclinando non poco alla satira; il che nei privati è pericoloso e molto men conviene a principi e gran signori. La splendidezza, la generosità e la liberalità si contarono fra i suoi pregi. Teneva ministri, non per udire i lor consigli, ma solamente per esecutori della sua volontà, credendo capace la testa sua di tutto. E siccome egli era un cervello caldo, risentito al maggior segno, e portato a cose grandi, così era facile a prendere risse e risoluzioni superiori alle forze sue. Di Margherita de Medici sorella del gran duca Ferdinando II lasciò quattro maschi, [1145] cioè Ranuccio II, che fu suo successor nel ducato, Alessandro, Orazio e Pietro, oltre a due principesse. Fu corpulento e grasso, e questa sua non desiderabile costituzione di corpo passò in eredità anche ai suoi figli e nipoti. Sorella di esso duca Odoardo fu Maria Farnese, duchessa di Modena. Era essa mancata di vita nel dì 25 di giugno dell'anno presente nel parto di un principino, che poco sopravvisse alla madre. Questa principessa si portò dietro il cuore d'ognuno; tanto era amata e degna veramente dell'amore di tutti.


   
Anno di Cristo MDCXLVII. Indizione XV.
Innocenzo X papa 4.
Ferdinando III imperadore 10.

Tali e tanti furono in quest'anno i funesti avvenimenti e sconvolgimenti d'Italia, spezialmente per le sollevazioni di Napoli e Palermo, che han servito di largo campo ad alcuni scrittori per tesserne particolari istorie, e mettere in mostra le verità di tutti quegli accidenti e delle lor circostanze. Non uscirò io dei miei confini, e basterammi d'accennare il massiccio delle avventure, potendo, chi più ne desidera, ricorrere a chi con libri ex professo lasciarono descritte le rivoluzioni dell'anno presente. Da molto tempo era sossopra l'Europa tutta, durante le guerre delle provincie della Germania, de' Paesi Bassi, dell'Inghilterra, Francia e Spagna, maneggiandosi, siccome abbiam veduto, le armi anche in Italia, con essersi ultimamente aggiunta alle altre sciagure la guerra del Turco coi Veneziani. Le sollevazioni occorse in questi ultimi anni del Portogallo e della Catalogna contro la monarchia di Spagna, non è improbabile che influissero coll'esempio ad animar altri popoli malcontenti alla ribellione se pure unicamente non s'ebbero a rifondere i lor movimenti sull'insofferenza degli aggravii pubblici troppo cresciuti, e sul poco saggio governo dei pubblici ministri. Nella Sicilia, [1146] che pur vien riguardata come un granaio d'Italia, si provava in questi tempi la carestia, flagello ordinariamente dei soli poveri. Fece don Pietro Faiardo marchese de los Velez, e onoratissimo vicerè di quel regno, quanto potè per aiutare il numeroso popolo di Palermo. Ma il volgo, che non pesa le cose, nè intende ragione, il pagava con sole maledizioni, per non aver quanto voleva. Però nel dì 20 di maggio attruppatisi circa ducento della feccia d'esso popolo, andarono alla casa del pretore caricandolo a gran voci d'ingiurie. Essendo sconsigliatamente uscita la famiglia, ed avendo cominciato a percuotere quella disarmata canaglia, trasse a quelle grida gran gente, e bastoni e coltelli fecero ritirar quei del pretore. Furono accumulate legna e fascine alla porta di quel palazzo, locchè fece risolvere il pretore e alcuni senatori a fuggirsene per la porta di dietro. Affin di quetare la matta furia di costoro saltarono fuori i padri Teatini, con promettere a tutti che si farebbe il pane più grosso. Ma non prestando loro fede, volarono al palazzo del vicerè, chiedendo sollievo. Dalla finestra esso marchese de los Velez, e molti nobili usciti fuori assicurarono i tumultuanti, che s'era dato l'ordine per dar loro soddisfazione, ed arrivata la notte, parve dileguato quel nuvolo. Ma sulle tre ore della notte, a cagion di molti che nulla aveano da perdere e molto speravano di guadagnare nella rivolta, maggiormente s'aumentò il tumulto: furono rotte le carceri e data la libertà a circa settecento facinorosi; e dipoi s'inviò l'infuriata plebe alla casa del duca della Montagna, maestro razionale del patrimonio reale, per bruciarla. Colà bensì accorsero i padri Gesuiti, portando processionalmente il Santissimo Sacramento; ma non conoscendo allora il popolo imbestialito nè moderazion nè religione, si vide perduto il rispetto ad essi religiosi (alcuni de' quali rimasero anche feriti) e al Sacramento stesso, convenendo loro di ritirarsi in fretta. Iti alla [1147] doganella e ai luoghi dove si riscotevano i dazii e le gabelle ne stracciarono tutti i libri e registri.

Fatto giorno, si portò il sedizioso popolo al palazzo del vicerè, gridando: Fuora gabelle; ma ritrovatolo ben custodito dalle guardie, non osarono di tentarne l'assalto. Intanto non pochi della nobiltà, la qual tutta stette sempre fedele al re, usciti a cavallo si studiarono di calmare il fuoco, e indussero il vicerè a pubblicar un editto, per cui si levavano le gabelle sopra la farina, carne, olio, vino e formaggio, come le più gravose al popolo. E nè pur questo bastò, temendo i sollevati di essere sotto quell'apparenza ingannati; e però avvenutisi in don Francesco Ventimiglia marchese di Gierace, personaggio amato da ognuno, il proclamarono per lor signore e capo. A questo inaspettato e non voluto onore inorridì il cavaliere, e consigliato il popolo a gridare viva il re di Spagna, si applicò poi da saggio a trattar di concordia fra essi e il governo, ottenendo lor molte grazie e privilegii: locchè servì a quetare e rallegrare i sediziosi. Ma perciocchè dai bottegai e dai rivenderuoli non si volle stare al fissato calmiere dei commestibili, tornò più pazzamente di prima ad infuriar la plebe, e andò per insignorirsi della casa dove si conserva il tesoro del re; ma vi trovò un corpo di cavalleria che mandò a monte i loro disegni. Fu consigliato il vicerè di mettere in armi gli artisti, e così fatto. La nobiltà stessa e fin gli ecclesiastici presero dipoi l'armi contra la plebe: nel qual tempo colti alcuni capi degli ammutinati, a terrore degli altri furono impiccati. Ma non andò molto, che anche gli artisti si unirono col popolaccio; e perciocchè chiamati a palazzo due consoli dell'arti per trattare d'accordo, tardarono a tornare indietro, sparsasi voce che fossero stati strangolati (locchè era falso), vieppiù allora divampò la furia della gente; e benchè comparissero liberi i consoli, non rallentò punto l'ardore dei sediziosi. [1148] Con sì strepitose scene, che durarono per più settimane, s'era giunto al dì 15 d'agosto, quando Giuseppe da Lesi, tiradore d'oro, fattosi capo-popolo, e gridando: Muoia il mal governo, condusse tutti i suoi seguaci all'armeria regale, dove ciascun si provvide d'armi, di polve da fuoco, e di ogni munizione da guerra; ed avendo anche tratto da un baluardo un cannone e un sagro, condusse la truppa al palazzo e sparò quell'artiglieria verso la porta. Allora il vicerè prese il partito d'uscire segretamente, e di salvarsi nelle galee, e la viceregina si ritirò anch'ella a Castellamare. Allora spezialmente fu, che s'unirono molti nobili per opporsi ai ribelli, i quali perchè s'insospettirono del loro capo, cioè di Giuseppe da Lesi, per aver egli messe guardie acciocchè non fosse dato il sacco al palazzo, si rivoltarono contro di lui. Usciti i nobili a cavallo cominciarono a dar la caccia ai plebei. Fu ucciso il suddetto Giuseppe con Francesco suo fratello. Dei presi nel dì 22 d'agosto ne furono strozzati tredici, ed altri menati alle prigioni.

Si era restituito il marchese de los Velez a Castellamare, e quivi coi suoi consiglieri andava studiando le maniere di dar fine alla tragedia, con pubblicare un perdon generale, e promettere l'abolizione delle gabelle; e furono anche distesi molti capitoli di miglior regolamento in avvenire per bene ed appagamento del popolo. Ma quando egli si credea d'essere in porto, si trovava di nuovo in tempesta, perchè i Siciliani, nazion vivacissima, quanto facili sono a prendere fuoco, altrettanto son difficili a quietarsi. Perciò durò il torbido sino al dì 13 di novembre, in cui il vicerè sì per le vigilie e crepacuori patiti, come per veder disapprovata dalla corte la sua condotta, per non aver egli mai, siccome signore d'animo misericordioso e buono, voluto domar colla forza il forsennato popolo, oppresso dagli affanni cessò di vivere. Era già destinato a quel governo il cardinal Teodoro Trivulzio, persona di [1149] gran mente e prudenza, e che sapeva far anche alle occasioni da bravo, con averne dati più saggi nella difesa dello Stato di Milano. Arrivò egli nel dì 17 del suddetto novembre a Palermo, e, contro il parere di chi gli consigliava d'andar prima a Messina, oppure, andando a Palermo, di ricoverarsi nel castello, sbarcato che fu, passò francamente alla chiesa maggiore fra la gran folla del popolo, che venerando l'alta sua dignità, e giubilando per ricevere un vicerè italiano, lo accompagnò colà con incessanti acclamazioni. Altro non rispondeva egli, se non: Pace e libro nuovo. Come se riputasse quieti gli animi di tutti, cominciò a dar udienze ad ognuno, a rimettere in autorità i magistrati, a gastigare animosamente chi ricalcitrava, con opprimere dipoi varie congiure che di mano in mano si andavano tessendo dai restanti malviventi. In una parola, con tal dolcezza e insieme con tal forza maneggiò quei focosi cervelli, che fece tornar la quiete e l'ubbidienza tanto in Palermo che in altre parti della Sicilia, dove si era dilatata quella mala influenza.

Vegniamo a Napoli, città, che per essere tanto più abbondante di popolo, e popolo anch'esso sommamente spiritoso ed inquieto, maggiori e più strepitose scene, che quelle di Palermo fece vedere nella sollevazion sua, appartenente anch'essa all'anno presente. Erasi in quella gran città per li correnti bisogni della corona, a cagion delle guerre, che in tante parti l'infestavano, istituita una gabella sopra le frutta, che perciò si vendevano più care, ed eretta una baracca nella piazza del Mercato, dove stavano i ministri deputati per esigerla. Al basso popolo, che spezialmente si pasce di pane e frutta, intollerabil parea questo nuovo aggravio, e non s'udiva che mormorazione e digrignar di denti. Trovossi una mattina abbruciata la baracca: locchè fece riflettere a don Rodrigo Ponze di Leon duca d'Arcos, e vicerè molto savio, che non era da caricar la povera gente [1150] di quel dazio, e doversi ricavar da altra parte quella somma di danaro. Pure cedendo al parer di coloro, ai quali fruttava essa gabella, rimise la baracca come prima. Ora avvenne che un certo Tommaso Aniello da Amalfi, comunemente appellato Mas-Aniello, giovane di ventiquattro anni, di vivace ingegno, e pescatore di professione, introducendo pesce senza aver pagata la gabella, fu maltrattato dagli esecutori della giustizia e perdè quel pesce. Tutto collera ne giurò vendetta, e cominciò a persuadere ai compagni, che se il seguitassero, gli dava l'animo di liberar la città da tanta oppression di gravezza, e indusse ancora i bottegai fruttaruoli a non comperar frutta che pagasse gabella. Gran rumore facea allora anche nel popolo più vile la sollevazion di Palermo. Ora mancando le frutta nel dì 7 di luglio, si svegliò un tumulto nella piazza, ed accorso Andrea Anaclerio eletto del popolo per quetarlo, corse pericolo d'essere lapidato. Fuggito che egli fu, Mas-Aniello salito sopra una tavola (era bel parlatore) talmente esagerò le miserie del povero popolo, assassinato dal presente governo, che si trasse dietro una brigata di cinquecento uomini e fanciulli della vil feccia, soprannominati Lazzari, che poco appresso s'accrebbe fino a due mila persone. Acclamato da costoro per capo, ordinò tosto che si attaccasse fuoco alla baracca, e ai libri e mobili di quei gabellieri, e fu prontamente ubbidito.

Di là passò la baldanzosa canaglia (provvedutisi molti di picche e d'altre armi) alle case dove si riscotevano le gabelle della farina, carne, pesce, sale, olio ed altri commestibili, e della seta. A niuna d'esse perdonò. Tanto esse, che i mobili tutti, fra i quali ricche tappezzerie, argenti, danari ed armi furono consegnate alle fiamme, comandando Mas-Aniello che nulla si riserbasse. Insuperbiti costoro per non trovare chi lor facesse fronte, e cresciuti fino a dieci mila, si portarono alle carceri di San Giovanni [1151] degli Spagnuoli, e furiosamente rottele, quanti prigioni vi erano, posti in libertà s'unirono con gli altri ammutinati. Allora tutti s'inviarono al palazzo del vicerè, con alte voci gridando; Viva il re di Spagna e muoia il mal governo. Affacciatosi ad una finestra il duca di Arcos, promise loro di levar le gabelle della frutta, e parte di quelle della farina. Tutte le vogliamo levate, replicava la plebe; e intanto entrando a furia per la porta, e messe in fuga le guardie tedesche e spagnuole, presero quelle alabarde, e cominciarono a scorrere per le camere del palazzo, con dare il sacco a quanto trovavano. Portarono rispetto all'appartamento dove stava il cardinal Trivulzio, dimorante allora in Napoli. Gittò bensì il vicerè da una finestra biglietti sigillati col sigillo reale, coi quali assicurava il popolo di sgravarlo da tutte la gabelle; ma insistendo coloro di volergli parlare, egli animosamente scese a basso, e con dolci parole cercando di ammansarli, confermò la promessa. Tuttavia benchè molti gli baciassero mani e ginocchia, scorgendo egli il bollore di quelle teste riscaldate, destramente salì in carrozza per sottrarsi alla loro insolenza. Gli corsero dietro, e fermarono la carrozza, ma egli con adoperare il preparato recipe d'alcuni pugni di zecchini, che sparse fra loro, scappò lor dalle mani, e si salvò nella chiesa e nel monistero di San Luigi, facendo tosto serrar le porte. Sopraggiunti colà i sediziosi atterrarono la prima porta, e lo stesso avrebbono fatto del resto, se non sopraggiugneva il cardinale Ascanio Filamarino arcivescovo, che s'interpose per la concordia, e presentò poi a quella furiosa gente una scrittura del vicerè con belle promesse. Ma perchè questa non conteneva se non l'abolizione della gabella delle frutta, e di parte di quella della farina, più che mai dierono nelle furie: locchè servì d'impulso al vicerè di ritirarsi in castello Sant'Ermo.

Accortasi di ciò la tumultuante canaglia, [1152] cresciuta fino al numero di cinquanta mila persone, si voltò a rompere tutte le altre carceri della città, portando riverenza alle sole dell'arcivescovato, della nunziatura e della vicaria, con bruciar tutti i processi. Trovato per istrada don Tiberio Caraffa principe di Bisignano, il pregarono di essere lor capitano. Nata in lui speranza di calmare sì gran movimento, salì in pulpito nella chiesa del Carmine, e con un crocifisso alla mano caldamente esortò ciascuno alla quiete. Tutto indarno: il mare era troppo in furore, ed altro vi volea che parole a quietarlo. Pertanto il buon cavaliere con bella maniera se la colse, e andò a chiudersi in Castel Nuovo; nella qual fortezza passarono anche il vicerè e il cardinale Trivulzio, per essere più alla portata di cercare riparo a tanti disordini. Ma perciocchè si erano disposte numerose guardie nella piazza e intorno al castello, apprendendo i sollevati che si avesse a venire alle armi, corsero a sonare a martello la grossa campana del torrione del Carmine e a provvedersi violentemente d'archibusi, spade, lancie, polve da fuoco e palle, per tutte le botteghe e case, dove se ne trovava. Concorrevano intanto dalle circonvicine ville rustici per isperanza di bottino ad aumentare la truppa, risonando in ogni lato trombe, tamburi, sventolando bandiere, e continuando ognuno a gridare: Fuora gabelle, Viva il re. Per rinforzo del palazzo vi pose il vicerè mille Tedeschi ed ottocento Spagnuoli, e fece far nuove fortificazioni intorno ad esso e nella piazza. Ma il popolo, informato che venivano da Puzzuolo cinquecento Alemanni e due compagnie d'Italiani, andò ad incontrarli, ne uccise alcuni, altri menò prigioni, e dissipò il resto. Tentò allora il vicerè di guadagnare il capo-popolo Mas-Aniello, con iscrivergli un biglietto di esibizione d'abolir tutte le gabelle. Ad altro non servì questa sommessione, se non a far maggiormente insolentire chi si conosceva in avvantaggio, avendo [1153] Mas-Aniello coi suoi seguaci sfoderate pretensioni anche di varii privilegi per la plebe. Il vicerè, che non volea troncare per questo il trattato, mosse alcuni della primaria nobiltà a frapporsi per l'aggiustamento, ed avendo questi per il bene della patria assunto un tale impegno, ridussero a tale il maneggio che parvero soddisfatti i sollevati, qualora, oltre alle cose richieste, fosse confermato il privilegio conceduto dall'imperadore Carlo V alla città, del qual documento richiedevano essi l'originale.

Per quante ricerche facesse fare il vicerè, questo originale non si trovava. Credendosi perciò burlato l'inquieto popolaccio, si ruppe coi nobili mediatori, e carcerò anche il duca di Matalona, che trovò maniera di fuggire dalle lor mani. Avuta poi nota di settanta case di ministri e d'altri che aveano maneggiati i dazii e l'altre gravezze del pubblico, di mano in mano si portarono i sediziosi a bruciarle senza remissione, con gittar giù dalle finestre tutti i mobili, e fin gli ori, argenti e danari e farne falò; giacchè severissimo ordine v'era che niuno ne profittasse. E perciocchè premeva a costoro di farsi padroni della torre di San Lorenzo e di quel monistero, colà furibondi corsero in numero di dieci mila armati con un grosso cannone, e gran copia di fascine per appiccarvi il fuoco. Da questo apparato atterrite le guardie di quel posto, capitolarono la resa. Di là con gran festa trassero i sollevati gran copia d'armi da fuoco e sedici pezzi di cannone. Erasi intanto ritrovato l'originale del privilegio di Carlo V, e il cardinale Filamarino, che facea la figura di padre comune fra il vicerè e il popolo, con questa carta pecora in mano si portò al Carmine, e alla presenza di Mas-Aniello, già dichiarato capitan generale del popolo, e assistito dalla sua corte plebea la fece leggere. Dopo di che manipolò l'accordo, con avere il vicerè conceduto un perdon generale abolite le gravezze, confermato il privilegio, e promessa [1154] loro dalla corte la conferma di tutto. Ma perchè si dicea di perdonare ogni reato incorso per quella ribellione, fu cagion questa parola che si guastasse tutta la tela. Non cessò l'arcivescovo pien di zelo di rimediare, ed ottenne in fine dal vicerè un biglietto, per cui pienamente si soddisfaceva alle premure del popolo. Ma il buon prelato si trovò fra poco burlato. Mentre s'era raunato al Carmine tutto il popolo, aspettando che intervenisse anche il vicerè per cantare il Te Deum, eccoti comparire colà cinquecento banditi (altri scrivono solamente ducento), tutti ben montati a cavallo, che si fingevano venuti in servigio del popolo. Il servigio che intendevano di prestargli era quello di trucidar Mas-Aniello, e poi di fare un macello della gente colta all'improvviso. Se ne insospettì Mas-Aniello, e mandò ordine che smontassero: non vollero ubbidire. Comandò che andassero ad un posto assegnato; ed essi, per lo contrario, entrarono così a cavallo in chiesa. Allora egli gridò: Tradimento; e i banditi spararono contro di lui alquante archibugiate; e maraviglia fu che di tante palle niuna il colpì. Il pazzo popolo attribuì ciò a miracolo, credendo assistito dalla divinità il suo gran generale; pretendendo, all'incontro, i buoni frati che lo scapolare da lui portato gli avesse servito d'ingermatura. Allora l'infuriata plebe si scagliò addosso a quanti di quei banditi potè cogliere, e li trucidò. Per confessione di uno di essi si scoprì essere stata mandata quella gente dal duca di Matalona e da don Giuseppe, volgarmente chiamato don Peppo Caraffa. Che il vicerè fosse consapevole del fatto, si potè ben sospettare, ma niuno il nominò; ed egli sopra di questo fece l'indiano. Cercato il Matalona, ebbe la fortuna di salvarsi. Non così avvenne a don Peppo, che fu scoperto e tuttochè forse non avesse mano in quel fatto, gli fu reciso il capo, e si vide trascinato il cadavere per la città. Ciò non ostante il cardinal [1155] arcivescovo raggruppò il negoziato dell'accomodamento, e lo trasse a fine; accordando il vicerè quanto si volle dal popolo, con disegno non di meno che soltanto durasse la sua promessa finchè venisse il tempo e il comodo della vendetta; non sapendo inghiottire un animo spagnuolo il mirar ridotta a sì vile stato l'autorità sua, e la riputazion della nazione da un miserabile pescivendolo, giunto a far tremare tutta Napoli.

Volendo poi l'arcivescovo condurre a palazzo Mas-Aniello, bisognò che adoperasse gli argani per farlo spogliare de' suoi poveri cenci, e prendere veste di tela d'argento e cappello con pennacchiera. Accompagnato fino a palazzo da tutto il basso popolo in armi, che si credette ascendere a cento cinquanta mila persone, prima di entrare fece un patetico discorso a tutti, esortandoli a gridare: Viva il re di Spagna; e ricordando loro che egli era nato povero, e tale voler anche morire; e che l'operato da lui finora non era proceduto da ambizione, nè da voglia di guadagnare un soldo, nè di fare ribellione al re, ma solamente di liberarli tutti dal troppo gravoso mal governo finora patito. E siccome egli non si fidava del vicerè, così aggiunse, che se fra un'ora noi rivedessero, pensassero a vendicar la sua morte. Venne egli poscia accolto colle più vistose carezze, e con dimostrazioni anche esorbitanti di onore dal vicerè, e furono lette le capitolazioni, ed approvate. Ossia che si spendesse gran tempo in questo, e che il popolo, per non vederlo tornare, dal bisbiglio passasse ad un gran rumore; o ciò accadesse per altra cagione; di tanto strepito s'impazientava il vicerè. Allora Mas-Aniello, affacciatosi ad un balcone, e datosi a conoscere, coll'indice alla bocca fece segno che tacessero. In quell'istante niuno osò più di zittare, stupendo il vicerè allo scorgere tanta ubbidienza a quell'uomicciattolo. Si esibì Mas-Aniello di rinunziare il comando; ma per suoi fini politici non lo permise il vicerè. Fu poi col cardinal Filamarino [1156] ricondotto a casa il gran generale; e dappoichè furono con gran solennità giurate le capitolazioni dal vicerè nella metropolitana, tornò la quiete nella città. Continuando nondimeno Mas-Aniello a far da governatore del popolo, pubblicava editti, governava le guardie, intento sopra tutto a torre di mezzo i banditi e malviventi. Con aria severa sempre comandava, temuto perciò ed ubbidito da tutti. Un suo solo cenno bastava per una sentenza di morte. Perchè gli furono sparate contro alcune archibugiate, vietò a chi che sia il portar vesti lunghe e mantelli, affinchè si conoscesse chi andava con armi. Non vi fu prete o frate che non ubbidisse. E certamente tanto egli che la moglie sua cominciavano a grandeggiare, e a gustare il comando e le distinzioni. Pretese l'insuperbito pescivendolo, che il cardinale Trivulzio andasse a fargli una visita. Il prudente porporato, per non incorrere in qualche pericolo, volle soddisfarlo, ed andato il trattò con titolo d'illustrissimo. Questo Arlichino finto principe gli rispose: La visita di vostra eminenza, benchè tarda, ci è cara. Ma, a guisa dei fenomeni, ben corta durata ebbe l'esaltazion dell'ardito plebeo. Eccolo vaneggiare, eccolo divenuto forsennato, e talvolta furibondo. Non si sa, se perchè le applicazioni e vigilie gli avessero di troppo riscaldata la nuca; o perchè nella visita a palazzo egli avesse votate alquante caraffe di lagrima, al che non era avvezzo; oppure perchè qualche ingegnoso veleno gli fosse stato in quella congiuntura somministrato; andò crescendo la sua frenesia, di modo che dopo alcune scene di leggierezza o crudeltà, il popolo l'abbandonò, e il vicerè ebbe modo nel dì 16 di luglio con quattro archibugiate di farlo levar dal mondo. Sicchè soli sei giorni durò il regno di Mas-Aniello, e quattro il suo vaneggiamento, ristringendosi in questo poco di tempo tutte le peripezie fin qui raccontate, oltre a tante altre che mi è convenuto lasciare indietro.

Credevansi gli Spagnuoli per la morte [1157] di costui omai liberi da ogni impaccio; ma s'ingannarono a partito. Nel dì seguente, giorno 17 d'esso luglio, pentito il popolo, corse a raccogliere il corpo di Mas-Aniello, che era stato strascinato per la città, l'unirono alla testa che gli era stata tagliata, e sopra un cataletto lo portarono alla chiesa del Carmine, prorompendo in alte acclamazioni di liberator della patria, di padre della povertà. Ne fecero fino un santo, come divenuto martire in benefizio del pubblico. A udire que' pazzi, la testa s'era unita col busto, avea lor parlato e data la benedizione; correndo perciò la stolta gente a baciarlo e a toccarlo colle corone. Vollero ancora, che gli si facesse un superbo funerale con isterminata e suntuosa processione, coronata dai sospiri e dal pianto di ciascuno, e a gara tutti si procacciavano il suo ritratto; se con piacere degli Spagnuoli, non occorre che io lo dica. Poco in fatti durò la quiete. Scorgendo il popolo che non gli si mantenevano le capitolazioni giurate, e che si trovavano appesi alla forca di tanto in tanto alcuni del loro seguito, di nuovo si sollevò, e ito al palazzo per chiedere udienza al vicerè, attaccò un'aspra zuffa colle guardie che durò ben tre giorni. Quanti Spagnuoli furono colti, rimasero vittima del furor popolare; il vicerè fu costretto a ritirarsi in Castel Nuovo, all'espugnazion del quale si accinsero i sediziosi, siccome ancora di castello Sant'Ermo, dando principio sotto d'esso ad una mina. Perchè mancava loro un capo, fecero forza a don Francesco Toralto principe di Massa della casa di Aragona, acciocchè assumesse il grado di lor capitan generale. Accettò egli, confortato anche dal vicerè, con animo di servir meglio al re che alla plebe in sì scabrosa occasione: siccome egli fece coll'andare destramente distornando la loro furia da maggiori risoluzioni, con promuovere una suspension d'armi, tanto che le fortezze, già ridotte in angustia, si potessero vettovagliare. Oltre a ciò, per addormentare e deludere il più che mai [1158] tumultuante popolo, il vicerè nel dì 7 di settembre confermò di nuovo le grazie e capitolazioni ad esso accordate. Grande fu l'allegrezza d'ognuno, ma che restò in breve amareggiata per la nuova sparsasi che don Giovanni d'Austria, figlio bastardo del re Cattolico, giunto in Sardegna con poderosa flotta, si preparava per dirizzar le prore alla volta di Napoli. Comparve egli in fatti alla vista di quella città nel dì primo di ottobre, e chiesero i popolari udienza per parlargli, ma non l'ottennero. Per consiglio del vicerè, fu fatto loro intendere che don Giovanni non metterebbe il piede a terra, s'essi prima non deponessero e rinunziassero l'armi, rimettendosi alla clemenza del figlio del re: proposizione che parve troppo dura e pericolosa a chi conosceva di che buono stomaco fossero gli Spagnuoli. Per maneggio del Toralto fu conchiuso che rilascerebbono solamente l'armi, e sarebbono lor confermate le grazie e i capitoli precedenti. E però nel dì 4 del suddetto ottobre fu data esecuzione al trattato, nè si videro che bandiere bianche per la città e segni d'allegrezza.

Ma altro non meditando gli Spagnuoli che gastigo e vendetta, determinarono di sterminar colla forza nel dì seguente quella pertinace canaglia. Per quanto il cardinal Trivulzio e i più saggi consiglieri dissuadessero sì fiera esecuzione, prevalse l'opinione del vicerè e d'altri pochi. E però avendo don Giovanni trattenuto presso di sè il general Toralto, con cui probabilmente era fatto il concerto, nel dì 6 d'ottobre uscirono tutti i combattenti dalle navi, e quanti ancora poterono uscir dei castelli, e in ordine di battaglia andarono ad assalire i posti dei popolari, che non si aspettavano una tal visita. Nello stesso tempo da tutte le navi e dai castelli si diede principio a fulminar la città con cannonate, a gittar bombe e fuochi artifiziali. Parve allora Napoli la casa del diavolo: tanto era il rumor delle artiglierie, il martellar delle campane, gli urli e le grida delle donne e de' fanciulli. [1159] Corse il popolo a barricar le strade, ad afferrare i posti, e le donne dalle finestre gittavano sassi, tegole ed acqua bollente. Seguitò l'orrido conflitto per più ore; ed accorgendosi in fine gli Spagnuoli del poco profitto che faceano i lor cannoni e mortai, e che andava crescendo la forza e furia del popolo, cessarono dalle ostilità, e con esporre bandiera bianca invitarono il popolo a qualche concordia. Ma questo non rispose, se non coll'inalberare bandiera nera, risoluto di azzardar tutto, piuttosto che fidarsi della corrotta fede e dei violati giuramenti degli Spagnuoli. Si combattè anche ne' giorni seguenti; e il vicerè fece ricorso al cardinal Filamarino, che s'interponesse; ma questo arcivescovo, certamente fedele al re, siccome quegli che non lasciava di amare anche il povero suo popolo, disapprovando il tradimento fattogli dopo tanti giuramenti, mostrò delle difficoltà a mischiarsi di nuovo in questi imbrogli. Non gliela perdonarono mai più i vendicativi Spagnuoli. Giacchè niun effetto ebbero i tentativi fatti per altri mediatori di venire alla concordia, continuarono le ostilità. Crebbero intanto i sospetti del popolo contro il lor generale Toralto, imputandolo di segrete intelligenze col vicerè, e di aver impedito l'acquisto di Sant'Ermo. Veri o falsi che fossero questi reati, è certo che nel dì 22 d'ottobre posto prigione e processato, ebbe troncato il capo, e il corpo suo per un piede fu appiccato alla forca. In luogo di lui fu eletto per capo del popolo Gennaro Annese, uomo di bassa condizione.

Conoscendo nulladimeno i più saggi del popolo che a lungo andare non potrebbero tener forte contro la potenza e rabbia degl'implacabili Spagnuoli, e tanto più perchè la nobiltà del regno, per la morte data a don Peppo Caraffa, sembrava dichiarata contro la plebe; si avvisarono di fare ricorso alla corona di Francia, ben consapevoli del pronto volere de' Franzesi in tutto ciò che tendeva alla depression della monarchia di Spagna. [1160] Il marchese di Fontanay ambasciator di Francia, e i cardinali franzesi esistenti in Roma non lasciarono cadere in terra le preghiere ed esibizioni dei Napoletani; ne scrissero alla corte, ne riportarono magnifiche promesse di soccorsi. Trovavasi allora in Roma Arrigo di Lorena duca di Guisa, nelle cui vene circolava il sangue degli antichi re angioini. Fu egli creduto a proposito, siccome signore di gran vaglia, per sostenere questa impresa; ed egli l'accettò, col mostrarsi in apparenza unicamente mosso dall'amor della gloria in liberare il popolo di Napoli dalla oppressione e tirannia degli Spagnuoli, e di ridurre Napoli a forma di repubblica; ma con desiderio segreto, e non senza speranza, che assistendogli la fortuna, potesse la corona di Napoli cader sul suo capo. Nel dì 13 di novembre si mosse egli da Roma con poche feluche, ed ebbe la sorte di felicemente sbarcare a Napoli, dove da quel popolo fu accolto con incredibil allegrezza; e dopo aver fatte alcune prodezze, ottenne il comando dell'armi, continuando nondimeno Gennaro Annese nella superiorità del governo civile. Ma non andò molto che cominciarono gare e gelosie fra questi due capipopolo; pure il Guisa seppe far tanto, che si fece proclamar duca ossia doge della repubblica di Napoli. Più curiosa cosa fu il veder comparire alla vista di quella gran città il duca di Richelieu con potente flotta franzese, ma senza mai accordarsi col duca di Guisa e col popolo. Chi disse perchè il Guisa, che avea molto alzata la cresta e tendeva alla corona, non volle che i Franzesi gli sturbassero quella caccia, sperando di compierla senza di loro; chi, perchè il popolo napoletano, se ammetteva i Franzesi, temeva di mutar solamente il giogo, laddove intenzione sua era di scuoterlo affatto; e chi, che il duca di Guisa odiava il cardinal Mazzarino, ovvero che il cardinale mirava lui di mal occhio, e che, per conseguente, i Franzesi non vollero porgergli aiuto, e [1161] se ne tornarono colla flotta a Portolongone. Non mi stenderò io più oltre in questo racconto. Esistono in franzese e in italiano le memorie del medesimo duca di Guisa, tramandate col mezzo della stampa ai posteri, dove egli dipinse quegli affari secondo che a lui parve il meglio.

E pur qui non finirono le novità di Italia nell'anno presente. Perchè in Piemonte scarseggiavano di forze i Franzesi nulla poterono operare, anzi lasciarono che il governator di Milano s'impadronisse di Nizza della Paglia, senza neppur tentarne il soccorso. Ma intanto il gabinetto di Francia lavorava per muovere contro lo Stato di Milano dei nuovi nemici, e gli venne fatto di tirar nel suo partito Francesco I d'Este duca di Modena. Non avea questo principe ommessa diligenza veruna per attestare il suo ossequio alla corona di Spagna; le aveva anche offerto il suo servigio. Trovò sempre dal ministero milanese attraversato, anzi contrariato ogni suo maneggio; e spezialmente ebbe a dolersi perchè gli Spagnuoli gli negavano il possesso di Correggio, che pur gli era stato venduto dall'imperadore. Si prevalse il Mazzarino di questi dissapori per condurre sul principio di settembre esso duca in lega colla Francia, la quale, facendo la liberale colla roba altrui, facilmente accordava che tutte le conquiste da farsi nello Stato di Milano sarebbono in pro di chi le facesse, con obbligo nondimeno di prendere il possesso di ogni acquisto a nome del re, il qual poscia a suo tempo ne darebbe fedelmente il possesso ai conquistatori. Quattro mila fanti e mille e cinquecento cavalli franzesi vennero da Piombino sul Reggiano, ai quali il duca Francesco unì un pari numero di combattenti. Riuscì al duca con questa gente sul fine del suddetto mese di valicare il Po, e di spargere il terrore fra gli Spagnuoli, che tutti si ritirarono alla difesa di Cremona. Colà comparve l'esercito gallo-estense, e si fecero alcune fazioni, e il tutto finì in far [1162] solamente paura agli Spagnuoli. Non andando d'accordo col duca gli uffiziali franzesi; non venendo mai il principe Tommaso, benchè chiamato a questa impresa, e crescendo ogni dì più le pioggie e i fanghi dell'ottobre, bisognò battere la ritirata. Si ridusse quell'esercito ai quartieri di verno nella ricca e nobil terra di Casal Maggiore del Cremonese, dove patì de' gran disagi per mancanza di foraggi e d'altre provvisioni. Nell'isola di Candia poco profittarono in quest'anno le armi venete, anzi riuscì a' Turchi di accostarsi alla città di Candia stessa, e di fortificarsi in quei contorni. Celebre nondimeno riuscì la nave capitana di Tommaso Morosino, che contro cinquantadue galee nemiche valorosamente si difese. Vi lasciò gloriosamente la vita il prode generale, ma vi perirono de' Turchi più di mille e cinquecento persone. Maggior felicità provarono i Veneziani nella Dalmazia, dove ricuperarono Novigrado, difesero bravamente Sebenico, e ridussero alla loro ubbidienza Nadino, Scardona, Zemonico ed altri luoghi.


   
Anno di Cristo MDCXLVIII. Indizione. I.
Innocenzo X papa 5.
Ferdinando III imperad. 11.

Sul fine dall'anno precedente il duca di Guisa, non contento di far guerra in Napoli agli Spagnuoli, pensò a conquistar anche varie città del regno, e mosse in quante parti potè banditi e mal affetti al nome spagnuolo, dispensando a larga mano patenti ed uffizii. Sopra tutto a lui premeva la città d'Aversa, troppo importante pel trasporto dei viveri. Era questa per ordine del vicerè divenuta piazza d'armi dei baroni napoletani commossi alla difesa della corona, sotto il comando di don Vicenzo Tuttavilla. Ma fra questi nobili non mancavano di quelli che mal sofferivano la dominazione spagnuola. Con più di dieci mila armati andò a quella volta il Guisa, e in diversi incontri ne riportò delle spelazzate. Tuttavia [1163] avendo le sue genti occupata Nola ed Avellino, ed essendosi ribellate le provincie di Salerno e Basilicata, restò Aversa in grave pericolo, perchè priva di soccorso. Tanto innanzi crebbero quivi le angustie, che que' nobili di colà si ritirarono a Capoa, lasciando la città nella vigilia dell'Epifania in potere del Guisa, la cui gente tenne lor dietro, e mise il campo anche alla stessa Capoa. L'acquisto di Aversa portò grande onore al Guisa, e somma allegrezza ai popolari; ed egli poi fece ogni sforzo per trarre nel suo partito i nobili, ma senza poterli rimuovere dalla fedeltà verso il re di Spagna. Era intanto il vicerè duca di Arcos odiato a morte dal popolo, e neppure ben veduto dalla nobiltà di Napoli. Ora facendo i più saggi ministri amatori della patria delle segrete consulte per trovare riparo alle presenti piaghe, e tenendo anche intelligenza con Gennaro Annese capo del popolo, che era col cuore alienato affatto dal duca di Guisa: fu in fine creduto il mezzo più proprio di giugnere alla sospirata pace, quello di rimuovere dal governo esso duca di Arcos, e di sostituire in esso pro interim don Giovanni d'Austria, che tuttavia colla flotta spagnuola si tratteneva in quei mari. Il non aver egli reato alcuno presso il popolo, l'essere figlio del re, e giovane assai amabile, e il potersi sperare che quanto egli promettesse, riporterebbe l'approvazione della corte, animò ciascuno a desiderare questa mutazione. Contuttochè il cardinal Filamarino arcivescovo fosse mirato con occhio bieco dagli Spagnuoli, perchè in questi viluppi faceva la figura di neutrale e manteneva buona corrispondenza col duca di Guisa e col popolo, pure fu interrogato del suo parere. E siccome di cuore desiderava questo porporato il bene della patria e insieme l'onor della corona di Spagna, concorse anch'egli a consigliare la deposizione del vicerè, come il migliore spediente agli affari, che per altro minacciavano precipizio: e tanto più perchè [1164] riuscì al duca di Guisa di occupare il borgo di Chiaia, che tagliava la comunicazion degli Spagnuoli per terra col resto del regno. Talmente dunque si adoperarono col duca d'Arcos i suoi confidenti, che l'indussero ad imbarcarsi, e ad abbandonar Napoli nel dì 26 di febbraio. Servì la sua partenza a maggiormente unire il baronaggio al partito e servigio reale.

Nè mancò don Giovanni d'Austria, assistito da saggi consiglieri, di promuovere a tutto potere la concordia coi popolari, esibendo general perdono e aumento di grazie. Ma cotanto era cresciuto lo sconcerto delle cose, che troppo difficile alle pruove si trovò il rimedio. Imperciocchè la malattia di Napoli s'era dilatata dappertutto il regno; e il duca di Guisa, siccome ben provveduto di spie, venendo a scoprire i segreti maneggi, sturbava tutto, ed avrebbe anche volentieri messe le mani addosso a Gennaro Annese, se non l'avesse ritenuto il sapere ch'egli teneva filo colla corte di Francia, e che da essa veniva stimato non poco. Con tutte non di meno le sue lusinghe e raggiri non potè mai esso duca ottenere il suo primario oggetto, che era quello di farsi proclamare re. Dissi sconvolto anche il regno, e volli dire che non v'era provincia o città dove non regnasse la discordia, e succedessero frequenti tumulti ed uccisioni, sostenendo gli uni la libertà, e gli altri la regale autorità. Trovaronsi allora nobili che sposarono il partito de' popolari; e il Guisa faceva trapelare in ogni parte i suoi emissarii. In Taranto, in Ariano, in Chieti, nell'Aquila e in altre principali città penetrò quel pernicioso influsso. E basti questo poco, giacchè io non posso tener dietro a tutte le fila di questa imbrogliatissima matassa, e al lettore riuscirà più caro d'intendere come la provvidenza degli uomini favorita da Dio la sbrogliasse: il che accadde nel presente anno. Non avea già dimenticato il duca di Guisa di essere franzese. In mezzo ai grandi [1165] affari marziali trovava egli il comodo di divertirsi, e di spendere più ore con principesse e dame; e parea che più dell'altre gli piacessero le più belle. Molto di questo si parlava, anzi si sparlava per Napoli; e ai saggi del suo seguito, e più ai mariti delle persone da lui amate, al maggiore segno dispiaceva questo suo rituale. Sapeva in oltre Gennaro Annese (personaggio di tanto polso fra' popolari) qual segreta rabbia contra di lui covasse in suo petto il duca; nè sapea digerire che dopo tante intenzioni date da lui di formare il senato della nuova repubblica, non ne venisse mai quel dì. Si aggiunse, che portato a notizia del medesimo duca che Antonio Basso e un suo fratello, amendue di corte del cardinale arcivescovo, il mettevano in canzone quasi egli fosse venuto a Napoli per darsi spasso, per utilizzar la sua persona e per deludere il povero popolo, li fece prendere, e, al dispetto di tutte le preghiere del cardinale, del suddetto Annese e degli altri maggiori del popolo, li fece decapitare. Per questa indiscretezza e crudeltà, e per altri suoi passi violenti, si alterarono forte i maggiori del popolo; e però nel dì 10 di marzo esso Annese, Vincenzo d'Andreis provveditore generale, ed Antonio Mazzela eletto del popolo, che erano ruote principali della repubblica popolare, spalleggiati da quattro mila persone, marciarono verso il duca con animo di portare in trionfo la sua testa. Avvisatone il Guisa, salì tosto a cavallo, e colla sua guardia di moschettieri sì intrepidamente andò loro incontro, che appena sparato alcune archibugiate dai suoi all'aria, i capi presero la fuga. Essendo rimasto confuso quel popolaccio, appena udì le maestose e insieme tenere parole dell'eloquente duca, che tutti si diedero a gridare: Viva il duca di Guisa. Tante cabale poscia ordì il Guisa per far credere il Mazzela eletto del popolo venduto agli Spagnuoli e ai nobili, che gli riuscì di fargli mozzare il capo. L'Annese allora e gli altri [1166] suoi seguaci trattarono segretamente col vicerè novello per liberar la patria dal Guisa, e restituirle la quiete.

Era venuto a quel governo, con assenso e volere del giovinetto don Giovanni d'Austria, poco prima, don Ignigo Velez di Guevara conte d'Agnate. Con lui concertò lo stesso Annese le maniere di dar la caccia al duca di Guisa, e di liberar la città da tanti travagli. Correvano i primi giorni di aprile, quando il vicerè spedì tre galee ad occupar Nisita fuori di Napoli, immaginando che per l'importanza del posto vi accorrerebbe tosto il duca, siccome in fatti avvenne, avendo egli condotto seco circa otto mila persone. In questo mentre, cioè nella notte precedente al dì sei del suddetto aprile, usciti dai castelli don Giovanni ed esso vicerè, e quanti mai nobili erano con loro, facendo marciare in ordinanza quasi tutte le truppe spagnuole, andarono senza resistenza a prendere le porte e i posti principali della città, e spezialmente fu loro consegnato dall'Annese il torrione del Carmine, cioè la principal fortezza del popolo. In una parola pacificamente s'impadronirono di tutta la città. Qualche difesa fu fatta al palazzo dove abitava il duca, ma poco durò. Non si trovò persona che facesse la carità di bruciar la segreteria di lui, dove si trovarono tutte le corrispondenze ch'egli avea tenuto con tanti regnicoli: il che fu poi la rovina di assaissime persone. Avvisatone il Guisa, fece quanto potè per rientrare in città, ma non gli venne fatto. Però col seguito di pochi suoi fedeli si mise in viaggio alla volta di Roma. O per accidente o per tradimento, nel passar fuori d'Aversa andando a Capua, fu scoperto, perseguitato e preso. Condotto in prigione a Gaeta, venne poi trasportato in Ispagna, dove chiuso in una fortezza, ebbe quanto tempo volle per digerire le memorie ch'egli ci lasciò; e in fine, nell'anno 1652, per intercessione del principe di Condè, oppure del duca d'Orleans, fu rimesso in libertà. Tenne per fermo la gente savia che se il [1167] Guisa colle parole avesse accompagnati i fatti, con istabilire la repubblica di Napoli, dove avessero avuta parte anche le altre provincie e città del regno, ed anche la nobiltà, quivi sarebbe venuto meno il dominio spagnuolo. Ma perchè egli mirava più alto, e pensava a sè stesso, non giovò al popolo e rovinò sè medesimo. Similmente se i Franzesi fossero accorsi con poderose forze, finchè il Guisa si trovava in vigore, non poteano reggere a una sì gran tempesta gli Spagnuoli per mancanza di gente e di viveri. Arrivò solamente sul principio d'agosto con una flotta numerosa di legni in quei mari il principe Tommaso di Savoia, e misesi anche ad assediar Salerno. Trovò troppo mutati gli affari, e fu forzato a ritornarsene con poco onore. Si andò poi riducendo, benchè non senza fatica, alla primiera ubbidienza il resto dello sconvolto regno di Napoli; ma si diede principio ad un'altra non lieve tragedia in quelle parti. L'usar clemenza e il perdonare per lo più non furono virtù favorite nella nazione spagnuola. Però il conte d'Agnate vicerè, che avea ritrovato nella segreteria del duca di Guisa un arsenale di carte convincenti di fellonia e di male intelligenze chiunque non amava il governo spagnuolo, e voleva in oltre dare al popolo un esemplare gastigo della passata ribellione, stancò da lì innanzi i tribunali coll'immensa copia dei processi; infierì colle scuri e colle forche contra di chi non s'era avvisato di fuggire; e coi bandi e confischi si vendicò di chi avea saputo sottrarsi alle sue griffe. In una parola, si credè risuscitato in lui il crudele duca d'Alva flagello della Fiandra. Stesesi ancora il suo rigore contro la nobiltà, che pur tanto avea fatto in servigio della corona di Spagna. E Gennaro Annese, non ostante il merito che s'era acquistato colla corona suddetta, lasciò in fine il capo sopra di un palco. Con più moderazione e prudenza attese in questi tempi il cardinal Trivulzio a rimettere la serenità in Palermo e nel regno di Sicilia, [1168] in guisa che potè poi rinunziarlo tutto pacificato a don Giovanni d'Austria, che a lui succedette in quel governo.

Fece orrore in quest'anno la congiura ordinata da alcuni tristi, cioè da don Giovanni Gandolfo religioso dell'ordine di san Bernardo, da Bernardo Sillano senator di Torino, e da Giovanni Antonio Gioia, contro l'innocente vita del giovinetto duca di Savoia Carlo Emmanuele, e di madama reale Cristina sua madre. Cercandosi chi avesse composto uno scandaloso almanacco che prediceva tragiche avventure, gastighi di ministri e morti di gran personaggi, se ne scoprì autore il suddetto religioso. Preso costui sul fine dell'anno precedente, venne poi rivelando i complici, e il nero disegno da lor fatto di estinguere il sovrano e la madre o con veleni o con fattucchierie. Erano costoro del partito dei principi Maurizio e Tommaso zii del duca. Il Sillano improvvisamente morì in prigione; ebbero il Gandolfo e il Gioia dalla giustizia il meritato fine. Fu in tal congiuntura che madama reale si vendicò del principe Tommaso. Mentre egli era impegnato nella spedizione per Napoli, ella col figlio, verso il dì 20 di giugno, fingendo una caccia, si appressò ad Ivrea, e ricevutavi dentro colle sue guardie dall'incauto governatore, con galanteria se ne impossessò, mandando a spasso la guernigion d'esso principe Tommaso. Le turbolenze del regno di Napoli dovettero cagionar dei mali umori nella vicina pontificia città di Fermo. Quivi la nobiltà per cagion dell'estrazione dei grani superflui, comandata da Roma, se la prese contro l'innocente governatore, cioè contra monsignor Uberto Maria Visconte; ed attizzata la plebe, ne avvenne che al povero prelato tolta fu la vita in quella sedizione. Accorse colà il cardinal Montalto, che colla sua saviezza impedì il progresso nel pernicioso tumulto, finchè da lì a poco sopraggiunse monsignor Imperiale con due mila soldati, che trovò fuggito il popolo. A molti di coloro costò [1169] la vita, o un rigoroso bando la lor crudeltà e ribellione. Rimasto vedovo Francesco I duca di Modena, con dispensa pontificia nel dì 12 di febbraio celebrò le sue nozze colla principessa Vittoria Farnese, sorella del fu duca di Parma Odoardo, e poi si preparò a fare una nuova campagna co' Franzesi nello Stato di Milano. Giunse colà per governatore sul principio di marzo il marchese di Caracena, cavaliere di sperimentato valore e di grande attività, che trovati i Franzesi annidati a Casal Maggiore e contorni, tosto cercò gli spedienti per cacciarli di colà. Passò egli a Cremona con quante forze potè raunare, e andò, nel dì 25 di maggio, ad impossessarsi di un'isola sul Po in faccia ad esso Casal Maggiore, e bravamente ancora ne difese il possesso contro i Franzesi. Sollecitava intanto il duca di Modena i soccorsi a lui promessi da Parigi, e facea tutti i preparamenti per uscire in campagna colle sue genti; e perchè Casal Maggiore scarseggiava di viveri, trovò maniera di farvi giugnere quattrocento sacchi di farina. Ricevuto poi ch'egli ebbe le truppe franzesi sbarcate a Lerice, ed unite colle sue, passò il Po, e andò col maresciallo di Plessis Pralin a congiugnersi col conte di Novaglies, postato in Casal Maggiore, formando un'armata di quattordici mila tra fanti e cavalli. S'erano gli Spagnuoli premuniti con un terribil trincierone lungo alquante miglia, per tener lontano da Cremona il nemico. Fu risoluto di levar tale ostacolo, e nel dì 30 di giugno s'andò all'assalto. Non lasciarono gli Spagnuoli di fare una gran difesa, ma in fine si videro costretti alla fuga, con istrage di molti di loro e perdita delle artiglierie. Qui tosto cominciò la discordia. Voleva il duca correre subito all'assedio di Cremona. Era egli general dei Francesi, non per comandar loro nelle cose d'onore, ma per ubbidire in quelle di guerra. Il maresciallo di Plessis pretendeva che si progredisse per entrar nel cuor di Milano; ma perchè tentato più di [1170] una volta il passaggio dell'Adda non riuscì, condiscese in fine di strignere Cremona. Pontava il duca Francesco che si prendesse prima la città debole di mura; presa questa, facile sarebbe l'espugnazione del castello; e tale era ancora il sentimento dei più saggi. Ma il maresciallo si ostinò, e la volle vinta, che gli sforzi solamente si facessero contra il castello, restando intanto al Caracena libero il passo per Po a mandar gente e viveri nella città, che poi somministrava quanto occorreva al castello medesimo. Fu creduto che al maresciallo di Plessis non piacesse quell'acquisto, perchè destinato in pro del solo duca, e non della Francia; ed altri vollero ch'egli cercasse un cattivo esito a quell'impresa, per iscreditare il cardinal Mazzarino, contra di cui tante tempeste nello stesso presente anno si svegliarono dai fazionarii in Francia.

Ma lasciando stare gli astrusi gabinetti del cuore umano, quel che è certo, con vigore fu impreso quell'assedio, e colà comparve ancora dal Piemonte con giro fatto fino sul Reggiano il marchese, Guido Villa, seco menando tre mila cavalli e due mila fanti, tutta gente scelta. Non mi fermerò io a descrivere gli approcci, le mine, e gli assalti, le sortite, e le altre fazioni militari ivi accadute con singola bravura d'ambe le parti, e la mirabil assistenza data dal marchese di Caracena ai difensori, che costò la morte di molta gente e di non pochi distinti uffiziali. Merita spezialmente memoria il suddetto marchese Villa nobile ferrarese, che mentre col duca di Modena e col maresciallo franzese va speculando un posto de' nemici, colpito da una palla di cannone nel dì 24 d'agosto lasciò ivi la vita: generale di chiarissimo nome, e fedelissimo alla real casa di Savoia, alla quale mancò un personaggio che in tanti fatti di guerra si era segnalato, e godeva anche il titolo di tenente generale della Francia, benchè non fosse ben veduto in tale occasione [1171] dal superbo maresciallo di Plessis. Giunsero sino alla fossa del castello gli assedianti, ma con tutti i loro sforzi non poterono mai superarla. Sopraggiunsero intanto le pioggie, le strade rotte e le difficoltà di ricevere i foraggi e le vettovaglie; laonde fu astretto l'esercito collegato a levar l'assedio, e a ritirarsi parte a Casal Maggiore e nelle vicinanze, e parte negli Stati del duca di Modena. Acquistarono nell'anno presente l'armi venete l'importante fortezza di Clissa, e si diedero a munirla con maggiori fortificazioni. Ma nel dì 7 di marzo una orribil tempesta conquassò tutta la loro armata navale. Tre galee, fra le quali la capitana e due vascelli, soccombendo al furore dei venti, s'affondarono, e fu compianta la morte di assaissimi nobili, e massimamente quella del capitan generale Giambatista Grimani, a cui fu sostituito Luigi Mocenigo. Impresero in quest'anno i Turchi daddovero l'assedio della città di Candia, riuscito dei più memorabili che ci abbia conservata la storia antica e moderna, dove fece maraviglie di provvidenza e valore la repubblica veneta. Nè si dee tacere che nell'anno presente, a dì 24 di ottobre, fu conchiusa in Munster la pace tra Ferdinando III imperadore, Lodovico XIV re di Francia, gli Svezzesi e i principi dell'imperio: pace sommamente pregiudiciale alla religion cattolica, e favorevole ai protestanti. Ed ecco i maligni frutti di tante guerre suscitate e fomentate, per abbattere la casa d'Austria, dalle gran teste politiche de' cardinali Richelieu e Mazzarino, cadaun de' quali niuno scrupolo si mettea, purchè soddisfacesse all'ambizione, se nello stesso tempo veniva a deprimersi il cattolicismo e ad aumentarsi il regno della eresia. Contra di questa pace protestò monsignor Fabio Chigi, nunzio allora apostolico, che fu poi papa, e volle che si cassasse il suo nome inserito in essa. Protestò ancora papa Innocenzo X, ma con armi di carta, che non sogliono far paura ai potenti.

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Anno di Cristo MDCXLIX. Indizione II.
Innocenzo X papa 6.
Ferdinando III imperadore 12.

Avea fin qui la corte di Francia colle sue armate e co' suoi raggiri tenuta in continui imbrogli l'Europa tutta, e se ne giva superba per aver in più guise indebolita la potenza delle due linee austriache. Di un po' d'umiliazione abbisognava ella, ed appunto cominciò a provarla, perchè l'odio e l'invidia di molti contra del cardinal Mazzarino proruppe in sedizioni, e finalmente si convertì in una guerra civile. A me non appartiene di dirne di più. Il non potere per questo i Franzesi accudire alle cose d'Italia, e l'essersi per le diserzioni e per le malattie ridotta a poco la loro armata in Lombardia, cagioni furono che il vigilante marchese di Caracena giudicò venuto il tempo di mettere in dovere Francesco I duca di Modena, che tanto aveva osato contro la corona di Spagna. Pertanto, senza voler aspettar la primavera, sul principio di febbraio mossosi da Cremona con sei mila fanti e tre mila cavalli, ricuperò Casal Maggiore, e, passato il Po, fece un'invasione nello Stato d'esso duca. Giacchè la fortezza di Brescello ben munita non mostrò paura alcuna di lui, s'impadronì di Castelnuovo, Gualtieri e Boretto. Maneggiavasi intanto Ranuccio II duca di Parma per quetar questi rumori, considerandoli per troppo pregiudiciali anche al dominio suo, e riuscì in fine ai suoi ministri di conchiudere la pace fra il Caracena e il duca di Modena. Fu questa sottoscritta nel dì 27 del suddetto mese di febbraio, per cui esso duca rinunziò alla lega co' Franzesi, e promise che il cardinale Rinaldo d'Este suo fratello dimetterebbe la protezion della Francia, con fargli sperare gli Spagnuoli una più rilevante ricompensa (fiori che non produssero mai frutti), e con rimettere il duca in grazia e sotto la protezione del re Cattolico. Tornò ancora [1173] in Correggio il presidio spagnuolo: condizione che sopra tutto scottò all'Estense. Licenziò esso duca, venuta che fu buona stagione, le truppe franzesi, che s'andarono ad unir coll'altre del Piemonte. Niuna maggior prodezza fece dipoi nell'anno presente il Caracena. Perchè è ben vero ch'egli sorprese nel mese di settembre la terra di Ceva nel Piemonte, e si mise anche all'assedio del castello; ma ritrovato assai duro quell'osso, grande difficoltà de' foraggi fra quelle montagne, e mossa d'armi in soccorso di quella rocca, desistè dall'impresa.

Calò nel giugno di quest'anno in Italia Maria Anna figlia dell'Augusto Ferdinando III e dell'imperadrice Maria sorella del re Cattolico Filippo IV, destinata in moglie al medesimo re suo zio. Con pomposa solennità fece ella la sua entrata in Milano, e andò poi ad imbarcarsi al Finale, per passare in Ispagna. In tale occasione il general Pimento, ch'era venuto a riceverla colla flotta spagnuola, spedì gente ad impadronirsi d'Oneglia, marchesato del duca di Savoia nel litorale della Liguria. Ma poco tardò il governator di Villafranca a ripigliarla. Seguirono ancora nell'anno presente le nozze di Carlo II duca di Mantova con Isabella Chiara arciduchessa d'Inspruch, sorella dell'arciduca Ferdinando. Questo illustre matrimonio non bastò a guarire quel principe dalla sua dissolutezza di vivere. Non si sapeva intendere perchè il pontefice Innocenzo X, in tanto bisogno della repubblica veneta per la guerra lagrimevole a lei mossa dai Turchi in Candia, non le prestasse aiuti nell'anno presente, come avea fatto in addietro, e neppure in soccorso di essa inviasse le sue galee. Venne poi a scoprirsi l'arcano. Stava tuttavia sullo stomaco della corte di Roma indigesto il ducato di Castro e Ronciglione, pel cui acquisto s'erano sì inutilmente profusi tanti milioni nella guerra di papa Urbano VIII. Fra il duca di Parma Ranuccio e i montisti insorgevano sovente delle controversie, perchè [1174] non correano i frutti pattuiti; e la protezion del papa non mancava a questi creditori. Furono spediti dalla camera pontificia commessarii colà, per costringere il duca ai dovuti pagamenti; ma vi trovarono i di lui soldati che non intendeano questa canzone, e si opposero; laonde furono costretti a ritornarsene quali erano venuti. Se ne adirò forte il papa, e fu creduto che il cardinal Panciroli segretario di Stato, e donna Olimpia cognata del papa, siccome nemici del duca, attizzassero maggiormente il fuoco. Facevansi perciò dei preparamenti per passare a maggior rottura; ma interposti gli uffizii del gran duca Ferdinando II e del cardinale Albornoz, si sarebbe verisimilmente trovato temperamento, se un atto bestiale de' ministri del duca, oppure di un solo di essi, non avesse condotto al precipizio le cose.

Era stato eletto dal papa e consecrato vescovo di Castro Cristoforo Giarda. Contuttochè fosse detto all'orecchio a questo prelato che Ranuccio nol volea nei suoi Stati, pure, affidato dalla sua dignità, e, come si può credere, spinto anche da Roma, colà s'inviò. Per istrada da alquanti sicarii fu a lui tolta la vita, e la colpa di questo orrido e sacrilego misfatto fondatamente si rovesciò sopra il duca di Parma. Non istette più allora a segno il papa, e spedì tosto il conte Davide Vidman e Girolamo Gabrielli con alcune migliaia di armati a cignere Castro di assedio. A questo avviso anche il duca di Parma si diede a far leva di gente; e figurandosi di poter distogliere da quella impresa il papa, principe che non amava molto di spendere, appena ebbe formato un picciolo corpo d'armata, che l'inviò alla volta dello Stato pontificio, con ordine di pagar tutto, e di non inferir molestia a chicchessia. Alla testa di questi bravi combattenti marciava il marchese Gaufrido di nazion franzese, uomo di bassissima condizione, che preso al servigio in qualità di maestro della lingua franzese dal fu duca Odoardo, talmente s'era [1175] avanzato nella grazia di lui e del figlio Ranuccio, che facea la figura di primo ministro in quella corte. Costui dovea saper tutti i mestieri, e volle darsi a conoscere anche per valoroso condottier d'armi. La disgrazia portò che giunto sul Bolognese a San Pietro in Casale, ivi trovò il marchese Luigi Mattei spedito con gente dal pontefice, ed assistito da molta nobiltà bolognese e ferrarese, che colla strage di non pochi il mise in rotta, e fecelo tornare pien di vergogna a Parma. Della lontananza di lui e della sua sfortuna si prevalse intanto chi l'odiava per iscreditarlo presso il duca Ranuccio, esagerando spezialmente che da lui solo era proceduto l'ammazzamento del vescovo. Fu dunque il Gaufrido immantinente cacciato in prigione e processato, e si trovarono tali i suoi reati (se veri o falsi, nol so) che perdè la vita e quanti beni aveva accumulato, cioè, per quanto fu creduto, di un valsente di quattrocento mila scudi, rimasero applicati al fisco. Sperò ancora Ranuccio di potere, col gastigo di costui, placare il papa. Ma questi, dappoichè Castro, vinto dalla fame, fu costretto e rendersi, ordinò che si demolisse del pari la fortezza, e quante chiese, conventi e case ivi si contavano, che tutte furono uguagliate al suolo, con essersi ivi alzata una sola colonna, dove era scritto: QUI FU CASTRO. La sedia episcopale venne trasferita ad Acquapendente. Perchè il duca di Parma mancava di forze per reggere a quel contrasto, anzi si facea correre voce che l'armi pontificie intendeano di passare sul Parmigiano, si appigliò al consiglio de' saggi, e si accordò colla camera apostolica, cedendole Castro e Ronciglione, con riserbarsi la facoltà di ricuperar quello Stato, pagando i debiti, de' quali intanto essa camera si caricò.

Famoso fu quest'anno per avere l'iniquo Cromuele e i fanatici parlamentarii condotto Carlo I Stuardo re d'Inghilterra a lasciare il capo sopra un pubblico palco in Londra: iniquità detestata dall'Europa [1176] tutta. In Venezia, all'incontro, si fece gran festa per una vittoria riportata da Jacopo da Riva contro l'armata navale de' Turchi. Ancorchè questa si trovasse numerosa di settantadue galee, dieci maone ed undici vascelli, e si fosse ricoverata nel porto di Focchie, il da Riva nel dì 6 di maggio animosamente colle navi venete, fra le quali erano alquanti vascelli olandesi, andò ad assalirla. Attaccarono i Veneti il fuoco ai legni nemici, tredici dei quali rimasero incendiati; e se il vento non si voltava, anche il resto andava a perire. In mano de' Veneziani vennero una nave turchesca, una galeazza e una galea sottile. Più di quattro mila Turchi fra soldati e marinari fu creduto che perdessero ivi la vita. Il Valiero nondimeno lascia intendere che tal vittoria troppo fu amplificata, e riuscì più di nome che di fatti. Tali prodezze bensì fecero in quest'anno i difensori della città di Candia, che i Turchi slargarono quell'assedio, ritirandosi ai primi alloggiamenti; ma non cessarono per questo i combattimenti in quelle parti. Nel dicembre un'utile costituzione fu pubblicata da papa Innocenzo X, in cui comandò che si desse nota fedele di tutti i monisteri e conventi dell'Italia, delle loro rendite e del numero dei religiosi ivi abitanti, proibendo intanto il vestire nuovi religiosi. Questo era un preliminare della santa intenzione del pontefice di abolir tutti i conventi, dove pel poco numero dei convittori non si potea conservar la regolar disciplina.


   
Anno di Cristo MDCL. Indizione III.
Innocenzo X papa 7.
Ferdinando III imperadore 13.

Nel dì 24 del precedente dicembre avea papa Innocenzo aperta la porta santa e dato principio al giubileo romano, che si vide poi celebrato con copioso concorso di gente. Se grande fu la divozion de' popoli, maggiore ancor fu la pietà e carità del vecchio pontefice, il quale con [1177] profusion di limosine accolse i poveri pellegrini, assistè alle loro mense, lavò loro i piedi, eccitando coll'esempio suo a fare altrettanto la nobiltà romana. Varii principi della cristianità si portarono a partecipar di quelle indulgenze. Trovavasi in questi tempi lacerata la Francia dalle fazioni, sedizioni e guerre civili, senza rispetto alcuno al medesimo giovinetto re Luigi XIV; nè restava luogo a quella corte di sostenere gli affari suoi in Italia. Ciò considerato dal consiglio di Spagna, e dai ministri del re Cattolico in Milano e Napoli, fu presa la risoluzione di snidar da Piombino e Portolongone i Franzesi. Erano divenute quelle due fortezze un ricettacolo di corsari, che infestavano tutto il Mediterraneo. Cominciò dunque a farsi in Sicilia, Napoli e Milano gran preparamento di navi e di combattenti. Per questo minaccioso apparato restavano in apprensione il gran duca Ferdinando e i Genovesi; ma cessò ogni lor sospetto, allorchè videro messi alla vela tanti legni approdare ai lidi di Piombino. Sopra quella flotta venivano spezialmente don Giovanni d'Austria, come generalissimo di mare, il conte d'Ognate vicerè di Napoli, e il principe Ludovisio, a cui aveano già i Francesi tolta quella città e principato. Fu dato principio all'assedio di Piombino, e le artiglierie cominciarono a bersagliar quella mura; ma sostenendo con vigore i lor posti, e facendo di tanto in tanto sortite i Franzesi, lentamente procedevano le offese. La state bollente e l'aria malsana di quel basso paese cominciarono a far guerra agli assedianti, con vedersi languire quegli ancora che dianzi andavano con tanto coraggio incontro alle palle e spade nemiche. Sicchè i comandanti, dappoichè furono rinfrescati di gente, che di mano in mano veniva al lor campo, giudicarono meglio di tentar tutto, e di passare alle scalate e agli assalti, che di veder perire l'armata di sole malattie. Ributtati più volte con istrage dei più arditi, pure sì ostinatamente continuarono questo giuoco, che vittoriosi [1178] entrarono nella città. Ritiraronsi allora nel castello i Franzesi; ma perduta la speranza di soccorso, da lì a non molto con patti onorevoli ne aprirono le porte agli Spagnuoli.

Passò dipoi l'esercito sotto Portolongone, e colà giunse altresì colla sua squadra e con gran copia di munizioni ed attrezzi il duca di Tursi. Trovarono quella fortezza più dura e più difficile di quel che si credevano, giacchè il signor di Novigliacco suo governatore non avea lasciata indietro diligenza alcuna per ben munirla di fortificazioni esteriori, e per provvederla di tutto il bisognevole. Tre mesi durò quell'assedio, e tante azioni di bravura fecero non men gli aggressori che i difensori, ch'esso divenne dei più celebri e memorabili di questi tempi. Gran gente vi perì dalla parte degli Spagnuoli, e spezialmente quivi lasciarono le lor ossa i Napoletani, siccome spinti più degli altri ne' maggiori pericoli. Fu infin creduto dalla troppo maliziosa gente che il conte d'Ognate apposta intavolasse quell'impresa, per condurre al macello il fiore dei cavalieri e soldati di Napoli, per vendicare, dopo tante altre pruove di crudeltà, anche con questa invenzione la ribellione passata, ed impedirne altre in avvenire. Ma di questo barbaro persecutore de' poveri Napoletani tante doglianze in fine andarono alla corte di Madrid, che fu egli richiamato dal governo di Napoli, e fu veduto partirne colle lagrime agli occhi. Terminò in fine l'assedio di Portolongone, che sarebbe stato più lungamente sostenuto dal valoroso Novigliaccio, se la sedizione e disubbidienza dei soldati non l'avesse forzato a far tregua, e poscia a capitolar la resa, dopo avere ottenuti tutti gli onori militari. Con qualche felicità anche nell'anno presente proseguirono i Veneziani l'aspra lor guerra contra dei Turchi, mostrandosi quegl'infedeli sempre più accaniti dietro alla conquista dell'isola di Candia. Perchè si avvidero che gran sangue e poco frutto costava loro il voler espugnar colla forza [1179] la città capitale, ricorsero ad un altro ripiego; e fu quello di fabbricare, oltre ad altri fortini precedentemente fatti, in vicinanza di essa città una fortezza regolare, a cui posero il nome di Candia Nuova: consiglio che riuscì sommamente pregiudiziale ai Veneti nei tempi avvenire. Posto di molta importanza presso la Canea era il forte di San Todero, ossia Teodoro. Sbarcati colà i coraggiosi Veneziani, sì fattamente col furore delle artiglieria sbigottirono quel presidio, che espose bandiera bianca, e diede la piazza. Immensi tesori intanto consumava la repubblica in questa guerra per tanti legni che manteneva, e per la esorbitante copia di gente che continuamente conveniva inviare in Candia, dove le battaglie e le malattie mietevano a gara le vite degli uomini. Nel dicembre di quest'anno seguì in Torino lo sposalizio della principessa Adelaide di Savoia, sorella del regnante duca Carlo Emmanuele II, col principe Ferdinando primogenito di Massimiliano elettor di Baviera: funzione che fu solennizzata con varietà di suntuose feste e di pubblici divertimenti. Non tardò molto questa principessa ad assumere il titolo di elettrice per la morte del suddetto elettore suocero suo. Non andò poi essa principessa se non nel 1652 in Baviera.


   
Anno di Cristo MDCLI. Indizione IV.
Innocenzo X papa 8.
Ferdinando III imperad. 14.

Era tuttavia vivente l'imperadrice vedova Leonora Gonzaga, già sorella di Francesco Ferdinando e Vincenzo duchi di Mantova. Essendochè il regnante Augusto Ferdinando III avea risoluto di passare alle terze nozze, cotanto ella si adoperò, che portò al trono imperiale un'altra Leonora Gonzaga, cioè la sorella del regnante duca di Mantova Carlo II. Nel marzo del presente anno s'incamminò essa alla volta di Vienna, accompagnata dalla duchessa Maria sua madre, dal fratello duca e dalla cognata Isabella Chiara, d'Austria. [1180] Divenne poi questa principessa generosa protettrice degl'Italiani in quella corte. Gran pregio fu della casa Gonzaga l'avere in questi tempi due imperadrici e una regina di Polonia viventi, se non che l'ultimo parentado le costò ben caro, per aver dovuto impiegar buona parte di quanto le restava in Francia di Stati, per costituire una pinguissima dote ad essa regina di Polonia. Qualche tentativo fece in quest'anno il marchese di Caracena governator di Milano. Dopo aver presa Castigliola nel territorio d'Asti, e demolite le sue fortificazioni, lasciandosi indietro l'altre piazze, con somma sollecitudine s'inoltrò fino a Moncalieri, tre miglia lungi da Torino. Per questa novità gravi sospetti insorsero in mente del principe Tommaso e de' Franzesi, padroni della cittadella di Torino, che passasse qualche intelligenza fra gli Spagnuoli e madama reale, per mettere l'assedio alla medesima cittadella. Ma ad altro non tendevano le mire del Caracena che a tirar la duchessa a qualche accomodamento: dal che si mostrò ella troppo aliena. Essendo intanto pervenuto qualche soccorso di gente ai Franzesi, smontato esso marchese da' suoi alti pensieri, tornò a cercar la quiete nello Stato di Milano. Prosperamente camminarono in questo anno gli affari della veneta repubblica nella guerra di Candia. Nel dì 22 di giugno uscì pomposamente in mare l'armata turchesca, composta di settantatrè galee sottili, di sei maone, di cinquantatrè grosse navi e di altri legni minori. Fra le isole di Santorini e Scio s'incontrò colla veneta armata, la quale, quantunque inferiore di numero di legni, pur superiore di coraggio, si accinse alla battaglia, e da lì a poco l'attaccò. Ma era tardi, e sopraggiunta la notte, divise il conflitto. Nel giorno seguente si trovarono di nuovo a fronte le due nemiche armate, e si ripigliò il terribile combattimento. La vittoria si dichiarò in fine per li Veneziani, essendo stati costretti i Turchi a ritirarsi. Presero i vincitori cinque [1181] grossi vascelli barbareschi, tre altri turcheschi, con una maona e colla nave capitana del rinegato bassà della Morea. Cinquecento furono i prigioni; degli estinti dal ferro e dal mare non si potè sapere il numero. Fu anche dipoi da essi Veneti messa a sacco l'isola di Leria, e incendiate molte navi turchesche da carico. Non cessava intanto lo ambasciadore di Francia in Costantinopoli di far proposizioni di pace, ma sempre indarno, pretendendo pertinacemente la Porta che la comperassero i Veneti colla cessione di Candia. Accrebbe in quest'anno il pontefice Innocenzo X un insigne ornamento alla mirabil città di Roma, coll'avere disotterrato ed inalzato in piazza Navona un nobilissimo obelisco, ossia guglia, già trasportata dall'Egitto a Roma da Antonino Caracalla Augusto. Sopra una gran base, che ha figura di uno scoglio, ornato di belle statue, da cui scaturiscono quattro copiose fontane, fu riposto quel prezioso monumento della più rimota antichità, ed altri ornamenti si videro aggiunti alla medesima piazza.


   
Anno di Cristo MDCLII. Indizione V.
Innocenzo X papa 9.
Ferdinando III imperad. 15.

Fu in quest'anno che papa Innocenzo X, considerando i molti e gravi disordini provenienti alla regolar disciplina da tanti conventini di frati, venne finalmente alla risoluzion di schiantarli. Non solamente nelle castella, ma anche nelle picciole ville d'Italia aveano essi frati a poco a poco piantato il nido, e quivi si godevano un bell'ozio, sovente anche scandaloso, intenti, se poteano, a procurarsi dalla divota gente de' buoni lasciti, per poter menare una vita più deliziosa. Dimorandovi pochi religiosi, niuna osservanza restava fra essi delle sante regole del loro istituto. Alla riforma dunque di tali abusi mise man forte lo zelante pontefice, e nel dì 15 d'ottobre suppresse [1182] e ridusse a stato secolare tutti que' conventi, dove pel poco numero de' religiosi non si potesse osservare la disciplina regolare. Moltissimi di fatto ne furono suppressi; ma ritrovaronsi anche maniere e mezzi per farne sussistere assaissimi altri contro la mente del papa, che a maraviglia intendeva di quanta corruttela degli ordini religiosi fossero luoghi tali, dove ordinariamente si perde tutto lo spirito religioso. In questi tempi ancora si vide cangiato l'animo di esso pontefice verso de' Barberini, fin qui esuli da Roma, e privi della di lui grazia. Si trovarono insussistenti e calunniose tutte le accuse intentate contro di loro; giuste e lodevoli tutte le loro azioni sotto il precedente pontificato. Gran teste erano i due fratelli cardinali Francesco ed Antonio. Il primo, siccome savio ed esente da ogni reato, seppe conciliarsi la buona grazia de' principi, e massimamente del gran duca di Toscana, e col favore del suo partito nel sacro collegio superò dopo qualche tempo la tempesta, e tornossene a Roma. Rimasto in Francia Antonio, profittò delle sue disgrazie, con aver ottenuto da quella corte per mezzo dell'amicissimo Mazzarino pingui abbazie e vescovati, e il grado di limosiniere di quella corona. Riconciliaronsi in questo anno essi barberini colla repubblica veneta, con rilasciarle tutte le rendite sequestrate de' lor benefizii, e donarle per soprappiù dodici mila ducati d'oro da impiegare nella guerra col Turco. In ricompensa vennero aggregati alla nobiltà veneta, e si portarono apposta a Venezia Carlo e Maffeo figli di don Taddeo prefetto di Roma, già mancato di vita in Francia, per ringraziare il senato di questo onore. Ora veggendo donna Olimpia cognata del papa, e gli altri di casa Panfilia declinare all'occaso il decrepito papa, si avvisarono di troncar la nemicizia coi Barberini, e di assodar meglio le cose loro, con farsi amica una casa sì potente per le ricchezze, per le protezioni e pel gran seguito nel sacro collegio. Però, [1183] cancellati gli odii, tornò anche il cardinale Antonio a Roma, ben accolto dal papa; si stabilirono le nozze di don Maffeo con donna Olimpia Giustiniani pronipote d'esso pontefice; e a Carlo Barberino per la restituzion del cappello fu conferita la sacra porpora: il che succedette nell'anno seguente. Sicchè essendo già defunto nel 1646 il cardinal Antonio Barberino seniore, piissimo cappuccino, e fratello de' suddetti due porporati, tornò quella casa ad aver tre cardinali suoi nello stesso tempo viventi, e servirono ad essa le traversie passate di gloria e di maggior grandezza.

Seguitava intanto ad essere agitata fra balzi ora favorevoli ora contrarii la fortuna del cardinal Mazzarino in Francia, tuttochè si mirasse egli protetto dal giovinetto re Luigi XIV, che già avea assunto le redini del governo, e molto più dalla regina madre. Durando quelle guerre civili, restavano in gran depressione gli affari dei Franzesi nel Piemonte. Bella congiuntura che era questa al marchese di Caracena governator di Milano per ricavarne profitto. Sicuro egli che per le turbolenze suddette non potevano eglino sperar soccorso, si avvisò di fare un bel colpo, cioè di cacciare il presidio loro da Casale. Era il principio di maggio, e per coprire il suo disegno, all'improvviso comparve con tutto l'esercito suo sopra la città ben fortificata di Trino, ed affrettossi a tirar la linea di circonvallazione, a formare approcci e mine, a postar artiglierie, cominciando a bersagliar quella piazza. Si unirono Franzesi e Savoiardi sotto il comando del giovine marchese Villa e del conte di Verrua, per dare soccorso; ma ritrovato il Caracena uscito dalle linee in ordinanza di battaglia per ben riceverli, troppo periglioso parve loro il tentativo, e se ne tornarono indietro. Sicchè Trino dopo alquanti giorni capitolò la resa, con avere il Caracena accordato quante onorevoli condizioni potè mai chiedere il presidio. Dopo l'acquisto di sì importante fortezza s'inoltrò l'esercito [1184] spagnuolo sotto Crescentino, alla cui difesa trovò ottocento fanti e settanta cavalli, che pareano risoluti di non volerne dimettere il possesso a chi che fosse. Si diede principio alle offese, e contuttochè anche il cannone di Verrua giacente sull'opposta riva del Po incomodasse non poco gli assedianti, proseguirono vigorosamente, ciò non ostante, i lavori. Essendo riuscita poco felicemente una sortita della guernigione, venne essa infine obbligata a rendere la suddetta terra di Crescentino. Fu dipoi preso anche il castello di Masino, e dato il sacco al paese posto fra la Dora e il Po. Mandò poscia il Caracena le genti sue a ristorarsi nel Monferrato, distribuendole in Occimiano, Rossignana, San Giorgio ed altri luoghi, facendo intanto gli opportuni preparamenti pel sospirato assedio di Casale.

Ossia che esso Caracena avesse trattato molto prima con Carlo II duca di Mantova, come fu creduto, o che aspettasse a farlo dopo l'acquisto di Crescentino; certo è che gli venne fatto d'indurre quel principe a mettersi sotto la protezion della corona di Spagna, e a dar colore a quella impresa, come progettata in benefizio di lui, e non già per vantaggio alcuno degli Spagnuoli, a fin di quetar le gelosie che ne potessero insorgere presso i principi d'Italia. Perciò il duca, secondo l'uso o l'abuso già da gran tempo introdotto di giustificare o inorpellare il movimento dell'armi, pubblicò un manifesto, con cui si studiò di mostrar la necessità sua di aderire agli Spagnuoli, per giusto timore di perdere tutto, se operava in contrario. Mandò poscia dal Mantovano mille e cinquecento fanti e trecento cavalli, comandati dal marchese Camillo Gonzaga, ad unirsi all'armata spagnuola. A questa unione, siccome aperta dichiarazione del duca contro i Franzesi, tenne tosto dietro una somma diffidenza fra essi e i cittadini di Casale, con riguardar cadauna parte l'altra come nemica, non ostante il dover gli uni e gli altri convivere insieme. Durò questo imbroglio finchè comparvero [1185] ordini del duca a quel senato e preghiere ai Franzesi di consegnar la città e le fortezze al legittimo lor padrone. Perciocchè sì destramente allora seppero i cittadini concertar le loro faccende, che obbligarono i Franzesi a ritirarsi nel castello e nella cittadella. Ciò fatto, si videro spalancate le porte della città, e vi entrò don Camillo Gonzaga col marchese di Caracena, il quale non perdè tempo a formare gli approcci al castello. Questo solamente resistè per tre giorni, ancorchè fosse ben munito, e il signor d'Espredele ne capitolò la resa con patti onorevoli di guerra, e insieme con istupore di tutti. Ma da lì a pochi dì cessò la maraviglia, perchè esso governatore, incamminato verso il Piemonte, fallò la strada, e andò a finire il suo viaggio a Mantova, dove fu cortesemente accolto dal duca. Fece dipoi il signor di Sant'Angello, governatore della cittadella di Casale, impiccare la di lui statua, se con danno o risentimento dell'originale, nol dice la storia. Incredibil fu la sollecitudine del Caracena in assalire la restante cittadella. Nel termine di quindici giorni fu formata una terribil circonvallazione con fortini ben guerniti d'artiglierie, e talmente condotti i lavori, che furono prese due mezze lune e la strada coperta, e si giunse a pie' dei baloardi, sotto i quali si diede principio a mine e fornelli. Avvegnachè gli assediati, chiamati alla resa, si chiarissero del pericolo che lor sovrastava, protestarono di volersi difendere sino all'ultimo sangue. Ma infine alloggiatisi gli Spagnuoli sulla breccia, venne il tempo di rendersi con tutti gli onori militari nel dì 22 di ottobre, giacchè non sapea quel presidio essere in cammino un poderoso soccorso di Franzesi e Piemontesi, che aveano già passato il Po a Verrua, e che ricuperarono dipoi Crescentino e Masino. Da don Camillo Gonzaga furono introdotti nella cittadella mille soldati mantovani e cinquecento monferrini: la qual nuova sparsa per l'Italia fece rimbombar dappertutto gli encomii e i plausi alla generosità spagnuola, la [1186] quale con tante spese avesse guadagnata quella sì importante piazza non per sè, ma pel duca di Mantova, e pareva a tutti un miracolo così gran disinteresse. I soli Milanesi ne mormoravano, perchè avendo essi non solo con pubbliche, ma con private contribuzioni ancora, cooperato a quell'acquisto, aveano seminato e mietuto unicamente per comodo altrui. Essendo poi venuto a Casale il duca di Mantova, ritirati i suoi dalla cittadella, v'introdusse ottocento Alemanni della armata spagnuola, pagati da lì innanzi dalla camera di Milano: con che parve che si scoprisse l'arcano delle segrete capitolazioni seguite fra esso duca e il Caracena. La verità nondimeno si è, che il duca vi mise il governatore, e parve far da padrone anche della cittadella. Per questo negoziato e cangiamento del duca si alterò forte contra di lui la corte di Parigi; ma il cardinal Mazzarino non lasciò di calmare, per quanto potè, lo sdegno del re Cristianissimo.

Nulla di rilievo accadde in questo anno nella guerra più che mai viva dei Turchi contro la veneta repubblica. Al servigio di essi Veneziani spedì Ranuccio duca di Parma due mila combattenti ben armati, e insieme il principe Orazio Farnese suo fratello, a cui fu conferito il grado di generale della cavalleria veneta. Calarono in Italia nella primavera gli arciduchi del Tirolo Ferdinando e Francesco Sigismondo per visitare Isabella Chiara duchessa di Mantova loro sorella. Di molte feste furono in tal congiuntura fatte in quella città, e v'intervenne anche Francesco I duca di Modena. Invitati quei principi da esso duca, vennero poi nel dì 10 di aprile insieme col duca Carlo II e colla duchessa di Mantova a Modena. E perciocchè uno dei pregi dell'Estense era la magnificenza, trattenne egli per più dì quell'illustre brigata con suntuosi divertimenti di commedie, caccie, conviti e danze. Superbo spezialmente riuscì un torneamento a cavallo fatto nella piazza del castello, per le ricche [1187] comparse, per la rarità delle macchine, voli e battaglie: spettacolo descritto e pubblicato dalla famosa penna del conte Girolamo Graziani segretario del duca. Restò nulla di meno funestata sì allegra giornata da un sinistro accidente, cioè dalla morte di Giovanni Maria Molza cavalier modenese, il quale correndo colla lancia incontro al conte Raimondo Montecuccoli, miseramente ferito alla gola perdè tosto la vita. Sì afflitto rimase per questa disavventura il Montecuccoli, perchè suo grande amico era il Molza, che non tardò a tornarsene in Germania, dove poi divenuto generalissimo dell'imperadore, diede tanti saggi di valore e prudenza, che il suo nome passerà chiarissimo anche ai secoli avvenire.


   
Anno di Cristo MDCLIII. Indizione VI.
Innocenzo X papa 10.
Ferdinando III imperad. 16.

Nella storia ecclesiastica celebre riuscì l'anno presente per la solenne condanna fatta, nel dì 31 di maggio, da papa Innocenzo X delle cinque proposizioni di Cornelio Giansenio vescovo d'Ipri, accettata festosamente dai vescovi di Francia. Sì giusta fu la sentenza pontificia, sì chiara intorno a questi punti è la dottrina della Chiesa cattolica, che non osarono già i seguaci e fautori del Giansenio di mettersi a cozzare coll'autorità della Sede apostolica intorno a tal decreto; ma cangiarono batteria, pretendendo che le condannate proposizioni non esistessero nelle opere del suddetto Giansenio, morto in comunione della Chiesa. E qui ebbe principio una sedizione d'ingegni, che tante scene ha poi dato alla Chiesa di Dio, e che ora palese, ora occulta si mantien viva e pertinace tuttavia in chi, gloriandosi di essere fedel discepolo di Sant'Agostino, si abusa del suo nome per sostener dogmi riprovati dalla Chiesa di Dio. La prosperità, dell'armi spagnuole in Italia cagion fu che i Franzesi, per timore che il duca di Savoia Carlo [1188] Emmanuele non si gittasse anch'egli loro in braccio, addolcirono quella corte, con cederle il possesso della fortezza di Verrua; ed altri aggiungono anche della cittadella d'Asti, occupata fin qui dalle lor armi. Alcune picciole fazioni militari si fecero dipoi tra i Franzesi ingrossati e l'esercito spagnuolo: saccheggiarono i Piemontesi sul principio di quest'anno il borgo di Sesia e poscia Serravalle; ma infine si ritirarono tutti ai lor quartieri, risparmiando il sangue a miglior uso.

Senza azione alcuna degna di osservazione passò ancora la presente campagna in Levante e in Dalmazia, quantunque la guerra turchesca durasse coi Veneziani, i quali con tutto il loro sforzo mai non mandavano tal nerbo di gente in soccorso di Candia che i lor generali potessero tentar grandi imprese. Trovavasi anche sola in questo cimento la repubblica, giacchè l'imperadore e la Polonia si studiavano di star in pace col nemico comune. Miracolo perciò era che non andassero sempre più peggiorando gl'interessi de' Veneti, troppo picciolo riuscendo al bisogno loro il soccorso delle galee del papa e di Malta. In questi tempi il duca di Mantova Carlo II sostenuto dalla protezione della imperadrice Leonora sua sorella, e già tutto dichiarato del partito degli Spagnuoli, ottenne di essere creato vicario imperiale in Italia: novità che servì a far crescere i disgusti fra lui e la real casa di Savoia, a cui già dai precedenti Augusti era stata conferita cotal dignità. Nè si dee tacere che per le gravissime turbolenze intestine della Francia era decaduto da qualche tempo in Italia il credito e il potere dei Franzesi. Cominciarono in quest'anno a cambiar faccia gli affari, coll'essere gloriosamente ritornato dopo l'esilio, dopo tanti oltraggi, il cardinal Mazzarino a Parigi, dove ripigliò la primiera autorità presso il re Luigi XIV e si diede a rimettere in buon sesto lo sfasciato regno, e a tessere delle tele anche in Italia per reprimere gli Spagnuoli. Arrivò egli in [1189] quest'anno a stabilire il matrimonio di madamigella Anna Maria Martonozzi sua nipote con Armanno principe di Contì, fratello del Condè, cioè del gran promotore di quelle guerre civili. Col mischiare il suo col sangue reale di Francia si aprì egli la strada ad un'altra alleanza colla nobilissima casa d'Este, siccome diremo. Maritò ancora in varii tempi altre sue nipoti di casa Mancini con Lodovico duca di Vandomo, col principe Eugenio di Savoia conte di Soissons, col contestabile Colonna e col duca di Buglione. Ecco ciò che sa fare il senno colla fortuna congiunto.


   
Anno di Cristo MDCLIV. Indizione VII.
Innocenzo X papa 11.
Ferdinando III imperadore 17.

Pace non si godeva in Lombardia, e pur guerra non ci fu nell'anno presente; e ciò perchè tutti stavano attenti ad un gagliardo armamento marittimo che si faceva in Provenza, nè si sapea qual mira avesse questo minaccioso temporale. Venne finalmente a scoprirsi che Arrigo di Lorena duca di Guisa, che già dicemmo preso e poi liberato dalle carceri di Spagna meditava di tentar di nuovo la fortuna con passare nel regno di Napoli. Dopo la ribellione de' precedenti anni, molti di que' nobili aveano più tosto eletto di abbandonar la patria, che di restare esposti alla dubbiosa fede e nota crudeltà del conte di Ognate vicerè, ed erano stati per questo banditi da lui. Altri ancora nel seno dello stesso regno dimoranti si rodevano di rabbia per l'aspro governo degli Spagnuoli. Però volavano da più parti lettere ed inviti al suddetto duca di Guisa, signore che per le sue obbliganti maniere avea lasciato buon nome e non pochi amici in Napoli, affinchè si presentasse con un'armata in quel regno, promettendo a lui mari e monti di assistenze e di ribellioni. In chi già s'era veduto come re in quel bel paese, nè avea mai saputo deporre il desio e forse nè pur la [1190] speranza di conquistarlo, fecero facilmente breccia i conforti e le promesse di tanti regnicoli, e il creduto universale odio di que' popoli contro gli Spagnuoli. Comunicò il Guisa il suo pensiero alla corte di Francia, che occupata da maggiori impegni non volle accudire a sì perigliosa impresa. Ottenne nondimeno favori per poter armare, ed anche intenzione di poderosi aiuti, qualora gli venisse fatto di sbarcare nel regno di Napoli, e di far conoscere un bell'aspetto di maggiori progressi. Raunato quanto danaro potè ricavar da' suoi proprii beni e dalle borse de' suoi amici, si applicò a far massa di gente e ad allestir gran copia di legni. Mal servito fu egli da chi avea tale incumbenza, perchè gran tempo si consumò in apparato, e le navi si trovarono dipoi mal corredate, nè a sufficienza fornite di marinaresca, di attrezzi e di munizioni. Arrivò l'autunno, tempo poco propizio ai naviganti; pure il duca salpò e fece vela verso il Levante. Ma eccoli le tempeste mover guerra a lui, prima ch'egli la facesse agli altri. Alcuni de' suoi legni, perchè deboli a quel conflitto, si perderono, o rimasero ben conquassati. Contuttociò a' lidi di Napoli giunse finalmente la flotta guisana, dove non si contavano più di quattro mila uomini da sbarco: armata in vero troppo lieve per conquistare un regno. Si aspettava il duca di vedere al suo arrivo fioccare a migliaia i regnicoli sotto le sue bandiere: che tali erano state le lusinghevoli promesse de' malcontenti. Poco tardò a conoscersi beffato, non trovando se non de' nemici in quelle parti.

Aveano gli Spagnuoli preveduto che il preparamento di quella flotta in Provenza avea per mira il regno di Napoli, nè mancò loro tempo per premunirsi. Il vicerè, più accorto del duca, assai conoscendo qual danno potesse provenire da tanti banditi, se giugnessero ad unirsi coi Franzesi, si applicò al saggio consiglio di richiamarli per tempo, concedendo grazia e restituzion di beni a tutti, purchè [1191] fedelmente in questa congiuntura prestassero servigio alla corona. Concorsero tutti al perdono, anteponendo il sicuro presente bene all'incerto del patrocinio franzese; e però in vantaggio di lor soli si convertì la spedizione del Guisa. Ciò non ostante, esso duca, avendo giudicato utile ai suoi disegni l'acquisto di Castellamare, colà sbarcò le milizie sue; e giacchè quel presidio alla dolce chiamata negò di rendere la città, le artiglierie cominciarono a parlargli di altro tuono. Formata la breccia, si venne ad un generale assalto, per cui in meno di sei ore con poca perdita di gente il duca divenne padrone della città e del castello. Ciò fatto, spedì egli il marchese Plessis Belieure ad impossessarsi della Sarna, e ad occupare i mulini e ponti della Persica e di Scaffati: il che avrebbe sommamente incomodata la città di Napoli. Fu creduto che se il Guisa fosse marciato a dirittura ai borghi di Napoli, avrebbe fatto progressi superiori alla comune espettazione: tanta era la costernazion degli Spagnuoli, la lor diffidenza de' Napoletani, e poche le presenti lor forze. Ma perchè gli mancarono presto i viveri, e i soldati si abbandonarono alla licenza per procacciarsene, il che fece fuggire i paesani; e perchè sopraggiunse Carlo della Gatta con grossi rinforzi, perderono in breve i Franzesi i posti occupati; ed in Castellamare, dopo aver consumato quasi tutto il biscotto, si trovarono in tali angustie, che il duca si vide forzato a rimbarcar la sua gente, e rivolgere di nuovo le prore verso Ponente. Gran fatica durò per la contrarietà del mare all'imbarco, e nel viaggio patì gravissimi disastri, ma in fine si ridusse in Provenza, con aver perduto da secento de' suoi soldati, e lasciate in preda alle onde alcune sue navi. Allora, benchè troppo tardi, imparò qual pericolo sia il solcare in certi tempi il mare, e il fidarsi di popoli tumultuanti e promettitori di gran cose in lontananza, ma poi al bisogno atterriti e mancanti di parola. Se [1192] buona piega prendevano gli affari del Guisa, pensava la Francia di spedirgli per terra un corpo di cavalleria; e perciò il Caracena nello Stato di Milano facea buone guardie a fine d'impedirne il passaggio. Andarono a monte questi pensieri per la ritirata del Guisa, restando sommamente ringalluzziti gli Spagnuoli al vedersi con tanta felicità liberi da quella temuta invasione, e confuso l'ardire dei nemici Franzesi.

Poco prosperamente camminarono in quest'anno gli sforzi della veneta repubblica nella guerra col Turco. Venuta la primavera, voglioso Lorenzo Delfino, generale della Dalmazia, di far qualche gloriosa impresa, con sei mila combattenti si portò ad assediare la forte piazza di Chnin, e cominciò a batterla. Non passò gran tempo che sopraggiunsero al soccorso cinque mila Musulmani, che obbligarono i cristiani alla ritirata. Fu questa fatta con sì mal ordine, che rimase divisa la fanteria dalla cavalleria, e perciò restarono amendue sbaragliate con perdita di circa tre mila persone, di molte insegne e cannoni: disgrazia amaramente sentita dal senato non men per lo danno sofferto, che per lo scoraggimento delle rimanenti milizie. Seguì ancora nel dì 11 di giugno ne' mari di Levante una fiera battaglia fra l'armata navale turchesca e la veneta assai inferiore di forze. Con tutta la disparità fecero maraviglie di valore i Veneziani, ed anche incendiarono alcune navi nemiche; ma più n'ebbero incendiate delle proprie, ed alcune altre rimasero prese. Grave nulladimeno essendo stato il danno degli infedeli, ciascuna delle parti, secondo il solito in simili casi, decantò la vittoria. Nè si dee tacere una curiosa avventura di questi tempi. Ad alcuni religiosi minori osservanti, il numero dei quali supera di gran lunga qualsivoglia altro ordine religioso, cadde in pensiero di sacrificar le loro vite o sull'armata navale, o in Candia, per difesa della religion cristiana. Proposto nella congregazion [1193] di Roma il loro zelo e disegno, fu approvato con alcune modificazioni, e restò disegnata più d'una città dove s'avea da unire quest'armata fratesca. Ma si frappose il duca di Terranuova ambasciatore di Spagna in Roma, facendo riflettere che portando i Francescani l'armi contra del Turco, avrebbono perduti i luoghi santi di Gerusalemme; e tanti altri dello stesso ordine, esistenti nelle missioni del Levante, sarebbono rimasti esposti alla crudeltà de' Turchi. Per tali opposizioni abortì il sopraddetto disegno. Molti maneggi avea fatto Francesco I duca di Modena per passare alle terze nozze, siccome principe robusto e di delicata coscienza; ma svaniti questi, infine s'appigliò a prendere donna Lucrezia Barberini, nipote de' cardinali Francesco ed Antonio, e pronipote del già papa Urbano VIII, con dote di mezzo milione d'oro. Tale era il credito e la potenza di quei porporati nella corte di Roma e di Francia, che intervenendovi anche gli uffizii di papa Innocenzo X, divenuto tutto Barberino, e del cardinal Mazzarino, sempre intento a procurar parziali alla corona di Francia, che il duca di Modena riguardò tal matrimonio come utile ai presenti suoi interessi. Fu poi sposata questa principessa nel seguente anno in Loreto, e fece la sua entrata nel dì 23 d'aprile in Modena. Il magnifico viaggio della medesima si truova descritto da Leone Allacci celebre letterato. Più giorni furono impiegati in sontuose feste e pubblici solazzi, e spezialmente eccitò il plauso e l'ammirazione de' folti spettatori, sì del paese che forestieri, un ingegnoso torneo, accompagnato da gran copia di strane macchine, da ogni sorta di strumenti musicali, e dallo sfarzo degli abiti, che fu in tal congiuntura eseguito dalla nobiltà modenese, esercitata allora in somiglianti spettacoli.

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Anno di Cristo MDCLV. Indizione VIII.
Alessandro VII papa 1.
Ferdinando III imperad. 18.

Si vide il principio di quest'anno funestato dalla morte di papa Innocenzo X più che ottuagenario, succeduta nel dì 7 di gennaio, dopo dieci anni, tre mesi e ventitrè giorni di pontificato. Principe fu di rara prudenza nel governo, savio, circospetto nel parlare, tardo a risolvere, per accettar meglio le risoluzioni, e perciò difficile nelle grazie. Prelato Datario s'era acquistato il titolo di monsignor, non si può. Per altro si diede sempre a conoscere amantissimo della giustizia, e alle occorrenze la esercitò, ed anche andando per Roma riceveva i memoriali de' poveri, per tenere in freno i ministri. Inclinava forte all'economia e al risparmio talmente che di lui si lagnarono forte i Veneziani, perchè non imitando egli tanti altri zelanti papi, pochissimi aiuti contribuì alla difesa dei cristianesimo nella guerra col Turco. Scusavasi esso pontefice coll'aver trovata troppo esausta la camera apostolica, e col costante desiderio di non aggravare i popoli (dal che ben si guardò), anzi di sgravarli: al qual fine avea adunata gran somma di danaro, che servì poi a tutt'altro. A riserva dell'affare di Castro, abborrì di entrare in alcun altro impegno, tenendosi amico di tutti, creduto sul principio sommamente parziale degli Spagnuoli, e sul fine tutto Franzese. Nella carestia del popolo romano provvide al suo bisogno, e lasciò insigni memorie di fabbriche nelle basiliche Lateranense e Vaticana, nel Campidoglio e in altri luoghi. Quel solo che ecclissò alquanto la gloria d'Innocenzo X fu l'aver avuto per cognata, cioè per moglie del defunto suo fratello Panfilio Panfilii, donna Olimpia Maidalchina, donna di gran senno bensì, e di non minore onestà ornata, ma insieme soggetta alta vertigini dell'ambizione e dell'interesse. Ancorchè non avesse ella che un figlio, cioè don Camillo Panfilio, atto [1195] a propagar la sua casa; pure per dominare sotto la di lui ombra a palazzo, gli fece conferir la porpora, e il titolo allora usato di cardinal padrone. Innamoratosi questi poi della principessa di Rossano, deposta la porpora, passò alle nozze; per la qual risoluzione, non approvata dalla madre, e nè pure dal papa, restò poi escluso dalla corte ed anche da Roma. Trovandosi allora il vecchio pontefice bisognoso di chi l'aiutasse a portare la pesante soma del governo, donna Olimpia ebbe campo, siccome donna virile, d'ingerirsi in tutti gli affari, di maniera che a lei faceano capo anche gli ambasciatori, e per mezzo di lei si ottenevano le grazie; per le quali vie giunse ella ad accumular tesori. Ora, al vedere nel sacro palazzo un tal dispotismo, vie più improprio, perchè di donna, tanti in fine furono gli schiamazzi, che avvedutosi il buon pontefice che ne pativa la riputazione sua, rimosse non solo dai pubblici affari, ma anche dal palazzo l'ambiziosa cognata. Effetto fu della sua saviezza una tal risoluzione, ma effetto similmente della sua debolezza l'avere di poi rimessa alquanto nella sua confidenza essa donna Olimpia, la cui fortuna si sostenne da lì innanzi finchè visse il papa, e provò poi anche dei balzi sotto il di lui successore.

Aprissi dopo l'esequie del defunto pontefice il sacro conclave, e si consumarono quasi tre mesi in discordie e dibattimenti, finchè nel dì 7 d'aprile cadde l'elezione nella persona del cardinale Fabio Chigi, Sanese di patria, il quale assunse il nome di Alessandro VII. Concorrevano in lui tali doti di pietà, di letteratura, di saviezza, che quantunque in età di cinquantasei anni, e creato cardinale solamente nel 1652, pure si trovò anteposto a tutti gli altri più vecchi porporati. Gran plauso riportò da tutti questa elezione. Sfavillava spezialmente in lui un vero zelo per la difesa della cristianità, e fu dei più caldi nel conclave a mettere fra gli obblighi del futuro pontefice, che si somministrassero gagliardi aiuti alla repubblica [1196] di Venezia, per sostenersi nella guerra a lei mossa dal comune nemico. Avea egli anche assai conosciuti e molto detestati i disordini del nepotismo, e però per quasi tutto il primo anno del suo governo stette fermo in non volere in Roma il fratello Mario e i nipoti, con istupore di Roma, non avvezza a somiglianti miracoli. In Lombardia vide l'anno presente divampar di nuovo la guerra, suscitata dalla baldanzosa politica del marchese di Caracena governatore dello Stato di Milano. Dappoichè era a lui riuscito di snidar da Casale i Francesi, d'impadronirsi di Trino, e di far altre imprese con felicità, e spezialmente di ridurre alla divozione di Spagna Carlo II duca di Mantova, si avvisò di far lo stesso anche con Francesco I duca di Modena, e di adoperarvi l'esorcismo della forza. Sul principio dunque di marzo si mosse da Cremona coll'esercito suo, seco menando un gran treno di grossa artiglieria e di attrezzi militari, e una smisurata folla di guastatori, accostandosi al Po, per entrare negli Stati del duca. Nello stesso tempo spedì a Modena il conte Girolamo Stampa ad esporre i motivi della corte di Spagna di essere poco soddisfatta degli andamenti di esso duca, il quale fortificava Brescello e la cittadella di Modena; facea massa di gente; non avea indotto il cardinale Rinaldo suo fratello a dimettere, secondo i patti, la protezion della Francia; ed avea stabilito un matrimonio, ed era dietro ad un altro che non piacevano al re Cattolico. Il perchè chiedeva sicurezze della di lui fede o colla consegna di qualche piazza, o che si mandassero per ostaggi in Ispagna i figli del duca. Rispose il duca, che l'aver egli solamente due mila fanti e cinquecento cavalli, e il fortificar le sue piazze conveniva a lui per propria difesa; aver egli richiamato da Roma il fratello cardinale, e fattogli accettare il vescovato di Reggio; con altre ragioni che egli a suo tempo dedusse in un manifesto pubblicato colle stampe. Quanto poi alle bravate, se ne sbrigò con dire che si sarebbe [1197] difeso dall'ingiusta violenza altrui. Perciò non perdè tempo a spedire rinforzi a Reggio e Brescello, e il tenente generale conte Baiardi con ottocento cavalli a guardar le rive del Po.

Ma il Caracena su quel di Parma valicò il suddetto fiume: il che saputo, volò il Baiardi a Correggio, ed obbligò quel presidio spagnuolo a cedergli la piazza. Credendo il duca che il nemico esercito avesse da far pruove del suo valore contro la fortezza di Brescello, si portò colla sua nobiltà e con un corpo di fanteria a Reggio. Ma eccoli comparire il Caracena sotto quella stessa città, e bloccarla, quivi trovando chi tosto uscì a scaramucciar colle sue genti. Ora il duca, per meglio accudire a' suoi bisogni, animosamente colle sue guardie uscì nella notte del di 18 di marzo fuor di Reggio, lasciando ivi alla difesa il marchese Tobia Pallavicino; e postosi al largo, si applicò a mettere in armi tutte le sue cernide, e fatti venir di qua dall'Apennino i valorosi suoi Garfagnini, si preparò per soccorrere la minacciata città di Reggio. Interpostosi il duca di Parma per un aggiustamento, trovò così alte le pretensioni del superbo Caracena, che l'Estense con disdegno le rigettò, e andò a terra ogni trattato. Non erano le forze degli Spagnuoli, quali sul principio la fama decantò; laonde il Caracena, scorgendo aumentarsi ogni dì più quelle del duca, e la guarnigion di Reggio far delle frequenti sortite con danno de' suoi, nella notte del dì 22 di marzo con precipitosa ritirata levò il campo, e se ne tornò colla testa bassa a ripassare il Po, dopo aver fatto divenire nemico aperto un principe dianzi solamente amico sospetto. E di questa violenza riportò bene il Caracena l'universale biasimo, siccome il duca Francesco gran lode per la sua intrepidezza. Fu di poi esso Caracena richiamato e spedito in Fiandra a riparar la riputazione perduta. Ai primi rumori dell'armi suddette avea l'Estense spedito a Torino e a Parigi per ottener soccorsi. Di tal congiuntura si prevalse [1198] il cardinal Mazzarino per conchiudere il matrimonio di donna Laura Martinozzi, sua nipote, e sorella del principe di Contì, col principe Alfonso primogenito d'esso duca Francesco I: alleanza a cui fin qui avea trovato il duca delle difficoltà. Promise il cardinale una gagliarda assistenza dell'armi franzesi all'Estense, e seguì a Compiegne lo sposalizio con gran solennità della corte reale nel dì 27 di maggio. Giunse questa principessa a Modena nel dì 16 di luglio, e riuscì poi donna superiore al suo sesso. Alle allegrezze della casa d'Este s'aggiunse ancora il giubilo della nascita d'un principino figlio del duca Francesco, a cui fu posto il nome di Rinaldo; ed a lui, benchè terzogenito, Dio riserbò la conservazione e la propagazione del nobilissimo sangue estense.

Attenne il cardinal Mazzarino la sua promessa, ed ecco giugnere nel mese di giugno in Piemonte un'armata, che unita colle milizie del duca di Savoia si fece ascendere a diciotto mila fanti e sette mila cavalli. La politica e la fama accrescono sempre il nerbo degli eserciti. Ne prese il comando il principe Tommaso di Savoia, come generale dell'armi di Francia. Nel dì 8 del mese suddetto, avendo egli felicemente passato il Ticino, colle scorrerie portò la costernazione sino a Milano, da dove i benestanti cominciarono a salvarsi col loro meglio in altri paesi. Si mosse intanto anche il duca di Modena con più di quattro mila fanti e mille cavalli per unirsi ai Franzesi; e perciocchè le maggiori istanze del principe Tommaso erano che egli menasse al campo munizioni da guerra, inviò colle genti sue una processione di novecento carra tirate da due o tre paia di buoi, con diciotto pezzi d'artiglieria, e con quanto occorreva per imprese militari. Giunto egli al campo, si trattò di assalir qualche piazza, e il duca voleva che si cominciasse da Lodi, di facile conquista; ma chi più potea determinò l'assedio di Pavia, a cui fu dato principio nel dì 24 di luglio. Non mi tratterrò io in descriverne [1199] le particolarità, dopo averne abbastanza parlato nelle Antichità Estensi. Basterà al lettore il sapere che bella difesa fecero gli Spagnuoli e Pavesi, e che il duca di Modena colpito alla sfuggita da una palla di falconetto nelle spalle, con ampia ferita gli portò via la carne e gli scheggiò l'osso, fu in pericolo della vita; e che quell'assedio infelicemente progredì, avendo di tanto in tanto lasciato entrar dei soccorsi nella città il principe Tommaso. Era egli figlio del duca Carlo Emmanuele seniore, cioè del maggior politico de' suoi tempi, e seppe ben profittare della di lui scuola. Per attestato d'Alberto Lazzari, quand'egli fu del partito spagnuolo, seppe ben servire i Franzesi; e quando comandò l'armi franzesi, non dimenticò di prestar servigio agli Spagnuoli. In una parola, all'avviso che fossero sbarcate al Finale alcune migliaia di combattenti spediti da Spagna, l'esercito franzese, già molto infievolito per le diserzioni e malattie, trovandosi anche infermi il duca e il principe, quasi preso da timor panico, disordinatamente ed in fretta si ritirò nel dì 15 di settembre da quell'assedio, lasciando indietro alquanti pezzi di cannone, seicento sacchi di farina, non poche bagaglie e molti attrezzi da guerra. Il principe Tommaso, condotto colla febbre in corpo a Torino, finì di vivere nel dì 22 di gennaio dell'anno seguente 1656. Fu portato il ferito duca di Modena ad Asti, dove dopo tre mesi riavuta la sanità, passò a Torino, e di là poi prese le poste alla volta di Parigi. Colà giunto nel dì 27 di dicembre, incredibili carezze ricevette dal re Cristianissimo e dal cardinal Mazzarino, ben persuasi che egli dicea daddovero nel servigio della corona di Francia.

Fu in quest'anno che Carlo Emmanuele II duca di Savoia fu inquietato dalla ribellion dei Barbetti, eretici valdesi, abitanti nelle valli di Luzerna, San Martino, Angrogna e Perusa. Le insolenze di costoro contra dei cattolici e la lor disubbidienza agli editti del sovrano arrivarono [1200] finalmente ad un'aperta sedizione; laonde quella corte fu obbligata a spedir colà il marchese di Pianezza con fanteria e cavalleria, e poscia il marchese Galeazzo Villa, per mettere in dovere gli ammutinati. Costoro si ritirarono all'alto delle montagne in siti fortissimi, e però seguirono stragi, incendii e saccheggi. Tante doglianze poi fecero costoro negli Svizzeri, in Olanda, Inghilterra e fra gli ugonotti di Francia, che in lor favore si mosse o con uffizii o con gente tutta la razza de' protestanti, di maniera che, temendo la Francia che s'accendesse per questo una gran guerra, giudicò meglio d'interporsi, e di condurre le controversie ad un accomodamento con riputazione di quella di Torino. Mancò di vita nel marzo di quest'anno Francesco Molino doge di Venezia, ed ebbe per successore nel dì 25 d'esso mese Carlo Contarino. Non poche prodezze fecero l'armi venete nella guerra co' Turchi. Francesco Morosino, capitan generale dell'armata navale, espugnata l'isola d'Egina, ne condusse via circa quattrocento schiavi. Nel dì 23 di marzo si portò ad espugnare la città di Volo sulle coste della Macedonia, e se ne impadronì colla forza, asportandone venti cannoni di bronzo e sette di ferro, con prodigiosa quantità di biscotti, e lasciando in preda alle fiamme la misera città. Ma di gran lunga maggiore fu la gloria riportata da lui nell'atroce battaglia di mare che seguì ai Dardanelli, nel dì 21 di giugno, fra la veneta armata e quella de' Turchi. Ne riportarono i cristiani una insigne vittoria. Undici tra vascelli e galee turchesche rimasero incendiate; altrettante o si affondarono o perirono al lido colla morte di circa sette mila infedeli; tre lor legni con più di secento persone rimasero in poter de' Veneziani. Nel dì seguente trovate alla spiaggia altre navi turchesche spogliate di genti e cannoni, furono incendiate. Per quasi due mesi tenne dipoi il Morosino l'assedio a Napoli di Romania, ma non potè ridurlo alla sua ubbidienza. Gli riuscì bensì di prendere [1201] Megara, che fu saccheggiata e data in preda al fuoco. Gran bottino fecero ivi i soldati, e ne furono asportati tredici grossi cannoni e gran copia di grano. Secondo il Guichenon, nell'ottobre di quest'anno giunse a Torino l'incomparabil donna Cristina Alessandra regina di Svezia, che avea dato un calcio al regno, ed abbracciata la religione cattolica. Ricevette ella di grandi onori dalla corte di Savoia; ed imbarcatasi per Po, venne a Ferrara e Bologna; e proseguendo il viaggio per tutto lo Stato ecclesiastico, accompagnata sempre dal famoso letterato Luca Olstenio canonico di San Pietro, mandatole incontro dal papa, pervenne nel dì 19 di dicembre a Roma. Solenne fu il suo ingresso in quella gran città, indicibile il plauso e l'allegrezza della sacra corte: il papa e i cardinali non lasciarono indietro dimostrazione alcuna di stima verso questa nuova eroina.


   
Anno di Cristo MDCLVI. Indizione IX.
Alessandro VII papa 2.
Ferdinando III imperad. 19.

Erasi portato Carlo II duca di Mantova nel verno di quest'anno a Parigi per rimettersi, se potea, in grazia di quella corte, perchè, al mirare ingagliarditi i Franzesi in Lombardia, gli tremava il cuore. Se ne tornò egli in Italia poco, secondo le apparenze, aggustato, perciocchè continuò a seguitare il partito spagnuolo. Alla corte d'esso re Cristianissimo s'era, come dicemmo, trasferito anche Francesco I duca di Modena, e dopo aver concertato quanto occorreva per la campagna dell'anno presente, carico di doni, e col titolo di generalissimo delle armate di Francia in Italia, sen venne pel Genovesato, e giunse a Modena nel dì 20 di febbraio. A militare con lui e sotto di lui venne anche il duca di Mercurio. Sul principio di giugno ito esso duca di Modena a prendere il comando dell'armata Franzese, con cui si unì anche il giovane marchese Villa colle truppe [1202] del duca di Savoia, dopo aver minacciato varie altre piazze dello Stato di Milano, all'improvviso andò a mettere l'assedio alla fortezza di Valenza presso il Po. La piazza era forte, valorosi i difensori; azioni ben calde si fecero sotto di essa, nelle quali ebbe il duca Francesco il dispiacere di perdere due dei suoi primi e migliori uffiziali, cioè il conte Gian-Maria Broglia e il marchese Tobia Pallavicino. Ma più sensibile disavventura provò egli appresso, perchè avendo molto prima gli Spagnuoli ricuperato il castello di Arena, e saputo che da Modena veniva al campo franzese un corpo di quattro mila tra fanti e cavalli, comandati dal duca di Birone e dal conte Giam-Batista Baiardo tenente generale d'esso duca; il cardinal Teodoro Trivulzio, a cui pro interim dopo la partenza del marchese di Caracena stava appoggiato il governo di Milano, segretamente fece sfilare alla volta di quel castello molte brigate di soldati. Poste queste genti in aguato a Fontana-santa verso i confini del piacentino, allorchè colà giunse senza alcuna ordinanza la soldatesca gallo-estense, l'assalirono, la sbaragliarono, fecero mille e ducento prigioni, fra i quali lo stesso conte Baiardo, a cui nulla giovò il far quanta difesa potè, perchè il duca di Birone coi suoi secento cavalli se ne andò, lasciando lui alla discrezion de' nemici. Questa non lieve percossa punto non isgomentò il duca di Modena, che più vigorosamente che mai continuò gli approcci sotto Valenza. Ma perciocchè pel mantenimento dell'armata abbisognava troppo di un convoglio di viveri, e gli Spagnuoli con tutte le lor forze erano passati alla Gerola: il duca all'improvviso, lasciata nelle linee l'occorrente milizia, marciò col resto dell'esercito contra d'essi Spagnuoli, risoluto di dar loro battaglia. Non vollero eglino questo giuoco, ed onoratamente lasciarono passare il convoglio, che fu la vita del campo franzese sotto Valenza. Giunto poscia al governo di Milano il conte di [1203] Fuensaldagna, fece ogni possibile sforzo per ispignere soccorsi in quella piazza, e gli venne fatto una volta d'introdurvi alquanti soldati. Gli altri tentativi riuscirono per lui dannosi; sicchè in fine fu obbligato quel presidio, nel dì 7 di settembre, a capitolar la resa. Corse un gran pericolo nell'anno presente il duca di Modena a cagion dei potenti maneggi degli Spagnuoli alla corte dell'imperadore Ferdinando III, avendo eglino indotto quell'Augusto a spedir proclami contra dello stesso duca, quasichè il far guerra agli Spagnuoli fosse causa concernente il romano imperio. Raunati poi dodici mila Tedeschi, gli spedì esso Augusto in Italia, e già si aspettava la gente di veder piombare questo fulmine sugli Stati del duca Francesco, rimasti affatto sprovveduti di difesa. Ma giunta quella gente nel Tirolo, insorsero dissensioni fra gli uffiziali, e buona parte si sbandò, in maniera che appena quattro mila ne pervennero a Milano, senza essere a tempo di soccorrere Valenza. Fu creduto che il senno e l'oro del duca di Modena dissipasse quel minaccioso temporale. Posta poi ai quartieri d'inverno l'armata, sul fine dell'anno passò di nuovo l'Estense a Parigi, ed arrivò colà nel dì 6 di gennaio.

Videsi meglio in quest'anno qual mutazione d'umori possa far la mutazion degli onori. S'era ognuno promesso grandi esempii di virtù nel pontefice Alessandro VII. Siccome dicemmo, niuno più di lui avea declamato contro gli abusi del nepotismo, allorchè era cardinale; questo tenore ancora seguitò ad essere per alquanti mesi. Non volle in Roma il fratello e i nipoti; niun privato interesse compariva in lui; sprezzava le cose caduche di questa vita; davanti agli occhi teneva le memorie della sua morte, e le vite e le azioni dei più insigni romani pontefici. Ma da sì belle massime si allontanò egli alquanto dipoi, perchè, non potendo più reggere alla tentazione, chiamò alla corte don Mario Chigi suo fratello [1204] e i lui figli, e in mano loro mise i pubblici affari. Si figurò egli di aver posta una gran briglia ai parenti, coll'aver confermata ed armata di maggiori pene una bolla di papa Gregorio XIII che vieta il promettere e il prendere regali per qualsivoglia giustizia e grazia nella corte romana; quasichè chi ha le briglie in mano non possa facilmente defraudare la santa intenzione dei legislatori; e le coscienze poco scrupolose non sappiano trovar ragioni per credere non fatte per loro le stesse leggi della natura e di Dio. Questo inaspettato risarcimento di nepotismo fece cangiar linguaggio a' fabbricatori di prognostici intorno a questo pontificato. Fra gli altri allettato il celebre P. Sforza Pallavicino, che fu poi cardinale, dal bell'aspetto di quei primi mesi, s'era già messo a scrivere la Vita dello stesso pontefice. Ma da che vide la metamorfosi suddetta, gli cadde la penna di mano, e lasciò questa cura a chi fosse di stomaco diverso dal suo. Ma spezialmente ebbero a dolersi di questo papa i Veneziani, come abbiamo dalle Storie del senatore Andrea Valiero e del signor Graziani; perchè avendo egli cardinale nel conclave scritto di sua mano il decreto obbligante il futuro pontefice a somministrar a sue spese un corpo di galee e tre mila fanti in difesa di Candia, divenuto poi papa, trovò mille difficoltà, e nè pur si indusse a darne un migliaio, con ristringere nell'ultimo tutta la sua liberalità a spedire in aiuto de' Veneziani quattro sole galee. Poca durata fece nel trono ducale di Venezia Carlo Contarino essendo egli stato chiamato all'altra vita nell'anno presente. Ebbe per successore Francesco Cornaro, il cui ducato non si stese che a soli venti giorni. In luogo suo fu poi eletto doge Bertuccio Valiero.

Era solita l'armata navale veneta ogni anno di postarsi alle bocche de' Dardanelli, per impedirne l'uscita alla turchesca. Avvenne che nel dì 26 di giugno comparve colà Sinan bassà con gran flotta, risoluto di passare senza chieder licenza [1205] a' Veneziani. Però si venne a un terribile conflitto. Era composta l'armata veneta, sotto il comando di Lorenzo Marcello capitan generale, di venticinque vascelli, altrettante galee e sette galeazze, oltre a sette galee de' bravi Maltesi. Per due ore di ostinato combattimento fu incerta la vittoria, finchè sopraffatti i Turchi dal valor dei cristiani, rincularono, cercando colla fuga di sottrarsi al cimento. Inseguiti si precipitavano in mare per salvarsi a nuoto. Molte lor navi rimasero divorate dal fuoco, altre si ruppero a terra. Tredici galee inoltre, sei vascelli e cinque galeazze vennero in poter de' Veneziani, colla morte, per quanto fu creduto, di dieci mila di quegl'infedeli, colla liberazione (se pur tanto si può dire) di cinque mila schiavi cristiani, e coll'acquisto di gran copia d'artiglierie e di attrezzi militari, ricavati dalle abbandonate navi alle quali fu dipoi appiccato il fuoco. Fu questa la più insigne vittoria riportata da' Veneti nella presente guerra; se non che restò essa funestata dalla morte dello stesso capitan generale Marcello. Dopo un sì fortunato successo, espugnarono i cristiani l'isola e rocca di Tenedo, dove lasciarono buon presidio. Altrettanto fecero all'isola e città di Lenno. Provò in quest'anno l'Italia il flagello della peste, che portata dalla Sardegna a Napoli, quivi cominciò ad incrudelire, e passò anche a Roma, dove diede campo al pontefice di usar ogni possibil precauzione e di soccorrere l'afflitto popolo con abbondanti limosine. Sì terribil fu questo malore, che desolò alcune città. Nella sola metropoli di Napoli corse voce che perissero più di ducento ottantacinque mila persone. In Roma, per le tante diligenze di quei magistrati ve ne mancarono solamente ventidue mila, e nello Stato ecclesiastico circa cento sessanta mila. Passò in quest'anno per Genova e Milano don Giovanni d'Austria, figlio illegittimo del re Cattolico, inviato in Francia al comando di quelle armi.

[1206]


   
Anno di Cristo MDCLVII. Indizione X.
Alessandro VII papa 3.
Ferdinando III imperad. 20.

Fu questo l'ultimo anno della vita di Ferdinando III imperadore, rapito dalla morte nel dì 2 d'aprile in età di quarantanove anni. Non vi fu bisogno di bugie per tessere uno splendido elogio a questo monarca: tale e tanta fu sempre in lui la pietà e il timore di Dio, l'integrità de' costumi, le prudenza e rettitudine del suo governo. Lasciò vedova la imperadrice Leonora Gonzaga, terza fra le sue mogli. Di varii figliuoli lo arricchirono i suoi matrimoni, ma non lasciò dopo di sè vivente se non Leopoldo, nato nel dì 9 di giugno dell'anno 1640, già coronato re d'Ungheria e di Boemia, che succedette negli Stati ereditarii del padre, e giunse nell'anno seguente a conseguir lo scettro del romano imperio. Apertamente si dichiarò sul principio di questo anno Carlo II Gonzaga duca di Mantova del partito spagnuolo, invanito forse del pomposo titolo di generale dell'armi dell'imperadore in Italia, a lui procurato da' ministri del re Cattolico, i quali speravano con questo chiodo di ribattere l'altro di Francesco I d'Este duca di Modena. Si studiò il Mantovano coll'usuale sparata di un manifesto di giustificar questa sua risoluzione, e di far comparire la necessità di cacciar dall'Italia i Franzesi. Ma si trovò egli in breve ben deluso, perchè mancò di vita l'imperador Ferdinando, e pochissima gente gli potè venir di Germania; e s'egli avea fatto i conti d'ingoiar gli Stati dell'Estense, gliene passò presto la voglia. Erasi portato, siccome dicemmo, il duca di Modena alla corte di Parigi, per concertar le operazioni della futura campagna; e siccome nelle sue vene scorreva il sangue della real casa di Savoia, per essere figlio dell'infanta Isabella, ed era perciò premuroso de' vantaggi del duca Carlo Emmanuele II suo cugino; così col suo [1207] credito fiancheggiò in maniera le istanze di lui, per riavere dalle mani de' Franzesi la cittadella di Torino, che ne riportò l'ordine dell'evacuazione dal re Cristianissimo. Con questo arrivò, nel dì 7 di febbraio, a Torino, e nel dì 10 seguì la consegna d'essa cittadella con immensa consolazione di quella corte e popolo. Calarono in questi tempi dalla Germania tre mila fanti e mille e cinquecento cavalli al servigio del duca di Mantova, con cui unitosi il conte Fuensaldagna governator di Milano, nella primavera con quante forze potè andò a prender varii posti intorno a Valenza, ardendo di voglia di ricuperar quella fortezza. Furono in breve sturbati i suoi disegni, perchè il duca di Modena, dopo avere ricevuti dalla Francia nuovi rinforzi di gente, guidati dal principe di Contì, uscì in campagna, ed entrato nel Monferrato, ordinò al giovine marchese Villa di assalire il castello di Monteglio, che si rendè con buoni patti. Quindi passò il duca con esso principe all'assedio del forte passo e castello di Non, ossia Annone, dove trovò una guarnigione di settecento uomini, che, dopo essersi bravamente difesa, nel dì 8 di giugno restò prigioniera di guerra. Quel comandante barone di San Maurizio Borgognone servì col cambio a fare restituir la libertà al conte Baiardo uffiziale primario del duca. Dacchè fu preso Montecastello, e portato soccorso di viveri a Valenza, che per iscarseggiarne si trovava in pericolo, s'inoltrò l'armata franzese sul Tortonese, per ricevere un rinforzo di due mila fanti e di mille e ducento cavalli, provenienti da Modena, e condotti dal principe Alfonso primogenito del duca, e dal principe Borso suo zio.

Fu poscia progettato ed impreso lo assedio d'Alessandria, città popolata e forte; e dato principio nel dì 17 di luglio alla circonvallazione e agli approcci. Dentro v'era un gagliardo presidio di fanteria, a cui si aggiunsero ancora cinquecento cavalli; e gli stessi cittadini animosamente [1208] accorsero alla difesa per l'odio che portavano al nome franzese. Viene diffusamente descritto questo assedio dal conte Gualdo Priorato nella vita dell'Augusto Leopoldo. Altro non ne dirò io, se non che nel dì 6 d'agosto avendo tentato gli Spagnuoli con tutto il nerbo del vicino esercito loro d'introdurre soccorso in quella città, seguì un'azione di gran valore da ambe le parti, e di molto sangue, spezialmente degli Spagnuoli, che furono vigorosamente respinti, essendosi in sì pericoloso frangente segnalati per la loro intrepidezza fra le moschettate il duca Francesco I di Modena, e i suoi due figli Alfonso ed Almerigo, con venire attribuito sopra tutto il buon esito di quella giornata al principe Borso d'Este, veterano nel mestier della guerra, che da lì a pochi mesi giunse al fine del suo vivere. Gravemente ferito restò in tal congiuntura il marchese Villa. Ma perchè la sola mente del saggio duca non potè condurre quell'assedio; oltre di che per le morti ed anche per le diserzioni era scemato forte l'esercito, e l'oste nemica difficultava molto il trasporto delle vettovaglie e de' foraggi; gli convenne in fine desistere da quell'impresa, e levare il campo nel dì 19 d'agosto. Restò forte di cavalleria, ma smilzo affatto di fanteria l'esercito franzese, laddove lo spagnuolo abbondava di fanti, e si trovava povero di cavalli. Perciò niun'altra impresa tentarono essi Franzesi, e andarono a reficiarsi alle spese de' loro nemici nella Lomellina e sul Novarese. Ma nel mese di dicembre, quando meno ognuno se l'aspettava, essendo già tornato in Francia il principe di Contì, ecco che il duca Francesco mette in marcia tutto l'esercito per venire sul Piacentino. Fu perseguitato nel viaggio da dirotte pioggie, trovò nel cammino orridi fanghi, ed i fiumi rigogliosi di acque. Niuno ostacolo potè fermare i suoi passi, di modo che sul fine dell'anno giunse egli con tutte le schiere sul suo Stato di Reggio. Non sapevano intendere i curiosi il vero motivo [1209] di questo suo difficile viaggio in istagione tanto disadatta, ma sul principio dell'anno seguente si svelò questo arcano.

Continuando l'ostinata guerra dei Turchi contra de' Veneti, si udì che in Costantinopoli si faceva un armamento maggiore del solito: il che nondimeno nulla sgomentò la costanza della repubblica. Incontratosi il capitan generale Mocenigo in quattordici navi grosse barbaresche, incamminate per unirsi all'armata turchesca, nel dì 2 di maggio le assalì. Dopo duro contrasto con que' Barbari, più usati degli altri alle battaglie, ne ridusse quattro in suo potere; tre altre andarono a rompere a terra, che furono poi incendiate; le restanti si salvarono colla fuga. Considerabile riuscì poscia lo acquisto fatto da essi Veneti a forza di armi del porto e della fortezza di Suazich, dove buona preda si fece di saiche turchesche, d'un vascello barbaresco e di molta roba, e ne furono menati via venticinque grossi cannoni, tolti una volta a' medesimi Veneti, come appariva dalle arme. In una dubbiosa zuffa co' Turchi perdè ancora in quest'anno la vita il general Mocenigo, e perì d'un incendio la sua nave capitana. Fu poi ricuperata da' Musulmani l'isola di Tenedo; l'altra di Lenito corse la medesima sfortuna, tornando per forza alla lor ubbidienza. Niun altro fatto rilevante seguì in quelle parti. In sì grave e pericoloso impegno abbisognava assaissimo la veneta repubblica de' soccorsi del pontefice, mostratosi fin qui alquanto sordo alle loro preghiere. Di tal congiuntura si prevalse papa Alessandro VII, aiutato ancora dai caldi uffizii del re Cristianissimo, per indurre il senato veneto a rimettere in Venezia e nelle altre città i religiosi della compagnia di Gesù. Favorevole fu il decreto; laonde dopo cinquant'anni di esiglio ritornarono essi padri colà a coltivar la vigna del Signore. Applicò il pontefice in sussidio dell'armi venete i beni dei conventini aboliti in quello stato, e i conventi [1210] degli ordini religiosi de' crociferi e di Santo Spirito, da lui suppressi, con altre grazie. Era passata nel precedente anno da Napoli e da Roma la peste a Genova. Quivi nel presente fece ella una orrida strage per la strettezza delle case e strade di quella popolata città; entro la quale, senza parlare del territorio, si fece conto nel mese di settembre che fossero perite settanta mila persone.


   
Anno di Cristo MDCLVIII. Indizione XI.
Alessandro VII papa 4.
Leopoldo imperadore 1.

Nella dieta dell'imperio a molte dispute fu sottoposta l'elezion del nuovo imperadore, non tanto pei maneggi dei Franzesi, affinchè si staccasse dalla casa d'Austria la corona imperiale, quanto ancora per la speranza nata negli elettori di potere in tal congiuntura condurre alla pace la Francia e la Spagna. Ma svanito il pio disegno, restò finalmente eletto imperadore Leopoldo Ignazio, re d'Ungheria e Boemia, figlio del defunto Augusto, nel dì 18 di luglio dell'anno presente, con plauso universale per le sue belle doti. Era egli in età di diciotto anni. Giunse, siccome dicemmo, sul fine dell'anno precedente l'esercito franzese, condotto da Francesco I duca di Modena, sul Reggiano. Consisteva in sette mila fanti e cinque mila ed ottocento cavalli. Sul principio di questo anno passò quell'armata il Po, non essendo giunti a tempo gli Spagnuoli per impedirle il passaggio, e andò a prendere i quartieri d'inverno nelle ubertose ville del Mantovano, e massimamente in Viadana e ne' luoghi circonvicini. Rigorosi ordini pubblicò il duca, perchè a niuno si facesse violenza, e si vivesse con quiete come in paese non nemico, esigendo nondimeno gli occorenti viveri e foraggi per l'armata. Fu da molti creduto che Carlo II duca di Mantova tra per la morte dell'imperadore Ferdinando III, per cui restarono sconcertate le sue misure, e per vedere esposto il Monferrato alla [1211] vendetta de' Franzesi, avesse già segretamente concertata la maniera di uscir di impegno con gli Spagnuoli, stante la necessità di sottrarsi a maggiori pericoli. Ma con sì fatta opinione non s'accorda il saper noi ch'esso duca accettò in questi tempi presidio spagnuolo nel borgo di San Giorgio di Mantova, e cercò aiuti da ogni parte. Contuttociò, o sia che al Gonzaga non piacesse di veder posto il teatro della guerra nelle viscere de' suoi Stati, o che concorressero altri politici riflessi; certo è ch'egli si vide finalmente ridotto ad accettare la neutralità, per cui si obbligò di non offendere da lì innanzi gli Stati del duca di Modena, e di non far guerra ai Franzesi; e vicendevolmente dagli altri fu promesso a lui lo stesso: con che, se non divenne amico della Francia, almen cessò di esserle nemico. Fortuna fu del Gonzaga d'incontrarsi in un generoso principe, qual fu Francesco I di Este, perchè altrimenti correa pericolo di perdere Mantova. E ciò perchè Angelo Tarachia primo ministro suo, traditore, per quanto scrive più d'uno storico, esibì al duca di Modena d'introdurre in Mantova i Franzesi; ma il magnanimo Estense volle veder quel principe corretto, ma non rovinato. Intanto la corte di Savoia, che non si credea tenuta a questo accordo, ben informata che l'importante fortezza di Trino si trovava con poco presidio spagnuolo e mal guardata, nella notte precedente al dì 20 di luglio segretamente spedì colà il giovane marchese Villa con tre mila e cinquecento tra fanti e cavalli, che sorprese le principali fortificazioni nella piazza, ed obbligò il comandante spagnuolo a capitolarne la resa. Il duca di Mantova, che ne riteneva la giurisdizione, fece perciò delle gravi doglianze che a nulla servirono; ed ebbe appresso la mortificazion di ricevere una lettera dal collegio elettorale nel dì 4 di giugno, vietante a lui l'intitolarsi generale dell'imperadore e vicario dell'imperio.

In esecuzione del concordato premeva al duca di Modena di liberare il Mantovano [1212] dal peso delle truppe franzesi; e però da che ebbe rinforzato l'esercito con forze nuove, parte raccolte in Modena, e parte venute di Francia, sul fine di giugno pel Cremonese, dando il sacco fino alle porte di quella città, andò cercando la maniera di passare il grosso fiume dell'Adda. Eran le rive opposte ben guernite di combattenti, colà spediti dal conte di Fuensaldagna; e troppo ardita impresa si scorgeva il tentarne il passaggio. Fortunatamente riuscì ad alcuni pochi Franzesi di valicar quel fiume a Cassano, e di fortificarsi nell'altra riva, di modo che trasse colà tutta l'armata, e, gittato un ponte, passò. Da incredibil confusione e spavento per questa impensata felicità dei nemici restò preso l'esercito spagnuolo, e il Fuensaldagna, insospettito di qualche intelligenza in Milano, colà con tutte le sue forze frettolosamente si ritirò. Allora il duca di Modena animosamente diede la marcia all'esercito suo, e per mezzo del Milanese, e fin passando presso le porte di Milano, andò al Ticino, e dopo averlo valicato, senza perdere tempo, cinse d'assedio la fortezza di Mortara: azioni tutte che fecero salir alto il suo nome, e il concetto del suo valore e senno. Resistè quella piazza sino al dì 25 d'agosto, in cui fu obbligata a rendersi: con che la fertile pianura della Lomellina restò esposta ai comandi de' Franzesi. Ma che? nell'auge di tanta gloria eccoti cadere infermo Francesco I d'Este duca di Modena, oppresso dai patimenti e dalle fatiche passate, o pure avvelenato dalla cattiva aria di Mortara. Fu portato a Sant'Ià, dove fu a visitarlo Carlo Emmanuele II duca di Savoia, e nel dì 14 d'ottobre di questo anno fra le braccia del principe Almerigo suo figlio, e dei suoi cortigiani che si disfacevano in lagrime, con quel medesimo coraggio che egli avea sempre mostrato nelle azioni guerriere, rendè l'anima al suo creatore in età di quarantotto anni, un mese e nove giorni. Comune opinione fu, che s'egli non fosse stato rapito da morte cotanto immatura, l'Italia avrebbe [1213] avuto in lui un generale d'armate da paragonarsi coi primi. Nè io mi fermerò a descrivere il corteggio delle tante virtù che si adunavano in questo principe, la principal delle quali fu la pietà, perchè ne ho detto quanto occorre nelle Antichità Estensi, e può leggersi il giusto suo elogio nelle Storie del conte Gualdo Priorato, di Francesco Vigliotto, nell'Idea del principe del padre Gamberti della compagnia di Gesù, e presso altri scrittori. Solamente dirò, aver egli comperata ben caro la gloria umana, perchè di tanto suo servigio prestato alla corte di Francia, nè egli nè la sua casa riportarono veruna ricompensa, o almen non tale che pareggiasse la gran copia di spese e debiti fatti in occasione di queste guerre, a saldare i quali fu poi necessaria l'alienazion di assaissimi allodiali. Lasciò il duca Francesco dopo di sè tre figli: Alfonso, Almerigo e Rinaldo, e nel dominio degli Stati a lui succedette il primogenito, che si nominò Alfonso IV.

Altra azione meritevole di memoria non passò dopo la presa di Mortara; se non che i Franzesi entrarono in Vigevano, e ne distrussero le fortificazioni; il conte di Fuensaldagna mandò improvvisamente un corpo di gente a dar la scalata a Valenza, ma con trovar vigilanti i Franzesi, e tornarsene indietro senza voglia di ridere. Nel novembre di quest'anno l'essere venuto a Lione il re Luigi XIV col cardinal Mazzarino diede un buon pascolo alla curiosità dei politici per indovinarne il motivo. Si portò colà la maestà sua a visitare Cristina duchessa di Savoia, madre del duca Carlo Emmanuele II, zia d'esso re, e principessa di mirabil senno e vivacità di spirito, menando seco le due sue figlie, cioè la principessa Luigia vedova del principe Maurizio di Savoia, e la principessa Margherita nubile. Mentre madama reale era in trattato di accasar quest'ultima figlia con Ranuccio II Farnese duca di Parma, non lasciava ella di trattar colla corte di Francia, per farla regina: e tale [1214] era la beltà di questa principessa che potea fare un dolce incanto agli occhi del re. Si trovavano veramente le mire di questo giovine monarca rivolte all'infante di Spagna Maria Teresa: pure perchè tuttavia s'interponevano gravi ostacoli a quel maritaggio e alla pace col re Cattolico, seguì accordo con madama Reale, che se per tutto il mese di maggio prossimo venturo il re non chiudeva il suo maritaggio coll'infanta suddetta, egli sposerebbe la principessa Margherita di Savoia. Si servì l'accorto Mazzarino di queste apparenze per tirar gli Spagnuoli nel suo disegno. In fatti si ultimò poi la pace colla Spagna, e le speranze della principessa di Savoia andarono a terminare nell'accasamento col duca di Parma. Non sarà discaro ai lettori di apprendere una particolarità spettante al cardinale suddetto, la quale truovo io nella sua vita manoscritta, stesa in sestine da Giuseppe Sellori Romano, stato suo familiare di gran confidenza. Cioè nel suo appartamento del Louvre fece egli in quest'anno per tre mesi fare un maraviglioso apparato di tappezzerie, vasi d'oro e d'argento, lampane, pitture, ed altri mobili di rara ricchezza, con ingegnoso compartimento, fatto dal signor di Colbert. V'era una gran credenza, sulla quale stavano i premii per un lotto, cioè vasi d'oro e d'argento d'ogni sorta, orologi, guantiere gioiellate, scrigni, corone, anelli, croci, scatole e simili preziosi lavori ad ornamento spezialmente del sesso femminile. A più di cento mila scudi romani ascendeva il valore di questi premi. Alla funzione, nel dì 4 di aprile, intervenne il re, la regina madre, con tutti i principi, principesse e gran signori e dame di corte. Furono da madamigella Ortensia Mancini tirati a sorte i bollettini del lotto, due pel re ed altrettanti per la regina, ed uno per gli altri; e così fu distribuito tutto quel valsente, con ammirar tutti la rara munificenza di questo porporato italiano.

Diede fine ai suoi giorni nel presente [1215] anno il doge di Venezia Bertuccio Valiero, e fu alzato a quel trono Giovanni Pesaro. Offeriva il gran signore la pace alla Veneta repubblica, purchè gli fosse ceduta l'isola di Candia: condizion troppo dura, ma che nondimeno fu proposta nel senato, il quale si sentiva stanco ed esausto per sì lunga e dispendiosa guerra. Pure prevalse il parere de' più coraggiosi di non cedere all'imperioso tiranno. Da sì generosa risoluzione commosso il pontefice e i più ricchi de' cardinali, e spezialmente Francesco Barberino e Flavio Chigi, ed alcuni baroni romani, fecero a gara per prestare soccorso ai Veneti. Perciò, oltre alle dodici galee del papa, di Malta e di Toscana, furono spediti ad unirsi alla loro armata altri dieci vascelli provveduti da essi porporati e baroni alle spese loro. Il cardinal Mazzarino ancor egli mandò un regalo di cento mila scudi alla repubblica, coprendo probabilmente col suo nome ciò che veniva dal re. Ma azione alcuna di rilievo non accadde in quelle parti, avendo patito naufragio la flotta de' Veneziani colla perdita di alcune galee; videsi anche riuscir vano il disegno di sorprendere la Canea, e l'armata turchesca colla fuga deludere i cristiani, che si erano preparati per venire alle mani. Quel solo che animava le speranze de' Veneziani era il trovarsi disposta la corte di Francia, siccome disgustata del Turco, a spedire un gran rinforzo di gente in Candia, purchè seguisse la pace colla Spagna. Di ciò parleremo andando innanzi.


   
Anno di Cristo MDCLIX. Indizione XII.
Alessandro VII papa 5.
Leopoldo imperadore 2.

Gran pruova diede in questi tempi della sua saviezza il cardinal Mazzarino. Non avea pari la beltà e vivacità di spirito di madamigella Maria Mancini nipote sua, e se n'era tanto invaghito il giovinetto re Luigi XIV, che molti pensarono (non so se con vero o falso fondamento) ch'egli [1216] sarebbe giunto a sposarla, se il cardinale, non dirò vi avesse tenuta mano, ma solamente l'avesse permesso. Ruppe egli il corso di queste fiamme e pensieri, con allontanare improvvisamente dalla corte la nipote, che poi dopo la morte di lui divenne contestabilessa Colonna; e per la sua bizzarria, per le dissensioni col marito e coi suoi viaggi, diede tanto da dire agli spettatori e dilettanti delle varie scene del mondo. Poteva inoltre collocare un'altra sua nipote Mancini con Carlo Emmanuele II duca di Savoia, se fosse condisceso alla restituzion di Pinerolo, e a privar della regal protezione la città di Ginevra. Ma egli sempre antepose il servigio del re a' suoi privati interessi. Per opera sua, immediatamente dopo la morte di Francesco I duca di Modena, fu conferito il grado di generalissimo dell'armi di Francia in Italia ad Alfonso IV duca suo figlio e successore, il quale tosto fece i dovuti preparamenti per uscire in campagna nell'anno presente. Si servì il Mazzarino d'esso duca per far proporre alla repubblica Veneta una lega fra il re Cristianissimo, essi Veneziani e i duchi di Savoia e di Modena, con disegno di conquistar lo Stato di Milano, e di partire la preda fra loro, esibendosi la corte di Francia d'indurre il gran signor de' Turchi alla pace, e promettendo forze grandi per la sognata impresa. I Veneziani, che si trovavano in sì grave impegno per la guerra di Candia, e che saggiamente sanno in ogni tempo scandagliar le cose, si sbrigarono in poche parole da questa tentazione, con rispondere di non voler punto impacciarsi nella roba altrui. E perciocchè già cominciava ad apparire buon incamminamento alla pace fra la Francia e la Spagna, il Mazzarino segretamente consigliò il nuovo duca di Modena a prestar orecchio ad un accomodamento, già proposto dal governo di Milano al duca Francesco suo padre, perchè in tal guisa migliori condizioni avrebbe ottenuto, che aspettando la pace generale, in cui i principali contraenti pensano [1217] molto ai proprii vantaggi, poco a quei dei minori confederati. Interpostosi dunque il duca di Guastalla in questo maneggio, nel dì 11 di marzo dell'anno presente seguì accordo fra esso duca Alfonso IV e il conte di Fuensaldagna, per cui l'Estense rinunziò alla lega colla Francia, mettendosi in buona e libera neutralità. Fu promessa l'investitura cesarea del principato di Correggio al duca, e che ne sarebbe levato il presidio spagnuolo; siccome ancora che gli sarebbe dato nel regno di Napoli uno Stato di rendita annua di trentaduemila ducati di quella moneta, in soddisfazione dei crediti della casa di Este assicurati in quel regno. Con tali vantaggi, senza il braccio della Francia, si rimise il duca di Modena in grazia del re Cattolico, e fu assicurato della protezion di quella corona.

Passato dipoi a Madrid il suddetto Fuensaldagna, cavaliere di massime onorate, tanto cooperò, che finalmente, dopo una tregua, nel dì 7 di novembre fu conchiusa la famosa pace de' Pirenei fra le corone di Francia e di Spagna, e sigillata dalle nozze del re Luigi XIV coll'infanta di Spagna Maria Teresa, per giugnere alle quali il cardinal Mazzarino tanto avea vessata la Spagna, quasi prevedendo che un tal maritaggio avrebbe anche un dì portati in Ispagna i gigli d'oro. Altro non dirò io di questo avvenimento, che, dando fine alle arrabbiate guerre durate per tanti anni fra quelle due potenze, riempiè d'allegrezza tutte le provincie cattoliche, se non che fu ivi confermato l'accordo seguito fra il duca di Modena e il governator di Milano, ed assicurati sulla dogana di Foggia in regno di Napoli i crediti della casa d'Este colla corona di Spagna, crediti nondimeno poco fortunati, perchè mai non s'è trovata la via di soddisfarli. S'impegnarono ancora le due corone d'interporre i loro uffizii per ottenere soddisfazione dalla camera apostolica alle giuste pretensioni della casa d'Este, e a quelle del duca di Parma pel ducato di Castro. Valenza e Mortara furono restituite [1218] agli Spagnuoli; Vercelli col Cenghio nelle Langhe al duca di Savoia: il che seguì dopo la pubblicazion solenne della pace suddetta, differita sino al seguente anno. Le controversie pendenti fra i duchi di Savoia e di Mantova per le doti della fu principessa Margherita di Savoia furono rimesse in arbitri; e curiosa cosa riuscì dipoi l'essersi cotanto ostinato esso duca di Mantova in certe sue pretensioni, che andò per terra ogni accordo, e la corte di Savoia, col nulla pagare allora, mai più non pagò. Ebbe a dolersi papa Alessandro VII di questa pace, perchè in essa non s'era voluto che alcuno dei suoi ministri mettesse mano, e non si fece onore alcuno alla santità sua, ed in oltre vi si parlò delle pretensioni dei duchi di Modena e di Parma. Altri dipoi se n'ebbero anche più a dolere, perchè volesse Dio che le paci e i giuramenti dei potenti non fossero talvolta trappole per ricavare un presente guadagno, e rompere poi tutto, quando viene il tempo di guadagnare anche più. Sul fine di questo anno passò a miglior vita Giovanni Pesaro doge di Venezia, ed ebbe per successore Domenico Contarino. Si ridussero a poco le ostilità nella guerra di Levante, dove indarno furono aspettate le galee del papa e di Malta, perchè il priore Bichi general delle prime, arrivato a Napoli, per aver mirato da lungi alcune navi barbaresche, da uomo saggio non volle continuar il viaggio, e, voltate le prore, si restituì poscia a Civitavecchia; e i Maltesi, dopo averlo lungamente aspettato a Messina, anch'essi se ne ritornarono al loro porto. Sorprese il capitan generale Francesco Morosino la fortezza di Tamon nel golfo di Cassandra, che restò saccheggiata e demolita, con asportarne trenta pezzi di cannone e quattro petriere. Altrettanto avvenne a quella di Chisme nella Natolia dirimpetto a Scio, dove si fece buon bottino, ed acquistossi buon treno d'artiglierie. Ai poveri Greci abitanti nella venerata isola di Patmos fu dato barbaramente il sacco dai Veneti. [1219] Da Castel Ruzo, fortezza considerabile, presa e demolita, furono condotti via trentasei pezzi d'artiglieria, e cento quarantasei prigioni. Così terminò quella campagna. Nel dì 6 di novembre un fiero tremuoto conquassò in Calabria Catanzaro, Soriano, Mileto, Squillaci ed altri luoghi, con gran rovina di case e morte d'uomini.


   
Anno di Cristo MDCLX. Indizione XIII.
Alessandro VII papa 6.
Leopoldo imperadore 3.

Pubblicatasi finalmente nell'anno presente la pace stabilita fra le corone di Francia e Spagna, si vide rifiorir la quiete per tutti i regni cattolici. Incredibili feste e magnificenze spezialmente si fecero in Francia per l'abboccamento del re Cattolico Filippo IV e del Cristianissimo re Luigi XIV suo nipote ai confini de' regni nell'isola de' Fagiani, dove il primo colla regina consorte condusse la infanta Maria Teresa sua figlia, destinata moglie d'esso re di Francia, ma con patto ch'ella per sè e per li discendenti rinunziasse ad ogni pretensione e diritto sopra i regni di Spagna: del che poi si risero i Franzesi. Nel dì 6 di giugno colà comparve anche la regina madre del re Luigi, sorella di esso re Cattolico, col cardinal Mazzarino, principal autore della pace e di quell'illustre maritaggio. Non s'era forse mai veduta suntuosità simile come fu quella del congresso e delle nozze di que' potenti monarchi; e certamente Parigi, dove nel dì 26 d'agosto fecero la entrata i regii sposi, non avea giammai mirata pompa eguale, coronata dal concorso d'innumerabil nobiltà straniera. Siccome racconta nelle sue Storie il Gazotti, fu chiamato apposta da Modena a Parigi Gasparo Vigarani, maraviglioso inventor di macchine e di teatri, di cui il duca di Modena Francesco I s'era sempre servito per gli suntuosi divertimenti dati alla sua città. Egli fu che in Parigi [1220] sfogò l'ingegno suo nelle varie decorazioni di quelle splendidissime feste. Procurò in questi tempi il cardinal Mazzarino di unire con nuovi nodi alla real casa di Francia quella di Toscana, con aver destramente procurato che il gran duca Ferdinando II accudisse al matrimonio della principessa Margherita Luigia di Borbon, figlia del duca d'Orleans zio del regnante re Luigi, col principe Cosimo suo primogenito. Nell'ottobre il Gondi vescovo di Besiers fece solennemente la dimanda di questa principessa al re, e fu riserbata all'anno seguente l'esecuzione di così nobil maritaggio. Colle nozze del re erano già spirate affatto le speranze della principessa Margherita di Savoia pel trono di Francia; e però si effettuarono le promesse fatte dalla corte di Torino a Ranuccio Farnese II duca di Parma e Piacenza. Portossi questo principe a Torino con accompagnamento magnifico di nobiltà, e nel dì 29 d'aprile seguì il di lui sposalizio, che fu poi condecorato da nobilissimi spettacoli e divertimenti di quella corte, anche per altri motivi tutta in gioia, per avere ricuperata dalle mani degli Spagnuoli la città di Vercelli. Si videro in quest'anno comparire a Livorno (cosa non mai più veduta) gli ambasciatori del gran duca, ossia czar di Moscovia Alessio Michelovich, principe di smisurata ambizione e di ugual crudeltà. Furono ben accolti dal gran duca di Toscana Ferdinando II.

Succedette in questi tempi un fatto, nell'alma città di Roma, che gran commozione produsse in quella metropoli. Per dissapori precedenti, e per la recente pace de' Pirenei, si trovava alterato forte l'animo di papa Alessandro VII e dei Chigi contro il cardinal Mazzarino e contro la Francia. Però, senza far conto delle pretensioni de' duchi di Modena e Parma contro la camera apostolica, mosse dai ministri de' due re, all'improvviso fece esso papa dichiarare il ducato di Castro incamerato ed incorporato fra i beni della Chiesa romana, e per conseguente [1221] sottoposto alle bolle vietanti l'alienazion degli Stati d'essa Chiesa. Ora accadde, che volendo i birri, nel dì 20 di giugno, prendere per debito di dieci scudi un velettaio, abitante nelle rimesse delle carrozze di Rinaldo cardinal d'Este, protettore allora della Francia, fu loro impedita la cattura da' servitori del cardinale. Con maggior copia di sbirraglia tornò colà verso la sera il bargello, ma gli convenne fuggire. Allora fu che don Mario Chigi fratello del papa, ed arbitro della corte pontificia, ordinò ai Corsi e ad altre milizie di Roma di spalleggiare il bargello, affinchè venissero carcerati gli autori di quella violenza; giacchè non sapeano più i pontefici digerire gli abusi delle franchigie, come perturbatrici della giustizia e della quiete pubblica. Penetratosi questo disegno, si mise in armi tutta la numerosa famiglia del porporato estense; gli ambasciatori tutti de' principi, e fin quello di Spagna, e molti baroni romani, parziali della Francia, in aiuto di lui spedirono e offerirono gente, e tutti i Franzesi trassero al di lui palazzo. Non istimò bene don Mario di far altro maggior tentativo; ma perchè si mirava un gran bollore d'animi, si barricarono le strade, e si posero corpi di guardia nei posti occorrenti. Interpostosi l'ambasciator di Venezia, trovò troppe durezze ne' dominanti Chigi, e intanto da Napoli, dalla Toscana e da Modena andarono sopravvenendo uffiziali e soldati per assistere al cardinal d'Este; laonde si stava con batticuore in Roma per sospetto che scoppiasse qualche gran baruffa, a cui tenesse dietro il saccheggio della città. Non era il buon pontefice informato se non di quello che il fratello e i nipoti gli voleano far sapere. Ma illuminato in fine dal cardinale Pio del vero sistema di questo imbroglio, ordinò al manieroso cardinale Francesco Barberino che vi rimediasse. Onorevole accordo fu fatto, e tornò poi tutta Roma alla quiete primiera, se non che restarono certe amarezze e fermenti fra le corti di Roma e di [1222] Francia, che col tempo proruppero in maggiori sconcerti.

Si speravano in quest'anno progressi e felicità dell'armi cristiane in Levante, giacchè il cardinale Mazzarino aveva indotto il re Cristianissimo a spedire in aiuto de' Veneziani un corpo di quattro mila fanti. Pensava questo porporato di piantar in Francia un ramo della nobilissima casa d'Este, con dare in moglie al principe Almerigo Estense, fratello del duca Alfonso IV, Ortensia Mancini sua nipote, e crearlo erede de' suoi beni e del suo cognome: fortuna che poi toccò a Carlo Armando duca della Migliarè. Ma affinchè questo giovine principe, che già avea sotto il duca Francesco I suo padre fatto il noviziato della guerra, maggiormente si perfezionasse in quest'arte, il destinò per generale delle milizie franzesi inviate in soccorso di Candia, dandogli per luogotenente il signore di Bas. Andò il principe Almerigo, sbarcò le sue genti alla Suda, con prendere alcuni fortini, ed, unito co' Veneziani, s'accostò alla Canea per farne l'assedio. Nacquero tosto dissensioni fra il suddetto Bas e il Gremonville sergente generale franzese de' Veneziani. Da Candia Nuova accorsero alla difesa della Canea i Turchi: il che fece cangiar sentimento all'esercito di lasciar quella città e di portarsi sotto Candia Nuova rimasta sguernita. Erano giunti colà, ed aveano già preso un borgo con alcuni pezzi d'artiglieria, quando i soldati si diedero disordinatamente a rubare. Ma ecco sortire da Candia Nuova una trentina di cavalli turchi con urli, che misero un panico timore nell'armata gallo-veneta, che niuno pensò più se non a menare le gambe. Uscito allora tutto il presidio turchesco, gl'incalzò, e non finì la faccenda che tra morti e feriti restarono sul campo da mille e cinquecento persone, e il resto con gran fatica si ritirò alla città di Candia. Con questo infelice fine terminò la campagna dell'anno presente, ma non terminarono le disgrazie, perchè il [1223] principe Almerigo d'Este caduto infermo a cagion dell'aria cattiva, senza poter intervenire al fatto di Candia Nuova, per consiglio de' medici fu portato all'aria salutevole dell'isola di Paros, dove nondimeno venne la morte a trovarlo nel dì 14 o 16 di novembre, perdendosi in lui un principe che dava una grande espettazione di valore e di senno. Gli fece di poi il senato veneto ergere un monumento di marmo colla sua statua al naturale entro la chiesa de' padri francescani, appellati i Frari, in Venezia. Ma se piansero i cristiani, neppure risero i Turchi, perchè nel dì 24 di luglio un incendio sì spaventoso consumò la città di Costantinopoli, che uno storico, aprendo ben la bocca, arrivò a scrivere, che vi perirono settanta mila case, e venti o trenta mila persone. Certo è che straordinario e indicibile fu il danno, essendo rimaste involte in quella rovina anche le più superbe moschee. Ma osservossi dipoi come la tirannide sappia convertire in utile proprio la calamità de' popoli, perchè uscì tosto editto che chi non potesse riparar lo stabile incendiato, ne restasse privo, e quello decadesse nelle mani del gran signore. Nel giugno di quest'anno desiderosa la vedova imperadrice Leonora di veder Maria duchessa di Mantova sua madre, venne a Judemburg città della Stiria. Colà si portò anche la duchessa con Carlo duca di Mantova suo figlio, il quale passò poi ad inchinare l'Augusto Leopoldo, mentre egli, mosso da Vienna, viaggiava per la Stiria e Carintia, con arrivar fino a Trieste. Ma, ritornata essa duchessa Maria a Mantova, finì quivi dopo poco tempo i suoi giorni: principessa dotata di gran prudenza e pietà, e di tante altre belle prerogative, che meritò luogo fra le più illustri principesse d'Italia.

[1224]


   
Anno di Cristo MDCLXI. Indizione XIV.
Alessandro VII papa 7.
Leopoldo imperadore 4.

Fu questo l'ultimo anno della vita del cardinal Giulio Mazzarino. Perchè in questo personaggio si ammirò un prodigio della fortuna e dell'ingegno, con gloria dell'Italia, e spezialmente di Roma, che produsse e diede alla Francia una testa di tanto vigore; non si può di meno di non toccar qui la sua morte, ben corrispondente alla gloriosa sua vita. Oppresso egli dalle fatiche dei viaggi e dai tanti raggiri della sua mente, cominciò a sentire che veniva meno il corpo per malattia, a cui i medici, dopo averla forse accresciuta coi tanti rimedii, altro ripiego non seppero più proporre, se non il miserabile di fargli mutar aria. Portato al castello di Vincennes, peggiorò; laonde animosamente si preparò a ricevere la sempre disgustosa visita della morte. Testamento da re fu il suo per li magnifici legati fatti, prima al re Cristianissimo e alla regina, poscia ai monarchi cattolici, al papa, ai principi del sangue, e ad altri gran signori e a tutti i suoi parenti, e per la fondazione di alcuni luoghi pii. Conto si fece che l'eredità sua ascendesse a quaranta milioni di franchi (altri è giunto a dire di scudi) distribuita con ammirabil generosità e giudizio. Cadde la morte sua nel dì 9 di marzo in età di cinquantanove anni. Niun più di lui fu in odio alla nazion franzese, e niun più di lui la beneficò, lasciando il regno in pace, depressa la razza degli ugonotti, purgati i mali umori dei grandi, e accresciuti i confini della monarchia. Camminò sempre colle massime del cardinale di Richelieu, se non sante e giuste, certamente utili al regno; ma con genio affatto diverso, perchè il Richelieu, uomo collerico, violento ed implacabile, non meditava che vendette e guai a chi cadeva dalla sua grazia; laddove il Mazzarino con somma placidezza trattava i grandi affari, dolce con tutti, e fin verso [1225] i nemici, ch'egli si studiava di guadagnare col perdono e colla liberalità, fondato in quella massima: Che il mondo bisogna comperarlo. Per cagione di questa sua mansuetudine e generosità, arrivò a morire in grazia del re, e compianto anche da lui: locchè non era avvenuto al Richelieu. Lasciò di bei ricordi al re Cristianissimo pel buon governo, e quello spezialmente di non tenere in avvenire favoriti, ma di partir gli uffizii in politico, militare ed economico: regolamento che il re Lodovico XIV molto bene eseguì, con prender egli in mano le redini del regno; e n'era ben capace per l'elevatezza della sua mente. Nel dì 19 d'aprile seguì con gran solennità nel palazzo reale di Parigi lo sposalizio di madamigella Margherita Luigia, figlia del defunto duca d'Orleans, col principe di Toscana Cosimo de Medici. Il duca di Guisa procuratore del principe la sposò. Condotta questa principessa in Toscana, si trovò onorata da magnifiche feste ed allegrezze di tutti que' popoli. A godere di questi spettacoli fu anche invitato Alfonso IV duca di Modena, e vi andò con ricco corteggio. Nel giorno primo di novembre per la nascita di un Delfino tutto il regno di Francia diede in trasporti di giubilo; nè minor fu la consolazione degli Spagnuoli, per aver la loro regina dato alla luce, nel dì 6 d'esso mese, un principe, che fu poi Carlo II re di Spagna.

Ora prosperosi ed ora infelici riuscirono in quest'anno i successi dell'armi venete nella guerra col Turco. Non si sa il perchè papa Alessandro VII, a cui pure stava molto a cuore il pubblico bene della cristianità, non somministrasse in questi tempi all'aiuto loro le sue galee. Gli avea lasciato il cardinal Mazzarino ducento mila scudi da impiegare nella guerra contro il nemico comune. Non meno l'imperadore Leopoldo che i Veneziani aspiravano a questo boccone; ma, per attestato dello storico Valiero, passato questo danaro a Roma, svanì facilmente anche con poco vantaggio di Cesare. Accorsero [1226] bensì ad unirsi coi Veneti sette galee degli zelanti Maltesi. Se ne tornò intanto a Venezia il valoroso capitan generale Francesco Morosino, con cedere il comando a Giorgio Morosino, il quale, desideroso di qualche fatto glorioso, andò in traccia dell'armata turchesca uscita dei Dardanelli. Trovata parte d'essa nelle vicinanze dell'isola di Milo, diede nel dì 25 d'agosto la caccia a que' legni. Sette galee turchesche, prese dallo spavento, andarono ad urtare in terra, lasciandole infrante con salvarsi la gente. Due altre galee vennero in potere de' Veneti, ed altrettante de' Maltesi. Il resto di que' legni andò disperso, ed alcuni si ruppero ai lidi. Circa mille Turchi dei rifugiati in terra dai Veneti furono condotti schiavi. Con egual felicità anche Antonio Priuli espugnò alquante navi turchesche da carico, con impadronirsi d'alcune e bruciarne delle altre. Questi felici avvenimenti furono contrappesati da alquante perdite di navi venete, che rimasero in altri luoghi preda dei corsari barbareschi: dopo di che tutti si ridussero ai quartieri d'inverno. Trattavasi intanto dal pontefice una lega fra i principi cristiani contra del Turco; ma con ritrovare il re Cattolico impegnato contra dei Portoghesi; il re Cristianissimo inceppato dall'antica amicizia coi Turchi, e l'imperadore più disposto a conservare con qualche danno la tregua colla Porta, che ad entrare nel periglioso giuoco della guerra. Lo stesso papa, benchè bramasse la gloria di stabilir essa lega almeno con Cesare e con i Veneziani, pure si raccapricciava, allorchè udiva il suono delle spese occorrenti. La conclusione fu che i Veneti restarono soli in ballo con loro incredibile dispendio, stante il dover essi sostenere una sì lunga guerra contro una sì smisurata potenza, e in paese lontano mille e ducento miglia, e coll'abborrimento ancora della gente a passar il mare, perchè piena di apprensione di non tornarsene poi mai più indietro.

[1227]


   
Anno di Cristo MDCLXII. Indizione XV.
Alessandro VII papa 8.
Leopoldo imperadore 5.

Trovavasi in questi tempi il re di Francia Lodovico XIV nel bollore della sua gioventù, senza impegno di guerra, ma con gran desiderio di farla, siccome avido di gloria, e più di dilatare i confini del suo regno: sete inestinguibile di quasi tutti i principi della terra. Sopra ogni cosa gli stava a cuore il conciliar dappertutto un gran rispetto alla sua corona e potenza; e con tutto che incominciasse nel presente anno a dar congedo alla continenza, conservata non ostante la sua avvenenza e robustezza con ammirazion d'ognuno, per quanto fu creduto, fin qui, coll'invischiarsi negli amori della Valiera: pur questi nulla scemavano la sua applicazione al governo, a mettere in buono stato le finanze, e a preparar forze per rendersi formidabile ad ognuno. Perchè il barone di Batteville, ambasciatore di Spagna in Londra, volle in un accompagnamento precedere colla sua carrozza a quella del conte d'Estrades ambasciador di Francia, ne nacque perciò gran baruffa, con riportarne i Franzesi bastonate e ferite; prese tal fuoco il re Luigi a questo avviso, portatogli nel dì 16 di ottobre dell'anno precedente, che cacciò tosto da Parigi e dal regno il conte di Fuensaldagna ambasciatore di Spagna, il quale da lì a poco terminò i suoi giorni. Se il re Cattolico non calmava quello sdegno con dar delle pretese soddisfazioni, già tutto si disponeva per una nuova guerra. Nell'anno presente un'altra novità occorse. Si doveva essere messo in testa quel monarca di rendersi formidabile anche alla corte di Roma, giacchè per motivi precedenti si dichiarava mal soddisfatto della altura de' Chigi, e gli parea di trovar sempre delle durezze in qualunque cosa ch'egli chiedesse al sommo pontefice. Mandò pertanto a Roma con titolo di ambasciatore di ubbidienza il duca di [1228] Crequì suo primo gentiluomo di camera, personaggio d'umor fiero ed alto, poco amico dei preti, avvezzo alle bruscherie della guerra, e non già alle manierose qualità che richiede un'ambasceria. Seco erano molti uffiziali riformati e genti di armi. Gli accorti Romani s'immaginarono tosto che spedizion sì fatta tendesse a suscitar de' garbugli in Roma. Giudicò bene don Mario Chigi fratello del papa di accrescere cento cinquanta Corsi ai soliti della guardia per maggior sicurezza della pubblica quiete. Chi è vago di liti, dura poca fatica a trovarne. Varie insolenze e violenze andarono facendo quei della famiglia dell'ambasciadore: e tutto si tollerò. Ma un giorno tre soldati della pattuglia che allora si facea per Roma, entrati per bere in una taverna, vi trovarono un mastro di scherma franzese ed altri suoi compagni. Con varie villanie furono i Corsi disarmati e cacciati. Dal cardinale Imperiali governatore di Roma questo schermitore processato, ebbe il bando della vita. Venne il dì 20 di agosto, in cui due Franzesi, avvenutisi in tre soldati corsi, attaccarono rissa; essendo incalzati, vennero in favor de' Franzesi i famigli di stalla del duca di Crequì, che diedero una mortal ferita ad un altro Corso che non era della rissa. Per questo accidente infuriati i Corsi ch'erano di guardia alla Trinità, senza che gli uffiziali potessero ritenerli, toccarono il tamburo, e coll'armi andarono al palazzo Farnese, abitato allora dall'ambasciator di Francia, sparando archibugiate contro chiunque era creduto franzese. Vi restò morto un lacchè di un gentiluomo franzese e il garzone di un libraio. Per questo rumore affacciatosi il duca di Crequì ad un balcone, volendo sgridare i Corsi, n'ebbe per risposta qualche archibugiata, che il fece ritirare ben tosto: il che nondimeno vien riputato falso nelle relazioni di Roma. Lo stesso avvenne ad alcuni suoi gentiluomini, usciti per frenare quell'empito, essendo rimasto ferito anche il capitan delle guardie dell'ambasciatore. [1229] Dacchè videro i Corsi chiuse le porte del palazzo, si ritirarono; ma passò questo inconveniente a maggiori eccessi; perciocchè, incontratisi essi Corsi nella carrozza dell'ambasciatrice di Francia (era di notte), spararono ancora più archibugiate, con uccidere un paggio, ed anche un povero facchino accorso a raccomandargli, come potea, l'anima. Ferirono anche un gentiluomo nella seconda carrozza. Fuggì l'ambasciatrice piena di spavento nel palazzo del cardinal d'Este. Perchè niuna pronta giustizia fu fatta dell'insolenza dei Corsi, anzi si lasciarono fuggire i delinquenti, e don Mario fece entrare in Roma molte compagnie di persone armate, con formare due corpi di guardia in qualche lontananza dal palazzo Farnese, il duca di Crequì nel dì 31 d'agosto si ritirò da Roma in Toscana coi cardinali dipendenti dalla Francia, e non cessò di accendere sempre più il già acceso re Cristianissimo con relazioni alterate contro la corte di Roma, siccome diremo all'anno seguente.

Terminò nel presente la carriera del suo vivere Alfonso IV d'Este duca di Modena in età di soli ventotto anni, principe mansuetissimo e giusto, e però amatissimo da' popoli suoi. La podagra fu quella che il tolse dal mondo nel dì 16 di luglio. Restò di lui un solo principe, cioè Francesco II nato nel dì 6 di marzo l'anno 1660, e una principessa, cioè Maria Beatrice, che fu poi regina d'Inghilterra, amendue sotto la cura e tutela della duchessa Laura lor madre, donna virile, in cui grande era il senno, maggiore la pietà. Maraviglioso poi fu il governo di questa principessa, e lungamente ne durò una dolce memoria. Le imprese fatte in quest'anno dall'armi venete si ridussero a varie prede fatte di legni turcheschi. Venne a sapere il loro capitan generale che a Scio era pervenuta la carovana navale dei Turchi che da Costantinopoli passava in Egitto, portando preziose merci e gran regali destinati per la Mecca. Spiegò le vele a [1230] quella volta. Dieci di quelle navi da carico a questa vista diedero a terra, ed, essendo fuggiti i soldati e marinari, rimasero in poter de' Veneziani. Essendosi ritirati i vascelli di quella carovana nel porto di Coo, correndo il dì 29 di settembre, i Veneziani con isforzo di battaglia cotanto si adoperarono, che riuscì loro di prenderne tre. L'avidità maggiore della milizia era contra del più grosso di que' vascelli, sapendo che veniva in esso un agà eunuco del serraglio con carico (secondo l'opinione di molti) di mezzo milione d'oro. Ma questo miseramente restò incendiato, e l'agà, nuotando per salvarsi, rimase prigione. Di ventotto saiche nemiche dieciotto furono prese, e dieci consumate dal fuoco. Si diede fine nel presente anno alle controversie insorte fra la repubblica veneta e la corte di Savoia, per cagione del titolo di re di Cipro e per altre simili differenze. Dall'anno 1630 in qua avevano i Veneziani tenuto presidio in Mantova, per sicurezza di quella città contro i tentativi dei Franzesi e Spagnuoli. Essendo già passato ogni pericolo, ed avendo fatta istanza l'imperador Leopoldo, protettor della casa Gonzaga, che si ritirasse quella gente, vi acconsentì senza difficoltà il senato veneto. Perciò il duca Carlo II spedì tosto a Venezia il marchese Odoardo Valenti Gonzaga a render le dovute grazie alla repubblica dell'assistenza fin qui prestata a' suoi Stati.


   
Anno di Cristo MDCLXIII. Indizione I.
Alessandro VII papa 9.
Leopoldo imperadore 6.

Troviamo descritta nelle Storie di Andrea Valiero senator veneto, del conte Gualdo Priorato, del Gazzoti e di altri autori la rottura della corte di Francia con quella di Roma per l'accidente dei Corsi. Spezialmente è da vedere sopra ciò un libro intitolato: Racconto dell'accidente occorso in Roma, ec., e stampato alla macchia in Montechiaro. A misura [1231] delle parzialità, secondo il solito, diversamente si vide dipinto quel fatto. Puossi nondimeno accertare che niuna parte ebbero i Chigi in tale emergente, e molto meno il povero papa, che solamente la mattina seguente ne fu informato. Un mero furioso ammutinamento de' Corsi ingiuriati, e con ferite maltrattati dai Franzesi, cagionò tutto il disordine. Ora aveva già nel precedente anno il re Luigi XIV fatto seguire al tuono delle sue minaccie il fulmine, con inviare sotto guardia di cinquanta moschettieri il nunzio pontifizio Piccolomini fuori del regno, fattolo accompagnare sino ai confini della Savoia, senza permettergli di parlare se non ai suoi domestici. Si credette papa Alessandro VII di dare una soddisfazione ai Franzesi con levare al cardinale Imperiali il grado di governator di Roma, giacchè la corte di Francia imputava spezialmente a lui e a don Mario Chigi la passata violenza, quasichè fatta d'ordine o consenso loro, quando manifesto era che dalla sola bestialità de' Corsi era avvenuto tutto lo sconcerto. Ma perchè data fu ad esso cardinale la legazione della Marca, più onorevole e fruttuosa del precedente suo posto, il duca di Crequì prese questo per maggiore affronto, pretendendo che, invece di essere gastigato il porporato suddetto, fosse anzi premiato. Eransi interposti il duca Ferdinando II, i Veneziani ed altri principi, per trattare di aggiustamento, quando si ingropparono nel negoziato le pretensioni del duca di Modena per le valli di Comacchio, e del duca di Parma per Castro contro la camera apostolica, sostenute dalla Francia, che rendevano sempre più difficoltosa la concordia. Laonde non si volle più fermare in Italia il duca di Crequì, e dalla Toscana passò a Tolone, lasciando più che mai imbrogliate le carte. Intanto il re Cristianissimo, per maggiormente battere la corte di Roma, fatta nascere sedizione nella città d'Avignone, mandò per sì procurato pretesto le sue milizie ad impossessarsene, siccome [1232] di tutto il contado Venosino, spettante alla Chiesa romana, sfoderando appresso delle rancide o, per dir meglio, delle aeree ragioni sopra quegli Stati. Fece anche decretare sul fine di luglio dal senato di Aix, che si riunivano quegli Stati alla Provenza, come illegittimamente alienati una volta, quando erano trecento anni che la Chiesa romana li possedeva. Nè ciò bastandogli, cominciò a far sfilare in Provenza alquanti reggimenti di fanteria e cavalleria, e farli anche dopo non molto calare in Italia ad alloggiare nei ducati di Modena e Parma, col pretesto di difesa d'essi principi, ma con intenzione di atterrir la corte di Roma e di condurla ai suoi voleri; giacchè non par credibile che un re, il quale, al pari dei suoi gloriosi antenati, si gloriava di essere il figlio primogenito della Chiesa, covasse disegno di muovere veramente guerra ad un pontefice, in cui non cadeva reità per gli altrui falli, ed offeriva anche convenevoli soddisfazioni, senza però credersi obbligato ad accordare le esorbitanti pretensioni della corte di Francia.

Tuttavia le correnti diavolerie suscitarono degli altri mali umori in Francia, che fecero poi maggiore strepito negli anni susseguenti. Imperciocchè in questi tempi comparvero alla luce alcune tesi della Sorbona, per le quali si pretendeva che il papa senza il concilio non fosse infallibile nei decreti del dogma; ch'egli fosse sottoposto al concilio universale, che non si stendesse punto la di lui autorità sopra il temporale dei principi; nè potesse egli deporre i re, nè assolvere i sudditi dal giuramento di fedeltà: il che fece temere che si pensasse a qualche scandaloso scisma nella Chiesa di Dio. In sì scabrose contingenze non mancarono (nè mancano mai) animosi consiglieri che persuasero a papa Alessandro VII di fare il bravo e di sostenere il decoro e la libertà del suo principato coll'armi; e però determinò egli di ammassar ventimila fanti e duemila cavalli, con ordinar leve di soldati anche negli [1233] Svizzeri e in Germania: al qual fine approntò la somma di un milione e mezzo, prendendone una parte a frutto, che probabilmente sta tuttavia a carico della camera apostolica, ed esigendo dal monachismo d'Italia, ma non dello Stato veneto, trecento mila scudi, oltre a quei di altre somme, che per altre cagioni dianzi erano state sopra i loro fondi imposte. Quindi si diede a muovere i principi della cristianità in difesa della Chiesa contro le violenze che usava, e più minacciava d'usare il re di Francia. Andarono Brevi, parlarono i suoi ministri; ma dappertutto si trovarono orecchie sorde; e fin lo stesso re di Spagna, preoccupato dalla Francia, non diede se non amorevoli consigli di aggiustare il meglio che si poteva questo imbroglio, non sofferendo gli affari suoi per la guerra del Portogallo, di sposare le altrui querele. Nè lasciava infatti il pontefice di battere di buon cuore le vie dell'accordo, avendo a questo fine inviato in Francia monsignor Cesare Rasponi, uomo assai destro e saggio per trattar di concordia. Non fu questi ammesso nel regno, e solamente a Ponte Buonvicino sui confini della Savoia seguì l'abboccamento suo col duca di Crequì, e quivi colla mediazione dei ministri di Spagna e di Venezia si spianarono i principali punti dell'accomodamento. Tutto nondimeno andò in fascio, perchè insistendo il plenipotenziario franzese, che precedesse la disincamerazione di Castro, intorno a che non aveva facoltà il Rasponi, nè potè ottenerla da Roma, convenne sciogliere l'assemblea, e lasciasse gli affari inviluppati come prima.

L'aprile dell'anno presente restò funestato dalla morte di Margherita di Savoia, la quale, non avendo mai potuto conseguir la corona di Francia, nè pur potè lungamente godere del suo matrimonio con Ranuccio II duca di Parma. Morì essa di parto. Però non tardò questo principe ad intavolare un altro accasamento con la principessa Isabella di Este, figlia del fu Francesco I duca di Modena, [1234] a cui, siccome diremo, si diede compimento nell'anno seguente. Similmente nel dì 6 di maggio dell'anno presente Carlo Emmanuele II duca di Savoia con pompa insigne introdusse nella città di Torino la nuova sua consorte, cioè Francesca di Borbone di Valois, figlia del fu duca d'Orleans Gastone, cioè di un fratello del re Lodovico XIII e sorella della gran duchessa di Toscana Margherita Luigia. Ma le tante allegrezze fatte da quella corte per queste nozze non uguagliarono il dispiacere che vi si provò per la morte di Cristina di Francia, sorella del suddetto re Lodovico XIII, e madre del regnante duca di Savoia: principessa che con incomparabil prudenza, costanza, pietà ed amor della giustizia avea per tanti anni governati quegli Stati in mezzo ad infinite burrasche che servirono a far maggiormente conoscere la grandezza del suo animo ed il complesso delle molte sue virtù. Mancò essa di vita nel dì 27 di dicembre, lasciando un'immortal memoria di sè in quella corte e nelle storie. Niuno avvenimento somministra la guerra di Candia all'anno presente, essendo rivolti gli occhi d'ognuno all'altra guerra che in questi tempi mosse il sultano de' Turchi all'imperadore Leopoldo. Se ne stava questo buon monarca mirando con tutta pace la guerra da tanto tempo mossa e continuata da quel tiranno alla repubblica veneta, e parea che nol toccassero punto i di lui progressi nell'altra che facea contro la Transilvania, senza pensare che l'ingrandimento maggiore della smisurata potenza turchesca, già padrona di gran parte della Ungheria, dovea tenere in continuo timore ed allarme i suoi Stati e quei della Germania. Però immerso Leopoldo nello amor della pace, e troppo fidante delle belle parole della Porta Ottomana, si trovava mal provveduto di forze; quando all'improvviso gli mossero guerra i Turchi con tal terrore, che fin si paventò di vederli sotto Vienna, città, la quale con varie fortificazioni e colla spianata dei [1235] borghi si preparò alla difesa. Presero i Turchi la forte piazza di Neuheusel, occuparono Nitria, s'impadronirono di Novegradi e Levenz, siccome nella Transilvania conquistarono Claudepoli. Allora svegliato l'imperadore, con lettere ricorse a tutti i principi della cristianità, andò in persona alla dieta di Ratisbona per implorar soccorsi; e trattò di tirare in lega il papa e i Veneziani. Ma gl'imbrogli della corte di Roma colla Francia frastornarono ogni altro affare. Raunò Cesare quante forze potè in quella improvvisata, e buone speranze di aiuti riportò dai principi dell'imperio.


   
Anno di Cristo MDCLXIV. Indizione II.
Alessandro VII papa 10.
Leopoldo imperadore 7.

Credevano gli antichi Romani che il loro dio Termino non sapesse mai rinculare, cioè che, fatto l'acquisto di qualche paese, questo non potesse più uscir delle loro mani: immaginazione derisa da sant'Agostino, che fa vedere più d'una volta obbligata Roma a restituire il tolto. Io non so se ne' moderni Romani fosse passata una somigliante fantasia: solamente so, che avendo il papa incamerato Castro e Ronciglione, volle più tosto rompere ogni trattato d'accomodamento colla Francia, che indursi a disincamerarli, con far valere le bolle pontifizie che lo vietavano. Ma nelle umane cose la necessità dura maestra si fa conoscere superiore alle leggi. Erano già pervenuti nel Parmigiano e Modenese sei mila fanti e quasi due mila cavalli spediti dal re Cristianissimo; cresceva il tuono delle minaccie de' Franzesi contro gli Stati della Chiesa, nè si trovava pur uno che alzasse un dito in difesa del pontefice. Conoscevasi da' saggi in Roma che esso papa avea già consumato gran danaro in mettere insieme otto mila fanti e due mila cavalli, e in procurar leve d'altra gente fuori d'Italia, nè restava nerbo di cassa e di milizie per sostenere e continuare [1236] il preso impegno contro di un re potentissimo. Però in fine si trovò che quella autorità che avea un papa di fare un decreto in materia di beni temporali, non mancava ai suoi successori per annullarlo. Con tal fondamento, e per l'urgenza premurosa di guarir la presente piaga, ancorchè la guarigione dovesse costar del dolore, papa Alessandro VII disincamerò Castro, ed aprì di nuovo la strada a ripigliare il negoziato di concordia col re Luigi XIV. Unironsi dunque in Pisa monsignore Rasponi, plenipotenziario del pontefice, e monsignor Luigi di Bourlemont, auditore di Rota, plenipotenziario del re Cristianissimo; e perciocchè esso re di Francia avea chiaramente protestato, che se per tutto il dì 15 di febbraio presente non fosse compiuto l'accordo, egli intendeva di restare in piena libertà di cercar quelle soddisfazioni che fossero competenti alla sua corona, nella guisa che gli fosse sembrata più valevole e propria: perciò nel dì 12 del suddetto mese furono da que' ministri sottoscritti i capitoli della concordia fra sua santità ed esso monarca. Poco profittò la casa Farnese in tal congiuntura; perchè fu ben rimessa a lei la facoltà di riacquistar Castro nel termine di otto anni, ma con restar vivi i debiti suoi ascendenti a più d'un milione e secento mila scudi; e con tutte le apparenze che il duca Ranuccio II mai non ricupererebbe quello Stato, siccome in fatti avvenne. Meno ne profittò la casa d'Este, perchè con trecento quarantacinque mila scudi si pretese di quetar le sue sì fondate pretensioni, ascendenti a più milioni. La principal cura de' Franzesi fu di spremere dalla corte di Roma tutte anche le più esorbitanti soddisfazioni in ristoro dell'affronto che pretendeano fatto al decoro della corona. Vollero dunque che il cardinal Chigi andasse con titolo di legato a Parigi a scusare l'occorso accidente. Che altrettanto facesse il cardinale Imperiali, già cacciato da Genova per le istanze del re. Che don Mario Chigi [1237] uscisse di Roma con protesta di non aver avuta parte in quell'attentato, nè vi potesse tornare se non dappoichè il cardinal Chigi avesse portato le discolpe della sua casa alla corte di Francia. Finalmente vollero che si dichiarasse la nazion corsa da lì innanzi incapace di servire a' papi, e che si alzasse in Roma una piramide con iscrizione contenente questo decreto contra de' Corsi. Con sì fatta disgustosa concordia, contra di cui fece dipoi il papa una segreta protesta, ebbero fine i garbugli suddetti. Richiamò il re Cristianissimo in Francia le sue fanterie, e lasciò che la cavalleria passasse dipoi al servigio dell'imperadore. Ma niun saggio vi fu che non disapprovasse un sì rigoroso e prepotente procedere della Francia contra del vicario di Cristo, e tanto più per accidente avvenuto senza menoma colpa del medesimo papa e de' suoi parenti.

Venivano intanto da Vienna calde e frequenti istanze al pontefice per soccorsi, stante la guerra suscitata dal gran signore in Ungheria. Trovò il papa un pronto spediente di aiutar l'imperadore, e di sgravare nel medesimo tempo sè stesso da un grave fardello. Cioè gli esibì gli otto mila fanti e due mila cavalli già da lui assoldati. Ma perchè voleva concedere i soli uomini senza spendere un soldo da lì innanzi, la corte di Vienna non vi si sapeva accomodare, e massimamente essendo quella gente collettizia ed inesperta nel mestiere dell'armi. Mentre su questo si va disputando, il papa, che non potea più sopportar quel peso, impazientatosi, licenziò, nel dì 3 d'aprile, quasi tutta quella gente, e lasciò malcontenti i ministri di Cesare, che avrebbero almen presa la cavalleria; e nè pure procurò almeno di somministrar quelle milizie ai Veneziani. Diede impulso questa risoluzione a non poche declamazioni in Roma stessa contra del pontefice, che si leggono nelle storie d'allora, quasi che egli si mostrasse così ritenuto ne' bisogni urgenti della cristianità, quando [1238] poi compariva sì prodigo in arricchir la propria casa, e profondeva danari in fabbriche non necessarie. Giunsero fino a dire, essersi egli prevaluto in suo uso dei duecento mila scudi lasciati dal cardinal Mazzarino da impiegarsi contra del Turco, e di parte ancora delle decime imposte agli ecclesiastici, e destinate alla guerra stessa: il che nondimeno si sa da storie migliori essere stato una calunnia. Lagnavansi ancora ch'egli non trovasse danaro per aiuto di Cesare, quando si erano ben approntati ducento mila scudi, acciocchè con gran fasto e vanità il nipote cardinale comparisse alla corte di Parigi. S'impadronirono in quest'anno l'armi dell'imperadore della città di Cinque Chiese; e il valoroso Nicolò conte di Zrin fece altre prodezze. Ma, impreso l'assedio di Canissa, convenne poi abbandonarlo. Sei mila Franzesi furono spediti dal re Cristianissimo in aiuto di Cesare, che sotto il comando del signor di Colignì diedero anch'essi de' begli attestati del loro valore. Parimente Nitria fu ricuperata e Levenz, sotto la quale ultima il maresciallo di Souches diede una rotta ai Turchi. Ma famosa sopra tutto riuscì e ragguardevole la vittoria riportata dal generale supremo Montecuccoli Modenese nel dì 4 d'agosto al fiume Rab della tanto superiore armata ottomana. Circa sedici mila Musulmani rimasero estinti sul campo e nel fiume, se pur dicono il vero le relazioni d'allora. Non cessava intanto Cesare di manipolar la pace co' Turchi, e questa fu conchiusa nel dì 10 d'agosto, più tosto con biasimo che lode sua, perchè fatta dopo i felici avvenimenti delle sue armi, e per aver lasciata in mano de' nemici la considerabil fortezza di Neuheusel, e deluse le speranze de' Veneti, che per quell'impegno di guerra si figuravano omai facile il ricuperare in Candia i luoghi perduti. Non erano per anche asciugate le lagrime nella corte di Torino per la morte della impareggiabil madama reale Cristina, che nuovo motivo di pianto sopravvenne per [1239] la morte ancora della duchessa Francesca di Borbon, moglie del regnante duca Carlo Emmanuele II, principessa di vita esemplarissima, rapita da questa vita dopo soli pochi mesi del suo maritaggio. Ad amendue furono fatti insigni funerali. Passò dipoi quel real sovrano alle seconde nozze colla principessa di Nemours Maria Giovanna Batista della casa di Savoia. Similmente nel febbraio, festeggiato da grande splendidezza, si vide in Modena e poscia in Parma il matrimonio della principessa Isabella d'Este, figlia del fu duca Francesco I con Ranuccio II duca di Parma. Incamminatosi da Roma il cardinal Flavio Chigi nel dì 5 di maggio con suntuosissimo corteggio verso la Francia, fece la sua solenne entrata in Parigi nel dì 28 di luglio, e nel dì 9 di ottobre tornò a rendere conto al papa suo zio, dimorante allora in Castel Gandolfo, della sua felice legazione. Trasferitosi anche il cardinal Lorenzo Imperiali alla corte di Parigi, ne partì poi molto contento. Compiuti questi uffizii, anche il duca di Crequì comparve di nuovo col titolo d'ambasciatore in Roma, accolto colle maggiori dimostrazioni di stima e d'affetto, restando solamente in dubbio se queste venissero dal cuore. Ricevette in quest'anno il senato veneto due ambasciatori del czar di Moscovia Alessio, che andavano girando per conoscere le forze de' principi dell'Europa, cominciando oramai quella corte a scuotere alquanto della sua antica barbarie.


   
Anno di Cristo MDCLXV. Indizione III.
Alessandro VII papa 11.
Leopoldo imperadore 8.

Fra gli altri motivi che avea avuto Leopoldo Augusto di affrettar la pace col sultano dei Turchi, uno dei primarii era quello di accudire al suo matrimonio già conchiuso coll'infanta Margherita di Austria, figlia di Filippo IV re delle Spagne; perchè non avendo quel monarca se non un figlio di complessione assai debole, poteano [1240] tali nozze aprire a lui colle ragioni dell'infanta, aggiunte ad altre precedenti, l'adito alla corona di Spagna. Era tuttavia il re Cattolico in guerra coi Portoghesi, e il marchese di Caracena suo generale nel giugno appunto di quest'anno riportò una mala sconfitta a Villa Viziosa, con perdita di circa quattro mila soldati. Si trovò in quel conflitto il principe Alessandro Farnese, fratello di Ranuccio II duca di Parma, e general di cavalleria nell'esercito d'esso re Cattolico, che gran saggio diede del suo valore. Ma un'altra guerra peggiore insorse contra di esso re Filippo IV, cioè una malattia, che nel dì 7 di settembre il portò all'altra vita in età di sessanta anni: principe poco fortunato nella quasi continua lotta colla potenza franzese, e colla ribellione de' sudditi suoi, sempre nondimeno intrepido a tutti i colpi della sinistra fortuna. Avea mente per fare un ottimo governo, e lo fece assai tristo, perchè volontieri si riposava sull'abilità dei suoi ministri e dei favoriti, che, abusandosi dell'autorità, e attendendo ad arricchir sè stessi, condussero l'ampia monarchia spagnuola ad una gran depressione. Per altro la bontà, forse anche eccessiva, la religione, la giustizia e la clemenza furono suoi pregi singolari. Lasciò suo erede e successore Carlo II suo unico figlio, fanciullo di quattro anni, sotto la tutela e reggenza della regina sua madre, cioè dell'arciduchessa Marianna, figlia di Ferdinando III imperadore, e sorella del regnante Leopoldo Augusto; con sostituire a lui, se mancasse senza successione, lo stesso Leopoldo Cesare e i suoi discendenti, e dopo loro il duca di Savoia, con escluderne le regine di Francia in vigor delle rinunzie da lor fatte ai regni della corona cattolica. Carlo II Gonzaga duca di Mauiova terminò anch'egli in quest'anno a dì 15 di settembre il corso di sua vita in età assai immatura, e ne fu attribuita la cagione all'intemperanza sua, non occulta, ma pubblica, per li suoi illeciti amori, che furono anche tramandati alla posterità [1241] colle stampe in un libro intitolato: Amore di Carlo Gonzaga duca di Mantova e della contessa Margherita della Rovere. A riserva di questa sua passione, che lo screditò, fu principe amatissimo dai sudditi suoi: tanta era la sua benignità, sì dolce il suo governo. Solea dire: Che amava meglio di essere principe povero, ed avere popolo ricco, che di avere popolo povero, ed essere principe ricco. Restò di lui un figlio in età di tredici anni, non atto al governo, cioè Ferdinando Carlo, che gli succedette nel ducato, sotto la reggenza della duchessa Isabella Chiara sua madre. Ma era entrata la lussuria in quella nobil casa. Gli esempii cattivi del padre, colla giunta degli altri della stessa sua madre, che non avea portate seco a Mantova le virtù luminose dell'augusta casa d'Austria, servirono di una pessima scuola e di una infelice educazione a questo giovinetto principe: laonde se ne raccolsero poi degli amari frutti. Non badò in quest'anno il gran signor de' Turchi alla guerra di Candia, e neppure i Veneziani fecero ivi impresa alcuna di conto: che tale non è probabilmente da dire l'aver eglino prese in varie volte due galee, una grossa nave e tredici altri legni da carico. Furono liti fra il papa ed essi Veneti a cagion dei mercatanti dello Stato ecclesiastico, che, navigando per l'Adriatico, ricusavano di pagar dazio ad essi Veneti. Seguirono di qua e di là rappresaglie, ma in fine toccò ai più deboli, cioè ai pontifizii, di cedere. Nè il pontefice, nè i Maltesi, siccome disgustati anche per altri motivi, mandarono in quest'anno le loro galee in Levante. Nel dì 14 di maggio con somma allegrezza della corte di Torino e de' suoi popoli, nacque al duca Carlo Emmanuele II un figlio, a cui fu posto il nome di Vittorio Amedeo, che riuscì poi il più glorioso principe della real casa di Savoia.

[1242]


   
Anno di Cristo MDCLXVI. Indizione IV.
Alessandro VII papa 12.
Leopoldo imperadore 9.

L'universal pace che si godè nel presente anno in Italia avea sparsa la quiete e l'allegria dappertutto, quando parve che fossero per turbarla alcune controversie insorte fra i duchi di Modena e di Mantova pel possesso di varie isole nel Po verso Brescello e Boretto in faccia di Viadana, dove il corrente d'esso fiume serve di divisione e confine dei vicendevoli Stati. Sostenendo le due duchesche vedove reggenti le pretensioni e ragioni dei piccioli duchi lor figli, misero mano all'armi, e si fece gran preparamento di genti e d'artiglierie all'una e all'altra riva del fiume. Stavano in espettazione i curiosi di veder qualche gran fatto di queste novelle amazzoni, quando don Luigi Ponze di Leon, governator di Milano, a cui non piaceva sì fatta tresca, per sospetto che la duchessa di Modena, ricorrendo alla Francia sua protettrice, svegliasse nuove guerre in Lombardia, spedì a Modena il conte Vitaliano Borromeo, a Mantova il marchese Lonati che intavolarono un armistizio, e rimisero la pendenza al tribunale cesareo. Spedito poi in Italia per questo affare il conte Amedeo di Vindisgratz, davanti al quale seguì poi una lunga discussion delle controversie, solamente nel dì 6 di aprile formò, stante la minorità dei duchi, un aggiustamento provvisionale che passò in una stabile legge, osservata sino al dì di oggi da amendue le parti. Dimorava nell'agosto di questo medesimo anno Isabella d'Este, duchessa di Parma, in Colorno, dove partorì un figlio con somma consolazione di quella corte; ma nel dì 21 d'esso mese si convertì l'allegrezza in altrettanta mestizia per la morte di quel principino con estremo dolore ancora del principe cardinal d'Este suo zio, e della duchessa di Modena, che vi si trovarono presenti. Nel dì 25 d'aprile, giorno [1243] solenne di Pasqua di Risurrezione, fu sposata in Madrid dal duca di Medina las Torres a nome dell'imperadore Leopoldo l'infanta Margherita, sorella del picciolo Carlo II re di Spagna. Da lì a qualche mese accompagnata dal cardinal Girolamo Colonna, e da un superbo corteggio di nobiltà, andò ad imbarcarsi nella real flotta delle galee di Spagna, Napoli, Sicilia, Sardegna, Gran duca e Malta. Nel dì 20 di agosto sbarcò al Finale, accolta ivi dal governator di Milano. Per tutto il viaggio sino a Milano ricevè tutti i possibili onori, e finalmente nel dì 25 di settembre fece il suo pubblico ingresso in essa città di Milano con incredibil pompa e concorso d'innumerabil foresteria. Inviossi dipoi da Milano verso la Germania nel dì 10 di ottobre, ed entrata nello Stato veneto, fu ricevuta con insigne magnificenza dall'ambasciatore e dai ministri di quella repubblica; dopo di che continuò il suo viaggio alla volta del Tirolo, giungendo poscia a Vienna nel dì 5 di dicembre. Si distinse il presente anno colla inondazione dei fiumi, e spezialmente negli Stati della repubblica veneta dove fra gli altri il fiume Oglio devastò una intera villa colla morte di ducento cinquanta persone. Perì sulle coste di Sicilia e Calabria gran copia di navi mercantili, e in Palermo la inondazione arrivò sino al secondo piano delle case con gravissimo danno di quel popolo. Nè si dee tacere una curiosa cosa di Francia, avvenuta sul fine di quest'anno, cioè che quel parlamento proibì l'uso delle parrucche; e ciò, perchè s'era fatto il conto che in comperar capelli, spezialmente fuori del regno, si spendeva ogni anno più di due milioni di scudi. Se questo divieto avesse sussistenza, e come stia oggidì la fortuna delle parrucche, non vi ha bisogno ch'io lo ricordi. Durò la guerra di Candia, ma senza fatti meritevoli che se ne faccia menzione.

[1244]


   
Anno di Cristo MDCLXVII. Indizione V.
Clemente IX papa 1.
Leopoldo imperadore 10.

Fin qui avea condotto il suo pontificato papa Alessandro VII con somma prudenza e grande amore della giustizia, e con far godere un placido governo ai suoi popoli, avendoli aiutati e difesi nei tempi di peste e di carestia, ed eletto più tosto di comperar caro la pace col re di Francia, dopo essere incorso nella di lui nemicizia senza alcuna sua colpa, che di lasciar esposti a guai e molestie i sudditi suoi. Di suntuose fabbriche ancora aveva ornata Roma, e spezialmente dell'insigne portico e colonnato della piazza di San Pietro; avea arricchita la biblioteca vaticana coi manoscritti dei già duchi di Urbino, e provveduto il porto di Civitavecchia di un bell'arsenale. Meditò anche seriamente di formare in Roma un insigne collegio di uomini dottissimi in ogni sorta di erudizione ecclesiastica, tirando colà da tutte le provincie del mondo cattolico i più chiari ingegni, per valersi del loro consiglio nelle materie spettanti alla religione, ed opporre le lor penne a quelle dei protestanti, conoscendo che la scolastica, di cui unicamente si pregiano i più de' teologi, non è bastevole nelle battaglie con essi. Intenzione sua era di alimentar e provvedere di largo stipendio sì fatti insigni letterati, con applicare al mantenimento d'esso collegio le rendite di que' monisteri e conventi, nei quali si è perduta l'antica regolar disciplina, e servono oggidì non di ornamento, ma di peso alla repubblica. Finalmente, a misura del merito, del sapere e dei buoni costumi, intendeva di promuovere uomini tali ai magistrati ed anche ai primarii della Chiesa romana. Più bella, più utile, più gloriosa istituzione di questa non potea cadere in mente ad un romano pontefice; e l'avrebbe egli eseguita se le applicazioni sue non fossero state turbate dalla tempesta contra di [1245] lui commossa dal re Cristianissimo e da altre disavventure. Tornò, è vero, la serenità, ma in tempo che la sua sanità cominciò a combattere con acerbi e lunghi mali che in fine il trassero al sepolcro, lasciando la cura e gloria di sì memorabil impresa a chi dei suoi successori porterà sul trono di san Pietro un animo grande, e una piena conoscenza di ciò che è veramente di decoro e vantaggio alla Chiesa di Dio. Mancò di vita questo pontefice con esemplar divozione nel dì 22 di maggio, lasciando ben arricchiti i suoi parenti, e poco desiderio di sè nel popolo romano, il quale caricò in tal congiuntura di villanie don Mario e i nipoti Chigi, perchè sotto il loro governo s'erano aggiunte alle vecchie undici nuove gabelle. Corse voce ch'egli lasciasse in mano del celebre padre Sforza Pallavicino gesuita, da lui promosso alla sacra porpora, una scrittura di sua mano, da consegnarsi al suo successore, in cui esortava i successori a non permettere mai la restituzione di Castro e Ronciglione al duca di Parma, tuttochè promessa nella concordia Pisana al re di Francia. Del che poi si videro gli effetti, perchè, depositati in Roma gli ottocento quindici mila scudi dal duca Ranuccio II, non si trovò chi li volesse ricevere; e però gli convenne fare una protesta in preservazione delle sue ragioni e dell'accordato colla Francia, la quale niun pensiero si mise dipoi per fargli mantener la parola.

Dappoichè furono chiusi in conclave i porporati elettori nel dì 2 di giugno, vennero nel dì 20 d'esso mese ad unirsi i lor voti nella persona del cardinale Giulio Rospigliosi da Pistoia, di età di anni sessantotto, il qual prese il nome di Clemente IX, e diede principio al suo governo con un'azione che sommamente rallegrò il popolo romano. Cioè levò un dazio da lungo tempo imposto sopra il grano, e sembrato sempre insoffribile alla bassa gente, avendolo con danaro riscattato da chi ne godea le rendite, per [1246] aver somministrate grosse somme d'oro alla camera pontifizia, o per veri bisogni o per capricci dei precedenti nipoti dei pontefici. Accompagnò l'ottimo pontefice questo pubblico benefizio con un atto di eroica moderazione, perchè nell'editto non volle che comparisse il suo nome, ma bensì quello del predecessore Alessandro VII, per aver egli principalmente raunato il danaro occorrente ad oggetto di estinguere quel dazio. Un vero zelo nudriva questo papa per sostenere la cristianità contro gli sforzi della potenza ottomana; nè perdè egli tempo a sollecitar tutte le potenze cattoliche in soccorso dei Veneziani, troppo infievoliti per la sì lunga e dispendiosa guerra di Candia. Ma per mala ventura in questo medesimo anno più che mai si venne a scorgere che lo spirito conquistatorio avea da essere in avvenire il primo mobile della mente di Luigi XIV re di Francia. Mosse egli delle pretensioni sopra il Brabante ed altri paesi della corona di Spagna, e nello stesso tempo con ismisurate forze si diede ad impadronirsene. Uscirono dall'una e dall'altra parte manifesti e ragioni, esibendo invano l'indebolita corte di Spagna nella minorità del re di rimettere in arbitri quella pendenza, e indarno allegando le rinunzie fatte dalle ultime due regine di Francia, e confermate dal medesimo re Luigi e dalla regina sua madre. Papa Clemente IX spedì tosto ad esso re Cristianissimo Jacopo Rospigliosi, figlio di Camillo suo fratello, ed internunzio allora in Brusselles, per placarlo e per fermarlo. Trovò questi un benigno accoglimento, nè gli mancarono sparate di belle parole, ma senza poter punto interrompere il favorevol progresso dell'armi franzesi.

Intanto i Veneziani, dopo aver ricevuto sussidii di denaro o di gente o di navi dal pontefice, dalla Spagna, dai duchi di Savoia e di Toscana, da Malta e dal cardinal Francesco Barberino: spedirono in Levante Francesco Morosino, eletto capitan generale, con tre mila soldati e molti attrezzi da guerra. Straordinario armamento [1247] avea fatto il primo visire, per passare all'assedio della città di Candia; e colà in fatti comparve costui con potente esercito nel dì 22 di maggio, e dopo aver fatto distruggere Candia Nuova, affinchè i suoi soldati deponessero la speranza di ricovrarsi colà, distribuì intorno alla città i quartieri, cominciò gli approcci, e con varie batterie di cannoni si diede furiosamente a bersagliare la terra. Per una gagliarda difesa non aveano i Veneziani tralasciata diligenza veruna; numeroso era il presidio e ben animato a dare il sangue per sostener l'onore della fede cristiana; e le donne stesse non la cedevano in coraggio e fatica ai più valorosi combattenti. Perchè poco si avanzavano i Turchi ne' lavori, per lo più sturbati dai cristiani, si applicarono con immensa quantità di guastatori a far mine e fornelli, e farli giocare, con isboccar anche nella fossa da tre parti. Memorabil fu la copia degli estinti in tanti assalti, contandosi che dalla parte de' Veneziani vi perissero da sei mila soldati, compresi ottocento uffiziali; e da quella de' Turchi incredibile quantità di gente vi lasciò la vita. Intanto fu sostenuto da essi vigorosamente quell'assedio fino al dicembre, in quanto che di mano in mano veniva sempre di nuove genti rinfrescato l'esercito loro. Lo stesso gran signore s'era portato in Morea per dar più calore all'impresa. Nel mercoledì santo, a dì 6 d'aprile dell'anno presente, un fierissimo tremuoto recò immensi danni alle città della Dalmazia e dell'Albania. Andò quasi tutta per terra la città di Ragusi, non essendosi salvati che quattrocento abitanti e sessanta monache. Tre giorni prima s'era ritirato il mare per tre miglia da quel porto. Budua restò totalmente distrutta; Castelnuovo e Dulcigno in gran parte atterrati; e la città di Cataro talmente fu inghiottita dalle acque del mare, che le navi passeggiavano liberamente sopra di essa. Sebenico e Traù furono anch'esse danneggiate assaissimo. Nella stessa Venezia si sentì la scossa di quel tremuoto, [1248] e in molti luoghi d'Italia, ma con far solamente paura.


   
Anno di Cristo MDCLXVIII. Indizione VI.
Clemente IX papa 2.
Leopoldo imperadore 11.

Oltre all'avere il re Luigi XIV nel precedente anno ridotte alla sua ubbidienza varie città e piazze della Fiandra, giacchè un bel giuoco a lui faceva la minorità del re di Spagna Carlo II, e la poca provvidenza dei suoi ministri: nel presente, mentre mostrava di dar orecchio ai trattati di pace, avendo anche accettato per mediatore papa Clemente IX, all'improvviso, durante anche il verno, cioè nel dì 2 di febbraio, s'inviò alla volta della Franca Contea. Non si aspettavano gli Spagnuoli insulto alcuno in quella parte, perchè non pretesa ne' manifesti del re di Francia. In diecisette giorni Besanzone, Dola e tutte le altre piazze forti di quella provincia vennero in potere del re. Aprirono allora gli occhi i potentati vicini; e conoscendo che se non si metteva argini a sì gran torrente d'armi, e ad un re di sì buon appetito, che non direbbe mai basta, ognuno se ne avrebbe a pentire: Leopoldo Augusto, i principi dell'imperio, gl'Inglesi, Olandesi e Svezzesi, o trattarono o conchiusero leghe. La corte allora di Francia, a cui non compliva di tirarsi addosso l'invidia e nemicizia di tante potenze, accortamente, prima che seguissero maggiori impegni, volle farsi onore col buon pontefice Clemente (il qual certo avea accordato molte riguardevoli grazie alla Francia) mostrando che in riguardo suo condiscendeva di buon cuore alla pace. Questa infatti fu conchiusa in Acquisgrana nel dì 2 di maggio, restando in potere del re Cristianissimo il meglio delle piazze conquistate in Fiandra. Fu restituita agli Spagnuoli la Franca Contea tal quale era; ma non quale era stata. Perciocchè, prevedendo il re Luigi che dovea restituirla, smantellò tutte le mura e fortificazioni delle fortezze, [1249] ne asportò le artiglierie, le munizioni ed armi, e fin le campane. Secondo il calcolo degli Spagnuoli, ascese questo danno ad otto milioni di lire di Francia, e altri ne dovettero poi essi impiegare in rimettere bronzi, armi, magazzini e fortificazioni, per tornar poscia in breve a tributar tutto ad un re confinante, troppo ambizioso e manesco. Riuscì in questo anno all'ottimo papa Clemente di ottenere dal re Cristianissimo che si abbattesse in Roma la piramide ivi alzata per colpa di pochi in obbrobrio di tutta la nazione corsa, con far anche il papa levar via una croce posta davanti la chiesa di Sant'Antonio con iscrizione poco favorevole alla memoria del re di Francia Arrigo IV. Calde ancora erano le istanze dello zelante papa allo stesso monarca per soccorsi in aiuto di Candia, a cui minacciavano l'ultimo eccidio l'armi turchesche. Contribuì il re danaro, affinchè i Veneziani assoldassero gente in Francia, e somministrò navi per condurla nell'Arcipelago. Concorsero volontarii a questa impresa molti della primaria nobiltà franzese, e cento cinquanta uffiziali riformati. Il duca della Fogliada unì ducento gentiluomini, il conte d'Arcourt della casa di Lorena, ottocento buoni soldati, e circa due altri mila si misero sotto le lor bandiere, e andarono ad imbarcarsi col conte di San Polo.

Fin qui il marchese Francesco Villa Ferrarese, generale del duca di Savoia, avea con sommo valore, con titolo di generale de' Veneziani, militato in Candia, e per molte sue segnalate azioni s'era acquistato gran gloria. Ossia che il duca per suoi proprii bisogni o disegni il richiamasse a Torino, o ch'egli per gare accadute coi generali veneti si trovasse mal soddisfatto, se ne tornò in Italia. In luogo suo fecero i Veneziani venir di Francia il Mombrun marchese di Santo Andrea, di setta ugonotto, capitano di grande sperienza nell'armi, benchè in età di ottant'anni. I principi d'Italia, chi più, chi meno, contribuirono soccorsi [1250] alla repubblica veneta in sì urgente bisogno; ma specialmente si sbracciò per sovvenirli il pontefice, che, oltre all'avere, per mezzo delle sue lettere e de' suoi ministri, commosse tutte le corti cattoliche all'aiuto di Candia, prese al suo soldo tre mila fanti agguerriti tedeschi, a lui mandati dall'imperadore sino alla Pontieba, e ordinò alle sue galee che colle maltesi passassero in Levante. Venuta la primavera, tornò con più gagliardia il visire a promuovere le offese contro Candia. Risoluta era la Porta Ottomana di voler quella città ad ogni costo. La grandezza del suo imperio e la vicinanza degli Stati nulla di gente e di altre provvisioni lasciava mancare al suo campo. Contavansi fra loro schiere intere di rinegati cristiani; e i mercatanti inglesi ed olandesi vendevano loro quanti cannoni, bombe ed altri militari attrezzi e munizioni occorrevano. Laddove la repubblica veneta, consumata oramai dalle immense somme, e in tanta lontananza, troppo inegualmente potea soddisfare al bisogno. Si sa che i Turchi non risparmiano le vite degli uomini, allorchè preme al loro sovrano l'acquisto di qualche piazza. Però un infernal carosello si fece per tutto quest'anno ancora intorno a Candia. Incredibili furono gli sforzi di que' Barbari, non minore la bravura dei difensori. Da gran tempo un simile ostinato e sanguinoso assedio non s'era veduto. Insolita cosa parve in que' mari una battaglia di mare eseguita dal capitan generale Francesco Morosino in tempo di notte, vegnente il dì 9 di marzo, contro i legni turcheschi Conquistò egli cinque galee colla capitana di Durach Bey, corsaro famoso, che ivi perdè la vita; i prigioni ascesero a quattrocento dieci; gli schiavi cristiani liberati a mille e cento. Nel campo degl'infedeli s'era già introdotta la peste, e almeno ducento persone ogni dì perivano; pure, sopravvenendo sempre continui rinforzi, non iscemava punto la lor potenza; le batterie de' cannoni, de' mortari e bombe continuamente [1251] risonavano, e le mine e i fornelli sovente scoppiavano con larghe breccie ne' baloardi, che venivano tosto riparate dall'inesplicabil coraggio degli assediati, che non cessavano di far sortite, inchiodar cannoni e spianar trincee.

Di niuno aiuto servirono in questo anno le galee ausiliarie del papa, di Malta e di Napoli; perchè troppo tardi giunte, e piene di puntigli, ben presto se ne tornarono ai loro porti. Ma sul principio di novembre sbarcarono in Candia i venturieri franzesi, e inoltre il cavalier della Torre con settantatrè altri cavalieri di Malta e quattrocento soldati scelti spediti dal gran mastro. Memorabile riuscì fra l'altre azioni una sortita fatta nel dì 16 di dicembre da trecento animosi gentiluomini franzesi, con molti altri venturieri savoiardi ed italiani, che andarono a testa bassa ad assalire i Musulmani nei loro ridotti. Grande strage ne fecero, ma di essi non ne tornò indietro se non la metà. Dopo di che i Franzesi scemati forte di numero, e rimbarcati, sul principio del seguente gennaio spiegarono le vele verso Provenza. Così terminò la diabolica campagna dell'anno presente in quelle parti, con essersi calcolato che dalla parte de' cristiani venissero meno quasi dieci mila e quattrocento persone, oltre ad alcune centinaia d'uffiziali anche principali; e da quella de' Turchi circa trentasette mila, fra' quali alcuni bassà, bey e beglierbey. Per la morte della duchessa Isabella d'Este rimasto vedovo Ranuccio II duca di Parma, in quest'anno con dispensa pontifizia passò alle terze nozze colla principessa Maria d'Este, sorella della defunta duchessa, e figlia anch'essa del già Francesco I duca di Modena. Con suntuose feste venne celebrato questo maritaggio in Modena nel dì 16 di marzo, e da esso provennero poi due principi, cioè Francesco ed Antonio, che furono poi l'un dietro l'altro duchi di Parma. Fece in quest'anno papa Clemente IX conoscere sempre più la grandezza dell'animo suo, perchè nello stesso [1252] di 5 d'agosto, avendogli la morte rapito Tommaso Rospigliosi suo nipote, giovane di grande espettazione, mentre si faceva il suo funerale, egli pacatamente intervenne al sacro concistoro, e vi creò due cardinali. A questo giovinetto eresse dipoi il senato romano una statua nel Campidoglio: tanto era il pubblico amore verso il pontefice zio. Finì i suoi giorni in Milano don Luigi Ponze di Leon governatore di quello Stato nel dì 29 di marzo, e pro interim fu appoggiato quel governo al marchese de Los Balbases Paolo Spinola, finchè venne, a dì 8 di settembre, ad assumere il comando il marchese di Mortara, il quale dopo tre mesi parimente compiè la carriera del suo vivere.


   
Anno di Cristo MDCLXIX. Indizione VII.
Clemente IX papa 3.
Leopoldo imperadore 12.

Ebbe la cristianità nell'anno presente di che affliggersi, perchè dopo tanti dispendii d'oro e di vite, e dopo tante fatiche, fu costretta l'infelice città di Candia di piegar il collo sotto il giogo turchesco. Avea raddoppiati i suoi uffizii il buon papa Clemente IX alle corti dei principi cattolici, per ottener soccorso in sì urgente occasione alla repubblica veneta. Accudì il generoso animo di Luigi XIV re Cristianissimo in questo anno ancora a sostener l'onore del nome cristiano contro degl'infedeli, ed allestì un corpo di otto mila combattenti e una poderosa flotta, dandone la condotta al duca di Beaufort grande ammiraglio e al duca di Novaglies. Ed affinchè alle violenze, che contra il diritto delle genti suol praticare la Porta, non rimanesse esposto il suo ambasciatore in Costantinopoli, spedì tre vascelli a levarlo di là; benchè poi si lasciasse quel ministro avviluppar dalle lusinghe de' Turchi, e si fermasse: il che attribuirono altri a maneggio suo, per non perdere quel lucroso impiego. Varii principi di Germania, mossi a pietà della veneta repubblica, oppressa [1253] da que' cani, varii soccorsi di gente e di danaro le spedirono. Non fecero di meno i principi d'Italia, e fra gli altri Laura duchessa reggente di Modena inviò in loro aiuto un reggimento di mille fanti, comandato da' suoi uffiziali, e in oltre, un regalo di cinquanta mila libbre di polvere da fuoco. Gente, danaro e galee preparò esso pontefice, e dichiarato Alessandro Pico duca della Mirandola mastro di campo generale delle sue armi in Candia, quanto mai potè operò per sottrarre quella città dall'imminente rischio di cadere nelle unghie turchesche. Fu creduto che i Veneziani, siccome quelli che tenevano sempre un ministro senza carattere presso il primo visire Acmet per trattare di pace, avrebbono potuto ottenerla con buone condizioni, cedendo la città di Candia, e ritenendo la metà dell'isola; ma dall'aspetto di tanti soccorsi isperanziti non seppero essi indursi a conchiuderla. Per tutto il verno e per la primavera continuarono i Turchi con incessante furore a sempre più avanzare i loro lavori sotto Candia, contrastando però loro i valorosi cristiani ogni palmo di terreno con vicendevole spargimento di sangue. Tante e tali furono le memorabili azioni di guerra, e sopra tutto di questo arrabbiato assedio, che han servito d'argomento a più libri di storie.

Nel dì 16 di giugno pervenne a Candia la flotta franzese composta di tredici galee, quattordici vascelli, quattro navi incendiarie e cinquanta legni minori. Trovarono i Franzesi in un miserabile stato quella città, prese dai Turchi tutte le fortificazioni esteriori, formate breccie, e il tutto in manifesto pericolo di peggio. Per la discordia facilmente vanno a monte le più belle imprese. I bellicosi comandanti ed uffiziali franzesi (ancorchè fossero di contrario sentimento i generali veneti Morosino Mombrun, o sia il signore di Santo Andrea) non vollero perdere tempo a fare una vigorosa sortita. Eseguirono essi questo disegno, uscendo dalla piazza [1254] nella notte precedente al dì 25 del suddetto mese di giugno, e, al primo spuntar dell'alba, con incredibile ardore si spinsero contra le nimiche trincee, superandone l'una e poi l'altra. Tal terrore entrò ne' Musulmani, che, rovesciati di qua e di là, non tennero il piè fermo; e già arrivato il grosso dei Franzesi alle batterie nemiche, apparenza v'era d'una illustre vittoria; quando, accesosi improvvisamente il fuoco in due barili di polve, levò di vita trenta d'essi. Bastò questo perchè tutti gli altri, credendo minati quei siti, presi da panico terrore, dissero: Volta; e per quanto si sforzassero gli uffiziali per ritenerli, tutto fu indarno. Allora i Turchi, ripigliato coraggio, scagliatisi loro addosso, gl'inseguirono sino alle porte della città. Che mille cinquecento Turchi perissero in quel conflitto, fu scritto da chi non avrebbe saputo come provarlo. Certo è bensì che lasciarono ivi la vita lo stesso ammiraglio duca di Beaufort, sessanta bravi gentiluomini franzesi, cinquantaquattro uffiziali riformati ed alcune centinaia di soldati. Pertanto restò si malcontento di questa impresa il duca di Novaglies, che per quante preghiere adoperassero il capitan generale Francesco Morosino ed altri, non si potè ottenere ch'egli mutasse la risoluzion presa di rimbarcare il resto di sua gente, e di far vela verso Francia nel dì 20 d'agosto. Con esso lui fuggì anche non poca gente del veneto presidio in gravo discapito della piazza. Trovò il Novaglies in viaggio il signor di Bellafonte, che di Francia conducea altri mille e cinquecento fanti, nè questo giovò per fermare i suoi passi. Fu poi disapprovata in Francia la sua ritirata, e speditogli ordine di non capitare alla corte. Le ciarle, che corsero allora, portavano ch'egli si lamentasse non poco del general Morosino, per aver questi ricusato di secondare la felice sortita dei Franzesi, credendosi, che se avesse anche egli loro dato braccio, in quel solo giorno sarebbe restata Candia libera dall'assedio turchesco. Immaginò la gente [1255] che il Morosino se ne astenesse o perchè avea trattato segreto di pace co' Turchi, o per gelosia che, succedendo la vittoria, se ne attribuisse la gloria ai soli Franzesi: pensiero che non potea cadere in personaggio sì savio ed amante della patria. Probabilmente se ne andò il Novaglies, perchè riconobbe l'impossibilità di tenere in piedi un edifizio sì vicino alla rovina.

Erano già pervenute, nel dì 3 di luglio, a Candia le galee ausiliarie del papa e di altri principi in numero di ventisette, sotto il comando del balì Vincenzo Rospigliosi, nipote dello stesso pontefice. Colà giunse ancora nel dì 22 di giugno il duca della Mirandola colle milizie di terra dei pontefice e del duca di Modena, le quali ultime erano ridotte a soli settecento uomini per li disagi del lungo viaggio. Ma infieriti sempre più i Musulmani, moltiplicarono le offese e gli assalti; di modo che si poteva oramai paventare che colla forza sboccasse il turbine loro nella misera città. Fu perciò stabilito di cercar la pace per salvare nel naufragio quel che si potesse. Veggendo il Rospigliosi disperato il caso, nel dì 29 d'agosto giudicò meglio d'imbarcar la sua gente, e poi fece vela verso il Mediterraneo. Dopo di che nel seguente giorno, esposta bandiera bianca, si cominciò a trattar della resa e della pace coi deputati del primo visire. Nel dì 6 di settembre restò conchiuso l'accordo, per cui fu ceduta ai Turchi la città di Candia, divenuta un cimiterio di tanti mortali, e un orrido spettacolo di desolazione; e restarono in poter de' Veneziani nell'isola di Candia le sole fortezze di Suda, Carabuso e Spinalunga co' lor territorii, e Clissa con altre terre acquistate in Dalmazia ed Albania; e che fosse lecito ai Veneziani il portar via le milizie e i cittadini che non volessero restare in Candia, con tutti i lor bagagli, viveri ed armi. Conto si fece che nel solo presente anno il numero de' morti e de' divenuti invalidi dalla parte dei Veneziani ascendesse a quasi undici mila persone. Perirono poi per burrasca di [1256] mare molti di quei legni che menavano via il presidio e gli abitanti di quella infelice città. E tale esito ebbe il memorando assedio di Candia, con grave danno sì della repubblica veneta, ma con immortal gloria altresì della medesima, per aver sì lungamente disputato alla smisurata potenza de' Turchi l'acquisto di quella piazza. Portatone il doloroso avviso a Venezia, persona assennata, che si trovò allora in quella metropoli, mi assicurò che le parve di veder il dì del finale giudizio: tanti erano i gemiti, le lagrime e gli urli dell'uno e dell'altro sesso. Andava il popolo fanatico per le contrade deplorando la grande sciagura, vomitando spropositi contro la provvidenza, maledizioni contra de' Turchi, e villanie senza fine contra del general Morosino, chiamandolo ad alte voci traditore, e spezialmente imputando a lui la perdita della città, per non aver voluto sostener il felice ardire della sortita franzese. Guai se questo generale fosse allora capitato a Venezia; non sarebbe stata in sicuro la sua vita: cotanto era infuriato quel popolo. Al dolore s'aggiugneva la paura, che i Turchi, soliti a non mantener la fede, vedendo esausta e abbandonata la repubblica, non si prevalessero di sì buon vento per maggiormente soperchiarla. Volle Dio che a questa pace si acquetasse il loro orgoglio.

Pervenuta anche a Roma l'infausta nuova, riempiè d'affanni e lamenti tutta quella corte e città, ma sopra gli altri se ne afflisse papa Clemente IX, che con tanta premura s'era fin qui adoperato per esentar Candia dall'ultimo eccidio. Credenza comune fu che questo inaspettato colpo influisse non poco a privare il mondo cristiano d'un sì degno pontefice. Imperciocchè da lì a tre giorni egli cadde infermo, e dopo alquanti altri di combattimento col male, finalmente nel dì 9 di decembre passò a miglior vita, lasciando in benedizione la sua memoria, perchè principe pieno di vero zelo per la difesa del cristianesimo, principe dotato [1257] d'una soda umiltà e di una rara moderazione, e provveduto delle più belle massime del politico governo, di modo che, se Dio non l'avesse chiamato sì presto a godere il premio delle sue virtù, gran bene ne potea sperare lo Stato ecclesiastico. Pensava egli continuamente alle maniere di sollevar i suoi popoli dalle tante gabelle imposte da' suoi predecessori: al qual fine istituì una congregazione. Cura ebbe eziandio, perchè si rimettesse il lanifizio in Roma e il commercio per li suoi Stati. Non si applicò già egli ad arricchire i proprii nipoti, avendo lasciata la sua casa con facoltà poco superiori allo stato in cui era prima del suo pontificato. Affinchè la giustizia procedesse con ordine, e si tenessero in freno i ministri e parenti, due dì d'ogni settimana con somma pazienza dava udienza a chiunque del popolo la voleva; e perchè un giorno, dopo avere speso più ore in sì tedioso mestiere, ritirandosi alle sue stanze, udì che un povero uomo si lamentava per non essere stato ascoltato, tornò indietro, e amorevolmente udito il suo ricorso, rimandollo via tutto contento. Parimente volle che nel muro delle camere dove si tengono le congregazioni, fosse fatta una fenestrella, da cui senza essere veduto potesse il pontefice ascoltare quanto ivi si trattava. Sprezzator della gloria umana ornò di belle statue ponte Sant'Angelo, e nè pure una menoma memoria vi fece mettere del suo nome. L'iscrizione ch'egli ordinò, da porsi in rozzo marmo al suo sepolcro, altro non conteneva che il solo suo nome e la dignità. Sigillò in fine queste sue virtù colla maggiore delle altre, cioè colla carità, con visitar sovente negli spedali, accompagnato da pochi suoi famigliari, e ministrando loro conforti e cibi. Solito anche fu a pascere ogni dì in palazzo dodici poveri pellegrini. Tale era questo buon pontefice, che Dio mostrò per poco tempo alla sua Chiesa, e poi sel ritolse con incredibil dispiacere di Roma tutta, che in lui perdeva un amatissimo padre, [1258] dopo aver ammirata la saviezza del suo governo, la modestia de' suoi nipoti, e certe virtù che non erano punto in uso nei tempi addietro. Andò poi molto in lungo la creazione del suo successore, siccome vedremo all'anno seguente. Fu in questi tempi che Ferdinando II gran duca di Toscana inviò il principe Cosimo suo primogenito a viaggiare per varie corti d'Europa. Arrivò egli sul principio d'agosto a Parigi, dove, siccome marito d'una principessa di Francia, cugina del re medesimo, ricevette distinti onori da quel gran monarca, e dopo essersi fermato quivi per un mese, passò poi in altre contrade.


   
Anno di Cristo MDCLXX. Indizione VIII.
Clemente X papa 1.
Leopoldo imperadore 13.

Tanti raggiri, discrepanze e battaglie più dell'usato accaddero nel conclave, in cui s'erano, dopo la morte di papa Clemente IX, chiusi i sacri elettori, che durò la loro o volontaria o forzata prigionia quattro mesi e quattro giorni. Finalmente con lode del sacro collegio andarono a cadere, nel dì 29 d'aprile dell'anno presente, i lor voti nella persona di Emilio Altieri Romano, a cui il pontefice suddetto pochi dì prima di morire avea conferita la sacra porpora, mirando in lui con una quasi prescienza chi dovea essere suo successore nella cattedra di San Pietro. Tale in fatti era l'integrità de' suoi costumi, l'affabilità, la perizia delle cose del mondo, e la generosità dell'animo, che il popolo romano preventivamente lo andava acclamando papa, nè v'era chi nol confessasse ben degno di sì alta dignità. La sola età potea fargli contrasto, perchè vicino agli ottanta anni; la robustezza nondimeno della sua complessione tuttochè non disgiunta da qualche flussione che gl'indeboliva le gambe, faceva assai sperare che reggerebbe buon tratto di tempo al peso del pontificato. Dopo essersi dunque lungamente dibattuti i [1259] cervelli politici de' capi delle fazioni, massimamente de' Franzesi e Spagnuoli, affettanti ciascuno di promuovere uno dei lor parziali, ma senza poter ottenere il pallio, si unirono all'esaltazione del cardinale Altieri, il quale, allegando la poca sanità e la gravissima età sua, e gridando: Guardate bene ch'io non son abile, con lagrime e scongiuri resistè non poco alle loro intenzioni. Ma finalmente arrendendosi accettò piangendo un peso, sì avidamente ricercato e con tanta allegrezza ricevuto da altri. In venerazione del pontefice suo benefattore prese il nome di Clemente X, e verso la di lui memoria esercitò dipoi in altre guise la sua gratitudine. Della propria casa non aveva egli parenti, e volendo pur continuare l'antica e nobile famiglia Altieri romana ne' tempi avvenire, pensò a ricrearla nella parimente antica e nobile dei Paluzzi Romani. Una sua nipote Laura Caterina era stata maritata al marchese Gasparo Paluzzi degli Albertoni, nipote del cardinal Paluzzo Paluzzi. Adottò pertanto tutta quella famiglia, dandole il cognome degli Altieri e il nome di nipoti, e cedendo loro tutti i beni patrimoniali della sua casa. Conferì allo stesso cardinal Paluzzi, appellato da lì innanzi il cardinale Altieri, le primarie dignità; e siccome questi abbondava di vivacità d'ingegno e di abilità in maneggiare i pubblici affari, così abbracciò volentieri l'assunto di sollevare il vecchio pontefice nelle fatiche del governo. Conferì ancora al suddetto Gasparo Paluzzi, marito della nipote, inserito nella casa Altieri, il grado di generale dell'armi della Chiesa, e di castellano di Sant'Angelo. Maritò Lodovica sua pronipote in Domenico Orsino duca di Gravina, e Tarquinia altra sua pronipote in Egidio Colonna principe di Carbognano. Roma, da gran tempo avvezza ai nepotismi, nulla si stupiva di questi salti di grandezza, anzi ne tripudiava per lo sforzo dei nipoti pontifizii, e massimamente perchè Romani. Si ammutirono solamente i plausi de' saggi, al veder tanti [1260] nuovi padroni (e spezialmente il cardinale), i quali ben si previde che sotto l'ombra del decrepito pontefice dominerebbono, con timore di soggiacere di nuovo ai passati disordini, e di provare un governo diverso dal pietoso e saggio di Clemente IX.

Giunto all'età di sessanta anni Ferdinando Il duca di Toscana compiè il corso della vita e del principato nel dì 23 di maggio dell'anno presente, dopo aver governato per lungo tempo i suoi popoli con impareggiabil prudenza e con affetto da padre, ricompensato anche dall'amore dei sudditi stessi, che di molte lagrime onorarono il suo funerale. Secondo il glorioso costume della casa de Medici, gran protettore fu delle lettere, e amatore de' letterati, siccome pienamente dimostrò il dottor Giuseppe Bianchini da Prato nel suo Trattato dei gran duchi di Toscana. Celebre sopra tutto riuscì, e memorabile sarà presso i posteri l'Accademia del Cimento, istituita nell'anno 1657 dal nobilissimo genio del cardinale Leopoldo de Medici, e dalla liberalità di esso gran duca Ferdinando promossa e favorita, dove insigni filosofi faticando, diedero poi alla luce i tanto applauditi Saggi di naturali esperienze. Lasciò questo principe due figli, a lui procreati da Vittoria della Rovere gran duchessa, donna di gran talento, cioè Cosimo III gran principe, tornato poco fa dai suoi viaggi per le corti d'Europa, che a lui succedette nel dominio, e Francesco Maria, decorato poi della sacra porpora cardinalizia. Nell'aprile di quest'anno giunse a Milano per governatore don Gasparo Tellez Giron duca d'Ossuna e di Uceda, a cui per lo sposalizio di una figlia del marchese di Caracena pervenne una ricchissima eredità. Era in questi tempi duca di Guastalla Ferrante Gonzaga; non avea che un figlio maschio, cioè il principe Cesare in età di sei in sette anni, che gli fu rapito dalla morte. Restandovi una sola sua figlia, cioè la principessa Anna Isabella, con poca o niuna speranza di [1261] altra prole, pensò allora la vedova imperadrice Leonora Gonzaga di procurare l'accasamento di questa principessa col duca di Mantova Ferdinando Carlo Gonzaga, figlio del duca Carlo II, fratello di sua maestà, per desiderio di unire al ducato di Mantova quello di Guastalla. Fece perciò dei gran maneggi per effettuar questo maritaggio; tuttochè nel regno di Napoli esistesse una linea di principi Gonzaghi di Guastalla, chiaramente chiamati alla successione in quel ducato. Fu in quest'anno intentata nel senato veneto fiera accusa contro il capitan generale Francesco Morosino, quasichè egli avesse mancato al suo dovere nella resa di Candia; ma con pieni voti restò egli poscia assoluto.


   
Anno di Cristo MDCLXXI. Indizione IX.
Clemente X papa 2.
Leopoldo imperadore 14.

Con sante intenzioni era entrato il pontefice Clemente X nel governo pastorale e politico, e, seguendo le massime lodatissime del suo predecessore Clemente IX, confermò la congregazione da lui istituita per trovar le maniere di sgravar i popoli dalle tante gravezze loro imposte dai suoi antecessori, nulla più desiderando che il loro sollievo. Ma, ritrovata la camera apostolica sì carica di debiti per li capricci di alcuni precedenti nepotismi, quasi gli caddero le braccia. Contuttociò, perchè era cessata la guerra col Turco, abolì le decime degli ecclesiastici, ed estinse la metà della tassa imposta alle milizie dello Stato, dolendosi di non poter per ora di più fare in benefizio dei suoi sudditi. Riformò poscia la compagnia delle Corazze posta in piè da papa Innocenzo X. Alleggerì il numero de' soldati, la spesa de' quali ascendeva a cento mila scudi annui. Moderò o levò molte spese esorbitanti o superflue del palazzo, come ancora in Roma e per lo Stato, usate da' suoi predecessori. Quel ch'è più, ordinò che tutte le componende ed altri emolumenti [1262] spettanti alla borsa privata del papa si depositassero al sacro monte di Pietà, con animo di valersene in pubblico bene, risoluto di non imitare chi innanzi a lui avea atteso più ad arricchire i proprii parenti, che a procurar con vero zelo la pubblica felicità. Il marchese di Lucerna, ambasciatore allora di Savoia nella corte di Roma, in una sua relazion manuscritta asserisce d'aver più volte inteso dalla bocca stessa del pontefice l'avversione sua ad ingrandir con soverchie ricchezze i nipoti, detestando egli l'opulenza e i tesori di quattro case pontifizie formate a' suoi giorni, e dicendo di avere abbastanza provveduti i suoi parenti coi suoi beni proprii loro rinunziati, e colle cariche anche prodigamente loro assegnate, bastando tali rendite al decoroso loro mantenimento. Ma non cessavano i parenti suoi di lagnarsi liberamente di questa, come essi dicevano, stitichezza del papa, e gli mettevano intorno tentatori potenti per ismuoverlo da sì glorioso proponimento: laonde stava curiosamente aspettando la gente l'esito della battaglia, e se le batterie della tenerezza del sangue fossero da tanto che conducessero il papa a mostrarsi uomo.

Si mutò in fatti a poco a poco registro, non forse perchè il buon pontefice recedesse dalle onorate sue massime, ma perchè la sua decrepitezza e poca sanità il costrignevano bene spesso al letto, convenendogli perciò di lasciar molta parte delle redini in mano del cardinale Altieri, di modo che non passò gran tempo che il popolo dicea essere Clemente X papa di nome, e il cardinale papa di fatti. E giacchè abbiam fatta menzione dell'ambasciator di Savoia, conviene aggiugnere che, nella congiuntura della sua ambasceria, fra lui e il marchese Francesco Riccardi ambasciator di Toscana, nacque controversia di uguaglianza o di precedenza; e n'era per seguire scandalo, giacchè l'una e l'altra parte aveano fatto armamento di gente. Ma seppe il cardinale Altieri colla sua destrezza calmar [1263] quella tempesta senza pregiudizio dei contendenti, che deposero l'armi, ma non già gli odii. Un principio di sollevazione fu nell'aprile in Messina, dove, provandosi carestia, ne attribuiva il basso popolo la colpa al mal governo degli Spagnuoli, o all'avidità dei nobili, per vendere più caro i loro grani. Un certo Giuseppe Martinez, preso un pugnale in mano, andò gridando per le strade: Ammazza, ammazza. Unitisi con lui molti della feccia della plebe, corsero ad incendiar le case di alcuni del governo, e seguirono uccisioni e saccheggi. Inoltre segretamente spedirono costoro a Parigi, per impegnar quella corte in loro aiuto; ma ritrovarono il re Lodovico XIV con altri pensieri in testa, cioè tutto rivolto a preparamenti per muovere guerra agli Olandesi. Mancata questa speranza, venne meno anche la sedizione, che costò la vita ad alcuni capi di quegli ammutinati. Nè si vuol tralasciare un editto pubblicato nel dì 20 di maggio dal pontefice Clemente X, per cui decretò che nulla pregiudicasse alla nobiltà di tutto il suo Stato l'esercizio della mercatura, purchè i nobili non vendessero alla minuta le merci. Utilissimo e lodevole decreto per animar la gente al commercio e alle arti, che sono il sugo vitale per arricchire e rendere felici gli Stati; laddove la guerra, di cui tanti si pregiano, non serve che ad impoverirli. Attendevano i più antichi Romani all'agricoltura, e non lasciavano per questo d'essere segnalati guerrieri, allorchè il bisogno lo richiedeva.


   
Anno di Cristo MDCLXXII. Indizione X.
Clemente X papa 3.
Leopoldo imperadore 15.

Pieno d'umiltà il buon pontefice Clemente IX avea ordinato un ignobil sepolcro al corpo suo. Clemente X esercitò la sua gratitudine verso del defunto benefattore con ergergli ancora una suntuosa memoria nell'anno presente. Inoltre pose la prima pietra per un insigne [1264] ristoramento ed ornamento alla basilica Liberiana, ossia a Santa Maria Maggiore, che fu condotto alla sua perfezione nel seguente anno. In auge grande di felicità si trovavano gli Olandesi in questi tempi. Affidati nella lor lega coll'Inghilterra e colla Svezia, si vantavano di aver fatto paura al re di Francia Luigi XIV nella precedente guerra da lui mossa alla Spagna; ed avendo alterato il commercio coi Franzesi, parlavano alto alle occasioni. Il re Cristianissimo, che non solo avidamente aspettava, ma cercava col moccolino le occasioni di farsi rispettare, di accrescere la sua gloria e di far nuove conquiste, non lasciò cader questa per terra. Tante segrete ruote seppe maneggiare lo industrioso e liberal suo gabinetto, che gli riuscì di staccar la Svezia e l'Inghilterra dalla lega colle Provincie Unite, e di stabilir anche una forte alleanza con Carlo II re britannico contra delle medesime. Dormivano i lor sonni gli Olandesi, quando sul principio d'aprile il re di Francia e d'Inghilterra dichiararono la guerra all'Olanda; e il primo passò con potente esercito a' suoi danni. Presero i Franzesi in sei giorni le prime quattro piazze di frontiera. Fu poi considerato come azione veramente mirabile l'avere la cavalleria franzese valicato il vasto fiume del Reno in faccia ai nemici, che fecero ben qualche resistenza, ma in fine, atterriti da tanto ardire, si diedero alla fuga. In cinque settimane ridusse il vittorioso re più di quaranta piazze alla sua ubbidienza; commosse ancora l'elettor di Colonia e il vescovo di Munster contro gli stessi Olandesi, la fortuna de' quali parea omai ridotta agli estremi, se la città d'Amsterdam, col rompere le dighe ed allagar le campagne, non fermava il rapido corso del valore e della fortuna franzese. Di altro non si parlava allora per tutta Italia che di sì strepitosi avvenimenti; e se ne parlava con piacere, per la speranza che di tali acquisti avesse a profittar la religion cattolica, e fu infatti inviato un vescovo [1265] cattolico alla già presa città d'Utrect. Ma si trovò vicina anche l'Italia a veder crescere un acceso fuoco di guerra fra Carlo Emmanuele II duca di Savoia e la repubblica di Genova.

Passano per eredità gli odii di quei confinanti fra loro. Ma si aggiunse a muovere il duca una cospirazione di Raffaello dalla Torre bandito da Genova, che fecegli sperar facile l'acquisto di Savona. Scopertasi a tempo da' Genovesi questa mena, vi provvidero. Ma giacchè s'era dato principio alle ostilità col pretesto di controversie di confini, si continuò poscia il ballo; furono presi luoghi dall'una parte e dall'altra, e succederono delle azioni calde con far di molti prigioni, e sì gli uni che gli altri vantavano superiorità di forza e di bravura. Ma il re Cristianissimo, sia perchè fosse implorata la sua mediazione, o perchè a lui non piacessero questi romori, spedì il signor di Gaumont per interporsi con amichevoli persuasioni a far posare l'armi, e a rimettere in arbitri le lor differenze, ordinando anche di valersi del tuono di minaccie contro chi si trovasse renitente. Tregua pertanto fu fatta, e destinata la città di Casale per luogo delle conferenze. Riuscì alla voce del Gallo ciò che non aveano potuto ottenere co' loro uffizii il papa ed altri principi d'Italia. Il bello poi fu, che dopo avere il ministro franzese stabilito il luogo del congresso, venne un imperioso ordine del re, che le pretensioni delle parti si dovessero dedurre alla sua corte, con aspettarne la decisione del savio giudizio di sua maestà. Rincrebbe più d'un poco questo alto parlare al duca di Savoia, nulla dipendente dall'autorità del re, e molto più a' Genovesi, che erano da gran tempo sotto la protezione del re di Spagna. Tuttavia sì formidabile era il monarca franzese, che convenne piegare il capo. Spediti poscia a Parigi dall'una e dall'altra parte ministri ben informati delle scambievoli ragioni, nell'anno appresso la tregua si convertì in pace, e le restanti [1266] controversie de' confini furono rimesse ai giudici italiani da eleggersi di soddisfazion delle parti. Terribili memorie lasciò in quest'anno un tremuoto, a cui simile non s'era forse mai provato nella Romagna e Marca. In Rimini spezialmente fu il maggior flagello, perchè per la maggior parte in quella città chiese, palazzi e case andarono per terra. Ed essendo succeduta la maggiore scossa, mentre in dì di festa le genti si trovavano alle chiese, vi perderono la vita più di cento persone, e senza paragone molti più vi restarono feriti. Pretesero i sacri oratori zelanti questo essere stato un visibil gastigo di Dio, perchè non era portato il dovuto rispetto alla casa del Signore. Sommamente ancora patirono le città di Ancona, Fano, Pesaro e Sinigaglia, col rovesciamento di assai chiese e case, e colla morte di molti abitanti, essendo ridotti que' popoli a dormire a cielo scoperto. In quest'anno la contestabilessa Colonna e la duchessa Mazzarina si fuggirono da Roma per andarsene in Francia.


   
Anno di Cristo MDCLXXIII. Indizione XI.
Clemente X papa 4.
Leopoldo imperadore 16.

Aveano i perfidi Musulmani con varii pretesti mossa la guerra contro la Polonia, regno di gran potenza, ma regno più debole di tanti altri minori, e sempre mal preparato per la difesa, per cagion della forma del governo, sì disadatta all'union degli animi, e a procurare il pubblico bene. Coll'improvvisa irruzione di un potentissimo esercito si impadronirono i Turchi dell'importante piazza di Caminietz, e di quaranta quattro altri luoghi fra città e castella. Per sottrarsi a perdite maggiori, fece il re Michele una vergognosa pace, con cedere que' luoghi, cioè tutta la Podolia, al gran signore, e con obbligarsi inoltre di pagare venti mila scudi annualmente alla Porta. Non sofferì la generosa nazion polacca un sì obbrobrioso accordo, e dichiarata [1267] la guerra al Turco, si diede a sollecitar l'aiuto de' principi cristiani contro il comune nemico. Con essi Polacchi entrò in lega il gran duca di Moscovia; e questi inviò a Roma Paolo Manesio cavaliere scozzese, capitan delle sue guardie, per implorar gli aiuti del pontefice. Trovò ottimo trattamento, carezze e regali in quella corte, ma niuna voglia di collegarsi con quel barbaro principe; e se ne partì mal soddisfatto, perchè il papa nelle risposte non volle accordare al Moscovita il titolo di czar, ossia di Cesare, che Giovanni Basilide dopo l'ampie sue conquiste avea cominciato ad usare, riputandolo la corte romana lo stesso che quel d'imperadore. Nè altro parimente che belle parole potè ottenere dal senato veneto quell'ambasciatore, cioè quella stessa moneta che i Polacchi e Moscoviti aveano adoperato allorchè i Veneziani si trovarono in tante angustie per la guerra di Candia. A Giovanni Sobieschi generale della Polonia toccò di rintuzzare col suo valore l'ardire turchesco; e questi poi seppe farsi eleggere re di quel regno dopo la morte del re Michele, succeduta nell'anno presente.

Più che mai continuò ancora lo sforzo dell'armi franzesi contro le Provincie Unite, e dopo un famoso assedio di sole tre o quattro settimane ebbe il re Lodovico XIV, nel dì 5 di luglio, il contento e la gloria di entrar vittorioso nella fortezza creduta inespugnabile di Maestricht. Tanti progressi del monarca franzese, il quale intanto non lasciava di dar buona pastura di accomodamento, essendo anche stata scelta la città di Colonia per luogo de' congressi, cagion furono in fine che l'imperadore Leopoldo, Carlo II re delle Spagne e Carlo IV duca di Lorena, ne' mesi di luglio e d'agosto, strinsero lega con gli Olandesi. All'incontro il re chiamato Cristianissimo, per dare apprensione da un'altra parte a Cesare, conchiuse, nel dì 5 di giugno, col gran signore Maometto IV un'alleanza più stretta che le precedenti. Stava forte [1268] a cuore ad esso monarca il tener ben affetta a' suoi interessi la corona della gran Bretagna; e giacchè il re Carlo II non avea successione, e si trattava di far passare alle seconde nozze Jacopo Stuardo duca d'Yorch, fratello del medesimo re, che già s'era dichiarato cattolico, si prese il pensiero esso re Cristianissimo di trovargli moglie. A sì sublime grado fu scelta Maria Beatrice d'Este, sorella del giovinetto duca di Modena Francesco II, principessa, nel cui animo e cuore aveano posto seggio le più eminenti virtù. Ma perchè più alto tendevano i pensieri di questa principessa, risoluta di consecrarsi a Dio in un monistero, s'incontravano troppe difficoltà ad ottenere il suo assenso. Nè si sarebbono superate, se il sommo pontefice, considerando che in tai nozze concorreva il bene della cristianità, non avesse interposte le sue paterne esortazioni. Però nel dì 30 di settembre, in Modena dal conte di Peterburug a nome del duca di Yorch fu sposata essa principessa. Dopo di che, accompagnata dalla duchessa Laura sua madre e dal principe Rinaldo suo zio, si mise in viaggio alla volta di Parigi, dove pervenuta, ricevè onori immensi da quella corte. Quivi si fermò ella, finchè pacificato l'eretico parlamento inglese, che non di buon occhio mirava una principessa tale, perchè cattolica, e destinata al trono della Gran Bretagna, permise la sua entrata nel regno nel principio di dicembre, onorata da frequenti salve d'artiglieria, ma lacerata da non poche mormorazioni di chi troppo odio professava alla religion cattolica. Trovò in fatti questa principessa il parlamento affaccendato per islontanare dal regno ogni ombra di esercizio pubblico della medesima religione. Papa Clemente X in questi tempi, con cadere infermo, fece sperare o temer mutazioni in quella corte. Parea che la sua grande età nol lascerebbe risorgere; ma si riebbe, ed uscì in pubblico. Alzavano intanto i nipoti Altieri da' fondamenti un superbo palazzo in Roma, pel [1269] quale fu creduto dalla gente maligna che s'impiegasse parte del danaro che sua santità avea fatto depositare nel monte della Pietà, quando è certo ch'egli inviò di grosse somme per difesa della Polonia contro de' Turchi.


   
Anno di Cristo MDCLXXIV. Indiz. XII.
Clemente X papa 5.
Leopoldo imperadore 17.

Cominciarono in quest'anno a cangiar faccia gli affari dell'Olanda, perchè tanto s'industriarono i ministri di Spagna e gli amici degli Olandesi in Londra, che il re Carlo II lasciò andare la finora inutile alleanza colla Francia, e stabilì pace con essi Olandesi. Altrettanto poi fecero l'elettor di Colonia e il vescovo di Munster. Sbrigata l'Olanda da questi nemici, e rinforzata dall'armi dei collegati, cioè dell'imperadore e della Spagna, fece prendere altre risoluzioni al monarca franzese. Cioè abbandonò egli, alla riserva di Mastrich e di Grave, tutte le altre piazze occupate agli Olandesi, ma coll'avvertenza di torchiar prima le borse degli abitanti, di minare e far saltare le fortificazioni, e di asportarne tutte le artiglierie e munizioni. In bene e in male si parlò forte dappertutto di questo abbandonamento e di tante asprezze. Alla testa delle sue armate passò il re medesimo di nuovo nel mese di aprile verso la Franca Contea, e dopo alcuni vigorosi assedii s'impadronì di Gray, di Besanzone, di Dola, e d'ogni altro luogo forte di quella contrada, con piantarvi i gigli, che quivi fecero buone radici. Inferì danni ben gravi al palatino del Reno, perchè, lasciato il suo partito, aveva abbracciato quello dei collegati. Riuscì intanto agli Olandesi di guadagnar l'elettore di Brandeburgo, che con grandi forze venne in loro aiuto. Contra di tanti nemici era la sola Francia, ma senza sgomentarsi. Seguirono poi battaglie con varia fortuna dell'armi. Dall'un canto il maresciallo di Turrena e il principe di Condè fecero di grandi prodezze. [1270] Minori dall'altra parte non furono quelle di Guglielmo principe d'Oranges, del vecchio generalissimo conte Raimondo Montecuccoli Modenese, e del general Caprara Bolognese. Gran teatro di miserie per tanti paesi fu l'anno presente; e tutto per l'ambizione d'un solo monarca, le cui trionfali imprese venivano da' suoi popoli e parziali esaltate alle stelle, ma con diverso giudizio riguardate da altri, e detestate poi sommamente dai suoi avversarii.

Scoppiò nell'anno presente la ribellion di Messina. Potea dirsi ben felice quella città per la copiosa popolazione e per l'abbondanza del commercio mercè del suo porto, il più sicuro di tutto il Mediterraneo; più felice ancora, perchè fra le città sottoposte alla monarchia di Spagna, niuna godea tanti privilegii ed esenzioni, come Messina, perchè avea ben governatore spagnuolo, ma ritenea forma di repubblica col suo senato, composto di nobili senatori e di alcuni ancora del popolo. Fu creduto che desse impulso alla sollevazione l'avere i regii ministri imposti nuovi tributi; perciocchè uso fu degli Spagnuoli, allorchè li pungeva la necessità delle guerre, di provvedere al bisogno presente, senza mettersi pensiero dell'avvenire col vendere i fondi del demanio e delle rendite regali nei regni di Napoli e Sicilia. Tornando poi nuove angustie per nuove guerre, altro ripiego non restava che d'inventar altre gabelle ed aggravii: del che si risentivano forte i popoli. Ma, per sentimento di altri, ebbe origine quell'incendio dall'avere i ministri spagnuoli introdotte e fomentate due fazioni nella città di Messina, o tentato di escludere dal governo i senatori. Nacquero perciò lamenti, satire e commozioni; e perchè furono castigati alcuni dei più insolenti, crebbe maggiormente l'alterazione del popolo, che spedì a Madrid le sue suppliche, affinchè il re provvedesse alla mala condotta de' suoi ministri, ma con riportarne solamente minaccie di gastighi e rigori. Perchè un dì del mese di [1271] agosto furono dal governator chiamati a palazzo tutti i senatori, sorse e prese fuoco una voce che si volesse levar loro la vita; e brutto indizio certamente fu l'essere state chiuse le porte del palazzo, appena vi furono essi entrati. Allora il popolo tutto corse all'armi, e trasse furiosamente al palazzo. Avvertito di questa sollevazione il governatore don Diego Soria, fece aprir le porte, e lasciò tosto uscire i senatori illesi; ma questo non bastò a calmare l'ammutinata gente, che fieramente cominciò a cercare gli Spagnuoli, e gli obbligò a ritirarsi nelle quattro fortezze della città; ma senza insultare il governatore, che non volle abbandonare il palazzo, gridando essi intanto: Viva il re di Spagna. Informati pertanto di sì gran torbido il marchese di Baiona vicerè di Sicilia, e il marchese d'Astorga vicerè di Napoli, non perderono tempo a spedir gente e navi alla volta di Messina, e far piazza d'armi a Melazzo, dando assai a conoscere che voleano colla forza soffocare quel fuoco.

Allora fu che i Messinesi ruppero ogni misura, s'impossessarono di varii posti e del palazzo, e cominciarono le ostilità spezialmente contro la fortezza di San Salvatore, posta alla bocca del porto. Cacciarono anche di città chiunque era tenuto per ben affetto agli Spagnuoli. Intanto al vicerè Baiona giunsero cinque galee di Malta, altrettante di Genova; e vennero da Napoli e dalle città di Sicilia rinforzi di gente, coi quali cominciò egli a strignere la città coll'occupazione di vari siti. Ma usciti i Messinesi, con tal fierezza trattavano gii Spagnuoli, che questi ad ogni lor comparsa battevano la ritirata. La proposizion fatta d'un perdon generale ebbe poca fortuna, perchè venendo accompagnata dall'armi, non istimò il popolo di potersene fidare, e massimamente sapendo di che tempra fosse il genio spagnuolo. Aveano già i Messinesi, assai conoscenti che le lor forze non avrebbono potuto reggere, spedito a Roma Antonio Caffaro a trattare col duca di Etrè [1272] ambasciatore di Francia, con offerir la loro città al re Cristianissimo, ottenuta la quale, si facea credere assai facile la conquista di tutta l'isola. Volarono corrieri al re Luigi, che corse tosto al buon mercato, ed ordinò che il commendator di Valbella con sei vascelli da guerra portasse viveri e munizioni a Messina; che questo presentemente era il suo maggior bisogno. Arrivato che fu colà il Valbella, fu proclamato il re di Francia per suo padrone dal popolo, cantato il Te Deum, inalberati dappertutto gli stendardi coi gigli, ed affrettata l'espugnazione di San Salvatore, che in fine fu costretto alla resa. Nuovo vicerè in questo mentre giunse in Sicilia il marchese di Villafranca, e colà arrivarono ancora molte milizie spedite da Milano e dalla Catalogna, colle quali si cominciò a maggiormente angustiar Messina, impedendo l'introduzione dei viveri; di maniera che non finì l'anno presente che si trovò ridotto quel popolo in pessimo stato, e gli Spagnuoli si teneano come in pugno di vederlo venir fra poco colla corda al collo a chiedere misericordia.

Nè mancarono a Roma i suoi sconcerti nell'anno presente. Intento il cardinale Altieri a rendere maggiormente fruttifera la dogana di Roma, trovò il gran segreto di mettere una nuova imposta di un tre per cento sopra qualsivoglia roba mercantile che s'introducesse nella città, obbligando a questo pagamento qualsivoglia persona, senza dichiarar punto di eccettuarne i cardinali e gli ambasciatori: dal che sarebbe provenuto un gran vantaggio alla camera, e, per quanto fu creduto, anche al cardinale stesso, dicendosi che i gabellieri gli aveano promesso venti mila doble, se levava le esenzioni ad essi ambasciatori. Furono anche in procinto di mettere la pena di scomunica contro i contravventori, se saggi teologi non l'avessero impedito. Pretendeva infatti il cardinale che quei pubblici rappresentanti si abusassero dell'esenzion fin qui loro accordata; e non avea il torto, [1273] perchè ordinario costume degli uomini è il far fruttare, per quanto si può, la propria bottega. Per questo editto, pubblicato nel dì 18 di giugno, e poi con dichiarazione più precisa nel dì 11 di settembre, dove tutti si vedeano sottoposti alla confiscazion delle robe, a pene pecuniarie ed anche corporali si alterarono forte non pochi porporati, ma specialmente protestarono offeso il lor carattere, e i pretesi lor diritti gli ambasciatori delle corone; perlochè unironsi insieme quei di Cesare, di Francia, di Spagna e di Venezia, chiedendone soddisfazione. Rispondeva l'Altieri che il papa era padrone in casa sua, e co' suoi domestici si burlava di loro, perchè le potenze si trovavano allora in troppi impegni di guerra. Mandarono tutti e quattro gli ambasciatori i lor gentiluomini a chiedere udienza al papa; e il maestro di camera rispose che sua santità per quattro giorni avvenire si trovava impedito, benchè poi lo stesso pontefice confessasse di non averlo saputo, e ne sgridasse, [1274] quando lo seppe, il mastro di camera. Inviarono i lor segretarii per avere udienza dal cardinale Altieri, ed egli fece serrar loro in faccia le porte del suo appartamento, tirar le catene a quelle del palazzo papale e rinforzar le guardie; locchè pretesero gli ambasciatori un maggiore strapazzo alla lor dignità. Intanto fu scritto ai nunzii, affinchè rappresentassero alle corti gli eccessi degli ambasciatori, pretendendo questi, all'incontro, che fossero calunnie, e di provarlo coi mandati da loro spediti, dei quali mai non poterono ottener nota. Continuò tutto il resto dell'anno con varie scene, raggiri ed artifizii, che si leggono nelle relazioni manuscritte di quei tempi. Il papa rimise l'affare in arbitri, ad una congregazione; e finì l'anno senza che gli ambasciatori spuntassero cosa alcuna. Il duca di Etrè quasi solo tenne saldo, perchè dal suo sovrano ricevè ordine di sostener con vigore tutto quanto o di ragione o di fatto aveano praticato i precedenti ministri.

FINE DEL VOLUME VI.


INDICE

ANNALI D'ITALIA FINO ALL'ANNO 1500

MCCCCLXIV MCCCCLXV MCCCCLXVI MCCCCLXVII MCCCCLXVIII MCCCCLXIX MCCCCLXX MCCCCLXXI MCCCCLXXII MCCCCLXXIII MCCCCLXXIV MCCCCLXXV MCCCCLXXVI MCCCCLXXVII MCCCCLXXVIII MCCCCLXXIX MCCCCLXXX MCCCCLXXXI MCCCCLXXXII MCCCCLXXXIII MCCCCLXXXIV MCCCCLXXXV MCCCCLXXXVI MCCCCLXXXVII MCCCCLXXXVIII MCCCCLXXXIX MCCCCXC MCCCCXCI MCCCCXCII MCCCCXCIII MCCCCXCIV MCCCCXCV MCCCCXCVI MCCCCXCVII MCCCCXCVIII MCCCCXCIX MD

CONCLUSIONE DELL'OPERA
ANNALI D'ITALIA FINO ALL'ANNO 1750
PREFAZIONE

MDI MDII MDIII MDIV MDV MDVI MDVII MDVIII MDIX MDX MDXI MDXII MDXIII MDXIV MDXV MDXVI MDXVII MDXVIII MDXIX MDXX MDXXI MDXXII MDXXIII MDXXIV MDXXV MDXXVI MDXXVII MDXXVIII MDXXIX MDXXX MDXXXI MDXXXII MDXXXIII MDXXXIV MDXXXV MDXXXVI MDXXXVII MDXXXVIII MDXXXIX MDXLI MDXLII MDXLIII MDXLIV MDXLV MDXLVI MDXLVII MDXLVIII MDXLIX MDL MDLI MDLII MDLIII MDLIV MDLV MDLVI MDLVII MDLVIII MDLIX MDLX MDLXI MDLXII MDLXIII MDLXIV MDLXV MDLXVI MDLXVII MDLXVIII MDLXIX MDLXX MDLXXI MDLXXII MDLXXIII MDLXXIV MDLXXV MDLXXVI MDLXXVII MDLXXVIII MDLXXIX MDLXXX MDLXXXI MDLXXXII MDLXXXIII MDLXXXIV MDLXXXV MDLXXXVI MDLXXXVII MDLXXXVIII MDLXXXIX MDXC MDXCI MDXCII MDXCIII MDXCIV MDXCV MDXCVI MDXCVII MDXCVIII MDXCIX MDC MDCI MDCII MDCIII MDCIV MDCV MDCVI MDCVII MDCVIII MDCIX MDCX MDCXI MDCXII MDCXIII MDCXIV MDCXV MDCXVI MDCXVII MDCXVIII MDCXIX MDCXX MDCXXI MDCXXII MDCXXIII MDCXXIV MDCXXV MDCXXVI MDCLXXVII MDCXXVIII MDCXXIX MDCXXX MDCXXXI MDCXXXII MDCXXXIII MDCXXXIV MDCXXXV MDCXXXVI MDCXXXVII MDCXXXVIII MDCXXXIX MDCXL MDCXLI MDCXLII MDCXLIII MDCXLIV MDCXLV MDCXLVI MDCXLVII MDCXLVIII MDCXLIX MDCL MDCLI MDCLII MDCLIII MDCLIV MDCLV MDCLVI MDCLVII MDCLVIII MDCLIX MDCLX MDCLXI MDCLXII MDCLXIII MDCLXIV MDCLXV MDCLXVI MDCLXVII MDCLXVIII MDCLXIX MDCLXX MDCLXXI MDCLXXII MDCLXXIII MDCLXXIV

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.

Per facilitare la consultazione è stato aggiunto un indice alla fine del testo.






End of the Project Gutenberg EBook of Annali d'Italia, vol. 6, by 
Lodovico Antonio Muratori

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The Foundation's principal office is in Fairbanks, Alaska, with the
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