Project Gutenberg's Dal primo piano alla soffitta, by Enrico Castelnuovo

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Title: Dal primo piano alla soffitta

Author: Enrico Castelnuovo

Release Date: December 13, 2009 [EBook #30663]

Language: Italian

Character set encoding: ISO-8859-1

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DAL PRIMO PIANO ALLA SOFFITTA.


DEL MEDESIMO AUTORE:

  Alla finestra          L. 3 --

  Nella lotta              3 --

  La Contessina            3 --

  Sorrisi e lagrime        3 50




             DAL

  PRIMO PIANO ALLA SOFFITTA


           ROMANZO

             DI

     ENRICO CASTELNUOVO

   _Seconda Edizione._

           MILANO

   FRATELLI TREVES, EDITORI

            1883.


     PROPRIET LETTERARIA.

     Tip. Fratelli Treves.




DAL PRIMO PIANO ALLA SOFFITTA




I.


Qualunque spettacolo ci fosse sul Canal Grande, s'era sicuri di veder
folla in palazzo Bollati. Figuriamoci poi quanta gente s'aspettasse
quella domenica 7 ottobre 1838 in cui ci doveva essere la regata in
onore di S. M. Ferdinando I, venuto insieme con l'augusta consorte a
beatificare di sua presenza la fedele citt di Venezia.

Gi fin dalla mattina si vedeva una gran confusione, una
grand'affaccendarsi dei servi a lavare i pavimenti, a spolverare i
mobili, a fregar le maniglie degli usci, a mettere i damaschi fuori
delle finestre. Il contino Leonardo, ragazzo di circa quindici anni, era
gi alla _riva_ in mezzo ai tappezzieri che stavano compiendo l'addobbo
della _bissona_ l'_Uscocca_, allestita per cura e a spese della famiglia
Bollati, e nella quale egli stesso, il contino, sarebbe entrato pi
tardi. E alla riva c'era anche Tita, uno dei barcaiuoli di casa, col suo
gondolino, che doveva prender parte alla gara e che portava il numero 6.
Naturalmente, Tita aveva la testa piena del grande avvenimento e
discuteva col padroncino circa al merito dei varii competitori ch'erano
su per gi quelli dell'ultima regata. C'era per questa volta un giovine
muranese, un tal Nane Sandretti detto Bisatto, di cui nessuno aveva
sentito parlare fino a poche settimane addietro e del quale si
pronosticavano miracoli. Sar benissimo.... Forza ne aveva sicuramente,
ma la forza non basta. Tita voleva mostrarsi imparziale; nondimeno egli
doveva dire la sua opinione, ed era questa: che i Muranesi avessero a
stare a Murano e a farsi le loro regate per s. In quanto a lui, il
Bisatto non gli faceva paura e con l'aiuto della Madonna sperava di
guadagnarsi anche quest'anno la sua brava bandiera rossa. Non si lagnava
del compagno che gli avevano dato, uno fra i pochi _Castelani_ che
sapessero tenere il remo[1]. Tita aggiungeva poi alcune savie
considerazioni sul tempo che non era perfettamente sereno, ma che,
secondo lui, si sarebbe mantenuto abbastanza buono fino a notte, sul
riflusso che sarebbe cominciato fra le cinque e le cinque e mezzo, e su
altri argomenti di non minore importanza. Anche il conte Zaccaria, padre
di Leonardo, s'era alzato di buon mattino e girava su e gi per le
stanze in compagnia dell'agente generale, _sior_ Bortolo, descrivendogli
l'accoglienze ricevute il d prima da Sua Maest, la quale s'era
mostrata informatissima della grandezza dei Bollati e gli aveva detto
subito!--Ah, Bollati.... nome storico.... conosco.--E il conte Zaccaria
osservava che, quando si ha un nome storico, si ha l'obbligo di curarne
lo splendore senza badar troppo al dispendio, e che gi ci son certe
spese le quali possono considerarsi pi ch'altro una buona investita di
capitali, e ch'egli non era pentito sicuramente d'aver fatto ristaurare
il palazzo e addobbare l'_Uscocca_, perch'eran tutte cose le quali
tornavano a lustro della famiglia. Parole d'oro a cui _sior_ Bortolo,
uomo furbo e discreto, si guardava bene dal contraddire.

Se il conte Zaccaria era disposto quella mattina a veder tutto color
rosa, la nobildonna Chiaretta, sua illustre consorte, pessimista per
indole, s'era svegliata d'umor pi nero del consueto. Essa diceva chiaro
alla cameriera che non vedeva l'ora che questa baldoria finisse, e
ch'era una vita da cani, e che, se durava ancora un mese cos, ci
avrebbe rimesso la pelle. Meno male se l'amor proprio fosse stato
soddisfatto. Ma ci voleva quel grullo di suo marito per contentarsene.
Ormai tutti potevano avvicinare i Sovrani, tutti potevano andare a
Corte, ed ella aveva avuto l'umiliazione di trovarvi certe donnette che
non avrebbe ricevuto in casa sua, certe contesse di princisbecco che non
si sapeva di dove venissero. Al gran ballo poi sarebbe stato uno
scandalo addirittura. Eran stati messi in giro duemila inviti e s'era
dovuto discendere fino ai nobili dell'Ordine dei _segretarii_, fino ai
cavalieri della Corona di ferro di terza classe, fino ai mercanti
arricchiti e alle loro femmine. Che pi? Si diceva, ma questo la
contessa Chiaretta non voleva crederlo, che ci sarebbe stata anche la
moglie d'un banchiere ebreo. In verit, eran cose che a pensarci
facevano salire i rossori al viso, e quando Sua Eccellenza Chiaretta ci
pensava, le veniva quasi quasi la voglia di affigliarsi alla setta della
_Giovine Italia_. Intanto oggi c'era la seccatura di vedersi il palazzo
pieno di gente, forestieri in gran parte, per merito soprattutto del suo
signor genero e della sua signora figliuola, che quand'erano a Venezia
le _intedescavano_ la casa.

La contessina Maddalena Bollati, figlia primogenita delle loro
Eccellenze Zaccaria e Chiaretta, s'era sposata due anni addietro, uscita
appena dalle Salesiane, col signor marchese Ernesto Geisenburg-Rudingen
von Rudingen ufficiale degli ussari, possessore di molte terre e
castella in Moravia. Matrimonio levato a cielo dagli uni, aspramente
censurato dagli altri, tanta  la variet degli umani giudizii. Per noi
due cose sole son certe: _primo_, che il nome del marchese Ernesto
Geisenburg-Rudingen von Rudingen figurava nell'almanacco di Gotha, e,
via, ci pare che bisogni discorrer con qualche riguardo d'una persona
ch' registrata nell'almanacco di Gotha; _secondo_, che il detto signor
marchese possedeva quella prosopopea che si conviene ai grandi
personaggi. La boria dei Bollati non era nemmeno paragonabile a quella
del loro signor genero. L'aristocrazia veneziana si sa, visse sempre in
dimestichezza col popolo e il suo orgoglio di casta prese tutt'al pi la
forma d'una famigliarit impertinente. Ma l'aristocrazia tedesca non
ammette scherzi e vuol far capire ai semplici mortali ch' gi una sua
gran degnazione s'ella permette agli altri di tirare il fiato alla sua
presenza. Siccome poi il marchese Ernesto aveva appiccicato le sue belle
qualit alla consorte, cos la vicinanza della nobilissima coppia faceva
l'effetto d'una pietra da mulino sullo stomaco.

I coniugi Geisenburg-Rudingen von Rudingen, venuti a Venezia apposta per
ossequiare le LL. MM, erano ospiti in casa Bollati da due settimane, e
proprio nel momento in cui la contessa Chiaretta si sfogava in
querimonie con la cameriera, la marchesa Maddalena strapazzava in
tedesco la sua _Zimmermdchen_, e il marchese Ernesto con l'aiuto d'un
servo si metteva il busto e si stringeva la vita. Bisogna notare che il
marchese, afflitto da obesit prematura, doveva far sforzi erculei per
dissimulare la sua imperfezione e per esser contenuto nella sua
succinta divisa di capitano di cavalleria. E quando tra lui e il servo
avevano sudato due buone ore, il signor marchese acquistava l'apparenza
di un 8 pietrificato. Si capisce come queste condizioni fisiche non gli
permettessero di restar nell'esercito, ed egli infatti aveva chiesto e
ottenuto la sua licenza, conservando per il diritto di vestir
l'uniforme.

Non sar inopportuno per ultimo di dare una capatina in una stanza del
secondo piano dove si trova inchiodato da due anni per una paralisi alle
gambe il padrone vecchio, l'ottuagenario conte Leonardo, comandante di
galera ai tempi della Serenissima. Lungo, stecchito, grinzoso, il conte
Leonardo era sdraiato sur una poltrona presso una finestra che guarda il
Canalazzo, mentre dietro di lui un barbiere antidiluviano gli pettinava
il parrucchino e gli ravviava i quattro peli tinti delle basette. Il
conte Leonardo, che aveva ancora sciolta la lingua e pronta la memoria,
stava passando in rassegna le innumerevoli regate a cui aveva assistito
nella sua vita. Gl'importava molto di veder quella d'oggi, egli che
aveva visto quelle per l'Imperatore Giuseppe II, per i duchi del Nord,
per il conte di Haga, per Napoleone e pel principe Eugenio!

E il barbiere, rincarando la dose, soggiungeva:--Chi ha visto ci che si
faceva sotto San Marco non ha pi nulla da vedere. Eh, _lustrissimo_, a
pensare che se invece di quel minchione del Condulmer ci fosse stato
lei a capo della flotta, avremmo ancora la nostra Repubblica!...

--Via, via--rispondeva modestamente Sua Eccellenza--la cosa non era
tanto facile.... Quei maledetti Francesi erano un osso duro da rodere.

Ma il barbiere non si dava per vinto.

--Ci son mancati gli uomini, ecco il male. Il cavalier Emo era morto, e
il solo che potesse supplirlo era tenuto in un posto subalterno. Cos ci
son capitate addosso tutte le disgrazie. Prima quei matti del Governo
democratico, poi i _patatuchi_, poi i Francesi, poi i _patatuchi_ da
capo, che il diavolo se li porti....

Il conte Leonardo gli diede sulla voce:

--Non vi fate sentire dal marito di mia nipote.

L'altro si strinse nelle spalle.--Io non sono che un miserabile insetto,
ma Vostra Eccellenza sa che quel matrimonio....

--Non l'avete mai potuto digerire.

--A me non toccherebbe parlare, ma santo Iddio, c'era proprio bisogno
che una damigella Bollati andasse a cercarsi lo sposo laggi?

--Cosa volete? Si sono innamorati del nome.

--Un nome che riempie la bocca.... Bel gusto.

--Un gusto come un altro... Per me tanto li ho lasciati fare, che non ho
mai voluto perdere il mio tempo a raddrizzar le gambe ai cani.... E....
che novit ci sono in paese?

--Ma! Tutte queste feste....

--Ne ho intronata la testa da mio figlio e da mia nuora.... Novit
d'altro genere?...

--Non saprei.... Pare che il Patriarca si sia intromesso perch il
nobil'uomo Zulian riprenda in casa la moglie.

--La riprender, la riprender.... Anche suo padre ha fatto lo stesso.

Gli occhi del vecchio luccicarono.

--Vostra Eccellenza ne sa qualche cosa--soggiunse maliziosamente il
barbiere.

--_In temporibus illis_.... E poi?

--Dicono che la signora Giuliana Polo non voglia pi fra i piedi Sua
Eccellenza Barbarigo...

--Scene di gelosia a settant'anni?

--Pare che la signora Giuliana abbia colto l'amico in flagranti.

--Eh?--esclam il conte Leonardo sbarrando gli occhi.--In flagranti? Con
chi?

--Non saranno state che carezze innocenti..... con la cameriera.

--Briccone d'un Barbarigo!... Avanti.

--Hanno messo il sequestro sui beni dei Napodano.

--Era da aspettarselo....  finito?

-- morto il ragazzo Partecipazio.

Il nobil'uomo Leonardo tentenn il capo.--Ecco un'altra grande famiglia
che s'estingue. Povero Libro d'oro!

--Speriamo che i Bollati durino ancora per secoli--disse il
barbiere.--_In scula sculorum._

--Uhm!--borbott tristamente il vecchio patrizio. E tronc il
colloquio.


NOTE:

     [1]  noto che i popolani di Venezia si distinguevano in
     _Castelani_ e _Nicoloti_, secondo ch'erano nati e battezzati
     nell'una o nell'altra parte della citt. Per antica consuetudine,
     nella regata si mette in ciascun _gondolino_ un _Castelano_ e un
     _Nicoloto_, assicurando cos un uguale successo alle due frazioni.




II.


La regata doveva cominciare alle cinque pomeridiane, ma fin dalle
quattro il piano nobile del palazzo formicolava di dame e di cavalieri,
e il conte Zaccaria col pomposo genero a fianco conduceva in giro per
l'appartamento tre o quattro austriaci d'alto affare, duri, impettiti,
coperti di decorazioni. Era un bel palazzo davvero quello ch'egli
mostrava a' suoi ospiti, uno di quegli edifizi maestosi e leggiadri ad
un tempo di cui gli architetti moderni hanno perduto il segreto. _Stile
del classicismo avviato alla decadenza_, lo dicono le Guide, e ne
attribuiscono la costruzione al Sansovino o a uno dei suoi discepoli.
Cinquant'anni fa, esso era anche uno dei pochi palazzi veneziani che
nell'interno serbassero il carattere primitivo. Dalle travi dello
spazioso androne pendevano due grandi fanali che avevano gi appartenuto
a due galere della Repubblica; il soffitto della lunga sala era adorno
di elegantissimi stucchi che incorniciavano degli affreschi non privi di
merito; sopra gli usci che nella sala stessa s'aprivano a destra e a
sinistra c'erano dei ritratti di famiglia, quali col corno ducale in
testa, quali in armatura, quali con la zimarra senatoriale, quali col
vestito paonazzo a larghe maniche dei procuratori di San Marco. Altri
quadri coprivano le pareti, e fra i molti ce n'erano alcuni realmente
pregevoli, un Tintoretto, un Palma giovane, un Paris Bordone. Il salotto
di ricevimento, i cui muri erano coperti d'arazzi di Francia, aveva un
caminetto di marmo scolpito dal Vittoria, un'antica lumiera di Murano e
due bei candelabri di bronzo, che riproducevano in assai minori
proporzioni i due famosi della Cappella del Rosario a' SS. Giovanni e
Paolo. Pesanti cortine di damasco rosso, un po' sfilacciate e sgualcite,
moderavano la luce ch'entrava dall'ampie finestre, e la medesima stoffa
rivestiva i seggioloni dagli alti schienali intagliati ch'erano disposti
in giro simmetricamente e davano alla stanza un aspetto grave e solenne,
come se dovesse a ogni momento adunarvisi il Consiglio dei Dieci. Nel
salottino attiguo si ammiravano alcuni quadretti del Canaletto e del
Longhi e due pastelli di Rosalba Carriera. E qua e l, nell'altre parti
del palazzo, erano pure oggetti artistici di pregio, senza contare le
argenterie, le maioliche, le porcellane. Si diceva, per esempio, che la
collezione di vecchio Sassonia ch'era stata acquistata dal nobil'uomo
Cristoforo Bollati durante la sua ambasciata a Vienna fosse la pi bella
che c'era in Venezia.

Mentre che il conte Zaccaria faceva da cicerone agl'illustri forestieri
e il marchese genero gli serviva da interprete, gli altri invitati si
pigiavano nel salotto degli arazzi intorno alla languida contessa
Chiaretta, o, prudentemente, prendevano il loro posto sul poggiuolo o
davanti a qualche finestra per goder meglio dello spettacolo.

Chi ha un po' l'abitudine della societ sa benissimo che in ogni
ricevimento, in ogni festa c' un manipolo di persone alle quali nessuno
bada e che i servi stessi dimenticano volontieri nell'andar in giro coi
rinfreschi. Sono i parenti poveri, i vecchi conoscenti di famiglia, i
maestri dei bimbi, tutta gente a cui s' detto a bocca stretta:--Se
venite ci farete un piacere--lasciando sottintendere un'altra frase--Se
non venite, ce ne farete due.

In questa condizione umiliante si trovavano quel giorno il conte Luca e
la contessa Zanze Rialdi, cugini dei padroni, relegati insieme con la
loro figliuola Fortunata a una finestra di fianco che dava sul _rio_ e
dalla quale il Canal Grande si vedeva solo in iscorcio. N la finestra
era esclusivamente per i Rialdi, ch anzi essi dovevano dividerla con
Don Luigi, precettore del contino Leonardo, e con un'altra signora
soprannominata la contessa Ficcanaso per la rara abilit con cui essa
riusciva a insinuarsi dappertutto e a saper tutti i pettegolezzi della
citt.

La contessa Zanze e la contessa Ficcanaso si facevano mille moine, ma
in fondo non si potevano soffrire. E quel giorno poi a trovarsi appaiato
nella stessa mortificazione provavano una stizza grandissima.--Che
vogliano levarsi dai piedi la Ficcanaso--pensava la contessa
Zanze--questo si capisce, ma un trattamento simile a me, che sono della
famiglia!--E l'altra diceva in cuor suo:--Facciano quante asinerie
vogliono a una parente povera; ch gi quella  una vera mignatta, ma
usino i dovuti riguardi a una persona del mio grado.

Malgrado del disprezzo reciproco,  probabile per che le due contesse
si sarebbero sfogate a sparlar dei padroni di casa se la presenza di don
Luigi non le avesse tenute in riga. E s che don Luigi della roba sullo
stomaco ne aveva anche lui, e aveva una voglia di dirne quattro! Per San
Filippo Neri! Un sacerdote par suo, un letterato, il precettore del
padroncino, il cappellano della famiglia, cacciarlo in un angolo come se
fosse una spazzatura, come se si vergognassero di lui! E si vantavano
d'esser gente devota alla Chiesa! Queste cose don Luigi le aveva sulla
punta della lingua, ma non le diceva per paura degli altri, e
specialmente di quelle femmine chiacchierone. Cos, per darsela ad
intendere a vicenda, il prete e le due signore andavano a gara nel
levare a cielo la bellezza degli addobbi, il buon gusto dei ristauri e
lo sfarzo con cui si faceva tutto in casa Bollati, e solo di tratto in
tratto si permettevano qualche osservazione a carico dell'una o
dell'altra fra le dame raccolte nel geniale ritrovo. Erano allusioni
velate, erano suggestioni piene di carit evangelica, erano timidi dubbi
seguti dall'onesta frase: Non bisogna credere alle cattiverie del
mondo;--erano lamentazioni generiche sul pervertimento dei costumi e
sulle gravi conseguenze della vanit.

N il conte Luca, n Fortunata prendevano parte a siffatte mormorazioni.
Il conte Luca non aveva fiele, e per lui, a metterlo in disparte, gli
facevano un piacere fiorito, ch alla societ egli non si era mai potuto
avvezzare, e della Regata non gliene importava un'acca, e sarebbe
rimasto ben volentieri a casa sua, davanti alla scacchiera, l'unica
passione della sua vita, a studiarvi un problema intorno al quale
ammattivano da pi giorni gli avventori del caff alla _Vittoria_. In
quanto a Fortunata, ch'era una ragazzina timida e sbiadita di dodici
anni e mezzo, non le veniva neppure in capo di lagnarsi del posto che le
avevano assegnato. Di dove era, allungando un po' il collo, ella vedeva
benissimo il Canal Grande, vedeva perfino le signore che si facevano
fresco sul poggiuolo d'un palazzo prospettante il palazzo Bollati.

Sotto la sua finestra poi, all'imboccatura del _rio_, c'era un grosso
battello che serviva a sbarrare il passaggio (come s'usa nei giorni di
regata), ed era pieno di gente allegra, uomini, donne, fanciulli che
ingannavano il tempo mangiando semi di popone e disputando romorosamente
intorno all'esito probabile della gara. C'erano due partiti. Gli uni
tenevano per Tita Oliva, gli altri, meno numerosi, per quel Nane
Sandretti detto _Bisatto_ ch'entrava in regata per la prima volta. Tita,
come sappiamo, era il gondoliere di casa Bollati, e quando lo si
nominava, tutti gli occhi si alzavano verso la finestra a cui era
affacciata la ragazza Rialdi.

Il cuore di Fortunata batteva anch'esso per Tita, ch'era sempre gentile
con lei e che la chiamava padroncina. Nel venir a palazzo essa lo aveva
incontrato per istrada gi vestito da _regatante_, con la sua fascia
rossa intorno alla vita, l'aveva incontrato insieme con tre o quattro
altri compari, ed egli aveva salutato rispettosamente lei, il conte Luca
e la contessa Chiaretta, e aveva detto:--Adesso si va col gondolino ai
Giardini, e speriamo bene.

Come la Fortunata gli augurava il trionfo! Come si sentiva inclinata
verso quelli che parteggiavano per lui, come l'indispettivano i fautori
di quel Nane Bisatto che aveva la petulanza di venir a lottare coi
provetti!

Un fremito di voci umane, un rumore crescente di applausi annunzi
l'avvicinarsi delle gondole di Corte, le quali, precedute e segute
dalle _bissone_, facevano il giro del Canal Grande prima che i gondolini
della regata si mettessero in moto. Il corteggio pass e ripass come un
lampo davanti al palazzo Bollati, dove le signore sventolavano i
fazzoletti e gli uomini gridavano con quanto fiato avevano in corpo:
_Viva l'Imperatore, viva l'Imperatrice!_  utile rammentare a questo
proposito che, quantunque anche in quel tempo vi fossero in Venezia
uomini gagliardi e generosi pronti a versare il loro sangue per
l'indipendenza della patria, e non mancassero gli affigliati alla
_Giovine Italia_, la grande maggioranza della popolazione accettava
rassegnata il dominio austriaco e applaudiva i Sovrani col solito
entusiasmo della folla per tutto ci che brilla ed abbaglia.

--Viva, viva!--strillava Fortunata con la sua vocina. E continuava,
rossa dall'emozione:--Ah, ecco l'_Uscocca_, ecco l'_Uscocca_.... Mamma,
babbo, presto, guardate Leonardo.... Come sta bene!

In ginocchio sulla prora della sua svelta ed elegante _bissona_, sotto
un baldacchino tutto veli e frangie inargentate, il contino Bollati
animava i rematori col gesto e con la voce, e pareva un antenato di s
medesimo alla battaglia di Lepanto.

--Ah!--seguitava la fanciulla in preda a un nuovo parossismo
d'ammirazione.--E quella  la lancia del collegio di marina... ci
dev'esser Gasparo l dentro... s, s... eccolo l.... Babbo, mamma...
non lo vedete?...  lui che governa il timone....

--S, s, cara--rispondevano i genitori--non spingerti tanto fuori dal
davanzale.

Gasparo era il fratello maggiore di Fortunata, allievo dell'Accademia di
marina, e prossimo a uscirne cadetto.

La fulgida visione disparve, e di l a poco s'intese il cannone che
annunziava la partenza dei _regatanti_ dalla punta dei Giardini
pubblici. Un lungo mormorio corse attraverso la folla accalcata sulle
due rive del Canalazzo; poi si fece uno di quei silenzi solenni in cui
si sente palpitare il cuore d'un popolo. Oggi scaduta dalla sua
importanza, la regata era fino a trent'anni fa lo spettacolo favorito
dei Veneziani. A ogni modo, essa era ed  sempre lo spettacolo popolare
per eccellenza. La lotta dei gladiatori in Roma antica, la corsa dei
tori in Ispagna trovano forse una maggior partecipazione in tutte le
classi sociali, ma nessuna festa scuote pi vivamente le fibre della
moltitudine. Quanto tempo prima se ne discorre nei _traghetti_, per le
osterie, nelle case, nei trivii, quanto tempo dopo si continua a
parlarne! E il giorno della prova, mezza Venezia si spopola per
riversarsi sull'altra met. La gente s'insacca nelle barche, nelle
_peate_, nei battelli d'ogni forma e misura, fa ressa sulle
_fondamenta_, paga volentieri qualche soldo per assicurarsi una seggiola
o un posto sopra qualche panca, o s'arrampica sugli sporti delle
fabbriche, sull'inferriate delle case, sui piedestalli dei candelabri, o
s'addensa dietro le spallette del ponte di Rialto, la cui mole maestosa
e severa sembra acquistare il moto e la vita a quell'ondeggiamento di
teste. E in quel giorno pi che mai il popolo  superbo della sua
Venezia, e s'inebbria in quel tripudio di colori e di luce onde ogni
cosa s'anima e si trasfigura, dal freddo marmo dei palazzi gotici,
arabi, lombardeschi, barocchi, alle carni pastose e alle fulve o brune
chiome delle donne e delle fanciulle.

Ma ecco nuovamente venir di lontano un rumore che somiglia al muggito
del mare, ecco una viva ansiet dipingersi nei volti, ecco tutti gli
sguardi tendere a un punto.

--Son vicini...

--Son qui...

--Chi  il primo?

--Non si capisce.... C' il sole che confonde la vista.

Il conte Zaccaria, gonfio e pettoruto pel bel successo della sua
_Uscocca_, aveva annunziato come cosa sicura a' suoi ospiti che il primo
sarebbe stato il gondolino rosso N. 6 a poppa del quale vogava il suo
Tita Oliva. Ma, ohim, il gondolino N. 6 non era che il secondo, e anche
questo secondo posto gli era fieramente contrastato dal gondolino viola
N. 4; l'uno e l'altro poi erano preceduti d'un buon tratto dal gondolino
celeste N. 8, su cui si trovava il formidabile Nane Bisatto. I gondolini
5 e 7 si disputavano il quarto premio, gli altri, ormai disperati di
riuscire, venivano dietro lentamente a grande distanza.

--Non  deciso nulla--disse il conte Zaccaria facendo di tutto per
nascondere il proprio dispetto.--Rider bene chi rider ultimo.

Infatti i gondolini dovevano ancora giungere al punto estremo del Canal
Grande, a Santa Chiara, poi girare intorno a un palo che qui chiamano
il _paletto_, e rifare una gran parte del cammino fin presso
l'imboccatura del _rio_ Foscari, ove sorge la cosidetta _Macchina_, ch'
una elegante baracca di legno improvvisata sull'acqua e segna la meta
ultima della corsa. In tal maniera, da tutti i palazzi che stanno tra il
_rio_ Foscari e Santa Chiara, i _regatanti_ si vedono due volte, cio
all'andata e al ritorno. E realmente il ritorno pu serbare non piccole
sorprese, e tale che chi era primo diventa secondo, e tal altro che
pareva ormai fuori d'ogni speranza accenna a conquistarsi valorosamente
la sua bandiera. Ma questa volta gl'intenditori dicevano chiaro e tondo
che a Nane Bisatto il primo premio non lo portava via _neppure il Padre
Eterno_, giacch c'era troppa distanza tra lui e il gondolino di Tita
Oliva, ed era gi molto se quest'ultimo poteva mantenersi il secondo e
non esser sorpassato dal gondolino N. 4, quello dove c'era Menico
Fichetti da Pellestrina, un giovine piccolo e sottile, ma che aveva
nervi d'acciaio.

Questi discorsi si tenevano anche nel barcone ch'era fermo
all'imboccatura del _rio_ sotto il palazzo, e Fortunata che aveva preso
tanto a cuore la causa di Tita, si metteva nei panni di lui e aveva una
gran voglia di piangere.

La contessa Zanze, la contessa Ficcanaso e don Luigi erano in
disposizione d'animo affatto diverse, e, poich il fiasco del barcajolo
veniva a ricader sui padroni, ne provavano una segreta esultanza, che
non esprimevano apertamente, ma che lasciavano trapelare. Don Luigi
faceva delle riflessioni filosofiche sulla caducit delle cose umane,
sullo sperpero del danaro pubblico e privato in feste e in bagordi e sul
poco giudizio che c'era a distrarre i ragazzi dagli studi per farli
andare sulle _bissone_.... Con quella voglia che avevano di studiare! Le
due contesse assentivano appieno alle savie parole del sacerdote, tanto
pi che il servo aveva presentato loro il vassoio dei dolci quando tutti
s'erano gi preso il buono e il meglio, e ci le aveva esacerbate fuor
di misura.

Ma il dialogo fu troncato dal riapparire dei _regatanti_. Ora, la
finestra sul _rio_ guardava precisamente verso la parte dalla quale i
gondolini tornavano, e Fortunata vide ben presto che il _viola_
continuava ad essere il primo e aveva aumentato anzich diminuito
l'intervallo che lo separava dagli altri. Il valore di Nane Bisatto
aveva finito ormai col trascinare i pi restii, e, con una volubilit
che afflisse e irrit Fortunata, parecchi tra i fautori del suo protetto
si unirono anch'essi a quelli che applaudivano l'eroe della giornata. Ma
quel che  peggio, il gondolino rosso non era pi nemmeno il secondo,
non era nemmeno il terzo; era il quarto, quello a cui era destinato
l'ultimo, premio, la bandiera gialla e il relativo porcellino, quasi
un'onta per Tita, avvezzo ai primi trionfi. Povero Tita! Egli non osava
alzar la testa, vogava per l'onor delle armi, ma avrebbe preferito esser
sott'acqua lui e il suo gondolino, piuttosto che sentire tutti quegli
sguardi fissi sopra di s, piuttosto che passar davanti al palazzo dove
c'erano i padroni e tanti ospiti d'alto affare. Tita non si ricordava in
quel momento di Fortunata, oppure ell'era la sola che, pensando alla sua
umiliazione, aveva gli occhi pieni di lagrime. I padroni invece erano
irritatissimi, dicevano che Tita non era pi buono a nulla, e che aveva
compromesso il decoro della casa, e che meritava d'essere strapazzato
senza misericordia.

Questo incidente fece s che in palazzo Bollati si gustasse meno
l'ultima parte, pur cos bella, dello spettacolo, quando cio tutte le
barche prima raccolte, ristrette ai due lati del Canal grande, pigliano
il largo e formano un suolo galleggiante che copre e nasconde la
superficie dell'acqua.  per solito l'ora del tramonto, e gli ultimi
raggi del sole scintillano sui ferri bruniti delle gondole, sfolgorano
con bagliori d'incendio sui vetri delle finestre, danno risalto alle
dorature e alle stoffe colorate delle _bissone_, alle livree dei
gondolieri, agli abbigliamenti delle signore, alle vesti chiassose delle
popolane. Ed  un suono di musiche allegre, un vociare confuso, uno
strepito di remi che si urtano, di ferri che cozzano, di carene che
scricchiolano. Indi cala lento lento il crepuscolo, la folla si
disperde, il rumore a poco a poco svanisce, e il Canalazzo ritorna
nell'usato silenzio.

Frattanto, gi nell'entratura di C Bollati, Tita sedeva accasciato
sopra una panca, e non sapeva risolversi a salir dalle loro Eccellenze
dopo lo smacco subto. Parecchi amici e compari gli facevano corona e si
sforzavano di calmar la sua agitazione e di persuaderlo a presentarsi ai
padroni con la faccia franca, ch gi non l'avrebbero mica mangiato vivo
seppure una volta la fortuna gli era stata contraria. In quel gruppo di
confortatori c'erano anche alcune donnette, una sua sorella tra l'altre,
bel tipo di veneziana da Cannareggio, con certi occhi neri e lucenti
come due carboni e con una parlantina inesauribile.

--_Oh, corpo de diana_--ella diceva al fratello--vorrei anche vedere che
ti trattassero con mala grazia. Io risponderei: Lustrissimi, credono che
a vogare in regata sia lo stesso che a starsene lunghi distesi con la
pancia in gi sui cuscini d'una _bissona_?... Eh, non ho peli sulla
lingua io....

Tita s'impazientiva.--I rimproveri dei padroni sono il meno...  l'amor
proprio.

--To', non la pu mica andar sempre bene... Una volta corre il cane e
l'altra il lepre...  stato cos dacch mondo  mondo.

--_Siora_ Cate ha ragione--soggiungeva un vecchio _gastaldo_ d'un
traghetto vicino, persona assai autorevole--non c' ragione di
tribolarsi... E lascialo dire a chi se ne intende... _Bisatto_ non 
degno d'allacciarti le scarpe... E se ha vinto oggi, a rivederci domani.

-- stato quel colpo di vento alla Punta della Salute--ripigli un
altro.--C'ero io, c'ero. _Bisatto_ l'ha sentito meno perch il suo
gondolino si trovava pi a destra.

Ma Tita non voleva esser consolato e andava in escandescenze,
soprattutto quando la sua umiliazione gli era rammentata dai guaiti del
porcellino che giaceva in un angolo, pi morto che vivo.

--Povera bestia!--esclam la Cate, chinandosi sull'infelice animale in
atteggiamento di suora di carit.--Come se ne avesse colpa!...  tutto
ammaccato... Che ragione c'era di pigliarlo a calci? Che se poi crepa di
bile, non  pi buono da mangiare.

-- vero--not gravemente un nuovo personaggio comparso in quel punto.
Era il signor Oreste, il cuoco, in abito da signore, col _metternicche_
in testa, una collana d'oro al collo e uno spillone di diamanti sulla
camicia.-- vero--egli riprese dopo una pausa. E inventandosi apposta un
proverbio per l'occasione continu:--_Bestia ben trattata buona in
pignatta_.... E questa qui non ha bisogno d'altre disgrazie.... Conviene
ingrassarla per una settimana, e poi si potr farne uno stufatino con la
salsa piccante....

--Ma che stufatino!... Ma che salsa piccante!--interruppe la
Cate.--Meglio arrosto.

--Scusi, _siora_ Cate,  troppo piccolo.

--Alla malora il porco e i suoi protettori--url Tita in una
recrudescenza di furore.--Ch'io possa morire d'un accidente se di quel
porco l ne assaggio un boccone.... L'avevo detto al mio compagno che se
lo tenesse tutto per lui.

Ma la sorella, ch'era una giovane savia e positiva, protest contro
quest'idea bislacca.--Neanche per sogno.... Quello ch' giustizia....
Ciascuno la sua parte.

--Belle parti che si faranno--disse il signor Oreste con piglio
sprezzante, accennando alla piccolezza dell'animale.

--O che non potrebbe attendere alle sue casseruole, _sior
piavolo_?--rimbecc la Cate, che non poteva soffrire il cuoco, il quale
un giorno aveva voluto mettere a troppo caro prezzo un piatto di
polpette ch'egli le aveva regalate.

--Ehi, ehi, la mia _tosa_, che fumi vi montano alla testa?

--Zitto--sussurr qualcheduno--che c' _sior_ Bortolo.

Infatti, l'agente generale discendeva dalla scaletta del mezz in
compagnia d'un signore dai baffi grigi che faceva il sensale di mutui e
godeva di una mediocre riputazione.

--Siamo intesi, caro Bellani... Combinando l'affare l'un per cento a
me....

In quel punto la porta della scala di servizio si apr con violenza, e
un cameriere in livrea grid tutto trafelato.--Che qualcheduno vada
subito in farmacia a cercare un medico.... Dal dottor Zuliari andr
io...  venuto un deliquio a Sua Eccellenza Leonardo.




III.


Il deliquio del vecchio conte non dur che pochi minuti, ma i medici,
considerando l'et avanzata e il fisico indebolito di Sua Eccellenza, lo
giudicarono un sintomo gravissimo e non tacquero le loro inquietudini
alla famiglia. N s'apponevano a torto; ch di l a qualche giorno
apparve evidente che il nobil'uomo Leonardo Bollati, patrizio veneto e
comandante di galera sotto la Serenissima, si spegneva a oncia a oncia,
come lampada a cui manchi l'olio. Egli conserv per altro sino
all'ultimo la lucidezza della mente, e quando s'accorse d'essere ormai
bell'e spacciato, chiam al suo letto il figliuolo e gli tenne
all'incirca questo discorso:

--Lasciamo i preamboli, perch non ho tempo da perdere. Presto sarete
voi il capo della famiglia di nome e di fatto.  dunque bene che
sappiate, se non ve ne foste ancora accorto, che, da un secolo a questa
parte, c' in casa nostra tutta la disposizione ad andare in malora. La
mia colpa ce l'avr anch'io, ma si  cominciato molto prima di me a
spendere pi di quello che si poteva. Se cercherete su nell'archivio le
lettere del vostro prozio Almor, ambasciatore a Parigi, vedrete ch'egli
domandava 120 mila franchi all'anno per lui solo e l'agente aveva un bel
da fare a trovarglieli. E vedrete anche la polizza delle spese occorse
per le feste date in occasione della nomina a Procuratore di San Marco
di vostro nonno e mio padre Zaccaria. Oh bazzecole! venti mila ducati!
Notate che in quei tempi c'era ogni tanto la sua brava eredit che
capitava in buon punto a colmare i vuoti. Ma adesso i pochi parenti che
ci restano son tutti spiantati, e non so quali eredit si possono
sperare.... Se non fosse da parte dei Rialti....

Questa supposizione parve s comica al conte Leonardo ch'egli si mise a
ridere, e, poich il riso gli fece venire la tosse, dovette interrompere
la sua arringa.

--S, s--egli riprese di l a un paio di minuti--tutti ebbero le mani
bucate nella nostra famiglia. Non  da eccettuarsi che una bisavola, la
quale aveva invece la mana dell'avarizia, e, fra l'altre cose, lasci
alla sua morte una cinquantina di pacchi di curadenti con scrittovi
sopra: _usati, ma servibili_. Insomma quello che volevo dirvi si  ch'
necessario metter giudizio; se no vi assicuro io che, nonostante i due
dogi, i tre procuratori e gli altri illustrissimi personaggi che
vantiamo per antenati, di tutte le nostre ricchezze non ci rester fra
poco il becco d'un quattrino. E queste cose ditele alla mia degnissima
nuora, che non si sa proprio come spenda il danaro, perch le nostre
vecchie si divertivano, e quella l consuma una sostanza in caff,
cioccolata, _baicoli_ e paste sfogliate. Badate poi al vostro figliuolo
Leonardo, che giurerei destinato a restare un somaro e a diventare un
cattivo soggetto. Finalmente credo utile avvertirvi che tutti i nostri
dipendenti ci succhiano il sangue come tanti vampiri, cominciando
dall'agente generale _sior_ Bortolo e terminando coll'ultimo fattore di
campagna. Gi saprete il proverbio: _Fame fator un ano, e se moro de
fame xe mio dano_. Non vi suggerisco di cambiarli, perch ne prendereste
di quelli che vi ruberebbero ancora di pi; solamente tenete gli occhi
aperti e procurate di far meglio di quello che ho fatto io. Io me ne
lavo le mani.  il meno che si possa fare quando si va all'altro mondo.

In complesso il sermone del conte Leonardo era pieno d'idee giudiziose,
ci che prova come tutti gli uomini in punto di morte abbiano
l'attitudine a dar buoni consigli, perch sanno di non doverli pi
avvalorar con l'esempio, e perch non temono pi le conseguenze dei
sacrifizi che suggeriscono agli altri.

E invero quando, dopo pochi giorni, Sua Eccellenza mor con tutti i
conforti della religione, il suo testamento parve fatto apposta per
ismentire le savie massime ch'egli aveva predicato, tanti e di tante
specie erano i legati che imponeva all'erede. Ce n'era sotto forma di
elargizioni a opere pie, di somme da pagarsi in una sol volta a parenti
ed a amici, di elemosine ai poveri, di pensione alla servit, ecc., ecc.
N mancavano istruzioni precise, minute, circa ai funerali che dovevano
essere tra i pi splendidi che si fossero visti.

Questi funerali i vecchi parrocchiani se li ricordano ancora. Essi si
ricordano perfettamente quanti minuti impiegasse il corteo per giungere
dal palazzo alla chiesa, quanti preti, quante confraternite, quante
rappresentanze civili e militari, quanti servi di casa, quanti
gondolieri di famiglie patrizie vi prendessero parte, e che folla di
curiosi venisse in coda, donne, ragazzi, pezzenti d'ogni et e d'ogni
sesso, che, trattenuti a fatica dai fanti del Municipio, si accalcavano
gli uni sugli altri, mormorando per non aver potuto avere il torcetto.
In chiesa poi era uno spettacolo imponente. Le pareti e i pilastri erano
rivestiti di drappo nero con galloni d'argento, un gran catafalco con
iscrizioni ai quattro lati s'ergeva nel mezzo, le fiamme oscillanti dei
ceri abbarbagliavano gli occhi e gettavano in faccia dei buffi d'aria
infocata. Dopo che il feretro fu issato sul catafalco, intorno al quale
stavano ritti ed immobili quattro pompieri con le spade nude e quattro
servitori con le torce accese, principi la cerimonia religiosa, una
cerimonia che non voleva finir mai. Le onde sonore che partivano dalla
cantoria accrescevano, s'era possibile, il caldo affannoso, la gente,
stipata come le sardelle in barile, si rasciugava i sudori con la manica
del vestito (seppur le riusciva di alzare il braccio), e di tratto in
tratto, non potendone proprio pi, metteva dei muggiti simili a quelli
del mare in burrasca. Insomma, quando piacque a Dio, il parroco
pronunzi l'assoluzione e il funerale si mosse. Ci fu di nuovo un serra
serra, qualche bimbo rischi di restar schiacciato, qualche donna cadde
in deliquio, ma non s'ebbero a deplorare disgrazie maggiori. Nel _campo_
davanti alla chiesa un picchetto di soldati di marina rese alla bara gli
onori militari; poi, non usandosi in quei tempi i discorsi, la bara fu
accompagnata sino al canale, e venne deposta in una _peota_ riccamente
addobbata, nella quale salirono i famigli del defunto, alcuni pompieri e
fanti del Municipio. La _peota_ preceduta da una barca con la musica e
seguita da uno stuolo di gondole si diresse verso il cimitero di San
Michele di Murano.

La folla si disperse da varie parti. Solo un centinaio di poveri (donne
in gran parte) s'avviarono al palazzo per buscarsi qualche soldo
d'elemosina.

_Sior_ Bortolo, il quale, soffrendo un po' d'asma non era andato in
chiesa, ebbe un bel da fare a liberarsi da quest'arpie ch'eran riuscite
a penetrar nel _mezz_ e lo assordavano delle loro querimonie.

--A mio marito non hanno dato nemmeno una candela.

--Ho quattro creature, io....

--Son due giorni che non si accende fuoco in casa....

--Sono un povero vecchio impotente....

--Ho il figliuolo coscritto.

--Andate in pace--diceva _sior_ Bortolo--ch gi nel testamento di S. E.
Leonardo c' un legato pei poveri della parrocchia.

--Oh _paron benedeto_!--stillavano alcune di quelle megere--di quei
soldi l noi altri non ne vediamo.... Se li mangia il pievano.

--Eh, vergogna. Che discorsi!

--Pur troppo, _sior_ Bortolo.... Pur troppo la  sempre cos.

--Se anche non li mangia tutti--soggiungeva una femmina d'opinioni
moderate--li distribuisce a suo modo, a chi non li merita, a chi non ha
bisogno.... Sia buono, _sior_ Bortolo, ci dia qualche cosa.

_Sior_ Bortolo si lasciava commuovere e cacciava le mani dentro un
cassetto.--Uno alla volta.... Marco.

Marco era un fattorino addetto all'agenzia.

_Sior_ Bortolo gli diede una manata di soldi con l'incarico di
licenziare tutta quella gente, e Marco ricorrendo a _sior_ Bortolo ogni
volta che la provvista era esaurita, persuase i postulanti ad andarsene.
In questa delicata operazione egli seppe far in modo che qualche mezza
svanzica si smarrisse nelle tasche della sua giacchetta. _Sior_ Bortolo,
dal canto suo, nel registrare la sera tutte le spese innumerevoli della
giornata, stim opportuno di arrotondare la cifra, sembrandogli forse
che il decoro della nobile famiglia Bollati esigesse di far comparire
nei libri una somma maggiore del vero.

Sua Eccellenza il conte Leonardo Bollati, che scendeva sotterra in quel
giorno d'ottobre 1838, non era un grand'uomo, come volevano far credere
i suoi panegiristi. Egli aveva avuto la fortuna di conquistare in
giovent una certa riputazione di valore combattendo sotto gli ordini
dell'ammiraglio Emo nell'impresa di Tunisi, e aveva avuto l'abilit di
conservar quella riputazione, non mettendola mai alla prova. Cos pi
d'uno aveva creduto (e abbiamo visto che tale era anche l'opinione del
vecchio barbiere) che se, nel 1797, egli fosse stato alla testa della
flotta, le cose sarebbero andate diversamente.

Caduta la Repubblica, Sua Eccellenza non volle pi servire n sotto il
Governo democratico che le succedette per pochi mesi, n sotto alcuno
dei Governi che si avvicendarono poi, e quest'atto, che forse in lui era
da attribuirsi a sola pigrizia, fu interpretato quale una protesta
dignitosa contro i nuovi ordinamenti politici della patria.  vero che
questo suo nobile disdegno non gl'imped d'essere tra i patrizi
veneziani i quali sollecitarono dall'Austria la corona di conte.

Se Sua Eccellenza Leonardo Bollati abbandon dopo il 1797 i pubblici
uffici, non si pu dire ch'egli si consacrasse con molto zelo alle sue
faccende private, ch anzi, mortagli la moglie in et ancora fresca,
egli non si diede alcun pensiero dell'unico figliuolo rimastogli, e
continu invece, fin che la salute glielo permise, a menar vita
dissipata e galante. A ogni modo, sia pel fascino esercitato dal suo
nome storico, sia pei ricordi che gettavano una luce favorevole sulla
sua giovent, sia per una certa prontezza e festivit di spirito, sia
per le maniere affabili sotto le quali egli dissimulava l'alterigia e
l'egoismo nativo, sia pel largo patrimonio ch' mezzo sicuro di coltivar
le aderenze, il conte Bollati era un uomo assai popolare e molti
riverivano in lui uno degli ultimi rappresentanti di quell'aristocrazia
veneziana che diede cos splendidi esempi di senno civile. E quantunque
da alcuni anni egli non si facesse veder quasi da nessuno e lasciasse
far tutto al figliuolo, la sua morte rec una scossa notevole al credito
della famiglia, cosa di cui l'agente generale fu il primo ad accorgersi
nel combinare l'operazione finanziaria indispensabile pel pagamento dei
numerosi legati.

_Sior_ Bortolo era una perla d'agente, che non seccava mai i padroni coi
molesti predicozzi dei commessi troppo scrupolosi, che non lesinava mai
il danaro, n sollevava dubbi e difficolt. A ogni straordinaria
richiesta di fondi, egli atteggiava le labbra a un sorrisetto serafico e
rispondeva:--Sar fatto.--E non c'era pericolo ch'egli non mantenesse la
sua parola. Ohib! Si era sicuri di vederlo comparire il domani pi
sorridente ancora del consueto con la somma precisa di cui si aveva
bisogno. E la soddisfazione che _sior_ Bortolo provava nel compiacere la
nobile famiglia era tale ch'egli diventava ogni giorno pi lucido e
grasso, tanto lucido da parer spalmato di lardo, tanto grasso da
raggiunger quasi la forma sferica.

Sappiamo gi che il conte Leonardo era intimamente persuaso che l'ottimo
_sior_ Bortolo rubasse a man salva. Ma egli diceva:--Non posso mica
attender io stesso ai miei affari. E a qualunque altro li affidassi,
sarebbe peggio.--Il conte Zaccaria poi non faceva neanche questo
ragionamento; egli lasciava correre senza badare pi in l.

Adesso per, sotto l'impressione delle profezie e delle ammonizioni
paterne, egli stim necessario di veder coi suoi occhi come stavano le
cose, e ordin a _sior_ Bortolo di preparargli un prospettino da cui
apparisse chiaro lo stato del patrimonio. E _sior_ Bortolo con mirabile
sollecitudine allest un lavoro degno della sua perizia di contabile e
di calligrafo. Frutto di queste lucubrazioni furono due nitidi specchi a
doppia colonna, l'una per il dare, l'altra per l'avere. Nel primo
figuravano a destra le somme a cui erano stimati i beni della famiglia,
possidenze in citt e in campagna, oggetti d'arte e oggetti preziosi,
ecc. ecc.; a sinistra si leggevano i nomi dei varii creditori insieme
con le cifre dei loro crediti. Qui c'era una bella differenza in pi
nell'avere. Nel secondo specchio erano disposte nello stesso ordine
l'entrata e l'uscita: spese domestiche presunte, livelli, tasse,
interessi dei mutui. E c'era una bella differenza anche qui, ma in senso
contrario; il dare superava l'avere di parecchie migliaia di lire.

--Capisco, capisco--disse il conte Zaccaria dopo aver esaminato per
mezz'ora i due prospetti in lungo e in largo--noi avanziamo ogni anno
dai quattro ai cinquemila ducati.

--Scusi, Eccellenza--interpose l'agente-- proprio il rovescio. Si
spendono quattro o cinquemila ducati in pi.

Il conte Zaccaria si gratt la nuca.

--E come va questa faccenda?

--Ma!--rispose _sior_ Bortolo, sprofondando la testa fra le spalle.--Mi
pareva che S. E. Leonardo (pace all'anima sua) l'avesse avvertita....

--S, s, mi disse qualche cosa.... senza parlare di cifre....

--Del resto--ripigli l'agente per dorar la pillola--del resto, se ci
fossero due buoni raccolti di seguito, un aumento nelle entrate lo si
dovrebbe vedere. Poi c' qualche livello che sta per cessare.... In ogni
modo, non lo dissimulo, un po' d'economia sarebbe assai utile. Dal canto
mio, per quanto riguarda l'agenzia, procurer sicuramente.... ma
bisognerebbe che anche in famiglia.... perdoni, Eccellenza, se mi prendo
questa libert.... ma  la mia devozione per la casa Bollati.

--Bene, bene.... vedremo.... Capisco....

--Di qui ad alcuni anni poi--soggiunse _sior_ Bortolo--il contino
Leonardo, col suo nome e con le sue belle qualit, che il Signore Iddio
gli conservi, potr trovar la dote che vuole....

--Affari lontani, caro amico, affari lontani....

--Lontani, ma sicuri.

A questo punto _sior_ Bortolo mostr al principale un polizzino
supplementare con la nota delle tasse e dei legati che conveniva pagar
subito, e disse in qual modo, salvo sempre l'approvazione di S. E., egli
aveva creduto di provveder la somma occorrente. E S. E., che rispondeva
sempre _capisco_ e non capiva mai nulla, si spicci con due parole:

--Fate voi.... Purch non si tratti di vendere.... Vendere significa
diminuire il patrimonio, e io voglio tramandarlo intatto a mio figlio.

Esposta questa savia massima amministrativa, il conte Zaccaria prese la
eroica risoluzione di raccomandare alla sua illustrissima consorte una
maggiore economia nelle spese di casa, e cit a sostegno della sua tesi
gli avvertimenti del defunto genitore e quelli dell'agente generale.

La signora Chiaretta, donna ordinariamente molto fredda ed apatica, fu
punta sul vivo dalle considerazioni del marito, e gli rispose per le
rime. Ella disse prima di tutto che si maravigliava molto che si
venissero a raccontare a lei queste storie; che se da pi secoli gli
uomini della famiglia non avevano avuto giudizio, ella non sapeva che
farci, e se Sua Eccellenza Almor, quand'era ambasciatore a Parigi,
spendeva 120 mila franchi all'anno, e Sua Eccellenza Zaccaria per
festeggiare la sua nomina a Procuratore aveva gettato 20 mila ducati
bisognava prendersela con Sua Eccellenza Almor e con Sua Eccellenza
Zaccaria, e non con lei. Del resto, quand'ella, l'ultima degli Orseolo,
era entrata in casa Bollati aveva creduto di entrare in una casa di gran
signori, e non era disposta affatto a vivere di pane e di noci. A ogni
modo ella sarebbe stata curiosa di sapere quali risparmi si potevano
fare.--Perch--ella continuava rispondendo da s alla propria
domanda--non pretenderete mica che si stia senza gondola.

--Sfido io.... Nemmen per sogno.

--O che si licenzi il cuoco?

--Ma chi dice questo?

--O che io mandi a spasso la cameriera?

--Ma no, ma no.

--O che rinunzi al palco alla Fenice?

--Nemmen per idea.

--O che mi vesta come una serva?

--Via, Chiaretta, nessuno pretende una roba simile.

--Che cosa si pretende adunque? Che si dia il benservito al precettore
di Leonardo, e che si mandi il ragazzo alla scuola pubblica?

--Ci mancherebbe altro! Un Bollati alla scuola pubblica?... In mezzo
alla marmaglia?

--Lo vedete voi stesso,  chiaro come la luce del sole che meno di quel
che si spende non si pu spendere.... almeno per parte mia. Se voi
sprecate il danaro senza discernimento....

--Io!--interruppe scandalizzato il conte Leonardo. E allora tocc a lui
di provare come due e due fan quattro che sulle sue spese particolari
non c'era da risecare un centesimo, mentre non si poteva certo
pretendere che un Bollati non appartenesse al Casino dei nobili, e non
avesse un posto nel _palcone_ di societ in tutti i teatri, e non
frequentasse il caff, e si tirasse indietro dal giuocare una partita a
_tre sette_ per paura di perdere qualche zecchino.

La contessa Chiaretta avrebbe voluto dire che tutte le spese del marito
non finivano l, ma tacque per ispirito di conciliazione.

Dopo questo colloquio pareva che le cose dovessero restar al punto in
cui erano prima; nondimeno i due coniugi, ritornando sull'argomento,
ebbero uno slancio sublime, e mostrarono di quanta abnegazione fosse
capace l'animo loro. Sua Eccellenza Chiaretta, che prendeva sei tazze di
cioccolata al giorno, deliber di sacrificarne una, e il conte Zaccaria,
sempre fermo nell'idea di lasciare intatto il patrimonio al figliuolo,
immol sull'altare della famiglia un bicchierino di curaao, ch'egli
soleva centellare dopo colazione.




IV.


Chi, nei giorni immediatamente successivi alla morte del N. H. Leonardo,
fosse penetrato in qualche caff di Venezia avrebbe sentito un dialogo
simile a questo:

--Dunque si sa precisamente quel che abbia lasciato Bollati?

--Ma no, nulla di preciso... L'azienda diretta da quel famosissimo
_sior_ Bortolo  in una confusione da non credersi.

--Oh c' da scommettere che anche quelli l finiscono coll'andare in
rovina....

--Via, prima della rovina ci vorr qualche annetto.

--Non tanto, non tanto; quando si comincia, si va gi a precipizio.

--Che pessimisti! Il vecchio conte, se badiamo alle sue disposizioni
testamentarie, non aveva di queste paure.

--Oh se le aveva!... Le disposizioni testamentarie non significano
nulla....  positivo che prima di morire egli fece una predica al
figliuolo e gli pronostic una catastrofe se non restringeva le spese.

--Bellissima! E poi lasci tutti quei legati?

--Boria postuma.

--Contraddizioni umane.

-- vero--chiedeva qualcheduno--che i Geisenburg sono partiti su tutte
le furie il giorno dopo i funerali?

--Verissimo.  innegabile che il conte Leonardo li tratt un po' male.
Non nomin nemmeno nel suo testamento il marchese Ernesto, e alla nipote
lasci un anello di nessun valore.

--Il conte Leonardo aveva sempre veduto di mal occhio questo matrimonio.

--E aveva ragione. O che non c'erano meglio partiti a Venezia?

--Quel marchese con la sua prosopopea  insoffribile.

-- poi cos ricco come si vanta di essere?

--Nemmen per sogno.... Molto fumo e poco arrosto. Gi quando c' il
vizio del gioco non c' fortuna che basti.

--Il gioco, il vino e i cavalli--soggiungeva un altro.--Tre cose che
costano un occhio.

--E lei, la marchesa, sciupa una moneta in _toilettes_.

--S, con quel frutto.... Pare la bambola di Francia.

E si seguitava di questo tuono, tagliando i panni addosso al marchese
Ernesto e alla marchesa Maddalena, che, per vero dire, erano antipatici
a tutti. Noi, che non dobbiamo occuparci dei fatti loro, li lasceremo in
bala dei loro detrattori e vedremo che cosa pensino del testamento del
conte Leonardo quei parenti dei Bollati, a cui gi accennammo pi volte,
i Rialdi.

Anche i Rialdi erano stati delusi nella loro aspettazione. Si
ripromettevano una bella sommetta e avevano avuto invece un legatino
piccolo piccolo. Il conte Luca soffiava in silenzio (era il suo modo
d'esprimere il malcontento), ma la contessa Zanze, quando non c'era
presente la figliuola, non resisteva alla tentazione di darsi uno sfogo.

--Avete visto?--ella diceva al pacifico marito.--Valeva la pena di aver
fatto la vita che s' fatta in questi ultimi giorni, valeva la pena
ch'io aiutassi il flebotomo a metter, con riverenza parlando, le
sanguisughe a quell'empiastro del conte Leonardo, per esser poi trattati
come parenti lontani che vanno a palazzo a ogni morte di papa o come
estranei che non hanno altro merito che quello di recitar quattro versi
nelle feste di famiglia?... Quattromila lire venete una volta tanto....
Una miseria!... E invece le migliaia di ducati all'Ospitale, alla Casa
di Ricovero, agli Orfanotrofi, agli Asili d'infanzia, ai Catecumeni, o
che so io... tutto per aver gli articoli della _Gazzetta_ e le lapidi
nei vari istituti.... Come se il morto leggesse quegli articoli e le
iscrizioni di quelle lapidi!... Ma il dispetto maggiore me lo fanno
quelle pensioni ad agenti e a servitori... dopo che il conte Leonardo
ha detto lui stesso che tutti rubano in casa sua.... Se rubano!... Quel
_sior_ Bortolo peggio degli altri.... Sempre cos mellifluo, sempre cos
cerimonioso... _lustrissimo_, _lustrissima_, e inchini, e baciamano, e
proteste di devozione, e intanto s'empie le tasche di ben di Dio.... E i
fattori di campagna?... Che cere da Patriarchi!... Bianchi e rossi da
fare allegria.... Rendono i conti a loro modo, si servono dei cavalli di
lusso, dotano le figliuole, allargano i loro poderi... insomma un
carnovale.... Ma perfino il cuoco ha tutta l'aria d'un gran signore, e a
vederlo la domenica quando conduce a spasso la moglie lo si direbbe un
milord.... Gli  che oltre alla sua paga ha gli incerti e accetta
ordinazioni di pranzi da questi e da quelli, e tutto vien fuori dalla
cucina Bollati.... Camerieri e guatteri, non c' bisogno di dirlo,
cacciano le mani anche loro nelle casseruole e non ce n' uno che non
porti a casa il suo fagotto di roba... le donne fanno il resto e vorrei
aver io tutti i capi di biancheria e di vestiario che quella stolida
della Chiaretta si lascia portar via sotto agli occhi....  inutile che
facciate quelle smorfie... queste son verit sacrosante, e siete voi
solo a ignorarle.... E vi dico che se foste stato un uomo di spirito,
invece di perdere le giornate in quel vostro ufficio che non vi d
nemmeno da campare la vita, e di sciupar le sere al caff alla Vittoria
coi vostri eterni scacchi, avreste dovuto ottenere un posto
nell'amministrazione Bollati e ingegnarvi.

--Oh, oh--interruppe il conte Luca--vorreste dire che avrei dovuto
rubare come gli altri... mi spiego?

--Mi spiego, mi spiego?... Vi spiegate malissimo.... Io non ho detto
rubare; avreste fatto del bene alla vostra famiglia e anche ai vostri
parenti Bollati, che era meglio cascassero in mano d'un cugino che di
gente mercenaria.... E oggi stesso, vedete, s'io fossi nei vostri panni,
andrei difilato da Zaccaria e gli direi: Volete una persona di cuore
alla testa dell'agenzia? Son qua io.

--Siete matta? In questi impicci mi mettereste? Vi paion proposte da
fare?

--Oh lo so che voi non siete uomo capace di uscir dal vostro guscio....
E guai alla famiglia se non ci fossi io.... Che anche quel poco che ci
rende la parentela dei Bollati lo dovete a me.

--Io non nego le vostre belle qualit;... per... s... voglio dire...
se siamo parenti dei Bollati, il merito non  mica vostro... mi spiego?

Il conte Luca non aspett la risposta e sguizz dalla stanza, come
faceva sempre quando gli pareva di non aver mostrata sufficiente
sommissione alla moglie.

Era una brava donnetta, una donnetta attiva e procacciante la contessa
Zanze, ed era riuscita, poverissima, a farsi sposar dal conte Luca
Rialdi, poco meno spiantato di lei, ma cugino degli illustri e
ricchissimi Bollati, e in buoni termini con loro. Alla contessa Zanze
per era occorsa molt'arte a vincer la diffidenza dei parenti di suo
marito, i quali le rimproveravano, fra l'altre cose, la dubbia nobilt
dei natali e il modo subdolo con cui aveva tirato nella rete quel povero
conte Luca. Comunque sia, ormai ella spigolava abbastanza largamente nel
campo dei Bollati; vestiti smessi pei figliuoli, per s e anche pel
consorte, qualche regaluccio a tempo e luogo, e qualche prestito di
danaro che non si restituiva e che l'aiutava a spingere innanzi la barca
pericolante. Aggiungasi al resto un paio di mesi di villeggiatura, e un
paio di pranzi alla settimana, ch'erano una vera provvidenza per la
famiglia. Naturalmente di fronte a questi vantaggi la contessa Zanze
doveva inghiottire molti bocconi amari. Le toccava prestarsi ad uffici
umili, quasi di cameriera, le toccava ogni momento sentirsi ricordar la
distanza che correva tra lei e i Bollati, e far la disinvolta mentre si
andava a gara per mettere in burletta le sue acconciature, il suo
abbigliamento e perfino, sacrilegio orribile! i suoi marted. Giacch
bisogna notare che la contessa Zanze aveva anch'essa il suo giorno di
ricevimento nel quale ella noleggiava un servitore a spasso, gli faceva
indossare una livrea gelosamente conservata in casa, e lo piantava
nell'andito ad aspettarvi le visite. Capitavano dame e pedine, ma per
lei erano sempre contesse, o marchese, o _lustrissime_; fra lei e il
suo cameriere improvvisato nobilitavano tutti. La moglie del dottor
X.... non mancava mai ai marted della Rialdi, tanto le piaceva il
sentirsi dar della contessa una volta per settimana.

Il marted si desinava in casa Bollati, e guai se non fosse stato cos,
perch quel giorno non si accendeva il fuoco in cucina per non aver
l'odor di bruciaticcio nel salotto attiguo, e anche perch la padrona di
casa non aveva agio da attendere alle faccende domestiche. Di tratto in
tratto accadeva per che i Bollati avessero appunto il marted qualche
commensale di riguardo e allora essi mandavano a dire ai cugini: _Venite
domani_. In questi casi, il conte Luca doveva limitarsi a mangiar pane e
salame, e i bimbi sfamati alla meglio si mettevano a letto pi presto
del solito in ossequio al proverbio: _Qui dort dne_. In quanto alla
contessa Zanze, ella non prendeva che una limonata senza zucchero,
tant'era la bile che le suscitava il procedere de' suoi boriosi parenti,
i quali mostravano di tener in cos poco conto lei e suo marito. Ah se
non ci fossero stati di mezzo i figliuoli! Ma i figliuoli c'erano e non
conveniva sacrificarli a un malinteso amor proprio. Perci la contessa
Zanze reprimeva presto i suoi moti di collera e procurava d'inculcare a
Gasparo e a Fortunata la maggior riverenza verso i Bollati. Senonch,
l'indole de' suoi ragazzi era cos dissimile che i germi gettati nel
cuore dell'uno e dell'altra non potevano dare ugual frutto. Fratello e
sorella avevano comune un gran fondo di rettitudine, ma nella sorella
questa rettitudine s'univa a un'indole docile e mansueta; nel fratello
invece essa si accompagnava a uno spirito altero, insofferente di freno.
A ogni suggerimento, a ogni ordine, il primo impulso di Gasparo era
quello di ribellarsi, il primo impulso di Fortunata era quello di
ubbidire, cosicch un psicologo chiamato a far pronostici sui due
piccoli Rialdi avrebbe detto che Gasparo era un ragazzo indisciplinato e
molesto, il quale sarebbe divenuto un uomo efficacemente e operosamente
buono; Fortunata era una bimba angelica, serbata probabilmente a esser
vittima d'ogni prepotenza e d'ogni ingiustizia, e la cui bont passiva
avrebbe finito piuttosto col nuocere a lei che col giovare agli altri.

Premesso ci, sar facile intendere come non ci fosse voluto molto a
imprimer nell'animo di Fortunata l'idea della grandezza dei Bollati e a
persuaderla della necessit di mostrar loro ogni deferenza, e come
d'altro canto la fierezza naturale di Gasparo gli avesse impedito
d'acconciarsi a questa subordinazione. Non c'era mai stato caso di
persuaderlo a baciar senza tante smorfie la mano del vecchio conte
Leonardo, n quella del conte Zaccaria o della contessa Chiaretta; non
era stato possibile di far s ch'egli giocasse col contino senz'attaccar
lite. Anzi un giorno, punto da non so quali parole, egli picchi di
santa ragione il cuginetto, cosa che indusse la contessa Chiaretta a
far terribili vaticini sulla sorte dell'umanit, giacch, quando i
parenti spiantati picchiano i parenti ricchi, dev'esser vicina la fine
del mondo.

Forse questo fatto memorabile ebbe una certa influenza nella risoluzione
dei Rialdi di mettere il figliuolo nel collegio di marina a Sant'Anna di
Castello.

Cos la contessa Zanze poteva catechizzar Fortunata senza
contraddizione.--Sii rispettosa, servizievole coi parenti Bollati, e
procura di farti voler bene dal cugino Leonardo.

La bimba, ufficiosa per sua natura e facilissima ad affezionarsi, non
durava fatica a secondare i desiderii materni, ed era lietissima se
poteva rendersi utile in qualche maniera alla _zia_ Chiaretta, com'ella
chiamava la illustrissima contessa. E costei, ch'era un tipo perfetto
d'egoista, vedeva di buon occhio questa fanciullina punto chiassona,
punto romorosa, dispostissima a far le parti d'una piccola cameriera. Lo
stesso conte Zaccaria si degnava talvolta di occuparsi di lei, e
allorch voleva darle un segno della sua speciale benevolenza, se la
prendeva sulle ginocchia, le ordinava di chiuder gli occhi e le cacciava
su pel naso un pizzico di tabacco, scherzo fino e saporito che
l'illustre gentiluomo riteneva il _non plus ultra_ dello spirito.
Fortunata starnutiva replicatamente, ma non si lagnava mai; anzi,
quand'aveva finito di starnutare, sorrideva di quel suo sorriso
carezzevole ch'era la sua maggiore attrattiva fisica.

E il contino Leonardo preferiva Fortunata a tutti gli altri compagni di
gioco, forse perch Fortunata sopportava con pi longanimit i suoi
capricci. Sprezzante per indole, egli era piuttosto cortese con lei, e
le serbava delle chicche, o le regalava dei trastulli rotti: cavalli a
cui s'era spezzata una gamba, bambocci che avevano perduto la testa,
trombette che avevano dimesso l'abitudine di suonare. Fortunata andava
in estasi. Ci voleva cos poco a riempirle l'animo di gratitudine!

La contessa Zanze provava un grande compiacimento a veder la buona
intelligenza tra i due cugini, e si cullava in una speranza ambiziosa
balenatale alla mente, si pu dire, fin dalla nascita della figliuola.
Ah se Leonardo s'innamorasse di Fortunata!

Il marito, pi positivo, si stringeva nelle spalle
borbottando:--Castelli in aria, castelli in aria.

Ma la consorte gli imponeva silenzio con una ragione perentoria:--Siete
un gran babbeo.

Quest'era innegabile. Ma Gasparo Rialdi, che non era un babbeo e che, se
non fosse stata la disciplina, avrebbe avuto il primissimo posto nella
sua classe, Gasparo, nelle poche feste ch'egli passava in famiglia,
diceva che sua sorella aveva un gran torto di perder il suo tempo a
giocare con quello stupido prepotente di Leonardo Bollati, e che in
quanto a lui era ben lieto di non aver quasi mai occasione di mettere il
piede nel palazzo di quei somari. Parole che facevano andar fuori della
grazia di Dio la contessa Zanze e mettevano la febbre addosso al conte
Luca, altrettanto meravigliato di aver un figliuolo di quello stampo
quanto sarebbe maravigliata la chioccia che s'accorgesse d'aver covato
un aquilotto.

N Gasparo aveva almeno la prudenza di aspettare a fare i suoi sfoghi
che non ci fosse presente la sorella. Anzi un giorno egli disse a lei
stessa:--Tu hai i gusti di Sant'Antonio.... Anch'egli prediligeva un
certo animale.

Fortunata non cap nulla, ma si mise a piangere senza sapere il perch,
e corse dalla mamma chiedendole in mezzo ai singhiozzi:--Mamma, mamma,
che gusti aveva Sant'Antonio? Che animale era quello ch'egli
prediligeva?

Guai se Gasparo non fosse rientrato presto in collegio. Egli era proprio
insopportabile, e la _zia_ Chiaretta aveva ragione a definirlo con una
parola che per lei esprimeva la quintessenza d'ogni nequizia: _ un
carbonaro_.




V.


Vediamo ora di far pi stretta conoscenza col contino Leonardo Bollati,
unico rampollo maschio della famiglia, unico erede d'un nome illustre
negli annali della Serenissima.

Per cominciare _ab ovo_ diremo che il contino Leonardo nacque nel 1823,
come pu verificarsi, oltre che dai registri parrocchiali, anche da un
volumetto di poesie stampato in quel tempo, col titolo: _Versi di vari
autori in occasione del battesimo di S. E. il conte Leonardo Bollati P.
V._ (leggi Patrizio veneto).

C' fra gli altri componimenti un sonetto che principia cos:

    O tu in cui dritta la virt discese
      Onde Venezia ebbe del mar l'impero,
      Certo tu pure, o pargoletto altero,
      Famoso andrai per memorande imprese;

    Mel dice il nobil tuo sembiante, il fiero
      Lampo degli occhi tuoi mel fa palese...
      .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .

E ci pare che basti.

Nonostante le feste con cui egli fu accolto al suo nascere, il contino
Leonardo non fu guastato con troppi baci e troppe carezze. Il conte
Zaccaria, libertino incorreggibile, s'occupava pi delle crestaie e
delle ballerine che de' suoi figliuoli, e la contessa Chiaretta, tra le
pratiche di devozione e il teatro, il fare e il ricever visite, il
curare i suoi mali veri e l'almanaccar dietro ai suoi mali immaginari,
il bever tazze di cioccolata e il mangiar pasticcini, esauriva tutte le
forze del corpo e dello spirito, n le restava pi tempo o voglia di
dedicarsi alle cure materne. Dimodoch S. E. Leonardo Bollati, progenie
di dogi, pass dalle braccia della balia e delle bambinaie a quelle
dell'altre persone di servizio, e ne' primi anni della sua gloriosa
esistenza non era ammesso al cospetto de' genitori che la mattina appena
alzato e la sera avanti di coricarsi. In questi momenti solenni egli
baciava la mano al nonno, al signor padre e alla signora madre, e dava
loro il buon giorno e la buona notte. Nelle grandi occasioni (a Pasqua,
a Natale, al Capo d'anno, ecc.) lo si faceva portare a tavola alle
frutta. Allora il contino dava prova di ottimo appetito e di rara
precocit nel dir parole indecenti, ch'egli apprendeva in cucina e che
esilaravano il conte padre ed erano accolte con un sorriso benevolo
anche dai commensali, soprattutto dai Rialdi, parenti poveri, mentre la
contessa Chiaretta si limitava ad esclamare:--Maria Vergine santissima!
Che discorsi!

Ma il contino Leonardo non imparava in cucina soltanto le schiette
grazie del linguaggio popolare.

Un barcaiuolo pensionato della famiglia, morto nonagenario un anno prima
del padrone vecchio, lo aveva erudito in certe cronache domestiche assai
edificanti. Nicola (il barcaiuolo si chiamava cos) era nato in casa e
avea pei Bollati una devozione a tutta prova. Per isfortuna egli non era
cresciuto nei tempi in cui i Bollati maschi si coprivano di gloria, ma
in quelli in cui le Bollati femmine facevano d'ogni erba un fascio. E
raccontava le gesta di queste civette con la identica compiacenza con la
quale due secoli innanzi avrebbe raccontato quelle del nobiluomo Almor
che aveva preso una bandiera ai Turchi, e del nobiluomo Biagio che a
venticinque anni aveva sbalordito il Maggior Consiglio con la sua
eloquenza. La madre del conte Zaccaria non aveva avuto tempo di far
discorrer di s perch'era morta da parto dopo un anno di matrimonio, ma
Sua Eccellenza Adriana e Sua Eccellenza Marina, mogli di due fratelli
del N. H. Leonardo ne avevano fatte di grosse. Belle, piene di spirito e
di salute, avevano goduto la vita, loro due, non come Sua Eccellenza
Chiaretta, una buona donna, ma via, un po' troppo monachella, troppo
dinoccolata, troppo paurosa della sua salute. Perch in fin dei conti,
diceva il vecchio Nicola, che cosa fanno a questo mondo le donne se non
fanno il chiasso e l'amore?

--Eh--continuava il barcaiuolo epicureo--ai tempi delle lustrissime
Adriana e Marina ci si divertiva in Palazzo. Altro che adesso! Non
s'eran mai viste due cognate che se la intendessero meglio di quelle.
Mai una gelosia, mai la cattiva azione di portarsi via i _morosi_, ma
invece un aiutarsi, un difendersi ch'era un piacere a sentirle. Io ero
il confidente di tutt'e due, e quando l'una o l'altra diceva di voler la
gondola a un remo solo e che quel remo dovevo esser io, sapevo benissimo
di che si trattava. Qualche volta i due mariti e i due rispettivi
cavalieri serventi volevano tirarmi in lingua. Mi ricordo che un giorno
il nobiluomo Barbo, che serviva la lustrissima Adriana, mi disse:--Tu
tieni il sacco a quella fraschetta.--Nobiluomo--io risposi--la parli
con rispetto della padrona. Sicuro; perch io non ammettevo scherzi su
questo proposito.... Ma quando potevo, coi debiti riguardi, dare un buon
consiglio alle _lustrissime_, mi facevo coraggio. E raccomandavo loro di
usar prudenza e di salvare le apparenze, che son quelle a cui il mondo
bada di pi. Cos facevo il mio dovere, e le padrone, che non avevano
ombra di sussiego, me ne ringraziavano. Erano due angeli, quelle donne,
e non  mica a credere che fossero cattive mogli. Bisognava vederla Sua
Eccellenza Adriana durante la lunga malattia del marito. Pareva una
suora di carit. E quando S. E. Alvise mor, che macchina di monumento
ella gli fece innalzare in chiesa dei Gesuiti! E quante messe all'anno
faceva dire in suffragio del povero defunto! Se quell'anima l non ha
scontato presto il suo purgatorio, non deve certo prendersela colla
moglie. E S. E. Marina? L'ho accompagnata io stesso due anni di fila ad
Abano con S. E. Vittore che andava a curarvi la sua sciatica. Che
pazienza da santa quella donna! Perch S. E. Vittore (che Dio l'abbia in
gloria!) era una pasta di zucchero finch stava bene, ma se aveva un
dolor di capo, usciva dai gangheri addirittura. Non c'eravamo che la
padrona ed io che potessimo sopportarlo.--Eh, Nicola,--la mi diceva
scherzando--non si va mica in gondola adesso. --Ma, lustrissima;
torneranno quei tempi.--E lei, con una scrollatina di testa:--Intanto
s'invecchia, caro Nicola.--Benedetta quella vecchia!--io avrei voluto
soggiungere, ma non ero che un povero gondoliere e non dovevo prendermi
certe libert.... So ch'era da mangiarla S. E. Marina quando parlava
cos. A quarant'anni ell'era ancora un boccone prelibato. Una vitina, un
busto, un giro di spalle, dei capelli neri come la pece, due occhi da
svegliare i morti.... E una manina bianca, grassottella, che aveva tutti
i sapori.... Posso dire di avergliela baciata quella mano.... Ma! Le due
_lustrissime_ son morte tutt'e due in fresca et e di donne come quelle
s' persa la stampa....

Questi e altri discorsi consimili il vecchio Nicola li teneva
soprattutto nelle sere d'inverno, durante la siesta, quando seduto sul
focolare sopra un seggiolone impagliato egli protendeva le gambe
stecchite sulle ceneri calde, e fumava la sua pipa di gesso o centellava
un bicchiere di vino generoso. Il resto della servit stava ad
ascoltarlo ad orecchie tese, e le cameriere, ghiotte di pettegolezzi
scandalosi, lo tempestavano di domande. Ed egli, sempre vantandosi
d'esser stato un modello di discrezione in giovent, spifferava una
quantit di aneddoti circa alle scappate delle padrone, e al brio delle
loro conversazioni nel casino ch'esse tenevano in comune a San Giuliano,
e ai loro travestimenti in carnevale, al Ridotto, e ai loro trionfi alla
venuta dei conti del Nord e del Re di Svezia. Intanto il contino
Leonardo, ora sulle ginocchia d'una fantesca, ora sotto la tavola in
compagnia del gatto, sbadigliava aspettando che lo mettessero a letto.
E, se vogliamo esser giusti, egli si curava pochissimo di queste glorie
casalinghe, e preferiva il racconto dei fatti memorabili del brigante
Mastrilli, che il signor Oreste, il cuoco, sapeva a memoria, e di cui
mostrava al padroncino le illustrazioni a colori sopra una ventola di
cartone.

Altra occupazione gradita pel nostro contino, sin dalla pi tenera
infanzia, era stata quella di dar la caccia ai granchi che salivano su
per la _riva_ del Palazzo. A questo nobile esercizio egli dedicava un
paio d'ore al giorno sotto la vigilanza dell'uno o dell'altro dei
gondolieri di casa, e, quando aveva preso una di quelle innocue
bestiuole, egli trovava un gusto infinito a legarla con uno spago per
una delle branchie e a tirarla su e gi per l'androne.

Per i gondolieri non insegnavano al contino Leonardo solamente a
pigliare i granchi; essi lo addestravano eziandio nell'arte del remo,
l'unica ginnastica a cui si dedicassero in quel tempo i nobili veneti. A
quattr'anni egli aveva gi un remino microscopico che appena sfiorava
l'acqua; poi di mano in mano che il ragazzo cresceva gli si faceva fare
un remo pi grande e il remo smesso si conservava come trofeo di
famiglia. Quando il contino Leonardo non possedeva ancora le lettere
dell'alfabeto, egli era ormai in grado di vogare a poppa e di diriger
bene o male la gondola nel Canalazzo e pei meandri dei _rii_. I
barcaiuoli dei traghetti lo conoscevano tutti, e se qualcheduno
vedendolo passare gridava poco rispettosamente:--_Occhio ai granchi,
Eccellenza_--i pi rendevano giustizia alle sue felici disposizioni e
gli pronosticavano uno splendido avvenire.

Con la sorella, alquanto maggiore d'et, Leonardo non aveva mai avuto
buon sangue; del resto si pu dire ch'egli l'avesse anche conosciuta
poco, perch'ella entr ben presto alle Salesiane e vi stette fino al
momento del matrimonio. La piccola Rialdi, che aveva quattr'anni meno di
lui, era stata sempre, come sappiamo, la sua compagna favorita di
giuoco. E quand'egli non era in cucina con le serve, o in gondola, o
presso alla _riva_ coi barcaiuoli, era con Fortunata in uno stanzone del
secondo piano detto lo stanzone degli armadi, ove i bimbi potevano fare
il chiasso senza disturbare la _lustrissima_ Chiaretta che pativa di
emicrania e di sfinimenti.

Cos trascorse l'infanzia del contino Leonardo Bollati. Alla fine il suo
signor padre si decise a dargli un precettore, e la scelta cadde sopra
un sacerdote di nome don Luigi, al quale il conte Zaccaria,
nell'affidargli l'educazione del giovinetto, tenne questo notevole
ragionamento:

--Grazie al cielo, Leonardo non ha bisogno di guadagnarsi da vivere, non
deve far l'avvocato, n il medico, n l'ingegnere, n, Dio guardi, il
professore. Sotto la Serenissima era un altro paio di maniche. Il
ragazzo avrebbe dovuto entrare prima nel Maggior Consiglio e pi tardi
forse nei Pregadi, e non ci sarebbe stata nessuna carica, per quanto
alta, a cui egli non avesse potuto aspirare. Adesso il pi che possa
toccargli  di diventare assessore municipale, o amministratore dei
Luoghi Pii, o presidente della Fenice, come me, e per questa roba non
occorre troppa dottrina. Dunque, don Luigi, siamo intesi. Un poco di
religione, di storia sacra e di storia veneta, le quattro operazioni
dell'aritmetica, una tintura di latino, e quel tanto d'italiano che
basta a scriver discretamente una lettera, e, se occorre, un sonetto per
nozze o per monaca. Insomma non sopraccarichiamo il ragazzo di scienza.

Don Luigi s'inchin in segno d'assenso, e promise al conte Zaccaria di
uniformarsi interamente a' suoi desiderii.

Proprio un asino don Luigi non era; aveva un certo bagaglio di cultura
classica e aveva scritto in giovent un panegirico di San Luigi Gonzaga,
lodato dal Padre Cesari. Ma era una mente gretta, piccina, di quelle che
non possono spargere intorno a s altro che la loro piccineria e la loro
grettezza. In fatto di letteratura, il suo pi forte convincimento era
questo: doversi combattere ad oltranza il Manzoni. Per don Luigi,
innamorato degli _avvegnach_ e dei _conciossiach_, il Manzoni era un
barbaro, e non c'era scribacchino d'istanze ch'egli non preferisse
all'autore dei _Promessi Sposi_. Onde sopra una sola cosa egli domand
al conte Zaccaria che gli fosse lasciata mano libera:--Bisogna ch'ella
mi permetta--egli disse--di formare a mio modo lo stile del mio allievo.
Sarei veramente umiliato s'egli dovesse scrivere come il signor Manzoni,
quel corruttore della lingua italiana.

--Oh in quanto a questo--rispose il conte Zaccaria--faccia come le pare.

Le inquietudini di don Luigi non durarono un pezzo. Non solo il contino
Leonardo non accennava a voler scrivere un giorno come il signor
Manzoni, ma dopo cinque anni d'insegnamento era ancora dubbio s'egli
sarebbe mai riuscito a scrivere in nessuna maniera. Il pronostico fatto
dal nonno poco prima di morire pareva aver molta probabilit di
avverarsi. L'ultimo rampollo dei Bollati aveva tutta la disposizione di
restare un somaro. Invece, dal lato fisico, egli era cresciuto meglio
che la gracile infanzia non promettesse, era abbastanza alto per la sua
et, snello e ben proporzionato della persona. Fatta eccezione dal naso
un po' grande, i suoi lineamenti erano regolari, e, non guardando pel
sottile all'espressione della fisonomia insignificante e sbiadita, lo si
poteva anche dire un bel ragazzo.




VI.


I Bollati avevano poderi in pi parti del Veneto, ma la loro villa
signorile era posta sulla Brenta, ed essi andavano a passarvi alcune
settimane della primavera e dell'autunno. Vi andavano per tradizione,
per non rimanere a Venezia quando non c'era nessuno, ma quel soggiorno
campestre non aveva per loro la minima attrattiva, come non pu averne
per quelli che portano in campagna i gusti e le abitudini della citt.
Gi per la contessa Chiaretta era un affar di stato il solo tragitto da
Venezia a Fusina, e prima di avventurarvisi ella consultava una dozzina
di volte l'aspetto del cielo e il parere dei gondolieri esperti nelle
cose meteorologiche. Quando non c'era neanche una nuvola, quando non
spirava un fiato di vento, quando i barcaiuoli erano d'accordo nel
pronosticar la durata del bel tempo, quando a Sua Eccellenza non doleva
un callo (ci ch'era per lei un sintomo infallibile di cambiamenti
atmosferici), quando non era n marted, n venerd, allora
s'intraprendeva finalmente il gran viaggio. Partiva prima la gente di
servizio coi bagagli (parevano le salmerie d'un esercito), poi venivano
i padroni in due gondole, portandosi, fra l'altre cose, un gatto
favorito dentro un paniere. A Fusina si trovavano le carrozze pronte e
la comitiva si avviava verso la Mira. E anche qui S. E. Chiaretta era in
preda a notevoli trepidazioni.--_Le bestie son bestie_--ella diceva
saviamente,--ed  sempre un miracolo quando non ne fanno di
grosse.--Cosicch ella sottoponeva il cocchiere a un interrogatorio in
piena regola.--Era proprio sicuro dei cavalli? Non aveva mica dato loro
troppa biada? E le ruote della carrozza le aveva esaminate bene? Non si
sa mai; si senton tante disgrazie.... Adagio.... Era inutile di correre
in quella maniera.

Basta; presto o tardi s'arrivava, e il fattore, il giardiniere e il
gastaldo venivano a baciar la mano ai padroni. La contessa Chiaretta,
tutta intontita dal viaggio, si ritirava prestissimo nel suo
appartamento, e per quel giorno non discendeva nemmeno a desinare, ma si
faceva servire un brodo in camera da letto. N  a credere che nei
giorni successivi ella uscisse frequentemente in giardino o facesse
delle gite nelle vicinanze; tutt'altro; gran parte della giornata ella
la passava in un gabinetto con le imposte accostate per non lasciar
entrare il sole, coi vetri chiusi per non lasciar entrare le mosche e la
polvere; e soltanto a ora di colazione e di pranzo si trascinava a gran
fatica fino in tinello, dicendo che non aveva fame e che non capiva come
ci fosse della gente che poteva trovarsi bene fuori di citt. La sera
per, quand'erano accesi i lumi, quando capitavano l'arciprete, il
cappellano, il medico condotto e qualche villeggiante per il tresette,
la fronte di S. E. si spianava un poco, ed ella si abbandonava un poco
alla dolce illusione d'essere nel salottino del suo palazzo di Venezia.
E poich le seccava di andare a letto presto, essa costringeva quei
poveri diavoli a farle compagnia fino a mezzanotte, e li teneva
svegliati a forza di tazze di caff.

Il conte Zaccaria, in fondo, aveva per la campagna la stessa passione di
sua moglie, ma non voleva dirlo, e si dava l'aria d'intendersene di
agricoltura, e ne sballava di grosse col fattore e col gastaldo, i
quali, pur mostrando di ascoltarlo con deferenza, si prendevano gioco di
lui. Il peggio si era che di tratto in tratto egli non si contentava
delle chiacchiere accademiche, ma s'impuntava a ordinar sui suoi fondi
dell'esperienze in _corpore vili_ e sciupava il tempo e i quattrini.

In quanto al contino Leonardo, egli avrebbe assai volentieri fatto senza
della villeggiatura. Egli trovava che i ranocchi, le cicale, le
lucertole valevan meno dei granchi e che la carrozza valeva meno della
gondola. A far lunghe passeggiate non ci aveva gusto; l'imparar a guidar
delle bestie gli pareva ignobile, e l'equitazione gli era venuta in
uggia dopo che un cavallo lo aveva gettato a gambe levate sopra un
mucchio di ghiaia. Sicch, tutto sommato, s'annoiava mortalmente; tanto
pi che, cosa abbastanza singolare, in campagna aveva meno libert di
quella che avesse in Venezia. A Venezia andava in gondola anche solo
affatto, e quand'egli riusciva a scender nell'entratura e recarsi presso
alla _riva_, era sicuro di non esser molestato pi.--Sar con
qualcheduno dei barcaiuoli,--dicevano in famiglia, e nessuno aveva altro
da soggiungere, e don Luigi era esonerato dall'obbligo d'invigilare sul
suo pupillo. In campagna invece don Luigi doveva seguire il contino
dappertutto, e badare ch'egli non andasse sotto una carrozza, o non
fosse morsicato dai cani idrofobi, o non isdrucciolasse gi nella
Brenta.--Con l'acqua dolce non si scherza--sentenziava S. E. Zaccaria.

Don Luigi, a tener dietro a S. E. Leonardo, non ne poteva pi, e alla
fine della giornata aveva l'aria d'uno di quei cani che per ore e ore
inseguono la selvaggina, e alla sera si accovacciano sul vestibolo
ansanti e con la lingua penzoloni. Onde, se gli riusciva di sgattaiolar
via con la scusa di qualche indisposizione appena faceva notte, correva
a rifugiarsi nella sua camera, e si cacciava sotto le coperte,
maledicendo al destino che costringeva lui, un uomo di tanto merito, a
sciupar la sua vita con un ragazzo balordo e maleducato. Ma
ordinariamente non gli era concessa neppur questa consolazione, perch
S. E. Chiaretta, che aveva sempre bisogno di seccar qualcheduno e
trovava assai comodo di seccare di preferenza il prete di casa, lo
sforzava spesso a rimanere alzato per fare il quarto a tresette in un
tavolino o per leggerle la _Gazzetta_ fino a che le venisse sonno. Gi
ell'aveva dichiarato che alle sue indisposizioni non credeva punto, e
che a ogni modo non poteva permettere ai suoi dipendenti di darsi il
lusso dell'emicrania e del mal di nervi.

Per don Luigi era meglio che ci fossero ospiti in quantit. E infatti ne
capitavano ogni autunno, ed erano, qual pi qual meno, tipi di parassiti
spiantati e famelici.

Uno degli assidui era il nobiluomo Pietro Canziani, dell'ordine dei
segretari, poeta sprositato, autore di madrigali galanti in lode della
contessa Chiaretta, la quale si ostinava a chiamar _sonetti_ tutti i
componimenti di vario metro che il suo devoto e maturo adoratore le
dedicava. Il signor Barnaba Sughillo, impiegato di contabilit, nel fare
il suo giro per le varie villeggiature sulla Brenta, non dimenticava i
Bollati, e intratteneva anche loro co' suoi giuochi di prestigio e con
la sua prodigiosa abilit nell'imitare il canto degli uccelli, meriti
che gli avevano procurato il benigno compatimento delle famiglie
patrizie. N mancava, sebbene non invitata, la contessa Ficcanaso, la
quale, dichiarando di non poter stare a lungo senza vedere i suoi
dilettissimi amici, veniva a stabilirsi in casa loro per un paio di
settimane almeno. Ella veniva con uno scarso bagaglio di biancheria, ma
con una ricca collezione di pettegolezzi, che le facevano perdonar dai
padroni l'uggia della sua visita. Nascite, morti, matrimoni, scandali
aristocratici e borghesi, arrivi e partenze di forestieri, promozioni e
traslochi d'impiegati, tutto aveva un posto nella cronaca della contessa
Ficcanaso, e Sua Eccellenza Chiaretta, tra uno sbadiglio e l'altro,
pendeva dalla sua inesauribile parlantina. Gli scandali l'attraevano in
ispecial modo, come accade a molte donne oneste, che sono piene di
curiosit patologiche. E di S. E. Chiaretta, fosse virt vera, o
freddezza, o salute cagionevole, o mancanza di occasioni, non si poteva
davvero dir nulla.

I Rialdi poi, l'ho gi detto, facevano in villa Bollati la permanenza
pi lunga possibile. Certo che talvolta, pur di rimanere, dovevano ceder
la loro stanza e contentarsi dei peggiori bugigattoli della casa. Ma se
ne contentavano perch la contessa Zanze voleva far economia, il conte
Luca aveva bisogno d'una boccata d'aria libera dopo le fatiche
dell'impiego, e Fortunata non riprendeva un po' di colore che quand'era
in campagna. Il solo Gasparo preferiva di passare in collegio anche le
vacanze.

Gli ospiti di minor riguardo erano vittime del lugubre buon umore di S.
E. il conte Zaccaria. Cos il nobile Canziani, il signor Sughillo, la
contessa Ficcanaso, i Rialdi avevano di tratto in tratto la compiacenza
d'esser svegliati prima di giorno da un gallo nascosto in un canterale,
o di trovar sparsa l'assafetida sulle lenzuola, o di sentirsi nel cuor
della notte strappar via le coperte che erano state insidiosamente
legate a una cordicella di cui uno dei capi era fuori della stanza.
Quando la burla passava la misura--Ah,--borbottava la contessa Zanze al
marito,--se foste almeno nell'amministrazione!

Il conte Luca si stringeva nelle spalle. Gli scherzi del cugino Zaccaria
non gli turbavano la digestione, a lui non pareva vero di poter mangiar
bene tutti i sette giorni della settimana e di dare qualche capatina
furtiva in cucina per assaporare prima del tempo i ghiotti manicaretti
apprestati dal signor Oreste. Inoltre, poich _non de solo pane vivit
homo_, il nostro conte Luca aveva, in quel periodo della villeggiatura,
delle insigni soddisfazioni d'amor proprio. Al caff della Mira non
c'era nessuno che gli tenesse testa agli scacchi. Perci, sia ch'egli
giocasse, sia ch'egli assistesse alle partite d'altri giocatori, egli
trovava, al cospetto della scacchiera, un brio e una loquacit
inesauribile, ed esilarava la compagnia con certi sali attici d'ottimo
gusto, come: _Fiat lux, faccia lui._--_Veda lei che ha quegli occhi cos
bei._--_Tacete su quegli olmi, o passeri inquieti._--_Pur che il reo non
si salvi i giusto_ POMI (garbatissima variante al verso del Tasso).--_Tu
taci Solimano e a nulla pensi._--_Fermi l e nessun si muova_--e altre
spiritosaggini simili.

Di Fortunata non si discorre neanche. Ella si lasciava cucinare in tutte
le salse, e i capricci dei cugino erano altrettante leggi per lei.
Leonardo, il quale non voleva intorno a s che persone sommesse, stava
appunto con Fortunata, con la Rosa nipote del gastaldo, chiamata per
vezzeggiativo Rosetta, e con tre o quattro ragazzi di contadini, ch'egli
pigliava a scappellotti se si mostravano recalcitranti ai suoi ordini.
Ma gi la Fortunata e la Rosetta erano le sue favorite. Con loro
deludeva spesso la vigilanza del precettore, e s'inzaccherava nei fossi,
o si ravvoltolava sui mucchi di fieno, o andava a zonzo pei campi
sgranellando i grappoli d'uva lungo le viti. Ora, per un gran tempo, la
Fortunata e la Rosetta, ch'erano quasi coetanee, procedettero d'amore e
d'accordo, senza ombra di gelosia, ch la Rosetta riconosceva la sua
inferiorit di fronte all'altra, la quale, per quanto spiantata, era
sempre una damina. Ma in quell'autunno 1838 il contino Leonardo, che
sentiva ormai le prime inquietudini dell'adolescenza, si divert a
prendere verso le due ragazze un atteggiamento di sultano fra le
odalische, e accordando ora una preferenza a questa, ora a quella, fece
sorger tra loro una specie di rivalit. Sicch esse finirono col non
potersi soffrire, e Fortunata, che pur adorava la campagna, vide con
piacere la villeggiatura giungere al suo termine. A Venezia, ella
pensava, le cose torneranno come erano prima, e quella pettegola della
Rosetta non far pi le sue smorfie.

Quest'era vero, ma Fortunata errava grandemente nel credere che, levata
di mezzo, almeno per qualche tempo, la Rosetta, il cugino Leonardo non
avrebbe avuto altri grilli pel capo. Invece, giunto in citt, Leonardo
mostr di aver progredito in pochi mesi in malizia pi di quello che in
molti anni non avesse progredito nell'ortografia, e Fortunata non gli
pareva che una bimba insipida con la quale non c'era sugo a perdere il
tempo.

Le tribolazioni di don Luigi in questa fase critica del suo allievo non
si possono descrivere. Quand'egli usciva a passeggio col contino, costui
guardava le donne in una maniera cos sguaiata, cos provocante, si
lasciava sfuggir di bocca delle esclamazioni cos ardite che il povero
sacerdote avrebbe desiderato d'esser mille miglia sotterra, tanto se ne
vergognava. E borbottava fra i denti:--Anime sante del Purgatorio! Che
cosa mi tocca!

Finalmente don Luigi dichiar che proprio egli non si sentiva in grado
d'andar pi fuori di casa solo col contino, perch, lasciando stare il
resto, egli non poteva n tenerlo per le falde del vestito, n corrergli
dietro quando il ragazzo s'impuntava a seguir le serve, o le crestaine,
o.... c'intendiamo.... ch gi un paio di volte i monelli gli avevan
dato la baja, a lui sacerdote per bene, e avevan fatto sul suo conto chi
sa che razza di supposizioni offensive.

Il conte Zaccaria accolse con filosofica serenit questi avvertimenti, e
disse che riconosceva in suo figlio il sangue dei Bollati. I Bollati
erano stati sempre cos, e poco pi d'un secolo addietro il nobiluomo
Giuseppe Antonio era fuggito a quattordici anni con una cameriera.
Effetti del sangue.

Nondimeno per vigilar meglio sul suo chiaro rampollo, il conte Zaccaria
deliber di affidarlo meno alle cure del precettore e di condurlo pi
spesso con s, al caff Suttil di giorno, al teatro la Fenice la sera,
quando c'era spettacolo o c'erano prove. Poich il conte Zaccaria ch'era
uno dei presidenti, aveva libero accesso anche al palcoscenico. In quel
recinto sacro alle Muse il contino Leonardo trov subito oneste e liete
accoglienze, soprattutto dal corpo di ballo. Infatti le pudiche allieve
di Tersicore avevano troppa stima del conte Zaccaria da non far buon
viso al suo nobile erede, il quale mostrava le migliori disposizioni a
seguir gli esempi paterni. Il contino Leonardo, dal canto suo, si
pavoneggiava molto di queste sue nuove conoscenze, e quand'era in palco
con sua madre nominava a una a una le vaghe giovinette di rango francese
o italiano che volteggiavano sulla scena in vestito succinto.

E se la contessa Chiaretta si sgomentava delle inclinazioni libertine
del figliuolo e manifestava dei timori al marito, questi tirava in campo
la solita scusa del sangue caldo dei Bollati, e soggiungeva:--Ci
vogliono le valvole di sicurezza, ci vogliono. Se no la macchina
scoppia.




VII.


La savia massima paterna non rimase infeconda, e a sedici anni appena il
contino Leonardo cominci ad applicar largamente il sistema delle
valvole di sicurezza. La prima di queste valvole si chiamava Candida, e
occupava un posto onorifico tra le Greche del ballo spettacoloso, _La
caduta di Missolungi_. Senonch, finita la stagione della Fenice, la
Candida prese il volo per altri lidi e le successe una Olimpia ascritta
tra le _Scozzesi_ di una _Lucia di Lammermoor_ che si rappresentava al
teatro S. Benedetto. L'Olimpia non dur un pezzo neppur lei, e le tenne
dietro una Serafina, _virtuosa_ di canto, che, insieme con molte altre
cose, aveva perduto la voce. N con la Serafina,  inutile il dirlo, si
chiuse il ciclo romantico del nostro giovinetto. Giova bens notare come
queste frequenti conquiste asciugassero le tasche del contino Leonardo,
il quale non riceveva dal signor padre che un modesto peculio mensile.
In questa critica condizione di cose il nostro Leonardo trov
un'assistenza impreveduta nell'ottimo signor Oreste, il cuoco, uomo
danaroso e liberalissimo, sovventore magnanimo di piccoli bottegai e
merciaiuoli ambulanti con cui egli teneva conto corrente al mite saggio
dell'un per cento alla settimana. Trattandosi ora di levar d'impiccio il
padroncino, era naturale ch'egli fosse pronto a dare, nonch i
quattrini, anche il sangue. Onde, in quel modo delicato che rende pi
preziose le offerte, il signor Oreste mise la sua cassa a disposizione
del contino Leonardo, ritirandone di volta in volta delle cambialette
rinnovabili ogni anno fino al momento in cui il giovane divenisse
maggiore. S. E. Zaccaria, che ignorava ogni cosa, pot intanto cullarsi
nella dolce illusione che il figliuolo sapesse far baldoria e spenderne
pochini, ci che non sapevano altri giovani del patriziato.

Il sagace lettore non trover punto strano che il contino Leonardo,
entrato ormai in dimestichezza con le Candide, le Olimpie e le Serafine,
guardasse con un sorriso di compassione tutte le femmine le quali non
appartenevano a quella casta rispettabile. Fortunata divorava in
silenzio il suo dolore pel mutato atteggiamento del cugino verso di lei,
ma la contessa Zanze non sapeva dominar la sua stizza, e le accadeva
sovente di tirar gi a campane doppie contro i Bollati, ch'erano
stupidi, ignoranti, vanitosi, villani, egoisti, e lasciavano crescere
come l'erba matta il solo maschio che avessero.--Gi--ella diceva--per
poco che quello sbarazzino continui la vita che fa, egli crepa
sicuramente.... E sar quello che si merita--ella soggiungeva urlando
come un'ossessa e dimenticandosi per un momento l'idea da lei
vagheggiata di avere il contino Leonardo per genero.

Gasparo Rialdi trionfava, vedendo di non esser pi il solo della
famiglia ad avere in uggia il giovane Bollati. E quando gli tocc
d'imbarcarsi, perch'egli era ormai cadetto di marina e doveva andar con
la squadra in Levante, egli prese da parte la sorella e le disse con
maggior dolcezza dell'ordinario:--Credilo, sorelluccia mia, io me ne
vado pi contento sapendo che tu bazzichi meno con Leonardo....
Quell'intimit non m'era piaciuta mai, e sarai persuasa che non avevo
torto. Leonardo  stato da piccolo in su un monellaccio e nient'altro, e
adesso che da un anno in qua fa a modo suo,  uno dei pi scapestrati
che vi siano in paese. Tu non sei una bimba, hai quasi quindici anni, e
a quindici anni una giovinetta deve guardar bene a chi accorda la sua
confidenza e le sue preferenze.... Capisco che noi non possiamo troncar
le nostre relazioni coi Bollati; il babbo e la mamma non lo vorrebbero,
e forse avranno ragione, forse  vero che ci conviene usar dei riguardi
a quei nostri parenti.... abbiamo, pur troppo, delle obbligazioni con
loro.... Ma un giorno, se la fortuna m'aiuta!... Intanto sta in
guardia, e soprattutto non curarti di Leonardo... Son meglio i suoi
disprezzi che le sue carezze.--Le parole di Gasparo erano per Fortunata
tante punture di spillo. Ella non osava contraddirlo, si sentiva piccina
piccina di fronte a lui; ma egli era troppo impetuoso, troppo violento,
troppo assoluto da potersele insinuare nell'animo, da poter sradicarne
le simpatie segrete coltivate con lungo amore. Poich non  mica vero
sempre che i forti trascinino i deboli; la bufera che abbatte la quercia
passa talvolta sul gracile stelo senza far altro che piegarne la cima. A
veder suo fratello cos accanito contro Leonardo, ella, pur riconoscendo
i torti di costui, aveva come la coscienza d'un'ingiustizia, di una
persecuzione della quale ell'era muta e impassibile testimonio. Le
pareva che sarebbe convenuto tener modi diversi, usar la dolcezza,
cercar con le ammonizioni e i consigli di ricondurre il traviato sul
retto sentiero, e avrebbe dato dieci anni della sua vita per saper far
lei quello che non sapevano o non volevano fare gli altri. Cos Gasparo,
con tutta la sua perspicacia, s'era affrettato troppo a rallegrarsi
della scemata intrinsichezza di sua sorella con Leonardo Bollati.
Sicuro, le apparenze gli davano ragione, e Fortunata si trovava di rado
a quattr'occhi col cugino, ma chi le fosse disceso in fondo al cuore
avrebbe visto che i nodi che la stringevano a lui, anzich rallentarsi,
accennavano a diventare pi saldi e indissolubili.--Non sei una
bimba--le aveva detto Gasparo, ed era vero. E appunto per questo
riusciva meno facile a lei stessa di raccapezzarsi in quel tumulto di
sentimenti nuovi e di nuovi pensieri che l'agitavano. Ci ch'ella
provava per Leonardo Bollati non era l'affetto uguale, ingenuo e devoto
dei primi anni; era a volte un'attrattiva invincibile, a volte una
strana ripulsione; ond'ella ora lo cercava ed ora lo sfuggiva, ma sia
che lo cercasse o lo sfuggisse, non sapeva staccare il pensiero da lui.

Dei genitori vigili, intelligenti, avrebbero avvertito il pericolo e
cercato di ripararvi in tempo, ma il conte Luca era un uomo nullo che
aveva abdicato in favore della moglie, e la contessa Zanze, sebbene non
fosse una sciocca, non era nata per capir certe cose, e aveva poi uno
spirito singolarmente sconclusionato. Dimodoch, dopo aver dipinto
Leonardo con le tinte pi fosche, dopo avergli pronosticato ogni specie
di malanni, ella mutava a un tratto registro e tornava a far castelli in
aria e ad almanaccare sulla possibilit che sua figlia entrasse in casa
Bollati e ch'ella, Zanze Rialdi, divenisse un giorno la suocera
dell'erede di un gran nome e di un gran patrimonio. Inoltre, anche nei
momenti in cui ell'era meno disposta alle illusioni, ell'avrebbe riso in
faccia a chi fosse venuto a dirle che il solo mezzo efficace di salvar
Fortunata dalle amarezze e dai disinganni era quello di non frequentar
troppo i Bollati, di non mantener con essi che le relazioni strettamente
necessarie. Colmarli di contumelie quand'essi non potevano sentirla,
era, per la contessa Zanze, la cosa pi naturale del mondo, ma perdere i
vantaggi d'una parentela simile le sarebbe parso un delitto verso s
stessa e verso la propria famiglia. Ah, in verit non c'era che lei che
avesse un po' di sale in zucca! Suo marito era un bamboccio, Gasparo,
con tutto il suo ingegno, non sapeva il viver del mondo, e Fortunata era
una buona diavola, ma prendeva di tratto in tratto certi atteggiamenti
di vittima ch'erano molto noiosi. Adesso ell'aveva l'aria di fare una
grazia ad andar l'autunno in campagna, come se si potesse rinunziare a
un sistema che, senza contare il benefizio fisico, permetteva di chiuder
la casa e di raggranellar quattro soldi per l'inverno.

La ragione, per la quale Fortunata andava mal volentieri in villa
Bollati, non  difficile a immaginarsi. Il contino Leonardo, si curava
poco di lei e si curava troppo della nipote del gastaldo, la Rosetta,
che in brevissimo tempo s'era fatta una bella ragazza. Vispa,
civettuola, la Rosetta sapeva di piacere e si divertiva a lasciarsi
corteggiare, per rider dei gonzi, diceva lei, giacch non era cos
grulla da innamorarsi a spese della salute e del buon umore, e in quanto
al prender marito non c'era furia, ch un marito  un tiranno e
nient'altro. A ogni modo, di mariti c'era abbondanza; bastava volere.
Per ora preferiva spassarsela, e d'autunno quando i padroni erano in
villa accettava di buon animo gli omaggi del conte Leonardo, certa di
far arrabbiare le sue carissime amiche e di suscitar la gelosia dei
bellimbusti del paese. Perci ella non aveva nessun riguardo a lasciarsi
vedere con Leonardo per le strade maestre e a scambiar la domenica in
chiesa occhiate e sorrisi con lui. Che se anche le _amiche_ e i galanti
si vendicavano col tener sul suo conto ogni specie di discorsi e
coll'esagerare l'importanza della tresca, ella si stringeva nelle
spalle, tant'era sicura che al finir dell'autunno i galanti sarebbero
tornati ai suoi piedi, docili come cagnolini. Delle _amiche_ poi non si
dava pensiero; chiuder loro la bocca era impresa impossibile.

La Rosetta, come si vede, sfidava la cosidetta opinione pubblica per
vanit, poich questa sua vanit non sarebbe stata soddisfatta se la
gente non avesse saputo che il contino Bollati spasimava per lei. Ma
dove la vanit non era in giuoco ell'era invece prudentissima, e
Leonardo non riusciva a indurla n a passeggiate in luoghi solitari, n
a furtivi colloqui di sera. Anzi quand'egli era troppo insistente, la
ragazza fingeva di corrucciarsi e lo sfuggiva per pi giorni di seguito.
Gi i pretesti non le mancavano; o doveva attendere alla cascina, o
aveva da lavorar di cucito per lo zio e i cuginetti. Allora Leonardo si
sfogava con Fortunata e diceva che la Rosetta era la pi civetta di
tutte le tose ch'egli aveva conosciuto, e ch'ella s'ingannava a partito
se credeva di far colpo sopra di lui con quelle sue bizze da
principessa. C'era proprio pericolo ch'egli la prendesse sul serio! Ma
queste confidenze non davano un gran conforto a Fortunata, che, di l a
qualche giorno, vedeva Leonardo pi sommesso di prima alla capricciosa
contadinotta.

Era impossibile che in casa non s'accorgessero di questa tresca, e
seppur non se ne fossero accorti, la contessa Zanze si sarebbe assunta
la briga di spargerne la notizia. Ella n'era scandalizzatissima, e non
risparmiava fatiche per risvegliare il senso morale del conte Zaccaria e
della contessa Chiaretta e per indurli a far valere la loro autorit
prima che accadesse una catastrofe. Ma quelli non se ne davano per
intesi. O che toccava a loro di vigilare sul prezioso onore d'una
villana?

E se dobbiamo esser sinceri, quegli a cui spettava anzitutto
quest'ufficio delicato era il gastaldo, zio della Rosetta, volpe
vecchia, il quale lasciava correre, sia che si fidasse della furberia
della nipote, sia che non volesse disgustare il giovane conte, e in ogni
evento, sperasse di tirar l'acqua al suo molino.

L'ultimo rifugio della contessa Zanze era don Luigi. O che aveva gli
occhi foderati di prosciutto? O che non sentiva il debito sacrosanto di
alzar la voce, e di sottrarre alla perdizione il suo allievo?

Povero don Luigi! Che ci poteva lui? Non la capivano ancora ch'egli non
era pi il precettore? Era il cappellano della famiglia, era una specie
di mastro di casa; ma il precettore no. E su certi argomenti non aveva
diritto di entrare... fuori che nella confessione.... Allora le sue
ragioni sapeva dirle e non aveva bisogno delle lezioni di nessuno, come
non intendeva render conti a nessuno.... E poi perch venivano a
discorrergli di tresche scandalose?... Credevano che un sacerdote non
avesse da far di meglio che spiare i passi di due monelli senza
giudizio?

--Bei ministri di Dio!--borbottava la contessa Zanze riferendo al marito
questi colloqui.--Bei ministri del Vangelo! Si lavano le mani come
Ponzio Pilato.

--E perch non ve le lavate anche voi le mani?--rimbeccava il conte
Luca.--Siete un ministro di Dio, voi! Andate proprio a cercarli col
lumicino i fastidi? Che pu importarvi di ci che passa tra Leonardo e
la Rosetta? Per la Vergine santissima, lasciate che si sbrighino loro e
non ve ne impicciate. Tanto, a voi non ne va e non ne viene. Mi spiego?

E il pacifico uomo tornava al caff a giuocare ai suoi scacchi.




VIII.


Forse il conte Luca aveva ragione a voler mantenere una politica di
assoluta neutralit, ma, d'altra parte, la contessa Zanze non aveva
torto nel presagire che quest'intrigo del contino Leonardo e della
Rosetta sarebbe andato a finir male. Era una cosa troppo lunga, e, come
dice il proverbio, le cose lunghe diventan serpi. In citt, Leonardo
aveva mille distrazioni che gl'impedivano di pensare alla nipote del
gastaldo, ma quand'era in campagna gli occhi bellissimi e il sorriso
affascinante della Rosetta esercitavano sopra di lui il solito impero.
Inoltre c'era ormai di mezzo anche un po' di puntiglio. Egli giurava e
spergiurava a s medesimo di venirne a capo, di non voler essere
raggirato pi a lungo da una contadina, di non voler pi contentarsi
d'una carezza e d'un bacio a ogni morte di papa. Per la Madonna! Egli
non aveva mai avuto queste abitudini, e le Candide, le Olimpie e le
Serafine non lo avevano mai fatto sospirar tanto. Per questi propositi
risoluti del contino Leonardo si spuntavano contro le arti sopraffine
della ragazza, la quale pareva aver imparato la civetteria in una
capitale. Ella accettava i regalucci del suo spasimante, gli diceva di
volergli bene, accordava quello che non era possibile di negargli, ma in
quanto al resto, nemmen per sogno. Comunque sia, questa tattica era
piena di pericoli, ed era evidente che non poteva durare a lungo,
soprattutto, se, in mezzo ai tanti farfalloni che svolazzavano intorno
alla Rosa, fosse spuntato un pretendente serio. In verit il pretendente
serio tard abbastanza a venire, e le buone amiche della Rosa si
tenevano sicure ch'esso non sarebbe venuto pi, perch, siamo giusti,
chi doveva sposare quella sguajata? C'era bens un tal Menico, garzone
di caff, povero di quattrini e di spirito, il quale dichiarava di
languir d'amore per lei e d'esser pronto a darle il suo nome, ma a
nessuno passava pel capo che la Rosetta si adattasse a sposar quello
zotico di cui ella era la prima a burlarsi, quantunque Menico fosse
sotto la protezione del gastaldo, ch'era suo santolo.

Per altro, allorch Beppe Gualdi, il figlio dell'oste, finita la ferma
militare, torn in paese e s'attacc subito ai panni della ragazza, si
cominci a susurrare nei crocchi che, se la Rosetta aveva giudizio, lo
sposo era bell'e accalappiato, perch Beppe non era uomo da perdersi in
galanterie senza costrutto e aveva gi detto di voler prendere moglie.
Naturalmente uno sciame di persone officiose, per la maggior parte
madri che avevano figliuole da marito e zitelle che cercavano un
collocamento, si diedero premura di metter sull'avviso il giovinotto,
informandolo di tutte le chiacchiere che correvano sul conto della
Rosetta. Era proprio peccato che un galantuomo cascasse in cos cattive
mani. Ma Beppe tronc presto i discorsi, rispondendo che aveva ormai il
dente del giudizio e ch'era in grado di regolarsi da s. Ai suoi intimi
poi diceva che le chiacchiere dei maligni non gli facevano n caldo, n
freddo, e che non si stupiva punto se la Rosetta aveva tante nemiche,
perch'era pi bella e pi vivace delle altre. Del resto egli era
disposto ad ammettere che le fosse piaciuto di farsi corteggiare anche
dal contino Leonardo, ma al suo posto tutte avrebbero fatto lo stesso. A
lui bastava che queste galanterie non avessero seguito, ed egli non
avrebbe certo domandato formalmente la mano della Rosetta finch non si
fosse assicurato da s che tra lei e il contino era troncata ogni
relazione.

La Rosetta non provava nessun entusiasmo per Beppe Gualdi, che aveva una
diecina d'anni pi di lei, ma non voleva disgustarlo, n darla vinta
alle sue rivali che gli tendevano le loro reti; inoltre, per aliena
ch'ella fosse dal matrimonio, non era poi cos grulla da rinunziar
troppo leggermente a un buon partito. Onde si mostrava piena di
deferenza pel suo nuovo adoratore e rideva e scherzava con esso intorno
al contino Bollati, i cui stupidi omaggi, ella diceva, non avevano
servito che a tenerla di buon umore.

Il figlio dell'oste era ripatriato alla fine dell'inverno, mentre i
Bollati non erano in villa, ci che sulle prime diede buon gioco alla
nostra civettuola. Le difficolt vere dovevano affacciarsi pi tardi,
nell'autunno, quando la Rosetta sarebbe stata messa al punto o di
decidersi per uno dei suoi due innamorati o di sfoggiare un'arte
maggiore del solito per corbellarli entrambi. Era anche fuor di dubbio
che allora tutti quelli che le volevano male sarebbero stati con tanto
d'occhi aperti per coglierla in fallo.

Ne venne di natural conseguenza che il contino Leonardo Bollati,
quell'anno, trov la Rosetta notevolmente mutata, cosa che non poteva
accadergli in peggior momento, giacch egli s'era impegnato con certi
suoi compagni di libertinaggio a non tornare a Venezia senz'aver vinto
l'ultime resistenze della capricciosa fanciulla. E a raggiungere meglio
il suo fine, egli s'era munito d'un anellino di brillanti il cui
splendore, a parer suo, era atto a trionfare di ben altre virt
femminili che di quella della nipote del suo gastaldo.

Dinanzi agli ostacoli impreveduti che intralciavano la sua via, il
contino Leonardo, quantunque fosse un balordo, si condusse, per una
volta tanto, da uomo di spirito. Non and in escandescenze, non perdette
il suo sangue freddo, ma non depose le armi e fid nella fragilit
femminile.

C'era un'altra bellezza campagnuola che pretendeva contrastar la palma
alla Rosetta, e ch'era stata tra le pi implacabili nel giudicarla. Il
giovine conte, che non s'era occupato mai di costei, cambi tattica a un
tratto, le si avvicin ripetutamente, le disse di quelle paroline che
suonano cos dolci alle donne, solletic insomma in tutti i modi la sua
vanit. Queste galanterie non rimasero segrete, ch la prima a non voler
che rimanessero tali era la persona alla quale esse erano fatte.
Figuriamoci s'ella poteva resistere al gusto di umiliare la Rosetta che
l'aveva per tanto tempo guardata d'alto in basso! E la Rosetta n'ebbe
una rabbia da non dirsi. Che Leonardo, disgustato dal suo eccessivo
riserbo, si curasse appena di lei, pazienza; ma ch'egli corteggiasse la
Filomena (era il nome della rivale) questo passava davvero ogni misura.
Solo a pensarci le veniva da piangere. E se la prendeva un po' con
tutti. Con la Filomena, s'intende; con Leonardo, ch'era volubile e di
pessimo gusto, con quel noiosissimo Beppe Gualdi che faceva il geloso,
con lei stessa che gli dava retta. Ah, se un giorno essa diventava sua
moglie, come gliel'avrebbe fatta pagare!

Intanto, una mattina, mentre il contino Leonardo tornava alla villa per
una scorciatoia, egli vide la Rosetta che pareva occupata a coglier
margherite sul ciglio del sentiero. Avrebbe voluto far lo spavaldo e
passare avanti, ma ell'era troppo bella, troppo procace in
quell'atteggiamento, col seno che quasi le traboccava dalla bustina, ed
egli sent una ondata di sangue caldo salirsi alla testa.

--Buon giorno, Rosetta--egli disse fermandosi sui due piedi.

Ella finse una grande sorpresa, arross e lasci cadere i fiorellini che
teneva in mano.

--Ti faccio paura?--ripigli il giovane. E soggiunse pi basso:--Come
sei bella stamattina! Meriti proprio il tuo nome; sei un bocciuolo di
rosa.

--Oh--ella rispose--la Filomena  molto pi bella di me.

Il contino Leonardo si strinse nelle spalle.

--La Filomena non  degna neanche di baciar la terra su cui tu cammini.

La fisonomia della Rosetta s'illumin dal piacere; nondimeno ella si
tenne in un certo riserbo:--A me dice cos, a lei invece....

--O che credi sul serio ch'io sia invaghito della Filomena?

--To!!... Come se non lo credessero tutti quanti?...

--Tutti quanti credono male, quest' la verit.... A ogni modo, che te
ne importa se hai la testa piena del tuo Beppe Gualdi?

La ragazza fece un gesto d'impazienza.

--Un brav'uomo--seguit Leonardo--un po' maturo per te... ma dal momento
che gli vuoi bene....

--Che ne sa lei se gli voglio bene, o no?

--Oh bella! risponder anch'io: tutti lo dicono.

--La gente chiacchiera per aprir la bocca.

--E allora perch sei stata cos cattiva con me quest'autunno?--incalz
il contino passandole un braccio attraverso la vita.

Essa resisteva.--No, no, mi lasci.... Se qualcuno ci vede.

--Non c' anima viva--replic Leonardo. E, pronto ormai ad ogni pi
ardita impresa, le stamp un bacione sul collo, mentre cercava di
spingerla fuori del sentiero, in un campo di grano turco, le cui canne
alte e fitte potevano essere un eccellente riparo contro gli sguardi
indiscreti.

Quantunque alla giovane ripugnasse l'idea di questa capitolazione
vergognosa, non si sa quel che sarebbe accaduto, se proprio fra le canne
del grano, a poca distanza dal luogo ove si trovavano i due giovani, non
si fosse inteso un improvviso frusco, come di persona che si aprisse
bruscamente il passaggio, forse per entrare, forse per uscire dal campo.
Pur non si vide nessuno e poteva esser benissimo un'illusione dei sensi.
Ma il momento buono era passato, e il timore d'essere scoperta ridon
alla Rosetta il suo sangue freddo. Anche Leonardo divenne subito pi
circospetto. Egli non aveva un'anima di leone, e non avrebbe voluto
tirarsi addosso la collera di Beppe Gualdi, ch'era uomo capace di non
guardare in faccia nemmeno a un'Eccellenza. Ottener la vittoria
senz'affrontare il pericolo, ecco il magnanimo ideale del nostro
valoroso contino.

Cos Leonardo e la Rosetta si separarono di l a poco non senza
promettersi che si sarebbero riveduti.

E si rividero in fatti pi volte, ma sempre con infinite cautele e
sempre per brevissimi istanti. Per questa intimit avrebbe dato i suoi
frutti alla prima occasione propizia. Del resto, Beppe Gualdi non si
lasci scappar con la Rosetta una parola che accennasse a qualche suo
sospetto, n la Filomena fece a Leonardo alcuna scena di gelosia. Ne
venne una sicurezza fallace che doveva portar tristi effetti. Perch i
due giovani che credevano aver delusa la vigilanza altrui erano invece
spiati a ogni passo. Il loro incontro presso al campo di frumentone
aveva avuto per testimonio un monello di dodic'anni, fratello della
Filomena, il quale raccoglieva alcune pannocchie cadute, e dileguandosi
non visto era corso subito ad avvertir sua sorella che la Rosetta s'era
lasciata dare un bacio dal _signorino_. La Filomena scatt come una
molla, e voleva fare uno scandalo, ma, riflettendoci meglio, pens di
consultarsi con Beppe Gualdi, il quale non era uomo da sopportare in
pace una canzonatura di questa specie. Sulle prime Beppe fece alla
Filomena l'accoglienza che gl'innamorati fanno sempre a chi accusa
dinanzi a loro la persona a cui vogliono bene; poi, calmatosi alquanto,
le ordin severamente di tacere e di lasciare a lui la briga di chiarir
quest'imbroglio. Guai a lei se si tradiva col contino Leonardo, guai. In
tal modo ella dissimul per paura, egli dissimul per calcolo e
provvide in maniera da esser informato per filo e per segno di tutto ci
che Leonardo e la Rosetta facevano e architettavano. Egli godeva d'un
certo credito fra i terrazzani, era largo nello spendere, e gli era
facile trovar gente disposta a rendergli servizio. E poi, pare
impossibile, i servizi che la gente rende pi volentieri son quelli coi
quali, giovando a qualcheduno, si pu nuocere a qualchedun altro.
Insomma Beppe non tard ad acquistare la certezza che la ragazza lo
ingannava, e vi fu anche chi gli rifer queste precise parole dette
dalla Rosa al contino per schermirsi da un abboccamento pi intimo del
solito ch'egli le chiedeva con insistenza:--Come devo fare se ho sempre
quel seccatore fra i piedi?--Il seccatore era lui, Beppe Gualdi. Ah!
bisognava finirla e costringer quei due sfacciati a levarsi la maschera;
bisognava sorprenderli insieme in un luogo, in un'ora che non desse loro
mezzo di scampo. Perci Beppe finse di dover andare a Padova per un
affare di suo padre, e disse alla Rosetta che sarebbe tornato soltanto
di l a tre o quattro giorni. E s'assent realmente, ma invece di andare
a Padova, si ridusse nella campagna d'un suo compare, poche miglia
distante, ad aspettarvi le notizie che gli sarebbero state date dagli
amici zelanti. Quelle notizie non si fecero attendere un pezzo. La sera
del giorno seguente a quello in cui Beppe era partito, Leonardo e la
Rosetta dovevano trovarsi nel chiosco chinese della villa Bollati, un
chiosco che non s'apriva mai e del quale il contino si era fatto dar la
chiave dal giardiniere. Secondo tutti gl'indizi, la Rosetta s'era
lasciata tentare dalla speranza d'un bel regalo. Ell'aveva avuto
l'imprudenza di dire alla figlia del maniscalco che le mostrava un
anellino di smalto regalatole dal fidanzato:--Oh lo smalto ci vuol poco
ad averlo.... Ma son poche quelle che possono avere i brillanti.--Sta a
vedere che tu ne hai--rimbecc l'altra ironicamente. La Rosetta non
rispose, ma guard la sua amica con una tale aria di commiserazione da
far intendere che l'averne dipendeva da lei.

Gli amici diedero a Beppe tutti questi particolari con maligna
compiacenza, ma quand'egli, il cui amore s'era convertito in odio, li
invit ad aiutarlo per somministrare una buona lezione a quel libertino
del conte Leonardo, sorsero mille scrupoli e mille dubbi. Non c'era
ragione di mettersi in lotta coi Bollati; i signori, si sa, hanno per
loro la polizia, e gli stracci vanno sempre all'aria. Che Beppe
piantasse la Rosetta era troppo giusto, ma in quanto al contino era
meglio non occuparsene.

Per questi consigli non ebbero presa sull'animo risoluto del giovane. E
poich nessuno volle venire con lui, egli solo, poco prima dell'ora
fissata pel ritrovo dei due amanti, s'introdusse per una siepe nella
villa Bollati, e si appiatt in una macchia di lauri a pochi passi dal
chiosco. Il contino Leonardo non istette molto a comparire, aperse con
la chiave la porticina del chiosco, accese un lanternino che spargeva
intorno una luce fioca, e poi si ferm sulla soglia ad aspettare. Di l
a dieci minuti s'intese un suono di passi affrettati e leggeri, una voce
sommessa (la voce di Leonardo) disse:--_Avanti_;--una figura di donna
avviluppata in uno scialle rasent la macchia di lauri ove Beppe s'era
appiattato, ed entr rapidamente nel chiosco. Egli la lasci entrare,
resistendo alla tentazione di gettarsele addosso e di stritolarla, ma,
quando la porticina fu chiusa, egli, vi si precipit contro con impeto,
ne scompagin con un colpo vigoroso il debole assito e piomb come un
fulmine fra la Rosetta e il suo damo. Non aveva seco armi di nessuna
specie e nemmeno un bastone; ma con pugni e calci bene assestati mand
il contino a ruzzolar nell'erba, mentre teneva stretta pei polsi la
Rosetta e la colmava d'ogni sorta di vituperi. Le grida acutissime di S.
E. Leonardo misero a soqquadro la villa. I servi uscirono coi lumi, i
cani da guardia latrarono a piena gola scuotendo furiosamente la catena,
la contessa Chiaretta che giocava a tresette dimentic di accusare la
_napoletana_ di spade, S. E. Zaccaria si ferm nel bel mezzo d'una
spropositata dissertazione agricola col fattore, gli ospiti
tramortirono, e Fortunata, pallidissima, si trascin fino alla portiera
a vetri che dava sul giardino; poi, mancandole le gambe, dovette
appoggiarsi a uno degli stipiti per non cadere.

Intanto Beppe Gualdi, pago di aver conciato il rivale pel d delle
feste, era riuscito a ripassare la siepe prima che i suoi inseguitori lo
raggiungessero, mentre che il contino Leonardo, raccolto dai servi tutto
pesto e sanguinolento, era trasportato a casa e deposto sopra un canap.
Per fortuna c'era l presente il dottore, il quale dichiar che non
c'erano lesioni pericolose e fece le prime medicature. Anche la Rosetta,
pazza di terrore, era stata ricoverata in cucina dalla servit.

Leonardo, ch'era un vigliacco, piangeva e urlava come un bambino. Solo
di tratto in tratto egli interrompeva le sue lamentazioni per
gridare:--Bisogna denunziarlo alla Polizia quel cane, bisogna farlo
condannare a morte.--E nel dir cos digrignava i denti e agitava le
braccia con piglio minaccioso.




IX.


Il contino Leonardo risan presto e Beppe Gualdi non ebbe a soffrire che
pochi giorni di carcere per soprusi e violenze, condanna che scandalizz
molto, per la sua mitezza, la signora Chiaretta.--Ecco a che punto siamo
ridotti,--ella sospirava con don Luigi.--Un bifolco pu metter le mani
addosso a un patrizio veneto senz'andar incontro a nulla di peggio che a
una settimana di prigione. Ormai, credetelo pure, anche i Governi sono
d'accordo coi carbonari.

Il sacerdote tentennava la testa.--Pur troppo, Eccellenza, tutto va
male, tutto  corrotto nei tempi moderni, il cuore, il cervello ed il
gusto.... specialmente da noi. In un paese dove un Manzoni pu passare
per un grande scrittore non bisogna meravigliarsi di nulla.

Stabilita cos la responsabilit indiretta di Alessandro Manzoni nelle
busse toccate dal contino Leonardo Bollati, don Luigi seguitava a
deplorare le infinite cause del, pervertimento degli animi, la mancanza
di religione, l'abbandono delle pratiche del culto, l'uso invalso in
tante famiglie di mangiare di grasso il venerd e il sabato, ecc., ecc.

--E poi--soggiungeva la contessa--volete che non abbiano una cattiva
influenza quelle invenzioni del demonio che si succedono da pochi
anni?... Vapori di acqua e di terra, illuminazioni a gas e altre
porcherie simili.... Non hanno gi cominciato a gettare un gran ponte
sulla laguna per unire Venezia alla terraferma?

Mentre che la contessa Chiaretta e il cappellano si querelavano in tal
maniera delle tristi condizioni dell'umanit, il conte Zaccaria era
occupato a negoziare un decoroso componimento.

Lo scandalo avvenuto nel chiosco chinese non avea soltanto fatto
tramontare ogni possibilit di matrimonio tra la Rosa e il nipote
dell'oste, ma aveva anche recato un colpo gravissimo alla riputazione
della ragazza.

Il gastaldo aveva sentito risvegliarsi a un tratto le sue viscere di
zio, e strappandosi i capelli per la disperazione era corso da S. E. il
conte Zaccaria a dirgli ch'egli era un uomo rovinato, che non avrebbe
potuto sopravvivere al disonore della famiglia, n reggere al pensiero
che un colpo simile gli venisse da un nobil uomo Bollati. A chi la
mariterebbe adesso la sua nipote? Come risponderebbe ai fratelli della
ragazza, giovani impetuosi e maneschi, che lavoravano in Ungheria, ma
che sarebbero certo tornati in patria appena fosse giunta loro la
notizia dell'accaduto?

S. E. aveva molto ragionevolmente fatto notare al suo interlocutore
ch'egli aveva avuto torto di non accorgersi di quello di cui
s'accorgevano tutti, vale a dire che la Rosetta era un po' civettuola e
che egli doveva custodirla meglio di quel che non avesse fatto.

Ma il volpone non s'era dato per vinto. Sicuro, egli era stato una
bestia, sicuro, la Rosa era una fraschetta, ma egli aveva avuto sempre
tanta fiducia ne' suoi padroni! Quel contino Leonardo egli l'aveva
sempre considerato, salvo la debita riverenza, quale un figliuolo. Di
tutti avrebbe dubitato ma non di lui. E adesso, se quei ragazzi
tornavano a vedersi, come impedire che si riavvicinassero, come impedire
che la tresca ricominciasse?... Ah s'egli avesse potuto spedir la
Rosetta all'altro capo del mondo?... Se avesse potuto sposarla fuori di
paese?... Ma prima dello scandalo non c'era che da scegliere fra dieci a
dodici partiti oltre a Beppe Gualdi: invece dopo quella sera fatale
nessuno voleva pi saperne.... Uno solo, forse, non aveva mutato idea,
Menico il caffettiere.... Quel monello l era innamorato cotto della
Rosa e pareva sempre disposto a prendersela.... Ma come si fa? La Rosa
non aveva un soldo di dote, Menico non aveva neanche la camicia.... Si
doveva lasciarli morir di fame? In quanto a lui, il gastaldo, si sarebbe
levato il pane di bocca per dare quattro soldi alla nipote che gli era
stata raccomandata dal fratello al letto di morte, ma, quant' vero
Iddio, era al verde, assolutamente al verde.... Anni cattivi, anni
cattivi, e S. E. lo sapeva meglio degli altri.

In ogni circostanza critica il conte Zaccaria ricorreva al consiglio ed
all'opera del suo agente generale. Quell'impagabile _sior_ Bortolo col
suo umore uguale, calmo, sereno, era l'uomo fatto apposta per appianare
i dissidi. Non che escludesse _a priori_ le liti. Quando la dignit
dell'illustre famiglia Bollati lo esigeva, egli sapeva tirarle in lungo
anche pi della guerra di Troia, ma negli altri casi egli preferiva gli
accordi amichevoli. Ora, egli aveva un modo tutto suo d'intendere questa
dignit del casato. Se le liti potevano fruttare dei quattrini a lui,
egli diceva che bisognava litigare; se non potevano fruttargli nulla e
aveva invece da sperar qualche cosa dagli accordi, egli sosteneva con
altrettanta energia che bisognava venire a patti.

Fedele a questo sistema, egli sugger a S. E. Zaccaria di far ponti
d'oro al matrimonio della Rosetta con Menico. La dignit del nome
Bollati imponeva di riparare alle conseguenze della leggerezza del
contino Leonardo, e poich se ne offriva la propizia occasione era
debito sacrosanto di non lasciarselo sfuggire. Si desse una piccola
sommetta a Menico per aprire, come egli desiderava, un caff nel vicino
paesetto di Oriago, e ch'egli si sposasse in santa pace la Rosa. E
_sior_ Bortolo tanto disse e tanto fece che il conte Zaccaria si
persuase al sacrifizio pecuniario che gli era richiesto. Gi a trovar
il danaro ci pensava l'agente.

La ragazza, rendiamole giustizia, si mostrava molto resta ad accettare
una simile soluzione, ma il gastaldo, questa volta, fece da zio e da
tutore sul serio, e dichiar che s'ella non accondiscendeva al
matrimonio, egli l'avrebbe cacciata di casa. Non voleva, no, aver altri
fastidi per cagion sua.

Ond'ella dovette piegare il capo e rassegnarsi a queste nozze ridicole.
 inutile ripetere i commenti che se ne facevano sul luogo e la sorte
che si pronosticava a quel grullo di Menico. Costui per non se ne dava
per inteso, e tutto tronfio per la bellissima fidanzata, lasciava cantar
le cicale, mentre coi capitali di S. E. Zaccaria e sotto il patrocinio
di suo santolo e di _sior_ Bortolo si disponeva ad aprire nel villaggio
di Oriago la nuova bottega di caff e liquori col titolo pomposo:
_All'Imperatore d'Austria_.

Dopo la sua ingloriosa avventura campestre, il contino Leonardo scivol
ancora pi basso sul lubrico pendo del libertinaggio. Egli non aveva
ormai altra cura che questa e aveva abbandonato anche l'esercizio del
remo, ch'era stato la passione della sua infanzia. S'era poi emancipato
da ogni tutela e non andava nemmeno col suo signor padre al caff
Suttil, trovando abbastanza noioso di sentir raccontare dai vetusti
avventori di quel caff le galanterie di trenta o quarant'anni addietro.
Passava invece la sera e buona parte della giornata con altri giovanotti
della sua et e de' suoi gusti, amanti del bigliardo, del vino e delle
femmine. Quantunque avesse ogni tanto delle vampate di boria patrizia,
non era troppo rigido nella scelta dei compagni; fra questi suoi amici
ce n'erano di nobili, di quelli che, come lui, trascinavano nel fango un
nome storico, ma ce n'erano anche della media e della piccola borghesia;
ce n'erano infine di usciti dai bassi fondi della societ, gente rotta a
ogni vizio e priva d'ogni pudore. Costoro vivevano alle spalle dei
camerati facendosi perdonare la vilt del parassitismo con vilt ancora
pi grandi.

Al nostro Leonardo erano insufficienti adesso, nonch i pochi quattrini
datigli dal padre al primo del mese, anche le generose sovvenzioni del
signor Oreste, ed egli doveva ricorrere ai peggiori strozzini della
citt per aver danari a babbo morto. Si pu immaginarsi a che condizioni
li aveva. Il signor Oreste, che, nella sua qualit di creditore, teneva
d'occhio il padroncino ed era sempre informato dei fatti suoi,
brontolava a vederlo caricarsi di debiti verso altre persone e
minacciava di parlare, tantoch, per tenerlo quieto, conveniva pagargli
di tratto in tratto degli acconti che falcidiavano le somme ricevute a
prestito, e per conseguenza rendevano necessarii de' prestiti nuovi.

 ben raro che simili cose restino segrete, e il conte Zaccaria fu
avvertito che circolavano delle cambiali con la firma di suo figlio.
Vissuto sino allora nella dolce illusione che il contino Leonardo
avesse l'arte di divertirsi a buon mercato, Sua Eccellenza rimase di
stucco all'inatteso annunzio, e dovette mettersi a letto per un travaso
di bile. La particolarit delle cambiali era quella che l'offendeva di
pi; debiti ne aveva fatti anche lui in giovinezza, e pur troppo ne
faceva ancora sotto forma di mutui, ma le cambiali le lasciava ai
mercanti. O che il nome di un Bollati doveva figurare a fianco di quello
d'un salumaio?

Il N. H. Zaccaria chiam a consulto _sior_ Bortolo e l'avvocato di casa,
chiam _ad audiendum verbum_ il suo nobile rampollo e con uno slancio
d'insolita energia gl'intim di dargli la nota precisa dei suoi
creditori e della somma che doveva a ciascuno. Ma il contino Leonardo
non era in grado di fornirgli quest'utile informazione; ch non s'era
mai curato di tenere un registro. Aveva sottoscritto le cambiali; che
importava il resto?

A questo proposito l'agente generale e l'avvocato osservarono
concordemente che le obbligazioni assunte dal contino Leonardo, ancor
minorenne, non avevano effetto legale e potevano quindi non
riconoscersi; per il conte Zaccaria, frivolo, dissoluto, improvvido
com'era, conservava qualche buona qualit e ci teneva, a suo modo,
all'onor del casato, n volle saperne della scappatoia che gli era
offerta. In conseguenza di ci, tutti quelli che avevano delle ragioni
da far valere verso S. E. il signor contino Leonardo Bollati P. V.
furono invitati a recarsi entro un dato termine nei mezzanini del
palazzo e a presentare i loro titoli al signor Bortolo Segugi, agente
generale della nobile famiglia. Trascorso infruttuosamente il termine
stabilito si approfitterebbe dei diritti concessi dalla legge
relativamente ai debiti dei minori e non si accoglierebbe nessuna
domanda, come si dichiarava fin d'ora di respingere in avvenire
qualunque pretesa relativa a fatti posteriori alla data di quell'avviso.

L'intimazione sort in parte soltanto il suo effetto; i creditori pi
timidi risposero all'appello, e preferendo il certo all'incerto, scesero
volentieri agli accordi; gli altri invece, pi avidi di guadagno, pi
fiduciosi nella fortuna dei Bollati, stimarono meglio di correre il
rischio e di continuar anzi a sovvenire il giovane Leonardo per
rimborsarsi poi del capitale e degli interessi quand'egli fosse venuto
in possesso del patrimonio. Il conte Zaccaria era gi innanzi negli anni
e non era un colosso; non sarebbe mica vissuto eterno. Anche il cuoco,
il signor Oreste, dopo molte esitazioni fin coll'appigliarsi a questo
partito. A voler figurare tra i creditori del padroncino egli metteva a
repentaglio il suo posto, e quel posto era troppo lucroso da giocarlo
sopra una carta.

Durante queste peripezie dei loro nobili congiunti, i Rialdi stavano
sempre nell'ombra. Nessuno si curava di loro, nessuno chiedeva il loro
parere; tutt'al pi la querula contessa Chiaretta ripeteva alla cugina
Zanze e alla Fortunata gli sproloqui ch'essa soleva fare due volte al
giorno con don Luigi. Erano variazioni su un unico motivo. Il mondo
andava a rotoli per l'audacia dei carbonari e per la debolezza dei
Governi. Quest'era la ragione per la quale il contino era stato
picchiato dal figlio dell'oste, quest'era la ragione per cui egli era
caduto in mano degli usurai. Non c'era che dire, i suoi difetti egli li
aveva pur troppo, e la contessa Chiaretta, altrettanto energica nel
linguaggio quanto fiacca e nulla nell'azione, ammetteva lei per la prima
che Leonardo era uno scioperato, un vizioso, un uomo ch'ella non si
stupirebbe di veder finire sul patibolo, ma, alla stretta dei conti, di
chi era la colpa? Dei carbonari, dei frammassoni e dei loro acoliti.
Senza di questa brutta gena, la vecchia Repubblica sarebbe ancora in
piedi, e Leonardo farebbe quello che facevano i suoi nonni, e anche lui,
dopo morto, lo metterebbero in cornice come una brava persona.

--Povero Leonardo!--pensava Fortunata.--Se gli avessero voluto bene,
sarebbe cresciuto diversamente. Altro che i carbonari!... Io per gliene
avrei voluto tanto di bene, gliene voglio anzi come una sorella,
come.... pi che come una sorella.... Ma  una fatalit... Egli non mi
d retta e corre invece dietro a certe femmine....  vero che quelle son
bellissime... dicono... e io invece... oh perch, perch non son bella
anch'io?

E quest'idea di non esser bella, di non piacere a Leonardo, di non poter
salvarlo dalla rovina del corpo e dell'anima l'accorava fuor di misura
e le impediva di gustare quel po' di bene che c'era in famiglia. Perch
in casa Rialdi pareva essersi aperto uno spiraglio alla fortuna. Dopo
dieci anni di aspettativa, il conte Luca aveva finalmente ottenuto una
promozione che aveva il duplice vantaggio di farlo guadagnare di pi e
lavorare di meno, giacch  noto che nei pubblici impieghi ognuno lavora
in ragione inversa della paga che ha. Per questo era il meno. Le
maggiori speranze dei Rialdi erano oramai concentrate in Gasparo, a cui
sembrava riservato davvero uno splendido avvenire. L'anno stesso del suo
imbarco, vale a dire il 1840, egli aveva la buona ventura di prender
parte alla fazione di San Giovanni d'Acri e di coprirvisi di gloria,
tanto da esser citato con lode speciale nell'ordine del giorno del
comandante, e di passar alfiere di vascello, primo tra i giovani usciti
con lui dall'Accademia di Sant'Anna. Pi tardi la sua intrepidezza in
una burrasca, l'audacia e il sangue freddo con cui egli aveva diretto
un'imbarcazione alla riscossa di alcuni naufraghi, avevano confermato la
sua fama di marinaio valoroso ed intelligente, e gli avevano procurate
nuove dimostrazioni di stima da' suoi superiori.

La contessa Zanze, che nella sua fervida fantasia lo vedeva gi
ammiraglio, gli perdonava ormai il suo carattere impetuoso e la sua
avversione ai parenti Bollati, e nelle rare e brevi gite ch'egli faceva
a Venezia lo costringeva a passeggiar con lei una o due ore al giorno
per la piazza S. Marco con la sua bella uniforme in dosso e con la sua
spada al fianco. Visite egli non voleva farne a nessun patto; bisognava
dunque ch'ella trovasse un altro mezzo perch le sue conoscenti lo
ammirassero e nello stesso tempo ammirassero lei ch'era sua madre.

Anche Fortunata era orgogliosa di suo fratello, ma quanto pi egli
cresceva in riputazione tanto pi ella si sentiva intimidita e quasi
sgomenta al suo cospetto. Egli, vedendola sempre malinconica, faceva di
tutto per darle confidenza e per indurla ad aprirsi con lui, ma non
c'era caso, le parole le morivano sul labbro. Gi nel fondo del suo
cuore, la giovinetta maturava un pensiero che non osava rivelare a
nessuno, il pensiero di entrare un d o l'altro in un chiostro. Col
almeno ell'avrebbe pregato giorno e notte per Leonardo.




X.


Si sa quel che dura l'energia degli uomini deboli.  uno scatto e nulla
pi. Stupiti essi medesimi del loro insolito vigore, ripiombano tosto
nell'irresolutezza e nell'indolenza di prima. Cos avvenne al conte
Zaccaria. La tarda severit mostrata verso il figliuolo poteva ancora
dar qualche frutto, ma per ottener ci bisognava che essa non rimanesse
un fatto isolato, che iniziasse un nuovo sistema di relazioni
domestiche, un nuovo periodo di vigilanza operosa. Invece il N. H.
Zaccaria lasci che le cose camminassero coi loro piedi, e le cose
tornarono a camminare pel sentiero sdrucciolevole su cui egli era
riuscito a fermarle appena un momento. Il contino Leonardo, alienato
ancor maggiormente dalla famiglia in seguito al chiasso poco onorevole
che s'era levato intorno al suo nome, ripigli le sue abitudini
dissolute, s'invesc peggio che mai nella cattiva compagnia e perdette
ogni verecondia. L'illustre casato, il largo censo (almeno creduto
tale), l'aspetto piacente gli avrebbero spalancate tutte le porte, e la
cosidetta buona societ, tanto benevola pel vizio elegante, avrebbe
perdonato volentieri a' suoi rotti costumi, sol ch'egli avesse saputo
rispettar le apparenze. Ma a lui era intollerabile qualunque freno ed
egli non s'acconciava a nessun ritrovo ove convenisse moderare il suo
linguaggio da trivio. In tal modo il contino Leonardo Bollati, sul
quale, da fanciullo, molte mamme avevano fabbricati i loro castelli in
aria, diventava a poco a poco un partito impossibile, e _sior_ Bortolo,
l'agente generale, vedeva allontanarsi la probabilit di ristorare con
una bella dote le pericolanti fortune della famiglia. Tutt'al pi, si
sarebbe forse potuto sperare di trovar un d o l'altro qualche
pizzicagnolo arricchito che per _nobilitar_ la figliuola non badasse al
resto; ma figuriamoci se il lustrissimo Zaccaria e la lustrissima
Chiaretta, con la loro boria, avrebbero acconsentito a un matrimonio
simile. Ora, per fare a meno del loro consenso, era necessario aspettare
che il contino Leonardo fosse uscito di minorit, ossia, come
prescriveva il Codice austriaco, ch'egli avesse compiuto i
ventiquattr'anni, e l'ottimo _sior_ Bortolo, che vedeva la propriet
stabile dei Bollati coprirsi rapidamente d'ipoteche dubitava molto di
poter tirare innanzi a forza di palliativi sino a quel tempo. Comunque
sia, il coscienzioso agente non ommetteva di far di tratto in tratto
l'inventario delle ragazze milionarie, anche se gobbe, sbilenche o
avariate nella riputazione, che potevano in caso disperato offrirsi
come ancora di salvezza al padroncino, quando un avvenimento imprevisto
sconcert tutti i suoi disegni.

Una sera il contino Leonardo si mise a letto con la febbre e in breve la
malattia prese un tale carattere di gravit da incuter seri timori. Da
un pezzo il giovine non ispirava personalmente la minima simpatia, ma
l'idea che con lui sarebbe perito l'unico rampollo maschio di una grande
famiglia e che il palazzo Bollati e gli oggetti di valore che vi si
trovavano sarebbero andati a finire, alla morte del conte Zaccaria, in
mano di gente straniera, dest una certa commozione in paese e fece
seguire con viva sollecitudine le varie alternative del male.

Ma questo a noi preme poco o punto. Quello che ci giover di sapere si 
che l'infermit del contino Leonardo fece riacquistare alla contessa
Zanze Rialdi una parte dell'influenza che da qualche anno ella andava a
grado a grado perdendo in casa Bollati. Era costume inveterato della
contessa Zanze, quando c'era qualche malato grave tra i suoi conoscenti,
di recarsi in persona presso la famiglia, e l, senza tante cerimonie,
profferire i propri servigi, l'opera sua, i lumi della propria
esperienza. Era madre di famiglia, aveva fatto pratica co' suoi
figliuoli, i quali, pur troppo, avevano avuto il morbillo, la rosolia,
la tosse canina e tutte le piaghe d'Egitto, e nondimeno eran sani e
salvi pi per virt delle sue cure che per virt del medico.

Se poi il suo zelo derivasse da bont d'animo, da spirito inframmettente
o dalla speranza di guadagnarsi qualche bel regalo, questo  quello che
non si potr mai sapere con precisione; forse esso derivava da tutte
queste cose unite insieme. O forse si nasce infermieri e flebotomi come
si nasce poeti. Certo si  che la contessa Zanze non aveva chi la
pareggiasse nel mescere un farmaco, nel fasciare un salasso,
nell'accomodare i guanciali sotto il capo di un giacente, e, sia detto
coi debiti riguardi, nell'applicar cataplasmi d'ogni maniera.

Era naturale che con queste singolari attitudini ella si mettesse subito
a disposizione dei suoi cari parenti, dicendo che ella aveva visto
nascer Leonardo e lo considerava come un'altra sua creatura, e poteva
benissimo far presso di lui le veci della madre, la quale, cagionevole
di salute e nervosa all'estremo, non era assolutamente in condizione da
assistere inalati.

La contessa Zanze Rialdi piant quindi le sue tende in palazzo Bollati
tirandosi dietro anche il marito e la figliuola, a cui nessuno preparava
pi da colazione e da pranzo, giacch la rispettiva moglie e genitrice
non si fidava della donna di servizio, e da buona massaia stimava
opportuno di non far nemmeno accendere il fuoco in cucina. Per il conte
Luca e Fortunata andavano ogni sera a casa a dormire.

Invece la contessa Zanze stava d e notte al letto di Leonardo che le si
era affezionato con quel trasporto col quale gli egoisti sogliono
affezionarsi a coloro di cui hanno bisogno e pel momento in cui ne
hanno bisogno. Egli non prendeva le medicine da altri che da lei, non
ubbidiva che alla sua voce, non voleva lasciarla mai uscire di camera,
e, nel suo immenso terrore della morte, aspettava da lei sola la sua
salute.

Per pi settimane il nostro giovinotto fu in gran burrasca, e in tutto
questo tempo don Luigi dovette consacrarsi interamente alla
_lustrissima_ Chiaretta e assisterla nelle sue pratiche religiose o
apparecchiarla con esempi della Sacra Scrittura a sopportar con animo
forte la prova che pareva esserle serbata dal Signore. In complesso la
torpida contessa Zanze aveva l'aria di voler rassegnarsi presto, e S. E.
Zaccaria era in molto maggiori angustie di lei. Nessuno per soffriva
quanto Fortunata, che passava le notti senza chiuder occhio, piangendo a
calde lagrime e pregando i Santi e la Madonna per la salvezza di suo
cugino. Se almeno le avessero permesso di rendersi utile, se le avessero
permesso di aiutar sua madre nei suoi uffici d'infermiera! Ma non c'era
caso; non la lasciavano nemmeno entrare in camera; le dicevano ch'ella
non avrebbe fatto che confusione. Solo qualche volta, mentre aprivano
l'uscio adagio adagio, ella, che era venuta in punta di piedi
nell'andito, s'affacciava allo spiraglio, e nella penombra della stanza,
in fondo all'alcova, vedeva un viso affilato, due occhi smorti, due mani
lunghe e scarne che giacevano immobili sulla coperta del letto. Povero
Leonardo! Com'era ridotto! Non lo si riconosceva quasi pi.

Alla fine i medici dichiararono che l'ammalato era fuori di pericolo, ma
che la convalescenza sarebbe stata assai lunga, perch ogni strapazzo
avrebbe potuto produrre una ricaduta fatale. Essi soggiunsero altres
che se il contino ci teneva a campar molti anni, egli doveva menar una
vita pi regolata. Ed egli che aveva avuto quel po' di battisoffia che
sappiamo, promise tutto ci che gli si domandava.

Appena Leonardo fu in istato di veder qualcheduno, Fortunata impetr la
grazia di dargli un saluto; poi le visite di lei divennero pi lunghe e
pi frequenti, e allorch egli principi ad alzarsi, ella fu ammessa a
tenergli compagnia per un paio d'ore al giorno.

Quasi tutti quelli che escono da una grande malattia si sentono come
attratti verso il loro passato, verso le persone, verso gli affetti
della prima giovinezza. Cos l'albero investito dal turbine sente le sue
radici. Il contino Leonardo, nel riaffacciarsi ora alla vita, rivedeva
con maggior simpatia dell'usato la compagna de' suoi giochi infantili, e
l'accoglieva con una espansione a cui ella non era pi avvezza e che le
empiva l'anima di giubilo. Ella diceva a s stessa ch'ella aveva avuto
ben ragione a difenderlo, poveretto! quando gli altri lo accusavano.
Covava il suo male, ecco la ragione de' suoi modi aspri, de' suoi
stravizzi, di tutto. E poi c'eran stati i falsi amici che lo avevano
traviato, que' falsi amici ai quali il portone del palazzo Bollati era
ormai chiuso per sempre, e che Leonardo aveva giurato di non guardare
pi in faccia. Adesso che stava bene, adesso che nessuno gli dava
cattivi consigli, egli era un altr'uomo. Ah! che trionfo sarebbe stato
per Fortunata il poter dire a suo fratello Gasparo:--Vedi chi di noi due
s'ingannava!--Perch quel suo fratello era cos ostinato! Le poche volte
ch'egli le scriveva una riga trovava sempre la maniera di far qualche
allusione spiacevole al cugino Bollati. Non s'era commosso neppure alla
notizia della malattia. Desidero che Leonardo guarisca--egli aveva
scritto sdegnosamente ai suoi genitori--perch non si deve augurar male
a nessuno, ma in fin dei conti la sua morte non sarebbe una disgrazia n
per la famiglia, n per Venezia, n per l'Italia.

--L'Italia! Che cosa c'entra l'Italia?--brontolava il conte Luca.

Se c'entrasse l'Italia  assai dubbio, ma secondo la rispettabile
opinione del nobile Piero Canziani, c'entrava nientemeno che l'umanit.
Infatti la guarigione del contino Leonardo ispir la Musa dell'insigne
poeta, e gli dett un lunghissimo ditirambo, che S. E. Chiaretta,
avvertita che non era un _sonetto_, chiam _un verso_. Ora il
componimento del nobile vate esordiva cos:

    Sorgi, o contrita umanit. Dal coro
    Sgombra il vano terrore;
    Questo figlio d'eroi vive e non muore.

Concetto peregrino che don Luigi per trovava preferibile al manzoniano

    I fratelli hanno ucciso i fratelli.

--Non c' giovane di negozio--osservava don Luigi con aria di
sprezzo--che non sappia dire una roba simile.

Anch'egli, l'ex precettore del contino Leonardo, si credette in dovere
di pubblicare qualche cosa per la ricuperata salute del suo allievo e
stamp con una prefazioncella di circostanza una sua memoria letta
all'Ateneo col titolo: _Alcuni pensieri sul migliore uso della
congiunzione separativa O_. Non era che il frammento d'un'opera
linguistica di gran mole alla quale don Luigi attendeva da un pezzo in
silenzio, e che, quando fosse venuta alla luce, avrebbe polverizzato
certe riputazioni!...

Del resto, in questa fausta occasione, la casa Bollati riebbe per un
momento tutto l'antico splendore, e il giorno in cui Leonardo sent la
messa nella cappellina domestica il signor Oreste, aiutato da tre
sottocuochi, dovette allestire un pranzo per cinquanta persone. E tale
fu l'abbondanza dei cibi e dei vini che i rilievi della mensa bastarono
non solo a riempire l'epa dei servi e delle famiglie dei servi, ma
consentirono anche al signor Oreste di stipulare alcuni contratti
vantaggiosi con tre o quattro _restaurants_ di second'ordine.

Inoltre, sempre per festeggiare il lietissimo avvenimento, il conte
Zaccaria elarg somme cospicue ai poveri della parrocchia, alla
Commissione di pubblica beneficenza, agli Asili d'infanzia, alla Casa
degli esposti e ad altri istituti pii. E per pi giorni la _Gazzetta
privilegiata di Venezia_ ebbe da registrare con parole di sentito
encomio gli atti munifici di S. E. il conte Zaccaria Bollati, degno
erede di un nome illustre. Il conte Zaccaria si fregava le mani
sentenziando:--I Bollati sono sempre i Bollati.--Alla quale affermazione
_sior_ Bortolo sorrideva, ma meno seraficamente di una volta.

Quando il contino Leonardo cominci ad uscir di camera era circa la met
di aprile; i medici per gli prescrissero di rimanere in casa ancora un
mesetto; a primavera avanzata sarebbe andato a ritemprarsi in campagna,
ove non c'era pi da temere della Rosa, maritata e fuori di paese. Forse
tali disposizioni non erano tutte suggerite da motivi igienici; forse
differendo a rendergli la libert si sperava distoglierlo affatto delle
vecchie abitudini e dalle vecchie conoscenze. E invero sotto
l'impressione di sgomento lasciatagli dalla sua malattia, egli non
mostrava alcun desiderio di rivedere i suoi compagni di libertinaggio.
Questi dal canto loro non gli avevan dato prove di sviscerato affetto.
Appena due o tre eran comparsi a grandi intervalli al portone del
palazzo a domandar sue notizie; poi non s'eran pi fatti vivi. E siccome
d'altra parte egli non aveva stretto amicizia con nessun giovane per
bene e nessuno quindi veniva a fargli visita, la sua lunga convalescenza
gli sarebbe stata noiosissima se Fortunata non fosse rimasta quasi
sempre con lui, pronta ad ogni suo cenno, docile, amorosa come negli
anni dell'infanzia. Povera Fortunata! Ella si sentiva tanto felice nel
poter essere qualche cosa per Leonardo, nel poter scemargli l'uggia di
quell'eterne giornate. Si sentiva tanto felice che avrebbe voluto che la
vita le corresse sempre a quel modo, e poich lo sperarlo era follia,
invocava dal cielo il favore supremo d'addormentarsi in quel sogno e di
non riaprire gli occhi mai pi.

Intanto Leonardo, sia che notasse davvero nella cugina qualche pregio
fisico non avvertito per l'addietro, sia che il non trovarsi in mezzo
alle crestaie e alle ballerine, oggetto ordinario dei suoi pensieri, lo
rendesse di men difficile contentatura, sia infine che col tornar della
salute e delle forze si risvegliassero in lui i bollori del sangue,
considerava con pi attenzione e sotto un aspetto diverso dal solito
questa giovinetta dal viso slavato e dal corpicino esile, la quale sino
allora, diciamolo schietto, non gli era neanche parsa una donna. Di che
natura poi fosse il nuovo sentimento sorto nell'animo suo ci vuol poco a
immaginarselo. Incapace di affetti gentili e profondi, non frenato da
scrupoli, insofferente d'altre catene che di quelle che s'annodano e
sciolgono in un giorno, egli intendeva l'amore in un'unica maniera... la
maniera del resto in cui la intendono i dissoluti di professione.
L'idea che Fortunata era una ragazza onesta non lo tratteneva, era anzi
uno stimolo di pi, che gli pareva legittima curiosit il verificar co'
suoi occhi che differenza ci fosse tra una ragazza onesta e quelle che
non erano tali. N lo trattenevano i vincoli di parentela che lo
stringevano a lei, n l'affezione sommessa ch'ella gli mostrava, n la
gratitudine che, pur confusamente, egli riconosceva di doverle per
essere stata la sola a difenderlo quando tutti gli gridavano la croce
addosso. Bens da queste varie ragioni sommate insieme gli veniva un
certo imbarazzo nel contegno, un certo fare da collegiale che, a sua
insaputa, gli giovava invece di nuocergli. Perch s'egli fosse stato
sguaiato, brutale, ella avrebbe sentito svegliarsi in tempo la piena
coscienza del pericolo, avrebbe forse saputo difendersi. Ma egli era
cos cauto, cos riguardoso; il turbamento ch'ella provava vicino a lui
era misto di tanta dolcezza! Non che talvolta non l'assalisse una vana
inquietudine. Se Leonardo la guardava fisso, se la mano di lei toccava
la sua, se i loro gomiti, se le loro ginocchia s'urtavano, ell'arrossiva
fino alla punta dei capelli e con un rapido movimento volgeva altrove la
faccia o ritraeva la persona tutta tremante. Per non era salda
abbastanza ne' suoi propositi, e sembrava ricercar di l a poco le
sensazioni ch'ella aveva prime sfuggite. Nessuno la proteggeva, nessuno
la consigliava. Sua madre era fuori di s dalla gioia nel veder che
_quei due ragazzi_ se la intendevano, e tornando sempre con la mente al
sogno dorato del matrimonio, non si curava troppo dei rischi che
Fortunata correva. Ne aveva corsi anche lei dei rischi per diventar
contessa Rialdi, ch gi, se le fanciulle senza dote non s'ingegnano,
guai. E se il conte Luca s'avventurava a dire:--Bisognerebbe badare di
pi a Fortunata, mi spiego?--essa lo faceva tacere con un brusco:--State
zitto voi, e pensate al vostro ufficio e ai vostri scacchi.

In quanto al N. H. Zaccaria e alla sua illustrissima consorte, essi non
eran gente da scomodarsi per s piccola cagione, e anzi la contessa
Chiaretta aveva detto a Leonardo e a Fortunata:--_Ohe tosi_, io non ist
mica a farvi la guardia; mettete pure a soqquadro la casa; a me basta
che non mi facciate il chiasso vicino.

I _tosi_ avevano ormai l'uno vent'anni passati, l'altra quasi diciotto,
e non era probabile che essi facessero un baccano cos indiavolato. Ma
ci voleva tanto poco a eccitar i nervi della N. D. Chiaretta; e poi
ell'aveva tante gravi occupazioni. Aveva da apparecchiare la zuppa di
latte pel suo gatto Romeo, da prendere il caff e i _baicoli_ col nobile
Canziani, da ascoltare i pettegolezzi della contessa Ficcanaso e delle
altre dame che venivano a visitarla, da giocare a _consina_ con don
Luigi, e da pisolare nella poltrona mentre lo stesso don Luigi le
recitava il breviario o le teneva ragionamenti spirituali. Tutto ci
senza contar le visite che anche a lei toccava di fare. Come poteva
dunque restarle il tempo di custodir Leonardo o Fortunata?

Con quest'assoluta libert lasciata a' due cugini, accadde quello ch'era
da prevedersi. Vi fu un giorno in cui Leonardo fu pi audace e Fortunata
pi debole.....




XI.


Come fosse andata la cosa, Fortunata stessa non sapeva dirlo. Leonardo
le aveva affascinato i sensi, paralizzato la volont. E dopo la caduta,
oppressa dalla coscienza della sua vergogna, dilaniata dagli scrupoli e
dai rimorsi, ella si sentiva pi inetta che mai a scuotere il giogo, a
sottrarsi all'abbiezione in cui era piombata. Che le valeva, ogni sera,
sola nella sua cameretta, piangere, pregare, scongiurare tutti i santi
del Paradiso che la soccorressero; i santi del Paradiso non avevano
orecchi per lei; e invece le immagini voluttuose venivano ben presto a
sconvolgerle la fantasia, veniva il ricordo di quei baci di fuoco, di
quelle parole ardenti, ed ella si voltava e rivoltava nel letto senza
trovar pace, e mordeva rabbiosamente le lenzuola e i guanciali invocando
e temendo a vicenda il sorger del sole. Chi sa che sorprese le
apparecchiava il nuovo giorno? Se la tresca si scoprisse, se la sua onta
diventasse pubblica, se ne giungesse la notizia fino a Gasparo? Come
affronterebbe ella lo sdegno del fratello, come difenderebbe dalla
collera di lui il suo amante? Eppure, per quanto spaventoso fosse questo
pensiero, ce n'era un altro che l'atterriva ancora di pi. Era il
pensiero che Leonardo, nonostante i suoi giuramenti, non avesse per lei
che un passeggero capriccio e dovesse fra poco gettarla in un canto come
si fa d'un abito frusto. Dio, Dio, che sarebbe di lei allora? Dove
andrebbe a nascondersi? L'idea del chiostro, accarezzata in passato,
tornava a balenarle alla mente, e per brevi istanti l'animo inquieto vi
si riposava come in un porto sicuro dalle tempeste. Ma il cuore non
tardava a dirle che anche questa era un'illusione, e che non c' porto
ove ripararsi dalle tempeste che ruggono dentro di noi. E come potrebbe
ella alzar gli sguardi al cielo finch un amore profano la teneva
incatenata alla terra? E quell'amore come sperar di sradicarlo s'esso
era parte dell'esser suo, s'ella gli aveva sacrificato ogni cosa pi
cara? Oh quanto bene ella voleva a Leonardo, quanto gliene aveva sempre
voluto!... C'era della gente che sparlava di lui, che lo accusava di
mille vizi, che fingeva di disprezzarlo;... ella lo trovava bello, lo
trovava buono, ella si sforzava di attribuirgli tutti i pregi possibili.
Divenir sua moglie sarebbe stato per essa il colmo della felicit. Ma la
fortuna non l'aveva guastata con troppi favori, ed ella non osava
cullarsi in questa dolce speranza. Egli, che poteva aspirare ad una
principessa, avrebbe sposato lei!... Le bastava morire prima ch'egli
sposasse un'altra, prima ch'egli amasse un'altra....

Cos, senz'accorgersene, ell'accettava il suo disonore, accettava tutto
piuttosto che l'abbandono. E quando s'alzava dal letto dopo una notte
insonne e angosciosa, ella contava l'ore e i minuti che la dividevano
dal momento in cui il gondoliere di Ca' Bollati sarebbe venuto a
prenderla per ordine della _lustrissima_ e l'avrebbe accompagnata a
palazzo. E come le batteva il cuore, allorch, nel far lo scalone,
sentiva i passi di Leonardo che, aspettandola, misurava in lungo e in
largo la sala!

--Sia ringraziato il cielo--diceva la contessa Chiaretta.--Se Leonardo
non ha compagnia non ist mai tranquillo.... Andate a giocare a domin,
ragazzi.... O fate pure quel che volete, purch io non senta rumore.

Da figliuolo ubbidiente, Leonardo si tirava dietro Fortunata in un altro
angolo della casa, in quello stanzone degli armadi ove i due cugini
s'erano da bimbi trastullati insieme e da cui si poteva, volendo, salire
in un'ampia terrazza. Non mancavano buoni pretesti per andar col. Prima
di tutto il luogo era opportunissimo per isgranchir le gambe e per
prendere una boccata d'aria libera; poi ci si trovavano parecchi vasi e
cassette di fiori pei quali Leonardo s'era acceso d'una subitanea
passione e ch'egli rimondava con gran cura dell'erbaccie, e inaffiava
ogni giorno.

I desiderii della contessa madre erano esauditi appieno. Checch
avvenisse lass, ella non sentiva romore.

Ma la baffuta _siora_ Placida, la cameriera anziana, che teneva le
chiavi della biancheria e considerava lo stanzone come suo speciale
dominio, durava fatica a persuadersi che il padroncino e Fortunata
impiegassero tanto tempo nella fioricultura, e aveva tentato pi d'una
volta di scoprire quali fossero le loro occupazioni. A dir vero, a
malgrado del suo diligente spionaggio, essa non aveva scoperto nulla di
positivo perch lo stanzone era chiuso da un uscio assai grosso e
pesante di cui non si sarebbe potuto spingere uno dei battenti senza un
molesto cigolo che avrebbe tradito l'esploratore indiscreto. Pure, dei
pochi indizi ch'essa aveva raccolto, la onoranda matrona aveva data la
partecipazione confidenziale al cameriere Stefano, suo favorito. Stefano
aveva ripetuto la notizia alla lavapiatti, una massiccia montanara del
Bellunese, con la quale, di nascosto della _siora_ Placida, egli era in
ottimi termini, e colei ne aveva parlato in segreto a uno dei barcaiuoli
che godeva di qualche sua preferenza furtiva. In breve la cosa pass per
tutte le bocche, e in cucina si discusse gravemente se si doveva o no
metter sull'avviso Sua Eccellenza Zaccaria e Sua Eccellenza Chiaretta.
Il signor Oreste, il cuoco, stava pel s, e sosteneva che la era tutta
una cabala ordita dalla contessa Zanze Rialdi, la quale voleva
costringere il _lustrissimo_ Leonardo a sposare la sua figliuola, e
intanto gliela gettava in braccio per metterlo fra l'uscio e il muro.
Ora pareva a lui che fosse necessario di sventar la trama, perch,
sebbene non ci fosse nulla da dire contro la ragazza, quello non era un
partito adattato pel padroncino, e da s misere nozze la servit non
poteva sperare n mancie, n regali convenienti. E poi non c'era una
ragione al mondo di favorir gl'intrighi della contessa Zanze, che al
capo d'anno non dava un centesimo a nessuno.

Argomenti di gran peso che rendevano testimonianza della sagacit del
signor Oreste e che avrebbero dovuto trionfare, ma il cuoco aveva la
disgrazia d'essere antipatico a' suoi compagni, e accadeva assai di rado
che i suoi consigli fossero accolti.

Prevalse dunque l'opinione contraria, difesa con molto vigore dal
cameriere Stefano, il quale diceva che i pericoli del matrimonio non
c'erano se non che nella fantasia del signor Oreste, e che in quanto al
rimanente a questo mondo bisogna vivere e lasciar vivere, n occorre
scandalizzarsi di accidenti che nascono dappertutto. La _siora_ Placida
poteva certificare se quelli eran fatti nuovi in casa Bollati.

E la cameriera, quantunque le seccasse esser chiamata a testimonio di
cose passate, era costretta nella sua lealt a riconoscere che, per quel
che dicevano i vecchi, nella nobile famiglia uomini e donne eran sempre
stati di manica larga e non c'era che la _lustrissima_ Chiaretta la
quale, avendo acqua nelle vene invece che sangue, non desse a discorrer
di s.... Beninteso ch'ella, la _siora_ Placida, non avrebbe messo le
mani nel fuoco nemmeno per la padrona, e non avrebbe voluto giurare che
fra Sua Eccellenza e il nobile Piero Canziani, per esempio, non avessero
mai fatto altro che sorseggiare il caff e sgretolare i _baicoli_.

Comunque sia, il primo risultato di queste chiacchiere si fu che, quando
Leonardo e Fortunata scendevano dallo stanzone degli armadi, eran sicuri
di trovarsi fra i piedi qualcheduno della servit che con curiosit mal
dissimulata li squadrava dalla testa alle piante per far poi in cucina
quelle chiose che si possono immaginare.

Leonardo, il quale in certe faccende aveva buon naso, indovin che
c'erano in aria dei sospetti, e colse il pretesto per troncare gli
abboccamenti segreti nello stanzone, tanto pi che ormai si era levato
il capriccio e Fortunata cominciava a venirgli a noia. Inoltre
s'avvicinava il momento in cui egli sarebbe uscito di casa, e allora
avrebbe avuto ben altro pel capo che la cugina. Meglio dunque allentare
il nodo a poco a poco.

La povera ragazza, dopo aver con s calde lagrime chiesto al Signore di
allontanarla dal peccato, adesso che il peccato s'allontanava da lei
ebbe un risveglio tremendo. Ella cap che stava per succedere il peggio,
cap che Leonardo l'abbandonava. E resa ardita dalla disperazione,
volle a ogni costo ch'egli le accordasse un colloquio da solo a sola, e
nel suo amore e nel suo dolore trov accenti cos caldi ed appassionati,
quali non si sarebbero attesi dal suo labbro ordinariamente timido e
peritoso. Egli, pi infastidito che commosso, cerc in principio di
calmarla con buone parole; poi, com'ella non se ne mostrava paga,
perdette la pazienza, e si lasci andare al suo linguaggio cinico e
sboccato. In fin dei conti, che pretendeva ella da lui? Che la sposasse?
Ma gi egli non si sognava nemmeno di prender moglie. O credeva forse
che la loro relazione potesse durare eterna? Non doveva anzi essergli
grata della prudenza con cui egli s'era condotto? Se la cosa tirava in
lungo altri due o tre giorni, c'era da scommettere che sarebbe nato uno
scandalo; invece, per merito suo, nessuno direbbe nulla, perch nessuno
sapeva nulla di positivo, ed ella non iscapiterebbe affatto nella
riputazione. E ancora si lagnava?

Ella rimase fulminata. Era dunque finito tutto? Noi lo sappiamo, il
presentimento che tutto potesse finire in questo modo le aveva gi
angustiato lo spirito, ma non era mai riuscito ad annidarvisi per un
pezzo; ch ogni lieve segno d'affetto da parte di Leonardo era bastato a
rianimare le sue illusioni. Adesso per, dopo le parole dure, recise,
sprezzanti che le echeggiavano sinistramente all'orecchio, non c'era pi
illusione possibile, non c'era pi spiraglio di luce che rompesse le
tenebre ond'ella era cinta. E si sentiva sola, derelitta nel mondo. I
suoi genitori? Ma suo padre pur troppo era un fantoccio, e sua madre
perch non l'aveva vigilata, perch non l'aveva avvertita? Un lampo
tremendo le attravers la mente. Se sua madre, che fin dall'infanzia le
aveva inculcato la riverenza ai parenti Bollati, la devozione al cugino,
se sua madre avesse voluto lei stessa apparecchiar la catastrofe nella
speranza di forzare Leonardo al matrimonio? Ed ella si sarebbe fatta
complice di questa ignominia? Che orrore, che orrore! Ah! Gasparo era
stato buon profeta! Un momento le venne il pensiero di scrivergli. Ma
che cosa gli avrebbe scritto? Ch'ella s'era prostituita, ch'ella s'era
disonorata? E che cosa gli avrebbe chiesto? Di vendicarla? No, no, mille
volte no, ella non voleva che si torcesse un capello a Leonardo. Forse
egli era meno colpevole di quel che essa credeva, forse con le donne
(povere donne!) si fa sempre cos; tocca a loro a difendersi. Ah senza
dubbio la vera colpevole era lei che s'era lasciata acciecare,
inebbriare dalla febbre dei sensi, che aveva dimenticato la sua fede.
Come le rimordeva la sua coscienza di cattolica! Con che paura
superstiziosa pensava ai suoi doveri religiosi trascurati, alle sue
distrazioni in chiesa, ai desiderii immodesti, alle immagini profane che
avevano turbato il suo raccoglimento e le sue preghiere! Ella si
domandava tremante se ci sarebbe stata penitenza adeguata al suo fallo.
E di nuovo una voce intima le additava come suprema ncora di salvezza
il convento, seppur c'era un convento che volesse accoglierla.

Sotto l'impero di questa idea, il giorno stesso del fatale colloquio,
ella corse in traccia d'un sacerdote suo conoscente, e inginocchiata nel
confessionale gli rivel la sua passione infelice e il fermo proposito
di espiare i suoi errori con una vita d'orazioni, d'astinenze, di
sacrifici. Che le dicesse il prete noi non sappiamo; certo si  ch'ella
usc dal tempio pi invasata che mai dall'ascetismo e pi che mai decisa
a prendere il velo. La contessa Zanze, che aveva gi notato quella
mattina il pallore e l'abbattimento di Fortunata, not ora lo stato
d'esaltazione in cui ella si trovava e l'assoggett a un interrogatorio
in piena regola. La ragazza avrebbe voluto ritardare questa nuova
confessione, ma non pot schermirsi dall'insistenza materna. Stremata di
forze, ella fu clta da un pianto isterico, irrefrenabile, e in mezzo ai
singhiozzi ripet ancora una volta la dolente istoria del suo amore e
della sua vergogna. Quella storia sorgeva accusatrice terribile contro
la madre, e la contessa Zanze, quantunque certe cose le capisse poco,
non si sentiva la coscienza affatto tranquilla. Nondimeno, perch
ell'era seguace della dottrina che il fine giustifica i mezzi, se la
caduta di Fortunata doveva darle un'arma per venire a capo de' suoi
disegni, ell'era prontissima ad assolversi d'ogni colpa. S, s, ella
non aveva difficolt a riconoscerlo, la faccenda poteva esser condotta
meglio e sopratutto sarebbe stato necessario di badare che Fortunata
conservasse il suo sangue freddo e che la bussola la perdesse Leonardo.
Invece era successo precisamente l'opposto. Fatalit! A tale proposito
la signora Zanze ricordava con segreto orgoglio l'arte finissima da lei
adoperata a' suoi tempi col conte Luca Rialdi in condizioni analoghe a
quelle della figliuola. Prima aveva invischiato ben bene il merlo; poi
non aveva avuto pi tanti scrupoli, ch gi non  un delitto il mangiar
il proprio grano in erba. Del resto, ora l'essenziale era di non
smarrirsi d'animo e guai se Fortunata abbandonava la partita. Perci,
quando la ragazza tir in campo l'argomento del chiostro, la contessa,
che fino a quel punto l'aveva ascoltata con simpatia fingendo di non
accorgersi dei rimproveri indiretti che c'erano nelle parole di lei,
mut tenore ad un tratto, e non frenandosi pi dichiar che questi eran
discorsi da bambina e che il chiostro non accomodava nulla, e che una
sola cosa poteva salvar l'onore della famiglia, il matrimonio. Ma
Fortunata, la timida Fortunata, insistette dicendo che gi il matrimonio
era impossibile, e che a ogni modo ell'era ormai risoluta a fuggire dal
mondo e a non consacrarsi ad altri che a Dio.... Era risoluta, avevano
capito? La lasciassero stare, se non desideravano la sua morte.

Ne segu una scena violenta, nel mezzo della quale la giovane cadde in
deliquio.

Assistita subito dalla madre, ella non istette molto a rinvenire; ma si
lagnava d'una grande spossatezza, d'un malessere generale ch'ella non
sapeva spiegarsi.

Un dubbio improvviso sorse nell'animo della contessa Zanze; tuttavia
ella tenne per s le sue impressioni, e ripigliando verso la figliuola
un tuono affettuoso e sollecito, raccomand a Fortunata di esser calma,
di non pensare a malinconie, di persuadersi che nessuno in famiglia
voleva tiranneggiarla.

Rinfrancata alquanto da queste parole, la ragazza baci e ribaci la
genitrice, e chiestole perdono del suo linguaggio eccessivo di poco fa,
consent a mettersi a letto.

Il conte Luca, tornando quel giorno dall'ufficio con la testa piena d'un
finale di scacchi ch'egli aveva studiato sulla carta, trov la moglie in
cima alla scala e fu condotto da lei con gran mistero in un salottino
appartato.

--Che cosa c'? Che cos' successo?--chiese il pover'uomo che non
capiva.

--Zitto!--disse la contessa.--Non facciamoci sentire dalla gente di
servizio.

La gente di servizio, fra parentesi, si riduceva a una fantesca un po'
sorda. Ma la contessa Zanze amava le amplificazioni.

--Insomma?--ripigli il conte abbassando la voce.

E allora la consorte gli spiffer tutto quello che ella sapeva e tutto
quello che l'indisposizione di Fortunata le faceva supporre.

Il nobile Rialdi era d'indole mansueta, ma in certi casi non c'
mansuetudine che tenga; bisogna parlare o scoppiare.

--Questa tegola mi casca sul capo!--esclam il conte Luca, girando come
un forsennato su e gi per la stanza.--Mi spiego?... Non l'avevo detto
io che l'andava a finir male?... Ma volete sempre fare a vostro modo,
voi....

--Eh non mi seccate--interruppe la contessa Zanze.--Piuttosto andate a
chiamare il medico, giacch mi occorre saper precisamente in che acque
si navighi.

Il conte Luca ubbid, e il dottore, interrogata con molta discrezione la
ragazza, usc dalla camera coi genitori e disse loro che le supposizioni
della signora contessa avevano proprio clto nel segno.

--Povero me, povero me!--gemette il conte Luca, cacciandosi le mani nei
pochi capelli che gli rimanevano.--Poteva toccarmi di peggio?

La contessa moglie gli diede sulla voce.--Ci vuol altro che queste
smorfie! Adesso si vedr se siete un uomo o un _pampano_.

La qual cosa si doveva vedere, ma non si vide, perch la contessa Zanze,
secondo il suo solito, prese la direzione della faccenda e al marito
lasci l'ufficio, meno arduo e delicato, di tener compagnia alla
figliuola.




XII.


L'annunzio del grave avvenimento fu come lo scoppio d'una bomba in casa
Bollati. Di cos grosse Leonardo non ne aveva fatte mai, n aveva mai
recato un impiccio simile alla famiglia, neppure quella volta dello
scandalo in giardino. Come immaginarsi che quel ragazzo si
incapricciasse della Fortunata, una giovinetta senza forme e senza
colore, che aveva diciott'anni e ne mostrava sedici, e con la quale egli
aveva giocato alla bambola? E per peggio, il diavolo ci doveva metter la
coda; anche un bimbo in prospettiva ci doveva essere!--Gi--notava in
cuor suo il lustrissimo Zaccaria--un gran sangue quello dei Bollati.

Sicuro, un gran sangue. Ma intanto (poich non s'era nemmeno potuto
effettuare l'andata in campagna a cagione di un'epidemia di tifo che
infestava in quei mesi i pressi della villa) non c'era modo di levarsi
d'attorno la contessa Zanze, la quale voleva che si rendesse l'onore
alla sua creatura, e s'era ostinata a non veder altro risarcimento
possibile che il matrimonio. E non si lasciava mica scoraggiare dalle
ripulse, ma tornava alla carica col _lustrissimo_ Zaccaria, o con la
_lustrissima_ Chiaretta, o con Leonardo, o con don Luigi, che nella sua
qualit di ecclesiastico avrebbe pur dovuto capire quale fosse l'obbligo
sacrosanto dei suoi padroni.

Don Luigi, uomo alieno dai fastidi, aveva in principio adottato la
tattica di non credere all'importanza della cosa.

--Esagerazioni, esagerazioni--egli diceva.--Le ragazze senza esperienza
prendono spesso lucciole per lanterne.

La contessa Zanze si sentiva il prurito di graffiargli gli occhi.--Ma
che lucciole, ma che lanterne? Metterebbe forse in dubbio quello che
Leonardo confessa?

--I giovinotti, si sa, hanno l'abitudine di vantarsi.

--Auff! Ma se il medico ha dichiarato che mia figlia... via, non lo sa
quello che ha dichiarato il medico?

--Bisogna star a vedere, bisogna aspettare... I medici, cara contessa,
pigliano tanti granchi a secco.

Finalmente don Luigi si arrese all'evidenza. Gli dispiaceva, proprio da
galantuomo gli dispiaceva assai. Ma che poteva farci? Le Loro Eccellenze
non ricorrevano a lui per consiglio... eh, pur troppo, i preti non eran
pi tenuti nel conto d'una volta.... E poi era un affare
difficilissimo;... tutte le soluzioni avevano i loro inconvenienti...
senza dubbio il matrimonio riparava al mal fatto... ma c'erano le sue
obbiezioni, oh se c'erano....

La contessa Rialdi non voleva ammettere che ce ne fossero affatto, si
riscaldava, usciva dai gangheri, e pretendeva tener responsabile il
sacerdote della cattiva condotta del suo allievo. Allora anche a don
Luigi saltava la mosca al naso, e, accendendosi in viso, egli dichiarava
che aveva instillato al contino principii di moralit e di religione, e
che non era colpa sua se l'altro non aveva saputo trarne profitto.
Insomma perch lo tiravano in ballo lui? Perch non lo lasciavano
attendere in pace a' suoi studi?

Coi cugini Bollati la contessa Zanze era a vicenda umile e petulante,
supplichevole e minacciosa. Vantava i servigi da lei resi a Leonardo
durante la sua malattia e cos indegnamente ricambiati, dipingeva coi
pi tetri colori lo stato della propria famiglia dopo la catastrofe;
Fortunata che si stemperava in lagrime; il conte Luca che ci rimetteva
la pelle dall'avvilimento; oh se ce la rimetteva; lei ch'era invecchiata
di pi anni in pochi giorni e ch'era sostenuta soltanto dall'idea di
giovare agli altri;... senza contare poi Gasparo che navigava nelle
acque del Levante e che ancora non sapeva nulla, ma che quando avesse
saputo.... Misericordia! Era meglio non pensarci neanche.

Quest'era il nembo lontano che ruggiva nei discorsi della contessa, ma
di l a poco tornava il sereno, tornava l'idillio pastorale. Che moglie
pi amorosa di Fortunata poteva mai trovare Leonardo; che nuora pi
devota, pi ubbidiente potevano trovare il conte Zaccaria e la contessa
Chiaretta? Non era una Venere, ma non era nemmen brutta e spiacente, e
poi aveva tutto le qualit morali che  lecito desiderare in una
ragazza... buona, docile, pia.... Era povera s, pur troppo, non aveva
dote; ma che bisogno avevano di dote i Bollati?... Che cos' il danaro?
Che cos' la ricchezza?... In quanto alla nobilt dei Rialdi, nessuno
pretendeva che essa fosse paragonabile a quella dei Bollati, ma era
sempre una nobilt genuina, co' suoi documenti in regola, non una delle
tante che circolano per la piazza.

Ma la parte pi commovente delle arringhe della contessa Zanze era
quella che si riferiva al nascituro. Ella s'inteneriva al solo pensarci.
Lo amava gi con tutta l'anima quel suo nipotino. Ed era anche nipotino
loro, dei Bollati; era, voglia o non voglia, un Bollati... Possibile che
si rifiutassero di riconoscerlo?... Bisognava altres considerare che
vantaggio inestimabile sarebbe stato per Leonardo il prender moglie....
Era forse l'unico modo di sottrarlo davvero alle tentazioni, alle
cattive amicizie e ai cattivi esempi.

Insomma la loquace femmina tratteggiava ai Bollati un quadro compiuto di
felicit domestica. Che se le riusciva di abbrancar Leonardo (e non era
cosa facile) rincarava la dose. Aveva a un passo il Paradiso ed esitava
ad entrarci, quel disutilaccio.

Malgrado della sua furberia, la contessa Zanze non s'appigliava al mezzo
migliore per far entrare in grazia il matrimonio a Leonardo. La
prospettiva delle gioie casalinghe non lo seduceva punto, e chi avesse
voluto persuaderlo a sposarsi avrebbe agito pi saviamente dicendogli
che il matrimonio era una semplice formalit, e che dopo le nozze egli
avrebbe potuto menar la solita vita, senza paura che la moglie lo
tormentasse con tenerezze o con gelosie, o che i figliuoli gli
ruzzolassero fra le gambe o lo assordassero coi loro strilli.

Tutto considerato, i maggiori ostacoli all'adempimento del gran disegno
della contessa Zanze non venivano n dal _lustrissimo_ Zaccaria, n
dalla _lustrissima_ Chiaretta. Certo ch'essi non favorivano l'unione da
lei vagheggiata, certo che avrebbero voluto anzi impedirla, ma non
avevano per essa una di quelle ripugnanze invincibili che fanno cascar
le braccia e troncano le parole in bocca a chi difende una causa.

Il conte un fondo di gentiluomo l'aveva; egli capiva che il danno recato
da suo figlio ai Rialdi non  di quelli che si risarciscano con l'oro, e
che non era una bella cosa pei Bollati il restar con quella macchia sul
loro nome, e che la contessa Zanze non aveva torto a veder una sola
riparazione possibile....; quantunque fosse lecito sospettare ch'ella
avesse una gran parte di colpa in ci che era accaduto.

La _lustrissima_ non era mossa dalle ragioni di suo marito. Ella non
poteva soffrire quella inframmettente e pettegola cugina Rialdi e non
avrebbe voluto fargliela spuntare a nessun prezzo; giacch per lei non
c'era dubbio ch'era tutto un intrigo ordito dalla Zanze, la quale adesso
spargeva lagrime di coccodrillo; ma d'altro lato ella s'era tanto
avvezza ad aver intorno a s Fortunata, a farsene servire come da una
cameriera o da una dama di compagnia, che non sapeva rassegnarsi
all'idea di dover perderla. E allora era costretta ad ammettere che,
realmente, come diceva la contessa Zanze, una nuora simile essa non
l'avrebbe trovata mai, e che una gran signora avrebbe portato chi sa che
fumi in casa.

L'avversario pi accanito, pi formidabile dell'unione fra Leonardo e
Fortunata era l'agente generale, _sior_ Bortolo, il quale, tanto per
procurarsi nuovo danaro quanto per tener a bada i vecchi creditori,
aveva necessit assoluta di ripetere su tutti i tuoni che presto o tardi
gli affari della nobile famiglia s'accomoderebbero con un cospicuo
matrimonio del signor contino. Al principale poi fra questi creditori,
certo signor Vinati, usuraio desideroso di nobilitarsi, _sior_ Bortolo
non voleva togliere ogni speranza di vedere un giorno contessa la sua
unica figliuola che stava per uscir di collegio e aveva gli occhi
scerpellini, i denti guasti e cinquecento mila lire austriache di dote,
astrazion fatta da ci che le spettava alla morte del padre.

Cosicch, sempre col debito rispetto alle Loro Eccellenze, il brav'uomo
disse aperto l'animo suo. Non conveniva esagerare in nulla, nemmeno
negli scrupoli. Un ragazzo di vent'anni che seduce una ragazza di
diciotto non  pi responsabile di lei che s' lasciata sedurre....
ammesso anche che le parti non siano state invertite e che la ragazza,
ubbidiente ai consigli di una madre artificiosa, non sia stata lei la
vera seduttrice. A ogni modo, ci vorrebbe altro che in tutti i casi di
questo genere si finisse col matrimonio! L'esservi un bimbo per istrada
era senza dubbio un impiccio di pi, era una disgrazia, ma si poteva
vedere, studiare una soluzione decorosa, soddisfacente.... Il matrimonio
egli, in coscienza, per la sua gran devozione ai padroni, doveva
sconsigliarlo con tutte le sue forze. Quando si ha nome Bollati, si
hanno degli obblighi verso il paese, verso la societ, ed era evidente
che queste nozze non corrispondenti alla grandezza del casato n sotto
l'aspetto morale n sotto l'aspetto economico avrebbero prodotto una
pessima impressione. E poi, era inutile dissimularlo, gli anni
continuavano a esser cattivi, c'eran sempre batoste nuove, pur troppo,
alcune innovazioni agricole introdotte dal signor conte, sebbene
eccellenti in s, non eran riuscite, le tasse crescevano, crescevano gli
interessi dei mutui; alle corte, se il contino Leonardo si risolveva ad
ammogliarsi era indispensabile ch'egli facesse entrar di molti quattrini
in famiglia. E _sior_ Bortolo concludeva, come per tastare il
terreno:--Insomma, sul blasone si pu transigere; perch quello dei
Bollati basta per tutti, ma non si pu transigere sui danari.

Alleati di _sior_ Bortolo, se non molto efficaci certo molto romorosi,
erano i Geisenburg-Rudingen von Rudingen, i quali erano venuti a saper
la cosa e tempestavano i genitori e suoceri di lettere scritte in lingua
austro-italica. Per carit non si lasciassero tirar nelle reti dalla
Zanze Rialdi. Non dessero alla scappatella giovanile di Leonardo pi
peso di quello ch'essa meritava. Il matrimonio dell'ultimo rampollo
maschio dei Bollati con una ragazza n bella, n ricca, n
sufficientemente nobile avrebbe alienato i parenti e gli amici. Se
Leonardo doveva ammogliarsi, si cercasse un partito degno di lui. Anzi,
a questo proposito, si riserbavano di discorrerne personalmente in
Venezia, dove non eran pi tornati dopo il 1838 e dove si disponevano a
venir prestissimo per abbracciare il conte Zaccaria, la contessa
Chiaretta e il caro Leonardo, fattosi ormai un bel giovinotto.

Non c' bisogno di soggiungere che in queste difficili contingenze anche
gli amici di casa volevano dir la loro opinione. E naturalmente non
andavano d'accordo. La contessa Ficcanaso, per esempio, era furibonda
alla sola idea che i Rialdi potessero vincere il loro punto, e urlava
che sarebbe un pessimo esempio, e che tutte le ragazze sarebbero
incoraggiate a far le civette e peggio, e che nessuna madre di famiglia
avrebbe voluto pi condur le figliuole in palazzo Bollati se fosse
successo quello scandaloso matrimonio. Certo, s'ella fosse stata madre
di famiglia, non ci avrebbe pi posto il piede. Invece il nobil'uomo
Canziani sosteneva, secondo le sue deboli forze, la causa di Fortunata,
e un buon canonico di San Marco, monsignor Evaristo Lipari, commensale
dei Bollati nelle grandi occasioni, aveva assicurato la contessa Zanze
che farebbe il possibile per ottenere la benevola interposizione di S.
E. il Patriarca.

Nondimeno la contessa Zanze, vedendo che passavano i giorni senza
frutto, ricorse ad un alleato pi energico e scrisse a Gasparo
informandolo dell'ultime vicende domestiche, e sollecitandolo a
procurarsi una licenza di alcune settimane e ad accorrere in aiuto di
sua sorella.




XIII.


E Fortunata?

Che trasformazione succedesse in lei allorch il vero le fu interamente
palese, ce lo dir una sua lettera, ch'ella, di nascosto dei suoi
genitori, fece pervenire in quei giorni al cugino.

    _Caro Leonardo,_

    Le conseguenze del nostro fallo non saranno pi un segreto nemmeno
    per te. Dapprima, te lo giuro, credetti di morirne per la vergogna.
    Ma a poco a poco s'impadron di me un nuovo sentimento, che
    dev'essere assai forte in noi donne se riesce a soverchiare tutti
    gli altri, il sentimento della maternit. Pi disonorata che mai al
    cospetto del mondo, mi pare d'esser meno infelice. Quando tu mi
    dichiarasti che bisognava troncare le nostre relazioni, io ero
    fermamente decisa a seppellirmi in un chiostro, e son sicura che
    nulla avrebbe potuto rimuovermi dal mio proposito. Tu non mi amavi;
    che mi rimaneva da fare? Ma oggi ho mutato idea. Certo non potrei
    entrare adesso in convento; e come vi entrerei pi tardi quando avr
    _qualcheduno_ da difendere, da proteggere? E poi, perch negarlo? Io
    penso che questa creaturina che mi palpita in seno  un vincolo
    sacro fra noi due, un vincolo che tu puoi sprezzare, ma non puoi
    distruggere. E malgrado delle tue parole crudeli, io son sempre tua,
    Leonardo, ed  un conforto per me che qualche cosa del nostro amore
    sopravviva. Chi sa, un giorno forse, se non della madre, tu potrai
    rammentarti del figlio.

    E ancora questo voglio dirti. Se mi abbandonai fra le tue braccia
    non fu per un calcolo vile. Checch ti susurrino nell'orecchio, non
    credermi capace di tanta bassezza. Te lo giuro in nome della mia, in
    nome della _nostra_ creatura, io ti amai come s'ama a diciott'anni,
    senza guardare pi in l, senza pensare che tu sei ricco e io son
    povera.

    Addio, Leonardo, nessuno ti vorr bene quanto te ne volle, e, pur
    troppo, te ne vuole ancora

          _la tua_ FORTUNATA.

Questa lettera non ebbe risposta; gi, fra le altre ragioni per non
rispondere, Leonardo ne aveva una di eccellente; egli sarebbe stato
molto impicciato a metter quattro righe in carta. Come si vede, le
lezioni di don Luigi avevano dato ottimi frutti.

Tuttavia Fortunata sperava. Ella sperava nel ravvedimento spontaneo di
Leonardo, indipendentemente dal grande anfanare della contessa Zanze, la
quale non istava mai cheta, andava, veniva, prorompeva in brevi
esclamazioni, sempre ravvolgendo per in un profondo mistero le sue
mosse strategiche.

Chi teneva molte ore di compagnia alla figliuola era il conte Luca, al
quale l'occasione di mostrare, secondo il detto memorabile della
contessa Zanze, s'egli fosse un uomo o un _pampano_ era mancata
assolutamente per colpa della moglie medesima che l'aveva lasciato in
disparte. Nondimeno Fortunata gli era gratissima dell'averle sacrificato
la sua partita a scacchi al caff della _Vittoria_, e per ricompensamelo
faceva le viste di gustar molto i suoi pettegolezzi d'ufficio e
consentiva a studiare sotto di lui il nobile giuoco, inestimabile
conforto, diceva il conte, in tutte le tribolazioni della vita.

Senonch, in mezzo a tante cure che l'angustiavano, Fortunata andava
soggetta a frequenti distrazioni. Talora, mentre il padre s'affannava a
spiegarle un gambitto di re o di regina, ella con gli occhi fissi verso
l'uscio guardava se per avventura comparisse Leonardo, ovvero, raccolta
in s stessa, seguiva altre fantasie.--Sar un maschio? Sar una
femmina? A chi somiglier?

Vagando in questi pensieri, ella ebbe un giorno un gran rimescolamento
del sangue, ebbe un impeto di tenerezza che la fece sciogliere in
lagrime.

--Misericordia! Che altri malanni ci sono?--esclam il conte Luca, il
quale non osava attribuire questa subitanea commozione al racconto di
alcune facezie burocratiche con cui egli la intratteneva.

Ella gli gett le braccia al collo: e seguitava singhiozzando:--Povero
piccino! povero piccino!

Il conte Luca non osava fiatare, e diceva tutt'al pi:--No, Fortunata,
no, non conviene agitarsi. Il medico te l'ha proibito. Mi spiego?

Ma Fortunata non gli dava retta e si lasciava portar via dai suoi
pensieri.

--Gli vorr bene, babbo?.... Chi sa quanto bisogno avr che gli vogliano
bene!

--Sicuro che gliene vorr.... che domanda!.... Non  mio nipote?--E il
conte soggiungeva aspirando una grossa presa di tabacco e rasciugandosi
una lagrimetta col dorso della mano:--Ma! Speriamo che tutto finisca
secondo giustizia, mi spiego?

Un po' per le piccole sofferenze inerenti alla sua condizione, un po'
per lo stato del suo animo, Fortunata non sapeva risolversi a uscire e
non vedeva nessuno fuori che il canonico, il quale, buona pasta d'uomo,
veniva ogni tanto a far l'ufficio di confortatore e a dire che non aveva
ancora potuto indurre Sua Eminenza Reverendissima a parlare al conte
Zaccaria, ma che non dubitava punto di indurvelo quanto prima. E una
parola di S. E. sarebbe bastata senz'altro, perch i Bollati eran gente
religiosa, e lo stesso Leonardo, cos scappato e vanesio, adempiva
sempre alle pratiche del culto.

--E quando c' la religione,--concludeva monsignore,--c' l'essenziale.

Per la contessa Zanze non era soddisfatta. _Sior_ Bortolo era duro come
un macigno, e adesso erano venuti gi dalla Moravia anche i Geisenburg e
s'erano accampati nel palazzo riempiendolo di boria e di fumo. Vederlo
quel marchese Ernesto! Un po' meno pingue, ma pi pettoruto di quello
che fosse sei anni addietro, trasudava la superbia da tutti i pori. Ella
invece, la marchesa, era diventata magra come una sardella, ma in quanto
a superbia non aveva nulla da invidiare a suo marito. S'era appena
degnata di salutare la contessa Zanze (che pur se l'era tenuta sulle
ginocchia) e poi aveva detto (questo lo riferivano le persone di
servizio) che non capiva come i suoi genitori ricevessero ancora _certa
gente_.

Di Fortunata i Geisenburg sparlavano senza misura. E ridevano fra di
loro della sua pretensione stravagante di farsi sposare perch Leonardo
s'era levato un capriccio con lei. Faccenda da accomodarsi con qualche
centinaio di zecchini, fissando poi una piccola pensione pel bimbo se si
volevano spinger gli scrupoli all'estremo. Di spose convenienti per
Leonardo ne avevano loro, i Geisenburg, da proporne una mezza dozzina,
tutte ricche, tutte della prima nobilt austriaca, tutte registrate
nell'almanacco di Gotha. E anzi un cameriera di casa Bollati, che aveva
il vizio di stare in ascolto dietro gli usci e che pretendeva di capire
il tedesco, assicurava che tra marito e moglie avevano gi fissato la
ragazza da preferirsi.

Probabilmente non c'era in tutto ci nulla di serio, tanto pi che per
la scelta della sposa, se una sposa ci doveva esser davvero, _sior_
Bortolo avrebbe voluto indubbiamente aver voce in capitolo. A ogni modo,
mentre le cose stavano in questi termini arriv a Venezia Gasparo
Rialdi.

L'appello materno gli era pervenuto in un momento critico della sua
vita. Gi da qualche mese tre ufficiali della marina austriaca,
amicissimi suoi, Attilio ed Emilio Bandiera e Domenico Moro, nomi che
l'eroismo e la sventura resero sacri, erano fuggiti a Corf col
proposito di gettarsi sul primo lembo di terra italiana ove fosse
possibile di alzare il grido della riscossa contro i tiranni stranieri e
domestici. Partecipe dei loro disegni e non meno deliberato a dar per la
patria il suo braccio e il suo sangue, Gasparo Rialdi per non aveva
creduto l'ora propizia pel magnanimo tentativo e aveva scongiurato quei
valorosi a serbarsi per tempi migliori. E forse essi avrebbero accolto
il suo consiglio, se il timore di esser gi spiati dalla polizia
imperiale non li avesse indotti a precipitare la diserzione. Con che
cuore Gasparo li avesse visti partire  facile immaginarlo. Ed  facile
immaginare con che ansiet egli avesse seguito le loro vicende.
L'incrollabile fermezza di Emilio di fronte alle preghiere e alle
lacrime della misera madre volata a Corf nella primavera di quell'anno
1844 per iscongiurare l'imminente sciagura, la fiera dichiarazione
pubblicata dai due fratelli in un giornale di Malta in risposta a un
editto dell'Ammiragliato austriaco, la lettera scritta da Domenico Moro
al comandante della sua nave per ispiegargli la propria condotta,
commossero in quei tempi, prima ancora della tragedia di Cosenza, quanti
erano spiriti gentili nella penisola. E Gasparo, ch'era stato il
confidente di quei giovani audaci e che, pronosticando col lucido
ingegno l'inanit dell'impresa s'era invano sforzato di trattenerli,
aveva poi sentito un acre rammarico a non esser con loro, ad aver
piuttosto ubbidito alla voce della ragione che agl'impeti
dell'entusiasmo. La notizia sparsasi nella seconda met di giugno che i
Bandiera coi loro seguaci fossero sbarcati in Calabria diede nuova esca
al fuoco, e il nostro giovane ufficiale al quale pareva di meritarsi la
taccia di codardo, studiava gi i modi di raggiungere gli amici, quando
la lettera di sua madre gli addit un dovere sacro, preciso, immediato a
cui non gli era lecito di sottrarsi.

Livido di sdegno e di rabbia, Gasparo Rialdi, appena ricevuto quel
foglio, si present al suo comandante pregandolo d'accordargli un
congedo d'un mese per motivi gravissimi di famiglia.

Il comandante, austriaco fino al midollo dell'ossa, ma buono di cuore e
amoroso dei suoi dipendenti, fu fieramente turbato da quella richiesta,
e cercando di leggere nella fisonomia stravolta dell'ufficiale:

--Che avete, Rialdi?--gli disse.--Non vi si riconosce pi.

L'altro si scherm dal rispondere e insistette sulla necessit che aveva
di partir subito per Venezia.

--Mi date proprio la vostra parola d'onore che partite per Venezia?
Solamente per Venezia?

Gasparo Rialdi comprese il significato della domanda e prosegu con voce
ferma:--S, le do la mia parola d'onore.

--Ebbene, ebbene,--brontol il comandante ordinando allo scrivano di
redigere il permesso. E prosegu a voce pi bassa:--Vedete, Rialdi, sono
momenti difficili. Quei disgraziati giovani hanno fatto del male a
tutti.

Gasparo sent salirsi una fiamma al viso, ma non disse nulla.

--Del male a tutti,--ripet il suo interlocutore.--Si vive in
un'atmosfera di sospetti.... Sfido io.... Dopo un fatto simile.... Tre
giovani che avevano uno splendido avvenire davanti a s.... I Bandiera
specialmente.... figli d'un contrammiraglio.... Non par vero.... E che
cosa credono di fare? Di vincer delle battaglie contro le truppe di S.
M. Borbonica?.... Di conquistare il Lombardo-Veneto?.... Ci rimetteranno
la testa.... pazzi, pazzi da legare.... Date qui.

Quest'ultime parole erano rivolte allo scrivano che aveva finito il suo
lavoro.

--Ecco il permesso firmato, Rialdi.... In fede mia, a un altro avrei
risposto di no.... Dunque siamo intesi.... A Venezia direttamente....
Venezia per la via di Trieste.... La vostra parola d'onore.

--Gliel'ho data,--torn a dire Gasparo ringraziando e inchinandosi.

E quella notte medesima egli viaggiava col vapore del Lloyd per Trieste.
C'era a bordo una quarantina di passeggieri, quasi tutti sopra coperta,
tanto il tempo era bello e il mare tranquillo. Si ciarlava, si giocava,
si faceva all'amore. Tre o quattro suonatori ambulanti, imbarcatisi a
Smirne in terza classe, strimpellavano delle polke e dei valzer, e chi
ne aveva voglia ballava al chiaro di luna, mentre i delfini saltellavano
sulle acque fosforescenti.

Gasparo Rialdi pensava ai suoi amici inseguiti, a sua sorella
vituperata. Egli era solo, taciturno, chiuso in s stesso. N le sue
angoscie patriottiche, n i suoi dolori domestici erano di quelli che
possono cercare un sollievo nelle simpatie altrui.




XIV.


Pallida, confusa, tremante, con le gote molli di lagrime, Fortunata
osava appena alzare gli occhi verso il fratello. La confessione del suo
fallo non l'era mai stata cos grave. Non dinanzi al sacerdote, avvezzo
a quetar gli scrupoli della sua coscienza, non dinanzi alla madre, la
cui leggerezza colpevole aveva avuto tanta parte nella sua caduta. Ma
Gasparo, del quale ella ricordava le previsioni, gli ammonimenti, i
consigli, ahim non seguiti, Gasparo poteva rinfacciarle la sua vergogna
cercata, voluta, poteva chiederle conto dell'onore della famiglia da lei
macchiato per sempre. Ella ne aveva avuto sin da bambina una gran
soggezione; figuriamoci adesso ch'egli era un giovinotto alto, severo,
abbronzito dal sole, con uno sguardo acuto, penetrante, che ricercava
l'intime latebre dell'anima.

Eppure, di mano in mano ch'ella parlava le rigide fattezze
dell'ufficiale s'atteggiavano a un'espressione pi dolce; pareva che il
giudice si fosse impietosito del reo. E invero un gran peso gli si era
tolto di dosso. Il linguaggio schietto, ingenuo di Fortunata lo aveva
reso sicuro che, quale pur fosse stata la condotta di sua madre, sua
sorella era una vittima e non era una complice.

Quand'ella si tacque, egli stette un momento in silenzio col viso
nascosto tra le palme; poi disse queste sole parole:--E lo ami sempre?

--Sempre--ella rispose chinando la fronte, ma con voce ferma.

--S, capisco--ripigli Gasparo--l'amarlo fu la tua unica colpa e fu
anche la tua unica scusa.... Ma adesso.... dopo il suo vile abbandono,
dopo il suo turpe oblio d'ogni dovere pi sacro.... Ah se tu non lo
amassi pi!...

Fortunata lo guard atterrita.--Lo amo! Lo amo! In nome del cielo, che
faresti se non lo amassi pi?

Gli occhi del giovane sfolgorarono.--Quel che farei?... Gli farei pagare
a caro prezzo l'oltraggio, e poi direi a te: Dimentica perfino il suo
nome: dimentica ch'egli ti ha reso madre... l'essere che darai alla luce
non ha nulla da guadagnarci a conoscerlo.... ci penseremo noi, noi
soli.... se sar un maschio, avr cura io della sua educazione, ne far
un uomo, un cittadino.

--Grazie, Gasparo, grazie--esclam Fortunata.--Oh tu sei buono e io non
perdoner mai a me stessa di non averti ubbidito; ma se mi vuoi bene,
se hai misericordia di me non devi far del male a _lui_.... a
Leonardo.... non devi togliermi la speranza ch'egli mi ridoni un giorno
il suo affetto, che, disingannato, stanco dei baci delle altre donne,
egli torni da quella il cui cuore non muta... dalla madre della sua
creatura....

--Ma non sai dunque--interruppe il fratello--che faranno di tutto per
indurlo a prender moglie... una moglie che porti il suo bel gruzzolo di
zecchini.... poich si va buccinando che i nostri illustri parenti siano
dissestati e che occorra una grossa dote per tappare i buchi?

--No--disse la ragazza sforzandosi di persuader s medesima che i dubbi
di Gasparo erano infondati.--No, non vi riusciranno.... Quello che
Leonardo vuole  la sua libert....  la risposta ch'egli diede a mia
madre, a Monsignore... Se si risolvesse a sposarsi....

--Credi che sposerebbe te?

--Lo credo.

--Senti--disse Gasparo dopo una pausa--vedr gli zii Bollati, vedr
Leonardo... oh non temere, so esser calmo, so reprimere le mie
antipatie.... e quello che potr fare pel tuo bene te lo giuro, sorella
mia, lo far.

Quantunque a malincuore, la contessa Zanze s'era rassegnata ad
abbandonar nelle mani di suo figlio il grave affare domestico, pel quale
da un paio di mesi ella metteva in combustione il mondo. Quel benedetto
Gasparo aveva un certo carattere, certe idee tutte sue.... Insomma ella
lo aveva chiamato e non poteva disgustarlo. Ma il conte Luca
brontolava:--Fanno come s'io non esistessi.... Vanno, vengono senza
degnarsi d'avvisarmi.... Quest' bella.... Sono o non sono il marito di
mia moglie e il padre dei miei figli?... Mi spiego?... Non era naturale
che conducessi io la faccenda?... Ma, nossignori... Prima _madama_ ha
voluto far da s.... E adesso tocca a Gasparo, che con quel suo
temperamento sulfureo finir di rovinarci.... Cose che andrebbero
trattate con calma, con prudenza, con spirito conciliativo.... E intanto
chi soffre di pi siamo noi due, Fortunata e io.... io che non ho un
momento di bene....

Il conte Luca non osava dirlo, ma pensava alla sua scacchiera.

In famiglia Bollati l'arrivo di Gasparo Rialdi a Venezia rec una
molestia infinita. Gasparo non era pi un ragazzo da prendersi a
scappellotti; era un uomo, era un ufficiale tenuto in gran conto dai
suoi superiori, e non si poteva sbrigarsene con delle ciancie vuote. Sua
Eccellenza Zaccaria se n'era persuaso subito dopo un primo colloquio, in
cui, ricevuta l'imbeccata da _sior_ Bortolo e dai Geisenburg, egli aveva
tentato di menare il can per l'aia. Bisognava vedere, bisognava studiare
(proprio le parole precise di _sior_ Bortolo), bisognava cercare con
tranquillit una soluzione conveniente. Al bambino si sarebbe
provveduto....

--Conte Zaccaria--aveva detto l'ufficiale in tuono reciso--o il bambino
entra in palazzo Bollati in compagnia di sua madre, o nessuno ha il
diritto d'ingerirsene.... La soluzione a cui ella accenna sarebbe un
secondo insulto per mia sorella... E io non sono disposto a passar sopra
nemmeno al primo.... Ci rifletta meglio, conte, ascolti i suggerimenti
del suo cuore e del suo onore.

Gi; quest'era esprimersi chiaro. L'antifona della contessa Zanze. Non
c' altra riparazione che il matrimonio. Senonch Gasparo non affogava
il suo concetto in un mare di chiacchiere. Andava per le spiccie, aveva
un piglio soldatesco che produceva un certo effetto.

Il marchese Ernesto Geisenburg-Rudingen von Rudingen, secondato dalla
consorte, urlava che la tracotanza di quell'ufficialetto di marina era
intollerabile, e che bisognava dargli una buona lezione, e che
gliel'avrebbe data lui stesso se non avesse temuto d'insudiciarsi le
mani.

In quanto al contino Leonardo,  vano il dissimularlo, egli aveva paura,
e se da un paio di generazioni i Bollati non fossero stati avvezzi a
rimanersene attaccati come ostriche agli scogli della laguna, c' da
scommettere ch'egli avrebbe colto quell'occasione per intraprendere un
viaggietto all'estero, tanto gli pesava il trovarsi faccia a faccia col
fratello di Fortunata, del quale egli conosceva per esperienza l'indole
focosa ed altera.

La paura  un difetto, ma anche i difetti possono servire a qualche
cosa. Nel caso presente essa serviva a far capire a Leonardo il brutto
impiccio in cui egli s'era messo e a predisporlo alla moderazione e
all'umilt nel suo inevitabile abboccamento con Gasparo.

Gasparo dal canto suo s'era impegnato con la sorella e con s medesimo a
frenar gl'impeti del suo carattere, cosicch i due giovani,
nell'incontrarsi, seppero nascondere il mal animo reciproco. Anzi, sulle
prime, Gasparo fu l l per dubitare di essere stato ingiusto in passato
negando al cugino ogni qualit di cuore e di intelletto. Ma, ohim, il
dubbio non tard a dissiparsi, e Gasparo s'accorse ben presto che nel
fare appello ai sentimenti generosi che scuotono le fibre degli altri
uomini egli usava un linguaggio non inteso o inteso a rovescio dal
contino Bollati.

Quelle parole che destano la coscienza sopita, che fanno salire al viso
i rossori della vergogna, che fanno spuntare sul ciglio le lagrime del
pentimento, erano pel giovane patrizio un vano frastuono, e invece di
persuaderlo al bene rinfocolavano in lui gl'istinti bassi e perversi.
Preparato ai motti pungenti, alle intimazioni recise del fiero Rialdi,
l'eloquenza appassionata, commossa, affettuosa di lui gli sembrava un
sintomo di debolezza.

--Quand' cos--pensava il vigliacco--ho torto io a farmi coniglio.--E
si imbaldanziva a poco a poco, e dal labbro che un momento prima
stillava latte e miele, gli uscivano allusioni maligne e velenose.
Gasparo pazient alquanto, ma colta a volo una frase che pareva
accusarlo di fini subdoli e venali; egli afferr pel braccio Leonardo, e
fulminandolo con lo sguardo:--Bada--gli grid con un ruggito--bada a
quello che dici, o guai a te.

E mentre l'altro, allibito, biascicava delle scuse, egli prosegu:--Bada
di non confondere la calma di chi  sicuro del proprio diritto con la
pusillaminit de' tuoi pari.... Perch t'ho parlato come a un fratello,
tu hai creduto ch'io fossi qui a mendicar le tue grazie.... Povero
scemo! Io non so se potr costringerti a fare il tuo dovere; per
me....--e Gasparo voleva dire: per me ci rinunzierei ad averti per
cognato; ma si trattenne e soggiunse invece:--Per una cosa  sicura; me
vivo, mia sorella non sar impunemente disonorata, n il nome della mia
famiglia impunemente trascinato nel fango.

Misericordia! Sta a vedere che Rialdi si sognava di provocare un duello?
Era matto? Eh Leonardo Bollati non si batteva! S'eran battuti abbastanza
i suoi vecchi! La spada egli sapeva appena come s'impugnasse, e infatti
non si ricordava d'aver mai toccata quella del nonno, comandante di
galera, che il conte Zaccaria aveva regalato al Museo Correr insieme con
altre anticaglie.

Questa certezza che, nella peggiore ipotesi, nessuno sarebbe riuscito a
condurlo sul terreno, rimetteva un po' di fiato in corpo al nostro
contino, ma non pi di quello che era necessario per permettergli di
manifestare con parole sconnesse la propria codardia. Il cugino era
troppo focoso, lo aveva frainteso... Egli non aveva mai avuto l'idea di
offenderlo... Ne aveva anzi una grandissima stima... ben meritata...
come per tutta la famiglia Rialdi... Del resto, riconosceva i suoi
torti... Avrebbe voluto morire piuttosto che nuocere a Fortunata... Ma
adesso che poteva fare?... Gi non poteva mica disporre di s... Era
minorenne, dipendeva da' suoi genitori... Se si persuadevano loro....

Gasparo lo interruppe con un gesto d'impazienza:--Quando facciamo
sparger delle lagrime per i nostri piaceri, abbiamo perduto il diritto
di addurre a scusa la nostra et giovanile e di ripararci all'ombra
degli altri... Siamo abbastanza _uomini_ da dover risponder noi soli
delle nostre azioni.

Parole altrettanto savie quanto inutili. Il contino Bollati non si
dominava con gli argomenti, ma con la paura; lo si teneva in pugno
perch'era un vile.

E questa fu l'impressione che anche Gasparo ritrasse dal suo colloquio
con Leonardo. Si sarebbe vinto, ma la prospettiva d'una tale vittoria
umiliava il nostro ufficiale assai pi d'una sconfitta. E non volle o
non seppe tacerlo a sua sorella allorch ella gli corse incontro
trepida, ansiosa, e vedendolo con la cera stravolta balbett
sbigottita:--Dio mio, tu m'annunzi qualche disgrazia.

--Non quella che temi--egli rispose con un sorriso pieno d'amarezza.

--Che cosa dunque?

--Ascoltami, Fortunata, ascoltami fin che c' tempo. Se il consenso di
Leonardo fosse una disgrazia peggiore del suo rifiuto?

--Egli acconsente? Leonardo acconsente a farmi sua moglie?--grid
Fortunata pazza di gioia. E i suoi occhi s'illuminarono come se le
brillasse dinanzi una visione celeste. Ma poi scorgendo la meraviglia,
il disgusto dipinti sulla fisonomia di suo fratello, chin la fronte e
arross.

--Non lo ha detto ancora--rispose Gasparo.--Ma io credo ch'egli
acconsentir a tutto quel che si vuole... sai perch? Perch lo spaventa
l'idea ch'io possa fargli pagar caro il male che ti ha fatto, perch'egli
trema per s, perch egli non ha nemmeno il coraggio d'essere un
tristo... E da un tal uomo tu speri la felicit?... Ah se io fossi in
te, piuttosto di aver costui per marito, accetterei anche il disonore.

--Per me forse--esclam Fortunata--ma non per _lui_, non per mio
figlio... Io non voglio che mio figlio sia chiamato con un nome
ingiurioso.

Ma a questo grido di madre non tard a tener dietro un grido d'amante.

--Vedi, Gasparo, tu non puoi capire... malgrado del tuo ingegno, e ne
hai tanto, non puoi capire quello che si passa in cuore di donna... Tu
mi domandi s'io spero da Leonardo la felicit... Ma la felicit, per
noi, consiste nell'appartenere all'uomo che amiamo, nel viver con lui,
per lui... anche s'egli non  degno del nostro amore... anche se
ricambia con gli oltraggi e gli scherni le nostre carezze... Non
corrugar la fronte, Gasparo, non esser troppo severo con me... sono una
povera femmina, io... Non ragiono, sento... In quell'amore che mi ha
fatta colpevole, in quell'amore che mi fa madre  chiuso il mio piccolo
mondo... Non ho altro, non avr altro mai... Il Signore non ha voluto
ch'io espiassi il peccato con le preghiere, con le penitenze, coi
digiuni... ha ribadito lui stesso le catene che mi tengono attaccata
alla terra... No, no, te lo ripeto--ella continuava infiammandosi sempre
pi--tu non puoi capire... Bisognerebbe esser davvero al mio posto... Io
non ho n la bellezza, n la grazia, n lo spirito, ed _egli_ mi ha
amata, sia pure per una settimana, sia pure per un giorno...  quanto
basta perch io l'ami per tutta la vita.

Gasparo era ammutolito. Che rispondere alle manifestazioni esaltate
d'una passione che non tentava nemmeno giustificarsi, ma si affermava
come un fatto inesorabile, voluto dal destino? Ed egli, il forte e prode
uomo, si domandava tristamente come un libertino volgare, senza ingegno,
n dignit, n coscienza, potesse esercitare un tal fascino sopra una
fanciulla buona e gentile. Di quanto fango  dunque composta quella cosa
divina che si chiama l'amore?

Checch ne sia di ci, l'abboccamento di Leonardo Bollati e di Gasparo
Rialdi aveva avuto per effetto di lasciar uno dei due interlocutori
sbigottito, l'altro nauseato. Ma se lo sbigottimento rendeva Leonardo
pi malleabile, la nausea rendeva Gasparo meno acconcio che mai al suo
ufficio di negoziatore. Egli si trovava, del resto, in una singolare
condizione di spirito. Egli capiva che, in certi casi, dal matrimonio in
fuori, non c' riparazione che valga, ma, d'altra parte, sentiva
crescere la sua ripugnanza ad adoperarsi per combinare un matrimonio che
avrebbe unito Fortunata con un uomo tanto spregevole. Era scontento
della sua famiglia, scontento di s. Lo irritava la nullaggine del suo
babbo, l'indole poco scrupolosa di sua madre, l'accecamento di sua
sorella; si sentiva umiliato di queste misere lotte in un tempo nel
quale i suoi amici scontavano col loro sangue un'eroica folla.




XV.


Poich in Calabria era avvenuto quello che tutti prevedevano.

Sopraffatti dalle forze borboniche presso San Giovanni in Fiore il 19
giugno di quell'anno 1844, tratti a Cosenza dinanzi a una Corte
marziale, Attilio ed Emilio Bandiera, Domenico Moro e i principali fra i
loro seguaci, venivano condannati a morte il 24 di luglio e fucilati il
d appresso. La _Gazzetta privilegiata_ di Venezia di marted 6 agosto
riproduceva dal _Giornale di Napoli_ l'estratto della sentenza
pronunciata ed eseguita. Non una riga di commento, non una parola di
compianto pei tre veneziani che pur lasciavano qui tanta eredit di
memorie e d'affetti. Era gi molto se l'insulto villano non li
accompagnava nella tomba. Ma nel segreto delle pareti domestiche,
nell'intimit dei crocchi giovanili, i nomi dei tre martiri erano
susurrati con affettuosa riverenza, e il sacrifizio magnanimo richiamava
a pi alti pensieri i popoli della Penisola immersi in frivole cure.

Ci che Gasparo Rialdi provasse alla notizia della strage di Cosenza, 
inutile il dirlo. Egli giur allora, e mantenne il giuramento, di
consacrare la sua vita all'idea per la quale i suoi compagni d'armi
erano caduti. Certo non era piccolo sforzo per lui il far violenza alla
sua natura schietta e leale, il continuar a indossare una divisa
abborrita, a servire sotto una bandiera ch'egli tradiva; per i tempi
tristissimi non lasciavano libert di scelta ai generosi che i voleri
delle famiglie o la dura necessit costringevano a militare sotto lo
straniero; o venir meno agli obblighi di cittadini, o venir meno agli
obblighi di soldati.

Comunque sia, sotto la prima impressione della tragedia di Calabria, il
nostro ufficiale non seppe padroneggiarsi appieno, e il luogo e il modo
in cui egli usc dal suo riserbo diedero origine a un fatto che poteva
avere per lui conseguenze gravissime.

Egli aveva pregato un suo conoscente d'introdurlo una sera nel Casino
dei nobili affine di leggervi nei fogli napoletani i particolari del
processo contro i Bandiera e i loro complici.

Ora nel momento in cui Gasparo entr con l'amico, quei fogli erano tutti
accaparrati da un gruppo di persone, tra cui primeggiava il marchese
Ernesto Geisenburg-Rudingen von Rudingen, quello stesso che avrebbe
voluto dare una buona lezione al Rialdi se non fosse stata la paura
d'insudiciarsi le mani. Il signor marchese leggeva ad alta voce con la
sua pronunzia ostrogota, fermandosi a ogni due parole per pigliar fiato
e per interpolare qualche sua riflessione in italiano o in tedesco, un
articolo del _Giornale di Napoli_, contenente un giudizio sommario
sull'impresa di Calabria. Impresa _incredibile al racconto, di
superlativa stoltezza, di crassa ignoranza_, la chiamava il dotto
articolista, e l'illustre signor marchese stava appunto deliziandosi in
queste frasi concise, vibrate, degne di Tacito. Egli vide con la coda
dell'occhio Gasparo Rialdi, ma finse di non accorgersene e tir innanzi
nelle sue osservazioni, mettendoci forse una maggiore acrimonia.
Anch'egli opinava, come la suocera, che Gasparo fosse un po' carbonaro,
e non gli dispiaceva di slanciargli indirettamente qualche frecciata,
tanto pi che l'ufficialetto gli era antipatico per cento altre ragioni.
La condotta del signor marchese non era punto generosa, giacch egli
doveva sapere che nel campo politico il Rialdi non aveva libert di
parola. Noi non abbiamo per detto mai che il marchese fosse un uomo
generoso. Anzi egli non era punto tale, sebbene non fosse certo un
vigliacco come il cognato Leonardo.

--Penissimo--esclam il marchese Ernesto, sempre col giornale in
mano--_Superlativa stoltezza... crassa ignoranza. So ist es..._ Cos .

L'uditorio approvava. Era proprio da matti furiosi il pensarsi una cosa
simile... In trenta o quaranta voler abbattere un regno... E poi, se
fossero padroni loro?

--_Gott bewahre!_ Dio guardi! meglio la fine del mondo... Sarebbe come
Rifoluzione francese... Ladrerie, stragi, sacrilegi.

--Quel Mazzini!--disse un signore grave e maturo tentennando la testa.

--Sicuro--assent il marchese.--Quel Mazzini, gran canaglia... Se si
prende, non fucilarlo... troppo onore... _Erhngen muss man ihn_... come
si dice in italiano? ah s... impiccare, impiccare...

--Quello non si piglia--osserv un altro--e intanto dei poveri giovani
vanno a farsi ammazzare per lui.

--Che poferi giovani? che poferi giovani?--esclam infastidito il nobile
moravo.--Esempi ci vogliono, e queste condanne faranno puonissimo
effetto... Che poferi giovani?.... Tanto peggio per loro... Non poferi,
impecilli forse... ma impecillit non scusa.

Gasparo s'era frenato fino allora. Seduto dinanzi a un tavolino
all'angolo opposto della stanza, egli avea fatto il possibile per non
sentire, per immergersi nella lettura di uno stupido giornale di _Mode e
Variet_. Ma il sangue gli saliva alla testa; e all'ultime parole del
marchese egli non ne pot pi, e senza ben sapere quel che volesse fare
o dire, si alz di scatto dalla seggiola, e respingendo l'amico che
s'era provato a trattenerlo, si diresse verso il crocchio ove l'altro
dottoreggiava. Era infiammato in viso, i suoi occhi lampeggiavano.

Quei patrizi rimminchioniti non eran leoni e subodorando una scena si
tirarono in disparte. Il marchese Ernesto per, antico capitano degli
usseri, non poteva battere in ritirata, e levatosi da sedere quanto pi
presto glielo permise la sua corpulenza, s'appoggi coi pugni alla
tavola, e disse:--_Was wnscht der Herr Offizier? Ja..._ Che desidera?

--Io?... nulla--rispose Gasparo sforzandosi d'esser calmo.--Anzi mi
dispiace di aver disturbato la bella conversazione.... Volevo dire
solamente....

--Ah, foleva dire qualcosa? _Bitte_... Prego... Parli....

--Volevo dire che bisogna mancar d'ogni gentilezza d'animo per
scagliarsi contro della gente che pu esser stata illusa, che pu aver
sbagliato, ma che in ogni modo sacrific la vita per un'idea....

--_Bitte... Prego... Der Herr..._ Il signore difende i Pandiera?... _Ach
sehr gut..._ Penissimo.... Un imperiale e reale ufficiale....

--Io non entro nella questione, io non giudico il tentativo dei fratelli
Bandiera e dei loro seguaci, ma ripeto, e l'esser ufficiale della marina
austriaca non me ne toglie il diritto, che l'insultare alle tombe 
vilt.

Il marchese era divenuto anche lui rosso come una ciliegia, e ansava pi
del solito.

--Vilt?... _Ach ja, Feigheit.... Und mir sagen Sie das?..._ Dice a me
questo?

--A lei, a lei.... O a chi dunque?

--Ah capisco.... Il signore vuole... come si dice?... _mich
herausfordern... ach ja..._ provocare... provocar me, marchese
Geisenburg-Rudingen von Rudingen? Capisco assai pene.... I Pandiera sono
un pretesto. Il signore vuol provocare perch sono contrario a
speculazioni matrimoniali di sua famiglia....

--Lei mente, lei  un codardo--url Gasparo Rialdi fattosi livido
all'atroce ingiuria.

E la sua mano alzatasi con piglio minaccioso sarebbe certo caduta sulla
nobile guancia del marchese Ernesto di Geisenburg-Rudingen von Rudingen
se i presenti non si fossero interposti a tempo.

Per quello scandalo pubblico tra due militari non poteva finire cos, e
il giorno appresso il marchese Geisenburg-Rudingen von Rudingen e il
conte Gasparo Rialdi si trovarono l'uno di fronte all'altro su una
striscia di terra non coltivata a poca distanza da Fusina. Il marchese
era stato in giovent uno spadaccino di prima forza, e conosceva ancora
alla perfezione le finezze dell'arte, ma il Rialdi era pi svelto, pi
risoluto, pi audace e con un colpo bene assestato fer l'avversario
alla spalla destra e gli fece cader l'arma di mano.

Il curioso si  che questo duello, il quale ragionevolmente avrebbe
dovuto spazzar via l'ultime speranze di Fortunata, produsse un effetto
tutto contrario alle previsioni.

E in primo luogo diciamo che la disgrazia del marchese non afflisse
nessuno in famiglia Bollati. La prosopopea di quel feudatario era stata
sempre intollerabile, ma adesso era pi uggiosa che mai, dacch s'era
scoperto che, dietro a tanto fumo c'era pochissimo arrosto, e che i
famosi castelli moravi erano stati ipotecati per pagare i debiti di
giuoco del signor marchese, il quale poi gli altri debiti non li pagava
affatto. Siccome per i creditori non avevano l'opinione del signor
marchese che un gentiluomo non dovesse curarsi che degl'impegni
contratti dinanzi a un tavolino di _roulette_ o di faraone, cos le
citazioni fioccavano, e raggiungevano l'illustre viaggiatore anche di
qua dalle Alpi. I suoi due camerieri, quando avevano ben mangiato e
bevuto in cucina, deponevano per poco l'usata albaga, e ne raccontavano
di belline. Essi medesimi, a sentirli, non ricevevano il salario da pi
mesi, e si adattavano a restare ancora per qualche tempo presso le loro
Eccellenze unicamente nella speranza che il conte Zaccaria venisse in
aiuto del genero e della figliuola. Gi, essi soggiungevano mezzo in
tedesco e mezzo in italiano, il vero scopo della gita in Italia della
nobile _Herrschaft_ era stato quello di procurarsi danaro. La servit
dei Bollati, che cominciava ad accorgersi degli impicci finanziari
della famiglia, non rispondeva nulla, ma dubitava grandemente che la
nobile _Herrschaft_ fosse costretta a tornarsene indietro con le mani
vuote, nel qual caso addio mancie! Infatti il _lustrissimo_ Zaccaria,
per levarsi la seccatura, mand il marchese dall'agente generale,
_sior_ Bortolo, e questi protest di non poter dare un centesimo. Ormai
l'ingegnoso amministratore era a corto d'espedienti, e non ci teneva
punto a ingraziarsi i Geisenburg, che, invece di secondarlo, avevano
attraversato alcuni suoi disegni. Il marchese Ernesto e la marchesa
Maddalena intronarono allora di querimonie gli orecchi dei congiunti
dicendo ch'era una vergogna il lasciarsi dettar la legge da un
bifolco, e che quel _sior_ Bortolo era un ladro, e ch'era tempo di
vederci chiaro, e altre cose simili, tutte fatte apposta per seccare i
Bollati, i quali a vederci chiaro non ci pensavano nemmeno e parevano
disposti ad andar placidamente in rovina piuttosto che aver sopraccapi.
Onde la contessa Chiaretta, discorrendo de' suoi parenti, ebbe a
confessare che preferiva mille volte la Fortunata Rialdi alla marchesa
figlia, e che perfino Gasparo, quantunque carbonaro, le era meno uggioso
del proprio genero. Il _lustrissimo_ Zaccaria aveva su per gi la
medesima opinione, e quando vennero a dirgli che il marchese era stato
ferito--Auff--borbott fra i denti--se la ferita lo guarisse dalla
petulanza!

E neppure il contino Leonardo avrebbe creduto opportuno, in massima,
d'intenerirsi pel cognato; ch anzi quel manichino impastato di
arroganza gli era insoffribile, ed egli non sapeva perdonargli
l'etichetta fastidiosa che la presenza di lui introduceva in palazzo,
onde conveniva mutar vestito a ora di pranzo, e star composti a tavola,
e non dir parolaccie. Se la stoccata fosse venuta al marchese da
un'altra parte qualsiasi, il nostro giovinotto sarebbe stato
capacissimo di mettere un gran respiro di soddisfazione. Ma il duello
del Geisenburg col Rialdi lo turb tutto per ragioni sue personali.
Senza dubbio quel terribile Gasparo meditava un grande eccidio, e dopo
aver provato la punta della sua spada sulla pelle del marchese Ernesto,
si disponeva a cacciarla a mezza lama nella pancia di qualchedun altro.
Anime sante del Purgatorio! come diceva don Luigi.

Al contino veniva la pelle d'oca al pensarci, e la notte successiva al
duello fu per lui una notte d'inferno. Si voltava e rivoltava fra le
lenzuola ansando, smaniando, balzando a sedere a ogni pi lieve romore.
Peggio poi se pigliava sonno un momento. L'assalivano subito tetre
visioni, gli pareva d'essere infilzato come un capo di selvaggina, e si
svegliava in sussulto sbarrando gli occhi e palpandosi di qua e di l
per esser ben sicuro che il ferro traditore non gli fosse penetrato
nelle viscere. Allora, un po' pi calmo, cercava di persuadersi che
Gasparo Rialdi non l'avrebbe mica aggredito per la strada come un
volgare assassino, e che in quanto al battersi bisognava essere in due
per volerlo, ed egli, Leonardo Bollati, non sarebbe stato mai uno di
quei due. Egregiamente; ma queste ottime ragioni non avevano efficacia
durevole. Alle corte, il bravo giovinotto prese una risoluzione eroica e
la comunic ai genitori.

--Ci ho pensato su, e mi son convinto che non posso far di meno di
sposar Fortunata. Ho degli obblighi.

Il lustrissimo Zaccaria e la lustrissima Chiaretta rimasero di sasso,
perch fino allora il contino non s'era mostrato cos soggetto agli
scrupoli.

--Ta, ta, ta, ta--disse Sua Eccellenza il conte Zaccaria--meno furia, ci
siamo anche noi.... E com' che fino a pochi giorni fa il signorino
protestava di non volersi ammogliare n adesso, n mai, n con la
cugina, n con la figlia dell'imperatore del Mogol, se, puta caso, ella
fosse venuta da queste parti?

--Io volevo liberarmi dalle seccature di _sior_ Bortolo che s'impuntava
a darmi la sua Vinati.

--Di quella non si parla--interruppe la contessa Chiaretta--non 
neanche nobile.

Il conte sospir pensando che la Vinati avrebbe portato in casa
cinquecentomila lire sonanti. Pazienza. C'era di mezzo il decoro della
famiglia, e conveniva rinunziarci.

--Ma io non voglio saperne nemmeno delle tedesche di mio
cognato--seguit Leonardo.

--Oh quelle l--disse il conte--sono _in mente Dei_. Il marchese mio
genero non fa che citarle a memoria dall'almanacco di Gotha.... Del
resto--soggiunse il nobiluomo con maggiore solennit-- fuor di dubbio
che l'unico rampollo maschio d'una famiglia come la nostra deve pigliar
moglie per assicurare la discendenza.

--Ebbene, io sposo mia cugina, e la discendenza  gi assicurata.

--Adagio, Biagio--ripigli il conte Zaccaria.--Il matrimonio d'un
Bollati non  faccenda da risolversi su due piedi, e cinquant'anni
addietro avrebbe voluto entrarci il Serenissimo....

--E le prime famiglie del patriziato sarebbero venute a offrirci le
figliuole--esclam la signora Chiaretta.

--Sfido io.... Con tanti dogi e procuratori e ammiragli che abbiamo fra
i nostri vecchi... le prime famiglie e le pi ricche...--soggiunse il
conte moderando un poco l'intonazione pomposa del discorso.

--Sarebbero venute anche adesso--disse la moglie--senza questi
scandali, senza questa condotta indecente.--Indi rivolgendosi a
Leonardo--Vergogna! Sei la rovina dei Bollati.

Naturalmente da questo colloquio non si concluse nulla. _Sior_ Bortolo,
chiamato di nuovo a consulto dai nobili padroni, tenne un linguaggio
insolito. Egli non voleva pi impicciarsene, perch s'era accorto che le
sue intenzioni erano fraintese e il suo zelo mal ricompensato. A
proporre, giorni addietro, un partito di cinquecentomila lire pel
contino Leonardo, s'era tirato addosso una tempesta, e il marchese e la
marchesa Geisenburg gli avevan dette di quelle ingiurie che feriscono al
vivo un galantuomo. Facessero dunque il piacer loro. Gi, esclusa la
Vinati, egli non vedeva nessun altro buon matrimonio possibile. Egli se
ne lavava le mani.... Ricordava soltanto alle Loro Eccellenze che il
signor Vinati era deciso a non rinnovare il mutuo.

--Mi pare,--disse il conte Zaccaria, quando l'agente generale
s'accommiat,--mi pare che _sior_ Bortolo _alzi la cresta_.

--Pare anche a me,--rispose la contessa Chiaretta.

Il fatto si  che _sior_ Bortolo aveva ormai messo da parte un bel
gruzzolo di quattrini e si curava assai meno del favore delle Loro
Eccellenze.

Ammutolitosi l'agente, screditati i Geisenburg per la loro tracotanza e
i loro dissesti ormai palesi a mezzo mondo, il conte e la contessa
Bollati rimanevano esposti agli assalti della cugina Zanze, del
nobiluomo Canziani, di monsignor Lipari e di tutti i favoreggiatori
dell'unione di Leonardo e di Fortunata. Dal canto suo Leonardo, ogni
volta che vedeva da lontano Gasparo Rialdi con la sua aria marziale e la
sua spada al fianco, sentiva la tremarella alle gambe, e tornava a
palazzo strepitando che bisognava riparare ai proprii torti senza
perder altro tempo. Batti oggi e batti domani, le ultime resistenze del
conte e della contessa furono vinte, e con immenso sdegno dei
Geisenburg-Rudingen von Rudingen, i quali partirono da Venezia
lasciandovi un lungo strascico di debiti e dichiarando di non volervi
pi rimetter piede, le prossime nozze del contino Leonardo Bollati P. V.
con la contessina Fortunata Rialdi furono annunziate ai parenti e agli
amici.

Per il matrimonio si celebr quasi clandestinamente, tra gli epigrammi
dei maligni e le mormorazioni di quelli che erano avvezzi alle pompe di
casa Bollati. N regali, n fiori, n componimenti in verso o in prosa.
Il nobile Canziani dovette ringhiottire un epitalamio, e don Luigi fu
costretto a rinunziare alla stampa d'un altro capitolo della sua opera
colossale destinata a polverizzare la gloria di Alessandro Manzoni.

L'unica persona a cui nel giorno solenne brillasse in viso una schietta
felicit era Fortunata. Il voto del suo cuore era pago, il suo onore era
salvo, la creaturina che stava per nascere da lei non sarebbe entrata
nella vita senza padre e senza nome; che poteva ella desiderare di pi?
Contro le nuove prove che l'aspettavano le pareva di esser forte
abbastanza, forte di rassegnazione, di tenerezza, di fede in Dio, in
quel Dio ch'ella oggi ringraziava dal fondo dell'anima pel bene che le
aveva concesso.

Fatto si  che tutti gli altri, qual pi, qual meno, avevano la faccia
scura.

Leonardo, quantunque deciso a continuar la vita da scapolo anche
dopo ammogliato, s'arrabbiava gi con se medesimo d'aver cos
docilmente piegato il collo al giogo coniugale; il conte Zaccaria e la
contessa Chiaretta vedevano in quel matrimonio un sintomo
dell'umiliazione del loro casato, e la contessa Zanze Rialdi aveva
amareggiata la gioia del trionfo dalla meschinit della festa e pi
ancora dai molti indizi della decadenza economica dei Bollati. Aver
aspirato con tanto ardore a far entrare la figliuola in quell'illustre
famiglia e riuscirvi solamente quando l'illustre famiglia minacciava
d'andar in rovina, era proprio un'ironia della sorte! La contessa Zanze
si sfogava col marito e gli diceva all'orecchio durante la
cerimonia:--Se foste un altro uomo, non avreste permesso che la cosa si
facesse in questa maniera.... Pare che ci facciano una grazia.... E poi
Dio voglia che non siamo alla vigilia del _patatrac_.... Se almeno foste
nell'amministrazione!--Tacete,--rimbeccava il consorte.--Voi parlereste
anche sott'acqua. Non siete mai contenta, voi.

Gasparo Rialdi non assisteva a quelle nozze ch'egli, sebben riluttante,
poteva dire d'aver imposto con la punta della sua spada. Sventata, merc
la benevola interposizione di qualche ufficiale superiore suo amico, la
tempesta che si addensava sul suo capo dopo la scena nel Casino e il
duello col Geisenburg, egli era partito da pi giorni per la nuova
destinazione di Pola, datagli dal Comando della marina. In apparenza lo
si mandava a dirigere alcuni lavori a quell'arsenale, in fatto si voleva
tenerlo lontano dalla squadra del Levante ove serpeggiavano umori
rivoluzionari.




XVI.


Come _sior_ Bortolo aveva predetto, il matrimonio del contino Leonardo
rese intrattabile il signor Vinati, il quale vedeva frustrate le sue
speranze di dare un titolo alla figliuola. La moglie di lui, che aveva
tutte le bizze e tutti i rancori d'una femminetta arricchita, soffiava
nel fuoco e minacciava il marito della sua collera s'egli non esigeva da
quelle _Zelenze_ (e qui la signora Vinati aggiungeva un epiteto
energico) il puntuale rimborso del mutuo che scadeva appunto alla fine
dell'anno.--Non un giorno, non un'ora, non un minuto--strillava la
megera, implacabile come il destino. E anche altri creditori che fino
allora non avevano badato a qualche ritardo nel pagamento
degl'interessi, e non avevano mai detto di no alle domande di
rinnovazione, si facevano meticolosi ad un tratto e dichiaravano senza
cerimonie di non voler servire pi da zimbello a nessuno. _Sior_ Bortolo
non sapeva a che santi votarsi. Invero, egli s'era gi preparato la sua
brava ritirata; aveva un bel poderetto in Friuli e una casa piena di
grazia di Dio in Venezia, ma finch c'era qualche osso da rosicchiare
nell'azienda, non gli bastava l'animo di abbandonare le Loro Eccellenze.
Povera gente! Sarebbero stati impicciati come pulcini nella stoppa.

Ormai la fama con le sue cento bocche spargeva dappertutto la notizia
della prossima rovina dei Bollati, e sul palazzo pesava la tristezza che
pesa sulle cose decrepite. Come suole accadere, i cosidetti amici di
famiglia s'erano dispersi; non c'era ragione, dicevano, di andar a
disturbar della gente che aveva tanti sopraccapi. Tutt'al pi veniva
ogni gioved e ogni sabato il nobile Canziani, visitatore poco
desiderabile, sia perch pativa frequenti accessi di tosse, sia perch i
suoi reumatismi gli rendevano difficile di mettersi a sedere quand'era
in piedi e di alzarsi quand'era seduto. I Rialdi, nella loro qualit di
genitori della sposa, bazzicavano in casa ancora pi spesso del solito,
e pranzavano alla tavola dei parenti tre volte per settimana, ma stavan
sempre con tanto di muso, non potendo perdonare ai Bollati i loro
dissesti economici. Ed era di umor tetro anche don Luigi, il quale si
vedeva mancar lo stipendio da parecchi mesi, e presentiva di dover
presto abbandonare la sua sinecura, senza che gli fosse riuscito almeno
di stampare il libro da cui egli si riprometteva l'immortalit.

Ah come sarebbero rimaste male le _lustrissime_ Adriana e Marina,
padrone e protettrici del defunto Nicola se, uscendo dal sepolcro per un
momento, fossero penetrate nel salottino ch'esse avevano empito del loro
sorriso, del loro cinguetto festevole, della loro grazia elegante! Come
avrebbero stentato a credere che fossero due Bollati quelle due donne
dalla faccia scialba e dall'aria abbattuta che sedevano una di fronte
all'altra davanti a un tavolino rischiarato da una lucerna a olio di cui
un cappello verde raccoglieva entro un breve cerchio i tremuli raggi,
mentre il resto della stanza era immerso nelle tenebre e la vecchia
lumiera di Murano, riscintillante un tempo per cinquanta fiammelle,
pendeva dal soffitto polverosa e dimenticata! Suocera e nuora talvolta
giocavano a _conzina_, talvolta stavano a guardarsi senz'aprir bocca.
Un'ombra scura si moveva nel fondo; era don Luigi che, sprofondato in
una poltrona, ora stirava le braccia, ora accavallava le gambe; poco pi
in l Romeo, il soriano amatissimo dalla contessa, sonnecchiava e faceva
le fusa, rivolto a spira sopra uno sgabello imbottito. Ogni tanto S. E.
Chiaretta tralasciava a mezzo la partita o rompeva il silenzio per
infilar le sue solite querimonie, fedele al suo antico sistema di
presagire i maggiori guai senza esser capace di muovere un dito per
istornarli da s. Don Luigi rincarava la dose delle lamentazioni,
Fortunata ascoltava pazientemente e taceva. Di tratto in tratto ella
guardava verso l'uscio come chi attende qualcuno. Ma la persona da lei
attesa non capitava. Capitava invece, prima di recarsi al Casino dei
nobili, o al teatro, o al caff Suttil, il _lustrissimo_ Zaccaria, il
quale, dacch le sue faccende volgevano alla peggio, era diventato pi
loquace che mai, e discorreva de' suoi colossali progetti agricoli,
delle sue sognate rivendicazioni di feudi, d'una miniera aurifera
ch'egli credeva d'aver scoperto in uno dei suoi poderi del Friuli e
d'altre signorie fantastiche e cervellotiche.

Era forse in vista di queste ricchezze future che il conte Zaccaria,
nonostante i suoi rigidi principii sull'integrit del patrimonio, aveva
permesso che si cominciassero a vendere stabili e campagne. Rimedio che
veniva troppo tardi per acconciare le cose. I prodotti dei fondi
andavano nelle fauci dei creditori ipotecari, e quando si voleva
procurarsi quattrini per disporne a proprio talento era necessario
ricorrere allo spaccio furtivo (furtivo cos per dire) di qualche
oggetto d'arte o d'antichit; oggi un quadro, domani una statuina di
bronzo, o un cammeo, o una collezione di porcellane, o un fornimento di
pizzi. La servit, che stentava a riscuotere il salario, approfittava
della confusione e sottraeva ingegnosamente qualche coserella anche lei.
Gi le loro Eccellenze, sollecite del proprio decoro, non avevano
stimato opportuno di licenziare i gondolieri, n le cameriere, n il
cuoco, e queste ottime persone avevano dichiarato di restarsene al loro
posto per solo amor dei padroni, aspettando tempi migliori. Anzi il
cuoco spingeva l'abnegazione fino a prestar l'opera sua al contino
Leonardo per agevolargli le sue particolari combinazioni finanziarie.
Non gli dava pi danaro direttamente, ma lo aiutava a trovarne
ingarbugliando degli usurai acciecati dall'avidit del guadagno.
Conchiuso l'affare, il signor Oreste si prelevava la sua provvigione a
fronte, diceva lui, degl'interessi che gli spettavano per le sue
sovvenzioni passate. Altro che interessi! Se si fosse fatto il conto, si
sarebbe visto che il signor Oreste s'era da un pezzo rimborsato anche
del capitale, ma in famiglia Bollati non si facevano conti.

Subito dopo il matrimonio, il nostro contino aveva ripreso la sua vita
d'un tempo, e della moglie non si curava neppure. Che s'ella si
permetteva qualche timida rimostranza, egli prorompeva in bestemmie e in
contumelie e urlava che non lo seccassero, per Dio! Egli s'era sposato
per compassione, per misericordia, ma non intendeva di essersi messo un
laccio al collo, o voleva divertirsi, e star con gli amici e spassarsela
con femmine belle ed allegre; che gi di lei, di Fortunata cio, se ne
persuadesse pure, egli era stucco e ristucco.

Che pena devess'essere per Fortunata il subire un trattamento simile,
s'intende facilmente. Buon per lei che s'ella non aveva nessuna delle
qualit vigorose che servono a domare le avversit, possedeva per tutte
le virt passive che aiutano a tollerarle. Alla brutalit del marito,
all'alterigia dei suoceri, i quali, pur non vedendola di mal occhio, la
consideravano poco pi d'una cameriera, ella contrapponeva una calma,
una mansuetudine infinita. Le acerbe parole, gli sfregi celati o palesi
non potevano scancellare dal suo cuore la riconoscenza per Leonardo che
l'aveva sposata, per il conte Zaccaria e la contessa Chiaretta che
l'avevano accolta nella loro casa. Ed ella sperava di conquistarsi
meglio il suo posto quando le fosse nato il suo bambino, quel bambino
nel cui pensiero ella riposava la mente nell'ore pi sconfortate e pi
tristi. In quanto alla catastrofe finanziaria verso la quale si correva
a passo accelerato, ella non se ne angustiava troppo. Cresciuta nella
persuasione dell'immensa ricchezza dei Bollati, ella non concepiva
neanche la possibilit ch'essi avessero a cadere in miseria; sarebbero
diventati meno ricchi; la gran disgrazia davvero! Che bisogno aveva ella
di vestiti sfoggiati, di teatri, di gondole, di cavalli, di cocchi? D'un
po' d'amore ella aveva bisogno, ecco tutto, e quest'amore la sua
creatura almeno non glielo avrebbe negato.

Nei vecchi tempi, la nascita d'un erede in famiglia Bollati era un fatto
di grande importanza. I primi ostetrici della dominante prestavano le
loro cure alla puerpera, e i parenti e gli amici accorrevano in palazzo
ad attendere con trepida ansiet lo scioglimento favorevole della crisi.
Ma la povera Fortunata non ebbe il piacere di mettere in iscompiglio la
cittadinanza. La notte in cui ella fu colta dalle doglie il conte
Leonardo gozzovigliava in un'osteria con altri scapestrati suoi pari.
Avvertito delle condizioni in cui si trovava la contessa moglie--Io non
posso far nulla--egli disse giudiziosamente.--Bisogna chiamare la
levatrice.

E poich lo assicurarono che quest'utile provvedimento era gi stato
preso, egli soggiunse:--Quand' cos, lasciatemi in pace.

E seguit a mangiare e a bevere fino alla mattina. Allora, tornando a
casa mezzo brillo, egli ricevette la lieta notizia che sua moglie, dopo
sofferenze non lunghe ma acute, aveva dato alla luce una bimba.

--Neanche buona di darmi un maschio--egli brontol con mala grazia.

Alla piccina furono imposti i nomi di Chiaretta, Luigia, Adriana,
Teresa, Veronica, Margherita. Questo lusso di nomi era tradizionale
nelle femmine di casa Bollati, e non si volle che in ci la nuova
contessina fosse da meno delle sue antenate. Delicato riguardo del quale
non sembra per che la neonata fosse molto riconoscente, perch subito
dopo il battesimo ella principi a strillare come un'ossessa e strill
per tre giorni e tre notti consecutive. Trascorso questo termine, ella
perdette la voce e il fiato e si credette che sarebbe morta prestissimo.
Ma la madre con le sue carezze, co' suoi baci, con le dolci parole
susurratele nell'orecchio la persuase a vivere. Povere mamme egoiste! Vi
par proprio che la vita si apra cos bella ai vostri figliuoli?

La piccola Margherita (era questo tra i sei nomi della fanciulla quello
con cui la si chiamava) prese un po' di carne e di colore appena fu
condotta in campagna. E Fortunata si sentiva cos felice, cos felice!
Quand'ella poteva star vicino alla bimba e chinarsi sulla sua cuna, e
covarla cogli occhi, e mirarne i moti inconscienti, e interpretarne il
linguaggio, ella non aveva tempo d'accorgersi di quant'altro succedeva
intorno a lei. Tutt'al pi, qualche volta, le spuntava una lagrima sul
ciglio al pensar che Leonardo non si curava di quest'angioletta e non le
aveva dato ancora neppure un bacio. Del resto, il brontolio della
suocera, le visite frequenti di _sior_ Bortolo che lasciava sempre
dietro di s uno strascico di nuvoloni, la turbavano mediocremente.
Certo la villeggiatura non era pi quella d'un tempo; non c'erano
banchetti, non c'erano ospiti, ma che ne importava a lei che aveva la
sua Margherita?

Sua madre, la contessa Zanze, non riusc a svegliarla che a mezzo dal
suo beato sopore. La contessa Zanze, com'era suo dovere, venne a far
visita ai parenti, e, quando fu sola con Fortunata, le rifer tutte le
chiacchiere della piazza sul conto dei Bollati, e le disse che s'era
giunti al punto di dover affittare il piano nobile del palazzo a un lord
inglese. Non avevan detto nulla a lei?.... No? Ah quest'era il conto in
cui si teneva la sua figliuola? Oh se si sarebbe fatta sentire! Ma
intanto si ricordassero tutti, anche Fortunata, che i nodi venivano al
pettine, e che per scampare dalla miseria bisognava almeno mettere in
salvo qualche cosa, prima che i creditori se ne impadronissero....
perle, diamanti, trine, oggetti insomma di poco volume e di molto
pregio. Aveva capito? S o no? Gran fatalit la sua di aver sempre da
fare con gente di poco cervello!

Fortunata non pot a meno di ripetere a suo marito i discorsi che le
aveva fatti sua madre, di chiedergli se ci fosse nulla di vero in tutto
ci.

--Che ne so io?--egli rispose stringendosi nelle spalle.--Fanno,
disfanno, comprano, vendono, senza chiedere il mio parere.... Tutti
imbroglioni, tutti furfanti.... I nostri nonni, che Iddio li abbia in
gloria, hanno cominciato loro a sciupare il patrimonio e noi facciamo il
resto.... Io non voglio fastidi.... Finch ce n', pretendo d'aver la
mia parte; quando non ce ne sar pi....

--Oh, Leonardo,--proruppe Fortunata,--non puoi parlare cos.... Non sei
solo adesso.... Ci siamo.... c' questa creaturina qui.... Per me, vedi,
mi rassegnerei a dormir sulla paglia, a viver di pane e acqua.... ti
giuro anzi che accetterei il sacrifizio con entusiasmo.... perch
nessuno direbbe allora che t'ho amato per speculazione.... ma, lei, la
nostra Margherita, non ha da esser nata per patire.... non  vero,
Leonardo, che non lo permetterai?.... Guardala com' bella, com' bianca
e rosea.... Via, Leonardo--ella soggiunse, e i singhiozzi le rompevano
la voce--se anche ti son diventata incresciosa io.... se non puoi
proprio amarmi pi, un po' di bene lo devi volere alla tua figliuola.

E cos dicendo cercava di tirarlo vicino alla cuna. Ma egli, stizzito,
protest che non poteva soffrire n le donne che piagnucolano, n i
bambini che allattano, e infil l'uscio della stanza. Allora Fortunata
si gett con la faccia in gi sui guanciali del letto e diede libero
corso alle sue lagrime.

Il vagito della bimba la scosse. Ella si rasciug gli occhi e
ricomponendo il viso a un'espressione serena prese in collo la piccola
tiranna che urlava furiosamente. Accarezzata dallo sguardo e dalla voce
materna, Margherita si chet a poco a poco e abbozz il suo primo
sorriso.

--Oh, tesoro mio, anima mia!--esclam Fortunata in estasi, e la sua
faccia s'illumin tutta.--Come ride gi! S'_egli_ fosse qui adesso!
S'_egli_ la vedesse!

E inebbriata da quel sorriso, dal primo sorriso della sua bimba, la
povera donna dimentic i suoi dolori.




XVII.


Le notizie della contessa Zanze non tardarono ad aver piena conferma, e
l'affare del palazzo, gi bene avviato quand'ella ne discorse alla
figliuola, fu concluso poco dopo. L'appartamento nobile, ammobigliato
come stava, era preso per due anni da un baronetto inglese ricchissimo,
il quale, pur di spuntarla, aveva dichiarato d'esser pronto a pagare
anticipatamente l'intera pigione in tante belle ghinee. Anzi pu dirsi
che questa magnanima offerta aveva dato il tracollo alla bilancia e
vinte le obbiezioni del conte Zaccaria. Lo scrigno era vuoto, i bisogni
stringevano, e le ghinee del signore inglese capitavano molto a
proposito.

La famiglia Bollati decise di rimanere in campagna finch fosse
allestito alla meglio il secondo piano del palazzo. Con altre parole, si
rinunziava a tornare a Venezia prima del San Martino di quell'anno 1845.
Quei sette mesi di villeggiatura forzata invecchiarono la contessa
Chiaretta di sette anni. Sempre chiusa fra quattro muri, sempre al buio,
ella non faceva che lamentarsi da mattina a sera. Rimpiangeva il suo
salottino di citt che era caduto in mano di stranieri (luterani per
giunta), rimpiangeva il suo poggiuolo sul Canal Grande, rimpiangeva le
visite, il teatro, la gondola e tant'altre cose di cui ella a Venezia
godeva pochissimo ma che adesso le sembravano indispensabili perch non
poteva averle.

Il resto della famiglia se la passava discretamente. Il conte Zaccaria
viveva nel suo mondo fantastico, e nel pensiero dei milioni che dovevano
venirgli, non si sa da che parte, si consolava dei milioni che gli erano
sfumati in mano. Di tratto in tratto egli faceva attaccare i cavalli e
con due giorni di viaggio andava nella sua tenuta del Friuli, tenuta
ch'era anch'essa, non occorre dirlo, sopraccarica d'ipoteche. Ivi
giunto, con molta gravit esaminava i terreni, e raccoglieva vari pezzi
di roccia, che poi spediva a qualche geologo di Venezia o d'altri paesi
con l'incarico di farne l'analisi. Oppure, chiudendosi in camera, egli
scartabellava alcuni documenti polverosi che aveva portato con s in
campagna, e prendeva delle note circa a un credito di duemila zecchini
che nel 1685 i Bollati professavano contro un nobil uomo Steno. Quei
duemila zecchini con gl'interessi dal 1685 in poi che bella sommetta
avrebbero formato!

Quando il conte Zaccaria si era ben pasciuto delle sue illusioni, egli
era buono e degnevole anche con Fortunata. Le prometteva di farle fare
uno smaniglio col primo oro estratto dalla sua miniera, e di assegnare
una dote alla piccola Margherita prelevandola dalla prima rata del
credito che avrebbe incassato dagli eredi Steno. Fortunata non badava
alle promesse, ma i modi affabili del suocero le recavano un gran
conforto; sentiva d'esser riconosciuta, non pi tollerata soltanto,
nella famiglia, quando egli le parlava cos. Talvolta egli usciva con
lei in giardino e, appoggiato al suo braccio, percorreva i sentieri su
cui cresceva l'erba, i viali ove i rami degli alberi non rimondati da
mano esperta s'intrecciavano disordinatamente fra loro, e diceva che
nella villa c'erano infiniti bisogni, e ch'egli ci avrebbe pensato
appena avesse avuto quattrini. Voleva scrivere a suo genero, che di
queste faccende se ne intendeva, perch gli mandasse un giardiniere
tedesco, voleva ricostruire di pianta alcune case coloniche e migliorare
le stalle e rinnovar le stufe dei fiori, e a tante altre belle cose
voleva provvedere a tempo e luogo. Discorsi da far piet a chi sapeva le
condizioni vere del patrimonio. Fortunata, poverina, non si
raccapezzava. Ora temeva che il conte Zaccaria non avesse pi il
cervello a posto, ora invece sperava che il diavolo non fosse cos
brutto come lo si dipingeva, e che ci dovesse esser pure una via
d'uscita dagl'impicci presenti. Quantunque i segni dello sfacelo fossero
anche troppo visibili, Fortunata si trovava tuttora in mezzo ad agi
ch'ella non aveva mai goduti in sua casa. Una grande fortuna somiglia
un poco al sole d'estate che lascia dietro di s un lungo crepuscolo; il
passivo, come dicono gli uomini d'affari, pu superar di molto l'attivo,
e nondimeno le apparenze della ricchezza continuano per un pezzo ad
abbagliare gli estranei, a illuder quelli medesimi che sono immersi nei
debiti fino alla gola. Sicuro; il palazzo di campagna dei Bollati era in
condizioni deplorevoli, ma era sempre uno tra' pi bei palazzi che
fossero sulla Brenta; il giardino era negletto, ma era sempre un
giardino ampio e signorile, e il podere contava pi campi che non ne
contassero sommati insieme gli altri dei possidenti vicini. Per miglia e
miglia i contadini riconoscevano per padroni le loro Eccellenze Bollati,
e Fortunata riceveva anch'essa inchini e scappellate a profusione e il
titolo di _lustrissima_ a ogni momento. Che pi? La stessa Margherita
era considerata una principessina, e allorch tirata dalla bambinaia nel
suo paniere a ruote ella si recava a visitar la famiglia del bovaro, i
bimbi le facevano una festa da non dirsi e mettevano tutto l'impegno per
farla sorridere. In principio riuscivano spesso all'effetto opposto,
specialmente quando se ne immischiava Leone, il grosso cagnaccio nero
dal pelo irto e dalla voce di basso profondo. Ma alla lunga Margherita
s'era avvezzata al chiasso dei fanciulli e alle dimostrazioni romorose
del cane, e dalla sua cuna orlata di trine pareva prender parte a
quell'allegria, e agitava le sue manine color di rosa, e girava intorno
gli occhietti azzurri, e metteva certi piccoli strilli che volevano
esprimere l'eccesso della gioia. Povera Margherita! Che ne capiva lei
del temporale che rumoreggiava sempre pi minaccioso?

Adesso per ci conviene appagare una legittima curiosit del lettore.
Come si adattava a quella vita campestre il contino Leonardo, uso in
Venezia a far di notte giorno nelle osterie e nei bordelli? Certo doveva
esservi una ragione perch egli, incapace di far nulla pegli altri,
s'acconciasse a sacrificare ci a cui teneva di pi, vale a dire le sue
abitudini viziose.

La ragione era questa. Leonardo aveva riappiccato con molto maggior
fortuna di un tempo le sue relazioni con la Rosetta, quella Rosetta
nipote del gastaldo ch'era andata sposa a Menico caffettiere. Ell'era
maritata ormai da pi anni, durante i quali il conte Leonardo non
l'aveva vista, si pu dire, che alla sfuggita, giacch serbava ancora
memoria delle busse avute per causa di lei e non voleva rischiar di
pigliarne dell'altre. Ma quel soggiorno forzato di parecchi mesi in
campagna gli aveva messo addosso di nuovo il solletico, ed egli aveva
spinto ripetutamente le sue peregrinazioni fino ad Oriago a prendervi un
bicchierino di rosolio dalla bella caffettiera. Infatti Rosetta era pi
bella che mai, d'una bellezza sensuale, lasciva, con un paio d'occhioni
neri che mandavano fiamme e certe rotondit baldanzose innanzi alle
quali gli eleganti d'Orlago esaurivano l'intero dizionario dei vocaboli
ammirativi. Di riputazione la Rosetta stava maluccio e l'accusavano
d'aver tresche con questo e con quello; ella poteva rispondere a ogni
modo che viveva in ottimo accordo con suo marito, e contento lui,
nessuno aveva diritto d'impicciarsene.--Non voglio gelosie, non voglio
scene--eran state le sue prime parole dopo le nozze, e il buon Menico le
aveva giurato di non darle noia, n con scene, n con gelosie. Lo stesso
spirito di tolleranza ella imponeva agli amanti che le male lingue le
attribuivano; s'ella usava dei favori a qualcheduno, non intendeva per
questo di lasciarsi mettere i piedi sul collo da chicchessia. I
violenti, gli appassionati non avevano fortuna con lei; la sua
benevolenza era riserbata ai mansueti ch'ell'era sicura di menar per il
naso, o agli scapati di umore gioviale che nemmeno sapevano dove stesse
di casa la fedelt.

Rosetta cap subito che il conte Leonardo al primo rivederla aveva
pigliato fuoco come una volta, e le parve che quello fosse un uomo da
farne ci che si voleva. Inoltre, rovinato o no, egli aveva sempre un
gran nome e aveva ancora qualche zecchino in tasca, onde Menico il
caffettiere fu pronto a riconoscere che bisognava trattar con tutti i
riguardi un avventore il quale non poteva che dar credito alla bottega.

A poco a poco il contino Bollati spesseggi le sue gite a Oriago sino
a venirci ogni giorno; ci veniva solo nella pi modesta carrettina
della rimessa, tirata dai pi modesto cavallo della scuderia, un
cavallo che sarebbe andato da s e che lo stesso Leonardo si fidava di
guidare. La vispa Rosetta, appena il suo nobile avventore entrava nel
caff, gli moveva incontro ufficiosa, gli dava del _lustrissimo_,
dell'_Eccellenza_, gli domandava notizie della sua preziosa salute e gli
portava con le sue mani il solito bicchierino. Allora, se non c'era
nessuno, egli se la faceva sedere accanto e mesceva il rosolio anche a
lei e la supplicava di non farlo sospirar altro, ch aveva gi sospirato
abbastanza. Ella, disposta a cedere, voleva per mettere a prezzo le sue
compiacenze, voleva che questo babbeo le servisse a qualcosa. In tal
guisa, quando finalmente gli capit la ricompensa meritata, egli aveva
speso un bel gruzzolo di denari ch'erano stati impiegati in parte a
ristaurar la bottega. Figuriamoci gli epigrammi che si fecero in
quell'occasione! I muri, quantunque meno eloquenti di quello che non
siano al nostro tempo, furono coperti di scritte ove al nome del
caffettiere e a quello della moglie s'aggiungevano degli epiteti tolti
al regno animale. N il cospicuo lignaggio fu sufficiente difesa al
conte Leonardo. Anch'egli lesse il suo nome, l'illustre nome dei
Bollati, seguito da un appellativo ingiurioso, e pens che sua madre
aveva ragione di dire che la petulanza dei carbonari non aveva pi
limite. Infatti bisognava esser carbonari per mancar di rispetto in
quella maniera a un nobile veneto. Comunque sia, l'esempio di Menico e
della Rosetta, i quali pigliavano la cosa con la massima indifferenza,
persuase il conte Leonardo a calmarsi.

Forse Menico e la Rosetta non avevano torto. Quelle iscrizioni concise
ed espressive restarono per un pezzo a far bella mostra di s sulle
muraglie, ma la filosofia di coloro che v'eran presi di mira spunt gli
strali della satira, e gli abitanti del villaggio, ch'eran gente di
buona pasta, non istettero molto ad amnistiare le relazioni amichevoli
della Rosetta e del conte Leonardo Bollati. Anzi il conte fin
coll'esser considerato un personaggio attinente alla bottega, una specie
di patrono, di capitalista a cui gli avventori facevano giunger
rispettosamente la manifestazione dei loro desideri e delle loro
lagnanze. Se lo zucchero non era abbastanza dolce, se il caff sapeva di
paglia, se le carte da giuoco eran troppo unte, si diceva una parolina
al signor conte ed egli provvedeva a far cambiare lo zucchero, il caff
e le carte da gioco; se un vetro era rotto, si diceva al signor conte
ch'era una bruttura il turare il buco con un foglio di carta oliata, ed
egli mandava subito pel finestraio. Con questo savio sistema Sua
Eccellenza Leonardo si conciliava le grazie della Rosetta, la tolleranza
di Menico e la benevolenza universale. Per c'era una difficolt.
Bisognava aver sempre la borsa fornita, e la borsa del contino Bollati
si smungeva rapidamente. Finch egli aveva avuto anelli, spille o altra
roba di valore, il servizievole signor Oreste lo aveva aiutato con
grandissimo zelo. Il valentuomo, che una volta alla settimana si recava
a Padova pei doveri d'ufficio, sia che impegnasse o vendesse davvero gli
oggetti affidatigli, sia che fingesse d'impegnarli o di venderli e li
tenesse invece per s, tornava sempre con un po' di danaro. Ma quando
non ci fu pi nulla, il signor Oreste mut contegno e linguaggio, e
disse che non solo egli non voleva pi favorire i vizi di Sua
Eccellenza, ma era deciso a pensare ai casi propri e a far qualche passo
per mettere al sicuro il suo vecchio credito. Allora il nostro
giovinotto cominci a presentarsi alla Rosetta con le mani vuote, e
trov accoglienze assai diverse da quelle d'un tempo. La furba
caffettiera gli teneva il broncio; Menico, forse catechizzato dalla
moglie, lo guardava con piglio sospettoso, come se fosse stato colto da
un tardo accesso di gelosia; gli avventori della bottega avevano l'aria
di canzonarlo, e prima che fosse terminata la villeggiatura il povero
contino Leonardo fu pulitamente messo alla porta dalla sua bella.

In quel torno di tempo accadde un fatto d'incontestabile gravit. Il
signor Oreste non aveva voluto che le sue minaccie rimanessero prive
d'effetto, ed era ricorso a un legale per vedere in qual modo egli
potesse far valere le sue ragioni contro il contino Leonardo. Noi
sappiamo che il contino Leonardo gli aveva sottoscritto parecchie
cambialette, le quali erano sempre nelle mani del sovventore e
figuravano come non pagate. Il legale, pur dicendo ch'era un affar
serio perch si trattava di prestiti a un minorenne, promise di tentar
qualche cosa, e tent realmente un accomodamento amichevole con _sior_
Bortolo, l'agente generale. Ma, in primo luogo, non c'eran quattrini n
pochi n molti, e poi _sior_ Bortolo mont su tutte le furie sentendo
che il cuoco gli faceva la concorrenza nell'imbrogliare i padroni, e
scrisse di buon inchiostro alle Loro Eccellenze. Il conte Zaccaria e la
contessa Chiaretta questa volta pigliarono fuoco anche loro, e la
contessa soprattutto fece al signor Oreste una scena non pi vista, n
udita. Era tanto e cos strano il furore della gentildonna che don Luigi
uscendo sbigottito dalla sua camera fu in dubbio se dovesse
esorcizzarla.

La conclusione si fu che il signor Oreste ebbe quarantott'ore per far
fagotto. Ed egli part infatti, ma, partendo, commise un delitto s
atroce che il labbro rifugge dal raccontarlo. Come s'egli volesse
lasciar buona memoria di s, nel giorno precedente a quello in cui egli
doveva andarsene, egli allest un pranzo squisito, degno di qualunque
celebrit culinaria. C'era specialmente un manicaretto di lepre che la
_lustrissima_ Chiaretta dichiar la miglior cosa ch'ella avesse mangiata
in sua vita, e che le fece dimenticare per qualche minuto una cura
fierissima che la turbava. Il gatto Romeo, il bel soriano che la
contessa portava seco in villeggiatura, era sparito fin dalla sera
innanzi, e nessuno ne sapeva nuova. Si sperava che egli fosse in giro
per fini galanti e tornasse la mattina dopo, ch'era quella appunto in
cui il signor Oreste doveva lasciar la villa. Quella mattina, invece a
ora di colazione e quando il cuoco era gi lontano, capit un biglietto
misterioso indirizzato:

    _A la lustrissima D. N.
    Contessa Chiareta Bolatti
    in_

              _Sue Grassiose Mani._

Non c'erano che poche righe:

    _Lustrisima sigora Contessa._

    _Mi preggio avisarlla che il rag di lepre da Ella mangato geri era
    il gato Romeo. Ci per sua cuiette. Le baco le mani e sonno il suo
    cuocho per servilla_

          ORESTE MEOLO.

La contessa Chiaretta ebbe un assalto di convulsioni e cadde nelle
braccia della nuora.




XVIII.


La salute non mai vigorosa di Sua Eccellenza Chiaretta ricevette una
scossa gravissima da questo tragico avvenimento. Solo il piacere della
vendetta, che dicono essere il piacere degli Dei, avrebbe potuto far
nascere in lei una benefica reazione, ma il vile uccisore di Romeo era
fuggito e le imperfette leggi della societ moderna non tengono conto
del gatticidio. Onde alla _lustrissima_ Bollati non rest altro conforto
che quello di querelarsi e d'imputare al carbonarismo questa nuova
nefandit. N, ritornata di l a poco a Venezia, e ridotta a vivere nel
secondo piano del suo palazzo, ella vi si trov in tali condizioni da
poter rinfrancarsi di corpo e di spirito.

Adesso s i Bollati cominciavano ad avvertir davvero i segni precursori
della miseria. Quegli stanzoni del secondo piano, non pi abitati, non
pi aperti quasi, dopo la morte del vecchio conte Leonardo, avrebbero
voluto lusso di addobbi a rivestirne le larghe pareti, e allegria di
fuochi crepitanti nel caminetto a mitigar il rigore delle lunghe sere
invernali. Invece la mobilia povera e scarsa mal nascondeva i guasti dei
muri screpolati e ammuffiti, e dall'ampie bocche dei caminetti senza
bragie e senza legna, anzich il calore e la luce, veniva a buffate
l'aria umida e fredda. La sala che, simile a quella del primo
appartamento, divideva longitudinalmente il quartiere in due parti
uguali, era priva di tende e d'ogni specie di suppellettili e metteva i
brividi al solo affacciarvisi, n la si poteva attraversare che
impellicciati e a capo coperto, provocando una fuga generale dei topi
che non avevano l'abitudine di esser disturbati nelle loro scorrerie.
C'era per una stanza ove i topi non si rintanavano, non fuggivano, ma
guardavano petulantemente l'uomo come un intruso, ed era la cosidetta
biblioteca o piuttosto archivio di famiglia, ch in fatto di libri non
ce n'eran stati troppi in palazzo neppure ai tempi della Serenissima, e
i Bollati, uomini d'azione pi che di studio, avevano sempre avuto una
scarsa passione per la lettura. Ma quegli scaffali erano stati pieni di
filze, di buste, di pergamene, di registri che rendevano conto di tutte
le mutazioni avvenute nel patrimonio dallo scorcio del secolo
decimosesto fino alla caduta della Repubblica e ch'erano stati
spesso consultati dagli antichi e coscienziosi amministratori.
Subentrato poi il disordine col predecessore di _sior_ Bortolo e
inaugurato da _sior_ Bortolo stesso il regime dell'anarchia,
l'archivio cadde in assoluta dimenticanza o per meglio dire fu visitato
soltanto da qualche servo infedele che trafugava filze e registri per
venderle ai pizzicagnoli. Ora i rosicchianti compivano l'opera.
Moltiplicatisi prodigiosamente per virt della vita comoda e delle
facili nozze, essi digerivano con la medesima disinvoltura la carta e il
cartone, lo spago e la pergamena, le prime note e i libri mastri, le
lettere dei gastaldi e quelle delle Eccellenze, i contratti e le
_mariegole_, le _commissioni_ degli ambasciatori e le _promissioni_
ducali. Per distruggerli ci sarebbe voluta una legione di gatti, ma si
preferiva di lasciarli in pace sperando che cos rinuncierebbero ad
invadere il resto dell'appartamento. Solite e vane speranze dei deboli
nella moderazione dei forti.

La tristezza dei luoghi era accresciuta dalla solitudine e dal silenzio
che vi regnavano. Non c'era stato neanche bisogno di ridurre il numero
dei servitori; a eccezione di due rimasti o per fedelt, o per
abitudine, o per la speranza di razzolare ancora qualche cosa, gli
altri, visto che il bottino era fatto, s'eran licenziati da s. E anche
don Luigi aveva privato la famiglia delle sue prestazioni domestiche e
de' suoi conforti spirituali. Pover'uomo! Non aveva poi tutti i torti.
Sul resto poteva transigere, ma aveva almeno il diritto di mangiar bene,
e dopo la partenza del cuoco non c'era pi caso di veder portare in
tavola un piatto decente. Il dotto istitutore del conte Leonardo se ne
and carico di tutti i suoi manoscritti inediti, imprecando alla sorte
che lo aveva fatto nascere un secolo troppo tardi. Cent'anni prima egli
sarebbe invecchiato pacificamente presso i suoi Mecenati a' quali
avrebbe potuto dedicar le sue opere stampate a loro spese in edizione di
lusso.

In quanto agli antichi conoscenti alcuni non si facevano pi vivi, altri
venivano per curiosare; primissima fra questi la contessa Ficcanaso a
cui non pareva vero di andar in giro per la citt esclamando con aria
contrita:--Madonna Santa! Quei Bollati a che punto sono ridotti!  una
cosa che stringe il cuore.... Una famiglia come quella!... Io vado a
salutarli per amicizia, perch non si vedano abbandonati da tutti, ma ci
patisco, in fede mia ci patisco.... Ma! Che lezione pei Rialdi i quali
han messo sossopra cielo e terra per accalappiare il conte Leonardo! Eh!
Se non fosse che per quella pettegola della contessa Zanze si dovrebbe
dire che c' una giustizia a questo mondo.

Cos a poco a poco la loquace femmina lasciava trasparire l'intima
soddisfazione recatale dalle disgrazie de' suoi amici.

E ormai cadevano come foglie secche le ultime illusioni di Fortunata. La
campagna aveva esercitato un'azione pacificatrice sul suo spirito, aveva
avuto la virt di attutire in lei le impressioni spiacevoli, di render
pi intense le impressioni gioconde. E poi la piccola Margherita era
tanto sorridente, pareva tanto felice di trovarsi all'aria aperta, in
mezzo all'erba, agli alberi, ai fiori, che la tenera madre non aveva
tempo da pensare ad altro, nemmeno all'abbandono del marito, nemmeno
alla povert minacciosa. Oggi la scena era cambiata. La bimba non
sorrideva pi, e perdeva il suo bel colore di rosa, e piagnucolava pei
geloni, e mostrava di non comprendere, senza poterlo dire ancora, perch
l'avessero condotta in quelle stanze fredde e melanconiche invece di
lasciarla dov'era. La bimba non sorrideva pi, e Fortunata, priva di
quel sorriso attraverso il quale le cose le erano apparse tinte d'una
luce gaia, si trovava a faccia a faccia con la nuda realt, e guardava
paurosamente all'avvenire. Che sarebbe di lei, che sarebbe della sua
creatura?

Tentar di scuoter Leonardo, richiamarlo alla coscienza dei suoi doveri,
era impresa disperata. Testimonio, consapevole o no, d'una rovina che
del resto nessuna forza umana poteva evitare, il giovane conte Bollati
s'abbrutiva ogni giorno peggio nei vizii, e per resistere alle preghiere
e ai buoni consigli trovava un'energia che non aveva mai trovato per
fare il bene. Guai se sua moglie gli rivolgeva un'esortazione, un
rimprovero, guai s'ella rimaneva alzata ad aspettarlo quand'egli tornava
a casa nel cuor della notte! Egli la colmava di improperi e si scagliava
contro quelle santocchie che con le loro finzioni di tenerezza e i
sospiri e gli sdilinquimenti e le arie da vittime cercano di dettar la
legge agli uomini e di condurseli dietro come cagnolini. Non l'avevano
ancora capita ch'egli voleva esser libero? Non avevano capito che s'era
tenuto una stanza separata da quella di sua moglie e della bambina
appunto perch intendeva andare e venire quando e come gli piacesse
senza render conti a nessuno?

Dopo un paio di queste scene, Fortunata non osava pi farsi vedere, ma
d'altra parte ella non poteva pigliar sonno finch non fosse sicura che
suo marito era in casa. E le accadeva sovente, dopo spento il lume, di
mettersi a sedere sul letto, col busto avviluppato in uno sciallo, con
le orecchie tese, con gli occhi fissi nel buio. Nei silenzi notturni le
giungeva distinto dal campanile della parrocchia il suono delle ore, le
due, le tre, le quattro talvolta; finalmente ella sentiva aprir la porta
dello scalone e Leonardo col suo passo strascicato attraversar la sala
ed entrar nella sua camera di cui richiudeva rumorosamente l'uscio
dietro di s. Non c'era dubbio pur troppo ch'egli venisse a fare
un'improvvisata alla sua sposa, a dare un bacio alla sua figliuola.
Fortunata, singhiozzando, cacciava la testa sotto le coperte.

Intanto, come se le disgrazie fossero poche, la contessa Chiaretta
deperiva a vista d'occhio, e quella primavera bisogn per cagion sua
rinunziare alla campagna. Ella non aveva una malattia ben determinata;
aveva degli accessi di estrema debolezza da cui si rimetteva
temporaneamente per ricader poi nella prostrazione di prima. Il medico
di famiglia che la curava per amicizia tentennava il capo dicendo:--Non
ci vedo chiaro. Tanto pu durare degli anni, tanto pu morire da un
momento all'altro. Non lasciatela mai sola.

Sua Eccellenza, assistita a vicenda dalla nuora, dalla contessa Zanze e
da una vecchia fantesca, tir innanzi sin verso la fine dell'estate
continuando ad attribuire ai carbonari tutti i guai pubblici e privati,
e lagnandosi col suo padre spirituale monsignor Lipari (il buon canonico
di San Marco che aveva favorito il matrimonio di Fortunata e Leonardo)
della eccessiva tolleranza dei Governi verso i nemici del trono e
dell'altare. Ma quando nel giugno 1846 Pio Nono sal al Pontificato e un
mese dopo la sua elezione promulg l'amnistia pei delitti politici, la
contessa Chiaretta non pot resistere a questo nuovo colpo, e prese
commiato da un mondo ove l'ordine naturale delle cose era sconvolto e i
patrizi veneti andavano in rovina e i Papi facevano all'amore coi
rivoluzionari.

Lo scarso numero di gondole che seguirono al cimitero il feretro della
defunta dimostr a luce di meriggio quanto in basso fossero caduti i
Bollati. E pensare che ott'anni prima mezza Venezia era accorsa ai
funerali del conte Leonardo!

--Buffoni!--brontolava Sua Eccellenza Zaccaria prendendo nota dei pochi
ch'eran venuti e dei molti ch'eran mancati.--Credono che non siamo pi
quelli d'una volta. Come resteranno intontiti quando principier a
mettere in circolazione l'oro della mia miniera!

Con questa fissazione in testa, il conte Zaccaria non ebbe campo di
sentir troppo profondamente la perdita ch'egli aveva fatta. Solo
esternava il rammarico che sua moglie non fosse vissuta abbastanza da
veder rifiorire le condizioni economiche della famiglia. Invece
Leonardo, che si rideva della miniera paterna, prov lo sbigottimento
che i pusillanimi provano sempre allo spettacolo della morte. Dalla
finestra egli accompagn con lo sguardo il funebre corteggio che usciva
dal portone del palazzo per avviarsi alla chiesa; poi si rannicchi
pallido e smarrito presso la moglie che, interpretando quell'atto come
un segno di resipiscenza e rasciugandosi le lagrime che le sgorgavano
sincere e abbondanti dal ciglio,--Oh Leonardo--gli disse--per la memoria
della tua povera mamma che adesso  lass a pregare per noi, per amor di
questa bambina innocente che  pur figlia tua, fa senno, Leonardo. Se 
proprio destinato che la miseria debba picchiare alla nostra porta,
pazienza.... Vogliamoci bene almeno noi che siamo rimasti al mondo,
viviamo l'uno per l'altro, e tutte le privazioni ci parranno lievi....
Credilo pure, la vita che fai non pu darti alcuno soddisfazione, non
pu che rovinare la tua salute.

Quest'era l'argomento che poteva colpire di pi un uomo come Leonardo. E
infatti per alcuni giorni, fosse effetto delle parole di Fortunata,
fosse l'impressione del lutto recente, egli sfugg i soliti amici e
pass la maggior parte della giornata in casa, contentandosi, miracolo
davvero nuovo per lui, di uscir tre sere di seguito in compagnia della
moglie. Senonch le abitudini dissolute hanno fra gli altri guai anche
questo, che chi vuol levarsele d'addosso deve non solo combattere le sue
inclinazioni, ma deve pur rassegnarsi a soffrire per qualche tempo cento
piccoli acciacchi sinch il corpo si avvezzi al cambiamento di stato.
Leonardo, uso a cercare un vigore fittizio nelle bibite spiritose, uso a
respirar l'aria viziata ma calda delle osterie e delle alcove, provava
un malessere indefinibile, un senso di spossatezza, di freddo, di cui
non riusciva a liberarsi. Se si guardava nello specchio, si sgomentava
della sua tinta terrea, dei suoi occhi infossati, delle sue guancie
cascanti; gli pareva di sentirsi vecchio e attribuiva alla breve
astinenza quello ch'era effetto del lungo libertinaggio.

Uno de' suoi compagni di stravizzi, vistolo una mattina per la strada,
gli corse dietro, e battendogli sulla spalla--ehi Bollati--gli
disse--come va?... Hai fatto divorzio dal mondo... Capisco... la perdita
della madre...  una gran disgrazia... ma che farci? siamo tutti
mortali, e i vecchi bisogna che se ne vadano prima dei giovani.... Tu
per... non ci avevo badato... hai l'aria molto patita, sai?...

--Ti pare?--balbett Leonardo sbigottito di sentir dal labbro di
un'altra persona la conferma di ci che s'era detto lui stesso.

--S, parola d'onore.... Del resto, se stai bene....

--Oh s, sto bene... sono un po' fiacco....

--Si vede.... Andiamo a prendere un bicchierino di _cognac_?

--No, no....

--Andiamo; pago io.... Voglio procurarmi il piacere di servir Sua
Eccellenza il nobiluomo Leonardo Bollati.... Sua Eccellenza non si
degna?

Leonardo cedette, e dopo bevuto quel bicchierino ripet l'ordinazione, e
questa volta pag lui, per s e per l'amico. Il magico liquore entrava
nel suo stomaco come un padrone che rientra in casa dopo qualche tempo
d'assenza; casa e padrone si riconoscono e sono contenti di ritrovarsi.

--Auff!--esclam il Bollati tirando un gran respiro.--Adesso sono un
altro uomo.

--Lo credo io--soggiunse il compagno.--Hai subito rifatto una cera da
cristiano.

--Davvero?

--Sicuramente.... Non c' nulla che ristori come un sorso di
_cognac_.... Si prende un terzo bicchierino?

--Un terzo poi...  troppo.

--Ma che ubbie.... Questo lo giocheremo a pari e dispari.

Cos fu fatto e Leonardo perdette.

--A dar retta alle donne si dovrebbe adottare il regime dell'acqua e
latte--egli disse leccandosi le labbra.

--Non tutte le donne per--rimbecc l'altro.--Ti rammenti della
Mariannina?

--Quale? La figurante della _Fenice_?--domand il conte Leonardo con gli
occhietti lustri.

--Quella appunto.... Che bevitrice!...  a Venezia di nuovo....

--Diavolo! Da quando?

--Da poco.... Stasera  a cena con noi altri al _Cappello_.... Dovresti
venire anche tu....

--Io?... No.... Sono in lutto....

--Capisco.... Se si trattasse d'una gran cena, se ci dovesse essere
molta gente.... Ma  una cenetta senza pretesa.... non siamo che in
cinque, io, per non dimenticarmi, Arduzzi, Caldieri, Dal Maido e la
Mariannina.... Vieni, vieni....

--No... oltre al lutto... se tu sapessi... ho tanti fastidi....

--Ragione di pi per distrarsi.

--Quel maledetto _sior_ Bortolo mi lesina il centesimo....

--Eh... non siamo _in floribus_ nessuno. Appunto per questo s' limitata
la spesa... Quattro svanziche a testa compreso il vino.... Poi si
pagher una bottiglia alla Mariannina, tanto per vederla un po'
brilla.... Sai che originale  quando ha bevuto pi del bisogno.... Tre
anni fa, al Ridotto, non ti ricordi?

Leonardo si mise a ridere. Se si ricordava! Una notte allegra come
quella non l'aveva passata mai.

L'idea di veder la Mariannina un po' brilla esercitava un fascino
singolare sull'animo del giovane conte. E dopo altri tentennamenti, egli
si risolse ad andare al ritrovo.

E vi and infatti, ed ebbe il piacere di veder la Mariannina un po'
brilla, ma sembra che non uscisse neppur lui dalla cena in condizioni
normali, se gli amici stimarono opportuno di accompagnarlo a casa e di
aiutarlo a metter la chiave nel buco della serratura.

Spuntava il giorno e Fortunata non aveva ancora chiuso occhio. Le sue
speranze di ricondurre il marito sulla retta via erano durate una
settimana.




XIX.


A grado a grado, da quella facilit di illudersi che possono avere anche
i savi, il conte Zaccaria era arrivato a quell'allucinazione permanente
che non hanno se non i pazzi. La sua era una pazzia ilare, innocua,
tranquilla, ma era pur sempre una pazzia, e quand'egli discorreva in
tuono di profonda convinzione dell'immense ricchezze che dovevano
venirgli da cento parti, era impossibile prendere abbaglio sul vero
stato del suo cervello. Tuttavia, in complesso, egli era pi da
invidiare che da compiangere. In mezzo al crollo della sua fortuna, egli
stava sereno ed impavido come l'uomo giusto d'Orazio. Non si poteva
andar pi a villeggiar sulla Brenta perch la tenuta era stata mandata
all'asta dai creditori? Egli si stringeva nelle spalle, e diceva che non
gliene importava nulla perch la Brenta gli era venuta in uggia e voleva
fra poco comperarsi una villa di suo gusto, in collina. Gli stessi
creditori, insaziabili arpie, s'impadronivano del podere situato in
Friuli, proprio quello in cui avrebbe dovuto esserci la famosa miniera?
Il nostro gentiluomo sorrideva con aria di superiorit:--Bah! Il podere
se lo piglino pure.... Quattro campi sterili.... Ma il diritto sulla
miniera l'ho sempre io.... Carta canta.--E tirava fuori una carta, ove
coloro che avevano fatto il sequestro dichiaravano realmente di
rinunziare ai prodotti della _eventuale miniera aurifera che si trovasse
sul fondo_. Questa dichiarazione da burla s'era ottenuta senza fatica,
giacch, dal conte Zaccaria in fuori, non c'era nessuno che prendesse
sul serio l'esistenza della miniera.

A metter di buon umore Sua Eccellenza Bollati contribuiva altres il
fermento politico che andava propagandosi per l'Italia. Dopo la morte
della contessa Chiaretta, ch'era una reazionaria di tre cotte, il conte
Zaccaria aveva spiegato una certa propensione alle idee liberali. Diceva
ch'era tempo di finirla, che i popoli erano stanchi d'esser trattati
come pecore, e che il Governo austriaco non meritava pi la fiducia dei
Veneziani. Chi sa? Forse egli non era alieno dal credere alla
risurrezione della Serenissima, nel qual caso, se non facevano doge lui,
chi dovevano fare? Ma sopratutto era entusiasta di Pio IX, vero
italiano, vero capo della Chiesa, vero padre dei fedeli. Quello era un
uomo che doveva stabilir il regno della giustizia nel mondo, e per
cominciar bene il _lustrissimo_ Zaccaria sperava che Sua Santit avrebbe
fatto giustizia a lui nella rivendicazione dagli eredi Steno. Poich la
sostanza Steno era andata a finire da un pezzo nelle mani della Pia
fondazione dei Catecumeni, fondazione, come ognun vede, d'indole
religiosa, e quindi tale da permettere al Papa di guardarci dentro e di
farle restituire il male acquistato. I legali avevano un bel dire che,
quand'anche il credito dei Bollati verso gli Steno fosse stato
sacrosanto, esso era ormai caduto in prescrizione da pi d'un secolo; il
conte Zaccaria li lasciava discorrere e sorrideva sotto i baffi. Se il
Papa prendeva le sue parti, importava molto la prescrizione! E a Sua
Santit egli aveva spedito un _memorandum_ di venti pagine tutte scritte
di suo pugno, e non dubitava nemmeno di riceverne presto o tardi una
risposta favorevole. Certo che non bisognava aver fretta; il Sommo
Pontefice era tanto occupato!

Una sola cosa turbava l'ottimismo di Sua Eccellenza Bollati, ed era
l'impossibilit di ottenere l'aiuto del figlio nell'esecuzione dei suoi
disegni. Quel Leonardo era sempre un ragazzaccio, e il conte Zaccaria
non lo nominava senza una certa inflessione di voce e una certa
scrollatina del capo pi eloquenti d'ogni parola.--Quel Leonardo--egli
diceva nei momenti di maggiore espansione--non  cresciuto come speravo.
E s che non si  risparmiato nulla per la sua educazione, e non gli son
mancati i buoni consigli.... Ma! Fatalit!... Capisco; le donne, il
giuoco, il vino sono una gran tentazione per un giovinotto
dell'aristocrazia che non pu vivere come un anacoreta, specialmente
quando gli corre nelle vene il sangue dei Bollati;... ma, santo Iddio,
c' modo e modo... _est modus in rebus...._ Io, per esempio... s... mi
sono divertito... sempre nei limiti per... sempre tenendo alto il
decoro della famiglia... sempre trovando il tempo d'occuparmi degli
affari, quantunque la gente non lo credesse.... Adesso mi renderanno
giustizia.... Eh, se non ci fossi stato io che scovavo fuori quei due
filoni della miniera e dell'affare Steno, l'aveva da esser bella con
questi anni di cattivi raccolti, con questa petulanza di creditori che
fanno atti, sequestri e ogni specie di porcherie senza un riguardo al
mondo, e come s'io fossi un bifolco simile a loro.... Del resto io me ne
rido... so che a loro marcio dispetto lascier ai miei eredi il
patrimonio quadruplicato. In fede mia, Leonardo non lo meriterebbe, no
davvero, non lo meriterebbe.

Quanto pi il conte Zaccaria si persuadeva dei demeriti del figliuolo,
tanto pi egli si mostrava gentile con la nuora. Lodava la sua pazienza
col marito, la sua bont con la piccina, la sua attitudine a capir le
cose (poveretta! ella ascoltava a bocca aperta i suoi spropositi senza
osare di contraddirgli) e largheggiava sempre maggiormente nelle
promesse. Basta; se ne sarebbe accorta un giorno, dopo la sua morte.

In mezzo a queste volate d'una fantasia inferma c'era per un
sentimento vero. Il conte Zaccaria aveva preso sul serio a voler bene a
Fortunata. Era una di quelle tenerezze della vecchiaia che somigliano
tanto alle tenerezze dell'infanzia, una di quelle tenerezze alimentate
piuttosto dai sacrifizii che esigono che da quelli che fanno. Nondimeno
Fortunata se ne contentava, e nel suo cruccio di vedersi mancar l'amore
del marito, le dimostrazioni affettuose del suocero erano di gran
conforto per essa. Tanto pi che la benevolenza del conte si estendeva
alla nipotina, alla quale egli mostrava una tenerezza che non aveva mai
mostrato ai suoi due figliuoli. La bimba, dal canto suo, aveva pel nonno
una simpatia appena agguagliata dalla ripugnanza invincibile ch'ella
provava pel babbo. Gi il babbo non le aveva mai fatto una carezza; era
sempre cupo, stralunato, negletto nel vestire, con la barba ispida e i
capelli arruffati; il nonno invece la pigliava volentieri in collo, le
regalava delle chicche e l'affidava col suo viso ordinariamente sereno,
con la persona linda e pulita, con l'intonazione amichevole dei lunghi
discorsi ch'egli teneva alla mamma, passeggiando su e gi per la stanza,
gestendo anche con vivacit, ma senza perdere una tal quale compostezza
di gentiluomo.

Suocero e nuora uscivano sovente a braccetto, e andavano ora a fare una
giratina sulla Riva degli Schiavoni, ora a prendere il caff da Suttil
in piazza San Marco, ove qualcuno dei conoscenti si accostava al loro
tavolino per barattar quattro chiacchiere. Gli altri avventori si
guardavano strizzando l'occhio e tentennando la testa; poi, quando i
Bollati non c'erano pi in bottega, principiavano i commenti.

-- matto....

--Un matto allegro.... Non parla che delle sue ricchezze....

--Invece siamo agli sgoccioli, non  vero?

--Altro che agli sgoccioli!... Tutte le campagne all'asta... citazioni,
oppignorazioni da tutte le parti....

--Uno di questi giorni andr all'incanto anche il palazzo.

--Lo comprer il _Milord_.

--Probabile.

--C' sempre quella gioia del _sior_ Bortolo?

--S, c' ancora... finch pu raspare.

-- stato la rovina della famiglia.

--Ci ha cooperato sicuro.... Ma se avessero avuto un po' di cervello i
padroni....

--E il figliuolo? Vi par poco?

--Non discorriamone neanche.... Quello ha tutti i vizi.... Ed 
crivellato di debiti per suo conto particolare.

--S, come se non bastassero quelli della casa.

--Non si capisce nemmeno come tirino innanzi.

--Ma! Vendendo o impegnando il poco che resta.... Le fortune colossali
lascian sempre qualche piccolo avanzo....

--Pensare che si trattava di milioni!

--E il genero e la figlia dove sono?

--In Boemia, in Moravia, che so io?... Indebitati fino agli occhi anche
loro....

--Che _patatrac_!

--La bella speculazione che ha fatto la ragazza Rialdi sposando Leonardo
Bollati!

--Bella tanto!  stata la madre.... Lei, poveretta, s'era innamorata
proprio del cugino....

--E gliene aveva date le prove....

--Casi che nascono!

--Del resto, sar una buona diavola, ma fisicamente non vai nulla....

--Nulla affatto.... Mostra dieci anni di pi di quelli che ha.
Dev'essere giovanissima.

--Oh s.... Ventuno, ventidue anni al massimo....

--Ebbene se gliene darebbero trenta....

--Il curioso si  che oggi i Rialdi sono in migliori condizioni dei
Bollati.

--Non c' dubbio.... Tanto pi se, come dicono, il conte Luca sta per
diventar consigliere d'appello.

--Consigliere d'appello! Con quei meriti! Non ha fatto mai altro che
giocare agli scacchi.

--Eh,  un posto che gli viene per anzianit.

--Il figlio, ch' in marina, si far strada....

--L'ufficiale? S,  un giovane d'ingegno, ma una testa calda, una testa
calda.... Uhm!... Vi ricordate la faccenda del duello? E la scena al
Casino?

--Quella volta se non c'era qualche santo che lo proteggeva l'andava a
finir male per lui. Prender la difesa dei Bandiera? Nella sua posizione?

Mentre si tenevano tali discorsi sul conto dei Bollati e dei Rialdi, il
nobiluomo Zaccaria, tornando a casa con la nuora, giudicava severamente
le _cariatidi_ del Caff Suttil.

--Quella  gente buona da mettere in museo--egli diceva--gente che non
capisce i tempi, come la povera Chiaretta.... E poi tutti rovinati, sai,
tutti, senza eccezione....

I tempi che il conte Zaccaria credeva di capire si facevano sempre pi
grossi, e dall'Alpi al Mar Jonio era un fremito di vita nuova che si
manifestava negli scritti, nelle adunanze, nelle dimostrazioni di
piazza. Il nome d'Italia, lasciato un giorno ai poeti ed ai rtori, era
oggi sulle labbra del popolo e non significava pi una memoria, ma una
speranza, ma un affetto sentito e gagliardo, preparatore d'opere virili.
E l'amore di patria portava seco come natural conseguenza l'odio contro
il dominio straniero. Palesemente ove non c'eran gli Austriaci,
velatamente nelle terre lombardo venete, si parlava d'una prossima
alzata di scudi; con quali armi non si sapeva ancora, ma gl'Italiani si
contavano, e gi pareva loro d'esser tutti soldati per la guerra santa.
I muri si coprivano d'iscrizioni di _Morte ai Tedeschi_.--_W.
l'Italia_--_W. Pio Nono_; strana eppur quasi universale illusione che
associava l'idea del riscatto al nome d'un Papa. E anche Venezia,
accusata fino a quei giorni di spiriti fiacchi, usciva dal lungo
torpore. Il sonnolento Ateneo non isdegnava di entrar esso pure nella
corrente rivoluzionaria e iniziava la discussione d'argomenti sociali ed
economici; le onoranze a Riccardo Cobden nel luglio 1847 furono un
pretesto per inneggiare alla libert, e il Congresso dei dotti
raccoltosi nel settembre in Palazzo ducale serv a stringer saldi legami
di pensiero e d'affetto tra i migliori uomini della Penisola.

Questa sinfonia allegra del dramma sanguinoso che doveva rappresentarsi
nel 1848 era fatta apposta per isconvolgere interamente la testa debole
del conte Zaccaria. Egli confondeva le faccende pubbliche con le sue
faccende private, vedeva un'intima relazione tra le riforme politiche,
la riscossione dei suoi crediti immaginari, e l'esercizio della non meno
immaginaria miniera; ma quest'era ancora il meno peggio perch
gl'impediva di accasciarsi sotto il peso delle sue sventure reali. Il
guaio serio era l'inquietudine che gli si era cacciata addosso e che gli
cresceva ogni giorno; gli sembrava, chiamandosi Bollati, di non poter
rimanere estraneo agli avvenimenti, avrebbe voluto discorrere, scrivere,
stampare anche lui qualche cosa (avrebbe stentato a dir che cosa) e
s'irritava delle difficolt che gli attraversavano la via, del modo
sprezzante con cui certa gente da nulla accoglieva le sue parole. Sotto
l'impressione di queste ripulse egli s'esaltava fuor di misura, e
Fortunata, che sola riusciva a calmarlo, cominciava a temere che la
pazzia innocente del suocero potesse presto o tardi convertirsi in una
pazzia pericolosa. Di qui uno spasimo nuovo per lei, che tremava per la
sua Margherita, eppur non sapeva come impedire al conte Zaccaria di
vederla.

Per queste sue paure non dovevano durare a lungo. Era una giornataccia
di novembre umida e fredda e il conte Zaccaria aveva rinunziato a uscir
di casa. Per tutta la mattina egli non aveva fatto altro che discorrere
strampalatamente, ma tranquillamente, con Fortunata de' due affari che
gli stavan pi a cuore, la miniera e la causa di rivendicazione,
dicendo, a proposito di quest'ultima, che voleva sollecitare il Papa a
rispondergli. E invero dall'agosto 1840 al novembre 1847 c'era stato
tempo d'avanzo a maturar la risposta.

Dopo colazione il conte si sdrai sur una poltrona in fondo del salotto,
mentre Margherita, ch'era oramai una trottolina di due anni e mezzo, gli
s'arrampicava sulle ginocchia e gli chiedeva due cose, _un confetto_ e
_una storia_. Fortunata, seduta accanto alla finestra, rammendava della
biancheria; Leonardo, al solito, era fuori.

Il vecchio gentiluomo diede alla nipote uno zuccherino; poi,
impasticciando insieme le reminiscenze delle fiabe udite dalla balia con
le fantasie del suo cervello malato, raccont d'un re e d'una regina che
avevano una bimba bella come il sole, e d'un mago che aveva trovato dei
filoni d'oro e con quell'oro aveva fabbricato una casa per mettervi
dentro la bimba, e la casa era grande, grande, grande....

--Grande cos--disse la bimba allargando il pi possibile le sue piccole
braccia.

--Grande cos--ripet il conte chinando la testa in segno d'assenso.

E non soggiunse altro.

--Nonno dorme--bisbigli Margherita dopo una breve pausa.

Fortunata si scosse.

--Se dorme, lascialo stare. Vieni qui. Ma la fanciulla non si moveva.

--Nonno dorme--ella torn a dire.

E intrecciava le sue dita rosee nei capelli bianchi del conte Zaccaria e
chiamava:

--Nonno; nonno!

--Bimba disubbidiente!--esclam la madre alzandosi
infastidita.--Lascialo quieto il nonno.

Oh il nonno era tanto tanto quieto. Egli non sent n l'appello della
nipote, n il grido della nuora, n l'irrompere tumultuoso della gente
accorsa in aiuto, n le preghiere del sacerdote venuto a rendergli gli
ultimi uffici. Il nonno era morto, morto meglio di quel che non fosse
vissuto, morto al suono d'una voce carezzevole che gli blandiva
l'orecchio, morto col sorriso sul labbro, sognando le ricchezze, la
fortuna, gli onori.

Il testamento trovato in un cassetto della scrivania prov le felici
disposizioni d'animo del defunto. Egli legava somme considerevoli a
un'infinit d'Istituti di beneficenza, e nuove Opere pie voleva fossero
fondate col suo nome. Ma largheggiava specialmente in favore di
Fortunata e di Margherita. Alla prima egli assegnava ottomila zecchini
da prelevarsi sul prodotto della miniera aurifera del Friuli; alla
seconda destinava duecentomila lire venete sul credito Steno; a tutt'e
due poi distribuiva perle, diamanti e altri oggetti preziosi che non
esistevano pi. Alla figlia maritata Geisenburg lasciava il compimento
della legittima e un fornimento di pizzi venduti da due anni; del conte
Leonardo diceva che la sua condotta dissipata avrebbe autorizzato il
padre a diseredarlo; nondimeno, nella speranza ch'egli si ravvedesse, lo
nominava erede universale, con l'ordine espresso di spingere alacremente
i lavori della miniera e gli atti della causa. Dopo parecchi legati di
minor conto, c'erano istruzioni precise sui funerali che dovevano essere
splendidissimi, e sui due monumenti che Sua Eccellenza Zaccaria voleva
eretti a s e alla N. D. Chiaretta sua moglie.




XX.


Un cambiamento notevole era successo nella situazione rispettiva dei
coniugi Rialdi: la moglie non era pi cos autoritaria, il marito non
era pi cos docile come una volta. Col suo arrabattarsi continuo, co'
suoi intrighi orditi di lunga mano, con la sua pretensione di ristorar
le fortune della famiglia, la contessa Zanze non era riuscita che al
colossale sproposito di maritar la figliuola a un uomo vizioso e
rovinato; senza impicciarsi in nulla, senza far altro che passar
quattr'ore al giorno all'Uffizio e il resto della giornata a giocare a
scacchi al Caff della Vittoria, il conte Luca, gradino per gradino, era
giunto a ottenere il posto di consigliere di appello, ch' quanto dire a
essere una persona d'importanza, che nelle feste solenni indossava la
sua brava uniforme, s'allacciava a fianco uno spadino incapace di far
male a nessuno, si metteva in testa un cappello a due punte, e
percorrendo le strade _pedibus calcantibus_ attirava sul suo passaggio
le esclamazioni ammirative dei monelli. Aggiungansi a queste compiacenze
morali quella d'avere uno stipendio che, in quei tempi di prezzi bassi,
permetteva di mantenersi assai decorosamente. Onde non c'era pi bisogno
di pranzar fuori di casa due volte alla settimana, e s'era potuto
sostituire con un servo effettivo e reale il cameriere che la contessa
Zanze soleva prendere a nolo pe' suoi marted. A fronte di questi
benefizi il conte Luca pretendeva dalla consorte un rispetto maggiore e
aveva anzi dichiarato in modo assoluto di non voler pi lasciarsi
chiamare coi titoli di _pampano_, _babbeo_ e altri simili. La consorte
ubbidiva fremendo. A lei pareva d'aver attivit, energia, intelligenza
da vendere al conte marito, ma l'era forza riconoscere che la sorte non
l'era stata propizia e aveva invece favorito lui, quell'imbecille, che
non s'era neanche mosso per meritarsene i favori. Delle giustificazioni
a s stessa ella ne trovava in quantit;  naturale, se ne trovano
sempre. Ella diceva che quel precipizio dei Bollati era giunto
inaspettato a tutti, e che non si poteva prevedere che Leonardo non
avesse n un briciolo di cervello, n un briciolo di cuore. Del resto,
almeno per la parte economica, se l'avessero aiutata, le cose sarebbero
andate diversamente. E di tanto in tanto, nell'intimit coniugale, la
contessa Zanze si lasciava scappar la vecchia frase:--Se foste entrato
nell'amministrazione! Quel _sior_ Bortolo nuota nell'abbondanza.

Il conte Luca montava su tutte le furie e non aveva torto.--Cosa mi
venite a parlare di _sior_ Bortolo? Volevate ch'io facessi la parte di
quel furfante?

Ma la contessa protestava contro questo modo d'interpretar le sue parole
e ripeteva quello che aveva gi detto centinaia di volte negli anni
passati.--Se foste entrato nell'amministrazione sareste diventato un
signore voi e avreste salvato dalla rovina i vostri parenti.

--Corpo di bacco! E vi par nulla che io sia invece consigliere
d'appello?

Comunque sia, questi erano discorsi inutili, e c'era ben altro da fare
che andar ruminando il passato. Ormai appariva chiaro come la luce del
sole che fra poco i Bollati sarebbero rimasti in camicia e che Fortunata
sarebbe tornata a carico dei genitori o del fratello.

Che se c'era ancora qualche illusione possibile finch viveva il conte
Zaccaria, alla morte repentina di lui anche questa illusione doveva
dissiparsi. Il conte Zaccaria non era popolare com'era stato ai suoi
tempi il vecchio conte Leonardo; ma non era neppure un uomo mal veduto
in paese, aveva forme cortesi, alla buona, e le ingenue allucinazioni a
cui egli era in preda negli ultimi anni avevano piuttosto cresciuto che
scemato le simpatie intorno a lui.

Ora gli strozzini non hanno l'animo troppo aperto alla simpatia, ma se
possono far di meno d'inasprir l'opinione pubblica lo fanno, e non
isdegnano di usar qualche temperamento verso i debitori pi forniti di
aderenze e di relazioni. Mettere sulla strada un patrizio di quell'et,
con quel nome! Era da far gridar mezza Venezia. Col figliuolo era un
altro par di maniche. Prima di tutto si trattava d'un giovane; e poi
quello l aveva l'opinione pubblica contro di s. Anzi pu dirsi che
l'accanimento con cui l'attaccavano era persino eccessivo; pareva che
non ci fossero altri farabutti al mondo. Come talora, per quel bisogno
che ha la gente di crearsi dei simboli, un uomo diventa la
personificazione d'ogni virt, cos un altro diventa la personificazione
d'ogni vizio. Il senso morale, che va soggetto a tante distrazioni, si
sveglia a un tratto per protestare contro questo mostro di turpitudine;
gli onesti e gli ipocriti si scagliano addosso a lui;... ci che
permette loro di esser pi indulgenti con quelli che gli somigliano e
anche con s stessi.

Avete visto mai, verso la chiusa d'un ballo o d'una pantomima
spettacolosa, la reggia del tiranno, il castello dell'oppressore, la
prigione della vittima cader gi a pezzi, finch, a un dato segnale,
succede l'ultimo scroscio e la luce elettrica accesa in buon punto
scende dall'alto a rischiarar le rovine? Questo  quello che accadde,
lasciando stare la luce elettrica, del maestoso edifizio Bollati. Il
segno dello scroscio finale fu dato dalla morte del conte Zaccaria.
Allora non ci furono pi riguardi, e gli avvocati ricevettero dai loro
clienti l'ordine di proceder negli atti a passo di carica senza
lasciarsi smuovere da sollecitazioni o da preghiere di nessuna specie.
Terribile fra tutti i creditori era il marchese Ernesto
Geisenburg-Rudingen von Rudingen piombato dalla Moravia a far valere le
ragioni della consorte, che per la malferma salute non aveva potuto
accingersi al viaggio. Il marchese Ernesto, al quale una cura dietetica
aveva fatto perdere alquanto della sua corpulenza, s'era risolto a
riprendere il servizio militare e veniva di guarnigione in Venezia per
invigilar coi propri occhi la liquidazione dell'eredit del suocero. N
voleva sentir a dire che l'eredit era bell'e liquidata non essendovi un
centesimo per nessuno; egli protestava pestando la sciabola che a lui
_Potz tausend!_ non la davano ad intendere, e che avrebbe saputo,
occorrendo, tagliare il naso al cognato, a _Herr_ Bortolo e a tutti gli
Italiani, _verfluchte Italiener!_ E al cognato e a _Herr_ Bortolo non
risparmiava gli improperi e le minaccie dirette, tantoch l'uno e
l'altro mettevano il loro studio a non farsi mai trovare in casa e pi
di una volta era toccato a Fortunata l'onore di ricevere le sue visite
amabili.

In queste difficili contingenze l'ottimo _sior_ Bortolo pens ch'era
venuto il momento di levarsi d'impiccio. E perch la sua ritirata non
somigliasse a una fuga, egli ricorse al comodo espediente di cader
malato. L'asma di cui egli soffriva da parecchi anni si aggrav
d'improvviso, un medico premuroso dichiar che gli era indispensabile
un soggiorno di alcuni mesi in campagna, e il signor Bortolo Segugi, col
cuore straziato, dovette prendere congedo dai suoi nobili padroni.
Nell'epistola, modello di stile affettuoso e patetico, da lui diretta in
quest'occasione al conte Leonardo, egli si permetteva anche di dar quei
consigli che gli erano inspirati dalla molta esperienza e dal grande
amore per la illustre famiglia. Condurre una vita regolata, ridur le
spese ai minimi termini, vendere quello che era ancora vendibile,
eccetera, eccetera. Se il Signore Iddio voleva ch'egli, _sior_ Bortolo,
si ristabilisse in salute, e se non gli veniva meno la fiducia
dell'illustrissimo conte Leonardo, sperava di ripigliare ancora in mano
le redini dell'amministrazione; se poi doveva soccombere, egli si
sarebbe presentato al suo Giudice con la coscienza netta e col
convincimento di aver sempre servito fedelmente i suoi benefattori. In
un poscritto alla bellissima lettera _sior_ Bortolo suggeriva di valersi
dell'opera dell'avvocato Timoteo Sgriccioli, a cui egli aveva chiesto da
ultimo qualche consulto legale e ch'era l'uomo fatto apposta per trovare
il bandolo di una matassa arruffata.

--Buffone! Ladro! Brigante! Gesuita!--url il conte Leonardo quand'ebbe
letta e decifrata la lettera.--S' ingrassato col nostro sangue e adesso
va a far la digestione in campagna.... Andasse almeno alla malora quel
brutto figuro asmatico.... Se mi torna tra i piedi sta fresco.... Non
son chi sono se non lo piglio a calci nel sedere.... E anche dei
consigli mi d quel furfante ch' stato la prima causa di tutti i nostri
guai.... Dei consigli, lui, al conte Leonardo Bollati!

Nonostante questa filippica, prima che passassero ventiquattr'ore, il
conte Leonardo aveva gi adottato uno dei suggerimenti del suo
degnissimo agente e si era messo nelle mani dell'avvocato Sgriccioli,
patrocinatore ordinario dei debitori morosi o falliti, a benefizio dei
quali egli aveva anche conformato il suo studio pieno di bugigattoli, di
nascondigli e di usci segreti. L'avvocato Sgriccioli mostr di prender
molto a cuore la faccenda, ma non pot tacere che s'era indugiato troppo
a ricorrere a lui e che la condizione delle cose era grave, assai grave,
gravissima. Infatti i suoi sforzi non valsero a ritardar la catastrofe;
il tribunale (ed era ancora il meno peggio che potesse succedere) apr
il concorso sui beni mobili ed immobili del signor conte Leonardo
Bollati P. V., e sino a liquidazione giudiziale finita assegn
all'ultimo rampollo di tanti uomini illustri poche lire al giorno pel
suo mantenimento. Il palazzo, mandato all'asta per conto della massa
creditrice, fu aggiudicato al maggior offerente, lord Herbert Seaweed,
che era l'inquilino del primo piano. E il nobile lord concedette ai
Bollati quindici giorni per lo sgombero dell'appartamento da essi
occupato, lasciando per generosamente a loro disposizione tre camere a
tetto, che se non eran proprio soffitte, di poco ne differivano.

La vanit del baronetto era lusingata dall'idea di dar ricovero a un
patrizio che aveva avuto due dogi fra i suoi antenati. Leonardo dal
canto suo accett con lieto animo l'offerta, e perch gli ripugnava di
andar in cerca di un altro alloggio, e fors'anche perch seguitando ad
abitare nel suo palazzo, gli pareva d'esserne sempre lui il padrone.
Aggiungasi che in tal maniera egli sperava di sbarazzarsi della moglie e
della figliuola. Possibile che Fortunata non si risolvesse a tornare in
famiglia e a portarsi seco quell'impiccio della bimba! Gi il conte Luca
e la contessa Zanze avevano dichiarato di esser pronti a ricever lei e
la nipote.

Messa alle strette, Fortunata, cui non bastava l'animo di veder patire
la sua piccina, mand Margherita dai nonni (andando poi a mangiarsela di
baci due o tre volte al giorno), e in quanto a s, dichiar che non
voleva dividersi da suo marito e che avrebbe affrontato volentieri il
freddo e la fame piuttosto che abbandonarlo alle prese con la miseria.
Ma se c'era uomo inetto a capir questi sentimenti era Leonardo Bollati,
il quale non vide in tutto ci che uno sciocco puntiglio e pens di far
pagar cara alla moglie la matta ostinazione di stargli appiccicata ai
fianchi. E se prima rimaneva fuori di casa mezza giornata, adesso ci
rimaneva la giornata intiera, e faceva tutti i suoi pasti all'osteria,
non rientrando che nel cuor della notte con gli occhi lustri, con la
lingua grossa e con le gambe barcollanti. Allora si cacciava in letto e
dormiva fino al tocco per ripigliar poi la solita vita. A Fortunata non
dava un centesimo; quello che gli passava il tribunale non era neppur
sufficiente per lui; andasse da suo padre, il consigliere d'appello, che
s'era abbastanza riempiuto l'epa alla tavola dei parenti quand'eran
ricchi da poter oggi restituire un desinare a una Bollati, che, per
giunta, era sua figlia. Che s'ella non voleva andarci, s'ingegnasse come
poteva.

Fortunata s'ingegnava vendendo o impegnando qualcheduno degli oggetti
ch'erano avanzati dal gran naufragio e ch'erano stati buttati alla
rinfusa in una delle tre stanze lasciate per carit dai nuovi agli
antichi padroni. Del resto, per lo pi, desinava effettivamente presso i
genitori.

Ormai tutti le ripetevano che, poich Leonardo non aveva cuore n per
lei, n per la bambina, e ricevendo, checch ne dicesse, un sussidio
bastante per far vivere la famiglia, non voleva pensar che a' suoi vizi,
ella poteva piantarlo senza rimorsi.

Ella per era irremovibile. Pur troppo con la sua presenza ella non
impediva nulla, non riusciva a fargli lasciar n un cattivo amico, n
una cattiva abitudine; ma chiss? mancando lei, sarebbe stato ancora
peggio. Egli non avrebbe passato in casa nemmeno le poche ore che ci
passava; non avrebbe preso, prima d'uscire, nemmeno una tazza di caff.
E chi avrebbe vigilato perch la sua camera fosse in ordine, perch i
suoi vestiti fossero spolverati, e chi l'avrebbe assistito se una notte
non si sentiva bene!

Inoltre, Fortunata sperava in un miracolo, sperava in un ritorno
d'affetto conquistato a forza d'umilt, di pazienza e di devozione.
Perch, pare impossibile, ell'amava sempre Leonardo. Qualche volta,
verso l'alba, mentr'egli dormiva della grossa, ell'entrava pian pianino
nella stanza di suo marito, e si accostava al letto e si chinava a
deporre un bacio su quella fronte non solcata mai da un pensiero
generoso, su quelle labbra umide e sozze da turpi contatti. Una mattina
quel tiepido soffio lo scosse a mezzo; abbastanza desto da sentir che
una donna gli era vicino, non abbastanza da distinguer qual fosse, egli
la tir a s, le gett le braccia al collo. Poi spalancando gli occhi,
vide la moglie, palpitante, svergognata come un'adultera clta in fallo.

--Tu!--egli disse con un'inflessione di voce ch'esprimeva lo stupore e
il disgusto.--Io credevo.... Peccato!... Va via.

--Oh Leonardo!--ella cominci supplichevole e con le lagrime che le
gocciolavano gi per le gote.

Ma un resto di dignit le tolse di proseguire. Divenne scarlatta, e
coprendosi il viso con le mani fugg dalla stanza. Indi, abbigliatasi in
furia e fatto uno fardello di alcuni oggetti che pi le premevano,
scese a precipizio la scala e vol a casa sua.

--Oh!--esclam la contessa Zanze--Cosa c' di nuovo? Cosa t'ha fatto
quel brigante?

--Capisco che avevate ragione.... Se mi volete, vengo a star con voi...
per ora almeno...

--Sicuro che ti vogliamo.... Sei la nostra creatura.... Ma si pu
sapere?...

--Non c' nulla... nulla.... E Margherita? E il babbo?

--Stanno benissimo.... Dormono ancora.... Per vorrei sapere....

--Oh  inutile, mamma....

S'intese la voce della bimba che chiamava:--Nonna, nonna!

--Ecco, s' svegliata--disse la contessa Zanze. E rivolgendosi alla
figliuola le chiese: Vuoi andarci tu?

--S--rispose Fortunata. Ma pentitasi subito soggiunse:-- meglio che
prima tu l'avverta che ci sono.... Andr di qui a un momento.

Si fece portare una catinella d'acqua e vi immerse la faccia tre o
quattro volte. Poi entr nella camera di Margherita.

--Oh mamma, mamma--grid la piccina battendo le mani.

--Tesoretto mio!--proruppe Fortunata piegandosi sopra di lei.--Star
sempre sempre con te.

Margherita le cinse il collo con le sue braccia nude e la coperse di
baci che non volevano pi finire.

--Ancora, ancora!--diceva la povera donna. Le pareva che quei baci
scancellassero l'onta degli altri che, poco prima, ell'aveva ricevuti...
per isbaglio.




XXI.


Il 1847 s'era chiuso come una splendida notte di luglio, in cui il cielo
ancora sereno  solcato da spessissimi lampi; il 1848 s'apriva come una
giornata nella quale i rossori inauspicati dell'alba fanno prevedere il
temporale vicino. Le citt italiane conservavano il loro aspetto
festante, le popolazioni empivano le strade, i teatri, le chiese (ch il
Papa liberale aveva messo di moda la religione) ed era dappertutto uno
sfoggio di colori vivaci, di abbigliamenti bizzarri, un echeggiar di
canzoni, una loquacit espansiva come di gente a cui prema rifarsi del
lungo silenzio e richiamar insieme le memorie del passato e divisar
l'avvenire. Ma sotto quella gaiezza tumultuosa covavano i fieri
propositi, ma in quei colori, in quei vestiti, in quei canti, in quel
fraternizzar delle classi era una sfida gettata in viso a un nemico
comune. E il nemico comune, vissuto a lungo in una sicurt sprezzante,
pareva domandare a s stesso se fosse possibile che i conigli si fossero
mutati in leoni, e intanto affilava le armi e si preparava alla lotta.
Gi i moti fortunati di Palermo e di Napoli e le riforme civili di Roma
imbaldanzivano gli animi e rafforzavano la speranza della guerra
nazionale contro l'oppressore tedesco; gi nelle terre lombardo-venete
erano cominciate le prime avvisaglie, gi il sangue era corso per le vie
di Milano. Dalla laguna al Ticino un potere occulto che attingeva la sua
autorit dal consentimento dei pi, deludeva i cent'occhi della Polizia
austriaca, e, senza codici e senza soldati, con una parola d'ordine
gettata nella folla, con un foglietto misterioso fatto pervenire a
domicilio, regolava le mosse dei cittadini. Quelli che non ubbidivano
per entusiasmo patriottico ubbidivano per ispirito d'imitazione, per
vaghezza di novit, per tema di essere mostrati a dito, per la curiosit
di vedere come andasse a finire una condizione di cose s strana ed
insolita. Pochi osavano protestare ad alta voce; in maggior numero eran
coloro che, divisi tra due paure, la paura del Governo legittimo e
quella del Governo clandestino, procuravano di uscir di rado, di parlar
poco, di trovarsi con meno gente che fosse possibile. A questo regime
s'era condannato da s il conte Luca Rialdi, suddito fedelissimo di S.
M. Ferdinando I, ma innanzi tutto uomo sollecito della propria pelle. In
ufficio era riuscito a schermirsi da ogni processo che avesse attinenza
con la politica; al Caff della Vittoria non si faceva pi vedere;
figuriamoci! tutti avevan sciolto lo scilinguagnolo, tutti volevan dire
la loro opinione sugli affari del giorno, non c'era un cane che
giuocasse a scacchi, e s'anche una partita si principiava era ben
difficile tirare innanzi in mezzo a quel frastuono di voci; in piazza
San Marco poi il conte Luca aveva giurato di non metter piede dopo un
certo tiro del marchese Ernesto Geisenburg-Rudingen von Rudingen.

Un giorno, che  che non , mentre il nostro consigliere d'appello
percorreva a passo spedito le Procuratie vecchie, il signor marchese, in
piena tenuta di capitano degli ussari (che ci ha da fare un capitano di
cavalleria a Venezia?) il signor marchese, insomma, staccandosi da un
gruppo d'ufficiali, gli si avvicin con la mano tesa e gli disse col suo
italiano che s'imbarbariva sempre peggio:

--O signor conte, pen contento di vederla, o _ja.... Ich gratulire
mich_, mi congratulo sua nomina a _Regierungsrath?.... Geheimerath?....
ach nein.... Appellationsrath. Ja, ja_, consigliere d'appello.

Quindi gli si mise a fianco e cominci a discorrergli degli affari
Bollati.... _eine traurige Geschichte...._ s, una triste storia....
quel Leonardo meritar pastonate, prigione.... anche conte Zaccaria puon
anima, consumare un patrimonio di quella sorte! Adesso I. R. Tripunale
afer in mano la faccenda.... _man wird sehen; ja...._ si vedr.... pur
troppo, poco, anzi _nichts_, niente da sperare.... _Und wie gehet's....
ja_, come sta la contessa Zanze? E la contessa Fortunata?...
_Unglckliche junge Dame!..._ Ah prutto mondo!... Anche sua _Frau_,
marchesa Maddalena, afer immensamente sofferto.... tante disgrazie di
seguito!... _Arme Frau!_

Il conte Luca non sapeva in che mondo si fosse. Quel marchese cos
borioso, il quale, specialmente dopo il duello con Gasparo, l'aveva a
morte coi Rialdi, quel marchese aveva adesso la bell'idea di girar con
lui per la piazza San Marco, il ritrovo dei curiosi e dei fannulloni? E
non si poteva mica piantarlo in asso da un momento all'altro!

Dagli argomenti privati l'ufficiale pass a parlare degli argomenti
pubblici, di quella maledetta politica che si cacciava dappertutto. Gli
Italiani erano matti, il Papa era _ein Dummkopf_, uno sciocco che
agitava la miccia accesa vicino a una polveriera; quel _grosser Kerl_
del Borbone aveva avuto torto di cedere alle grida di quattro fanatici,
ma si poteva esser sicuri che alla prima opportunit egli avrebbe saputo
accomodar le cose per benino; Carlo Alberto, quello l era _ein
Schwrmer_, un sognatore, un entusiasta, ora carbonaro, ora
sanfedista.... non si sapeva mai. A ogni modo, Metternich aveva giudizio
per tutti.... E in quanto ai facinorosi Lombardo-Veneti bisognava dar
degli esempi, e si sarebbero dati; stesse tranquillo il signor conte che
si sarebbero dati: gi egli poteva dire con fondamento che il decreto
per introdurre il giudizio statario era sul punto di esser sottoposto
alla firma di S. M. Allora, in una quindicina di giorni, tutto questo
baccano sarebbe finito.... _Ja, gndiger Herr Graf, so ist es...._ cos
....

A questo punto il marchese offerse un sigaro al suo interlocutore.
Bravo! Al povero conte Luca non mancava altro che di farsi vedere a
fumare dopo la proibizione assoluta di quei signori del Governo
clandestino! Per buona ventura il conte non fumava mai, ed ebbe
un'ottima ragione per rifiutar l'offerta.

Il marchese sorrise.--_Sie haben nie geraucht?_ mai fumato? _Wirklich
so?..._ Proprio?

--Proprio, proprio... mai fumato--rispose il conte Luca.

E parendogli di poter finalmente accommiatarsi senza increanza, disse al
signor capitano ch'era atteso in un luogo e doveva lasciarlo.

--_Auf Wiedersehen, Herr Graf..._ a rivederci... _Meine Complimenten den
gndigen Frauen, bitte...._ prego miei complimenti alle signore,--grid
l'espansivo marchese stringendo forte la mano del conte Luca.

E raggiunse il crocchio degli amici a cui raccont ridendo che _der Herr
Appellationsrath_, con quella pillola del giudizio statario in corpo,
non doveva dormir certamente per tutta la notte. Del resto, egli aveva
fermato il conte Rialdi all'unico scopo di recargli un po' di molestia e
di sforzarlo a passeggiar di pieno giorno in piazza San Marco con un _K.
K. Offizier_. Che se _Herr Graf_ doveva per questa ragione soffrir
qualche sfregio dagli _italianissimi_, egli ne avrebbe avuto molto
piacere.

Il conte Rialdi usc dalla piazza senza nemmeno alzar gli occhi. Non
vedendo nessuno gli pareva che nessuno dovesse veder lui.

Invece prima di sera gli capit a casa un bigliettino concepito a un
dipresso in questi termini:

     Signor consigliere.--Se non foste padre di un eccellente
     patriotta, vi si darebbe oggi una buona lezione. Il Comitato si
     limita per questa volta a un amichevole avvertimento. Non  pi
     lecito a un italiano di mostrarsi coi militari austriaci, fatta
     eccezione pegli ufficiali di marina che sono dei nostri. Austriaci
     e italiani non si devono ormai incontrare che sulle barricate o sul
     campo di battaglia. Abbiate dunque prudenza e moderate il vostro
     zelo di servitore fedelissimo di S. M.

          _Il Comitato._

Se il povero consigliere viveva sempre in angustie e aveva perduto il
sonno e la fame non si poteva dargli poi tutti i torti. Compromesso coi
liberali pe' suoi sentimenti di fedelt, compromesso col Governo per
cagion del figlio che un d o l'altro doveva passar un cattivo quarto
d'ora, egli aveva per soprammercato da invigilar sulla pazzia della
moglie alla quale era venuto il ticchio di far la patriotta ardente
anche lei, e di trinciar di politica con le femminette che venivano a
visitarla ne' suoi marted.

--Donna senza giudizio!--le diceva il marito.--Non la volete finire? Non
lo sapete che c' qualche signora che non vien pi da voi per non sentir
certi discorsi?... E cosa son questi colori sul vestito?... Via subito
quel nastro.

--Oh,--rispondeva la contessa Zanze.--Voi sareste capace di aver paura
anche se vi portassero in tavola un piatto d'indivia mista col radicchio
rosso!

--E voi non avete sale in zucca.... Vi pare che siano momenti da
scherzare, questi? Ci tenete proprio ad andar in prigione per il bel
gusto di dir tutto quello che vi passa per la testa e d'abbigliarvi come
un arlecchino? Vergogna! Alla vostra et!

--Oh! L'et....

--S; e con l'allegrie che ci sono in casa.... Con la figlia e la nipote
da mantenere!... Che se, Dio scampi e liberi, io perdessi l'impiego,
sarebbero quei signori del Comitato che vi darebbero da pranzo! Pregate
piuttosto a mani giunte il Signore che non ci faccia capitar qualche
brutta notizia da Gasparo che sar un brav'uomo, non dico, ma  un
cervello esaltato.... e se riescono a coglierlo in fallo....

--Voi non sapete preveder che disgrazie.

--E voi avete una benda agli occhi.... Se il Comitato dice che mio
figlio  un eccellente patriotta,  segno che ne hanno le prove. Mi
spiego?

--Sicuro che le avranno. O che lo credete un austriacante del vostro
stampo?

--Zitto, disgraziata... Dovreste gridarlo dalla finestra queste cose!
Non vi ricordate dei Bandiera?

--Altri tempi, altri tempi. Adesso quelli che sono al Governo si sentono
mancar la terra sotto i piedi e devono far i conti col popolo.

--Ma che popolo? Vorrei vederli, alla prima cannonata, questi strilloni,
questi ragazzacci che, in omaggio alla libert, fischiano un galantuomo
che si permetta d'aver un sigaro in bocca. Bella libert! Non parlo per
me che non fumo.... Ma io vi dico che mi par d'essere in un manicomio e
che questo baccano va a finire in tragedia.... oh se va a finire!... Mi
spiego?

E invero le Autorit, vinte le prime titubanze, accennavano a voler far
sul serio anche a Venezia. Sin dal 18 gennaio la Polizia aveva tratti in
arresto il Manin e il Tommaseo come quelli che capitanavano la cosidetta
_agitazione legale_; il 22 febbraio fu promulgato il giudizio statario,
del quale il marchese Geisenburg aveva dato al conte Rialdi l'annunzio
alquanto precoce. Tuttavia gli animi non si quetavano e gli avvenimenti
parevano fatti apposta per rincorare i timidi, per imbaldanzire gli
audaci. La proclamazione della Repubblica in Francia, come tutto ci che
succede in quel paese singolare, aveva un immenso rimbombo in Europa; di
l a poco Carlo Alberto accordava lo Statuto promesso, e infine la
notizia della rivoluzione di Vienna era l'ultima scintilla che faceva
divampare l'incendio. Il 17 marzo i prigionieri politici, liberati dal
carcere, eran portati in trionfo sulle braccia del popolo, i colori
nazionali apparivano agli occhielli degli abiti nella piccola ma
provocante coccarda, una bandiera bianca, rossa e verde era issata sopra
una delle antenne della piazza S. Marco. Nel 18, maggiore la folla, pi
insistenti le grida, pi risoluti, pi feroci gli animi. La truppa,
accolta a fischi e a sassate, perde la pazienza e fa fuoco; ci sono
morti e feriti; sembra imminente una lotta sanguinosa per le strade
della citt. Ma il governatore civile e il comandante la guarnigione
eran timidi, fiacchi, benevoli forse a Venezia ove avevan lungamente
vissuto; pieni di energia, d'entusiasmo, di fede erano invece gli uomini
postisi in quei giorni memorabili a capo del popolo. Si chiede e si
ottiene, col pretesto di mantenere la sicurezza pubblica, l'istituzione
della guardia civica; dai fondaci dei rigattieri escono vecchie spade
irrugginite, e fucili a pietra, e alabarde spuntate; escono dalle cucine
i coltellacci e gli spiedi, e i nuovi militi bizzarramente vestiti e
tutti con una sciarpa bianca a tracolla corrono come a festa le vie, e
distribuiti in pattuglie fanno la notte il servizio di ronda.  il primo
atto d'un'epopea?  l'ultima scena d'una farsa? Chi lo sa? Quali sono in
quella folla gli eroi veri e quali gli eroi da teatro? Chi lo sa? Sono
confusi insieme e non si potranno distinguere che al momento della
prova.

Certo non si rischia molto assicurando fin d'ora che non  un eroe un
nostro vecchio conoscente, il signor Oreste, comandante di una di quelle
strane pattuglie nella notte tra il 21 ed il 22 marzo. Il signor Oreste,
ch' padrone d'una delle principali osterie in Cannaregio e che ha la
sua buona dose di vanit, non ha potuto esimersi dal prestar l'opera sua
alla patria in momenti tanto solenni, ma egli vuol conciliare i doveri
di cittadino coi dettami della prudenza, e guidando il suo manipolo di
prodi attraverso il dedalo inestricabile delle _callette_ veneziane,
pone ogni studio nell'evitar _cattivi incontri_.

--Non si passa per i Gesuiti?--domanda un gregario, non so bene se
coraggioso o malizioso.

--Ohib--risponde il signor Oreste.--Perch si dovrebbe passarci?

--Cos, per veder quello che fanno quei _patatuchi_ del reggimento
Kinsky che son l consegnati in caserma.

--Bel gusto.... Se venissero fuori?...

--Si spara il nostro colpo di fucile e si d l'allarme.

--Provocazioni inutili.... Noi siamo in giro per la sicurezza della
citt e nient'altro....

--Uhm... Senza un po' di sangue non la si finisce--ripigli il milite
battagliero.

--Insomma--grida il signor Oreste con piglio autoritario--qui il capo
son io. Pei Gesuiti non ci si passa. Si va fino a S. Giovanni
Grisostomo, poi si torna indietro e ci si ferma a bere un mezzo boccale
da me.

Questa proposta raccoglie tutti i suffragi, e la pattuglia riprende in
silenzio le sue perlustrazioni.

--L c' una figura sospetta--esclama a un tratto il comandante segnando
all'imboccatura d'una calle un individuo che veniva avanti con passo
incerto.--Chi va l?

L'individuo borbotta qualche parola incomprensibile che sembra aver una
parentela lontana con una bestemmia.

--Bisogna vedere--soggiunge il signor Oreste rivolgendosi ai militi.

E seguto da loro s'avvicina al misterioso personaggio, nel quale, con
sua grande maraviglia, riconosce nientemeno che il conte Leonardo
Bollati.

--Oh! Eccellenza--balbetta l'ex cuoco con un resto d'ossequio.

--To', to'--dice il conte strascicando le parole.--Siete voi... bel
mobile?... Anche voi in ma...a...schera?... Mi gira la testa.... Gi...
gi che siete qui... accompagnatemi fino al... palazzo....  vi...
vicino....

Il signor Oreste non pu negare un s piccolo servigio al suo antico
padrone.

--Ce n'avete... fatte di grosse... voi...--continua Sua Eccellenza
appoggiandosi al braccio di quel furfante arricchitosi a spese della sua
famiglia.

Il signor Oreste avrebbe voluto dire che anch'egli era stato sacrificato
non riscotendo un centesimo dei suoi crediti, ma s'era ormai giunti al
portone del palazzo.

--Lo sapete che... che il palazzo appartiene a...adesso a un Lo...ord
inglese?

--Pur troppo, Eccellenza.... Ma!

--Nie...ente paura!... Ho tre camere... in... a...alto e... e m'han
lasciato... a...anche la chia...a...ve.

Il signor Oreste aiut il conte a introdurre questa famosa chiave nella
toppa; poi disse:

--Lustrissimo, buona notte....

--Buo...o...na notte.... O che co...o...sa gridano?

Pel vicino Canalazzo passava una gondola e il barcaiuolo con voce sonora
gridava:--Viva San Marco!

--Gridano:--Viva San Marco!

--Vi...va San Ma...a...rco?--ripet a mezza voce Leonardo fermo sulla
soglia.--To...o...rna la Serenissima?

--Chi pu dir nulla?... Se ne vedono tante.... Buona notte, signor
conte.

E la pattuglia si ritir.

Noi non vorremmo affermare che quel grido di _Viva San Marco_ non
facesse nessun effetto a Leonardo Bollati, che nessuna fibra si scotesse
in lui all'idea di veder risorger l'antica Repubblica, a pro della quale
i suoi padri, per tante generazioni, avevano versato il sangue e speso
l'ingegno. Ma l'impressione, come accade a chi s' disavvezzato dal
pensare e dal sentir fortemente, non fu che passeggera; egli aveva ben
altro pel capo che la risurrezione della Repubblica; aveva bevuto
troppo, era stanco, aveva un sonno, un sonno! Si strascin su dei suoi
centoquindici scalini, ch non ce ne volevano meno per arrivare dov'egli
abitava, e si mise a letto.

Il giorno dopo Leonardo non s'alz che tardissimo. Affacciandosi a un
finestrino che dava sul Canal grande vide un movimento, un'animazione
maggior dell'usato, sent pi insistente il grido che l'aveva colpito la
notte prima: _Viva San Marco!_ E altri gridi insieme con questo: _Viva
Pio IX! Viva Manin! Viva la libert!_ Inoltre dalle frasi scambiate tra
la gente che curiosava sulle _rive_ o ai _traghetti_ cap che gravi
fatti erano successi e fatti non meno gravi si preparavano.

--Gli arsenalotti gli hanno fatto la festa?

--Al colonnello Marinovich? Sicuro.... Gli sta bene a quel cane. Li
trattava da bestie.

--E com' andata?

--Ma! Chi la racconta in un modo e chi in un altro. La mia per  storia
genuina perch la so da mia cognata che  sorella di un arsenalotto.
Fatto si  che appena Marinovich s' presentato all'arsenale questa
mattina, gli operai, che non se l'aspettavano dopo le minaccie di ieri,
gli si strinsero attorno con urli, fischi, imprecazioni. Lui tira fuori
la spada e si fa largo un momento.... Ma quelli s'inviperiscono di pi e
gli danno addosso di nuovo. Vista la male parata, il colonnello cerca di
fuggire, trova aperta la porta di una delle torri vicine all'ingresso,
sale per la scala, ma i suoi inseguitori gli sono alle calcagna, un
calafato gli pianta nella schiena la sua trivella, e felice notte.

Di l a poco si sente un'altra gran novit.

--L'arsenale  nostro.

--Come? Come?

--Se n' impadronito Manin.

--Senza combattimento?

--Avevan mandato un battaglione di fanteria marina per riprenderlo, ma
le guardie civiche che c'eran dentro dissero: _marameo!_--_Fuoco!_
ordina il comandante del battaglione, un tedesco. I soldati che son dei
nostri, non gli badano neanche e un ufficiale, nostro veneto anche lui,
esce dai ranghi e grida: _Gi le armi_. Il tedesco va in furia e si
slancia sull'ufficiale....

--Oh diavolo.... E come va a finire?

--Si battono da disperati. Ma un sergente di marina la termina lui e
getta a terra il tedesco.

--Morto?

--No, no; pare che l'abbian risparmiato.... Se lo ammazzavano era
meglio.

--Perch! Hanno ammazzato il Marinovich stamattina. Basta uno.

--Ce ne vuol altro che uno.... Insomma i soldati si confondono con le
guardie civiche, si mettono la loro brava coccarda sul petto e gridan
tutti insieme: Viva l'Italia!

--Viva la nostra marina!

E ormai le notizie si succedono con una rapidit straordinaria.

--Anche i granatieri han fatto lega col popolo.

--I cannoni della Gran guardia che eran carichi a mitraglia sono in
potere della guardia civica.

--Venti, trenta, quarantamila fucili son distribuiti fra i cittadini.

--Il palazzo del governo  nelle nostre mani.

--Il podest Correr  andato da Palffy a intimargli la resa.

--Solo?

--No, con altri tre o quattro.

Passa un'ora, si sparge la voce che ci siano delle difficolt, che il
governatore non voglia cedere, che il comandante di piazza voglia far
bombardare la citt.

--Alle barricate--grida qualcheduno.

--Alle campane. Morte all'Austria!

Da qualche finestra si ritira la bandiera tricolore; sul tetto del
palazzo Bollati viene issato per prudenza il vessillo britannico.

Ma prima di sera ogni dubbio era tolto; la capitolazione era firmata;
era proclamata la Repubblica.

Ormai il tricolore sventolava da tutte le case; l'entusiasmo brillava su
tutti i volti; da tutti i petti irrompevano le grida _Viva San Marco!
Viva Pio IX! Viva l'Italia! Viva Manin!_

Leonardo Bollati era rimasto quasi sempre immobile alla finestra.
Sporgendo la testa fuori del davanzale, egli vedeva sotto di s nel
terrazzo del primo piano la famiglia del _lord_ che, insieme con altri
connazionali, godeva, come di uno spettacolo, di quella rivoluzione
pacifica. E la famiglia del lord, di tratto in tratto, levava gli occhi
e vedeva lui, _the scion of the Doges_, il discendente dei dogi, e lo
mostrava agli ospiti, appollaiato l in alto, sotto la grondaia, come
una civetta. Quando le grida di _Viva San Marco_ si fecero pi romorose
e pi generali, gli Inglesi si misero a guardare in su con una curiosit
pi indiscreta. Pareva volessero indovinar i pensieri di lui, _the scion
of the Doges_, in quel momento solenne. E se il popolo fosse venuto a
prenderlo nella sua soffitta, e a ricondurlo nel primo appartamento,
cacciandone gli estranei che l'occupavano? Una figliuola del lord, molto
romantica, molto _byroniana_, diceva che sarebbe stata una scena
drammaticissima e ch'ella si sarebbe stimata felice d'assistervi anche
dovendo esserne la vittima. Ma l'austero genitore, il quale non voleva
che si scherzasse sopra tali argomenti, le diede sulla voce:--_Keep your
tongue, you silly thing_. Tacete, scioccherella. Ormai il palazzo  da
considerarsi come parte del territorio _of our most gracious Queen_,
della nostra graziosissima Regina, e guai a chi lo tocca.

Il nobile lord poteva mettere il suo cuore in pace. In quel giorno 22
marzo 1848 i Veneziani non si rammentavano nemmeno dell'esistenza del
conte Leonardo Bollati. E se, per una combinazione fortuita, l'uomo
acclamato dal popolo portava il nome medesimo dell'ultimo Doge della
Repubblica, non toccava ai nipoti degli antichi patrizii di regger le
sorti di Venezia durante i diciasette mesi di lotta sfortunata, ma
gloriosa, contro lo straniero.




XXII.


Di l a tre o quattro giorni arrivava a Venezia Gasparo Rialdi. Arrivava
da Pola insieme con qualche altro ufficiale di marina, sopra un piccolo
legno, e dopo esser sfuggito non senza fatica agl'incrociatori
austriaci. La gioia di trovar la patria libera, di poter combattere per
una causa santa era amareggiata a quei generosi dal non esser riusciti a
farsi seguire da tutta la flotta. Alle prime voci di rivoluzione, essi
dicevano, s'era manifestato un vivo fermento negli equipaggi e in gran
parte degli ufficiali ch'erano italiani di sangue e di pensieri. I pi
arditi, tra cui il Rialdi, sostenevano doversi salpar subito per
Venezia, per partecipare alla lotta, se l'esito era ancora incerto, per
recare al nuovo ordine di cose il sussidio d'una forza disciplinata, se
la battaglia era vinta. Ma la maggioranza fu d'altro parere. Non
bisognava precipitare, bisognava aver ragguagli pi esatti; forse erano
rumori sparsi ad arte; era impossibile che i compagni i quali si
trovavano a Venezia non mandassero qualche avviso, che un Governo
nazionale il quale per avventura si fosse stabilito col non desse
notizia di s. Il consiglio di chi voleva gl'indugi prevalse. E intanto
a Venezia si commetteva un primo, fatalissimo errore. Le lettere di
richiamo per la flotta erano affidate al capitano del vapore del Lloyd
che riconduceva il governatore Palffy, e quel capitano, o spontaneo, o
costretto, dirigendosi a Trieste anzich a Pola, consegnava il dispaccio
alle Autorit austriache, le quali furono in tempo di prender le
disposizioni necessarie a scongiurare un avvenimento forse pi grave per
la monarchia che la perdita d'una provincia. Rimaneva un partito. Alzare
audacemente il vessillo della rivolta, passar sotto i cannoni del porto,
aprirsi a ogni costo il varco per Venezia. Questo avevano suggerito, a
questo s'erano dichiarati pronti Gasparo Rialdi e pochi animosi suoi
pari. Ma molti indietreggiarono all'idea dell'aperta ribellione; si
sentivano legati dal giuramento, dall'onor militare; non osavano
intraprendere, contro la volont espressa dei capi, ci che avrebbero
osato quando i capi, colti dal panico, avevano smesso di comandare. A
forza di titubanze si lasci passare il momento propizio e parve follia
il tentare quello che prima sarebbe stato agevole il compiere. Il Rialdi
e quattro o cinque amici partirono soli; gli altri, fremendo, morsero il
freno. Venezia non ebbe nel 1848 una flotta, e chi pu dire che il non
averla avuta non abbia ritardato di dieci anni la redenzione d'Italia?

Comunque sia, quando il giovane ufficiale giunse in patria, ben pochi
s'erano accorti di aver perduta, senza combattere, una prima battaglia.
Il paese era nella luna di miele della libert; i fatti interni e le
notizie dal di fuori mantenevano gli animi in uno stato d'ebbrezza
gioconda; le voci pi strane, pur che conformi al desiderio, erano
accolte come verit incontestabili. I Milanesi, vincitori nelle loro
cinque eroiche giornate, avevano chiuso Radetzky in una gabbia di ferro;
Carlo Alberto era gi col suo esercito sotto Verona, ove si trattava
della formalit della capitolazione; cinquantamila papalini, benedetti
da Pio IX, avevano passato il Po; dietro a loro venivano cinquantamila
napoletani, ch'eran soldati di quelli coi fiocchi, diceva la gente, come
se li avesse visti alla prova. S'affermava inoltre che non c'erano pi
neanche due reggimenti austriaci in tutto il Lombardo-Veneto, locch
rendeva alquanto difficile di capire con chi se la sarebbero presa i
formidabili eserciti che pullulavano da ogni parte, ma gli spacconi non
si confondevano per cos poco. Quando una nuova, data per certa la
mattina, era smentita la sera--Bah!--si diceva stringendosi nelle
spalle.--Quello che non  vero oggi, sar vero domani.--Che se alcuno si
permetteva esprimere un dubbio, gli si dava addosso come a uccello di
malaugurio.

Non che si trascurasse d'armarsi, che si esitasse a sottomettersi a
qualunque sacrifizio, oh no. Anzi la contraddizione era questa, che si
chiedevano e si accettavano lietamente i sacrifizi per una causa la
quale, a sentir le chiacchiere della piazza, pareva non doverne aver pi
bisogno. Senonch, alla gioia pi legittima, agli entusiasmi pi santi,
all'abnegazione pi pura nuoceva un non so che di sguaiato e
melodrammatico nelle foggie, nel linguaggio, nelle consuetudini romorose
della vita cittadina. Gran bandiere, gran musiche, gran sciupo di
versi, gran mostra di _crociati_ che parevan coristi, di _lions_ che
manifestavano i loro sentimenti vestendosi da tenori, gran sfoggio di
pennacchi nei cappelli, di colori sugli abiti.

A Gasparo Rialdi questo carnovale dispiacque; tuttavia egli tenne per s
le proprie impressioni e non pens che a mettersi agli ordini del
Governo. Offertogli di attendere all'armamento della flotta minuscola
rimasta dentro l'Arsenale, egli accett subito l'incarico, deliberato
per ad arruolarsi pi tardi nell'esercito di terra, se, com'egli
temeva, non c'era da far nulla sul mare. Naturalmente, durante il suo
soggiorno a Venezia, egli abitava presso la famiglia, da lui non pi
riveduta dopo il disgraziato matrimonio della sorella.

Il 22 marzo aveva mutato di nuovo le relazioni reciproche dei coniugi
Rialdi che sembravano destinati a essere, l'uno verso l'altro, nella
condizione di due che si trovano sull'altalena.

Adesso la contessa Zanze era tornata in alto; il conte Luca era ricaduto
al basso. Egli conservava il suo posto di consigliere d'appello, ma la
moglie gli diceva sempre che se non lo avevano destituito era per un
riguardo a lei e a Gasparo. E si rifaceva delle umiliazioni sofferte
negli ultimi tempi:

--Non mi darete pi della visionaria, spero? Chi aveva ragione di noi
due, eh?... Dove sono i vostri tedeschi?... Quanto pagherei a sapere
dove ha portato la sua pancia quel prepotente del Geisenburg! Ah se
avesse fermato me invece che voi, quel giorno in piazza San Marco,
avrebbe trovato pane per i suoi denti.... Ma voi, Dio ve lo perdoni,
siete un coniglio....

Il conte Luca, che ormai viveva in uno stato d'orgasmo continuo,
sbuffava ma non reagiva contro le tirate della moglie. Tutt'al pi, in
un tuono che voleva esser di comando ed era invece di preghiera,
insisteva perch tacesse:

--Che donna, santo Iddio! Non sapete star zitta un minuto. Se ne sono
andati i Tedeschi? E voi lasciateli in pace.

Era difficile confessarlo, ma il conte Luca aveva paura dei vecchi
padroni. I nuovi potevano fargli del male subito, i vecchi potevano
fargliene pi tardi.... se tornavano. E il conte Luca, senza dirlo a
nessuno, senza dirlo ad alta voce nemmeno a s stesso, non sapeva
persuadersi che non dovessero tornare. Intanto s'acconciava
all'inevitabile. Teneva anche lui la sua coccarda tricolore
all'occhiello, faceva di gran salamelecchi ai personaggi in carica, ed
era pieno d'indulgenza pegli impiegati subalterni che non andavano
all'ufficio con la scusa di dover montare la guardia.

Slanciata nella fiumana del patriottismo chiassoso, la contessa Zanze
era sempre in faccende e lasciava la cura delle cose domestiche a
Fortunata, la quale, poverina, non aspirava minimamente a mettersi in
mostra. S'occupava della casa, della bimba, faceva una scappata quasi
ogni giorno fino al palazzo Bollati per aver notizie di Leonardo, per
vederlo se era possibile, e la sera preparava filaccia per i feriti.

Gasparo che, venendo a Venezia, sapeva gi di trovarla in famiglia, non
s'era presa l'ingenerosa soddisfazione di rammentarle le sue parole di
quattr'anni addietro, ma abbracciatala con benevolenza, le aveva chiesto
subito della piccina.

--Dorme.... vuoi vederla lo stesso?

--Perch no?

Margherita riposava tranquillamente nella sua cuna, con uno dei suoi
braccetti nudi piegato sotto la testa, con una puppattola al fianco.

--Quella puppattola  il suo grande amore,--disse sorridendo
Fortunata;--la chiama Lil e non se ne vuol staccar mai.

Margherita aveva allora tre anni ed era una bella bimba, quantunque
fosse lecito dubitare se sarebbe stata anche una bella donna, tanto pi
che la contessa Zanze ripeteva sempre:--Fortunata era tal quale.

Fatto si  che ell'era bianca e rosea, aveva lineamenti regolari,
capelli biondi e finissimi, e nel viso un'espressione dolce, affettuosa
che rammentava l'espressione materna. Era forse l'unica somiglianza che
ci fosse tra madre e figliuola.

-- carina assai,--disse Gasparo.

--Non  vero?--soggiunse Fortunata tra orgogliosa e commossa.-- buona
come un angelo, docile, intelligente....--Poi sospir a voce
bassa:--Povera creatura!

Gasparo, che non aveva staccato gli occhi dalla dormente, a
quell'esclamazione della sorella:--Povera creatura!--sent qualche cosa
che rispondeva nel suo cuore. Povera creatura davvero! Con quel nome che
anni addietro sarebbe stato una forza e oggi era una debolezza, quasi
una colpa! Con quel padre di cui ella non avrebbe potuto ignorar sempre
le turpitudini! Povera creatura! Chi sa che sorte l'era destinata? Chi
avrebbe guidato i suoi passi sul sentiero della vita? Chi l'avrebbe
protetta contro la miseria, contro le tentazioni? Certo la madre sarebbe
stata pronta a darle il suo sangue, ma che valida difesa poteva esser la
misera Fortunata ch'era inetta a difender s stessa, che forse era
ancora sotto il fascino dell'ignobile marito?

Di mano in mano che tali pensieri sorgevano nell'animo di Gasparo, egli
sentiva anche nascere dentro di s una tenerezza singolare per questa
bambina, sentiva nascere un desiderio intenso di vigilare su lei, di
tutelarla contro l'insidie d'un mondo nel quale ella entrava sotto
auspic s tristi. Pur non disse nulla, e rivolgendosi a Fortunata che
piangeva in silenzio, si limit a susurrarle:--Coraggio!

Il primo giorno Margherita stent alquanto ad addomesticarsi con lo zio,
ma il d appresso Gasparo, tornando dall'arsenale, si present alla
nipote con un involto misterioso sfidandola a indovinare ci che vi
fosse contenuto. Margherita si fece rossa rossa in viso e, naturalmente,
non indovin nulla.

Allora l'involto fu aperto e comparve una splendida bambola tutta nastri
tricolori, la cui vista strapp alla fanciulla un grido d'ammirazione.

--Oh!--disse Fortunata--lo zio t'ha portato una nuova _Lil_!

Il nome rimase e la bambola battezzata per _la nuova Lil_ strinse
Margherita d'un nodo indissolubile allo zio Gasparo. Ogni volta ch'egli
veniva a casa Margherita gli correva incontro festosa a mostrargli la
nuova _Lil_, il cui abbigliamento andava illeggiadrendosi e
complicandosi sempre pi per le ingegnose aggiunte che vi faceva
Fortunata. Gasparo, prima ancora di spogliarsi della sua divisa e di
depor la sua sciabola, prendeva in collo la nipote e la copriva di
carezze e di baci, ma la nipote non era contenta s'egli non dava qualche
bacio e qualche carezza anche alla bambola, sua indivisibile compagna.
Intanto la vecchia _Lil_, dimenticata in un angolo, con la veste
sdruscita, una gamba rotta, i fianchi squarciati e la stoppa che le
usciva dalla pancia, esperimentava duramente l'ingratitudine umana.

Eran circa due settimane dacch Gasparo si trovava a Venezia quando
Fortunata si fece animo a iniziar con lui un discorso scabroso che le
stava da un pezzo sulla punta della lingua e ch'ella non sapeva mai
risolversi a cominciare.

--Gasparo--ella balbett una sera dopo aver messo a letto la bimba--non
t'ho ancora parlato di....

--Di che cosa?--interruppe il giovane aggrottando le ciglia.

--Non turbarti, non guardarmi in quel modo--esclam Fortunata.--Mezz'ora
fa eri cos gaio, cos sorridente con Margherita.... Io sentivo svanir
la gran soggezione che ho di te....

--Soggezione! Soggezione!--brontol Gasparo.--Perch devi averne?

--Ho torto, lo so.... Sei tanto buono.... Fosti sempre tanto buono....
Ma che vuoi? Sono una femminetta senza spirito.... Basta un nulla a
confondermi.

--Via--soggiunse Gasparo raddolcendo la voce.--Di che cosa vuoi
parlarmi?

--Di... di Leonardo--disse Fortunata tutta tremante.

--Me l'aspettavo.... Ebbene?... Non hai dovuto riconoscer tu stessa che
t'era impossibile viver con lui?.... E quand'egli ha stancato una
pazienza come la tua!...

--No, Gasparo... forse non ne ebbi abbastanza... o almeno... non ebbi
tatto... non so far niente io... che disgrazia! che disgrazia!

--Povera vittima!--esclam l'ufficiale un po' irritato, un po'
commosso.--Dovresti anche prendertela con te stessa! Quel miserabile che
t'ha sedotta non per amore, ma per capriccio, che t'ha sposata non sotto
l'impulso del dovere, ma sotto quello della paura, quel miserabile che
non ha cuore n per sua moglie, n per sua figlia, che s' mangiato
tutto il suo, che  precipitato ruzzoloni di vizio in vizio, d'ignominia
in ignominia, quel miserabile merita proprio che tu t'accusi per lui!

-- vero... egli ha le sue colpe... ha molte colpe... non lo difendo,
no... ma  anche molto da compiangere... e se io potessi....

--Sicuro, se tu potessi dargli dell'altro danaro da scialar come prima
fra le ballerine e le femmine da partito, tu saresti contenta come una
Pasqua?

--Gasparo, non  questo.... Io vorrei aiutarlo a togliersi da quell'ozio
che  la sua rovina... vorrei aiutarlo a trovarsi una occupazione....

--Un'occupazione? Lui? Lo credi uomo da occuparsi d'altro che... di
quello di cui s' occupato finora?

--Forse s.... Mi pare che ne senta anch'egli la necessit....

--Che ne sai tu?

--Lo vedo talvolta... oh, avrei forse dovuto piantarlo affatto, solo,
infelice com'?... Lo vedo, l'ho visto ieri... era tranquillo,
ragionevole.... Che vuoi ch'io faccia? mi disse. E soggiunse... ma non
arrabbiarti... stammi a sentire con calma.

--Continua, in nome di Dio.... Son calmo, mi pare.

--Soggiunse: Adesso c' qui tuo fratello che ha un posto importante,
che  pieno di aderenze....

Gasparo non la lasci finire.

--E avrei da servirmene per dare un impiego a lui, a lui che non  atto
a far nulla, che non merita nulla?... Tronchiamo questo discorso.... O
piuttosto--egli ripigli--ma come non ci ha pensato lui subito?...
piuttosto digli che c' un modo per levarsi dall'abbiezione, un modo
facile, sicuro, che pu restituirgli la stima dei galantuomini....

--Quale? Quale?

--Tu pure me lo domandi?... Si ricordi dei suoi avi che affrontarono
cento volte la morte per la patria; brandisca un fucile, vada, corra
dove si combatte contro gli Austriaci;... un giorno solo, un'ora, un
minuto di eroismo pu sanar molte colpe.... Non rispondi?

--Andar soldato!--mormorava Fortunata, tenendo gli occhi bassi,--Ma egli
non  robusto, non  avvezzo alle fatiche... e pur troppo in questi
ultimi tempi....

--I vizi l'hanno indebolito di pi.... Me lo immagino.... Non
importa.... Ne son partiti degli altri, viziosi, scioperati al pari di
lui; hanno capito, hanno sentito che quest'era l'unica via di
salute....

--Ma egli, ne son sicura, non resisterebbe alla prova.

--E se fosse?--proruppe Gasparo con impeto.--Non c' dubbio; andando
alla guerra egli pu soccombere alle fatiche, pu morire, beato lui! con
una palla in fronte; ma qui, non muore a oncia a oncia? E tu
preferiresti di vederlo finire sulle panche d'un'osteria, forse nel
canto d'una strada?

--Gasparo, Gasparo, che pronostici fai!--esclam Fortunata atterrita
coprendosi il viso con le mani.

--Io non pronostico nulla d'inverosimile--egli le rispose. E vedendo che
le sue parole l'avevano scossa se non persuasa, continu:--Invece chi
sa? Nei sani travagli del campo egli pu trovare una vigora ignota, e
sfuggendo ai pericoli pu tornar rifatto di corpo e di spirito.... E
allora, siane certa, egli benedirebbe chi gli avesse dato il consiglio
di prender l'armi.

Che Gasparo credesse proprio al miracolo, questo non oseremmo
affermarlo; tuttavia egli parlava con l'accento d'uomo convinto; e forse
era convinto realmente che se v'era per Leonardo un mezzo di redenzione
possibile, era quello da lui indicato.

Fortunata era in una strana perplessit. Col suo carattere timido, col
suo sgomento della guerra, ella non sapeva neanche figurarsi di dover
dare lei stessa al marito un suggerimento di quella specie; anzi non
sapeva figurarsi che quel suggerimento non le destasse addirittura una
ripugnanza invincibile. Eppure una voce interna le ripeteva che Gasparo
aveva ragione e la sua mente si fermava volentieri su quella frase:
_egli pu tornar rifatto di corpo e di spirito_.... Se fosse vero?

--Gasparo--ella cominci peritosa--se gli parlassi tu?

--Io?... No... non voglio vederlo... adesso.... Quando si sar deciso a
compiere il suo dovere di cittadino, allora, allora soltanto venga da
me.... Io l'accoglier dimenticando il passato, io far tutto quello che
sar in mio potere per ispianargli la via.... Ma eh' egli non mi capiti
dinanzi se non  ben risoluto.... Hai inteso?

Visto che suo fratello era irremovibile, Fortunata mise un sospiro e
disse:

--Gli parler io, prover.

E il colloquio fu terminato cos.




XXIII.


 un fatto che Leonardo Bollati, un giorno in cui egli era d'umor pi
trattabile, aveva detto alla moglie che, in fin dei conti, se gli
offrissero un buon impiego, egli avrebbe forse la degnazione di
accettarlo. Una simile idea pu parere strana in un uomo di quella
tempra e di quella vita, ma la si spiega benissimo ove si consideri che
il 22 marzo aveva portato uno sconvolgimento profondo nelle abitudini
dei Veneziani. In condizioni ordinarie non c' popolazione pi metodica
di questa; la gente si reca ogni giorno alla stessa ora agli stessi
ritrovi; alla distanza di dieci anni voi vedete dietro le vetriate dei
soliti caff i soliti visi con qualche ruga e qualche capello bianco di
pi; quelli che mancano, mettete il vostro cuore in pace, molto
probabilmente son morti. Entrate, e sentirete, non dico gl'identici
discorsi, ma l'identico modo di discorrere, di sparlare del prossimo,
di spropositar di politica, di gridar la croce addosso agli
amministratori del Comune. Ci che vale pei caff, vale pei teatri, per
le conversazioni, per le osterie, per le passeggiate: ci che vale per
un ceto di persone vale per tutti. Gli amici si vedono, si lasciano, si
rivedono tre o quattro volte nel corso di ventiquattr'ore. Che amici! si
dir. Adagio un poco. Certo di amici veri ce ne sono anche qui, ma chi
si lasciasse illudere dalle apparenze dell'intrinsichezza andrebbe
incontro a terribili disinganni. L'amicizia, a Venezia,  pi che altro
una malattia cutanea; prende le forme d'un'eruzione di cordialit; i
visceri ne sono illesi. Tizio, Caio, Marco, Sempronio passano insieme
mezza giornata, supponiamo, al Florian, si danno del _tu_, scherzano
insieme, fanno il tresette, sembrano quattro corpi e un'anima. Una
mattina Sempronio non si lascia vedere. Tizio, Caio, Marco sono
inquieti, ma si consolano dicendo:

--Verr alle cinque.

Alle cinque Sempronio non compare.

--Oh bella!--esclamano gl'indivisibili.--Dove s' cacciato oggi colui?

--Non importa. Stasera per la partita non manca sicuramente.

Viene la sera e di Sempronio nessuna nuova.

--Diavolo! Questa poi  grossa.... Bisogna dire che sia malato. Chi fa
il quarto invece di lui?

Il quarto si trova facilmente, e si comincia a giocare.

Sul pi bello capita qualcheduno con aria contrita.

--Lo sapete? Sempronio  morto!

--Diavolo, diavolo!--dice Tizio.--Come mai? Se ieri era sano come un
pesce?

--Ma! L'apoplessia lo ha colto questa mattina e alle tre era spirato.

--Corpo di bacco!... Mi dispiace assai,--soggiunge Caio.

Anche Marco manda un sospiro al perduto amico:

--Povero Sempronio!  proprio una disgrazia.... Accuso tre assi senza
denari.... E dove stava di casa?

Ebbene, si capisce senza difficolt come ogni fatto pubblico il quale
alteri l'andamento normale della vita cittadina debba sciogliere queste
relazioni cos superficiali quantunque cos espansive. Figuriamoci poi
un fatto dell'importanza della rivoluzione del 1848. Chi fu sbalestrato
di qua, chi di l: fu come se un cataclisma gettasse tutti gli astri
fuori della loro orbita. Non c' dubbio che dal nuovo caos uscirebbe una
nuova armonia e i corpi celesti prenderebbero un altro cammino regolare;
 probabile per che qualche astricino pi tardo a disciplinarsi
andrebbe alquanto vagando alla ventura per cascar poi a guisa di bolide
Dio sa in che luogo. Nel 1848 gli uomini ch'entrarono nel movimento
politico, che si posero sul serio al servizio del paese trovarono presto
un nuovo equilibrio: quelli, che, senza curarsi dei tempi mutati,
vollero continuar le abitudini frivole di prima, si aggirarono come
fantasimi smarriti in un mondo che non li intendeva e ch'essi non
intendevano pi.

Eccoci dunque, per una strada un poco lunga, tornati al nostro Leonardo.
La sua compagnia di farabutti e viziosi s'era, dopo il 22 marzo,
dispersa; alcuni, cosa strana a dirsi, erano partiti pel campo, altri
s'erano rintanati brontolando. Nella bettola ov'egli consumava met
della notte e ove l'ostiere fino al 22 marzo serbava a lui e alla sua
brigata una tavola a parte, ora gli toccava sedere in mezzo a
sconosciuti che parlavano della guerra, di Manin, di Carlo Alberto, di
Pio IX, urlando come ossessi e minacciando talvolta, nel calore della
discussione, di rompersi i bicchieri in faccia.  vero che per lo pi le
dispute ci calmavano, le voci irose si raddolcivano e si fondevano in un
inno patriottico. Ma Leonardo Bollati non ci si divertiva punto; l
solo, dimenticato in un angolo, egli non ci trovava pi gusto nemmeno a
ubbriacarsi. E anche le donne gli parevano cambiate, perfino quelle che,
ordinariamente, non hanno opinioni e non si curano delle opinioni
altrui. Nossignori, adesso anche loro avevano l'aria di guardarlo d'alto
in basso, di rimproverargli la sua inerzia; lasciando stare poi le
preferenze ch'esse accordavano ai militari, agli elmi, ai grandi
mantelli bianchi, ai pennacchi e ai lustrini....

Sotto l'influenza di quest'uggia che gli si era cacciata nell'ossa,
Leonardo Bollati tenne alla moglie il discorso ch'ella aveva timidamente
riferito al fratello. Leonardo vedeva della gentuccia salita ai primi
onori; possibile che non ci avesse a essere un buon posto per lui che
aveva un nome inscritto nel Libro d'oro della Repubblica di San Marco?
Anche dei giovani patrizi, di nobilt meno antica della sua, erano
entrati negli uffici pubblici, dispensavano grazie e protezioni; ed egli
riteneva d'aver il diritto d'esser messo al livello di costoro. In
quanto al genere dell'impiego, Leonardo non aveva precisato nulla; gli
bastava un impiego decoroso. E non aveva escluso a priori neppur gli
impieghi militari; poich egli non amava la guerra, ma ci avrebbe
pensato su prima di rifiutare una carica di generale o di colonnello con
residenza a Venezia.

Il lettore si sar accorto che fra le idee di Sua Eccellenza Leonardo
Bollati e quelle del cognato Gasparo Rialdi c'era un dissidio bastevole
a mettere a repentaglio il buon successo delle negoziazioni aperte da
Fortunata. E infatti quelle negoziazioni fallirono. La proposta di andar
a rischiar la pelle come soldato semplice parve a Leonardo un'ingiuria
atroce e si sfog con la moglie a dir corna di Gasparo e di tutti i
Rialdi, ch'eran vissuti di carit alla sua tavola e che adesso eran
montati in superbia perch avevano il vento in poppa. Sciocco lui a
fidar sul loro aiuto; doveva pur ricordarsene che i Rialdi erano stati
una delle piaghe della sua famiglia! Non voleva veder pi nessuno di
quella brutta gente, neppur lei che gi valeva quanto gli altri e non
sapeva far di meglio che venirgli a piagnucolare davanti. Ell'aveva
fatto benone a tornar presso i suoi genitori; ci stesse e non lo
importunasse con le sue visite.

Leonardo non pens pi ad avere un impiego; bens, riordinandosi allora
la guardia civica, egli prese l'eroica risoluzione d'iscrivervisi, e,
perch il nome della sua casa non aveva ancora perduto ogni autorit nel
circondario, riusc a farsi elegger tenente della sua compagnia.
Veramente egli aspirava al grado di capitano, ma questo fu conferito ad
un pizzicagnolo ch'era stato militare sotto l'Austria. Per un altro uomo
che fosse stato soltanto disoccupato ed inerte, quella nomina avrebbe
potuto considerarsi una fortuna, ch, o poco o molto, c'era anche nella
guardia civica qualche cosa da fare e qualche pericolo da correre. Per
Leonardo Bollati fu una nuova disgrazia. Voleva svergognar i superiori,
confonder gli uguali, accattivarsi l'animo dei militi, e per ottener
quest'intento gli occorreva scialar da gran signore e pagar da bere alla
compagnia, n potendogli bastare all'uopo il suo magro assegno
aggiungeva debiti a debiti. Come poi un oberato trovasse dei gonzi che
gli prestavan danaro, quest' uno dei tanti misteri dinanzi a cui
gl'ingenui devono chinar la fronte in silenzio. Un povero galantuomo che
una volta in vent'anni chieda al sarto un mese di respiro per saldargli
il conto, sentir rispondersi con mali modi; un fallito che abbia
mangiato un milione del proprio e due milioni di quello degli altri
potr ancora imbattersi in uno strozzino di buona volont che gli dia
qualche migliaio di lire.

Insomma Leonardo, alquanto rimpannucciato in quella sua divisa di
tenente, torn ad aver quattro soldi in tasca, ci che gli permetteva,
quand'era di servizio, di far portare in corpo di guardia dei boccali di
vino e dei polli arrosto che rinfocolavano il patriottismo dei
sott'ufficiali e dei gregari.

Di giorno il quartier generale del nostro tenente era l'osteria _Alla
Venezia risorta, condotta da Oreste Meolo_, gran ritrovo dei politicanti
di Cannaregio. L si sapevano tutte le novit, si dibattevano tutte le
opinioni, si giudicavano tutti gli uomini, e le dispute si facevano
tanto pi calde e romorose quanto pi gli affari accennavano a
intorbidarsi; n ci voleva meno che la calma olimpica e l'imperturbabile
ottimismo del signor Oreste per quetar gli spiriti degli avventori.

In mezzo alle loro grida, alle accuse di tradimento ch'essi scagliavano
oggi al Papa, domani a Carlo Alberto, o al Borbone, o al Durando che non
correva in aiuto dei volontari, il signor Oreste con la sua faccia
serena, con la sua voce melliflua sorgeva a dire:

--Mi lasciano esporre il mio debole parere?

E il suo debole parere era questo. Le cose non si dovevano guardar nei
loro particolari, ma nell'insieme. E dall'insieme risultava chiaro come
il sole che si camminava a gran passi verso una compiuta vittoria. Se lo
lasciavano dire, ne darebbe la prova.

--S, s,--interrompeva qualcheduno,--bel principio. Intanto gli
Austriaci vengono avanti.

--Meglio,--diceva il signor Oreste,--cos si piglieranno tutti in una
volta.

--Uhm! E Durando che non si muove mai?

--E il Papa che volta casacca?

--E Carlo Alberto che sta a guardare i Tedeschi sul Mincio?

--E Ferdinando che richiama i suoi soldati?

--Fidarsi dei Re!... Tutti traditori, tutti bricconi.

--La ghigliottina ci vuole, ecco il rimedio.

--Sangue, sangue....

Pare impossibile la quantit di sangue che domandano agli altri quelli
che non sono disposti a spargerne una goccia del proprio!

Il signor Oreste non aveva ancora potuto svolgere il suo concetto, ma,
presto o tardi, trovava il modo di farsi sentire.

--M'inganner, ma per me queste ritirate, questi voltafaccia non sono
che finte, tranelli per adescare il nemico. Perch, signori, se l'Italia
non dovesse pensare che a s direi anch'io: S' sbagliata strada.
Bisognava gettarsi subito sui pochi Austriaci ch'erano rimasti nel
Lombardo-Veneto e impedire che ne venissero gi dei nuovi dall'Alpi e
dall'Isonzo. Ma l'Italia, signori, ha degli obblighi, dei grandi
obblighi. Si tratta di distruggere l'Austria, si tratta. Ora mettiamo
che i Piemontesi, i Papalini, i Napoletani, fossero tutti marciati
subito verso la frontiera,  evidente che quelli di Vienna non avrebbero
avuto coraggio di spedir altre truppe in Italia. Noi avremmo fatto
prigioniero Radetzky e i suoi reggimenti, ma il grosso dell'esercito
sarebbe rimasto sano e salvo a casa propria. Invece, lasciando sguarniti
i confini, vengono ad uno ad uno a cader nell'agguato, Nugent, Welden,
d'Aspre e tanti nomacci simili che il diavolo se li porti. E un bel
giorno, quando tutte le forze austriache si son calate quaggi, i
Piemontesi da una parte, i Romagnoli e i volontari dall'altra, te li
prendono in mezzo e fanno una frittata. Non ce ne deve tornare di l dai
monti uno solo. Questo  il mio debole parere. Che ne dice il nostro
tenente?

Il _nostro_ tenente, ch'era il N. H. Leonardo Bollati, arricciava il
naso a sentirsi trattar con questa confidenza dal suo antico cuoco, ma
eran tempi democratici e conveniva adattarvisi. Del resto il _nostro_
tenente non aveva opinioni ben determinate circa all'andamento probabile
della guerra, ed era disposto ad accettar le opinioni del signor Oreste.

Qualcheduno domander se la clientela della _Venezia risorta_ fosse
composta d'idioti o di sonnambuli a cui si potesse spacciar queste
fanfaluche; il fatto si  che _il debole parere_ del signor Oreste era
nel 1848 anche quello di persone intelligenti, le quali, nel loro santo
entusiasmo per la causa dell'indipendenza, avevano finito collo smarrire
ogni lume di critica. Ci non vuol dire che tutti gli avventori
s'acquetassero allo sentenze spropositate dell'oste, ma i pi gli
porgevano ascolto benevolo, ed egli, con la sua tattica, mostrava
d'intuire due grandi verit: che gli uomini credono sempre volentieri a
quello che desiderano, e che a conciliarsene l'animo non c' mezzo pi
efficace che accarezzar le loro illusioni.

In quanto a lui, dell'indipendenza non gliene importava n punto n
poco; solo vedeva con piacere per le vicende della guerra la guarnigione
crescer ogni giorno, e molti dal di fuori rifugiarsi a Venezia. E per
mettersi, come si dice, a livello delle circostanze, il signor Oreste
ingrandiva la sua trattoria, si provvedeva di vini napoletani che
richiamassero alla _Venezia risorta_ i prodi seguaci di Guglielmo Pepe,
migliorava il servizio, e dava impiego a due nostre vecchie conoscenze,
esuli dalla provincia, la bella caffettiera d'Oriago e il relativo
marito. S, la Rosetta e Menico, all'avvicinarsi degli Austriaci avevano
stimato opportuno di chiudere il caff e di fuggir gli invasori.
Veramente Menico, sulle prime, non capiva perch i Tedeschi, tornando,
dovessero prendersela direttamente con lui; ma sua moglie, la quale
correva dietro a un sott'ufficiale della legione romana, tanto disse e
fece per provare al consorte ch'egli s'era compromesso in un modo tale
da rischiar la vita ove fosse rimasto, che egli fin col persuadersi di
essere un gran patriotta minacciato del patibolo e accondiscese a
emigrare, come facevano altri che, a sentir la Rosetta, erano assai meno
compromessi di lui. Giunto fra le lagune con pochi quattrini, egli si
sarebbe mangiati ben presto anche quelli aprendo un'osteria, se l'ottimo
signor Oreste non ne lo avesse sconsigliato e non avesse offerto a lui e
alla consorte un posto sicuro e onorevole presso la sua _Venezia
risorta_. Dopo qualche titubanza i coniugi si acconciarono alla
necessit, e le grazie della Rosetta contribuirono ad aumentar
notevolmente la clientela del signor Oreste.

Il sott'ufficiale della legione romana trovava che gli ammiratori della
vispa cantiniera eran troppi e non seppe tacergliene il suo rammarico.
Essa per gli fece intender ragione, dicendogli che non voleva e non
aveva mai voluto gelosie, che d'altra parte ell'era di carattere allegro
e le piaceva far buona cera a tutti, tanto pi che ci le era imposto
dai doveri della sua carica. Il sott'ufficiale si rassegn a chiudere un
occhio; Menico poi da un pezzo li aveva chiusi tutti e due.

La Rosetta non manc di fare i suoi convenevoli a Sua Eccellenza il N.
H. Leonardo Bollati; e Leonardo avrebbe voluto riappiccar con lei la
vecchia amicizia. Ma il conte non aveva pi nessuna attrattiva fisica,
e, diciamo la brutta parola, nessuna attrattiva economica. Da quando la
Rosetta non lo vedeva, ed erano quasi tre anni, egli era scaduto
immensamente d'aspetto e ci voleva poco ad accorgersi ch'egli stava
malissimo di finanze. Infatti gli riusciva ogni giorno pi difficile di
scovar nuovi sovventori, e i vecchi insistevano per esser pagati e
minacciavano di sequestrargli l'assegno accordatogli dal Tribunale. In
questa condizione di cose, il meglio per lui era di mostrarsi meno che
fosse possibile, tanto pi che, indebitato com'era, non avrebbe potuto
conservare a lungo il suo grado nella guardia civica. Con la scusa della
salute egli diede le sue dimissioni e scomparve anche dalla _Venezia
risorta_.




XXIV.


Noi non facciamo la storia dell'assedio, e non siamo quindi tenuti a
seguir passo a passo gli avvenimenti, n a discorrer dei casi della
guerra, n della fusione col Piemonte votata nel luglio 1848
dall'Assemblea, n del moto popolare succeduto l'11 agosto alla nuova
dell'armistizio Salasco; diremo soltanto che coll'incalzar del pericolo
crebbe l'animo e la saviezza dei Veneziani. Alla richiesta di maggiori
sacrifizi rispose pi spontanea l'abnegazione di tutti, alla necessit
di prepararsi a resistere rispose un'energia maggiore nell'organizzar la
difesa. Si provvide all'armamento dei forti, si mobilizz una parte
della guardia civica, si formarono nuove legioni di combattenti, quella
tra l'altre che in omaggio ai martiri di Cosenza s'intitol di Bandiera
e Moro.

Fosse il fascino d'un nome che gli ricordava gli amici della sua prima
giovinezza, fosse la persuasione di non poter far nulla d'efficace
nella marina, Gasparo Rialdi chiese ed ottenne di entrar col grado di
capitano in questo corpo che raccoglieva il fiore della cittadinanza
veneziana. Fu codesta un'amara delusione per la contessa Zanze, la quale
s'era fitta in capo che suo figlio avesse a diventare ammiraglio e non
sapeva rassegnarsi a vederlo senza il suo cappello a due punte e le sue
belle spalline d'oro. Ai suoi occhi il cambiamento era poco meno di una
degradazione, ed essa se la pigliava a vicenda col Governo che non aveva
apprezzato abbastanza un ufficiale di quel merito, e con Gasparo stesso
ch'era un grand'uomo, ma non sapeva farsi valere. Per queste cose ella
non le poteva dire che nel segreto dell'amicizia, alla contessa
Ficcanaso, per esempio, quella sua tenera amica che conosciamo, giacch
Gasparo aveva certe massime tutto sue, e guai s'egli avesse sentito che
sua madre si lagnava del modo in cui egli era trattato.

In quanto a lui, non desiderava che di poter finalmente combattere, e
l'ebbrezza delle prossime lotte lo rendeva dimentico d'ogni altra cosa,
perfino del significato doloroso che aveva per la causa italiana
quell'avvicinarsi degli Austriaci a Venezia.  vero pur troppo che anche
l'eroismo, anche la volutt del martirio rende talvolta egoisti.

Il lettore conosce abbastanza il carattere del conte Luca da poter
credere senza fatica che egli s'apparecchiava agli avvenimenti con
disposizioni d'animo affatto opposte a quelle del figlio. Pover'uomo!
Dalla met d'aprile a tutto maggio s'era sforzato di persuadersi della
fine del dominio austriaco in Italia, e aveva fatto (almeno cos pareva
a lui) delle dimostrazioni pubbliche atte a ingraziarlo coi liberali, ma
dopo i disastri del luglio e dell'agosto la sua vecchia idea che i
tedeschi sarebbero tornati aveva ripreso l'antico predominio e non gli
lasciava pace. Il peggio si era che gli toccava divorar in silenzio le
sue inquietudini. A lunghi intervalli, quando non ne poteva pi e il
soffiare gli era uno sfogo insufficiente, vuotava il sacco con
Fortunata.

--Matti, matti, matti da legare!--egli diceva (per tanto piano che
Fortunata doveva aguzzar l'orecchio per sentirlo).--A un bel punto ci
hanno ridotti!... Ecco ci che ha saputo fare il loro Carlo Alberto, ci
che han fatto i volontari, e i papalini, e i napoletani.... E adesso
tutta la tempesta viene addosso a noi; stiamo freschi.... Mi ricordo del
blocco del 1813, che delizia!... Questi furibondi che ci governano non
se ne rammentano mica, son giovani, loro, se no, non farebbero tanto i
gradassi.... Eh, perch l'esperienza servisse a qualcosa, bisognerebbe
che al mondo non ci fossero altro che i vecchi.... E il blocco di questa
volta sar anche pi rigoroso, si pu scommettere.... Avremo la
carestia, la miseria, e chi sa che altri malanni.... Con che sugo
poi?... Per calar le brache, con rispetto parlando, per istar peggio di
prima.... Figuriamoci quanti impiegati destituiti!... Si terr conto
delle apparenze, delle parentele.... so quel che mi dico. E voglia il
cielo che i nostri padroni d'adesso, a forza di arroganza, non spingano
i Tedeschi agli estremi... Che se c' l'assalto, siam fritti. Tutti gli
abitanti saranno passati a fil di spada e di Venezia non rimarr pietra
su pietra... Mi spiego?... Chi ?

Con questo grido angoscioso--_chi ?_--il conte Luca soleva troncare o
interrompere le sue querimonie, ch bastava il sospetto della presenza
di qualcheduno per suggellargli la bocca. E non solo non avrebbe parlato
dinanzi a sua moglie che era una pettegola o a suo figlio con cui non
aveva mai avuto confidenza, ma gli dava ombra perfino la piccola
Margherita. I bambini, si sa, nella loro pericolosa innocenza, son
capacissimi di riferir tutti i discorsi che sentono. E il conte Luca
faceva giurare a Fortunata che non si sarebbe lasciata sfuggire con
nessuno una parola di ci ch'egli le diceva. Ella ubbidiva, e la sua
mente inclinata a tristi pensieri prestava facil credenza alle terribili
profezie paterne e gi precorreva le stragi, gl'incendi, la rovina
ultima di Venezia.

Intanto l'anno 1848 finiva, per la causa liberale, in Italia e fuori
d'Italia, in modo ben diverso da quello in cui era cominciato. La
discordia aveva pazzamente agitato la sua face nel campo di coloro che
parevano scesi a combattere sotto la stessa bandiera. Da una parte
gl'indugi fatali, i tentennamenti colpevoli, le aperte fellonie;
dall'altra gli eccessi del linguaggio e le violenze degli atti.

Nondimeno nei primi mesi del 1849 una lieta notizia riconfort i
patriotti della nostra penisola; il Piemonte riprendeva le armi. Ma la
gioia dur poco, e la tragica giornata di Novara ripiomb l'Italia nel
lutto. Gli Austriaci, sicuri alle spalle, potevano ormai converger le
loro forze contro i ribelli. Il 26 marzo, tre giorni dopo la disfatta
dell'esercito di Carlo Alberto, il feroce Haynau, nome esecrato dalle
madri lombarde e magiare, dal suo quartier generale di Padova, intimava
la resa a Venezia. E il 2 aprile, Venezia, col voto unanime dei suoi
rappresentanti raccolti nello storico palazzo dei Dogi, decretava la
resistenza a ogni costo. Santo e nobile voto che riscattava lunghi anni
d'ignavia, ed evocava in quelle aule famose lo spirito della grande
Repubblica.

Colpita al cuore dalla tremenda delusione ch'era successa a tanto
rifiorir di speranze, la popolazione si riebbe all'annunzio del fiero
decreto. Era un'ebbrezza simile a quella del marzo 1848, ma meno
teatrale, ma pi virile, pi degna d'uomini preparati a morire. Simbolo
della lotta ad oltranza, non emblema di funeste divisioni sociali, il
nastro rosso comparve alla bottoniera degli abiti, la bandiera rossa
sventol sui tetti dei palazzi, sulle cupole delle chiese, sulle punte
dei campanili.

E il rimbombo del cannone, dal maggio in poi, divenne la musica
pressocch quotidiana dei Veneziani. Chi, in un giorno di battaglia, ud
di lontano quel suono cupo e profondo sa che angoscia esso metta negli
animi, che pallore sparga sui volti, e come sospenda, per cos dire, in
quella crudele trepidazione di tutti, il corso della vita ordinaria. Ma
chi, per settimane, per mesi, l'ud da una citt assediata sa pure che
l'orecchio vi si abitua quasi come a un suono domestico, e che il primo
sbigottimento si cambia a poco a poco in un'apatia rassegnata e persino
in una spensieratezza gioviale.

Cos a Venezia. Il cannone tuonava intorno a Malghera, e tuttavia il
popolo conservava il suo umore gaio e il suo spirito caustico; si
sarebbe detto talvolta che c'era nella citt un'attrattiva di pi; onde
gli uni si recavano in brigatelle alla punta estrema di Cannaregio a
veder i globi di fumo che s'alzavano dalle lunette dei forti, gli altri,
dalle specule e dagli abbaini, spingevano col canocchiale lo sguardo
fino alle batterie austriache di Campalto e di Mestre.

E quando Malghera, ridotta un mucchio di rovine, fu abbandonata in
silenzio nella notte dal 26 al 27 maggio, e la eroica guarnigione,
decimata ma non vinta, non doma, fatti saltar i primi archi del ponte,
si trincier fieramente sul piazzale opponendo al nemico una seconda
linea di difesa non meno formidabile dell'altra, lo strepito pi vicino
dell'artiglieria, la coscienza del crescente pericolo non valse ancora
ad accasciar l'animo dei Veneziani.

Si sperava a dispetto di tutto: si sperava nella propria costanza, nei
soccorsi del di fuori, negli aiuti del cielo; nessuno parlava, nessuno
voleva sentir parlare d'arrendersi. Di tratto in tratto la gente
s'accalcava in piazza domandando ad alte grida Manin. E Manin, dal
balcone delle Procuratie, rivolgeva agli adunati brevi parole, non
mendaci, non lusinghiere, ma ferme e virili quali i forti rivolgono ai
forti. La folla si disperdeva applaudendo e pi che mai risoluta a
resistere.

Resistere fino all'ultima cartuccia e fino all'ultimo uomo, dicevano
anch'essi i difensori del ponte, imperterriti sotto una pioggia di
fuoco. Che importava morire? Quei prodi sentivano che sui pochi metri
quadrati dell'angusto piazzale si gettava il seme del futuro. E quel
seme era sangue, il pi nobile sangue d'Italia confuso insieme in
quattro zolle di terra. Con un grido sul labbro, con un affetto nel
cuore eran venuti dalle sponde del Jonio e dalle falde dell'Alpi, dalle
pianure lombarde e dai clivi toscani, dal golfo incantato di Napoli e
dai feraci campi delle Puglie, dalla Romagna indomita e dalla Liguria
operosa; eran venuti a dividere i travagli e la gloria dei figli delle
lagune; ignoti fino a ieri gli uni agli altri, oggi pi che fratelli. E
cadevano come spighe mietute stringendosi in un ultimo amplesso,
mormorando coi vari accenti d'una stessa favella il dolce nome della
patria comune. Onore a voi, valorosi, sia che vi ricordi la storia, sia
che, martiri oscuri, vi copra l'oblio! E onore anche a voi, pochi ma
eletti, svizzeri, slavi, magiari, che, non nati sotto il cielo d'Italia,
pur ci veniste a morire, suggellando col sacrifizio delle vostre giovani
vite l'alleanza fra quanti credono nella giustizia e nella libert!

Ma non lasciamo sbizzarrir troppo la penna. Tra i pi intrepidi
combattenti di Malghera e del Ponte c'era Gasparo Rialdi. Primo al
pericolo, ultimo a chiedere o ad accettare il riposo, a vicenda capitano
e soldato, egli comandava ed eseguiva, ora intento a puntare i cannoni,
ora a rinforzare i terrapieni, ora ad assistere i feriti. I suoi
compagni d'armi lo dicevano invulnerabile. Infatti le palle gli
grandinavano intorno senza toccarlo. Una volta un piccolo deposito di
polvere scoppi a pochi passi da lui con un orrendo fragore; dieci
uomini stramazzarono al suolo per non pi rialzarsi, altri due,
rovesciati dall'urto, sorsero subito in piedi tra il fumo e la polvere,
pesti, contusi, ma atti a riprendere il loro posto. Uno dei due era
Gasparo.

Ogni settimana egli consacrava alla famiglia una mezza giornata o una
notte, ed  facile immaginarsi con che lagrime egli fosse accolto dal
conte Luca e dalla contessa Zanze. Ch se il conte era pusillanime come
un coniglio e la contessa leggera come una farfalla, questo non voleva
dire che non amassero il loro figliuolo. Negli affetti veri, nei veri
dolori tutti gli uomini si rassomigliano.

Fortunata, il cui spirito debole era stato soprappreso da un nuovo
accesso di fervore religioso, vedeva nella salvezza del fratello un
effetto delle sue preghiere alla Madonna, e glielo diceva, e lo
scongiurava di non sorridere, di non provocar l'ira del cielo con la sua
incredulit.

La sola Margherita, in un'et che non capisce i pericoli, riceveva lo
zio Gasparo col sorriso ilare e confidente d'un tempo. Tanto pi che
egli non si presentava mai alla nipotina senza un regaluccio, ed era
curioso vedere quell'uomo grande e grosso, un momento prima in mezzo
alle granate e alle bombe, era curioso, dico, vederlo entrar in un
negozio di balocchi a prendervi dei soldatini di piombo, o delle
minuscole posate di stagno o altre bagatelle simili.

La bimba, quando lo sentiva venire, gli correva incontro con le braccia
aperte chiamandolo a nome, ed egli la sollevava per di sotto le ascelle,
su, su, fino ad avvicinar la faccia bianca di lei al suo viso
abbronzito; poi se la metteva sulla spalla e la conduceva in giro per la
stanza.

Dai forti il cannone tuonava e faceva tremar i vetri.

--Vergine santissima!--esclamavano Fortunata e la madre. Il conte Luca
si turava gli orecchi con le dita; Gasparo corrugava la fronte come se
lo prendesse un rimorso di non esser sul luogo della pugna; Margherita
imitava ridendo il suono delle cannonate: _bum, bum_. Poi si metteva a
canticchiare una delle canzonette patriottiche di quei tempi:

    Fuoco sopra fuoco
      S'ha da vincere o morir,
      ecc. ecc.

Oppure

    E col verde, bianco e rosso
      La bandiera s'innalz,
      ecc. ecc.

O quella scioccheria in dialetto

    Tre colori, tre colori,
      I Tedeschi g i dolori,
      ecc. ecc.

Di l a poco per, sporgendo avanti la testa come chi da una finestra
del secondo piano vuole attaccar conversazione con gl'inquilini del
primo, ella arrischiava una domanda:

--Zio Gasparo, cosa m'hai portato?

--Niente--rispondeva serio serio l'ufficiale.

Ed ella, con un suo vezzo inimitabile:

--S che m'hai portato qualcosa.

Allora egli la faceva discendere dal punto elevato in cui l'aveva posta,
si metteva a sedere con lei e le diceva:

--Cerca.

Margherita cercava di qua, cercava di l e finiva col tirar fuori da una
tasca della tunica o dei calzoni gli oggetti che lo zio le aveva
destinati e che le strappavano un grido d'ammirazione.

--Guarda, mamma, guarda.... Oh bello, bello!

Fortunata ringraziava il fratello con gli occhi che le si velavano di
lagrime. Ah se Leonardo avesse voluto alla sua figliuola la met del
bene che Gasparo voleva alla nipote!

In verit Gasparo Rialdi era meravigliato lui stesso della parte che
questa bimba prendeva nei suoi pensieri. Severo, ruvido qualche volta,
alieno sempre dalle soverchie espansioni, egli era pienamente convinto
d'essere un orso, come gli aveva detto una donna gentile che non era
riuscita ad ammansarlo. Ma ci che non avevan potuto le donne lo poteva
ora una fanciulletta di men che quattro anni; l'orso era ammansato.

Un giorno, verso la fine di luglio, quando le previsioni dell'avvenire
eran pi fosche che mai, e il nemico stringeva intorno alla citt
assediata il suo cerchio di ferro e di fuoco, e scarseggiavano i viveri,
e il lugubre spettro del colra appariva sull'orizzonte, Gasparo, venuto
a casa per poche ore, fece alla sorella una inattesa proposta.

--Fortunata.--egli le disse, e il suo aspetto era pi grave e la sua
voce pi commossa dell'usato--nessuno osa confessarlo, ma tutti lo
sentono. Venezia non potr resistere a lungo.... Fra due mesi, fra un
mese forse, ci mancheranno i soldati, le munizioni, il pane... bisogner
cedere come ha ceduto Roma.... Se in questo mese, se in questi due mesi
la mia buona stella non mi manda una palla di cannone, e sa Iddio se la
cerco....

--Oh Gasparo, Gasparo, che parole son queste?

--Beati quelli che son morti--egli riprese in tuono solenne;--beati
quelli che morranno prima che il giallo e nero abborrito torni a
sventolar sugli stendardi del nostro San Marco!... Ma io non sar fra
questi felici... pare un destino.... Ebbene, se io sopravvivo, credi tu
che io possa rimaner qui? Io, antico ufficiale austriaco, io, disertore?

--No, no...  necessario che tu fugga... subito....

--Non oggi, o Fortunata, non prima che Venezia sia caduta.... Allora
prender la via dell'esilio.

--Dove andrai?

--Non lo so;... forse a Londra, ove un signore che ho conosciuto a
Smirne mi offre un impiego... a ogni modo, ho ventisette anni, ho una
salute robusta, conosco le lingue, la matematica; potr dar delle
lezioni.

A questo punto egli afferr tutt'e due le mani della sorella e
guardandola fissa negli occhi, le disse:

--Vuoi seguirmi, Fortunata... insieme con la tua Margherita, s'intende?

Fortunata impallid.

--Partire?

--S, partire.... Ho qualche risparmio che baster per il viaggio di
tutti noi tre.... Poi lavorer.... Sarete la mia famiglia.

Ma Fortunata, non rimessa ancora del suo smarrimento, ripeteva
balbettando:

--Partire?.... Abbandonare....

--I nostri genitori?--interruppe bruscamente Gasparo compiendo a suo
modo la frase.--Poveri vecchi! Lo so, restan soli, ma che puoi tu fare
per loro?... Afflitta da tante sventure, nella casa gi triste, tu non
puoi portare che una tristezza di pi.... Certo la mancanza dei figli 
un gran dolore, ma nostro padre ha il suo impiego che probabilmente gli
sar conservato, la mamma  d'un carattere ottimista, vede molta
gente;... insomma, finiranno col passarsela alla meno peggio, tanto pi,
se, non avendo da pensare che a s, godranno d'una discreta
agiatezza.... Credilo, Fortunata, ci ch'io ti propongo non nuoce a
nessuno e pu giovare a molti:... a me, a Margherita, a te stessa, che
qui sei troppo vicina alla prima cagione di tutti i tuoi mali.

Cos Gasparo, per necessit di cose, arrivava al punto che avrebbe
voluto schivare.

E Fortunata, che sino a quel momento era riuscita a padroneggiarsi,
scoppi in un pianto dirotto o disse con voce soffocata dai singhiozzi:

--S, s...  vero... la prima cagione dei miei mali  qui.... E te lo
giuro... non lo vedo pi da un pezzo... non lo vedr finch egli non
abbia bisogno di me.... Ma se ne avesse, se desiderasse riavvicinarsi a
sua moglie, alla sua bimba, e noi fossimo lontane... lontane?...

--Ancora infatuata di quei miserabile!...--esclam Gasparo.--Apri una
volta gli occhi, per Dio.... Che obblighi hai verso di lui?...
Quell'uomo  di fango.... Egli aveva una via di salvezza, gliel'abbiamo
offerta, non l'ha voluta.... Gli esseri pi spregevoli hanno pur qualche
cosa da contrapporre ai loro vizi, ai loro delitti....

--Oh delitti egli non ne ha commessi....

--Lo credi?... E sia pure.... Ci sono degli sciagurati a cui si
perdonano i delitti in nome di un loro impeto di generosit, d'un loro
atto di coraggio; quello che non si perdona  l'abbiezione continua, la
vigliaccheria contenta di s....

--Oh Gasparo.... Sono sua moglie....

--Ma sei anche madre.... E pi che a un marito indegno, devi pensare a
una figlia ingenua, innocente.... Che sar di lei?... Chi si curer
della sua educazione?... Sei moglie, sei moglie!... Ebbene, se tanto ti
preme quell'uomo, se per amor suo vuoi rimanere a Venezia, lasciami
Margherita.....

--Lasciarti Margherita?... Staccarmene forse per sempre?... No, no....
Gasparo, per carit, non me la rubare.

Quindi, alzando le palme al cielo in un parossismo di
disperazione:--Vergine santa--esclam la povera donna--intercedetemi la
grazia di morire... Che ci faccio io a questo mondo? Sono un impiccio
per me e per gli altri.... Vergine santa, ottenetemi questa grazia....
Ho patito tanto.... E nessuno ha bisogno di me.... Mia figlia star
molto meglio con mio fratello... Vergine santa, datemi retta, salvate
lui e fatemi morire, fatemi morire.

Fortunata avrebbe impietosito i sassi. L'ufficiale chinandosi sopra di
lei le diede un bacio in fronte e le disse:

--Calmati... una madre non  mai un impiccio per sua figlia.... Io non
te la ruber la tua Margherita... con che diritto potrei rubartela?...
Se tu non vorrai separartene, se non vorrai venire con lei e con me...
mi avrai dato un gran dolore, m'avrai privato di ci che poteva rendermi
meno amaro l'esilio, ma non importa, io non te la ruber.... Per altro
fino all'ultimo giorno, fino all'ultima ora conserver la speranza di
persuaderti.... Oggi non parliamone pi,  tardi e debbo essere al mio
posto prima di sera....

Il cannone tuonava. Gasparo sorrise.

--E noi facciamo i conti sull'avvenire--egli mormor tristamente.

Di l a poco, abbracciati i genitori e la nipotina, egli s'avviava alla
batteria.

Fortunata, corse a chiudersi nella sua camera e ponendosi in ginocchio
davanti a un'immagine della Madonna rinnov la preghiera di poco
prima:--Vergine santa, salvate mio fratello e fatemi morire, fatemi
morire!




XXV.


Il palazzo Bollati era vuoto da pi mesi. Ad onta del suo grande amore
per Venezia, lord Herbert Seaweed era partito con la famiglia fin
dall'estate 1848, e la figliuola romantica e _byroniana_ s'era mostrata
la pi sollecita a fare i bauli. Ell'aveva per voluto portar seco una
scheggia di marmo del caminetto del salotto; la citt poteva saltar in
aria tutta quanta ed era opportuno d'averne un ricordo. Nell'imbarcarsi
sopra un vapore inglese, il nobile _lord_ aveva sentenziato che le razze
latine son destinate a servire in perpetuo e che soltanto la vecchia
Inghilterra, _old England_, ha il diritto di godere della libert.

Le chiavi degli appartamenti rimasero in mano del console di S. M.
Britannica, e un custode il quale abitava nel pian terreno aveva ben
poco da custodire. Nondimeno il signor Ambrogio (ch tale era il suo
nome) si dava una gran d'aria di importanza come se fosse lui stesso il
rappresentante della Regina Vittoria. E reputandosi cittadino inglese,
giudicava gli avvenimenti con la calma superiorit d'uno straniero,
diceva che gl'Italiani, pur troppo, sono una piccola nazione priva
d'ogni esperienza politica, e che avevano commesso e commettevano ogni
giorno errori nuovi, i quali avrebbero condotto il paese a inevitabile
rovina.

--Per noi per--egli conchiudeva rivolgendosi a sua moglie, a una
figliastra e a due gatti che dividevano con lui l'onore di guardare il
palazzo--per noi non ci sono pericoli. Al primo serra serra si inalbera
sul tetto la bandiera di S. M. e vorrei vedere chi ardisse metter piede
qua dentro.... Per gl'Inglesi  una cosa da nulla il mandare una
fregata, e vi dico io che i loro cannoni fanno far giudizio a tutti i
Governi provvisori e a tutte le Monarchie del mondo.

Il signor Ambrogio estendeva il suo patrocinio anche all'unico inquilino
della casa, al conte Leonardo Bollati.

--Quello l--egli diceva--in mezzo alle sue disgrazie pu considerarsi
un uomo fortunato. E non dovrebbe aver parole bastanti per ringraziar la
munificenza del Milord, che lo ha lasciato stare in una botte di
ferro... una botte di ferro.

--Pover'uomo!--esclamavano in coro la matrigna e la figliastra.--Pensare
che una volta era lui il padrone!

-- la ruota della fortuna--ripigliava il grave signor Ambrogio.--Un
tempo c'era l'aristocrazia veneziana, adesso c' l'aristocrazia inglese.

E nel dir cos si stropicciava le mani come se a quest'aristocrazia
inglese appartenesse anche lui.

Il custode e la sua famiglia, ch'eran buona pasta di gente, usavano
molti riguardi al conte Leonardo, e le donne gli tenevano pulite le
camere senza curarsi di domandargli il compenso di poche lire al mese
ch'egli aveva loro promesso e che non pagava mai. Per quello che si
riferisce alle sue condizioni domestiche, alla sua separazione dalla
moglie e dalla figliuola, non sapevano che giudizio fare. A sentirlo,
poich di tratto in tratto egli si fermava a chiacchierare col signor
Ambrogio, tutti i torti eran della moglie e specialmente dei parenti
della moglie, i quali gli avevano teso un tranello per costringerlo al
matrimonio, quando i Bollati erano ancora tra i primi signori di
Venezia. Poi, sopraggiunti i rovesci, quei birbanti s'eran dimenticati
dei pranzi, delle cene, dei regali avuti, e non avevan voluto aiutarlo
in nessuna maniera. Basta dire che il suo degnissimo signor cognato,
ch'era adesso tra quelli che tenevano il mestolo, invece di procurargli
un impiego onorifico, gli aveva suggerito di arruolarsi come soldato
semplice! Soldato semplice, lui, un Bollati! Dopo che i suoi vecchi eran
stati generali, ammiragli, dogi!

Il signor Ambrogio non pareva alieno dal credere alla perversit e
all'ingratitudine dei Rialdi; ma le donne rimanevano perplesse.
Nonostante la compassione che destava in loro questa _Eccellenza_ cos
pitocca, esse non potevano dissimularsi che il conte Bollati era un
vizioso, un buono a nulla, uno di quegli uomini che sembran fatti
apposta per finir sulla paglia, e che hanno un gran torto di attribuire
agli altri le proprie sventure. Inoltre era impossibile che la moglie
del conte Leonardo fosse cattiva; bastava vederla per persuadersi del
contrario. E al palazzo la si vedeva spessissimo. Ella veniva a chieder
notizie di suo marito, a raccomandarlo, a lasciar qualche cosa per lui,
un po' di biancheria, una flanella, dei limoni, degli aranci, tanto pi
preziosi quanto pi era difficile l'averne durante l'assedio. Se le
dicevano ch'egli era in casa, ella guardava istintivamente verso la
scala come se fosse tentata di salire; ma resisteva alla tentazione e
calando il velo sugli occhi e rattenendo le lagrime si allontanava a
passi rapidi. Dopo la scena violenta che egli le aveva fatta in
occasione di quel famoso impiego chiesto e non ottenuto, ella non aveva
pi coraggio di presentarglisi dinanzi. Del resto, per lo pi, nell'ore
in cui Fortunata poteva recarsi al palazzo, Leonardo non c'era.

Le cose tirarono avanti in questo modo per mesi e mesi; solo quando
Gasparo fece alla sorella la proposta che sappiamo, ella deliber di
avere un ultimo colloquio col marito; s'egli trovava una parola
d'affetto, se dava un segno di rammarico all'idea di separarsi per
sempre dalla sua famiglia, no, no, checch dicesse Gasparo, ella non
sarebbe partita.

Ma le vicende dell'assedio impedirono il colloquio desiderato.

La sera di domenica 29 luglio le batterie austriache avevano sospeso il
fuoco; gli artiglieri del Piazzale e di San Secondo, a cui non pareva
vero di risparmiar le munizioni, ne avevano imitato l'esempio. A un
tratto, poco prima di mezzanotte, spettacolo bello e terribile, il cielo
 solcato da infinite striscie luminose, un fragore spaventoso risveglia
la citt addormentata. Che , che non ? I projettili nemici che fino
allora erano stati rivolti contro i forti o avevano colpito tutt'al pi
l'estremo lembo di Cannaregio, ora giungevano d'improvviso nel cuore di
Venezia. Si sentiva il fischio delle bombe, lo strepito delle granate
che scoppiavano, lo schianto dei fumaiuoli, delle cornici, dei tetti,
che cadevano a pezzi. A poco a poco, dalle case rovinate o minaccianti
rovina, uscivano intere famiglie, vecchi languenti, donne discinte,
bambini aggrappati ai collo delle madri, uomini ancor vigorosi e pronti
a combattere, ma smarriti al cospetto d'un pericolo che veniva a
insidiarli persino nelle pareti domestiche. Uscivano portando seco le
masserizie pi necessarie, avviandosi ai quartieri pi lontani dai
bombardatori, a San Marco, a Castello. In breve la piazza fu gremita di
gente. Chi stendendo il materasso sul nudo terreno vi si adagiava coi
suoi cari a dormire, chi sedeva muto sopra uno sporto di colonna della
Basilica o su uno dei gradini delle Procuratie nuove, chi cercava asilo
nei Caff, chi girava inquieto su e gi in traccia di parenti e d'amici.
Dalla folla saliva un mormoro confuso di gemiti, di preghiere,
d'imprecazioni; in alto, sopra le mille e mille teste, i colombi di San
Marco, turbati nei loro riposi dall'insolito frastuono e cacciati fuori
dai nidi da un folle spavento, volavano a stormi di qua, di l, senza
mai chetarsi e sbattendo l'ali con un fragore sinistro.

Una calca poco minore c'era sul Molo, ove accorrevano anche i semplici
curiosi per veder meglio la parabola delle bombe.

--_I ne fa i foghi d'artifizio, sti fioi de cani_--diceva un barcaiuolo
apparecchiando tranquillamente la sua gondola e offrendosi di condur in
laguna quelli che volessero goder pi davvicino del meraviglioso
spettacolo.

Un altro, a ogni colpo, mandava agli assediati un augurio breve ed
espressivo: _And in malora!_

--_Ve le faremo inghiotir tute le vostre bombe_--esclamava un popolano
stringendo i pugni in aria di sfida.

Nessuno apriva la bocca per parlare di capitolazione.

Il bombardamento continu con pari vigore nel giorno dopo, ma intanto la
carit pubblica e privata aveva provveduto all'alloggio di quelli
ch'eran rimasti senza tetto. Per, chi pensi che due terzi della citt
erano quasi inabitabili, si far presto un'idea del modo in cui questi
profughi infelici potevano essere accomodati nell'altro terzo. Le stanze
non bastavano pi; bisognava pigiar la gente nelle soffitte arse dal
sole, nei pianterreni corrosi dalla salsedine, nei sottoscala infetti,
nelle stive puzzolente dei barconi ancorati in laguna. Qual meraviglia
se in mezzo a quella moltitudine ammucchiata in s breve spazio,
affranta gi dagli stenti passati e ora sfinita pi che mai dalla
nutrizione insufficiente e mal sana, prima serpeggiava insidioso, poi
scoppiava tremendo il colra?

Il palazzo Bollati, e la casa Rialdi sorgevano in due punti abbastanza
distanti fra loro: tuttavia erano entrambi in quella parte di Venezia
ove arrivavano le bombe; Anzi, nel palazzo, un proiettile era caduto fin
dalla mattina del 30, mezz'ora dopo che il signor Ambrogio aveva issato
sul tetto il vessillo britannico dicendo solennemente alla moglie:

--Noi siamo in una botte di ferro... una botte di ferro. La bandiera
devono vederla sicuro, e allora da questa parte non tirano pi....
Vorrei poi sapere perch quell'imbecille del conte Bollati non sia
ancora tornato a casa.

Il conte Bollati non era tornato a casa e non aveva nessuna intenzione
di ritornarci. Quando principi il bombardamento egli era in una
bettola a pochi passi dalla quale scoppi una granata. Uscitone in
fretta, trov la strada piena di gente che fuggiva dal _sestiere_ di
Cannaregio, quello appunto dov'era il palazzo gi appartenente alla sua
famiglia. Con l'esagerazione propria degli spaventati, quei fuggiaschi
dicevano che a Cannaregio le bombe venivan gi come una gragnuola, che
due persone eran morte, che la chiesa di S. Geremia era in fiamme, che
una gondola era stata squarciata e sommersa. Leonardo non se lo fece
ripetere due volte e prese la rincorsa fino a Castello, ove and a
rifugiarsi in una osteriaccia da lui frequentata in altri tempi.

Anche i Rialdi avevano dovuto lasciare la loro abitazione ed erano stati
accolti presso un amico di Gasparo, in parrocchia di San Marco. Il primo
pensiero di Fortunata, appena vide in salvo i suoi genitori e la sua
Margherita (di s non si curava affatto, la poverina), fu quello di
Leonardo. Ma dove trovarlo? Come arrischiarsi ad andar fino al palazzo
Bollati, ove forse, se c'erano ancora i custodi, se ne avrebbe saputo
qualcosa? A badare alla gente quella era la parte della citt pi
bersagliata; non ci mettevano piede che le pattuglie della guardia
civica; i pochi abitanti rimasti stavano tappati nei magazzini ove si
credevano pi sicuri e da cui non uscivano che per le indispensabili
provvigioni.

--Eh, _viscere mie_, c' altro da fare che andar in cerca di tuo
marito--borbottava la contessa Zanze alla figliuola, la quale chiedeva
a lei consiglio ed aiuto.--Per poco che la duri cos, siamo tutti
spacciati e non ci resta che da raccomandare l'anima al Signore.

La contessa Zanze non aveva torto. Le condizioni di Venezia
s'aggravavano terribilmente ogni giorno. Non ostante gli sforzi eroici
del nostro piccolo naviglio, la flotta austriaca era riuscita a impedir
tutti gli accessi del porto; dal lato di terra, non c' bisogno di
dirlo, non poteva entrare n un sacco di grano, n un capo di bestiame.
S'era ridotti a cibarsi di pan nero, di frutte e d'erbaggi forniti dalle
nostre isole, del pesce che si pescava nei nostri canali e nella nostra
laguna. Chi riusciva a imbandire un pezzo di carne d'un quadrupede
purchessia, doveva ringraziare la Provvidenza come d'un segnalato
favore. La fame, gli stenti, l'agglomeramento della popolazione
preparavano una messe abbondante al colra. E il colra falciava le
vittime a centinaia, senza distinzione di classe, di sesso, d'et;
ricchi e poveri, giovani e vecchi, donne e bambini. Non bastavano al
bisogno gli ospedali, bench se ne aprissero sempre di nuovi, non
bastavano i medici, bench pieni d'abnegazione; mancava il ghiaccio,
mancava il chinino pei malati, mancavano i preti pei moribondi, i
seppellitori pei morti.

Eppure, in generale, le privazioni erano sopportate virilmente, e si
trovava perfino il tempo di ridere e di scherzare. Nella famiglia ove
erano ospitati i Rialdi c'era una vecchia nonna piena d'energia che dava
coraggio ai giovani e non voleva sentir piagnistei. Linda, pulita, con
una cuffietta bianca da' cui orli spuntavano due ciocche di capelli
d'argento, asciutta dalla persona e non curva ancora dagli anni, con un
par d'occhi scuri, vivi, lucenti, la signora Teresa era sempre
circondata da uno stuolo di bimbi come una chioccia dai suoi pulcini. La
chiamavano nonna tutti quanti, i suoi nipoti come gli estranei, ed ella
raccontava loro tante belle storielle, insegnava loro tanti bei giuochi.
Qualche volta una nube velava la sua fronte serena; allora, rivolgendosi
ai maschi, ella diceva con voce sommessa:

--Quando sarete grandi toccher a voi a prendere il fucile contro i
Tedeschi.

--S, s--gridavan quelli con entusiasmo.

--Lo farete il vostro dovere?

--S, s, nonna.

--Bravi!--E la nonna soggiungeva con un filo d'ironia:--Fin che venga
quel tempo torniamo a giocar a mosca cieca.

La signora Teresa aveva una gran simpatia per Gasparo Rialdi e per
Margherita; per Fortunata provava una sincera commiserazione, ma non
poteva intendersi n con lei, n col conte Luca o con la contessa Zanze;
erano caratteri troppo dissimili dal suo. La impazientiva specialmente
il conte Luca, il quale passava delle ore tenendosi una boccettina
d'aceto e un pezzo di canfora al naso, e lamentandosi:

--L'hanno voluta fare la rivoluzione! Ecco che cosa ci hanno guadagnato.
L'avevo sempre previsto io.... Mettersi a cozzare con l'Austria!... era
uno scacco matto sicuro.... Mi spiego?

--Eh, caro signore--rimbeccava la vecchierella--se tutti fossero come
lei, il regno dei prepotenti durerebbe sino alla consumazione dei
secoli.

Malgrado del suo spirito alquanto mordace, la signora Teresa esercitava
una singolare attrazione non soltanto sui fanciulli, ma anche sugli
adulti. E Fortunata si fece animo a confidarle, non le sue vicende
coniugali, che gi erano note, ma le sue angustie per la proposizione
che l'era stata fatta dal fratello.--Dio mio, come devo regolarmi? Come
devo regolarmi?--esclamava la povera giovine.

La signora Teresa non amava le persone le quali non sanno regolarsi da
s; tuttavia ella non pot schermirsi dal rispondere. E riconobbe che la
cosa era grave; ma pesato il pro e il contro, disse:

--Per me, accetterei.

E ripet gli argomenti addotti gi da Gasparo. Rimanendo a Venezia
Fortunata non poteva recar nessun giovamento ai suoi genitori, e in
quanto al signor conte Bollati, egli, con la sua condotta aveva perduto
il titolo di marito e di padre. Fortunata doveva pensare alla sua
figliuola, e per la bimba sarebbe senza dubbio un gran bene lo star con
lo zio.

--Quello  un uomo--concludeva la signora Teresa--e in qualunque luogo
si trovi, sapr farsi la sua strada e mantenere le sue promesse.

Fortunata si torceva le mani e gemeva:

--Dio, Dio!--E neanche vederlo? Neanche saper s' vivo o morto?

--Qui ha ragione lei. Ma non c' proprio caso d'averne notizie?

--Senta, signora Teresa, poich  tanto buona, trovi un'anima pietosa
che m'accompagni fino al palazzo Bollati. Dicono ch' un vero rischio
l'andar fin l, ma non importa....

--Crede che non si sia mosso di casa?

--Non lo so.... Probabilmente si sar mosso come gli altri, ma possibile
che non ci sia pi nessuno a guardia del palazzo? E se c' qualcheduno,
possibile che non mi diano un' informazione, una traccia?

--Insomma vorrebbe aver compagnia per questa sua gita?

--S... un servitore... un facchino a cui darei una mancia.

--Ma che servitore? Che mancia? Aspetti domattina e vengo io.

--Lei!... No... no, nemmen per idea....

--O che ha bisogno d'una pattuglia per esser sicura? O crede ch'io non
mi regga sulle gambe?

--Ma no... non  questo.... Non voglio che si esponga a un rischio per
causa mia.... In mezzo alle bombe....

--Che paroloni! Dia retta a me, il rischio  molto minore di quello che
si dice.... Se non ci fosse altro che il bombardamento, gli Austriaci
avrebbero da sudare ancora per un pezzo.... In verit, quanti crede sian
stati colpiti dalle bombe in tutta la citt? Dieci o dodici forse....
Meno di quelli che il colra porta via in una casa sola in poche ore....
Alle corte, se si decide, domattina alle nove, con la scusa di fare
qualche spesa, si va insieme.... Andare e tornare  l'affare di
un'ora.... Se poi non le accomoda, si spicci da s, ch io non ho tempo
da perdere.

Come avviene sempre a quelli che contrastano con chi abbia pi energia
di loro, Fortunata cedette. E la mattina seguente, alle nove precise, le
due donne s'avviarono insieme a braccetto.

I quartieri bombardati avevano realmente un aspetto che stringeva il
cuore. Le strade deserte, le botteghe chiuse, e chiuse pure, per la
massima parte, le imposte delle case, soprattutto nei piani superiori.
Qua e l, dietro alle inferriate di un magazzino, dietro ai battenti
socchiusi d'una porta, spuntava una faccia livida, affilata, sparuta.
Non mancavano segni pi visibili del bombardamento; qualche mucchio di
rovinacci, qualche pezzo di tegola e di grondaia, qualche muro diroccato
o annerito da un principio d'incendio. Tuttavia il pericolo delle
persone non era gran cosa. N i cannoni austriaci potevano tirar pi di
tanti colpi al minuto, n tutti i colpi arrivavano sino all'abitato. Di
quelli che ci arrivavano, molti finivano nei canali interni; a ogni
modo, ben di rado i proiettili avevano la forza di trapassar le
impalcature di tutti i piani e di giungere ai luoghi terreni ove s'erano
ridotte quelle famiglie che non avevan voluto lasciar le loro case. Per
le strade poi era quasi impossibile d'esser colti alla sprovveduta; le
bombe si sentivan venire e cento volte contro una c'era tempo di
mettersi in salvo.

Checch ne sia, Fortunata e la signora Teresa toccarono senza disgrazia
la meta del loro pellegrinaggio. Il portone del palazzo era chiuso; il
campanello risuon cupamente nei cortile silenzioso.

Alla terza suonata si sent qualcheduno a muoversi, e una voce femminile
grid dal di dentro:

--Chi ? Chi ?

Era la moglie del custode.

--Sono io, sono la contessa Bollati--rispose Fortunata,--apra un
momento.

--Madonna santa!... Cosa viene a fare?--replic la donna affacciandosi
sulla soglia ma senza invitar le due visitatrici ad entrare.--Il signor
conte non c' mica.... Non  pi venuto dopo il 29 del mese passato....
dopo il principio del bombardamento.

--Almeno mi faccia la carit di dirmi dove sia....

--Se lo sapessi....

--Non lo sa? Non lo sa?... O poveretta me!... Non sa neanche s' vivo?

--Per questo si cheti--rispose la custode con voce raddolcita.--
vivo....

--Ah s.... N' ben sicura?

--Ieri era vivo.... Mio marito l'ha visto in piazza.

--Ha parlato con lui? E dov' suo marito?

--Ambrogio  dal console... per quella bomba ch' venuta in palazzo. Ah
Ges mio!

Quest'esclamazione fu provocata dal romore d'un proiettile che doveva
esser caduto poco lontano. Dopo aver ripreso fiato, la custode accenn a
voler troncare il discorso.

--Vada, vada, signora, e che Iddio l'accompagni.... Non son luoghi da
fermarcisi, questi....

--Un momento ancora, per carit.... Non mi ha detto se suo marito abbia
parlato col conte Leonardo.

--Non gli ha parlato.... Si son scambiati un saluto di lontano e il
signor conte ha gridato: A rivederci dopo il bombardamento.... Sar
contenta adesso.... Vada via, vada via....

--Vado, s... e grazie.... Ma se potesse saper qualche cosa di pi....

--O Signore Iddio benedetto! Cosa vuol che si sappia in questi tempi?...
Bisogna contentarsi di vivere.

E con queste parole la donna chiuse bruscamente il portone.

La signora Teresa, che aveva taciuto fino allora, tocc leggermente la
spalla della sua compagna.

--Andiamo... Quello che si poteva sapere lo ha saputo.

--Oh s--disse Fortunata--e mi par d'esser sollevata d'un gran peso....
 vivo!... Ma dov'? Dov'?...  necessario ch'io lo veda.

--A questo si penser poi.... Andiamo.

Lungo il cammino, Fortunata cercava ogni tanto la mano della signora
Teresa e la stringeva con un moto convulso come a ringraziarla d'esser
venuta con lei. Avrebbe voluto attaccar discorso, rimetter sul tappeto
la gran questione della sua partenza con Gasparo, questione ch'era
sempre insoluta nella sua mente, ma la signora Teresa pareva assorta in
gravi pensieri.

Il cannone tuonava.

--Non finir pi!--mormor a mezza voce Fortunata come parlando tra s.

--Oh finir... pur troppo che finir--disse la signora Teresa
tentennando tristamente il capo.

Giunsero in piazza San Marco. C'era una calca di gente; la guardia
civica era schierata sotto il palazzo del Governo, e Daniele Manin,
affacciato al poggiuolo, le indirizzava per l'ultima volta la parola.

La voce onesta e leale, che per diciassette mesi aveva mantenuto acceso
nei Veneziani il sacro fuoco del patriottismo, che aveva guidato,
frenato, corretto i mobili istinti del popolo, ora scendeva commossa in
una folla commossa; era un patetico addio, era un gagliardo eccitamento
a sperare nell'avvenire, era un caloroso appello a quelle virt con cui
le nazioni riescono a domar la fortuna.

Dal punto della piazza ove si trovavano le due donne, non era possibile
seguire il filo del discorso, ma se ne coglievano le frasi pronunciate
con accento pi vibrato.

.... Un popolo che ha fatto e patito quanto ha fatto e patito e patisce
il nostro popolo non pu perire. Dee venir giorno in cui gli splendidi
destini siano corrispondenti al merito vostro.... Quando verr questo
giorno?... Noi abbiamo seminato.... Sventure grandi sono forse
imminenti....  pur sempre in poter nostro mantenere intemerato l'onore
di questa citt.... Checch avvenisse, dite: _Quest'uomo s' ingannato_;
ma non dite mai: _Quest'uomo ci ha ingannati...._

--Mai, mai--gridavano i militi agitando i berretti sulle
baionette.--Mai, mai--ripeteva il popolo unanime.

E tutti piangevano, tutti sentivano che l'ultima ora della libert era
vicina.

Daniele Manin pronunzi ancora qualche parola; poi, sorpreso da un
malessere subitaneo, dovette ritirarsi. La folla si disperse.

La signora Teresa era rimasta immobile con gli occhi fissi al suolo; due
grosse lagrime, le prime che Fortunata le vedesse spargere, le rigavano
le gote. Alla fine si scosse, sospir due volte:--Povera Venezia!
Povera Venezia!--disse alla sua compagna:--Spicciamoci, a casa ci
aspetteranno;--e s'avvi.

Fortunata la segu senza aprir bocca. Forse anche a lei parevano
piccoli, dinanzi a questo gran dolore della patria, tutti i dolori
privati.




XXVI.


    . . . . . . . . . .
    . . . . . . . . . . .
    . . . . . . . . . . .
    . . . . . . . . . . .
    Il morbo infuria,
    Il pan ci manca,
    Sul ponte sventola
    Bandiera bianca!

Questo grido pietoso d'un gentile poeta e soldato, che sul cader del 20
agosto 1849 contemplava mestamente da uno dei forti della laguna la
citt avvolta nei rosei vapori del tramonto, dipinge, meglio che non
potrebbero le lunghe descrizioni, lo stato di Venezia in quei giorni. Il
cannone non tuonava pi, si negoziava la resa. E la resa fu sottoscritta
il 22; il 27 doveva succeder l'occupazione austriaca.

Cessato il bombardamento, tutti quelli che il fuoco, la fame, il
contagio avevano risparmiati, s'affrettarono a tornare alle loro
abitazioni, stupiti e forse non lieti di sopravvivere alla patria. Per,
se la guerra era finita, se la carestia era scemata, c'era sempre tempo
di morir di colra, ch la malattia non accennava punto a diminuire
d'intensit, e anzi il numero delle vittime fu, in quello scorcio
d'agosto, maggiore che mai. L'accesa fantasia popolare parlava di
migliaia di morti al giorno; non erano tanti, ma passavano i trecento,
cifra enorme in una citt di poco pi che centomila anime.

Naturalmente anche i Rialdi furono tra quelli che rincasarono. Se la
paura, come ritengono alcuni, dispone i corpi al contagio, il conte Luca
avrebbe dovuto avere il colra una ventina di volte; invece n'era
rimasto illeso e attribuiva la sua salvezza alle infinite precauzioni di
cui s'era circondato, e soprattutto a un grande odor di canfora che lo
isolava in mezzo alla gente.  vero ch'egli non poteva ancor cantar
vittoria. Aveva per ben altre angustie addosso oltre a quella del
colra. Che cosa farebbe di lui il Governo austriaco? Lo lascerebbe al
suo posto, lo metterebbe in pensione, lo destituirebbe addirittura? Il
Signore Iddio gli era testimonio ch'egli non aveva contribuito per nulla
alla Rivoluzione, che non aveva appartenuto all'Assemblea, n era sceso
in piazza San Marco a gridar _viva_ e _morte_; sicuro che s'era messo
anche lui la coccarda tricolore all'occhiello, e s'era presentato al
Manin coi suoi colleghi del Tribunale; sfido io; come si poteva
esimersi? Ma il grosso guaio era l'esser padre d'un ufficiale che aveva
preso le armi contro il suo legittimo Sovrano e che doveva quindi
emigrare, l'esser marito d'una donna senza giudizio, che s'era voluta
cacciare in una dozzina di comitati, e per diciassette mesi non aveva
fatto altro che salir le scale delle case per accattar firme a indirizzi
e denari per collette, o bazzicar per le ambulanze a civettare coi
feriti (alla sua et! vergogna!) o intervenire a cerimonie chiassose,
tutta gale e pennacchi come un cavallo bardato. La contessa Zanze non
poteva lodarsi del Governo provvisorio, il quale non aveva apprezzato
sufficientemente il suo patriottismo, n dato a Gasparo il comando di
tutte le forze di terra e di mare; anzi ella diceva che un'altra volta
si guarderebbe bene dal rifare i sacrifizi che aveva fatto; ma ella non
era punto disposta a sopportare in pace i rimproveri di suo marito, e,
stuzzicata da lui, rispondeva per le rime. Egli per non era in grado di
sostenere una discussione, e alzando le mani al cielo esclamava:

--Per carit, non mi stordite con le vostre chiacchiere, non mi fate
inquietare, che c' ancora il colra.

--S, s,--rispondeva la moglie.--Se non avessi la spina dei figliuoli
che sono in procinto di partire, non mi fareste mica tacer cos presto.

Era deciso; Gasparo conduceva con s la sorella e la nipotina.
Fortunata, debole sempre, aveva ceduto alle istanze reiterate di suo
fratello; o forse non voleva star pi a carico dei suoi genitori, i
quali, nell'incertezze dell'avvenire, potevano essere impicciati a
provvedere a s medesimi. La piccina, dal canto suo, avrebbe preferito
di rimaner eternamente nella casa ove c'era la _nonna Teresa_ con tanti
bimbi, e ove ella, a marcio dispetto del bombardamento e del colra,
aveva passato i giorni pi allegri della sua vita. Ma dacch s'era
tornati nella casa vecchia, nella casa squallida e trista, ella ripeteva
da mattina a sera che voleva andarsene con lo zio Gasparo, con la mamma
e con _la nuova Lil_. Notiamo fra parentesi che _la nuova Lil_
ispirava a Margherita un rispetto superstizioso. Infatti, mentre tutti i
suoi giocattoli s'erano rotti, _la nuova Lil_, di legno dalla testa
alle piante, aveva resistito agli urti, alle percosse, ai cambiamenti di
domicilio, aveva persino ruzzolato un giorno la scala senz'altra
conseguenza che una lieve avaria nei capelli e nel vestito.

Nel piegarsi, dopo molte lagrime e molti contrasti, alle sollecitazioni
di Gasparo, Fortunata aveva messo la condizione d'andar un'ultima volta
in cerca di Leonardo che non era stato ancora possibile di rintracciare,
e di condurgli Margherita, s'egli mostrava il desiderio di vederla.

--E se,--aveva soggiunto la povera Fortunata,--s'_egli_ fosse diventato
un altr'uomo, se avesse messo giudizio, se volesse esser davvero un
buon marito e un buon padre.... intendi bene che non potrei lasciarlo.

--Se uno solo de' tuoi _se_ si verificasse,--rispose Gasparo sapendo di
rischiar poco,--sarei il primo a dirti: Rimani a Venezia.

La vigilia del giorno stabilito per la partenza, Fortunata s'avvi di
buon mattino al palazzo Bollati. L'accompagnava una donna di servizio
che sarebbe tornata a prender Margherita nel caso che il conte Leonardo
fosse nelle sue stanze e volesse dar un bacio alla figliuola.

Una vecchia aperse il portone.

--Chi ? Che vuole?

--Non c' il signor Ambrogio, il custode?

--Oh poveretto, sia pace all'anima sua,  morto gi da due giorni.

--Morto?

--S, di colra.... E adesso c' la moglie in burrasca.... Vada via,
signora, ch' meglio.

--Padroncina, padroncina, andiamo,--disse la fantesca che a sentir
nominare il colra era diventata bianca come un cencio lavato.

--Un momento.... Buona donna, e del conte Bollati ne sapete
nulla?--soggiunse Fortunata con voce tremante.

--Il conte Bollati? Chi ?

--Non lo conoscete? Quel signore alto, coi baffi biondi, che abita qui
all'ultimo piano.

--Non lo conosco.... Ma badi.... ho sentito dire dal medico che anche su
in alto c' qualcheduno col colra.

--Vergine santa!--grid la giovine mettendosi la mano al cuore.

--Padroncina, per amor di Dio, andiamo a casa,--ripet angosciosamente
la serva.

Ma Fortunata si svincol a forza dalla paurosa compagna che la teneva
per un lembo del vestito e le disse:

--Va a casa tu sola, va subito anzi.... io devo salire.

E senza soggiunger altro attravers rapidamente il cortile e
l'entratura, e infil lo scalone.

Il conte Leonardo era tornato alla sua soffitta fin dal giorno innanzi,
e i primi sintomi del morbo l'avevan colpito nel cuor della notte.
Disceso gi nell'androne all'alba per chieder soccorso, aveva per caso
trovato il dottore che veniva a curar la moglie del custode. E il
dottore, dopo avergli inutilmente suggerito di farsi trasportar
all'ospedale piuttosto di rimaner cos solo nel suo covile, gli aveva
consegnato una boccettina con una mistura di canfora e laudano da
prendersi in pi volte, promettendogli di tornar fra un'ora e di condur
seco un infermiere. Trascinatosi di nuovo su de' suoi cento e quindici
scalini, il conte s'era coricato aspettando. Ma non s'eran pi visti n
infermiere, n medico. Chi poteva risponder di s e degli altri in quei
giorni? Intanto il male cresceva di violenza e il pover'uomo che aveva
trangugiato in un colpo tutta la mistura e aveva bevuto una mezza
bottiglia di rhum, si contorceva urlando sul letto. E lo lasciavano
morir come un cane! Pens a Fortunata; s'era viva, se lo sapeva in
quello stato, sarebbe venuta ad assisterlo.... Ma per mezzo di chi
mandarla a cercare!... Egli non poteva pi scendere, non si reggeva pi
sulle gambe. Era in queste smanie quando Fortunata entr nella camera.
La prima impressione di Leonardo fu un'impressione di spavento. Era
proprio sua moglie in carne ed ossa, o era uno spettro? Egli non la
vedeva da alcuni mesi e gli parve invecchiata di diec'anni, gracile e
sottile come un giunco, bianca e diafana come l'alabastro. Alla fine si
persuase ch'era lei e si calm alquanto. S, aveva fatto bene a venire,
ma adesso premeva avere il medico; corresse subito subito a chiamarne
uno, e poi, subito subito, tornasse. E Fortunata rifece le scale e vol
in due o tre farmacie lasciando dappertutto l'ordine di mandar in
palazzo Bollati il primo medico che capitasse. Quand'ella torn presso
l'infermo, alcuni fenomeni della fatale malattia si erano alleviati;
minori i granchi allo stomaco, minore il vomito; ma erano sopraggiunti
altri sintomi gravissimi: la pelle sparsa d'un sudor freddo e viscido,
la tinta terrea, gli occhi infossati nell'orbita, il respiro affannoso,
la voce rauca e sepolcrale. Mentre il conte Leonardo si trovava in una
specie di sopore letargico, Fortunata sent un suono di passi nella
stanza attigua, e credendo che fosse il medico usc a incontrarlo.

Ma non era il medico, era Gasparo, il quale, saputo confusamente a casa
sua che la sorella era rimasta in palazzo Bollati, veniva in traccia di
lei.

--Tu, Gasparo?

--Io, s.... Ebbene?... Tuo marito?...

-- di l.... col colra....  tanto aggravato... E non si trova un
medico... O Gasparo, fa un'opera di carit.... falla per me.... va tu a
cercarlo il dottore.... Io non posso abbandonare Leonardo che muore.

Gasparo si lasci scappare una frase crudele.

--Ne son morti tanti migliori di lui in questi diciassette mesi!

Ella gli mise una mano sulla bocca.

--Non parlare cos.... Se Leonardo ha le sue colpe, vedi come le espia!
vedi a che punto  ridotto!

_Sunt lacrimae rerum._ Gasparo gir gli occhi intorno, e nel mirar
quella squallida soffitta, e nel richiamar alla mente il lusso, gli agi
che avevan cinta l'infanzia di Leonardo Bollati prov uno stringimento
di cuore. E disse alla sorella:

--Far come desideri.... Andr pel dottore.... Ma lo sai che domattina
all'alba?...

--Taci, taci,--interruppe Fortunata.

E vedendolo turbarsi, soggiunse:

--Taci in questo momento.... Posson succedere tante cose prima di
domattina!

Gasparo la guard inquieto. C'era un'intonazione cos triste nella sua
voce, c'era una tale aria di stanchezza nella sua persona!

--Fortunata, cos'hai?

--Io?... Nulla.... Per amor del cielo non perder tempo.... Va, va....
Oh smemorata ch'io sono, prima d'uscir dal palazzo, batti all'uscio
dell'abitazione del custode, al pian terreno.... c' un caso di colra
anche l.... forse ci sar un medico.... va, Gasparo....

Egli discese in fretta. Dal custode gli dissero con un gesto espressivo
che il medico non aveva pi ragione di venire. Invece, giunto in
istrada, la sua buona stella gli mise subito tra i piedi un dottore di
sua conoscenza; se ne impadron ( il vocabolo giusto) e se lo tir
dietro in palazzo.

Leonardo peggiorava rapidamente; spenta la voce, impercettibili i polsi,
esauste le forze; pur non aveva ancora perduto conoscenza, e vedendo
insieme col medico entrare il cognato guard Fortunata con
un'espressione indefinibile di sgomento. Ella lo rassicur con
un'occhiata, e Gasparo, impietosito al miserando spettacolo, gli fece un
saluto amichevole e gli rivolse le parole incoraggianti che sogliono
rivolgersi ai malati.

Al dottore, ch'era un brav'uomo e aveva curato i colerosi a centinaia,
non occorse pi di un minuto per giudicare che Leonardo era bell'e
spacciato; nondimeno volle provare i mezzi che gli suggeriva la sua
esperienza. Visto che non ne cavava alcun frutto, chiam da parte
Gasparo e gli susurr all'orecchio:

--Non c' alcuna speranza.... Procuri di condur via sua sorella.... Mi
par molto debole, e il colra si attacca facilmente, soprattutto alle
persone deboli.

Ma Fortunata, come se avesse indovinato il pensiero del medico, fece un
energico segno negativo col capo e passando un braccio sotto il collo
del moribondo parve voler dire: Non mi strapperete di qui che a forza.

Gasparo le si avvicin con dolcezza.

--Fortunata, per amore della tua Margherita....

--No, no... Margherita non ha bisogno di me.... _Lui_ s che ne ha
bisogno.... Leonardo, Leonardo, non  vero che hai bisogno della tua
Fortunata?... Oh meschina me, che ho potuto lasciarti per tanto
tempo.... Perdonami, Leonardo mio.... Oh se tu m'avessi mandata a
chiamare!... Perch, non m'hai mandata a chiamare?... T'ho sempre voluto
bene.... O Leonardo, se guarisci, star sempre con te, te lo giuro.

E, trattenuta invano, si gettava bocconi sul letto e tentava scaldar con
le sue carezze quel povero corpo assiderato.

A un certo momento il medico, che non aveva levato mai gli occhi
dall'infermo, disse:

--Signora, si faccia una ragione.... Ormai...  inutile.

Ella alz la testa, guard il medico, guard Gasparo, guard Leonardo,
comprese che tutto era finito e cadde ginocchioni, tendendo le palme al
cielo e gridando:--Madre di Dio, abbiate misericordia!

Stette cos qualche minuto singhiozzando, pregando, coprendo di baci la
mano del morto che spenzolava dalla sponda del letto; poi, appoggiandosi
a Gasparo, cerc di rizzarsi in piedi, ma le vennero meno le forze e
s'abbandon come una massa inerte tra le braccia del fratello.

Il dottore ch'era ancora nella stanza, accorse subito, e vedendo la
faccia stravolta, gli occhi smarriti, il pallore cadaverico della
giovane, cap subito di che cosa si trattava. Era di nuovo il colra, un
colra de' pi gravi, di quelli che lasciano meno tempo alle difese. Il
male che aveva test ucciso il marito ora investiva con raddoppiata
violenza la moglie.

--E poi negheranno il contagio!--disse tra s il valentuomo, il quale,
per far prevalere la teoria del contagio, aveva sostenuto fiere
battaglie con alcuni colleghi. E non vorremmo giurare che l'idea di
poter gettare in viso agli oppositori un nuovo esempio a sostegno della
sua tesi, non gli desse qualche soddisfazione. Tanto pi che il triste
caso di Fortunata pareva dargli ragione su un altro punto. Questo aveva
tutta l'aria di esser colra fulminante, e anche il colra fulminante
negavano que' caparbi, e pretendevano che in Europa non se ne fosse mai
visto.

Si trasport Fortunata nella camera vicina a quella dov'era morto
Leonardo. S'era pensato sulle prime di trasportarla a casa, ma ella,
pienamente in s e pienamente consapevole del suo stato, supplic che
la lasciassero morir l. Non voleva comunicare a' suoi genitori e a sua
figlia il germe della malattia... o forse, giacch il cielo le aveva
accordato la grazia di ricongiungersi a suo marito, non voleva
staccarsene pi.

Forte in mezzo agli strazi, come non era stata mai nelle condizioni
ordinarie della vita, ella scongiurava il medico di non tormentarla coi
rimedi; gi ella capiva ch'era suonata la sua ora e che Iddio la
chiamava a s.... avesse almeno potuto avere un prete!...

Gasparo si mosse per andare a cercarne uno, ma ella col po' di voce che
le rimaneva:

--Per carit non allontanarti--gli disse.

In pari tempo rivolse al medico uno sguardo supplichevole. Il buon
dottore comprese il significato di quella muta preghiera, fece a Gasparo
cenno di rimanere e s'avvi:

--In un quarto d'ora vado e torno.

--Gasparo--mormor Fortunata, quando fu sola con suo fratello--il
Signore sa quel che si fa.... Se fossi venuta teco a Londra ti sarei
stata d'impaccio... sempre malinconica, sempre piagnucolosa.... Se
invece all'ultimo momento mi fossi rifiutata di venire, tu non avresti
voluto privarmi della mia bambina....

--No, Fortunata....

--E allora il tuo esilio sarebbe stato pi tristo....  meglio cos....
Te la raccomando, la mia Margherita.... Parlale qualche volta di me....
E se le nomini suo padre, non insegnarle a disprezzare la sua
memoria.... Promettimi che compiacerai alla tua povera sorella.

--Te lo prometto, s, te lo prometto con tutta l'anima.

--Grazie.... E il babbo e la mamma... poveri vecchi, che restan soli nel
mondo... li vedrai, non  vero, prima di partire? Salutali, di' loro che
mi perdonino se non fui sempre una figliuola ubbidiente... e tu pure...

Uno spasimo acuto le tronc la frase, e la voce le si estinse in un
gemito.

Quando torn il dottore, e poco dopo di lui venne il prete ch'egli era
andato a chiamare, gli occhi dell'ammalata nuotavano gi nella morte. Ma
ell'era sempre presente a s stessa e pot accompagnare col movimento
delle labbra le preghiere del sacerdote e volger di tanto in tanto lo
sguardo all'uscio della camera vicina, come se intendesse che quelle
preghiere dovessero valere anche pel disgraziato che non era pi in caso
di sentirle.

Era l'ora del tramonto; il sole prima di nascondersi dietro un palazzone
che sorgeva dall'altra parte del canale mand un fascio di raggi nella
stanza e tinse d'una luce purpurea il letto improvvisato e la faccia
livida della morente. Ella s'agit in un'ultima convulsione, poi le sue
membra s'irrigidirono per sempre.

Gasparo ebbe un ruggito da leone.--Morta, morta! Infelicissima sorella
mia, che non hai fatto altro che patire!... Morta per cagione di quel
miserabile! E non dovr maledirlo?

Ma quell'impeto dur poco. Il tempo stringeva e Gasparo aveva ancora un
terribile ufficio da compiere: annunziare ai suoi genitori la nuova,
inattesa sciagura che piombava loro sul capo.

Egli strapp un foglietto da un taccuino e scrisse col lapis poche righe
a un amico sulla cui devozione poteva fare assegnamento. Sai che devo
partire domattina sotto pena di essere preso e fucilato dagli Austriaci.
Mia sorella--a questo punto egli ebbe un'esitazione, ma la vinse e
prosegu:--e mio cognato son morti or ora di colra in due stanze a
tetto del palazzo Bollati. Intenditi col dottore X... per la
tumulazione. Fa quello che faresti se la sventura (che il cielo tenga
sempre lontano da te) avesse battuto alla tua porta. In un momento come
questo non posso dare un tale incarico a mio padre. Addio: quando mi
sar posato in qualche luogo (spero di fermarmi a Londra) ti riscriver
e ti indicher il mio recapito. Addio, e grazie dal fondo del cuore. A
rivederci in tempi migliori.

Com'ebbe finito di scrivere, pieg il foglietto in due, vi fece
l'indirizzo e lo consegn al dottore.

-- stato tanto buono; m'usi un'ultima cortesia. Mandi questo biglietto
al mio amico--e glielo nomin--che lei conosce benissimo e si metta
d'accordo con lui per tutto quello che resta da fare.

Il medico chin la testa in sogno d'assenso e promise a Gasparo che
avrebbe anche pensato a trovar chi vegliasse nella notte quei poveri
morti.

--Non sono ricco, sto per prendere la via dell'esilio--disse Gasparo con
voce commossa--non posso compensarla come vorrei, ma una memoria....

E si toglieva un anello dal dito, ma il dottore l'interruppe vivamente:

--No, Rialdi, io non accetto nulla... assolutamente nulla... Ogni pi
piccolo oggetto pu esser necessario ad un esule....

--Ma...

--Non ne parliamo.... Mi dia piuttosto un bacio, e buon viaggio....

Gasparo abbracci intenerito il dottore, sfior ancora una volta con le
labbra la fronte gelida di Fortunata e corse a precipizio gi per le
scale. Uscito dal palazzo, egli fece in un lampo la strada che lo
divideva da casa sua.

Il conte Luca e la contessa Zanze lo aspettavano con ansiet.

--E Fortunata?--essi chiesero a una voce vedendolo arrivar
solo.--Dov'?...  rimasta l?... Quando verr?

--Fortunata...--principi Gasparo. Ma invece di continuare,
balbett:--Coraggio, padre mio, coraggio, mamma... Armatevi di tutta la
vostra forza, ch ne avete bisogno.

Quelle parole, quelle lagrime, che invano rattenute velavano due occhi
non avvezzi a spargerne, lasciavano indovinare il peggio.

--Gasparo--grid la contessa--tu non diresti di pi se tua sorella fosse
morta!

Il giovino chin la fronte in silenzio. Rinunziamo a descrivere la scena
che ne segu per non render ancora pi triste questo capitolo gi pieno
di tante pubbliche e private tristezze, e perch ci sembra che l'ora
incalzi anche noi e ci costringa innanzi tutto a mettere in salvo il
nostro ufficiale. Questa partenza inevitabile, imminente, era quella
sera, in casa Rialdi, un dolore di pi, e nello stesso tempo una
distrazione al dolore. Non c'era caso, bisognava occuparsene, far gli
ultimi preparativi, dar l'ultime disposizioni, e per conseguenza, di
tratto in tratto, pensare ad altro, parlar d'altro che della tragica
fine di Fortunata.

Intanto Margherita dormiva. Poich ella doveva alzarsi per tempissimo,
l'avevano messa a letto subito dopo desinare, poco prima che Gasparo
giungesse, ed ella, appena posata la testa sul capezzale, aveva trovato
il sonno dolce e profondo dell'infanzia.

Degli altri di casa, come si pu ben credere, non chiuse occhio in
quella notte nessuno. Ma, verso il mattino, Gasparo sforz i suoi
genitori a ritirarsi nella loro stanza per un paio d'ore; avrebbe
vestito lui la bambina.

--Sei proprio irremovibile?--disse la contessa.--Vuoi portarcela via?
Vedi come restiamo soli.

Oh Gasparo lo sapeva, e ne sentiva in cuore una profonda piet. Ma anche
egli era solo, e da mesi e mesi il pensiero di condur seco questa
fanciulla, di tenersela come propria figlia, era per la sua anima un
raggio di luce che rischiarava le tenebre dell'avvenire. E poi,
nonostante tutte le amarezze, tutte le incertezze dell'esilio, gli
pareva di provveder meglio alla sorte di Margherita conducendola con s
che lasciandola presso i nonni.

--S, mamma--egli rispose con affetto.--Credi pure ch' meglio cos...
Un giorno, se la fortuna m'arride, verrete voi altri a raggiungerci.

La contessa Zanze non insistette.

Alle quattro del mattino Gasparo entr nella camera della nipote.
Margherita dormiva tranquilla, con la sua puppattola al fianco, con un
braccio nudo piegato sotto la testa, in una positura simile a quella in
cui egli l'aveva vista la prima volta. Accanto alla cuna della bimba
c'era il letto della sua povera mamma, intatto, con le lenzuola
rimboccate.

--Margherita--chiam Gaspare--o Margherita.

E la scosse dolcemente.

Ella si risent, aperse gli occhi, si guard intorno e disse:--La
mamma... voglio la mamma.

--Sono io, Margherita, sono lo zio Gasparo.... Lo sai che si deve
partire insieme.

--Ma anche la mamma...

--La mamma--egli soggiunse con pietosa bugia-- andata avanti... La
troveremo... Su, su....

Margherita si lasci persuadere, e, aiutata dallo zio e da una donna di
servizio, fu pronta in pochi minuti. Anche il suo piccolo bagaglio era
pronto.

Ma convenne assolutamente prender seco un altro piccolo personaggio, un
personaggio di legno, _la nuova Lil_, da cui Margherita non voleva
staccarsi a nessun patto.--Gliel'ho promesso--ella diceva con la maggior
gravit--e anche la mamma glielo ha promesso.

Storditi sotto il cumulo di tanti dolori, il conte Luca e la contessa
Zanze benedissero il figlio e la nipote quasi senza parole, quasi senza
lagrime. Solo quando l'uscio si richiuse dietro i due profughi, si sent
dalla stanza uno scoppio rumoroso di pianto.

Gasparo e Margherita entrarono in una gondola. I canali interni della
citt erano ancora avvolti nell'ombra, ma, guardando in su, si vedevano
i comignoli delle case illuminati dal sole. E appena la gondola sbocc
in laguna, il Molo, la Riva degli Schiavoni, la Salute, i Giardini, San
Giorgio apparvero nuotanti in un mare di luce. Gasparo mise la testa
fuori del finestrino del _felze_, ma la ritir bruscamente... Sul forte
di San Giorgio sventolava la bandiera gialla e nera.

Il giovane ufficiale si copr il viso con le mani e stette un pezzo
immobile e taciturno.

--Ma dov' la mamma?--ridomand Margherita.

Gasparo si scosse, pass un braccio intorno al collo della piccina e
ripet:

--La mamma...  andata avanti.

Giunsero al Lido e s'imbarcarono sopra un vapore ch'era pieno di gente.
Non tutti emigranti per; alcuni erano venuti l soltanto per
accompagnarvi i congiunti e gli amici.

Margherita gir gli occhi inquieta e chiese di nuovo:--C' qui la mamma?

--No, bimba mia, non  qui...  andata avanti.

La macchina diede tre fischi. Si scambiarono ancora una volta i baci, i
saluti, gli auguri, le parole di conforto e di speranza; poi quelli che
non dovevano partire discesero in fretta.

Il vapore si mosse. Raccolti sulla coperta, con lo sguardo fisso verso
una parte, gli esuli mandarono un ultimo addio alla citt che pareva
fuggir dinanzi a loro. E chi singhiozzava, e chi piangeva in silenzio, e
chi imprecava al destino e chi invocava il giorno della riscossa.

Margherita era seduta sulle ginocchia dello zio.

--Dove si va adesso?

--Adesso--egli rispose--andiamo intanto in un paese che si chiama Corf.

--La troveremo l, la mamma?

C'era un'ansiet cos dolorosa nell'accento della fanciulla che Gasparo
non ebbe il coraggio di dirle il vero e baciandola teneramente le
susurr con un filo di voce:

--Se la troveremo?... Chi sa?... Forse s.

Margherita si cal gi pian pianino, prese _la nuova Lil_ che giaceva
ai suoi piedi, le riannod intorno alla vita un nastro bianco rosso e
verde che s'era sciolto e si mise a canticchiare

    Tre colori, tre colori,
      ecc., ecc.

Quel giorno stesso, nel pomeriggio, le truppe austriache, inghirlandate
di mirto, entravano in Venezia come in una tomba, senza destare sul loro
passaggio neppur uno di quei gridi che salutano i vincitori. Passando in
gondola davanti al palazzo Bollati un maggiore spiegava all'ufficiale
ch'era con lui come quel palazzo avesse appartenuto ai suoi suoceri e
fosse poi andato all'asta e diventato propriet d'un inglese. L'ultimo
dei Bollati s'era ridotto a vivere in tre stanze a tetto. A questo punto
eran decaduti molti nobili veneti! Il maggiore soggiungeva che come
unico erede della marchesa sua moglie, morta alcuni mesi addietro in
Moravia, egli aveva il diritto di veder davvicino come stessero le cose
e che a un tale diritto non intendeva punto di rinunziare. Oh, S. E. il
Governatore militare Gorzkowsky avrebbe fatto far giudizio ai Tribunali
italiani.

Chi parlava cos era il signor marchese Ernesto Geisenburg-Rudingen von
Rudingen, rimasto vedovo, e promosso da capitano a maggiore durante la
guerra. E mentr'egli parlava, nella soffitta del palazzo Bollati, i
becchini chiudevano nella cassa il conte Leonardo, ultimo rampollo d'una
famiglia di dogi.


    FINE.




MILANO.--FRATELLI TREVES, EDITORI--MILANO.


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MILANO.--FRATELLI TREVES, EDITORI--MILANO.


  =I TESORI D'ARTE DELL'ITALIA=

  di

  CARLO DE LUTZOW

  =Opera splendidamente illustrata da 50 ACQUEFORTI=
  =e da 250 incisioni in legno=

Quest'opera di gran lusso esce contemporaneamente a Stuttgard, a Parigi
e a Milano. L'autore  uno dei pi illustri storici e critici d'arte, e
gode una reputazione europea. Nella sua nuova opera, egli non segue
l'andamento delle epoche storiche, ma si conforma alla geniale variet
dei viaggi artistici. Si va da Venezia a Treviso, a Padova, a Verona, a
Milano, a Torino, si passa per l'Emilia a Bologna, a Ravenna. Si gira
tutta la Toscana e tutta l'Umbria, si fa una lunga fermata a Roma, e
percorso tutto il Napoletano, da Napoli per Trani e Bari si termina in
Sicilia davanti all'antica Selinunte. Le illustrazioni sono di tre
specie: le acqueforti,--belle, morbide, veramente artistiche,--saranno
non meno di cinquanta;--le incisioni in legno, di quadri, statue e
monumenti, oltre a duecento;--e gli ornamenti tipografici, che sono
circa altre cinquanta incisioni di quadri, ornati, sculture, disegni,
ecc. Pregio singolare di quest'opera artistica per eccellenza,  questo:
che oltre alle riproduzioni dei pi celebri capolavori, vi sono
riprodotti moltissimi altri capolavori che finora non erano conosciuti
dall'universale, ma restavano serbati all'ammirazione dei pi intendenti
dell'arte. Citiamo ad esempio, le ammirabili pitture di Tiziano nella
scuola del Santo a Padova, la pala del Giorgione esistente in
Castelfranco, i freschi di Onigo nel Trevigiano, l'incoronazione della
Vergine del Romanino di Brescia, ecc. L'autore passando dalle capitali
delle scuole italiane ai dintorni, visitando Castelfranco e Treviso,
come Castiglione Olona e Pienza e Montepulciano e Monte Fiorentino, ha
potuto arricchire la sua opera di tavole che invano si cercano nelle
altre opere illustrative dell'arte italiana.

       *       *       *       *       *

_Quest'opera di un lusso eccezionale uscir in 25 o 30 dispense. Ogni
dispensa, oltre ai disegni nel testo, ha =due incisioni all'acqua forte=
di eminenti artisti._

  =_Lire TRE la dispensa._=
  ASSOCIAZIONE ALL'OPERA COMPLETA: =L. 75.=
  =Per l'Estero, Franchi 90.=

Dirigere commissioni o vaglia ai Fratelli Treves, editori, Milano.




MILANO.--FRATELLI TREVES, EDITORI--MILANO.


  TORINO
  E
  =L'ESPOSIZIONE NAZIONALE DEL 1884=

Le case Fratelli Treves di Milano e Roux e Favale di Torino hanno
ottenuto la concessione del _giornale ufficiale illustrato
dell'Esposizione_. Esso uscir col titolo sopradetto, ed avr la
collaborazione dei pi celebri scrittori come De Amicis, Giacosa,
Guerrini, Yorik, Lessona, ecc., e artisti della penisola, come Dalbono,
Paolocci, Matania, Ximenes, ecc. I primi numeri usciranno fin dalla met
del 1883. Si ricevono associazioni a 40 numeri per =Lire 10=.

Richiamiamo l'attenzione degli industriali sull'importanza che avr la
pubblicit di questo giornale che sar tirato a 25,000 esemplari nella
galleria stessa dell'esposizione:

  PREZZO DELLE INSERZIONI
  =Centesimi 50 la linea.=
  ==> =Affrettare le domande di inserzioni per i primi numeri.=

Dirigere commissioni o vaglia ai Fratelli Treves, editori, Milano.




       *       *       *       *       *


NOTA DEL TRASCRITTORE

L'ortografia originale  stata mantenuta. Minimi errori
tipografici di punteggiatura sono stati corretti senza
annotazioni.

Sono state fatte le seguenti correzioni (il testo originale
 sulla riga superiore):

  Ernesto Geisenburg-Rudingen von Rudingen ufficiale
  Ernesto Geisenburg-Rudingen von Rudigen ufficiale

  cos digrignava i denti e agitava le le braccia
  cos digrignava i denti e agitava le braccia

  il povero contino Leonardo fu pulitamento
  il povero contino Leonardo fu pulitamente

  sensa osare di contraddirgli) e largheggiava
  senza osare di contraddirgli) e largheggiava

  Affacciandosi a un finestino che dava
  Affacciandosi a un finestrino che dava

  l'aria di guardarlo d'alto in basso, di rimprorargli
  l'aria di guardarlo d'alto in basso, di rimproverargli

Le seguenti grafie alternative sono state mantenute:

  follia/folla
  mormorio/mormoro
  seguiti/seguti





End of the Project Gutenberg EBook of Dal primo piano alla soffitta, by 
Enrico Castelnuovo

*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK DAL PRIMO PIANO ALLA SOFFITTA ***

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or cause to occur: (a) distribution of this or any Project Gutenberg-tm
work, (b) alteration, modification, or additions or deletions to any
Project Gutenberg-tm work, and (c) any Defect you cause.


Section  2.  Information about the Mission of Project Gutenberg-tm

Project Gutenberg-tm is synonymous with the free distribution of
electronic works in formats readable by the widest variety of computers
including obsolete, old, middle-aged and new computers.  It exists
because of the efforts of hundreds of volunteers and donations from
people in all walks of life.

Volunteers and financial support to provide volunteers with the
assistance they need, are critical to reaching Project Gutenberg-tm's
goals and ensuring that the Project Gutenberg-tm collection will
remain freely available for generations to come.  In 2001, the Project
Gutenberg Literary Archive Foundation was created to provide a secure
and permanent future for Project Gutenberg-tm and future generations.
To learn more about the Project Gutenberg Literary Archive Foundation
and how your efforts and donations can help, see Sections 3 and 4
and the Foundation web page at http://www.pglaf.org.


Section 3.  Information about the Project Gutenberg Literary Archive
Foundation

The Project Gutenberg Literary Archive Foundation is a non profit
501(c)(3) educational corporation organized under the laws of the
state of Mississippi and granted tax exempt status by the Internal
Revenue Service.  The Foundation's EIN or federal tax identification
number is 64-6221541.  Its 501(c)(3) letter is posted at
http://pglaf.org/fundraising.  Contributions to the Project Gutenberg
Literary Archive Foundation are tax deductible to the full extent
permitted by U.S. federal laws and your state's laws.

The Foundation's principal office is located at 4557 Melan Dr. S.
Fairbanks, AK, 99712., but its volunteers and employees are scattered
throughout numerous locations.  Its business office is located at
809 North 1500 West, Salt Lake City, UT 84116, (801) 596-1887, email
business@pglaf.org.  Email contact links and up to date contact
information can be found at the Foundation's web site and official
page at http://pglaf.org

For additional contact information:
     Dr. Gregory B. Newby
     Chief Executive and Director
     gbnewby@pglaf.org


Section 4.  Information about Donations to the Project Gutenberg
Literary Archive Foundation

Project Gutenberg-tm depends upon and cannot survive without wide
spread public support and donations to carry out its mission of
increasing the number of public domain and licensed works that can be
freely distributed in machine readable form accessible by the widest
array of equipment including outdated equipment.  Many small donations
($1 to $5,000) are particularly important to maintaining tax exempt
status with the IRS.

The Foundation is committed to complying with the laws regulating
charities and charitable donations in all 50 states of the United
States.  Compliance requirements are not uniform and it takes a
considerable effort, much paperwork and many fees to meet and keep up
with these requirements.  We do not solicit donations in locations
where we have not received written confirmation of compliance.  To
SEND DONATIONS or determine the status of compliance for any
particular state visit http://pglaf.org

While we cannot and do not solicit contributions from states where we
have not met the solicitation requirements, we know of no prohibition
against accepting unsolicited donations from donors in such states who
approach us with offers to donate.

International donations are gratefully accepted, but we cannot make
any statements concerning tax treatment of donations received from
outside the United States.  U.S. laws alone swamp our small staff.

Please check the Project Gutenberg Web pages for current donation
methods and addresses.  Donations are accepted in a number of other
ways including checks, online payments and credit card donations.
To donate, please visit: http://pglaf.org/donate


Section 5.  General Information About Project Gutenberg-tm electronic
works.

Professor Michael S. Hart is the originator of the Project Gutenberg-tm
concept of a library of electronic works that could be freely shared
with anyone.  For thirty years, he produced and distributed Project
Gutenberg-tm eBooks with only a loose network of volunteer support.


Project Gutenberg-tm eBooks are often created from several printed
editions, all of which are confirmed as Public Domain in the U.S.
unless a copyright notice is included.  Thus, we do not necessarily
keep eBooks in compliance with any particular paper edition.


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     http://www.gutenberg.org

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