The Project Gutenberg eBook, L'evoluzione di Giosu Carducci, by Alfredo
Panzini


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Title: L'evoluzione di Giosu Carducci


Author: Alfredo Panzini



Release Date: November 1, 2012  [eBook #41257]

Language: Italian

Character set encoding: ISO-8859-1


***START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK L'EVOLUZIONE DI GIOSU CARDUCCI***


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Dott. ALFREDO PANZINI

L'EVOLUZIONE DI GIOSU CARDUCCI







MILANO
LIBR. EDITR. GALLI DI C. CHIESA & F. GUINDANI
Galleria Vittorio Emanuele, 17-80
1894

PROPRIET LETTERARIA

Tip. LUIGI di G. PIROLA.--Milano, piazza Scala, 6.




                             AL SENATORE

                            GAETANO NEGRI

                    CITTADINO E FILOSOFO ILLUSTRE




INDICE


  Dedica                                                           5

  CAPITOLO   I.--Il maestro e la scuola                            9

           II.--La dimostrazione dell'11 marzo '91               25

          III.--_Iuvenilia--Alla Croce di Savoia_--L'inno
                 _A Satana--Giambi ed Epodi_--Il discorso
                 agli elettori del collegio di Lugo               43

           IV.--Le _Odi Barbare_ e l'individualismo
                 del Carducci                                     73

            V.--Il senso eroico--Giosu Carducci e
                 la giovane letteratura nazionale                105

           VI.--Giosu Carducci e l'ora presente                139




CAPITOLO I.

      IL MAESTRO E LA SCUOLA.


Torna alla mente con gran tristezza di desiderio il tempo che io
studiava a Bologna; e la rivedo ancora quella severa e lunga aula
dell'universit con i finestroni dai vetri verdognoli che prendono luce
dal pian terreno del cortile interno: la rivedo tutta gremita di
uditori; tutti col viso rivolto e teso ad un punto, in silenzio: seduti
sui banchi, fitti in piedi e addossati agli angoli, presso la porta
d'ingresso. E su quelle teste, le pi giovanilmente vive, altre grige o
canute, altre di donne diffondenti in quella austerit non so quale
femminile lietezza mi pare ancora di udire la sua voce che si spandeva
ora vibrata, staccata, nervosa; ora lenta, commossa e saliente come
nembo d'incenso. Su l'alta cattedra, in fondo, appariva quel capo
poderoso, curvo fra i cubiti, con la fronte ferma, come diga a reggere
l'onda irrompente del pensiero; la breve mano bianca agitata a ricercare
il libro o l'appunto, pur non ristando la voce.

Qualche volta, sopravvenendo le tenebre, accennava gli recassero una
candela e se la poneva da presso; e allora quella fiammella rossa che or
s'allungava in sottile piramide e stava immota, ora ballava come un
folletto, faceva in quella penombra strani effetti di luce su quel volto
animato dall'idea creatrice.

Era l'autunno o era l'inverno nevoso: eppure per quella tetra sala in
alto passava la primavera al suono della sua voce, l'eterna primavera
del pensiero che Egli ogni volta evocava, viva, luminosa, presente fuori
dai secoli che furono.

                                  *
                                 * *

Con ci non intendo dire che il Carducci sia un oratore nel senso che
comunemente si d a questa voce: l'impeto, la profondit, la larghezza
con cui Egli concepisce e sospinge i suoi pensieri non hanno pari
riscontro nella fluidit delle parole, e perci di quel torrente di idee
e di imagini solo una parte trova l'uscita; l'altra percuote e rimbalza
contro quell'impedimento, e perci in chi l'ode per la prima volta si
genera come un senso di pena; chi invece conosce l'uomo e in quelle
parole uscenti a scatti e svincolantisi sente tutto il prodigioso lavoro
interno, non pu sottrarsi a un senso di ammirazione e di meraviglia.

Egli inoltre che ci era cos austero maestro nell'insegnare ed imporre
il puro metodo storico della ricerca paziente e analitica, aveva sovente
degl'impeti luminosi di sintesi, con una cos sicura ed anelante
concezione del vero quale gli eredi del genio greco latino sanno, forse
soli, afferrare ed esprimere. E allora si vedeva quel suo volto acceso
impallidire come sotto lo spasimo di un'idea gigante, l'occhio nero
sconfinare oltre il recinto dell'aula e le parole venir fuori ora a
gruppi rapidissimamente battute e serrate, ora gravi, tarde; quasi ogni
voce avesse con s un misterioso seguito di ombre, di luce e di fantasmi
che doveano uscire con lei. Ed in quello impallidire, in quel commosso
esprimere di parole, pareva che la sua fronte si cingesse come d'un
profetico nembo; e gli angoli delle labbra in gi volti gli davano
un'attitudine cupa di vaticinante.

Non era per raro il caso che tutto il getto dei pensieri trovasse
libera uscita; e allora era un allegro irrompere di idee germinanti,
salienti, scoppianti per raggrupparsi ancora e salire fin dove per la
soverchia altezza oscillavano, e il periodo precipitava e finiva non con
armoniche voci, ma con un gesto rapido e con uno scatto quasi feroce di
accenti che sembravano come un'invettiva alla parola tarda ed inefficace
a investire e rendere i suoi concetti.

A spiegare questo suo modo di parlare s'aggiunge un'altra causa, ed 
che il Carducci che fu per tanti anni chiamato il poeta della
democrazia,  il pi aristocratico oratore che si possa pensare. La
frase fatta con lo stampino, il periodo d'effetto, i facili artifici del
dire, che un autore fine evita di scrivere, ma per nel parlare
largamente profonde, giacch sfuggono all'analisi e dilettano
l'uditorio, il Carducci sdegna anche nel parlare. La sua frase 
originale e viva come il suo pensiero; e perci si arresta finch non ha
trovato quella voce che gli pare propria, quell'architettura del periodo
corrispondente al suo pensiero. Da ci ne deriva che quel discorso che
ad un uditore volgare riesce slegato e duro, ove lo si fermi con la
stenografia appare perfetto.

Finita la lezione, che durava circa due ore, indossava a fatica il
pastrano o la pelliccia di cui mostrava avere assai cura, e passava fra
il riverente aprirsi della studentesca. Era la dolce ora che le tavole
delle trattorie suburbane attendono le chiassose brigate degli studenti,
e il numeroso uditorio uscendo dall'universit gi deserta, si spandeva
sotto gli alti e tetri portici di via Zamboni. Le ombre della notte vi
erano discese; ma sovente giunti al largo delle due torri, dal fondo di
via Rizzoli, un ultimo raggio di sole, come solo ne ricordo in quell'ora
a Bologna, si riverberava vermiglio sul vertice aereo e sui merli
dell'Asinella. Carducci che a brevi gesti e a pi parche parole
rispondeva al premuroso stuolo che lo circuiva, non mancava mai, io lo
ricordo, di volgere lo sguardo su quegli alti fastigi delle torri che
anche Dante mir e dove il sole s'indugiava ancora

                                guardando
    con un sorriso languido di vola,
     . . . . . . . . . . . . . . .
    e un desio mesto pe'l rigido are sveglia
    di rosei maggi, di calde aulenti sere.

                                  *
                                 * *

Il Carducci  inoltre di una sensibilit estetica meravigliosa; e questo
fenomeno geniale un positivista di professione chiamerebbe, io penso,
_iperestesia artistica_, o qualcosa di simile, non  vero? appunto per
quella brutale superbia scientifica di classificare con una voce
patologica i pi nobili e meno concepibili movimenti dell'anima, e cos
confonderli con i pi abbietti in un'uguale terminologia. Dunque io
voglio dire che questa sensibilit del fantasma artistico  cos
prepotente in lui che lo vince e gli s'impone mal suo grado. E questa
vittoria del genio sulla volont era cosa nuova e commovente, giacch la
sua indole disdegnosa e il verecondo culto dell'arte lo rendevano restio
a manifestarci tutte le visioni del suo pensiero; inoltre la scuola era
per lui una palestra di severi esercizi, e il diletto dei commenti
estetici Egli lo giudicava didatticamente pericoloso pei giovani cui
l'ingegno e la coltura facevano difetto per assorgere a questa alta e
geniale forma della critica. Ma ci che sopra tutto lo rendeva
aggressivo e violento era il sospetto che gli uditori, specie di altre
facolt che non mancavano mai, si fossero dato convegno con l'animo di
chi va ad ascoltare una prima donna o un tenore di grido.

Eppure spessissimo avveniva che la visione suscitata da un verso o da
uno di que' periodi armonicamente partiti come un edificio della
rinascenza, tendenti al loro fine come getto di balestra, gli togliesse
per cos dire la mano: era una breve ed occulta lotta fra il voler dire
o seguitare il commento linguistico; ma infine l'onda delle imagini
crescenti come l'impeto della marea, vinceva ogni resistenza e si
udivano allora le pi alate e scintillanti digressioni che mai siano
risonate in quelle scuole di filologia.

Chi, ad esempio, tra i frequentatori della facolt di lettere a Bologna
non ricorda, specie in certi giorni senza sole, grigi di nebbie e di
piogge, il caratteristico entrare del Carducci nella scuola di
filologia? Non era l'aula detta sopra, ove Egli faceva le sue lezioni di
letteratura, ma un'altra molto pi piccola e abbastanza chiara al primo
piano.

Bench i banchi fossero quasi per intero occupati dagli studenti della
facolt e si sapesse che quel giorno il Carducci non teneva
che le solite lezioni di magistero, ci  a dire di critica e
d'interpretazione, tuttavia l'affluenza del pubblico era sempre tale da
riempire tutti i vani possibili: studenti di altre facolt, signore e
signori venuti o per amore d'arte o per curiosit di vedere ed udire il
grande Poeta.

Rammento fra gli uditori illustri la biblica, pensosa e dolorosa figura
del conte Aurelio Saffi; la faccia animata della nobile donna Vitthe
Jessie Mario. Egli li scorgeva appena che rendeva loro ossequio prima di
salire su la cattedra.

Ma qui una parentesi cade giusta: voglio dire che l'universale
degl'italiani press'a poco sa chi  il Carducci: il primo poeta della
nazione, che ha scritto l'inno a Satana, le poesie barbare con l'ode
alla Regina, che prima era repubblicano e adesso  senatore e
monarchico.

Questo lo sanno tutti e nessuno lo contrasta. Alcuni,  vero, discutono
se pi Egli valga come poeta o come prosatore; ma per compenso quasi
tutti spingono la loro erudizione sino a recitare a memoria un certo
sonetto del Rapisardi, e tutto ci va bene: per se questo allegro
popolo per sue speciali ragioni non pu intendere n il poeta, n il
prosatore, n l'uomo, sarebbe per giusto che sapesse come il Carducci
che prima accusavano di godersi lo stipendio governativo, lui
repubblicano; ed oggi accusano di avvantaggiarsi del suo mutamento
politico (di diversa fede gli uni dagli altri, uguali gli uni agli altri
nella cosciente calunnia), non abbia fra tutti gli ufficiali dello Stato
alcuno che lo sorpassi nell'adempimento continuo, austero, pieno del
proprio dovere.

Egli  il primo maestro del regno; ed anche oggi prosegue ed insegna con
l'animo e con la fede d'allora. Una sola volta, in quattro anni che fui
suo scolaro, venne alla scuola e disse, come confessando un suo errore
da cui voleva che noi giovani dati all'insegnamento molto ci
guardassimo, di essere costretto per quella volta a improvvisare la
lezione a braccia e fu, ricordo, un poderoso raffronto fra i classici ed
i romantici, denso di sintesi e di riattacchi storici quali Egli sa
fare.

Del resto ogni lezione era una primizia de' suoi studi, che Egli recava
alla scuola ancora viva e palpitante delle ultime ricerche: e da quel
vigoroso e sicuro percuotere del pensiero entro le viscere del passato
balzavano fuori scintille di verit e di luce: e in alto, senza alcun
preconcetto di scuola o di politica, ma naturalmente, in alto, come faro
luminoso, splendeva o s'intravvedeva risplendere l'ideale di questa gran
patria italiana.

Tale il Carducci come maestro, tale la sua opera rigeneratrice in quella
scuola piccola, dalle finestre luminose donde il giorno fuggiva e dove
la sua parola richiamava la luce.

Lo ricordate voi, compagni buoni, dispersi per le scuole d'Italia, lo
ricordate voi? Si chiosavano i canti dell'Inferno, si leggevano le
stanze della canzone di Rolando, i sonetti del Guinizelli e del
Petrarca, lo ricordate? L'ora era trascorsa; era venuta la notte e il
silenzio: le sei lampade a gaz mandavano il loro ronzio e la loro viva
fiamma. Egli saliva su per i banchi, si sedeva talvolta presso di noi,
accennava ora all'uno ora all'altro con la sua nervosa, breve e bianca
mano di continuare; e spesso, vedendoci stanchi per l'ora tarda e per il
prolungato lavoro, Egli stesso leggeva e spiegava, e ci trascinava
oltre, fuori del presente, per quelle grandi ondate degli antichi canti.
Taluno, ricordo, che era in maggiore dimestichezza, levava fuori
l'orologio come a dire: Maestro, l'ora  trascorsa, anche quella del
desinare. Egli vedeva, sorrideva bonariamente e interrompeva dicendo:
Fra poco, sino a questo punto e poi basta.

Si usciva: fuori frizzava la nebbia e sotto i lunghi portici batteva
largo il vento; pure noi scolari non si cessava del conversare animato.
Lo ricordate, buoni amici, se pure vi rimane animo e tempo di ricordare?

E chiudo la parentesi perch l'indugiarmi con memorie subbiettive
ripugna a me e alla natura di questo scritto.

                                  *
                                 * *

Dunque Egli entrava regolarmente alle tre e come un fremito di
rispettoso silenzio lo precedeva su per l'ampio scalone sino agli angoli
pi remoti della scuola: era un ultimo bisbiglio, un adattarsi alla
meglio degli uditori su le poche seggiole fornite dalla premurosa
solerzia del bidello Monti, dalla voce fessa e dal cuore mite.

Il Carducci volgeva attorno uno sguardo aggrondato, tediato alla vista
di quel troppo numeroso uditorio: un altro sguardo lungo fuori dei vetri
al cielo grigio, ai tetti umidi; poi un altro ancora agli uditori
attenti, aspettanti e maraviglianti in silenzio.

Noi che si conosceva l'uomo, ci scambiavamo sguardi d'intelligenza, ch
di parlare anche sottovoce non era quella la buona occasione e si
rischiava di pigliarci un rabbuffo secco e terribile.

Ah, voi vi aspettate oggi la conferenza letteraria, forbita e oratoria
che si convenga all'aspettazione e vi faccia passare piacevolmente
queste ore incresciose! Ve la dar io la lezione! Ma questo non  un
ridotto per conferenze, n io son qui per divertirvi col sentimento e
con l'estetica, e n meno per avere applausi: questa  semplicemente una
scuola dove io devo e voglio attendere a fare de' buoni maestri per i
ginnasi ed i licei d'Italia: null'altro.

Questo pensiero si leggeva in certe sue mosse brusche, nello sguardo,
nell'aggrottare della fronte e in certo suo tormentarsi la barba; poi si
esplicava di solito in poche, burbere e rotte parole che sonavano presso
a poco cos:

Avverto lor signori che questa  lezione di magistero: far della pura
filologia, molta filologia... come a dire: ci non pu interessarvi e
fareste meglio per voi e per me ad andarvene.

La minaccia riusciva, come  a credere, vana: nessuno si moveva.

Alcuni scolari, ad un suo cenno, andavano a prendere i soliti testi di
consultazione: Egli passava dall'uno all'altro scolaro; rivedeva i
quaderni, i libri, gli appunti. Erano per noi momenti terribili!

A lei! questa era la parola sacramentale.

L'interpellato cominciava e leggeva. A poco a poco la scuola si animava
e ripigliava il solito aspetto; la voce e la fisonomia del maestro
scendevano al livello normale, e lezione cominciava.

Il suo metodo didattico  ammirevole e perfetto. L'interrogato legge e
chiosa; ne' passi controversi od oscuri ognuno  libero d'esporre la sua
interpretazione. Egli ascolta, accetta, disapprova, corregge, talvolta
loda, in fine amplifica e fornisce tutti gli elementi per cui il
giudizio si possa accostare al vero; e se alcuna cosa ignora in quella
sua molteplice ricerca, lo confessa liberamente; ne prende appunto per
s ed invita altri ad approfondire la questione. La pi scrupolosa
esattezza critica e linguistica si congiunge senza sforzo, senza stacco,
alla pi alta e spirituale concezione del testo: piano, insensibilmente,
forse senza volerlo, ma con la forza intuitiva del genio, spesso movendo
dal pi semplice esame filologico, solleva la mente dello scolaro fino a
far s che questi fissi diritto, quasi allo stesso livello, il pensiero
de' sommi autori di cui si ragiona.

Pure Egli cos rimesso e semplice, avea degli scatti invincibili di
sdegno se s'imbatteva in qualche scolaro che si fosse presentato a
rispondere impreparato di tutto quel corredo di nozioni filologiche e
storiche che si richiedevano.

Tale mancanza, spesso scusabile in un giovane, si presentava al Carducci
sotto l'aspetto assoluto di un'affievolita coscienza del dovere e dello
studio, e allora scoppiavano di que' rimproveri che dove toccavano
levavano la pelle.

E anche di ci bisogna ricercare la causa nel concetto che Egli aveva
della scuola. Il Carducci, io penso, non si  mai illuso di avere sotto
di s dei geni in erba, ovvero che a lui spettasse il bizzarro incarico
di coltivarne la rara pianta: se qualcuno mostrava pi larghezza e
genialit di mente che gli altri, se ne compiaceva e lo dava a conoscere
con una ritenuta e pure affettuosa gentilezza; ma non faceva n elogi,
n predilezioni. La cosa che Egli sopra tutto pregiava e richiedeva era
la severit della vita, la costanza e l'assiduit del lavoro, il
sentimento della dignit, degli studi e dell'arte; e tutto ci per
quell'elevato sentimento patrio che mai non si scompagnava da ogni sua
azione e da ogni sua parola: l'Italia avea bisogno di rifarsi moralmente
ed intellettualmente; perci occorrevano pochi ma buoni maestri.

A questo Egli attendeva per parte sua e voleva che i giovani vi
attendessero; al governo assicurarne la vita, la dignit, gli studi. N
mai voce pi nobile e pi elevata suon in loro difesa.

Ma anche qui quell'ottimismo che non sa distinguere le eccezioni e che
in fondo  proprio, perch necessario, di tutti gli uomini di genio, e
quel giudizio quasi sempre assoluto ed unilaterale che  speciale del
Carducci, inducevano spesso in errore un cos alto e degno modo di
giudicare; ch non solo molti di mente meno che mediocre, ma pazienti ed
assidui, lodava e incitava; ma, quel che  peggio, non s'avvedeva come
non pochi fra quelli che pi lo circuivano, sotto un simulato amore di
ricerche e di studi null'altro celassero che una gran vanit,
un'ambizione dannosa ai buoni, senza avere alcun senso dell'arte, alcun
animoso o doloroso ideale.

Egli psicologo acuto e mirabile dei fenomeni morali pi complessi, non
riusciva a scendere e a leggere nettamente nell'animo di coloro che con
certa simulata modestia sembravano intendere e seguire le sue idee.
Forse prestava loro un po' della sua grande anima e nel suo giudizio li
faceva degni di s.

                                  *
                                 * *

Ma tornando al proposito,  certo che tali lezioni, per quanto perfette,
non erano quelle che l'uditorio estraneo alla scuola si aspettava; se
non che a poco a poco un verso del Petrarca o di Dante, uno di que'
portentosi aggruppamenti di parole melodiche dove o l'anima o la natura
o l'una e l'altra insieme vibrano nella misteriosa concezione dell'arte,
investiva il suo pensiero e tutta la sua fantasia s'accendeva come un
sole.

Non v'era pi l'espositore paziente, il critico minuzioso; ma il
sapiente ed il vate si congiungevano in una non so quale concezione
grandiosa e quasi profetica, e sotto quell'impeto di idee s'indovinava
una sacra tristezza.

Parea che si rivolgesse a noi come se fossimo i colpevoli di non so
quale mancato bene, noi poveri giovani venuti alla sua scuola per
acquistarci un diploma e guadagnarci questo misero pane. Egli ci
trascinava dietro di s e ci costringeva a salire in alto! O Maestro
grande e buono, quante cose vedemmo, o piuttosto intravvedemmo di lass
dove Tu ci guidavi! Ma chi se ne ricorda pi, chi ritiene pi la forza
di combattere per le battaglie di cui Tu segnavi cos nettamente il
campo, o Maestro?

No, da quella sua cattedra Giosu Carducci non parlava al mondo, come
diceva con infelice retorica il manifesto degli studenti monarchici
invitante ad una pubblica dimostrazione dopo il fatto dell'11 marzo:
Egli da quella sua cattedra si era proposto un compito molto pi modesto
eppure molto pi arduo: rinnovare nel pensiero e negli studi la giovent
d'Italia, come nelle battaglie e nelle congiure fu rifatta materialmente
la patria.




CAPITOLO II.

      LA DIMOSTRAZIONE DELL'11 MARZO '91.


Il giorno 11 marzo '91, che fu appunto di mercoled, alle ore tre, in
quella grande aula numero uno, parecchie centinaia di questa giovent
italiana insult di fischi assordanti, di improperi indicibili Giosu
Carducci.

I fischi e gli improperi durarono un'ora e mezzo non interrotti e
crescenti.

Chi volesse far mostra di perizia descrittiva potrebbe agevolmente
ricostruire quella scena dolorosa e, sotto un certo aspetto, fatale. Ma
una simile descrizione sarebbe retorica nel senso brutto della parola,
ed io la sdegno: per retorici non sono certo i due aggettivi che ho
scritto, ma rispondono ad una verit che vorrei emergesse al lettore
dalla comprensione di questo libro.

Si ebbe appena notizia del fatto, che la studentesca radicale delle
universit di Genova, di Cagliari, di Pavia, di Pisa, di Roma, di Modena
e di altre citt, compresi i giovanetti dei licei, perch essi pure
vollero fare udire la loro voce autorevole, si resero solidali e
plaudenti agli studenti di Bologna, stigmatizzando con tutto lo sdegno
delle loro offese coscienze--_la deficenza del carattere del senatore
Carducci_ e l'apostasia di _Enotrio romano, disertore bandiera, santi
ideali vera democrazia italiana_;--ch cos appunto suonano le lettere
ed i dispacci d'allora.

Non ricostruir, no, la scena; ma io penso che fra il frastuono e la
tempesta degli insulti dovea squillare alta la plebea e feroce ingiuria
di Romagna, e so di un'accusa ripetuta sino alla rabbia:--_Tu sei un
cattivo cittadino!_

Thaumasion ti!, avrebbe detto Socrate. Ma che vale? Oggi il
riportare un motto greco sarebbe ingenuit ovvero ignoranza; dir
dunque:--Mirabile cosa, non  vero?

Ma una ve n'ha pi mirabile ancora:--Quella giovent in quel suo
accanimento contro l'uomo era sincera e convinta: sincera sino all'odio,
convinta sino alla ferocia. Perch non esit, non oscill dinanzi al
Poeta; lo assal con una logica ineffabilmente ignorante; non pens e,
se pens, non pavent di recare danno con l'immane insulto a quella
esistenza preziosa!

Dir di pi: era convinta di compiere un dovere. Essi scrissero: Noi
l'abbiamo fischiato per significargli lo sdegno delle anime oneste[1].

  [1] Vedi il foglio apologetico _a ira.--Gli studenti radicali e
      Giosu Carducci_.--Numero unico, Bologna 19 marzo 1891. Societ
      Tip. Azzoguidi.

                                  *
                                 * *

Egli ebbe l'intuizione eroica del momento: non protest, non si mosse,
non usc, non volle uscire che ultimo. Mont ritto in piedi sur una
tavola che era dinanzi alla cattedra, non per parlare, ma per meglio
esporsi ai fischianti che fischiassero con pi loro soddisfazione e per
ricevere in pieno petto gli oltraggi[2].

  [2] Dalla _Gazzetta dell'Emilia_,--Bologna, gioved 19 marzo
      1891.--Lettera di Giosu Carducci al direttore del giornale.

Crescendo gli urli, trasse dalla tasca uno zigaro e si mise a fumare.
Quelli gridavano: A basso Carducci! Rispose: Meno male se gridaste a
morte!  inutile gridiate a basso: la natura mi ha messo in alto... ed
io fumo.

Ma Egli cinicamente ci guardava fumando; cos dice l'esposizione che
del fatto diedero gli studenti radicali nel citato numero unico, e
quest'avverbio attribuito ad un'azione del Carducci fa fremere; eppure
esso  riferito in buona fede.

Non  anche questo mirabile?

Il torrente dell'indignazione e dell'odio strarip e si scaten sopra
l'uomo senza che questi vi potesse porre argine. La memoria del maestro
non si affacci dinanzi ai tumultuanti; il genio del poeta, o almeno una
sola delle sue mirabili idealit non fu ricordata; o, se fu, non ebbe
forza di agghiacciare l'insulto prima ancora che le labbra lo avessero
espresso.

Eppure l'uomo non si scompose, ma stette dinanzi a loro impavido e tutta
la maest del cittadino e del poeta si drizz eroica, nel suo silenzio
disdegnoso da ogni discolpa. Ma Egli cinicamente ci guardava fumando,
ma l'uragano gli mont sopra e fugg via col suo urlo. L'uno rimase
rigido all'urto, gli altri trascinati come da una procella, seguirono il
loro viaggio: termini irreconciliabili.

Eppure sono corsi pochi anni dal tempo che quella giovent riguardava il
Poeta come maestro, come esempio, come profeta: ed Egli profondeva per
lei i tesori dell'inesausto suo genio. Ora gli uni si separano
dall'altro n v' speranza di intesa o di ritorno.

Non  ancora questo un fatto mirabile?

Non pare a chi legge che l'avvenimento dell'undici marzo stia fuori dal
mero fatto di cronaca universitaria; ma sia indizio di un grave fenomeno
morale rimasto da lungo tempo latente, non determinato, non studiato e
che in quel giorno si manifest con quella selvaggia esplosione di
insulti?

Tale convincimento mi anim a stendere queste pagine, e fu cos forte
l'impulso che vinse molte incertezze e riluttanze pi facili ad
intendere che piacevoli ad esporre.

                                  *
                                 * *

Cominciamo da un paragone che pu sembrare enfatico o strano. Ricorda il
lettore uno dei titoli d'accusa per cui fu Socrate condannato a morte?

Nell'_Apologia_ di Platone  detto:--Socrate  empio perch corrompe i
giovani.

Nel caso del Carducci mancano gli accusatori pubblici: sono i giovani
stessi che l'accusano di corruzione. Essi dicono press'a poco cos: Il
vostro canto, o Poeta, ci educ agli ideali della democrazia; ed ora vi
vediamo non solo ritirarvi dalla lotta, ma passare duce e colonna degli
avversari. Dicono ancora: Quest'uomo che, appunto perch era messo pi
in alto, pi era in vista, dava, sia pure colle pi buone intenzioni, un
esempio dannoso. Bisognava dirlo. E noi sentimmo il dovere di farlo, di
ribellarci a tutti i pregiudizi dei feticisti, appunto quando contro di
noi egli lanci una cinica sfida, facendosi--egli professore ed
educatore--capo di quegli studenti che rinnegano tutte le nostre e gi
sue aspirazioni[3].

  [3] _a ira_, ecc.

Dunque Egli  esempio alla giovent di disonest e di defezione
politica. Anche questo  mirabile, non  vero? E pi mirabile  che 
detto in buona fede.

Gli studenti monarchici, secondo il citato giornale, dicevano
beffardamente agli studenti radicali: Carducci  come gli altri; ad
accarezzarne la vanit si rende pi monarchico del re, pi scettico di
noi! Esclamano in fine gli studenti radicali: Oh, se nel cervello del
Carducci fosse rimasta latente qualcuna delle antiche potenze, come
scoppierebbe tremenda a schiacciare questa turba che ha imparato i
paroloni altisonanti e non ha mai assaporato la dolcezza dei sentimenti
potenti!

Dunque quest'uomo che, secondo le vostre parole, si levava impavido
dalla bassezza presente, che accendeva le anime vostre alla fede e
all'amore del bene,  cos mutato e diverso da quello che ora condannate
e fischiate?

Davvero?

                                  *
                                 * *

Ancora: Per chi ha non superficiale conoscenza dell'opera del Carducci,
apparir manifesto il fatto che Egli rivolse tutte le energie della sua
vita a fare s che il cittadino ed il poeta fossero una cosa sola: forza
costante che, penetrata dall'agitatrice tempesta dell'arte, batteva
contro questo vecchio, ignavo titano del popolo d'Italia; e se in
questo percuotere per avventura commise peccati, furono--come Egli
disse--non di volgarit mai: s di passione.

Ora essi con spietata e certo incosciente crudelt disgiungono il poeta
dall'uomo; e con ci non solo mostrano di disconoscere l'opera sua, ma
gli fanno l'offesa che si pu fare maggiore.

Premettono: Noi intendevamo troppo bene quanta irresponsabilit ci
fosse in quel poeta atto alle forti impressioni e incapace di
convinzioni maturate, poi aggiungono: Carducci mentre rimane per noi
un grande artista, non pu rimanere un grande carattere; e impallidisce
nella scuola, come passer macchiato nella storia; e in alcuni
foglietti distribuiti dopo la contro dimostrazione tenuta in piazza S.
Petronio il giorno 12,  scritto: Il poeta e il letterato tutti
ammiriamo. Noi abbiamo voluto fischiare il disertore di una bandiera!

Davvero? Mirabile ad ogni modo!

S--voi dite--egli cantava molte leggiadre e, pi sovente, molte strane
canzoni: queste rimangono e noi le leggeremo ancora per nostro diletto e
anche per dimostrare che riconosciamo i suoi meriti di scrittore, sempre
che ci avanzi tempo e voglia: ma quell'anima ardente di entusiasmo e di
bene per noi non esiste pi.

Tutto ci pi che meraviglioso  supremamente triste.

                                  *
                                 * *

Ma io sbaglio nel tempo. Essi non dicono, ma dissero. Forse non
ricordano nemmeno pi le infauste parole che proferirono e stamparono;
eppure esse rimangono. La vita urge ed incalza que' giovani, ma la piaga
da loro aperta non cessa per allentar di balestra.

E dico il vero; perch se a quelle centinaia di studenti sono imputabili
s l'aperta manifestazione come la volgarit delle ingiurie, non  meno
vero che quella gran forza inerte la quale spesso si chiama opinione
pubblica, con la sua inettezza ad intendere l'evoluzione monarchica del
Carducci, scusa e coonesta in certo modo tanto il tumulto come le
ingiurie.

Mi si pu chiedere: Perch cos di preferenza togliete passi e giudizi
da quel foglio apologetico degli studenti? Rispondo: Appunto perch di
questa massima parte dell'opinione pubblica esso rappresenta
l'espressione pi esagerata, ma in pari tempo pi animosa e sincera.

Ma su questo argomento ritorner fra poco.

Sono dunque gli scolari stessi che accusano il maestro. Vero  per che
nessun tribunale accoglie l'accusa e, seguendo il paragone incominciato,
nessun ministro di giustizia apparecchia la cicuta al nuovo corruttore
della giovent. Anzi quelli che in certo modo rappresentano l'autorit
delle leggi, accolgono con grande apparato di cortesia e di difesa il
maestro oltraggiato, il quale non richiede altro schermo che la propria
coscienza. Mancano dunque e tribunali e cicuta; ma anche voi mancate, o
Simmia, o Cebete, o Fedone, e tu Apollodoro che non ragionavi no alla
morte del Maestro mirabile, ma piangevi solo.

Gli scolari del Carducci--e per scolari intendo non pure quelli che
frequentarono le sue lezioni, ma quanti nel rinnovamento degli studi
dovrebbero riconoscere lui come maestro--i suoi scolari, dico, non
scesero con lui nel combattimento: essi, pur fatta alcuna eccezione,
hanno troppo da attendere alle loro piccole ricerche erudite e alle loro
piccole scuole.

Socrate moriva per risalire il corso dei secoli: invece grande aura di
tristezza gi ottenebra la fronte del Poeta. Egli scende vivo nella sua
idealit e la gente nuova senza di lui palpita e s'agita al nuovo
viaggio umano.

Parole mistiche forse sono queste, ma che spero abbiano ad acquistare
luce di verit da ci che segue.

                                  *
                                 * *

La requisitoria degli insultatori si fonda sui fatti e su le parole
stesse del Poeta ed ha tutti i caratteri di una logica brutale e
invincibilmente ignorante.

--Non scriveste voi l'inno a Satana? non cantaste voi la rivoluzione
francese? non proclamaste voi la repubblica santa, la repubblica
vergine? non vi pronunciaste voi stesso repubblicano nel discorso di
Lugo e in molte altre occasioni? chi scrisse i Giambi ed Epodi? chi
imprec in tante forme e per tanto tempo ai moderati? chi fremendo
ricord il nipote di Carlo Alberto cui si fece indossare la divisa di
Radetsky? Ed ora voi avete composta l'ode alla Regina; non basta, ma vi
siete fatto poeta cortigiano delle gesta di Casa Savoia. Chi ha scritto
il _Piemonte_, chi l'ode _Il liuto e la lira_? Ma non basta: mentre noi
commemoriamo Mazzini, voi accettavate di essere padrino della bandiera
che le gentili donne di Bologna ricamarono per il Circolo monarchico
universitario.

Per tali titoli noi vi condanniamo.

                                  *
                                 * *

Il citato giornale degli studenti ha per un'osservazione vera e
gravissima pi che non sembri ad un primo esame, ove dice: La stampa
italiana in generale ha riportata quasi senza commenti la notizia delle
dimostrazioni pro e contro Carducci. Tutt'al pi, osservo io, alcuni
giornali si mostrarono indulgenti e favorevoli agli studenti, altri
d'opposto colore politico li condannarono pi o meno aspramente. Molti
del pubblico dissero che era una lezione severa ma ben data; altri pi
miti concedettero ai giovani il diritto di giudicare e biasimare il
Carducci, ma ne disapprovarono il modo ed il luogo. Grazie! I pi
equanimi e liberali Oh che diavolo--dissero--che non si possa, almeno
una volta nella vita mutare francamente opinione e cambiar strada dopo
che si conobbe che l'altra era sbagliata, senza che i soliti difensori
della morale pubblica ci abbiano a ringhiare alle calcagna! o che si
deve pretendere un'assoluta coerenza politica per tutta la vita?

Grazie maggiori e senza fine!

Del resto non molto diversamente giudic l'onorevole Ferdinando Martini
alla Camera dei deputati nella seduta del 16 marzo, dando cos, e per il
luogo e per la persona, speciale valore a tale opinione. Ecco come:
L'illustre Villari, allora ministro, condann l'opera degli studenti e
disse: Quando assistiamo a fatti deplorevoli come quelli di Bologna,
dove impunemente s'insulta l'uomo, il cittadino, il maestro, mi sembra
vedere dei figli che insultano il loro padre. La dolorosa e semplice
gravit di queste parole pu sembrare ed  in fatti compenso
all'impunit che si dovette concedere; ma pur  vero che niuna parola
l'illustre uomo disse su le cause della dimostrazione: quasi vi si sente
il timore di inoltrarsi in un terreno mal fido, dove se era facile
condannare la mancanza di rispetto al maestro, non era poi cos semplice
o breve cosa, l per l, in una seduta parlamentare rendere ragione di
un complesso di fatti per modo che l'azione del Carducci uscisse
giustificata, anzi lodata.

Ma l'onorevole Ferdinando Martini volle con un breve confronto
affrontare la questione; e dopo aver deplorato questo rifiorire di
spirito settario (_mormorio all'estrema sinistra; approvazioni a
destra_) s, spirito settario,--aggiunse--perch chi rimprovera
l'evoluzione del Carducci, applaude poi a Victor Hugo che di evoluzioni
ne fece parecchie (_approvazioni_).

Gi: Victor Hugo monarchico divent repubblicano e Giosu Carducci
repubblicano  invece diventato monarchico.  un'equazione perfetta che
non fa una grinza e non c' nulla a ridire!

Ma  possibile pensare che Giosu Carducci dopo avere speso tutto il suo
genio e le sue forze a sostegno di un determinato principio civile e
politico, nella giovanile et di cinquantaquattro anni passati si
ricreda e professi una fede opposta?

Ammettere questo  ammettere implicitamente la demolizione di un uomo.

Il vero  che questo mutamento sostanziale non esiste se non in alcune
forme apparenti che Egli volle accentuare con la sua rude e coraggiosa
franchezza. Non  l'evoluzione dell'individuo ma  l'evoluzione dei
tempi che, giunti a maturit, hanno necessariamente determinato nel
Carducci un'attitudine che prima o non appariva cos manifesta o si
fingeva di non vedere.

Il paragone parve felice; ma in verit non regge sotto niuno aspetto.

Victor Hugo, anche per speciali circostanze intime e famigliari,
monarchico ne' primi anni della giovanezza, a trent'anni si professa di
non dubbia fede repubblicana; e in fine la sua mutazione segue e
s'accompagna gradatamente al corso dei tempi. Essa  logica e naturale.

Ora tale non si potrebbe dire la mutazione del Carducci se essa fosse,
come fu nell'Hugo, cagionata da un nuovo ordine di convincimenti
politici.

In oltre, pur prescindendo da diverse condizioni di civilt e di
nazione, non credo possibile un paragone fra i due uomini attesa la
diversit della loro indole: il Carducci rigido, schietto, appassionato,
ingenuamente semplice ed eroico, naturalmente ribelle; il poeta francese
invece ammaliante e accarezzante il pubblico col fascino della continua
sua enfasi trascendentale, cui sempre, forse, non corrisposero le intime
convinzioni e la pratica della vita[4].

  [4] Vedi a questo proposito l'opera: _Edmond Bir_. VICTOR HUGO.
      Paris, 1891. Perrin et C., etc.

Pu darsi che la parola o la concitazione del momento abbiano tradito il
pensiero dell'oratore; ad ogni modo sarei curioso di sapere se il
Carducci rese grazie all'onorevole amico del servizio resogli.

                                  *
                                 * *

Ma ritornando all'effetto che il fatto dell'11 marzo produsse sul
pubblico, aggiunger che un osservatore pessimista potrebbe anche
insinuare questa supposizione, che gli studenti fischiatori ingenuamente
si prestarono alla gratuita vendetta della non breve schiera dei
letterati e dei poeti o invidi, o percossi, o schiacciati dal solo
muoversi del gigante, senza che questi nemmeno ne avesse intenzione.
Altri poi soverchiamente malevolo potrebbe pensare che a qualcuno de'
nostri critici ed eruditi, pi o meno grave, pi o meno giovane (il
quale certo per conto suo non avrebbe mai osato levare la voce verso il
Carducci se non in tuono di grande reverenza) nel segreto que' fischi e
quegli insulti allargassero piacevolmente il cuore e movessero il
pensiero a formulare presso a poco questa considerazione: 
deplorevole, ma era da prevedersi: il Carducci avrebbe dovuto
accontentarsi di essere un poeta e basta, invece volle invadere tutto,
anche il campo della critica, che spetta di diritto a noi, anche la
politica che spetta ad altri.

Il vero  che la dimostrazione contro il Carducci non oltrepass nel
pubblico le dimensioni di un semplice fatto di cronaca universitaria.

Ora nel non aver notato in quel tumulto che un avvenimento scolastico,
consiste gran parte dell'importanza storica e morale del fatto stesso.
Tanto  vero che se l'universale degli italiani e della stampa fossero
stati in condizioni di giudicarlo nel suo valore, esso non sarebbe
potuto avvenire, n il Carducci vi avrebbe dato pretesto.

Si possono obbiettare le infinite testimonianze di sdegno e di affetto
che il Poeta ricevette, ma esse hanno un carattere o privato o ufficiale
e sono infine manifestazioni di una minoranza.

La contro dimostrazione del 12, indetta dagli studenti monarchici, cui
prese parte la classe pi eletta della cittadinanza bolognese,  in
parte una giusta protesta contro un insulto volgare fatto ad un illustre
concittadino e per altra parte  di natura essenzialmente politica. Vero
 che se gli studenti monarchici avessero avuto conoscenza precisa della
evoluzione del Carducci, per cos darle un nome, non avrebbero avuto
molto da rallegrarsi o da vantarsi come di un loro speciale acquisto.

                                  *
                                 * *

Nei fenomeni fisici vi sono cause che sfuggono ai sensi, e nei fenomeni
morali vi sono cause che sfuggono all'analisi del pubblico: eppure senza
giungere alla conoscenza di quelle non  possibile dare esatta ragione
di certi fatti.  la gran forza dell'imponderabile!

L'evoluzione del Carducci non segna, come gi dissi, un mutamento
sostanziale dell'uomo ma dell'universale. Egli non si  mosso che in
certe sue attitudini esteriori, dovute all'imperiosa forza che lo
costringe a dare risalto netto ad ogni sua opinione; ma  la maggioranza
che si  notevolmente spostata, specie in questi ultimi anni ed ora vede
il Poeta sotto un aspetto che prima rimaneva come nell'ombra.

Per provare ci in verit non fa mestieri di battaglia alcuna di parole,
o di speciosi equilibri di ragionamento, o di arte dialettica; ma, come
a me pare, basta il semplice studio e commento dell'opera del Carducci.

E se nel mio ragionare per avventura mi sfuggiranno parole amare, voglia
chi legge attribuirle non a malevolenza verso persona, s a passione e
ad amore di verit. Cos pure se alcune affermazioni avranno pi
l'aspetto di paradossi che di verit, pensi il lettore benevolo che il
paradosso talvolta ci appare tale non per assurdo che vi si contenga, ma
per soverchia sintesi di vero; e che tal altra esso  nello scrivere ci
che nell'arte del dipingere  lo scorcio. Bisogna osservarlo da lungi
che sarebbe a dire nell'intensit e nella solitudine del pensiero.




CAPITOLO III.

      IUVENILIA--ALLA CROCE DI SAVOIA--L'INNO A SATANA--GIAMBI ED
      EPODI--IL DISCORSO AGLI ELETTORI DEL COLLEGIO DI LUGO.


La guida pi razionale e sicura per intendere il rivolgimento politico
del Carducci, a me sembra sia il seguire quella che  invincibile,
massima e sua pi intensa e sincera espressione, cio l'opera poetica;
intorno alla quale si raggruppano le molte e varie prose battagliere, s
letterarie che politiche o, meglio, civili, e da quella in certo modo
dipendono. La stessa sua produzione filologica e critica che pu
sembrare straordinaria per chi consideri l'erudito come disgiunto dal
poeta, appare invece naturale se si pensa che una stessa unit di
entusiasmi e di intenti  cagione s del canto che delle sapienti e
innovatrici ricerche.

Talora alcune poesie sembrano prendere misteriosamente ed
improvvisamente le mosse da quelle ricerche come se il fantasma poetico
dormente nelle immortali pagine vi aleggiasse evocato, ed hanno la
fragranza di un'eterna e ridente giovinezza di sole; talora la maschia e
nutrita sua prosa vibra tutta sotto lo sforzo del canto, cui il freno
dell'arte a fatica ritiene e costringe.

                                  *
                                 * *

Le poesie giovanili del Carducci sono contenute, come  noto, in due
raccolte di rime: _Iuvenilia_ e _Levia Gravia_, non sempre nello stesso
modo distribuite nelle varie edizioni, giacch nell'ordinarle l'autore
ebbe piuttosto di mira lo svolgersi della sua idea artistica che
l'ordine del tempo[5].

  [5] Una bibliografia delle opere del Carducci  vivamente desiderata
      dagli studiosi, ch tale non si pu considerare quella che il
      signor Brilli fece seguire alla quinta ristampa delle prime _Odi
      barbare_ (Bologna, Zanichelli, 1887) non essendo, come scrive lo
      stesso compilatore, _n intera, n del tutto esatta_, n, come
      io aggiungo, distribuita in modo e in proporzioni logiche e
      chiare.

Sotto al primo titolo sono comprese le rime composte sino al 1860, nel
quale anno il Poeta, nella combattente vigoria de' suoi ventiquattro
anni, fu assunto alla cattedra dell'universit di Bologna.

Nei _Iuvenilia_, scrive il Carducci stesso nel '71 sono lo scudiero dei
classici; e in vero la forma classica, acquistata non di seconda mano,
ma comperata proprio alle origini, riveste quasi interamente con una
certa purezza e talora rigidit di linee un pensiero sano nella sua
tristezza, vigoroso e composto, cos da trarre in inganno su l'et
dell'autore, giacch non pochi versi si direbbero di un poeta di secondo
ordine che ha raggiunto il suo pieno sviluppo. V' di fatto tanta
ricchezza d'arte, cos maturo apparecchio di studi che pare cosa
straordinaria in un giovane.

Se non che, di tratto in tratto, traluce non so quale austera e pur
ridente verginit di pensiero, che si compiace ornarsi delle magnifiche
vesti classiche; e, quando altri non l'osserva, pare vezzeggiarsi di
sfuggita: e allora si sente che non  la maturit del pensiero, ma
appena l'estiva aurora che attende il suo meriggio. Inoltre sotto quelle
forme composte e perfette (e talvolta modellate con un atteggiamento che
ricorda famosi esemplari) si sente fluttuare un rigoglio di forze ancora
confuse e germinanti; ma tale  il loro vigore che la scorza della forma
le frena a stento e pur qua e l accennano a scoppiare in quelle
espressioni libere e rudi, proprie del Carducci, come nel verso:

    Il secoletto vil che cristianeggia.

Ora questa percezione di forze originali e maggiori di cui si sente il
germe e se ne intuisce lo sviluppo, danno ai _Iuvenilia_ un carattere
transitorio. In altre parole il poeta avvenire infirma ed offusca il
poeta di allora.

Nei _Iuvenilia_ non  alcuna decisa affermazione politica o filosofica,
ma un continuo anelito al bene, un'onest ed una purit d'intendimenti
meravigliose in un giovane. Ben con pure mani e con candida veste egli
si accosta all'ara di Febo Apolline!

Il fremito della rivoluzione maturantesi nel decennio, segue il giovane
poeta su per il sentiero dell'arte, e se ne risente l'eco, non in
allusioni a fatti e uomini del tempo, ma in un bisogno di rinnovarsi e
di rinnovare, assorgere ad un vivere civile pi libero, pi virtuoso,
pi conforme ai grandi esempi del passato. La tristezza stessa che
aleggia su quei canti  tutta ardente d'idealit e di speranza.
Rileggendo i _Iuvenilia_ io provo un'impressione strana, come di un uomo
che  in fondo ad una valle caliginosa e densa di gravi vapori: respira
a stento, eppure cammina con un'energia indomita per salire in alto;
molto in alto. O l'uragano o la gran calma delle alte vette lo
attendono. Non importa, ma si respirer meglio lass. Il suo gran petto
e la sua ardente fronte hanno bisogno di questo.

                                  *
                                 * *

Le poche poesie d'argomento politico non appartengono alla primitiva
raccolta dei _Iuvenilia_, la cui prima stampa fu nel '57 in San
Miniato[6], quando il Carducci era appena ventenne e n meno sono
accolte nelle successive edizioni del Barbera,[7] da cui furono escluse
per ragioni d'arte e di opportunit. Esse sono: una canzone petrarchesca
a Vittorio Emanuele che chiude:

    Poi sui colli italiani
    l'ombra adora di Roma e il voto augusto
    sciogli di Giulio e di Traian sul busto.

altre rime cagionate dagli avvenimenti di quegl'anni; in fine la nota
ode alla _Croce di Savoia_, stampata in fascicoli e messa in vendita e
anche in musica nell'ottobre del '59. Nelle edizioni dello Zanichelli
vennero poi fuse fra i _Iuvenilia_[8] e fu pi giusto criterio perch
esse hanno grande valore nella storia del suo pensiero politico.

  [6] _Rime di Giosu Carducci._ San Miniato, tipografia Ristori,
      1857. Edizione che ora non si trova in commercio.

  [7] _Poesie di Giosu Carducci (Enotrio Romano)._ Firenze,
      Barbera. (Quattro ristampe, '71, '74, '78, e '80).

  [8] _Iuvenilia._ Edizioni definitive dell'80 e del '91. Bologna,
      Zanichelli.

Il Carducci, fin da allora repubblicano classico (tanto per esprimere
con parola poco determinante una quantit di fatti e di idee
determinate, ma che richiederebbero assai tempo per dichiarare
convenientemente) repubblicano per istudi, per l'antica origine della
sua gente, per educazione famigliare, per la perfetta italianit del suo
genio, dimostra in questo canto giovanile come il concetto dell'unit
politica fosse in lui superiore a qualsiasi preoccupazione partigiana,
supposto che ve ne fosse stata. Inoltre in questo poetico e gentile
invocare l'elemento signorile, conservatore, eroico-feudale a fondersi
con il popolo e con la borghesia, non si contiene un'esplicita
affermazione di fede monarchica, come poi gli fu mosso rimprovero,
quanto un'aspirazione sincera e sinceramente espressa di valersi di
tutte quelle forze etniche e storiche che, formanti, per cos dire, la
complessa geologia morale di questa secolare Italia, potevano
contribuire validamente a risaldare la compagine della risorgente
nazione.

                                  *
                                 * *

Sotto il secondo titolo di _Levia Gravia_ si raccolgono le rime composte
fra gli anni 1861-1867, cio nel tempo in cui, anche a cagione dell'alto
ufficio, rivolse tutta la sua mente ad ampliare ed approfondire la sua
coltura; tempo vissuto--come Egli stesso dice--in pacifica ed ignota
solitudine fra gli studi e la famiglia.

Nei _Levia Gravia_, scriveva il Carducci nel '71, faccio la mia vigilia
d'armi; ma dieci anni dopo, nella prefazione ad una definitiva ristampa
(Bologna, Zanichelli, 1881), cos ne ragiona:

Ci si vede l'uomo che non ha fede nella poesia n in s e pur tenta;
tenta la novit, e non ha il coraggio di romperla con le vecchie
consuetudini; discorda dalla maggioranza e la segue; scambia la materia
per l'arte, o le mette in urto fra loro; si balocca facendo sul serio;
gitta un grido, e ha paura della sua voce che si perde nel vuoto.

Rileggendomi, mi giudico come un morto; e anche di questo volumetto che
do a ristampare veggo e sento la livida screziatura e il freddo, come
d'un pezzo di marmo che aggiungo a murare il sepolcro de' miei sogni di
giovent. Sparite via presto, o morticini; io non ho n il tempo n la
voglia di farvi n meno il compianto.

A parte la violenza del giudizio che Egli n meno a s stesso risparmia,
 certo che i _Levia Gravia_ mancano di personalit e di originalit;
sono piuttosto una sosta che un progresso. Egli forse volle significare
ci col togliere in questa ristampa dell'81 alcuni bellissimi sonetti i
quali furono poi compresi nelle _Rime Nuove_, e con l'accogliere invece
le meno perfette rime dei _Decennalia_[9]: ma  una sosta piena di
raccoglimento, quasi a chiamare ed esercitare le forze per ispingersi a
nuovo e libero viaggio.

  [9] I _Decennalia_, editi nelle citate edizioni del Barbera, sono
      il nucleo delle rime politiche che aggiunte ad alcune delle
      _Nuove Poesie_ (Imola, Galeati, 1873), formarono poi il volume
      dei _Giambi ed Epodi_ (Bologna, Zanichelli, 1882).

                                  *
                                 * *

L'_Inno a Satana_ segna appunto il termine di partenza per il futuro
viaggio.

Quest'inno concepito di getto dopo anni di ricerche e di dubbi in una
notte di settembre del 1863, in una vera stasi di eccitamento lirico,
chiude la serie delle poesie giovanili ed  la prima delle poesie nuove
del Carducci, o piuttosto sta a s come intermezzo di un impeto cos
pauroso e folgorante cui non trovo riscontro adeguato nella poesia
moderna[10].  lo scoppio di una forza selvaggia che si regge pi per
ingenito equilibrio che per meditato freno della ragione.

  [10] L'_Inno a Satana_ nelle citate edizioni Barbera  posto fra i
       _Decennalia_. Nelle seguenti edizioni (Zanichelli, '81 e '93)
        posto fra i _Levia Gravia_, ma in fine, quasi ad indicare,
       anche materialmente, che  l'ultima delle poesie giovanili.

Quest'inno, ripeto, concepito e gettato nel 1863, pubblicato (si noti il
lasso di tempo e il modo che sono di una significazione grandissima) nel
'65 per amici e conoscenti, diventa di dominio pubblico, corre la
penisola, i giornali massonici e democratici se ne impadroniscono come
di un'arma e lo ristampano; il nome del poeta  fatto popolare oltre
l'aspettazione e l'intenzione, pi che per qualsiasi altra sua opera
d'arte; ma nel tempo stesso si stabilisce il primo dei malintesi fra il
Carducci ed il pubblico.

                                  *
                                 * *

Ed ora una domanda: quest'inno ha veramente il valore letterale che gli
fu dato, cio di un carme oggettivo sciolto all'ara della pura dea
Ragione?

Cos pare ad una prima lettura, cos venne interpretato: v' di pi,
cos il Carducci stesso lo difese nelle _polemiche sataniche_; dove,
scusando la poco estetica sintesi, disse di avere adombrato, come in
una poesia lirica potevasi, la storia del naturalismo panteistico,
politeistico, artistico, storico, scientifico, sociale; cio la natura
e l'umanit ribelli necessariamente nei tempi cristiani all'oppressura
del principio di autorit dogmatico congiunto al feudale e dinastico.

L'inno, fuor di dubbio, vuole anche significare tutto questo.

Ma ora un'altra domanda: il Carducci quando concep quel canto, sent la
necessit sociale o filosofica o politica che dir si voglia di bandire
al pubblico quelle verit? No certamente; tanto  vero che due anni
passarono prima che fosse reso di pubblica ragione.

Se Egli era davvero convinto che vi si contenesse un insegnamento utile,
una verit nuova da rivelarsi, perch non lo divulg subito? Forse
perch come esecuzione non rispondeva al suo concetto artistico? Ma
questo, cio che mai chitarronata (salvo cinque o sei strofe) gli usc
dalle mani tanto volgare, Egli pot dire nel 1881, dopo aver composto
le _Rime Nuove_ e le _Odi Barbare_, non allora che vivo era ancora
l'ardore del concepimento. Di fatto in questa fine di secolo un tale
intendimento filosofico, espresso per giunta in forma lirica, pu
sembrare un anacronismo o un'ingenuit. Non voglio dire con questo che
la reazione politica di allora non coonestasse in parte questo
intendimento; ma non giunge certo sino a spiegare la subitaneit e lo
scatto lirico di quel canto. Le cause si debbono ricercare in fonti pi
intime e riposte.

                                  *
                                 * *

Questo canto alla vittoria del pensiero umano sembra essere piuttosto il
grido d'osanna alla vittoria sua, della sua ragione divenuta
perfettamente libera, e segna il passaggio alla fase piena e virile.

Una pi profonda e comprensiva conoscenza dello svolgersi del pensiero
storico-umano, maturatasi in quelle sue divinatrici ricerche sul
trecento e sul quattrocento e in un largo studio degli scrittori
moderni, specie stranieri, diede origine al passaggio, form la
convinzione e l'inno balz fuori come folgore. Esso in fine altra cosa
non  che il paganesimo artistico degli anni giovanili, il quale  fatto
cosciente di s e si afferma naturalismo ed umanesimo: da questa
convinzione procede il poeta nuovo e vi si mantiene.

L'_Inno a Satana_--scrive tra le altre cose il Carducci in risposta
all'affettuosa ma non profonda lettera che Quirico Filopanti gli rivolse
in proposito il 9 dicembre 1868 nel giornale bolognese _Il Popolo_--
l'espressione subitanea di sentimenti tutt'affatto individuali; e, se
non vo errato, non molto diversamente da ci che io ho detto, si
espresse pi tardi nel prologo _Al Lettore_, premesso alle edizioni
Barbera.

Si pu insomma affermare che quest'inno ha sopra tutto un senso non pur
soggettivo ma simbolico: invece fu interpretato soltanto nel senso
letterale ed oggettivo come un proclama di fede civile e politica.

E qui sta l'errore: errore a cui il Carducci stesso contribu
involontariamente, non tanto con la poesia quanto con le polemiche
sataniche.

Egli non pot o non volle dare dell'inno la spiegazione che
verosimilmente  la vera, ma accett invece la battaglia nel campo che i
suoi avversari avevano scelto e dove lo trassero in agguato, senza che
n meno essi il pensassero. L'irruenza alata, ridente, folgorante di
quelle polemiche dovea di necessit riportare vittoria completa; ma fu
una vittoria in cui  vero che gli anonimi o trascurabili avversari
rimasero schiacciati; ma  vero altres che Egli fu costretto ad
avanzare con affermazioni di tal natura che pure essendo assolutamente
esatte in s, non potevano dal pubblico essere comprese se non in senso
assai partigiano.

A queste polemiche Egli fu tratto s dalla critica poco illuminata e
molto settaria che gli fu mossa da ogni parte, come anche dalla sua
indole proclive--Egli stesso lo dice--all'opposizione, anche
letterariamente. Vi sono poi altre particolarit del suo temperamento
d'uomo e di artista determinanti la forma e la sostanza di questa e
delle altre sue prose battagliere.

Non eccitato, il suo giudizio  di una serenit olimpica; ma
l'opposizione sistematica ovvero informata di saccenteria partigiana, di
burbanzosa sicurezza, di malafede o d'ignoranza, lo squilibra; non pu
restarne impassibile, ma corre dalla difesa all'offesa: e allora il
fenomeno particolare, transitorio, sembra acquistare un carattere
assoluto ed immanente; l'eccesso dell'intelligenza e le gemme
scintillanti della prosa accumulano argomenti e prove come diga immensa
contro un torrente da nulla; e tutto un esercito Egli accampa contro un
nemico che cadr l'indomani da per s per difetto di forze.

Per queste cause mentre ogni singola ragione  vera in s e tale ci
appare e il tutto ci trascina e ci ammalia, non per ci persuade
interamente. L'avversario ne esce disfatto; il lettore non sempre 
vinto.

Ancora: molte fra quelle polemiche sono modelli meravigliosi di
ardimento, di verit e di bont illuminata dal genio; eppure hanno un
altro lato debole, appunto perch il Carducci  debole in questo che la
sua mente, specie quando  contrariata, diviene troppo suscettibile a
tutto ci che si presenti con un lato estetico e questo gli esclude o
per lo meno gli adombra gli altri.

Saranno forse queste le cause per cui rileggendo alcune di quelle pagine
di prosa io provo oggi un'impressione strana, perch mi sembra che il
tempo le abbia troppo rapidamente scolorite; e pensando a tanta
ricchezza di verit, di affetti, di pensieri che rimane l inerte,
un'immagine non lieta mi si affaccia, come di un nembo di gemme che
ricoprano un cadavere.

Del resto sarebbe presunzione e mancanza di gentilezza l'avere accennato
a questi caratteri difettosi senza dire per anche che essi (se pur
difetti si possono chiamare) traggono origine da un invincibile ed
eroico sentimento del bene e del vero, che noi mal nati a pena riusciamo
ad intendere non che a sentire. Forse  per questo anche che quelle
pagine ci sembrano scolorite. Ma di questa impronta e natura
originalissima delle sue polemiche sar detto pi diffusamente nel
capitolo che segue.

Concludendo per ci che riguarda l'_Inno a Satana_,  certo che la
difesa che Egli ne fece diede valore all'interpretazione popolare:
l'intendimento politico venne subito a galla e s'impose alle altre e pi
difficili considerazioni filosofiche e storiche; la voce brutta
di--cantore di Satana--divenne, malgrado l'austerit del Poeta, il
maggior titolo di gloria; e la crescente generazione, inceppata da
intellettuale, atavistico servaggio; incapace, per la pi parte, di
salire con meditazione, con pazienza e con raccolta energia di virt e
di studi al livello dei nuovi tempi, ma pur bramosa di giungervi ad ogni
costo e di fare presto, ripet le strofe di quel canto come dogma di una
nuova fede, come espressioni di una dottrina nuova che gi si respirava
nell'aria, ma di cui mancavano i convincimenti e i salutari ritegni.
Infine se ne valse come di un'asta per varcare d'un salto, allegramente,
al di l del precipizio, ove sono i regni della dea Ragione, ne' quali 
assai facile lo smarrirsi, se pure non si giunga per la difficile via
del dolore e della vera sapienza.

                                  *
                                 * *

Quelle energie che nell'_Inno a Satana_ si risvegliarono indomite e
selvagge, sono poi da una sovrana ragione rese domite e docili. L'arte
ed il pensiero si modificano, ed acquistano una sicurezza di obbiettivo,
una coscienza di s che prima non erano; un ardimento cui la convinzione
e l'alto intento non permettono di trasmodare, e perci anche quando 
eccessivo, ci pare vero e ci vince.

Appunto  in quel tempo che la sua Musa:

      prese d'assalto intrepida
    i clivi de l'arte.

La forma stessa si adatta al nuovo pensiero: metri pi agili e saettanti
subentrano; ed il sonetto acquista quell'equilibrio di struttura,
quell'oggettiva e fremente comprensione di cose e di idee che lo rendono
pi unico che nuovo, tale che Egli si pu con pari onore accompagnare ai
massimi poeti ricordati[11] come maestri di questa originale forma della
nostra poesia.

  [11] Vedi _Rime Nuove_. Il sonetto.

Non  pi l'uomo che, come Egli stesso disse, non ha fede nella poesia
n in s, ma  il cavaliere che ha compito la sua vigilia d'armi, che
esce dalla solitudine temperato nell'onda della sapienza e si affaccia
al popolo d'Italia nell'invincibile sua fede.

Non  pi la giovent che mal cela il vigore delle membra nel
raccoglimento delle venerate forme dell'arte; ma  una giovent nuova,
libera, quale  sorta dall'_Inno a Satana_, eccitata, infiammata, armata
di tutto punto per la battaglia.

E di fatto tutta la sua vita  una battaglia.

Egli nella storia del risorgimento  un personaggio fatale.

Mazzini e Garibaldi formano due lati di quella base di cui il Carducci
rappresenta il terzo lato.

Egli  la loro logica continuazione.

In Mazzini l'idea politica storicamente desunta dalle nostre tradizioni
pi pure; in Garibaldi il combattente eroismo congiunto ad un senso di
umanit semplice e buono, proprio di nostra gente; nel Carducci l'arte e
gli studi che furono tanta parte della antica vita italiana e cos
grande cagione nel sentire e nell'affermare il diritto di nazionalit; e
in quelli e in questo quel senso dell'idealit e della virt storica che
si presentava come fisso termine di confronto per tutte le riforme
richieste dalla necessit dei tempi.

Io so bene che a molti che appartengono alla vita combattente dell'oggi
questo ravvicinamento sembrer strano per lo meno; eppure io lo ho
voluto dire perch lo sento vero.

                                  *
                                 * *

Gli avvenimenti politici che vanno dalla battaglia di Aspromonte alla
presa di Roma, determinano l'indirizzo della nuova poesia del Carducci.
I _Giambi ed Epodi_[12] sono il frutto di quegli anni, e muovono da
quegli avvenimenti i quali segnano, a vero dire, non la via della gloria
ma la _via crucis_ per cui la patria si ricongiunse in nazione.

  [12] Vedi la nota a pag. 50.

 inutile fare raffronti su la satira del Carducci: essa  tutta sua,
tutta del tempo. Muover, forse, come arte dal Barbier e da Victor Hugo;
nel Carducci vi sar forse meno finezza di sarcasmo e meno intenzione
letteraria: ma v' pi dolore.

Io non la chiamerei neppur satira: quello  un grido disperato al
tradimento e al parricidio.

Senza dubbio i _Giambi ed Epodi_ sono una requisitoria terribile contro
il partito moderato monarchico che in quegli anni resse ed ebbe la
responsabilit della cosa pubblica.

Sono queste questioni difficili, dolorose e pericolose non solo a
risolvere ma ad accennare soltanto. Tuttavia, per usare di una metafora
che pu sembrare graziosa in questi tempi sgraziati, si pu dire che la
cambiale avente per sua scritta unit e indipendenza d'Italia ebbe
bisogno della regia firma di re Vittorio se volle passare allo sconto
della politica europea.

La firma di Giuseppe Mazzini non fu riconosciuta valida, e se una gran
parte della nazione ne sent sdegno e protest, non vi fu per
quell'unanimit di energie, di virt, di convinzioni maturate tali da
imporre ad ogni costo, anche a chi non voleva, la firma del grande
agitatore.

Il nuovo avallo rese accetta la cambiale: se poi le condizioni e il
metodo furono alquanto mutati, bisognava pur rassegnarsi e
contentarsene, anzi saper grado al monarca, giacch il fine si voleva e
le forze morali e materiali per ottenerlo col primo mezzo si erano
mostrate ed erano in realt insufficienti.

Lungi ad ogni modo la supposizione di voler farmi io giudice del partito
monarchico moderato d'allora: io credo tutt'al pi a certe fatalit
storiche che si impongono agli uomini loro malgrado; credo che i
migliori fra quelli abbiano operato cos non per incompleto senso di
italianit, quanto facendo sacrificio di questo sentimento ad un fine
che si presentava troppo facile per essere il vero, e per converso
troppo immediato per lasciarlo sfuggire.

Quando si dice che l'unit d'Italia fu un fatto miracoloso, non si
esagera. Ma non  una lode. Fu in vero un miracolo di contingenze, parte
spontanee, parte provocate da un ministro di genio che produssero in
breve tempo la unit della terra quando l'universale della nazione non
era compresa da quell'altissima idea.

Con queste parole io non credo di menomare la dovuta venerazione agli
eroi della patria, nel culto de' quali sento di non essere inferiore ad
alcuno; s di accennare ad un fatto storico che per opportunit si potr
nascondere, ma non con valide ragioni negare.

                                  *
                                 * *

Sono i _Giambi ed Epodi_ una requisitoria contro un partito? Sono. Ma un
critico del tempo futuro che trascendesse a pi lato senso, li potrebbe
anche chiamare una requisitoria contro l'intera nazione.

Vi sono strofe come queste:

    Solingo vate, in su l'urne de' morti
    Io vo' spezzar la lira.

    Accoglietemi, udite, o degli eroi
    Esercito gentile:
    Triste novella io recher fra voi:
    La patria nostra  vile.

e l'altra:

                    O popolo d'Italia, vita del mio pensier;
    O popolo d'Italia, vecchio titano ignavo,
    Vile io ti dissi in faccia, tu mi gridasti: Bravo,
                    E de' miei versi funebri t'incoroni il bicchier.

ed altre, molto consimili di senso se non cos di violenza, che sono
voci nuove.

Non sono espressioni di poeta solitario od irato; e non sembrano nemmeno
la voce d'un uomo solo: sembrano un grido fatale che muova dalla
profondit della storia, quasi ultima strofa del carme secolare italico
che palpita diffuso dai canti de' poeti che gi vissero sotto il nostro
gran sole.

Alcuno pu ricordare le imprecazioni dantesche, i versi del Petrarca,
ove chiama l'Italia vecchia, ozosa e lenta. Sia pure; ma la storia 
l a dimostrare come questa nostra patria seppe ne' suoi complessi
elementi ringiovanire ancora, come per il fenomeno di una vitalit
sorprendente seppe aprirsi la via fra infiniti ostacoli, e pur priva di
unit politica, imporre alle circostanti nazioni l'unit del suo genio.

Speranza in una simile vitalit ci affida per l'avvenire? Cos fosse! Ma
fra l'esausta stanchezza di nostra gente e la maturit dei tempi e degli
altri popoli vi  troppo dislivello cos da sperare che quella possa
dare l'impronta del suo essere a questi, o non piuttosto esserne
assorbita e quindi distrutta in una pi complessa e nuova forma di vita.

Tale presentimento di morte si diffonde come larga ombra su tutta
l'opera del Carducci e d alla sua energia l'aspetto di una difesa
personale, appunto perch Egli pi di ogni altro sente di avere
concentrate in s le pi nobili qualit del genio italico.

L'esaltazione che da ci ne deriva  sublime e assolutamente logica.

Egli irrompe contro il partito moderato perch offriva pi manifeste le
stigmate del male.

Esso ci d Custoza, Lissa, la soggezione all'impero di Francia, la
cessione della Venezia, la presa di Roma nel modo e nel tempo che
avvenne; invece il partito repubblicano, libero dalla diretta
responsabilit politica e avente ne' suoi capi un'idealit superiore,
non solo esce immune da transazioni o da sospettate colpe, ma si cinge
d'eroismo semplicemente. L'epica impresa dei Mille, Aspromonte, la
spedizione dei Cairoli, Mentana, le cavalleresche gesta di Francia, per
tacere dei fatti minori, sono cos gentili e mirabili opere che alla
nostra fantasia, dopo cos pochi anni, si presentano cinte dall'aureola
della leggenda: e i personaggi anche minori che da quei fatti emergono,
hanno un'impronta cos geniale d'italianit e di bont, che io non so se
sia effetto del tempo o della morte che placa le passioni presenti e d
agli uomini un'attitudine di fratellanza e di virt, ovvero se proprio
sia perch essi erano tali, ma  certo che messi al confronto del
positivismo utilitario che  il carattere pi saliente di noi
modernissimi, ci paiono troppo diversi e infinitamente pi avanti
nell'ideale della verace perfezione umana.

 il caso qui di ragionare dell'opportunit politica di quelle imprese
repubblicane? No certo. Solo una considerazione io voglio fare, ed 
che, se quelle che furono opere di pochi, fossero state opere
dell'intera nazione cosciente e volente, n prima n poi sarebbe
avvenuto di parlare di opportunit, ed altra sarebbe la fortuna della
patria.

A parte dunque anche il lato eroico,  certo che quelle azioni e quegli
uomini, per s soli, astraendo affatto dalla loro fede politica,
dovessero presentarsi come molto affini agli intendimenti ed
all'idealit del Carducci.

E perch quegli uomini erano naturalmente repubblicani, cos il Carducci
non solo riconobbe in questo concetto qualche cosa che rispondeva molto
da vicino a' suoi individuali convincimenti gi maturati nello studio e
nella solitudine; ma per quello spirito di opposizione e di assoluto che
gli  proprio, a quel nome di repubblica congiunse tutto ci che la sua
mente concep come bene e come alto dovere, e lo spinse come un'arma
contro il partito moderato monarchico.

A tutto ci che non era allora e che non  oggi s nella vita civile e
politica, s negli studi e nella molteplice attivit nazionale: a tutto
ci che non  e che avrebbe dovuto essere, di cui la grande tradizione
italica avrebbe dovuto imporre la coscienza e lo stimolo non solo in
pochi ma nell'universale: a tutto quel complesso di idealit antiche e
nuove a cui un popolo troppo vecchio, sebbene avesse l'apparente
giovent della rivoluzione, non poteva sorgere: a tutto ci che 
libero, generoso, bello, vero, il Carducci diede un epiteto di cui si
compiacque come quello che rispondeva ad uno stato politico logico per
la nazione quale Egli avrebbe voluto che fosse, l'epiteto
repubblicano.

Che per tali affermazioni non fosse allora n compreso n piacente al
partito avverso (il quale fra i torti attribuiti ebbe anche quello di
dover fare, come gi dissi, il molto col poco) non deve far meraviglia;
come non parr innaturale se io affermo che il grosso pubblico in quelle
sue reiterate e sdegnose invettive non riconobbe che una semplice
ribellione di parte, mentre erano espressioni della pi fine
aristocrazia del pensiero e della pi alta italianit.

Ma in qualsiasi modo venisse dal pubblico interpretata,  sempre vero
che quella sua lirica che suonava disperatamente, come campana a
martello, acquistava grande forza di attualit politica per il fatto che
in quel tempo vivevano Mazzini, Garibaldi, Cattaneo, Mario e con essi il
fiore del patriottismo eroico; i quali reggevano e improntavano
l'opinione popolare della loro volont e della loro fede: e il canto del
Poeta, inspirato a quella volont e a quella fede, sembrava ricordare al
popolo i giorni numerati che mancavano all'avvento della santa
repubblica.

                                  *
                                 * *

Ma oggi che le idee ed i fatti hanno preso una piega ben diversa,
bisogna convenire che l'influsso esercitato da quegli uomini fu pi di
apparenza che reale. In fatto da non pochi si sper allora e si credette
che le nuove generazioni, pur modificandosi in parte secondo le
necessit storiche, avrebbero avuto origine da quegli uomini, e che la
nuova civilt italiana si sarebbe formata su i loro ideali. Invece pare
vero il contrario, cio che quegli uomini siano stati definitivi e non
abbiano avuto discendenza morale se non effimera o apparente, quasi
piante senza propaggini; e che la civilt quale si va disegnando nel
presente derivi le sue origini piuttosto da un movimento esteriore,
internazionale, scientifico, di cui la libert politica favor e
l'ingresso e lo sviluppo.

Per tali ragioni quelle rime dei _Giambi ed Epodi_ che poco pi di un
ventennio addietro erano di una opportunit ed efficacia grandissime,
oggi possono sembrare a molti come appartenenti alla storia politica e
letteraria del tempo; e questo non per la sola ragione che la poesia
politica  di durata breve, ma perch il sentimento patrio che ne  la
nota dominante, non  pi sentito a quel modo o non  sentito affatto.
Tanto  vero che la poesia civile del Carducci di questi ultimi tempi,
informata allo stesso sentimento, sebbene con indirizzo politico
apparentemente diverso, non commuove pi il pubblico n sarebbe pi tale
da procacciare popolarit ad un poeta nuovo.

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                                 * *

Ma ritornando alla fede repubblicana del Carducci in quel tempo, si
osservi di quante necessarie cautele Egli si mun, ogni qual volta
dovette esplicitamente dichiararsi, perch il suo giudizio non venisse
frainteso.

Nelle elezioni generali del '76, agli elettori di Lugo che lo aveano
eletto loro deputato, dopo avere con altissima parola sostenuto che a
lui perch poeta non dovea essere preclusa la via della rappresentanza
nazionale, aggiunge: S; io sono repubblicano. (_Scoppio di prolungati
e replicati applausi_) E repubblicano divenni non per rapimento
giovanile, n per dispetti che io avessi col Governo dei moderati, del
quale io personalmente non avrei che a lodarmi. Mi chiamarono ancor
molto giovane, senza che io ne li chiedessi, a insegnare in una delle
prime Universit: mi diedero anche, sempre non richieste, altre
onorificenze e commissioni didattiche: un solo torto mi fecero e ben
lieve, e scusabile in tempi di tanta concitazione delle parti politiche.

N prima io aveva preso parte ad associazioni politiche, n vi presi
parte, poi, per un pezzo. La mia giovent fu tutta negli studi: nella
solitudine degli studi nacque, crebbe, si afforz in me l'idea
repubblicana. Ma la repubblica mia non  repubblica per sorpresa: anche
questa pu sorgere a certi momenti, sebbene non  pi desiderabile ai
veri repubblicani, come troppo difficile a mantenere e ad assodare. E
nemmeno  la repubblica oligarchica di un partito anche ottimo, e tanto
meno la repubblica dittatoria d'una fazione. Ma non per questo io credo
che la repubblica sia solamente quistione di forma: la repubblica per me
 l'esplicazione storica necessaria,  l'assettamento morale della
democrazia nei suoi termini razionali: la repubblica  per me il partito
logico dell'umanesimo che pervade oramai tutte le istituzioni sociali
(_Applausi_). Tale essendo per me la repubblica,  naturale che essa,
questo governo di tutti, deve escire dalla persuasione della
maggioranza; e dai voti della maggioranza io l'aspetto, e spero che non
s'abbia a dire col poeta: _Qual di te lungo qui aspettar s' fatto!_

Questa esplicita quanto elevata professione di fede politica fu compresa
nel suo pieno significato, o non si applaud piuttosto che alla parola
repubblica, giudicando le altre come un contorno estetico di quella?
Cos io penso: ma volendo giudicare il Carducci quale , non quale
appare ai pi,  certo che quel discorso non solo contiene
un'aspirazione quanto un avvertimento severo dove dice che tale forma
politica non deve essere n donata n imposta ma conquistata col
graduale e cosciente assorgere morale del popolo ad un pi elevato tipo
di vita e quindi ad una forma di governo che ad essa  conforme.

Forse movendo da tale considerazione o piuttosto da tale fede in
un'umanit migliore, dopo sei anni, nel 1882, scriveva[13]:

Io dico che in Italia, dopo Cesare Balbo, Camillo Cavour, Alfonso La
Marmora, Vittorio Emanuele, non conosco monarchici altro che
sentimentali e opportunisti; opportunisti, per amore dell'unit e per
timore del mutamento: io dico (e lo dico con tutto il rispetto che devo
al capo dello Stato e ad un nobilissimo gentiluomo) che n anche la
Maest del Re Umberto non  un vero e proprio monarchico.

  [13] Polemica su i _Giambi ed Epodi_.




CAPITOLO IV.

      LE ODI BARBARE E L'INDIVIDUALISMO DEL CARDUCCI.


Nell'intervallo, ed al cessare degli avvenimenti che diedero origine ai
_Giambi ed Epodi_, specie dopo la rivendicazione di Roma, che chiude,
bene o male, il dramma del risorgimento politico, l'arte pura riprende
il sopravvento, e si dilata ed occupa tutto l'orizzonte del pensiero e
dell'anima.

 un sole folgorante in pieno meriggio che penetra da per tutto, non
nasconde nulla perch di tutto  cosciente. V' un'esuberanza di
vitalit artistica e di passione che ci incatena e ci fa piccoli come
dinanzi ad ogni altro grande fenomeno della natura. Se v' un difetto,
questo  nella ricchezza sua stessa. E quante nuove corde aggiunte alla
sua lira: la nota intima, famigliare, lagrimosamente semplice e composta
come in _Pianto antico_, nel sonetto _O tu che dormi l su la fiorita_,
l'_Idillio maremmano_ e _Davanti San Guido_; la riproduzione icastica e
psichica dell'evo medio, come _Su i campi di Marengo_, _Faida di
Comune_, _La leggenda di Teodorico_, concezioni epiche con forma e
movimento lirico; cose nuove nella storia della poesia italiana; le
_Primavere elleniche_, primavera delle odi barbare; i sonetti _Il bove_,
_Santa Maria degli Angeli_; meraviglie di un'arte insuperabile!

Tutti i critici che trattarono di queste rime s'accordano nel notare
l'immediata corrispondenza fra l'uomo e la natura. Ma la natura del
Carducci non  solo quella che fiorisce e si muove sotto questo pallido
sole dell'oggi; ma  tutta la natura che gi visse e fu forse pi
ridente, pi originale e pi libera: ed Egli la fa palpitare e muovere
tutta come su la tastiera di un organo immenso.

Se per questa diretta comunione del poeta col mondo esteriore, se per la
nitida e plastica rappresentazione de' propri fantasmi, se per un senso
umano e profondo da cui l'artefice  naturalmente portato ad elevare il
suo canto a missione maggiore che il diletto artistico. Egli debba
essere, come fu da molti suoi critici, chiamato pagano, io non so. A me
sembra vero e grande semplicemente; e tanto pi grande in quanto che a
tale altezza Egli sorge pi per prepotente sviluppo del suo genio, che
per azione diretta degli uomini e dei tempi.

Del resto avverta il lettore che io non intendo con queste poche parole
di fare n qui n in altri luoghi uno studio sull'arte: altri, e
maggiori e pi competenti di me e letterati di professione, ci fecero.
Il mio intento  di seguire un filo di idee che mi guidi alla soluzione
della questione da cui si intitola questo scritto.

                                  *
                                 * *

Ma se tutta quella ricchezza di canti, in vario tempo e modo pubblicati,
raccolti infine sotto il nome di _Rime nuove_, segna il punto della
maggiore variet e genialit della sua poesia, pure a me sembra che
questo incontentabile artefice non abbia ancora trovato l'espressione
artistica che lo soddisfi interamente e raccolga in forma nitida ed una
il suo complesso pensiero.

Le _Odi barbare_ sono appunto questa espressione ultima e sinteticamente
felice del suo genio di poeta, di filosofo, di italiano.

Esaminiamone da prima la forma o contenuto, avendo essa un gran
significato; e bench un tempo se ne sia ragionato e scritto moltissimo,
tuttavia qualche cosa ancora rimane a dire.

Nel 1881, sotto il titolo _La poesia barbara nei secoli XV e XVI_[14] il
Carducci stesso pubblic un dottissimo volume ove con ogni diligenza
sono ricercati i documenti e le tradizioni della poesia barbara nella
lirica italiana: non solo, ma letterati e critici ne presero occasione
per trattare con molta competenza e seriet la questione scientifica e
metrica. Vedasi sopra ogni altro il dotto studio del Chiarini: _I
critici e la metrica delle odi barbare_, precedente la seconda edizione
delle prime odi[15].

  [14] Zanichelli, Bologna.

  [15] Zanichelli, Bologna, 1878.

Questi pregevoli studi mentre valsero a ridurre al silenzio molte
affermazioni malsicure od erronee con cui una parte della critica non
erudita combatt le _Odi barbare_, tuttavia ebbero a mio avviso un torto
involontario, perch contribuirono a rassodare una falsa opinione che
era nel grosso pubblico, cio che quelle odi fossero di formazione non
spontanea, ma ricercata; una specie di esercitazione poetica
elevatissima e dottissima fin che si vuole, ma che risente dell'arte del
mosaico e della virtuosit dell'erudito.

Opinione falsissima se altra mai: eppure bisogna tenerne conto almeno da
parte mia, poich nel rilevare questo dissidio fra l'individuo ed il
pubblico, consiste grande parte della forza e del concetto di questo mio
scritto. Apriamo dunque una parentesi e cominciamo a fermarci un po' su
questo punto che sar ripreso pi avanti e con diversa intonazione.

Quando il Carducci in fine dell'_Eterno femminino regale_ (23 dicembre
1881) esclama: _Ah vil maggioranza! A te il suffragio universale e tante
scatole di penne di ferro quante servano a scrivere altrettanti romanzi
che t'appestino e muoian con te. Ma strofe e te, mai! Sciagurato il
poeta che pensi a te! Da lui la strofe alata rifugge su penna d'aquila o
d'usignolo, cantando Odi profanum vulgus et arceo_[16], dice cosa
vera.

  [16] Questa invettiva, come  noto, si origin dall'erronea
       interpretazione data al verso dell'_Ode alla Regina_ con
       la penna che sa le tempeste, ch molti per _penna_ intesero
       la cannella o quella d'oca per iscrivere.

Ma quando dinanzi agli elettori di Pisa, nel '86, afferma _che la
sovranit popolare sta su tutto e su tutti, indiscutibile principio
d'ogni autorit e d'ogni funzione politica... che non abdica mai, che
nessuna forza pu sequestrare, che nessun uomo pu impersonare_, dice
cosa ugualmente vera.

Solo a me sembra che la _vil maggioranza_ sia proprio una cosa sola con
la _sovranit popolare_, sia essa o monarchica, o repubblicana, o
socialista, o indifferente o quel che pi piace; la quale se imprime la
propria volont nella politica, anche nell'arte non si astiene dal far
sentire ci che giudica e ci che vuole. Un trattato d'erudizione potr
mettere alla berlina un critico impudente; ma non far ricredere il
pubblico, oggi che il pubblico  tutto; n su di esso lascier traccia
maggiore che una barca sul mare. Il suo giudizio il pubblico se lo forma
subbiettivamente con un'intuitiva e istintiva conoscenza di s, delle
sue forze, delle sue volont, delle sue aspirazioni.

Il vero, il bello, il buono non esistono per esso in via assoluta.

Il vero, il bello, il buono sono ci che giudica assimilabile,
confacente, utile a s: il resto pu essere quello che si vuole: una
sinfonia di Wagner, un'ode come _Alle fonti del Clitumno_; ma  sempre
qualcosa che non soddisfa, che non s'intende o non giova intendere: cio
retorica. E intendiamoci: questa maggioranza  formata non da una
speciale classe sociale; ma tutti vi contribuiscono anche quelli che
sono conservatori e ricchi e borghesi.  semplicemente un fenomeno della
nostra vita contemporanea che non tutti avvertono od ammettono, e per
quanto possa essere individualmente spiacevole, ogni recriminazione in
proposito sarebbe vana.

L'artista, sia poeta, sia pittore, sia drammaturgo, sia musico, dovr
scegliere: o rinunciare alla propria individualit o rinunciare alla
popolarit e quindi a tutti i vantaggi che ne derivano.

Per ci che riguarda questo mio lavoro, mi sono proposto di non perdere
mai di vista il giudizio del pubblico e de' suoi interpreti, ma di
tenerne conto anche se sostanzialmente erroneo, appunto perch (ripeto)
nel contrasto o latente o palese fra esso e il Poeta, sta la causa della
sua evoluzione.

E ritorniamo ora alla forma delle _Odi barbare_.

                                  *
                                 * *

Che le _Odi barbare_ abbiano una parentela letteraria con erudite
esercitazioni metriche dei secoli XV e XVI,  un fatto puramente
occasionale e non deve avere influito che in parte minima su la scelta
di quella forma lirica. Essa nacque non pensatamente, ma spontaneamente;
cio non la forma gener ed impresse la sua linea all'idea, ma l'idea si
plasm di per s in quella forma. Appunto inversamente di ci che dice
il pentametro del Platen premesso alle prime odi:

    forma pi nobile abbisogna di profondi pensieri.

Il Carducci tolse la melodia degli usati metri ed il ritorno della rima
per ragioni consimili a quelle che mossero un altro grande aristocratico
dell'arte, il Wagner, nel suo teatro di Bayreuth, a sprofondare
l'orchestra e spegnere ogni luce, appunto perch tutta l'attenzione
fosse rivolta alla scena.

Parimente il Carducci togliendo l'allettamento melodico dei metri
conosciuti e la distrazione della rima, intese a costringere
l'attenzione del lettore su la pura idea. Ma perch un'idea per quanto
poetica non pu chiamarsi lirica se non riveste una forma ritmica
costante, cos il Poeta occult e dispose i soliti versi italiani
secondo lo schema della metrica greca e latina creando cos un'armonia
nuova, che io chiamerei esteriore o apparente.

Questa, a vero dire,  assai facile intendere come  facile comporre
versi barbari anche senza conoscere affatto la metrica greca o latina.
Lo prova il numero grande dei poeti imitatori che fiorirono breve ora
attorno alla gran pianta della lirica carducciana.

Ma sotto quell'armonia esteriore ve n'ha un'altra interiore che vivifica
quella forma antica e non  possibile imitare.

Questa seconda armonia se per un orecchio educato  facile a sentire,
non  cos facile a spiegare. Mi ci prover tuttavia.

Nelle _Odi barbare_ le parole si raggruppano in modo nuovo, acquistano
significati speciali, si dispongono con trasposizioni talvolta audaci.
Questa apparente contorsione del periodo sembra essere congenita al
metro barbaro, invece  congenita al pensiero. Le forme della nostra
lirica italiana non avrebbero avuto dimensioni e forza per accogliere
questo nuovo stile senza perdere della loro linea naturale, invece il
metro barbaro non solo l'accetta ma sembra quasi imporlo esso stesso.

Ma cos nitido, cos sicuro, cos potente  il fantasma poetico, e per
contro tanta grande la conoscenza della forze di ogni parola, che in
questo nuovo stile Egli plasma di getto tutta la sua visione interiore e
riesce con quello stesso inusitato senso e disposizione delle voci, a
farci vedere questo interiore fantasma nitidamente nelle sue pi lievi
sfumature.

In altre parole  una meravigliosa e individualissima pienezza di
pensiero che come si va svolgendo cos si veste subito, senza alcun
mezzo, della parola; la quale si piega, s'affina, si tormenta con
vaghissimo spasimo a seguirlo e renderlo con esattezza fotografica, e
questa parola cos tormentata pur riesce divinamente naturale ed
armonica, non per s ma perch divinamente armonico  il fantasma che
sotto si scorge.

Vi sono versi che mettono dinanzi il quadro e la statua, come ove dice:

                    Tale ne i gotici
    delubri, tra candide e nere
    cuspidi rapide salenti

    con doppia al cielo fila marmorea,
    sta su l'estremo pinnacol placida
    la dolce fanciulla di Iesse
    tutta avvolta in faville d'oro.

Altra volta il verso giunge a dare contorno e forma plastica a
infiammati fantasmi del pensiero, come questo:

    Pone l'ardente Clio sul monte dei secoli il piede
    robusto, e canta, ed apre l'ali superbe al cielo.

Altri versi squarciano letteralmente le ombre del passato e ci mostrano
il paesaggio antico con una intuizione di linee e di colorito
sorprendente:

               ancor lambiva il Tebro
    l'evandrio colle, e veleggiando a sera
    tra 'l Campidoglio

    e l'Aventino il reduce quirite
    guardava in alto la citt quadrata
    dal sole irrisa, e mormorava un lento
    saturnio carme.

Movimenti dell'animo che sembrano tutt'al pi esprimibili col puro
canto, il Carducci riesce a fissarli con le parole, nitidamente, come ad
esempio ove dice:

    Tale la musa ride fuggente al verso in cui trema
    un desiderio vano de la bellezza antica.

N questo solo: sovente la sua lirica coglie il fiore che arduo cresce
su la filosofia della storia e riproduce persone con un atteggiamento
intuitivo del vero e nel tempo stesso sintetico e simbolico come forse
non riusciremmo a formarci leggendo volumi di storia: forse vedendo i
luoghi e meditando, potremmo averne un mal definito fantasma. Egli ce lo
definisce. Vedi ad esempio _Alessandria_:

    Ecco venimmo a salutarti, Egitto,
    Noi figli d'Elle con le cetre e l'aste.
    Tebe, dischiudi le tue cento porte
    Ad Alessandro.

Il canto delle litanie e il terrore e l'anelito sacro che muove le voci,
cos sono resi:

    ..... fra nuvoli d'incenso fervide
    le litanie saliano;

    salian co' murmuri molli, co' fremiti
    lieti saliano d'un vol di tortori,
    e poi con l'ululo di turbe misere
    che al ciel le braccia tendono.

Oh parola, divino dono dell'uomo, hai mai tu potuto dare maggior segno
della tua potenza?

Ebbene, in questa percezione netta che noi sentiamo del fantasma
consiste quella che io ho chiamato armonia interiore delle _Odi
barbare_.

                                  *
                                 * *

Molte volte per l'eccessiva estensione del pensiero lo costringe a
frasi cos sintetiche che richiedono una non comune coltura per essere
intese, o un commento che potrebbe anche essere un trattato di storia,
come nel verso ove dice, parlando di Roma:

    Son cittadino per te d'Italia.

Altre volte certi fantasmi s'impongono per modo che Egli volendoli
rendere cos come li vede e sente, deve ricorrere a vere e difficili
audacie di stile, come ove dice, ancora parlando di Roma:

    Ecco, a te questa, che tu di libere
    genti facesti nome uno, Italia,
    ritorna, e s'abbraccia al tuo petto,
    affisa ne' tuoi d'aquila occhi.

Questi e simili altri esempi che sarebbe molto facile raccogliere, non
sono certo pregi, ma non si possono nemmeno chiamare difetti: sono
quello che sono, espressioni che potranno piacere o spiacere, ma che
sono il portato logico di un determinato atteggiamento del pensiero.

Dove formano un difetto vero  ne' suoi imitatori nei quali manca del
tutto o in parte la ragione filosofica e lo svolgimento profondo che
portarono il Carducci a improntare la sua lirica di quella forma.

In essi, pi o meno illustri,  vera e propria retorica, e se ne pu
dire ci che scrisse il Platen:

Se si volesse imprimere il vostro cicaleccio ad un'ode saffica, il
mondo s'accorgerebbe che  un vuoto cicaleccio.

                                  *
                                 * *

Ma prima di chiudere queste note su la forma delle _Odi_, mi sta a cuore
fare un'osservazione per non essere franteso.

Dico cio che sbaglierebbe molto chi imaginasse il Carducci come maestro
e capo d'una nuova scuola poetica: Egli chiude, molto verosimilmente, un
grande periodo artistico, e la sua poesia ha le impronte di una sintesi
definitiva dell'arte, almeno quale fu sino ad ora concepita ed intesa.

Egli stesso per bisogno che ha di esprimere chiaro e rude ci che crede
o sente come vero, ce lo attesta. Nel congedo in prosa alle prime _Odi_,
dopo aver detto che con questi nuovi metri intese di recare qualche po'
di variet formale nella nostra lirica, aggiunge poi come per
subentrare di un altro ordine di pensieri: Son velleit queste mie, lo
so io per il primo, tanto pi importune e inopportune oggi, che dinanzi
al vero storico, il quale, gloria e tormento del secolo nostro, pervade
oramai tutto il pensiero umano, la poesia compie di spegnersi. Tant': a
certi termini di civilt, a certe et dei popoli, in tutti i paesi,
certe produzioni cessano, certe facolt organiche non operano pi.

Ma a parte tale affermazione che a molti parve esagerata, perch  un
fenomeno umano che certi mutamenti debbono gi essere completamente
avvenuti prima che l'universale abbia il coraggio di apertamente
dichiararli,  certo che questi caratteri definitivi della lirica
carducciana si sentono sopra tutto a cagione di una grande e sacra
tristezza diffusa per quelle _Odi_ anche dove esse sono maggiormente
irrise dal sole che i critici si ostinano a chiamare _pagano_.

Ben poco dunque Egli intende rinnovare nell'arte, se non forse il senso
della austerit e della dignit in chi vi si applica, ma a moralmente
rinnovare intende tutta la sua poesia, la quale acquista per ci un
carattere altamente civile e nazionale.

Tale senso ha il distico del Campanella che preludia alle seconde _Odi
barbare_:

    Musa latina, vieni meco a canzone novella:
    Pu nuova progenie il canto novello fare.

                                  *
                                 * *

Ed ora esaminiamone un po' il contenuto, specialmente per ci che esso
si congiunge all'argomento di questo scritto; e cominciamo col notare un
grossolano errore in cui non pochi sono incorsi ed incorrono. Costoro,
argomentando solo dalla forma metrica, dall'elezione e collocazione
delle parole e specialmente dal frequente ricorrere della vita ellenica
e di Roma e da un certo anelito all'antichit, per tutte le odi diffuso,
chiamano il Carducci ultimo dei classici.

 un perfettissimo errore.

Le odi barbare saranno (e dato il pensiero che le informa e il punto che
segnano nella storia dell'arte non possono essere altrimenti; e questo
pure non  n un difetto n un pregio, ma cosa inerente al loro essere)
saranno, dico, di un'aristocrazia poco concepibile per la maggioranza;
ma sono, se altra mai, opera nuova, originale, moderna.

Una sola qualit vi  che si pu propriamente chiamare classica, cio
propria della grande poesia greco-latina; dico il suggello di
immortalit che si impronta in ogni parola: le quali ci appaiono come
fissate in modo non scomponibile, quasi fuse in bronzo. Di fatto esse
non si aggrupparono per mezzo di quella geniale facilit e scorrevolezza
che  propria degli scrittori moderni, specialmente stranieri, ma per
una specie di lenta, solida e organica formazione; e questa non solo le
render resistenti contro la corrosione del tempo, ma far s che quando
questa nostra et scomparir nel passato (come a chi fugge in treno il
paesaggio si allontana e perde i suoi contorni) quelle odi spiccheranno
con grande risalto su la tinta grigia del quadro storico, come
appartenenti ad un'altra formazione.

Del resto il Carducci pu essere anche chiamato l'ultimo dei classici,
ma non per quelle ragioni esteriori che sopra ho ricordato. Egli 
l'ultimo dei classici perch attraverso la sua opera poetica, come
attraverso un filtro, passa tutto ci che la vita ed il pensiero antico
ebbero di vitale, di perfetto, di lieto, di vero: passa, e si idealizza
in un concepimento di perfezione umana, profondamente sentita,
sicuramente intravveduta, ineffabilmente desiderata. Per questa ragione
fu detto che Egli  _un pagano legittimo come Goethe_ e che la sua
poesia rappresenta _il sereno e pieno e soddisfatto possesso della vita
terrestre, contentezza che deriva dal possesso della chiave de' suoi
segreti e delle sue leggi_: affermazioni vere, ma solo in parte e che
non rispondono ad un generale concetto. Perch appunto questa perfezione
alla quale il Poeta giunge con la sua sintesi purificatrice, ci deve
fare intendere che Egli non rappresenta un principio ma una fine, e
della fine vi  la ineffabile tristezza. Certo questa tristezza non si
esplica in affermazioni concrete, ma si sente diffusa nell'intonazione
generale: anzi dove pi Egli si eleva a concepire alti ideali o di
umanit o di patria, ivi essa maggiormente si sente per il vivo
contrasto con il presente e con la realt.

                                  *
                                 * *

A questo proposito si osservi come la nota festosa e piena dell'amore
manchi alla sua lira. Per lui l'amore  un rapimento pi doloroso che
lieto; un rifugio dell'anima: e la donna gli si presenta piuttosto come
consolatrice di supreme cure che come fine a s stessa. Vedi le odi: _Su
l'Adda_, _Ruit hora_, _Alla stazione_, _In una chiesa gotica_.

Nelle altre barbare anche questa nota si affievolisce e non risorge che
ad intervalli come intonazione mirabilmente dolorosa e spirituale per
dar principio ad altro tema, come nell'ode _Sull'urna dello Shelley_,
ove dice:

    Lalage io so qual sogno ti sorge dal cuore profondo
      So quai perduti beni l'occhio tuo vago segue.

Del resto questa tristezza non giunge mai sino a scomporre la figura del
Poeta. Esso  sempre sicuro di s, tetragono su la base di un
razionalismo irradiato di stoica idealit, come nella bellissima ode per
le nozze della figlia Beatrice, ove chiude cos:

            De gli anni il tramite
    teco fia dolce forse ritessere,
    e risognare i cari sogni
    nel blando riso de' figli tuoi?

    O forse meglio giova combattere
    fino a che l'ora sacra richiamine?
    Allora, o mia figlia,--nessuna
    me Beatrice ne' cieli attende--

    allora al passo che Omero ellenico
    e il cristano Dante passarono
    mi scorga il tuo sguardo soave
    la nota voce tua m'accompagni.

                                  *
                                 * *

Ma la nota che vibra continua, dominatrice e che d alla sua lirica un
carattere, su cui insisto, di poesia civile e nazionale,  il ritorno
dell'idealit della patria, cio la resurrezione del genio latino che
compie il suo adattamento nel tempo moderno; non ricusando, vuoi per
democratica ignoranza, vuoi per decadenza di forze, nulla di tutto ci
che  giusta eredit del passato, anzi serbando rinvigoriti nella
modernit i distintivi del suo carattere.

Ho detto idealit della patria; ma idealit non nel senso di fantasma
poetico, che di tale significato a ragione si sdegnerebbe il Carducci;
ma nel senso di cosa vera, grande, buona, umana che ci sfugge per
invincibile fatalit di uomini e di cose.

La statua della Vittoria[17], che sepolta attravers i secoli e a cui
Lidia domanda se ebbe contezza di ci che sopra la terra avvenne:

    Sentii--risponde la diva e folgora--
    per che io sono la gloria ellenica,
    io sono la forza del Lazio
    traversante nel bronzo pe' tempi.

    Passr le etadi simili a i dodici
    avvoltoi tristi che vide Romolo,
    e sorsi O Italia annunciando
    i sepolti son teco e i tuoi numi!

  [17] Ode Alla Vittoria tra le rovine del tempio di Vespasiano in
       Brescia.

Nell'ode _Dinanzi alle terme di Caracalla_ invoca la _dea febbre_ cos
pregando:

                      Gli uomini novelli
    quinci respingi e lor picciole cose:

Ma nel XXI d'aprile dell'anno MMDCXXX dalla fondazione di Roma, il Poeta
con una felice continuit ricongiunge il tempo leggendario in cui
Romolo, in quel d sacro a Pale, segn col solco le mura dell'urbe, al
tempo moderno: disposando cos la pi squisita idealit coll'indirizzo
pratico della nuova vita del popolo d'Italia. Perch Roma all'Italia
liberatrice addita,  vero, le colonne e gli archi, ma non con un senso
esausto di gloria, non con uno sterile rimpianto del passato (vecchia e
fatale nostra retorica) ma solo perch da quelle memorie tragga gli
auspici a forte vita avvenire:

    gli archi che nuovi trionfi aspettano
    non pi di regi, non pi di cesari,
    non di catene attorcenti
    braccia umane su gli eburnei carri;

    ma il tuo trionfo, popol d'Italia,
    su l'et nera, su l'et barbara,
    su i mostri onde tu con serena
    giustizia farai franche le genti.

    O Italia, o Roma! quel giorno, placido
    torner il cielo su 'l Foro, e cantici
    di gloria, di gloria, di gloria
    correran per l'infinito azzurro.

                                  *
                                 * *

A me pare che difficilmente l'arte possa congiungere una idealit
maggiore con un maggiore senso pratico.

Vero  per che un cos perfetto equilibrio se  proprio di un individuo
non lo pu del pari essere di un popolo, specie come il nostro e
nell'ora che corre; n quegli lo pu imporre a questo per quanto si
adoperi.

Ora per la conoscenza che la maggioranza ha, pi o meno cosciente, di
questo fatto, deriva che questa poesia che Egli detta con pieno
convincimento nazionale e civile, sia considerata come semplice opera
d'arte; e questa, perch  troppo superiore alla comune comprensione e
non arreca quel diletto che arrecano altre poesie, viene considerata
come arte erudita e di lui speciale.

                                  *
                                 * *

Quale ci si rivela da queste liriche, tale  la nota pura, fondamentale,
costante, della sua fede politica; e tale nota diede e d il tono alle
sue varie affermazioni secondo il variare del tempo, degli uomini, dei
fatti.

Certo lo svolgimento del popolo d'Italia a questo alto tipo nazionale da
lui vagheggiato include necessariamente una forma di governo
repubblicana e in tale senso era ed  repubblicano il Carducci; ma nel
tempo stesso questa prepotente idealit politica non consente che Egli
divenga uomo di parte; piuttosto lo costringe ad una libert assoluta
della sua azione individuale a qualunque costo e contro tutti.

                                  *
                                 * *

Ma ora viene a proposito un'osservazione importante: Chi legge avr
notato in me un'ammirazione grande s per il Poeta come per l'uomo. 
vero; ma oso affermare che questa ammirazione se, per avventura, rende
eccessive alcune frasi, non mi toglie la visione sicura del giudizio.

Io voglio dire che molti potrebbero credere che altro sia il poeta,
altro l'uomo; cio, in questo caso, che l'alta idealit nazionale ed
umana che rifulge nelle sue liriche sia da lui accolta come buon mezzo
poetico e nulla pi. Invece non  cos. Se mai nel tempo moderno fu tra
i personaggi illustri esempio di fusione perfetta tra il loro essere
vero e ci che appaiono dalle loro opere, questo  il Carducci; e
quell'altissimo sentimento della patria  anima della sua anima e
movente di ogni sua energia.

E allora alcuno pu chiedere: Perch quest'uomo cos noto e famoso che
prese parte a tutte le battaglie della vita, che con le parole, con gli
scritti, con gli esempi non ristette mai; esercit invece
sull'universale un influsso ben piccolo rispetto alla sua opera, anzi
sembra chiudere la sua carriera con un voto di impopolarit?

La risposta  semplice: Perch la sua perfezione stessa gli 
d'impedimento.

                                  *
                                 * *

Ho detto perfezione, e la parola mi sembra semplicemente vera.

Il Carducci, senza dubbio, ha raggiunto come un alto vertice di verit
in tutto il vasto campo del pensiero. In lui l'antico ed il nuovo, la
tradizione e la scienza si fondono con un largo senso di umanit e di
ragione purissima; e credo che in mezzo al mareggiare delle idee, che 
una caratteristica dell'ora presente, pochi siano equilibrati e sicuri
di s come Egli : scoglio rigido in mezzo a un gran mare che s'avvalla
e s'erge in spasmodica tempesta. Le onde lo flagellano, ma non ne
scuotono la base n offuscano la serena fronte.

Se non che quell'equilibrio di cui Egli individualmente gode, non pu
essere fatto partecipe alla maggioranza, come Egli vorrebbe; e ci per
moltissime ragioni etniche e storiche riguardanti noi italiani, delle
quali sarebbe troppo lungo il parlare diffusamente; ma anche per
un'altra ragione che forse  la principale, cio che nella vita dei
popoli l'equilibrio sembra consistere non tanto nel fermarsi in alcune
forme riconosciute ottime e vere, quanto nel movimento continuo verso un
divenire che pare non raggiungibile. Ancora: Per l'uomo sapiente la
conoscenza del passato agisce come forza moderatrice e direttrice delle
nuove idee, e la scelta di ci che la tradizione e l'antico contengono
di vero, di buono e di bello vale a dare carattere di maggiore stabilit
e verit a queste nuove idee. Invece le moltitudini sono fatalmente
inette a questa comprensione: esse non possono accogliere il bene nuovo
senza distruggere il bene antico: e questa mi pare una delle pi gravi
imperfezioni dell'umana natura.

Quando una nuova idealit religiosa o sociale investe le moltitudini,
esse hanno bisogno di buttare a mare tutto il fardello delle vecchie
credenze, tradizioni, usi, memorie: tutto l'antico  errore; tutto il
nuovo  vero. Gli iconoclasti non sono solo dell'era cristiana, ma
appartengono a tutti i grandi rivolgimenti dell'umanit. Non che
l'iconoclastia non abbia del vero in s; ma per essere completamente
logici e conseguenti bisognerebbe distruggere la specie; _sed cave a
consequentiis_.

Ora il Carducci , senza volerlo, un solitario a motivo della sua
perfezione stessa.

Egli, una delle menti innovatrici pi illuminate e franche del nostro
secolo, per quello stesso vagliare delle sue idee, purificarle alla viva
fiamma del sapere e del vero assoluto, ha creato di s una cos elevata
aristocrazia d'uomo che come a fatica pu essere inteso cos non pu
essere seguito. Ed Egli non solo vuole essere inteso, che sarebbe
abbastanza per la sua gloria, ma pur comprendendo le invincibili
difficolt che si frappongono, vuole anche essere seguito, giacch
quella sua stessa perfezione lo persuade che essa avrebbe ben poco
valore se non agisse come forza benefica sull'universale.

Da questa causa si origina l'impeto e la passione delle sue prose,
specie di quelle che sono d'argomento soggettivo o trattano di una
questione presente.

Vale il conto di fermarci su questo proposito anche per completare ci
che ne fu detto nel capitolo che precede.

                                  *
                                 * *

I volumi che si intitolano _Confessioni e battaglie_, contengono, come 
noto, la maggior parte di queste prose e sono una delle prove pi
evidenti dell'intima fusione fra lo scrittore e l'uomo.

La sua parola  la fotografia esatta, senza ritocco, del suo pensiero:
gran luce di sole su cui passano grandi e continue nubi.

Dice tutto, non nasconde nulla, anche ci che per opportunit sarebbe
utile non dire.

Il sarcasmo, la contraffazione audace, talvolta feroce dei personaggi,
il quadro, il paesaggio, l'impeto lirico infiammato quasi di
divinazione, il ragionamento battuto, serrato, profondo come falange
antica, lo scoppio degli affetti, le aggressioni superbe, il sublime, il
grottesco, il terribile si succedono con una mobilit e rapidit
spaventosa.

Solo nella facezia non riesce:  il gigante che scherza.

E un'altra qualit delle sue polemiche conviene pur ricordare: cio che
anche dove sono pi irruenti ed offensive, manca interamente la nota
gelida dell'odio, ma vi si sente invece un'infinita bont.

La questione letteraria difficilmente sta sola, ma si congiunge quasi
sempre ad altre ed alte questioni civili, morali, storiche; e sotto
questo aspetto  una delle pi complesse e difficili prose che io mi
conosca.

Tutto ci che  vero, bello, nobile, trova in lui un difensore ad ogni
costo e in ogni tempo.

Egli, a volere usare di un paragone, mi rende imagine di uno di quei
favolosi cavalieri antichi che da solo difende un grande e meraviglioso
castello simbolico.

La ragione, la verit e l'arte lo recingono di triplice muro e
costringono il cavaliere ad una difesa eroica. Perch egli non se ne sta
quivi sdegnoso ed inerte, ma combatte continuo; e non solo irrompe
disperatamente contro il mostro o il saracino che per progetto vanno ad
urtarvi contro, ma con uguale animo s'avventa contro la turba de' pigmei
e dei gnomi che aduggiano le torri dell'edificio mirabile; e tanta  la
foga dell'assalto che sovente essi sono morti ai primi colpi ed egli pur
seguita a ferire. Ma come  nelle leggende, cos quelli rinascono dalla
loro stessa putredine di morte e sono pi numerosi che mai. Anche contro
la folla che infinita, indifferente, abbacinata segue il suo viaggio,
egli si avventa: la trapassa, la atterra col cavallo e con l'asta; ma
quella si rialza e si ricongiunge indifferente come prima e prosegue il
suo viaggio.

Talvolta per mentre cos nettamente egli distingue i contorni de'
mostri che vengono da lungi, non con pari chiarezza riconosce quelli che
gli stanno vicino; troppo vicino per suo malanno. Ma qui l'allegoria del
paragone dovrebbe dare luogo a pi aperto parlare, e ci non sarebbe n
piacevole, n conveniente, n senza pericolo.

                                  *
                                 * *

Quando io penso a cos grande animo e a cos sovrano intelletto
combattenti per la causa della verit e della bont, mi ritornano in
mente le parole che Ettore, apparendo sanguinoso in sogno ad Enea, dice:

            ...... si Pergama dextra
    defendi posset, etiam hac defensa fuisset.

Le quali parole possono forse essere non indegno commento alle
_Confessioni e battaglie_.

Ma non voglio cessare senza dire di un altro carattere delle sue
polemiche: questo  che la coscienza della sua grandezza e della nobilt
della causa gli d alle volte una sovra eccitabilit di offesa
straordinaria che lo spinge a rispondere di colpo, anche quando sarebbe
meglio il tacere: e allora non solo attacca a fondo le obbiezioni che
sono realmente, ma ne deduce altre da un complesso di fenomeni e di
fatti a cui il suo contradditore non aveva pensato o non era forse in
grado n meno d'imaginare: e ci gli nuoce; non perch non sia tutto,
almeno subbiettivamente, vero quanto dice, ma perch gli d l'attitudine
di combattente, mentre gli altri stanno fermi o si muovono a pena.

Eccone un esempio poco noto, ma notevole. Negli intermezzi del _Resto
del Carlino_ del 13 gennaio '89, dicendosi, per non so quali polemiche,
come il Carducci debba essere amareggiato e sconfortato alle immeritate
prove di mancato riguardo ed allo spettacolo ributtante di intolleranze
indegne, risponde:

  _Caro Carlino_,

Ringrazio, ma non partecipo. Che sensibilit? che amarezza? che
sconforto? che rammarico? Ma per chi mi ha preso lei? per una _cocotte_
o per un poeta romantico? Io ho fatto il callo alle insolenze, alle
ingiurie, alle calunnie che all'et dei venti cominciarono e fino a
cinquant'anni seguitarono a grandinarmi a dosso, provocate da un vizio
ingenito del mio temperamento, che quando una verit o ci che credo una
verit mi si impone, mi bisogna dirla, interpellato o seccato che io
sia, nel modo pi nettamente reciso, che , naturalmente, il pi ostico
a quelli a cui quella verit non piace. Da poco tempo in qua non sentivo
pi, o sentivo meno, ronzio d'insolenze e calunnie agli orecchi, e
dimandavo a me stesso: sono imbecillito o invigliacchito? Ella mi fa
capire che il ronzio  ricominciato. Bene. Io salgo al tempio della
memoria e ringrazio Apollo medico del serbarmi ch'ei fa--_mens sana in
corpore sano_.--E cos dir ancora la verit nel modo a me pi igienico,
per il quale non ho chiesto mai n amore alle donne, n amicizia agli
uomini, n ammirazione ai giovani, n articoli ai giornalisti, n voti
al popolo, n posti ai ministri, n pi di venti franchi per volta, e
ci in giovent, ai miei amici e gli ho restituiti sempre.

                                                   suo

                                             GIOSU CARDUCCI.

                                  *
                                 * *

Con tutto ci in quelle battaglie  qualche volta un ben allegro
combattere! Ci si sente, in fondo, la volutt dell'arciere che vede la
freccia colpire nel segno, anche se la corazza o l'epidermide del nemico
ne la respinga. Invece in questi ultimi tempi, nelle difese poche che
Egli va facendo di s e solo quando  direttamente attaccato, si nota
una dolorosa e disdegnosa riservatezza.

Sembra che qualche cosa fuori di lui vada crollando ed Egli s'avveda che
il suo genio pi non vale a sorreggere.




CAPITOLO V.

      IL SENSO EROICO. G. CARDUCCI E LA GIOVANE LETTERATURA
      NAZIONALE.


Nelle _odi barbare_, o per meglio dire in tutte le sue opere s poetiche
che di prosa, oltre all'idealit nazionale, v' diffuso un altro
sentimento che non bisogna trascurare per chi voglia trattare del
Carducci nelle sue relazioni col pensiero e con la vita contemporanea.

                                  *
                                 * *

Chi, ad esempio, non ricorda l'ode _Per la morte di Napoleone Eugenio_?

Io penso che il pi volgare dei lettori deve averne risentita
l'impressione come di cosa nuova e sublime.

Quest'ode sorge semplice, giovane, composta nel suo dolore come una
figura della tragedia di Sofocle; ma sotto vi scorre una cos diffusa
passione, una cos grande onda lirica che sforza il pianto. Quest'ode io
la vedo nascere ed elevarsi come fiore semplice da una complessa
maturezza, perch mi sembra che mai una lirica cos breve abbia con
tanta semplicit assimilato cos molti elementi del pensiero: la verit
storica, l'epopea, la leggenda, la tragedia, gli affetti, l'epicedio
infinitamente triste nel suo oggettivo dolore.

Questa lirica e quella _Presso l'urna dello Shelley_, che ha un
movimento di figure cos stupendo che se un pittore potesse esprimerlo
farebbe la pi fantasiosa tela del mondo, ed altre, come quella _a
Giuseppe Garibaldi_, il sonetto a _Giuseppe Mazzini_, possono alla
maggioranza sembrare elementi disparati di canto che il Poeta accolse ed
inform di ritmo per semplice eccitazione artistica.

Cos non : un legame occulto le congiunge; un sentimento unico vi si
esplica; cio l'inno al _gentile eroico_ che la modernit tende ad
eliminare dal suo seno come forza di cui oramai pi non sente il
bisogno.

                                  *
                                 * *

Egli di questo sentimento eroico possiede una sbita ed istintiva
percezione in personaggi anche contemporanei, e gli si impone cos forte
da imprimere loro figura trasumanata; e non solo in verso, ma in prosa.

Io penso fermamente che se oggi, ad esempio, altri rinnovasse il
sacrificio di Guglielmo Oberdan, Giosu Carducci monarchico, senatore
del Regno e, se piace, poeta aulico, riscriverebbe ancora pagine
frementi come gi fece nell'82.

Egli dunque sovente canta l'eroe; sia esso re, sia poeta, sia martire,
sia conduttore di popoli, sia figlio di popolo; ma la societ moderna
non ha bisogno di eroi, siano essi re, siano poeti, siano martiri e
molto meno conduttori di popoli perch allo stato in cui si trova e per
quel che vuole essere basta a s, intende guidarsi da s e infine
ripugna di subire l'impronta di individui anche se superiori.

Questo  uno dei caratteri differenziali pi notevoli fra il Carducci e
il suo tempo.

Troppo sento profonda la religione degli eroi (meditava Egli la notte
dell'11 marzo '72 saputo che ebbe della morte di G. Mazzini): e come
essi splendono stelle benefiche sul firmamento del mio pensiero, cos io
non son lungi da credere o da sperare, o almeno da imaginare che da
qualche parte dello spazio serena essi corrispondano immortali a questo
bisogno, a questa foga di amorosi sensi e pensieri, che suscitati da
essi ad essi ritornano con un'alterna e continua esondazione delle anime
nostre verso le rive dell'ideale. O Dei della patria, proteggete i
buoni, e salvateli dal fango, che sale, che sale, che sale!

E per la morte di G. Garibaldi[18] esclama: Oh, quando gli eroi non
contano nulla, e li gnomi possono tutto e la retorica caccia a pedate di
periodi epilettici l'epopea.... oh allora

    che importa vivere,
    che giova amar?

  [18] Per la pira del gen. Garibaldi. Nota.

Forse  vero, che importa vivere? Eppure  cos! Non solo gli Dei, ma
anche gli eroi se ne vanno e deserta  la loro casa! Gli eroi (e con
questa voce intendo ampliare il senso che si d all'uomo di genio) si
discostano troppo dal tipo medio a cui la maggioranza degli uomini oggi
aspira e tende: la loro opera invadente non recherebbe che danno
all'edificio che si va formando su le basi di una raggiungibile ed equa
mediocrit del tipo umano.

La demolizione degli eroi  gi cominciata.

Non solo l'analisi scientifica ne va svelando il meccanismo interiore e
rompe l'incanto della loro azione che parea cosa quasi divina; questo
per s solo non toglierebbe nulla all'azione degli eroi: ma il vero 
che questi cominciano a degenerare e a squilibrarsi in s per la
incompatibilit col tempo e con gli uomini. L'azione degli eroi non ha
pi presa nel pubblico; e per essi si guastano nell'inazione come si
guasterebbe una macchina se l'elica dovesse turbinare nel vuoto.

Ma  verosimile il credere che con l'andare del tempo essi cesseranno
totalmente di essere, come organismi che scompaiono perch venne a
mancare la loro funzione sociale.

                                  *
                                 * *

Una sera tarda io tornava a casa da un ritrovo di gente grave ove si era
disputato a lungo ed io ne era uscito con la peggio. Ritornava, e per la
via lunga un pensiero acuto mi martellava il cervello: in fine esso
assunse forma di favola. Eccola: Un anno la benigna natura dispens,
secondo il tempo, la pioggia, la neve ed il sole. Ma la gentile pianta
del frumento non gran n tutta n a maturit la sua spica.

Il loglio rigoglioso e superbo finalmente la aveva soffocata.

L'anno seguente, un debole seme caduto dall'etica spica fe' germogliare
uno stelo stentato. Ma il loglio era ancora pi fiorente e bello, e la
soffoc ancora. Infine la nobile pianta s'avvide che due vie le
rimanevano: o morire o diventare loglio essa pure.

 questo un paradosso? Pu darsi. Io vi voglio allora aggiungere un
corollario che lo corregga: cio che producendo tuttavia la natura
uomini di genio ed eroi, questi dovranno, per essere chiamati tali ed
ottenere il dovuto ossequio, portare la livrea del pubblico, cio a dire
dovranno rivolgere le loro grandi forze in qualche opera implicitamente
determinata e che torni alla moltitudine di pratica ed immediata
utilit: certo non potranno agire in modo autonomo e con l'intento di
una idealit superiore.

                                  *
                                 * *

Gli eroi come deit, come profeti, come guerrieri, come fondatori di
civilt, come poeti, come investigatori dei supremi misteri delle cose e
dell'anima gi furono. E togliendo il pensiero che segue al Carlyle, ch
meglio io non saprei, n imaginare n esprimere, bene io credo che essi
siano stati lampada dell'universo, anima dell'intera storia. Essi
furono duci, modellatori, patroni e in un largo senso i creatori di
tutto ci che l'universale degli uomini ha potuto sforzarsi di fare e di
raggiungere. Tutto ci che vediamo  risultato materiale, esteriore,
l'effettuazione pratica, l'incarnazione del pensiero degli eroi. E se
questo risultato, aggiungo, non corrisponde al loro concetto, la ragione
 che esplicandosi per mezzo degli uomini, si corruppe naturalmente,
come si corromperebbe un cedro del Libano se lo trapiantassimo in
regioni iperboree.

Certo io non ignoro che esiste una scuola pi recente che nega questa
importanza degli eroi ed anche ne condanna lo studio ed il culto. Ci 
forse vero per quanto riguarda il presente e l'avvenire; non  per n
giusto n vero il negare l'azione grandissima che essi esercitarono sul
progresso della umanit fino al tempo moderno.

I giganti hanno formato il grande edificio della civilt; gli uomini se
ne sono impadroniti: gli eroi furono i maestri; gli uomini hanno
imparato quel tanto che basta per fare da s ed oramai non hanno pi
bisogno n di eroi n di giganti n di maestri; e come non ne hanno
bisogno, cos non ne riconoscono il culto.

La memoria e la riconoscenza possono essere proprie fino ad un certo
punto dell'individuo, ma non lo sono dell'universale.

La storia non ha riconoscenza.

                                  *
                                 * *

E qui un pensiero mi si presenta che, vero o falso o strano che possa
sembrare, non voglio tacere.

 proprio la scienza che con le sue ultime ricerche ha sloggiato Dio dal
sacrario delle coscienze?

Cos si crede comunemente e cos ; ma non del tutto. La scienza vera,
non certa nuova metafisica settaria che talvolta ne usurpa il nome, ha
ancora troppi numeri da mettere in colonna prima di tirare l'addizione
ultima, se pure ci potr arrivare.

Io penso che sia un'azione combinata della scienza con questo fenomeno
dell'assurgere delle maggioranze alle funzioni autonome della vita, il
quale fenomeno, dando ad un vocabolo vecchio un significato nuovo, si
pu chiamare democrazia. Ora la democrazia, non, ripeto, nell'antico
senso storico, umano, cristiano; ma nel nuovo senso, cio borghesia
oggi, socialismo forse dimani (i due termini, sebbene nemici, hanno un
legame di parentela storica e di dipendenza) come tende, per legge di
conservazione e di espansione, ad impedire lo sviluppo e l'influsso
delle forze preponderanti, invadenti del genio o dell'eroe, per la
stessa ragione, involontariamente ma pure invincibilmente,  indotta a
combattere questo concetto pi di ogni altro individualista ed
aristocratico che  Dio.

Ne rimane,  vero, il culto esteriore: ma nella sua sostanza cio in
quanto  morale rivelata da una legge superiore, eroica di sacrificio,
designata come termine di perfezione, questo culto, questa fede non
esistono pi, e non diciamo nella pratica, ma solo nel sentimento.

A questo proposito il signor Nitti, noto studioso di cose sociali, in un
suo discorso sulle condizioni presenti informato ad un ottimismo
eclettico[19], dice: Il positivismo, di cui anch'io sono seguace, ha
spiegato le origini umane secondo l'ipotesi darwiniana; ma una dottrina
puramente storico-biologica minaccia di diventare una dottrina morale e
se ne abusa ogni giorno e male.

  [19] Francesco S. Nitti. _L'ora presente._ Roux, Torino, '93.

Io per me credo che le teorie positiviste non abbiano influito che a
dare la sanzione ad un sentimento, ad un bisogno preesistente di morale,
rinnovata su altre basi che non siano quelle della pura morale
cristiana. Ed infatti questo avere subito intuito il lato positivo di
una questione altamente scientifica ed averla cos universalmente
devoluta nella pratica della vita, mi sembra non piccola prova. Se poi
in questa morale nuova v' del male, o, per meglio dire, se gli uomini
non seppero applicarla che male, cio in quanto sembra rispondere a
bassi istinti utilitari, il correttivo, a mio parere, non pu venire che
dalla conoscenza pi perfetta delle dottrine positiviste; non da un
neo-misticismo o da una fede che alcuni uomini pietosi e di buona
volont tentano o si illudono di riaccendere.

E per avere accennato a tale questione, alcuno mi potrebbe ricordare che
anche il Carducci combatt il principio divino nell'inno _A Satana_.

Si pu rispondere che, anche accettandone il senso filosofico, Iehova
non rappresenta la mistica idealit di un Dio infinitamente buono,
infinitamente misericordioso; Iehova  piuttosto la corruzione della
pura fede, la tirannide umana del dogma e Satana  la ragione che
combatte contro quella tirannide. Ma oggi anche Satana non ha pi
ragione di esistere. La sua missione  finita da assai tempo con la sua
vittoria su Iehova.

Inoltre esso  un personaggio troppo eroico, troppo doloroso, sopra
tutto troppo aristocratico e classico.

                                  *
                                 * *

La scienza (il discorso mi vi conduce) al pari dell'arte  un fenomeno
individualista; con la differenza che mentre l'opera d'arte conserva
l'impronta del suo autore e rimane cosa sua, l'opera scientifica  per
sua natura trasmissibile ad altri e, quel che pi vale, si accumula con
le precedenti.

Ci che lo scienziato di genio scopre non pu essere difeso da alcun
brevetto d'invenzione; il pubblico se ne impadronisce, ne svolge un
corollario di infinite applicazioni e riproduzioni: in altre parole il
pigmeo monta su le spalle del gigante. Il nome dello scopritore pu
anche finire negli archivi della storia; ci che importa  la cosa
scoperta che diventa patrimonio e ricchezza comune. Questa molto
verosimilmente  una delle pi valide cagioni dell'ingordo attingere
della modernit alle mammelle della scienza; mentre l'arte in quanto 
manifestazione prepotente dell'individuo, cio disegno di puri ed
armonici fantasmi, va decadendo. Se rimane  solo dove essa soddisfi ad
un certo diletto dei sensi e della intelligenza media e dove l'artefice
non imprima pi di dolorose e difficili idealit la sua opera; ma,
comprendendo il gusto del pubblico, ne eseguisca con bel garbo le
ordinazioni: e se le avr eseguite secondo il suo piacimento, allora si
applaudir e si conceder il compenso e la gloria del giorno.

Questo fatto  universalmente sentito sebbene non sia apertamente
confessato, e una prova fra le tante ce la porge il Carducci stesso. Da
qualche anno il pubblico avea intuito che Egli _sotto il velame degli
versi strani_ non cantava proprio pi all'unisono con le sue
aspirazioni. Molto verosimilmente non avea cantato mai, ma certe
apparenze facevano credere il contrario.

Un bel giorno, con uno di quei movimenti bruschi ed audaci che gli sono
propri, Egli stesso ruppe l'incanto e dissip l'equivoco e allora gli fu
tolto il brevetto della popolarit e della modernit che prima gli era
stato dato cos generosamente.

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                                 * *

Mentre il De Amicis che sino a ieri intese a scrivere per la classe
borghese e felice in quella sua prosa colorita e facile, ma sempre
castigata e misurata; e cos offriva ai suoi molti lettori ed ammiratori
la dolce illusione o persuasione di poter essi congiungere tre cose con
quelle letture: divertirsi, istruirsi e commuovere l'animo ai dolci e
lagrimosi affetti; mentre il De Amicis oggi si rinnova e in politica e
in arte, facendo aperta adesione alle dottrine socialiste; il Carducci,
invece, che fu sino a pochi anni addietro interpretato per il poeta
della democrazia e della futura repubblica, in politica si dichiara
_tratto e convertito ingenuamente e sinceramente alla monarchia_,[20] e
in arte, in una delle sue ultime e pi compiute odi, la gi citata
_Presso l'urna dello Shelley_, esclama:

    ....... O strofe, pensier de' miei giovani anni,
    Volate omai secure verso gli antichi amori;

e un po' innanzi:

    L'ora presente  in vano, non fa che percuotere e fugge
      Sol nel passato  il bello, sol ne la morte  il vero.

il quale distico non  altro che una variante pi triste di quel noto
verso che chiude il sonetto a G. Mazzini:

    Tu solo--pensa--o ideal sei vero.

  [20] Lettera dell'11 maggio '93 al _Resto del Carlino_.

In altre parole la sua arte ritorna con pi dolorosa comprensione e
convinzione al giovanile motto soggettivo, dedotto dalle iscrizioni
sepolcrali romane _Suis sibi fecit_, cio, come spiega Egli stesso,
questa tomba fece a s ed ai suoi versi.

                                  *
                                 * *

Questa coerenza che  in lui nell'arte,  anche in politica.

Forse pu sembrare un'affermazione audace; ma io ho tutt'altra pretesa
che di far mutare l'opinione del pubblico; tanto pi che sarebbe
pretendere l'assurdo il volere che gli uomini depongano le loro passioni
per giudicare serenamente un fatto che certo si presta a critiche acerbe
e non benevoli. Io voglio solo dire ci che credo vero, e credo
fermamente che volendo e potendo dare uno spassionato giudizio, questa
coerenza conviene ammetterla.

L'evoluzione monarchica del Carducci sotto un certo punto di vista si
potrebbe considerare come fatta a posta per indicare con un mutamento
politico reciso un dissidio antico fra lui e l'universale: dissidio che
si veniva sempre pi accentuando per la maturit dei tempi, e che Egli,
per quanto lo avesse voluto, non avrebbe potuto togliere in s perch
sarebbe stato necessario mutare sostanzialmente la sua natura ed il suo
genio.

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                                 * *

Data l'indole de' tempi e la natura dei due ingegni, come trovo coerente
l'evoluzione del Carducci, cos mi sembra naturale quella del De Amicis,
anche considerandone il solo lato artistico. Questo conosciutissimo
scrittore (e il suo passato e la sua coltura lo dimostrano)  recente
alla vita del pensiero. Egli, per usare di un paragone, certo  feconda
pianta, ma di brevi radici e per vivere deve necessariamente assorbire
la linfa alimentatrice alla superficie del suolo: in altre parole la sua
opera artistica  determinata dalle condizioni generali dello spirito
dell'epoca ed  quindi pi che naturale che lo segua nel suo nuovo
indirizzo.

Egli deve aver sentito che se si fosse voluto svolgere in un senso
contrario a quello cui l'universale crede e tende, avrebbe trovato
impedita la via. Questa, anche prescindendo dalle possibili convinzioni
individuali,  una delle cause della vera evoluzione del De Amicis.
Forse gli si pu fare rimprovero di essere stato il primo; ma 
verosimile che fra gli scrittori non sia nemmeno l'ultimo.

Per il Carducci invece  il contrario. Egli per vivere nell'arte, non ha
bisogno di bere alle mal note fonti della vita presente: Egli  quercia
secolare e quanto avanza pel cielo il tronco e le mirabili fronde, tanto
sotterra spandonsi le sue radici. Molti secoli visse la sua anima, di
molti fatti umani Egli assimil l'esperienza e la sapienza perch si
possa mettere allegramente nella schiera degli innovatori e dei facili
profeti della felicit del domani; e, forse, troppo s'indugi nel
giardino delle Muse di cui parla Platone, di troppo amore am cose di
cui a stento oggi si ricorda a pena il nome, perch possa essere inteso
dagli uomini nuovi e questi lo possano intendere.

Contro la verit dell'oggi, determinata dalle mutevoli correnti dello
spirito pubblico, Egli oppone una verit maggiore, immanente, desunta
dalle leggi storiche ed umane e si mette in uno stato di opposizione che
non  tanto nel suo deliberato proposito quanto nella sua natura.

Cos, ad esempio, la propaganda per la pace universale  tutt'altro che
un'utopia: gi al nostro tempo le utopie vere non attecchirebbero, ma
risponde a ben conosciute tendenze economiche e sociali: ora per il
Carducci il riconoscere, forse, l'opportunit di questa agitazione non 
argomento sufficiente per accettare come assoluto un principio che pur
troppo sembra contrastare s con le leggi storiche come con le leggi
biologiche. La sua mente, come gi dissi, non si pu fermare ai fatti
parziali; bisogna che risalga alla ragione prima, al principio
fondamentale, e scrive una delle sue odi _pi pensate e lavorate_
all'idea storica della guerra. Voce inopportuna e non adatta certo ad
acquistargli popolarit: ma per lui l'opportunit sta ne' suoi
convincimenti e tutta la opposizione del mondo non basterebbe a far
tacere la sua voce.

                                  *
                                 * *

In una parola si pu dire che lo spirito pubblico non ha agito sul
Carducci che, o negativamente o come stimolo all'opposizione: tutta la
sua opera di arte risente lo spasimo della produzione autoctona, e di
questo fatto la pi parte dei lettori ben s'accorge ma non sa rendersene
chiara ragione fuorch dicendo che le sue poesie non sembrano spontanee
come quelle di altri poeti; mentre se v' lirica fusa di getto, questa 
la lirica del Carducci.

Tali condizioni speciali d'animo e di coltura danno al suo genio un
impeto di passione profonda, a cui risponde benissimo la forma lirica;
ma nel tempo stesso gli tolgono la facolt di studiare con oggettiva
indifferenza e come pura materia d'arte i vari elementi di cui si
compone la vita contemporanea; e questa  forse una delle cause per cui
Egli non ci diede n ci dar, molto probabilmente, n il dramma n il
romanzo.

                                  *
                                 * *

L'arte del Carducci nella letteratura italiana modernissima giganteggia
solitaria.

Il Carducci  uomo d'altri tempi--esclama un giovane scrittore[21] in
un suo libro di critica per alcuni lati pregevole; ed io riporto
volentieri questo giudizio non per valore di verit che contenga, ma
perch rende abbastanza bene l'opinione di molti--non sa respirare il
flusso d'idee nuove che l'ultime nevicate letterarie ci n soffiato da
settentrione. Ed un noto commediografo scrive in quest'anno a proposito
del concorso drammatico ministeriale: Povero Carducci! Lo vorrei ben
veder io giudice alla lettura di una o pi commedie applaudite o
fischiate, egli che da anni non frequenta un teatro di prosa, e non
conosce una sola commedia moderna--e pi innanzi--noi vogliamo per
differenti ragioni escludere (dal giur del concorso) tutti quei
letterati puri, i quali del teatro moderno e della salutare evoluzione
cui va soggetto, non sanno nulla e mostrano di non saper nulla.

  [21] E. A. BUTTI. _N odi n amori._ Milano, Dumolard, 1893.

O egregi e strenui giovani della dimostrazione dell'11 marzo '91, quando
voi proclamaste Il poeta e il letterato tutti ammiriamo, molto
verosimilmente diceste cosa di cui non avevate piena convinzione.

Chi poi non si accontentasse di questi saggi, altri e molti consimili ne
pu trovare in giornali e riviste recenti, i quali giudizi (a parte il
tono che fa la musica, cio la irriverenza delle espressioni, la quale
rivolta ad un uomo che  tanta parte del pensiero italiano e che non
deve essere confuso coi _letterati puri_, pu essere studiata come
sintomo di fatale decadenza o, se meglio pare, di progresso perch
indica affrancamento da ogni _feticismo_) a parte, dico, il modo che pi
m'offende, dimostrano come tutto il suo immenso lavoro non abbia punto
influito a determinare nulla della nuova letteratura geniale o
d'invenzione che si voglia dire.

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                                 * *

Di fatto questa va per conto suo e combatte a tutto suo rischio e
pericolo. Il dramma ed il romanzo ne sono le maggiori manifestazioni; e
sebbene ogni scrittore segua con la pi grande libert quella teoria
d'arte che pi si conf al suo temperamento o che pi  di moda,
tuttavia essi hanno alcuni caratteri comuni che danno l'intonazione
generale e sono indice abbastanza esatto del tempo.

Di questi caratteri tipici e comuni a quasi tutti i giovani autori
italiani, due mi sembrano notevoli. Eccoli brevemente: Essi hanno fatto
divorzio assoluto con l'erudizione e con gli eruditi; e non si pu dire
che abbiano avuto torto, tutt'al pi si potr lamentare questa scissura
delle nostre forze intellettuali pi vive e giovani: ma penso che sia un
male senza rimedio.

I letterati puri, gli eruditi, i filologi sono gente che davvero vivono
troppo a s come se il pubblico non esistesse, ma senza sdegno come
senza amore. Hanno giornali e riviste loro proprie che il pubblico non
conosce n meno di nome e dove ciascuno alla sua volta  spettatore ed
attore.

E davvero questo segregarsi dalla vita combattuta e vissuta  un gran
male, perch essendo essi a capo della coltura e dell'insegnamento,
godendo di molta autorit, almeno in un dato ceto sociale, del favore
governativo, potrebbero esercitare un'azione attiva, direttrice sul
serio e altamente benefica, coraggiosa sopra tutto su la vita del
pensiero nazionale. E in verit a questo nobile fine tende l'erudizione
del Carducci, anche dove rimane pura e perfetta scienza. Nei nostri
giovani eruditi invece pare che manchi l'ingegno combattente e la
ragione pratica dei loro studi.

Diseppelliscono i loro morticini letterari o storici; compiono i loro
riti fra loro e quel che  peggio vi costringono tutta una scolaresca,
con un frasario ostentatamente scientifico, che del moderno non ha le
audacie e la vivacit; del classicismo non ha l'arte, la profondit, la
lingua. Mancano degli entusiasmi degli umanisti; e del metodo di ricerca
moderno non gli alti fini e l'ampiezza, ma solo ritengono ed ostentano
una falsa rigidit ed un'astrusa freddezza.

Si potrebbero anche chiamare i primi e veri decadenti del classicismo;
facendo s stessi inconsciamente ministri di una evoluzione negli studi
dagli innovatori audacemente propugnata. Ma di ci pi innanzi.

 esagerato quello che io affermo? Nella espressione forse, non nella
sostanza per chi esamina spassionatamente le cose.

Ora i giovani che sentono di avere qualche cosa da dire al pubblico,
cio che credono di essere con pi o meno vocazione chiamati all'arte,
il primo atto di dovere verso s e verso il pubblico da cui vogliono
essere intesi, consiste nel ripudiare tutto ci che possa sapere di
studio e di coltura nel senso classico-nazionale. Tutt'al pi se
nell'arte formale del periodo e dello stile  necessario un modello,
questo si ritrova in ogni letteratura, compresa di necessit la francese
ed esclusa l'italiana. Nessuno pi di me odia il falso e retorico
classicismo che per tanto tempo tenne le veci della geniale spontaneit
e dell'arte vera: ma che da una cos copiosa e gloriosa e mirabile
tradizione letteraria quale  la nostra; dal rigoglio di idee che,
innegabilmente,  proprio dell'et presente non debba venir fuori nulla
di originale, di nazionale, di italiano,  proprio sconfortante.

                                  *
                                 * *

Un secondo carattere della letteratura geniale (dramma, romanzo,
novella, critica) consiste nel fenomeno seguente, ed  cos tenace da
sopravvivere a tutte le mutevoli teorie d'arte.

Ecco: questo grande e complesso organismo della societ borghese, reca
attraverso la tenace resistenza che ancora lo sorregge, tutti i
caratteri patologici di un dissolvimento assai grave. Bene: la nostra
giovane letteratura si fissa e si propaga su queste profonde cancrene
con la brillantezza allegra e la caducit delle fungaie. Si pu
obbiettare: tutta la letteratura europea dallo Zola, all'Ibsen, al
Tolstoi offre questo carattere di decadenza.  vero; ma ad esempio, in
questi grandi scrittori, campioni di tre grandi razze, oltre alla
decadenza v' anche un al di l, una fede non ricercata ma ingenita a
non so quale remota rigenerazione umana, un'ebbrezza di bene, un mistico
ed ascetico profumo di virt consolatrice e redentrice. I nostri giovani
autori nulla ritengono di tutto questo: essi hanno solo l'intuito felice
di tutte le forme morbose della societ; pare che le ricerchino come
prediletta materia d'arte, e vi si posano con un compiacimento allegro e
scettico, come le mosche iridescenti brulicano, s'accoppiano,
folleggiano su le piaghe mortali. Si direbbe che da noi il decadimento
della societ presente, che  universale, si congiunga con un
decadimento speciale della nazione.

Con queste parole non intendo di farmi campione della morale (voce oggi
di molta incerta definizione) e molto meno di fare il maestro a quegli
scrittori. Se essi scrivono cos, vuol dire che il loro ingegno, la loro
arte, il loro pubblico li porta a questo e non c' nulla da aggiungere.

Io voglio dire semplicemente che quando una societ riconosce il suo
maggior diletto intellettuale in questa sua stessa patologia e
criminologia sotto forma artistica; quando si compiace di questa specie
di autopsia che essa fa di s e de' suoi mali, tale societ ha perduto
il senso della propria conservazione.

Gli antropologi potranno, non dico di no, compiacersi vedendo come i
loro soggetti di studio si allarghino oltre la cerchia del manicomio,
dell'ospedale, delle carceri, per le vie e per le case; ma  vero anche
che dinanzi a questa raffinata e voluttuosa patologia il socialismo
nelle sue forme pi audaci di distruzione si presenta talvolta come
logica conseguenza, e talvolta sotto l'aspetto di una forza benefica,
per quanto inconscia, che tende ad espellere dall'organismo sociale quei
principii morbosi.

                                  *
                                 * *

Dove pu sembrare che il Carducci abbia fatto scuola, si  nel campo
della filologia e della critica, dove con una larghezza e sicurezza
sorprendente lasci la sua impronta di leone.

Senza dubbio, come scrive il Panzacchi, Egli rimut l'atmosfera
letteraria del nostro paese e divenne centro di un rinnovato movimento
critico. Ma affermando questo non si intende di alludere solamente al
metodo storico di cui Egli, per la verit del sistema e per reazione
alla letteratura falsamente estetica e d'impressione, fu il pi sereno e
sicuro maestro. V' di pi: Il Carducci  caposcuola dell'onest
letteraria e dell'avere segnato entro quali termini e per quale
determinato fine gli studi abbiano giusta ragione di essere. Rimane poi
sopra tutto meraviglioso nell'avere rivolto le ricerche e gli studi ad
un fine pratico: cio ad un'instaurazione superiore della coltura
nazionale.

Ora questa grande idealit degli studi che anima il Carducci accende
anche gli animi della nuova generazione che attende con tanto fervore
all'erudizione e alle lettere?

Non pare, e non pare n meno che lo seguano nella parte formale, cio in
quella chiarezza e genialit artistica la quale risplende nelle pi
severe opere di lui e che non solo del Carducci, ma  propria della
nostra tradizione italiana. Lo crede Egli? Io non so. Certo  che la sua
fede nell'opera rigeneratrice degli studi  immensa, sebbene (mi si
perdoni il giudizio azzardato) questa fede pare che abbia origine pi
dalle sue forze soggettive che da una fredda conoscenza dei fatti e
delle persone.

V' in lui qualche cosa di invincibile, di rigido, di sublime che
resiste ad ogni urto; una convinzione, una coerenza cos serrata che non
permette al dubbio e all'indifferenza di insinuarvisi e fanno s che
Egli rimanga credente e combattente sino alla fine.

A questo proposito sono notevoli i seguenti passi del discorso
pronunciato in Senato il 17 dicembre '92, in difesa dell'insegnamento
classico:

Badate, o signori, la rivoluzione e la nazione italiana l'hanno fatta
la nobilt e la borghesia, quella che io direi cittadinanza. Le plebi,
intendo specialmente le masse rurali, non ebbero parte nel nobile fatto.
Non potevano capirlo: parteggiarono pi di una volta coi nostri nemici.
La patria la conoscono appena, e non benignamente come una madre.
Giustissimo dunque ed utile rinnovare e rialzare con l'educazione le
plebi; ma altrettanto necessario mantenere calda e viva nella
cittadinanza l'idealit che fece la patria: e questa idealit, non
importa che lo dica a voi, o signori, in gran parte proviene dalla
coltura classica.

Vorrei poter analizzare quanto di greco e di romano, quanto di
Epaminonda e di Mario, di Trasibulo e di Caio Gracco entrasse nelle
prigioni, salisse i patiboli, combattesse nelle battaglie
dell'indipendenza.


Conclude dichiarandosi fiducioso e certo che l'on. Ministro non ha
bisogno di conforti a mantenere nelle scuole classiche, senza collegiali
impacci di pedanterie, quella idealit superiore greca e romana, contro
la quale tuttavia batte il flutto della volgarit, della materialit, ed
anche, o signori, della ostinata torbida incertezza e istinti
sovvertitori che tutto vorrebbero abbattere, e nulla sanno rifare.

In tale mantenimento sta per me gran parte della speranza di salute e
gloria al popolo italiano, che  per tutte le sue tradizioni altamente e
profondamente classico e ideale. A ogni modo mi conforto col vecchio
Guizot: l'aristocrazia greca e romana  l'ultima che rimane agli spiriti
nobili e che nessuno pu togliere.

                                  *
                                 * *

Io, per mio conto, quando vedo questo fenomeno quasi costante, che i pi
lodati fra i giovani filologi, appena usciti dalle scuole, vanno col
lanternino in cerca del codice da esumare o dell'autore da rimettere a
nuovo o almeno del testo da commentare (se ancora qualcuno  sfuggito
alla ricerca) e leggo certi loro libri e riviste che hanno tutta
l'ibrida apparenza di un'algebra letteraria in cui nulla riluce della
vivacit dell'ingegno e della lietezza di spirito inerente con gli anni,
ma un'impacciata gravit inestetica lascia trasparire attraverso le
screpolature qua e l la grettezza del pensiero ed una erudizione non
maturata non organica ma accattata malamente; quando nelle scuole il
metodo che dovrebbe essere il mezzo diventa il fine, oh allora a
tutt'altra cosa io penso che ai liberali studi e all'umana idea
classica; e invece, non so per quale associazione di idee, mi vengono a
mente que' bravi giovani i quali dopo aver compiuto un certo tirocinio,
o _apprentissage_, come meglio s'intende, in qualche fondaco o studio di
commercio, stanno poi incerti se darsi piuttosto all'importazione delle
arringhe affumicate oppure dei formaggi svizzeri.

Di grazia, non mi si creda per tali parole irriverente verso i maggiori
e verso questa nobilissima scienza moderna della filologia e della
critica, la quale ha recato tanto contributo alla conoscenza del vero e
per alla civilt e al progresso vero; e, certo, benedetti mille volte i
giovani che a questa scienza attendessero con severit di propositi ed
elevatezza di intenti; ma come studio individuale, ma per assorgere poi
ad una pi sapiente e sicura comprensione dell'animo, della storia,
della filosofia, dell'arte; e questa conoscenza trasportarla come forza
viva, benefattrice, illuminatrice nella corrente della vita che si vive
per mezzo specialmente della scuola. Magari fosse cos, e questa nostra
patria italiana di quanto si sarebbe avvantaggiata nella ricostruzione
della sua nazionalit intellettuale e morale!

Ma non  cos. Si fa dell'erudizione per l'erudizione, della ricerca per
la ricerca, e fin qui meno male; il male vero  che questa erudizione
non  animata da un vero e proprio amore, come a dire approntare un
grande e purgato materiale di analisi di cui poi altri o essi medesimi
fatti pi maturi si valgano per istudi pi complessi e maggiori o per
adattare il gi noto al mutevole tempo. In generale  tutta
un'erudizione frammentaria a cui manca la coordinazione e la finalit,
se pure per finalit non si vuol intendere quella molto necessaria ma
poco nobile di apprestarsi, come sembra sovente, i titoli per i
possibili concorsi: ma sopra tutto manca la idealit, tanto che io non
esito a dire che se invece del classicismo greco, latino, italico
dovessero indagare le origini della letteratura chinese o giapponese. vi
porrebbero il medesimo ardore e la medesima pazienza.

Tutt'al pi a volere assegnare a costoro una ben strana missione
storica, gi adombrata sopra, si potrebbe dire che essi rendono
simiglianza a' notai e loro scribi i quali compiono minuziosamente
l'inventario del pensiero classico; e quando si parla di inventario, si
parla anche di morte.

Bene io so che vi sono eccezioni molte e nobili, ma non valgono ad
infirmare di troppo il mio giudizio. E ne fanno prova le scuole ove sono
chiamati ad insegnare ed hanno i maggiori gradi, che merc loro (e se
vuole si aggiunga pure l'azione dannosa di certe vecchie e sfiatate
cariatidi dell'insegnamento) la scuola classica si pu chiamare la
demolitrice del pensiero classico. Si possono rinnovare libri, rimutare
leggi, come si mutano annualmente; ma rimane sempre il fatto che i
giovani quando ne escono mandano un gran respiro come se il petto si
allargasse, ed anche un tacito _parce sepulto_, quando non 
un'imprecazione, non solo al buon Senofonte e a Cicerone, i due meno
intellettuali autori e pure i capi saldi dello studio del greco e del
latino, ma a Platone, a Sofocle, a Vergilio, a Tacito, al Petrarca ed a
Dante insieme a Laura ed a Beatrice, coi quali autori vissero per tanti
anni senza che a quella immortale luce la loro mente si accendesse; anzi
credendoli conoscere per averli cos spesso avuti seco e averli letti ed
esserne stati martoriati, portano nella vita la persuasione che siano
perfettamente inutili, appunto perch perfettamente non li intesero o,
meglio, non vennero fatti intendere.

Certo  che l'effetto dannoso di tale esagerazione del metodo, mancanza
di idealit, di finalit, di arte diviene maggiore a cagione di un senso
direi quasi universale di avversione per lo studio dei classici; e di
questa avversione non so trovare altra causa vera e prima che la
seguente, cio che il pubblico intende ovvero intuisce come questo
studio, se fosse ridotto alla sua vera missione e fosse insegnato come
dovrebbe essere, non potrebbe a meno di non produrre una vera e fiera
aristocrazia intellettuale, al quale fatto ripugna istintivamente.

Per le cose dette anche in mezzo a codesta classe di gente studiosa e
colta il Carducci mi si presenta come diverso e solitario.

                                  *
                                 * *

Non pochi hanno notato che nelle terze odi barbare v' una decisa
concentrazione del Poeta in s medesimo, e ne hanno dedotto un
decadimento delle sue forze poetiche. Per me invece sono prova della sua
vera tempra di genio e della inesauribile potenza: appunto perch
essendo costretto ad attingere sempre pi entro di s, riesce tuttavia a
dare alle sue fantasie soggettive un'estensione meravigliosa.

Tace in quelle liriche la vita presente, ma pare che l'anima dei secoli
vibri all'unisono della sua in non so quale solenne tristezza, e la
natura tutta vi risponda con una tragica serenit che non  nelle prime
odi.

Sarebbe invece pi giusta cosa il dire che Egli ha voluto o fu costretto
a spingere l'arte della poesia a' suoi ultimi confini. Dopo s'innalzano
le colonne d'Ercole e l bisogna arrestarsi.

Egli sembra essere compendio e termine di questa divina arte del canto
quale sino ad ora venne intesa, cio come rispondente con armoniche
forme ai nostri bisogni estetici ed ai nostri fantasmi.

Se poi per il tempo avvenire il sentimento fantastico, appassionato
degli uomini, cio il soggetto della poesia, avr bisogno di rivestirsi
di parole e di ritmo, io non so: tuttavia oso dire che, supposto che ci
sia, le forme liriche e l'arte quali furono sino ad oggi e che nel
Carducci assumono l'espressione pi sintetica ed acuta, non potranno pi
sussistere e dovranno rinnovarsi totalmente.

Cos intendendo, con una rigida e stoica visione del vero e con la
consapevolezza interiore del punto che Egli stesso avrebbe dovuto
segnare nell'arte, scriveva sino dal '74[22] La poesia oggigiorno non 
pi la produzione immediata o mediata del popolo, n elemento di civilt
per la nazione, n un bisogno estetico della societ, n instrumento di
rivoluzione o mezzo di rinnovamento.

  [22] _Critica e arte._

Egli fu logico sino alla fine e con la sua arte forn la maggior prova
di questa verit.

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                                 * *

Per tale modo l'anima del Poeta varca il suo viaggio. Egli passa come
cavaliere stoico e disdegnoso in mezzo alla turba e tende al fine ove la
ferrea logica del suo pensiero e delle cose lo conduce. Passa in mezzo
alla grave e immota folla dei dotti, fra il chiassoso seguito dei
monelli dell'arte, attraverso l'indifferente aprirsi del volgo; e non
verso l'avvenire, o Poeta, ma

    A la scogliera bianca della morte.[23]

Anch'essa un avvenire!

  [23] _Iuvenilia._




CAPITOLO VI.

      GIOSU CARDUCCI E L'ORA PRESENTE.


Domander alcuno: Quando principia propriamente il Carducci a divenire
monarchico?

In una lettera al _Resto del Carlino_ (11 maggio '93) scrive: Io di
educazione e costumi repubblicano (all'antica) per un continuo
svolgimento di comparazione storica e politica, mi sentii riattratto e
convertito ingenuamente e sinceramente alla monarchia, con sola la quale
credo ormai fermamente possa l'Italia mantenersi unita e forte. E il
_Corriere della Sera_ riproducendo questa lettera, dice che in essa il
Carducci afferma ora nettamente la evoluzione politica compiuta nel suo
pensiero.

Ma in verit io penso che queste parole, dette per incidenza, siano una
concessione alla opinione pubblica; null'altro. Evoluzione propria e
vera di lui non ne avvenne e senza che ci gli sia di merito, non ne
poteva avvenire. Fu piuttosto il tempo, furono le cose, come ho detto in
principio, che si svolsero in modo da determinare questa specie di
conversione che non sarebbe apparsa se i fatti e le idee avessero
seguito un altro corso.

Mi sembra dunque inutile l'insistere su di un'epoca determinata alla
quale non corrisponde un determinato e sostanziale mutamento.

Ma oggi che negli scritti di critica si costuma di raccogliere la
maggior quantit possibile di documenti e si vagliano e si discutono
consumando spesso gran parte del libro in un lavoro, per mo' di dire, di
retroscena o di appendice, molti forse diranno che io avrei dovuto fare
una raccolta ed un esame comparativo e cronologico di quegli scritti in
cui il pensiero politico del Carducci si viene a mano a mano
modificando, sino a che riesca naturale che Egli si affermi convertito
alla monarchia.

Concedo che un simile studio possa valere per dimostrare il progressivo
adattamento, ma non credo che convenga all'indole del libro ed al metodo
seguito; oltre a ci mi sono trattenuto per timore che insistendo troppo
su di una questione pi che altro di apparenza e di forma, questa
venisse confusa con la questione sostanziale: giacch il concetto
informativo del presente lavoro fu, come gi dissi, di persuadere il
lettore benevolo che nelle opere maggiori di lui stanno tutti i germi e
le cause della sua evoluzione, e non  necessario ricorrere o a
sottigliezze o a documenti speciali: in altre parole che dato il genio e
l'indole dell'uomo, data la natura dei tempi, la sua fede monarchica
viene di conseguenza e non implica alcun nuovo convincimento.

Altri con pi giusta ragione, mi potrebbe domandare perch io non faccia
n meno cenno dell'_Eterno femminino regale_, e delle sue varie
manifestazioni.

Certo  un'ommissione grave, ma pi in apparenza che nel fatto. Questo
nuovo sentimento che si inizia con l'ode _Alla Regina_[24] forse ha
avuto un certo influsso nell'affrettare la conversione; ma non tanto a
motivo di questo sentimento in s, spiegabile per l'indole sua punto
partigiana e cavallerescamente gentile nella apparente rudezza[25],
quanto per l'acerba critica che gli fu mossa; la quale, per avventura,
fece s che uomini prima con lui concordi ed acclamanti, al solo primo
urto gli si svelassero nel loro vero essere.

  [24] 20 Novembre 1878.

  [25] Credo opportuno richiamare alla memoria il modo come si
       origin l'ode _Alla Regina_, lasciando ogni giudizio
       all'accortezza del lettore, tanto pi che in qualche punto mi
       sembra di avergliene fornite le indicazioni. Scrive il
       Carducci nell'_Eterno femminino regale_: di tutto ci che di
       me pu parere, mi addolora solo e anzi tutto l'apparire
       ingrato e disobbligante a chi mi abbia fatto segno di
       benevolenza e di attenzione. E veda, dicevo a Luigi Lodi, se
       io non fossi io, cio il poeta (come mi chiamano) della
       democrazia, poco mi ci vorrebbe per mostrare a questi
       monarchici borghesi come uno pu esser cavaliere senza
       aver mai a' suoi giorni portato una croce.

       Faccia un'ode alla Regina--dice Luigi Lodi.

       Chi sa?--rispondo io.

       La mattina dopo gittai gi le prime strofe dell'_Ode alla
       Regina d'Italia_.

Credo anche che lo sviluppo dell'_Eterno femminino regale_ abbia
contribuito a rendere troppo acute, stridenti, eccessive alcune
affermazioni in proposito, le quali offesero non solo gli avversari, ma
anche a molti che del Poeta erano e sono ammiratori e benevoli, non
piacquero.

Ma dopo aver fatto questa concessione, non mi sembra il caso di
insistere pi oltre su di un fatto che ha un valore molto trascurabile
rispetto alla principale questione.

                                  *
                                 * *

Se nei capitoli precedenti io sono riuscito a rendere intelligibilmente
il mio pensiero, pu oramai chi legge intendere di per s quale valore e
significato abbia questa conversione monarchica e come di necessit
siasi originata. Tuttavia mi piace insistere in modo pi particolare e
dedurre quelle conclusioni e quei giudizi che vengono fuori da questo
contrasto fra l'illustre uomo e l'ora presente.

                                  *
                                 * *

Il lettore probabilmente ricorda la chiusa dell'ode il _Piemonte_[26].
In essa, con una di quelle visioni che da noi modernissimi non possono
essere del tutto intese e gustate perch dell'epico e del veramente
fantastico, quale  in quella chiusa, abbiamo perduto o almeno di molto
attutito il senso; in essa, dico, il Poeta imagina che lo spirito di
Carlo Alberto, il re per tant'anni bestemmiato e pianto, salga a Dio
scortato da un volo d'ombre eroiche; e dicono:

    Anch'egli  morto come noi morimmo,
    Dio, per l'Italia. Rendine la patria.
    A i morti, a i vivi, pe'l fumante sangue
                              Da tutti i campi,
    Per il dolore che le regge agguaglia
    A le capanne, per la gloria, Dio,
    Che fu ne gli anni, pe'l martirio, Dio,
                              Che  ne l'ora,

    A quella polve eroica fremente,
    A questa luce angelica esultante,
    Rendi la patria, Dio; rendi l'Italia
                              A gli italiani.

  [26] Bologna, Zanichelli, 1890.

Ma nel coro degli spiriti non sono solamente quelli che nella fede del
re combatterono, ma anche quelli cui in vita il re disperse e percosse,
cui in morte l'amore per la patria ed il dolore congiunsero.

Ora questa visione mi sembra che risponda, sotto un certo aspetto, ad un
senso politico del Carducci, rinnovato in quest'ultimo tempo. Ecco: Egli
visse in mezzo agli eroi della patria e fu allevato nella loro fede. Non
congiur n combatt le battaglie cruente, ma combatt quella battaglia
a cui lo portava il suo genio, cio, come pi volte dissi, per la
rigenerazione del pensiero e della coltura nazionale.

Ma l'uno dopo l'altro i titani, i profeti, i buoni, i martiri la Morte
ravvolse della sua ombra.

In un breve scritto che suona come ultimo vale ad Alberto Mario,
ricordando come questi, oramai vicino a morte, gli rinnovasse la memoria
di scrivere la storia del Quattrocento, prorompe: Oh, se io fossi
Erodoto e potessi leggere a un uditorio di Greci, io vorrei scrivere ben
altra storia; la vostra storia, o padri e fratelli eroici. Voi sparite
un dopo l'altro dallo spettacolo della vita: la nuova gente agita
bandiere e sparge fiori su le vostre bare e le tombe, e vi piange, e vi
acclama, e vi predica e poi vi dimentica. E per la morte di Garibaldi,
nel famoso discorso, dice: La miglior parte del vivere nostro 
finita. Certo ritornano alla mente quei versi nell'epodo in morte di
Giovanni Cairoli, che dicono:

          Oh come sola  ora
    La casa degli eroi!

Ma non alla dimora di Groppello, s bene pi largamente sembrano
significare. Caddero, e con essi cadde e tramont l'idea di un'Italia
repubblicana: repubblicana, intendo, non nel solo senso politico che
anzi perdura pi che mai, ma nel senso storico e classico, idealmente
rinnovato secondo i bisogni della vita presente; per cui il Carducci
chiam s stesso _per educazione e costumi repubblicano all'antica_.

Questi costruttori di una patria perfetta e bellissima non sono pi: ma
pare che dal loro scomparire dalla scena della vita, quasi non pi da
essi trattenuto, si sia rapidamente accelerato e diffuso quel movimento
sociale, di cui ora voglio indicare un solo aspetto, cio come le genti
italiche o dimentiche o non pi curanti dei distintivi storici di
nazione, tendano a confondersi nella fiumana di una umanit rinnovata.

                                  *
                                 * *

Ho detto dimentiche e non curanti; ma non  tutto il mio pensiero: io
penso che la nostra rivoluzione politica abbia avuto anche per effetto
di portare in su, alla direzione degli organismi pi delicati e vitali
della nazione, una certa classe sociale mezzo borghese e mezzo plebea,
che non  da confondersi n con la buona aristocrazia dei natali e
dell'ingegno, n con quella borghesia che il Carducci cos bene chiama
cittadinanza e nemmeno con le forti e serene classi lavoratrici delle
officine e dei campi; ma qualcosa di mezz'e mezzo che non aveva n
tradizioni, n energie, n affetti superiori; che prima non era nulla,
che oggi non  n credente n atea, ma egoista per istinto, cosmopolita
per insensibilit; cui la libert politica forn i mezzi di
rimpannucciarsi, di infarinarsi di coltura, di venire a galla, di farsi
valere; che segue la corrente sempre dal lato ove  pi forte,
intendendo benissimo che comunque vadano le cose essa avr sempre da
guadagnare, nulla da perdere.

Questa classe indefinita e indefinibile si  propagata, sparsa,
sovrapposta, un po' da per tutto: nelle assemblee legislative, nelle
amministrazioni, nel giornalismo, negli impieghi, nelle scuole; si
attacca dovunque, porta dovunque la sua bava che fa smarrire i colori e
le fisonomie alle persone e alle cose, la sua distruzione anche quando
in politica si atteggi a conservatrice.

Ora pare monarchica ed agisce come forza in sostegno di questa
istituzione; ma basta il menomo contraccolpo perch questa massa si
sposti e diventi repubblicana, socialista, magari anarchica senza sapere
neppur essa perch; certo per forza di vilt:  una specie di grande
_claque_ sociale, che si recluta da per tutto, che non ha nessun
convincimento, ma che in un momento grave decider della vittoria.

                                  *
                                 * *

Dinanzi a questo disgregarsi e disperdersi delle forze morali della
nazione, io non posso a meno in fantasia dall'imaginare questi veri
padri della patria raccogliersi e proteggere non la loro repubblica, ma
l'idea informativa della santa repubblica, cio la virt e la bont
degli animi, la gentilezza, la coscienza del concetto della patria.

E nella divina tranquillit della morte, nell'allontanarsi del tempo,
dinanzi al supremo pericolo, non solo scompaiono gli antichi loro
dissensi, ma con loro si accompagnano altri (e quelli ben volontieri li
accolgono) che, monarchici di fede e loro nemici qui in vita,
consacrarono pure l'ingegno e le forze per la patria.

A questa schiera di grandi spiriti, con una communione di anime, vivo,
fuori da ogni preoccupazione di parte, si ricongiunge il Carducci.

Nelle sue ultime odi, _Piemonte_, _Cadore_, _La bicocca di San Giacomo_,
prende argomento da fatti e da personaggi eroici per rievocare (forse
Egli  l'ultimo) la santa, la meravigliosa nostra patria, le memorie
infiammate di gloria, le speranze per cui invano i profeti segnarono i
giorni numerati al loro avverarsi.

La verit vera  che il Carducci in questo sentimento  meno inteso che
mai.

Riporto ancora le parole del signor Buti[27] perch hanno il merito di
riferire con scettica nitidezza il giudizio di moltissimi, volevo dire
comune:

Tale  l'ultima messe lirica di Giosu Carducci (_Piemonte_, _Cadore,_
ecc.): un anacronismo, un deplorevole anacronismo, che avrebbe potuto
essere della poesia civile cinquant'anni fa, ma che oggid riducesi a un
mero sfogo solitario e retrogrado senza eco e senza consentimento del
pubblico. Il Carducci, in questi saggi di pretesa lirica civile, s'
dimostrato impotente non che a precorrere, anzi a seguire la rapida
corsa verso l'avvenire del pensiero contemporaneo. E finisce: Egli si
 lasciato illudere dalla sua fama.  creduto di parlare altamente e
degnamente alla generazione presente. In vece la sua voce fu cos bassa
e cos cavernosa, che parve ai giovani uscisse da un sepolcro!...

  [27] Op. cit.

Che cosa posso io rispondere? Nulla, e proprio lo dico senza ironia. La
risposta sta in tutto questo scritto, se pure nelle parole  rimasta
qualche cosa del mio pensiero.

                                  *
                                 * *

Ma oggi mai molte sono le voci dei morti secondo il giudizio di quelli
che si vantano vivi.

Ne ricorder un'altra; quella di Felice Cavallotti, e prego chi legge a
non mi volere frantendere. Certo io posso sembrare, e sono in fatto, pi
congiunto all'antico che al nuovo; ma il pensiero, appunto perch non
lieto ed intento ad una spassionata ricerca della verit, non trova
forza n modo di essere satirico o di trafiggere alcuno con le abusate
arti dello scrivere.

Il Cavallotti, il quale  certo una delle poche figure del partito
repubblicano storico che sia giunta sino ad oggi integra e combattente,
dopo i noti scandali bancari band, a nome suo e de' suoi, un manifesto
(3 dicembre '93) ove richiama i cittadini e gli uomini politici al
sentimento della morale, del dovere e dell'idealit della patria; ed
accenna ad un ordine di riforme tributarie ed amministrative tale che
valgano a dare alla patria stabilit politica e benessere di vita
sociale. Bisogna per aggiungere che queste proposte e queste riforme
per quanto coraggiose ed organiche non escono dall'ambito della legalit
e sono tali che un conservatore liberale e libero da preconcetti e da
odi, pu sottoscrivere; in altre parole stanno entro i limiti di un equo
ed ideale ordinamento della societ borghese quale oggi  o sembra
essere esteriormente.

Ora il signor avv. Filippo Turati, uno dei pi autorevoli e nitidi
espositori italiani delle dottrine socialiste, nella _Critica Sociale_
del 16 dicembre, a proposito di questo manifesto e del Cavallotti scrive
fra le altre cose le seguenti: Questa leggendaria logorea di morale,
bandiera, sociali giustizie, popolo, che non tocca una sola delle cause
dei mali presenti,  ben la fioca voce di un _revenant_ del 48, voce che
non ha in nulla l'accento, la vibrazione dei tempi, delle cose, dei
bisogni dell'oggi.

 questa un'affermazione assai grave e che dimostra il tormento dell'ora
presente e la tensione a cui  giunto il dissidio; tuttavia bisogna
saperne grado all'autore per avere messo le cose al loro posto.

Si richiedono per alcuni commenti.

Anzi tutto conviene constatare un fatto. L'attuazione di questo e di
simiglianti programmi sovente banditi dai pi autorevoli e degni
superstiti del partito repubblicano storico, richiede ed implica
necessariamente nella odierna societ un complesso di energie, di
convincimenti e di virt che sembra che pi non esistano. Il persistere
stesso del male dimostra che vi  una vera incompatibilit fra il
rimedio e lo stato patologico dell'organismo sociale quale  oggi.

Sotto questo punto di vista il signor avv. Turati constatando la
inefficacia del detto rimedio,  strettamente logico, e secondo i suoi
intendimenti, ha anche ragione di rallegrarsene.

Ma questa non  che una parte di ci che a me sembra essere la verit.
L'altra parte della verit  che il partito repubblicano classico o
storico non si pu accostare al socialismo scientifico perch questo
implica in s la ruina di qualche cosa di storicamente superiore ed
intellettualmente aristocratico, in cui sta la ragione di essere del
detto partito repubblicano.

Questo qualche cosa di superiore dovrebbe anche essere anima e nervi
della borghesia; ma invece di essere tale decade molto rapidamente, e
decadendo a mano a mano segna come indice il formarsi ed espandersi del
partito nuovo: e decadendo lascia un terribile vuoto morale nella
societ borghese, dal quale vuoto proviene il fatto che la difesa che la
detta societ fa di s, diventa sempre pi materiale ed a conservazione
di beni materiali: lieve riparo o scorza contro cui i socialisti urtando
fanno sentire con allegro sprezzo come risuoni a vuoto, e dicono che non
fa nemmeno bisogno di abbatterlo; cadr di per s.

Da questa dolorosa contraddizione che nol consente, anche proviene che
gli ultimi superstiti di quel partito repubblicano storico, che non pot
fiorire e per il suo elevato concetto e per mancanza di forze etniche, o
si addossino al presente ordine sociale costituito nella speranza di
infondervi nuova anima, nuovo sangue, idealit, senso della propria
conservazione, come il Carducci; o rimangano sospesi come il Cavallotti;
o si ravvolgano nella propria saggezza come il Bovio, o si agitino
tremendamente, perch sentono che il terreno  da per tutto minato, come
l'Imbriani.

                                  *
                                 * *

Che cosa si intenda per questo non so che di superiore fu gi detto
innanzi con speciale riguardo all'arte; ora mi giover delle parole del
Carducci stesso per meglio determinarlo nel senso politico.

Ecco: Nessuno  pi del Carducci democratico nel senso umano della
parola; ogni pregiudizio, ogni convenzionalismo dilegua dinanzi alla
luce del suo giudizio; pochi come lui grandi, seppero vivere in tanta
modestia e dignit di vita privata come Egli visse e vive; se altri lo
uguaglia, certo nessuno lo supera nell'amore al benessere ed alla pace
per tutti gli uomini di buona volont, e sono convinto che in sostegno
di qualsiasi riforma economica informata di giustizia e tendente al vero
bene, Egli darebbe il suo voto.

Che cosa v' dunque di diverso dagli altri in quest'uomo, in questo
eroico combattente della libert, perch oggi debba essere giudicato
inadatto a conoscere la pienezza dei tempi?

Forse perch da ultimo si dichiar monarchico? Evvia, anche quando Egli
era repubblicano (a modo suo) e lo si applaudiva perch v'era il
tornaconto, si sapeva bene quale Egli era, cio come  oggi.

La vera cagione  che fra il Carducci e la gente nuova v' un abisso di
mezzo: allora si fingeva di non vedere, ma oggi invece che Egli stesso
bruscamente l'ha chiarito con la sua conversione, si coglie il pretesto
di questa conversione per proclamare la sua incapacit di assurgere alla
conoscenza dei bisogni e delle aspirazioni del momento che fugge.

Scriveva dunque nell'83, cio quando non avea ancor cessato di essere il
cantore di Satana e il poeta della democrazia:

L'idealit di una nazione, la religione cio della patria, ha per
fondamento, per focolare alimentatore una o pi realt, ci sono una
graduale trasformazione e ascensione delle classi inferiori verso il
meglio; un ordinato e sano svolgimento delle forze economiche nelle
classi mezzane; un'aristocrazia almeno del pensiero, della scienza,
dell'arte, in una coltura superiore di genio altamente nazionale, e
poco sopra definisce la idealit di un popolo cos: cio la religione
delle tradizioni patrie e la serena e non timida conscienza della
missione propria nella storia e nella civilt, religione e conscienza
che sole affidano un popolo d'avvenire[28]. E nella sua professione
politica agli elettori di Pisa (maggio 1886) scrive: Io voglio lo
svolgimento di tutte le riforme democratiche richieste dalle necessit
storiche dei tempi, ma con tutte le guarantigie dell'ordine politico e
sociale secondo la tradizione italiana.

  [28] _a ira._

Ora questa pugnace aristocrazia dell'ingegno in una coltura nazionale,
questa religione delle tradizioni patrie, questa coscienza della
missione di un popolo nella storia e nella civilt, sono sentimenti che
la societ che si va formando ritiene come un errore o, almeno, come un
ritardo: ed  cosa logica. Essa ha bisogno di livellare, di scancellare,
di rinnovare.

Ogni opera che tenda a conservare autorit di principii, tradizioni
storiche, etniche, artistiche per quanto vere, ottime, bellissime,
riesce a questa nuova gente di troppo insopportabile peso per il suo
viaggio.

In questo consiste la vera differenza fra il Carducci e la nuova gente;
differenza che esisteva anche prima; non nel vario significato fra i due
nomi di repubblicano e di monarchico che, nel Carducci, non hanno una
essenziale differenza di contenuto.

                                  *
                                 * *

Perch  un grave errore di miopia il credere, come fanno alcuni eterni
sentimentali, che questo fenomeno dissolvitore e innovatore che si
intende con la voce socialismo, sia una semplice malattia economica cui
si possa applicare qualunque panacea, anche il puro cristianesimo!

Certo non  facile segnare il confine del punto ove il fatto economico
cessa per diventare fatto morale, tanto pi che sovente le due cause
sono fra di loro congiunte ed intersecate; ma  per vero che la causa
morale vi entra per grandissima parte.

Speciali condizioni e trasformazioni delle industrie, delle ricchezze,
della propriet, del lavoro, costituiscono il turbamento economico,
quale con serena e fine diagnosi fu determinato dal Marx; e qui non
tanto sembra doversi incolpare una speciale iniquit degli uomini,
quanto la natura delle cose e del sistema capitalista a cui alcune
classi della borghesia furono a mano a mano condotte e che esse stesse
sembra non possano n migliorare n altrimenti modificare.

 per vero che questo disagio economico si  insensibilmente acuito a
cagione di non so quale pervertimento della nostra natura, per cui
avviene che tutti noi, dal pi al meno, abbiamo smarrito il senso della
vita fisiologica, semplice, vera, buona; ma consideriamo il superfluo,
l'innaturale, l'artificiale come precipua condizione di felicit.

Negare od eludere questo male puole essere facile, non cos il proporvi
un adeguato rimedio.

Ma ommetterebbe un grave coefficiente per giudicare in modo imparziale,
chi considerasse il socialismo come proprio di una speciale classe
sociale, cio di coloro che portano a dosso la livrea di servi del
capitale. Anche le altre classi vi concorrono, almeno negativamente,
cio distruggono in un senso mentre quelli distruggono dall'altro; e in
prima linea viene la stessa borghesia ricca, capitalista o industriale.
Essa, salvo sempre le eccezioni molte e degne, offre questa strana
contraddizione, che, mentre oppone una resistenza fierissima di
conservazione materiale, moralmente sembra penetrata da una volutt di
dissoluzione maggiore che non sia negli altri il desiderio del divenire.

Non ha idealit religiosa, perch, quando non  giudea, della vera fede
ha perduto quasi tutto fuorch le apparenze; non ha tradizioni eroiche e
gentilizie, perch  sorta da ieri da un'aristocrazia che avea finito il
suo tempo; non si pu dire che sia monarchica, perch con pari garanzie
accetterebbe anche la repubblica; idealit nazionale non sembra che ne
abbia molta, perch priva di profonda coltura; e se in alcuni casi ha
contribuito all'unit politica, non si pu dire che l'abbia fatto sempre
per nulla o, se cos fu, se ne venne poi dimenticando. Si vale per
della religione, della morale, della patria, dell'arte come strumenti di
difesa; ma senza volerlo o saperlo li scredita e li deforma. Essa ha un
carattere cosmopolita ed utilitario; ed uno che volesse fare ricerca di
frasi, potrebbe anche chiamare questa borghesia come la matrice storica
del socialismo. Essa di fatto  portata dalla sua stessa natura ad
accentrare e ad accumulare sempre: ma  giunta al punto che le forze per
contenere e conservare ci che chiama sua legittima propriet le
oscillano e accennano a scomporsi con suo gravissimo pericolo.

Di contro a questa smisurata e innaturale forma di propriet, di
ricchezze e di sfruttamento, il socialismo si accampa con la opposta
reazione della comunit o socializzazione dei beni e dei capitali; la
quale nuova dottrina economica sembra suggerita dallo stesso
accentramento capitalista.

Intanto nell'oscillare fra questi due opposti eccessi il senso della
propriet vera, legittima, come quella che  prodotto esiguo, ma santo,
ma caro dell'onesta attivit dell'individuo, si perde; e fatalmente si
dovr perdere quella poca ma vera felicit che consiste nell'affetto e
nell'uso delle cose proprie. La quale non  soltanto felicit
individuale, ma  fonte di saggezza, di pace, di parsimonia e di bont
nel senso della conservazione della famiglia.

La guerra alla propriet falsa e soverchia trasse seco anche la guerra
alla propriet vera e buona; e supposto che questo nuovo ordinamento
economico si avveri nel modo e nel grado che si dice e si vuole, dovr
produrre anche un rinnovato ordinamento morale, in cui molte cose buone
e care andranno sventuratamente disperse.

Anche il ceto della borghesia media o cittadina che pu sembrare la
classe pi sana e pi resistente, ha perduto moltissimo della sua forza
conservatrice.

Anzi tutto essa pure si venne spostando e disorganando economicamente
per forza del movimento accentratore del capitale; cos che da
proprietaria di modeste e care fortune che essa era, si trov, per
citare il caso pi blando, a poco a poco alla merc degli impieghi, dei
commerci e della conseguente vita randagia; poi anche quella parte che
si  potuta conservare integra e fedele agli usi, alla morale, agli
studi, agli affetti, risente l'influsso di questa dissoluzione che non
si sa dove sia propriamente, ma  diffusa dovunque come l'aria che si
respira. Inoltre battuta in breccia senza tregua dalla gente nuova la
quale fa balenare bandiere di ogni pi ardita rivendicazione e
innovazione; priva dell'appoggio e dell'esempio delle classi cos dette
dirigenti; avvilita da una certa fatalit che  nelle cose, sente sin da
ora che sotto i suoi cardini di resistenza il terreno le cede; e
insensibilmente si sposter sempre pi verso il nuovo quasi senza
avvedersene se non quando il passaggio sar avvenuto anche nella sua
parte esteriore.

Concludendo su questo proposito, si pu dire che mentre le classi
dirigenti ed organiche della borghesia alta e media vanno perdendo il
senso morale della propria conservazione, la misura e il modo della
difesa e partecipano esse medesime di non so quale dissolvimento,
dall'altro lato l'infinito numero dei lavoratori, dei diseredati, dei
malcontenti che il capitale accentrandosi esprime e produce, con un
mirabile accordo oltre ogni confine di nazioni, muove serrato alla
conquista di ci che  o si presenta sotto l'aspetto della giustizia,
del diritto, del benessere.

Rimarr il banchetto umano lauto per tutti, ovvero, ridotte le porzioni,
si accorgeranno i nuovi venuti, essi per i primi, che ben di poco si
avvantaggiarono? Cio non avverr forse che questo pi raffinato senso
che  universale, questo pi intenso bisogno di partecipare ai godimenti
della vita (oltre i giusti limiti della vita fisiologica) non trovino la
possibilit di equilibrarsi con la maggior dose di benessere economico
che sar concedibile, e perci, rimanendo lo squilibrio, rimangano le
cause del male e del malcontento? Ma in verit ogni prognostico di ci
che sar la societ dell'avvenire col fondersi di questi vari elementi 
assolutamente prematuro e fallace.

V' per un fatto che mi pare indubitabile e di cui oggi stesso si
vedono segni manifesti, cio che un equilibrio ed un assetto stabile in
questo futuro allargamento e partecipazione dei benefici sociali a tutti
gli uomini, non sembra possibile senza ammettere un tipo medio umano
entro cui di buona o di mala voglia bisogner costringersi; e forse in
questo adattamento al nuovo ambiente, in questo rimpicciolirsi del tipo
umano chi sa che non si trovi il modo di essiccare le sorgenti di quel
genere di dolore che proviene dalla meditazione, dall'ingegno e dalla
filosofia.

In questo che io dico vi sar alcuna parte di eccessivo, ma  certo che
se all'organismo sociale in formazione sono di impedimento gli individui
accentratori di moltissima ricchezza e di molte energie umane al proprio
servizio, non  meno vero che, sotto un altro aspetto, anche le vere
individualit dell'ingegno, essenzialmente indipendenti, preponderanti,
bisognose di foggiare il mezzo che le circonda della propria impronta,
devono riuscire pericolose od inutili; come deve anche riuscire inutile
ogni studio, ogni arte, ogni meditazione che contenga un eccelso
godimento o perfezionamento non partecipabile all'universale.

Cos ad esempio supponiamo che ai giorni nostri comparisse un uomo il
quale avesse tutto lo spirito apostolico, tutte le meravigliose energie
psichiche di Ges Cristo, e che quest'uomo senza alcun misticismo ultra
terreno, ma su le basi di un'idealit umana altissima trovasse modo di
stabilire in terra il regno della possibile felicit per tutti e di
eliminare le cause di ogni ingiustizia e di ogni patimento per tutti.
Ebbene quest'uomo, nella migliore delle ipotesi, troverebbe scarsissimi
apostoli e seguaci: giacch supponendo anche che la sua dottrina fosse
cos perfetta che l'arma della critica non la potesse nemmeno intaccare,
per ci solo peccherebbe che la maggioranza degli uomini non potrebbe
assolutamente intenderla ed applicarla.

Che se i fondatori di religioni poterono stabilire e fare accettare
dalle moltitudini come pietre angolari del loro edificio alcune massime
di una morale superiore o extra umana, vi riuscirono solo perch si
valsero del terrore d'oltretomba e della volont divina per loro mezzo
rivelata. Ora questi mezzi mistici non commuoverebbero che pochissima
gente; ed  per questa causa pi che logico, non certo consolante, che
l'umanit, ammaestrata e fatta scettica da secolare esperienza e da
maggiore conoscenza scientifica, rigetti, scarti senz'altro ogni
dottrina, ogni morale, ogni felicit che sia superiore alla capacit ed
alla attuabilit delle sue forze medie e che per questa sola ragione le
trovi erronee.

Invece  conseguente che con tutte le sue forze aspiri a quel benessere
che  compatibile con le sue energie e con le sue facolt, ancora che
esso non sia n il vero n l'ottimo.

Per ottenere questo, due mezzi, oltre agli altri, si impongono come
logicamente necessari alla civilt in formazione, cio, ripeto,
livellare e scancellare.

Ed applicando questo criterio all'ora presente ed alla nostra patria, si
pu dire che l'Italia, la meno giovane fra le nazioni civili, la pi
provata dalla esperienza, la pi ricca di memorie, di tradizioni, di
glorie, sente prima e pi che ogni altro popolo il bisogno di buttare a
mare tutti questi inestimabili tesori che non essendo per cos dire
assimilabili ed utilizzabili dalla maggioranza sovrana, le diventano per
ci di peso e di impedimento.

Dinanzi a questa risorta forma di giacobinismo il Carducci mi rende
sembianze di girondino nuovissimo e mirabile; e ne ha tutte le tristezze
e le audacie, come nel sonetto _Dietro un ritratto_, ove chiude:

    Oh fantasie di gloria a terra sparte!
    E tu Italia vincente, e tu rubesta
    Libert coronata alto da l'arte!

    Sopra il fango che sale or non mi resta
    Che gittare il mio sdegno in vane carte
    E dal palco fatale un d la testa.

e pi fortemente nello scritto su Alberto Mario, stampato primamente nel
_Don Chisciotte_ di Bologna, li 2 dicembre dell'81, ove dice: Odi,
Alberto Mario. Io ho ancora un ideale. Ed  quello di morire su la
ghigliottina, condannato dal popolo vincitore.

Il popolo, corrotto e accannato dai governi, pasciuto di frasi e
aizzato al vento dai democratici, quando romper la sbarra, ci scanner,
cio, ci giudicher.

Ci giudicher, perch noi vorremo ancora la libert e la giustizia: due
parole che son per divenire di cattiva fama: l'una sbattacchiata in
faccia alla gente che non pu usarne, perch ha fame e miseria e
ignoranza: l'altra mascherante le mutazioni degli interessi nelle classi
dirigenti.

Noi veramente non pensavamo cos. Ma... ma allora sar quello che sar.

Alberto Mario, ti do il ritrovo alla ghigliottina.

Ma vedi, n meno ci ghigliottineranno. C'impiccheranno come servi
feudali; ci lapideranno come ebrei.

La Gironda  per sempre finita.

                                  *
                                 * *

Ma ammainiamo le vele che, per avventura, troppo indugiammo e v'
rischio che il lettore anche benevolo ci muova rimprovero di avere
abusato della sua pazienza, insistendo sempre su di uno stesso argomento
per quanto questo sia vitale e presente.

                                  *
                                 * *

Forse un errore pu essere imputato al Carducci, cio che la compagnia
spirituale o di persona di quei cittadini eroici che furono padri della
patria, lo studio dell'arte, l'impeto della fede ardente che rimovea da
s le correnti delle idee contrarie, siano stati cagione che fosse
alquanto ritardata in lui la conoscenza esatta della natura delle nuove
idee.

Si aggiunga l'effetto dell'applauso che non permise, forse, di separare
quanta parte era rivolta all'alto concetto umano, storico,
artisticamente sereno, contenuto in quella sua continua ribellione, e
quanta maggior parte di esso applauso traeva origine solo
dall'espressione rivoluzionaria, dalla frase tagliente ed audace.

Venne infine il giorno che questo movimento di idee e di gente nuova
prese tanta estensione ed espressione che il suo carattere non pot pi
essere dissimulato.

La giovent che gli passava da presso di anno in anno, ancora serbava il
vecchio nome di repubblicana, e certo in buona fede; ma in sostanza era
penetrata da queste idee e speranze nuove, le quali nulla contengono di
quell'eccelsa idealit patria ed umana, di quel senso dell'individuo
eroico, di quella religione delle memorie, di quell'aristocratico
sentimento dell'arte che sono cosa propria del Carducci: anzi si pu
dire che l'attuazione di quelle idee non  possibile senza la
distruzione di queste.

Io non so se alcuno molto poco intendendo dell'arte e del genio del
Carducci si fosse da lui, come poeta, aspettato qualcosa di simile
all'_Inno dei lavoratori_; questo so certo che non pochi dissero che il
Carducci come intese questo crescente dissidio, avrebbe dovuto uscire
dall'arena della vita attiva e combattuta, ravvolgersi ne' suoi
convincimenti, nella sua antica fede repubblicana come Trasea Peto si
ravvolse nel suo manto ed usc dal Senato.

Cos da quell'altitudine, sdegnoso ed immoto, avrebbe dovuto con
filosofica serenit assistere allo svolgersi di questi nuovi fenomeni
della vita sociale.

Tutto ci avrebbe potuto piacere alla sentimentalit di qualcuno ed
avrebbe prodotto un discreto effetto artistico. Ma via! supporre questo
esiglio e questa morte volontaria quando _i nervi ancor son forti_, non
solo  un semplice assurdo, ma  un disconoscere l'indole e l'anima del
Carducci.

                                  *
                                 * *

Egli non esit un istante, il timore della calunnia, dell'insulto, di
ogni sorta di denigrazioni non lo rattenne, ma si accost decisamente
alla monarchia.

Ma che disertare?--esclama--Si diserta per vigliaccheria o per
guadagno. E questo non  il caso mio. Si pu disertare, e innanzi alla
legge morale non  pi diserzione, quando l'uomo si trovi per forza o
per mala elezione arrolato sotto la bandiera dei nemici in guerra con la
patria. Sarebbe questo il caso? No'l voglio credere[29].

  [29] Lettera al direttore della _Gazzetta dell'Emilia_,
       18 marzo '91.

Ma nell'accostarsi a questa forma politica conservatrice Egli non cerca
difesa o rifugio, ma il modo di meglio combattere ancora, sempre, finch
duri la vita. Per tal modo a questo principio monarchico Egli d
un'attitudine schietta, cittadina, nazionale, ideale come ove dice nel
discorso agli elettori del collegio di Pisa (maggio '86):

Io credo di rendere al re d'Italia il massimo onore quando io lo veggo
in fantasia su l'Alpi Giulie a cavallo, capo del suo popolo, segnare con
la spada i naturali confini della pi grande nazione latina.

                                  *
                                 * *

In questa nuova sembianza pi grande Egli si erge e pi manifesta ci
appare la sua vera natura.

Perch Egli, in questo lento dissolversi e disperdersi degli antichi
distintivi del genio italico, sente che in s ne  assimilata grande
parte; e perci la personalit del suo genio sotto un certo aspetto
diventa personalit di razza: la necessit della propria conservazione
individuale si impone come necessit biologica e storica.

Tutto ci che in lui vi pu essere di poco armonico, di eccessivo, di
mutevole e, sia pure, di apparentemente illogico si deve ricercare in
questa necessit di difendersi e di difendere.

                                  *
                                 * *

Se poi alcuno domandasse: la monarchia a cui il Carducci si accost,
contiene essa questa virt conservatrice della religione e delle
tradizioni patrie? puole essere instauratrice di giustizia economica e
morale, cos da porre freno o almeno dirigere le esorbitanti forze dei
nuovi partiti sociali? raccoglie e rappresenta essa le energie della
parte pi savia e pi sana della nazione? insomma quanta parte di vero,
quanta invece di soggettivo vi  in questa idealit di cui il Carducci
la recinge?

Risponderei che questo non entra nel tema del mio scritto e che ognuno
vi pu dare quella risposta che crede migliore.




  LIBRERIA EDITRICE GALLI di C. CHIESA & F. GUINDANI

  ESTRATTO DI CATALOGO


  =Arte e Critica:=

  =Friedmann S.=--Il Dramma tedesco sul nostro
  secolo.

    I. Enrico di Kleist.--Un volume in-16               L.  1 50

   II. I Psicologi (Federico Hebbel).--Un volume
  in-16                                                    2 50

  III. Francesco Grillparzer.--Un volume in-16             3 --

      ... La critica del Friedmann  chiara, sensata, geniale,
      lontana cos dalle pedanterie come dalle astruserie....

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      interesse quasi al pari d'un romanzo.

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      ... Tutto il libro  condotto con chiarezza, con metodo
      critico sicuro e giusto....

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      ... Wir haben es mit einer tchtigen, erfreulichen
      Leistung zu thun.

        _Literarisches Centralblatt fr Deutschland_ (12 agosto).

      Lodatissimo da quasi tutte le riviste italiane e tedesche.

  =Petrocchi P.=--Dell'opere di Alessandro Manzoni,
  letterato e patriota.--Un volume in-8                  L. 3 --

  =Rovani G.=--La mente di Alessandro Manzoni.--Un
  volume in-8                                              1 --

  =Fontana Ferdinando.=--Pennelli e Scalpelli;
  note artistiche.--Un volume in-16                        2 --

  =Barattoni e Benapiani.=--Ars; appunti
  critici.--Splendido volume illustrato dai migliori
  artisti moderni                                          3 --

  =Buccellati A.=--Manzoni, ossia il progresso
  morale, civile e letterario.--Due volumi
  in-8                                                     9 --

  =Tanganelli e Luraghi.=--Bois; appunti d'arte
  e di critica moderna.--Elegante vol. in-16               3 --

  =Mazzoleni A.=--Settembrini e i manzoniani;
  note critiche.--Un volume in-8                           1 --

  =Sogliani Ugo.=--Tre precursori (Francesco Dall'Ongaro,
  Antonio Gazzoletti e Antonio Somma).--Un
  volume in-16                                             1 50

  =Robiati G.=--Gerolamo Rovetta; studio critico.--Un
  volume in-16                                             1 --

  =Aloysius F.=--Grinze nel Cuore di Edmondo
  De-Amicis.--Un volume in-16                              1 50

  =Quadrio E.=--Il realismo in letteratura, replica
  a Ferdinando Martini.--Volumetto elzeviriano
                                                          -- 75

  =Fontana F.=--Cesare Tronconi e la Passione
  maledetta; lettera a Leone Fortis. Un volumetto        -- 50

  =Righetti C.=--Facciamo un Teatro Nazionale             -- 50

  =Majocchi D.=--Carlo Troya; studio storico critico.--Un
  volume in-16                                            -- 75

  =Pellegrini A.=--Angelo Mai e le sue principali
  scoperte letterarie.--Un volume in-16                   -- 50

  =Mazzoleni A.= Giuseppe Ferrari, i suoi tempi
  e le sue opere.--Un volume in-16                         2 50

  =De Luca P.=--Ars.--Un volume in-32                      1 50

  =Brambilla G.=--Studi letterari sugli _eroici furori_
  di Giordano Bruno.--Sulla versificazione
  italiana.--Le poesie di Niccol Tommaseo.--Un
  volume in-16                                             2 --

  =Fiorentino Francesco.=--Scritti vari di letteratura,
  filosofia e critica.--Un volume in-16                    4 --

  =Gelmetti prof. Luigi.=--La dottrina manzoniana
  sull'unit della lingua nei suoi difensori:
  prof. Luigi Morandi e prof. Francesco D'Ovidio;
  unici studi critici sullo stato definitivo della
  questione.--Un volume in-16                              5 --

  =Zendrini Bernardino.=--Opere complete. Volumi
  I e II: prose. Volume III: poesie.--Tre
  volumi in-16                                            11 --

  =Farrar F.=--Lingua e lingue, ossia capitoli intorno
  alla lingua. Opera tradotta dall'inglese a
  cura di C. Novelli.--Un volume in-8                      2 50

  =Morello V.=--Leggendo; appunti di critica e
  d'Arte.--Elegante volume in-8                            2 --

  =De Nino A.=--Briciole letterarie.--Due volumi
  in-16                                                    7 --

  =Grubicy De Drogon= (Vittore).--L'Arte e lo
  Stato in Italia.--Un volume in-8 massimo                 5 --

  =Robiati Giuseppe.=--Il romanzo contemporaneo
  in Italia; saggi critici su Giovanni Verga,
  Gerolamo Rovetta, Antonio Fogazzaro, Ottone
  di Banzole, Ugo Valcarenghi.--Un vol. in-16              1 50

  =Dossi Carlo.=--I Mattoidi al primo concorso
  pel monumento in Roma a Vittorio Emanuele;
  note.--Un volume in-16                                   2 --

  =Fenaroli prof. Giuliano.=--Svaghi letterari.--Un
  volume in-8                                              2 20

  =Grita Salvatore.=--Polemiche artistiche.--Un
  volume in-16                                             2 --

  =Meloni Alfredo.=--Donatello (1386-1466).--Un
  volume in-16                                             1 --

  =Neri Achille.=--Aneddoti goldoniani.--Un volume
  in-16                                                    1 50

  =Umano.=--La Guerra di Giosu Carducci flagellata
  da Umano.--Un volume in-8                                1 --

  =Zanolini Antonio.=--Antonio Aldini ed i suoi
  tempi; narrazione storica con documenti inediti
  o poco noti.--Due volumi in-16                           8 --

  =Occioni Onorato.=--Cajo Silio Italico e il suo
  poema; studi.--Un volume in-16                           4 --

  =Guerzoni Giuseppe.=--Lettere ed armi. Scritti
  editi ed inediti. Volume primo: Discorsi e Conferenze.
  Volume II: Saggi storici.--In-16                         8 --

  =Lioy Paolo.=--Ciarle letterarie. Un vol. in-16         -- 50

  =Italo Robin.= (G. Benumo).--Antico e nuovo
  fatalismo nell'arte.--Un volume in-16                    1 50

  Dirigere commissioni ai signori _C. CHIESA & F. GUINDANI_,
  editori, Milano.



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