The Project Gutenberg EBook of Racconti umoristici, by Iginio Ugo Tarchetti

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Title: Racconti umoristici
       In cerca di morte re per ventiquattrore

Author: Iginio Ugo Tarchetti

Release Date: March 25, 2009 [EBook #28403]

Language: Italian

Character set encoding: ISO-8859-1

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     I. U. TARCHETTI



   RACCONTI UMORISTICI



    IN CERCA DI MORTE

  RE PER VENTIQUATTRORE




          MILANO

  E. TREVES E C. EDITORI

           1869




AI LETTORI


L'autore di questi due racconti fu uomo che ebbe lagrime e dolori molti;
gioje pochissime; rari sorrisi e fugaci. Nondimeno talvolta fu
piacevole, e in queste pagine si  ingegnato di farvi ridere.

Vi  egli riuscito? Forse non ha fatto che ripetere in altra cadenza,
con altro ritmo quell'inno di dolore che proruppe cos spontaneo e cos
gagliardo dal suo petto. Forse la sua maschera  sdruscita e sotto il
riso del gioviale s'indovina il gemito d'uno che soffre.

Usategli venia, e siategli grati dell'intenzione. Pensate che egli dorme
alcune braccia sotterra, e che non raggiunse il ventinovesimo anno.

Questi due racconti, dei primissimi che segnarono la sua carriera
letteraria non hanno i pregi d'altri lavori che nacquero pi tardi. Sono
ad ogni modo dilettevoli. La forma  facile e spontanea; la tela
bizzarra ed immaginosa.

La lettura d'essi non far male a nessuno; potr far bene a coloro che
vogliano conoscere come gl'ingegni sventurati sappiano ridere.

                                                           S. F.

  Milano, Luglio 1869.




IN CERCA DI MORTE


Pochi anni or sono, in un vecchio palazzo della via Recourse a Londra,
conosciuto sotto il nome di _Game of chance house_ (casa dei giuochi di
rischio), convenivano ogni sera tutti i giovani eleganti del quartiere
cos detto di _Reckless-men_, per azzardarvi qualche migliaio di
sterline al whist o al tarocco, ma pi specialmente al _diamonds-game_
(giuoco dei quadri).

I _fashionables_, i zerbini di quel quartiere, dopo aver cavalcato lungo
i viali di Regent's park, o tirato di sciabola nelle sale di Mr. Wooden,
il celebre schermitore, o gareggiato nelle corse dei _boats_ sul Tamigi,
provavano spesso degli assalti di _spleen_ tormentosi, degli orribili
istanti di noja; di quella noia fredda, piena, profonda, mortale, che
non pu essere provata che dagli inglesi, e che ha tanta analogia col
loro cielo, colle loro pioggie, e colle loro nebbie perenni. Era
naturale che essi sentissero quindi il bisogno di scosse pi vive, di
emozioni pi eccitanti, e che non potendo procurarsele altrimenti,
venissero a chiederle al giuoco. Il carattere degli inglesi  freddo e
pacato, ma nel fondo del loro cuore vi  sempre qualche cosa di
palpitante e di vivo; essi lo sentono e subiscono spesso, loro malgrado,
il predominio della loro natura lenta e inflessibile: le maggiori
eccentricit inglesi non segnano sovente che il limite estremo dei
maggiori sforzi che essi hanno fatto per dominarla e per vincerla. E se
 vero che l'affetto del danaro costituisce una delle loro passioni pi
tenaci, il giuoco che uno dei mezzi pi solleciti per moltiplicarlo o
per perderlo, deve offrir loro naturalmente una fonte di emozioni
energiche e grandissime.

Ecco perch i giovani del quartiere di _Reckless-men_ si raccoglievano
volentieri nelle sale di _Game of chance house_, nelle lunghe sere
d'inverno--per scuotere la loro anima paralizzata dall'atonia, per
ritemprare in qualche modo la loro sensitivit coll'attrito dei dadi del
_whist_, o col giuoco pericoloso dei quadri.

Abbiamo detto i giovani, ch nei vecchi inglesi la mania delle emozioni
 trascorsa, il periodo delle eccentricit  superato: un inglese a
quarant'anni  la personificazione del positivismo,  l'incarnazione
vivente del calcolo: i giovani soltanto possono azzardare sull'asse o
sul fante d'una carta una eredit vistosa, una fortuna accumulata in
lunghi anni di speculazioni e di lavoro.

E quante fortune non furono perdute o menomate in tal guisa! quanti di
quei giovani eleganti che alla sera entrarono nella sala del palazzo in
Recourse-street, ricchi d'una bagattella di centomila sterline, ne
uscirono pi poveri dell'ultimo operaio di Londra, e s'imbarcarono
all'indomani sul postale delle Indie con un posto pagato di terza classe
per tentare di ricostruirvi la loro fortuna perduta! Si osserva appunto
ci di singolare nei giuocatori inglesi, che non arrischiano come noi
una piccola somma, una porzione meschina della loro propriet, ma
mettono anche nel giuoco dell'ardimento e del senno.--Ecco una carta
sulla quale si sono posti centomila franchi--una, due, tre; una, due,
tre; il sette di fiori e la dama di cuori, l'asse di quadri, e il re
delle picche--perduto; si raddoppia la posta--perduto; la si triplica
ancora--perduto: sta bene! All'indomani si va a Hang-king o a Calcutta;
vi si va fiduciosi, imperturbati, tranquilli; vi si negozia nella gomma,
nei datteri, o nei chiodi di garofano; s'impianta una manifattura di
conterie, si perfeziona un tessuto, s'inventa una macchina, si acquista
a met prezzo un carico di coloniali, e la fortuna  rifatta. Allora si
rimpatria e si dice: io sono quell'inglese che, otto anni or sono, ha
sciupata la sua propriet al giuoco dei quadri; oggi ritorno col mio
capitale raddoppiato, e con un forte credito all'estero; i miei rapporti
commerciali mi assicurano in pochi anni l'accumulazione di un capitale
importante.

A questo punto della sua vita, l'inglese non giuoca pi, non va in cerca
di nuove emozioni; rientra nella famiglia e nell'ordine, frequenta la
borsa, si fa eleggere membro di qualche associazione democratica, e
trasmette a' suoi eredi legittimi un patrimonio di un mezzo milione di
ghinee.

Paese singolare, dove tutto  grande e straordinario; dove anche nel
vizio si rinvengono le traccie di virt non comuni, dove  riverito il
genio e santificato il lavoro; dove in ogni uomo vi ha parit di
diritti, parit di doveri e consonanza di aspirazioni. Pi volte
considerando i caratteri de' miei connazionali, studiando le loro
qualit e le loro tendenze, al confronto del tedesco grave e
malinconico, dell'inglese dotto e laborioso, del francese facile e
colto, ho dovuto arrossire della generale frivolezza degli italiani....
Oh perch non sono nato sotto quel cielo severo e melanconico
dell'Inghilterra, dove gli uomini crescono liberi, nobili e dignitosi!

                                *
                               * *

Non sono molti anni che in _Game of chance house_ fu perduta al giuoco
una delle pi ricche fortune d'Inghilterra.--Era una sera triste e
piovosa, le strade di Londra erano deserte, i teatri chiusi, i _clubs_
poco frequentati; e il giovine barone di Rosen, non sapendo come
schermirsi dal tempo e dalla noia, era rientrato, suo malgrado, in
quella casa dove aveva gi dissipate somme considerevoli, e dove aveva
risolto pochi giorni innanzi di non porre pi piede. Ma i proponimenti
dei giuocatori sono labili come quelli degli amanti: tra il giuoco e
l'amore corrono dei rapporti ben definiti; l'amore non  che un giuoco,
il giuoco non  che amore di danaro--amore e danaro costituiscono le due
passioni pi ardenti dell'anima umana, e partecipano entrambi nella
stessa misura, di tutte quelle debolezze che sono proprie della nostra
natura.

Il barone di Rosen era dunque ritornato in una di quelle sale e s'era
seduto ad un tavolo gi occupato da buon numero di avventori. In quella
stanza regnava un silenzio assoluto, non interrotto che dal rotolarsi
alternato dei dadi o dallo sfogliarsi delle carte, o dal crepitio della
fiamma del caminetto; i sigari e le pipe esalavano nubi di fumo, tra le
quali apparivano confusamente le fisionomie calme e impassibili dei
giuocatori.

L'arrivo di Rosen non fu avvertito che dal lieve scricchiolio d'un'altra
sedia che venne a posarsi da un lato del tavolo; i vicini alzarono gli
occhi, salutarono accennando del capo, e continuarono il loro giuoco. Si
sarebbe detto tuttavia che essi attendessero qualche grosso guadagno da
quel nuovo arrivato, poich lo sbirciavano di traverso colla coda
dell'occhio, e parevano aspettare che egli chiedesse le sue carte per
l'intera somma che era collocata sul tappeto d'innanzi al direttore del
banco. La doveva essere infatti una triste sera per Rosen. La posta era
d'un migliaio di sterline: egli trasse di tasca un portafogli, ne tolse
alcuni biglietti, e deponendoli sul tavolo, e indicandoli col dito,
chiese:--carte!

Il banchiere ne diede tre a lui, e tre a s stesso.

Rosen le esamin spiegandole con una sola mano, che l'altra teneva
costantemente nella saccoccia, e poich l'avversario ebbe rovesciate le
sue, disse:--perduto; e collocando nuovi biglietti sul vassoio,
aggiunse:--raddoppio.

Gli furono date nuove carte, ma la fortuna torn ad essergli
sfavorevole. Il barone vuot le sue saccoccie sul tavolo, e ripet collo
stesso suono di voce:--raddoppio.

Gli spettatori si radunarono in circolo; il giuoco incominciava ad
assumere qualche interesse, e a scuotere in qualche modo quella loro
natura impassibile. La fisionomia del banchiere appariva, bench
s'adoprasse a nasconderlo, visibilmente alterata: il barone di Rosen
aveva rimessa una mano nella saccoccia, e coll'altra spremeva la punta
del suo sigaro, cui non era ancora riuscito a dar aria.

Talora l'impassibilit nel giuoco pu condurre a grandi risultati, ma
talora anche non giova--la fortuna ha le sue predilezioni, e non le
smentisce s spesso,--in quella sera Rosen era predestinato--perdette
ancora.

Successe un momento d'indugio; fu verificata la somma, erano trecento
mila franchi. Il vincitore guard il barone con uno sguardo che voleva
dire: si continua? Questi accennando col dito al portafogli che vedevasi
vuoto sul tappeto, guard dal canto suo il banchiere, in atto di
chiedere: si fa credito?

Allora quegli avendo accennato del capo in segno di acconsentimento, il
barone di Rosen lev la mano dalla saccoccia, sfogli il sigaro colle
dita, e gettandolo a terra, e appressando la propria sedia al tavolo,
disse: vada tutta la posta.

Furono gettate ancora le carte: erano pari, nulla di fatto. Rosen si
drizz di tutta la persona, e come animato da una inspirazione
infallibile, disse: vada due volte la posta.

Furono ridate le tre carte; il banchiere aveva un sette e due fanti,
l'altro una dama e due assi--Rosen aveva perduto.

Egli ricadde sulla sedia, stette un istante pensieroso, poi riaccendendo
un sigaro, disse: vediamo se la fortuna avr migliore costanza di me;
giuoco la mia propriet di Littleford contro la somma che  depositata
sul banco.

A questo punto il suo avversario parve esitare, alcuni amici gli si
appressarono e dissero: Rosen, moderatevi; ma la buona stella di Rosen
era tramontata: anche questo colpo doveva essergli sfavorevole--la sua
propriet di Littleford fu perduta.

Successe una viva emozione negli astanti. Il banchiere assumendo
quell'aspetto mortificato e increscevole che  proprio dei vincitori di
giuoco, disse con parole interrotte e esitanti: vedo che la fortuna
delle carte vi  contraria, n io vorrei approfittarne di troppo... se
voi desiderate desistere, o mutar giuoco.... tentare i dadi, o il
tarocco, o....--La mosca, interruppe Rosen.

--La mosca, disse l'altro in suono di adesione. E raccogliendo le somme
deposte sul tavolo, e rialzandosi, entrarono in un'altra camera.

Il barone e il suo avversario si sedettero, e chiesero due tazze di
birra doppia, che furono loro portate assieme con un vaso ripieno di
tavolette di avorio.

Quanto per ciascuna? chiese il rivale di Rosen.

Mille sterline l'una! rispose l'altro. E poich se l'ebbero divise in
parti uguali, versarono d'innanzi a s una goccia di birra di pari
grandezza, appoggiarono i gomiti sul tavolo, la testa tra le mani, e
dissero al cameriere: siamo a tempo.

Il cameriere avendo allora fatto osservare che le goccie erano d'uguale
dimensione, e la luce favorevole in un modo ad entrambi; e avvertiti i
giuocatori di non alterare il respiro, e gli astanti di astenersi da
qualunque movimento, pena il pagamento della posta, mosse un cordone che
pendeva lungo la parete, e fece agitare una ventola, al cui movimento le
mosche che coprivano a nubi il soffitto se ne distaccarono, e vennero a
posarsi in parte sul tavolo--le altre continuarono a volare per la
stanza ronzando.

Allora un'ansiet profonda si dipinse sopra ogni volto, gli occhi di
tutti seguivano con impazienza le varie direzioni delle mosche. Tre di
esse avevano gi incominciato ad aleggiare intorno alla goccia di Rosen,
e parevano volervisi arrestare, quando, mutando divisamento, passarono
dal lato opposto, e si posarono su quella del suo avversario.

Era una fatalit disperante: il barone diede al vincitore tre tavolette
di avorio. Il cameriere, dopo aver agitata una frasca di felce sulla
tavola, disse: si ricomincia; e scosse di nuovo la ventola.

Una mosca discese allora direttamente dal soffitto e venne a posarsi
sulla goccia sciagurata di Rosen, ma sette altre si posarono ad un tempo
su quella del suo rivale.

Rosen gli pass nuovamente sei marche.

Decisamente egli era destinato a non vincere. Giuoc quanto era lunga la
notte, ma sempre colla stessa fortuna. Verso il mattino tutte le
tavolette erano passate al suo avversario; egli aveva perduto la sua
bella propriet di Littleford, e due milioni e mezzo di lire...

La sua fortuna era rovinata.

                                *
                               * *

Partito da _Game of chance house_ per avviarsi a casa, Rosen pass sul
ponte del Tamigi, e si ferm e si appoggi un istante al parapetto. Egli
guard il sole che sorgeva circonfuso di nebbia, le barche che
scivolavano lungo le rive, i tetti delle case coperte di schiste color
di piombo, la natura che pareva mesta e malata; e pens che la vita era
triste, e che le onde del fiume erano profonde.

Una voce segreta gli diceva all'orecchio: Rosen, tu sei perduto;
esamina bene la tua posizione; aggiungi le gravi perdite d'oggi a quelle
dei giorni antecedenti, e vedrai che non ti rimane pi un quinto della
tua fortuna; quelle mosche ti hanno rovinato: che farai tu qui, in un
paese dove la povert  disprezzata? tu, inabile ad ogni lavoro di
braccio o di mente; tu barone, onorato, invidiato finora, guardato con
invidia da tutte le belle fanciulle di Redstreet? Vedi, il mondo  cos
fatto; viene una cattiva ora per tutti, e anche la tua  venuta. Bisogna
rimediarvi alla meglio: un giovine che non appartenesse alla illustre
famiglia dei Rosen, si darebbe alla mercatura e al lavoro, ma tu non lo
puoi fare, tu: non vi ha rimedio per te... Guarda come scorre bene il
Tamigi, che profondit hanno queste onde, che silenzio vi  l sotto,
che pace! E che credi? Da questo parapetto all'acqua non corrono pi di
trenta piedi inglesi...  una cosa da nulla, tanto come vuotare un
bicchiere di _grog_: risolviti, Rosen, coraggio, Rosen, buttati gi dal
ponte.

E Rosen stava per buttarsi, quando gli sovvenne che aveva una moglie, la
quale non aveva che ventidue anni, e di cui aveva avvizzita la fede e la
giovent colla sua cattiva condotta, e dissipata in parte la grossa
fortuna che gli aveva recato per dote.

Sua moglie apparteneva ad una famiglia patrizia di Dublino, e aveva
sposato Rosen per amore. Si erano conosciuti tre anni prima in un
viaggio che il barone aveva fatto in Irlanda; la mente immaginosa della
fanciulla, esaltata dalla lettura dei romanzi di Scott, aveva creduto di
realizzare in lui quell'ideale d'uomo che aveva portato fino allora nel
cuore. Essa lo aveva creduto per quel solo motivo che fa credere alla
donna tutto ci che le piace credere dell'uomo che ama--perch Rosen era
bello. La bellezza a venti anni ha grandi attrattive.

Egli era infatti uno dei giovani pi avvenenti di Londra. Aveva statura
alta e spigliata, lineamenti esatti, capelli lunghi e biondissimi, occhi
grandi ed azzurri, e vestiva colla negligenza ricercata dai
_fashionables_ inglesi--i soli che per coltura d'ingegno e per
robustezza di mente, emergano in qualche modo su quella classe corrotta
e viziosa della societ che chiamasi il mondo elegante. Oltre a ci
Rosen cavalcava come un paladino provetto; tirava di spada e di
sciabola, e non aveva chi gli togliesse l'onore di un assalto; colpiva
le rondini al volo, traversava a nuoto il Tamigi; e possedeva per giunta
una virt che non  comune agli inglesi--cantava con dolcezza e toccava
l'arpa con gusto e con sentimento di artista.

Tutte queste doti avevano fatto credere a Emilia Strafford che suo
marito avrebbe avuto anche un cuore; n ella si era ingannata, che Rosen
ne aveva uno, e non lo aveva cattivo; ma quelle tristi abitudini della
sua vita, quello spensierirsi continuo, quel disgusto di tutto, quel
bisogno che egli sentiva di emozioni sempre rinnovate, lo avevano reso
se non ignorante, almeno trascurante de' suoi doveri pi sacri, lo
avevano fatto estraneo alle gioie caste e tranquille della famiglia.

Vi sono molti uomini, dei quali si dice: hanno cuore; e nondimeno li
vediamo vivere sempre lontani dagli esseri che loro appartengono,
compiangerli, ma non sorreggerli di consiglio o di sacrificio, spesso
dissiparne la fortuna, e far pompa di un egoismo crudele. Sono capaci di
uno slancio di virt, non di una virt continuata.

Questi uomini costituiscono una delle classi pi numerose della societ,
e sono coloro di cui le donne esaltate rimangono spesso le vittime.
Meglio i giovani freddi e calcolatori, dei quali si dice con
disprezzo:--non hanno cuore!

Emilia Strafford, bench avesse indole dolce ed ingenua, non tard ad
avvedersi del cattivo temperamento di Rosen, e del suo carattere
turbolento e inquieto. Ella non lo amava meno per ci, ch per una
strana contraddizione del cuore umano e pel bisogno che esso ha di
contrasti, di lotte, e assai spesso anche di dolore, tali uomini
piacciono di preferenza alle donne; ma lo amava senza gioie, senza
speranze, subiva la sua stessa affettivit come una forza che era fuori
di lei, e alla quale non avrebbe mai potuto sottrarsi.

Non era cos che essa avrebbe voluto essere amata da suo marito.

Rosen passava spesso giorni e notti intere senza vederla; imprendeva
piccoli viaggi, talora concertati in una riunione di amici, e partiva
con essi sul fatto senza avvertirne sua moglie. Due volte le era stato
riportato carico di ferite ricevute in duello, un'altra volta era caduto
rovesciato col cavallo nel salto di una barriera, e ne aveva avuto un
braccio spezzato. Nelle ore della sua assenza Emilia viveva in
un'inquietudine mortale, e non di meno quelle sventure erano state
l'unico pretesto che l'avessero avvicinata a lui in un modo affettuoso e
durevole. Perch nello stato di malattia Rosen era buono, egli
comprendeva le tacite sofferenze di sua moglie, quell'interessamento
caldo e pietoso, quell'affezione salda e delicata: e spesso in momenti
di sincera effusione, le aveva detto:--perdonami, Emilia, d'ora innanzi
sar migliore.

Ma col rifiorire della salute tutti i suoi proponimenti erano svaniti; a
poco a poco egli aveva sentito disgusto di tutto, il bisogno di nuove
emozioni lo aveva tratto al giuoco; aveva perduto, aveva sminuito
sensibilmente il suo censo e introdotte delle dure economie nella sua
casa: quelle modificazioni avevano allontanata sua moglie da
quell'elegante societ di cui era stata una delle bellezze pi
splendide, l'avevano costretta ad un isolamento penoso, a un sistema di
vita pi modesto e pi oscuro.--Rosen aveva veduto tutte quelle
privazioni, aveva sentite le proprie, e n'era diventato melanconico e
triste; aveva tentato di dimenticarle, aveva trascurata la casa; i suoi
domestici portavano le loro livree sdruscite, i suoi cavalli languivano
da qualche tempo nelle scuderie, i suoi cani impigrivano presso il
focolare, egli stesso fuggiva i suoi amici, i clubs, i teatri, ogni
mezzo di divagazione--non viveva pi che della passione fatale del
giuoco.

Ed ora che aveva fatto? Aveva perduta quella grande propriet di
Littleford che apparteneva a sua moglie, e che ne costituiva unicamente
la dote; aveva perduto quasi tutto il resto della sua fortuna. Come vi
avrebbe rimediato!

Ecco ci che passava per la mente di Rosen, mentre si appoggiava contro
il parapetto del ponte, e pensava se avrebbe potuto ancora accettare la
vita al prezzo di quelle sventure. La memoria di Emilia gli si
affacciava con un'insistenza tormentosa, con una esattezza e con una
verit di dettagli straziante. Egli la vedeva afflitta, scoraggiata,
piangente; giovine ancora e gi tanto avvizzita dal dolore; ancor bella
e costretta a sfuggire la societ, a celarsi nell'isolamento, e a
lamentare nella povert e nell'abbandono le pene di una vedovanza
precoce.

--No, diss'egli scuotendosi, avvenga ci che pu avvenire, non mi
uccider; fossi io solo, e fossero queste onde pi alte di quelle di
Foreland, andrei a cercarne il fondo col capo, ma cos, con mia moglie,
ah! no, non diventer l'assassino di mia moglie... andiamo a casa
andiamo a letto, dormiamoci sopra, vedremo ci che si potr fare
domani.

E quella voce che lo aveva ammonito poc'anzi riprese: Hai ragione,
Rosen, da bravo, metti giudizio, va a casa, cacciati sotto le coltri; il
sonno  fertile di buoni pensieri, rimedierai a tutto; e, se non fosse
possibile, il Tamigi non vorr andarsene via per questo; sarai sempre a
tempo a buttarviti dentro.

Rosen si rivolse e s'incammin verso casa. Strada facendo, uno di quei
fanciulli che vanno per le vie di Londra distribuendo gli avvisi che noi
usiamo affiggere, gli pose tra le mani un fascicoletto color di rosa. Il
barone lo prese ne lesse il frontespizio senza intenderne una parola, e
lo pose macchinalmente in saccoccia.

Giunto nella sua stanza ne chiuse le imposte, si spogli in fretta,
butt gli abiti qua e l sullo spazzo, entr con mal garbo nel letto, si
disse da s buona notte; e tirandosi le coltri fin oltre alle orecchie,
decise di non pensare a nulla fino al domani, e tent di addormentarsi.

                                *
                               * *

Ma non poteva prender sonno. Era inutile: si volgeva su un fianco e
sull'altro, e le lenzuola gli parevano piene di spine; chiudeva gli
occhi, e si vedeva dinanzi la tavola da giuoco e quel fascio di
biglietti perduti, e quella faccia fosca e impassibile del suo vincitore
che lo guardava di sbieco; e sentiva ancora nelle orecchie il ronzio di
quelle mosche che per qualche inesplicabile attrazione avevano preferito
andarsi a posare sulla goccia del suo rivale. Stette cos sognando ad
occhi aperti due ore, poi si alz e prese a rivestirsi senza saper bene
ci che si facesse o ci che doveva disporsi a fare; pass le mani nelle
saccoccie, e avendovi trovato quel fascicoletto di carta che aveva
ricevuto da quel fanciullo sul ponte lo aperse e lesse: _Regolamento
della Societ d'assicurazioni sulla vita.--Norme per assicurarsi_, ecc.

Alz le spalle indispettito, sfogli alcune pagine, e continu a
leggere:

Art. 24. _Si pu assicurare allo stesso modo la vita di qualunque
persona, e costituirle una rendita vitalizia adeguata alla maggiore o
minor somma della rata annuale che si intende versare per la persona
assicurata, a tenore dell'annesso prospetto._

Art. 25. _Anche il pagamento di una sola rata d diritto all'intera
rendita convenuta, ove la morte dell'individuo che ha operata
l'assicurazione avvenga in via naturale, e non per volont della persona
stessa._

Parve a Rosen di fraintendere, non gli pareva vero--rilesse: _Si pu
assicurare la vita di qualunque persona e costituirle una rendita
vitalizia_ ecc., e poi: _anche il pagamento di una sola rata d diritto
all'intera rendita_, ma ben inteso, _ove la morte dell'individuo, ecc.,
avvenga in via naturale_.

Rosen comprese, previde, indovin tutto, decise, un nuovo orizzonte si
aperse a' suoi occhi. Non v'era dubbio, egli poteva ancora rimediare al
suo fallo, salvare sua moglie da una rovina imminente, sdebitarsi con
lei di tutti i dolori e di tutte le privazioni a cui l'aveva condannata
la sua condotta. Fin di vestirsi con una specie di frenesia, frug nei
suoi scrigni, e vi raggranell un migliajo di sterline; prese con s
quell'avviso, usc e corse difilato all'ufficio della Societ
d'assicurazioni.

--Vengo, diss'egli presentandosi al direttore della Societ, ad
assicurare la vita della baronessa Emilia Rosen-Strafford, mia moglie,
nativa di Dublino, senza figli e dell'et di ventidue anni.

--Sta bene, rispose il direttore, ma  d'uopo prima di addivenire a
qualunque trattativa che il signor barone si assoggetti ad una visita
medica. E indicandogli una porta a destra sulla quale era scritto:
_Certificati sanitarii_, gli accenn d'entrarvi.

Rosen ne usc pochi istanti dopo tenendo tra le mani un documento che
present al direttore, il quale lesse ad alta voce: Dichiariamo che il
barone Alfredo di Rosen, nativo di Londra, e dell'et di anni ventinove,
presenta tutti i requisiti di una costituzione sanissima; ha
temperamento sanguigno un notevole sviluppo muscolare, membra esatte e
ben conformate; ha subta vaccinazione, e promette di giungere ad et
molto avanzata. Interrogato da noi, ha dichiarato tenere sistema di vita
regolarissima, ci che apparisce dal suo stato di salute attuale, e
viene a confermare, per quanto lo permettono i limiti ristretti della
scienza, la sopra fatta asserzione.

Il direttore si mostr soddisfatto di questa lettura, e disse
rivolgendosi al barone:

--La maggior rendita vitalizia che la nostra Societ si assume di
assicurare  di trenta mila sterline all'anno, per la quale, tenuto
conto della di lei et e costituzione, non che di quella della signora
sua moglie, occorre che ella si obblighi al pagamento di rate annuali
anticipate di cinquecento e settantadue sterline e due scellini e mezzo,
come pu scorgere dal disposto degli articoli 32, 42 e 44 del nostro
Regolamento.

Rosen non avrebbe mai osato sperare condizioni s miti e s favorevoli;
convenne su tutto, stipul definitivamente il contratto, vers la prima
rata, ne ricevette la quietanza, e si accomiat dal direttore che gli
diceva:

--Crediamo superfluo raccomandare al signor barone di Rosen la
scrupolosa osservanza dell'articolo 54, il quale prescrive la maggior
cura possibile della salute delle persone assicurate, e proibisce di
esporre una vita cos preziosa alla Societ, se non per qualche dovere
di umanit universalmente riconosciuto, o per qualche legge di onore.

Giunto a casa, Rosen si present a sua moglie con un sorriso che era
inusitato, e abbracciandola con tenerezza le disse:

--Mia cara Emilia, sono succedute nella nostra economia domestica le
complicazioni pi strane e pi impensate. Ho perduto stanotte al giuoco
della mosca e dei quadri il tuo parco e il tuo castello di Littleford,
non che gran parte delle mie terre di Kingston, ma per altro lato, ho
trovato modo di assicurarti una rendita annuale vitalizia di trenta mila
sterline, decorribili da quest'anno medesimo; ed io mi sono impegnato a
fare un viaggio in Italia dal quale ritrarr difinitivamente la mia
prosperit e la mia pace. Ti prego di osservare il silenzio pi assoluto
su questa confidenza e su questo progetto, e concedermi che io ometta di
dartene i dettagli. Riceverai fra pochi giorni il contratto formale che
ti assicura la rendita di cui ti ho parlato, e la mia prima lettera da
Dover dove prender imbarco per Calais. Abbracciami, mia cara moglie; io
ho molti torti verso di te, ma spero di ripararli; abbracciami con
tenerezza; io partir in questa sera medesima, e bench un viaggio come
questo che sto per intraprendere, non offra nulla di pericoloso e di
strano, l'Italia  una terra di furfanti, piena di donne infedeli e di
uomini di cattiva fede, e non si sa quel che possa accaderci,
visitandola.

Cos dicendo, Rosen, commosso suo malgrado, si strapp dalle braccia di
sua moglie, e rinchiusosi nella sua camera, scrisse al suo amico Edoardo
Barth la lettera seguente;

    Mio caro amico,

  Ti do con questa lettera il mio ultimo addio. Mi sono rovinato al
  giuoco, e non mi resterebbe che uccidermi, se l'art. 54 del
  Regolamento sulla Assicurazione della vita non m'imponesse di
  morire di morte naturale. Io parto stassera per l'Italia. Ti
  raccomando mia moglie, la buona Emilia Strafford, di cui ho
  consumata la dote, e alla quale sto per assicurare col sacrificio
  della mia esistenza una rendita vitalizia di trenta mila sterline.
  Il regolamento che ti acchiudo ti spiegher tutto; io vado a farmi
  uccidere, non so ancora da chi, n in che modo; ma immagino che
  non mi riuscir difficile poter morire in guisa da eludere le
  importune disposizioni di quell'articolo.

  Credo che mia moglie abbia qualche simpatia per te; quando io sar
  morto obbligherai la mia anima sposandola, e facendole conoscere
  come io mi sono ucciso per rimediare allo stato in cui l'avevano
  posta le mie dissipazioni, e disobbligarmi della perdita della sua
  propriet di Littleford che ho giocato stanotte _alle mosche_.

                                           _Il tuo amico._

                                         ALFREDO DI ROSEN.

                                *
                               * *

In quella sera medesima Rosen prese un biglietto di prima classe per
Dover, e rannicchiatosi nell'angolo della vettura, si tir il bavero
del soprabito fin sulle guance, si cal il cappello sugli occhi,
rintasc ben bene le mani, si lasci cadere il capo sul petto come una
testa di fantoccio snodata, e incominci a pensare in che modo gli
sarebbe riuscito di morire, e se gli convenisse pi l'indugiare fino al
suo arrivo in Italia, o approfittare subito delle prime occasioni che
gli si sarebbero offerte nel suo viaggio. Dopo molte esitazioni pens di
attenersi a quest'ultimo partito.

Ma era presto detto--approfittare delle prime occasioni.--Queste
occasioni non sarebbero venute da s, bisognava cercarle, prevederle,
procurarsele; e, ci che era pi, fare tutte queste cose in modo che non
vi apparisse ombra di premeditazione e di colpa. Rosen conobbe che non
era tanto facile. Bisognava tentare di essere provocati, e in ci le vie
erano molte; bastava assumere un contegno aspro e insultante, e si
sarebbero trovati di quelli cui sale presto la senapa al naso; ma egli
non avrebbe voluto uccidere un uomo innocente, n compromettere la sua
fama di schermitore; e oltre ci l'art. 54 sembrava non giudicar validi
quei duelli che non fossero stati provocati da una questione di onore.
Rimaneva l'implicarsi in qualche pericolo, dare in un'imboscata di
ladri, trovarsi trascinato in una rivolta, gettarsi in un incendio o in
fiume con pretesto di volervi salvare una persona pericolante, l'essere
travolto nella rovina di qualche edificio, procurarsi un'affezione
contagiosa, una caduta, una ferita mortale... ma tutto ci dipendeva in
gran parte della fortuna, e, diciamolo pure, Rosen non temeva per fermo
la morte--gran ch se ci aveva pensato due volte in quel giorno!--ma
egli abborriva il dolore, avrebbe voluto morire, s, lo voleva
fermamente, ma avrebbe voluto morire ad un tratto e senza soffrire.

La morte non  cosa s arrendevole come la si crede, e la vita  pi
tenace e pi salda di quanto non sia universalmente giudicata.

Mostratemi una cosa che sembri avvicinarsi alla morte pi del dolore, e
tuttavia mostratemi un dolore del quale si possa morire. Si dice spesso:
io morr di questo affetto, io morr di questa sventura, io morr di
questa o di quell'altra cosa, e non si muore mai di quelle cause che
credevamo doverci condurre alla morte. Sembra che tutta la natura sia
animata da una forza di contrasti, da una legge, da uno spirito di
contraddizione immutabile. Gettate gli sguardi sul vostro passato, e
vedrete che la vostra vita, le vostre opere, i vostri affetti non sono
stati che una serie di contraddizioni continue. Volete vivere? morrete.
Desiderate la morte? avrete una vita lunga e affannosa. Che cosa 
questa infelicit di cui gli uomini si lamentano? A che allude questa
eterna elegia di dolore che l'umanit innalza da secoli al cielo, se non
a questa formidabile potenza di contraddizioni che ci governa? La
contraddizione  l'urto,  il moto,  la lotta,  il risultato di due
forze misteriose nella cui azione  forse riposto il segreto della vita
universale. Certo se dalla conoscenza dei nostri destini noi possiamo
attingere alcune idee di quelli che governano gli altri mondi e le altre
creature, e avventarci con esse nell'ignoto, possiamo asserire che
l'universo non  che un'enorme contraddizione.

Mentre Rosen volgeva nell'animo questi pensieri, allung macchinalmente
una gamba, e pose il piede, senza volerlo, su quello d'un viaggiatore
che gli sedeva di fronte. Egli se ne avvide, ma, pensando che ci
avrebbe potuto dar luogo a qualche diverbio favorevole a' suoi progetti,
non lo ritrasse, e volse al suo vicino uno sguardo pieno di rancore che
voleva dire: E osereste lamentarvi?

Il vicino tir indietro il suo piede, e guardando il barone di Rosen con
espressione di dolcezza e di deferenza:

--Perdonate, gli disse, se aveva posto inavvertentemente il mio piede
sotto il vostro.

--Non siete voi, rispose Rosen risentito, che abbiate posto il vostro
piede sotto il mio; sono io che ho posto il mio sopra il vostro. E
comprendendo quanto questo appiglio fosse puerile e ridicolo, chin il
capo sul petto per nascondere il rossore che si sentiva salire alle
guancie.

--Gran Dio, riprese l'altro, e potr egli accadere che due uomini
assennati abbiano a bisticciarsi per questo? Del resto, perdonate se
insisto, ma se voi avete asserito d'aver posto il vostro piede sul mio,
 segno che il mio si trovava evidentemente di sotto, e questo punto 
appianato. In quanto all'altro, il mio piede era l da un pezzo, il
vostro ve lo avete posto ora allungandovi, ed  chiaro come la luna che
fu primo il mio a cagionare questo scontro e a porsi sotto del vostro.
Ma io vedo che voi siete preoccupato da qualche pensiero affliggente. 
un pezzo che vi sto osservando, e che mi sento nel cuore il pi vivo
interessamento per voi. Che cosa avete? Posso io farvi questa domanda? E
sarei mai tanto fortunato da potervi giovare?

Cos dicendo quell'ottimo signore prese una mano del suo vicino, la
strinse tra le sue e, togliendosi gli occhiali dal naso, lo guard con
tale aria di affetto che Rosen si sent subito rappattumato e disposto,
per quel sollievo che ci procura la confidenza d'un grande dolore, a
dividere il suo segreto con lui.

E poi quello sconosciuto aveva un aspetto s dolce, s leale e s aperto
che avrebbe inspirato anche ad un uomo diffidentissimo la fiducia pi
illimitata.

Egli pareva essere sui cinquant'anni, aveva favoriti lunghi e canuti,
gli zigomi sporgenti, e i pomelli d'un rosso vivo, gli occhi grigi e
scrutatori. Due solchi laterali incavati dagli occhiali sul naso
indicavano in lui una persona d'affari. Vestiva lindo, ma severo;
portava un'ampia cravatta bianca che gli fasciava due volte la gola, e
le cui due punte giungevano a stento a riunirsi in un piccolo nodo
davanti; aveva un panciotto verde a rigoni, un ampio soprabito col
bavaro di pelo--e faceva passare continuamente da una mano all'altra
una lunga canna di zucchero sormontata da un grosso pomo dorato.

--S, voi potreste certamente giovarmi, gli disse Rosen, rispondendo
alla sua offerta.

--E in che modo?

Rosen si chin presso di lui, e gli disse all'orecchio una sola parola
che lo fece trasalire.

--Cielo! esclam l'altro, e lo dite voi seriamente? E per quali
motivi?...

--Ascoltate, riprese il barone, e torn a parlargli all'orecchio.

Il colloquio fu lungo e animato; quello sconosciuto si mostrava afflitto
e sorpreso di ci che intendeva da lui, e spesso gli avea detto alcune
parole che sembravano accennare a una disapprovazione o ad un consiglio.
Ma alla fine incominci a dimostrarsi quasi convinto e soprafatto dalla
logica stringente di Rosen che continuava a parlargli all'orecchio con
calore; e discostandosene un poco, come fosse stata esaurita quella
parte della sua confidenza che importava segretezza e silenzio, gli
chiese ad alta voce:

--Ed ella lo ignora?

--Lo ignora.

--Ma converr che lo sappia.

--Ne ho incaricato un amico.

--Bene, mi sarei assunto io stesso questo mandato, ma se a voi non 
discaro, vi seguir, e potr parlarle del modo con cui avrete compiuto
il vostro progetto.

-- ci che io desidero. Vi incaricher d'una lettera per lei e
dell'esatto racconto del mio fine.

--Ve ne ringrazio. Ove andate?

--Non ho direzione fissa... pensava di andare in Italia, ma quasi... E
voi?

--Io pure non ho un piano premeditato, viaggeremo di concerto.

--Come vi chiamate?

--Benvenuto Lamperth.

--Siete un uomo che mi va a genio.

--Ve ne sono obbligato, e mi duole che vi abbia a perdere s presto. Ma
dove contate di sostare stassera?

--A Dover.

--Ecco appunto la stazione di Dover, disse Lamperth ascoltando il
fischio della locomotiva; e avvicinandosigli, aggiunse a bassa voce: 
un paese di litigiosi questo Dover, vi troverete a far qualche cosa di
buono.

Cos dicendo il convoglio si era arrestato. Rosen ne discese col suo
compagno, si butt con lui in una vettura, e si fece condurre al
_Chicken's hotel_ (Albergo del Galletto).

Giunti in camera, egli disse a Lamperth:

--Tant', il morire  lo stesso che farsi estrarre un dente; dal momento
che ci duole e che deve essere estratto  meglio che ci avvenga presto
che tardi; e giacch voi mi dite che questo  un paese di accattabrighe,
io conto di tentare in questa sera medesima qualche cosa di decisivo.

Rosen tir il campanello, ordin carta, penna e calamaio, e scrisse la
lettera seguente:

    Mia cara Emilia,

  Il signor Benvenuto Lamperth ti consegner questa lettera che ti
  scrivo da Dover. Il mio amico Edoardo ti avr fatto conoscere le
  condizioni di quel progetto, mediante il quale ho potuto sottrarti
  alle terribili esigenze del nostro dissesto economico. Lamperth ti
  completer queste notizie ragguagliandoti distesamente sulla mia
  morte. Spero che questo mio sacrificio ti far perdonare tutte le
  crudeli ingiustizie di tuo marito.

                                            ALFREDO DI ROSEN

E piegata la lettera in quattro la porse al suo compagno dicendogli:--Mi
sento appetito, scendiamo; odo laggi delle voci di bevitori, e ho in
animo di cimentarne qualcuno e di mettermi tosto alla prova.

E discesero nella sala da pranzo.

                                *
                               * *

Era una sala elegante e spaziosa, illuminata da alcuni vecchi lampadarii
guarniti di ciondoli di rame e di prismi di cristallo, e decorata di
alcune marine di Viardot mezzo scolorite dal tempo. Intorno alle pareti
erano disposte delle lunghe tavole di quercia coperte di tappeti a dadi
oblunghi, di un colore alternato tra il rosso di mattone e
l'azzurro--quei vecchi tappeti di Germania cos in uso fino a questi
ultimi anni, che si pu dire non esservi stata famiglia che non ne abbia
avuto uno--e a ciascuna di quelle tavole sedeva buon numero di persone,
tra le quali alcuni crocchi di viaggiatori e di negozianti, e alcuni
ufficiali di marina addetti alle navi di trasporto pel tragitto dello
stretto.

Quando Rosen e Lamperth entrarono nella sala, tutti i posti erano
occupati, Rosen gir attorno lo sguardo, e mormor tra s
stesso:--Incominciamo bene,  un appiglio, li costringer a restringersi
per cedermi un lato del loro tavolo: vo' vedere se avranno l'arditezza
di rifiutarsi.

E si approssim ad uno di essi.

Alcuni marinai francesi che vi stavano seduti discutendo calorosamente
di certi loro viaggi, troncarono all'istante la loro conversazione,
portarono la mano ai loro berretti, si alzarono; e restringendosi alla
meglio, fecero cenno a Rosen e a Lamperth di sedersi.

--Maledetta questa compitezza parigina, disse Rosen fra s stesso, che
mi toglie ogni pretesto per bisticciarmi onestamente con questi
paltonieri; ma.... e' sono francesi, li toccheremo nel loro orgoglio
nazionale.... gi, in fatto di brighe c' da ripromettersi molto da
questa sorta di gente.

Il barone e Lamperth s sedettero, ed ordinarono la loro cena: i loro
vicini ripresero la loro conversazione interrotta.

--Vogliono del Bordeaux Laffitte, del Saint Julienne, dello Champagne, o
del vino legittimo di Boullon o di Abbeville?

--Vogliamo del vino inglese, disse Rosen vivacemente, nient'altro che
del vino inglese; gi... in quanto a me abborro tutti i vini di Francia,
e aggiunse ad alta voce, tutte le cose che ci vengono dalla Francia.

Cos dicendo, guard involto a' suoi vicini, ma essi o non aveano udito,
o avevano fatto le mostre di non udire.

--Miserabili! bisbigli Rosen all'orecchio di Lamperth, non sono pur
suscettibili d'un risentimento s doveroso.

Poco dopo il cameriere avendo collocato dinanzi a loro alcuni piatti
dipinti, su cui erano rappresentati i principali episodii della vita di
Napoleone, Rosen ne prese uno e presentandolo al suo compagno, gli disse
in modo da essere udito:

--Che ve ne pare? Eccovi qui un uomo che in Inghilterra sarebbe divenuto
tutt'al pi un tamburino, e che in Francia  stato creduto un gran
generale. Ma non importa, tutti sanno che a Waterloo le ha buscate dagli
inglesi.

Anche queste parole non ebbero l'effetto che egli si aspettava; uno solo
de' suoi vicini si volse e vedendo Rosen che lo guardava, e immaginando
forse che volesse prender parte alla loro conversazione gli chiese:

--Il signore ha viaggiato?

--S, rispose Rosen sono stato un'altra volta da Dover a Calais,
passando per l'arcipelago greco.

--Avete detto?

--Da Dover.

--A Calais?

--A Calais, precisamente, e attraversando l'arcipelago greco.

Tutti gli astanti diedero in uno scoppio di risa, e lo stesso Lamperth
fece mostra di chinarsi a raccogliere il tovagliolo cadutogli dalle
ginocchia, per nascondere il prurito che si sentiva di ridere, e non
guastare i progetti del suo compagno.

--Signori, disse Rosen gravemente, a meno che voi non abbiate navigato
sopra una conca di cartone in una vasca artificiale del vostro giardino,
o vestiate in questo momento l'uniforme della marina francese per fare
una comparsa da teatro, dovreste sapere che si pu partire da Dover,
attraversare tutta la terra, non solamente l'arcipelago greco, e
giungere a Calais dopo aver compiuto il viaggio pi semplice e pi
naturale del mondo.

--Voi avete delle cognizioni geografiche molto profonde, disse uno dei
viaggiatori, ma io vi consiglierei a non manifestarle pubblicamente, se
v'importa che non si rida di voi, e a difenderle con meno calore se non
desiderate di trovare qualcuno che v'abbia ad accorciare le orecchie.

--Per il cielo, esclam Rosen sollevandosi e battendo del pugno sul
tavolo, mentre si rallegrava internamente del buon esito del suo
tentativo e si sforzava di dissimularne la gioia, non sarete certamente
voi quello che sapr tagliarmi le orecchie, ed  ci che potremo vedere
sull'istante, appena io sia giunto all'osso di questo _beefteack_, se
avete tanto ardimento nei fatti quanto avete arroganza nelle parole.

--Uscite, uscite, disse il francese cui erano salite le fiamme sul
viso...

E Rosen dando una strappata al suo _beefteack_ come per affrettarsi, si
curv all'orecchio di Lamperth, e gli chiese:

--Vi pare che il pretesto sia valido? Gi... si tratta di amore
nazionale... di una questione di scienza, che...

--Oh! senza dubbio, validissimo, interruppe Lamperth stringendosi nelle
spalle.

Rosen gett allora il resto del suo _beefteack_ nel piatto, quasi in
atto di compiere un ultimo sacrificio, e riprese:

--Giacch io sono lo sfidato e sta a me la scelta delle armi, scelgo la
spada, ch da noi non si amano le scalfitture della sciabola, e si sanno
fare gli occhielli a dovere... Questo gentiluomo, mio compagno di
viaggio, sar mio padrino: ma ove ci batteremo?

--Vi  qui presso, lungo la spiaggia, un terrapieno che non potrebbe
essere pi adattato a questo bisogno, andiamo.

--Vi seguo.

Rosen e i suoi compagni giunsero dopo pochi momenti sul luogo.

Inutile dire che Rosen aveva deciso di non difendersi che per quel
tanto che era necessario a nascondere il suo disegno, e a scoprirsi
appena il suo nemico avesse saputo drizzargli un colpo decisivo.

Furono recate le armi: i due avversari posero mano alla spada, e si
avventarono l'uno contro l'altro. Il francese si batteva con fuoco,
faceva delle _finte_ rapidissime, era uno spadaccino brillante.

Rosen lo respingeva con calma, e sorrideva seco stesso, bench si
arrovellasse di non poter mostrare tutta la valenta in quel giuoco. La
lotta dur alcuni istanti. Rosen era sul punto di lasciarsi ferire,
quando s'avvide che il suo avversario si ostinava a tener alta la punta
per sfregiarlo nel viso. Questa circostanza fu causa che egli perdesse
tutta la sua freddezza, e si dimenticasse dello scopo di questo duello,
per non ricordarsi pi che di colpire il suo nemico. Proseguirono con
accanimento; il francese aveva gi sfiorata una spalla a Rosen, quando,
scoprendosi a un tratto nel ritirarsi, fu colpito nel petto e cadde.

Rosen si avvide allora del suo fallo, ma era troppo tardi. Lamperth gli
si avvicin, e gli disse:--Che avete fatto? voi avete ucciso un uomo
innocente.

--S, disse Rosen, ma sar l'ultimo; che volete? sono un insensato...
partiamo subito per la Francia: giuro al cielo che al primo scontro che
io potr avere in quel paese, mi lascer sparare come un coniglio.

E al domani s'imbarcarono per Calais, e presero la via di Parigi.

                                *
                               * *

Strada facendo, Rosen pensava con dolore al triste risultato di quella
sua prima avventura. Egli aveva ucciso un uomo in duello; ci non era
poi letteralmente un omicidio, ma questo duello era stato provocato da
lui, non v'era discolpa, quel giovine era stato costretto a battersi, e
doveva a Rosen la sua morte.

Egli  uno strano e insensato apprezzamento questo che noi sogliamo fare
d'un omicidio secondo il modo e le cagioni per cui  avvenuto. Non ne
facciamo tanto una causa di umanit di principio morale quanto ne
facciamo una causa di forma: lo stesso atto ci solleva alla gloria o
alla fama, o ci abbassa fino al delitto pi turpe ed alle punizioni pi
atroci; pu essere eroismo o assassinio, cos nella guerra e nelle
contese private; pu essere coraggio ed onore, cos nel duello.

Rosen, lungo la via, ritornava colla mente su questi pensieri, e
meditava con dolore su quella triste avventura di Dover.

--Che ne pensate? diss'egli rivolgendosi a Lamperth che dormicchiava
rannicchiato in un angolo della vettura.

--Di che cosa?

--Del mio duello di ieri.

--Male, male; se avete intenzione di farvi uccidere, non dovete per
uccidere gli altri; vi sono mille maniere di morire; vi confesso che
fui dolorosamente impressionato da questo fatto.

--Avete ragione, soggiunse Rosen con aspetto mortificato, non mi
cimenter pi in duello, vi  qualche cosa d'istintivo che ci spinge
nostro malgrado a difenderci; ma, giacch la natura ci ha dato una sola
via al nascere--come a cosa triste--e ce ne ha aperte mille al
morire--come a cosa molto pi dolce--io approfitter in altro modo di
questa prodigalit della natura. Dite. Credete voi che non mi sar
difficile il morire? Lo sperate?

--Speriamolo, s, disse Lamperth; se il voto di una persona che vi ama
pu avere qualche influenza sul vostro destino, vi giuro che io faccio
voti al cielo perch il vostro desiderio venga esaudito.

--Vi ringrazio, rispose Rosen scuotendo la mano che il suo amico gli
aveva sporto senza voltarsi, come a meglio rassicurarlo della sincerit
del suo voto, vi ringrazio dal pi profondo dell'anima: e pronunci
queste parole quasi commosso, e colla pi schietta effusione di cuore.

In quella sera stessa Rosen e Lamperth giunsero ad Amiens. Alla porta
del paese Rosen, essendosi arrestato per contemplare lo spettacolo della
citt, come  costume d'ogni buon inglese, vide affisso alla parete un
ampio cartellone decorato da alcune figure d'animali in inchiostro
rosso, e vi lesse queste parole:

_Grande serraglio di belve viventi del signor Gustavo Lachard. Due
tigri, quattro pantere, una grande variet di scimmie, un elefante, e
due leoni africani. Alle ore otto vi sar il pasto delle fiere. Mezz'ora
prima il rinomato domatore Gustavo Lachard entrer nella gabbia dei
leoni._

Rosen guard l'orologio, erano le sette ore passate; mancavano pochi
minuti alla rappresentazione. Egli si rivolse a Lamperth, e gli disse,
indicandogli quel manifesto:

--Volete che andiamo a visitare questo serraglio? pu essere che vi
abbia a trovare qualche avventura favorevole a' miei disegni.

--Andiamo, disse Lamperth, e giunsero in breve al recinto.

Dopo che il signor Lachard usc dalle gabbie dei leoni, e la folla si
ritir a poco a poco e si disperse, Rosen disse al suo compagno
stringendogli la mano:

--Credo, mio caro Lamperth, di aver trovato un modo infallibile per
farmi uccidere; permettete che non vi dica altro; andate all'albergo del
Ciclope dove fra un paio d'ore o mi rivedrete vivo, o avrete la notizia
della mia morte. Vi raccomando la lettera per mia moglie.

--Non temete della mia puntualit--e si port la mano sul cuore--mi
dispiace di perdervi s presto, ma se ci  inevitabile... Vi auguro
buona fortuna.

Rosen, lasciato solo, chiese di parlare col signore Lachard, e trattolo
in un angolo del recinto gli disse:

--Io sono un barone inglese appassionatissimo del lottare e bramo
cimentarmi con qualche lottatore evidentemente pi forte di me. Desidero
di combattere con uno dei vostri leoni, ma  necessario che ci rimanga
un segreto tra noi; occorre che voi mi lasciate solo in questo
serraglio, e che si creda, per vostra e mia giustificazione, che io vi
sia entrato senza il vostro consenso, e avendo aperta io stesso la
gabbia, come far, sia stato assalito dalla vostra bestia. Quanto  il
prezzo di questo animale? io ve lo pagher due volte.

--Non meno di cinque mila franchi, disse il domatore; parlo di Behemet,
il pi alto e il pi forte: l'ho comprato io stesso a Bourck, sul limite
occidentale del deserto; non ha ancora due anni compiuti e non gli manca
un pelo. Ma, intendiamoci, io non debbo saper nulla di ci; io mi
ritirer dal serraglio come faccio tutte le sere, e voi sarete un
imprudente che vi sar entrato senza mia licenza, ecco tutto; se poi voi
ucciderete il leone, la cosa rimarr tra noi, e non avr altra
conseguenza.

Rosen gli sbors dieci mila franchi; e siccome la sera era gi molto
inoltrata, il domatore licenzi il suo guardiano, e lasci Rosen nel
recinto di cui socchiuse appena la porta, dopo avergli detto:

--Vi auguro che abbiate ad uscirne gloriosamente, ma temo che Behemet vi
sapr spianar le costure.

Rimasto solo Rosen comprese di esser posseduto da un panico
indefinibile, e vi fu un istante in cui si sent tentato di rinunciare a
quella specie di morte, e di raggiungere Lamperth all'albergo del
Ciclope, per combinare con lui su qualche mezzo di distruzione meno
inumano. Ma era troppo tardi. E d'altra parte, giacch era d'uopo
morire, conveniva accettare quel mezzo che era pi pronto, pi sicuro e
che non avrebbe lasciato concepire alcun sospetto d'inganno sulla sua
fine. Chi sa! Forse il morire tra le zanne d'un leone poteva essere pi
dolce, pi rapido che il morire di ferita o di veleno, o per altra causa
qualunque--certo era pi verosimile e pi ardito.

Animato da questo ragionamento, Rosen si avvicin alla gabbia, e sollev
le tre aste di ferro che n formavano l'uscio. Paralizzato dal timore,
colle mani appoggiate sull'orlo dello steccato, in atteggiamento di
vittima rassegnata aspettava che Behemet uscisse.

Il leone dopo essersi allungato due volte e aver sbadigliato lungamente
inarcando la lingua come una bestia che sa di potersi pigliare i suoi
comodi, si affacci allo sportello, guard con aria d'indifferenza il
barone di Rosen cui era venuto, suo malgrado, la pelle di cappone; e
discendendo nello spazio riservato agli spettatori, incominci a
passeggiarvi per lungo e per largo, agitando la coda, e mandando un
certo suo ruggito prolungato e sommesso in suono di soddisfazione e di
gioia.

Quando Rosen si avvide che Behemet non si curava di lui, avendo ripreso
animo in quel breve intervallo di tempo, discese ed affront
arditamente il leone, cui percosse d'un colpo di frustino. A quella
provocazione, Behemet, come una bestia ubbidiente, si ritir
precipitosamente nella sua gabbia, Rosen lo insegu, ed essendosi munito
d'un asta appuntata di ferro, lo stimolava con quella ad uscirne. Il
leone, rannicchiatosi nel fondo del suo covacciolo, ruggiva e spalancava
le fauci orribilmente senza avventarsi; Rosen era al colmo
dell'impazienza e dell'ira.

Dimenticando che egli parlava con un leone--Uscite, gli gridava, uscite
da cotesta gabbia, miserabile. Ma tutto era indarno, Behemet, non
intendeva questo linguaggio provocatore, e rimaneva quieto come olio.

Disperando di potersi misurare con lui, Rosen decise di entrare nella
gabbia delle pantere, ma si avvide che Lachard, toltone quel solo, aveva
assicurati tutti gli sportelli con due buoni giri di chiave.

--Ah! Lachard assassino, esclamava Rosen acciecato dalla bile, egli
sapeva che questo era un coniglio, e mi ha arraffato dieci mila franchi
senza lasciarmi il compenso d'una scalfittura, ma rivedremo le nostre
partite domani.

E gettando uno sguardo pieno di disprezzo nella gabbia di Behemet, usc
dal serraglio, e corse difilato all'albergo del Ciclope.

                                *
                               * *

Lamperth che stava rivedendo alcune sue carte presso una tavola su cui
si scorgevano gli avanzi della sua cena, si mostr molto meravigliato
del ritorno di Rosen, il quale era s acciecato dallo sdegno che a
stento pot fargli il racconto di questa sua nuova sventura.

--Che domando io? Che voglio? Che spero? Morire, ecco tutto; la cosa pi
semplice, pi facile, pi naturale del mondo, diceva Rosen nel
conchiudere il suo racconto, e tuttavia eccomi condannato da una
desolante fatalit a sopravvivere a tutti i miei sforzi, a tutti i
pericoli cui mi espongo per impedirlo. Ahi vi giuro che io affronterei
in questo momento qualunque rischio, approffitterei di qualunque
circostanza per uscire di questo stato.

--Calmatevi, gli rispondeva Lamperth, non ve ne mancheranno mai le
occasioni, bisogna aver fede: intanto ordinate la vostra cena, lo
stomaco ha le sue esigenze, e credo che voi dobbiate avere appetito.

-- vero, disse Rosen, cener; l'uomo  il servitore d'uno stomaco, anzi
l'uomo  uno stomaco, la credo la definizione meno inesatta fra le tante
che si son fatte di questo animale. E ordin una costoletta di castrato
colle patate.

Non aveva Rosen addentato la sua costoletta, che un nuovo arrivato entr
nella sala, e venne a sedersi di faccia a lui, dal lato opposto del
tavolo.

Rosen era tutt'occhi nell'osservare i movimenti di quel suo commensale,
e si augurava che la punta d'uno de' suoi stivali venisse a colpire uno
de' suoi stinchi per aver ragione di bisticciarsi, quando l'altro
cacciando il naso nel suo piatto e indicandolo col dito al cameriere gli
disse:--portami una vivanda come quella...  una costoletta di castrato
in salsa dolce.

--Voi mentite per la gola, o signore, disse Rosen sollevandosi un poco
dalla sedia, questa costoletta  in salsa piccante.

--Per il cielo, esclam l'altro un po' turbato da quella sorpresa, voi
ci tenete molto al sapore della vostra costoletta e ne fate una
questione di onore; del resto non c' che dire, vi siete servito di una
espressione felicissima; trattandosi di sapori, io ho precisamente
mentito per la gola. Voi siete inglese?

--Di Londra.

--E contate di attraversare la Francia?

--Precisamente.

--Dubito se arriverete al termine del vostro viaggio senza trovare
qualcuno che...

--Che cosa?

--Che v'abbia a rivedere il pelo. Siete mai stato in Guascogna?

--Oh! che voi siete Guascone?

--Per l'appunto.

-- una provincia che in fatto di millanterie ha delle tradizioni
grandiose; spero che saprete farmi conoscere tutta la estensione del
pericolo che io avrei corso se vi avessi insultato nel vostro paese.

--Voi siete un pazzo o un imbecille, disse l'altro che era tutto sangue
di guascone, illividendo fin sulla punta del naso; venite qui dietro le
mura, e ci taglieremo due dita di fegato.

--Sono a vostra disposizione, rispose Rosen. E si accommiat da Lamperth
che gli diceva all'orecchio:--abbiate giudizio, contenetevi da uomo
onesto, lasciatevi ammazzare, pensate a vostra moglie, pensate che
quell'uomo fu provocato da voi e che la fortuna non vi regaler tutti i
giorni di queste magnifiche occasioni.

--Non dubitate, disse Rosen, spero che mi vedrete tornare in lettiga.

Rosen e lo sconosciuto giunsero in breve tempo dietro lo spaldo; alcuni
avventori dell'albergo che avevano inteso quel battibecco li seguivano
da lontano, e un amico del guascone portava le due sciabole sfoderate
sotto il mantello.

--Avete i vostri padrini? chiese lo sconosciuto all'inglese.

--Non ne ho alcuno.

--Non importa, questi signori serviranno come testimonii ad entrambi.
Gi, non escluderemo i colpi di testa e di punta, e ci batteremo fino a
che uno di noi non sia rimasto sul terreno.

--Siamo intesi, era la mia intenzione.

--Allora possiamo incominciare.

--Incominciamo.

E il Guascone, senza attender altro, si assicur bene nel pugno la sua
sciabola, e si scagli furiosamente sul suo avversario. Rosen lo
attendeva di pi fermo. La notte era s buia che l'uno poteva
distinguere a stento la direzione dei colpi dell'altro: gli spettatori
vedevano nulla o pressoch nulla; distinguevano due masse nere agitarsi,
avventarsi; vedevano di quando in quando il lampeggiare delle lame su
cui si rifletteva un debole filo di luce che proveniva dal fanale dello
spaldo, e sentivano il cozzo frequente delle sciabole senza poter
giudicare quale dei due avversarii avesse maggiore perizia nelle armi, e
desse indizio di uscirne vincitore.

Ma ad un tratto uno di essi si arresta, vacilla, cade: gli spettatori si
gettano sopra di lui... era il guascone.

Che cosa era avvenuto? Il francese era un pessimo schermitore, Rosen non
aveva ancora trovato il tempo di scoprirsi opportunamente, quando
avendogli fatta una _finta_ di destra, l'altro vi rispondeva con una
parata di sinistra, e, investendo la sua sciabola, si feriva gravemente
al collo, senza che il suo avversario avesse alcuna intenzione di farlo.

Rosen era rimasto pietrificato dal dolore e dalla meraviglia. Vi era
senza dubbio una strana fatalit che pesava sopra di lui, che rendeva
vani e funesti tutti i suoi tentativi di morire.

Mentre egli stava cos appoggiato colle mani riunite sull'elsa della
sciabola, intese uno degli spettatori chiedere: Chi  costui che lo ha
ferito? E un altro rispondergli:  un inglese.--Bene. Bisogna chiedergli
ragione di questo fatto: non si pu dirlo un duello questo; non v'erano
padrini, non v'era nulla di regolare;  stato un omicidio bello e buono.
Guardate, il morto  un francese,  un guascone, e si sono battuti per
una costoletta; c' qui il suo collega Pirolet a confermarlo; non
bisogna permettere che questo marrano d'inglese se ne vada via liscio
liscio: facciamo le cose per bene, conduciamolo al Commissario di
polizia.

Rosen che all'intendere da principio quelle parole, aveva sentito
discendergli nel cuore un debole raggio di speranza, rabbrivid tutto
quando ud discorrere del Commissario di polizia; e conobbe che era
necessario l'andarsene quatto quatto, se era ancora possibile, e partire
in quella notte stessa da Amiens.

Ma egli non aveva fatto ancora questa risoluzione che si vide circondato
da tutta quella folla, e ud uno di essi che gli s'era avvicinato pi
degli altri, imporgli di consegnargli la sciabola, e di seguirlo
all'ufficio del dipartimento. Rosen prese allora una grande
determinazione. Avendo osservato che alcuni fra loro erano armati di
stocco, e che uno di essi teneva tra mano la spada del suo avversario,
immagin che gli sarebbe riuscito agevole il farsi uccidere da tutta
quella gente, gettandovisi in mezzo come uomo perduto, e menando botte
alla cieca per costringerli a restituirle.

Detto fatto--non  che un punto--Rosen impugna la sua sciabola a due
mani, e piomba in mezzo a quei malarrivati picchiando a destra e a
sinistra, ove gli capita meglio, e gridando con quanto ha di
fiato--paltonieri, miserabili, anime di conigli, difendetevi,
arrestatemi se ne avete il coraggio.

Ma egli conseguisce cos uno scopo affatto opposto: tutti quegli uomini
spaventati da tanto ardimento si danno alla fuga, e Rosen non ha che il
dispiacere di vederne quattro cadere feriti al suo fianco, e la certezza
che questo avvenimento va a creargli una terribile responsabilit in
faccia alla sua coscienza, e ci che a lui pi importa, una
responsabilit non meno fatale in faccia all'autorit governativa.

Rosen si decide su due piedi: nessuno lo conosce ad Amiens; non ha detto
il suo nome a nessuno; appena ne hanno intravista la figura alla luce
del fanale; egli si getta alla campagna e tenta di giungere nella notte
a Montdidier, servendosi di qualche cavalcatura che spera acquistare in
una fattoria, lungo il viaggio.

Un'ora dopo questo avvenimento Lamperth riceve da un contadino un
biglietto cos concepito:

Caro Lamperth,--Un destino singolare, altrettanto che inesorabile,
rende infruttuosi e funesti tutti i miei disegni di morire. Io vivo a
dispetto mio, ad onta di tutto e di tutti. Avrete inteso che ho ucciso
quel guascone, e ferito quattro o cinque francesi che volevano tradurmi,
come un malfattore, all'ufficio di polizia. Questo avvenimento mi
costringe a riparare a Montdidier senza esser visto, giovandomi d'un
cattivo cavallo che ho acquistato ora in una casa di coloni da cui vi
scrivo. Vi aspetto dunque a Montdidier, al Caff della Pace, dove si
beve il miglior fiore di latte che si trovi in tutta la Francia.

                                *
                               * *

Mentre Rosen cavalcava per quelle ridenti campagne che corrono da
Neufchatel, fino a Hermont e fino alla riva dell'Oise, pensava a quella
sua vita spensierata di Londra, a sua moglie, a' suoi amici, alle sue
ricchezze dissipate, e a quello strano capriccio della fortuna che gli
aveva indicato per rimediarvi una via s colpevole e s singolare.

La notte s'era fatta piovosa, e Rosen era triste. Mai, come in quel
momento, egli aveva sentito un pi vivo desiderio di morire: mai come in
quel momento, la fortuna aveva sembrato allontanarlo di pi dalla morte.
Era cosa s difficile il morire? Egli sentiva in s una pienezza di vita
straordinaria, un'armonia inusitate in tutte le funzioni della sua
macchina: un ordine, uno scorrere del sangue s calmo, s regolare, s
dolce, che non aveva conservato memoria di aver provato mai un simile
stato di benessere, anche negli anni della sua fanciullezza.

Quel trotto monotono della sua cavalcatura sembrava cullarlo a guisa di
un bambino; l'acqua che gli percoteva a spruzzi leggerissimi e quasi
vaporosi sui capelli e sul viso, pareva accarezzarlo come una mano di
donna adorata; il vento che spirava leggerissimo, pareva soffiargli sul
viso come l'alito profumato d'una fanciulla; oltre a ci gli alberi
erano pieni di usignuoli che cantavano nonostante l'imperversare della
pioggia; e vi era nell'aria qualche cosa di s voluttuoso e s molle che
rendeva impossibile qualunque sentimento che non fosse stato calmo,
affettuoso e gentile.

Ad onta di questo stato di cose, Rosen pensava in che modo gli sarebbe
riuscito domani di morire, giacch egli era intollerante d'indugii, e
vagheggiava nuove venture e nuovi progetti.

Ad ogni ombra che pareva disegnarsi ai lati della via, ad ogni lieve
rumore di passi, il cuore di Rosen batteva pi concitato e si riapriva
alla speranza e alla gioia. Egli entr ad arte nelle macchie, e
attravers il piccolo bosco di _Cok-sautin_ trattenendo quasi il respiro
tanta era la sospensione d'animo in cui si trovava, e l'impazienza di
imbattersi in qualche pericolo, o di dare in una imboscata di
malandrini.

Ogni gruppo di piante gli pareva un assembramento di ladri, ogni
cespuglio un assassino appostato sul suo sentiero, ogni ramo coperto di
lichene bianco una lama di coltellaccio, o una canna di trombone.

Egli pensava in che modo si sarebbe contenuto con essi. Certo i ladri
non sarebbero stati meno di due o di quattro, forse anche di pi--che
gioia!.... e avrebbero avuto delle buone armi.... E come trattarli?...
Colle buone?.. peggio! non si sarebbe fatto nulla: bisognava dir
loro--assassini, furfanti, paltonieri, non mi sfuggirete; sono il
Commissario generale io, domani sarete arrestati, e giuro al cielo che
vi far impiccare come tanti cani, senza darvi il tempo di fare un esame
di coscienza.

Rosen si era talmente investito della sua parte che inveiva ad alta voce
contro questi assassini immaginarii come se li avesse avuti dinanzi, ed
era gi uscito dal bosco di _Cok-sautin_ senza avvedersene.

Il giorno era sull'albeggiare allorch egli incominci a scorgere in
lontananza i campanili della citt, e sent i rintocchi misurati di una
campana che pareva suonare l'allarme. Aguzzando lo sguardo su quella
linea bianchiccia dell'orizzonte, sul cui fondo si disegnavano a masse
oscure e confuse le case di Montdidier, gli parve distinguere un'ampia
colonna di fumo che si sollevava a spire nere e pesanti e si riuniva
alle nubi che pendevano ancora fitte ed oscure sulla citt. Rosen spron
il suo cavallo, e come fu pi dappresso alle mura, distinse delle lingue
di fiamme che uscivano dal tetto e dalle finestre d'una casa, e conobbe
che si trattava d'un incendio.

Rianimato da questa nuova speranza abbandon le briglie sul collo della
sua cavalcatura, le ficc nel ventre gli sproni e giunse alle porte di
Montdidier prima che gli abitanti di quel paese, che hanno fama di
essere la gente pi dormigliona, e le teste pi tarde di tutta la
Francia, fossero accorsi a domare in qualche modo l'incendio.

Rosen arriv dunque dei primi, e non aveva ancora avuto agio d'osservare
da che parte e con quale pretesto avrebbe potuto gettarsi, nella casa
incendiata, che lo colpirono queste voci:

--Bisogna salvare pap Caupin, povero pap Caupin! egli deve essere
inchiodato sul suo letto dall'artritide... egli morr soffocato. Non vi
 alcuno che voglia salvare pap Caupin?

--Sono qua io, disse Rosen, dove  la stanza di questo malato?

--O signore, che il cielo ve ne rimuneri;  la prima stanza a sinistra,
al secondo piano, vi  l'uscio l sulla scala; se non vi fosse lo
trovereste nel gabinetto appresso.

Rosen senza aspettar altro, sicuro che quel mezzo di morte era
infallibile, entr sorridente nel pianerottolo e si avvi risoluto su
per le scale, esclamando tra s stesso:  la provvidenza che mi ha
mandato a Montdidier.

Ma non aveva salito due gradini che le fiamme lo circondavano da tutte
le parti, e gli toglievano il respiro; i capelli e la barba friggevano
cagionandogli terribili scottature alle guancie; i suoi abiti
incominciavano ad arricciarsi; e fu caso se un sentimento istintivo di
umanit e la fermezza sua nel proposito di morire, valsero a spingerlo
fino al secondo piano nella stanza di pap Caupin che giaceva svenuto
sul pavimento. Sollevarlo, recarselo sulle spalle, ridiscendere a
precipizio le scale, fu l'opera d'un istante per Rosen, che si present
alla folla accolto da una salva di grida e di battimani; e stava per
rigettarsi nell'incendio, quando si sent afferrare l'abito da una
giovine donna tutta discinta e coi capelli disciolti a onde gi per le
spalle, che gli diceva lacrimando:--Deh? per carit, signore, salvate i
miei due bambini, li troverete nella terza stanza a destra, al terzo
piano... ma fate presto.... andate... pregher sempre il cielo per voi!

Rosen non aspettava altro, e si ricacci nell'incendio. Fu visto
ricomparire poco dopo, tenendo nelle braccia i due fanciulli che venne a
consegnare alla loro madre, ma s sfigurato dalle bruciature e dalle
fatiche, che lo si poteva riconoscere a stento. Nondimeno egli non aveva
smarrito ancora la ragione, n dimenticato lo scopo vero e diretto del
suo disegno.

Bench stordito dal dolore, affannato dall'anelito, e quasi acciecato
dal fumo e dalla luce, si gett una terza volta nelle fiamme. Gli
spettatori tentarono invano di trattenerlo, gridando:--Cosa fate? 
inutile... non c' pi nessuno da salvare. Povero giovine, non capisce
pi nulla... gi... non discender pi questa volta. Che eroismo! che
cuore! Ed  dei nostri?  di Montdidier?

Ma Rosen non aveva inteso o voluto intendere nulla: era suo disegno di
raggiungere il piano pi elevato, buttarsi sul primo pavimento che
minacciasse di sfondare, e farsi travolgere con esso nelle rovine.

Era giunto cos al quarto piano, sotto l'arco di un uscio che poneva in
comunione due stanze; le travi dei due solai crepitavano, e le fiamme ne
uscivano qua e l lungo le pareti; egli scelse quello tra i due che
pareva sarebbe sfondato pi presto, ma vi s'era appena gettato che vide
l'altro piegarsi nel mezzo, aprirsi e precipitare scompostamente con un
orribil rovinio, mentre quello su cui egli stava distaccatosi soltanto
dalle pareti, scendeva dolcemente tutto intero, e senza piegare,
sfondando i piani sottostanti che ne ammorzavano l'urto e la rapidit
col loro ostacolo.

In una parola Rosen si trov in fondo come se ve lo avessero calato con
delle carrucole, e non aveva avuto tempo a meditare sulla sua
situazione, che gli spettatori, vistolo dalle finestre del pian terreno,
vi penetravano da tutte le parti, e lo estraevano, suo malgrado, da
quelle rovine.

Rosen era s sofferente e s addolorato che svenne. La folla piena di
gratitudine e di ammirazione per lui, lo accompagn, acclamandolo, fino
ad un'altra casa del signor Caupin, dove fu portato in lettiga, e posto
a letto per essere medicato delle sue ferite.

Nella sera di quello stesso giorno Lamperth, giunto a Montdidier, si
rec al caff della Pace, dove Rosen gli aveva dato convegno, e dopo
avervi bevuto il fiore di latte, che ha fama di essere il migliore che
si beva nella Francia, tolto in mano il giornale della provincia, vi
lesse con suo stupore queste parole:

_Eroismo._--Un grande incendio si  sviluppato stamane nella casa del
signor Caupin. Si avrebbero avuto a deplorare perdite dolorose,--quella
dello stesso Caupin impedito nel camminare, e di due piccoli
fanciulli--se un viaggiatore inglese arrivato in quel momento nella
nostra citt, non li avesse tratti a salvamento, gettandosi, senza
esitare, nelle fiamme, e riportandone tali ferite che lo costringono al
letto nell'altra casa dello stesso signor Caupin dove venne ricoverato.
Egli  certo barone Alfredo di Rosen, nativo di Londra. Siamo lieti di
annunciare che il comune di Montdidier, in seduta d'oggi, gli ha
conferita ad unanimit di voti, la medaglia d'argento al valore civile.

                                *
                               * *

Lamperth, dopo essersi informato del luogo ove era situata la casa del
signor Caupin, and a rendere una visita a Rosen. Lo trov profondamente
abbattuto, e s trasfigurato dalle scottature e dalla perdita delle
sopraciglia, dei capelli e della barba, che dur fatica a riconoscerlo.
Lamperth stesso che non aveva un cuore tenero come la giuncata, si sent
tutto rimescolare a quella vista, e stendendogli la mano con atto di
piet e d'interessamento che pareva, ed era certo, sincero, gli chiese:
Come state?

--Voi vedete in me, gli disse Rosen con aria di abbattimento profondo e
senza rispondere direttamente alla sua domanda, voi vedete in me un uomo
che  incontrastabilmente il pi sventurato fra quanti abbiano patite
sventure d'ogni sorta nel mondo. E ci non di meno sento che questo
dolore non ha il potere di uccidermi; e ho non so quale presagio nel
cuore che mi dice che io devo vivere, vivere inesorabilmente a dispetto
della mia volont, e de' miei progetti. Ah! domandare soltanto di
morire.... e non poter morire!  una cosa orribile!--Che volete? sono
travagliato da un'idea fissa, da un dubbio, da un sospetto che mi
atterisce. Sarei io mai dotato di una natura immortale?  un pensiero
che mi fa rabbrividire, e non di meno non lo posso scacciare dalla mia
mente.  un pensiero che se io fossi suscettibile di morire, basterebbe
solo ad uccidermi.

--Sentite, riprese Rosen dopo qualche intervallo di silenzio, se io
potessi morire di veleno, dopo il fatto di ieri, dopo che si conosce a
Montdidier la mia qualit di barone, credete che potrei destare sospetto
di suicidio?

--Non lo credo, disse Lamperth, ma dovete pensare che ne cadrebbe il
sospetto sopra persone innocenti. Le cronache giudiziarie registrano a
questo proposito dei fatti terribili, e i primi tentativi che avete
fatto per morire vi hanno gi creata una responsabilit abbastanza
grave.

-- vero, interruppe Rosen, con accento mortificato, ma la verit
verrebbe poi sempre alla luce.

E avendo veduto che Lamperth aveva come accennato del capo in atto di
adesione, dopo un istante di silenzio, afferr le sue mani, si sollev
un poco sul guanciale, e gli disse con suono di voce supplichevole:

--Lamperth, mio buon amico, ve ne scongiuro, deh! procuratemi un veleno.

--Impossibile, rispose Lamperth con aspetto grave e severo; io posso
assistere alla vostra morte, posso assecondare fino ad un certo punto i
vostri disegni, giacch ho compreso che  impossibile di potervene
distogliere; ma non posso procurarvi io medesimo i mezzi di morire.
Rivolgetevi ad altri. La mia coscienza m'impedisce di favorirvi.

--Bene, bene, disse Rosen, sia come non detto, ma ci non di meno voi
sapete che ho della simpatia per voi.... voi siete incaricato di una
lettera per mia moglie... avete ricevute le mie confidenze... ve ne
prego, ottimo signor Lamperth, non mi abbandonate s presto.... Se non
posso morire qui, conto di venire con voi in Italia, dove credo che un
uomo che non chieda che di morire, possa correre miglior fortuna che in
Francia.

--Oh! in quanto a questo rassicuratevi, disse Lamperth, io vi seguir
dappertutto, e indugier a partire da Montdidier fino a che non sarete
guarito. Tanto pi che si beve realmente dell'ottimo fiore di latte a
Montdidier... bisogna dirlo, non  un cattivo soggiorno...

--No, no, riprese Rosen, vi ho passati alcuni mesi nella mia infanzia, e
non  veramente un soggiorno dispiacevole, ma io non domando che di
morirvi.

--Speratelo, conchiuse Lamperth stringendogli la mano, e accomiatandosi
da lui; la fortuna  capricciosa, e pu concedervi domani ci che vi ha
rifiutato oggi; e quando meno state in aspettazione delle sue grazie,
colmarvi de' suoi doni e de' suoi favori. Ma rimanete tranquillo; verr
a rivedervi domani; spero trovarvi peggiorato.

Appena Lamperth si fu allontanato, ci che Rosen aspettava con
impazienza, egli fece chiedere d'un giovine commesso di farmacia che gli
aveva recate alcune medicine, e applicate alcune striscie di taffet nel
giorno antecedente, e gli disse:

--Voi dovete essere un ottimo ragazzo, e ho in mente di giovarvi per
quanto mi  possibile, combinando l'interesse vostro ed il mio in un
affare che vado a spiegarvi in due parole. Il cuore mi dice che noi
riusciremo a qualche cosa. Ecco come sta il fatto. Si tratterebbe di
un.... bisognerebbe.... ascoltatemi.

--Dite, io sono tutto orecchi.

--Vado a spiegarmi: io ho un'amante nel mio paese, una ragazza a
dovere... figuratevi... una bellezza rara, una bellezza prodigiosa; una
di quelle donne che hanno diritto a pretendere in un amante delle
attrattive irresistibili.... ora... non dico d'averle avute io, ma
certo... voi lo vedete, la mia faccia, i miei lineamenti sono alterati,
io sono ora un uomo brutto, diciamolo francamente, brutto,  la parola.
Io non ho pi il coraggio di farmi rivedere da lei in questo stato, ho
preso una risoluzione energica, irremovibile; ho deliberato di... Come
vi chiamate signor Tricott?

--Tricott, l'avete detto.

--E a che somma ascendono i vostri onorarii?

--Oh! ad una somma assai lieve, se volete, ma considerevole sempre per
un giovine commesso di farmacia, a venticinque lire mensili.

--Bene! riprese Rosen, sappiate adunque che per i motivi che vi ho
esposti, io ho deliberato di... morire; e vi dar qui su due piedi
venticinque mila franchi se voi mi procurate un veleno per farlo.

--Un veleno! esclam Tricott alzandosi due spanne dalla sua sedia; ma,
signore, se non  che il timore della vostra deformit che vi consiglia
questa determinazione, io vi assicuro che voi guarirete: fidatevi di me,
sono in grado di accertarvelo, io; studio il terzo anno di farmaceutica;
e non sono pi di due mesi che colla pomata vergine di Vernicot, ho
fatto rinascere le ciglia e i capelli all'illustrissimo signor Verrier,
che  l'avvocato generale del dipartimento, e che era raso quanto una
guancia... Avete detto venticinque mila franchi?

--Venticinque mila.

--E che veleno vi occorrerebbe?

--Oh! un veleno qualunque..... purch sia potente, pronto, efficace, ma
sopratutto potente.

--In quanto a questo, non avreste a temere.... credo avervi detto che
studio il terzo anno di farmaceutica; queste cognizioni le ho sulle
punta delle dita.

--Bene, bene, riprese Rosen, pensateci seriamente, ne va della vostra
fortuna.

--Ci penser, disse Tricott avviandosi verso la porta per uscirne. Ma
non aveva ancora chiuso l'uscio dietro di s, che ritorn nella stanza
di Rosen e gli disse:

--Signore, ci ho pensato... parmi di poter accettare.... ho a mia
disposizione una certa pasta nera, il cui effetto  terribile, 
immediato, bench procuri una irritazione intestinale abbastanza
sensibile... se voi credete... se persistete nella stessa offerta, io ve
la potrei procurare dietro la riscossione della somma su cui abbiamo
convenuto.

--Non v' che dire, riprese Rosen, voi mi darete il veleno... la
pasta.... ci che dite, ed io vi sborser i venticinque mila franchi.

--Accettato, rispose Tricott con risolutezza, volo a provvedermene: fra
due minuti sar di ritorno.

Rosen, sicuro finalmente di morire, si abbandon tutto alla volutt di
questo pensiero.

Un istante dopo Tricott ricomparve portando con s un piccolo vaso
ripieno d'una pasta nera che liber con molta precauzione da cinque o
sei fogli di carta in cui era avviluppato, e lo present a Rosen
dicendogli:--Non avrete tempo a prenderne quattro boccate che sarete
freddo.

Rosen gli sbors i venticinque mila franchi che erano tutto ci che gli
rimaneva della sua fortuna. Tricott li intasc con tutta
l'impassibilit d'un uomo d'affari; ridiscese a saltelloni la scala, e,
preso un posto nella diligenza di Lafitte, part in quella stessa
mattina per Parigi.

--Rosen, rimasto solo, si raccolse tutto in s stesso, richiam tutte le
sue memorie, ripens alla sua fanciullezza e a sua moglie, fece un breve
esame di coscienza, si pose in pace alla meglio con essa e con s
medesimo, e dato un addio alla vita e alle sue rimembranze, rinchiuse
gli occhi e ingoi in quindici o venti boccate tutto il suo veleno.

Era un sapore acre ma dolce, e pareagli d'averlo gustato altre volte;
non aveva nulla di disgustoso, nulla di forte, e Rosen stava per
dubitare della fede di Tricott, quando lo incominciarono ad assalire
degli spasimi colici cos potenti che non pot trattenere suo malgrado
le grida. Erano dolori orribili, insopportabili, atroci. Rosen, come
tutte le nature vivaci, ma deboli, era vile dinnanzi al dolore. I suoi
lamenti fecero accorrere il signor Caupin che, non ostante le sue
proteste, si affrett a mandare pel medico.

Rosen nell'entusiasmo del suo sacrificio non aveva preso tutte le
precauzioni opportune, e aveva dimenticato sul tavolo il vaso del
veleno. Se ne avvide troppo tardi quando il medico se l'era gi tolto in
mano, e esaminandone le reliquie gli diceva:

--Che diavolo avete preso o signore? Chi  quell'asino di dottore che vi
ha fatto una simile ordinazione? Oh la scienza! E c' tanto da
vergognarsene... siamo giunti davvero a un bel punto!... Quattr'oncie di
conserva di prune coll'emetico!  una cosa orribile, un'ordinazione da
cavallo!....

-- il signor Tricott, mormor Rosen tra lo spasimo, un commesso di
farmacia che....

--Il signor Tricott!.... diamine... ho trovato or ora il suo padrone,
il degno farmacista Sapiston, che ne va in cerca per monti e per mari;
egli ha ricevuto in questo momento una sua lettera in cui gli annunzia
che parte oggi stesso per Parigi, e va ad acquistarvi una delle farmacie
meglio avviate della capitale.

--Ah Tricott scellerato! disse Rosen, tenendosi il ventre colle mani,
piccolo malandrino! giuro al cielo che io vo' guarire a posta,
rinunciare a tutti i miei progetti per andargli a strappare le orecchie
a Parigi.

--Via, via, disse il dottore in aria di conciliazione, quel piccolo
monello vi ha fatto uno scherzo di cattivo genere, ma la cosa non ha in
s nulla di conseguente, prima di domani sarete perfettamente guarito.

Venti giorni dopo questo avvenimento, Rosen ristabilito della sua
malattia, prendeva con Lamperth la strada della capitale.

Un nuovo campo di avventure doveva aprirsi adesso per Rosen. In quel
gran centro che  Parigi dove le statistiche registrano ogni giorno
centinaia di furti, di aggressioni, di delitti, di calamit d'ogni
genere, non doveva riuscirgli difficile di morire. Almeno Rosen lo
sperava; considerava le avversit passate come un brutto giuoco della
fortuna, ma nulla pi che un giuoco; era impossibile ch'essa potesse
contendergli pi a lungo la realizzazione di un desiderio s semplice e
s naturale, il compimento di un destino inevitabile e comune a tutte le
cose. Oltre a ci egli era divenuto triste e soffrente; bisognava
aggiungere alle cause che lo eccitavano a desiderare con tanta
ostinazione la morte, quel non so che di mesto e di inusitato che gli
era provenuto dalla sua infermit, e il dispiacere delle traccie che
ella aveva lasciato sulle sue fattezze. Perch Rosen ci teneva alla sua
avvenenza, e non aveva totalmente mentito quando aveva detto a Tricott
che non avrebbe potuto reggere al pensiero di rivedere l'Inghilterra
cos malconcio.

Il pi delle volte noi amiamo di essere belli per noi stessi, perch
amiamo anzi tutto noi stessi, e consideriamo la bellezza fisica come un
riflesso, come un'espressione della bellezza morale.

I fanciulli che ignorano ancora tutta l'influenza che la belt esercita
sugli affetti, ambiscono nondimeno di essere leggiadri, ed  questo il
primo istinto di vanit che apparisca ordinariamente nell'uomo. Vi
furono in ogni tempo delle donne segnalate per avvenenza straordinaria,
le quali non amarono alcuno, e furono tuttavia felici, e trovarono nella
sola coscienza di questa loro belt un conforto a mali grandi e reali
della vita che non avrebbero saputo tollerare altrimenti. Egli  che
esse amavano potentemente e sovra tutto s stesse; e si  spesso tentati
di credere che quell'amore che si d ad altrui non sia che
un'esuberanza, un residuo di quello che si d a noi medesimi. Si toglie
a s, e si d ad altri; pi amate altrui e meno amate voi stesso: da ci
il sacrificio in amore, e quella legge immutabile di egoismo che lo
governa provvidamente e lo frena.

Rosen incominci da quei giorni una nuova serie di tentativi.

Risoluto a non ritentare le sorti del duello che non gli avevano
fruttato fino allora che dei rimorsi crudeli, immagin nuove imprese e
nuovi disegni: ma non era cos agevole l'immaginarne di efficaci e di
utili. Ne concepiva molti, e molti ne rigettava come ineffettuabili. Vi
era sempre in ciascuno di essi qualche ostacolo, qualche conseguenza
probabile che lo distoglieva dall'eseguirla. Perch egli si era fatto
saggio dopo quelle prime prove, e la sua coscienza infiacchitasi, come
suole nella malattia, gli suggeriva rimedii pi cauti e pi onesti.

In quel primo periodo della sua dimora a Parigi aveva cercato, ma
indarno, di morire con qualche mezzo comune; si era buttato tre o
quattro volte tra le carrozze che gli attraversavano la via, come
persona che ha difetto d'udito, o che non bada molto a s per
distrazione soverchia; ma i cocchieri erano sempre stati troppo
avveduti, e s'erano sempre trovati importuni che gli avevano strillato
alle orecchie:--Ehi, signore, la si guardi, badi che le viene addosso
una carrozza; e talora ne l'avevano sottratto a forza, afferrandolo e
trattenendolo violentemente per l'abito. S'era provato a passeggiare
lungamente e pazientemente sotto i ponti e sotto le bertesche degli
edificii in costruzione, sperando la caduta d'una tavola, d'una pietra,
o di un arnese qualunque che avesse potuto ucciderlo, ma indarno: aveva
girato tutto il vecchio Parigi, e cercato tra quelle case antiche e tra
quei vecchi recinti di giardino qualche muro che minacciasse di
sfasciarsi, e vi aveva passato notti intere aspettando che rovinasse, ma
non era stato pi fortunato in ci, di quanto lo fosse gi stato
dapprima. Un destino misterioso altrettanto che strano, governava la
vita di Rosen.

Spesso nello scorrere per passatempo i giornali della sera, si arrestava
con un senso di sdegno e d'invidia a meditare sull'elenco dei morti
nella giornata--tre o quattrocento ogni giorno; e tra essi molti pi
giovani di lui, molti fanciulli che vi avevano diritti infinitamente
minori..... E tuttavia egli viveva.... Talora si sentiva sgomentato
nello scorgere che la maggior parte di quei morti erano vissuti fino ad
una et molto avanzata, fino a settanta, a ottant'anni; ve n'erano
spesso alcuni che per poco non avevano toccato il secolo.... Se egli
avesse avuto lo stesso destino.... se fosse stato condannato ad una vita
s lunga!

In quegli intervalli di scoraggiamento tornavalo ad assalire il sospetto
che egli fosse dotato di una natura immortale, che tutti i suoi sforzi
sarebbero riusciti vani, eternamente vani... Non poteva reggere al
pensiero di una vita che non doveva aver fine; era questo fine che egli
voleva affrettare, che egli voleva raggiungere; e quantunque si
avvedesse dell'assurdit di un simile sospetto, n'era soventi in timore,
e passava giornate angosciose, travagliato, come era, da un pensiero
cos scoraggiante e terribile.

In quei giorni avendo appreso che molti assassinii succedevano la notte
nei quartieri pi remoti di Parigi, sui _boulevards_, al bosco di
Boulogne, in quelle vecchie e strette viuzze che si trovano dal lato
occidentale della citt, Rosen vi si cacciava tutte le sere, e vi errava
per lunghe ore senza frutto; rientrava a notte inoltrata, e talora,
verso il mattino, scoraggiato, prostrato, vinto da quella cieca fatalit
che vigilava con tanta costanza sulla sua vita. Oltre a ci egli doveva
struggersi di celare l'entit della sua persona: le sue avventure di
Dover e di Amiens avevano messo la polizia sulle sue tracce, e bench
egli non avesse palesato a persona il suo nome, bastava un indizio, un
sospetto, perch si fosse venuto in chiaro di tutto. Pi che di una
pubblicit disonorante, Rosen temeva della violazione del suo segreto,
dell'inutilit del suo sacrificio, e delle ristrettezze domestiche di
sua moglie. Si era creato mille sorgenti di dolori, mille motivi di pene
e d'inquietudini, e comprendeva di non potervi rimediare che morendo.

Aveva risolto di abbandonare Parigi, quando una sera essendo entrato in
una bettola, come soleva fare, per corrervi qualche avventura, e
essendosi seduto colle spalle rivolte a un assito che tramezzava la
camera, scorse da una fessura delle tavole quattro persone, che sedevano
in un angolo della stanza, discutendo a bassa voce circa un complotto di
furto che si proponevano di effettuare in quella notte medesima.
Quantunque essi parlassero assai piano, non riusc difficile a Rosen che
stava origliando alla fessura, d'intendere queste parole:

--Vi ripeto che il teatro dell'Opera non finisce che dopo la mezzanotte.
 impossibile che egli ritorni prima di quell'ora.

--Ma siete poi sicuro che il signor Meustrier vi vada tutte le sere?

--Tutte le sere.

--Bene! ma io credo ad ogni modo che convenga indugiare fino alle
undici. Sapete che al secondo piano la signora Ronson non si corica mai
prima di quell'ora, e si ferma spesso sul pianerottolo ad inacquarvi i
suoi vasi di basilico. Gi, io temo di voi, mio caro amico, perdonatemi,
ma siete cos smemorato; metterei un occhio della testa che prima che
siate partito e tornato per le nostre provviste, avrete dimenticato la
strada, la casa, il numero, e perfino la qualit di dottore
dell'onorevole signor Meustrier, e lo scopo per cui andiamo a rendergli
quella visita.

--Via, e lo so a mente come le litanie: vicolo della Chiusa, n. 42,
piano terzo, uscio a sinistra, quattro finestre sul vicolo, abitazione
del signor Meustrier, dottore in ambo le leggi. Ma a me passano pel capo
ben altri timori.

--E sarebbero....

--Ve l'ho gi detto; voglio dire quella persona che ci spiava alla
cantina del Falcone, e che sarebbe stato scambiato per un ispettore di
polizia anche da un cieco. Temo che ci abbia uditi.

--Voi non vedete che ispettori di polizia. Ma  tempo che andiate per le
cose nostre... gi non vi dimenticherete del convegno... al tocco delle
undici sull'angolo.

--E se...

--Cosa?

--Se nel discendere e nel salire, incontrassimo il signor Meustrier, se
lo trovassimo in casa...

--In casa  impossibile, non torniamo sulle questioni gi appianate: se
lo incontreremo per le scale sar un altro paio di maniche, bisogner
fargliele ridiscendere a capo fitto.

Rosen non volle udire altro, non mancava pi alcun dettaglio al suo
piano; usc a precipizio dalla bettola, deciso di rappresentare la parte
del signor Meustrier, e di appostarsi sulle scale del suo palazzo. Ma la
cosa pi difficile era trovare il vicolo della Chiusa; non  s agevole
il trovare un vicolo a Parigi sulla semplice indicazione del suo nome, e
Rosen temeva di compromettersi chiedendone notizia a qualche
passeggiero. Non erano per le nove, e gli avanzavano due ore per farne
ricerca: poteva sperare ragionevolmente di riuscirvi. Fino dal primo
momento che aveva sentito i ladri accennare a quel luogo, aveva supposto
che non sarebbe stato molto lontano da quel quartiere, perch essi non
si sarebbero radunati in un punto opposto della citt: era d'uopo
passare ad una ad una per tutte quelle vie e leggervi le indicazioni dei
viottoli traversali: dopo ci se tutto fosse stato inutile, richiederne
con franchezza qualche persona, e non trovando chi glielo indicasse,
cacciarsi in una vettura pubblica e farvisi condurre come a casa
propria.

Concepito questo piano, Rosen si accinse di buon animo alle sue
ricerche. Ma era inutile; il tempo volava con una rapidit spaventosa, e
Rosen non era adesso pi fortunato di quanto lo fosse stato in quei
giorni. Ad ogni breve intervallo di tempo guardava con trepidazione
sull'orologio, e vedeva la lancetta affrettarsi a raggiungere l'ora
fatale, senza che potesse aver indizio alcuno di quella strada. Erano le
dieci e mezzo, mancava mezz'ora al convegno... Risolse allora di
chiederne notizia ad alcune persone che gl'inspiravano qualche fiducia,
ma nessuna di esse seppe indicarglielo. Si azzard a interpellarne una
guardia di polizia, che lo guard di traverso come una persona sospetta,
ma anche questi non ne sapeva pi dei primi. Intanto erano gi
trascorse le undici, Rosen era sulle spine; conobbe che bisognava
tentare rimedii estremi, e aprendo lo sportello d'una vettura pubblica
vi si butt dentro come una persona disperata strillando alle orecchie
del cocchiere: vicolo della Chiusa, n. 42, a gran corsa.

Il cocchiere dopo essersi raccolto un momento quasi per chiamare a
rassegna tutte le sue cognizioni topografiche, fece scoppiettare la sua
frusta, e spinse il cavallo in una direzione opposta a quella per cui
era venuto Rosen. Si corse per una buona mezz'ora; Rosen era al colmo
della desolazione; mancavano pochi minuti alla mezzanotte, e gi aveva
deliberato seco stesso di rinunciare a quel tentativo e di farsi
condurre invece da Lamperth, quando vide la carrozza voltare in una
piccola via, e appena girato l'angolo, arrestarsi. Rosen ne discese,
guard in alto e vide il numero 42 illuminato dal fanale della strada
che pareva dirgli: questa  la casa, venite. Pag sontuosamente il
cocchiere, e raccogliendo tutto il suo coraggio entr nell'atrio, e
cominci a salire le scale. Era giunto appena al terzo piano, quando gli
parve d'intendere del rumore nell'appartamento del signor Meustrier; e
appressandosi all'uscio, conobbe che le imposte ne erano socchiuse, e
vide uscirne un filo di luce che le illuminava di dentro.

Non v'era dubbio, ladri non ne erano ancora usciti; bisognava usare
dell'audacia, far la parte del signor Meustrier, entrarvi, assalirli, e
lasciarvisi sgozzare come un agnello. Ma Rosen non aveva ancor messa la
mano all'imposta, che ud una voce maschia chiedere di dentro: Chi va
l?

--Io, disse Rosen, spalancando la porta e precipitandosi nella stanza,
io, il dottore Meustrier; chi  che  entrato in mia casa?

--Onorevole dottore, rispose una persona che Rosen riconobbe subito per
un gendarme, li abbiamo pigliati nella trappola; e aprendo l'uscio della
seconda stanza disse: il signor Meustrier  arrivato in questo momento.

Rosen guard, e vide una quantit di gendarmi, intenti ad ammanettare i
quattro personaggi che aveva conosciuto alla bettola. L'ispettore di
polizia, appena vedutolo, gli si appress con aria di soddisfazione, e
togliendosi rispettosamente il berretto, gli disse:

--Egregio signor Meustrier, ella ci vorr perdonare se abbiamo dovuto
violare la sua casa, ma la giustizia ha esigenze sulle quali non 
possibile transigere... D'altra parte le abbiamo ricuperati i quaranta
mila franchi di deposito che ella incass stamattina, e che questi
galantuomini avevano gi fatto passare nelle loro saccoccie. Fu un fatto
molto onorevole per la polizia di Parigi, questo; non lo dico per
vantarmene, io, ma... gi, tutto il merito  dovuto al nostro agente, il
signor Chaperron, che ha saputo scoprire il complotto nella cantina del
Falcone, dove questi signori si erano radunati per concertare il loro
piano. Aveva fatto cercare di lei, ma non ci  stato possibile di
trovarla. Ho sentito in questo momento la sua carrozza, e ho detto tra
me stesso: il signor Meustrier  qui, egli rimarr ben stupito di trovar
tanta gente in sua casa. Come fare? E bisogner ora che ella abbia anche
la bont di accompagnarci all'uffizio della sezione, dove redigeremo il
verbale, e le restituiremo il danaro rubato, appena verificata
esattamente la somma.

--Sono ben grato, disse Rosen, che si sentiva calare il sudore gelato
dalla fronte, sono ben grato delle cure che questa benemerita autorit
si assume per la tutela della propriet privata, e mi duole di non
poterle offrire che un attestato verbale della mia riconoscenza: del
resto, signor ispettore, io mi far un dovere di far conoscere a tutti
la di lei avvedutezza e il di lei zelo, segnalandolo per le stampe alla
ammirazione ed alla gratitudine del paese.

L'ispettore s'inchin fino a terra. Rosen, avendo ammiccato dell'occhio
ai quattro arrestati, che lo guardarono stupiti, come avesse voluto dir
loro: non temete, non mi tradite, non sono il signor Meustrier, io; lo
so bene che non mi conoscete, ma sono uno dei vostri, uno che sapr
liberarvi, purch abbiate un'oncia di giudizio, riprese:

--Signor ispettore, io sono ai di lei ordini, andiamo.

E si avviarono all'ufficio di polizia.

Quivi Rosen che si sentiva i bordoni alla testa, dovette subire un lungo
interrogatorio, declinare il suo nome, la sua qualit, la provenienza
del danaro rubato; dopo di che, avendo firmato il verbale che faceva
constare del fatto, l'ispettore generale gli disse, consegnandogli i
quarantamila franchi, che erano stati tolti a Meustrier:

--Signor dottore, ella pu ora ritirarsi, ma  necessario che ritorni
domani al nostro ufficio per assistere all'interrogatorio degli
accusati.

Rosen, intascando alla meglio il danaro, si cacci gi per le scale,
leggiero come una rondine, si ficc in una carrozza da nolo, si fece
condurre dal suo amico Lamperth, e gli disse:

--Io parto in questo istante per Melun; sono stato costretto a rubare
quarantamila franchi, e non potrei rimanere un'ora di pi a Parigi;
raggiungetemi domani in quella citt, dove desidero di giustificarmi con
voi di questa appropriazione.

--Sta bene, ci rivedremo domani a Melun, rispose Lamperth con freddezza.

                                *
                               * *

Quel piccolo gruzzolo del signor Meustrier non era giunto inopportuno
per Rosen; egli era stato a un filo dal vedersi senza un quattrino; e
d'altra parte considerava quel dono singolare della fortuna, come un
compenso alle somme che Lachard e Tricott gli avevano arraffate prima
del suo arrivo a Parigi. Ci di cui egli si sgomentava non era tanto il
ritardo che tutte quelle mille fatalit frapponevano al raggiungimento
del suo scopo, quanto quel non so che di ostinato e di derisorio con cui
quelle stesse fatalit tentavano di paralizzarne l'azione. Tuttavia,
appena arrivato a Melun, si era avveduto che una nuova serie di
avventure le attendeva in quella citt. La Senna, ingrossatasi per le
pioggie che erano state frequenti in quei giorni, era uscita dal suo
letto e aveva allagato buona parte di quelle campagne. Molte case di
coloni erano rimaste sepolte a met dalle acque, senza che le famiglie
che le abitavano avessero avuto il destro d'uscirne: non poche di esse
mancavano di provvigioni, o erano minacciate in altro modo nelle loro
case medesime, che scalzate dal fiume alle fondamenta erano in procinto
di rovinare. Ogni giorno si numeravano nuove vittime, e quei pochi
generosi che s'erano spinti in loro soccorso ne costituivano la maggior
parte.

Rosen aveva appreso queste notizie non appena partito da Parigi, ond'
che giunto a Melun, era corso tosto alla riva del fiume per vedere le
cose da s, e confortarsi della certezza di questo avvenimento.

Tutta quell'estensione di campagna cos allagata presentava uno
spettacolo stupendo. Dalla parte di Corbeil, l'occhio non giungeva a
distinguere il limite estremo dell'allagazione, e l'orizzonte si
chiudeva in una linea confusa e bianchiccia, come avviene in una scena
di mare, quando le onde agitate presentano alcune creste di una
bianchezza abbagliante sopra un fondo oscuro e verdastro. Dal lato
opposto, la via di Fontainebleau, dove le acque si erano arrestate in un
declivio, porgeva l'aspetto di un serpente smisurato che stesse per
uscire dal fiume. Dappertutto biancheggiavano delle case, quali scoperte
in gran parte, quali sepolte fino al tetto, di cui non si scorgevano che
i comignoli, simili ad alberi di nave naufragata; le piante investite
dalla corrente oscillavano sui loro fusti; e molte di esse sradicate
erano travolte impetuosamente dalle onde; in alcuni punti il fiume era
limpido e calmo, in alcuni altri scorreva con un fragore spaventoso, e
si riversava negli avallamenti, che riempiuti si scaricavano negli altri
seni pi bassi. Mille altri particolari completavano la scena stupenda
di quel quadro.

Rosen gioiva dal pi profondo del cuore nel contemplarlo. Quanti
pericoli non avrebbe egli potuto corrervi domani, e quanti pretesi non
avrebbe egli avuto per correrli? Come doveva essere facile il morire in
quel luogo!--una barca rovesciata, una riva franata, una casa sfasciata
dall'acqua, un naufrago che invoca soccorso.... no, era impossibile che
questa volta non riescisse a Rosen di morire.

Dopo che egli ebbe passato alcune ore beandosi in quella vista, rientr
nella citt che la notte era di molto inoltrata, si gett sul letto
fantasticando, ebbe sogni pieni di volutt e di visioni. Gli pareva che,
essendosi gettato nella Senna, le onde lo avessero travolto e
inghiottito senza che egli od altri avessero avuto tempo di opporvi la
menoma resistenza; le acque si erano chiuse sopra di lui, egli si
sentiva affondare affondare, scendere scendere continuamente senza poter
giungere al fondo, la corrente lo portava con impeto e lo faceva girare
su s stesso come una foglia investita dal vento. In quel lungo
sommergersi Rosen provava una strana sensazione di piacere, avrebbe
voluto scendere cos eternamente senza toccare il letto del fiume; ma
non avea concepito questo desiderio che ne scorse il fondo tutto coperto
di musco e di conchiglie, e non l'ebbe raggiunto che disse a s stesso
con un senso di tranquilla rassegnazione: sono morto sono finalmente
morto!

Allora una miriade di pesciolini e di piccoli mostri acquatici si
precipitarono sopra di lui per divorarlo.

A quella vista Rosen si spavent e destossi.

--Sia lodato il cielo, diss'egli, questo sogno  una previsione,
andiamo. E vestitosi in fretta si avvi verso il fiume.

Appena giunto alla Senna fu lieto di apprendere che si era costituita
fra alcuni filantropi di Melun una societ di soccorso per le persone
che si trovavano chiuse nelle case allagate. Rosen domand sull'istante
di farne parte e lo ottenne. Da lungo tempo egli godeva nel suo paese
fama di abile nuotatore, e pens con piacere che prima di morire avrebbe
potuto rendere realmente qualche servigio a quegli sventurati: in fondo
in fondo egli non era cattivo, e un istinto di umanit lo aveva tratto
sovente a sacrificare per l'utile altrui, il bene proprio, come aveva
fatto in occasione dell'incendio di Montdidier.

Rosen chiese che gli fosse affidata una barca colla quale avesse potuto
trasportare alcune provvigioni nelle fattorie che ne avevano difetto, o
tentare di trarre in salvamento gli abitanti di quelle case che
minacciavano rovina.

Per due giorni fu un prodigio di attivit e di fortuna, e rese beneficii
immensi alle vittime di quell'innondazione--tutta Melun era occupata di
lui e del suo coraggio, il nome di Rosen era sulle bocche di tutti--ma,
al terzo giorno, quando appunto prostrato da quelle fatiche e impaziente
di morire, aveva risolto di tentare qualche cosa di decisivo, avvenne
che guidando egli una barca su cui trasportava alla riva due fanciulle
raccolte sopra un piccolo rialzo di terra che era stato circondato dal
fiume, questa invest in un albero che scendeva gi trascinato dalla
corrente, e n'and rovesciata. Al momento in cui Rosen incominciava a
sommergersi guard alla riva, vide la folla che assisteva al triste
caso; e non potendo pi dubitare che la sua morte non potesse venir
impedita e non dovesse essere considerata affatto accidentale, prov nel
fondo dell'anima una strana gioja, e disse: oh finalmente.... Ma non
aveva ci pensato, che si sent afferrare da una di quelle fanciulle che
si erano sommerse con lui, e che gli s'avvinghiava alla persona con
tutta quella disperata tenacit che d l'istinto della vita. Il cuore
di Rosen non era eccessivamente pietoso, ma pure ne sent compassione, e
slacciandosi alla meglio dalle sue braccia, e stringendola con una mano
alla cintura, incominci a nuotare verso la riva. V' un'altra vittima
da salvare pensava egli tra s stesso, mentre lottava disperatamente
colle onde, nessuno mi toglier il pretesto di rituffarmi nel fiume.

E messo in pace da questo pensiero continu ad affrettarsi alla sponda.

Rosen vi giunse s spossato, s oppresso dalla fatica che appena pot
intendere le grida e gli applausi della folla, che stava schierata lungo
la riva. Ma non ebbe posata a terra la fanciulla, che, fingendo di voler
correre alla salvezza dell'altra, torn ad immergersi, e prese a nuotare
verso il largo della Senna.

Intanto alcune barche si erano distaccate dalla sponda; Rosen le vide, e
fosse la fatica fosse il timore che potessero venire in suo soccorso, si
sent venir meno, incominci a perdere la vista dell'orizzonte, a
gettare le braccia inerti sull'acqua, a diventare leggiero, nel tempo
stesso che si sentiva inghiottire dalle onde; e smarrendo in un istante
ogni forza ed ogni coscienza di s, si sommerse.

In quell'intervallo di tempo due barche lo avevano raggiunto, e due
francesi si erano gi gettati nell'acqua per salvarlo. Rosen non aveva
avuto tempo di toccare il letto del fiume, che uno di essi lo aveva
afferrato alla cintura e trattolo fuori e coricatolo nella barca, lo
aveva ricondotto alla riva. Tutto ci era avvenuto in istante, e senza
che Rosen, che era svenuto, avesse potuto avvedersene.

Ma quale non fu la sua maraviglia, quando nel risensare si trov nella
sua stanza, nel suo letto; e vide Lamperth seduto al suo fianco; e
richiamando in un istante le sue memorie, pot indovinare agevolmente
tutte le particolarit della sua sventura.

--Ah! sono ancora vivo, egli disse, sono ancora vivo!... e si ripos con
dolore su questa parola.

Egli era s debole che un istante dopo si pose a piangere e singhiozzare
come un fanciullo, esclamando colla voce interrotta dalle lagrime:--Io
non morir pi!... Io non potr pi morire!...

Indarno Lamperth si prov a consolarlo: il suo abbattimento era estremo.

--Io morir di crepacuore, io morir di angoscia, ripeteva Rosen ad ogni
frase del suo amico. E l'altro a soggiungergli:-- il genere di morte
pi valido dinanzi alla societ di assicurazione.

Alcuni giorni dopo Rosen guarito aveva detto a Lamperth:--Andiamo via di
qui, non fermiamoci pi fino a che non saremo giunti in Italia. E
stavano per partire, quando una deputazione del municipio di Melun entr
nella stanza recando a Rosen un indirizzo di quel comune, nel quale lo
si ringraziava del soccorso prestato durante l'inondazione, e gli si
offriva, come unico compenso degno di tanta abnegazione, la cittadinanza
di Melun.

Rosen volle rispondere, ma prov tale un eccesso di sdegno contro la
sua fortuna e contro s stesso, che si sent soffocare dalla bile; e non
potendo reagire e superare la sua emozione, cadde svenuto sopra una
sedia.

--Egli  ancora assai debole, disse un membro della deputazione a
Lamperth, e questo attestato di onore che ha voluto porgergli la nostra
citt, lo ha profondamente commosso.

--S, disse Lamperth, lo ha commosso molto profondamente.

                                *
                               * *

Dopo quindici giorni di viaggio, Rosen e Lamperth giunsero a Grenoble,
col pensiero di passare le Alpi presso Brianzure, e di passarle a piedi
come due buoni inglesi. Rosen era prostrato dalle tante disillusioni
sofferte; ma come suole avvenire in tutte le nature immaginose e
fantastiche, si confortava di nuove speranze. Gli pareva che in Italia
sarebbe riuscito, che anzi sarebbe riuscito alla prima prova, e aveva
deciso di non tentare pi che avventure serie, avventure utili, nelle
quali la sua sensibilit e la sua coscienza non avessero pi a
distoglierlo dallo scopo immediato dei suoi tentativi. Oltre a ci
sentiva in s stesso un presagio consolante, il presagio che egli si
avvicinava al suo fine, che qualche cosa di solenne, qualche cosa di
decisivo doveva accadergli in quei giorni.

Gli s'erano gi offerte tre o quattro occasioni, ma aveva ricusato di
approfittarne, come quelle che non promettevano un esito sicuro, quando,
essendo giunto ad un piccolo villaggio alle falde dalle Alpi, e avendo
saputo che in una foresta vicina era imboscata una grossa masnada di
assassini che vi commettevano delitti inauditi, risolse di andarli ad
incontrare.

Fino allora non s'era dato esempio di viaggiatori che fossero capitati
nelle loro mani e che ne fossero usciti vivi, per quanto danaro avessero
lor dato, e per quante preghiere avessero rivolte; era naturale che
Rosen, deciso a difendersi e a provocarli, potesse lusingarsi di correre
lo stesso destino.

Accomiatandosi da Lamperth che sicuro della morte del suo amico lo
abbracci colle lagrime agli occhi, Rosen tolse pretesto di una
passeggiata su pel monte, e s'inoltr arditamente nella foresta.

Camminava triste e pensoso, guardando gli alberi che distendevano i loro
rami sopra di lui, come un ombrello gigantesco; raccogliendo per
distrazione qualche corbezzolo, e compiacendosi di sentire sotto i suoi
piedi quel non so che di molle e carezzevole che hanno gli alti strati
di foglie cos accumulate da anni nelle montagne. Era pensoso,  vero,
ma lo era pel timore di non imbattersi nella masnada: oramai Rosen era
s indispettito dei suoi casi trascorsi e della sua triste fortuna, che
quasi avrebbe bastato quel suo risentimento, quella specie di amor
proprio che lo rendeva incaponito nel suo progetto, a fargli desiderare
e affrontare qualunque sorta di morte.

Ma i suoi timori erano vani come le sue speranze. Non aveva camminato
pi di mezz'ora che ud suonarsi all'orecchio un: Chi vive? uscito da un
petto cos robusto, e pronunciato cos d'appresso a lui e con suono di
voce cos minaccioso, che Rosen, assorto in quell'istante in altro
pensiero, si arrest, e emise, suo malgrado, un leggiero grido di
spavento. Nel tempo stesso un uomo usc fuori da una macchia, e
spianando verso di lui il suo fucile, gli disse:

--Fermatevi, o siete morto.

--Miserabile! disse Rosen; e fingendo di prendere la mira, spar un
colpo di pistola verso l'assassino. La palla pass in aria fischiando;
l'assassino dal canto suo spar il suo fucile, ma spar in fallo.

Rosen si percosse la fronte col pugno.

Al rimbombo di quello scoppio, cento masnadieri comparvero da tutte le
bande; e Rosen si vide ad un tratto circondato. Pieno di speranza e di
gioia, deciso a difendersi per eccitarli ad ucciderlo, impugn le sue
pistole, e avventandosi contro coloro che gli erano pi d'appresso spar
i tre colpi che gli rimanevano, evitando di ucciderne alcuno.

I masnadieri erano rimasti s colpiti da tanto ardimento, che nessuno di
loro aveva tentato di trattenerlo; e solamente quando lo videro
slanciarsi, gi disarmato, contro il nucleo maggiore della loro banda,
si avventarono per colpirlo coi loro coltelli.

A quella vista il capo dei masnadieri accenn loro di arrestarsi, venne
incontro a Rosen, ordin che non gli si torcesse un capello; e
afferrandolo per le mani, che gli diedero una stretta simile a quella
d'una morsa, gli disse:

--Che cosa volete fare? arrendetevi; avete coraggio, ma siete un
insensato, credete di poterla spuntare con noi?

--Io non mi arrender mai, disse Rosen, dovessi combattere a morsi; e
tent di slacciarsi una mano per menargli un colpo alla guancia, ma era
impossibile.

Il suo avversario riprese con tranquillit:

--Voi siete decisamente un uomo coraggioso; acquietatevi, avete nulla a
temere da noi; non uccidiamo gli uomini della vostra tempra, noi;
uccidiamo quelli che guaiscono come le femmine, che ci ricusano la loro
borsa, che non vogliono ammettere il diritto che noi abbiamo sulle
sostanze dei ricchi, e la missione che ci siamo imposta di migliorare la
societ, distruggendo la disparit delle fortune. Voi siete un uomo
straordinario:  a deplorarsi che vi sciupiate cos miseramente nella
vita corrotta della citt.... ma sareste ancora in tempo a riabilitarvi;
io vi offro uno dei posti pi onorevoli nella mia banda; spero che non
sarete per ricusare.

Il capo dei masnadieri aveva rallentato sensibilmente la stretta delle
sue mani nel pronunciare queste parole; Rosen annientato da tanta
avversit di fortuna, taceva.

Dopo un istante di silenzio, l'altro riprese:

--La vostra fisionomia, il vostro coraggio... sareste voi mai un
inglese?

--S, disse Rosen rianimato dalla speranza.

--Oh! permettete che io vi abbracci; ho goduto per quattro anni
dell'ospitalit del vostro paese, e ho sempre sentito una simpatia
irresistibile per la vostra nazione. L'Inghilterra  l'asilo di tutti
gli uomini liberi. Non ci vogliate usare scortesia, aggiunse
abbandonando le mani che teneva strette nelle sue--qui vi sono uomini
che hanno ammirato il vostro coraggio, e che sanno di dovervi
rispettare.... Sono lieto di aver fatto il vostro incontro, e vorrei
dimostrarvi in qualche modo la gratitudine che ho pel vostro paese....
Il governo pontificio in Italia mi offre un posto di capobanda con un
corpo di quattrocento uomini; io sono disposto a cedervi il comando di
questa onesta brigata... accettate?

--No, mormor Rosen,  impossibile...; dei legami di famiglia.... dei
doveri... duolmi sinceramente di dover respingere un'offerta cos
onorevole; anzi io devo accommiatarmi; sono atteso per stassera al
villaggio.

--Bene, bene, disse l'altro, sia come non detto; aggradite ad ogni modo
prima di partire un attestato della mia ammirazione per voi e della mia
gratitudine pel vostro paese.

Cos dicendo si tolse dal dito un anello di molto valore, e lo fece
passare nel dito di Rosen; quindi, riconsegnandogli le sue pistole,
ordin a due dei suoi soggetti che lo accompagnassero fuori del bosco
per difenderlo da qualunque malvivente; e lo abbracci con effusione,
mentre molti dei masnadieri venivano a stringergli la mano e offrirgli
rispettosamente i loro servigii.

                                *
                               * *

Rosen, giunto a casa, si pose a letto; era malato, aveva la febbre: ci
che gli era successo era stato superiore a tutte le sue previsioni pi
scoraggianti. Oramai gli era venuto meno il coraggio di tentare altre
vie, e doveva risolversi a tornare in Inghilterra.

Dieci giorni dopo stava per riprendere il suo viaggio, quando gli giunse
all'orecchio la notizia di un disastro accaduto in quel giorno lungo la
via che egli doveva percorrere. Una carrozza, il cui cavallo aveva
perduto il freno era precipitata, in un abisso profondissimo che
costeggiava la strada, e che era chiamato il Picco del diavolo; non una
persona si era salvata.

Una nuova luce si fece allora nella mente di Rosen; and a visitare
quell'abisso, e conobbe che era impossibile sopravvivere a quella
caduta: risolse sull'istante, usc solo in vettura, spinse il cavallo
alla carriera pi concitata, e si precipit gi dal picco. La carrozza,
discendendo orizzontalmente, si impigli nelle liane che crescevano
lungo il fianco dell'abisso, e si rovesci rimanendovi sospesa, quando
non rimaneva pi che un terzo della rupe a raggiungere il fondo.

Rosen ne fu sbalzato fuori, e cadde sul corpo del cavallo che era morto.

Raccolto da alcuni terrieri fu trasportato all'albergo, dove aveva
lasciato Lamperth. Da principio fu creduto estinto, ma alcune ore dopo
la sua caduta rinvenne; e il chirurgo constat che si era spezzato il
femore sinistro, e che era d'uopo amputare la gamba nello spazio di
quattro ore, prima che si sviluppasse la cancrena di cui avrebbe dovuto
morire.

Quando Rosen, che era gi poco meno che morto per la meraviglia di
ritrovarsi vivo, ud parlare della cancrena, sent finalmente che tutto
era finito, che tutto era compensato; e rivolgendosi al chirurgo gli
disse:

--Voi potete ritirarvi.... io non mi far amputare mai.... io sono vile
dinnanzi al dolore.... preferisco morire.

--Pensateci, rispose l'altro, ripasser fra due ore, e mi lusingo che
sarete di parere diverso.

Partito il chirurgo, Lamperth entr nella stanza dove Rosen era stato
lasciato solo; e levandosi gli occhiali dal naso, ci che non era solito
fare che nelle circostanze solenni, e assumendo un nuovo tuono di voce
gli disse:

--Signor Alfredo di Rosen,  tempo che noi definiamo la nostra
posizione,  tempo che io cessi dal rappresentare una parte che mi
affligge per quanto sia doverosa, e che io desista da una finzione che 
oramai divenuta inutile. Io sono un'agente della Societ
d'assicurazione. Quando ella  venuta ad assicurare la vita di sua
moglie, la nostra societ non ignorava la di lei posizione finanziaria e
le gravi perdite che ella aveva subite al giuoco nella notte precedente.
Si sospett ci che era vero, che ella volesse, cio, ingannare la
societ con una morte volontaria; e io fui incaricato di seguirla e
procurarmi le prove che avessero constatato questa determinazione.
Questa  la lettera che ella mi ha incaricato di rimettere alla signora
baronessa sua moglie, e nella quale ella dichiara di voler morire
spontaneamente per darle diritto all'assegnamento vitalizio. Ancorch
ella avesse ora a morire, a questa lettera che i doveri della mia
qualit m'impongono di consegnare alla societ, priverebbero la signora
Rosen di qualunque compenso. Ella intende ora che non le rimane una via
pi onorevole e pi doverosa che quella di sottoporsi a questa
amputazione e di tentare di vivere per compiere quei doveri di uomo e di
marito che ha troppo trascurato finora. In quanto a me io non ho fatto
che obbedire alle esigenze della mia carica.

Rosen stette lungo tempo senza poter rispendere, tanto il dolore, lo
sdegno e la meraviglia lo avevano reso muto e agghiacciato. Quando fu in
grado di pronunciare alcune parole, disse:

--Oh Lamperth, voi mi avete rovinato.... Un colpo simile in questo
momento!... una rivelazione di questo genere nell'istante in cui io
stava per raggiungere la mia felicit!... ah, voi avete un cuore di
tigre, Lamperth!... fingere in questo modo... trascinarmi a questo
punto... senza una gamba!... Ma noi ci batteremo, per l'inferno noi ci
batteremo; io vi domander conto di questa indegna simulazione.

-- inutile, non avrete pi che una gamba.

--Ci batteremo alla pistola, seduti.

--Via, via, disse Lamperth riponendosi gli occhiali; sono un padre di
famiglia io, ho sette figli, e ci penso alla mia vita e a miei doveri.
Voi avete profusa una fortuna, avete tenuta una condotta riprovevole,
avete tentato d'ingannare una societ di onesti speculatori, l'avete
tentato a costo della vita degli altri; vergognatevi, io sento in questo
momento tutta la superiorit morale che ho sopra di voi.... Non
costringetemi ad abusare del vostro stato.

--Avete ragione, esclam Rosen piangendo come un fanciullo, oh! avete
ragione; voi siete ci che io non sono pi, un uomo onesto... Io vedo
troppo tardi il male che ho fatto.

--No, no, non  troppo tardi, riprese in tuono affettuoso Lamperth,
tornandosi a levare gli occhiali, e stringendo le mani del malato. Ecco
qui, io vi restituisco la lettera che vi accusa dinanzi alla societ;
voi guarirete, me ne ha accertato il chirurgo; e io vi far ottenere un
posto elevatissimo in questa stessa societ di cui avete voluto eludere
le disposizioni. Potrete essere ancora felice, perch potrete ancora
meritarlo.

Due mesi dopo, Rosen amputato e guarito, ritornava in Inghilterra, dove
Lamperth che ve lo aveva preceduto, manteneva la sua promessa.

La natura che gli aveva ricusato fino allora le gioie della paternit
gli diede ora dei figli. Lamperth divenne il suo subordinato e ad un
tempo il suo amico. Nulla turb pi da quel giorno la sua vita.

Alfredo di Rosen  il pi esemplare dei padri e dei mariti.


  FINE.




             RE

     PER VENTIQUATTRORE


           STORIA

  D'UN GIORNO DELLA MIA VITA




RE

PER VENTIQUATTRORE


Perch la sola storia di un giorno?

E se voi credete che gli avvenimenti della vostra vita possano formare
soggetto d'una storia curiosa e dilettevole, perch non tessere il
racconto intero della vostra esistenza?

Io ho supposto nello scrivere la prima linea di queste pagine che
qualche lettore mi avrebbe indirizzata una simile domanda.

Devo giustificarmi.

Anzi tutto se la vita vuolsi misurare dagli anni piuttosto che dalle
passioni, io non ho fatto finora che un primo passo nella vita. Sappiano
le mie lettrici--ed  ad esse specialmente che io rivolgo questa
osservazione--che io non ho che ventisette anni, e sono in tutto il
vigore della giovent e della salute: Oltre a ci la mia esistenza
scorse finora sempre uguale, sempre modesta e ignorata, fu una vita come
tutte le altre, una lotta del bisogno coll'impotenza, dell'aspirazione
col nulla, dell'ideale col fango;--e in mezzo a tutto ci qualche punto
nero e qualche raggio di sole, qualche virt, qualche vizio, alcune
colpe, molti affetti, molte lacrime e molte delusioni--tale  la storia
sintetica della mia esistenza.

Ma pure in questo povero dramma della mia vita fuvvi un giorno cos
splendido, cos ricco di avvenimenti bizzarri e insperati, cos fertile
di piaceri sommi come di sommi dolori, che mi parrebbe non poter essere
pi in pace con me stesso, se dappoich mi sono dato al mestiere del
letterato, e mi sono proposto di destare nell'anima degli altri un eco
delle sensazioni della mia, frodassi l'umanit di un racconto cos
meraviglioso.

E sento nel cuore una voce che mi dice: non ti si prester fede, ti si
accuser di menzogna... No miei lettori, no ch voi non mi potreste
smentire: io vi esporr il mio racconto con tutta la coscienziosa
veracit di uno storico, io non esagerer menomamente l'importanza delle
mie avventure, e se queste vi parranno da principio o un poco strane o
impossibili, esitate nondimeno a giudicare della loro veracit fino a
che non avrete letto compiutamente il mio racconto.

La grande isola di Potikoros giace nell'Oceano equinoziale, al
trentesimo grado di latitudine, non molto lontana dal piccolo arcipelago
dei Navigatori.

 uno dei punti pi meravigliosi della terra: tutte le delizie favolose
dell'Eden, i paesaggi incantevoli del Bosforo, le rive stupende del
Reno, la vegetazione rigogliosa dell'Asia, le mille meraviglie della
natura disseminate qua e col sulla vasta superficie del globo--tutto
ci riunito e disposto in un punto solo dalla mano maestra del Creatore,
potrebbe offrire un'idea ancora assai debole delle bellezze di quel
piccolo paradiso sconosciuto che  l'isola di Potikoros.

Ebbene, nel mattino memorabile del ventisette aprile
milleottocentosessantadue, io giungeva a quell'isola--il trono di
quell'isola era vacante, ed io era l'erede di quel trono.

Premetto uno schiarimento.

Venti anni prima di quell'epoca, mio padre onesto commerciante di
cotone, nel recarsi a Caledonia, aveva naufragato sulle coste di Taiti.
Dodici viaggiatori si erano salvati con lui sopra una zattera di tavole,
e avevano approdato a Potikoros. Erano essi i primi europei che
ponessero piede in quell'isola: gli indigeni erano in parte selvaggi, ma
umani, la civilt americana aveva ingentiliti in qualche modo i loro
costumi, un trattato di commercio colla piccola repubblica di Tongia li
aveva pressoch educati alla vita sociale, e ammaestrati nelle arti e
nelle costumanze delle altre nazioni; ma la vanit che  sentimento
istintivo nell'uomo li rendeva tenaci nei loro pregiudizii e nelle
strane esigenze della loro toeletta--portavano infisso attraverso al
naso un osso bianco di balena; e quando mio padre co' suoi dodici
compagni di naufragio chiese loro l'ospitalit e la vita, essi, pure
annuendo alle loro preghiere, presentarono a ciascuno di loro uno di
quegli ornamenti, perch dessero cos la prima prova di sottomissione
nell'usarlo.

Vanitosi e timorosi ad un tempo, gli altri europei esitarono,
vacillarono, rifiutarono, e gli indigeni li trafissero colle loro
freccie; ma mio padre che era uno spirito forte, brand in aria il suo
osso di balena, e gridando! viva l'isola di Potikoros, se lo infisse
eroicamente nel naso. Le trib indigene meravigliate a quell'atto, lo
portarono in trionfo sui loro archi e lo elessero a Presidente della
repubblica. Un anno dopo mio padre faceva un colpo di stato, e
assicurava una corona alla sua dinastia. Quella corona gli era costata
il naso, ma non tutti i re si conquistarono un trono a questo prezzo.

Io stava scrivendo un giorno una dissertazione sull'influenza del debito
nell'equilibrio sociale, quando fui avvertito che una deputazione
d'ambasciatori Potikoresi veniva ad annunciarmi la morte di mio padre e
la mia successione al trono di Potikoros.

Tutti coloro che, come l'autore di questa storia, furono condannati al
mestiere del letterato,--il pessimo dei mestieri--e giova sperare pel
bene dell'umanit che sieno pochi--potranno immaginare la mia
contentezza febbrile, mortale, e i trasporti forsennati della mia gioia.
Io che aveva disperato s spesso di me, che aveva sognato come la pi
gran meta possibile nella mia fortuna quello stato d'imbecillit di
mente e di coscienza che sola pu recare fama e agiatezza ai letterati
in Italia, io che aveva lottato s a lungo con quell'istinto ribelle di
dignit che mi aveva preclusa ogni via, e indarno sempre.... ora ero
figlio di un re, e re io stesso, ed erede di un trono.

Non poteva prestar fede a tanta felicit, durai fatica ad accertarmene:
affrettai la mia partenza, diedi un ultimo addio ad Elettra!.....
(povera creatura!.... Elettra.... essa che mi aveva soccorso s spesso
di pane e di amore) e dopo tre mesi di navigazione, nel mattino del
ventisette aprile milleottocentosessantadue, giungeva finalmente
all'isola di Potikoros.

Alla distanza di alcune miglia, mi appariva come una vasta conca di
fiori emergente dalle acque; alcune isolette disposte qua e l, attorno
al mio regno, somigliavano a quelle foglie gigantesche di ninfe che si
cullano sulla placida superficie dei nostri laghi: il cielo era alto,
sereno, limpidissimo, e si tingeva curvandosi verso l'orizzonte, d'un
colore abbagliante di croco e di cinabro: il mare giaceva calmo e
maestoso; uno zeffiro profumato ne increspava leggermente la superficie
come l'alito che appanna il velo d'una vergine. Innumerevoli stuoli di
lire e di uccelli di paradiso s'inseguivano a volo nei punti pi
luminosi del cielo, e riflettevano i primi raggi del sole colle loro
code di argento. Alcune rondini di mare, posatesi sulle gomene della
nostra nave festeggiavano il mattino con un trillo vivace e armonioso.
Nulla di pi incantevole di quella scena, nulla di pi celeste di
quella musica: i sogni del fanciullo e della vergine non possono
immaginare un eden pi delizioso, n i poeti un idillio pi puro e pi
divino.

Quando io potrei rammentare ora delle impressioni di quel mattino non
formerebbe che un quadro tanto imperfetto, tanto lontano dal vero, che
io temerei quasi di nuocere alla mia descrizione tentando di palesarle,
e non lasciandole piuttosto indovinare al lettore. Ma il tumulto che
v'era nell'anima mia sarebbe ancora pi inesplicabile. Chi potrebbe
esprimere le mille sensazioni soavissime che agitavano il mio petto, le
mille lusinghe che venivano a blandire la mia vanit; i miei progetti, i
miei sogni, tutto ci che ha accompagnato questa meravigliosa
trasformazione di uno scrittorimo povero e conosciuto in un re dovizioso
e potente?

Strano prestigio di una corona! Strano potere di far supporre delle
virt sovrumane nella testa spesso insensata che la sostiene! Pi volte
ho desiderato conoscere se tra gli evviva del popolo, in mezzo alle
ovazioni delle folle, allo spettacolo degli archi trionfali e delle
moltitudini accorse da lontano per bearsi della loro vista, qualcuno di
essi abbia sentito risvegliarglisi in cuore la coscienza della propria
nullit, ed abbia o disprezzato, o compianto il suo popolo, e si sia
sdegnato di quella stupida e vile ammirazione. E pure, io stesso, io che
m'era pi volte inacerbito per ci cogli uomini, non poteva contemplare
senza un sentimento di compiacenza il gran cordone dell'ordine
dell'Annunziata che mi pendeva sul petto, e che trasfondendo qualche
stilla di sangue reale nelle mie vene plebee, mi aveva reso a un tratto
cugino di Sua Maest!... Cugino di Sua Maest!... Dio, quale onore! Ma
io stesso era re, e la prospettiva di una corona rendeva debole e lieve
la gioia di quella parentela reale.

Pochi istanti prima di approdare, chiamai a me il mio primo ministro,
che pure faceva parte della Commissione Potikorese, e volli essere
informato sulle condizioni finanziarie, sull'esercito, sull'indole del
mio popolo e sulle costituzioni del mio Stato.

--In quanto alla popolazione che il cielo vi ha chiamato a governare, mi
diceva il mio primo ministro, facendosi scorrere tra l'indice e il
pollice il suo osso di balena, essa non si divide che in due trib
numerosissime, separate l'una dall'altra per una distinzione speciale
della natura, e sono la trib dei Denti bianchi, e la trib dei Denti
neri.

--Denti neri! io dissi, ma ci  orribile, i loro denti non saranno
tutti assolutamente neri.

--Tutti, rispose il ministro con quella dignitosa impassibilit che gli
conferiva l'abitudine della sua carica; e tolga il cielo che io voglia
esaltare la trib cui appartengo--e in ci dire mi fece osservare con
una specie di orgoglio i suoi trentadue denti nerissimi--per deprimere
l'altra che pure ha dato dei sudditi valenti a vostro padre; ma i Denti
neri sono la met migliore del vostro Stato.

--E le femmine, aggiunsi, esse pure....

--S, ancor esse, toltene le donne del vostro harem che la compianta
Serenit di vostro padre scelse tutte esclusivamente dalla nostra trib
dei Denti bianchi.

Io confesso che quest'ultima notizia del mio ministro mi riemp l'animo
d'una gioia straordinaria Ah! l'idea di avere un harem inebbriava tutti
i miei sensi.  l, io diceva, che mi sollever dalle cure del mio
stato, che mi rifar ad usura della mia giovent avvizzita senza
piaceri, che mi vendicher di questa simulata virt delle nostre donne
europee.

Un harem! Cento fanciulle che vi adorano, le bellezze pi abbaglianti
dell'Asia, le pi vezzose creature del mondo che cadranno ad un cenno ai
vostri piedi. S io dissi, tenter di risolvere il problema se
Sardanapalo sia stato pi grande di Alessandro, e se il Sultano sia il
pi saggio e il pi morale di tutti i re della terra.

Dal momento che mi conobbi possessore di un harem mi abbandonai
totalmente a questo pensiero, e tentai di richiamarmi alla memoria
quanto aveva letto di straordinario e di favoloso su questi ritiri di
piacere--la sicura vigilanza degli eunuchi, i ventagli di penne di
pavone, il molle costume orientale, i tappeti vellutati di Persia, i
profumi inebrianti delle Indie, tutto ci che desta la volutt e la
spinge alla sua massima azione, e al suo massimo sviluppo compatibile
colla vita.

Il ministro vedendomi assorto profondamente ne' miei pensieri, non osava
interrompermi; ed io temendo che egli comprendesse il motivo del mio
silenzio, e che io vi perdessi non poco della mia dignit reale, mi
affrettai a soggiungere con gravit:

--E l'esercito? Quale  l'ordinamento dell'esercito?

--Ottimo in s, disse il ministro, un poco imbarazzato da questa
domanda, ma, veramente, le disparit di trib, costituiscono un motivo
incessante di dissensioni tra l'esercito dei Denti bianchi, e quello dei
Denti neri. Perocch  bene che Vostra Maest sappia (io mi era rialzato
di due pollici nel sentirmi chiamare Maest) che vi sono due eserciti,
come vi sono due trib, e che la mancanza di un'altra nazione nell'isola
colla quale vi sia possibilit di guerreggiare, fa s che i due eserciti
dello stato vengano spesso alle armi tra di loro.  a deplorarsi che la
posizione geografica di Potikoros renda assai difficile e assai
fortunosa una guerra colle popolazioni del continente, ci che
accrescerebbe di gran lunga il prestigio della corona, e distogliendo il
vostro popolo dal desiderio di costituzioni pi libere e pi
progressiste, gioverebbe non poco a consolidare il trono di vostra
Maest.

--Come sarebbe a dire?

--Che la popolazione vuol essere sgomentata dalla coscienza della vostra
forza, cio dalla forza dell'esercito che  tutt'uno; e distolta in
altro modo dal desiderio di miglioramenti interni, compromettendone,
cio, gli interessi e i destini colla fortuna d'una guerra.

--Ma sarebbe dunque necessario... le condizioni della monarchia
sarebbero tali da.....

--Non dico ci, riprese il mio ministro visibilmente turbato, ma.... ma
veramente.... la sicurezza della corona richiede molte cure, molti
provvedimenti, la cui necessit vi sar nota assai presto. Non vi
parler di alcune tendenze rivoluzionarie che vostro padre ha dovuto
soffocare con molto sangue, e che questa vacanza del trono ha potuto
sviluppare sensibilmente.... gi le idee repubblicane hanno messo radice
in molte teste, ma non sar difficile il divellerle.

--Le teste? esclamai io inorridito.

--Come piace a vostra Maest, disse il mio primo ministro, le idee colle
teste.

Io confesso che la mia anima, per quanta violenza le abbia fatta in ogni
tempo la mia ragione, non ha potuto mai perdere un atomo di quella
mitezza imbecille dell'agnello di cui l'ha dotata la natura; ond' che
per dare una diversione a quel discorso s poco uniforme alle mie
inclinazioni benigne, soggiunsi: E quale  il costume dell'esercito?

--Il pi semplice, ed il pi economico ad un tempo, la nudit: i vostri
sudditi non temono in ci il confronto della razza del continente;
ammirerete sopratutto lo sviluppo dei fianchi e del torace nelle
femmine, le quali hanno pure adottato in gran parte la semplicit
primitiva di questo costume.

--In un paese cos economico, io dissi, le finanze dello Stato e dei
privati saranno dunque in floride condizioni.

--Tristissime! rispose il mio ministro con accento mortificato; e poich
da questo mio viaggio in Europa, ho desunte alcune cognizioni circa i
mezzi di rimediare al dissesto economico dello Stato, ho in animo di
proporre quanto prima alla vostra approvazione un progetto per
remissione di alcuni miliardi di carta monetata che i vostri sudditi
accetteranno con gratitudine.

--E a quanto ascendono le rendite di mio padre?

--Ad una somma considerevole, a parecchie centinaia di milioni, escluso
l'appannaggio che vi  assegnato dalla nazione, e che viene pagato
puntualmente dalle casse dello Stato.

--E ci non sembra gravoso al mio popolo?

--Vostra Maest  novizia nell'arte del governare: baster visitare uno
stabilimento pubblico, un ospedale, un asilo, un istituto qualunque, e
assegnargli una volta ogni tanto qualche centinaio di franchi sulla
vostra cassetta privata, perch voi siate creduto il pi generoso di
tutti i monarchi. N ci potr diminuire i vostri redditi: i tesori di
vostro padre sono i pi ricchi di quanti ve ne siano nei reami che noi
conosciamo.

--I pi ricchi?

--Li ammirerete fra poco: vedrete nella sala dei carboncini, un diamante
della grossezza di un uovo d'aquila, che  reputato da noi il pi
prezioso di quanti sieno sulla terra.

Io non potei contenere a questa notizia un sorriso di compiacenza che
non isfugg all'occhio penetrante del mio degno ministro dai denti neri.

--E quali sono, io chiesi, i doveri principali del re, le sue
occupazioni pubbliche?... Voi sapete che io non sono stato educato alla
Corte e che il governo d'un regno mi giunge alquanto inaspettato.

Il mio ministro sorrise a questa domanda che gli parve improntata d'una
ingenuit affatto puerile, e disse; Le occupazioni di Vostra Maest sono
pressoch insussistenti; il consiglio dei vostri ministri s'incarica
della politica interna--poich la politica estera non ci crea
combinazioni di molta importanza, stante i rapporti amichevoli che
conserviamo colle nazioni vicine: le vostre attribuzioni si ridurranno
alla firma dei decreti concepiti dal Consiglio, a mostrarvi al popolo
nelle circostanze solenni, a procreare principi del sangue allo Stato, a
recitare al presidente di qualche deputazione un discorso di circostanza
che vi sar composto dal vostro segretario particolare; e finalmente a
vigilare sull'ordine, sulla variet, sul buon andamento del vostro harem
ci che costituisce una delle vostre attribuzioni esclusive.

--Spero, io dissi, di soddisfare a tutti questi mandati, e all'ultimo in
ispecial modo, con quello zelo che varr a meritarmi la simpatia e la
gratitudine del mio popolo.

Il mio ministro s'inchin fino a terra.

Aveva appunto posto termine a questa conversazione nell'istante in cui
il bastimento reale gettava l'ncora nel porto di Potikoros che  la
capitale dell'isola di questo nome.

Salii allora sulla coperta della nave per ammirare con un pi vasto
colpo d'occhio le meraviglie naturali del mio regno. Ma la mia
attenzione fu distolta da questo esame dalla vista dei preparativi che
s'erano fatti pel mio ricevimento solenne. E d'altronde non m'era
mostrato ancora a' miei sudditi, che delle ovazioni fragorose partirono
dalla riva che era assiepata tutta di popolo; e centinaia di barche
ornate di stoffe a vivi colori e di penne preziose di marab vennero ad
attorniare la mia nave. Mi fu forza discendere in una di essa, ove si
trovavano riuniti i miei ministri, e che per essere ornata dello stemma
monarchico, conobbi che era destinata alla mia persona. Lo stemma reale
(poich quello della repubblica era stato atterrato da mio padre)
consisteva in un elissi diviso da un fusto di palmizio in due campi,
come da una sbarra; nell'uno di essi era rappresentato un braccio che
brandiva uno di quegli ossi di balena gi nominati a memoria dell'atto
ardimentoso che aveva procurato il trono a mio padre; nell'altro vi era
un merlo nero che, come seppi pi tardi dal mio ufficiale araldico, vi
era stato posto in onore di un uccello di questa famiglia, che il re
defunto aveva fatto venire dall'Europa, e che aveva formato la
meraviglia de' suoi sudditi, non essendovi in tutta l'isola di
Potikoros che dei merli bianchi come la giuncata.

Non star a parlare dell'imbarazzo in cui mi sono trovato per rispondere
alle numerose domande che mi venivano fatte da' miei ministri e dalle
deputazioni delle citt secondarie del mio regno. Si era bens pensato a
mettere nel mio seguito alcuni interpreti, ma il concetto di queste
domande era s oscuro, e mi erano formulate in modo s singolare, che io
mi trovava sulle spine a rispondervi. Aveva appena posto piede nella mia
lancia, che un grido prolungato del popolo e dell'esercito salut il mio
arrivo, e avendo io interrogato uno de' miei interpreti sul significato
di quel grido, seppi che esso voleva dire; ben venga il nostro re che 
arrivato dal paese dei merli neri.

Io m'inchinai rispettosamente dinanzi alla folla assembrata sulle
zattere e lungo la spiaggia, e vi fu un momento in cui mi sentii il
prurito di arringare la moltitudine e di guadagnarmene la simpatia
facendo l'elogio dei merli bianchi, ma il bisogno di servirmi degli
interpreti che avrebbero ammorzato colla loro lentezza tutto il mio
fuoco oratorio, me ne distolse. E d'altronde la folla era tanta e il
baccano s assordante, che la mia voce vi si sarebbe perduta senza
frutto.

Di mano in mano, che aprendoci a stento una via tra le barche, ci
andavamo avvicinando alla riva, lo spettacolo diventava pi imponente,
ed il fragore cresceva per modo che le mie povere orecchie ne erano
letteralmente assordate. Il grido di: viva il re che viene dal paese
dei merli neri! era ripetuto da tutte le bocche; e le dame Potikoresi
specialmente lo strillavano con certe voci da soprano in modo da farmi
rizzare sulla testa ad uno ad uno tutti i miei capelli reali.

Come Dio volle, noi giungemmo finalmente alla riva, ove mi soffermai un
istante ad osservare gli apparecchi della mia incoronazione e i due
eserciti schierati lungo la spiaggia. E qui non potrei dire
l'impressione inattesa che provai alla vista del mio esercito. I Denti
neri pei quali mi era sembrato che avrei dovuto provare un orrore
insuperabile, avevano aspetto s dolce, s mite, s affettuoso che mi
sentii subito attratto verso di essi da una forza di simpatia
irresistibile, mentre i Denti bianchi mi parvero d'indole s ribelle, s
feroce, s fiera che ne fui quasi atterrito.

Quei denti lunghi, affilati, bianchi, orribilmente bianchi, scoperti
fino alla radice dal labbro un po' rovesciato, acuminati e curvi verso
la punta come i canini, parevano fatti per afferrare, per mordere, per
lacerare la carne viva, palpitante--davano ai loro visi un'apparenza
orribilmente ferina. I denti neri, pel contrario, tozzi, brevi,
quadrati, bene incassati e coperti dalla gengiva, promettevano indole e
tendenze s mansuete, che avrei dato met l'isola di Potikoros perch il
mio regno non fosse stato popolato che di quella razza.

Pi tardi, quando rientrai nella vita privata, ho fatto delle numerose
esperienze sul colorito dei denti, e sulla natura dei caratteri
relativi. Non so se Lavater e Gall abbiano esteso anche a ci i loro
studi, ma io credo di non essermi mai ingannato sui rapporti che ho
fatti e sulle deduzioni che ho tratte in proposito. Diffidate di quelle
persone che hanno i denti bianchi e regolari, ma sopratutto bianchi.
Difficilmente una donna munita di denti piccolissimi, ben fatti, candidi
di quella candidezza abbagliante che esse ambiscono tanto,  una donna
saggia e fedele. Le bellezze pi famigerate, le cortigiane pi celebri,
le donne pi note per grandi vizii o per grandi delitti ebbero, tutte
indistintamente, un pregio siffatto.

I denti neri o ingialliti, mal collocati, indicano quasi sempre mitezza
d'animo, sofferenza, virt, rassegnazione. Una donna dai denti neri sar
ributtante, ma mai cattiva: si pu essere sicuri della virt di una
donna munita di tali denti.

Ma forse l'aver io perduto un regno per causa d'uomini muniti di denti
bianchi mi ha tratto a queste convinzioni e a questo ostinato
assolutismo nell'affermarle--desidero di essere smentito. Certo  per
che appena io vidi quella met del mio esercito, conobbi che non sarei
rimasto sicuro sul mio trono; e pensai con dolore a quelle parole che mi
aveva detto il mio primo ministro, che, cio, i Denti neri costituivano
la migliore met del mio regno.

E stava meditando appunto su questo pensiero, quando mi parve di
scorgere che il mio primo ministro e gli altri onorevoli membri
componenti la commissione gettassero sguardi inquieti sulla riva e
specialmente sulle file dell'esercito dei Denti bianchi, interrogandosi
e parlandosi a vicenda con qualche inquietudine.

Per altro lato le file di quell'esercito apparivano s diradate, e il
contegno dei soldati s provocante e s fiero che io, sospettando di
qualche disordine, domandai le ragioni di quel contegno dell'armata e di
quel discorrere caloroso de' miei ministri.

--Sono dolente, disse uno de' miei ufficiali, di dover comunicare a
Vostra Maest una notizia alquanto spiacevole. Sono scoppiati dei
torbidi in alcune provincie dello Stato, e una buona met dell'esercito
dei Denti bianchi si  ribellata al governo. L'altra met che voi
vedete, pende esitante tra il favorire la vostra installazione sul trono
o congiungersi ai ribelli. I soli Denti neri rimangono fedeli a Vostra
Maest, ma il loro valore non  pari a quello dell'altra met
dell'esercito. Bisogner affrettare la vostra incoronazione. Questa
solennit acquieter tutti i tumulti, questo fatto compiuto troncher le
esitanze di tutti quelli che non sanno tuttora se darsi alla monarchia,
o secondare le idee repubblicane delle provincie sollevate. Ci giunge
anche notizia che in alcuni luoghi siano stati abbattuti gli stemmi
reali, e deturpato il sacro merlo nero che ne formava l'impresa, ma si 
provveduto a che sieno presto ricollocati. Allorch, appena compiuta la
vostra incoronazione, Vostra Maest sar entrata nella sala del
Tribunale solenne, come richiede l'usanza, e avr pronunciato giudizio
sui delitti consumati nella giornata, l'esercito e la popolazione,
compresi dalla vostra saggezza, non opporranno altro ostacolo alla
vostra ascensione sul trono.

--Mio Dio! io dissi, sotto quali tristi auspici incomincia il mio regno!
Ancora non ho posto piede sulle rive de' miei dominii che una fiera
ribellione ne agita met le provincie, e la parte pi valorosa
dell'esercito mi abbandona per appoggiarne la rivolta.... Ma andiamo, io
proseguii con voce pi ferma andiamo a compiere--se ci s'ha a far
subito--questa formalit dell'incoronazione; e quindi se il prode
esercito dei Denti neri prester il suo braccio alla monarchia, non
dispero con esso solo di sottomettere i ribelli, di consolidare il mio
trono, e di conservare intatte le sacre costituzioni del paese.

--Andiamo, ripeterono in coro i miei ministri facendo atto di adesione
alle mie parole.

E uno degli ufficiali aggiunse; l'incoronazione potr compiersi sul
momento: tutto  preparato, il paludamento reale, la corona, il sacro
osso nasale....

--Il sacro osso nasale!... interruppi io trasalendo, come sarebbe a
dire?

--L'osso di balena che Vostra Maest introdurr nelle sue narici reali.

--Nelle mie narici!

-- la consuetudine del paese,  l'obbligo essenziale del re. Vostro
padre....

--Lo so, lo so, io interruppi, non proseguite.... ma quale orrore!
esclamai fra me stesso e io non ci aveva pensato.... ma ci 
impossibile... il mio naso.... il mio naso greco! il pi puro naso greco
che io abbia mai veduto.... ah! io mi ribeller a questa abitudine
crudele, a questa tortura terribile. Se io tornassi in Europa! Se la
ribellione mi privasse del mio regno.... tornarci col naso forato,
trapassato da un osso di balena... no, no, ci non pu essere.

E rivoltomi a' miei ministri dissi loro, dissimulando quanto poteva il
mio spavento: illustrissimi signori, io sono felice di procedere
sull'istante alla mia incoronazione, ma  occorsa credo una cattiva
intelligenza in proposito... desidererei... bramerei, se ci 
possibile, che si indugiasse alcuni giorni per ci che riguarda la
formalit dell'osso nasale: una fiera costipazione, un potente
raffreddore che mi sono buscato lungo il viaggio, l'infiammazione delle
pareti interne delle narici rendono senza dubbio questa operazione
alquanto pericolosa; pregherei l'eccellentissimo ministro che mi ha
accompagnato fino a Potikoros a voler far conoscere a' miei sudditi
questo desiderio, e disporli all'indugio che  mia intenzione di
frapporre al compimento di una formalit, di cui per altro mi tengo
altamente onorato.

A queste parole i miei ministri si guardarono nel bianco degli occhi
esterrefatti, e il ministro della Guerra in ispecial modo diede non
dubbii segni della sua meraviglia e della sua disapprovazione.

Io ammutoliva per vergogna.

Dopo un istante di silenzio il mio primo ministro rispose: noi siamo
profondamente convinti della verit delle giustificazioni addotte da
Vostra Maest, ma non sar molto agevole il convincerne l'armata ed il
popolo. La solennit che doveva compiersi oggi, ha radunato qui una
buona met della popolazione di Potikoros, n credo che essa vorr
partirne senza avervi assistito. Cotesto rifiuto pu essere interpretato
in un senso poco favorevole ed essere causa di disordini non lievi nel
regno. In quanto a me, non mi attento a sfidare il furore del popolo,
esponendogli il desiderio reale che Vostra Maest mi ha fatto ora
l'onore di manifestare.

A questo diniego inatteso io mi sentii venir meno, e trovai appena la
forza di aggiungere: se io stesso devo mostrarmi a' miei sudditi.... se
posso arringarli io in persona, non dispero di convincerli della verit
delle mie asserzioni.... Perch il mio naso.... la mia mucosa.... E in
quell'istante essendomi balenata alla mente un'idea stupenda, mi
avvicinai al mio primo ministro e gli mormorai all'orecchio:
persuadetene la popolazione, disponetela ad attendere, ed io vi affider
il comando della pi florida provincia del regno, vi decorer del gran
Cordone del Merlo nero.... E aggiunsi fra me stesso: se posso uscirne
col naso intatto dimetter sull'istante questi ministri, rifar il mio
gabinetto, allontaner da me questi sudditi ribelli e corruttibili.

Il mio ministro cedette di fatto, come mi era lusingato, a quel
tentativo. Rivoltosi al mio seguito disse; veramente.... l'interesse,
la quiete dello stato ci impongono di accordare a sua Maest l'indugio
di cui ci richiede. Il momento  grave. Disposto al sacrificio della mia
popolarit pel bene del paese, io sono deciso ad arringare il popolo
circa i motivi che impediscono temporariamente l'attuazione di questa
operazione importante: piaccia al cielo che le mie parole siano ben
accolte e credute!

Quindi rivoltosi a me che in quel frattempo era salito sopra una specie
di carro destinato a recarmi sul luogo dell'incoronazione, aggiunse:
andiamo. E ci riponemmo in viaggio.

Attraversammo un buon tratto di strada tra le ovazioni vivissime della
folla; e giungemmo in breve tempo ad un piccolo rialzo di terra sul
quale era innalzato il mio padiglione. Tutta la campagna circostante era
gremita di popolo; le dame Potikoresi vestite di un costume assai
semplice, spesso di un costume affatto adamitico, stavano raccolte a
gruppi sotto i padiglioni naturali che formavano le palme e i banani.
Alberi giganteschi di paradiso attorniavano il recinto del luogo
destinato alla mia incoronazione, e sovr'essi frotte di fanciulli a
cavalcioni qua e l lungo i rami suonavano certi loro strumenti di cocco
che producevano un rumore indiavolato. Da quel rialzo di terra si
aprivano allo sguardo orizzonti stupendi; da un lato, il mare seminato
in ogni punto di isolette quasi impercettibili e tutte verdi per la
vegetazione pi rigogliosa; dall'altro, campagne sterminate, pianure
solcate da fiumi, colli ricoperti di boschi, montagne rivestite di
eriche gigantesche; e sovra tutto ci, il cielo stupendo del tropico, il
cielo alto, sereno, sempre infuocato di quella terra prediletta dal
sole.

Ma io era in preda ad impressioni che moveano da cause ben diverse. Il
timore che i miei sudditi volessero esigere sull'istante il compimento
di tutte le formalit richieste per la mia incoronazione, il pensiero
che, ove pure mi fosse stato accordato tale indugio, io non avrei potuto
sottrarmi col tempo all'esigenza di quella moda crudele; e poi la
ribellione delle mie provincie, la rivolta dell'esercito, le diserzioni,
la poca devozione dei miei ministri, tutto ci veniva ad amareggiare la
mia gioia per modo che fui pi volte in procinto di rimpiangere la mia
vita modesta, ma libera, di letterato.

E per altro lato, ove avessi potuto superare questi ostacoli, quanti
piaceri mi aspettavano! La mia stupenda posizione anzitutto; e poi quel
lusso, quello sfarzo, quello spensierirsi continuo; e l'harem, l'harem
pi d'ogni altra cosa; e quel costume s grazioso, s semplice, s
stuzzicante delle dame Potikoresi.... tutto ci era pur preferibile
all'oscura aridit della mia giovent trascorsa.

In preda a questi pensieri io era entrato nel ricco padiglione, ove
doveva essere incoronato, e donde sarei stato condotto alla reggia.

Le sorprese pi grate mi attendevano in quel luogo. Oltre i doni
ricchissimi in verghe d'oro e d'argento, e in grosse pietre preziose che
mi erano state inviate dalle provinci e fedeli del regno, le fanciulle
del mio serraglio mi avevano mandato un'ambasciata di dodici delle pi
belle tra loro, incaricate di ricevermi e prestarmi ogni sorta di
servigi nel padiglione. Io non aveva veduto mai bellezze pi
abbaglianti, n  possibile che possa manifestare l'emozione che provai
a quella vista.

Il loro abito orientale era tutto ornato di lanugine di cigno e di
perle, i loro calzoncini di seta azzurra erano stretti alla caviglia
piccola e asciutta da un laccio magnifico a fiocchi d'oro, i loro
piedini chiusi in scarpette a ricami erano s piccini che potevano
essere contenuti nella mia mano; tutte le loro forme erano ad un tempo
s piene e s delicate, e spiravano tanta volutt che io non aveva mai
veduto, o immaginato soltanto, creature pi graziose e pi seducenti.

Ma una ve n'era sovra tutte che colp in ispecial modo la mia
immaginazione.  impossibile il dire quanto ella fosse bella, forse
anche impossibile lo immaginarlo: la bianchezza del suo viso era quasi
luminosa--abbagliava: le sue fattezze, i suoi profili si perdevano in
una specie di vaporosit leggermente rosata; i suoi capelli erano s
sottili, s neri e s lucenti che ondeggiavano sotto l'azione della luce
come un drappo serico; e mentre io stava contemplando quel prodigio di
avvenenza, essa mi si appress timida e sorridente, e dopo aver
pronunciato alcune parole in lingua Potikorese che mi riuscirono per
ci inintelligibili, asciug il sudore che mi stillava dalla fronte con
un suo fazzolettino che non era pi voluminoso di una tela di ragno, ed
esalava tutti i profumi pi inebbrianti. Animato da tanta affabilit, e
pi ancora dal pensiero che io era re e che quella divina creatura era
mia, trovai il coraggio di dirle: Come vi chiamate?

--Opala, diss'ella, la pi affezionata e la pi fedele delle vostre
schiave.

E pronunci questa parole nella mia lingua.

--Voi non siete nativa del mio regno? le chiesi io meravigliato.

--No, disse la fanciulla. La defunta Serenit di vostro padre mi port
seco bambina dall'Oriente, e mi apprese la lingua e i costumi della
vostra nazione. Egli mi onorava particolarmente della sua affezione, e
mi ha conferito una speciale autorit sulle donne del vostro serraglio.

--Mio padre, esclamai tra me stesso, non aveva gusti depravati, non
aveva deficienza di senso estetico... una cos bella creatura! Ma egli
doveva aver passato i sessant'anni...  impossibile... E rivoltomi ad
Opala le dissi: Mio padre vi amava?

--Molto.

--Di che affetto?

Il volto di Opala si copr d'un vivace rossore. Io che capiva a stento
in me stesso, non seppi trattenermi dall'abbracciarla, esclamando: io
pure vi amer molto, io vi lascier intatta l'autorit conferitavi da
mio padre. Dio mio! voi siete s bella!... voi sarete la mia prediletta
e la mia regina.

-- egli vero? disse Opala.

--Quanto  vero l'affetto che sente gi il mio cuore per voi.

--Per me! la vostra schiava....

--Non dite cos, interruppi io--e in quell'istante osservai che le altre
donne si ritiravano inchinandosi e ci lasciavano soli--dite la vostra
amante, la vostra sposa; trovate, se potete, una parola s dolce che
valga ad esprimere ci che voi sarete per me.

Opala si gitt alle mie ginocchia, e abbracciandole disse: Grazie,
grazie, io pure vi amer; io languiva qui cos sola, cos abbandonata...
perch vostro padre.... era s vecchio vostro padre... e s stizzoso!
Voi siete tutt'altra cosa. Perch io non era stata educata qui, in
quest'isola... oh! s, io vi amer molto, non vivr che per voi; e
dormir sul vostro tappeto, vi dar a bere il sorbetto colla mia bocca,
vi solleticher colle penne del mio ventaglio, vi far riposare la testa
sulle ginocchia, vedrete, vedrete!

--Oh buona creatura! io dissi tra me stesso, sarei pur felice con te. E
pensai: se fosse possibile abbandonare il mio regno, fuggire con questa
fanciulla, portar meco i tesori di mio padre, quel diamante favoloso,
queste verghe d'oro... e non veder pi questi Denti bianchi, questi
Denti neri... questi odiosi ministri... sottrarmi ad un supplizio
spietato.... E mosso da un trasporto di affetto sincero, aggiunsi
abbracciandola e sollevandola: s, mia diletta fanciulla, se io potessi
fuggire con te, portarti meco nella mia patria!... perch devi sapere
che mi si vuole gi ritogliere il regno, che si pretende deturparmi il
viso, forarmi il naso, il mio naso greco, il naso caratteristico della
mia famiglia... E poi...

Ma in quell'istante un fracasso terribile venne a troncare le mie
parole. Io mi rivolsi e vidi il primo ministro che entrava ansante
impallidito nel padiglione, e dietro ad esso alcuni ufficiali di Corte,
uno dei quali mi disse: avvengono dei gravi disordini;  necessario che
Vostra Maest si affretti ad installarsi nella reggia; alla sua
incoronazione si penser dopo... Il popolo non ha prestato fede alle
parole dell'onorevole ministro che voleva giustificare il diniego di
Vostra Maest a subire tutte le formalit di questa incoronazione.
Indarno egli ha asserito che ella ne  impedita da un raffreddore
potente, che ha inteso egli stesso lungo il viaggio dei fragorosi
starnuti reali.... non gli si  creduto: il sentimento nazionale 
scosso profondamente da questa notizia, e il rimanente dell'esercito dei
Denti bianchi ha abbandonato senz'altro le sue bandiere per congiungersi
alle file dei ribelli. Bisogna affrettare l'entrata nella capitale
finch la reazione non si  organizzata, e non si  posta in grado
d'impedirlo. I Denti neri sono per noi; ove il giudizio pubblico che
vostra maest presieder oggi, incontri il favore popolare, le sorti
della monarchia possono essere ancora rassicurate.

--Io ho potuto, dissi allora, sollevandomi di tutta la persona, animato
da non so qual forza interna, io ho potuto forse mostrarmi debole
d'innanzi ad un'esigenza cui le abitudini contratte nella mia patria mi
rendevano un poco ripugnante, ma non lo sar mai d'innanzi agli uomini
che vogliono spogliarmi del regno, privarmi dei sacri diritti che mi
sono stati trasmessi da mio padre. Se non potr sedere sul trono di
Potikoros, sapr almeno morire difendendolo.

E affacciandomi all'uscio del padiglione, e guardando con occhi torvi la
folla, esclamai con voce pi alta; recatemi le mie armi e il mio
cavallo, che io indossi il mio paludamento reale, tutti i miei
distintivi di re, e la corona, aggiunsi prendendomela e posandomela sul
capo; sapr ben io difenderla da chi si attentasse a tormela.

I miei ministri e i miei ufficiali meravigliati da tanto ardimento mi
fecero recare in fretta il mio cavallo, e mi aiutarono ad indossare i
miei distintivi. Dopo che, fiero del mio coraggio, balzai in sella colla
spigliatezza d'un giocoliere e mi avviai in mezzo ad essi alla capitale
del regno, e alla reggia.

Ma il coraggio venami meno lungo la via.

L'accoglienza poco lusinghiera della popolazione, il freddo contegno de'
miei ministri, le urla selvaggie dei ribelli, quei crocchi di Denti
bianchi che incontravamo ad ogni istante sul nostro passaggio mi
facevano venire la pelle anserina, o ci che si dice pi comunemente la
pelle di oca, come se la mia sacra epidermide reale fosse stata
l'epidermide del pi volgare e del pi ignobile de' miei sudditi. E
tentando di dare come poteva meglio una diversione qualunque alle mie
idee, immaginava come le oche debbano trovarsi in uno stato di spavento
incessante se quel fenomeno della loro pelle  continuo, e mi sentiva
tratto da un sentimento di piet, a commiserarle. Che se cos non fosse,
come potremmo noi esprimere, volendo attenerci strettamente alla
medesima frase, lo stato di spavento in un'oca? Potremmo forse dire che
l'oca ha la pelle di oca?

Io comprendo ora come il quesito che andava formulando in quel doloroso
viaggio a me stesso, fosse meno ancora che puerile e non consentaneo
alla mia dignit di monarca; pure confesso che me ne trovava
imbarazzato, e che fu in virt di quell'imbarazzo che giunsi alla reggia
senza che i motivi di terrore che mi circondavano, avessero potuto
cagionare in me dei fenomeni pi sensibili e pi complicati.

La reggia era un edificio stupendo; tutte le meraviglie, tutte le
delizie, tutte le ricchezze dell'Oriente vi erano state accumulate a
larga mano.

Mio padre aveva saputo conciliare fastosamente la mollezza dei costumi
orientali colla severa grandiosit dell'architettura europea. Non credo
vi sieno in Europa reggie o palazzi di privati pi eleganti; certo io
non aveva n veduto, n immaginato mai edificio pi sontuoso e pi
splendido. Quantunque le pareti fossero tutte in legno di noce d'India,
gli intagli erano s stupendi, e le decorazioni in oro, in avorio e in
argento eseguite s maestrevolmente, e con tanta grandiosit di
dimensioni, che le proporzioni del fabbricato e l'eleganza di quegli
ornati non erano inferiori a quelli di qualunque casa europea.

Il mio appartamento speciale era uno di quei ritiri incantevoli che si
sognano a quattordici anni, di cui spesso non si ha neppure la facolt
di concepire un'idea, uno di quegli edifici che l'architettura nostra
costretta nei limiti inesorabili dell'arte e delle sue tradizioni, non
avrebbe mai lo slancio e l'ardimento necessario a creare. Io vi rimasi
sventuratamente s poco che non potrei darne una descrizione
dettagliata. Non ho serbato memoria che delle stelle mobili che si
perdevano nell'azzurro del soffitto di cui non si vedeva il fine, e che
gettavano onde di luce abbagliante del colore dello smeraldo. Forse in
quel cielo artificiale era rappresentato un intero sistema planetario,
co' suoi fenomeni, colle sue orbite, con tutte le sue leggi di
evoluzioni. Ricordo il pavimento elastico e semovente, tutto tempestato
di rubini, la cui azione di elasticit era combinata per modo, che
cedendo dolcemente sotto la pressione del piede e rialzandolo tosto per
forza propria, rendeva affatto nulla la fatica del camminare, in guisa
che vi si avrebbe potuto passeggiare delle intere giornate senza provare
il menomo sintomo di stanchezza.

Mi sovvengono pure alla memoria alcune specie di incensieri che appesi a
certi arpioni d'oro massiccio sporgenti dalle pareti, si dondolavano
per moto proprio; ed emettevano un vapore profumato, in mezzo alle cui
spire volteggiavano delle figurine nude, le quali cambiavano forma e
colore ad ogni istante, e giunte ad una certa altezza, si
assottigliavano e si scioglievano in fumo. Le esalazioni di quei
turiboli agivano s potentemente sui sensi che io mi sentiva come preso
da ebbrezza, n poteva prestare attenzione al canto soavissimo di certi
uccelli che non vedeva, ma che pensai dovessero essere rinchiusi in una
gabbia sospesa nell'azzurro del soffitto.

Non parler del mio letto, del mio trono, di tutti i mobili delle mie
stanze; sarebbe impossibile dirne la foggia, l'uso, i dettagli; erano
pelliccie sovrapposte a pellicce, tramezzate di strati di petali di rosa
che si mutavano ogni giorno: le sedie si cullavano da s, volendo
ristavano: e le dame di corte--le pi attraenti belt di
Potikoros--avvolte in un semplice velo color di rosa, andavano e
venivano per le stanze, ansiose di sorprendere ogni mio pi piccolo
desiderio, ogni mio bisogno pi insussistente, e soddisfarlo colla
rapidit del pensiero.

Appena posto piede nel mio gabinetto particolare, alcune di queste dame
mi presentarono il mio nuovo costume di monarca, e si accinsero a
spogliarmi del mio abito di borghese (sotto il mantello reale che avea
indossato nel padiglione, io vestiva ancora in quell'istante un abito a
coda di rondine, di cui non avevo per anco soddisfatto il conto al mio
sarto) per mettermi in grado di presiedere al giudizio popolare in tutta
l'imponenza, e in tutto lo splendore della mia carica.

Ma il mio pudore non mi permetteva di cedere all'invito di quelle dame
rispettabili; io mi sentivo salire il rossore fino alla punta del naso;
e mi provai a far loro conoscere la mia ripugnanza con un discorso di
questo genere:

--Egregie signore... compitissime signore... le mie abitudini di
toeletta;... il rispetto che io nutro per le loro persone... non mi
permettono di mostrarmi qui in tutta la semplicit del mio costume
naturale... e oltre ci, i miei arnesi di biancheria, le mie mutande...
in un viaggio s lungo... senza la risorsa del bucato... esse
capiranno....

E stava per aggiungere peggio, ma mi avvidi che nessuna di esse
intendeva la lingua del mio paese; e non potendo far di meglio, lasciai
fare, con quanta confusione da mia parte, permetto a' miei lettori di
immaginarlo.

Quando mi trovai vestito, attilato, serrato, come in una morsa, dalle
cinture di quell'abito tutto ornato di lamine di metallo e di perle,
avendo chiesto dell'ora fissata pel giudizio pubblico, e avendo
osservato nel mio orologio, (un vecchio orologio di Ginevra che aveva
avuto cura di regolare sul meridiano di Potikoros) che vi mancava una
buona mezz'ora, chiesi di essere condotto al mio serraglio; e mi vi
avviai in mezzo alle persone del mio seguito, parte delle quali mi
precedevano agitando dei grossi ventagli di piume, e parte recando con
s alcuni di quegli incensieri che aveva gi veduto nelle mie stanze.

Dio! dove trover io espressioni s eloquenti che bastino a manifestare
la sorpresa, la meraviglia che provai alla vista del mio serraglio! Io
era rimasto muto ed estatico. Appena ebbi la forza di pronunciare alcune
parole per accomiatare gli onorevoli ufficiali della mia casa che mi vi
avevano accompagnato.

Non far una descrizione di quel luogo: sarebbe impossibile. L'eleganza,
la mollezza, il lusso del mio apartamento erano uno sfarzo meschino a
confronto della magnificenza di quello, tutto si confondeva in un'onda
immensa di luce: era una di quelle illusioni ottiche che si provano nei
sogni da fanciullo; qualche cosa di simile a quelle visioni che si
ottengono a quell'et, vellicando le pupille col rovescio della mano.

Qua e l negli interstizii d'un lungo colonnato erano appese delle
reticelle di seta ripiene di veli e di pizzi, dentro le quali alcune
delle mie fanciulle vestite in quel semplice e delizioso costume di
Potikoros, si dondolavano agitando i loro piccoli ventagli. Altre
stavano sedute su certi divani di raso azzurro, raccontandosi novelle di
fate e di genii; altre mangiucchiavano confetti o coccole profumate, di
cui mordevano la buccia coi loro dentini (credo aver detto che le donne
del serraglio erano tolte tutte dalla trib dei Denti bianchi) altre
infine giuocavano con dei veli, con delle piume; o imbeccavano delle
tortorelle che erano grandi quanto uno dei nostri scriccioli, e dei
piccoli colibr che non erano pi grossi d'una farfalla.

Opala (io l'aveva cercata collo sguardo appena posto piede in quel
santuario) Opala gi mutata d'abbigliamento e raggiante della bellezza
pi attraente, era seduta sopra un seggio pi elevato, una specie di
trono che occupava per segno di distinzione.

La sua testa graziosa si riposava in attitudine di pensiero sopra un
soffice guancialetto di velluto; i suoi piedini rinchiusi in una
pianella impercettibile d'un tessuto serico quasi trasparente, posavano
riuniti e composti sopra uno sgabellino d'oro e di avorio, le sue mani
piene di una tacita volutt le pendevano gi pei fianchi in
atteggiamento di abbandono, e le sue lunghe palpebre mezzo socchiuse non
lasciavano ben indovinare s'ella dormisse o sonnecchiasse per vezzo
fantasticando.

Al rumore de' miei passi (nessuna pianella del mio guardaroba reale
avendo potuto calzare al mio piede, io portava tuttora il mio unico pajo
di mezzi stivali a doppia suola), Opala si scosse, e vedutomi, scivol
gi dal suo trono, e venne ad inginocchiarsi a miei piedi.

A quella vista tutte le reticelle sospese si abbassarono, non so come,
fino al pavimento; le fanciulle ne uscirono cos abbigliate come erano,
e si prostrarono esse pure ad una breve distanza da noi. Una musica
divina e sommessa incominci in quel momento a farsi udire nel
serraglio, e ad elettrizzarmi colle sue note.

--Nobili dame, io dissi rialzando Opala, e rivolgendomi alle altre, cui
accennai di fare altrettanto, prego.... insisto perch esse si alzino;
qui non vi  etichetta di Corte, non vi sono leggi di convenienze...
Prego a voler considerare la mia persona reale come la persona di un
semplice amico, come una persona di famiglia... gi; intendo introdurre
delle modificazioni nel regime interno di questa nostra societ...
voglio dire delle leggi d'uguaglianza una parit di diritti, un equa
ripartizione di....

E non venendomi al balzo la parola che calzasse a dovere, temendo di
prometter troppo, e desiderando per altro lato di trovarmi qualche
istante solo con Opala, aggiunsi: gi... so ben io quel che intendo di
fare... Le prego intanto di risalire nelle loro reticelle, nei loro
nidi... le prego a rioccupare i loro divani... io mi far un dovere di
venire pi tardi.... col tempo... appena lo permetteranno le gravose
esigenze della mia carica, a rendere a ciascuna di esse l'omaggio del
mio rispetto e della mia ammirazione.

Fui grato alla Serenit di mio padre di aver introdotto nel sistema
educativo del serraglio l'insegnamento della lingua del mio paese,
poich tutte quelle mie fanciulle, risalirono all'istante nelle loro
reticelle; e Opala, prevenendo i miei desiderii, mi prese per mano e mi
condusse nel suo gabinetto particolare.

Ci sedemmo sopra un soffice tappeto di Persia. Io era s stanco per le
fatiche della giornata, e s turbato da tutte quelle apprensioni d'ogni
genere, che quello stato di prostrazione m'induceva quasi per bisogno
alla tenerezza e ad una espansione confidente e sincera.

--Quanto siete buona! io dissi ad Opala abbracciandola, quanto siete
bella! Divina creatura! Voi mi avete preceduto in questa reggia, dove io
non rimarr forse molto tempo, e d'onde non mi sarebbe doloroso
l'allontanarmi, se non fosse pel pensiero della vostra perdita. Non
credeva di trovarvi subito qui, ve ne ringrazio; aveva proprio bisogno
di sollevarmi un poco con voi dalle cure dolorose del mio Stato.

--Io posso tanto sul vostro cuore?--disse la fanciulla--quanto ve ne
sono grata! Oh, voi siete s diverso da vostro... era s nojoso vostro
padre. Non amava che di farsi raccontare delle novelle, di passeggiare
su e gi per le nostre sale, di regalarci qualche balocco, di farsi
accompagnare a braccetto fino alla soglia del suo appartamento, di farsi
reggere da noi la coda dell'abito.... Era insoffribile, perdonate, ma
era insoffribile.... Gi, credo che avesse settant'anni.

--Pressapoco.

--Ecco! Ma voi siete s giovine, s bello, s vivace. Non sapete... io
tremava vedendovi nel padiglione... temeva che vi si volesse costringere
a subire quella barbara usanza del nostro paese. Non che mi impaurisse
il pensiero che aveste a perdere il vostro trono, giacch vi avrei amato
lo stesso, e voi mi avreste amata ancora di pi; ma tremava per me
medesima.. mi avrebbe fatto ripugnanza vedervi col naso forato, vi avrei
abbracciato con dispiacere. Se aveste veduto vostro padre... che figura
faceva vostro padre col naso cos trapassato da quell'osso! Ma... ora
come farete a sottrarvi a quel supplizio? Vi siete rifiutato di
acconsentirvi?

--S.

--E credete di poter sfuggire all'adempimento di quest'obbligo crudele?

--Non so, diss'io, ma per fermo sono risoluto a niegarmivi. Tanto pi
che voi mi preferite cos, che non mi amereste altrimenti....

--Oh si, si, disse la fanciulla abbracciandomi con innocente civetteria,
non voglio, io, che vi si guasti il naso, questo naso greco, questo naso
cos grazioso.... Ma del resto io vi amerei in tutti i modi. E se voi
doveste abbandonare quest'isola io vi seguirei lo stesso. Non  vero che
voi mi permettereste di seguirvi?

--Son io, dissi, che vi seguirei, che perdendo il mio regno, troverei un
compenso adeguato nell'acquisto che potrei fare del vostro amore.
Perch... soltanto che voi mi amiate, che siate disposta a rifuggirvi
meco nel mio paese, io avr la forza di oppormi a tutte le torture che
mi minacciano. Credo che i tesori di mio padre superino di gran lunga le
pi ricche fortune che ci sono in Europa e in quanto ai mezzi di
rimpatriare, i miei ministri sono abbastanza corruttibili--come tutti i
ministri che ho conosciuto nel mio paese--per lusingarmi che vorranno
accordarmeli.

--Quanto sarei contenta di venire con voi nel vostro paese! Non crediate
gi che noi siamo felici qui dentro. Non amiamo nessuno, noi; non siamo
amate da nessuno: io per esempio mi reputava assai sventurata prima di
vedervi; ed ora... sento bene che sar felicissima con voi, tanto pi se
lungi di qui, perch... queste dame... ve ne sono delle graziose, delle
pi avvenenti di me....

--Non  possibile, io dissi con asseveranza.

--Oh, s, diss'ella ve ne sono delle pi graziose... e voi le amereste.

--Mai.

--Voi le amereste.

--E via, diss'io abbracciandola, non pensate a queste cose.

--Una scena di gelosia, a quest'ora, ruminava intanto tra me stesso; e
vedendo che Opala aveva gli occhi inumiditi di lacrime, pensai di dare
una diversione pi lieta al nostro discorso. Ma non trovava argomento di
una diversione che tornasse anche acconcia a' miei disegni. Cambiai
argomentazioni di sbalzo.

--Che occhi furbi che avete, le dissi affissandola con aria che stava
tra l'ammirazione e l'insolenza.

--Non  vero.

--S,  vero, avete degli occhi meravigliosi veramente! E che capelli!
Lasciatemi toccare.... che trecce piene, abbondanti! Ma non avete freddo
ai vostri piedini, cos, con quelle pianelle s trasparenti?

--No.

-- impossibile. Che piccoli piedi! scommetto che sono pi brevi della
mia mano. Vediamo, lasciatemi misurare.

--Ecco.

--Vedete: avanza tutta l'unghia del dito, tanto cos.... Siete pur
graziosa! Come non amarvi? Bellissima creatura!

--Via, via, voi mi adulate....

--No, non  vero.

--S.

--No, ve lo giuro.

--Giurate soltanto di amarmi.

--Lo giurer dopo. Datemi un bacio.

--Ecco.

Ma Opala aveva detto troppo presto questa parola.

Mentre che ella curvava il suo volto sul mio si arrest a mezzo
dell'atto: la fanciulla aveva ascoltato un rumore improvviso all'uscio
del gabinetto.

--Affrettatevi, diceva dal di fuori colla sua voce stentorea, il mio
primo ministro, l'ora del giudizio  gi trascorsa, e la folla vi
attende con impazienza; un indugio maggiore potrebbe peggiorare le gravi
complicazioni politiche in cui versiamo, non fatevi aspettare pi oltre.

--Mio Dio! io dissi, interrogando di nuovo il mio vecchio orologio di
Ginevra,  vero, l'ora fissata  trascorsa di qualche minuto. Ma  un
abuso cotesto.... ho o non ho un'autorit sovrana, assoluta?
Disturbarmi, sorprendermi cos nelle mie stanze, interrompermi durante
le espansioni pi doverose delle mie tenerezze domestiche? Se giungo a
consolidarmi sul trono, rifar da capo il regolamento interno della mia
casa.

E ricordandomi che il ministro attendeva fuori dell'uscio--vengo,
soggiunsi a voce pi alta, sono da voi, avvertitene il popolo.

Quindi abbracciai la fanciulla che mi diceva:  un vero dispetto,
venirvi ad importunare a questa ora. Che orrore! Ma ci rivedremo
stassera.

Mi avviai alla sala del giudizio: era mia intenzione di tenere un
contegno severo, di impormi, di farmi temere; ci che pareami sarebbe
tornato assai pi efficace di un'indulgenza che i miei sudditi erano ben
lungi dal meritare.

Oltre a ci aveva in animo d'introdurre nelle leggi dello Stato alcune
disposizioni, la cui saggezza avrebbe potuto dare il concetto pi
lusinghiero della mia sapienza governativa.--Sar severo, diceva tra me
stesso, ponendo il piede sul limitare della sala, sar inflessibile: e
debbo confessare che in quel momento la mia anima macchinava tristi
progetti a danno del mio popolo. Se io riesco a consolidarmi sul trono;
se coi tesori di mio padre potr formare un partito numeroso alla mia
causa, muter sull'istante i vecchi statuti del Regno--ruminava tra me
medesimo--e cambier il governo costituzionale che mi tiene legate le
mani in un governo dispotico. Far, come mio padre, un colpo di Stato.
Che cosa  questo governo costituzionale? Una derisione per la mia
persona, per la mia qualit, per le tradizioni gloriose della mia casa.
Il popolo fa ci che gli aggrada, e io debbo accennare della testa come
un fantoccio snodato di Norimberga quando gli si tira il filo che lo fa
gestire. Aveva appreso nel mio paese come si debba governare una
nazione: allora era suddito, adesso era re, ma non si trattava che di
invertire le parti.--Guai a quel capo dello Stato, ripeteva a me stesso,
che non sa fare del suo popolo tanti tipi perfetti di cretino, che
invece di pensare a fruire di tutte le risorse della sua posizione, e a
dare al paese buon numero di sudditi di sangue reale e plebeo
incrociato, si occupa coscienziosamente dell'avvenire e della dignit
della nazione che gli ha affidato i suoi destini. Questa testa coronata
 una testa gi distaccata dal collo. La civilt  una mannaja che
taglia le teste coronate.

Io confesso che il mio orgoglio non lasciava pi alcun limite alla mia
fantasia. In quell'istante di entusiasmo, la teocrazia stessa era ancora
poco per la mia ambizione.

Entrai nella sala, e presi posto sul trono: a' miei fianchi stavano i
ministri, d'innanzi a me i colpevoli, all'intorno la folla.

I Denti neri si alzarono e mi fecero un'ovazione fragorosa; ma quegli
scellerati Denti, bianchi coi loro orribili denti bianchi, armati dai
piedi alla testa, mi guardarono torvi e sdegnosi tacendo. Feci allora un
piccolo discorso di occasione che provoc qualche applauso dalla tribuna
dei giornalisti stipendiati; dopo di che tentai il mio colpo d'effetto;
domandai che mi si portasse la raccolta delle leggi dello Stato, e
pregai il mio segretario particolare a dar lettura dei nuovi regolamenti
che io aveva raffazzonati a questo scopo lungo il viaggio, e che
intendeva inserire in quegli Statuti.

Consistevano in una serie di articoli relativi all'abolizione del
melodramma dal teatro Potikorese, basati su queste ragioni: essere il
dramma musicale il non-senso pi enorme, l'assurdo pi mostruoso e pi
ridicolo di cui la scienza si sia resa colpevole. A questo progetto ne
andava annesso un altro relativo ai mimi, ai ballerini, ai tenori e ai
baritoni dalla trachea pi o meno dilatata; ai primi dei quali doveva
essere inflitta una pena di ridicolo pel diritto di esercitare il loro
mestiere, e ai secondi s'imponeva l'obbligo di ricordarsi consistere
tutto il loro merito nella forma e nella dimensione della trachea.

Un secondo progetto di legge regolava i diritti degli autori e degli
editori. Cinquanta articoli si riferivano esclusivamente a questi
ultimi, ed erano s severi e ad un'ora s giusti, che mi sento
addoloratissimo di doverli ora tacere in causa della loro prolissit. Mi
limito a rammentare che in uno di essi, per un caso di pirateria
libraria, era proposta la pena della sospensione pei piedi fino a totale
estinzione di vita,--e credo che fosse poco.

Altri articoli stabilivano pene pei delitti letterari. V'erano
severamente puniti i lavori di collezione e di circostanza; quei lavori
di schiena che si atteggiano a lavori di testa, ec. ec.

Un'appendice a questa disposizione interdiceva alla classe dei
professori di credersi letterati, e li chiamava responsali d'innanzi
alla posterit della istruzione eunuca e della catalessi intellettuale
che  condannata a subire la giovine generazione dei tempi nostri.

Un'altra disposizione legislativa toccava delle fame imposte e delle
fame usurpate; proponeva pene pei letterati funamboli; condannava a
perpetuo bando dall'isola i poeti che si fossero attentati a dar lettura
dei loro versi a qualche infelice costretto a subire questa violenza, e
vietava finalmente la rappresentazione del dramma e della
tragedia--considerate come le pi ridicole parodie del dolore e delle
sciagure umane.

Erano, in una parola, un complesso di leggi inspirate dalla pi alta
saggezza, e la mia mortificazione non fu s grande come la mia
meraviglia quando intesi che esse erano gi state introdotte nel Codice
di Potikoros, fino dal tempo in cui quest'isola si reggeva a repubblica.

La repubblica aveva dunque giovato a qualche cosa? Per la prima volta io
compresi che il _Due dicembre_ di mio padre aveva avuto in s tutto il
carattere di un tradimento indegno, e mi sentii tratto a fare un
apprezzamento pi benigno di quegli onesti Denti bianchi che coi loro
atteggiamenti minacciosi, e coi loro terribili incisivi foggiati ad
uncino, reclamavano la ricostituzione del primo sistema governativo
dello Stato.

Ma in quel momento non poteva, come avrei voluto, soffermarmi su queste
considerazioni; e d'altronde il mio interesse personale mi avrebbe reso
ingiusto nell'apprezzarle. Credete voi che tutti coloro che
sedettero--come io ho seduto--su un trono, non abbiano fatte le stesse
considerazioni, bench le abbiano poi soffocate nel fondo della
coscienza collo stesso spirito di egoismo?

Un fatto meraviglioso si presenta, fino dalle prime epoche della storia
dei popoli, agli occhi dell'osservatore e del filosofo. Cinque o sei
furbi matricolati regolano a bacchetta i destini di tutta questa massa
sterminata di pecore che  l'umanit. Ho letto, non so pi dove: mala
bestia esser l'uomo, divina cosa la umanit. Non  vero! Per me ho
dovuto sempre guardare all'uomo, all'individuo, alla creatura isolata
per sapermi trovare meno in disagio colla massa degli uomini; mi sono
riconciliato alla meglio, dacch vivo, con tre o quattro di loro, ma
credo che non mi riconcilier mai col resto dell'umanit. D'altronde
questa credenza ha cessato di addolorarmi.

Ma bando alle digressioni.

Era tempo d'incominciare il giudizio, e feci perci avanzare il primo
colpevole. Fu data lettura dell'atto d'accusa.

Io era tutto orecchi nell'ascoltare, anzi per servirmi d'una frase
inglese, era tutto un orecchio, poich non ignorava che il mio destino
dipendeva totalmente dall'esito di quel giudizio.

L'atto di accusa era concepito press'a poco in queste parole:

Akriundaz, della provincia di Pikliya-pokenos, di anni trentadue--della
trib dei Denti neri, di professione incettatore di merli bianchi, 
imputato del furto di due pani rubati nella bottega Srikis
Tenariasbikeloz esistente sul corso principale della nostra citt di
Potikoros, con rottura d'un vetro, e senza circostanze attenuanti.

Bench la lettura di quell'atto scritto in lingua Potikorese avesse
fatto poco meno che spezzarmi i timpani delle orecchie, riordinai come
sapeva meglio le mie idee, e invitai l'imputato ad esporre le sue
difese.

--L'incetta dei merli bianchi, disse egli, essendo diventata pi
difficile e meno lucrosa per l'introduzione del merlo nero operata dalla
Serenit di vostro padre nella nostra isola, e in causa dell'omaggio che
vien reso ad esso dal popolo, essendo caduti in dispregio i merli
dell'altro colore, io mi sono trovato da qualche tempo fuori della
possibilit di vivere dei frutti del mio commercio. Ho chiesto stamane
all'onorevole fornaio Tenariasbikeloz che mi fossero dati ad imprestito
alcuni pani. Rifiutandomeli egli io ho spezzato un cristallo della
vetrina e ne ho tolti due. Io sono un onesto Dente nero. Causa
essenziale di questa violenza, fu l'intenzione che aveva di festeggiare,
come mi permettevano i miei mezzi, l'assunzione di Vostra Maest al
trono di Potikoros.

Questa difesa cui non mancava l'intingolo dell'adulazione, mi dispose
in favore dell'imputato.

--Avreste dovuto, io dissi, far conoscere alle autorit del vostro
paese--parmi, se non erro, Pikliya-pokenos--che vi trovavate nelle
circostanze che avete esposte; quel solerte questore di polizia vi
avrebbe autorizzato a chiedere l'elemosina senza violare le leggi
dell'onest con una appropriazione s violenta.

--A chiedere l'elemosina! disse meravigliato il mio ministro.

E vide che gli uditori avevano sbarrato tanto d'occhi nell'udire quelle
parole.

--S, ripresi io, a voce pi alta, lo si sarebbe autorizzato alla
mendicit, lo si sarebbe munito di apposita placca, come corre l'uso nei
paesi civili dell'Europa.

Un bisbiglio immenso si sollev dalla folla, un bisbiglio di
disapprovazione universale. Io sentii salirmi il sangue dai piedi alla
testa, e subito precipitare dalla testa ai piedi, e rimontare di nuovo
alla testa.

--Ignoro, aggiunsi con coraggio, quali sieno le leggi di polizia di
questo paese, ed  evidente che non possa sull'istante conformarvimi.
Sar mia premura di prenderne subito cognizione.

--Tra noi, interruppe il mio segretario particolare, non  ammessa in
alcun modo la mendicit; appena conosciamo il significato di questa
parola per le notizie che abbiamo avuto delle usanze invalse in Europa.
Nell'isola di Potikoros ogni suddito ha diritto al lavoro; e in caso
d'impotenza, ha diritto al mantenimento a spese dello Stato.

--Sono leggi veramente saggie, io dissi, veramente apprezzabili.
Ringrazio il mio degno segretario particolare di avermene reso
informato; ma.... riprendiamo il corso del nostro processo: L'onorevole
fornaio....

--Tenariasbikeloz, sugger uno dei ministri.

--Tenariasbikeloz.... si trova egli presente all'udienza? In questo caso
deponga se  vero che l'imputato gli abbia chiesto ad imprestito i due
pani prima di rubarglieli.

Il fornaio si avvicin al tavolo della presidenza e depose esser vero.

--Quando  cos, io ripresi, atteggiandomi a severit, udite le
giustificazioni dell'accusato, visto la necessit di mantenere inviolate
le leggi fondamentali d'ogni diritto civile, tenuto conto
dell'asserzione del derubato, e delle altre cause attenuanti, condanno
il nominato Akriundaz--credo Akriundaz, incettatore di merli bianchi,
alla pena di quattro anni di lavori forzati.

Non avessi mai pronunciata quella sentenza! Un urlo di disapprovazione
si sollev dalla folla, un urlo cos fragoroso e feroce che i miei
stessi ministri se ne sentirono impauriti. I capelli mi si drizzarono s
rigidamente sul cranio, che m'accorsi che la mia corona doveva essersi
sollevata due buoni pollici dalla testa. I Denti bianchi, digrignando i
loro terribili incisivi, domandavano che ne andasse libero l'accusato, e
che si sottoponesse invece a processo l'onorevole fornaio
Tenariasbikeloz: adducevano a pretesto il diritto che egli aveva di
appropriarsi quei pani che aveva chiesti, e che gli erano stati
rifiatati; e citavano non so qual articolo di legge, nel quale era detto
che ogni cittadino resosi, per qualsifosse ragione, impotente al lavoro,
poteva esigere il mantenimento gratuito a spesa dei privati ricchi e
dello Stato.

Io non so come giungessi a sedare quel tumulto. La fermezza del mio
contegno e quella de' miei ministri--sento il dovere di rendere loro
questa giustizia--riuscirono a poco a poco a ristabilire un po' d'ordine
nella adunanza.

La minaccia di far sgombrare la sala da un mezzo pelottone di Denti neri
ottenne il suo effetto.

Quando la calma fu ristabilita, ordinai che si facesse avanzare il
secondo colpevole.

Era il direttore del giornale _Il Giudizio Universale_ (il giornale
ufficiale di Potikoros) accusato di aver recato il disonore in una
onesta famiglia con alcune taccie infamanti, destituite d'ogni verit.

L'onorevole direttore parevami una persona seria e meritevole d'ogni
riguardo, oltre di che io mi trovava in certo qual modo legato a lui da
una vecchia intimit di famiglia, e sentiva il dovere di difenderlo e di
pronunciare per esso una sentenza assai mite.

--Ove  il gerente? io chiesi: se l'accusato non  direttore
responsabile, si conduca qui il gerente e si lasci libero il
giornalista.

--Il gerente! esclam il mio giudice istruttore, che cosa  il gerente?
Pu egli darsi che una persona qualunque si faccia responsabile dei
reati di un'altra? Puniamo i reati, o puniamo le coscienze?

--Un tale sistema, io dissi,  invalso in tutte le nazioni d'Europa, n
io posso giudicare di questa accusa senza conoscere le leggi speciali
che regolano la stampa Potikorese. D'altronde.... parmi che questo sia
un fallo assai mite; una semplice riprensione.... un semplice
ammonimento--Indugier, ad ogni modo, a pronunciare la mia sentenza fino
a che non avr presa cognizione delle leggi che ho ora accennate. Prego
l'onorevole magistrato a fare avanzare il terzo colpevole.

Uscitone in tal guisa pel rotto della cuffia, gettai gli occhi sulla
folla per conoscere l'impressione che vi avevano prodotto le mie parole.
Il disordine si era in parte rinnovato; non era precisamente lo stesso
scompiglio, la stessa disapprovazione plateale di prima; ma poco meno.
Si vedeva chiaro che la impazienza dell'uditorio stava per prorompere in
una dimostrazione pi energica e pi difficile a reprimere. L'interesse
che destava il terzo accusato ebbe virt di distogliere in tempo i loro
animi da questa disposizione.

Era egli un alto funzionario governativo, imputato di grave
prevaricazione per una somma di molti milioni sottratti alle casse dello
Stato. Come suole avvenire in simili casi, le prove erano bens
manifeste, ma confutabili in mille maniere, e facili ad essere ritorte
a danno di altri funzionarii. Io diressi ed illuminai in alcuni punti lo
svolgimento del processo; ma bench fosse universale la convinzione che
si aveva del suo reato, le prove volute dalla legge non avevano tutti i
dati necessarii per autorizzarmi a pronunciare un verdetto di
colpabilit.

Io mi trovava posto in una titubanza terribile--era il caso
dell'incudine e del martello--e considerando che l'accusato era un Dente
bianco, e faceva parte di quella trib di cui doveva starmi specialmente
a cuore il favore; che egli apparteneva alle alte sfere governative,
nelle quali  stabilito il principio che una mano lava l'altra, che
questa appropriazione sarebbe stata considerata nel mio paese come una
bagattella di nessuna importanza, come uno _spostamento di cifre_ ( la
parola addottata da alcuni governi costituzionali per definire i furti
governativi) credetti mostrarmi abbastanza severo nel pronunciare una
sentenza che lo spogliava semplicemente della sua qualit, e lo
esonerava dalla sua carica.

Fu la scintilla che cagion l'incendio: il furore del popolo proruppe s
vivo, s unanime, s violento che io mi avvidi subito che non vi era pi
mezzo a contenerlo. I miei stessi ministri erano rimasti meravigliati
della stoltezza del mio giudizio; e temendo che i rivoltosi non li
considerassero come facienti causa comune col re, si affrettarono a
ritirarsi prudentemente nelle anticamere. Io rimasi come paralizzato,
come pietrificato sul trono; e solamente alcuni istanti dopo, quando mi
avvidi che la folla gridando abbasso il re, si destituisca il re, ed
altre graziosita di questo genere, si accingeva a superare lo steccato
per impadronirsi della mia persona, pensai a mettermi in salvo
nell'interno della reggia.

Non dir quali fossero i pensieri che mi passavano allora pel
capo,--rapidi, vari tumultuosi, inutili tutti....

Fu per un'incertezza di un istante. Quando vidi che le persone della
mia casa cercavano di rifuggirsi nei gabinetti segreti, e non solo non
avevano a cuore la salvezza della mia maest reale, ma era molto se non
attentavano essi medesimi alla mia vita; quando intesi che il tumulto
popolare andava orribilmente crescendo, e che i Denti bianchi erano gi
penetrati in alcune sale della reggia, deliberai di cercare salvezza
nella fuga.

Mi precipitai verso il mio serraglio, poich non sentiami la forza di
abbandonare il mio regno senza portarne meco la fanciulla che mi aveva
affascinato, e abbracciando Opala, le dissi:

--La rivolta sta per spogliarmi del regno e della vita.... fuggiamo,
vieni meco: io sar ancora il monarca pi felice, il pi ricco, il pi
fortunato se potr trascorrere il resto della mia esistenza con te....
se tu sarai mia, mia cara Opala, mia dolce fanciulla! S, s, fuggiamo
nella mia patria, dove la dignit e la coscienza popolare assicurano la
monarchia da questi pericoli, dove i re non sono costretti ad infiggersi
un osso di balena nel naso, ma menano essi stessi pel naso i sudditi
devotissimi.... vieni, vieni.... Ma lascia prima che io prenda i tesori
di mio padre.... Ove sono i tesori di mio padre? quel diamante favoloso,
quegli smeraldi....

Opala allacciandomi il collo colle sue braccia bianche e delicate, mi
diceva colla voce interrotta dal singulto:

--Non uscire, non uscire di qui; forse i Denti bianchi non entreranno in
questo tempio, rispetteranno il culto che queste vergini rendono
all'amore, forse....

--Ma  impossibile, io interruppi, fuggiamo, fuggiamo, ripariamo verso
il mare; se possiamo attraversare la capitale senza essere conosciuti,
se...

Ma in quel momento si spalanc l'uscio del serraglio, e una turba di
Denti bianchi apparve minacciosa sul limitare. Io non vidi che una cosa,
i loro denti, tanto essi erano orribili, tanto erano _bianchi_, lunghi,
aguzzi, scoperti dalle labbra che l'avidit del mordere aveva rovesciate
e contratte in una smorfia feroce. Lo ripeto, io non vidi che i loro
denti; e in questo stesso momento in cui scrivo, quelle orribili
rastrelliere che si digrignavano da s, come segregate dal resto della
persona, come attaccate a qualche cosa d'impercettibile, mi balenano
dinanzi agli occhi simili alle dentiere artificiali d'un cavadenti
collocate per mostra sopra un fondo di velluto nero in una vetrina.
Vederli e rabbrividire, e rimanere l immobile e paralizzato sul luogo,
come se vi avessi messo radici, fu un punto solo. Un Dente bianco si
spicc allora dal limitare dell'uscio, e venne verso di me, avventandomi
una specie di giavellotto che teneva fra le mani. Fu un istante. Opala
lo vide, si rivolse, si interpose, e... oh mio Dio!... ricevette ella
stessa il colpo mortale che mi era stato diretto.

Non tenter qui di evocare quella memoria terribile. Io vedo ancora il
suo candido seno lacerato da una ferita profonda, vedo i suoi grandi
occhi nuotanti nella morte e nelle lacrime, e ascolto le sue ultime
parole interrotte dall'anelito: io muoio per te... io ti ho amato....
ricordami.

Commosso, tratto di senno, inferocito a quella vista, volli allora
avventarmi, inerme come era, contro i ribelli... ma quelle orribili
rastrelliere mi balenavano ancora dinanzi agli occhi; io le vedeva
ancora l, lunghe, bianche, isolate come le dentiere del cavadenti; e
sentiva quel rumore sordo, quello scricchiolio freddo e secco che
producevano digrignandosi. Mi arrestai a mezzo dell'atto; qualche cosa
di nero mi passava dinnanzi alla vista; sentii che le mie forze mi
abbandonavano... vacillai e caddi privo di sensi.

Quando rinvenni mi trovai carico di catene, e circondato da alcuni
vecchi denti bianchi, i quali avevano costituito un apposito Consiglio
di guerra per giudicarmi.

Mi fu letto l'atto di accusa, nel quale mi si imputava di aver voluto
sovvertire gli ordinamenti dello Stato con una interpretazione falsa e
speciosa delle leggi che lo governavano: di aver fatto atto di
disprezzo verso le usanze del paese--usanze che avevano forza di
legge--rifiutandomi a trafiggere il mio naso greco con quell'ornamento
grazioso di balena: di aver poste in grave pericolo la quiete e la
sicurezza della nazione, costringendola, in seguito alla mia decadenza
dal potere, a riadottare la forma primitiva di governo, il regime
repubblicano, o ad eleggersi un re nazionale. In causa dei quali reati
io veniva considerato come decaduto dal trono di Potikoros, e
condannato alla pena della morte per sospensione.

Fui invitato ad esporre le mie difese.

--Anzi tutto, io dissi non posso ammettere in questo onorevole Consiglio
di Denti bianchi il diritto di giudicarmi. Io vedo qui rappresentata una
sola met della nazione. Ove  l'altra met? Ove sono i degni
rappresentanti dei Denti neri? Ma ove pure essi facessero parte di
questo consesso, i diritti di un re non posson essere discussi da suoi
sudditi, e le sue colpe--se un re pu commettere delle colpe--non
possono essere n giudicate, n punite da essi. Io venni qui, in un
paese i cui ordinamenti si erano rilassati per un lungo interregno, nel
quale la demagogia incominciava a difondere le sue dottrine
rivoluzionarie, le cui leggi erano violate da un'anarchia impossibile ad
arrestarsi. Io vi venni chiamato dal suffragio popolare, invitato da una
rappresentanza della nazione, eletto dal voto di tutti i governi
d'Europa. Io venni a governare questo popolo cieco e traviato che aveva
bisogno di essere ricondotto sotto il regime della monarchia: vi venni
per un puro istinto di umanit, per un semplice spirito di abnegazione.
Affetti e interessi mi trattenevano in Europa. Il mio sangue, il sangue
di mio padre,  uno dei pi antichi e dei pi nobili tra tutte le
dinastie di quel gran continente incivilito. Io ho avuto piet di voi;
io era venuto ad apportarvi l'_ordine_ e la felicit che regnano in
molte capitali di quegli stati; mi era sacrificato a mutare il mio
berretto di cotone europeo in un turbante di penne, a ricevere quaranta
milioni di appannaggio, a comandare a quaranta milioni di sudditi, a
vivere da monarca in questa reggia... aveva fatto tutto questo per voi;
quale  la ricompensa che mi avete accordata? Sdegno giustificarmi pi
oltre: la razza dei re  una razza speciale, e ogni re che si rispetti
non pu ammettere in voi il diritto di giudicarlo. Gli storiografi
stipendiati, i sudditi devotissimi di cui non vi sar mai deficienza
nelle generazioni future mi giudicheranno. Ho detto.

Uno scroscio di risa feroci accolse le mie parole, e delle voci si
sollevarono dalla folla che gridavano: alla corda, alla corda.

Fui condotto al luogo destinato ai supplizii. Quivi un abisso profondo,
immenso, si apriva nel seno di una montagna: in fondo alla voragine,
sulle punte di granito e di metallo taglienti come lame, roteavano
stormi di astori e di aquile.

Fui legato ad una corda annodata alla punta di un albero, il quale
inclinandosi sull'abisso, ne guardava il mezzo colla cima. Prima che la
corda abbandonata a s, mi sospendesse perpendicolarmente sulla
voragine, io diressi ancora alcune parole ai Denti bianchi:

--Domando, io dissi, che la salma reale sia trasportata in Europa, per
ricevere sepoltura nelle tombe de' miei padri. Che, ove non ottemperaste
a questo desiderio, la mia nazione invierebbe immediatamente la sua
flotta a bombardare i porti di Potikoros, e impadronirsi dell'isola.

N io pensava in quel momento che era impossibile tornar da
quell'abisso, e che mi sarei fatto a brani cadendo sulle punte di
granito che formavano il fondo. E comprendeva benissimo che la mia salma
doveva aver nulla di pi sacro della salma d'un zoccolante; poich il
corpo d'un re e quello d'un mendico producono la stessa specie di vermi;
e, come aveva letto nel Amleto, si pu gettar l'amo ad un pesce col
verme che mangi di un re, e un mendico pu mangiare di quel pesce, per
modo che il corpo di un re entri nelle viscere di un mendico. Nondimeno
la mia vanit mi spinse a proferire quelle parole.

Vanit inutile, poich i Denti bianchi tornarono a sorridere di quel
sorriso feroce che mi aveva poc'anzi agghiacciato il sangue nelle vene,
e a contrarre le labbra a quella smorfia infernale, di cui non saprei
darvi un'idea se non richiamandovi alla mente quello scoprirsi delle
mandibole che osserviamo nei mastini e nelle fiere quando stanno per
avventarsi, e che noi soliamo indicare col dire: mostrano i denti.

Non si frappose pi indugio alcuno al mio supplizio.

Fui condotto sull'orlo della voragine, e spintovi in guisa che, essendo
stato annodato alla corda, mi trovai sospeso perpendicolarmente sopra
l'abisso. I cavalieri dei Denti bianchi, i miei stessi ministri, le
persone pi autorevoli dello Stato disposti in circolo sull'orlo della
voragine, tentavano di tagliare a colpi di freccia la corda che mi
teneva sospeso.

Era un supplizio lungo, lento, crudele, atrocissimo. Ogni trecciolino
della corda tagliato si arricciava da una parte e dall'altra,
assottigliando sempre pi il centro di essa, su cui erano dirette le
freccie. Dopo due ore di patimenti infiniti, la corda rotta in pi
luoghi, non reggeva pi che per un semplice filo al mio peso.

Curvandomi e guardando sotto di me, io vedeva l'abisso nero e profondo
che mi attendeva, gli uccelli di rapina che aspettavano il mio cadavere
per divorarlo, e qua e l le ossa imbiancate degli infelici che avevano
subito prima di me quel supplizio tremendo....

Un solo filo reggeva ancora la corda, le freccie passavano fischiando da
tutte le parti e non la colpivano: io guardava la corda e l'abisso, poi
la corda, poi ancora l'abisso, e mi contraeva, mi arricciava, mi
aggomitolava, come avessi potuto con ci sollevarmi dal fondo della
voragine.

Non so quanto durasse quell'agonia. A un tratto una freccia colp nella
corda, la ruppe, precipitai, innalzai un grido di orrore e... oh mio
Dio!.... mi svegliai, e mi trovai nel mio letto.

       *       *       *       *       *

--Che vergogna! mi disse Elettra appoggiata col gomito al mio capezzale,
 da jeri sera che tu dormi; sono ora ventiquattro ore....

--Ventiquattro ore!

--S cotesta tua abitudine di bere... io ti vegliava inquieta...

--Ventiquattro ore! ripetei tra me stesso stordito: un sogno di un
giorno, perocch adesso...

--Siamo di sera. Hai dormito un giorno intero.

--Un giorno!

       *       *       *       *       *

Ed ora, miei lettori, dubiterete ancora che non sia questa la storia di
un giorno della mia vita?


  FINE





Nota del Trascrittore

Minimi errori tipografici sono stati corretti senza annotazione. Un
breve indice, non presente nell'originale,  stato inserito nella
versione HTML. Sono stati inoltre corretti i seguenti refusi (tra
parentesi il testo originale):

  dei dadi del _whist_ [wihst], o col giuoco pericoloso dei
  biglietti sul vassoio [vasoio], aggiunse:--raddoppio.
  rata d [da] diritto all'intera rendita convenuta,
  Crediamo superfluo raccomandare [racomandare] al signor
  innocente, n [ne'] compromettere la sua fama di
  --Sono a vostra disposizione [disposione], rispose Rosen.
  credete che potrei destare sospetto [sopetto] di suicidio?
  spesso sul pianerottolo [pianerettolo] ad inacquarvi i suoi
  E si avviarono all'ufficio di polizia [pulizia].
  che Lachard e Tricott [Tricotet] gli avevano arraffate
  colla quale avesse [avese] potuto trasportare alcune
  --Fermatevi [Fermatavi], o siete morto.
  tutti i miei sensi.  [E'] l, io diceva, che
  vigilanza degli eunuchi [enunchi], i ventagli di penne di
  il suo braccio alla monarchia, non dispero [disspero]
  Le sorprese [soprese] pi grate mi attendevano in quel
  si appress [appres] timida e sorridente, e dopo aver
  Quanto [Quante]  vero l'affetto che sente gi il
  io languiva qui cos sola, cos abbandonata [abbandodonata]...
  mio padre, quel diamante [diamente] favoloso, queste
  I miei ministri e i miei [mei] ufficiali meravigliati
  come le oche [ocche] debbano trovarsi in
  di pensiero sopra un soffice guancialetto [guacialetto]
  dell'osservatore [ossservatore] e del filosofo. Cinque o
  mantenimento [mantimento] a spese dello Stato.





End of Project Gutenberg's Racconti umoristici, by Iginio Ugo Tarchetti

*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK RACCONTI UMORISTICI ***

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Section  2.  Information about the Mission of Project Gutenberg-tm

Project Gutenberg-tm is synonymous with the free distribution of
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Volunteers and financial support to provide volunteers with the
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To learn more about the Project Gutenberg Literary Archive Foundation
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and the Foundation web page at https://www.pglaf.org.


Section 3.  Information about the Project Gutenberg Literary Archive
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